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Danno da cose in custodia e condotta del terzo: galeotta e prevedibile fu quella cera per il Comune! (Cass. civ., Ord. 1725/19)

Cass. civ. Sez. VI – 3, Ordinanza del 23.01.2019, n. 1725

IL FATTO

Tizio proponeva appello avverso sentenza del Tribunale che aveva rigettato la sua domanda proposta nei confronti del convenuto Comune di condanna al risarcimento dei danni derivati da un sinistro stradale in cui l’attore sarebbe caduto dal suo motociclo per la presenza di cera sparsa sulla strada. Anche la Corte d’appello, tuttavia, rigettava la domanda. Tizio presentava, quindi, ricorso per cassazione.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Il caso fortuito può essere costituito da eventi che si inseriscono, spezzandola, nell’ordinaria serie causale che prende le mosse dall’esistenza della cosa custodita, eventi che possono consistere pure in condotte di terzi o del danneggiato stesso, ma che però devono essere “non conoscibili nè eliminabili con immediatezza”. Il che significa che pure l’azione di un soggetto terzo non è di per sè sufficiente a immutare l’ordinario dinamismo causale discendente dalla cosa custodita introducendo l’elemento eccezionale tradizionalmente definito caso fortuito, bensì significa che detta azione, oltre ad avere un’astratta idoneità causale, deve anche essere concretamente dotata di caratteristiche tali da sussumerla nel concetto di fortuito, quali sono, appunto, la non conoscibilità/non prevedibilità. Invero, se sussiste una condotta di terzi prevedibile materialmente attinente a una cosa oggetto di custodia, la prevenzione e/o l’eliminazione della sua conseguenza pregiudizievole rientrano, direttamente e propriamente, nell’attività di custodia, che, ragionando invece al contrario, verrebbe ad essere “svuotata” in quanto esonerata appunto da una ordinaria vigilanza della cosa, vale a dire una vigilanza atta a percepire e a comprendere non solo quel che è già accaduto (manutenzione in senso stretto) ma altresì quel che è prevedibile (manutenzione in senso lato, ovvero prevenzione).

L’ORDINANZA

(Omissis)

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 30 maggio 2011 F.G. proponeva appello avverso sentenza del 21 marzo 2011 con cui il Tribunale di Bari aveva rigettato la sua domanda, proposta nei confronti del convenuto Comune di Bari, di condanna al risarcimento dei danni derivati da un sinistro stradale avvenuto il (OMISSIS), in cui l’attore sarebbe caduto dal suo motociclo per la presenza di cera sparsa sulla strada; giudizio in cui il Comune si era costituito resistendo e aveva ottenuto la chiamata in causa di AMIU. Resistevano al gravame il Comune di Bari e AMIU. La Corte d’appello di Bari, con sentenza del 21 marzo 2017, lo rigettava.

F.G. ha presentato ricorso, basato su unico motivo; il Comune di Bari si difende con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Motivi della decisione

  1. Premesso che la memoria del ricorrente è tardiva perchè depositata il 24 ottobre 2018, si dà atto che l’unico motivo del ricorso denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c.. Adduce il ricorrente, in sintesi, che il giudice d’appello sarebbe giunto “ad escludere la responsabilità del Comune di Bari, errando grossolanamente sul concetto espresso dall’art. 2051 c.c., cose in custodia, facendo passare l’evento di cui è causa come un fatto imprevedibile per l’amministrazione comunale”; avrebbe altresì operato un’errata sussunzione della vicenda de qua ad un non pertinente arresto di questa Suprema Corte (Cass. n. 6101/2013) laddove nel caso in esame non si tratterebbe (come nel caso esaminato da tale sentenza, che riguardava la presenza di una macchia d’olio sul manto stradale) di evento imprevisto/imprevedibile, bensì di una processione programmata per celebrare le imminenti festività pasquali della quale il Comune “era ben a conoscenza … al punto da destinare delle strade ad uso esclusivo della stessa”, essendo per di più fatto notorio che “ogni processione caratterizzata da una fiaccolata, con conseguente dispersione di cera sul manto stradale, rendendo più scivoloso e, pertanto, meno sicuro, lo stesso” onde “ben poteva l’amministrazione comunale transennare la strada, inibendone l’accesso, o quantomeno rendere edotti gli utenti della strada del pericolo”. Nulla del genere venendo fatto, sarebbe insorta la responsabilità ex art. 2051 c.c..
  2. In effetti, la corte territoriale, dopo avere qualificato l’azione proposta dall’attuale ricorrente “sotto la specie dell’art. 2051 c.c., avendo il richiedente fatto riferimento alla violazione dell’obbligo di manutenzione delle strade pubbliche da parte del comune di Bari, integrante responsabilità da cose in custodia”, ricostruisce la vicenda rilevando che, come addotto nell’atto di citazione e come risultante “dalla relazione redatta dagli agenti della polizia municipale il (OMISSIS), la caduta del motociclista si verificò nella serata dello stesso giorno, con tutta probabilità a causa dello sbandamento del motociclo dovuto alla presenza di un notevole quantitativo di cera distesa sull’asfalto dalle fiaccole votive dei fedeli che avevano partecipato alla processione religiosa … inserita nei riti pasquali, che era transitata poco prima”. E sempre “dalla relazione di servizio degli agenti della polizia municipale intervenuti in occasione dell’incidente” emergeva che “l’asfalto era vistosamente cosparso di cera caduta dalle fiaccole impugnate dai numerosi partecipanti alla processione”, transitata “poco prima”; e il “poco prima” verrà in seguito concretizzato dalla corte territoriale in “due o tre ore” prima del passaggio del motociclista e della sua caduta. Osserva allora la Corte d’appello che “l’intera carreggiata di (OMISSIS) nonchè l’intero perimetro di (OMISSIS) risultavano cosparse di una notevole quantità di cera, come constatato dagli agenti verbalizzanti … Non risulta tuttavia che il comune di Bari fosse stato avvisato della presenza della sostanza scivolosa sulla carreggiata stradale e nemmeno è stato dimostrato dall’attore che in passato si era già verificato un incidente analogo … Risulta pertanto infondata la tesi dell’attore secondo la quale il ripetersi di simili incidenti avrebbe dovuto consigliare l’amministrazione comunale di Bari di vietare l’uso delle fiaccole votive durante le processioni o in alternativa di predisporre un immediato servizio di pulizia della sede stradale subito dopo il passaggio del corteo religioso”. Pertanto “la situazione di pericolo che causò l’evento dannoso può essere qualificata come caso fortuito, non potendosi ragionevolmente esigere che l’amministrazione comunale provvedesse alla ripulitura del manto stradale immediatamente dopo il passaggio della processione poichè alla stregua degli elementi probatori raccolti l’amministrazione era ignara della situazione di pericolo determinata dalla presenza della cera”: ed è qui che il “poco prima” viene tradotto in una distanza temporale di “non oltre due o tre ore”. Giunge così la corte a inquadrare giuridicamente la propria ricostruzione fattuale, affermando pure che la responsabilità ex art. 2051 c.c. opera anche per la pubblica amministrazione in relazione ai beni demaniali “con riguardo, tuttavia, alla causa concreta del danno, rimanendo l’amministrazione liberata dalla medesima responsabilità ove dimostri che l’evento sia stato determinato da cause estrinseche ed estemporanee create da terzi, non conoscibili nè eliminabili con immediatezza, neppure con la più diligente attività di manutenzione, ovvero da una situazione (nella specie, una macchia d’olio, presente sulla pavimentazione stradale, che aveva provocato la rovinosa caduta di un motociclista) la quale imponga di qualificare come fortuito il fattore di pericolo, avendo esso esplicato la sua potenzialità offensiva prima che fosse ragionevolmente esigibile l’intervento riparatore dell’ente custode” (si cita appunto Cass. sez. 3, 12 marzo 2013 n. 6101). E dunque nel caso in esame secondo il giudice d’appello “l’evento dannoso è riconducibile alla responsabilità dei terzi portatori delle fiaccole votive da cui la cera si riversò sulla pavimentazione stradale, qualificabile come caso fortuito tale da recidere il nesso di causalità tra la cosa soggetta all’attività di custodia dell’amministrazione (la strada pubblica) e l’evento dannoso”, non apparendo configurabile un difetto di manutenzione della strada “atteso l’esiguo intervallo di tempo intercorso fra il sorgere della condizione di pericolo e l’accadimento”.
  3. La corte territoriale, pur integralmente richiamando un arresto – Cass. sez. 3, 12 marzo 2013, n. 6101 – che non è privo di pertinenza come si vedrà infra, si distoglie dalla corretta applicazione dell’insegnamento nomofilattico, che da tempo sostiene che il caso fortuito può essere costituito da eventi che si inseriscono, spezzandola, nell’ordinaria serie causale che prende le mosse dall’esistenza della cosa custodita, eventi che possono consistere pure in condotte di terzi o del danneggiato stesso, ma che però (come la stessa corte territoriale riporta dalla massima dell’arresto appena citato) devono essere “non conoscibili nè eliminabili con immediatezza”. Il che significa che pure l’azione di un soggetto terzo non è di per sè sufficiente a immutare l’ordinario dinamismo causale discendente dalla cosa custodita introducendo l’elemento eccezionale tradizionalmente definito caso fortuito, bensì significa che detta azione, oltre ad avere un’astratta idoneità causale, deve anche essere concretamente dotata di caratteristiche tali da sussumerla nel concetto di fortuito, quali sono, appunto, la non conoscibilità/non prevedibilità. La serie causale materialmente si spezza, ma solo se ciò è imprevedibile questa rottura sprigiona i suoi effetti giuridici, ovvero “toglie di mezzo” agli effetti giuridici la serie causale ordinaria.
  4. Invero, se sussiste una condotta di terzi prevedibile materialmente attinente a una cosa oggetto di custodia, la prevenzione e/o l’eliminazione della sua conseguenza pregiudizievole rientrano, direttamente e propriamente, nell’attività di custodia, che, ragionando invece al contrario, verrebbe ad essere “svuotata” in quanto esonerata appunto da una ordinaria vigilanza della cosa, vale a dire una vigilanza atta a percepire e a comprendere non solo quel che è già accaduto (manutenzione in senso stretto) ma altresì quel che è prevedibile (manutenzione in senso lato, ovvero prevenzione). Vigilanza non è soltanto conoscere il presente, ma anche trarne le conseguenze per il futuro; non è quindi solo accertare e rimediare, ma anche prevedere e prevenire. Il fortuito allora è quel che esorbita dall’attività custodiale, ovvero dall’area del possibile propria della vigilanza: il fortuito è quel che è impossibile vigilare.
  5. Nel caso in esame, nell’affermare che la copertura del manto stradale con una notevole quantità di cera all’esito di una processione religiosa tradizionale (la corte la definisce “manifestazione inserita nei riti pasquali”, infatti) che aveva occupato quel che la sentenza definisce “l’intera carreggiata di (OMISSIS) nonchè l’intero perimetro di (OMISSIS)” fosse non conoscibile “con immediatezza”, la corte dirige il timone, in realtà, non sulla conoscibilità nel senso di prevedibilità, bensì su una asserita impossibilità di intervento riparatorio in tempi immediati su ciò che comunque non sarebbe stato prevedibile. La corte, infatti, orienta l’applicazione dell’art. 2051 c.c. alla sussistenza di un breve lasso temporale tra l’effettivo accadimento dell’evento pericoloso e il sinistro, nel senso di desumere da tale brevità la non conoscibilità da parte del custode dell’evento suddetto per venire ad ovviarvi; pretermette invece il profilo della prevedibilità di tale evento da parte del custode, ovvero l’ipotesi in cui non rileva la durata del tempo posteriormente intercorso, in quanto il custode, per il suo obbligo di vigilanza, deve anche essere probabilisticamente consapevole ex ante degli eventi pericolosi coinvolgenti la cosa custodita in misura esigibile, ovvero quando ragionevolmente ne sussiste la prevedibilità. La custodia infatti, si ripete, è intrinsecamente anche un’attività preventiva, che pertanto deve predisporre quanto è necessario per prevenire danni eziologicamente attinenti alla cosa custodita; a ben guardare, ciò costituisce il contenuto in via generale/ordinaria dell’obbligo di custodia, cui si affianca, nei casi peculiari/specifici in cui la cosa viene coinvolta in una serie causale idonea a generare danno, un’ulteriore attività diretta ad eliminare pure gli elementi pericolosi non prevedibili ma che si sono comunque verificati: ed è a questo che si rapporta la concretizzazione della responsabilità del custode, escludendola nel caso in cui il custode non abbia avuto tempo sufficiente per intervenire a eliminare l’imprevisto/imprevedibile – anche qui definibile “caso fortuito” – e quindi disinserirlo dalla serie causale in cui coinvolta è la cosa custodita.
  6. Il caso fortuito, invero, non può non essere imprevedibile (concetto che logicamente include anche l’imprevisto), per la natura del fatto in sè e/o per il tempo ontologicamente insufficiente a custodirne la cosa: e ciò è stato più volte affermato dalla giurisprudenza di questa Suprema Corte, sovente proprio a proposito dell’obbligo di custodia che compete alla pubblica amministrazione sulle strade aperte al pubblico transito. L’ente non è responsabile in tale fattispecie solo se si è verificata una non prevedibile alterazione dello stato della cosa, il caso fortuito venendo ad essere costituito soltanto dall’alterazione imprevista, imprevedibile e non tempestivamente eliminabile o segnalabile (a proposito appunto delle strade aperte al pubblico transito cfr. ex multis Cass. sez. 3, 3 aprile 2009 n. 8157; Cass. sez. 3, 19 novembre 2009 n. 24419; Cass. sez. 3, 20 novembre 2009 n. 24529; Cass. sez. 3, 13 luglio 2011 n. 15389; Cass. sez. 3, 18 luglio 2011 n. 15720; Cass. sez. 3, 18 ottobre 2011 n. 21508; Cass. sez. 3, 12 aprile 2013 n. 8935). In questa linea, più recentemente, si sono inseriti significativi arresti, come Cass. sez. 3, 9 giugno 2016, n. 11802 che chiaramente afferma come il danneggiato sia onerato della prova dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con la cosa in custodia e “non anche dell’imprevedibilità e non evitabilità dell’insidia o del trabocchetto, nè della condotta omissiva o commissiva del custode, gravando su quest’ultimo, in ragione dell’inversione dell’onere probatorio che caratterizza la responsabilità ex art. 2051 c.c., la prova di aver adottato tutte le misure idonee a prevenire” che il bene da lui custodito non presentasse pericolo a chi ne fruiva – e, da ultimo, Cass. sez. 3, ord. 12 luglio 2018, n. 18325, per cui “l’ente proprietario di una strada aperta al pubblico transito ha l’obbligo di provvedere alla relativa manutenzione (L. n. 2248 del 1865, all. F, artt. 16 e 28; D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 14; per i Comuni, R.D. n. 2506 del 1923, art. 5) nonchè di prevenire e, se del caso, segnalare qualsiasi situazione di pericolo o di insidia”: ed è ovvio più che logico che la prevenzione, anche sotto la forma di segnalazione, attiene a quel che è prevedibile.
  7. Il concetto della prevedibilità si rapporta intrinsecamente, a ben guardare, a quello della conoscibilità, il quale, pertanto, più volte viene utilizzato in giurisprudenza per esprimere proprio l’obbligo del custode di prevedere lo status in cui può venire a trovarsi il bene che custodisce (oltre a Cass. sez. 3, 12 marzo 2013 n. 6101, invocata, ma come già si è visto non applicata, dalla corte territoriale – per cui “la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia, di cui all’art. 2051 c.c., opera anche per la P.A. in relazione ai beni demaniali, con riguardo, tuttavia, alla causa concreta del danno, rimanendo l’amministrazione liberata dalla medesima responsabilità ove dimostri che l’evento sia stato determinato da cause estrinseche ed estemporanee create da terzi, non conoscibili nè eliminabili con immediatezza, neppure con la più diligente attività di manutenzione” – v. da ultimo Cass. sez. 6-3, ord. 19 marzo 2018 n. 6703 – per cui “la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia, di cui all’art. 2051 c.c., opera anche per la P.A. in relazione ai beni demaniali, con riguardo, tuttavia, alla causa concreta del danno, rimanendo la P.A. liberata dalla responsabilità suddetta ove dimostri che l’evento sia stato determinato da cause estrinseche ed estemporanee create da terzi, non conoscibili nè eliminabili con immediatezza, neppure con la più diligente attività di manutenzione, ovvero da una situazione la quale imponga di qualificare come fortuito il fattore di pericolo” -; e cfr. pure Cass. sez. 3, ord. 1 febbraio 2018 n. 2481, per cui “l’ente proprietario di una strada si presume responsabile, ai sensi dell’art. 2051 c.c., dei sinistri riconducibili alle situazioni di pericolo immanente connesse alla struttura ed alla conformazione della stessa e delle sue pertinenze, fermo restando che su tale responsabilità può influire la condotta della vittima, la quale, però, assume efficacia causale esclusiva soltanto ove sia qualificabile come abnorme, cioè estranea al novero delle possibilità fattuali congruamente prevedibili in relazione al contesto, potendo, in caso contrario, rilevare ai fini del concorso causale ai sensi dell’art. 1227 c.c..”). La vigilanza del custode, in ultima analisi, viene ad essere circoscritta dal suo opposto, cioè dal caso fortuito, che traduce in riferimento alla posizione del custode il generale principio ad impossibilia nemo tenetur. Le caratteristiche della cosa custodita, infatti, plasmano e delimitano il caso fortuito, configurando l’obbligo custodiale sotto il profilo ex ante, ovvero della prevedibilità che rientra quindi nella possibilità giuridica dell’adempimento dell’obbligo stesso (cfr. Cass. sez. 3, ord. 19 gennaio 2018 n. 1257: “In tema di responsabilità della P.A. per danni subiti da utenti di beni demaniali, la presunzione sancita dall’art. 2051 c.c. non si applica le volte in cui non sussista la possibilità di esercitare sul bene la custodia (intesa come potere di fatto sulla cosa), possibilità da valutare non solo in base all’estensione dell’intero bene, ma anche alla luce di tutte le circostanze del caso concreto, assumendo al riguardo determinante rilievo la natura, la posizione e l’estensione della specifica area in cui si è verificato l’evento dannoso, le dotazioni e i sistemi di sicurezza e di segnalazione di pericoli disponibili” -; e ancora sulla prevedibilità come ostativa al fortuito: Cass. sez. 3, ord. 1 febbraio 2018 n. 2482; Cass. sez. 3, ord. 21 ottobre 2017 n. 25837; Cass. sez. 3, 27 giugno 2016 n. 13222; Cass. sez. 3, 24 marzo 2016 n. 5877; Cass. sez. 3, 24 settembre 2015 n. 18877; Cass. sez. 3, 18 settembre 2015 n. 18317; Cass. sez. 3, 5 febbraio 2013 n. 2660).
  8. Dato atto allora che, pur non privo di alcune contaminazioni direttamente fattuali, il motivo veicolato nel ricorso correttamente individua la violazione dell’art. 2051 c.c. in cui sarebbe incorso il giudice d’appello nella mancata considerazione della prevedibilità o meno, da parte del custode, dell’alterazione del manto stradale per effetto della tradizionale processione – così che, se prevedibile fosse stata, il Comune custode avrebbe dovuto transennare l’area finchè non veniva ripulita o almeno collocare segnalazioni del pericolo -, non si può negare che, come già più sopra anticipato, la corte territoriale non ha esaminato il profilo della prevedibilità o meno dell’evento, pur avendo rilevato trattarsi di una processione che aveva coperto un’area ampia e centrale (“l’intera carreggiata di (OMISSIS) nonchè l’intero perimetro di (OMISSIS)”) e pur avendo lasciato intendere che tale processione era un evento tradizionale (“manifestazione inserita nei riti pasquali”). La corte, violando quindi l’art. 2051 c.c., non ha pertanto esaminato se era tradizionale – id est prevedibile – che in una simile processione i fedeli portassero fiaccole votive, e che pertanto cadesse cera sul manto stradale, e altresì non ha esaminato se, nell’ipotesi in cui il precedente quesito avesse raggiunto una risposta positiva, fosse intervenuto un qualche ulteriore evento imprevedibile/imprevisto che avesse impedito al Comune di adempiere l’obbligo di custodia quantomeno, se non nell’apposizione di transenne fino alla effettuazione della pulizia, nella installazione immediata di cartelli segnalanti il pericolo costituito da un manto stradale ovviamente assai scivoloso. La corte invece, riverberando tale violazione sostanziale sul piano processuale, dopo avere accertato le modalità del sinistro che era onere dell’attore danneggiato provare, non ha espletato in modo completo il conseguente stadio della prova del caso fortuito gravante sul custode perchè si è limitata a vagliare l’esigibilità (ovvero la giuridica possibilità) della conoscibilità ex post da parte del custode – rimarcando allo scopo il lasso di tempo tra la processione e il sinistro – senza considerare anche l’esigibilità della conoscibilità ex ante, in termini appunto di prevedibilità, da parte del custode stesso.

