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Avvocato, compensi: spese forfettarie sempre e comunque dovute nella misura del 15% (Cass. ord. 9385/19)

Cass. civ. Sez. II, Ordinanza 04-04-2019, n. 9385

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Il provvedimento giudiziale di liquidazione delle spese processuali che non contenga la statuizione circa la debenza o anche solo l’esplicita determinazione della percentuale delle spese forfettarie rimborsabili è titolo per il riconoscimento del rimborso stesso nella misura del 15% del compenso totale, quale massimo di regola spettante, potendo tale misura essere soltanto motivatamente diminuita dal giudice.

L’ORDINANZA

(omissis)

Svolgimento del processo

Che:

  1. Con ricorso notificato in data 24/10/2011 B.L. ha impugnato innanzi al giudice di pace di Ferrara verbale in data 31/08/2011 mediante il quale agenti del corpo di polizia municipale di quel comune hanno elevato nei suoi confronti la contravvenzione di cui al D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 173 (in prosieguo, codice della strada), con irrogazione della sanzione pecuniaria di Euro 152 oltre decurtazione di n. 5 punti/patente per aver egli, alla guida di automobile, “circola(to) in via (OMISSIS), direzione…, facendo uso di apparecchio telefonico senza auricolare, tenuto con la mano all’orecchio sinistro”.
  2. Sulla resistenza del comune di Ferrara con sentenza depositata il 27/06/2013 il giudice di pace ha rigettato il ricorso di B.L., sulla considerazione che – rispetto all’eccezione dallo stesso svolta nel senso “che si trattava di una telefonata relativa a una situazione di emergenza relativa all’attività di console onorario della repubblica del Sudafrica” – anche “nella non compiutamente provata ipotesi… avrebbe dovuto accostare l’auto”, non sussistendo alcuna esimente.
  3. Prodotto appello da B.L. nei confronti del comune, con sentenza resa mediante lettura di dispositivo e motivazione all’udienza del 20/11/2014 il tribunale di Ferrara, in composizione monocratica, ha rigettato l’appello.
  4. A sostegno della decisione il giudice d’appello ha considerato: a) che con il ricorso originario il trasgressore aveva sostenuto di essere console onorario della repubblica del Sudafrica con giurisdizione estesa a tutta l’Emilia Romagna, veste di cui non avrebbero tenuto conto gli accertatori, comprovata dalle caratteristiche della vettura, munita di placche anteriori e posteriori con l’indicazione “corpo consolare” rilasciate dal ministero degli affari esteri italiano, cui la violazione – di cui ha comunque negato il sussistere – avrebbe dovuto essere semplicemente segnalata per le comunicazioni da effettuarsi in via diplomatica in base all’art. 131 C.d.S.;
  5. b) che, in sede di controdeduzioni in prime cure, il comune aveva viceversa fatto rilevare la chiara individuazione della violazione nel verbale, non essendo provato che la conversazione avesse oggetto connesso alle funzioni consolari;
  6. c) che, come risultante anche da circolare del ministero dell’interno dell’11 agosto 1995, richiamata dallo stesso appellante, i consoli onorari, cittadini italiani, possono invo are le norme sull’immunità prevista dalla convenzione di Vienna (cfr. infra) “solo quando dimostrano di essere nell’esercizio delle funzioni onorarie loro attribuite”, nesso esigibile anche per i consoli (Cass., sez. U, n. 4834 del 10/11/1977 richiamata dallo stesso appellante) e quindi a fortiori per i consoli onorari;
  7. d) che, non essendo stata fornita alcuna dimostrazione di ciò, il trasgressore non beneficia delle peculiari forme sancite dall’art. 131 C.d.S.;
  8. e) che la commissione della violazione risulta con chiarezza dal verbale.
  9. Per la cassazione della sentenza del tribunale ricorre B.L., avvocato abilitato al patrocinio innanzi alle giurisdizioni superiori, mediante quattro motivi. Resiste il comune di Ferrara con controricorso.

Motivi della decisione

Che:

  1. Con il primo motivo si denuncia violazione dell’art. 131 C.d.S.; nel corso della trattazione del motivo si fa riferimento altresì a disposizioni della convenzione di Vienna del 1963 sulle relazioni consolari, ratificata dall’Italia con L. 9 agosto 1967, n. 804 (di seguito, convenzione di Vienna o convenzione).

1.1. Secondo il ricorrente il tribunale avrebbe errato nel ritenere che i consoli onorari, al fine di fruire delle immunità dalla giurisdizione dello stato, debbano dimostrare all’agente accertatore di una violazione del codice della strada il nesso tra l’atto compiuto e l’esercizio delle funzioni consolari al fine di “beneficia(re) delle peculiari forme di notifica sancite dall’art. 131” predetto, previste peraltro a condizione di reciprocità della quale neppure sarebbe stato certo – secondo il tribunale – il sussistere (p. 9-10 e 12-13 della sentenza impugnata).

1.2. Sostiene il ricorrente che l’art. 131 non prevedrebbe, diversamente da quanto ritenuto dal tribunale, una mera modalità di notifica attivabile dagli accertatori previa verifica dei presupposti del nesso tra l’atto e la funzione nonchè della condizione di reciprocità, ma un obbligo di sospensione di ogni accertamento (essendo quindi preclusa ogni contestazione immediata – cfr. ricorso p. 9), sostituito da mera segnalazione al ministero per le comunicazioni in via diplomatica per la verifica solo in tale sede (e non anche da parte dell’agente accertatore) delle delicate valutazioni circa i predetti presupposti, non effettuabili “sul ciglio della strada” (cfr. ricorso p. 5).

1.3. Sarebbe “assurd(o)” – secondo il mezzo di ricorso – che il “rappresentante di uno Stato estero debba mettersi a discutere di questioni diplomatiche per definizione riservate – o dissertare circa l’esistenza di trattati internazionali – con un agente di polizia municipale” (cfr. ricorso p. 7). Da ciò discenderebbe la violazione di legge, non dovendo il ricorrente “dimostrare di essere nell’esercizio delle proprie funzioni nè al vigile urbano, nè al giudice di Ferrara, bensì unicamente al ministero degli esteri” (cfr. ricorso p. 8).

1.4. Il mezzo di ricorso è infondato.

1.5. La norma di cui si deduce in via diretta la violazione è l’art. 131 C.d.S. che, sotto la rubrica “agenti diplomatici esteri” (rubrica sintetica rispetto al più ampio contenuto delle disposizioni che la seguono), dispone:

“1. Le violazioni alle disposizioni del presente codice commesse da agenti diplomatici e consolari accreditati in Italia, o da altre persone che, con riguardo a tali violazioni, godano, nei limiti previsti dalle norme internazionali, delle immunità spettanti agli agenti suddetti, sono segnalate dagli uffici o comandi dai quali dipendono coloro che le hanno accertate al ministero degli affari esteri, per le comunicazioni da effettuarsi per via diplomatica.

  1. Per le autovetture e gli autoveicoli adibiti ad uso promiscuo appartenenti agli agenti diplomatici, agli agenti consolari di carriera e alle altre persone indicate nel comma 1, il ministero dei trasporti e della navigazione, su richiesta del ministero degli affari esteri, rilascia ai sensi delle vigenti norme, previe visita e prova, quando prescritte, la carta di circolazione e provvede all’immatricolazione, assegnando speciali targhe di riconoscimento, nei tipi e nelle caratteristiche determinate con decreto del ministro dei trasporti e della navigazione, di concerto con il ministro degli affari esteri.
  2. Le violazioni commesse alla guida di veicoli muniti delle targhe speciali di cui al comma 1 da soggetti diversi da quelli indicati nel comma 1 sono perseguite nei modi ordinari di legge, oltre alla segnalazione per via diplomatica nei confronti del titolare dell’autoveicolo.
  3. La validità delle speciali targhe di riconoscimento e delle carte di circolazione rilasciate a norma del comma 2 scade al momento in cui cessa lo status diplomatico di colui al quale il veicolo appartiene. La relativa restituzione deve aver luogo non oltre il termine di novanta giorni dalla scadenza.
  4. Le disposizioni del presente articolo si applicano a condizione di reciprocità, salvo gli accordi speciali con le organizzazioni internazionali.” 1.6. Ciò posto, risulta dal testo dello stesso articolo il collegamento che esso presuppone con la disciplina delle “immunità” godute dagli “agenti diplomatici e consolari accreditati in Italia, o da altre persone che, con riguardo a tali violazioni, godano, nei limiti previsti dalle norme internazionali, delle immunità spettanti agli agenti suddetti” (cfr. comma 1).

1.7. Data per scontata la distinzione – basata sul diritto internazionale – tra agenti diplomatici e consolari anche in rapporto ai compiti da essi svolti (distinzione non sempre chiara nell’ambito del mezzo di ricorso, che fa riferimento promiscuamente all’una e all’altra figura, accostando le funzioni consolari, in particolare onorarie, a quelle diplomatiche – cfr. supra 1.3), la materia delle immunità consolari è stata, com’è noto, codificata dalla convenzione di Vienna del 1963 sulle relazioni consolari, già sopra richiamata. Nell’ambito della distinzione tra consoli di carriera (funzionari diplomatici o consolari dello stato d’invio) e consoli onorari (non appartenenti ai ranghi della carriera diplomatica o consolare, non svolgenti l’attività consolare a titolo esclusivo, e normalmente cittadini o comunque residenti permanenti dello stato di residenza) è di rilevanza ai fini di cui in prosieguo il dato per cui le immunità e i privilegi dei consoli residenti permanenti sono alquanto ridotti, analogamente essendo ridotti quelli dei consoli onorari.

1.8. Di tanto è segno, già in esordio, la convenzione di Vienna che, all’art. 1, comma 2, subito chiarisce “la situazione particolare dei membri dei posti consolari… dipendenti dallo stato di residenza o ivi residenti permanenti”, che “è regolamentata dall’art. 71”. Tale ultima norma – applicabile ai membri di posti consolari sia di carriera sia onorari, questi ultimi però statisticamente più spesso residenti permanenti, quale il ricorrente – già limita le immunità e i privilegi consolari, in pratica, soltanto all’immunità di giurisdizione e all’inviolabilità personale per gli atti ufficiali compiuti nell’esercizio delle funzioni, oltre al privilegio in materia di obbligo di deporre quale teste.

1.9. A prescindere dalla loro residenza, comunque, le immunità e i privilegi consolari si applicano del pari limitatamente a tutti i consoli onorari. Oltre all’immunità degli archivi (art. 61), spetta a essi – in quanto tali – l’immunità giurisdizionale, ma limitatamente a quella c.d. “funzionale”: l’art. 58 comma 2, rinviando all’art. 43 comma 1 della convenzione, estende infatti ai consoli onorari la previsione per cui non vi è soggezione “alla giurisdizione delle autorità giudiziarie e amministrative dello stato di residenza per gli atti compiuti nell’esercizio delle funzioni consolari”, con le eccezioni previste dallo stesso art. 43. L’art. 58, non estendendo l’applicazione dell’art. 41 sull’inviolabilità personale dei funzionari consolari di carriera ai consoli onorari, estende invece a essi, al comma 2, la sola disposizione dell’art. 42, per cui – qualora il console onorario sia sottoposto a una misura detentiva o ad azione penale – lo stato di residenza deve darne pronta informazione al capo del posto consolare o allo stato d’invio; anche in tal senso sussiste dunque una tutela limitata a fronte dell’immunità personale dei consoli di carriera.

1.10. Va poi ricordato che ai sensi dell’art. 55 della convenzione, intitolato” rispetto delle leggi e dei regolamenti dello stato di residenza”, è previsto in via generale che “senza pregiudizio dei loro privilegi e delle loro immunità, tutte le persone che ne godono hanno il dovere di rispettare le leggi e i regolamenti dello stato di residenza”.

1.11. La disciplina nazionale in materia di consoli onorari di stati esteri si compendia poi:

  1. a) in una circolare del ministero degli affari esteri (n. 3 del 16 luglio 2010), che tra l’altro regola il rilascio di una carta d’identità speciale recante la dizione per cui “il titolare gode di immunità per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni”, nonchè dello speciale contrassegno “CC” (corpo consolare) per gli autoveicoli dei consoli onorari muniti di exequatur, la cui disciplina di uso è sancita dal decreto del ministro degli esteri del 20 giugno 2005; la circolare rende noto altresì il collegamento web mediante il quale è possibile consultare la lista consolare;
  2. b) in un “manuale sul trattamento riservato al corpo diplomatico accreditato presso la repubblica italiana – dicembre 2013”, predisposto dallo stesso ministero e citato dal ricorrente in quanto incidentalmente concernente le immunità anche consolari (p. 7 del ricorso – v. in appresso).

1.12. In tale quadro – da cui discende l’ovvia conseguenza, già acclarata dalla giurisprudenza di questa corte, che l’immunità consolare dell’arte 43 della convenzione di Vienna riguarda non soltanto le attività direttamente esplicative delle funzioni proprie dell’ufficio consolare, ma pure quelle che siano strumentalmente ed eziologicamente connesse ad atti di esercizio di dette funzioni, e quindi anche quelle di guida e parcheggio, da parte del console, della sua autovettura privata (Cass. sez. U n. 4834 del 10/11/1977, pronunciata in riferimento a console di carriera) – può procedersi all’interpretazione dell’art. 131 C.d.S. sollecitata dal mezzo di ricorso. Anzitutto deve rilevarsi sul tema che detto articolo al comma 2 regola il rilascio di “targhe” (diverse dal “contrassegno” c.c. di cui si è detto, fornito ai consoli onorari dal ministero degli esteri) per i veicoli in “uso promiscuo” dei soggetti aventi diritto a immunità di cui al comma 1. La disciplina procedimentale è dettata dal comma 3: “le violazioni commesse alla guida di veicoli muniti delle targhe speciali di cui al comma 1 da soggetti diversi da quelli indicati nel comma 1 sono perseguite nei modi ordinari di legge, oltre alla segnalazione per via diplomatica nei confronti del titolare dell’autoveicolo” (sottolineature aggiunte); il comma 1 resta applicabile qualora il veicolo – munito o no della speciale targa – sia guidato da soggetto indicato al comma 1 medesimo, di tal che si procede alla “segnala(zione)… al ministero degli affari esteri, per le comunicazioni da effettuarsi per via diplomatica”.

