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Principio di non contestazione ex art. 115 c.p.c.: mancata presa di posizione su fatti dedotti da parte avversa e poteri del giudice (Cass. civ. 7513/18)

Cassazione civile, Sez. III, Ordinanza del 27 marzo 2018, n. 7513

La Corte di cassazione, ritenendo l’ammissione, da parte della società assicuratrice, dell’an del risarcimento, in tutto equiparabile alla non contestazione, ha fatto proprio il principio sancito dalla nota sentenza delle Sezioni Unite n. 761 del 23 gennaio 2002, secondo cui i fatti non contestati devono ritenersi certi dal giudice, “senza nessuna possibilità di andare in contrario avviso”.

Nel caso di specie, la Compagnia di Assicurazioni, costituendosi nel giudizio di primo grado, non negò che il reddito della vittima si fosse ridotto, ma dedusse solo che la differenza tra il reddito percepito dalla vittima prima del sinistro e quello percepito dopo non fosse “significativa e sostanziale”. La Compagnia di Assicurazioni, infatti, nella comparsa conclusionale, non dedusse affatto “il danno non c’è, ma se ci fosse sarebbe pari ad Euro x”; al contrario, si limitò ad affermare tout court che il danno dimostrato dall’attore andava liquidato misura indicata nella comparsa suddetta. Dunque la Compagnia, nella comparsa di risposta, non negò l’esistenza del danno patrimoniale (limitandosi a definirlo “non significativo”); ed in quella conclusionale espressamente l’ammise. In tal modo tenne una condotta concludente, incompatibile con la volontà di negare l’esistenza del danno, che perciò doveva ritenersi non contestata. Da notarsi che di diverso avviso era stata invece, la Corte d’appello, che in accogliendo del gravame proposto dalla Compagnia Assicurativa, rigettò la domanda di risarcimento del danno patrimoniale da lucro cessante, ritenendola non provata. A quel punto al danneggiato non retava che proporre ricorso per cassazione di cui, di seguito, proponiamo l’ordinanza integrale. (CC)

L’ORDINANZA (integrale)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 548/2015 proposto da:

P.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LAURENTINA 3/S, presso lo studio dell’avvocato ANDREA COSTANZO, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARIA SORDA giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

ZURICH INSURANCE PLC, in persona del suo procuratore speciale Dott. M.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MONTE ZEBIO 28, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE CILIBERTI, che la rappresenta e difende giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

B.A., SABINA DOC SRL, INAIL (OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 4150/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 18/06/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 18/12/2017 dal Consigliere Dott. MARCO ROSSETTI.

Svolgimento del processo

  1. Nel 2005 P.C. convenne dinanzi al Tribunale di Frosinone la società Sabina DOC s.r.l., B.A., la società Zurich Insurance p.l.c. e l’Inail, esponendo che:

(-) il (OMISSIS) rimase ferito in conseguenza d’un sinistro stradale, avvenuto mentre era trasportato sul veicolo Iveco targato (OMISSIS), di proprietà della Sabina DOC s.r.l., condotto da B.A. ed assicurato contro i rischi della circolazione dalla società Zurich;

(-) essendo il sinistro avvenuto durante uno spostamento compiuto in occasione di lavoro, l’Inail gli aveva erogato una rendita, ai sensi del D.Lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, art. 13;

(-) la Zurich gli aveva corrisposto somme inferiori al risarcimento dovutogli, avuto riguardo all’entità dei danni patiti.

Concluse pertanto chiedendo la condanna dei convenuti – ad eccezione dell’Inail, nei confronti del quale chiese una pronuncia di mero accertamento – al risarcimento dei danni patiti in conseguenza del sinistro e non ancora risarciti.

  1. La Zurich si costituì eccependo l’esistenza d’un concorso di colpa della vittima.

L’Inail si costituì ammettendo la costituzione della rendita.

Gli altri convenuti restarono contumaci.

  1. Con sentenza n. 448 del 2012 il Tribunale di Frosinone accolse la domanda.

Con sentenza 18.6.2014 n. 4150 la Corte d’appello di Roma, accogliendo il gravame della Zurich, così provvide:

(-) rigettò la domanda di risarcimento del danno patrimoniale da lucro cessante, in tesi scaturito dalla riduzione del reddito lavorativo, ritenendola non provata;

(-) ritenne che il Tribunale, aumentando del 25% la misura standard del risarcimento del danno biologico, al fine di tenere conto della circostanza che la vittima avesse dovuto rinunciare, a causa dei postumi residuati all’infortunio, alla cura dell’orto e del vigneto cui era solito in precedenza attendere, avesse duplicato il risarcimento, e di conseguenza ridusse il risarcimento del danno biologico del 25%;

(-) ricalcolò il credito residuo dell’attore, previa rivalutazione degli acconti pagati dall’assicuratore.

  1. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da P.C., con ricorso fondato su undici motivi ed illustrato da memoria. Ha resistito con controricorso la Zurich.

Motivi della decisione

  1. Il primo motivo di ricorso.

1.1. Col primo motivo di ricorso il ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3. E’ denunciata, in particolare, la violazione dell’art. 345.

Deduce, al riguardo, che la Corte d’appello ha rigettato in toto la sua domanda di risarcimento del danno patrimoniale, nonostante la Zurich, nella comparsa conclusionale depositata in primo grado, avesse abbandonato l’originaria contestazione formulata a tal riguardo nella comparsa di risposta, e contestato solo la misura di tale danno, non la sua esistenza.

La Zurich infatti – sostiene il ricorrente – nella comparsa conclusionale depositata nel primo grado di giudizio aveva ammesso che la vittima, a causa dell’infortunio, avesse perduto la speciale indennità che percepiva, come autotrasportatore, in occasione delle trasferte all’estero.

Di conseguenza – prosegue il ricorrente – la Corte d’appello ha violato l’art. 345 c.p.c., perchè ha preso in esame una eccezione che era stata abbandonata in primo grado dalla Zurich, e che, di conseguenza, nel grado d’appello si sarebbe dovuta ritenere inammissibile perchè nuova.

1.2. Il motivo è fondato.

Col proprio atto di citazione, P.C. aveva dedotto che, a causa dell’infortunio, il suo reddito mensile si era ridotto da 2.995,45 a 1.160 Euro mensili, ed aveva chiesto il risarcimento in misura corrispondente (così l’atto di citazione, pp. 9 e 10).

La Zurich, costituendosi nel giudizio di primo grado, non negò che il reddito della vittima si fosse ridotto, ma dedusse che la differenza tra il reddito percepito dalla vittima prima del sinistro e quello percepito dopo non fosse “significativa e sostanziale”; soggiunse comunque che nella stima del relativo danno si sarebbe dovuto tenere conto della “rendita notevole” che all’attore sarebbe stata erogata dall’Inail (così la comparsa di costituzione e risposta della Zurich in primo grado, p. 3).

Nella comparsa conclusionale, però, la Zurich dedusse: “il danno patrimoniale (da lucro cessante) richiesto in Euro 308.355,6 nell’atto introduttivo, è nettamente inferiore”.

Seguiva l’elenco dei redditi dichiarati dalla vittima negli anni dal 2001 al 2006, per come risultanti dalle dichiarazioni fiscali depositati agli atti, e da alcune buste-paga prodotte dall’attore.

Quindi, dopo avere discusso tali fonti di prova, la Zurich concluse affermando: “la differenza sta negli importi lordi percepiti dal P., che presentano una diminuzione di 700 Euro mensili (…). Riepilogando, all’attore spetta la somma di Euro 54.618,20 per danno patrimoniale”; ed aggiunse infine alcune considerazioni circa la necessità di detrarre dal risarcimento gli acconti già pagati dall’assicuratore del responsabile.

Vale la pena soggiungere che tali deduzioni non vennero svolte in via subordinata al rigetto dell’eccezione di inesistenza del danno. La Zurich, infatti, nella comparsa conclusionale, non dedusse affatto “il danno non c’è, ma se ci fosse sarebbe pari ad Euro “x”; al contrario, per quanto detto, si limitò ad affermare tout court che il danno dimostrato dall’attore andava liquidato nella misura indicata nella comparsa suddetta.

Dunque la Zurich, nella comparsa di risposta, non negò l’esistenza del danno patrimoniale (limitandosi a definirlo “non significativo”); ed in quella conclusionale espressamente l’ammise.

In tal modo tenne una condotta concludente, incompatibile con la volontà di negare l’esistenza del danno, che perciò doveva ritenersi non contestata.

1.3. Ciò posto in fatto, si rileva in diritto che le eccezioni tempestivamente sollevate in primo grado, se abbandonate, non possono essere riproposte in appello: l’eccezione abbandonata deve infatti ritenersi mai proposta, e se una eccezione non è sollevata in primo grado, non può essere ovviamente dedotta in grado di appello.

Il principio è pacifico e risalente nella giurisprudenza di questa Corte (in tal senso si veda già Sez. 1, Sentenza n. 2245 del 08/08/1963, in motivazione, secondo cui l’appellante ha l’onere di reiterare le eccezioni rimaste assorbite, “a meno che non siano state abbandonate in primo grado”).

La Corte d’appello, pertanto, non avrebbe dovuto ritenere non provata l’esistenza del danno, almeno nei limiti in cui esso era stato ammesso dalla società convenuta. Ne consegue che la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio su questo punto, affinchè il giudice del rinvio provveda a liquidare ex novo il danno patrimoniale da lucro cessante, tenendo conto delle difese svolte dalla Zurich nella propria comparsa conclusionale in primo grado.

  1. Il secondo motivo di ricorso.

2.1. Col secondo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la nullità della sentenza per contraddittorietà insanabile della motivazione, ai sensi dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4.

Deduce che la Corte d’appello, nel ritenere indimostrata l’esistenza d’una contrazione dei redditi della vittima, ha fondato la propria valutazione sulle dichiarazioni fiscali da questa depositate.

Tuttavia le dichiarazioni fiscali non potevano dimostrare l’esistenza del danno, perchè il reddito perduto dalla vittima (l’indennità di trasferta estera dovuta agli autotrasportatori) era un reddito esente dall’imposta, ai sensi del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 51 e come tale non doveva essere esposto nelle dichiarazioni fiscali.

2.2. La censura non è assorbita dall’accoglimento del primo motivo di ricorso, perchè l’accoglimento di essa consentirebbe al ricorrente di ottenere in sede di rinvio una liquidazione del danno patrimoniale integrale, e non soltanto nei limiti degli importi non contestati dall’assicuratore.

2.3. Il motivo è tuttavia infondato, per più ragioni.

La prima è che una sentenza può dirsi “insanabilmente contraddittoria”, e per ciò nulla ai sensi dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, quando non sia possibile coglierne il senso, e non quando abbia valutato le prove in modo diverso rispetto a quanto invocato dalle parti. E nel caso di specie il senso della sentenza è cristallino: l’appellante, sostenne il giudice d’appello, non ha dimostrato di avere patito un danno da riduzione del reddito.

La seconda ragione è che in ogni caso quello denunciato dal ricorrente non sarebbe nemmeno un vizio logico, ma un vero e proprio errore di diritto, consistito nell’avere ignorato una norma fiscale: ma questo tipo di errore non è stato ritualmente denunciato dal ricorrente.

  1. Il terzo motivo di ricorso.

3.1. Col terzo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, la “nullità del procedimento per omesso esame di documenti”.

Sostiene che la Corte d’appello ha trascurato di esaminare due buste-paga, attestanti le retribuzioni da lui percepite nei mesi di luglio ed ottobre del 2001, dalle quali risultava l’ammontare delle indennità di trasferta percepite prima del sinistro. Se le avesse esaminate, dagli importi ivi indicati la Corte d’appello avrebbe potuto ricavare la prova dell’esistenza del danno patrimoniale da lucro cessante e del suo ammontare.

3.2. Il motivo è inammissibile.

Denunciare l’omesso esame di documenti decisivi da parte del giudice di merito è un motivo di ricorso che, per usare le parole della legge, “si fonda” sui documenti del cui mancato esame il ricorrente si duole.

Quando il ricorso si fonda su documenti, il ricorrente ha l’onere di “indicarli in modo specifico” nel ricorso, a pena di inammissibilità (art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6).

“Indicarli in modo specifico” vuol dire, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte:

(a) trascriverne il contenuto, oppure riassumerlo in modo esaustivo;

(b) indicare in quale fase processuale siano stati prodotti;

(c) indicare a quale fascicolo siano allegati, e con quale indicizzazione (in tal senso, ex multis, Sez. 6-3, Sentenza n. 19048 del 28/09/2016; Sez. 5, Sentenza n. 14784 del 15/07/2015; Sez. U, Sentenza n. 16887 del 05/07/2013; Sez. L, Sentenza n. 2966 del 07/02/2011).

Di questi tre oneri, il ricorrente ha assolto solo il terzo. Il ricorso, infatti, non riassume nè trascrive il contenuto delle suddette buste-paga; nè indica con quale atto ed in quale fase processuale (atto di citazione, memorie ex art. 183 c.p.c., ordine di esibizione, ecc.) siano state prodotte.

Ciò impedisce di valutare la rilevanza e la decisività dei documenti che si assume non essere stati esaminati dalla Corte d’appello.

Vale la pena soggiungere che il ricorrente lamenta come, nella stima del danno, non si sia tenuto conto della perdita di una indennità di trasferta: ovvero un emolumento che, teoricamente, non ha funzione retributiva, ma di rimborso delle spese sostenute dall’autotrasportatore per provvedersi di vitto ed alloggio in occasione di trasferte all’estero.

Ne consegue che, a livello teorico, la suddetta indennità costituisce il rimborso d’una spesa per la produzione del reddito, e come tale non avrebbe mai dovuto entrare a far parte della stima del danno da lucro cessante.

Se, infatti, in conseguenza d’un danno alla salute il lavoratore perde il proprio reddito, nello stesso tempo risparmia le spese in precedenza sostenute per produrlo: ragion per cui è antico e risalente il principio secondo cui nella stima del danno da incapacità di lavoro deve porsi il reddito della vittima al netto delle spese e dei costi sostenuti per produrlo (da ultimo, in tal senso, Sez. 3, Sentenza n. 10853 del 28/06/2012; ma per la sentenza capostipite si veda già Sez. 3, Sentenza n. 3619 del 28/10/1975).

Da ciò consegue che la sentenza impugnata mai potrebbe dirsi nulla per l’omesso esame di documenti, perchè quei documenti non presentavano affatto, in mancanza di ulteriori precisazioni da parte del ricorrente, il carattere della decisività.

Questo motivo di ricorso, di conseguenza, deve essere dichiarato inammissibile ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6.

3.3. Resta solo da aggiungere, ad evitare fraintendimenti della presente decisione, che il rigetto del motivo in esame non è in contraddizione con l’accoglimento del primo.

I fatti non contestati, infatti, devono essere ritenuti certi dal giudice, “senza nessuna possibilità di andare in contrario avviso” (così già Sez. U, Sentenza n. 761 del 23/01/2002, in motivazione).

Pertanto, nella misura in cui la Zurich non ha contestato l’esistenza del credito attoreo per lucro cessante, l’esistenza del danno è divenuta incontestabile.

Per la parte eccedente tale soglia, resta intatto l’onere del ricorrente di allegazione e prova. Pertanto, per sostenere la nullità della sentenza per omesso esame di documenti decisivi, sarebbe stato suo preciso onere evidenziarne la decisività, e per evidenziarne la decisività avrebbe dovuto – oltre a riprodurne o riassumerne il contenuto spiegare per quali ragioni l’indennità perduta non costituiva un mero rimborso di spese, ma una vera e propria “voce” retributiva.

  1. Il quarto motivo di ricorso.

4.1. Col quarto motivo il ricorrente lamenta la nullità della sentenza, perchè fondata su una motivazione apparente, nella parte in cui ha ritenuto non esservi prova che la vittima sia stata costretta, a causa delle lesioni patite in conseguenza del sinistro, a pensionarsi anticipatamente.

4.2. Il motivo è manifestamente inammissibile.

In primo luogo il ricorrente, non osservando la prescrizione di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, non ha indicato nel ricorso in quale momento ed in quali termini abbia formulato la propria domanda di risarcimento del danno da anticipato pensionamento.

Nè, del resto, avrebbe potuto farlo: P.C., infatti, nell’atto introduttivo del giudizio – lo si rileva ad abundantiam – non dedusse affatto di avere patito un danno da anticipato pensionamento, essendosi limitato a dedurre di avere patito unicamente una contrazione del proprio reddito da lavoro. La relativa domanda dunque non poteva essere proposta in grado di appello, e tanto meno in questa sede.

  1. Il quinto motivo di ricorso.

5.1. Col quinto motivo il ricorrente lamenta, formalmente invocando il disposto dell’art. 360 c.p.c., n. 3, che la sentenza d’appello sarebbe nulla per insanabile contraddittorietà della motivazione.