Il ricorso deve, in conclusione, essere accolto, con conseguente cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla stessa corte territoriale in diversa composizione affinchè si attenga al principio di diritto per cui il caso fortuito esonerante il custode dalla responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. non sussiste qualora il custode abbia avuto possibilità di prevedere che la cosa che ha in custodia, così come inserita nel concreto dinamismo causale, avrebbe potuto cagionare il danno.

P.Q.M.

Accogliendo il ricorso cassa la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’appello di Bari.

Così deciso in Roma, il 25 ottobre 2018.

Depositato in Cancelleria il 23 gennaio 2019

Cinghiale: la presenza del segnale stradale di pericolo non esonera la Regione Veneto da responsabilità in caso di incidente

IL FATTO

A seguito dell’attraversamento repentino di un gruppo di cinghiali di grossa corporatura un automobilista si ritrovava coinvolto in un incidente stradale: un ungulato rimaneva esanime al lato della strada e l’autovettura dell’automobilsta subiva ingenti danni al paraurti anteriore. L’automobilista instaurata senza esito positivo, una trattativa stragiudiziale, si vedeva, quindi, costretto a citare in giudizio la Regione Veneto onde ottenere il risarcimento dei danni materiali subìti.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DAL GIUDICE

In particolare con tale provvedimento, il Giudice patavino Dott.ssa Marina Caretta, ha statuito che la responsabilità dell’Ente Regionale, preposto a fronteggiare tali eventi, non può essere esclusa dalla sia pur presente apposizione di un cartello stradale di segnalazione di pericolo esistente sul tratto stradale a circa 700 metri dal luogo del sinistro, data anche l’assenza totale di illuminazione stradale che avrebbe consentito al conducente un tempestivo avvistamento. Per l’effetto la Regione è stata obbligata a risarcire il danno causato per “la insufficiente/omessa gestione della fauna selvatica, nonostante l’allarme sociale sussistente per altri analoghi episodi”. Tale decisione si inserisce nel solco tracciato dalla recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione del 27.07.2015, n. 15753, ove è stata finalmente sfatata l’errata convinzione che la presenza di cartellonistica stradale, segnalante l’esistenza della fauna selvatica, fosse sufficiente per esentare da responsabilità la Regione.

 LA SENTENZA (integrale in PDF più sotto)

REPUBBLICA ITALIANA

UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE DI PADOVA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Nella persona della dott.ssa Marina CARETTA ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nella causa civile n. 3173/2016 R.G. promossa con atto di citazione depositato in Cancelleria in data 31 maggio 2016, notificato alla convenuta Regione Veneto in data 5 aprile 2016, da: ***, con il proc. e dom. avvocato Claudio Calvello con studio in Abano Terme (PD) via Previtali n. 30

                                                                       – attrice-

contro

Regione Veneto con l’Avv. *******

– convenuta –

Oggetto: risarcimento danni.

(Omissis)

Ai sensi dell’art. 2043 c.c. risulta quindi pienamente assolto l’onere probatorio a carico dell’attrice, sulla invocata esclusione di responsabilità nell’impatto in ora notturna con il gruppo di cinghiali, che aveva reso impossibile l’adozione di manovre di salvezza da parte del conducente.

Per l’effetto va ricondotto nell’alveo della responsabilità dell’Ente Regionale preposto a fronteggiare tali eventi, mediante la costituzione del “Fondo per i danni da incidenti in sedi stradali dalla fauna selvatica”, l’obbligo di tenere indenne l’attrice dei danni materiali ad essa provocati dalla fauna vagante, che non può essere escluso dalla sia pur presente apposizione di un cartello di segnalazione di pericolo esistente sul tratto stradale a circa 700 metri dal luogo del sinistro, data anche l’assenza totale di illuminazione stradale, che invero avrebbe consentito al conducente un tempestivo avvistamento, reso invece impossibile nelle circostanze descritte.

La Regione Veneto non ha quindi provato che l’incidente sarebbe stato evitabile mediante la tenuta di una diversa condotta da parte dell’attrice e pertanto va posto a carico della convenuta l’obbligo di risarcire il danno ad essa prodotto dalla insufficiente/omessa gestione della fauna selvatica, nonostante l’allarme sociale sussistente per altri analoghi episodi.

(Omissis)

Scarica la sentenza integrale in PDF: Sentenza cinghiale Giudice Caretta

Insidia stradale: la custodia cui è tenuta la P.A. titolare del bene si estende anche alle sue pertinenze, compresa, la banchina

Cass. civ. Sez. III, Sent., 10-01-2017, n. 260

Con sentenza n. 260 del 10.01.2017, la III Sezione della Corte di Cassazione è intervenuta sul tema della responsabilità dei Comuni per le cosiddette insidie stradali. Nel caso in questione, l’aspetto interessante della pronuncia non attiene tanto ai contorni giuridici entro i quali la Corte ha ritenuto di sussumere la fattispecie concreta in esame (art. 2051 c.c.), quanto piuttosto ai profili del fatto storico. La Cassazione ha ribaltato l’esito del giudizio di secondo grado sulla base di alcune considerazioni che possono così riassumersi:

1) la custodia cui è tenuto l’ente titolare del bene non si limita alla sola carreggiata, ma si estende anche alle sue pertinenze, come, per l’appunto, la banchina;

2) per ovvia conseguenza, ne discende che l’obbligo degli enti pubblici di manutenere
le aree destinate alla circolazione concerne pure le zone limitrofe a quella asfaltata;

3) lo “scalino” esistente tra la piattaforma asfaltata e la banchina era, nella fattispecie de quo, occultato da vegetazione il che rendeva “infido” l’ostacolo consentendo di annoverarlo anche nella categoria di creazione giurisprudenziale dell’insidia;

4) infine, la Corte ha evidenziato che “le scarpate delle strade statali, provinciali e comunali al pari dei fossi e delle banchine ad esse latistanti, devono considerarsi parti delle strade medesime e perciò soggette allo stesso loro regime di demanialità, in forza della presunzione iuris tantum posta dalla L. 20 marzo 1865, n. 2248, art. 22” (Francesco Carraro).

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

In materia di responsabilità ex art. 2051 cod. civ., la custodia esercitata dal proprietario o gestore della strada non è limitata alla sola carreggiata, ma si estende anche agli elementi accessori o pertinenze (Cass. 12 maggio 2015, n. 9547). Per assicurare la sicurezza degli utenti la P.A., quale proprietaria delle strade pubbliche, ha l’obbligo di provvedere alla relativa manutenzione nonchè di prevenire e, se del caso, segnalare qualsiasi situazione di pericolo o di insidia inerente non solo alla sede stradale ma anche alla zona non asfaltata sussistente ai limiti della medesima (Cass. 14 marzo 2006, n. 5445; 4 ottobre 2013, n. 22755). Indipendentemente dalla questione dell’appartenenza della zona corrispondente al ciglio erboso, l’esistenza dello scalino fra carreggiata e ciglio erboso occultato dalla folta vegetazione costituisce pericolo occulto, non specificatamente segnalato, rispetto al quale quindi si estendono gli obblighi di manutenzione della pubblica amministrazione.

