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Rumori molesti provenienti dal vicino: fissati i parametri per valutare la tollerabilità

(di Avv. Marco Martinoia – Studio Legale Calvello)

La legge di Bilancio per il 2019, recentemente approvata, con il comma 746 dell’articolo 1, è intervenuta sulla materia relativa al risarcimento dei danni causati da rumori molesti.

Con la Riforma viene aggiunto il comma 1 bis all’articolo 6-ter del Dl 208/2008 convertito, con modificazioni, dalla legge 27 febbraio 2009, n. 13, stabilendo che per l’accertamento della normale tollerabilità delle immissioni e delle emissioni acustiche, ai sensi dell’articolo 844 del codice civile “si applicano i criteri di accettabilità del livello di rumore di cui alla legge 26 ottobre 1995, n. 447 e alle relative norme di attuazione” ossia la Legge quadro sull’inquinamento acustico che disciplina la materia in ambito amministrativo a tutela degli interessi collettivi.

Il Legislatore, con tale intervento, ha così fissato i parametri che il Giudice civile dovrà seguire nei casi di richiesta di risarcimento danni causati dalle immissioni di rumori intollerabili (anche tra vicini di casa).[1]

In senso conforme alla modifica legislativa, si era recentemente pronunciata la Suprema Corte di Cassazione (ordinanza del 20.12.2018 n. 32943) statuendo che:

“Il Tribunale di Reggio Emilia ha ben applicato il principio stabilito da questo Collegio, secondo cui, anche quando la intollerabilità delle immissioni acustiche sia lamentata invocando la disciplina civilistica, non è errato misurarne la soglia di accettabilità facendo leva sulla normativa speciale a tutela di interessi della collettività.

Il ragionamento da fare, infatti, è il seguente: se l’immissione acustica è tale da pregiudicare la quiete pubblica, a maggior ragione essa, ove si risolva in una emissione sonora nell’ambito della proprietà del vicino – ancor più esposto degli altri, in ragione della contiguità dei fondi, al suo effetto dannoso – deve, per ciò solo, considerarsi intollerabile, ex art. 844 c.c. e, pertanto, illecita anche sotto il profilo civilistico (Cass. 18/01/2017, n. 1069; Cass. 17/01/2011, n. 939).”

Di seguito il testo integrale dell’ordinanza.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARMANO Uliana – Presidente –

Dott. CIGNA Mario – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. GIANNITI Pasquale – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 12780/15 R.G. proposto da:

A.N., rappresenta e difesa dall’Avv. Daniela Ferretti, con domicilio eletto in Roma, piazza Dell’Orologio, n. 7, presso lo studio dell’Avv. Paola Moreschini;

– ricorrente –

contro

R.A., rappresentato e difeso dall’Avv. Nino Giordano Ruffini, con domicilio eletto in Roma, viale Regina Margherita, n. 1, presso lo studio dell’Avv. Maurizio de Stefano;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 776/14 del Tribunale di Reggio Emilia, depositata il 22 maggio 2014;

Udita la relazione svolta nella Camera di Consiglio del 26 settembre 2018 dal Consigliere Marilena Gorgoni.

Svolgimento del processo

A.N. propone ricorso per Cassazione avverso la sentenza n. 776/14 del Tribunale di Reggio Emilia, deposita il 22/05/2014, formulando tre motivi, illustrati da memoria.

Resiste con controricorso, illustrato da memoria, R.A..

R.A., lamentando la provenienza di intollerabili immissioni acustiche dall’appartamento sovrastante il proprio, di proprietà dell’attuale ricorrente, si rivolgeva al Giudice di Pace di Montecchio Emilia, perché condannasse A.N. ad eseguire tutte le opere ritenute necessarie per far cessare le immissioni e, in subordine, a risarcire tutti i danni provocati.

Il Giudice adito, accertata la intollerabilità delle immissioni, ai sensi dell’art. 844 c.c., ed individuatane la causa nelle carenze strutturali del fabbricato e nella rimozione del controsoffitto da parte dell’attore, condannava la convenuta al rifacimento del piano solaio, secondo le modalità descritte dal C.T.U., condannava l’attore a partecipare alla metà delle spese occorrenti ed al rifacimento a proprie spese del controsoffitto in prossimità del solaio, secondo le prescrizioni tecniche del C.T.U. R.A. impugnava la decisione di prime cure dinanzi al Tribunale di Reggio Emilia che, con la sentenza qui impugnata, condannava esclusivamente l’attuale ricorrente ad eseguire, con spese integralmente a suo carico, le opere indicate dal Giudice di Pace sulla scorta della C.T.U.

Motivi della decisione

1. Con tutti i motivi di ricorso la ricorrente fa leva su due circostanze – la rimozione del controsoffitto da parte di R.A. e la sua partecipazione nelle scelte e nella realizzazione delle opere realizzate nella abitazione immettente – per lamentare, rispettivamente, la nullità della sentenza o del procedimento per mancata e/o erronea valutazione di specifiche doglianze mosse con l’atto di appello ed omessa pronuncia su un fatto principale, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in relazione all’art. 112 c.p.c. (motivo n. 1), il vizio di omessa, insufficiente e/o contraddittoria motivazione della sentenza impugnata per violazione o falsa applicazione di norme di diritto, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c., in relazione all’art. 112 c.p.c. (motivo n. 2), la omessa, insufficiente e/o contraddittoria motivazione della sentenza impugnata per mancata e/o erronea valutazione di specifiche doglianze mosse con l’atto di appello, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c., in relazione all’art. 112 c.p.c. (motivo n. 3).

2. Con il motivo n. 2 deduce, inoltre, che le immissioni non superavano la normale tollerabilità, perchè i criteri utilizzati dal C.T.U. – i parametri di cui al DPCM 5/12/1997 – non avrebbero dovuto applicarsi al caso di specie; con il motivo n. 3 lamenta altresì il rigetto della propria richiesta di rimessione della causa in istruttoria, al fine di ottenere chiarimenti dai C.T.U. circa l’importanza della rimozione del controsoffitto ai fini dell’insonorizzazione dell’immobile di sua proprietà.

3. I motivi, che possono essere esaminati congiuntamente data la loro evidente connessione, non meritano accoglimento sotto alcuno dei prospettati profili, risultando in parte inammissibili e in parte infondati.

4. Assume valore preminente la questione relativa all’accertamento della intollerabilità delle immissioni acustiche (le emissioni che si collochino al di sotto della soglia di normale tollerabilità rappresentano una forma lecita di esercizio del diritto di proprietà dell’emittente, il quale, di conseguenza, andrebbe immune da responsabilità), contestata dalla ricorrente (p. 23 del ricorso), con il motivo numero uno, benché incorrendo in un evidente vizio di sussunzione della censura mossa alla sentenza impugnata: lamenta, infatti, il difetto di prova della intollerabilità delle immissioni, deducendo la violazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, mentre, ricorrendo tutt’al più un errore di fatto, esso avrebbe dovuto essere censurato attraverso il paradigma normativo del difetto di motivazione e, dunque, nei limiti consentiti dall’ art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012 (Cass. 12/10/2017, n. 23940), e provvedendo agli adempimenti richiesti ai fini di soddisfare il principio di autosufficienza del ricorso. In particolare, la ricorrente avrebbe dovuto evidenziare che il fatto era stato oggetto di contestazione, perchè l’onere della prova attiene solo a fatti contestati – Cass. 28/06/2012, n. 10853 – il dato extratestuale dal quale evincere la sua esistenza nonchè il come e il quando esso fosse stato oggetto di discussione tra le parti. La mancanza di uno di tali requisiti non consente, secondo ripetuti pronunciamenti di questa Corte, di attribuire al fatto asseritamente omesso i caratteri del tassello mancante alla plausibilità cui è giunta la sentenza rispetto a premesse date nel quadro del sillogismo giudiziario: ex pluris cfr. Cass., sez. un., 07/04/2014, n. 8053; Cass. 9/09/2016, n. 19312.

4.1. E ciò al netto della evidente contraddizione in cui la ricorrente incorre quando, per un verso, insiste sul difetto di prova della intollerabilità, e, per l’altro, pretende il riconoscimento dell’utilità sociale dell’emissione, verosimilmente basata sulla vocazione abitativa col tempo assunta dai locali immettenti.

5. Nè l’aver invocato la mancata corrispondenza tra chiesto e pronunciato, per avere omesso il giudice del merito di esaminare l’apporto causale dell’attuale resistente al verificarsi della intollerabilità dell’emissione, sposta i termini della questione, giacché un conto è l’accertamento del superamento della soglia di tollerabilità dell’emissione acustico, altro è individuarne la causa o la concausa.

6. E’ parimenti inammissibile la censura della ricorrente relativa alla violazione da parte del giudice di merito dell’art. 112 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per non aver considerato la rilevanza dei lavori di rimozione del solaio eseguiti nella propria abitazione da R.A.. Questa Corte ha già avuto occasione di statuire che l’omessa pronuncia su un motivo di appello, in questo caso quello incidentale, integra la violazione dell’art. 112 c.p.c. e non già l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti, in quanto il motivo di gravame non costituisce un fatto principale o secondario, bensì la specifica domanda sottesa alla proposizione dell’appello, sicché, ove il vizio sia dedotto come violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, il motivo deve essere dichiarato inammissibile (Cass. 16/03/2017, n. 6835).