1.13. Si desume dalla semplice lettura di quanto prescritto dall’art. 131 che è insita nell’operatività della disciplina non la mera facoltà, ma la doverosità di accertamenti – estesi all’ambito di applicabilità di norme di diritto internazionale – da parte dei pubblici ufficiali che constatino violazioni del codice della strada, diversamente da quanto opinato dal ricorrente (pp. 7 e 8 del ricorso). Qualora infatti si tratti di veicoli muniti di targa c.c. (ciò che non è stato nel caso in esame), sarà compito dell’accertatore verificare se il soggetto conducente abbia titolo all’immunità. Nessun dubbio ermeneutico può porsi in argomento, posto che, come detto, “le violazioni commesse alla guida di veicoli muniti delle targhe speciali di cui al comma 1 da soggetti diversi da quelli indicati nel comma 1 sono perseguite nei modi ordinari di legge, oltre alla segnalazione per via diplomatica nei confronti del titolare dell’autoveicolo”. Ipotizzare che, di fronte a una pretesa immunità non riconoscibile dall’accertatore, per la semplice pretesa egli debba astenersi dall’avvio del procedimento sanzionatorio equivarrebbe a un’interpretatio abrogans dell’obbligo di “persegui(re) nei modi ordinari di legge” chi non rientri tra i soggetti di cui al comma 1. Se ciò è vero, l’accertatore dovrà verificare – almeno nei limiti che competono a tale fase (v. infra per i rimedi successivi) – se il soggetto rientri o no tra quelli astrattamente immuni; e ciò potrà fare – per quanto riguarda i consoli onorari – attraverso una serie di elementi notiziali, verificabili anche “sul ciglio della strada” da un vigile urbano (per utilizzare un’espressione del ricorrente – cfr. ricorso p. 5), quali anzitutto l’esibizione della carta d’identità speciale e – nei tempi moderni anche via web – la consultazione della lista consolare.

1.14 Se quanto innanzi è vero in riferimento all’applicabilità alternativa del comma 3 in rapporto al comma 1, non vi è ragione per non affermare che la medesima conclusione – desumibile dallo stesso testo dell’art. 131 – non valga per le (invero più complesse, ma non per questo inesigibili) valutazioni degli accertatori inerenti l’applicabilità del comma 1 in quanto autonomamente considerato. Requisito di applicazione di detta norma è che le violazioni siano commesse da persone che “godano, nei limiti previsti dalle norme internazionali, delle immunità”, tra i quali gli agenti diplomatici e consolari di carriera, ma anche i consoli onorari. Come menzionato dal ricorrente, ai fini dell’applicazione può essere necessario accertare – per quanto concerne le violazioni ascritte ai consoli onorari – se le medesime siano coperte dalla sola immunità di cui essi fruiscono (al di là di quella di archivio), quella “funzionale” ex art. 58, comma 2 in relazione all’art. 43, comma 1 della convenzione di Vienna relativa agli “atti compiuti nell’esercizio delle funzioni consolari”, quali definite dall’art. 5 della convenzione stessa. L’art. 131 C.d.S., poi, ai fini delle modalità applicative, prevede la verifica della condizione di reciprocità. In proposito è a ritenersi che – in assenza di disposizioni derogatrici – l’accertatore, pur trattandosi di disamine di diritto internazionale talora complesse, non possa essere esentato da esse, od obbligato a soprassedere dall’avvio del procedimento sanzionatorio in virtù di una mera pretesa di un soggetto che dichiari – semmai senza fornire alcun elemento – una situazione di immunità, specie se funzionale (per il cui sussistere rilevano prevalenti valutazioni di fatto). Nè rileva il dato che possa rivestire la posizione di accertatore, semmai, un pubblico ufficiale addetto a ordinari compiti di regolazione del traffico stradale: in tal senso, diversamente da quanto asserito inopportunamente dal ricorrente, non è affatto “assurd(o)” che il console onorario debba interloquire “con un agente di polizia municipale” (cfr. ricorso p. 7), posto anche il già ricordato obbligo di cui all’art. 55 della convenzione di Vienna, intitolato al “rispetto delle leggi e dei regolamenti dello stato di residenza”, secondo il quale “senza pregiudizio dei loro privilegi e delle loro immunità, tutte le persone che ne godono hanno il dovere di rispettare le leggi e i regolamenti dello stato di residenza”.

1.15 In tale ambito va detto che è parimenti infondata la tesi del ricorrente secondo la quale, di fronte all’invocazione dell’immunità consolare, l’operante debba astenersi dall’accertamento dei fatti, che sarebbero da “discutere” da parte del console onorario “unicamente al ministero degli esteri” (cfr. ricorso p. 7-8). Pur quando, infatti, l’accertatore dovesse riconoscere il sussistere dell’immunità, poichè l’accertamento non è di per sè lesivo della stessa, dovrà procedere all’accertamento della violazione, dando atto dei fatti da cui emerge l’immunità e delle dichiarazioni del console onorario: invero, il comma 1 dell’art. 131 in tal senso discorre di “violazioni… commesse” dal soggetto immune che “sono segnalate… al ministero degli affari esteri, per le comunicazioni da effettuarsi per via diplomatica”, mentre il comma 3 parimenti prescrive che le “violazioni” commesse da soggetti diversi siano anch’esse “segnala(te) per via diplomatica nei confronti del titolare dell’autoveicolo” in quanto immune (evidentemente, ai fini della responsabilità solidale del proprietario del veicolo), mentre devono essere “perseguite nei modi ordinari di legge” nei confronti del conducente non immune. La distinzione fra “segnalazione” e “perseguimento”, dunque, rinvia esclusivamente ai fini delle modalità di seguito rispetto a un atto che, comunque, è di accertamento di “violazione”.

1.16 L’eventuale esito viziato dell’accertamento svolto dall’operante circa il sussistere o il non sussistere dell’immunità funzionale del console onorario, e quindi la contestazione immediata e diretta, o anche differita ma sempre diretta, della violazione, in luogo dell’altrimenti doverosa mera comunicazione indiretta al ministero degli esteri per l’ulteriore seguito ai fini del comma 1 dell’art. 131, neppure produce – del resto – di per sè lesione delle immunità di cui alla convenzione di Vienna e ai principi di diritto internazionale consuetudinario ivi codificati. Infatti, va tenuto conto che solo in via di eventualità (cfr. artt. 202, 204 e 206 C.d.S.) il verbale delle violazioni contestate immediatamente (art. 200) o in via differita (art. 201) è destinato a formare titolo per la riscossione delle sanzioni, e ciò decorsi ampi termini per la proposizione di opposizioni in via amministrativa e giurisdizionale.

1.17 L’invocazione e la prova ex post dell’immunità funzionale negata dal ricorrente che contesta erroneamente, come detto, la stessa possibilità di un accertamento sulla base della sola volizione del trasgressore (con l’incongrua dizione secondo cui egli non dovrebbe “dimostrare di essere nell’esercizio delle proprie funzioni nè al vigile urbano, nè al giudice di Ferrara, bensì unicamente al ministero degli esteri” – cfr. ricorso p. 8) – appare addirittura l’unico rimedio praticabile in tutti quei casi, statisticamente assai frequenti nella prassi delle relazioni diplomatiche e consolari, in cui la contestazione immediata non sia possibile e, quindi, sia del tutto ignota all’accertatore perfino l’aspettativa del trasgressore a vedersi riconoscere l’immunità: si pensi ai casi di cui all’art. 201 C.d.S., comma 2 e all’art. 384 del relativo regolamento di cui al D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495, ove – soprattutto – non sussista o non sia visibile il contrassegno “CC”.

1.18 All’eventualità dell’annullamento ex post dei processi verbali di accertamento, del resto, fa riferimento lo stesso “manuale sul trattamento riservato al corpo diplomatico accreditato presso la repubblica italiana – dicembre 2013”, predisposto dal ministero degli esteri e richiamato e prodotto dal ricorrente in quanto incidentalmente concernente le immunità anche consolari (p. 7 del ricorso). Infatti detto manuale, la cui valenza è esclusivamente di prassi, al paragrafo 7.7 intitolato alle “violazioni del codice della strada”, riporta che il ministero, nel ricordare “il dovere del pieno rispetto delle leggi dello stato accreditatario, attira in particolare modo l’attenzione sulle disposizioni vigenti in materia di circolazione stradale. Sulla base del principio di reciprocità, e nei limiti delle infrazioni stradali commesse nell’esercizio delle funzioni diplomatiche e consolari” esso “potrà prendere in considerazione le richieste di annullamento dei processi verbali di accertamento redatti dai vari corpi di polizia che gli perverranno notificati con nota verbale dalle rappresentanze diplomatiche” (sottolineatura aggiunta). In tale contesto, appare particolarmente rilevante il ruolo riconosciuto alle rappresentanze diplomatiche, che con nota verbale fanno propria dopo averla quindi valutata – la dichiarazione dell’interessato circa il sussistere del nesso tra violazione ed espletamento delle funzioni.

1.19 Parimenti di rilievo è il caveat contenuto nel prosieguo di detto paragrafo del manuale, per cui “si fa presente che violazioni particolarmente gravi del codice della strada che costituiscano pericolo per la sicurezza pubblica comportano il dovere del pagamento delle relative sanzioni e possono determinare, in caso di recidiva, anche l’annullamento delle targhe CD-CC”. Viene, dunque, posto un limite, a quanto consta emergente nella prassi internazionale anche di altri paesi, all’immunità in materia di violazione delle norme sulla circolazione stradale, correlato alla gravità del fatto.

1.20 Conclusivamente in ordine al primo motivo, fermo il principio di cui a Cass. sez. U n. 4834 del 1977 cit. per cui anche alla violazione delle regole del codice della strada può accompagnarsi l’immunità “funzionale” ex art. 58, comma 2 in relazione all’art. 43, comma 1 della convenzione di Vienna relativa agli “atti compiuti nell’esercizio delle funzioni consolari”, quali definite dall’art. 5 della convenzione stessa, vanno enunciati i seguenti principi di diritto, alla luce dei quali il primo motivo di ricorso risulta infondato:

“L’art. 131 C.d.S. e l’art. 58, comma 2, che rinvia all’art. 43, comma 1, della convenzione di Vienna vanno interpretati nel senso che, di fronte all’invocazione (nel caso di specie da parte di console onorario, residente permanentemente in Italia) dell’immunità funzionale, l’accertatore della violazione di norme del codice della strada non possa soprassedere alla redazione di verbale, essendo essa presupposta dall’art. 131 predetto”;

“svolti accertamenti, in sede di contestazione, se del caso con il supporto dei servizi del ministero degli esteri, anche circa il sussistere dei presupposti per l’immunità e per le conseguenziali modalità di segnalazione e comunicazione (tra i quali i fatti da cui si evinca il nesso funzionale tra violazione ed esercizio dell’attività consolare e il ricorrere della condizione di reciprocità), a seconda degli esiti l’accertatore deve procedere, da un lato, alla contestazione immediata o alla notifica differita della violazione o, dall’altro, alla trasmissione del verbale all’ufficio o comando dal quale dipende per la segnalazione al ministero degli affari esteri per le comunicazioni da effettuarsi per via diplomatica”;

“ove, per l’impossibilità o per l’erroneità dell’accertamento circa i relativi presupposti, sia contestata o notificata dall’organo accertatore violazione in presenza dell’immunità, il rilievo del sussistere della stessa in sede di opposizione in via giurisdizionale, su ricorso dell’interessato, o di notifica con nota verbale in sede diplomatica, su richiesta della competente rappresentanza dello stato estero, conduce all’annullamento dell’atto”.

  1. Con il secondo motivo il ricorrente deduce violazione dell’art. 2729 c.c. in relazione all’art. 116 c.p.c. Lamenta che l’unica prova dell’infrazione sia costituita dal verbale, avendo il tribunale di Ferrara erroneamente ritenuto che esso “d(esse) conto del fatto che… stesse parlando al telefono cellulare mentre era alla guida e non avesse azionato il vivavoce”, mentre invece i verbalizzanti non avevano dato contezza del parlare al telefono ma semplicemente affermato che “circolava… facendo uso di apparecchio telefonico senza auricolare tenuto con la mano all’orecchio sinistro”; poichè il ricorrente teneva il cellulare con la mano al fine di attivare il vivavoce, il tribunale aveva tratto dal verbale una presunzione semplice relativa al fatto che stesse parlando, esclusa dalla carenza di gravità, precisione e concordanza, nonchè dal fatto che lo stesso comune aveva ancorato la contestazione al dato che il cellulare era tenuto con la mano e non all’attivazione di una conversazione.

2.1. La censura è infondata.

2.2. In proposito, richiamato che il verbale dà atto che la contravvenzione è stata elevata per aver il trasgressore, alla guida di automobile, “circola(to) in via (OMISSIS), direzione…, facendo uso di apparecchio telefonico senza auricolare, tenuto con la mano all’orecchio sinistro” (sottolineature aggiunte), va evidenziato che il motivo si appunta sulla circostanza che la sentenza impugnata – in un passaggio alla p. 11 – riporta la valutazione per cui “il verbalizzante ha dato conto del fatto che… stesse parlando al telefono cellulare mentre era alla guida e non avesse azionato il vivavoce in flagrante violazione dell’art. 173 C.d.S.” (p. 11 – sottolineatura aggiunta). Avendo negato di star parlando e tenuto conto che le difese dello stesso comune non avevano dato per assodato tale fatto, il ricorrente desume dall’espressione riportata in sentenza relativa al suo “st(ar) parlando” il concretarsi delle presunte violazioni di legge innanzi descritte, posto che il verbale non darebbe atto di tanto.