LA SENTENZA

(omissis)

Svolgimento del processo

1. B.F. convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Foggia – sezione di Trinitapoli l’Amministrazione Provinciale di Foggia chiedendo il risarcimento del danno conseguente a sinistro stradale. Espose in particolare l’attore che il giorno (OMISSIS) l’autocarro da lui condotto aveva sbandato e si era ribaltato in quanto la ruota anteriore destra aveva sdrucciolato fuori della piattaforma stradale a causa di un notevole dislivello tra la parte asfaltata e la contigua parte in erba adiacente alla strada e che la responsabilità del sinistro era da addebitare alla Provincia di Foggia, proprietaria della strada.

2. Il Tribunale adito rigettò la domanda.

3. Avverso detta sentenza propose appello il B.. Si costituì la parte appellata chiedendo il rigetto dell’appello.

4. Con sentenza di data 28 dicembre 2012 la Corte d’appello di Bari rigettò l’appello. Motivò la corte territoriale, premessa l’applicabilità dell’art. 2051 c.c., che non era stato provato il nesso di causalità fra l’omissione custodiale e l’evento dannoso, essendo stato quest’ultimo determinato, così come dichiarato dal B. ai carabinieri in sede di confessione stragiudiziale (da valutare unitamente allo stato dei luoghi e alla mancata indicazione di altra causa specifica), dall’errata manovra dell’appellante il quale, incrociando un’autovettura proveniente in senso contrario, aveva oltrepassato la linea bianca della carreggiata posta alla propria destra, sconfinando nel ciglio erboso (la folta vegetazione avrebbe occultato la vista dello “scalino” fra carreggiata e ciglio erboso) non compreso nella proprietà della strada e di cui l’ente proprietario non rispondeva. Osservò che non poteva essere considerata insidia la mancanza di banchine laterali, non potendo essere qualificata negligente manutenzione la mancata realizzazione delle stesse. Aggiunse che in ogni caso l’errore del B. era evento di per sè sufficiente a causare l’evento dannoso con azione causale autonoma che non si collegava alle presunte “insidie” della strada, di cui il conducente doveva essere consapevole, adeguando la velocità e le manovre alle condizioni della strada, e che nella relazione di a.t.p. era stato indicato che a monte del luogo del sinistro risultavano una serie di segnali di pericolo.

5. Ha proposto ricorso per cassazione B.F. sulla base di tre motivi. Resiste con controricorso la parte intimata. E’ stata depositata memoria di parte.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2043, 2051, 2735 e 2719 c.c., artt. 113 e 115 c.p.c., D.M. n. 223 del 1992, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e n. 4. Osserva il ricorrente che la corte territoriale non aveva considerato i seguenti elementi: le dichiarazioni rese ai carabinieri non costituivano confessione stragiudiziale; le anomalie del tratto di strada; il tratto erboso era di proprietà della Provincia di Foggia, che era perciò obbligata alla manutenzione; il guardrail non era posizionato in modo regolare, come emerso in sede di a.t.p., in violazione del D.M. n. 223 del 1992.

2. Con il secondo motivo si denuncia omesso esame di fatto decisivo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Lamenta il ricorrente che la corte territoriale non ha preso in considerazione la mancata eliminazione del dislivello tra la parte asfaltata e la contigua parte in erba, nonchè la mancata relativa segnalazione da parte della Provincia di Foggia quale proprietaria anche del manto erboso contiguo.

3. I due motivi, da valutare unitariamente in quanto connessi, sono fondati. Il giudice di merito ha accertato l’esistenza di uno “scalino” fra carreggiata e ciglio erboso occultato dalla folta vegetazione. Va premesso che le scarpate delle strade statali, provinciali e comunali al pari dei fossi e delle banchine ad esse latistanti, devono considerarsi parti delle strade medesime e perciò soggette allo stesso loro regime di demanialità, in forza della presunzione “iuris tantum” posta dalla L. 20 marzo 1865, n. 2248, art. 22 all. f., e per effetto del rapporto pertinenziale in cui si trovano con la sede stradale, quali elementi accessori la cui situazione statica è fattore determinante dell’agibilità della strada (Cass. 28 novembre 1991, n. 12759). In materia di responsabilità ex art. 2051 cod. civ., la custodia esercitata dal proprietario o gestore della strada non è limitata alla sola carreggiata, ma si estende anche agli elementi accessori o pertinenze (Cass. 12 maggio 2015, n. 9547). Per assicurare la sicurezza degli utenti la P.A., quale proprietaria delle strade pubbliche, ha l’obbligo di provvedere alla relativa manutenzione nonchè di prevenire e, se del caso, segnalare qualsiasi situazione di pericolo o di insidia inerente non solo alla sede stradale ma anche alla zona non asfaltata sussistente ai limiti della medesima (Cass. 14 marzo 2006, n. 5445; 4 ottobre 2013, n. 22755). Indipendentemente dalla questione dell’appartenenza della zona corrispondente al ciglio erboso, l’esistenza dello scalino fra carreggiata e ciglio erboso occultato dalla folta vegetazione costituisce pericolo occulto, non specificatamente segnalato, rispetto al quale quindi si estendono gli obblighi di manutenzione della pubblica amministrazione.

3.1. Il giudice di merito ha statuito nel senso che la manovra del B. era evento di per sè sufficiente a causare l’evento dannoso con azione causale autonoma. Allorquando sia accertato il carattere insidioso del pericolo stradale, non segnalato dall’Amministrazione proprietaria, in violazione delle norme del codice della strada, il giudice, nell’accertare la responsabilità nella verificazione dell’evento dannoso, non può limitarsi a valutare la condotta del conducente sotto il profilo della prevedibilità del pericolo, ma deve al contempo valutare l’eventuale efficacia causale, anche concorrente, che abbia assunto la condotta omissiva colposa dell’Amministrazione nella produzione del sinistro (Cass. 13 aprile 2007, n. 8847). Il giudice di merito non ha effettuato tale valutazione. In mancanza di essa non è possibile statuire, come ha fatto la corte territoriale, nel senso dell’interruzione del nesso eziologico tra la causa del danno ed il danno stesso per un comportamento colposo dell’utente danneggiato. Dovrà quindi il giudice di merito valutare l’eventuale efficacia causale, anche concorrente, che abbia assunto la condotta omissiva colposa dell’Amministrazione nella produzione del sinistro.

4. Con il terzo motivo si denuncia nullità della sentenza e del procedimento ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 per violazione degli artt. 2043, 2051, 2735 e 2719 c.c., artt. 113 e 115 c.p.c., D.M. n. 223 del 1992.

Osserva il ricorrente che in relazione alla normativa citata sussiste la nullità della sentenza e del procedimento.

4. 1. L’accoglimento dei precedenti motivi determina l’assorbimento del motivo.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi due motivi del ricorso, con assorbimento del terzo motivo, e cassa la sentenza impugnata; rinvia ad altra sezione della Corte d’appello di Bari, che provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Terza Sezione Civile della Corte suprema di Cassazione, il 9 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 gennaio 2017

Art. 2051 c.c.: l’assenza di testimoni al sinistro non esclude la responsabilità (Cass. civ. 9140/13)

Una breve considerazione: troppo spesso e (mal) volentieri ci imbattiamo in Giudici che rigettano la domanda risarcitoria (anche) per l’assenza di testimoni al sinistro. Questa sentenza degli Ermellini chiarisce invece che anche se non vi siano stati testi che abbiano assistito alle modalità del fatto, la causa (ad esempio di una caduta) ben può essere sempre individuata presuntivamente in relazione al contesto in cui quel sinistro si è svolto. CC

Cass. civ. Sez. III, Sent., 16-04-2013, n. 9140

(OMISSIS)

Svolgimento del processo

S.M. propone ricorso per cassazione, affidato a tre motivi ed illustrato da successiva memoria, avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma che ha rigettato il suo gravame contro la sentenza di primo grado del Tribunale di Roma, che aveva respinto la domanda risarcitoria da essa proposta nei confronti del Condominio di (OMISSIS), in relazione ad un sinistro occorsole all’interno dello stabile condominiale il (OMISSIS).

Il Condominio resiste con controricorso.

Motivi della decisione

1.- Con il primo motivo la ricorrente lamenta la violazione degli artt. 2051 e 2697 cod. civ., assumendo che la responsabilità oggettiva di cui all’art. 2051 cod. civ., sarebbe incompatibile con la prova del nesso di causalità richiesta dal giudice di appello.

1.1.- Il mezzo è infondato, attesa la diversità ontologica tra la colpa ed il nesso di causalità. Anche nel regime di cui all’art. 2051 cod. civ., è necessaria dunque la prova del nesso di causalità.

2.- Con il secondo motivo, sotto il profilo del vizio di motivazione, la ricorrente si duole che nella sentenza impugnata si faccia riferimento solo al materiale di risulta e non anche agli altri fattori di pericolo emersi dall’istruttoria.

2.1.- Il mezzo è inammissibile, in quanto – secondo la sentenza – è esclusa la prova del nesso di causalità e dunque ogni questione in tema di colpa è irrilevante e comunque assorbita dalla ritenuta responsabilità del condominio ex art. 2051 cod. civ..

3.- Con il terzo motivo la ricorrente, sotto il profilo del vizio di motivazione, si duole che la Corte di Appello, pur avendo correttamente ritenuto che i gradini fossero sporchi di materiale di risulta murario, ha poi contraddittoriamente affermato l’insufficienza di tale prova.

3.1.- Il terzo motivo è fondato.

Accertate in fatto l’esistenza di “materiale di risulta precipitato dal soffitto e dalle pareti del vano scala condominiale” e la caduta della S., la Corte d’appello ha tuttavia conferito determinante valenza in punto di difetto di prova di nesso causale tra presenza di materiali di risulta e caduta alla circostanza che “nessun testimone è stato in grado di precisare le modalità della caduta”.

A parte il rilievo che non è immaginabile come un teste potesse con certezza attribuire la caduta alla presenza di materiale di risulta quand’anche avesse materialmente assistito all’evento (in ipotesi, conseguito ad una “scivolata”), è ovvio che in casi quale quello di specie la causa è sempre individuata presuntivamente in relazione al contesto.

Così, ad esempio, se un’autovettura slitta in un punto della strada dov’è presente del brecciolino, la causa dello slittamento ben potrà essere attribuita alla presenza di quel materiale anche se non vi siano stati testi che abbiano assistito alle modalità del fatto.

Lo stesso vale per le cadute su pavimento bagnato, o lungo scale con gradini sconnessi e così via.

Il vizio della motivazione sta allora nell’aver escluso la sussistenza di nesso causale solo perchè non v’erano testi che avessero assistito alle modalità della caduta (il che dipende esclusivamente dal caso), senza scrutinare se a diverse conclusioni potesse in ipotesi pervenirsi sulla scorta dell’apprezzamento di fatti idonei ad ingenerare presunzioni, così consentendo di inferire la ricorrenza del fatto ignoto (causa della caduta) da quello noto (presenza di materiali di risulta) alla luce delle nozioni di fatto comune esperienza, che integrano com’è noto una regola di giudizio.

Il che non avrebbe comunque impedito – nell’ambito dell’apprezzamento dei fatti che compete al giudice del merito – di ritenere, in ipotesi, che la qualità di condomina della persona incorsa nella caduta, come tale a conoscenza della pericolosità del contesto, le imponesse una particolare cautela nell’affrontare la discesa delle scale e di ravvisarne per tale via il concorso nell’accadimento del fatto.

4.- Il terzo motivo di ricorso va pertanto accolto, rigettati i primi due, e la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione con rinvio, anche per le spese, alla Corte di Appello di Roma in diversa composizione.

P.Q.M.

la Corte accoglie il terzo motivo di ricorso, rigettati i primi due, cassa in relazione la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 14 febbraio 2013.

Depositato in Cancelleria il 16 aprile 2013

Tribunale di Padova, Giudice Bordon: la tabella dell’art. 139 C.d.A. non è applicabile al di fuori dei casi espressamente previsti

Tribunale di Padova, Giudice Dott. Bordon, Sentenza del 13 maggio 2015

Il Giudice patavino al punto 6 della sentenza svolge un’incisiva e precisa analisi dell’art. 2051 c.c.: “La Corte di Cassazione ha evidenziato che non ha rilievo agli effetti dell’art. 2051 c.c. la distinzione tra cose pericolose ed inerti, ben potendo anche queste ultime inserirsi in un complesso causale, produttivo di danno, in ordine al quale il legislatore ha inteso apprestare a favore del danneggiato una tutela rafforzata (cfr. Cass., sez. III, 5.12.08, n. 28811; Cass., sez. III 4.8.2005 n. 16373). Secondo il dominante orientamento giurisprudenziale la responsabilità per il danno cagionato da cose in custodia si fonda non su un comportamento o un’attività del custode, ma su una relazione (di custodia) intercorrente tra questi e la cosa dannosa. Ciò significa che solo il “fatto della cosa” è rilevante (e non il fatto dell’uomo) e che la responsabilità discende dal mero rapporto di custodia. L’unico limite è costituito dall’esistenza del caso fortuito, con la precisazione che detto limite non si identifica con l’assenza di colpa. Si tratta, quindi, di una responsabilità oggettiva. La diligenza del custode, se non è provato il fortuito, non è sufficiente per escludere la sua responsabilità (v. Cass., sez. III, 25.7.08, n. 20427).

Molto interessante anche lo spunto che questa sentenza ci offre in ordine al giudizio di attendibilità dei testi escussi nel corso del processo e su cui il Giudice ha ritenuto di esprimersi. L’esito positivo di questa valutazione non è ancora un giudizio sulla verità del fatto posto ad oggetto della testimonianza, ma un giudizio circa la possibilità di usare la testimonianza come strumento per accertare quel fatto. Se l’esito della valutazione di credibilità è negativo, l’ovvia conseguenza è che la prova viene considerata inutilizzabile ai fini dell’accertamento dei fatti

In ordine alla quantificazione del danno non patrimoniale, il Dott. Bordon precisa che “devono applicarsi le Tabelle del Tribunale di Milano 2014, a cui è stata riconosciuta una vocazione nazionale da un’importante pronuncia di legittimità (Cass., sez. III, 7.6.11, n. 12408, Amatucci), utilizzate dall’ufficio giudiziario di Padova fin dal novembre 2009. Nessuna (altra) tabella legislativa è prevista per illeciti del genere di quello di cui di discute e la tabella dell’art. 139 C.d.A. non è applicabile al di fuori dei casi espressamente previsti.