7. E comunque costituisce consolidato orientamento di questa Corte che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, censurabile ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella sua nuova formulazione, applicabile ratione temporis, al caso di specie, qualora i fatti storici – relazione svolta in ATP, C.T.U. di primo grado, prove testimoniali -come nella fattispecie all’esame, siano stati presi in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. 19/01/2017, n. 1280; Cass. 01/09/2016, n. 17500).

8. Quanto, infine, all’omesso esame della richiesta di ulteriori chiarimenti al C.T.U., la censura della ricorrente è inammissibile, perchè rientra nella valutazione discrezionale del giudice di merito l’accoglimento di una istanza istruttoria e poi perchè la ricorrente non ha offerto indicazioni circa le modalità e la ritualità della sua richiesta nè ha evidenziato la tempestività della censura mossa in ordine all’inerzia o al mancato accoglimento da parte del giudice delle sue istanze (Cass. 19/04/2006, n. 9076); anche in considerazione del fatto che il mancato esame di una domanda istruttoria non integra omessa pronuncia, ma può dar luogo unicamente all’omesso esame di un punto decisivo della controversia e, perciò, a vizio della sentenza rilevante ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ove afferisca a circostanze decisive, perchè suscettibili di indurre ad una decisione diversa da quella adottata: non risulta, invece, che la C.T.U. abbia messo in relazione le immissioni acustiche provenienti dall’appartamento immettente con i lavori eseguiti nell’appartamento immesso.

9. Nel merito va osservato che l’intollerabilità delle immissioni acustiche risulta dimostrata attraverso prove testimoniali e mediante la relazione del C.T.U., il quale, avvalendosi dei parametri di cui al D.P.C.M. 5 dicembre 1997, non ha fatto, secondo il giudice a quo, che rendere più oggettiva la propria valutazione. Il Tribunale di Reggio Emilia ha ben applicato il principio stabilito da questo Collegio, secondo cui, anche quando la intollerabilità delle immissioni acustiche sia lamentata invocando la disciplina civilistica, non è errato misurarne la soglia di accettabilità facendo leva sulla normativa speciale a tutela di interessi della collettività. Il ragionamento da fare, infatti, è il seguente: se l’immissione acustica è tale da pregiudicare la quiete pubblica, a maggior ragione essa, ove si risolva in una emissione sonora nell’ambito della proprietà del vicino – ancor più esposto degli altri, in ragione della contiguità dei fondi, al suo effetto dannoso – deve, per ciò solo, considerarsi intollerabile, ex art. 844 c.c. e, pertanto, illecita anche sotto il profilo civilistico (Cass. 18/01/2017, n. 1069; Cass. 17/01/2011, n. 939).

9.2. Non solo: il Tribunale, esaminando la richiesta dell’attuale ricorrente, ha ritenuto che la causa delle emissioni, non del tutto eliminabili, dato lo stato dei luoghi (edificio di vecchia data, risalente al 19^ secolo, tipologia dei lavori eseguiti da entrambi i contendenti, precedente destinazione del locale immettente e di quello immesso), e tuttavia sensibilmente riducibili, siano da attribuirsi al mutamento di destinazione d’uso del sottotetto, all’epoca dei fatti abitato da A.N., ma precedentemente destinato a non esserlo. Il fatto che il mutamento di destinazione d’uso non abbia dato luogo a violazione delle norme urbanistiche non esclude, afferma il Tribunale, che esso in concreto pregiudichi i diritti dei terzi, in questo caso quelli di R.A., a non subire immissioni acustiche intollerabili.

9.3. Anche a tal proposito questo Collegio ritiene che il giudice a quo abbia deciso conformemente con la normativa vigente e con i principi elaborati dalla giurisprudenza. E’ evidente, infatti, che il Tribunale ha fatto leva sul criterio della prevenzione, cioè su uno dei parametri previsti dall’art. 844 c.c., comma 2, u.p.. Ha escluso, cioè, che una certa utilizzazione del piano sottotetto mansardato, quella abitativa, potesse di per sè costituire fatto illecito, ma ha garantito la tutela del terzo, R.A., contro il pregiudizio derivante dal concreto svolgimento delle attività inerenti a detta nuova destinazione e dalle relative modalità: pregiudizio consistente nella emissione di rumori intollerabili (cfr. Cass. 27/06/1985, n. 3848). E’ facoltà del giudice, insindacabile in sede di legittimità, quella di tener conto della priorità dell’utilizzo impressa ai fondi, anche a prescindere dall’autore storico della immissione.

9.4. Proprio la valutazione dello stato dei luoghi, considerando gli interessi contrapposti ed i fatti nella loro cronologia, invocata dalla ricorrente, porta, del resto, a tali conclusioni: tenendo conto della destinazione originaria dei locali di proprietà dell’attuale resistente (abitativa) e di quello mutato dei locali immettenti.

9.5. A nulla vale lamentare che il giudice non abbia tenuto conto dei lavori svolti nel suo appartamento da R.A.; che non corrisponda al vero che il giudice non se ne sia occupato è provato dall’espressa esclusione della condanna a realizzare a sue spese il controsoffitto in prossimità del solaio e dalle risultanze della C.T.U. riversata in sentenza, ove si fa esplicito riferimento agli interventi all’intradosso del solaio con rimozione dell’incannucciato e la messa a vista della struttura in legno del solaio realizzati da R.A.. Vero è, al contrario, che il giudice, valutando le prove raccolte, la domanda e le eccezioni delle parti, ha ritenuto, con una motivazione scevra da vizi logici, che le immissioni provenienti dall’appartamento di A.N. superassero la normale tollerabilità, che esse derivassero dal mutamento di destinazione del solaio, non destinato ad essere trasformato in abitazione, che esse non potessero essere del tutto eliminate, ma contenute e, quindi, ricondotte entro la soglia della tollerabilità con l’esecuzione dei lavori indicati nella C.T.U. nell’appartamento della ricorrente ed a sue spese.

10. Ne consegue il rigetto del ricorso.

11. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo in relazione al petitum.

12. Si dà atto della ricorrenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore imposto a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese in favore del controricorrente, liquidandole in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della sezione terza civile, il 26 settembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 20 dicembre 2018

 

[1] A. Concas, Quando i rumori molesti costituiscono reato, in Diritto.it.

Segnalazione in Centrale Rischi della Banca d’Italia: ammessa la cancellazione con ricorso ex art. 700 c.p.c. in corso di causa

Tribunale Padova Sez. feriale, Ordinanza del 31-08-2018

Il Tribunale di Padova (in sede di reclamo) ha stabilito che qualora la segnalazione a sofferenza sia stata effettuata in maniera scorretta, come effettivamente accertato da una C.T.U. redatta in corso di causa, ne è ammessa la cancellazione senza necessità di attendere l’emissione della pronuncia definitiva di merito.

L’ORDINANZA

Il Tribunale in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Guido Marzella, – Presidente

dott.ssa Silvia Rigon, – Giudice Relatore

dott.ssa Caterina Zambotto, – Giudice

all’esito dell’udienza del 29.8.18 nel procedimento per reclamo iscritto al n. 6042/2018 r.g.a.c. promosso:

da (…) con il patrocinio degli avv.ti (…)

– reclamante –

contro

B.M.P. S.P.A., con il patrocinio dell’avv. (…)

– reclamata –

ha emesso la seguente

ORDINANZA

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

preso atto che la (…) ha proposto reclamo avverso l’ordinanza del giudice di prime cure che – a seguito dell’avvenuta proposizione da parte della medesima di un ricorso ex art. 700 c.p.c. volto ad ottenere l’emissione di un provvedimento volto ad ordinare la cancellazione delle segnalazioni a rischio e a sofferenza effettuate da “M. spa” presso la C.R.B. – rigettava la relativa istanza, lamentando non essersi tenuto conto del fatto:

– quanto al fumus boni iuris:

– che la CTU redatta in corso di causa aveva accertato l’inesistenza di propri debiti ed anzi la sussistenza di un credito variabile fra un minimo di Euro 149.556,74 ed un massimo di Euro 173.150,66,

– che, diversamente da quanto argomentato dal giudice di prime cure, la cancellazione di una segnalazione a sofferenza ben può essere emessa precedentemente alla emissione della pronuncia definitiva di merito, soprattutto nel caso in cui la stessa sia stata effettuata in maniera scorretta,

– che la medesima non poteva d’altronde essere considerata corretta per il solo fatto di aver indicato il credito siccome contestato, essendovi già pacifici elementi idonei ad affermarne la totale inesistenza, ciò che portava ad escludere il ricorrere della stessa situazione di sofferenza,

– che esiste un rapporto di stretta inerenza fra le domande svolto in giudizio ed il richiesto provvedimento cautelare, di per sé finalizzato ad anticipare gli effetti della pronuncia di merito, destinata ad accertare l’inesistenza del credito,

– quanto al periculum in mora,

– che le segnalazioni in oggetto costituiscono già di per sé ed in re ipsa ostacolo all’accesso al credito bancario,

– che esse possono essere altresì motivo di revoca o di richiesta di rientro delle linee di credito in essere con “(…)

– che la presenza delle medesime ha d’altronde già comportato il rigetto da parte della (…) di una specifica richiesta di finanziamento, necessario per la realizzazione di un complesso residenziale in (…)

atteso che la parte reclamata si è difesa rilevando:

– che con il reclamo la controparte ha limitato le proprie pretese alla sola cancellazione delle segnalazioni a sofferenza intervenute a far data dal 25.5.18, con esclusione di quelle a rischio effettuate in epoca precedente,