2.3. Il mezzo è destituito di fondamento per essere insussistenti le dedotte violazioni: la ratio decidendi espressa con il passaggio motivazionale censurato è semplicemente quella di affermare che quanto emerge dal verbale conferma il sussistere della trasgressione sanzionata, quand’anche il passaggio stesso, se considerato isolatamente, veicoli il concetto in maniera poco chiara. Come si evince da una lettura complessiva del brano anzidetto unitamente alle espressioni che lo precedono (“nè si possono nutrire dubbi, provvisti d’una qualche consistenza fattuale e giuridica, sulla circostanza che l’infrazione contestata sia stata effettivamente commessa: il verbale, nella parte in cui accerta circostanze di fatto, possiede una fede probatoria privilegiata e, nel caso di specie, non è stato infirmato con la querela di falso” – sottolineatura aggiunta), il giudice del merito non ha inteso sottolineare, in sè e per sè, l’avvenuta prosecuzione di una conversazione telefonica, dato in quanto tale non risultante dal verbale nè comunque percepibile dagli operanti, bensì il mero avvio di essa (eventualmente anche senza instaurazione di una interlocuzione) mediante manovre con la mano sull’apparecchio (anche portato all’orecchio). Ciò tiene del resto conto della posizione del comune, secondo il quale pur solo il tentativo di avviare il vivavoce, a telefono squillante, tenendolo appoggiato all’orecchio con la mano, configurasse “concretamente us(o del)l’apparecchio telefonico senza auricolare” (p. 7 della sentenza). In altri termini, dire, come dice la sentenza impugnata, che il trasgressore “stesse parlando al telefono cellulare mentre era alla guida e non avesse azionato il vivavoce” significa, in una lettura unitaria del testo della sentenza, confermare semplicemente che resta integrata, in base al tenore del verbale, la fattispecie dell’art. 173 C.d.S., comma 2, che sanziona non in concreto chi “parla” al telefono (dato di fatto sostanzialmente non verificabile dall’esterno dell’abitacolo di un veicolo), ma il “conducente” che “f(a) uso durante la marcia di apparecchi radiotelefonici”, salvo “l’uso di apparecchi a viva voce o dotati di auricolare purchè il conducente abbia adeguate capacità uditive ad entrambe le orecchie che non richiedono per il loro funzionamento l’uso delle mani” (così l’art. 173 cit.). Nel caso di specie, dunque, pur riportando la sentenza la frase citata, il nucleo della ratio decidendi non risiede nell’accertamento dello “star parlando” o rectius “stare per parlare” da parte del trasgressore, circostanza del tutto irrilevante, ma del suo non aver azionato prima di mettersi alla guida, altrimenti essendo necessario l’uso, vietato, delle mani – un sistema automatico viva voce (o un auricolare impegnante un solo orecchio); ciò che è confermato dal fatto che egli non nega di aver usato le mani per reggere l’apparecchio, notato peraltro dagli operanti vicino all’orecchio.

2.4. Il motivo, dunque, non infirma l’accertamento contenuto nella sentenza per cui l’apparecchio era comunque in “uso” con le mani senza previa attivazione di sistema di viva voce. Esso, soffermandosi su una espressione di contorno (“st(ar) parlando”), non rilevante nell’economia dell’accertamento, va dunque disatteso, in quanto la sentenza è pienamente conforme al principio (per il quale v. ad es. Cass. n. 20441 del 21/09/2006 – in materia di percezione del parlare al telefono durante la guida – oltre altre, tra le quali recentemente n. 23800 del 07/11/2014) per cui il verbale di accertamento dell’infrazione fa piena prova, fino a querela di falso, con riguardo ai fatti attestati dal pubblico ufficiale come avvenuti in sua presenza e conosciuti senza alcun margine di apprezzamento o da lui compiuti, nonchè alla provenienza del documento dallo stesso pubblico ufficiale.

  1. Con il terzo motivo si denuncia violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. e del D.M. 10 marzo 2014, n. 55, per essere stati liquidati dal tribunale – in controversia del valore di Euro 152 pari alla sanzione pecuniaria, non mutato dall’applicazione della sanzione accessoria (cfr. Cass. n. 13598 del 16/06/2014) – i compensi per tre fasi nella misura di Euro 1.550 in luogo del parametro medio di Euro 440, aumentabile al massimo fino a Euro 817 (come da conteggi analitici contenuti nel motivo di ricorso per cassazione); l’aumento sarebbe potuto avvenire, poi, previa motivazione, invece del tutto assente nella sentenza del tribunale. Si censura dunque a un tempo assenza di motivazione ed eccesso rispetto al massimo di parametro.

3.1. Il motivo è fondato, in quanto sussistono entrambe le violazioni, come denunciate. Invero, la somma liquidata si pone manifestamente al di là dei massimi liquidabili in base ai parametri e non sussiste la richiesta motivazione. La sentenza va dunque cassata in relazione al motivo in esame, che va accolto.

3.2. Peraltro, non essendo necessari accertamenti di merito, può questa corte pronunciare nel merito, liquidando per il giudizio di appello il parametro medio aumentato in misura lievemente inferiore al raddoppio (cfr. Cass. n. 2386 del 31/01/2017), e precisamente in Euro 800, alla luce delle questioni di natura internazionalistica trattate che hanno qualificato la prestazione professionale come di pregio.

  1. Con il quarto motivo si deduce violazione dell’art. 2 del predetto D.M. 10 marzo 2014, n. 55, che prevede che il compenso dell’avvocato debba essere incrementato di “una somma per rimborso spese forfettarie di regola nella misura del 15% del compenso totale della prestazione”. Secondo il ricorrente, avendo la sentenza meramente liquidato il compenso “oltre al rimborso delle spese forfetarie”, senza nulla specificare circa la percentuale di esso, la mancata determinazione concreterebbe la dedotta violazione di legge.

4.1. Il motivo è infondato, alla luce dell’interpretazione che appare a questa corte preferibile del D.M. 10 marzo 2014, n. 55, art. 2.

4.2. Invero, il testo dell’art. 2, comma 2 del regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense ai sensi della L. 31 dicembre 2012, n. 247, art. 13 comma 6 legge come segue: “Oltre al compenso e al rimborso delle spese documentate in relazione alle singole prestazioni, all’avvocato è dovuta – in ogni caso ed anche in caso di determinazione contrattuale – una somma per rimborso spese forfettarie di regola nella misura del 15 per cento del compenso totale per la prestazione”. 4.3. Detto testo regolamentare trova la sua scaturigine nell’art. 13, comma 10, della cennata L. n. 247 del 2012, il quale dispone che “oltre al compenso per la prestazione professionale, all’avvocato è dovuta, sia dal cliente in caso di determinazione contrattuale, sia in sede di liquidazione giudiziale, oltre al rimborso delle spese effettivamente sostenute e di tutti gli oneri e contributi eventualmente anticipati nell’interesse del cliente, una somma per il rimborso delle spese forfettarie, la cui misura massima è determinata dal decreto di cui al comma 6, unitamente ai criteri di determinazione e documentazione delle spese vive” (sottolineatura aggiunta).

4.4. Se, dunque, la legge ha affidato alla fonte subordinata la disciplina della fissazione della “misura massima” del rimborso delle spese forfettarie – cioè delle spese di solito sostenute durante una causa dal difensore, la cui dimostrazione è difficile oppure oltremodo gravosa, sicchè il loro rimborso è dovuto anche senza la prova degli esborsi, secondo una misura predeterminata dalla legge, spettante automaticamente al professionista anche in assenza di allegazione specifica e di apposita istanza, dovendosi quest’ultima ritenere implicita nella domanda di condanna al pagamento degli onorari giudiziali che incombe sulla parte soccombente (cfr. Cass. n. 4209 del 22/02/2010) – il problema ermeneutico che si pone si ricollega alla peculiarità dell’espressione “di regola nella misura del 15 per cento del compenso totale per la prestazione” contenuta nel regolamento. Tale espressione, infatti, non chiarisce, a una prima lettura, la finalità dell’indicazione della percentuale, alla cui “misura” semplicemente dispone che il giudice si attenga “di regola”.

4.5. Dalla lettera della disposizione si evince, a una prima approssimazione, che detta percentuale sia quella che spetti al difensore in mancanza di diversa determinazione giudiziale (“di regola”). Da ciò possono trarsi, sul piano interpretativo, due conseguenze: – la prima, sul fronte motivazionale, relativa al fatto che, ove non si debba seguire la “regola”, sia imposto al giudice dar conto, direttamente o indirettamente in relazione alla complessità della prestazione e al suo pregio, della deroga; – la seconda, sul piano presuntivo, relativa alla doverosità della lettura del provvedimento giudiziale, che non rechi la determinazione percentuale del rimborso o addirittura nulla dica in ordine alla sua spettanza, nel senso che il provvedimento stesso abbia implicitamente recepito la “regola” e, quindi, abbia riconosciuto il rimborso nella misura del 15%.

4.6. Ciò non è tuttavia sufficiente a comprendere esaurientemente la portata della disciplina regolamentare in esame. Invero, come ricordato, al regolamento era stato demandato dal legislatore di determinare la misura “massima” del rimborso (“la cui misura massima è determinata dal decreto di cui al comma 6…”). Di fronte a tale finalità posta dal legislatore deve ritenersi – in una lettura integrata della legge e del regolamento – che la stessa sia stata recepita, pur a fronte di una mancanza di chiarezza del testo regolamentare. Deve dunque considerarsi che affermare come “dovuta… una somma per rimborso spese forfettarie di regola nella misura del 15 per cento del compenso totale per la prestazione” significhi, a un tempo, aver fissato il massimo percentuale del rimborso (appunto nel 15%) e aver stabilito che “di regola”, come detto, e quindi anche quando nulla si dica nel provvedimento di liquidazione, spetti tale massimo, derogabile solo in peius con apposita motivazione.

4.7. A tale criterio interpretativo risulta essersi già attenuta questa corte (cfr. ad es. implicitamente Cass. n. 17519 del 03/09/2015) oltre che la giurisprudenza di merito.

4.8. Alla luce di quanto innanzi, dovendo affermarsi il principio di diritto per cui “Il provvedimento giudiziale di liquidazione delle spese processuali che non contenga la statuizione circa la debenza o anche solo l’esplicita determinazione della percentuale delle spese forfettarie rimborsabili ai sensi della L. n. 247 del 2012, art. 13, comma 10 e del D.M. n. 55 del 2014, art. 2 è titolo per il riconoscimento del rimborso stesso nella misura del 15% del compenso totale, quale massimo di regola spettante, potendo tale misura essere soltanto motivatamente diminuita dal giudice”, il motivo di ricorso va rigettato.

  1. Essendo accolto il ricorso limitatamente al terzo motivo, le spese del giudizio di legittimità debbono essere compensate per un mezzo stante la soccombenza reciproca. La residua metà – secondo la liquidazione di cui al dispositivo – va posta a carico del comune globalmente soccombente in relazione alla maggiore importanza economica del motivo accolto rispetto agli altri. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater non va dato atto del sussistere dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo pari al contributo unificato dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis dell’art. 13 cit.

P.Q.M.

rigetta il primo, il secondo e il quarto motivo di ricorso, accoglie il terzo, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e, pronunciando nel merito, liquida in Euro 800 i compensi spettanti al comune di Ferrara per il giudizio di appello, ferma nel resto l’impugnata sentenza; compensa le spese del giudizio di legittimità per un mezzo; condanna il controricorrente alla rifusione a favore del ricorrente del residuo mezzo, aliquota che liquida in Euro 325 per compensi, oltre il 15% per spese generali e accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Seconda Sezione Civile, il 26 aprile 2018.

Depositato in Cancelleria il 4 aprile 2019

Spese stragiudiziali: sono dovute e la Cassazione spiega anche come vanno calcolate (Cass. 4306/2019)

CONSIDERAZIONI

Capita molto spesso (se non sempre) che le Compagnie – qualora non si definisca transattivamente un sinistro e si accetti, quindi, la somma offerta solo a titolo di acconto sul maggior danno -, non riconoscano alcun importo per l’attività stragiudiziale fino a quel punto resa dal difensore. Dopodiché, una volta incardinato il giudizio civile affinchè il danneggiato si veda legittimamente riconosciuto l’integrale risarcimento, quegli importi, talvolta anche considerevoli, (come nel caso di specie) “passano in cavalleria”. Questa è una vera e propria ingiustizia ed un indebito regalo che troppo spesso i giudici di merito offrono alle Compagnie. Fortunatamente gli Ermellini hanno, ancora una volta, chiarito che le spese stragiudiziali (alla presenza di determinati presupposti) vanno assolutamente riconosciute, indicando anche i criteri per la loro corretta determinazione. Ottimo! (CC)

 I PRINCIPI ENUNCIATI DALLA CORTE

In materia di spese stragiudiziali, «in tema di risarcimento diretto dei danni derivanti dalla circolazione stradale, [..] sono comunque dovute le spese di assistenza legale sostenute dalla vittima perché il sinistro presentava particolari problemi giuridici, ovvero quando essa non abbia ricevuto la dovuta assistenza tecnica e informativa dal proprio assicuratore, dovendosi altrimenti ritenere nulla detta disposizione per contrasto con l’art. 24 Cost., e perciò da disapplicare, ove volta ad impedire del tutto la risarcibilità del danno consistito nell’erogazione di spese legali effettivamente necessarie».

Inoltre,

«Le prestazioni stragiudiziali che siano strettamente dipendenti dal mandato relativo alla difesa, sì da potersi considerare attività strumentale o complementare di quella propriamente processuale, hanno, anche esse, natura di prestazioni giudiziali, come la preventiva richiesta di risarcimento del danno all’assicuratore ai sensi della legge n. 990 del 1969, che integra esercizio di attività stragiudiziale puramente strumentale a quella giudiziale, essendo condizione per la proponibilità dell’azione risarcitoria»

Tali spese giudiziali non vanno calcolate in base al valore residuale della pretesa giudiziale ma per l’intero ammontare complessivamente riconosciuto in via stragiudiziale e giudiziale.