Nella illustrazione del motivo è contenuta una censura così riassumibile:

(-) il Tribunale di Frosinone liquidò il danno non patrimoniale patito dalla vittima applicando le cc.dd. “tabelle milanesi”, vale a dire attraverso il criterio equitativo del punto variabile di invalidità;

(-) dopo avere individuato la misura standard del risarcimento in funzione dell’età della vittima e del grado di invalidità permanente suggerito dal consulente medico legale, il Tribunale aumentò tale valore del 25%, per tenere conto della circostanza – emersa dalla prova testimoniale – che la vittima a causa dei postumi patì “un grave e permanente danno dinamico-relazionale”, consistito nella forzosa rinuncia ad attività precedentemente praticate, tra le quali il Tribunale indicò la cura dell’orto e del vigneto;

(-) la Corte d’appello, tuttavia, accogliendo il gravame della società Zurich, ritenne che non spettasse alla vittima la maggiorazione del 25% accordatale dal Tribunale;

(-) questa decisione del giudice di secondo grado sarebbe, conclude il ricorrente, tanto nulla quanto contraddittoria:

(–) sarebbe nulla, perchè non spiega le ragioni per le quali la Corte d’appello ha ritenuto di discostarsi dalla valutazione compiuta dal primo giudice;

(–) sarebbe contraddittoria, perchè il consulente tecnico medico-legale nominato dal Tribunale, a conclusione della sua relazione, aveva affermato: “nella necessaria personalizzazione del danno, alla luce delle recenti interpretazioni giurisprudenziali, può affermarsi inoltre l’insorgenza di un grave e permanente danno dinamico relazionale, con grave impedimento alle attività ludico-creative” (sic); e la Corte d’appello non ha spiegato perchè si sia discostata da tale valutazione.

5.2. Il motivo è infondato.

Per quanto attiene la denunciata nullità della sentenza per violazione dell’obbligo di motivazione imposto dall’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, essa è insussistente.

La Corte d’appello ha infatti spiegato, a p. 9, p. 4.2, della propria sentenza, le ragioni per le quali ha ritenuto di accogliere l’appello proposto dalla Zurich, ed espungere dalla stima del danno alla salute la maggiorazione del 25% della misura standard, accordata invece dal Tribunale.

La Corte d’appello ha motivato la propria decisione affermando che il criterio di liquidazione del danno alla salute adottato dal Tribunale “già prevede una quota di danno morale soggettivo nell’ambito del danno extrapatrimoniale”; e che “le esigenze di personalizzazione (del risarcimento del danno) devono muovere da circostanze diverse da quelle che sono diretta e naturale conseguenza del danno biologico”.

La Corte d’appello, in sostanza, ha ritenuto che la perduta possibilità di dedicarsi ad attività ricreative, ritenuta dal Tribunale idonea a giustificare un aumento della misura-base del risarcimento del danno non patrimoniale, fosse un pregiudizio già ristorato attraverso la liquidazione del valore tabellare standard; e che di conseguenza, il tribunale avesse liquidato due volte il medesimo pregiudizio, chiamandolo con due nomi diversi.

La motivazione, dunque, esiste.

5.3. Il quinto motivo di ricorso è parimenti infondato nella parte in cui lamenta la “contraddittorietà” insanabile della motivazione.

Come accennato, secondo il ricorrente tale contraddittorietà deriverebbe dal fatto che la Corte d’appello da un lato avrebbe accertato in fatto l’esistenza d’un “danno dinamico-relazionale”, e dall’altro ha negato che tale circostanza giustificasse l’incremento della misura standard del risarcimento del danno alla salute.

Tale vizio tuttavia non sussiste, sebbene la motivazione della sentenza d’appello meriti, su questo punto, un’integrazione ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 4.

5.4. Nel presente giudizio il giudice di primo grado ha:

(a) accertato in facto che la vittima dopo l’infortunio ed a causa dei postumi, quantificati dall’ausiliario nella misura del 38% della complessiva validità dell’individuo, smise “di frequentare gente, chiudendosi in casa”, oltre a rinunciare alle attività di cura della vigna e dell’orto;

(b) qualificato questo pregiudizio come “danno dinamico-relazionale”;

(c) ritenuto che esso imponesse un incremento del 25% della misura base del risarcimento del danno non patrimoniale, che sarebbe stata altrimenti liquidata.

5.5. Il giudice d’appello, invece, ha:

(a) non discusso in facto che la vittima avesse “smesso di frequentare gente, chiudendosi in casa”, oltre che rinunciato alle altre attività svolte nel tempo libero;

(b) qualificato anch’egli questo pregiudizio come “danno dinamico-relazionale”;

(c) ritenuto che tale pregiudizio fosse “compreso nel danno biologico”, e di conseguenza che la sua accertata esistenza non imponesse alcun incremento della misura base del risarcimento.

5.6. Per stabilire se la decisione d’appello sia effettivamente contraddittoria nella parte in cui ha da un lato accertato un pregiudizio d’un certo tipo (rinuncia alle frequentazioni ed alle attività del tempo libero), e dall’altro affermato essere il “danno dinamico-relazionale ricompreso nel danno biologico”, questa Corte ritiene doverosa una premessa sulla nomenclatura degli istituti e delle categorie giuridiche in subiecta materia.

Nella materia del danno non patrimoniale, infatti, la legge contiene pochissime e non esaustive definizioni; quelle coniate dalla giurisprudenza di merito e dalla prassi sono usate spesso in modo polisemico; quelle proposte dall’accademia obbediscono spesso agli intenti della dottrina che le propugna.

Accade così che lemmi identici vengano utilizzati dai litiganti per esprimere concetti diversi, ed all’opposto che espressioni diverse vengano utilizzate per esprimere il medesimo significato.

Questo stato di cose ingenera somma confusione, ed impedisce altresì qualsiasi seria dialettica, dal momento che ogni discussione scientifica è impossibile in assenza d’un lessico condiviso.

L’esigenza del rigore linguistico come metodo indefettibile nella ricostruzione degli istituti è stata già segnalata dalle Sezioni Unite di questa Corte, allorchè hanno indicato, come precondizione necessaria per l’interpretazione della legge, la necessità di “sgombrare il campo di analisi da (…) espressioni sfuggenti ed abusate che hanno finito per divenire dei “mantra” ripetuti all’infinito senza una preventiva ricognizione e condivisione di significato (…), (che)resta oscuro e serve solo ad aumentare la confusione ed a favorire l’ambiguità concettuale nonchè la pigrizia esegetica” (sono parole di Sez. U, Sentenza n. 12310 del 15/06/2015).

Il vaglio del quinto motivo di ricorso esige dunque, preliminarmente, stabilire cosa debba rettamente intendersi per “danno dinamico-relazionale”; e, prima ancora, se esista in rerum natura un pregiudizio così definibile.

5.7. L’espressione “danno dinamico-relazionale” comparve per la prima volta nel D.Lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, art. 13, il quale stabilì che oggetto dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro fosse l’indennizzo del danno biologico, e delegò il Ministro del lavoro ad approvare una “tabella delle menomazioni”, cioè delle percentuali di invalidità permanente, in base alla quale stimare il danno biologico indennizzabile dall’Inail.

Nel conferire al governo tale delega, il decreto stabilì che l’emananda tabella dovesse essere “comprensiva degli aspetti dinamico-relazionali”.

Come dovesse intendersi tale espressione non era dubitabile: fino al 2000, infatti, l’Inail aveva indennizzato ai lavoratori infortunati la perdita della “attitudine al lavoro”, e l’aveva fatto in base ad una tabella, allegata al D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, che teneva conto unicamente delle ripercussioni della menomazione sull’idoneità al lavoro.

Pertanto, nel sostituire l’oggetto dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro (sostituendo l’incapacità lavorativa generica col danno biologico), il legislatore con tutta evidenza volle precisare che la nuova tabella, in base alla quale si sarebbe dovuto stabilire il grado di invalidità permanente, dovesse tenere conto non già delle ripercussioni della menomazione sull’abilità al lavoro, ma delle ripercussioni di essa sulla vita quotidiana della vittima, che il legislatore ritenne di definire come “aspetti dinamico-relazionali”.

5.7.1. L’espressione in esame ricomparve nella L. 5 marzo 2001, n. 57, art. 5, con la quale si intervenne sulla disciplina dei danni causati dalla circolazione dei veicoli.

Tale norma, dopo avere definito la nozione “danno biologico”, dettato il relativo criterio di risarcimento, e stabilito che la misura ivi prevista potesse essere aumentata del 20% per tenere conto “delle condizioni soggettive del danneggiato”, delegò il governo ad emanare una specifica tabella delle menomazioni alla integrità psicofisica comprese tra 1 e 9 punti di invalidità” (L. n. 57 del 2001, art. 5, comma 5).

Il governo vi provvide col D.M. 3 luglio 2003 (in Gazz. uff. 11.9.2003 n. 211).

Tale decreto, tuttora vigente, include un allegato, intitolato “Criteri applicativi”, nel quale si afferma che la commissione ministeriale incaricata di stilare la tabella delle menomazioni vi aveva provveduto assumendo a base del proprio lavoro la nozione di “danno biologico” desumibile sia dal D.Lgs. n. 38 del 2000, sia dalla L. n. 57 del 2001: ovvero la menomazione dell’integrità psico-fisica della persona, “la quale esplica una incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti personali dinamico-relazionali della vita del danneggiato”.

Dunque anche in quel testo regolamentare con l’espressione “compromissione degli aspetti dinamico-relazionali” non si volle designare un danno a sè, ma la si usò puramente e semplicemente come perifrasi della nozione di “danno biologico”.

Nel medesimo Decreto 3 luglio 2003, inoltre, nell’ulteriore “Allegato 1”, si soggiunge che “ove la menomazione incida in maniera apprezzabile su particolari aspetti dinamico-relazionali personali, lo specialista medico legale dovrà fornire motivate indicazioni aggiuntive che definiscano l’eventuale maggiore danno”.

Il senso combinato delle due affermazioni è chiaro: il danno biologico consiste in una “ordinaria” compromissione delle attività quotidiane (gli “aspetti dinamico-relazionali”); quando però esso, a causa della specificità del caso, ha compromesso non già attività quotidiane comuni a tutti, ma attività “particolari” (ovvero i “particolari aspetti dinamico-relazionali”), di questa perdita dovrebbe tenersi conto nella determinazione del grado di invalidità permanente.

Per la legge, dunque, l’espressione “danno dinamico-relazionale” non è altro che una perifrasi del concetto di “danno biologico”.

5.8. L’interpretazione appena esposta del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13 e della L. n. 57 del 2001, art. 5 (poi abrogato ed oggi confluito nell’art. 139 cod. ass.) è corroborata dalle indicazioni della medicina legale.

Il danno non patrimoniale derivante da una lesione della salute è per convenzione liquidato assumendo a base del calcolo il grado percentuale di “invalidità permanente”.

Il grado di invalidità permanente è determinato in base ad apposite tabelle predisposte con criteri medico-legali: talora imposte dalla legge e vincolanti (come nel caso dei danni derivanti da infortuni sul lavoro, da sinistri stradali o da colpa medica con esiti micropermanenti), talora lasciate alla libera scelta del giudicante.

La redazione d’una tabella delle invalidità (bareme) è un’opera complessa, che parte dalla statistica e perviene ad esprimere, con un numero percentuale, la sintesi di tutte le conseguenze ordinarie che una determinata menomazione deve presumersi riverberi sulle attività comuni ad ogni individuo.

E’ infatti autorevole e condiviso, in medicina legale, l’insegnamento secondo cui “non ha più ragion d’essere l’idea che il danno biologico abbia natura meramente statica”; che “per danno biologico deve intendersi non la semplice lesione all’integrità psicofisica in sè e per sè, ma piuttosto la conseguenza del pregiudizio stesso sul modo di essere della persona (…). Il danno biologico misurato percentualmente è pertanto la menomazione all’integrità psicofisica della persona la quale esplica una incidenza negativa sulle attività ordinarie intese come aspetti dinamico-relazionali comuni a tutti”.

In questo senso si espresse già quasi vent’anni fa (ma inascoltata) la Società Italiana di Medicina Legale, la quale in esito al Congresso nazionale tenuto nel 2001 definì il danno biologico espresso nella percentuale di invalidità permanente, come “la menomazione (…) all’integrità psico-fisica della persona, comprensiva degli aspetti personali dinamico-relazionali (…), espressa in termini di percentuale della menomazione dell’integrità psicofisica, comprensiva della incidenza sulle attività quotidiane comuni a tutti”.

La conclusione è che, quando un bareme medico legale suggerisce per una certa menomazione un grado di invalidità – poniamo – del 50%, questa percentuale indica che l’invalido, a causa della menomazione, sarà teoricamente in grado di svolgere la metà delle ordinarie attività che una persona sana, dello stesso sesso e della stessa età, sarebbe stata in grado di svolgere, come già ripetutamente affermato da questa Corte (Sez. 3, Sentenza n. 20630 del 13/10/2016; Sez. 3, Sentenza n. 23778 del 07/11/2014).

5.9. Da quanto esposto derivano tre conseguenze.

5.9.1. La prima è che deve essere rettamente inteso il senso del discorrere di “danni dinamico-relazionali” (ovvero, con formula più arcaica ma più nobile, “danni alla vita di relazione”), in presenza d’una lesione della salute.

La lesione della salute risarcibile in null’altro consiste, su quel medesimo piano, che nella compromissione delle abilità della vittima nello svolgimento delle attività quotidiane tutte, nessuna esclusa: dal fare, all’essere, all’apparire.

Non, dunque, che il danno alla salute “comprenda” pregiudizi dinamico-relazionali dovrà dirsi; ma piuttosto che il danno alla salute è un danno “dinamico-relazionale”. Se non avesse conseguenze “dinamico-relazionali”, la lesione della salute non sarebbe nemmeno un danno medico-legalmente apprezzabile e giuridicamente risarcibile.

5.9.2. La seconda conseguenza è che l’incidenza d’una menomazione permanente sulle quotidiane attività “dinamico-relazionali” della vittima non è affatto un danno diverso dal danno biologico.

Una lesione della salute può avere le conseguenze dannose più diverse, ma tutte inquadrabili teoricamente in due gruppi:

– conseguenze necessariamente comuni a tutte le persone che dovessero patire quel particolare tipo di invalidità:

– conseguenze peculiari del caso concreto, che abbiano reso il pregiudizio patito dalla vittima diverso e maggiore rispetto ai casi consimili.

Tanto le prime che le seconde conseguenze costituiscono un danno non patrimoniale; la liquidazione delle prime tuttavia presuppone la mera dimostrazione dell’esistenza dell’invalidità; la liquidazione delle seconde esige la prova concreta dell’effettivo (e maggior) pregiudizio sofferto.

Pertanto la perduta possibilità di continuare a svolgere una qualsiasi attività, in conseguenza d’una lesione della salute, non esce dall’alternativa: o è una conseguenza “normale” del danno (cioè indefettibile per tutti i soggetti che abbiano patito una menomazione identica), ed allora si terrà per pagata con la liquidazione del danno biologico; ovvero è una conseguenza peculiare, ed allora dovrà essere risarcita, adeguatamente aumentando la stima del danno biologico (c.d. “personalizzazione”: così già Sez. 3, Sentenza n. 17219 del 29.7.2014).

Dunque le conseguenze della menomazione, sul piano della loro incidenza sulla vita quotidiana e sugli aspetti “dinamico-relazionali”, che sono generali ed inevitabili per tutti coloro che abbiano patito il medesimo tipo di lesione, non giustificano alcun aumento del risarcimento di base previsto per il danno non patrimoniale.

Al contrario, le conseguenze della menomazione che non sono generali ed inevitabili per tutti coloro che abbiano patito quel tipo di lesione, ma sono state patite solo dal singolo danneggiato nel caso specifico, a causa delle peculiarità del caso concreto, giustificano un aumento del risarcimento di base del danno biologico.

Ma lo giustificano, si badi, non perchè abbiano inciso, sic et simpliciter, su “aspetti dinamico-relazionali”: non rileva infatti quale aspetto della vita della vittima sia stato compromesso, ai fini della personalizzazione del risarcimento; rileva, invece, che quella/quelle conseguenza/e sia straordinaria e non ordinaria, perchè solo in tal caso essa non sarà ricompresa nel pregiudizio espresso dal grado percentuale di invalidità permanente, consentendo al giudice di procedere alla relativa personalizzazione in sede di liquidazione (così già, ex multis, Sez. 3, Sentenza n. 21939 del 21/09/2017; Sez. 3, Sentenza n. 23778 del 07/11/2014).