– che le segnalazioni a rischio effettuate in corso di causa devono ritenersi:

– correttamente effettuate poiché in ognuna di esse si era dato conto della natura contestata del credito,

– non più passibili di rettifica sino alla definizione del giudizio di merito,

– che gli esiti della CTU risultano contestabili sotto vari profili attinenti al calcolo della eccepita prescrizione, alla incompletezza degli estratti conto ed alla capitalizzazione trimestrale degli interessi,

– che nella fattispecie difetta comunque il periculum in mora poiché:

– la mancata concessione del finanziamento di cui si duole la controparte risale ad un anno fa,

– l’operazione immobiliare inerente gli immobili ubicati in (…) avrebbe dovuto essere confermata entro il 31.7.18,

– il rigetto della richiesta di finanziamento va semmai ricollegato alle segnalazioni a rischio e non a quelle a sofferenza;

considerato allora, sotto un primo profilo, ben doversi ritenere ammissibile l’emissione di un provvedimento d’urgenza in subiecta materia anche prima della pronuncia della sentenza di merito, dal momento che presupposto sufficiente per l’adozione di un siffatto tipo di provvedimenti è rappresentato dal ricorrere di un nesso di strumentalità tra essi ed il contenuto della domanda di merito esercitata dai ricorrenti, il che appunto ricorre nella fattispecie, ove questi ultimi invocano appunto la messa in atto di accorgimenti idonei ad anticipare e conservare la fruttuosità della futura pronuncia di accertamento dell’inesistenza del credito, alla quale necessariamente conseguirebbe la cancellazione delle predette segnalazioni;

notato d’altronde che pacifica e consolidata giurisprudenza di merito, pienamente condivisa da questo Collegio, ammette l’adozione di un siffatto tipo di provvedimenti (da ultimo Trib. Milano 29.6.18 e Trib. Modena 21.6.18);

riscontrata, d’altro canto, la natura residuale del provvedimento richiesto, difettando il presupposto per l’applicazione del quarto comma dell’art. 10 del D.Lgs. n. 150 del 2011 – il quale disciplina le controversie in materia di applicazione delle disposizioni dettate in tema di protezione dei dati personali – ossia l’esistenza di un provvedimento, inteso come atto di una autorità amministrativa, da rendere inefficace, dal momento che la segnalazione presenta caratteristiche di mera attività informativa, o meglio di trasmissione dati, posta direttamente in essere da un soggetto privato, ossia l’istituto di credito resistente, in conformità a quanto previsto dalla circolare sulla C.R.B. n.139 dell’11.2.91;

notato, d’altro canto, come ciò appaia tanto più fondato ove si consideri che colui che agisce per ottenere la sospensione o la cancellazione del proprio nominativo dalla centrale rischi si duole non già delle modalità con cui i dati relativi all’insolvenza siano stati raccolti, trasmessi o gestiti ma piuttosto dell’assenza dei presupposti di fatto che legittimano la predetta segnalazione, di tal che la relativa controversia non risulta riconducibile a quelle riguardanti l’applicazione della disciplina sul codice della privacy ma piuttosto a quella da responsabilità da fatto illecito ex art. 2043 c.c. (Trib. Verona 18.3.13);

rilevato quindi, quanto al fumus boni iuris, come la “M. spa” non abbia, previamente alla segnalazione a sofferenza, riscontrato l’effettiva sussistenza di una situazione patrimoniale deficitaria a carico dell’impresa reclamante, di per sé caratterizzata da una grave e non transitoria difficoltà economica, siccome richiesto dalla Suprema Corte, la quale esclude che tale condizione possa invece scaturire dal mero ritardo nel pagamento del debito o dal volontario inadempimento (Cass. 9.7.14 n. 15609) e tanto più ove questo risulti effettivamente giustificato;

considerato che nel caso di specie appunto tale ultima situazione ricorre, essendo pacifico, alla luce delle risultanze della CTU e del suo supplemento (il quale ha tenuto conto dei rilievi sollevati dalla banca), che in ogni caso nessun credito spetti a quest’ultima nei confronti della propria cliente;

rilevato infine, quanto al periculum in mora, come esso:

– oltre a doversi ritenere sussistente in re ipsa, una volta dimostrato il ricorso della parte interessata al credito bancario, stante l’effetto restrittivo all’accesso a tale mercato determinato dalla iscrizione del nominativo dell’impresa nella C.R.B. (Trib. Enna 11.2.16), di per sé comportante l’elevato rischio di eventuale revoca degli affidamenti già concessi e di contestuale preclusione alla concessione di nuove agevolazioni, quali conseguenze del tipico effetto della segnalazione di negare l’affidabilità bancaria del soggetto (Trib. Milano 12.3.15),

– pure risulti dimostri in concreto, essendovi prova della circostanza che la (…) abbia appunto rifiutato, con missive del 30.10-6.11.17, l’accoglimento di nuove richieste di finanziamento proprio in considerazione della presenza delle denunciate segnalazioni (doc. 37 reclamante), il che appare tanto più grave ove si consideri che all’epoca erano unicamente presenti segnalazioni a rischio, ora transitate in sofferenza;

riscontrata pertanto la sussistenza di valide ragioni per dare accoglimento al reclamo e conseguentemente per addossare a carico della reclamata le spese di lite, in ottemperanza al principio della soccombenza disposto dell’art. 91 c.p.c., tenuto conto dello scaglione di riferimento compreso fra Euro 52.000,01 ed Euro 260.000,00 e del fatto che non è stata tenuta la fase istruttoria;

P.Q.M.

1) ordina a “B.M.P. spa”, di dare corso alla cancellazione delle segnalazioni pregiudizievoli a sofferenza effettuate preso l’Archivio C.R.B. nei confronti di (…) a far data dal 25.5.18;

2) condanna la reclamata a rifondere in favore della reclamante le spese di lite, che liquida in complessivi Euro 5.262,00 per competenze, oltre al rimborso delle spese generali, dell’IVA e degli accessori di legge.

Si comunichi alle parti.

Così deciso in Padova, il 29 agosto 2018.

Depositata in Cancelleria il 31 agosto 2018.

Intossicazione alimentare e sindrome di Guillan-Barrè: c’è nesso di causalità (Trib. Padova, Giudice Marzella, sent. n. 1221/16)

Tribunale di Padova, Giudice dott. Marzella, sentenza n. 1221 del 20 aprile 2016

Con sentenza passata in giudicato il Tribunale di Padova si è pronunciato su un caso che ha visto coinvolta un’intera famiglia recatasi, nel lontano 2009, a consumare il pranzo domenicale presso uno dei più noti e rinomati ristoranti dei Colli Euganei. Scrive il Tribunale: ”Risulta evidente la grave carenza di diligenza manifestata dai responsabili del ristorante che, in violazione di minime norme igieniche, accettavano la consegna di crudità marine trasportate senza l’utilizzo di sistemi di refrigerazione e le propinavano addirittura ad ignari clienti il giorno seguente, dopo che le stesse erano già state proposte nel corso di una cena.”

Il Giudice Patavino condivide la teoria del più probabile che non: “in sede civile per l’accertamento del nesso causale tra condotta illecita ed evento di danno non è necessaria la dimostrazione di un rapporto di consequenzialità necessaria tra la prima ed il secondo, ma è sufficiente la sussistenza di un rapporto di mera probabilità scientifica, conseguendone che il nesso causale può essere ritenuto sussistente non solo quando il danno possa ritenersi conseguenza inevitabile della condotta, ma anche quando ne sia conseguenza altamente probabile e verosimile (Cass. 26.6.07 n. 14759), […] pertanto in tema di illecito civile il nesso di causalità deve essere fondato sul criterio della probabilità, e non già della mera possibilità, di verificazione dell’evento (Cass. 18.4.07 n. 9226).”

E, pertanto, così conclude: “sussistano sufficienti elementi di prova per affermare la ricorrenza del nesso di causalità tra l’ingestione delle crudità di mare ed il successivo presentarsi della gastroenterite in questione, apparendo per un verso verosimile e più probabile che non che l’evento in oggetto sia dipeso dal fatto in questione e risultando, per altro verso, sintomatica l’assenza di altri fattori preesistenti, concomitanti o sopravvenuti di per sé atti a spiegare il verificarsi dell’accaduto. Laddove poi è lo stesso consulente d’ufficio ad attestare la natura altamente significativa, sotto il profilo probabilistico, della correlazione tra la gastroenterite e la successiva comparsa della sindrome”.

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LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

Tribunale di Padova

Il Giudice

dott. Guido Marzella

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

nella causa di primo grado iscritta al n. 9086/2012 R.G. e promossa con atto di citazione notificato

da

E. S., (C.F. ***)

– attrice –

con il patrocinio dell’avv. CALVELLO CLAUDIO, elettivamente domiciliata in Abano Terme, via Previtali n. 30,

contro

RISTORANTE ***, (C.F. ***)

– convenuto –

con il patrocinio dell’avv. ***, elettivamente domiciliato in Padova, ***,

e con la chiamata in causa della

***, (C.F. ***)

– terza chiamata –

con il patrocinio dell’avv. ***, elettivamente domiciliata in Padova, ***.

Conclusioni dell’attrice:

come da foglio depositato per via telematica.

Conclusioni del convenuto:

come da foglio depositato per via telematica.