La sentenza integrale

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DÌ PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice Unico Dott. Gianluca Bordon ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I° Grado iscritta al ruolo al n. 7442/2011 R.G., promossa da R. G. (c.f.: ***), difesa dall’avvocato domiciliatario CLAUDIO CALVELLO con studio in VIA PREVITALI, 30, ABANO TERME

attore

contro

CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. (c.f.: ***), difesa dall’avvocato domiciliatario ***, con studio in VIA *** PADOVA

convenuto

OGGETTO: Responsabilità ex artt. 2049 – 2051 – 2052 c.c.

CONCLUSIONI DELL’ATTORE: voglia l’Ecc.mo Tribunale adito, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione respinta: – accogliere la domanda attorea e, per l’effetto, nel merito: visto l’esito della prova testimoniale, nonché dell’espletata ctu, in ordine alla quale si aderisce, dichiarare la responsabilità della Casa di Cura di Abano Terme S.p.A., ex art. 2051 c.c. o, in subordine ex art. 2043 c.c. e conseguentemente condannare la stessa – in persona del legale rappresentante pro tempore – al pagamento a favore della Sig.ra G. R. della somma complessiva di € 19.832,25= (di cui € 16.970,25 a titolo di danno biologico permanente e temporaneo, € 566,00 per spese mediche, € 2.296,00 per spese peritali di Ctu e Ctp) o in quella diversa maggiore o minore somma che dovesse venire accertata in corso di causa e da determinarsi, all’occorrenza, in via equitativa ex art. 1226 c.c., oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi. – con vittoria di spese e competenze di lite da distrarsi a norma dell’art. 93 c.p.c. a favore dell’Avv. Claudio Calvello quale procuratore antistatario nonché con sentenza munita della clausola di provvisoria esecuzione.

CONCLUSIONI DEL CONVENUTO: nel merito: rigettarsi le domande attrici siccome infondate in fatto ed in diritto e comunque perché non provate. In subordine: accertarsi e dichiararsi il prevalente concorso dell’attrice nella causazione dell’evento dannoso e liquidarsi i danni subiti dalla stessa secondo giustizia e in base alle effettive risultanze di causa. In via subordinata istruttoria: come da memorie ex art. 183 VI comma n. 2 e 3 c.p.c per quanto non già ammesso e/o espletato. In ogni caso: spese ed onorari di causa rifusi, compresi Iva, Cpa e rimborso forfettario spese generali.

MOTIVI DELLA DECISIONI

1. R. G. ha convenuto in giudizio Casa di Cura Abano Terme Polispecialistica e Termale s.p.a. per ottenere ex art. 2051 c.c. il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti in conseguenza di una caduta nel cortile della clinica, avvenuta alle ore 11,00 circa del 13 gennaio 2010. L’attrice ha allegato di essere inciampata all’interno del cortile “a causa di un insidioso dislivello presente sulla pavimentazione di mattonelle di porfido”. La casa di cura aveva omesso di provvedere ai lavori di manutenzione della pavimentazione, effettuati solo nelle immediate vicinanze del luogo della caduta. La documentazione fotografica a disposizione non rappresentava lo stato dei luoghi al momento del sinistro, risalendo al mese di luglio del 2011. All’epoca della caduta, sulla pavimentazione del cortile erano presenti profondi solchi di 2-3 centimetri tra una mattonella e l’altra.

2. Nel costituirsi in giudizio Casa di Cura Abano Terme Polispecialistica e Termale s.p.a., oltre a contestare la quantificazione dei danni, ha eccepito che la pavimentazione non presentava alterazioni tali da determinare un’insidia imprevedibile e invisibile. Non sussisteva la benché minima situazione di pericolo e la documentazione fotografica depositata dalla controparte non evidenziava dislivelli. I lavori di manutenzione della pavimentazione erano stati completati nel mese di novembre 2009, mentre una distinta area nelle vicinanze dell’ingresso, ove erano ancora in corso dei lavori, era adeguatamente transennata. In ogni caso, nella valutazione dei danni avrebbe dovuto tenersi conto del comportamento colposo della danneggiata.

3. Nel corso dell’istruttoria è stato escusso il teste oculare S. T., il responsabile dell’ufficio tecnico della Casa di Cura, N. C., e il responsabile della manutenzione e coordinamento del cantiere, M. C. È stato anche disposto un accertamento tecnico medico – legale affidato c.t.u. al dott. Stefano Faiferri (v. relazione 2 maggio 2013).

4. Il teste S. T. ha riferito che non conosceva l’attrice. Vedendola cadere, la soccorse, aiutandola a sedersi su una panchina. Nel cortile vi erano dei lavori che interessavano la pavimentazione: “la superficie del suolo era irregolare perché mancavano le fughe tra una mattonella e l’altra”. Non vide operai o materiale accatastato. La documentazione fotografica depositata dall’attrice non rappresenta lo stato dei luoghi al momento del fatto: “dalle fotografie risulta che le fughe sono state coperte nel punto in cui ho visto cadere l’attrice. Sono stata l’unica persona a intervenire per aiutare l’attrice. Il personale della causa di cura non ha visto la caduta. Non ricordo di aver visto transenne, cartelli o nastri di colore rosso e bianco. Non vi era proprio nulla” (v. verbale ud. 22 dicembre 2015). Gli ulteriori due testi escussi non assistettero alla caduta. N. C. ha riferito che i lavori di ripavimentazione del piazzale erano stati completati nel novembre 2009 e di non ricordare la presenza di dislivelli. M. C. ha sostenuto che sempre in quel periodo furono sistemate le “fughe”, con getti di cemento liquido tra le lastre di porfido. Nel gennaio 2010 vi erano ancora dei lavori in corso, ma non nelle immediate vicinanze della rampa.

5. Dall’accertamento medico-legale risulta che R. G. riportò la frattura del polso destro, con sofferenza del nervo mediano, produttiva di limitazioni funzionali e di sintomatologia parestesica sostenuta da un quadro di sindrome del tunnel carpale. La lesività è di origine traumatica e compatibile con la dinamica di accadimento dei fatti, documentata nell’immediatezza del fatto e appaiono rispettati tutti i criteri medico-legali per l’identificazione del nesso causale. Il quadro menomante concretizza un danno permanente, limitato al biologico, pari al 7%. Sulla scorta dei dati anamnestici e documentali, risulta esservi stato un periodo di danno biologico temporaneo parziale di 60 giorni al 75%, 30 giorni al 50%, 30 giorni al 25%. Il grado di sofferenza è da definirsi di media entità per i primi 60 giorni e di entità medio-lieve per i successivi 60 giorni, lieve nel cronico. Delle spese mediche documentate sono pertinenti e congrue le spese per accertamenti e trattamenti riabilitativi per la somma complessiva di euro 556,00.

6. L’art. 2051 c.c. prevede che ciascuno sia responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito. La norma non esige che la cosa in custodia sia suscettibile di produrre danni per sua natura, cioè per un suo intrinseco potere, in quanto, anche in relazione alle cose prive di un proprio “dinamismo”, sussiste il dovere di custodia e controllo. La Corte di Cassazione ha evidenziato che non ha rilievo agli effetti dell’art. 2051 c.c. la distinzione tra cose pericolose ed inerti, ben potendo anche queste ultime inserirsi in un complesso causale, produttivo di danno, in ordine al quale il legislatore ha inteso apprestare a favore del danneggiato una tutela rafforzata (cfr. Cass., sez. III, 5.12.08, n. 28811; Cass., sez. III 4.8.2005 n. 16373). Secondo il dominante orientamento giurisprudenziale la responsabilità per il danno cagionato da cose in custodia si fonda non su un comportamento o un’attività del custode, ma su una relazione (di custodia) intercorrente tra questi e la cosa dannosa. Ciò significa che solo il “fatto della cosa” è rilevante (e non il fatto dell’uomo) e che la responsabilità discende dal mero rapporto di custodia. L’unico limite è costituito dall’esistenza del caso fortuito, con la precisazione che detto limite non si identifica con l’assenza di colpa. Si tratta, quindi, di una responsabilità oggettiva. La diligenza del custode, se non è provato il fortuito, non è sufficiente per escludere la sua responsabilità (v. Cass., sez. III, 25.7.08, n. 20427). La responsabilità deriva non da un comportamento del responsabile, ma dalle modalità di causazione del danno. La rilevanza del fortuito attiene al profilo causale, in quanto suscettibile di una valutazione che consenta di ricondurre all’elemento esterno, anziché alla cosa che ne è fonte immediata, il danno concretamente verificatosi. Al danneggiato compete provare l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento lesivo, mentre il custode, per liberarsi dalla responsabilità, dovrà provare l’esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere quel nesso causale (v. Cass., sez. III, 30.10.08, n. 26051; Cass., sez. III, 11.1.05 n. 376), quale anche la condotta imprevista e imprevedibile della vittima (v. Cass., sez. III, 28.10.09, n. 22807) o di un terzo (v. Cass., sez. III, 7.10.08, n. 24755). Il fattore accertato potrebbe anche non essere sufficiente a interrompere il nesso di causalità, ma essere idoneo a giustificare un concorso di colpa ex art. 1227, I co. c.c. (v. Cass., sez. III, 8.5.08, n. 11227).

7. Il fatto storico è ricostruibile sulla base di un testimone della cui attendibilità non vi è motivo di dubitare, per l’assenza di legami con le parti in causa. Non altrettanto può affermarsi con riferimento ai testi introdotti dalla convenuta, per i ruoli ricoperti di responsabile dell’ufficio tecnico della clinica e di responsabile dei lavori di manutenzione. M. C. ha espressamente riconosciuto di aver controllato unitamente al D.L. nel novembre 2009 che i lavori fossero stati eseguiti a regola d’arte. Sarebbe stato suo compito rilevare eventuali irregolarità della pavimentazione e ha quindi tutto l’interesse a negare di non aver svolto diligentemente il proprio incarico. Non solo S. T. si presenta come persona più credibile per l’assenza d’interessi che potrebbero condizionare le sue risposte. Una delle fotografie depositate come documento 7 dall’attrice, rende abbastanza evidente che una particolare area del cortile sia stata interessata da quello che M. C. ha definito un getto di cemento liquido. Sembra esservi stato un intervento posticcio e temporalmente vicino allo scatto fotografico del luglio 2011, piuttosto che una rifinitura a regola d’arte risalente al novembre 2009. Alla domanda se lo stato dei luoghi sia stato modificato dopo il gennaio 2010, a dispetto delle dichiarazioni di N. C. e M. C., deve pertanto darsi risposta positiva. Lo afferma un teste soggettivamente credibile e la documentazione fotografica costituisce un valido riscontro alla sua deposizione.

8. È ravvisabile la responsabilità ex art. 2051 c.c. della struttura ospedaliera quale custode del bene perché la caduta appare ricollegabile a fessure o fughe fra i blocchi di porfido costituenti la pavimentazione del cortile. Che apprezzabili dislivelli dovessero essere livellati è facilmente comprensibile, considerando la specifica destinazione dell’immobile e l’utenza – anche non più giovane – che poteva frequentarlo. È vero che la documentazione depositata non evidenzia particolari fessure, ma a) due delle fotografie depositate come doc. 7 consentano di notare del materiale di colore chiaro – cemento liquido secondo M. C. – collocato fra i diversi blocchi di porfido; b) S. T. ha collocato la caduta in corrispondenza proprio di quel materiale; c) il teste ha precisato che lo stato dei luoghi è stato modificato rispetto al giorno dell’infortunio. L’art. 1227, I co. c.c. stabilisce che se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate. L’onere della prova è però a carico del debitore – danneggiante (cfr. Cass., sez. III, 31.10.14, n. 23148) e sul punto (v. comparsa di costituzione e risposta, fg. 4-6) nulla è stato tempestivamente allegato.

9. Le conclusioni dell’accertamento medico legale, congruamente motivate e immuni da vizi logici, non sono state poste in discussione da osservazioni dei consulenti nominati dalla parti (v. relazione 2.5.13, fg. 8) Ai fini della quantificazione del danno non patrimoniale, si applicano le Tabelle del Tribunale di Milano 2014, a cui è stata riconosciuta una vocazione nazionale da un’importante pronuncia di legittimità (Cass., sez. III, 7.6.11, n. 12408, Amatucci), utilizzate dall’ufficio giudiziario di Padova fin dal novembre 2009. Nessuna tabella legislativa è prevista per illeciti del genere di quello di cui di discute e la tabella dell’art. 139 C.d.A. non è applicabile al di fuori dei casi espressamente previsti. È noto che le Tabelle del Tribunale di Milano sono state elaborate proprio in considerazione dei principi espressi dalle sentenze delle sezioni unite del novembre 2008 (Cass., s.u., 11.11.08, 26972, 26973, 26974 e 26975). Esprimono valori medi standardizzati, e non minimi, rapportati alla gravità delle conseguenze dannose. Nessuna personalizzazione viene attuata per le considerazioni svolte dal consulente dott. Stefano Faiferri sul grado di sofferenza medio, medio-lieve e lieve nel cronico derivante dalle lesioni e per l’assenza di altre particolari allegazioni meritevoli di valorizzazione. Sulla base della consulenza tecnica d’ufficio, considerando che Rosanna Garofolin aveva all’epoca del sinistro 71 anni, il danno da invalidità permanente è stimabile in euro 9.968,00 e quello da invalidità temporanea in euro 6.480,00 (euro 4.320,00 + euro 1.440,00 + euro 720,00), per complessivi euro 16.448,00.