_____________________________________

Civile Ord. Sez. 3 Num. 4306 Anno 2019
Presidente: OLIVIERI STEFANO
Relatore: FIECCONI FRANCESCA
Data pubblicazione: 14/02/2019

ORDINANZA

sul ricorso 9081-2016 proposto da:

BRACCI ALFONSO, BRACCI GIACINTA, elettivamente domiciliati in ROMA, VLE DELLE MILIZIE 48, presso lo studio dell’avvocato FABIO BORGOGNONI, che li rappresenta e difende giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

GENERALI ITALIA SPA, in persona del dott. GIOVANNI DIGITO, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA L DRUSILLA 13, presso lo studio dell’avvocato ANNA MARIA ROMAGNINO, che la rappresenta e difende giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 867/2016 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 10/02/2016; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 04/04/2018 dal Consigliere Dott. FRANCESCA FIECCONI; lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero,in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. ALBERTO CARDINO che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso;

 RILEVATO IN FATTO

  1. A seguito domanda di risarcimento avanzata dai sig.ri Alfonso e Giacinta Bracci, congiunti del sig. Fulviano Bracci, deceduto in occasione del sinistro stradale occorso in data 21/11/2006, l’Ina Assitalia s.p.a., nella qualità di Fondo di Garanzia delle Vittime della Strada, offriva ai sig.ri Bracci la somma di C 328.000,00 a titolo di risarcimento danni non patrimoniali. I sig.ri Bracci accettavano in parte l’offerta in data 1/7/2008 ed inoltravano alla società, in data 3/7/2008, la nota spese relativa all’attività professionale svolta nel sinistro in oggetto, senza ottenere risposta. I sig.ri Bracci ricorrevano quindi al Tribunale di Roma, a causa dell’inerzia della Compagnia Assicurativa, per vederla condannare al risarcimento di tutti i danni non patrimoniali, nonché, in ogni caso, al pagamento delle spese e competenze relative all’attività extragiudiziale svolta dal difensore di parte attrice e al pagamento delle spese del grado di giudizio. ma Assitalia s.p.a. si costituiva e chiedeva il rigetto del ricorso per infondatezza in fatto ed in diritto. Con sentenza n. 10169/2012 del 17/5/2012, il Tribunale di Roma condannava la società al pagamento in favore degli attori di ulteriori complessivi C 211.922,35 per danni non patrimoniali, maggiorati di interessi, nonché alla rifusione delle spese di giudizio.
  1. Con atto di citazione in appello notificato in data 28/12/2012, i sig.ri Bracci adivano la Corte d’Appello di Roma e chiedevano la riforma della sentenza n. 10169/2012, riproponendo la domanda di pagamento delle spese legali della fase stragiudiziale dovute al difensore di parte, pari a C 36.228,56. ma Assitalia s.p.a. si costituiva e contestava la fondatezza della pretesa sia con riguardo all’an, che con riguardo al quantum. Con sentenza n. 10/2/2016, notificata in data 16/2/2016, la Corte d’Appello di Roma rigettava l’appello e condannava gli attori a rifondere alla società assicurativa le spese del grado.
  2. Avverso tale provvedimento, i sig.ri Bracci proponevano ricorso innanzi a questa Corte con atto notificato in data 8/4/2016, deducendo quattro motivi di gravame. La ma Assitalia s.p.a. si costituiva con atto in data 13/5/2016 e chiedeva il rigetto dell’impugnazione. Il pubblico Ministero interveniva concludeva come in atti.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 254 del 18 luglio 2006, ai sensi dell’art. 360, I comma, n. 3, cod. proc. civ., laddove la Corte d’Appello ha stabilito che la fattispecie in oggetto viene disciplinata dall’art. 9, comma 2, del menzionato decreto, nella parte in cui sancisce che «nel caso in cui la somma offerta dall’impresa di assicurazione sia accettata dal danneggiato, sugli importi corrisposti non sono dovuti compensi per la consulenza o assistenza professionale di cui si sia avvalso il danneggiato diversa da quella medicolegale per i danni alla persona». Il ricorrente contesta l’applicabilità di tale normativa ratione temporis al caso di specie, in quanto il sinistro è avvenuto in data 21/11/2006, mentre il regolamento è entrato in vigore per i sinistri verificatisi a partire dall’1/2/2007. Inoltre, il ricorrente contesta l’applicabilità della norma in quanto nulla per contrasto con l’art. 24 della Costituzione, come affermato dalla giurisprudenza di legittimità.

1.1. Il motivo è fondato. La Corte d’Appello, infatti, a prescindere dalla normativa de qua, non applicabile ratione temporis, non ha tenuto conto dell’orientamento formatosi nella giurisprudenza di questa Corte in materia di spese stragiudiziali, secondo il quale «in tema di risarcimento diretto dei danni derivanti dalla circolazione stradale, [..] sono comunque dovute le spese di assistenza legale sostenute dalla vittima perché il sinistro presentava particolari problemi giuridici, ovvero quando essa non abbia ricevuto la dovuta assistenza tecnica e informativa dal proprio assicuratore, dovendosi altrimenti ritenere nulla detta disposizione per contrasto con l’art. 24 Cost., e perciò da disapplicare, ove volta ad impedire del tutto la risarcibilità del danno consistito nell’erogazione di spese legali effettivamente necessarie» (Cass. civ., sez. III, n. 11154/2015; Cass. civ., sez. III, n. 3266/2016; cass. 6422/2017 ).

  1. Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione della legge n. 990/1969, del D. Lgs. n. 209/2005, della prassi giurisprudenziale e del D.M. 127/2004, ai sensi dell’art. 360, I comma, n. 3, cod. proc. civ., laddove la Corte d’Appello ha disconosciuto le competenze professionali per l’attività svolta dal legale in via stragiudiziale.

2.1. Il motivo è fondato.

2.2. In conformità alla consolidata prassi giurisprudenziale di liquidare le competenze professionali dovute al difensore per la parte stragiudiziale in forma di spese giudiziali, il criterio citato dalla Corte d’Appello, in linea di principio, corrisponde a quello già enunciato in Cass. civ., sez. II, n. 2034/1994 secondo cui «le prestazioni stragiudiziali che siano strettamente dipendenti dal mandato relativo alla difesa, sì da potersi considerare attività strumentale o complementare di quella propriamente processuale, hanno, anche esse, natura di prestazioni giudiziali, come la preventiva richiesta di risarcimento del danno all’assicuratore ai sensi della legge n. 990 del 1969, che integra esercizio di attività stragiudiziale puramente strumentale a quella giudiziale, essendo condizione per la proponibilità dell’azione risarcitoria» (v. anche Cass-Sez. II,2275/2006 e Cass. Sez. III,6422/2017).

2.3. Nel caso di specie, tuttavia, le spese giudiziali sono state calcolate in base al valore residuale della pretesa giudiziale contestata dalla compagnia assicuratrice e non per l’intero ammontare complessivamente riconosciuto in via stragiudiziale e giudiziale. La Corte d’Appello, pertanto, non ha correttamente applicato il principio sopra indicato.

  1. Con il terzo motivo, il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 115 cod. proc. civ. e dell’art. 2720 cod. civ., ai sensi dell’art. 360, I comma, n. 3, cod. proc. civ., laddove la Corte d’Appello non ha dato atto della mancata contestazione da parte della società della domanda relativa al pagamento delle spese legali nella fase stragiudiziale, né nell’an, né nel quantum, e del valore confessorio della missiva inviata a suo tempo dall’Ina Assitalia stessa. La missiva della Compagnia Assicuratrice non può tuttavia considerarsi di per sé quale atto di riconoscimento dell’an e quantum, ma di dichiarazione di disponibilità a valutare la sussistenza della pretesa, avendo la Corte indicato che in tale missiva non è desumibile un carattere confessorio.

3.1. Il motivo è in parte assorbito per effetto dell’accoglimento dei motivi di cui sopra in linea di diritto, in merito all’an debeatur, e infondato in merito al quantum debeatur. Difatti, l’art. 115 cod.proc.civ., sul principio di non contestazione, come novellato il 4 luglio 2009, non è applicabile al caso di specie, posto che la domanda giudiziale è stata introdotta il 20/2/2009.

  1. Con il quarto motivo, il ricorrente deduce l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360, I comma, n. 5, cod. proc. civ., in relazione alla motivazione secondo cui risulterebbe generica la richiesta delle spese stragiudiziali perché non specificata voce per voce nell’atto di appello. Il ricorrente contesta il mancato esame da parte del Giudice di secondo grado dei fatti e dei documenti richiamati, dedotti nell’atto di appello, a supporto della domanda di liquidazione della parcella professionale per le spese stragiudiziali.

4.1. Il motivo è fondato poiché, in ragione dell’effetto devolutivo dell’impugnazione di secondo grado, la Corte territoriale avrebbe dovuto esaminare la documentazione indicata come fonte di prova, e non pretendere, ai fini dell’ammissibilità dell’appello, la indicazione specifica delle singole voci della parcella nei motivi di appello, non trattandosi di istanze istruttorie non accolte da reiterare, bensì di pretesa non accolta di cui si chiede un riesame nel merito. Al riguardo, occorre considerare I’ effetto devolutivo dell’appello come sancito dalle SS. UU. di questa Corte, con sentenza n. 27199 del 16/11/2017: «… la riforma del 2012 non ha trasformato, come alcuni hanno ipotizzato, l’appello in un mezzo di impugnazione a critica vincolata. L’appello è rimasto una revisio prioris instantiae; e i giudici di secondo grado sono chiamati in tale sede ad esercitare tutti i poteri tipici di un giudizio di merito, se del caso svolgendo la necessaria attività istruttoria, senza trasformare l’appello in una sorta di anticipato ricorso per cassazione. La diversità tra il giudizio di appello e quello di legittimità va fermamente ribadita proprio alla luce della portata complessiva della riforma legislativa del Ric. 2015 n. 18868 sez. SU – ud. 10-10-2017-15- 2012 la quale, come ha osservato l’ordinanza interlocutoria, mentre ha introdotto un particolare filtro che può condurre all’inammissibilità dell’appello a determinate condizioni (artt. 348-bis e 348-ter cod. proc. civ.), ha nel contempo ristretto le maglie dell’accesso al ricorso per cassazione per vizio di motivazione; il che impone di seguire un’interpretazione che abbia come obiettivo non quello di costruire un’ulteriore ipotesi di decisione preliminare di inammissibilità, bensì quello di spingere verso la decisione nel merito delle questioni poste. >>.

  1. Conclusivamente, il ricorso è fondato relativamente ai motivi n. 1,2 e 4, con assorbimento del terzo motivo; per l’effetto la Corte cassa la sentenza per quanto di ragione e rinvia alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione collegiale, affinché decida anche per le spese.

P.Q.M.

  1. Accoglie il ricorso relativamente ai motivi n. 1,2 e 4, con assorbimento del terzo motivo;
  2. Per l’effetto cassa la sentenza, e rinvia alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione collegiale, affinché decida anche per le spese.

Così deciso in Roma il 4 aprile 2018

L’Ordinanza in PDF ➡

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Spese legali stragiudiziali: sono un qualcosa di diverso rispetto alle spese legali vere e proprie (Cass. civ. Ord. n. 6422/17)

Cassazione Civile, Ordinanza Sez. 6 n. 6422 Anno 2017 (Presidente AMENDOLA, ADELAIDE Relatore, CIRILLO FRANCESCO MARIA – Data pubblicazione: 13/03/2017)

Mi pare che sia stato superato l’orientamento restrittivo che legava la” risarcibilità” delle spese alla loro “necessità” e addirittura le escludeva per questioni “semplici e di “scarso valore”. Qui si va oltre. Si chiarisce definitivamente, facendo chiarezza ove prima vigeva una certa confusione, sulla ontologica differenza tra spese stragiudiziali e spese legali” (Avv. M. Perrini).

(Omissis)

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Non sono state depositate memorie alla trascritta relazione.

A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, ritiene il Collegio di condividere i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione medesima e di doverne fare proprie le conclusioni, con le precisazioni che seguono.

  1. Le spese sostenute per l’attività stragiudiziale in materia di infortunistica stradale possono ingenerare una qualche confusione in quanto, ove tale attività non riesca ad impedire l’instaurazione del giudizio, i relativi esborsi finiranno con ogni probabilità per confluire nella più ampia voce delle “spese legali”; e ciò anche se quest’attività è svolta da società all’uopo istituite, il cui operato non sempre è rapportabile all’attività che l’avvocato (magari il medesimo che ha seguito la fase stragiudiziale) compirà nel corso del giudizio vero e proprio.

La confusione rischia di aumentare in quanto la giurisprudenza, pur facendo riferimento alla figura del danno emergente, finisce per agganciare il relativo rimborso alla voce delle spese legali.

Tanto premesso, ritiene questa Corte di dover ribadire, in continuità con la citata sentenza n. 997 del 2010, che il danno del quale è stato chiesto il risarcimento ha natura di danno emergente, consistente nella spesa sostenuta per l’attività stragiudiziale svolta dall’agenzia incaricata di simili pratiche.

L’utilità di tale esborso, ai fini della possibilità di porlo a carico del danneggiante, deve essere valutata ex ante, cioè in vista di quello che poteva ragionevolmente presumersi essere l’esito futuro del giudizio.

Da tanto consegue che il rilievo, contenuto nella sentenza oggetto del presente ricorso, secondo cui tali spese erano state chieste come “voce a parte” rispetto alle “spese legali” è inconferente ai fini del rigetto della domanda, posto che l’attività stragiudiziale, anche se svolta da un legale, è comunque un qualcosa di intrinsecamente diverso rispetto alle spese legali vere e proprie.

Come pure è scorretta la decisione del Tribunale di Chieti nella parte in cui, come si è detto, ha ancorato il rigetto della domanda alla circostanza per cui nessuna somma era stata recuperata grazie all’operato della società Civitas, addetta all’espletamento delle attività suddette.

Il giudice di rinvio, quindi, dovrà compiere simile valutazione ex ante e dovrà anche accertare se e da parte di chi l’esborso sia stato realmente sopportato; ciò tenendo presente la giurisprudenza di questa Corte secondo la quale nella assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione di veicoli, la comunicazione dell’offerta dell’impresa assicuratrice, non accettata dal danneggiato, e il pagamento della somma offerta, previsti e disciplinati dall’art. 148 del d.lgs. n. 209 del 2005, non esonerano il danneggiato, che agisca in giudizio per il risarcimento dei danni causati dal medesimo sinistro, dagli oneri di allegazione e di prova posti a carico dell’attore (sentenza 27 novembre 2015, n. 24205).

  1. In conclusione, è accolto il primo motivo di ricorso, con assorbimento del secondo.

La sentenza impugnata è cassata e il giudizio è rinviato al Tribunale di Chieti, in persona di un diverso Magistrato, il quale deciderà attenendosi alle indicazioni della presente pronuncia e provvederà anche alla liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

Per questi motivi

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, con assorbimento del secondo, cassa la sentenza impugnata e rinvia al Tribunale di Chieti, in persona di un diverso Magistrato, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione Civile — 3, il 6 dicembre 2016.