In applicazione di tali principi, questa Corte ha già stabilito che soltanto in presenza di circostanze “specifiche ed eccezionali”, tempestivamente allegate dal danneggiato, le quali rendano il danno concreto più grave, sotto gli aspetti indicati, rispetto alle conseguenze ordinariamente derivanti dai pregiudizi dello stesso grado sofferti da persone della stessa età, è consentito al giudice, con motivazione analitica e non stereotipata, incrementare le somme dovute a titolo risarcitorio in sede di personalizzazione della liquidazione (Sez. 3, Sentenza n. 23778 del 07/11/2014; Sez. 3, Sentenza n. 24471 del 18/11/2014).

5.9.3. La terza conseguenza, di natura processuale, è che le circostanze di fatto che giustificano la personalizzazione del risarcimento del danno non patrimoniale integrano un “fatto costitutivo” della pretesa, e devono essere allegate in modo circostanziato e provate dall’attore (ovviamente con ogni mezzo di prova, e quindi anche attraverso l’allegazione del notorio, delle massime di comune esperienza e delle presunzioni semplici, come già ritenuto dalle Sezioni Unite di questa Corte, con la nota sentenza pronunciata da Sez. U, Sentenza n. 26972 del 11/11/2008), senza potersi, peraltro, risolvere in mere enunciazioni generiche, astratte od ipotetiche (Sez. 3, Sentenza n. 24471 del 18/11/2014).

5.10. I principi sin qui esposti possono riassumersi, per maggior chiarezza, nel modo che segue:

1) l’ordinamento prevede e disciplina soltanto due categorie di danni: quello patrimoniale e quello non patrimoniale.

2) Il danno non patrimoniale (come quello patrimoniale) costituisce una categoria giuridicamente (anche se non fenomeno logicamente) unitaria.

3) “Categoria unitaria” vuol dire che qualsiasi pregiudizio non patrimoniale sarà soggetto alle medesime regole e ad i medesimi criteri risarcitori (artt. 1223, 1226, 2056, 2059 c.c.).

4) Nella liquidazione del danno non patrimoniale il giudice deve, da un lato, prendere in esame tutte le conseguenze dannose dell’illecito; e dall’altro evitare di attribuire nomi diversi a pregiudizi identici.

5) In sede istruttoria, il giudice deve procedere ad un articolato e approfondito accertamento, in concreto e non in astratto, dell’effettiva sussistenza dei pregiudizi affermati (o negati) dalle parti, all’uopo dando ingresso a tutti i necessari mezzi di prova, opportunamente accertando in special modo se, come e quanto sia mutata la condizione della vittima rispetto alla vita condotta prima del fatto illecito; utilizzando anche, ma senza rifugiarvisi aprioristicamente, il fatto notorio, le massime di esperienza e le presunzioni, e senza procedere ad alcun automatismo risarcitorio.

6) In presenza d’un danno permanente alla salute, costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione d’una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e l’attribuzione d’una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi di cui è già espressione il grado percentuale di invalidità permanente (quali i pregiudizi alle attività quotidiane, personali e relazionali, indefettibilmente dipendenti dalla perdita anatomica o funzionale: ovvero il danno dinamico-relazionale).

7) In presenza d’un danno permanente alla salute, la misura standard del risarcimento prevista dalla legge o dal criterio equitativo uniforme adottato dagli organi giudiziari di merito (oggi secondo il sistema c.d. del punto variabile) può essere aumentata solo in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale ed affatto peculiari. Le conseguenze dannose da ritenersi normali e indefettibili secondo l’id quod plerumque accidit (ovvero quelle che qualunque persona con la medesima invalidità non potrebbe non subire) non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento.

8) In presenza d’un danno alla salute, non costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione d’una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e d’una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi che non hanno fondamento medico-legale, perchè non aventi base organica ed estranei alla determinazione medico-legale del grado percentuale di invalidità permanente, rappresentati dalla sofferenza interiore (quali, ad esempio, il dolore dell’animo, la vergogna, la disistima di sè, la paura, la disperazione).

9) Ove sia correttamente dedotta ed adeguatamente provata l’esistenza d’uno di tali pregiudizi non aventi base medico-legale, essi dovranno formare oggetto di separata valutazione e liquidazione (come è confermato, oggi, dal testo degli artt. 138 e 139 cod. ass., così come modificati della L. 4 agosto 2017, n. 124, art. 1, comma 17, nella parte in cui, sotto l’unitaria definizione di “danno non patrimoniale”, distinguono il danno dinamico relazionale causato dalle lesioni da quello “morale”).

10) Il danno non patrimoniale non derivante da una lesione della salute, ma conseguente alla lesione di altri interessi costituzionalmente tutelati, va liquidato, non diversamente che nel caso di danno biologico, tenendo conto tanto dei pregiudizi patiti dalla vittima nella relazione con se stessa (la sofferenza interiore e il sentimento di afflizione in tutte le sue possibili forme, id est il danno morale interiore), quanto di quelli relativi alla dimensione dinamico-relazionale della vita del soggetto leso. Nell’uno come nell’altro caso, senza automatismi risarcitori e dopo accurata ed approfondita istruttoria.

5.11. Alla luce dei principi che precedono si può ora tornare ad esaminare il quinto motivo del ricorso.

La Corte d’appello, come già detto, senza negare che la vittima a causa dell’infortunio abbia ridotto le proprie frequentazioni con altre persone, ha soggiunto che tale pregiudizio è “compreso” nel danno alla salute, e che di conseguenza nessun risarcimento aggiuntivo spettasse alla vittima, oltre la misura base prevista dalla tabella per una invalidità del 38% ragguagliata all’età della vittima.

In ciò non vi è nulla di contraddittorio: precisato, infatti, che i pregiudizi relazionali rappresentano l’ubi consistam funzionale del danno alla salute, è coerente con i principi sopra esposti ritenere in facto, da un lato, che una certa conseguenza della menomazione sia comune a tutte le persone che quella menomazione patiscano, e, dall’altro, soggiungere in iure che quella menomazione non imponga di conseguenza alcuna personalizzazione del risarcimento.

Lo stabilire, poi, se tutte le persone che abbiano una invalidità permanente de 38% riducano o non riducano la propria vita di relazione costituisce un tipico apprezzamento di merito, che non può essere sindacato in questa sede e che comunque non è stato nemmeno censurato.

Nè appare superfluo ricordare come questa Corte abbia già stabilito che la perduta o ridotta o modificata possibilità di intrattenere rapporti sociali in conseguenza di una invalidità permanente costituisce una delle “normali” conseguenze delle invalidità gravi, nel senso che qualunque persona affetta da una grave invalidità non può non risentirne sul piano dei rapporti sociali (in questo senso, ex permultis, Sez. 3, Sentenza n. 23778 del 07/11/2014; Sez. 3, Sentenza n. 21716 del 23/09/2013, Rv. 628100; Sez. 3, Sentenza n. 11950 del 16/05/2013, Rv. 626348; Sez. 6-3, Ordinanza n. 15414 del 13/07/2011, Rv. 619223; Sez. 3, Sentenza n. 24864 del 09/12/2010, Rv. 614875; Sez. L, Sentenza n. 25236 del 30/11/2009, Rv. 611026).

  1. Il sesto motivo di ricorso.

6.1. Col sesto motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione del D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 116, comma 7 e D.Lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, art. 13.

Deduce che la Corte d’appello, allorchè ha proceduto a detrarre dal credito risarcitorio il valore capitale della rendita costituita dall’Inail in favore di P.C., ha eseguito questa operazione in modo giuridicamente scorretto.

Sostiene che l’errore sarebbe consistito nell’avere rivalutato il valore capitale della rendita alla data decisione, in base all’indice di svalutazione monetaria legato al costo della vita calcolato dall’Istat. Le rendite pagate dall’Inail, infatti, sono soggette ad un meccanismo di rivalutazione diverso, prescritto dal D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 116, comma 7.

Soggiunge, infine, che il valore capitale della rendita indicato dall’Inail nella propria comparsa di costituzione in primo grado (ovvero Euro 117.864,73) era già rivalutato.

6.2. Il motivo è manifestamente infondato.

In primo luogo, nulla rileva se la legislazione sull’assicurazione sociale preveda un meccanismo ad hoc di rivalutazione delle rendite.

La Corte d’appello era chiamata infatti a stabilire quale fosse il danno civilistico patito dalla vittima, al netto dell’indennizzo percepito dall’assicuratore sociale. E tale danno differenziale va calcolato coi criteri civilistici: ovvero liquidando il danno in moneta attuale, e sottraendo da esso il valore capitale della rendita pagata dall’assicuratore sociale, espresso anch’esso in moneta attuale, non potendo compiersi alcun calcolo finanziario tra entità monetarie eterogenee.

In secondo luogo, il valore capitale della rendita venne indicato dall’Inail nella comparsa di costituzione depositata nel 2005: correttamente pertanto la Corte d’appello, dovendo calcolare il danno differenziale nove anni dopo, provvide a rivalutare quell’importo.

In terzo luogo, nulla rileva la circostanza (del resto puramente adombrata dal ricorrente, senza sviluppare il tema) che la rendita pagata dall’Inail possa, in futuro, ridursi o cessare.

Infatti, come già ritenuto da questa Corte (Sez. 6-3, Ordinanza n. 22862 del 09/11/2016, in motivazione), delle due l’una:

(-) se la rendita pagata dall’Inail fosse ridotta prima che il diritto al risarcimento sia “quesito” (e dunque prima della sentenza definitiva, ovvero prima della transazione o dell’adempimento), ciò vorrebbe dire che le condizioni di salute dell’infortunato sono migliorate, ed anche di questo miglioramento si dovrà tenere conto nella monetizzazione del danno, con la conseguenza che la riduzione della rendita non comporta pregiudizi di sorta per la vittima;

(-) se la rendita pagata dall’Inail fosse ridotta dopo la sentenza definitiva o il pagamento, questo costituirebbe un post factum irrilevante, essendo sopravvenuto a situazione giuridica ormai esaurita.

  1. Il settimo motivo di ricorso.

7.1. Col settimo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, la violazione del giudicato interno.

Deduce che il Tribunale liquidò la somma di Euro 12.000 a titolo di risarcimento del danno consistente nelle spese di cura; che tale statuizione non era stata impugnata; che la Corte d’appello, liquidando ex novo il danno, ha defalcato dal credito complessivo il suddetto importo.

7.2. Il motivo è fondato.

Il Tribunale di Frosinone liquidò all’attore 12.000 Euro a titolo di risarcimento del danno per spese mediche; la Corte d’appello ha liquidato ex novo il danno, ma ha trascurato, nel determinare l’importo finale, di conteggiare questi 12.000 Euro, senza che alcuna delle parti avesse impugnato la relativa statuizione pronunciata la sentenza di primo grado.

  1. I motivi dall’ottavo all’undicesimo.

8.1. Con i motivi dall’ottavo all’undicesimo compreso, il ricorrente censura, sotto vari profili, le statuizioni contenute nella sentenza d’appello inerenti le spese di lite.

Tutti e quattro questi motivi restano assorbiti dall’accoglimento del ricorso, dal momento che la regolazione delle spese dovrà essere nuovamente compiuta dal giudice di rinvio.

  1. Le spese.

Le spese del presente grado di giudizio saranno liquidate dal giudice del rinvio.

P.Q.M.

la Corte di Cassazione:

(-) accoglie il primo ed il settimo motivo di ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità;

(-) rigetta il secondo, il terzo, il quarto, il quinto ed il sesto motivo di ricorso;

(-) dichiara assorbiti l’ottavo, il nono, il decimo e l’undicesimo motivo di ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 18 dicembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 27 marzo 2018

ATP ex art. 696 bis c.p.c.: inammissibile se la lite risulta manifestamente inconciliabile (Trib. Padova, Ord. 09.05.2018)

Brevi note in tema di inammissibilità del ricorso per ATP promosso ai sensi dell’art. 696 bis c.p.c.

La finalità primaria della consulenza tecnica preventiva è quella di favorire la composizione della lite nella fase antecedente a quella processuale, e, pertanto, si sostanzia in un vero e proprio strumento di deflazione processuale.

Tale strumento di conciliazione è, però, possibile solo nei casi ove ne sussistano le relative condizioni.

Stante la ratio conciliativa della tutela, la prima condizione di esperibilità del ricorso ex art. 696 bis c.p.c. è, ovviamente, che le parti interessate non abbiano già istaurato un procedimento, vertente sul medesimo oggetto o su una questione ad esso strettamente connessa, dinanzi alle competenti autorità.

Invero, è evidente che la finalità conciliativa, propria e caratteristica della tutela in oggetto, sia assolutamente incompatibile con la pendenza di una azione giudiziale!

Coerentemente a ciò, la giurisprudenza ha chiarito come “il ricorso ex art. 696 bis c.p.c. proposto nelle more di un giudizio già pendente tra le stesse parti e con lo stesso oggetto è del tutto inammissibile per mancanza del presupposto logico-giuridico alla base di tale strumento processuale, ovvero l’esigenza di prevenire l’insorgenza di una controversia giudiziale (T. Santa Maria Capua Vetere 11.07.2011).

In secondo luogo, per azionare l’istituto in esame, il rapporto tra le parti deve avere come unico punto di dissenso ciò che, in sede di processo di cognizione, può costituire oggetto di consulenza tecnica. Sul punto, costante giurisprudenza ha, difatti, chiarito che:

Lo strumento processuale della consulenza tecnica preventiva è destinato a dirimere l’unica o le uniche questioni tecniche controverse tra le parti, quando tutti gli altri elementi costitutivi della posizione di diritto soggettivo vantata da una parte nei confronti dell’altra siano pacifici, cosicché, accertati gli aspetti tecnici, la controversia tra le parti venga integralmente a cessare, con la conseguenza che la consulenza non può essere ammessa quando il giudice, al fine di disporre il chiesto accertamento, debba decidere questioni di diritto obiettivamente controverse, ovvero questioni preliminari di rito o di merito che inducano verosimilmente a ritenere che, nel giudizio di cognizione, l’accertamento tecnico non verrà disposto” (T. Macerata 12.11.2015; nello stesso senso T. Barcellona Pozzo di Gozzo 03.03.2009).

In altri termini, è necessario che vi sia tra le parti un unico punto di disaccordo, superato il quale, appare probabile ritenere che esse si concilieranno, non residuando – secondo una valutazione che deve essere compiuta con criterio ex ante e in concreto – alcun altro profilo di contestazione (T. Milano 23.01.2007, il quale, nella fattispecie sottoposta al suo esame, ha ritenuto di rigettare il ricorso proprio in applicazione di tale principio; nello stesso senso, T. Barcellona Pozzo di Gotto 03.03.2009).

Ed ancora, come precisato dal Tribunale di Spoleto (T. Spoleto 07.05.2015): “Deve inoltre ritenersi inammissibile il ricorso laddove le questioni da sottoporre al CTU non appaiano suscettibili di mero accertamento, si presentino complesse e non suscettibili di conciliazione.”

Ebbene, alla luce dei presupposti applicativi dell’azione di cui all’art. 696 bis c.p.c. il Tribunale di Padova, con la pronuncia in esame, ha accolto i rilievi evidenziati dalla nostra difesa dichiarando l’ i n a m m i s s i b i l i t à  del ricorso depositato da controparte. Di seguito l’Ordinanza integrale. (C.C.)

 

L’ORDINANZA INTEGRALE

Tribunale di Padova, Giudice Dr.ssa Carmela Reale, Ordinanza del 9 maggio 2018

N. R.G. 2018/1406

TRIBUNALE ORDINARIO di PADOVA

SEZIONE RICORSI CIVILE

Nella causa civile iscritta al n. r.g. 1406/2018

Il Giudice

sciogliendo la riserva assunta all’udienza del 26/04/2018,

– rilevato che il ricorso introduttivo risulta depositato in pendenza di procedimento ex art. 700 cpc, ed in carenza pertanto del presupposto principale che caratterizza il procedimento ex art. 696 bis cpc, ovvero il fine della composizione della lite, e coltivato nella continuità della lite stessa essendo stato depositato, a seguito di ordinanza di accoglimento, reclamo ex art. 669 terdecies cpc;

– ritenuto che tale ricorso ex art. 696 bis cpc sia inammissibile per mancanza del presupposto logico-giuridico alla base di tale strumento processuale, ovvero l’esigenza di prevenire l’insorgenza di una controversia giudiziale;

– rilevato che la vexata questio tra le parti è molto più ampia e complessa di quella prospettata con il ricorso ex art. 696 bis cpc, coinvolgendo molteplici e variegati punti di disaccordo, emersi nel procedimento d’urgenza che, a questo punto, dovranno trovare soluzione in un giudizio a cognizione piena, comunque si concluda il procedimento di reclamo pendente;

– rilevato che, pertanto, l’ammissione di consulenza tecnica su eventuali infiltrazioni nella veranda-pizzeria di cui al ricorso e sull’interruzione dell’erogazione dell’acqua reflua termale, con le conseguenze prospettate per il funzionamento della caldaia, sarebbe del tutto inutile a perseguire lo scopo, come detto, di prevenire la lite attese le diverse posizioni delle parti su tali punti controversi e presupporrebbe decisioni in ordine alle obbligazioni delle parti in virtù del contratto di affitto d’azienda del 22.12.2016, con oneri probatori non risolvibili in ambito di ATP.