10. A titolo di danno patrimoniale sono valorizzabili le spese considerate necessarie o utili dal consulente medico legale, inerendo ad “accertamenti e trattamenti riabilitativi” e valutazioni medico legali antecedenti alla presente causa, pari complessivamente a euro 516,00. Prese in esame le osservazioni della difesa di parte convenuta, si esclude unicamente il rimborso del “certificato per assicurazione”, non essendo stata spiegata la pertinenza e utilità di tale esborso. Tra le spese rimborsabili, viene invece ricompresa anche quella relativa all’accertamento medico, costituendo tale accertamento una conseguenza normale e regolare del fatto illecito. Le spese sono rivalutabili secondo l’indice FOI dell’istat in euro 540,00.

11. il danno patrimoniale e non patrimoniale complessivo è quantificabile in moneta attuale in euro 16.998,00. Al creditore di un’obbligazione di valore spetta poi il risarcimento del danno ulteriore causato dal ritardato adempimento. Il principio per cui gli interessi possono essere attribuiti solo su domanda vale per le obbligazioni pecuniarie in senso stretto (Cass., sez. I, 17.5.05, n. 10354). La base del calcolo è costituita non dal credito in moneta attuale (v. Cass., s.u., 17.12.95, n. 1712), ma dal “coacervo” del credito originario via via rivalutato con periodicità annuale (alla data convenzionale del 31 dicembre di ciascun anno). Non è infatti consentito calcolare gli interessi sulle somme integralmente rivalutate dalla data del fatto illecito perché ciò comporterebbe una duplicazione delle voci risarcitorie. Al momento del deposito della sentenza l’obbligazione di valore si trasforma in obbligazione di valuta e produce altresì interessi legali fino al pagamento. L’indice da prendere in considerazione ai fini della rivalutazione è quello del costo della vita utilizzato dall’istat (indice FOI).

12. Le spese di c.t.u. e legali seguono la soccombenza di parte convenuta. Le spese legali vengono calcolate sulla base del D.M. 55/14. Si applicano i valori medi dello scaglione di riferimento. Non vi sono i presupposti per l’aumento del compenso ex art. 4, V co. D.M. 55/14, attesa la discrasia esistente fra le diverse deposizioni acquisite. L’avvocato Claudio Calvello ha chiesto in sede di precisazione delle conclusioni la distrazione delle spese in proprio favore. Alle spese legali vanno aggiunte quelle della difesa tecnica all’interno del processo, documentate dalla fattura 93/13 (doc. 11 att.) del dott. Francesco Munari.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunziando, rigettata ogni diversa domanda, istanza ed eccezione, così provvede:

a) condanna CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. al pagamento in favore di R. G. della somma di euro 16.998,00, oltre agli interessi al tasso legale dalla sentenza al saldo e agli interessi sulla predetta somma come devalutata al 13 gennaio 2010 e poi rivalutata di anno in anno sino alla sentenza;

b) pone le spese della c.t.u. medico-legale in via definitiva a carico di CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A.;

c) condanna CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. alla rifusione all’attrice delle spese di lite, liquidate nella somma di euro 5.049,00, di cui euro 214,00 per esborsi e il resto per compenso, oltre spese generali (15%), i.v.a., c.p.a. nonché euro 726,00 per rimborso spese del c.t.p.. Dispone la distrazione delle spese legali in favore dell’avvocato Claudio Calvello.

Padova, 13 maggio 2015

Il Giudice

dott. Gianluca Bordon

Tribunale di Padova, (Giudice Bordon) e art. 2051 c.c.: la responsabilità discende dal mero rapporto di custodia

Tribunale di Padova, Giudice Dott. Bordon, Sentenza del 13 maggio 2015

Il Giudice patavino al punto 6 della sentenza svolge un’incisiva e precisa analisi dell’art. 2051 c.c.: “La Corte di Cassazione ha evidenziato che non ha rilievo agli effetti dell’art. 2051 c.c. la distinzione tra cose pericolose ed inerti, ben potendo anche queste ultime inserirsi in un complesso causale, produttivo di danno, in ordine al quale il legislatore ha inteso apprestare a favore del danneggiato una tutela rafforzata (cfr. Cass., sez. III, 5.12.08, n. 28811; Cass., sez. III 4.8.2005 n. 16373). Secondo il dominante orientamento giurisprudenziale la responsabilità per il danno cagionato da cose in custodia si fonda non su un comportamento o un’attività del custode, ma su una relazione (di custodia) intercorrente tra questi e la cosa dannosa. Ciò significa che solo il “fatto della cosa” è rilevante (e non il fatto dell’uomo) e che la responsabilità discende dal mero rapporto di custodia. L’unico limite è costituito dall’esistenza del caso fortuito, con la precisazione che detto limite non si identifica con l’assenza di colpa. Si tratta, quindi, di una responsabilità oggettiva. La diligenza del custode, se non è provato il fortuito, non è sufficiente per escludere la sua responsabilità (v. Cass., sez. III, 25.7.08, n. 20427).

Molto interessante anche il giudizio di attendibilità dei testi escussi nel corso del processo e su cui il Giudice ha ritenuto di esprimersi. L’esito positivo di questa valutazione non è ancora un giudizio sulla verità del fatto posto ad oggetto della testimonianza, ma un giudizio circa la possibilità di usare la testimonianza come strumento per accertare quel fatto. Se l’esito della valutazione di credibilità è negativo, l’ovvia conseguenza è che la prova viene considerata inutilizzabile ai fini dell’accertamento dei fatti

In ordine alla quantificazione del danno non patrimoniale, il Dott. Bordon precisa che “devono applicarsi le Tabelle del Tribunale di Milano 2014, a cui è stata riconosciuta una vocazione nazionale da un’importante pronuncia di legittimità (Cass., sez. III, 7.6.11, n. 12408, Amatucci), utilizzate dall’ufficio giudiziario di Padova fin dal novembre 2009. Nessuna (altra) tabella legislativa è prevista per illeciti del genere di quello di cui di discute e la tabella dell’art. 139 C.d.A. non è applicabile al di fuori dei casi espressamente previsti.

La sentenza integrale

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DÌ PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice Unico Dott. Gianluca Bordon ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I° Grado iscritta al ruolo al n. 7442/2011 R.G., promossa da R. G. (c.f.: ***), difesa dall’avvocato domiciliatario CLAUDIO CALVELLO con studio in VIA PREVITALI, 30, ABANO TERME

attore

contro

CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. (c.f.: ***), difesa dall’avvocato domiciliatario ***, con studio in VIA *** PADOVA

convenuto

OGGETTO: Responsabilità ex artt. 2049 – 2051 – 2052 c.c.

CONCLUSIONI DELL’ATTORE: voglia l’Ecc.mo Tribunale adito, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione respinta: – accogliere la domanda attorea e, per l’effetto, nel merito: visto l’esito della prova testimoniale, nonché dell’espletata ctu, in ordine alla quale si aderisce, dichiarare la responsabilità della Casa di Cura di Abano Terme S.p.A., ex art. 2051 c.c. o, in subordine ex art. 2043 c.c. e conseguentemente condannare la stessa – in persona del legale rappresentante pro tempore – al pagamento a favore della Sig.ra G. R. della somma complessiva di € 19.832,25= (di cui € 16.970,25 a titolo di danno biologico permanente e temporaneo, € 566,00 per spese mediche, € 2.296,00 per spese peritali di Ctu e Ctp) o in quella diversa maggiore o minore somma che dovesse venire accertata in corso di causa e da determinarsi, all’occorrenza, in via equitativa ex art. 1226 c.c., oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi. – con vittoria di spese e competenze di lite da distrarsi a norma dell’art. 93 c.p.c. a favore dell’Avv. Claudio Calvello quale procuratore antistatario nonché con sentenza munita della clausola di provvisoria esecuzione.

CONCLUSIONI DEL CONVENUTO: nel merito: rigettarsi le domande attrici siccome infondate in fatto ed in diritto e comunque perché non provate. In subordine: accertarsi e dichiararsi il prevalente concorso dell’attrice nella causazione dell’evento dannoso e liquidarsi i danni subiti dalla stessa secondo giustizia e in base alle effettive risultanze di causa. In via subordinata istruttoria: come da memorie ex art. 183 VI comma n. 2 e 3 c.p.c per quanto non già ammesso e/o espletato. In ogni caso: spese ed onorari di causa rifusi, compresi Iva, Cpa e rimborso forfettario spese generali.

MOTIVI DELLA DECISIONI

1. R. G. ha convenuto in giudizio Casa di Cura Abano Terme Polispecialistica e Termale s.p.a. per ottenere ex art. 2051 c.c. il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti in conseguenza di una caduta nel cortile della clinica, avvenuta alle ore 11,00 circa del 13 gennaio 2010. L’attrice ha allegato di essere inciampata all’interno del cortile “a causa di un insidioso dislivello presente sulla pavimentazione di mattonelle di porfido”. La casa di cura aveva omesso di provvedere ai lavori di manutenzione della pavimentazione, effettuati solo nelle immediate vicinanze del luogo della caduta. La documentazione fotografica a disposizione non rappresentava lo stato dei luoghi al momento del sinistro, risalendo al mese di luglio del 2011. All’epoca della caduta, sulla pavimentazione del cortile erano presenti profondi solchi di 2-3 centimetri tra una mattonella e l’altra.

2. Nel costituirsi in giudizio Casa di Cura Abano Terme Polispecialistica e Termale s.p.a., oltre a contestare la quantificazione dei danni, ha eccepito che la pavimentazione non presentava alterazioni tali da determinare un’insidia imprevedibile e invisibile. Non sussisteva la benché minima situazione di pericolo e la documentazione fotografica depositata dalla controparte non evidenziava dislivelli. I lavori di manutenzione della pavimentazione erano stati completati nel mese di novembre 2009, mentre una distinta area nelle vicinanze dell’ingresso, ove erano ancora in corso dei lavori, era adeguatamente transennata. In ogni caso, nella valutazione dei danni avrebbe dovuto tenersi conto del comportamento colposo della danneggiata.

3. Nel corso dell’istruttoria è stato escusso il teste oculare S. T., il responsabile dell’ufficio tecnico della Casa di Cura, N. C., e il responsabile della manutenzione e coordinamento del cantiere, M. C. È stato anche disposto un accertamento tecnico medico – legale affidato c.t.u. al dott. Stefano Faiferri (v. relazione 2 maggio 2013).

4. Il teste S. T. ha riferito che non conosceva l’attrice. Vedendola cadere, la soccorse, aiutandola a sedersi su una panchina. Nel cortile vi erano dei lavori che interessavano la pavimentazione: “la superficie del suolo era irregolare perché mancavano le fughe tra una mattonella e l’altra”. Non vide operai o materiale accatastato. La documentazione fotografica depositata dall’attrice non rappresenta lo stato dei luoghi al momento del fatto: “dalle fotografie risulta che le fughe sono state coperte nel punto in cui ho visto cadere l’attrice. Sono stata l’unica persona a intervenire per aiutare l’attrice. Il personale della causa di cura non ha visto la caduta. Non ricordo di aver visto transenne, cartelli o nastri di colore rosso e bianco. Non vi era proprio nulla” (v. verbale ud. 22 dicembre 2015). Gli ulteriori due testi escussi non assistettero alla caduta. N. C. ha riferito che i lavori di ripavimentazione del piazzale erano stati completati nel novembre 2009 e di non ricordare la presenza di dislivelli. M. C. ha sostenuto che sempre in quel periodo furono sistemate le “fughe”, con getti di cemento liquido tra le lastre di porfido. Nel gennaio 2010 vi erano ancora dei lavori in corso, ma non nelle immediate vicinanze della rampa.

5. Dall’accertamento medico-legale risulta che R. G. riportò la frattura del polso destro, con sofferenza del nervo mediano, produttiva di limitazioni funzionali e di sintomatologia parestesica sostenuta da un quadro di sindrome del tunnel carpale. La lesività è di origine traumatica e compatibile con la dinamica di accadimento dei fatti, documentata nell’immediatezza del fatto e appaiono rispettati tutti i criteri medico-legali per l’identificazione del nesso causale. Il quadro menomante concretizza un danno permanente, limitato al biologico, pari al 7%. Sulla scorta dei dati anamnestici e documentali, risulta esservi stato un periodo di danno biologico temporaneo parziale di 60 giorni al 75%, 30 giorni al 50%, 30 giorni al 25%. Il grado di sofferenza è da definirsi di media entità per i primi 60 giorni e di entità medio-lieve per i successivi 60 giorni, lieve nel cronico. Delle spese mediche documentate sono pertinenti e congrue le spese per accertamenti e trattamenti riabilitativi per la somma complessiva di euro 556,00.

6. L’art. 2051 c.c. prevede che ciascuno sia responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito. La norma non esige che la cosa in custodia sia suscettibile di produrre danni per sua natura, cioè per un suo intrinseco potere, in quanto, anche in relazione alle cose prive di un proprio “dinamismo”, sussiste il dovere di custodia e controllo. La Corte di Cassazione ha evidenziato che non ha rilievo agli effetti dell’art. 2051 c.c. la distinzione tra cose pericolose ed inerti, ben potendo anche queste ultime inserirsi in un complesso causale, produttivo di danno, in ordine al quale il legislatore ha inteso apprestare a favore del danneggiato una tutela rafforzata (cfr. Cass., sez. III, 5.12.08, n. 28811; Cass., sez. III 4.8.2005 n. 16373). Secondo il dominante orientamento giurisprudenziale la responsabilità per il danno cagionato da cose in custodia si fonda non su un comportamento o un’attività del custode, ma su una relazione (di custodia) intercorrente tra questi e la cosa dannosa. Ciò significa che solo il “fatto della cosa” è rilevante (e non il fatto dell’uomo) e che la responsabilità discende dal mero rapporto di custodia. L’unico limite è costituito dall’esistenza del caso fortuito, con la precisazione che detto limite non si identifica con l’assenza di colpa. Si tratta, quindi, di una responsabilità oggettiva. La diligenza del custode, se non è provato il fortuito, non è sufficiente per escludere la sua responsabilità (v. Cass., sez. III, 25.7.08, n. 20427). La responsabilità deriva non da un comportamento del responsabile, ma dalle modalità di causazione del danno. La rilevanza del fortuito attiene al profilo causale, in quanto suscettibile di una valutazione che consenta di ricondurre all’elemento esterno, anziché alla cosa che ne è fonte immediata, il danno concretamente verificatosi. Al danneggiato compete provare l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento lesivo, mentre il custode, per liberarsi dalla responsabilità, dovrà provare l’esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere quel nesso causale (v. Cass., sez. III, 30.10.08, n. 26051; Cass., sez. III, 11.1.05 n. 376), quale anche la condotta imprevista e imprevedibile della vittima (v. Cass., sez. III, 28.10.09, n. 22807) o di un terzo (v. Cass., sez. III, 7.10.08, n. 24755). Il fattore accertato potrebbe anche non essere sufficiente a interrompere il nesso di causalità, ma essere idoneo a giustificare un concorso di colpa ex art. 1227, I co. c.c. (v. Cass., sez. III, 8.5.08, n. 11227).