Conclusioni della terza chiamata:

come da verbale d’udienza del 21.1.16

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

E. S., premettendo:

– che in data 21.2.09 si era recata a pranzo presso il Ristorante *** assieme al marito, al figlio, alla nuora ed ai nipoti ove, su consiglio del personale, aveva mangiato un piatto di ostriche e tartufi di mare,

– che durante la notte seguente tutta la famiglia veniva colta da malori, accusando evidenti sintomi di intossicazione alimentare,

– che il fatto era addebitabile al ristoratore, il quale aveva provveduto a servire una partita di frutti di mare di incerta provenienza, avanzata da una cena tenutasi la sera precedente,

– che la situazione più grave colpiva proprio essa attrice, venendole diagnosticata una gastroenterite acuta,

– che a distanza di giorni era poi insorta la necessità di ricoverarsi presso la Casa di Cura di Abano Terme poiché il disturbo non si esauriva,

– che all’esito di una serie di esami svolti presso il reparto di terapia intensiva si appurava la presenza a suo carico di una sindrome di Guillain-Barrè,

– che a causa di siffatta sindrome, essendo sopraggiunto un generale peggioramento delle sue condizioni di salute, era quindi trasferita in rianimazione presso l’Ospedale di Legnago, ove in data 3.4.09 veniva sottoposta a tracheostomizzazione in considerazione di uno stato di insufficienza respiratoria acuta,

– che a tale complessiva situazione conseguiva infine l’accertamento di una invalidità civile al 100% con conseguente riconoscimento della relativa indennità di accompagnamento,

– che nel corso di un procedimento di ATP veniva quindi appurata la sussistenza di una significativa correlazione tra la gastroenterite e la sindrome di Guillan Barrè, successivamente insorta,

ha convenuto in giudizio la menzionata controparte chiedendo la condanna della medesima al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali così subiti, rispettivamente quantificati nell’importo di € 15.945,47 quanto ai primi ed in quello di € 473.301,00 quanto ai secondi, oltre rivalutazione monetaria ed interessi di legge.

Costituitosi in giudizio, il convenuto denegava che l’attrice avesse mangiato i frutti di mare individuati quale possibile fonte dell’intossicazione alimentare; denunciava l’inesistenza della prova di un nesso causale tra l’eventuale ingestione dei medesimi e l’insorgere della sindrome; notava come anche i militari del NAS avessero concluso le loro indagini affermando di non essere stati in grado di individuare la causa dell’infezione in oggetto; contestava ad ogni modo la quantificazione del danno operata dal consulente d’ufficio in sede di ATP; concludeva per il rigetto di ogni avversa domanda chiedendo di essere comunque manlevato di ogni eventuale negativa conseguenza della causa da parte della ***.

A sua volta costituitasi in giudizio, la terza chiamata eccepiva in via preliminare l’inammissibilità della procedura di ATP e la sua inutilizzabilità nell’ambito del giudizio di cognizione; aderiva nel merito alle difese svolte dal proprio cliente; eccepiva peraltro l’inoperatività della polizza dal momento che la stessa, destinata a coprire i soli danni causati da generi alimentari di produzione propria venduti o somministrati nell’esercizio pubblico direttamente al consumatore, non poteva avere ad oggetto pesce crudo, semmai portatore di un vizio originario escluso dalla copertura assicurativa; instava quindi chiedendo il rigetto di ogni domanda svolta nei suoi confronti.

Procedutosi alla trattazione del giudizio con il deposito di memorie autorizzate e datosi quindi corso alla fase istruttoria mediante l’escussione dei testi e l’acquisizione del fascicolo di ATP, la causa è stata infine trattenuta in decisione all’udienza del 21 gennaio 2016.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente all’esame di ogni altra questione ritiene il giudicante di dover rigettare l’eccezione di inammissibilità della consulenza svolta in sede di ATP nell’ambito del procedimento ex art. 696 bis cpc rubricato sub n. 7078/11 R.G., riaffermando l’assoluta ritualità della medesima.

Ed invero – dal momento che l’istituto in esame risulta connotato da una evidente funzione conciliativa e si palesa quale strumento volto a favorire la soluzione transattiva della controversia insorta tra le parti anche per mezzo della anticipazione delle valutazioni inerenti le questioni di fatto, tanto da potersi configurare alla stregua di una prova “in luogo del processo” e non “prima del processo”, di per sé non necessariamente strumentale al successivo giudizio di merito, ma essa stessa strumento dal quale partire per trovare una soluzione conciliativa tra le parti, così da evitare il giudizio di merito – non ha nessun senso che esso debba veder limitato il proprio ambito di operatività alla circostanza che entrambe le parti convengano in merito all’an, permanendo questioni unicamente in ordine al quantum della richiesta avanzata dalla parte ricorrente.

Né, d’altro canto – assumendo la consulenza tecnica preventiva di cui all’art. 696 bis cpc una marcata funzione conciliativa più che di cautela e caratterizzandosi per un primario scopo deflattivo del contenzioso civile che si realizza mediante il preventivo accertamento e la conseguente quantificazione dei crediti derivanti dalla mancata o inesatta esecuzione di obbligazioni contrattuali o da fatto illecito – paiono consentite interpretazioni eccessivamente restrittive e formalistiche dell’istituto, dovendosi ritenere che la prospettiva conciliativa debba appunto essere vagliata nel corso della procedura, così come ben chiarito nell’ultimo alinea del primo comma della norma in esame, e non preesistere invece alla proposizione del ricorso.

E tanto meno potrebbe fondatamente affermarsi che la valutazione del consulente debba limitarsi ad una mera fotografia della situazione esistente, con esclusione di ogni valutazione in merito alle cause dei fatti riscontrati, ove si consideri che al contrario è la stessa lettera della norma a precisare che l’istituto in questione risulta destinato ad operare non solo la preventiva determinazione del credito (valutazione in merito al quantum) ma anche il suo accertamento (valutazione in merito all’an).

Mentre, per ciò che attiene alla dedotta funzione conciliativa, la medesima va individuata non tanto nella circostanza – comunque verificatasi nel caso in esame – che il consulente d’ufficio abbia effettivamente tentato una mediazione fra le parti, quanto piuttosto nello stesso svolgimento del modulo istruttorio previsto dal legislatore, che già di per sé diviene luogo di confronto e di possibile composizione delle diverse posizioni assunte dalle varie parti.

Che, poi, nella fattispecie la conciliazione non sia riuscita è dimostrato in re ipsa dall’esperimento dell’odierna azione, nel cui ambito la domanda attorea risulta fermamente contestata dalla convenuta.

Venendo allora al merito, osserva lo scrivente come l’azione sia fondata e meriti quindi accoglimento nei limiti di cui al dispositivo.

All’esito della fase istruttoria si è invero potuto appurare:

– che durante il pranzo tenutosi sabato 21.2.09 presso il Ristorante ***, il nipote del *** consigliò all’attrice ed ai suoi famigliari di prendere quale antipasto delle ostriche e dei tartufi di mare crudi (teste G.),

– che la portata venne presentata frammista a cubetti di ghiaccio che a detta dei camerieri dovevano solo servire ad abbellire il piatto (teste G.),

– che in realtà i frutti di mare in questione erano i resti di una cena tenutasi il giorno precedente ed organizzata dal sig. *** (circostanza da ritenersi ammessa a seguito della mancata comparizione del legale rappresentante del convenuto a rendere l’interpello nonché verbale NAS di cui al doc. 4 convenuto),

– che, più in particolare, il *** aveva acquistato del pesce e delle ostriche dal sig. ***, il quale gli aveva quindi regalato 2 kg. di tartufi di mare (circostanza da ritenersi ammessa a seguito della mancata comparizione del legale rappresentante del convenuto a rendere l’interpello nonché verbale NAS di cui al doc. 4 convenuto),

– che i tartufi erano quindi stati direttamente portati dal *** al Ristorante ***, senza l’utilizzo di borse termiche, mentre il resto del pesce era stato invece trasportato e consegnato dalla “Ittica ***” (verbale NAS di cui al doc. 4 convenuto),

– che nella serata successiva al pasto, tutti i commensali cominciavano a sentirsi male presentando fenomeni di vomito e diarrea, oltre a dolori addominali (teste G.),

– che quando il figlio dell’attrice chiamò il ristorante per far presente quanto era accaduto, gli fu precisato dalla figlia del *** che anche altri clienti avevano avuto problemi simili (teste G.),

– che a seguito delle indagini svolte dai Carabinieri della Stazione di Bastia di Rovolon, nella persona del Comandante, Luogotenente Ivan Fino, e dal NAS di Padova si appurava che in effetti anche altre persone avevano lamentato problemi simili a quelli denunciati dal G. (teste Atteo).