– ritenuto che il ricorso all’ATP, nella fattispecie in esame, non consenta un’indagine ampia e valida, in caso di mancata conciliazione, per il futuro giudizio di merito;

– rilevato che l’accertamento tecnico richiesto appare meramente esplorativo ed in quanto tale non consentito;

PQM

– dichiara l’inammissibilità del ricorso ex art. 696 bis cpc proposto da […] nei confronti di […] Srl per carenza dei presupposti richiesti dalla legge;

– condanna […] a rifondere a […] Srl le spese del procedimento quantificate in € 1.500,00, oltre spese generali ed accessori di legge.

Si comunichi.

Padova, 9 maggio 2018

Il Giudice

dott. Carmela Reale

Affitto di azienda e inadempimento dell’affittuaria: non c’è nesso di pregiudizialità fra il procedimento d’urgenza ex art. 700 c.p.c. e quello di ATP ex art. 696 bis c.p.c. (Trib. Padova, Ord. 14.02.18)

Tribunale di Padova, Giudice Dott.ssa Federica Sacchetto, Ordinanza del 14.02.2018

IL FATTO: L’affittante promuoveva un procedimento d’urgenza ai sensi dell’art. 700 c.p.c. onde ottenere l’immediato rilascio dell’azienda (un albergo) essendosi l’affittuaria resa morosa del pagamento di alcuni canoni di affitto. In pendenza di detto procedimento, l’affittuaria promuoveva, a sua volta, altro procedimento per ATP ai sensi dell’art. 696 bis c.p.c. al fine di far emergere, per il tramite di una ctu, quei vizi che, a suo dire, legittimavano, in forza dell’eccezione di inadempimento opposta all’affittante, il mancato pagamento dei canoni. Il Tribunale di Padova si pronunciava, quindi, preliminarmente, in ordine alla questione pregiudiziale emarginata.

L’ORDINANZA

R.G. 2018/796

TRIBUNALE ORDINARIO di PADOVA
SEZIONE II CIVILE
Nel procedimento cautelare iscritto al n. r.g. 796/2018:
Il Giudice dott. Federica Sacchetto,
a scioglimento della riserva assunta all’udienza del 06/03/2018,
ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

rilevato, preliminarmente, che non appare concepibile un nesso di pregiudizialità fra il presente procedimento cautelare e quello di ATP, ex art.696 bis c.p.c., pendente fra le parti, che non condurrà ad alcuna pronuncia che possa confliggere con quella che definisce il presente procedimento, e ciò senza considerare l’urgenza del presente;
rilevato, ancora in via preliminare, che non può ritenersi venuto meno l’interesse della ricorrente alla pronuncia, per effetto della cessione del credito per canoni oggetto del contratto, atteso che tale cessione non comporta alcun mutamento soggettivo nel rapporto contrattuale che costituisce il titolo della pretesa fatta valere nel presente giudizio;
rilevato che sussiste il “fumus” del diritto della ricorrente alla restituzione dell’azienda oggetto del contratto d’affitto in data 22.12.2016, per effetto della risoluzione di diritto dello stesso, invocata dalla ricorrente in forza di clausola risolutiva espressa;
rilevato, invero, che è pacifico fra le parti che l’affittuaria ha omesso il pagamento, ad oggi, di cinque canoni mensili (da ottobre a febbraio, il primo nella misura ridotta concordata a seguito di parziale compensazione), con ciò determinando il verificarsi dei presupposti della clausola risolutiva espressa di cui all’art.5 del contratto (mancato pagamento di due mensilità di canone);
rilevato, che vi è il “fumus” dell’inadempimento contrattuale anche con riferimento ad altre obbligazioni derivanti dal contratto, ed in particolare con riferimento alla clausola relativa all’obbligo di subentro di cui all’art.15, per cui la resistente, che non ha provveduto, almeno in parte, alla voltura delle utenze dell’esercizio, si è resa inadempiente all’obbligo di rimborso delle spese anticipate dalla ricorrente per circa €.11.000,00;
ritenuto che la difesa della resistente, secondo cui il mancato pagamento dei canoni sarebbe legittimo, in forza dell’eccezione di inadempimento, da essa opposta all’affittante a causa dell’interruzione dell’erogazione dell’acqua termale per la piscina, della mancata riparazione di infiltrazioni in alcune stanze, del mancato rimedio al degrado degli spogliatoi della piscina e del mancato adeguamento dell’impianto termico, inefficiente, anche a seguito dell’impiego di esso per il riscaldamento dell’acqua della piscina, non appare “prima facie” fondata;
rilevato, invero, quanto all’interruzione dell’erogazione dell’acqua termale per la piscina, che tale circostanza, per allegazione della resistente, si è verificata a seguito della decisione della resistente medesima di cessare il contratto con la società sportiva […] s.r.l., che versava un canone e nei cui confronti soltanto la […] s.r.l. aveva garantito la funzionalità della piscina con acqua termale fornita da terzi, circostanza che avrebbe dovuto indurre la convenuta, che ha voluto risolvere il contratto, a procacciarsi altrimenti la fornitura di acqua termale, considerato che l’azienda affittata risulta comprensiva di “piscina pubblica/aperta al pubblico” di cui non viene precisata la natura termale;
rilevato, sotto altro profilo, che la circostanza che […] s.r.l. pubblicizzasse la disponibilità di una piscina termale non può considerarsi indice di condotta inadempiente, poiché la piscina, pacificamente, era dotata di acqua termale fino alla cessazione del contratto con […] per decisione della convenuta, avvenuta in costanza di rapporto di affitto d’azienda;
rilevato, quanto al degrado di alcuni spazi, da un lato, che lo stesso appare in parte riconducibile a problemi manutentivi non addebitabili alla proprietà (muffe alle pareti degli spogliatori ecc.), dall’altro, che lo stesso contratto di affitto, avendo ad oggetto un immobile datato, e quindi prevedibilmente bisognoso di continui interventi, prevede che in caso di necessità di restauri non effettuati dalla proprietà, vi provveda la conduttrice con diritto al rimborso (art.14); rilevato pertanto che la circostanza che la ricorrente abbia autorizzato la compensazione di alcuni canoni con le spese sostenute dalla conduttrice per riparazioni è, non già indice del riconoscimento di vizi del bene affittato, costituito da un albergo di non recente costruzione (d’altra parte il canone è di €.4.000,00 mensili per l’intera azienda, comprensiva di albergo arredato con numerose camere, ristorante, piscina, autorizzazioni ecc.), ma puntuale adempimento della richiamata clausola contrattuale;
rilevato, quanto alla pretesa inadeguatezza dell’impianto termico, che lascerebbe alcune stanze dell’albergo fredde ed altre surriscaldate, che la stessa appare dipendere dall’imprevisto impiego della caldaia per il riscaldamento dell’acqua della piscina, come riconosciuto dalla stessa resistente (invero il contratto è iniziato nel gennaio 2017, in pieno inverno, e non risultano contestazioni circa la funzionalità dell’impianto termico in tale periodo, quando la caldaia non riscaldava la piscina), circostanza che configura un’utilizzazione anomala dell’impianto che serve l’edificio alberghiero che non può essere addebitata all’affittante;
rilevato, sotto altro profilo, che lo stesso perito incaricato dalla convenuta (doc.16) ha ipotizzato che almeno in parte dei difetti di funzionalità del riscaldamento dipendano dalla presenza di bolle d’aria nelle tubazioni e dunque da problemi di manutenzione che fanno carico all’affittuaria;
ritenuto, quanto al “periculum”, che lo stesso appare ravvisabile sotto il profilo dell’imminenza e irreparabilità del pregiudizio che verrebbe arrecato, da un lato, alla ricorrente che, privata della sola, propria risorsa economica, rappresentata dai canoni, diverrebbe insolvente verso la banca e soggetta ad eventuale fallimento, dall’altro, al compendio aziendale, che l’affittuaria, allegando un inadempimento dell’affittante per vizi essenzialmente manutentivi e comunque dipendenti da un proprio impiego anomalo dei beni affittati, omette di riparare e mantenere in condizioni di normale esercizio, con pregiudizio per la conservazione del complessivo compendio aziendale e del relativo avviamento, beni tutti non ripristinabili per equivalente;
ritenuto in definitiva che, nel mentre è inammissibile nel presente procedimento la domanda di accertamento proposta dalla ricorrente, va accolta quella cautelare di immediata restituzione dell’azienda, in quanto anticipatoria della richiamata pronuncia oggetto dell’eventuale giudizio di merito;
ritenuto che le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate come da dispositivo;
P.Q.M.
Visti gli artt.669 bis e segg. e 700 c.p.c.,
rigettata ogni altra istanza, ordina all’impresa individuale […], in persona della titolare, […], l’immediata restituzione alla s.r.l. […] dell’azienda oggetto del contratto in data 22.12.2016, Rep.22.224, racc.8.510 del notaio […], mediante riconsegna dei beni mobili descritti nel contratto e rilascio dell’immobile ivi indicato, nonché il compimento di tutti gli atti necessari a consentire la voltura delle autorizzazioni amministrative indicate nel medesimo contratto;
dispone che l’esecuzione avvenga a mezzo ufficiale giudiziario, nelle forme dell’esecuzione per consegna e rilascio;
condanna la resistente a rifondere alla ricorrente le spese del procedimento, che liquida in €.2.430,00 per la fase di studio, €1.145,00 per la fase introduttiva, €.1.687,00 per la fase decisionale, oltre al 15% per spese generali, ad €.286,00 per spese vive ed oltre IVA e CPA.
Si comunichi
Padova, 14 marzo 2018
Il Giudice
dott. Federica Sacchetto

Affitto di azienda e inadempimento contrattuale: si al ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c. (Trib. Treviso, ord. 19.07.18)

Tribunale di Treviso, Giudice Maria Teresa Cusumano, Ordinanza del 19.07.2018

IL PASSO SALIENTE DELL’ORDINANZA

Il rimedio del ricorso all’art. 700 c.p.c. per ottenere il rilascio dell’azienda concessa in affitto appare quello più funzionale ad assicurare la restituzione dell’azienda al proprietario nel più breve tempo possibile, al fine di consentire la ripresa di una piena funzionalità ed operatività, anche economica (obiettivi, questi, che non potrebbero essere assicurati da un provvedimento di sequestro giudiziario, di certo più idoneo alla conservazione del bene per impedirne deterioramenti, alterazione o la sottrazione).

L’ORDINANZA

Tribunale Ordinario di Treviso

SEZIONE PRIMA

4475 /2018 r.g.

Il giudice designato,

sciogliendo la riserva che precede;

letti gli atti e i documenti del procedimento ex art. 700 c.p.c. promosso da

Alì SPA

con l’Avv. C. Calvello

ricorrente

contro

[…] Srl

resistente contumace

OSSERVA

L’attrice, premesso di essere proprietaria di un complesso immobiliare a destinazione commerciale in COMUNE DI […], in atti meglio descritto, ha illustrato di aver concesso in affitto a […] SRL l’unità immobiliare costituita da un locale sito al piano terra del Centro Commerciale ubicata nel complesso immobiliare predetto.

Ha agito nella presente sede per rientrare nel legittimo possesso dell’azienda e dei locali aziendali, a causa dell’inadempimento della convenuta nel pagamento dei canoni.

Ha lamentato di aver inoltrato una raccomandata nella quale dichiarava di volersi avvalere della clausola risolutiva espressa inserita in contratto, ma che l’invito rivolto alla controparte per la riconsegna dei locali dell’azienda è rimasto privo di esito. Ha anche illustrato il tentativo che le parti medio tempore hanno fatto per trovare una soluzione (pagamento dilazionato), ma ha evidenziato come tale tentativo non sia andato a buon fine.

Ha allegato di dover quanto prima rientrare in possesso dei locali, pena la perdita di occasioni favorevoli per riaffittare a terzi l’azienda.

All’udienza fissata per l’instaurazione del contraddittorio la convenuta non si è costituita, nonostante la regolare e tempestiva notifica.

Preliminarmente va evidenziato come il ricorso alla tutela cautelare debba ritenersi ammissibile: il rimedio del ricorso all’art. 700 c.p.c. per ottenere il rilascio dell’azienda concessa in affitto appare quello più funzionale ad assicurare la restituzione dell’azienda al proprietario nel più breve tempo possibile, al fine di consentire la ripresa di una piena funzionalità ed operatività, anche economica (obiettivi, questi, che non potrebbero essere assicurati da un provvedimento di sequestro giudiziario, di certo più idoneo alla conservazione del bene per impedirne deterioramenti, alterazione o la sottrazione). Per quanto nella crisi del rapporto contrattuale di affitto d’azienda possano teoricamente trovare spazio tanto la cautela tipica del sequestro giudiziario d’azienda, quanto la cautela atipica della anticipazione degli effetti restitutori del bene concesso, va evidenziato come le due soluzioni tendano a garantire differenti situazioni, atteso che la riacquisizione del compendio aziendale offre al concedente utilità ulteriori e diverse rispetto alla mera custodia o alla gestione temporanea dell’azienda.

Nel caso di specie, essendo pacifico che dopo la stipula del contratto di affitto l’azienda non è stata esercitata in maniera remunerativa (tanto che non sono stati onorati i canoni), sussistono i presupposti per ritenere ammissibile l’accesso alla tutela cautelare atipica, essendo necessario garantire al proprietario il recupero del possesso dell’entità dinamica caratterizzata dall’azienda medesima, al fine della ripresa del suo esercizio economicamente rilevante (direttamente o tramite terzi subentranti).

Quanto al periculum in mora, lo stesso risulta dalla consistenza dell’inadempimento (ad oggi la morosità supera i 70.000 euro), e rende indifferibile la restituzione dell’azienda al concedente, il quale in attesa della definizione del giudizio di merito verrebbe altrimenti a rischiare di perdere le potenzialità dell’azienda stessa, mano a mano che aumenta il perdurare di una gestione non remunerativa del capitale.

Si ritiene congrua, quale data per il rilascio dell’azienda, quella del 31 agosto 2018

p.q.m.

  • ordina alla convenuta in persona del legale rappresentante pro tempore di reimmettere la ricorrente nel possesso dei locali aziendali, liberi da persone e cose anche interposte, per tali intendendosi quelli oggetto del contratto d’affitto di ramo d’azienda del 16.06.2006 in autentica del Notaio […], registrato il […] al n. […];

  • dispone che il rilascio spontaneo ad opera della resistente avvenga entro e non oltre il 31 agosto 2018, con liberazione dell’immobile da cose mobili o persone e con riconsegna delle chiavi alla ricorrente, in persona del suo legale rappresentante pro tempore;

  • dispone che in caso di mancato rilascio spontaneo entro la data predetta la ricorrente possa procedere coattivamente a riprendere possesso dei locali aziendali a mezzo dell’ufficiale giudiziario, con eventuale ricorso alle prerogative di cui all’art. 609 c.p.c. in relazione ad eventuali beni mobili di proprietà della debitrice e/o di terzi presenti all’interno dell’immobile;

  • condanna la resistente, in persona del legale rappresentante pro tempore, alla rifusione, in favore della ricorrente, in persona del legale rappresentante pro tempore, delle spese di lite, liquidate in complessivi € 3.000,00=, oltre accessori di legge.

Tv, 19.7.’18

Il Giudice

Dott.ssa Maria Teresa Cusumano

Rossetti docet: ecco quando è ammessa una domanda nuova ed una fonte di prova nuova (Cass., ord., n° 25631/18)

Cassazione civile, sez. VI-3, ordinanza 15/10/2018 n° 25631

IL FATTO

Una società Immobiliare concedeva in locazione il proprio immobile ad una Clinica che rilasciava tuttavia l’immobile solo tre anni dopo la scadenza del contratto. A causa del ritardato rilascio, l’Immobiliare asseriva di avere perduto la possibilità di locare l’immobile a terzi a condizioni più vantaggiose di quelle a suo tempo pattuite con la Clinica. In conseguenza dei fatti innanzi esposti, l’Immobiliare citava, quindi, in giudizio la Clinica chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti.

IL PRIMO PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

E’ certamente vero che, proposta una domanda di risarcimento del danno “A”, fondata sul fatto costitutivo “B”, mutare l’uno o l’altro di tali elementi significa ampliare non già l’oggetto del pronunziare ma l’oggetto del conoscere richiesto al giudice: e dunque tale mutamento è inammissibile, perchè costituirebbe un mutamento della domanda originariamente proposta.  Tale principio non è tuttavia inderogabile.