Spese legali stragiudiziali: sono un qualcosa di diverso rispetto alle spese legali vere e proprie (Cass. civ., Ord. n. 6422/17)

Cassazione Civile Ord. Sez. 6 Num. 6422 Anno 2017
Presidente: AMENDOLA ADELAIDE
Relatore: CIRILLO FRANCESCO MARIA
Data pubblicazione: 13/03/2017

Mi pare che sia stato superato l’orientamento restrittivo che legava la “risarcibilità” delle spese alla loro “necessità” e addirittura le escludeva per questioni “semplici” e di “scarso valore”. Qui si va oltre. Si chiarisce definitivamente, facendo chiarezza ove prima vigeva una certa confusione, sulla ontologica differenza tra spese stragiudiziali e spese legali. (Avv. M. Perrini)

L’ORDINANZA (estratto)

(Omissis)

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Non sono state depositate memorie alla trascritta relazione.

A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, ritiene il Collegio di condividere i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione medesima e di doverne fare proprie le conclusioni, con le precisazioni che seguono.

  1. Le spese sostenute per l’attività stragiudiziale in materia di infortunistica stradale possono ingenerare una qualche confusione in quanto, ove tale attività non riesca ad impedire l’instaurazione del giudizio, i relativi esborsi finiranno con ogni probabilità per confluire nella più ampia voce delle “spese legali”; e ciò anche se quest’attività è svolta da società all’uopo istituite, il cui operato non sempre è rapportabile all’attività che l’avvocato (magari il medesimo che ha seguito la fase stragiudiziale) compirà nel corso del giudizio vero e proprio.

La confusione rischia di aumentare in quanto la giurisprudenza, pur facendo riferimento alla figura del danno emergente, finisce per agganciare il relativo rimborso alla voce delle spese legali.

Tanto premesso, ritiene questa Corte di dover ribadire, in continuità con la citata sentenza n. 997 del 2010, che il danno del quale è stato chiesto il risarcimento ha natura di danno emergente, consistente nella spesa sostenuta per l’attività stragiudiziale svolta dall’agenzia incaricata di simili pratiche.

L’utilità di tale esborso, ai fini della possibilità di porlo a carico del danneggiante, deve essere valutata ex ante, cioè in vista di quello che poteva ragionevolmente presumersi essere l’esito futuro del giudizio.

Da tanto consegue che il rilievo, contenuto nella sentenza oggetto del presente ricorso, secondo cui tali spese erano state chieste come “voce a parte” rispetto alle “spese legali” è inconferente ai fini del rigetto della domanda, posto che l’attività stragiudiziale, anche se svolta da un legale, è comunque un qualcosa di intrinsecamente diverso rispetto alle spese legali vere e proprie.

Come pure è scorretta la decisione del Tribunale di Chieti nella parte in cui, come si è detto, ha ancorato il rigetto della domanda alla circostanza per cui nessuna somma era stata recuperata grazie all’operato della società Civitas, addetta all’espletamento delle attività suddette.

Il giudice di rinvio, quindi, dovrà compiere simile valutazione ex ante e dovrà anche accertare se e da parte di chi l’esborso sia stato realmente sopportato; ciò tenendo presente la giurisprudenza di questa Corte secondo la quale nella assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione di veicoli, la comunicazione dell’offerta dell’impresa assicuratrice, non accettata dal danneggiato, e il pagamento della somma offerta, previsti e disciplinati dall’art. 148 del d.lgs. n. 209 del 2005, non esonerano il danneggiato, che agisca in giudizio per il risarcimento dei danni causati dal medesimo sinistro, dagli oneri di allegazione e di prova posti a carico dell’attore (sentenza 27 novembre 2015, n. 24205).

  1. In conclusione, è accolto il primo motivo di ricorso, con assorbimento del secondo.

La sentenza impugnata è cassata e il giudizio è rinviato al Tribunale di Chieti, in persona di un diverso Magistrato, il quale deciderà attenendosi alle indicazioni della presente pronuncia e provvederà anche alla liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

Per questi motivi

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, con assorbimento del secondo, cassa la sentenza impugnata e rinvia al Tribunale di Chieti, in persona di un diverso Magistrato, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione Civile — 3, il 6 dicembre 2016.

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Visita medico legale ante causam e spese legali stragiudiziali vanno rimborsate (Appello Trib. di Padova, Giudice Marzella, sent. 2892/16)

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

 REPUBBLICA ITALIANA

TRIBUNALE CIVILE DI PADOVA

Il  Giudice

Dott. Guido Marzella

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

nella causa civile iscritta al n. ****/2016 R.G. promossa

da

ZURICH INSURANCE PUBLIC LIMITED COMPANY

– appellanti –

elettivamente domiciliati in Padova,Via *** con il patrocinio dell’Avv. ***,

contro

– appellata –

elettivamente domiciliata in Padova,  Vicolo Bellini n. 12, con il patrocinio dell’Avv. BELLEMO GINO

-omissis-

Riguardo allora al primo dei predetti motivi di impugnazione incidentale, si osserva come in effetti dovuto risulti il rimborso delle spese sostenute per la visita medico legale esperita ante causam e documentata da idonea fattura dell’importo di € 380,00 trattandosi di prestazione resasi necessaria al fine di far valere le proprie ragioni nel successivo giudizio di merito, relativamente alla quale i giudici di legittimità hanno confermato trattarsi di conseguenza normale e regolare del fatto illecito della quale il giudice del merito deve tener conto in sede di liquidazione del danno (Cass. 22.6.82 n. 3803)

– omissis –

Al contrario, in parziale accoglimento del quarto motivo di censura incidentale, spetta invece all’attrice il rimborso delle spese sostenute dal legale per la gestione della fase stragiudiziale del sinistro, essendo stato ben chiarito dai giudici di legittimità che, nella speciale procedura per il risarcimento del danno da circolazione stradale, introdotta la legge 24.12.69 n. 990 e sue successive modificazioni, il danneggiato ha la facoltà, in ragione del suo diritto di difesa, costituzionalmente garantito, di farsi assistere da un legale di fiducia e:

in ipotesi di composizione bonaria della vertenza, di farsi riconoscere il rimborso delle relative spese legali,

in ipotesi di successiva introduzione di un giudizio nel quale il richiedente sia vittorioso, di ottenere il ristoro di quelle sostenute nella fase precedente all’instaurazione del giudizio, alla stregua di una qualsiasi componente del danno da liquidare sotto forma di spese vive (Cass. 2.2.06 n. 2275).

Le stesse peraltro vanno contenute nei limiti della congruità e pertanto – in relazione alle attività che risultano dimostrate nella circostanza, costituite dallo scambio di alcune missive, e tenuto conto dei parametri dettati dall’art. 19 del D.M. 10.3.14 n. 55 – possono essere riconosciute per il minor importo di € 500,00

-omissis-

Padova, 20 ottobre 2016

Il Giudice

Dott. Guido Marzella

Danno da circolazione stradale e indennizzo diretto: tracciati i limiti entro i quali le spese di assistenza legale vanno comunque rimborsate (Cass. civ., n. 3266/2016)

Cass. civ. Sez. III, 19/02/2016, n. 3266

IL CASO

Un danneggiato conveniva in giudizio la FATA Assicurazioni Danni s.p.a. per ottenere il rimborso delle spese corrisposte al proprio legale per l’assistenza prestata nella procedura di risarcimento diretto relativa ad un sinistro occorsogli il (OMISSIS), procedura che si era conclusa con l’accettazione della somma offerta dall’assicuratrice a tacitazione dei danni riportati dall’auto dell’attore.

La FATA contestava, tuttavia, di essere tenuta al ristoro delle spese legali sul presupposto che al sinistro doveva applicarsi la disciplina del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 149, sulla procedura di risarcimento diretto e che, a norma dell’art. 9 del regolamento emanato con D.P.R. n. 254 del 2006, non erano indennizzabili (con la sola eccezione delle perizie relative a danni alla persona) le spese sostenute dal danneggiato per l’ausilio di professionisti nella fase stragiudiziale, essendo stata accettata l’offerta dell’assicuratore.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

In tema di risarcimento diretto dei danni derivanti dalla circolazione stradale, l’art. 9, comma 2, del D.P.R. 18 luglio 2006, n. 254, emanato in attuazione dell’art. 150, comma 1, del D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, il quale, per l’ipotesi di accettazione della somma offerta dall’impresa di assicurazione, esclude che siano dovuti al danneggiato i compensi di assistenza professionale diversi da quelli medico-legali per i danni alla persona, si interpreta nel senso che sono comunque dovute le spese di assistenza legale sostenute dalla vittima perché il sinistro presentava particolari problemi giuridici, ovvero quando essa non abbia ricevuto la dovuta assistenza tecnica e informativa dal proprio assicuratore, dovendosi altrimenti ritenere nulla detta disposizione per contrasto con l’art. 24 Cost., e perciò da disapplicare, ove volta ad impedire del tutto la risarcibilità del danno consistito nell’erogazione di spese legali effettivamente necessarie.

LA SENTENZA

(Omissis)

Svolgimento del processo

D.A. convenne in giudizio la FATA Assicurazioni Danni s.p.a. per ottenere il rimborso delle spese corrisposte al proprio legale per l’assistenza prestata nella procedura di risarcimento diretto relativa ad un sinistro occorsogli il (OMISSIS), procedura che si era conclusa con l’accettazione della somma offerta dall’assicuratrice a tacitazione dei danni riportati dall’auto dell’attore.

La FATA contestò di essere tenuta al ristoro delle spese legali in quanto il sinistro era stato definito in fase stragiudiziale.

Il Giudice di Pace di Taranto qualificò la domanda come azione di regresso ex art. 68, legge professionale forense e la rigettò sul rilievo che non vi era stata alcuna transazione.

Provvedendo in sede di gravame, il Tribunale di Taranto ha ritenuto fondata la censura del D. in ordine al fatto che il primo giudice non aveva esaminato la domanda sotto il profilo del risarcimento del danno; esaminato tale profilo, ha tuttavia rigettato la pretesa dell’appellante affermando che al sinistro deve applicarsi la disciplina del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 149, sulla procedura di risarcimento diretto e che, a norma dell’art. 9 del regolamento emanato con D.P.R. n. 254 del 2006, non sono indennizzabili (con la sola eccezione delle perizie relative a danni alla persona) le spese sostenute dal danneggiato per l’ausilio di professionisti nella fase stragiudiziale, qualora sia stata accettata l’offerta dell’assicuratore.

Ricorre per cassazione il D., affidandosi a cinque motivi;

l’intimata non svolge attività difensiva.

Motivi della decisione

1. Col primo motivo – che deduce violazione o falsa applicazione di legge in relazione agli artt. 1223 e 2056 c.c. – il ricorrente assume che anche le spese relative all’assistenza legale nella fase stragiudiziale della gestione del sinistro costituiscono danno consequenziale al sinistro, secondo il principio della regolarità causale, e lamenta pertanto una “evidente violazione dell’art. 1223 c.c.”, dolendosi che “la subordinazione del diritto al riconoscimento delle spese legali alle condizioni di cui al D.P.R. n. 254 del 2006, art. 9, comma 2, (non accettazione dell’offerta) rende impossibile o estremamente difficile l’esercizio di difesa del danneggiato”.

2. Col secondo motivo – dedotto sotto il profilo della violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 148, comma 11, e art. 122, dell’art. 4 disp. gen., e dell’art. 134 Cost. – il D. evidenzia l’esistenza di un contrasto fra il D.P.R. n. 254 del 2006, art. 9, e il D.Lgs. n. 209 del 2005, artt. 148 e 122, assumendo che l’art. 148, da “per implicitamente scontato il riconoscimento del rimborso delle spese legali, mentre l’art. 122, estende l’obbligo assicurativo a tutti i danni derivanti dalla circolazione; rileva, pertanto, che “l’applicazione… dell’art. 9 escluderebbe il risarcimento di determinati danni e segnatamente quello accessorio delle spese legali, senza che la legge ne faccia cenno” e sostiene che, quale norma regolamentare sottordinata alle disposizioni di legge, la previsione dell’art. 9 – non scrutinabile in sede di giudizio di legittimità costituzionale – dev’essere disapplicata dal giudice ordinario.

I due motivi sono fondati, per quanto di ragione.

Questa Corte ha recentemente affermato che, “in tema di risarcimento diretto dei danni derivanti dalla circolazione stradale, il D.P.R. 18 luglio 2006, n. 254, art. 9, comma 2, emanato in attuazione del D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, art. 150, comma 1, il quale, per l’ipotesi di accettazione della somma offerta dall’impresa di assicurazione, esclude che siano dovuti al danneggiato i compensi di assistenza professionale diversi da quelli medico-legali per i danni alla persona, si interpreta nel senso che sono comunque dovute le spese di assistenza legale sostenute dalla vittima perchè il sinistro presentava particolari problemi giuridici, ovvero quando essa non abbia ricevuto la dovuta assistenza tecnica e informativa dal proprio assicuratore, dovendosi altrimenti ritenere nulla detta disposizione per contrasto con l’art. 24 Cost., e perciò da disapplicare, ove volta ad impedire del tutto la risarcibilità del danno consistito nell’erogazione di spese legali effettivamente necessarie” (Cass. n. 11154/2015).

La stessa pronuncia ha affermato che, per contro, “sarà sempre irrisarcibile la spesa per compensi all’avvocato quando la gestione del sinistro non presentava alcuna difficoltà, i danni da esso derivati erano modestissimi, e l’assicuratore aveva prontamente offerto la dovuta assistenza al danneggiato”, ed ha concluso che “quindi il problema delle spese legali va correttamente posto in termini di causalità, ex art. 1223 c.c., e non di risarcibilità”.

Alla luce di tali principi – che meritano continuità – non risulta corretta l’affermazione compiuta dal giudice di appello, secondo cui la disposizione del D.P.R. n. 254 del 2006, art. 9, escluderebbe in ogni caso la ripetibilità, da parte del D., delle spese di assistenza legale sostenute nella fase stragiudiziale per avere volontariamente scelto di farsi assistere da un avvocato: tale affermazione sottende, infatti, una lettura della disposizione che, vietando tout court la risarcibilità del danno, si pone in contrasto non l’art. 24 Cost., e che impone la disapplicazione della norma regolamentare.