Laddove l’esperimento della CTU ha consentito a sua volta di appurare:

– che il 23.2.09 veniva diagnosticata all’attrice una gastroenterite acuta (pag. 23),

– che in data 7.3.09 l’attrice veniva quindi ricoverata presso la Casa di Cura di Abano Terme a causa del verificarsi di episodi di caduta per riferito deficit di forza agli arti inferiori (circostanza pacifica in atti),

– che nel corso della degenza gli esami strumentali evidenziavano unicamente una infrazione della VI costa sinistra e la frattura della VII costa sinistra, in assenza di focalità patologiche encefaliche (pag. 23-24),

– che a causa di un aggravarsi della situazione l’attrice veniva poi trasferita presso il Reparto di Terapia Intensiva ove era eseguito l’esame del liquido cefalo rachidiano, le cui risultanze apparivano compatibili con la diagnosi di una sindrome di Guillain-Barrè (pag. 24),

– che la vicenda clinica era quindi caratterizzata dalla necessità di eseguire una intubazione oro-tracheale con assistenza ventilatoria, una tracheotomia ed il posizionamento di PEG (pag. 24-26),

– che al momento delle dimissioni la paziente presentava una paraparesi con presenza di movimenti prossimo-distali incompleti e la capacità di una deambulazione limitata a brevi tratti con necessità di girello o di accompagnatore (pag. 26),

– che la gastroenterite è una infiammazione della mucosa gastro-intestinale la quale può trarre origini da molteplici cause batteriche, virali, parassitarie e tossiche, la cui trasmissione può in taluni casi avere origine alimentare (pag. 27),

– che con il termine tossinfezione alimentare si indicano una serie di sindromi causate dall’ingestione di cibi contaminati da sostanze tossiche o da microrganismi patogeni (pag. 27),

– che l’insorgenza dei sintomi della tossinfezione a distanza di qualche ora dal pranzo nonché il dato anamnestico circostanziale del focolaio epidemico ristretto ai familiari appaiono compatibili con una gastroenterite di origine alimentare (pag. 28),

– che non vi è peraltro alcuna certezza sul punto in ragione della mancanza di una conferma di laboratorio del dato infettivo e dell’omesso isolamento dell’agente patogeno, sicché l’esistenza di un nesso causale tra l’ingestione di materiale alimentare contaminato e la gastroenterite accusata dall’attrice può essere postulata solo in termini probabilistici (pag. 29),

– che la sindrome di Guillain Barrè è una poliradicolopatia acuta infiammatoria demielinizzante, caratterizzata dal manifestarsi di una paralisi progressiva degli arti, con interessamento della muscolatura respiratoria e del sistema nervoso autonomo (pag. 30),

– che nella patogenesi di tale sindrome si è pertanto sospettato un ruolo determinante dell’agente infettivo che agirebbe attraverso una modificazione del materiale antigenico della cellula di Schwann ovvero determinando una risposta immunitaria crociata con la mielina del nervo (pag. 31),

– che da un punto di vista statistico-epidemiologico la correlazione tra la gastroenterite diagnosticata all’attrice e la successiva comparsa della predetta sindrome appare certamente significativa, apparendo elevata la probabilità che quest’ultima abbia tratto origine dalla prima (pag. 31-32),

– che i precedenti morbosi da cui risultava affetta l’attrice non presentano invece alcuna influenza nel determinismo della vicenda clinica di cui è causa (pag. 32),

– che i postumi permanenti subiti dalla paziente a causa di quanto accaduto possono essere quantificati nella misura del 65%-70% (pag. 36),

– che si sono individuate spese mediche congrue sostenute per complessivi € 4.960,00, mentre non risulta che ne saranno necessarie di ulteriori in futuro (pag. 36).

Le quali considerazioni vengono da questo giudice fatte integralmente proprie in considerazione della correttezza del ragionamento logico così svolto e della congruità delle risposte rese dal consulente d’ufficio alle osservazioni svolte dai consulenti di parte.

Avendo in proposito la Suprema Corte ben chiarito che il giudice del merito, quando aderisce alle conclusioni del consulente tecnico che nella relazione abbia tenuto conto, replicandovi, dei rilievi dei consulenti di parte, esaurisce l’obbligo della motivazione con l’indicazione delle fonti del suo convincimento, non essendo quindi necessario che egli si soffermi anche sulle contrarie allegazioni dei consulenti tecnici di parte che, seppur non espressamente confutate, restano implicitamente disattese perché incompatibili con le conclusioni tratte, mentre le critiche di parte, che tendano al riesame degli elementi di giudizio già valutati dal consulente tecnico, si risolvono in mere argomentazioni difensive (Cass. 2.2.15 n. 1815 e 9.1.09 n. 282).

Ciò posto in linea di fatto, osserva il giudicante come pacifica giurisprudenza di legittimità sostenga:

– che nel giudizio avente ad oggetto il risarcimento del danno, l’attore deve allegare l’insorgenza della patologia e l’inadempimento qualificato della controparte, astrattamente idoneo a provocare, quale causa o concausa efficiente, il danno lamentato, rimanendo a carico del convenuto l’onere di dimostrare che tale inadempimento non vi è stato, ovvero che, pur esistendo, esso non è stato causa del danno (Cass. 9.10.12 n. 17143), di tal che, se all’esito del giudizio permanga incertezza sulla sussistenza del nesso causale tra la condotta del convenuto e il danno, tale incertezza ricade sull’attore (Cass. 26.2.13 n. 4792),

– che peraltro in sede civile per l’accertamento del nesso causale tra condotta illecita ed evento di danno non è necessaria la dimostrazione di un rapporto di consequenzialità necessaria tra la prima ed il secondo, ma è sufficiente la sussistenza di un rapporto di mera probabilità scientifica, conseguendone che il nesso causale può essere ritenuto sussistente non solo quando il danno possa ritenersi conseguenza inevitabile della condotta, ma anche quando ne sia conseguenza altamente probabile e verosimile (Cass. 26.6.07 n. 14759),

– che pertanto in tema di illecito civile il nesso di causalità deve essere fondato sul criterio della probabilità, e non già della mera possibilità, di verificazione dell’evento (Cass. 18.4.07 n. 9226),

– che al fine dell’accertamento di eventuali responsabilità risarcitorie, ove il ricorso alle nozioni di patologia medica e medicina legale non possa fornire un grado di certezza assoluta, la ricorrenza del rapporto di causalità non può essere esclusa in base al mero rilievo di margini di relatività, a fronte di un serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica, specie qualora manchi la prova della preesistenza, concomitanza o sopravvenienza di altri fattori determinanti, dovendo invece escludersi la sussistenza del nesso eziologico solo quando le conclusioni cui sia giunto il consulente d’ufficio risultino svolte in termini di mera possibilità (Cass. 11.11.05 n. 22894).

Ora, dal momento che nel caso di specie è certo, anche per ammissione del legale rappresentante della compagine convenuta, non presentatosi a rendere l’interpello in assenza di un giustificato motivo:

– che l’attrice abbia consumato frutti di mare durante il pasto del 21.2.09,

– che i medesimi, consegnati al ristoratore privi dei documenti di vendita e di trasporto, risultassero gli avanzi di una cena allestita la sera precedente,

– che a distanza di due giorni dal pasto veniva quindi diagnosticata all’attrice una gastroenterite acuta,

– che anche i familiari della S. ed altri avventori del locale lamentavano disturbi intestinali successivamente al pasto,

– che l’insorgenza dei sintomi della tossinfezione a distanza di qualche ora dal pranzo nonché il dato del focolaio epidemico ristretto alle persone che avevano consumato il pasto in esame appaiono compatibili con una gastroenterite di origine alimentare,

ritiene il giudicante sussistano sufficienti elementi di prova per affermare la ricorrenza del nesso di causalità tra l’ingestione delle crudità di mare ed il successivo presentarsi della gastroenterite in questione, apparendo per un verso verosimile e più probabile che non che l’evento in oggetto sia dipeso dal fatto in questione e risultando, per altro verso, sintomatica l’assenza di altri fattori preesistenti, concomitanti o sopravvenuti di per sé atti a spiegare il verificarsi dell’accaduto.

Laddove poi è lo stesso consulente d’ufficio ad attestare la natura altamente significativa, sotto il profilo probabilistico, della correlazione tra la gastroenterite e la successiva comparsa della sindrome.

Mentre risulta del pari evidente la grave carenza di diligenza manifestata dai responsabili del ristorante che, in violazione di minime norme igieniche, accettavano la consegna di crudità marine trasportate senza l’utilizzo di sistemi di refrigerazione e le propinavano addirittura ad ignari clienti il giorno seguente, dopo che le stesse erano già state proposte nel corso di una cena.

Ritenuto pertanto dimostrato il nesso eziologico tra la somministrazione del piatto avariato ed il verificarsi dell’evento lesivo, oltre che la sussistenza di una grave responsabilità per l’accaduto in capo alla parte convenuta, deve allora procedersi alla liquidazione del danno in favore dell’attrice.

In proposito, va innanzi tutto quantificato quello di natura patrimoniale, partendo dal ristoro del danno emergente relativo:

– alle spese mediche sostenute in relazione alla patologia in esame, che sono state ritenute congrue dal consulente per l’importo di € 4.960,00,

– alle spese di ATP, quantificate nell’importo di € 1.369,81,

– alle spese di CTP nei limiti dell’importo di € 3.000,00, ritenuto più che congruo a compensare l’intervento del dr. Munari e del prof. Dam,

– alle spese legali di ATP, quantificate in base a tariffa nell’importo di € 5.600,00,

per un totale di € 14.929,81, rivalutato ad oggi in € 15.870,39.