7. Il fatto storico è ricostruibile sulla base di un testimone della cui attendibilità non vi è motivo di dubitare, per l’assenza di legami con le parti in causa. Non altrettanto può affermarsi con riferimento ai testi introdotti dalla convenuta, per i ruoli ricoperti di responsabile dell’ufficio tecnico della clinica e di responsabile dei lavori di manutenzione. M. C. ha espressamente riconosciuto di aver controllato unitamente al D.L. nel novembre 2009 che i lavori fossero stati eseguiti a regola d’arte. Sarebbe stato suo compito rilevare eventuali irregolarità della pavimentazione e ha quindi tutto l’interesse a negare di non aver svolto diligentemente il proprio incarico. Non solo S. T. si presenta come persona più credibile per l’assenza d’interessi che potrebbero condizionare le sue risposte. Una delle fotografie depositate come documento 7 dall’attrice, rende abbastanza evidente che una particolare area del cortile sia stata interessata da quello che M. C. ha definito un getto di cemento liquido. Sembra esservi stato un intervento posticcio e temporalmente vicino allo scatto fotografico del luglio 2011, piuttosto che una rifinitura a regola d’arte risalente al novembre 2009. Alla domanda se lo stato dei luoghi sia stato modificato dopo il gennaio 2010, a dispetto delle dichiarazioni di N. C. e M. C., deve pertanto darsi risposta positiva. Lo afferma un teste soggettivamente credibile e la documentazione fotografica costituisce un valido riscontro alla sua deposizione.

8. È ravvisabile la responsabilità ex art. 2051 c.c. della struttura ospedaliera quale custode del bene perché la caduta appare ricollegabile a fessure o fughe fra i blocchi di porfido costituenti la pavimentazione del cortile. Che apprezzabili dislivelli dovessero essere livellati è facilmente comprensibile, considerando la specifica destinazione dell’immobile e l’utenza – anche non più giovane – che poteva frequentarlo. È vero che la documentazione depositata non evidenzia particolari fessure, ma a) due delle fotografie depositate come doc. 7 consentano di notare del materiale di colore chiaro – cemento liquido secondo M. C. – collocato fra i diversi blocchi di porfido; b) S. T. ha collocato la caduta in corrispondenza proprio di quel materiale; c) il teste ha precisato che lo stato dei luoghi è stato modificato rispetto al giorno dell’infortunio. L’art. 1227, I co. c.c. stabilisce che se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate. L’onere della prova è però a carico del debitore – danneggiante (cfr. Cass., sez. III, 31.10.14, n. 23148) e sul punto (v. comparsa di costituzione e risposta, fg. 4-6) nulla è stato tempestivamente allegato.

9. Le conclusioni dell’accertamento medico legale, congruamente motivate e immuni da vizi logici, non sono state poste in discussione da osservazioni dei consulenti nominati dalla parti (v. relazione 2.5.13, fg. 8) Ai fini della quantificazione del danno non patrimoniale, si applicano le Tabelle del Tribunale di Milano 2014, a cui è stata riconosciuta una vocazione nazionale da un’importante pronuncia di legittimità (Cass., sez. III, 7.6.11, n. 12408, Amatucci), utilizzate dall’ufficio giudiziario di Padova fin dal novembre 2009. Nessuna tabella legislativa è prevista per illeciti del genere di quello di cui di discute e la tabella dell’art. 139 C.d.A. non è applicabile al di fuori dei casi espressamente previsti. È noto che le Tabelle del Tribunale di Milano sono state elaborate proprio in considerazione dei principi espressi dalle sentenze delle sezioni unite del novembre 2008 (Cass., s.u., 11.11.08, 26972, 26973, 26974 e 26975). Esprimono valori medi standardizzati, e non minimi, rapportati alla gravità delle conseguenze dannose. Nessuna personalizzazione viene attuata per le considerazioni svolte dal consulente dott. Stefano Faiferri sul grado di sofferenza medio, medio-lieve e lieve nel cronico derivante dalle lesioni e per l’assenza di altre particolari allegazioni meritevoli di valorizzazione. Sulla base della consulenza tecnica d’ufficio, considerando che Rosanna Garofolin aveva all’epoca del sinistro 71 anni, il danno da invalidità permanente è stimabile in euro 9.968,00 e quello da invalidità temporanea in euro 6.480,00 (euro 4.320,00 + euro 1.440,00 + euro 720,00), per complessivi euro 16.448,00.

10. A titolo di danno patrimoniale sono valorizzabili le spese considerate necessarie o utili dal consulente medico legale, inerendo ad “accertamenti e trattamenti riabilitativi” e valutazioni medico legali antecedenti alla presente causa, pari complessivamente a euro 516,00. Prese in esame le osservazioni della difesa di parte convenuta, si esclude unicamente il rimborso del “certificato per assicurazione”, non essendo stata spiegata la pertinenza e utilità di tale esborso. Tra le spese rimborsabili, viene invece ricompresa anche quella relativa all’accertamento medico, costituendo tale accertamento una conseguenza normale e regolare del fatto illecito. Le spese sono rivalutabili secondo l’indice FOI dell’istat in euro 540,00.

11. il danno patrimoniale e non patrimoniale complessivo è quantificabile in moneta attuale in euro 16.998,00. Al creditore di un’obbligazione di valore spetta poi il risarcimento del danno ulteriore causato dal ritardato adempimento. Il principio per cui gli interessi possono essere attribuiti solo su domanda vale per le obbligazioni pecuniarie in senso stretto (Cass., sez. I, 17.5.05, n. 10354). La base del calcolo è costituita non dal credito in moneta attuale (v. Cass., s.u., 17.12.95, n. 1712), ma dal “coacervo” del credito originario via via rivalutato con periodicità annuale (alla data convenzionale del 31 dicembre di ciascun anno). Non è infatti consentito calcolare gli interessi sulle somme integralmente rivalutate dalla data del fatto illecito perché ciò comporterebbe una duplicazione delle voci risarcitorie. Al momento del deposito della sentenza l’obbligazione di valore si trasforma in obbligazione di valuta e produce altresì interessi legali fino al pagamento. L’indice da prendere in considerazione ai fini della rivalutazione è quello del costo della vita utilizzato dall’istat (indice FOI).

12. Le spese di c.t.u. e legali seguono la soccombenza di parte convenuta. Le spese legali vengono calcolate sulla base del D.M. 55/14. Si applicano i valori medi dello scaglione di riferimento. Non vi sono i presupposti per l’aumento del compenso ex art. 4, V co. D.M. 55/14, attesa la discrasia esistente fra le diverse deposizioni acquisite. L’avvocato Claudio Calvello ha chiesto in sede di precisazione delle conclusioni la distrazione delle spese in proprio favore. Alle spese legali vanno aggiunte quelle della difesa tecnica all’interno del processo, documentate dalla fattura 93/13 (doc. 11 att.) del dott. Francesco Munari.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunziando, rigettata ogni diversa domanda, istanza ed eccezione, così provvede:

a) condanna CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. al pagamento in favore di R. G. della somma di euro 16.998,00, oltre agli interessi al tasso legale dalla sentenza al saldo e agli interessi sulla predetta somma come devalutata al 13 gennaio 2010 e poi rivalutata di anno in anno sino alla sentenza;

b) pone le spese della c.t.u. medico-legale in via definitiva a carico di CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A.;

c) condanna CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. alla rifusione all’attrice delle spese di lite, liquidate nella somma di euro 5.049,00, di cui euro 214,00 per esborsi e il resto per compenso, oltre spese generali (15%), i.v.a., c.p.a. nonché euro 726,00 per rimborso spese del c.t.p.. Dispone la distrazione delle spese legali in favore dell’avvocato Claudio Calvello.

Padova, 13 maggio 2015

Il Giudice

dott. Gianluca Bordon

Cassazione 295/15: la responsabilità per i danni cagionati da cosa in custodia ha carattere oggettivo

Cass. civ. Sez. III, Sent., 13-01-2015, n. 295

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

Secondo i principi ormai consolidati nella giurisprudenza della Suprema Corte, “la responsabilità per i danni cagionati da cosa in custodia ha carattere oggettivo. Perchè tale responsabilità possa configurarsi in concreto, è sufficiente che sussista il nesso causale tra la cosa stessa e il danno arrecato, senza che rilevi al riguardo la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza, in quanto la nozione di custodia non presuppone, nè implica uno specifico obbligo di custodire, analogo a quello previsto per il depositario; funzione della norma è, in tal senso, quella di imputare la responsabilità a chi si trova nelle condizioni di controllare i rischi inerenti alla cosa stessa.

La responsabilità del custode è esclusa solamente dal caso fortuito il cui onere grava in capo al custode stesso. Pertanto “in tema di responsabilità da cosa in custodia, la presunzione stabilita dall’art. 2051 c.c., presuppone la dimostrazione, ad opera del danneggiato, dell’esistenza del nesso causale tra cosa in custodia e fatto dannoso. Il comportamento del custode è estraneo alla struttura della menzionata norma codicistica, laddove il fondamento della sua responsabilità va ricercato nel rischio che grava su di lui per i danni prodotti dalla cosa che non dipendano da fortuito.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

– SEZIONE TERZA CIVILE –

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRUTI Giuseppe Maria – Presidente –

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. LANZILLO Raffaella – Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 13679/2011 proposto da:

ANAS S.P.A. in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ANTONIO GRAMSCI 9, presso lo studio dell’avvocato ARCANGELO GUZZO, rappresentata e difesa dall’avvocato CARBONE GIACOMO giusta procura speciale notaio Milone Leonardo in Roma, rep. 640212 del 05.05.2011 allegata al ricorso;

– ricorrente –

contro

D.F.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 313/2010 del TRIBUNALE DI CROTONE – SEDE DISTACCATA DI STRONGOLI iscritta al r.g. 383/2007, depositata il 25/11/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 29/10/2014 dal Consigliere Dott. PAOLO D’AMICO;

udito per la ricorrente, l’Avvocato Guzzo Arcangelo, per delega;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. APICE Umberto, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

D.F. convenne in giudizio l’ANAS, dinanzi al Giudice di Pace di Cirò, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni che asseriva di aver subito, quantificati nella complessiva somma di Euro 2.500,00, a seguito di un sinistro verificatosi l'(OMISSIS).

Deducesse D.F. che, mentre percorreva la strada statale 106, alla guida dell’autovettura di proprietà di F.M., a causa di una macchia d’olio presente sul manto stradale, aveva perduto il controllo dell’autovettura.

L’Anas chiese l’integrale rigetto di tutte le domande attrici.

Il Giudice di pace accolse tutte le domande di D.F. condannando l’Anas al risarcimento di tutti i danni da lui subiti e quantificati in Euro 2.500,00 oltre accessori.

L’Anas propose appello dinanzi al Tribunale di Crotone.

Quest’ultimo rigettò l’appello dell’Anas.

Propone ricorso per cassazione l’Anas spa.

Parte intimata non svolge attività difensiva.

Motivi della decisione

Con il primo motivo parte ricorrente denuncia “violazione e falsa applicazione di norme di diritto – art. 2051 c.c. -, ed omessa ed insufficiente motivazione – art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5”.

Ad avviso della ricorrente la sentenza d’appello ha erroneamente applicato l’art. 2051 c.c., laddove ha ritenuto sussistente la sua responsabilità, quale custode del bene demaniale, senza alcuna verifica della concreta possibilità di esercitare i poteri di custodia sulla medesima res, tenuto conto delle modalità del sinistro e del fattore causale che lo aveva provocato.

Sempre secondo l’Anas, la sentenza d’appello ha in particolare violato l’art. 2051 c.c., laddove ha omesso di considerare come fortuito l’evento dannoso, in quanto il fattore che aveva provocato il sinistro stesso, causato da una macchia d’olio, non era immanente alla cosa in sè, ma costituiva un’alterazione repentina della res, rispetto alla quale alcun potere di custodia era concretamente esercitabile, tenuto conto anche del fatto che il sinistro si era verificato alle 20.20 e che l’ordinaria vigilanza e sorveglianza dell’Anas veniva esercitata dalle 7.00 alle 19.30.

Con il secondo motivo la ricorrente denuncia “violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 2051 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., art. 2697 c.c.) ed omessa ed insufficiente motivazione – art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5”.

Ad avviso dell’Anas la sentenza ha erroneamente ritenuto mancante la prova del fortuito.

Con il terzo motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 2043 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., art. 2697 c.c.) ed omessa ed insufficiente motivazione – art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5”.

Sostiene la ricorrente che la sentenza impugnata ha violato ed erroneamente applicato l’art. 2043 c.c., poiché ha ritenuto esistente la sua responsabilità, avuto riguardo soltanto al carattere insidioso dell’elemento pericolo (macchia d’olio) e prescindendo sia dal fatto che il sinistro fosse stato causato dal caso fortuito, sia dalla sussistenza o meno del comportamento doloso o colposo dell’Anas medesima.

I motivi sono infondati.

Emerge dall’impugnata sentenza che la responsabilità del sinistro è imputabile esclusivamente all’Anas la quale, come ente tenuto alla custodia e manutenzione della strada, per un verso avrebbe dovuto diligentemente controllare le condizioni della strada stessa ed adottare le cautele tecniche idonee a garantire la sicurezza per gli utenti ed evitare l’insorgenza di situazioni di pericolo (mediante tempestiva rimozione della macchia d’olio), per altro verso non ha minimamente fornito la prova liberatoria del caso fortuito.