Accolti pertanto i primi due motivi – nei termini ora illustrati – e dichiarati assorbiti gli altri tre, deve cassarsi la sentenza e disporsi il rinvio al giudice di merito che dovrà valutare se le spese stragiudiziali richieste erano necessitate e giustificate dalla complessità del caso e dalle contestazioni mosse dall’assicuratore richiesto del pagamento o da inerzia dello stesso nel prestare la dovuta assistenza.

Il giudice del rinvio provvederà anche sulle spese del presente giudizio

P.Q.M.

la Corte accoglie i primi due motivi per quanto di ragione, dichiarando assorbiti gli altri; cassa e rinvia, anche per le spese di lite, al Tribunale di Taranto, in persona di altro magistrato.

Così deciso in Roma, il 2 dicembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 19 febbraio 2016

 

Le spese per le consulenze tecniche (d’ufficio e di parte) gravano sul soccombente (Cass. Civ. n. 1771/2014)

Cass. civ. Sez. III, Sent., 28-01-2014, n. 1771

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

[…] il Tribunale di Rovigo, dopo aver affermato che la banca opposta doveva essere condannata alle spese in base al principio della soccombenza, ha totalmente omesso ogni pronuncia sia in ordine alle spese liquidate provvisoriamente a favore del c.t.u., poste a carico di entrambe le parti, sia in ordine a quelle del c.t. di parte; anche per queste ultime, oltre che, ovviamente, per le prime, la giurisprudenza di questa Corte ha stabilito il diritto al rimborso in favore della parte vittoriosa, stante la natura di allegazione difensiva tecnica riconosciuta alla c.t. di parte (sentenze 16 giugno 1990, n. 6056, e 3 gennaio 2013, n. 84).

 

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMATUCCI Alfonso – Presidente –

Dott. CARLEO Giovanni – Consigliere –

Dott. D’ALESSANDRO Paolo – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 10240/2008 proposto da:

C.L. (OMISSIS), C.F., C. S., S.M., elettivamente domiciliati in ROMA, VIALE LIEGI 35/B, presso lo studio dell’avvocato BANDINI ANDREA, rappresentati e difesi dall’avvocato CORRAINI Antonio giusta delega in atti;

– ricorrenti –

contro

BANCA DI CREDITO COOPERATIVO PADANA ORIENTALE SAN MARCO S.C. A R.L., in persona del legale rappresentante Presidente del Consiglio di Amministrazione Dott. L.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEGLI SCIPIONI 94 INT 8, presso lo studio dell’avvocato FIORE Giovanna, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati BRIZZOLARI MICHELE, BRIZZOLARI FULVIO giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 201/2007 del TRIBUNALE di ROVIGO, depositata il 10/04/2007, R.G.N. 746/05;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 06/12/2013 dal Consigliere Dott. FRANCESCO MARIA CIRILLO;

udito l’Avvocato EDOARDO TORALDO per delega;

udito l’Avvocato MICHELE BRIZZOLARI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CORASANITI Giuseppe, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. C.L., F. e S. proponevano opposizione, davanti al Tribunale di Rovigo, avverso l’esecuzione immobiliare iniziata e proseguita dalla Banca di credito cooperativo padana orientale S. Marco in forza di un contratto di mutuo fondiario ipotecario.

Si costituiva la Banca proponendo alcune eccezioni preliminari e chiedendo, nel merito, il rigetto dell’opposizione.

Con sentenza del 10 aprile 2007 il Tribunale accertava che il credito per il quale l’istituto aveva il diritto di agire in via esecutiva era pari ad Euro 456.379,88; dichiarava che la Banca era tenuta a restituire agli opponenti, a titolo di interessi ed altro, la somma di Euro 164.148,07; operava la compensazione tra i rispettivi crediti, dichiarando che la Banca poteva agire per il residuo, e condannava la medesima, siccome soccombente, al pagamento delle spese di lite.

Osservava il Tribunale che la domanda degli opponenti relativa all’accertamento del criterio anatocistico utilizzato per il calcolo della somma azionata a titolo di mutuo era fondata, sulla base di un pacifico orientamento della giurisprudenza di legittimità. La verifica operata dal c.t.u. all’uopo nominato aveva consentito di accertare che la somma effettivamente dovuta a titolo di mutuo era quella sopra riportata, e non la maggiore di Euro 478.954,61 effettivamente precettata dalla Banca. Quanto agli interessi, l’indebito criterio di computo degli stessi consentiva di affermare l’esistenza di un credito degli opponenti, da porre appunto in compensazione con quello della Banca.

Il Tribunale, inoltre, riteneva tardiva rispetto alle regole in tema di preclusioni istruttorie la possibilità, per gli opponenti, di produrre ulteriori estratti conto rispetto a quelli prodotti tempestivamente, anche perchè lo stesso c.t.u. aveva rilevato che la frammentarietà degli stessi non avrebbe comunque consentito “di effettuare un calcolo più veritiero”.

  1. Avverso la sentenza del Tribunale di Rovigo propongono ricorso C.L., F. e S., con unico atto affidato a sei motivi, di cui tre attinenti al merito ed altri tre in punto di liquidazione delle spese di lite.

Resiste la Banca di credito cooperativo padana orientale S. Marco con controricorso.

Le parti hanno presentato memorie.

Motivi della decisione

  1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, nn. 3) e 5), violazione e falsa applicazione dell’art. 184 cod. proc. civ., nonchè contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

Rilevano i ricorrenti che il loro difensore aveva chiesto, all’udienza di precisazione delle conclusioni, la rimessione della causa in istruttoria al fine di consentire l’espletamento di un supplemento di consulenza tecnica. Ciò in quanto il c.t. di parte aveva prodotto in precedenza una serie di estratti conto che avrebbero consentito di valutare, in rapporto al contratto di mutuo intercorso fra le parti, un arco temporale più ampio; la richiesta era stata respinta dal c.t.u., che aveva dichiarato di non tenere conto di detta documentazione. Il Tribunale, nel dichiarare in sentenza la tardività della produzione, non avrebbe tenuto conto della propria precedente ordinanza istruttoria con la quale era stata autorizzata l’acquisizione, da entrambe le parti, degli estratti conto dei quali era stata ordinata l’esibizione ai sensi dell’art. 210 cod. proc. civ., ampliando in tal modo la portata di quel mezzo istruttorio, in origine chiesto dai ricorrenti nei confronti della Banca.

Sussisterebbe, pertanto, una violazione dell’art. 184 cod. proc. civ., nonchè una contraddizione nella motivazione per il fatto che il Tribunale, dopo aver escluso l’esistenza di un termine per la produzione ai sensi del citato art. 210, ha poi dichiarato gli opponenti decaduti dalla possibilità di produrre ulteriori documenti.

1.1. Il motivo non è fondato.

La sentenza impugnata costruisce la propria motivazione su questo punto attraverso i seguenti passaggi logici: 1) la Banca opposta, a seguito dell’ordine di esibizione del giudice, aveva esibito gli estratti conto risalenti all’indietro per il periodo di dieci anni, sicchè nessun addebito di negligenza le poteva essere mosso ai sensi dell’art. 116 cod. proc. civ.; 2) gli opponenti, ove avessero voluto ricostruire un periodo ancora più lontano, avrebbero potuto (e dovuto) conservare gli estratti conto per poi produrli in giudizio;

3) la produzione di ulteriori estratti conto era, quindi, da ritenere tardiva e comunque irrilevante, in quanto il c.t.u. aveva dichiarato di non potere effettuare, sulla base degli stessi, un conteggio più veritiero.

Si tratta, com’è facile intuire, di una motivazione stringente, priva di vizi logici, che resiste alle censure. I ricorrenti, infatti, oltre a lamentare la presunta violazione dell’ordinanza istruttoria emessa dal Tribunale in data 9 maggio 2006, senza però riportarne il contenuto – in violazione della previsione di cui all’art. 366 cod. proc. civ., comma 1, n. 6) – sostengono che l’ordine di esibizione di cui all’art. 210 cod. proc. civ., li avrebbe, in sostanza, rimessi in termini ai fini della produzione di ulteriore documentazione. Tale tesi non risponde affatto alla logica dell’art. 210 cod. proc. civ., perchè l’ordine di esibizione dato alla banca non rimette di per sè l’altra parte in termini ai fini della produzione di ulteriore documentazione; d’altra parte, anche volendo accedere, per un attimo, alla tesi dei ricorrenti, un ordine di esibizione non può essere dato senza termine, sicchè sarebbe stato onere dei medesimi almeno indicare entro quale termine il deposito è avvenuto, consentendo di verificare il rispetto di quanto stabilito dal giudice nell’ordine di esibizione.

Va inoltre rilevato che il Tribunale, come si è detto, con valutazione di merito insindacabile in questa sede, ha affermato che la frammentarietà dell’ulteriore documentazione non avrebbe comunque consentito “di effettuare un calcolo più veritiero”, il che rende inutile la verifica circa la presunta tardività della produzione.

  1. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, nn. 3) e 5), violazione e falsa applicazione dell’art. 184 cod. proc. civ. e dell’art. 111 Cost., in relazione al nuovo testo dell’art. 616 cod. proc. civ., introdotto dalla L. 24 febbraio 2006, n. 52.

Si ritiene, in proposito, che la modifica dell’art. 616 cod. proc. civ. – che ha sancito la non appellabilità delle sentenze che decidono l’opposizione all’esecuzione – essendo entrata in vigore quando erano già scaduti i termini per il deposito delle memorie istruttorie e delle relative repliche, avrebbe dovuto consigliare al Tribunale di ammettere la produzione dell’ulteriore documentazione di cui sopra, essendo stato soppresso il secondo grado di giudizio. La regola costituzionale del giusto processo, infatti, doveva condurre ad una diversa interpretazione dell’art. 184 cod. proc. civ., in base al semplice rilievo che non sarebbe stata più possibile la produzione della documentazione in appello.

2.1. Il motivo non è fondato.

Premesso che, secondo pacifica giurisprudenza della Corte costituzionale, il legislatore gode di ampia discrezionalità nella conformazione degli istituti processuali e il principio del doppio grado di giurisdizione non gode di “copertura” costituzionale, il motivo in esame muove da due presupposti errati. Il primo, che ricalca quanto già detto a proposito del primo motivo, è che la documentazione non tenuta in considerazione dal c.t.u. sarebbe stata prodotta dietro autorizzazione da parte del giudice, circostanza che, come si è visto, non può dirsi affatto pacifica; il secondo è che i documenti in questione sarebbero dotati del requisito della decisività, il che ne avrebbe dovuto consigliare, se non imporre, l’acquisizione da parte del Tribunale. Ma proprio tale decisività non trova alcun riscontro nella sentenza impugnata, la quale ha affermato, invece, l’esatto contrario, ossia che, anche ammettendo la produzione, il risultato finale in termini di prova non sarebbe cambiato.

Tali circostanze dimostrano in modo palese l’infondatezza del secondo motivo.

  1. Con il terzo motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 4), violazione e falsa applicazione dell’art. 112 cod. proc. civ., in termini di omessa pronuncia circa la richiesta di supplemento di c.t.u. svolta all’udienza di precisazione delle conclusioni.

Osservano i ricorrenti che il Tribunale, nonostante la rilevanza della richiesta istruttoria – la quale avrebbe condotto alla declaratoria di illegittimità del pignoramento immobiliare – ha omesso di pronunciarsi sulla domanda di rimessione in istruttoria.

3.1. Il motivo può ritenersi assorbito, nel senso dell’infondatezza, alla luce di quanto già detto in relazione ai motivi precedenti, poichè la sentenza impugnata ha dato conto delle ragioni per le quali non ha ammesso la produzione di ulteriori estratti conto, sicchè nessuna omissione di pronuncia è prospettabile.

  1. Con i motivi quarto, quinto e sesto di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 4), violazione e falsa applicazione dell’art. 112 cod. proc. civ., in termini di omessa pronuncia relativamente alla condanna alle spese della c.t.u., alla condanna alle spese del et. di parte nonchè alla distrazione delle spese in favore del difensore che si era proclamato antistatario.

Quanto alle spese di c.t.u., i ricorrenti rilevano che, non avendo il Tribunale provveduto assieme alla condanna alle spese, rimarrebbe il provvedimento del giudice che, avendo liquidato il compenso al c.t.u., ne ha posto l’ammontare, in via provvisoria, a carico di entrambe le parti. In relazione alle spese del c.t. di parte, si richiama la giurisprudenza di questa Corte secondo la quale tali spese rientrano tra quelle al cui rimborso ha diritto la parte vittoriosa. Quanto al provvedimento ai sensi dell’art. 93 cod. proc. civ., si osserva che il silenzio del Tribunale non può considerarsi frutto di una svista, ma piuttosto di un’omessa pronuncia.

  1. Su questi ulteriori motivi va fatta una distinzione.

5.1. Il sesto motivo di ricorso è inammissibile, giacchè questa Corte, con la sentenza delle Sezioni Unite 7 luglio 2010, n. 16037 – alla quale il Collegio intende dare continuità – ha stabilito che, in caso di omessa pronuncia sull’istanza di distrazione delle spese proposta dal difensore, il rimedio esperibile, in assenza di un’espressa indicazione legislativa, è costituito dal procedimento di correzione degli errori materiali di cui agli artt. 287 e 288 cod. proc. civ., e non dagli ordinari mezzi di impugnazione, non potendo la richiesta di distrazione qualificarsi come domanda autonoma.

5.2. Quanto, invece, ai motivi quarto e quinto, rileva la Corte che essi sono entrambi fondati.

Ed infatti, nel dispositivo della sentenza il Tribunale di Rovigo, dopo aver affermato che la banca opposta doveva essere condannata alle spese in base al principio della soccombenza, ha totalmente omesso ogni pronuncia sia in ordine alle spese liquidate provvisoriamente a favore del c.t.u., poste a carico di entrambe le parti, sia in ordine a quelle del c.t. di parte; anche per queste ultime, oltre che, ovviamente, per le prime, la giurisprudenza di questa Corte ha stabilito il diritto al rimborso in favore della parte vittoriosa, stante la natura di allegazione difensiva tecnica riconosciuta alla c.t. di parte (sentenze 16 giugno 1990, n. 6056, e 3 gennaio 2013, n. 84).