In secondo luogo spetta poi all’attrice il risarcimento del danno non patrimoniale derivante dalla lesione della salute, che rientra fra i diritti inviolabili della persona, come tali garantiti dalla nostra Suprema Carta, i quali appaiono reintegrabili – sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cc – anche quando non sussista un fatto/reato né ricorra alcuna delle altre ipotesi in cui la legge consente espressamente il ristoro dei pregiudizi non patrimoniali, purché si accerti:

– che l’interesse leso, e non il pregiudizio sofferto, abbia rilevanza costituzionale, poiché altrimenti si perverrebbe ad una abrogazione per via interpretativa dell’art. 2059 cc, posto che qualsiasi danno non patrimoniale, per il fatto stesso di essere tale, e cioè di toccare interessi della persona, sarebbe sempre risarcibile,

– che la lesione dell’interesse sia grave, nel senso che l’offesa superi una soglia minima di tollerabilità, in quanto il dovere di solidarietà dettato dall’art. 2 Cost. impone a ciascuno di tollerare le minime intrusioni nella propria sfera personale inevitabilmente scaturenti dalla convivenza,

– che il danno non sia futile, vale a dire che non consista in meri disagi o fastidi, ovvero nella lesione di diritti del tutto immaginari, come quello alla qualità della vita od alla felicità (Cass. Sez. Un. 11.11.08 n. 26972).

Danno questo che di per sé ricomprende:

– sia il pregiudizio da inabilità temporanea, e cioè l’incapacità di una persona ad attendere per un certo periodo alle proprie ordinarie occupazioni a causa di una malattia provocata dal fatto illecito altrui,

– sia la lesione dell’integrità psicofisica del soggetto e del bene della salute, comprensiva del turbamento dello stato d’animo conseguito al patimento della lesione fisica ed intrinseca alla struttura del fatto illecito del quale viene a rappresentare ineliminabile conseguenza immediata e quindi liquidabile pure in presenza di una semplice invalidità temporanea (Cass. 10 marzo 1992 n. 2840).

Esso peraltro, presentando natura unitaria, va liquidato in maniera omnicomprensiva, non costituendo le singole voci di esso elaborate dalla dottrina e dalla giurisprudenza – tradizionalmente rappresentate dal danno biologico, dal danno estetico, dal danno esistenziale e dal danno alla vita di relazione – pregiudizi autonomamente risarcibili (Cass. 16.5.13 n. 11950), ma semmai ulteriori sottocategorie aventi valenza meramente descrittiva (Cass. ord. 13.7.11 n. 15414), delle quali deve essere evitata una errata duplicazione risarcitoria dal momento che la sofferenza soggettiva derivante da una lesione della salute costituisce necessariamente una componente di quest’ultima (Cass. Sez. Un. 11.11.08 n. 26972).

In proposito, si osserva come il CTU, nell’ambito del proprio elaborato peritale, abbia individuato postumi permanenti nella misura del 65-70%, mentre per quel che attiene alla durata della inabilità temporanea – in assenza di precisazioni da parte del medesimo e dello stesso CTP attoreo nell’ambito della relazione datata 21.2.09 (doc. 6 attoreo) – si ritiene di non poter procedere ad una loro valutazione.

Fatta pertanto applicazione delle “Tabelle per la liquidazione del danno non patrimoniale derivante da lesione all’integrità psico-fisica” predisposte dal Tribunale di Milano – le quali secondo la Suprema Corte costituiscono valido e necessario criterio di riferimento ai fini della valutazione equitativa ex art. 1226 cc, là dove la fattispecie concreta non presenti circostanze tali da richiedere la relativa variazione in aumento o in diminuzione, tanto da affermare che risulti incongrua la motivazione della sentenza di merito che non dia conto delle ragioni della preferenza assegnata ad una liquidazione che risulti sproporzionata rispetto a quella cui si giungerebbe mediante l’applicazione dei parametri indicati dalle predette tabelle (Cass. 30.6.11 n. 14402) – ne deriva il riconoscimento in favore dell’attrice del diritto ad un risarcimento di € 444.433,00 a titolo di risarcimento del danno morale e di quello biologico permanente, non ritenendo di doversi ulteriormente personalizzare la cifra in esame, essendo stato ben chiarito dai giudici di legittimità che il grado di invalidità permanente espresso da un baréme medico legale esprime la misura in cui il pregiudizio alla salute incide su tutti gli aspetti della vita quotidiana della vittima, restando preclusa la possibilità di un separato ed autonomo risarcimento a titolo di personalizzazione del danno, salvo che l’interessato alleghi e dimostri circostanze specifiche ed eccezionali tali da rendere il pregiudizio in concreto più grave, sotto gli aspetti indicati, rispetto alle conseguenze ordinariamente derivanti da lesioni dello stesso genere sofferte da persone della stessa età (Cass. 7.11.14 n. 23778).

Sicché, tenuto conto del danno patrimoniale già liquidato, si individua nel complessivo importo di € 460.303,39 l’ammontare del risarcimento spettante alla S..

Sulla somma così determinata tenendo già conto della perdita del potere d’acquisto della moneta, anche in considerazione del fatto che sono stati utilizzati i valori indicati nelle tabelle da ultimo pubblicate, spettano poi all’attrice gli interessi di legge a far data dal deposito della presente sentenza e sino al saldo effettivo.

I medesimi non sono invece dovuti per il periodo precedente poiché essi vanno unicamente liquidati qualora – dal confronto comparativo in unità di pezzi monetari tra la somma rivalutata riconosciuta al creditore al momento della liquidazione e quella di cui egli disporrebbe in ipotesi di un tempestivo soddisfo e avendo potuto utilizzare l’importo allora dovutogli secondo le forme considerate ordinarie nella comune esperienza ovvero in impieghi più remunerativi – la seconda ipotetica somma sia maggiore della prima (Cass. 12.2.10 n. 3355 e 24.10.07 n. 22347), ciò che nella fattispecie non è stato provato.

Quanto poi alla domanda di manleva esperita dal convenuto nei confronti della “***”, la medesima va accolta.

Ed invero – una volta osservato come l’art. 47 del contratto precisi che l’assicurazione è altresì operante per i danni derivanti da “cose vendute dall’assicurato, esclusi i danni da vizio originario del prodotto, fatta eccezione per i generi alimentari di produzione propria venduti (somministrati o smerciati) nello stesso esercizio direttamente al consumatore” – pare allo scrivente che la predetta limitazione della copertura non si attagli al caso di specie, dal momento che non sussiste alcuna prova del fatto che l’alimento a causa del quale si è sviluppata la gastroenterite fosse sin dall’origine affetto da vizi e cioè dalla presenza di sostanze chimiche tossiche o di tossine prodotte da micorganismi, giacché:

– per un verso non è escluso che i medesimi si siano prodotti solo a causa del suo trasporto effettuato in maniera scorretta da Venezia a Rovolon, senza l’utilizzo di borse termiche,

– per altro verso è affermato dallo stesso consulente d’ufficio che l’intossicazione potrebbe in realtà essere stata causata da tossine elaborate dai microrganismi durante la colonizzazione e lo sviluppo nel tratto intestinale o in altri tessuti e cioè in un momento successivo alla somministrazione della pietanza (pag. 27 CTU).

Di tal che la compagnia va condannata a tenere indenne il proprio assicurato di quanto dovuto in favore dell’attrice a titolo di capitale, interessi e spese.

Quanto infine alle spese di giudizio, liquidate come da dispositivo tenendo conto:

– dei parametri dettati dal D.M. 10.3.14 n. 55, siccome disposto dall’art. 28 il quale prevede appunto che le disposizioni del decreto si applichino a tutte le liquidazioni successive alla sua entrata in vigore, pur ove la prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta quando ancora erano in vigore le tariffe abrogate,

– dell’ammontare delle somme in concreto riconosciute dovute (Cass. 5.1.11 n. 226),

– della circostanza che la fase di studio della controversia e di introduzione del giudizio ha comportato l’esame delle stesse circostanze in fatto e diritto già valutate per l’esperimento della ATP,

le stesse gravano sul convenuto in forza del principio della soccombenza sancito dall’art. 91 cpc.

P. Q. M.

Il Giudice, pronunciando in maniera definitiva sulla presente controversia, disattesa ogni diversa istanza:

1) condanna il “Ristorante ***” a pagare in favore di E. S., a titolo di risarcimento danni, la somma già rivalutata di € 460.303,39, oltre agli interessi di legge dal deposito della presente sentenza e sino all’effettivo saldo;

2) condanna il convenuto a rifondere in favore dell’attrice le spese processuali che liquida in € 18.000,00 per competenze ed in € 1.064,00 per anticipazioni, oltre al rimborso delle spese generali, dell’IVA e degli accessori di legge;

3) condanna il convenuto a sostenere le competenze di CTU;

4) condanna la “***” a tenere indenne il convenuto delle somme dovute in favore dell’attrice in forza di quanto statuito sub 1), 2) e 3).

Padova, 20 aprile 2016

         Il Giudice

dott. Guido Marzella

Scontro auto contro cinghiale: paga la Regione

Trib. Campobasso (Appello) – Giudice Dott.ssa Barbara Previati –  Sentenza del 22.01.2014

 IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

Alla REGIONE sono affidate funzioni di programmazione e di coordinamento dell’attività faunistico e venatoria, con ulteriori compiti sostitutivi, di orientamento e di controllo rispetto alle funzioni di carattere amministrativo che, nella medesima materia, sono affidate alla PROVINCIA. In particolare, l’art. 19.2 della L. n. 157 del 1992 prevede che “le regioni, per la migliore gestione del patrimonio zootecnico, per la tutela del suolo, per motivi sanitari, per la selezione biologica, per la tutela del patrimonio storico-artistico, per la tutela delle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche, provvedono al controllo delle specie di fauna selvatica anche nelle zone vietate alla caccia”. L’art. 7 della L.R. n. 19 del 1993, intitolato controllo della fauna, prevede inoltre che: “la Regione, sentito l’I.N.F.S., per particolari esigenze anche nelle zone vietate alla caccia provvede al controllo della fauna. Il controllo deve essere selettivo e basato su metodi ecologici. Qualora tali metodi non dovessero risultare efficaci la Regione può autorizzare piani di abbattimento”. Pertanto, non si può revocare in dubbio che alla REGIONE spetti un generalizzato obbligo di controllo della fauna per evitare che il bene da controllare possa essere fonte di pericolo per i terzi.”