Ad esso si deroga quando:

(a) l’attore riduca in corso di causa l’entità della somma inizialmente richiesta a titolo di risarcimento;

(b) l’attore deduca che il danno originariamente dedotto in giudizio si sia incrementato in corso di causa, ferma restando la natura di esso e l’identità del fatto generatore;

(c) l’attore, senza mutare il fatto generatore della propria pretesa (l’inadempimento o l’illecito ascritto al convenuto), deduca che in corso di causa, dopo il maturare delle preclusioni, si siano verificati danni ulteriori, anche di natura diversa da quelli descritti con l’atto introduttivo, che dunque gli fu impossibile prospettare ab initio e chieda ovviamente di essere rimesso in termini ex art. 153 c.p.c. per formulare la relativa domanda.

IL SECONDO PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

In tema di ammissibilità delle prove documentali, la circostanza che un documento (o qualsiasi altra fonte di prova) sia venuto ad esistenza dopo il maturare delle preclusioni processuali (tanto nel rito ordinario, quanto in quello locatizio), legittima la rimessione in termini della parte che non abbia potuto produrlo precedentemente, e il solo fatto di allegare quel documento agli atti costituisce di per sè una implicita richiesta di rimessione in termini.

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Ordinanza 29 maggio – 15 ottobre 2018, n. 25631

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. CIGNA Mario – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25275/2016 proposto da:

IMMOBILIARE VIA EMILIO PRAGA SRL, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE GIUSEPPE MAZZINI 146, presso lo studio dell’avvocato EZIO SPAZIANI TESTA, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

CASA DI CURA VILLA PATRIZIA SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA NAVONA 49, presso lo studio dell’avvocato TIZIANA MICELI, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4353/2016 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 03/08/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 29/05/2018 dal Consigliere Dott. MARCO ROSSETTI.

Svolgimento del processo

1. Nel 2011 la società Immobiliare Via Praga s.r.l. (d’ora innanzi, per brevità, “l’Immobiliare”) convenne dinanzi al Tribunale di Roma la società Casa di Cura Villa Patrizia s.p.a. (d’ora innanzi, per brevità, “la Clinica”), esponendo che:

-) aveva concesso in locazione alla Clinica il proprio immobile sito in (OMISSIS);

con sentenza del Tribunale di Roma, confermata in appello e passata in giudicato, la scadenza del contratto era stata fissata alla data del 9.2.2009;

– la Clinica rilasciò tuttavia l’immobile solo tre anni dopo, a giugno del 2012;

-) a causa del ritardato rilascio, l’Immobiliare aveva perduto la possibilità di locare l’immobile a terzi, a condizioni più vantaggiose di quelle a suo tempo pattuite con la Clinica.

Conclusè pertanto chiedendo la condanna di quest’ultima al risarcimento dei danni patiti in conseguenza dei fatti sopra descritti.

2. Con sentenza 27.6.2013 n. 1417 il Tribunale rigettò la domanda, ritenendo non provata l’esistenza del danno.

sentenza venne appellata dalla Immobiliare.

3. Con sentenza 3.8.2016 n. 4353 la Carie d’appello di Roma rigettò il gravame dell’Immobiliare, ritenendo che:

a) la Immobiliare non aveva dimostrato di avere ricevuto serie offerte di locazione dell’immobile, dal momento che l’unico ed insufficiente elemento prodotto in tal senso dalla Immobiliare consisteva in una “mera lettera non confermata testimonialmente”, inviatale dalla società Airone Uno s.a.s.;

b) l’Immobiliare non aveva fornito non solo prove, ma nemmeno indizi da cui desumere, ex art. 2727 c.c., l’esistenza e l’entità del danno;

c) il contralto preliminare di locazione stipulato con la Villa Tiberia s.r.l. l’8.3.2019, e depositato dalla Immobiliare con la memoria conclusiva nel giudizio di primo grado, era inutilizzabile ai fini del decidere per tre ragioni:

c’) sia perchè tardivamente prodotto, dal momento che con la memoria conclusionale non possono depositarsi nuovi documenti;

c”) sia perchè la pretesa di essere risarcita per non avere potuto dare esecuzione a quel contratto preliminare di locazione era nuova rispetto a ciliegia formulata con l’atto di citazionè, e dunque inammissibile;

c”’) sia, infine, perchè il danno derivante dalla perduta possibilità di stipulare vantaggiosi contratti di locazione, in conseguenza del ritardato rilascio dell’immobile, doveva sussistere al momento dell’introduzione del giudizio, nel quale “si cristallizza la domanda”; nel caso di specie, invece, la Immobiliare aveva, con la memoria conclusiva, dedotto di avere individuato un nuovo locatore, col quale aveva stipulato il preliminare di locazione, dopo l’introduzione del giudizio (2011) e solo pochi mesi prima del rilascio dell’immobile (8.3.2012).

4. La sentenza d’appello e stata impugnata per cassazione dall’Immobiliare, con ricorso fondato su un motivo articolato in più censure.

I la resistito con controricorso la Clinica.

Ambo le parti hanno depositato memoria.

Motivi della decisione

1. Il motivo unico di ricorso.

1.1. Con l’unico motivo del proprio ricorso l’Immobiliare lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione degli artt. 1223, 1591, 2697 e 2727 c.c.; artt. 414 e 420 c.p.c..

Il motivo, se pur formalmente unitario, contiene tre distinte censure.

1.2. Con ima prima censura la ricorrente lamenta che la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere inammissibili i documenti da essa prodotti unitamente alla memoria conclusiva depositata in primo grado.

Espone che in primo grado la Clinica restò contumace, ed all’udienza del 9.1.2012 il Tribunale rinviò per la discussione all’udienza del 23.1.2012. I documenti ritenuti inammissibili dalla Corte d’appello erano stati depositati da essa Immobiliare in una con la memoria conclusiva, depositata il 21.12.2012 in previsione dell’udienza di discussione, ed erano tutti di epoca successiva al 9.1.2012, sicchè non si sarebbero potuti produrre precedentemente.

1.3. Con una seconda censura l’Immobiliare deduce che erroneamente la Corte d’appello ritenne formulata, con la memoria conclusionale, una domanda nuova. Sostiene di avere semplicemente, con la memoria conclusiva, ridotto le proprie pretese.

Mentre, infatti, con l’atto introduttivo aveva domandato che il danno da ritardato rilascio venisse stimato in misura pari alla differenza tra il canone pagato dalla Clinica (circa 17.000 Euro) e il canone di 50.000 Euro offertole dalla società Airone Uno s.a.s.; con la memoria conclusiva aveva domandato che il suddetto danno fosse stimato in misura pari alla differenza tra il canone pagato dalla Clinica e il canone di 35.000 Euro premessole, col contratto preliminare dell’8.3.2012, dalla società Villa Tiberia s.r.l..

Tale riduzione doveva quindi ritenersi mera precisazione della domanda, e non modificazione di essa.

1.4. Con una terza censura, infine, l’Immobiliare censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto infondata la domanda di risarcimento anche in base al rilievo che il contratto preliminare di locazione (prodotto dalla Immobiliare per dimostrare l’uso alternativo che avrebbe fatto dell’immobile in caso di tempestivo rilascio) non dimostrava l’esistenza d’un danno risarcibile, perchè “precedente di pochi mesi il rilascio”.

Deduce che epici contratto venne prodotto solo come indizio; che esso dimostrava ex art. 2727 c.c., che solo in prossimità dello sgombero fu possibile per l’Immobiliare trovare persone disposte a prendere in locazione il fabbricato; che pertanto dal fatto noto della stipula del preliminare e della sua data (8.3.2012), la Corte d’appello sarebbe dovuta risalire ex art. 2727 c.c., al fatto ignorato che, fino a quando la detenne l’immobile, non fu possibile per la Immobiliare reperire soggetti potenzialmente interessati alla locazione.

2. Ordine delle questioni.

2.1. L’articolata censura formulata nel ricorso impone a questa Corte di decidere, gradatamente, due questioni:

(a) se la Corte d’appello abbia errato o meno nel reputare “nuova” la domanda proposta dalla immobiliare;

(b) in caso di risposta affermativa al quesito che precede, se la Corte d’appello abbia errato o meno nel negare ingresso alle prove documentali con le quali la Immobiliare intendeva dimostrare la sua domanda.

Ne consegue che va esaminata per prima, ai sensi dell’art. 276 c.p.c., comma 2, la terza delle censure sopra riassunte, e quindi le altre due.

3. Sulla novità della domanda.

3.1. La terza delle censure prospettale dalla ricorrente, come riassunta al p. 1.4 che precede, è fondata con riferimento all’art. 1223 c.c..

La Corte d’appello ha ritenuto infatti che, proposta una domanda di risarcimento del danno da inadempimento contrattuale, l’esistenza e l’ammontare del danno vada valutato con esclusivo riferimento alla data di introduzione del giudizio, e che ai fini dell’accoglimento della domanda non rilevano eventuali pregiudizi sopravvenuti.

3.2. Tale statuizione non è condivisibile sotto due aspetti.

In primo luogo, la Corte d’appello ha qualificato come “sopravvenuto” all’introduzione della domanda il danno da lucro cessante, la cui esistenza la Immobiliare ha inteso provare depositando il contratto preliminare di locazione sopra ricordato.

Ma in realtà qui quel che era sopravvenuta era la prova del danno, non il danno. Il danno lamentato dalla Immobiliare – sul tema si tornerà meglio più oltre – era sempre rimasto il medesimo ab initio, e cioè la perdita economica per non avere potuto locare l’immobile a condizioni più vantaggiose, per tutto il tempo in cui rimase nella detenzione della Clinica.

3.3. In secondo luogo, cd anche ad ammettere per mura ipotesi che fosse corretta la qualifica come “sopravvenuti” dei pregiudizi di cui la Immobiliare ha chiesto il ristoro, il principio affermato dalla Corte d’appello non pu6 essere condiviso nei termini in cui è stato formulato.

E’ certamente vero che, proposta una domanda di risarcimento del danno “A”, fondata sul fatto costitutivo “B”, mutare l’uno o l’altro di tali elementi significa ampliare non già l’oggetto del pronuntiare ma l’oggetto del cognoscere richiesto al giudice: e dunque tale mutamento è inammissibile, perchè costituirebbe un mutamento della domanda originariamente proposta (ex multis, per la sua completezza, si veda in tal senso Sez. 1, Sentenza n. 10045 del 15/11/1996, Rv. 500573 – 01). Tale principio non è tuttavia inderogabile.

Ad esso si deroga quando:

(a) l’attore riduca in corso di causa l’entità della somma inizialmente richiesta a titolo di risarcimento (Sez. 3, Sentenza n. 3621 del 03/06/1980, Rv. 407473 – 01);

(b) l’attore deduca che il danno originariamente dedotto in giudizio si sia incrementato in corso di causa, ferma restando la natura di esso e l’identità del fatto generatore (Sez. 1, Sentenza n. 10045 del 15/11/1996, Rv. 500573 – 01);

(c) l’attore, senza mutare il fatto generatore della propria pretesa (l’inadempimento o l’illecito ascritto al convenuto), deduca che in corso di causa, dopo il maturare delle preclusioni, si siano verificati danni ulteriori, anche di natura diversa da quelli descritti con l’atto introduttivo, che dunque gli fu impossibile prospettare ab initio (così già Sez. 3, Sentenza n. 3160 del 13/05/1980, Rv. 406955 – 01), e chieda ovviamente di essere rimesso in termini ex art. 153 c.p.c. per formulare la relativa domanda.

3.4. La riduzione della domanda, la domanda di danni incrementali e i fatti sopravvenuti sono dunque le tre ipotesi in cui è consentito all’attore domandare il risarcimento di danni diversi, per quantità o (nel terzo caso) anche per qualità rispetto a quelli prospettati con la citazione od il ricorso introduttivi del giudizio.

La Corte d’appello, pertanto, anche a voler negare che quel che era sopravvenuto era solo la prova del danno e non il danno, giammai avrebbe potuto ritenere tout court inammissibile la domanda di risarcimento di danni sopravvenuti, ma avrebbe dovuto verificare se, nel caso concreto, ricorressero le tre ipotesi sopra descritte.

4. Sull’ammissibilità delle prove documentali.

4.1. Anche la prima delle censure formulate dal ricorrente, riassunta al p. 1.2 che precede, è fondata.

Non è in contestazione, infatti, che il contratto preliminare di locazione prodotto dalla Immobiliare unitamente alla memoria conclusiva depositata il 21.12.2012 recasse una data posteriore a quella di introduzione del presente giudizio. Lo afferma, del resto, la stessa Corte d’appello a p. 5 della propria sentenza, indicando che il preliminare veline stipulato l’8.3.2012.

La Corte d’appello, pertanto, avrebbe dovuto esaminare nel merito quel contratto e gli altri documenti allegati alla memoria, e non già dichiararli inammissibili.

Ciò in virtù del principio secondo cui la circostanza che un documento o qualsiasi altra fonte di prova) sia venuto ad esistenza dopo il maturare delle preclusioni processuali (tanto nel rito ordinario, quanto in quello locatizio), legittima la rimessione in termini della parte che non abbia potuto produrlo precedentemente, e il solo fatto di allegare quel documento agli atti costituisce di per se una implicita richiesta di rimessione in termini (cfr., ex multis, Sez. 3, Sentenza n. 5465 del 14/03/2006, Rv. 588293 – 01; Sez. 1, Sentenza n. 11922 del 22/05/2006, Rv. 589231 – 01).

4.2. Non decisive, in senso contrario, appaiono le difese svolte dalla Clinica a p. 10 del proprio controricorso.

Sostiene la Clinica che la produzione di nuovi documenti, anche se di epoca successiva all’introduzione del giudizio, non sarebbe mai consentita dopo che il giudice abbia dichiarato chiusa l’istruttoria; e che comunque con i documenti sopra indicati la Immobiliare avrebbe introdotto un nuovo tema di indagine.

Quanto al primo rilievo, deve osservarsi in senso contrario che quel che è inibito alla parte è il produrre in giudizio documenti formati successivamente alla sua introduzione, se di essi era in possesso prima che il giudice dichiarasse chiusa l’istruttoria. In tal caso, infatti, il difetto di produzione sarebbe ascrivibile a negligenza della parte interessata.

Ben diverso è il caso di specie, nel quale i documenti prodotti dalla Immobiliare il 21.12.2012 erano successivi non solo all’introduzione della domanda, ma anche alla chiusura dell’istruttoria, avvenuta il 9.1.2012.

Parimenti, non è sostenibile che col deposito documentale compiuto il 21.12.2012 la Immobiliare abbia introdotto un nuovo tema d’indagine.

Il tema d’indagine sottoposto al giudicante sin dall’atto introduttivo del giudizio era: “se a quali proposte contrattuali vantaggiose la Immobiliare abbia perduto, a causa del ritardato rilascio del suo immobile da parte della Clinica”. Rispetto a tale questione, il contratto preliminare depositato il 21.12.2012 non apriva alcun nuovo fronte istruttorio, ma costituiva semplicemente una nuova prova del danno, consentita perchè sopravvenuta in corso di causa.

4.3. Anche la seconda delle censure formulate dal ricorrente, riassunta al p. 1.3 che precede, è fondata.

Con l’atto introduttivo del giudizio, la Immobiliare aveva dedotto, in buona sostanza, che a causa del ritardato rilascio dell’immobile da parte della Clinica non aveva potuto accettare l’offerta della società Airone Uno s.a.s., che intendeva prenderlo in locazione al canone di 50.000 Euro l’anno.

Aveva, di conseguenza, domandato il risarcimento del lucro cessante causato dall’inadempimento della controparte.

Con la memoria 21.12.2012 la Immobiliare invece dedusse che a causa della prolungata occupazione dell’immobile da parte della Clinica, potè trovare un nuovo locatore solo l’8.3.2012 (tre anni dopo la scadenza del contratto), il quale le offrì un canone di 35.000 Euro l’anno.

Con questa deduzione la Immobiliare non ha affatto introdotto un nuovo tema d’indagine: il tema d’indagine era e restava quello dell’accertamento del lucro cessante causato dall’inadempimento della Clinica, e l’unico elemento mutato era costituito dalla prova offerta per dimostrare se, quante e quali offerte l’Immobiliare avesse perduto.

I fatti costitutivi della pretesa della Immobiliare, anche dopo il deposito della memoria 21.12.2012, restarono dunque immutati. Essi erano due, ovvero:

(a) l’esistenza dell’inadempimento colpevole;

(b) la perduta possibilità di locare l’immobile a terzi, in conseguenza del suddetto inadempimento.