La sussistenza di un’evidente omissione di pronuncia implica la cassazione della sentenza impugnata, nei limiti di questi due motivi.

  1. In conclusione, vanno respinti il primo, il secondo e il terzo motivo di ricorso, va dichiarato inammissibile il sesto e vanno accolti il quarto ed il quinto.

La sentenza impugnata è cassata nei limiti dei motivi accolti ed il giudizio rinviato al Tribunale di Rovigo, in diversa composizione personale.

Al giudice di rinvio è demandato anche il compito di provvedere alla liquidazione delle spese del presente giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte, accoglie il quarto ed il quinto motivo di ricorso, dichiara inammissibile il sesto, rigetta il primo, il secondo e il terzo motivo, cassa la sentenza impugnata nei limiti dei motivi accolti e rinvia il giudizio al Tribunale di Rovigo, in diversa composizione personale, anche per le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 6 dicembre 2013.

Depositato in Cancelleria il 28 gennaio 2014

Trib. di Milano, decreto 24.06.15: Spese di lite aumentate fino a un terzo se la domanda è manifestamente fondata

Trib. Milano, sez. IX civ., decreto 24 giugno 2015 (Pres. Canali, rel. Buffone)

I PRICIPI ENUNCIATI DAL TRIBUNALE DI MILANO

Le spese processuali possono essere incrementate nella misura di 1/3, ai sensi dell’art. 4, comma 8 del D.M. n. 55 del 2014, nel caso in cui le difese della parte vittoriosa siano risultate manifestamente fondate (c.d. soccombenza qualificata).

Poichè la lite è stata introdotta con grave imprudenza (la circostanza che costituirebbe sopravvenienza era stata espressamente considerata dal giudice della separazione), l’azione di revisione, pertanto, deve ritenersi viziata da responsabilità processuale aggravata con conseguenza ulteriore condanna ex officio, ai sensi dell’art. 96 comma III c.p.c..

IL PROVVEDIMENTO

Dr. Olindo Canali Presidente

Dr.ssa Rosa Muscio Giudice

Dr. Giuseppe Buffone Giudice rel. in Camera di Consiglio in data 24 giugno 2015 nel procedimento iscritto al n. .. dell’anno 2014, …..

rilevato

che, tenuto conto dell’età di .. (6 anni appena compiuti), va esclusa l’audizione del minore, poiché la tenera età (ben al di sotto dell’indice anagrafico presuntivo di cui all’art. 336-bis c.c.) sconsiglia il suo coinvolgimento in Tribunale, tenuto anche conto del fatto che si tratta di un procedimento di revisione ex art. 710 c.p.c. che riguarda solo questioni economiche,

rilevato

che il Tribunale di Milano, con sentenza n. .. del 16 aprile 2014, pubblicata il 30 maggio 2014, ha pronunciato la separazione personale delle parti, regolando l’esercizio della responsabilità genitoriale, ponendo a carico del padre il mantenimento del figlio per euro 1500 oltre il concorso nelle spese extra al 50%;

rilevato

che, con ricorso depositato appena 7 mesi dopo la sentenza, il .. ha richiesta la modifica della sentenza allegando le seguenti circostanze: con verbale di conciliazione del 24 febbraio 2014, egli sarebbe stato rimosso dalla qualifica dirigenziale e dal 4 marzo 2014 sarebbe stato reinquadrato con variazione in pejus del reddito; inoltre, la .. avrebbe migliorato la sua situazione passando da un part-time al full-time;

ritenuto

che, il ricorso sia manifestamente infondato in quanto il ricorrente non ha affatto provato il presupposto giustificativo del diritto alla revisione che richiede la dimostrazione di due distinti elementi: 1) l’insorgere di “nuove” circostanze storiche che non potevano essere

dedotte dinanzi al giudice del merito; 2) il fatto che le suddette sopravvenienze abbiano alterato l’equilibrio economico complessivo tra le parti determinato al momento della pronuncia di divorzio (Cass. Civ., sez. I, sentenza 15 aprile 2011 n. 8754). Entro questa orbita valutativa, uno degli elementi preponderanti per la valutazione comparativa è la prova che i fatti sopravvenuti siano incontrovertibili e stabili nel tempo non potendo la revisione ancorarsi a circostanze suscettibili di avere carattere meramente transitorio (v., in questi termini, Cass. Civ., sez. I, 13 febbraio 2006 n. 3018; Trib. Milano, sez. IX civ., decreto 2 ottobre 2013); ebbene, nel caso di specie, la circostanza allegata risale addirittura al mese di febbraio del 2014, allorché il processo di primo grado era pendente: il tribunale ha espressamente valutato la risoluzione del rapporto dirigenziale, a pag. 3 della sentenza; le eventuali modifiche in melius della moglie, nemmeno dimostrate, non potrebbero comunque dirsi certe e stabili nel tempo (e, comunque, farebbero capo ad appena 200 euro mensili in più: v. dichiarazioni dello stesso … alla udienza dell’11 marzo 2015);

ritenuto

che per l’effetto il ricorso debba essere rigettato poiché manifestamente infondato: vi è di più; invero, con lo strumento giuridico di cui all’art. 710 c.p.c., il ricorrente ha in realtà introdotto una forma anomala di appello contro la decisione di prime cure che non ha sottoposto al giudice naturale di secondo grado;

ritenuto

che la soccombenza della parte ricorrente comporti la sua condanna al pagamento delle spese processuali, liquidate in complessivi euro 2.700,00 da incrementare di 1/3 sino ad euro 3.600,00, ai sensi dell’art. 4, comma 8 del D.M. n. 55 del 2014, poiché le difese della parte vittoriosa sono risultate manifestamente fondate (cd. Soccombenza qualificata : v. parere Consiglio di Stato del 18 gennaio 2013; in giurisprudenza, v. Tribunale di Verona, 23 maggio 2014; Trib. Milano, sez. IX, 11 dicembre 2014),

ritenuto

che la lite debba anche stimarsi introdotta con grave imprudenza poiché la circostanza che costituirebbe sopravvenienza era stata espressamente considerata dal giudice della separazione: l’azione di revisione, pertanto, deve ritenersi viziata da responsabilità processuale aggravata con conseguenza ulteriore condanna ex officio, ai sensi dell’art. 96 comma III c.p.c., della somma pari alla metà delle spese processuali (ossia euro 1800,00),

Per Questi Motivi

Letti e applicati gli artt. 710, 737 c.p.c.

  1. Respinge il ricorso
  2. Condanna …. alle spese di lite in favore di … liquidate in complessivi euro 3.600,00 oltre accessori e rimborso forfetario in misura pari al 15% ex art. 2 DM 55/2014

Milano, lì 24 giugno 2015

 

Trib. di Verona, sent. 629/15, Giudice Dott.ssa Silvia Rizzuto: le spese stragiudiziali sono una voce di danno e vanno riconosciute

Trib. di Verona, sent. 629/15, Giudice Dott.ssa Silvia Rizzuto

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

“In tema di assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore dei natanti, nella speciale procedura per il risarcimento del danno da circolazione stradale, introdotta con legge n.990 del 1969 e sue successive modificazioni, il danneggiato ha facoltà, in ragione del suo diritto di difesa, costituzionalmente garantito, di farsi assistere da un legale di fiducia e, in ipotesi di composizione bonaria della vertenza, di farsi riconoscere il rimborso delle relative spese legali; se invece la pretesa risarcitoria sfocia in un giudizio nel quale il richiedente sia vittorioso, le spese legali sostenute nella fase precedente all’instaurazione del giudizio divengono una componente del danno da liquidare e, come tali devono essere chieste e liquidate sotto forma di spese vive o spese giudiziali”.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

TRIBUNALE DI VERONA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale di Verona, in persona della dott.ssa Silvia Rizzato, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nella causa civile di I grado iscritta al n.3032/12 e promossa da: *** nato a Mantova il *** c.f ***

elettivamente domiciliata presso lo studio dell’avv. Ilaria Andreoli, che unitamente all’avv. Davide Rebuzzi del Foro di Mantova, lo rappresenta e difende per mandato a margine dell’ atto di citazione

ATTRICE

contro: SOCIETA’ CATTOLICA DI ASSICURAZIONE COOP. A R. L. in persona del legale rappresentante pro tempore con sede legale in Verona Lungadige n. 16 IVA 00320160237 elettivamente domiciliato presso lo studio dell’avv. Marco Bedoni che lo rappresenta e difende per mandato in calce all’atto di citazione

CONVENUTO

e contro: *** c.f. ***                                      

                                                                                                       CONVENUTO CONTUMACE

CONCLUSIONI PER PARTE DI ATTRICE: Voglia l’Ill.mo Tribunale adito, respinta ogni contraria istanza, eccezione e deduzione,

Nel merito

  • Accertare la piena responsabilità in capo al Sig. *** in ordine alla produzione dell’evento dannoso per cui è causa;
  • Condannare, per l’effetto, i convenuti in via tra loro solidale al risarcimento in favore dell’attore dei danni tutti subiti quantificati in € 91.607,17 o nella somma minore o maggiore che sarà ritenuta di giustizia, il tutto nei limiti di competenza del Giudice adito;
  • In ogni caso, oltre rivalutazione monetaria da determinarsi in base agli indici ISTAT dall’evento al soddisfo ed oltre danno da ritardo, ovvero lucro cessante, da liquidarsi sotto forma degli interessi, da determinarsi nella misura percentuale che verrà ritenuta secondo giustizia, anno per anno sulle somme via via rivalutate dall’evento al soddisfo;
  • Con vittoria di spese, diritti ed onorari .

CONCLUSIONI PER LA CONVENUTA COSTITUITA:

In via principale:

Accertarsi e dichiararsi l’esclusiva responsabilità del Sig. *** nella causazione del sinistro de quo e, per l’effetto, respingersi le domande tutte svolte da parte attrice nei confronti della Società Cattolica di Assicurazione Coop a r.l. perché infondate in fatto e in diritto.

In via subordinata:

Nella denegata ipotesi di rigetto della domanda principale, accertarsi la responsabilità prevalente o concorrente del Sig. *** nella causazione del sinistro de quo e, per l’effetto, accertata la congruità delle somme liquidate stragiudizialmente dalla Compagnia convenuta, respingersi le domande tutte svolte da parte attrice nei confronti della Società Cattolica di Assicurazione Coop a r.l. perché infondate in fatto e in diritto.

In ogni caso:

Vittoria di spese, diritti ed onorari di causa oltre accessori di legge

MOTIVI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

Il presente giudizio tra origine dalla domanda risarcitoria avanzata da *** nei confronti di *** e   di Società Cattolica di Assicurazioni, rispettivamente conducente-proprietario dell’autocarro Daily Iveco tg. *** e compagnia di assicurazioni tenuta al pagamento, volta ad ottenere l’accertamento della piena responsabilità del convenuto *** nella causazione dell’incidente stradale avvenuto il 20.3.2010 e la conseguente condanna dei convenuti all’integrale risarcimento dei danni patiti. La Società Cattolica di Assicurazioni si è costituita in giudizio contestando la pretesa creditoria azionata alla luce delle somme già versate e della responsabilità dell’ attore nella causazione dell’incidente.

Ciò posto, occorre preliminarmente procedere all’accertamento della responsabilità nella causazione dell’incidente per cui è causa.

L’incidente per cui è causa è avvenuto in via Casetta la cui larghezza dagli accertamenti compiuti dalla Polizia Stradale intervenuta risulta pari a m. 2.50-ed ha visti coinvolti un autocarro condotto dal proprietario convenuto fermo in prossimità di una curva a sinistra all’altezza del civico 32 e la bicicletta condotta dall’ attore e proveniente dall’opposto senso di marcia .La bicicletta stava percorrendo via Casetta in discesa direzione Bardolino e, una volta effettuata la curva, la bicicletta è andata a collidere contro l‘ autocarro.

Dalle dichiarazioni rese ai verbalizzanti dal convenuto contumace e dalle dichiarazioni rese dal teste *** emerge, in particolare, che l’autocarro non era in movimento, che occupava gran parte della via e che non aveva azionato alcuna segnalazione acustica. Al riguardo è opportuno precisare che il fatto che la presenza del teste *** non sia stata indicata nel Rapporto della Polizia Stradale non rende di per sé inattendibile le dichiarazioni rese dal teste tenuto anche conto del fatto che il teste ha confermato le dichiarazioni rese dallo stesso convenuto nell’immediatezza del fatto.

Orbene, alla luce di ciò deve certamente ritenersi la responsabilità del *** per avere fermato il mezzo, indipendentemente dalla durata di tale fermata, in prossimità di una curva a visuale cieca senza porre in essere le adeguate cautele tenuto conto delle dimensioni del proprio mezzo che, di fatto, hanno occupato la gran parte della strada.

In caso di sinistro stradale la Corte di Cassazione ha, anche recentemente, ribadito che se viene accertato che un sinistro stradale è da ascriversi, sotto il profilo eziologico, al comportamento colpevole del conducente deve ritenersi superata la presunzione di concorso di colpa di cui all’art. 2054 c.c. , comma 2, avendo tale presunzione funzione meramente sussidiaria, operante solo se non sia possibile in concreto, accertare le rispettive responsabilità (cfr. Cassazione civile, n. 7439 del 2011, Cass. n. 4055 del 2009). Il superamento della presunzione di cui all’art. 2054 c.c. non significa dunque che l’accertamento della intervenuta violazione, da parte di uno dei conducenti, dell’obbligo di dare la precedenza, dispensi dal verificare il comportamento dell’altro conducente onde stabilire se quest’ultimo abbia a sua volta, violato o meno le norme sulla circolazione stradale ed i normali precetti di prudenza, potendo l’eventuale inosservanza di dette norme comportare l’affermazione di una colpa concorrente (cfr. Cassazione civile n. 9528 del 2012).

Nella specie deve ritenersi che anche la condotta di guida dell’attore è connotata da profili di imprudenza e ciò per un eccesso di velocità tenuta in relazione alle condizioni dei luoghi e, in particolare, in presenza di una curva a visuale cieca che avrebbe dovuto imporre al ciclista di farvi ingresso ad una velocità tale da poter porre in essere una eventuale manovra di emergenza in caso di ostacolo improvviso (cfr. sul punto Cass. n. 11516 del 2012).