Sostiene ancora l’impugnata sentenza che, anche a voler inquadrare la fattispecie nell’ambito applicativo dell’art. 2043 c.c., correttamente il Giudice di Pace ha ritenuto l’esclusiva responsabilità dell’Anas nella causazione del sinistro – costituendo la macchia d’olio un’insidia non visibile e non prevedibile.

La sentenza impugnata, con la prima motivazione (fondata sull’art. 2051 c.c.), si è sostanzialmente uniformata ai principi ormai consolidati nella giurisprudenza di questa Corte, secondo i quali la responsabilità per i danni cagionati da cosa in custodia ha carattere oggettivo. Perchè tale responsabilità possa configurarsi in concreto, è sufficiente che sussista il nesso causale tra la cosa stessa e il danno arrecato, senza che rilevi al riguardo la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza, in quanto la nozione di custodia non presuppone, nè implica uno specifico obbligo di custodire, analogo a quello previsto per il depositario; funzione della norma è, in tal senso, quella di imputare la responsabilità a chi si trova nelle condizioni di controllare i rischi inerenti alla cosa stessa.

Si deve, pertanto, considerare custode chi di fatto controlla le modalità d’uso e di conservazione della cosa. Ne consegue che tale tipo di responsabilità è esclusa solamente dal caso fortuito, fattore che attiene non già ad un comportamento del responsabile, bensì al profilo causale dell’evento, riconducibile non alla cosa che ne è fonte immediata, ma ad un elemento esterno.

In sostanza, in tema di responsabilità da cosa in custodia, la presunzione stabilita dall’art. 2051 c.c., presuppone la dimostrazione, ad opera del danneggiato, dell’esistenza del nesso causale tra cosa in custodia e fatto dannoso. Il comportamento del custode è estraneo alla struttura della menzionata norma codicistica, laddove il fondamento della sua responsabilità va ricercato nel rischio che grava su di lui per i danni prodotti dalla cosa che non dipendano da fortuito.

A tali principi si è attenuto il giudice di merito che, con un accertamento di fatto, ha ritenuto che l’Anas non ha minimamente fornito la prova liberatoria del caso fortuito, mentre le censure del ricorrente sulla violazione dell’art. 2051 c.c. non colgono nel segno perchè invocano, in astratto, la non corretta applicazione dei presupposti per la responsabilità, senza tenere presente l’effettiva ratio decidendi della ritenuta mancata prova del fortuito.

Per quanto riguarda poi la seconda motivazione dell’impugnata sentenza, fondata sull’art. 2043 c.c., il dato di fatto che il giudice ha valorizzato è la sicura imprevedibilità della macchia d’olio e la sua non visibilità.

Il ricorrente non contesta la motivazione dell’impugnata sentenza fondata sull’imprevedibilità e non visibilità ma, a fronte di una non certa allegazione di insidia o trabocchetto, la responsabilità dell’Anas rimane comunque fondata sulla custodia.

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato mentre in assenza di attività di attività difensiva di parte intimata non v’è luogo a disporre sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 29 ottobre 2014.

Depositato in Cancelleria il 13 gennaio 2015

Dosso non segnalato? E’ responsabile il Comune (anche se ha appaltato i lavori)

Si segnala la presente sentenza poiché riassume in modo brillante, sintetico ed efficace i presupposti su cui si basa la responsabilità a carico dei Comuni per gli incidenti provocati agli utenti a causa del cattivo stato delle strade

 Il passo saliente della sentenza:

“Rispetto alle strade aperte al pubblico transito la Corte ha ritenuto che la disciplina di cui all’art. 2051 cod. civ. è applicabile in riferimento alle situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada, essendo configurabile il caso fortuito in relazione a quelle situazioni provocate dagli stessi utenti, ovvero da una repentina e non specificatamente prevedibile alterazione dello stato della cosa che, nonostante l’attività di controllo e la diligenza impiegata allo scopo di garantire un intervento tempestivo, non possa essere rimossa o segnalata, per difetto del tempo strettamente necessario a provvedere. Pertanto, in conformità a quanto statuito dalla Suprema Corte il danneggiato che invochi la responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. contro una P.A. (o il gestore), in relazione a danno originatosi da bene demaniale o patrimoniale soggetto ad uso generale e diretto della collettività, non è onerato della dimostrazione della certificazione del danno in conseguenza dell’esistenza di una situazione qualificabile come insidia o trabocchetto, dovendo esclusivamente provare – come avviene di regola per le ipotesi di responsabilità per i danni cagionati da una cosa in custodia – l’evento dannoso e l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento suddetto. Trattandosi di un’ipotesi si responsabilità oggettiva, la P.A. per liberarsi dalla presunzione gravante su di essa, deve dare la prova del fortuito e quindi dimostrare mancanza di colpa, che emerge sul piano del raffronto tra lo sforzo diligente necessario per prevenire ed evitare l’evento e la condotta mantenuta (cfr. Cass. 20 gennaio 2006, 3651). Occorre ricordare, allora che, conformemente a quanto stabilito dalla Suprema Corte, i Comuni sono responsabili degli incidenti provocati agli utenti a causa del cattivo stato delle strade e ciò anche se la manutenzione delle stesse è stata appaltata a una ditta esterna (cfr. Cass. 1691/2009).”

E ancora

“Il fattore decisivo per l’applicabilità della disciplina ex art. 2051 c.c. deve individuarsi nella possibilità o meno di esercitare un potere di controllo e di vigilanza sui beni demaniali, con la conseguenza che l’impossibilità di siffatto potere non potrebbe ricollegarsi puramente e semplicemente alla notevole estensione del bene e all’uso generale e diretto da parte dei terzi, considerati meri indici di tale impossibilità, ma all’esito di una complessa indagine condotta dal giudice di merito con riferimento al caso singolo…”

 TRIBUNALE DI MILANO

 REPUBBLICA ITALIANA

 IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

 Il Giudice del Tribunale di Milano, dott. Giorgio Alcioni, Sezione X civile, ha pronunciato la seguente

 S E N T E N Z A

 nella causa civile iscritta al 1034 del ruolo generale contenzioso dell’anno 2011, avente ad oggetto l’appello alla sentenza n. 39/2011, emessa dal Giudice di pace di Rho, vertente

 Tra:

 Massimo P., con l’avv. Stefano Gallandt e l’avv. Roberto Enrico Paolini

– appellante –

contro

 Comune di Pregnana Milanese, in persona del sindaco pro tempore

– appellato –

e contro

 C. S.r.l. unipersonale, in persona del legale rappresentante pro tempore, con l’avv. Andrea Campagnone

– appellata –

 

e contro

 UGF Assicurazioni S.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, con l’avv. Filippo Martini e l’avv. Marco Rodolfi

– appellata –

 

Conclusioni: all’udienza del 3 aprile 2014 i procuratori delle parti hanno così precisato le conclusioni: (OMISSIS)

 S v o l g i m e n t o   d e l   p r o c e s s o

 (OMISSIS)

 Motivi delle decisione

 La sentenza di primo grado deve essere riformata.

Il P. riferisce che in data 4 giugno 2008, alle opere 16,30 circa, alla guida del veicolo di proprietà Lancia K, targato ***, percorreva Piazza Maggio, angolo via Garibaldi, in Pregnana Milanese, allorquando avvertiva un violento urto in corrispondenza della parte anteriore e sottostante della propria auto; aggiunge che in conseguenza di ciò scese dalla vettura, accorgendosi della presenza di un dosso non segnalato ed ancora in fase di lavorazione.

Il P. lamenta che in conseguenza dell’impatto la propria autovettura aveva riportato danni materiali; evidenzia che l’impatto violento non poteva attribuirsi ad una condotta di guida spericolata ed imprudente, posto che pochi metri prima del dosso era apposto un segnale di stop, al quale egli si era correttamente arrestato, per poi riprendere la marcia lentamente.

Secondo il P. la responsabilità deve attribuirsi, in via concorrente, per i lavori in corso, tanto al Comune di Pregnana Milanese, nella sua qualità di soggetto committente, quanto alla società appaltatrice, ovvero la C. S.r.l., che non aveva provveduto in alcun modo a segnalare il cantiere.

L’urto del veicolo contro il dosso e i conseguenti danni risultano provati sulla base delle testimonianza assunte da questo Giudice e della documentazione prodotta dall’attore.

I testimoni non erano stati ascoltati dal Giudice di pace per assenza del difensore, impedito a raggiungere il Tribunale a causa di un incidente stradale; è stata prodotta documentazione di tale sinistro e, conseguentemente, il Giudice di pace, in presenza dell’istanza della parte decaduta, avrebbe dovuto applicare correttamente il disposto dell’art. 208 cpc. Deve, quindi, confermarsi l’ordinanza già emessa sul punto.

Con riferimento, poi, al teste G.B., escusso in sostituzione di altro testimone indicato dalla parte, ma deceduto nelle more, si rileva che si deve salvaguardare l’esigenza di evitare una decadenza determinata da un inadempimento processuale causato da un giustificato impedimento.

Pertanto deve riconoscersi la facoltà, ispirata al principio di garanzia del pieno diritto di difesa, di sostituire il nominativo di un testimone, allorquando vi sia l’oggettiva impossibilità di provvedere all’escussione per motivi non imputabili alla parte interessata alla deposizione, né dalla stessa conosciuti o conoscibili al momento della sua designazione (quali ad esempio l’evento morte; in tal senso cfr. Cass. Civ. 13187/2013, 16764/2006).

Fatte queste opportune considerazioni in fatto, pare opportuno ricordare, in diritto, che la questione del risarcimento dei danni richiesto ai Comuni per gli incidenti che si verificano a causa dei dissesti delle strade è differente in base alla disposizione del codice civile invocata: l’art. 2043 (Risarcimento per fatto illecito. Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno. (Cod. Pen. 185), ovvero l’art. 2051 (Danno cagionato da cosa in custodia. Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito).

La differenza è sostanziale.

L’applicazione dell’art. 2043 fa si che sia il danneggiato a dover provare la colpa del Comune, allegando in causa che la buca o la disconnessione rappresentava un pericolo occulto (definito anche insidia o trabocchetto), caratterizzato dalla coesistenza dell’elemento oggettivo della non visibilità e dell’elemento soggettivo della imprevedibilità.

L’applicazione dell’art. 2051 consente una inversione della prova: il comune è obbligato a custodire le strade, con la conseguenza che è responsabile dei danni cagionati alle persone e cose, nei limiti in cui non vi sia l’impossibilità di governo del territorio. L’obbligo di custodia sussiste se vi è: a) il potere di controllare la cosa; b) il potere di modificare la situazione di pericolo insita nella cosa o che in essa è determinata; c) il potere di escludere qualsiasi terzo dall’ingerenza sulla cosa nel momento in cui si è prodotto il danno; se anche il danneggiato ha avuto un ruolo causale nella determinazione dell’evento dannoso troverà applicazione l’art. 1227 c.c. (Cass., 27 marzo 2007 n. 7403).

E’ costante nella giurisprudenza della Corte il principio secondo cui la responsabilità ex art. 2051 cod. civ. sussiste in relazione a tutti i danni da essa cagionati, sia per la sua intrinseca natura, sia per l’insorgenza in essa di agenti dannosi, essendo esclusa solo dal caso fortuito, che può essere rappresentato – con effetto liberatorio totale o parziale – anche dal fatto del danneggiato, avente un’efficacia causale tale da interrompere del tutto il nesso eziologico tra la cosa e l’evento dannoso o da affiancarsi come ulteriore contributo utile nella produzione del danno (da ultimo Cass. 7 aprile 2010 n.8229).

Rispetto alle strade aperte al pubblico transito la Corte ha ritenuto che la disciplina di cui all’art. 2051 cod. civ. è applicabile in riferimento alle situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada, essendo configurabile il caso fortuito in relazione a quelle situazioni provocate dagli stessi utenti, ovvero da una repentina e non specificatamente prevedibile alterazione dello stato della cosa che, nonostante l’attività di controllo e la diligenza impiegata allo scopo di garantire un intervento tempestivo, non possa essere rimossa o segnalata, per difetto del tempo strettamente necessario a provvedere.

Pertanto, in conformità a quanto statuito dalla Suprema Corte il danneggiato che invochi la responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. contro una P.A. (o il gestore), in relazione a danno originatosi da bene demaniale o patrimoniale soggetto ad uso generale e diretto della collettività, non è onerato della dimostrazione della certificazione del danno in conseguenza dell’esistenza di una situazione qualificabile come insidia o trabocchetto, dovendo esclusivamente provare – come avviene di regola per le ipotesi di responsabilità per i danni cagionati da una cosa in custodia – l’evento dannoso e l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento suddetto. Trattandosi di un’ipotesi si responsabilità oggettiva, la P.A. per liberarsi dalla presunzione gravante su di essa, deve dare la prova del fortuito e quindi dimostrare mancanza di colpa, che emerge sul piano del raffronto tra lo sforzo diligente necessario per prevenire ed evitare l’evento e la condotta mantenuta (cfr. Cass. 20 gennaio 2006, 3651).

Occorre ricordare, allora che, conformemente a quanto stabilito dalla Suprema Corte, i Comuni sono responsabili degli incidenti provocati agli utenti a causa del cattivo stato delle strade e ciò anche se la manutenzione delle stesse è stata appaltata a una ditta esterna (cfr. Cass. 1691/2009).