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI CAMPOBASSO

In persona del giudice Barbara PREVIATI ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado d’appello, iscritta al numero 1965 del ruolo generale degli affari contenziosi dell’anno 2009, assegnata alla scrivente a partire dal 20 novembre 2013 e decisa alla odierna udienza, vertente

tra

REGIONE MOLISE, in persona del l.r.p.t., elettivamente domiciliato in Campobasso, alla via Garibaldi n. 124, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato

Appellante

contro

D.M.E., rappresentato e difeso dall’avvocato Francesco DEL BASSO, elettivamente domiciliato presso lo studio dell’avv. Francesco IAMMARTINO, in Campobasso, via Garibaldi n. 43

Appellato

con oggetto: appello avverso la sentenza n. 1071/2009 del Giudice di Pace di Agnone

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione in appello ritualmente notificato, la Regione Molise chiedeva, in riforma della sentenza emessa dal Giudice di Pace di Agnone, n. 1071/2009, di rigettare la domanda risarcitoria proposta dal D.M.E. in primo grado, atteso il proprio difetto di legittimazione passiva in materia di danno derivante da fauna selvatica, per essere la Provincia l’ente responsabile in caso di verificazione di danni di questa tipologia; nel merito, ribadita l’erroneità della motivazione del primo giudice, chiedeva comunque il rigetto della domanda perché non era stata fornita la prova della responsabilità della Regione nella verificazione del sinistro.

Si costituiva D.M.E., chiedendo il rigetto dell’appello.

Acquisita la documentazione prodotta dalle parti, nonché il fascicolo di primo grado, la causa è stata discussa alla odierna udienza.

L’atto di appello va rigettato.

Il motivo di appello con cui la Regione Molise eccepisce il proprio difetto di legittimazione passiva è infondato.

Va in primo luogo richiamato il quadro normativo di riferimento, ossia la L. n. 157 del 11 febbraio 1992, il D.Lgs. n. 267 del 2000, la L.R. Molise n. 19 del 10 agosto 1993 e la L.R. Molise n. 6 del 1 febbraio 1983, successivamente modificata dalla L.R. Molise n. 23 del 8 maggio 1995.

Risulta dalle norme indicate che alla REGIONE sono affidate funzioni di programmazione e di coordinamento dell’attività faunistico e venatoria, con ulteriori compiti sostitutivi, di orientamento e di controllo rispetto alle funzioni di carattere amministrativo che, nella medesima materia, sono affidate alla PROVINCIA.

In particolare, l’art. 19.2 della L. n. 157 del 1992 prevede che

“le regioni, per la migliore gestione del patrimonio zootecnico, per la tutela del suolo, per motivi sanitari, per la selezione biologica, per la tutela del patrimonio storico-artistico, per la tutela delle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche, provvedono al controllo delle specie di fauna selvatica anche nelle zone vietate alla caccia”.

L’art. 7 della L.R. n. 19 del 1993, intitolato controllo della fauna, prevede inoltre che: “la Regione, sentito l’I.N.F.S., per particolari esigenze anche nelle zone vietate alla caccia provvede al controllo della fauna. Il controllo deve essere selettivo e basato su metodi ecologici. Qualora tali metodi non dovessero risultare efficaci la Regione può autorizzare piani di abbattimento”.

Pertanto, non si può revocare in dubbio che alla REGIONE spetti un generalizzato obbligo di controllo della fauna per evitare che il bene da controllare possa essere fonte di pericolo per i terzi.

Infatti, per i danni cagionati dalla fauna selvatica “alle colture agrarie ed al patrimonio zootecnico delle aziende agricole…” (art.1 L. n. 6 del 1983), legittimata a risarcire i danneggiati è la Regione e non la Provincia.

Sono invece affidati alle province l’elaborazione e la redazione dei piani faunistico-venatori “per quanto attiene alle specie carnivore, alla conservazione delle effettive capacità riproduttive e al contenimento naturale di altre specie e, per quanto riguarda le altre specie, al conseguimento della densità ottimale e alla sua conservazione mediante la riqualificazione delle risorse ambientali e la regolamentazione del prelievo venatorio” (art. 10.1 L. n. 157 del 1992).

Il contenuto dei piani faunistici e dei piani di miglioramento ambientale di competenza provinciale comprende, tra le varie attribuzioni, anche: a) l’individuazione “delle zone di ripopolamento e cattura, destinate alla riproduzione della fauna selvatica allo stato naturale ed alla cattura della stessa per l’immissione sul territorio in tempi e condizioni utili all’ambientamento fino alla ricostituzione ed alla stabilizzazione della densità faunistica ottimale per il territorio” (art. 10.7 lett. b della L. n. 157 del 1992); b) la predisposizione di piani di miglioramento ambientale tesi a favorire la riproduzione naturale della fauna (cfr. art. 11 della L. n. 19 del 1993); c) la predisposizione di piani di immissione di detta fauna selvatica, anche mediante la cattura dei capi presenti in soprannumero in altri parchi nazionali o regionali (cfr. art. 11 della L. n. 19 del 1993); d) l’individuazione delle “attività di cattura e di ripopolamento tendenti all’immissione equilibrata sul territorio delle specie di fauna selvatica autoctona, fino al raggiungimento delle densità faunistiche ottimali” (art. 11.2 della L. n. 19 del 1993); e) l’individuazione “delle oasi di protezione, destinate a rifugio, alla riproduzione ed alla sosta della fauna selvatica” nonché “delle zone di ripopolamento e cattura, destinate alla riproduzione della fauna selvatica allo stato naturale ed alla cattura della stessa per l’immissione nel territorio in tempi e condizioni utili all’ambientamento fino alla ricostituzione e alla stabilizzazione della densità faunistica ottimale per il territorio” (art. 11.3 della L. n. 19 del 1993). A cura delle province interessate tali ultime aree debbono essere delimitate da specifiche e ben visibili tabelle (cfr. art. 11, commi 4 e 11, della L. n. 19 del 1993).

In tali settori, l’intervento regionale è soltanto eccezionale: “le regioni, in via eccezionale, ed in vista di particolari necessità ambientali, possono disporre la costituzione coattiva di oasi di protezione e di zone di ripopolamento e cattura, nonché l’attuazione dei piani di miglioramento ambientale di cui al comma 7” (art. 10.16 della L. n. 157 del 1992).

Inoltre, solo alle Province compete l’istituzione di zone di ripopolamento e di cattura, le quali “sono destinate alla riproduzione della fauna selvatica allo stato naturale, al suo irradiamento nelle zone circostanti ed alla cattura della medesima per l’immissione sul territorio in tempi e condizioni utili all’ambientamento, fino alla ricostruzione ed alla stabilizzazione della densità faunistica ottimale del territorio” (art. 13 della L. n. 19 del 1993).

Il piano faunistico\venatorio regionale, a sua volta, svolge funzioni di coordinamento dei piani provinciali (cfr. art. 6.7 della L. n. 19 del 1993), provvedendo altresì alla “destinazione differenziata del territorio”, ossia all’individuazione delle aree del territorio regionale destinate all’attività venatoria (cfr. art. 6, commi 2 e 3, della L. n. 19 del 1993).

Pertanto, in linea astratta, sia la Regione che la Provincia possono essere chiamati, alternativamente o congiuntamente, a rispondere dei danni provocati ai terzi dagli animali selvatici, come del resto sostenuto dalla giurisprudenza di questo distretto in altre pronunce (cfr. Sentenza Tribunale di Campobasso, giudice CALABRIA, RG 1225/2009 del 21.01.2013; cfr. sentenza Corte di Appello di Campobasso n. 249/2013) e dalla stessa giurisprudenza della S.C., secondo cui:

“Sebbene la fauna selvatica rientri nel patrimonio indisponibile dello Stato, la L. 11 febbraio 1992, n. 157 attribuisce alle Regioni a statuto ordinario il potere di emanare norme relative alla gestione ed alla tutela di tutte le specie della fauna selvatica (art. 1, comma 3) ed affida alle medesime i poteri di gestione, tutela e controllo, riservando invece alle Province le relative funzioni amministrative ad esse delegate ai sensi della L. 8 giugno 1990, n. 142 (art. 9, comma 1). Ne consegue che la Regione, anche in caso di delega di funzioni alle Province, è responsabile, ai sensi dell’art. 2043 cod. civ., dei danni provocati da animali selvatici a persone o a cose, il cui risarcimento non sia previsto da specifiche norme, a meno che la delega non attribuisca alle Province un’autonomia decisionale ed operativa sufficiente a consentire loro di svolgere l’attività in modo da poter efficientemente amministrare i rischi di danni a terzi e da poter adottare le misure normalmente idonee a prevenire, evitare o limitare tali danni”. (Sez. 3, Sentenza n. 4202 del 21/02/2011, Rv. 616849)

Pertanto, argomentando sulla base dei principi contenuti nelle sentenze citate, la Provincia va ritenuta responsabile per l’esecuzione delle catture, dei ripopolamenti e per le immissioni degli animali selvatici e per le verifiche della densità faunistica all’atto dell’immissione in natura; la Regione è comunque tenuta a controllare le condizioni, gli spostamenti, il numero di capi raggiunto, la densità e gli habitat di vita della fauna.