E tali fatti da accertare restarono immutati sia prima che dopo il deposito della suddetta memoria conclusionale. Quel che mute fu semplicemente la prova offerta (un contratto preliminare in luogo d’una mera proposta contrattuale) per dimostrare l’esistenza del danno: ma va da sè che offrire nuove prove del medesimo fatto costitutivo non costituisce inammissibile mutamento della domanda (ex multis, in tal senso, Sez. 1, Sentenza n. 1814 del 18/02/2000, Rv. 534013 – 01, in motivazione).

Se così fosse, lo stesso art. 153 c.p.c., nella parte in cui consente la rimessione in termini per la produzione di nuove prove, non avrebbe senso alcuno: infatti, a voler seguire la logica adottata dalla Corte d’appello nella sentenza impugnata, si perverrebbe al seguente assurdo: che la richiesta di rimessione in termini per fornire la prova (nuova) di un fatto già dedotto in giudizio non potrebbe mai essere accolta, perchè tale prova costituirebbe sempre una inammissibile mutatio libelli.

4.5. La sentenza di merito deve dunque essere cassata con rinvio.

Il giudice di rinvio, nel tornare ad esaminare l’appello proposto dalla Immobiliare, applicherà i seguenti principi di diritto:

(A) Nei giudizi soggetti al rito del lavoro, costituisce implicita istanza di rimessione in termini il deposito, con le note conclusive, di documenti formati successivamente tanto alla domanda, quanto al maturare delle preclusioni istruttorie; a fronte di tale produzione, pertanto, il giudice non può dichiararla inammissibile, ma deve valutare se ricorrano i presupposti di cui all’art. 153 c.p.c., ed in caso affermativo esaminare nel merito la rilevanza probatoria dei documenti tardivamente depositati.

(B) Nel giudizio di risarcimento del danno (tanto da inadempimento contrattuale, quanto da fatto illecito) non costituiscono domande nuove: (a) la riduzione del quantum rispetto alla originaria pretesa; (b) la deduzione dell’aggravamento del medesimo danno già dedotto con la domanda originaria. La richiesta di risarcimento dei danni sopravvenuti al maturare delle preclusioni istruttorie, anche se di qualità e quantità differenti da quelli richiesti con la domanda originaria, costituisce invece una domanda nuova, ma anche ammissibile se ricorrano i presupposti della rimessione in termini, di cui all’art. 153 c.p.c..

5. Le spese.

Le spese del presente giudizio di legittimità saranno liquidate dal giudice del rinvio.

P.Q.M.

(-) accoglie il ricorso nei sensi c nei limiti di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Sesta Civile della Corte di Cassazione, il 29 maggio 2018.

Depositato in Cancelleria il 15 ottobre 2018.

 

Segnalazione in Centrale Rischi della Banca d’Italia: ammessa la cancellazione con ricorso ex art. 700 c.p.c. in corso di causa

Tribunale Padova Sez. feriale, Ordinanza del 31-08-2018

Il Tribunale di Padova (in sede di reclamo) ha stabilito che qualora la segnalazione a sofferenza sia stata effettuata in maniera scorretta, come effettivamente accertato da una C.T.U. redatta in corso di causa, ne è ammessa la cancellazione senza necessità di attendere l’emissione della pronuncia definitiva di merito.

L’ORDINANZA

Il Tribunale in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Guido Marzella, – Presidente

dott.ssa Silvia Rigon, – Giudice Relatore

dott.ssa Caterina Zambotto, – Giudice

all’esito dell’udienza del 29.8.18 nel procedimento per reclamo iscritto al n. 6042/2018 r.g.a.c. promosso:

da (…) con il patrocinio degli avv.ti (…)

– reclamante –

contro

B.M.P. S.P.A., con il patrocinio dell’avv. (…)

– reclamata –

ha emesso la seguente

ORDINANZA

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

preso atto che la (…) ha proposto reclamo avverso l’ordinanza del giudice di prime cure che – a seguito dell’avvenuta proposizione da parte della medesima di un ricorso ex art. 700 c.p.c. volto ad ottenere l’emissione di un provvedimento volto ad ordinare la cancellazione delle segnalazioni a rischio e a sofferenza effettuate da “M. spa” presso la C.R.B. – rigettava la relativa istanza, lamentando non essersi tenuto conto del fatto:

– quanto al fumus boni iuris:

– che la CTU redatta in corso di causa aveva accertato l’inesistenza di propri debiti ed anzi la sussistenza di un credito variabile fra un minimo di Euro 149.556,74 ed un massimo di Euro 173.150,66,

– che, diversamente da quanto argomentato dal giudice di prime cure, la cancellazione di una segnalazione a sofferenza ben può essere emessa precedentemente alla emissione della pronuncia definitiva di merito, soprattutto nel caso in cui la stessa sia stata effettuata in maniera scorretta,

– che la medesima non poteva d’altronde essere considerata corretta per il solo fatto di aver indicato il credito siccome contestato, essendovi già pacifici elementi idonei ad affermarne la totale inesistenza, ciò che portava ad escludere il ricorrere della stessa situazione di sofferenza,

– che esiste un rapporto di stretta inerenza fra le domande svolto in giudizio ed il richiesto provvedimento cautelare, di per sé finalizzato ad anticipare gli effetti della pronuncia di merito, destinata ad accertare l’inesistenza del credito,

– quanto al periculum in mora,

– che le segnalazioni in oggetto costituiscono già di per sé ed in re ipsa ostacolo all’accesso al credito bancario,

– che esse possono essere altresì motivo di revoca o di richiesta di rientro delle linee di credito in essere con “(…)

– che la presenza delle medesime ha d’altronde già comportato il rigetto da parte della (…) di una specifica richiesta di finanziamento, necessario per la realizzazione di un complesso residenziale in (…)

atteso che la parte reclamata si è difesa rilevando:

– che con il reclamo la controparte ha limitato le proprie pretese alla sola cancellazione delle segnalazioni a sofferenza intervenute a far data dal 25.5.18, con esclusione di quelle a rischio effettuate in epoca precedente,

– che le segnalazioni a rischio effettuate in corso di causa devono ritenersi:

– correttamente effettuate poiché in ognuna di esse si era dato conto della natura contestata del credito,

– non più passibili di rettifica sino alla definizione del giudizio di merito,

– che gli esiti della CTU risultano contestabili sotto vari profili attinenti al calcolo della eccepita prescrizione, alla incompletezza degli estratti conto ed alla capitalizzazione trimestrale degli interessi,

– che nella fattispecie difetta comunque il periculum in mora poiché:

– la mancata concessione del finanziamento di cui si duole la controparte risale ad un anno fa,

– l’operazione immobiliare inerente gli immobili ubicati in (…) avrebbe dovuto essere confermata entro il 31.7.18,

– il rigetto della richiesta di finanziamento va semmai ricollegato alle segnalazioni a rischio e non a quelle a sofferenza;

considerato allora, sotto un primo profilo, ben doversi ritenere ammissibile l’emissione di un provvedimento d’urgenza in subiecta materia anche prima della pronuncia della sentenza di merito, dal momento che presupposto sufficiente per l’adozione di un siffatto tipo di provvedimenti è rappresentato dal ricorrere di un nesso di strumentalità tra essi ed il contenuto della domanda di merito esercitata dai ricorrenti, il che appunto ricorre nella fattispecie, ove questi ultimi invocano appunto la messa in atto di accorgimenti idonei ad anticipare e conservare la fruttuosità della futura pronuncia di accertamento dell’inesistenza del credito, alla quale necessariamente conseguirebbe la cancellazione delle predette segnalazioni;

notato d’altronde che pacifica e consolidata giurisprudenza di merito, pienamente condivisa da questo Collegio, ammette l’adozione di un siffatto tipo di provvedimenti (da ultimo Trib. Milano 29.6.18 e Trib. Modena 21.6.18);

riscontrata, d’altro canto, la natura residuale del provvedimento richiesto, difettando il presupposto per l’applicazione del quarto comma dell’art. 10 del D.Lgs. n. 150 del 2011 – il quale disciplina le controversie in materia di applicazione delle disposizioni dettate in tema di protezione dei dati personali – ossia l’esistenza di un provvedimento, inteso come atto di una autorità amministrativa, da rendere inefficace, dal momento che la segnalazione presenta caratteristiche di mera attività informativa, o meglio di trasmissione dati, posta direttamente in essere da un soggetto privato, ossia l’istituto di credito resistente, in conformità a quanto previsto dalla circolare sulla C.R.B. n.139 dell’11.2.91;

notato, d’altro canto, come ciò appaia tanto più fondato ove si consideri che colui che agisce per ottenere la sospensione o la cancellazione del proprio nominativo dalla centrale rischi si duole non già delle modalità con cui i dati relativi all’insolvenza siano stati raccolti, trasmessi o gestiti ma piuttosto dell’assenza dei presupposti di fatto che legittimano la predetta segnalazione, di tal che la relativa controversia non risulta riconducibile a quelle riguardanti l’applicazione della disciplina sul codice della privacy ma piuttosto a quella da responsabilità da fatto illecito ex art. 2043 c.c. (Trib. Verona 18.3.13);

rilevato quindi, quanto al fumus boni iuris, come la “M. spa” non abbia, previamente alla segnalazione a sofferenza, riscontrato l’effettiva sussistenza di una situazione patrimoniale deficitaria a carico dell’impresa reclamante, di per sé caratterizzata da una grave e non transitoria difficoltà economica, siccome richiesto dalla Suprema Corte, la quale esclude che tale condizione possa invece scaturire dal mero ritardo nel pagamento del debito o dal volontario inadempimento (Cass. 9.7.14 n. 15609) e tanto più ove questo risulti effettivamente giustificato;

considerato che nel caso di specie appunto tale ultima situazione ricorre, essendo pacifico, alla luce delle risultanze della CTU e del suo supplemento (il quale ha tenuto conto dei rilievi sollevati dalla banca), che in ogni caso nessun credito spetti a quest’ultima nei confronti della propria cliente;

rilevato infine, quanto al periculum in mora, come esso:

– oltre a doversi ritenere sussistente in re ipsa, una volta dimostrato il ricorso della parte interessata al credito bancario, stante l’effetto restrittivo all’accesso a tale mercato determinato dalla iscrizione del nominativo dell’impresa nella C.R.B. (Trib. Enna 11.2.16), di per sé comportante l’elevato rischio di eventuale revoca degli affidamenti già concessi e di contestuale preclusione alla concessione di nuove agevolazioni, quali conseguenze del tipico effetto della segnalazione di negare l’affidabilità bancaria del soggetto (Trib. Milano 12.3.15),

– pure risulti dimostri in concreto, essendovi prova della circostanza che la (…) abbia appunto rifiutato, con missive del 30.10-6.11.17, l’accoglimento di nuove richieste di finanziamento proprio in considerazione della presenza delle denunciate segnalazioni (doc. 37 reclamante), il che appare tanto più grave ove si consideri che all’epoca erano unicamente presenti segnalazioni a rischio, ora transitate in sofferenza;

riscontrata pertanto la sussistenza di valide ragioni per dare accoglimento al reclamo e conseguentemente per addossare a carico della reclamata le spese di lite, in ottemperanza al principio della soccombenza disposto dell’art. 91 c.p.c., tenuto conto dello scaglione di riferimento compreso fra Euro 52.000,01 ed Euro 260.000,00 e del fatto che non è stata tenuta la fase istruttoria;

P.Q.M.

1) ordina a “B.M.P. spa”, di dare corso alla cancellazione delle segnalazioni pregiudizievoli a sofferenza effettuate preso l’Archivio C.R.B. nei confronti di (…) a far data dal 25.5.18;

2) condanna la reclamata a rifondere in favore della reclamante le spese di lite, che liquida in complessivi Euro 5.262,00 per competenze, oltre al rimborso delle spese generali, dell’IVA e degli accessori di legge.

Si comunichi alle parti.

Così deciso in Padova, il 29 agosto 2018.

Depositata in Cancelleria il 31 agosto 2018.

Danno esistenziale: va sempre allegato e provato e può essere liquidato solo in presenza di una radicale alterazione delle proprie abitudini di vita (Cass. Civ. 2056/18)

Cass. civ. Sez. III, Ord., (ud. 05-04-2017) 29-01-2018, n. 2056

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Il c.d. danno esistenziale consiste non già nel mero “sconvolgimento dell’agenda” o nella mera perdita delle abitudini e dei riti propri della quotidianità della vita, e in particolare da meri disagi, fastidi, disappunti, ansie, stress o violazioni del diritto alla tranquillità, bensì nel radicale cambiamento di vita, nell’alterazione/cambiamento della personalità del soggetto, nello sconvolgimento dell’esistenza. Esso va dal danneggiato allegato e provato, secondo la regola generale ex art. 2697 c.c. e l’allegazione a tal fine necessaria deve concernere fatti precisi e specifici del caso concreto, essere cioè circostanziata non potendo invero risolversi in mere enunciazioni di carattere del tutto generico e astratto, eventuale ed ipotetico.

L’ORDINANZA

(omissis)

Motivi della decisione

Con il 1 motivo la ricorrente in via principale denunzia “violazione e/o falsa applicazione” della L. n. 833 del 1978, art. 48, D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 8 degli Accordi Collettivi approvati con D.P.R. n. 884 del 1984, D.P.R. n. 289 del 1987, D.P.R. n. 314 del 1990, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonchè “omesso esame” di fatto decisivo per il giudizio, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito abbia ritenuto provato che controparte avrebbe in breve tempo raggiunto un elevato numero di assistiti, laddove “la scelta del medico di base è una scelta del tutto discrezionale e libera da parte del cittadino, e quindi nessun medico ha diritto a un numero minimo di pazienti se non conquista la fiducia e la stima della popolazione con il proprio lavoro quotidiano”.

Con il 2 motivo denunzia “violazione e/o falsa applicazione” dell’art. 2043 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonchè “omesso esame” di fatti decisivi per il giudizio, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito abbia erroneamente ritenuto la sua colpa, laddove “nel caso di specie non sussiste alcuna colpa o negligenza in capo ai funzionari della pregressa Usl n. 17 di Sassuolo”, in quanto, “come già si è rilevato in primo grado, la Delib. Giunta regionale… di recepimento dell’accordo collettivo nazionale per la disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale non era di facile interpretazione, se è vero, come è vero, che l’opzione ermeneutica scelta dal Comitato di Gestione della Usl di Sassuolo venne condivisa sia dalla Commissione Consultiva di cui al D.P.R. n. 882 del 1984, art. 8 (si veda il doc. 3 del fascicolo di primo grado), sia dal Comitato Regionale di Controllo… (doc. 1 fascicolo di primo grado ultima pagina)”.

Con il 3 motivo denunzia “violazione e/o falsa applicazione” dell’art. 1227 c.c.; nonchè “omesso esame” di fatti decisivi per il giudizio, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito abbia escluso il concorso di colpa di controparte per la “scelta volontaria e colposa di un mezzo di tutela lento e inappropriato (il ricorso straordinario al Presidente della Repubblica invece del ricorso al T.A.R., e per di più senza promuovimento dell’istanza di sospensione del provvedimento impugnato)”.

Con il 1 motivo il ricorrente in via incidentale denunzia “violazione e/o falsa applicazione” dell’art. 2059 c.c.; nonchè “omesso esame” di fatti decisivi per il giudizio, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito non abbia ritenuto il danno non patrimoniale in re ipsa, nonchè erroneamente valutato le emergenze probatorie dalle quali risultava che aveva subito stress, stato depressivo, trauma psicologico, “era sempre turbato, depresso e soprattutto dormiva malissimo”.

Con il 2 motivo denunzia “motivazione inesistente e/o omesso esame” di fatti decisivi per il giudizio, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito abbia non correttamente valutato le emergenze processuali, e in particolare il dato del minor numero di assistiti.

I motivi dei ricorsi, che possono congiuntamente esaminarsi in quanto connessi, sono in parte inammissibili e in parte infondati.

Essi risultano anzitutto formulati in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, atteso che i ricorrenti pongono a rispettivo fondamento atti e documenti del giudizio di merito (es., la “testimonianza dei dottori C., V. e L…. riportata nel verbale di udienza 27 settembre 2001 qui riprodotto come doc. 6”, la “perizia di parte depositata ex adverso e posta a base della pronuncia di condanna oggi impugnata”, i “chiarimenti” richiesti “nella seduta del 20 luglio 1987”, il “parere favorevole”, la ricorrente in via principale; l'”atto introduttivo del giudizio”, le “risultanze istruttorie”, i “documenti allegati da parte attrice (articoli di stampa… doc. 10, fascicolo di parte di I grado; doc. 12 fascicolo di parte documentazione prodotta all’udienza del 10/10/2000 nel giudizio di 1^ grado; docc. 2 e 3 fascicolo di parte di 2^ grado”, i “certificati medici attestanti le conseguenze psicofisiche che i fatti oggetto di giudizio hanno avuto sul Dottor G. – doc. 8 fascicolo di parte di 1 grado; doc. 11, fascicolo di parte di parte documentazione prodotta all’udienza del 10/10/2000 nel giudizio di 1 grado)”, le “risultanze testimoniali (testi B., F. e K., assunte all’udienza del 27/09/2001 nel procedimento di primo grado, allegato numero 8 al presente atto)”, i ricorrenti in via incidentale) limitandosi meramente a richiamarli, senza invero debitamente – per la parte d’interesse in questa sede – riprodurli nel ricorso (cfr., da ultimo, Cass., Sez. Un., 19/4/2016, n. 7701).