Alla luce di quanto sopra si ritiene equo determinare la causa principale dell’incidente per una percentuale del 70% alla condotta di guida dell’autocarro che, si ribadisce, ha fermato il proprio voluminoso mezzo di modo da costituire un ostacolo non visibile per i veicoli provenienti in discesa dall’opposto senso di marcia, e attribuire alla condotta del ciclista la residuale responsabilità del 30%.

Ciò posto occorre procedere alla liquidazione dei danni pretesi in risarcimento onde verificare se quanto ricevuto dall’attore nella fase antecedente il giudizio copra o meno il danno subito.

Per ciò che concerne i danni non patrimoniali, si deve prendere le mosse dalle sentenze delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione del 2008 (sentenze nn. 26972, 26973, 26974 e 26975/2008, n. 8669/2009) e dalle successive sentenze della Corte che hanno specificato e precisato i principi espressi dalle Sezioni Unite. Il carattere unitario della liquidazione del danno non patrimoniale ex art. 2059 cod. civ. preclude la possibilità di un separato ed autonomo risarcimento di specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona (danno alla vita di relazione, danno estetico, danno esistenziale, ecc.),che costituirebbero vere e proprie duplicazioni risarcitorie, fermo restando, però, l’obbligo del giudice di tenere conto di tutte le peculiari modalità di atteggiarsi del danno non patrimoniale nel singolo caso, tramite l’incremento della somma dovuta a titolo risarcitorio in sede di personalizzazione della liquidazione (Cass. n. 21716 del 2013).

In generale, il danno biologico, il danno morale ed il danno alla vita di relazione rispondono a prospettive diverse di valutazione del medesimo evento lesivo, che può causare,nella vittima e nei suoi familiari,un danno medicalmente accertato, un dolore interiore e un’alterazione della vita quotidiana, sicché il giudice di merito deve valutare tutti gli aspetti della fattispecie dannosa, evitando duplicazioni, ma anche “vuoti “ risarcitori (Cass. n. 19402 del 2013).

Nel caso di specie, per ciò che concerne innanzi tutto la lesione dell’integrità psico-fisica (valore della persona, tutelato dall’art.32 della Costituzione), non vi è contestazione in relazione alle valutazioni espresse in fase stragiudiziale dal medico legale dell’assicurazione e dunque per il riconoscimento di un’invalidità temporanea pari a 30 giorni al 100%,30 giorni al 75%, 90 giorni al 50% e un’invalidità permanente del 26%. Per quanto concerne la liquidazione del danno biologico, si ritiene opportuno procedere alla liquidazione del danno applicando le tabelle elaborate dal tribunale di Milano tenuto anche conto dell’indicazione espressa in senso nella sentenza n. 12408 del 2011 per un importo pari a complessivi € 151.548,00 di cui 141.708,00 a titolo di invalidità permanente e € 9840,00 a titolo di invalidità temporanea.

Tale importo come precisato anche nella premessa relativa alle tabelle su indicate, esprime il valor della lesione anatomo – funzionale in sé e dei pregiudizi dinamico-relazionali normalmente conseguenti a quella lesione. Nel caso di specie non sono stati provati elementi per una maggiore personalizzazione del danno liquidato dalle tabelle di Milano già con l’inclusione di una percentuale maggiore rispetto al puro danno biologico. I capitoli di prova a tal fine dedotti risultano generici e, comunque, non paiono idonei a fondare una personalizzazione maggiore di quella già riconosciuta.

Per quanto concerne il danno patrimoniale, si ritiene equo liquidare l’importo di € 824,17 per il ristoro delle spese mediche e di € 688,00 per i danni alla bici e all’ abbigliamento. Al riguardo è opportuno evidenziare che entrambi gli importi non sono stati contestati da parte convenuta ed, anzi, in sede stragiudiziale espressamente riconosciuti dalla compagnia costituita.

Vanno inoltre riconosciute quali voci di danno le spese sostenute per la difesa in fase stragiudiziale pari a € 6.292,00. Ed invero “in tema di assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore dei natanti, nella speciale procedura per il risarcimento del danno da circolazione stradale, introdotta con legge n.990 del 1969 e sue successive modificazioni, il danneggiato ha facoltà, in ragione del suo diritto di difesa, costituzionalmente garantito, di farsi assistere da un legale di fiducia e, in ipotesi di composizione bonaria della vertenza, di farsi riconoscere il rimborso delle relative spese legali; se invece la pretesa risarcitoria sfocia in un giudizio nel quale il richiedente sia vittorioso, le spese legali sostenute nella fase precedente all’instaurazione del giudizio divengono una componente del danno da liquidare e, come tali devono essere chieste e liquidate sotto forma di spese vive o spese giudiziali”.

Deve invece essere rigettata la richiesta risarcitoria per lucro cessante in relazione al mancato passaggio al livello economico superiore. Al riguardo non può infatti condividersi la valutazione attorea secondo la quale la mera partecipazione avrebbe certamente garantito il passaggio al livello superiore in ragione del numero di domande rispetto al numero di posti messi a concorso. Dalla lettura del bando non risulta infatti che il raggiungimento del punteggio 1 avrebbe determinato l’ automatico superamento della prova e conferma di ciò si rinviene dal fatto che la graduatoria approvata vede 256 nominativi a fronte di 261 domande (cfr.doc.17 e 0).

Tutto ciò premesso, il danno complessivamente spettante all’attore per l’incidente per cui è causa è pari ad attuali €159.400,85. In relazione a tale danno occorre tener presente che si è proceduto alla rivalutazione del danno relativo alla bici e all’abbigliamento dalla data dell’evento dannoso alla data odierna. Ai fini della determinazione del risarcimento spettante all’attore occorre poi tenere conto delle percentuali di responsabilità attribuite alle parti di talchè il danno va determinato nella percentuale del 70% per un importo di € 111.580,59.

Detto importo deve quindi essere devalutato alla data di corresponsione dell’acconto da parte della convenuta per un’ importo di € 108.647,12; l’acconto percepito nel 2011 è stato complessivamente di € 60.000,00, con un residuo dunque di € 48.647,00.

Tutto ciò premesso all’attore deve essere riconosciuto un risarcimento pari a € 48.647,00. Su tale importo compete la rivalutazione monetaria dal 30.3.2010 e gli interessi sulla somma annualmente rivalutata dal 2010 sino alla data della presente sentenza e in interessi sull’importo che si determina dalla data della presente sentenza al saldo effettivo.

Le spese di lite seguono la soccombenza che va individuata in capo ai convenuti nonostante la riduzione della domanda e vengono liquidate come in dispositivo.

PQM

Il Tribunale di Verona in composizione monocratica,definitivamente decidendo, in parziale accoglimento delle domande promosse da parte attrice, rigettata ogni contraria istanza ed eccezione, così provvede:

attribuisce la responsabilità dell’incidente in esame al 70% alla condotta di guida del convenuto *** e al 30% a quella dell’attore ***;

condanna i convenuti, in solido tra loro, a versare all’attore la complessiva somma di € 48.647,00 oltre rivalutazione monetaria dal 30.3.2010, interessi sulla somma annualmente rivalutata dal 2010 sino alla data della presente sentenza al saldo effettivo;

condanna i convenuti alla rifusione delle spese di lite liquidate in complessivi € 7.254,00 oltre rimborso forfetario, IVA e cpa;

Verona 21.2.2015

Il Giudice

Dott. Silvia Rizzuto

Cass. civ. 22737/14: quando l’avvocato va pagato anche in assenza di un formale incarico professionale

Cass. civ. Sez. VI – 2, Ord., 27-10-2014, n. 22737

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

La Corte di Cas­sa­zio­ne con la sen­ten­za n. 22737 del 27 ot­to­bre 2014, ha san­ci­to un im­por­tan­te prin­ci­pio: l’av­vo­ca­to va pa­ga­to anche se il po­ten­zia­le clien­te non con­fe­ri­sce un for­ma­le in­ca­ri­co pro­fes­sio­na­le, e ciò quan­do il professionista abbia messo a disposizione del cliente stesso il proprio tempo e le proprie competenze professionali maturando, per l’effetto, il diritto al compenso secondo il tariffario forense.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHINI Bruno – Presidente –

Dott. PROTO Cesare Antonio – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 25285/2013 proposto da:

FUTURA IMMOBILIARE SRL (OMISSIS), in persona del legale rappresentante, elettivamente domiciliata in ROMA, VTA G. G. BELLI 39, presso lo studio dell’avvocato LEMBO ALESSANDRO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato FELICE CECCHI giusta mandato in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

C.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 863/2012 del TRIBUNALE di PISA del 18/07/2012, depositata il 04/08/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 17/09/2014 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONINO SCALISI;

udito l’Avvocato Alessandro Lembo difensore della ricorrente che si riporta agli scritti.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Rilevato che il Consigliere designato, Dott. A. Scalisi, ha depositato ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., la seguente proposta di definizione del giudizio: “Preso atto che La società Futura Immobiliare srl proponeva opposizione avverso il decreto ingiuntivo 752/08 emesso dal Giudice di Pace di Pisa con il quale veniva ingiunta alla società Futura Immobiliare la somma di Euro 738,20 oltre interessi e spese per prestazioni professionali asseritamente fornite alla ricorrente. La società Futura Immobiliare chiedeva la revoca del DI. in quanto contestava che all’avv. C.A. fosse mai stato conferito alcun mandato professionale nè che mai la stessa avesse effettuato prestazioni professionali in favore della stessa.

Il Giudice di Pace, con sentenza n. 2305/09 rigettava l’opposizione.

Avverso tale sentenza proponeva appello la società Futura Immobiliare srl lamentando essenzialmente l’erroneità e la contraddittorietà della motivazione per aver ritenuto come provato l’incarico professionale all’avvocato C. da parte del legale rappresentante della società Futura Immobiliare.

Il Tribunale di Pisa con sentenza n. n. 863 del 2012, rigettava l’appello e confermava la sentenza impugnata. Secondo il Tribunale di Pisa la decisione del Giudice di Pace andava confermata posto che era stato evidenziato come alcuni incaricati della Futura Immobiliare in data 5 luglio 2004 si recarono presso lo studio del legale C. al fine di far esaminare allo stesso un atto di citazione per una causa già pendente dinnanzi al Tribunale di Pisa.

Successivamente seguiva una missiva da parte del legale alla Futura Immobiliare srl con la quale l’avvocato C. invitava la società a prendere contatti con lo studio legale al fine di formalizzare l’incarico professionale.

Per quanto, poi, non sia effettivamente seguito il conferimento formale dell’incarico non vi era dubbio che il professionista aveva impegnato il proprio tempo e le proprie competenze professionali.

La cassazione di questa sentenza è stata chiesta dalla società Futura Immobiliare con ricorso affidato a due motivi. L’avv. C. in questa fase non ha svolto attività giudiziale.

Considerato che: 1.- La società Immobiliare srl lamenta:

a) Con il primo motivo la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., e dell’art. 360, n. 3, per vizio di ultra petizione su fatto controverso e decisivo.

Secondo la ricorrente il Tribunale di Pisa non avrebbe tenuto presente che la stessa attrice aveva dichiarato di avere svolta solamente attività prodromica all’incarico chiedendo poi compenso per attività giudiziale che non si mai effettuata.

b) Con il secondo motivo la violazione dell’art. 360, n. 5, per omesso esame circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

Secondo la ricorrente il Tribunale di Pisa non avrebbe prestato alcuna attenzione alle diverse prospettazioni fatte dall’avv. C. omettendo un accurato esame delle diverse ricostruzioni della stessa, in particolare sul fatto controverso dell’affidamento dell’incarico dell’accettazione dello stesso e dell’attività che nel caso di avvenuta accettazione non risulta sia stata svolta dalla controparte.

1.1.- Entrambi i motivi, che vanno esaminati congiuntamente per l’innegabile connessione che esiste tra gli stessi, sono infondati e non solo perchè si risolvono nella richiesta di una nuova e diversa valutazione delle risultanze istruttorie non proponibile nel giudizio di legittimità se, come nel caso in esame, la valutazione effettuata dal Giudice del merito non presenta vizi logici o giuridici, ma, anche perchè il Tribunale non ha omesso di valutare tutti i dati e/o, comunque, i dati essenziali, acquisiti agli atti del giudizio.

In particolare il Giudice di Pace prima e il Tribunale dopo hanno avuto modo di chiarire che in data 5 luglio 2004 incaricati della Futura Immobiliare si recavano presso lo studio del legale C. al fine di fare esaminare un atto di citazione per una causa già pendete dinanzi al Tribunale di Pisa. E, di più, il Tribunale ha avuto modo di chiarire che non si trattò di un mero colloquio informativo ma vennero sottoposti all’attenzione del legale atti giudiziali ancora in possesso in copia dell’Avvocato C. e prodotti in giudizio, al fine di ottenere un parere ed in vista di un futuro mandato professionale. Emerge con chiarezza, dunque, la sussistenza di un rapporto professionale tra la società Futura Immobiliare e il legale C. e il conferimento di un incarico, dalla società Futura immobiliare al legale C., avente ad oggetto un parere professionale in merito ad una causa già pendente presso il Tribunale di Pisa.

Pertanto correttamente il Tribunale ha ritenuto che il professionista avendo impegnato il proprio tempo e le proprie competenze professionali andava compensato secondo il tariffario forense.

In definitiva, si propone il rigetto del ricorso.

Tale relazione veniva comunicata al PM ed ai difensori delle parti costituite.

Il Collegio, condivide argomenti e proposte contenute nella relazione ex art. 380 bis c.p.c., alla quale non sono stati mossi rilievi critici. Evidenzia, altresì, che il ricorso difetta, comunque, di autosufficienza dato che il ricorrente, pur facendo riferimento ad una prova testimoniale ha omesso di indicare i capitoli di prova non ammessi funzionali alla dimostrazione della propria difesa.

In definitiva, il ricorso va rigettato: Non occorre provvedere alla liquidazione delle spese del presente giudizio di cassazione dato che l’avv. C., regolarmente intimato, in questa fase non ha svolto attività giudiziale.

Il Collegio, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da atto che sussistono i presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da atto che sussistono i presupposti per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Sesta Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 17 settembre 2014.

Depositato in Cancelleria il 27 ottobre 2014