Infatti la presunzione di responsabilità per il danno cagionato dalle cose che si hanno in custodia, stabilita dall’art. 2051 c.c., è applicabile nei confronti dei comuni, quali proprietari delle strade del demanio comunale, pur se tali beni siano oggetto di un uso generale e diretto da parte dei cittadini, qualora la loro estensione sia tale da consentire le’esercizio di un continuo ed efficace controllo che sia idoneo ad impedire l’insorgenza di cause di pericolo per i terzi; né può sostenersi che l’affidamento della manutenzione stradale in appalto alle singole imprese sottrarrebbe la sorveglianza ed il controllo, di cui si discute, al Comune, per assegnarli all’impresa appaltatrice, che così risponderebbe direttamente in caso d’inadempimento: infatti, il contratto d’appalto per la manutenzione delle strade di parte del territorio comunale costituisce soltanto lo strumento tecnico-giuridico per la realizzazione in concreto del compito istituzionale proprio dell’ente territoriale, di provvedere alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade di sua proprietà ai sensi dell’art. 14 del vigente Codice della strada, per cui deve ritenersi che l’esistenza di tale contratto d’appalto non vale affatto ad escludere la responsabilità del Comune committente nei confronti degli utenti delle singole strade ai sensi dell’art. 2051 c.c.. Il fattore decisivo per l’applicabilità della disciplina ex art. 2051 c.c. deve individuarsi nella possibilità o meno di esercitare un potere di controllo e di vigilanza sui beni demaniali, con la conseguenza che l’impossibilità di siffatto potere non potrebbe ricollegarsi puramente e semplicemente alla notevole estensione del bene e all’uso generale e diretto da parte dei terzi, considerati meri indici di tale impossibilità, ma all’esito di una complessa indagine condotta dal giudice di merito con riferimento al caso singolo, che tenga in debito conto innanzitutto gli indici suddetti e che “la necessità che la configurabilità della possibilità in concreto della custodia debba essere indagata non soltanto con riguardo all’estensione della strada, ma anche alle sue caratteristiche , alla posizione, alle dotazioni, ai sistemi di assistenza che lo connotano, agli strumenti che il progresso tecnologico appresta, in quanto tali caratteristiche acquistano rilievo condizionante anche delle aspettative degli utenti, rilevando ancora, quanto alle strade comunali, come figura sintomatica della possibilità del loro effettivo controllo, la circostanza che le stesse si trovino all’interno della perimetrazione del centro abitato.

Alla luce di quanto sopra va affermata la responsabilità del PA convenuta ex art. 2051 c.c..

Dagli atti invece emerge che non vi era alcuna segnalazione che avvisasse gli utenti della presenza di deformazioni del piano viabile. Quanto sopra è assorbente.

Per altro verso l’utente della strada nutre un ovvia aspettativa in ordine alla regolarità di un manto stradale non indicato come dissestato da un apposito segnale di pericolo (per tali rilievi si veda Cass., 22604/09).

Nel caso in esame sussiste l’anomalia della cosa non segnalata e vi è la prova del nesso di causa, mentre per parte sua il Comune non ha provato il fortuito.

Posto che documentazione prodotta e dalle deposizioni testimoniali si è appresa l’illegittimità del dosso al momento del sinistro, deve, tuttavia, rilevarsi che la convenuta C, s.r.l. ha provato di aver realizzato il dosso in conformità alle direttive tecniche fornite dal Comune committente.

Infatti il teste di parte convenuta, Geom. F.C., direttore dei lavori, escusso in occasione dell’udienza del 4 giugno 2010, ha confermato che la riapertura del traffico veicolare nel tratto stradale in questione, avvenuta in data 21 maggio 2008, fu disposta successivamente alla effettuazione dei necessari controlli di agibilità e percorribilità prescritti dalla normativa di settore, anche da parte del committente ente locale. Detto teste ha inoltre ribadito come la colorazione del manufatto rialzato presente sul luogo nell’occorso fosse diversa da quella della sede stradale ove lo stesso era posto.

In considerazione di tali circostanze, essendo pacifica la responsabilità del Comune convenuto, vi sono dubbi su quella dell’appaltatore, che deve quindi essere mandato assolto con compensazione delle spese, così come il suo Assicuratore.

 PQM

 Il Giudice del Tribunale di Milano, Dott. Giorgio Alcioni, definitivamente pronunciando e ijn totale riforma della sentenza appellata, cos’ provvede:

1)      condanna l’appellato Comune di Pregnana Milanese al pagamento della somma di Euro 1.800,00 oltre rivalutazione monetaria e interessi legali;

2)      condanna l’appellato Comune di Pregnana Milanese al pagamento a favore dell’appellante M. P. delle spese di entrambi i gradi del giudizio, nella misura di € 4.113,00 oltre accessori e successive;

3)      Respinge ogni altra domanda;

4)      Compensa ulteriori spese di giudizio,

5)      Dichiara la presente sentenza provvisoriamente esecutiva.

6)      Così deciso in Milano, il 2 agosto 2041.

 

Il Giudice

Dott. Giorgio Alcioni

Tombino malmesso? E’ responsabile il Comune

Tribunale di Padova – Giudice Dott. G. Bordon – sent. 19.02.2013

IL CASO:

Tizio conveniva in giudizio il Comune di Limena avanti il Tribunale per ottenere il risarcimento dei danni subiti dalla propria automobile in un incidente stradale il cui accadimento era da addebitarsi al predetto Ente. Tizio assumeva che improvvisamente, lungo la strada, forse per un ostacolo sollevato da un’automobile che lo precedeva, forse per il trabocco dell’acqua delle fognature non sufficientemente pulite, si era sollevato il coperchio di un chiusino in ghisa. L’automobile era quindi andata a collidere contro l’ostacolo improvviso e inevitabile riportando nell’urto danni materiali. L’apertura del chiusino non poteva essere considerata un evento eccezionale, dovendosi attribuire la responsabilità dell’accaduto all’ente proprietario della strada per incuria nella manutenzione e nella segnalazione del pericolo.

LA QUESTIONE GIURIDICA:

La domanda attorea di risarcimento va esaminata ai sensi dell’art. 2043 c.c. e non anche dell’art. 2051 c.c.. La responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia, prevista dall’art. 2051 c.c. ha carattere oggettivo, essendo sufficiente, per la sua configurazione, la dimostrazione da parte dell’attore del verificarsi dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con il bene in custodia, senza che rilevi al riguardo la condotta del custode, posto che funzione della norma è quella di imputare la responsabilità a chi si trova nelle condizioni di controllare i rischi inerenti alla cosa, intendendosi custode chi di fatto ne controlla le modalità d’uso e di conservazione, e non necessariamente il proprietario o chi si trova con essa in relazione diretta. Nel caso di responsabilità ex art. 2043 c.c. è invece a carico del danneggiato l’onere di provare l’anomalia del bene demaniale, mentre spetta al gestore provare i fatti impeditivi della propria responsabilità, quali la possibilità, in cui l’utente si sia trovato, di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la predetta anomalia.

E’ esclusivamente a fg. 2 e 3 della memoria ex art. 183, VI comma n. 3 c.p.c. che il difensore dell’attore pone la questione della responsabilità oggettiva ex art. 2051 c.c. del Comune di Limena per il rapporto di custodia con la cosa sottoposta al suo potere di vigilanza. La giurisprudenza di legittimità afferma che “il danneggiato da un incidente stradale, che nelle fasi di merito abbia dedotto la responsabilità dell’ente proprietario della strada sotto il profilo della mancata eliminazione di una situazione di pericolo occulto (cosiddetta insidia o trabocchetto) e, quindi, a norma dell’art. 2043 cod. civ., non può dedurre per la prima volta in sede di legittimità la questione della responsabilità dello stesso ente a norma dell’art. 2051 cod. civ., giacché l’invocazione di questa norma postula che sia stato prospettato al giudice di merito, in fatto, almeno il potere di custodia del convenuto sulla cosa che ha cagionato il danno” (cfr. Cass., sez. III, 12.6.01, n. 7938 e Cass., sez. III, 10.5.05, n. 9753). Non avendo posto il tema del rapporto di custodia negli atti destinati alle allegazioni delle parti (rapporto di custodia necessario ai fini della possibilità di configurare una responsabilità ex art. 2051 c.c.), nel sistema attuale disciplinato da espresse preclusioni l’attore non avrebbe allora potuto introdurlo tardivamente – come correttamente eccepito dal difensore del convenuto – con una memoria destinata unicamente alla prova contraria.

Secondo i principi che regolano la responsabilità aquiliana, dalla prova – a carico del danneggiato – dell’anomalia del bene demaniale può peraltro anche desumersi il comportamento colposo della P.A. mentre spetterà all’amministrazione dimostrare i fatti impeditivi della propria responsabilità (cfr. Cass., sez. III, 19.5.11, n. 11016: nella specie, applicando il riportato principio, in relazione ad un sinistro occorso a seguito della manovra necessitata dall’attraversamento di un animale in autostrada, la S.C. ha affermato che, dimostrata la presenza di un animale idoneo all’intralcio alla circolazione, non spetta all’attore, tanto nella tutela offerta dall’art. 2051 c.c. che in quella di cui all’art. 2043 c.c., provarne anche la specie, che semmai andrà dedotta e dimostrata dal convenuto, nel caso la società di gestione dell’autostrada, quale indice di ricorrenza di un caso fortuito).

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Condotta negligente dell’infortunato? Inapplicabile l’art.2051 c.c.

Tribunale di Padova – Giudice Dott. G. Bordon – sent. 07.01.2013

IL CASO:

Tizio conveniva in giudizio il Comune di Padova per ottenere il risarcimento del danno subito da lui subito a seguito di una caduta per strada. in particolare, Tizio assumeva che nel mentre attraversava la strada, era inciampato sulla rotaia del metrobus e con il piede sinistro era rimasto incastrato tra la sede della rotaia e il manto stradale a ridosso della stessa. L’anomalia avrebbe reso il fondo stradale dissestato e disomogeneo tanto da costituire un’insidia assolutamente pericolosa.

LA QUESTIONE GIURIDICA:

L’art. 2051 c.c. prevede che ciascuno sia responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito. La norma non esige che la cosa in custodia sia suscettibile di produrre danni per sua natura, cioè per un suo intrinseco potere, in quanto, anche in relazione alle cose prive di un proprio “dinamismo”, sussiste il dovere di custodia e controllo. La Corte di Cassazione ha evidenziato che non ha rilievo agli effetti dell’art. 2051 c.c. la distinzione tra cose pericolose ed inerti, ben potendo anche queste ultime inserirsi in un complesso causale, produttivo di danno, in ordine al quale il legislatore ha inteso apprestare a favore del danneggiato una tutela rafforzata (cfr. Cass., sez. III, 5.12.08, n. 28811; Cass. Civ. Sez. III 4.8.2005 n. 16373). Secondo il più recente orientamento giurisprudenziale la responsabilità per il danno cagionato da cose in custodia si fonda non su un comportamento o un’attività del custode, ma su una relazione (di custodia) intercorrente tra questi e la cosa dannosa. Ciò significa che solo il “fatto della cosa” è rilevante (e non il fatto dell’uomo) e che la responsabilità discende dal mero rapporto di custodia. L’unico limite è costituito dall’esistenza del caso fortuito, con la precisazione che detto limite non si identifica con l’assenza di colpa. Si tratta, quindi, di una responsabilità oggettiva. La diligenza del custode, se non è provato il fortuito, non è sufficiente per escludere la sua responsabilità (Cass., sez. III, 25.7.08, n. 20427). La responsabilità deriva non da un comportamento del responsabile, ma dalle modalità di causazione del danno. La rilevanza del fortuito attiene al profilo causale, in quanto suscettibile di una valutazione che consenta di ricondurre all’elemento esterno, anziché alla cosa che ne è fonte immediata, il danno concretamente verificatosi. Al danneggiato compete provare l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento lesivo, mentre il custode, per liberarsi dalla responsabilità, dovrà provare l’esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere quel nesso causale (Cass., sez. III, 30.10.08, n. 26051; Cass. Civ. Sez. III, 11.1.05 n. 376), quale anche la condotta imprevista e imprevedibile della vittima (Cass., III, 28.10.09, n. 22807) o di un terzo (Cass., sez. III, 7.10.08, n. 24755). Il fattore accertato potrebbe anche non essere sufficiente a interrompere il nesso di causalità, ma essere idoneo a giustificare un concorso di colpa ex art. 1227, I co. c.c. (Cass., sez. III, 8.5.08, n. 11227).

La possibilità di ricondurre la responsabilità della pubblica amministrazione per beni appartenenti al demanio all’art. 2051 c.c. è stata a lungo dibattuta in giurisprudenza. L’orientamento che appare da ultimo prevalere (cfr. Cass., sez. III, 8.5.12, n. 6903; Cass., sez. III, 22.4.10, n. 9546 e Cass., sez. III, 6.7.06, n. 15383) ritiene l’art. 2051 c.c. non si applichi agli enti pubblici ogni qual volta sul bene demaniale, per le sue caratteristiche, non sia possibile – all’esito di un accertamento da svolgersi da parte del giudice di merito in relazione al caso concreto – esercitare la custodia, intesa quale potere di fatto sulla stessa. Con specifico riferimento alle strade, la ricorrenza della custodia deve essere esaminata con riguardo all’estensione della strada, alle sue caratteristiche, alla posizione, alle dotazioni, ai sistemi di assistenza, agli strumenti che il progresso tecnologico appresta, in quanto tali caratteristiche assumono rilievo condizionante anche delle aspettative degli utenti. L’estensione della rete viaria e il suo uso da parte della collettività costituiscono meri indici dell’impossibilità di un concreto esercizio dei poteri di relativo controllo. L’oggettiva impossibilità di custodia del bene demaniale va, in radice, esclusa nel caso in cui l’evento dannoso si è verificato su una parte del bene demaniale, che in quel momento era concretamente oggetto di attività di custodia da parte del personale dell’ente pubblico, titolare del bene demaniale oppure quando è proprio l’attività posta in essere dall’ente a rendere pericolosa quella parte del bene demaniale. In quest’ultimo caso non deve valutarsi se era oggettivamente possibile una custodia del bene demaniale, ma deve solo accertarsi che la parte di bene demaniale, che avrebbe causato il danno ingiusto, era nel momento genetico dell’evento dannoso sottoposto ad una concreta e positiva attività da parte dell’Ente pubblico. Laddove, invece, l’oggettiva impossibilità della custodia, renda inapplicabile l’art. 2051 c.c., la tutela risarcitoria del danneggiato rimane esclusivamente affidata alla disciplina di cui all’art. 2043 c.c..

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