A tale stregua non deducono le rispettivamente formulate censure in modo da renderle chiare ed intellegibili in base alla lettura dei rispettivi ricorsi, non ponendo questa Corte nella condizione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il relativo fondamento (v. Cass., 18/4/2006, n. 8932; Cass., 20/1/2006, n. 1108; Cass., 8/11/2005, n. 21659; Cass., 2/81/2005, n. 16132; Cass., 25/2/2004, n. 3803; Cass., 28/10/2002, n. 15177; Cass., 12/5/1998 n. 4777) sulla base delle deduzioni contenute nei medesimi (v. Cass., 24/3/2003, n. 3158; Cass., 25/8/2003, n. 12444; Cass., 1/2/1995, n. 1161).

Non sono infatti sufficienti affermazioni – come nel caso – apodittiche, non seguite da alcuna dimostrazione (v. Cass., 21/8/1997, n. 7851).

Va ulteriormente posto in rilievo, quanto al ricorso principale, che la ricorrente si limita invero a meramente riproporre le doglianze già sottoposte all’attenzione del giudice del gravame e dal medesimo disattese; con riferimento al ricorso in via incidentale, che i ricorrenti inammissibilmente si dolgono dell’asseritamente erronea valutazione delle emergenze probatorie, laddove solamente al giudice di merito spetta individuare le fonti del proprio convincimento e a tale fine valutare le prove, controllarne la attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova.

Va altresì sottolineato come, diversamente da quanto sostenuto dagli odierni ricorrenti in via incidentale, anche in caso di lesione di valori della persona il danno non può considerarsi in re ipsa, risultando altrimenti snaturata la funzione del risarcimento, che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno bensì quale pena privata per un comportamento lesivo (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, nn. 26972, 26973, 26974, 26975), ma va provato dal danneggiato secondo la regola generale ex art. 2697 c.c. A tale stregua, (pure) il danno non patrimoniale deve essere allora sempre allegato e provato, in quanto l’onere della prova non dipende dalla relativa qualificazione in termini di “danno-conseguenza”, ma tutti i danni extracontrattuali sono da provarsi da chi ne pretende il risarcimento, e pertanto anche il danno non patrimoniale, nei suoi vari aspetti, la prova potendo essere d’altro canto data con ogni mezzo, anche per presunzioni (v. Cass., 3/10/2013, n. 22585; Cass., 20/11/2012, n. 20292; Cass., 16/2/2012, n. 2228. V. altresì, successivamente alle pronunzie delle Sezioni Unite del 2008, Cass., 23/1/2014, n. 1361; Cass., 6/4/2011, n. 7844; Cass., 5/10/2009, n. 21223; Cass., 22/7/2009, n. 17101; Cass., 1/7/2009, n. 1540).

Con particolare riferimento al c.d. danno esistenziale, atteso che giusta principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità esso consiste non già nel mero “sconvolgimento dell’agenda” o nella mera perdita delle abitudini e dei riti propri della quotidianità della vita, e in particolare da meri disagi, fastidi, disappunti, ansie, stress o violazioni del diritto alla tranquillità (v. Cass., 3/10/2016, n. 19641; Cass., 20/8/2015, n. 16992; 23/1/2014, n. 1361. E già Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26973; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26974), bensì nel radicale cambiamento di vita, nell’alterazione/cambiamento della personalità del soggetto, nello sconvolgimento dell’esistenza in cui di detto aspetto (o voce) del danno non patrimoniale si coglie il significato pregnante (cfr. Cass., 16/11/2017, n. 27229; Cass., 11/4/2017, n. 9250; Cass., 19/10/2016, n. 21059; Cass., 20/8/2015, n. 16992; Cass., 30/6/2011, n. 14402), si è da questa Corte più volte avuto modo di affermare che esso va dal danneggiato allegato e provato, secondo la regola generale ex art. 2697 c.c. (v. Cass., 16/2/2012, n. 2228; Cass., 13/5/2011, n. 10527), e l’allegazione a tal fine necessaria deve concernere fatti precisi e specifici del caso concreto, essere cioè circostanziata, e non già purchessia formulata, non potendo invero risolversi in mere enunciazioni di carattere del tutto generico e astratto, eventuale ed ipotetico (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., 25 settembre 2012, n. 16255; Cass., 20/8/2015, n. 16992).

Orbene, nella specie lo sconvolgimento dell’esistenza non risulta dai ricorrenti in via incidentale nemmeno allegato.

Nel motivo di ricorso essi sintomaticamente si dolgono del non essere stato dalla corte di merito considerato e liquidato il danno consistito nello stress, nello stato depressivo, nel trauma psicologico asseritamente subito dal G.; nell’essere il medesimo rimasto “sempre turbato, depresso” e nella circostanza che “soprattutto dormiva malissimo”.

Orbene, si evince con tutta evidenza come a tale stregua non risulta dai medesimi in realtà allegato un danno da sconvolgimento della vita nell’accezione accolta da questa Corte, bensì al più integrante la diversa voce del c.d. danno biologico, che pure compendia la categoria generale del danno non patrimoniale.

Emerge evidente, a tale stregua, come lungi dal denunziare vizi della sentenza gravata rilevanti sotto i ricordati profili, le deduzioni dei ricorrenti sia in via principale che incidentale -, oltre a risultare formulate secondo un modello difforme da quello delineato all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in realtà si risolvono nella mera doglianza circa la dedotta erronea attribuzione da parte del giudice del merito agli elementi valutati di un valore ed un significato difformi dalle loro rispettive aspettative (v. Cass., 20/10/2005, n. 20322), e nell’inammissibile pretesa di una lettura dell’asserto probatorio diversa da quella nel caso operata dai giudici di merito (cfr. Cass., 18/4/2006, n. 8932).

Per tale via in realtà sollecitano, cercando di superare i limiti istituzionali del giudizio di legittimità, un nuovo giudizio di merito, in contrasto con il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi alla attenzione dei giudici della Corte Suprema di Cassazione elementi di fatto già considerati dai giudici di merito, al fine di pervenire ad un diverso apprezzamento dei medesimi (cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443).

All’inammissibilità ed infondatezza dei rispettivi motivi consegue il rigetto di entrambi i ricorsi.

Stante la reciproca soccombenza va disposta la compensazione tra le parti delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta i ricorsi. Compensa tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, come modif. dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti, principale ed incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto -rispettivamente – per il ricorso principale ed incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 5 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 29 gennaio 2018

Tra cliente ed avvocato in tema di responsabilità professionale si applicano le regole sul foro del consumatore

Cassazione civile, sez. VI-3, ordinanza 13 settembre 2017, n. 21187

IL PASSO SALIENTE DELL’ORDINANZA

La questione di competenza va risolta alla stregua del principio di diritto secondo cui nei rapporti tra avvocato e cliente quest’ultimo riveste la qualità di “consumatore”, ai sensi del D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, art. 3, comma 1, lett. a), a nulla rilevando che il rapporto sia caratterizzato dall'”intuitu personae” e sia non di contrapposizione, ma di collaborazione (quanto ai rapporti esterni con i terzi), non rientrando tali circostanze nel paradigma normativo: ne consegue che alla controversia tra cliente ed avvocato in tema di responsabilità professionale si applicano le regole sul foro del consumatore di cui al D.Lgs. n. 206 del 2005, art. 33, comma 2, lett. u), (cfr. Corte cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 1464 del 24/01/2014);”

(Omissis)

Svolgimento del processo

Con ordinanza in data 16.6.2016, il Tribunale di Roma ha dichiarato la propria incompetenza per territorio in favore del Tribunale Napoli Nord accogliendo la eccezione pregiudiziale proposta dal convenuto- nella causa introdotta con atto di citazione da A.L. nei confronti dell’avv. G.A. ed avente ad oggetto il risarcimento dei danni per responsabilità professionale, avendo omesso il legale – dopo aver ricevuto la provvista di Euro 48.038,33 – di registrare presso l’Ufficio delle Entrate di Brescia il provvedimento monitorio rilasciato a favore dell’ A., incamerando la somma a deconto di vantate competenze professionali;

– l’ordinanza è stata tempestivamente impugnata con regolamento necessario ex art. 42 c.p.c. da A.L. il quale con il ricorso deduce: a) l’errata indicazione, nella eccezione del convenuto G., del foro di Napoli (ove era ubicato lo studio professionale dell’avvocato) in relazione alla “dimora” anzichè, come previsto dalla collocazione ordinale dei luoghi dell’art. 18 c.p.c., comma 1, del foro di Verona, luogo di “residenza” del convenuto; b) la eccezione di incompetenza doveva considerarsi inefficace, non avendo il convenuto contestato la competenza del Giudice adito in relazione anche a tutti gli altri “fori concorrenti” (art. 20 c.p.c.); c) in ogni caso il foro di Roma (ove era ubicata la residenza dell’attore) doveva ritenersi “esclusivo”, in quanto la causa verteva tra cliente e professionista e dunque trovava applicazione il “foro speciale del consumatore” previsto dalla disciplina del Codice del consumo (D.Lgs. 6 settembre 2006, n. 205, art. 33);

ha depositato memoria difensiva ex art. 47 c.p.c., comma 5 il convenuto G. sostenendo: 1-che la propria “residenza” ed il proprio “domicilio” erano in (OMISSIS) ove era ubicato il suo studio professionale; 2-di aver contestato anche i “fori facoltativi” ex art. 20 c.p.c., sostenendo che tra le parti non era stato perfezionato alcun accordo, avente ad oggetto l’incarico professionale asseritamente inadempiuto, e che, in ogni caso, una obbligazione restitutoria di indebito doveva essere adempiuta ex art. 1182 c.c., comma 4 presso il “domicilio” del debitore; 3-che l’ A. si era riconosciuto debitore di competenze professionali e dunque la causa verteva “in materia di pagamento di prestazioni professionali e non già nell’ambito delle materie coperte dalla disciplina del D.Lgs. n. 206 del 2005”. – il Pubblico Ministero ha concluso instando per la dichiarazione della competenza del Tribunale di Roma, ai sensi del D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, art. 33, comma 2, lett. u), dichiarata assorbita ogni altra questione.

Motivi della decisione

– Il ricorso è fondato in relazione alla ragione più liquida fondata sulla applicazione del foro speciale del consumatore. La controversia attiene come peraltro riconosciuto anche dal legale – a pretese aventi titolo in un rapporto d’opera, non rilevando nella fattispecie quale fosse l’oggetto delle prestazioni richieste o rese dal professionista in tale rapporto, avendo l’ A. proposto domanda risarcitoria per danni conseguenti all’inadempimento delle obbligazioni contrattuali (indebito incameramento di somme destinate alla registrazione fiscale di un titolo esecutivo, e omessa registrazione del titolo esecutivo), ed avendo il G. opposto un maggior credito derivante anch’esso dalla esecuzione di prestazioni professionali;

– che, pertanto, non essendo contestata l’affermazione del ricorrente secondo cui l’opera richiesta al legale si inseriva nell’ambito di un giudizio svoltosi presso il Tribunale di Brescia concernente il “recupero di un credito personale”, ed escluso quindi che il rapporto intercorso tra le parti avesse ad oggetto l’attività imprenditoriale o professionale svolta dall’ A. (cfr. Corte cass. Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 780 del 19/01/2016), la questione di competenza va risolta alla stregua del principio di diritto secondo cui nei rapporti tra avvocato e cliente quest’ultimo riveste la qualità di “consumatore”, ai sensi del D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, art. 3, comma 1, lett. a), a nulla rilevando che il rapporto sia caratterizzato dall'”intuitu personae” e sia non di contrapposizione, ma di collaborazione (quanto ai rapporti esterni con i terzi), non rientrando tali circostanze nel paradigma normativo: ne consegue che alla controversia tra cliente ed avvocato in tema di responsabilità professionale si applicano le regole sul foro del consumatore di cui al D.Lgs. n. 206 del 2005, art. 33, comma 2, lett. u), (cfr. Corte cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 1464 del 24/01/2014);

che pertanto, l’applicazione del foro esclusivo del consumatore radica la competenza territoriale del Tribunale di Roma, dovendo in tal senso essere affermata la competenza.

P.Q.M.

Dichiara la competenza per territorio del Tribunale Ordinario di Roma, avanti il quale dovrà essere riassunta la causa nel termine di legge.

Condanna G.A. alla rifusione delle spese del procedimento che liquida in Euro 2.500,00 per compensi, Euro 200,00 per esborsi, spese generali forfetarie nella misura del 15%, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 25 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 settembre 2017

Quindi nella procedura di indennizzo diretto il responsabile è litisconsorte necessario

Cassazione Civile, sez. VI-3, ordinanza 20/09/2017 n° 21896

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

In materia di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile per la circolazione dei veicoli, nella procedura di risarcimento diretto di cui al D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, art. 149, promossa dal danneggiato nei confronti del proprio assicuratore, sussiste litisconsorzio necessario, analogamente a quanto previsto dall’art. 144, comma 3, del medesimo decreto, nei confronti del danneggiante responsabile“.

L’ORDINANZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – rel. Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12981-2016 proposto da:

A.C. SOLUZIONI S.R.L., – C.F. e P.I. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIOVANNI BETTOLO 9, presso lo studio dell’avvocato MAURO BOTTONI, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

ZURICH INSURANCE COMPANY ITD rappresentanza Generale per l’Italia, – P.I. (OMISSIS), in persona del procuratore speciale e legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE, 4, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI BATTISTA MARTELLI, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

e contro

F.P.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 22917/2015 del TRIBUNALE di ROMA, depositata il 13/11/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata dell’8/06/2017 dal Consigliere Dott. FRANCESCO MARIA CIRILLO.

Svolgimento del processo

  1. La A.C. Soluzioni s.r.l. convenne in giudizio, davanti al Giudice di pace di Ostia, la Zurich Insurance Company LTD e F.P. per ottenere in via principale la condanna della prima e in via subordinata la condanna del secondo al pagamento della somma di Euro 828, pari al credito ad essa ceduto dal F., nonchè al rimborso di tutti costi per attività stragiudiziale, oltre al risarcimento dei danni.

A sostegno della domanda espose di aver noleggiato un’auto al F. per il prezzo di Euro 828 e che questi, rimasto vittima di un sinistro stradale riconducibile a colpa esclusiva dell’altro conducente, le aveva ceduto a titolo di pagamento il relativo credito fino alla concorrenza della somma indicata; ed aggiunse che il debitore ceduto non aveva pagato il dovuto. Precisò, inoltre, che, la responsabilità dell’incidente era da ricondurre in via esclusiva al conducente dell’auto che aveva urtato quella condotta dal F..

Si costituì in giudizio la società di assicurazioni, rilevando di avere già risarcito il F. e chiedendo il rigetto della domanda; mentre il F. chiese che venisse accertato il suo diritto al risarcimento integrale di tutti i danni subiti e che la società Zuritel venisse anche condannata a versare alla società attrice la somma di Euro 828.

Il Giudice di pace rigettò la domanda proposta dalla società attrice nei confronti della società di assicurazione, accolse la domanda subordinata nei confronti del F. e dichiarò improcedibile la domanda del F. nei confronti della Zuritel.

  1. La pronuncia è stata appellata dalla società attrice e il Tribunale di Roma, con sentenza del 13 novembre 2015, ha dichiarato la nullità del giudizio di primo grado, ha disposto il rinvio della causa al Giudice di pace ai sensi dell’art. 354 cod. proc. civ., per mancata integrazione del contraddittorio nei confronti di un soggetto da ritenere litisconsorte necessario ed ha integralmente compensato le spese del grado.

Ha osservato il Tribunale che la domanda della società attrice si fondava sull’atto di cessione del credito dalla stessa concluso con il F.; pertanto, il diritto che la A.C. Soluzioni chiedeva di accertare nei confronti della Zuritel s.p.a., assicuratrice del F., era “una quota del medesimo diritto al risarcimento del danno spettante al F.”, il cui riconoscimento presupponeva l’accertamento che il sinistro fosse avvenuto “per fatto e colpa del conducente dell’altro veicolo coinvolto nell’incidente stradale”. E poichè nel giudizio di primo grado il responsabile del danno, cioè l’altro conducente, non era stato chiamato in causa, ne risultava che il contraddittorio non era integro.

  1. Contro la sentenza del Tribunale di Roma ricorre la A.C. Soluzioni s.r.l. con atto affidato ad un solo motivo.

Resiste la Zurich Insurance Company LTD con controricorso.

F.P. non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in camera di consiglio, sussistendo le condizioni di cui agli artt. 375, 376 e 380-bis cod. proc. civ. e non sono state depositate memorie.

Motivi della decisione

  1. Con il primo ed unico motivo di ricorso si lamenta violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, art. 145, comma 2, e art. 149, sostenendo che nella procedura di indennizzo diretto di cui all’art. 149 cit. l’unico soggetto legittimato sarebbe la compagnia di assicurazione e non anche il responsabile civile del danno.

1.1. Il motivo non è fondato.

Osserva il Collegio che la giurisprudenza di questa Corte ha più volte affermato, nella vigenza della L. 24 dicembre 1969, n. 990, che nel giudizio promosso dal danneggiato con azione diretta nei confronti dell’assicuratore del responsabile deve essere chiamato in giudizio anche il responsabile del danno. Si tratta di un orientamento che trae il proprio sicuro fondamento nella previsione dell’art. 23 della legge cit., in base al quale nel giudizio promosso contro l’assicuratore, a norma dell’art. 18, comma 1, della legge stessa, deve essere chiamato anche il responsabile del danno. Nel sistema che prevede l’azione diretta del danneggiato nei confronti dell’assicuratore del responsabile del danno era logico introdurre il litisconsorzio necessario del medesimo; tale previsione, che costituisce una deroga al principio della facoltatività del litisconsorzio in materia di obbligazioni solidali, è dettata al fine di rafforzare la posizione processuale dell’assicuratore, consentendogli di opporre l’accertamento di responsabilità al proprietario del veicolo quale soggetto del rapporto assicurativo, in particolare ai fini dell’eventuale azione di rivalsa prevista dall’art. 18 della legge stessa (in tal senso v., tra le altre, le sentenze 25 settembre 1998, n. 9592, 29 novembre 2005, n. 26041, 8 febbraio 2006, n. 2665, 14 dicembre 2010, n. 25238, e 10 giugno 2015, n. 12089).

1.2. Il ricorso odierno pone all’esame di questa Corte una questione diversa, sulla quale manca ancora un esplicito pronunciamento, consistente nello stabilire se nella particolare procedura di risarcimento diretto introdotta dal D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 149 – che rappresenta, a tutti gli effetti, una novità rispetto al sistema previgente – continui a sussistere il litisconsorzio necessario del danneggiante; oppure se, come vorrebbe l’odierna società ricorrente, l’unico soggetto legittimato passivo sia l’assicuratore dello stesso danneggiato nei cui confronti quest’ultimo si rivolge.

Non vi sono stati, come si diceva, pronunciamenti espliciti; tuttavia questa Corte ha già, in qualche modo, sfiorato l’argomento. Vanno richiamate, in proposito: le sentenze 2 dicembre 2014, n. 25421, e 22 novembre 2016, n. 23706, nelle quali si è detto che il litisconsorzio necessario ha portata generale, anche in relazione al giudizio promosso ai sensi dell’art. 149 cit., senza tuttavia illustrarne le ragioni; nonchè le ordinanze 8 marzo 2017, n. 5805, e 11 aprile 2017, n. 9276, nelle quali il problema è stato solo marginalmente affrontato, anche perchè in quei giudizi il danneggiante era stato comunque chiamato in causa. Nella citata sentenza n. 25421 del 2014, in particolare, si è detto che il litisconsorzio necessario “ha la funzione di rendere opponibile all’assicurato l’accertamento della sua condotta colposa, al fine di facilitare l’eventuale regresso dell’assicuratore, nel caso in cui eventuali clausole contrattuali limitative del rischio, inopponibili al terzo danneggiato, gli avessero consentito di rifiutare l’indennizzo”.

1.3. Per rispondere al quesito sopra delineato, è necessario compiere qualche precisazione.

Innanzitutto, è bene rammentare che, come questa Corte ha già affermato, l’azione diretta di cui all’art. 149 cit. non è originata dal contratto assicurativo, ma dalla legge, che la ricollega al verificarsi del sinistro a certe condizioni, assumendo l’esistenza di un contratto assicurativo solo come presupposto legittimante, sicchè la posizione del danneggiato non cessa di essere originata dall’illecito e trovare giustificazione in esso, assumendo la posizione contrattuale del medesimo verso la propria assicurazione soltanto la funzione di sostituire l’assicurazione del danneggiato a quella del responsabile nel rispondere della pretesa risarcitoria (così l’ordinanza 13 aprile 2012, n. 5928). In altri termini, il sistema risarcitorio costruito dall’art. 149 e dal D.P.R. 18 luglio 2006, n. 254, si fonda su una sorta di accollo ex lege, a carico dell’assicuratore del danneggiato, del debito che sarebbe gravante sul responsabile e sull’assicuratore di quest’ultimo.

In sostanza, la procedura in questione determina un meccanismo di semplificazione operante a condizione che si tratti di danni al veicolo, o alle cose trasportate di proprietà dell’assicurato o del conducente, ovvero anche di danno alla persona subito dal conducente non responsabile, purchè nei limiti di cui all’art. 139 del decreto stesso (lesioni di lieve entità). In tal modo il danneggiato viene risarcito dal proprio assicuratore il quale potrà recuperare quanto pagato dall’assicuratore del responsabile (v. anche la sentenza 10 agosto 2016, n. 16874). Si tratta, quindi, di una procedura che trova il proprio fondamento, oltre che nel modesto valore dei risarcimenti di cui si tratta, principalmente in una esigenza di rapidità di tutela, assicurata dalla circostanza che il danneggiato, rivolgendosi al proprio assicuratore con cui ha un rapporto contrattuale pendente, risulta agevolato proprio dall’esistenza di tale rapporto e dalla relativa “conoscenza” con la struttura dell’assicuratore.

Occorre però tenere presente che il sistema previsto dal D.Lgs. n. 209 del 2005 è, per certi versi, identico a quello preesistente; ed infatti l’art. 144, comma 3, di tale decreto dispone che, quando la vittima propone l’azione diretta nei confronti dell’assicuratore del responsabile, ha l’obbligo di convenire altresì, quale litisconsorte necessario, il responsabile del sinistro, identificato nel proprietario del mezzo. L’azione che la legge offre al danneggiato nei confronti del proprio assicuratore non è diversa da quella regolata dall’art. 144 cit.; ne dà conferma in tal senso il comma 6 dell’art. 149 il quale attribuisce alla vittima la stessa azione regolata dalla norma precedente; e la possibilità che l’art. 149, comma 6, cit. conferisce all’assicuratore del responsabile di intervenire in giudizio e di estromettere l’altra impresa si collega alla posizione di accollo ex lege di cui si è detto in precedenza. La legge dice che, quando tale intervento ha luogo, la richiesta di estromissione è possibile se l’impresa interveniente riconosca la responsabilità del proprio assistito. Ora, è palese che tale responsabilità, per essere oggetto di riconoscimento, deve essere già oggetto di discussione nel giudizio introdotto dal danneggiato contro il proprio assicuratore e ciò è un’ulteriore indiretta conferma dell’esistenza del litisconsorzio necessario.

D’altra parte, l’azione diretta di cui all’art. 144 cit. presenta tre caratteristiche essenziali: l’inopponibilità delle eccezioni, il limite del massimale ed il litisconsorzio necessario. E poichè è pacifico che le prime due trovano applicazione anche nel caso di azione diretta promossa dalla vittima nei confronti del proprio assicuratore, in regime di risarcimento diretto, non si comprende perchè mai a quest’ultima azione debba negarsi l’applicabilità della terza caratteristica dell’azione diretta, ovvero il litisconsorzio necessario.

Giova rammentare, ad ulteriore rafforzamento dell’approdo interpretativo qui raggiunto, che la Corte costituzionale, con la sentenza n. 180 del 2009, ha posto in luce quali siano le effettive finalità della procedura di risarcimento in questione, rilevando che essa “non rappresenta una diminuzione di tutela, ma un ulteriore rimedio a disposizione del danneggiato”. La sentenza, tra l’altro, ha ricordato che il nuovo sistema non esclude le azioni già previste dall’ordinamento in favore del danneggiato e che l’assicuratore di quest’ultimo “non fa altro che liquidare il danno per conto dell’assicurazione del danneggiante”.

1.4. In conclusione, quindi, appare al Collegio evidente che le stesse finalità individuate dalla giurisprudenza sopra richiamata in ordine alla L. n. 990 del 1969, art. 23 continuano a sussistere anche nella procedura di risarcimento diretto. E’ vero che il litisconsorzio necessario rischia di appesantire la procedura; ma è altrettanto vero che ciò trova un evidente bilanciamento nella necessità di evitare che il danneggiante responsabile possa affermare l’inopponibilità, nei suoi confronti, dell’accertamento giudiziale operato verso l’assicuratore del danneggiato, posto che i due assicuratori dovranno necessariamente regolare tra loro i relativi rapporti (art. 149, comma 3, cit.).

Da tanto consegue che il Tribunale ha deciso correttamente e che, avendo individuato un caso di litisconsorzio necessario, ha rimandato il processo in primo grado, così come imposto dall’art. 354 c.p.c..

  1. Il ricorso, pertanto, è rigettato, dovendosi enunciare il seguente principio di diritto:

“In materia di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile per la circolazione dei veicoli, nella procedura di risarcimento diretto di cui al D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, art. 149, promossa dal danneggiato nei confronti del proprio assicuratore, sussiste litisconsorzio necessario, analogamente a quanto previsto dall’art. 144, comma 3, del medesimo decreto, nei confronti del danneggiante responsabile”.

In considerazione della particolarità della questione, non ancora regolata da precedenti pronunce di questa Corte, si ritiene di dover compensare integralmente le spese del giudizio di cassazione.

Sussistono tuttavia le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, per il versamento, da parte della società ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa integralmente le spese del giudizio di cassazione.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza delle condizioni per il versamento, da parte della società ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta Sezione Civile – 3, il 8 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 20 settembre 2017

 

Rigetto del ricorso per sequestro conservativo sulla base di un decreto ingiuntivo non provvisoriamente esecutivo azionato nelle more delle celebrazione della prima udienza di comparizione.

Tribunale di Padova, Giudice Dr. Giorgio Bertola, Ordinanza del 29 giugno 2017

 IL PASSO SALIENTE DELL’ORDINANZA

[omissis] ad oggi ancora non si è celebrata la prima udienza di comparizione nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo sicché ancora non vi è stato alcun provvedimento sulla provvisoria esecutività ex art. 648 c.p.c. così che manca anche una valutazione sulla fondatezza del credito azionato, perlomeno sul quantum, viste le doglianze dimesse dalla resistente nel giudizio di merito. Nel merito va osservato che il motivo legato alla circostanza che il periculum sarebbe collegato al fatto che è stata presentata una opposizione, che la ricorrente ritiene infondata e strumentale, è insussistente.  Se tale ragione fosse valorizzabile in sede di sequestro potenzialmente tutti i procedimenti di opposizione a decreto ingiuntivo, non concesso già provvisoriamente esecutivo, potrebbero avere come conseguenza la richiesta di sequestro. [omissis] Sovrapporre la valutazione che si farà alla prima udienza del giudizio di opposizione con quella che si vuole offrire in questa sede potrebbe portare a risultati impropri laddove lo strumento processuale tipico per tutelare le ragioni di credito della ricorrente è quello previsto dall’art. 648 c.p.c.. [omissis]

L’ORDINANZA

N. R.G. 4501/2017

TRIBUNALE ORDINARIO DI PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Nel procedimento cautelare iscritto al n. r.g. 4501/2017 promosso da:

XXX

RICORRENTE

contro

XXXX

RESISTENTE

Il Giudice dott. Giorgio Bertola, a scioglimento della riserva assunta all’udienza del 28/06/2017, ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

Con ricorso per sequestro conservativo la ricorrente ha chiesto la tutela cautelare deducendo di essere creditrice di circa 28.000 euro come da decreto ingiuntivo emesso da questo ufficio;

ha dedotto che tale decreto, pur richiesto provvisoriamente esecutivo, sia stato emesso non provvisoriamente esecutivo;

ha dedotto che tale decreto sia stato impugnato con motivazioni non fondate e dilatorie evidenziando in particolare che l’attrice/opponente abbia anche riconosciuto l’an del credito monitorio contestandone solo l’importo e lamentando che nel ricorso monitorio non sarebbe stato preso in considerazione un pagamento parziale di euro 10.000 intervenuto nelle more;

parte ricorrente ha invece dedotto di aver già tenuto in considerazione tale pagamento parziale ed ha evidenziato il pericolo nel soddisfacimento del credito osservando che dalle stesse scritture della resistente emerga un peggioramento della situazione finanziaria;

la resistente, pur regolarmente notificata a mezzo p.e.c., non si è costituita.

Il ricorso è infondato e va rigettato.

Va in primo luogo osservato che la motivazione posta a fondamento del ricorso per sequestro attiene da un lato alla circostanza che il decreto, contrariamente alla richiesta, non sia stato munito della provvisoria esecutività e che il decreto sia stato opposto con fissazione della prima udienza a dopo l’estate così paralizzando la possibilità di recupero del credito ad opera della creditrice.

Va anche osservato che ad oggi ancora non si è celebrata la prima udienza di comparizione nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo sicché ancora non vi è stato alcun provvedimento sulla provvisoria esecutività ex art. 648 c.p.c. così che manca anche una valutazione sulla fondatezza del credito azionato, perlomeno sul quantum, viste le doglianze dimesse dalla resistente nel giudizio di merito.

Nel merito va osservato che il motivo legato alla circostanza che il periculum sarebbe collegato al fatto che è stata presentata una opposizione, che la ricorrente ritiene infondata e strumentale, è insussistente.

Se tale ragione fosse valorizzabile in sede di sequestro potenzialmente tutti i procedimenti di opposizione a decreto ingiuntivo, non concesso già provvisoriamente esecutivo, potrebbero avere come conseguenza la richiesta di sequestro.

Va anche osservato che, in assenza della valutazione sulla concessione della provvisoria esecutività al decreto ingiuntivo opposto, manca anche una valutazione, allo stato, della reale fondatezza del credito e della infondatezza dell’opposizione.

Sovrapporre la valutazione che si farà alla prima udienza del giudizio di opposizione con quella che si vuole offrire in questa sede potrebbe portare a risultati impropri laddove lo strumento processuale tipico per tutelare le ragioni di credito della ricorrente è quello previsto dall’art. 648 c.p.c..

Inoltre poiché il decreto, pur richiesto provvisoriamente esecutivo, è stato emesso non provvisoriamente esecutivo, avendo in quella sede osservato che il presunto documento che riconosceva il debito era in realtà un documento non sottoscritto, la valutazione che si chiede in questa sede rappresenta un riesame della valutazione resa in sede monitoria non prevista dal codice di procedura laddove lo strumento tipico è, ancora una volta, quello previsto dall’art. 648 c.p.c. alla prima udienza del 21/09/2017 piuttosto che l’anticipazione di quella udienza laddove il termine ecceda notevolmente il termine minimo a comparire..

Sugli altri due elementi collegati al periculum, ovvero il riconoscimento di debito (doc. 2) e la grave situazione finanziaria desumibile dal bilancio (doc. 7), si osserva che essi sono tutti fatti anteriori addirittura al deposito del ricorso per decreto ingiuntivo ed infatti il decreto ha già rilevato che il riconoscimento di debito è privo della sottoscrizione sicché non può una bozza non firmata essere valorizzata pro o contro una parte.

La situazione patrimoniale desumibile dal bilancio al 31/12/2015 è appunto desumibile dal bilancio del 2015 sicché anche questo fatto non rappresenta una novità peggiorativa rispetto al deposito del ricorso monitorio che possa essere valorizzata a fronte della presentazione dell’opposizione.

Anche sulla doglianza che l’udienza di opposizione sia stata fissata al 21/09/2017, va osservato che il decreto ingiuntivo è stato notificato il 31/03/2017 e l’opposizione è stata notificata il 09/05/2017 sicché la fissazione della prima udienza al 21/09/2017 appare termine assolutamente congruo visto che la prima udienza utile poteva essere fissata a parte dall’8 settembre 2017 allorquando sarebbero spirati i termini ex art. 163 bis c.p.c..

Anche tale elemento appare pertanto neutro.

Il ricorso va pertanto rigettato mancando allo stato la fondatezza del periculum del provvedimento invocato.

Nulla per le spese.

P.Q.M.

1) Rigetta il ricorso poiché infondato;

2) Manda alla cancelleria per gli adempimenti di competenza.

Padova, 29 giugno 2017

Il Giudice Designato

dott. Giorgio Bertola