Inoltre, l’ente proprietario della strada (in questo caso l’Anas, trattandosi di una strada statale) può essere ritenuto responsabile per la mancata apposizione della necessaria segnaletica qualora la Regione gli segnali che in quel tratto di strada vi sia stata la diffusa presenza di fauna selvatica o che vi siano state frequenti collisioni tra essa e veicoli.

Pertanto, come già argomentato nella sentenza di questo Tribunale, RG. 1225 del 21.01.2013:

“sul piano della responsabilità nei riguardi dei terzi per i danni cagionati dalla fauna selvatica, la Provincia potrà, ad esempio, essere ritenuta responsabile sul piano oggettivo e soggettivo per: 1) aver effettuato ripopolamenti in numero eccessivo; 2) aver individuato aree di ripopolamento manifestamente inidonee, per esempio perché caratterizzate da diffusa presenza antropica; 3) la mancata segnalazione delle aree di ripopolamento con la specifica cartellonistica di cui al predetto art. 11, commi 4 e 11, della L. n. 19 del 1993; 4) aver scelto, per il ripopolamento, animali allevati in cattività e, per l’effetto, solo formalmente selvatici, agendo quindi in contrasto quanto meno con lo spirito delle norme di cui agli artt. 11.2 e 13 L. n. 19 del 1993, le quali parlano di ripopolamento di fauna selvatica. 5) ove proprietaria della strada in cui si sia verificato il sinistro, non averla tenuta in adeguate condizioni di manutenzione o non aver apposto su di essa appositi cartelli stradali indicanti il pericolo di passaggio della fauna selvatica nonostante pregresse segnalazioni ricevute dalla Regione o da altri enti pubblici circa intercorsi attraversamenti stradali di cinghiali o altri animali selvatici e\o collisioni tra gli stessi e veicoli a motore circolanti. A tal proposito, in base al principio dell’onere della prova, spetta al danneggiato dimostrare che il luogo del sinistro fosse stato teatro di precedenti incidenti segnalati alle competenti autorità e\o di frequenti avvistamenti e passaggi di fauna selvatica (cfr. Cass. civ. sent. cit. n. 27673\2008).

In ordine al profilo di responsabilità sub 5), esso grava in generale sull’ente proprietario della strada e, quindi, nel caso di specie sull’Anas.

Quanto alla Regione, alla luce della menzionata normativa, possibili profili di responsabilità per i danni arrecati a terzi dalla fauna selvatica possono essere, sul piano sia soggettivo sia oggettivo, i seguenti: 1) mancato esercizio dei poteri sostitutivi in caso in inerzia dell’ente provinciale nella redazione dei piani faunistico – venatori e dei piani di miglioramento ambientale; 2) mancata o insufficiente attivazione dei propri poteri di controllo sulla densità e sull’inidonea ubicazione della fauna; 3) omessa segnalazione all’ente proprietario della strada della presenza di determinata fauna selvatica in un’area interessata dal traffico veicolare affinché il medesimo ente proprietario possa provvedere all’apposizione della segnaletica stradale occorrente. Tale segnalazione è indispensabile nel caso in cui, nella zona interessata, siano stati già segnalati numerosi avvistamenti di cinghiali o altra fauna selvatica o, ancor di più, varie collisioni tra tale fauna selvatica e veicoli a motore (arg. Cass. civ. sent. cit. n. 27673\2008, in motivazione); 4) mancata effettuazione degli abbattimenti mirati (cd. caccia di selezione) laddove la presenza della fauna selvatica sia divenuta eccessiva ed abbia già recato ripetuto nocumento a terzi, specie ove vi siano stati preesistenti numerosi avvistamenti e\o incidenti già verificatisi e ritualmente segnalati alle autorità; 5) esercizio della delega di funzioni in maniera tale che il delegato non potesse utilmente esercitarla.

Ciò posto, applicando i principi esposti al caso in esame, ferma restando la legittimazione passiva della Regione, occorre ora valutare la fondatezza dell’altro motivo di appello, con cui l’appellante contesta che nell’ambito del giudizio di primo grado si sia raggiunta la prova di una colpa imputabile alla Regione circa i danni subiti dalla vettura dell’attore.

Tale motivo è infondato.

Infatti, va in primo luogo premesso che nell’ambito del primo grado è stato senz’altro provato il nesso causale tra l’impatto del cinghiale con l’autovettura e i danni subiti dal mezzo dell’attore (nello specifico, il cinghiale scappò dopo l’urto ma furono trovate delle tracce riconducibili al medesimo sul paraurti anteriore destro dell’autoveicolo, cfr. relazione di servizio agli atti, redatta dal p.u. intervenuto, nonché testimonianze sentite).

Inoltre l’attore, in primo grado, ha sufficientemente fornito, come era suo onere, la prova di una condotta negligente -di tipo omissivo-ascrivibile alla REGIONE.

In particolare, secondo le indicazioni fornite prima, risulta comprovato dalla nota prot. 859 del 28.05.2009 del servizio Gestione risorse faunistiche e venatorie, citata nella sentenza di primo grado, che il tratto di strada in esame, nei due sensi di marcia, è quello maggiormente interessato all’attraversamento di animali selvatici, causa di frequenti incidenti stradali (tale evenienza non è stata infatti in alcun modo contestata o messa in dubbio dall’ appellante).

E’ altresì comprovato dalla relazione di servizio del 2.11.2006, a firma del p.u. M.S., nonché dalla testimonianza resa da quest’ultimo in primo grado, che il segnale verticale di “pericolo attraversamento animali selvatici” era posto al Km 35+600 della SS 86, in località Tre Termini, direzione di marcia Agnone, mentre il sinistro avvenne al Km 41+700 della predetta SS 86.

Sulla base delle norme del codice della strada (art. 39 cds e art. 84 regolamento di attuazione), i segnali di pericolo: devono essere installati quando esiste una reale situazione di pericolo sulla strada, non percepibile con tempestività da un conducente che osservi le normali regole di prudenza; devono essere posti sul lato destro della strada; sulle strade con due o più corsie per ogni senso di marcia, devono adottarsi opportune misure, in relazione alle condizioni locali, affinché i segnali siano chiaramente percepibili anche dai conducenti dei veicoli che percorrono le corsie interne, ripetendoli sul lato sinistro o al di sopra della carreggiata; se il segnale è utilizzato per indicare un pericolo esteso su un tratto di strada di lunghezza definita, quest’ultima deve essere indicata con pannello integrativo “ESTESA”; se in tale tratto di strada vi sono intersezioni, il segnale deve essere ripetuto dopo ogni intersezione. L’estesa massima, oltre la quale il segnale deve essere comunque ripetuto, non può superare i 3 km.

Pertanto, ad avviso del Tribunale, l’omessa ripetizione della segnaletica verticale di pericolo integra una condotta omissiva imputabile alla Regione, avente una efficienza causale rispetto alla concreta verificazione del sinistro in esame, secondo i principi in materia già indicati precedentemente.

Infatti, la REGIONE avrebbe dovuto più incisivamente intervenire, in primo luogo apponendo o facendo apporre sulla strada la segnaletica recante il pericolo di attraversamento di animali selvatici, con ripetizione del segnale di pericolo secondo le prescrizioni dettate dal codice della strada.

Sussistendo la prova della condotta negligente della Regione e del nesso causale con l’evento occorso ai danni dell’appellato, l’appello va, quindi, rigettato.

Le spese processuali del presente grado di giudizio seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale di CAMPOBASSO, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta con atto di citazione in grado di appello da REGIONE MOLISE nei confronti di D.M.E., ogni altra domanda o eccezione rigettata, così provvede:

1) Rigetta l’appello e conferma integralmente la sentenza del Giudice di Pace di Agnone n. 107/2009;

1) Condanna l’appellante al pagamento delle spese del presente grado di giudizio, che liquida in Euro 1.200,00, oltre accessori come per legge.

Così deciso in Campobasso, il 22 gennaio 2014.

Depositata in Cancelleria il 22 gennaio 2014.

 

Tombino malmesso? E’ responsabile il Comune

Tribunale di Padova – Giudice Dott. G. Bordon – sent. 19.02.2013

IL CASO:

Tizio conveniva in giudizio il Comune di Limena avanti il Tribunale per ottenere il risarcimento dei danni subiti dalla propria automobile in un incidente stradale il cui accadimento era da addebitarsi al predetto Ente. Tizio assumeva che improvvisamente, lungo la strada, forse per un ostacolo sollevato da un’automobile che lo precedeva, forse per il trabocco dell’acqua delle fognature non sufficientemente pulite, si era sollevato il coperchio di un chiusino in ghisa. L’automobile era quindi andata a collidere contro l’ostacolo improvviso e inevitabile riportando nell’urto danni materiali. L’apertura del chiusino non poteva essere considerata un evento eccezionale, dovendosi attribuire la responsabilità dell’accaduto all’ente proprietario della strada per incuria nella manutenzione e nella segnalazione del pericolo.

LA QUESTIONE GIURIDICA:

La domanda attorea di risarcimento va esaminata ai sensi dell’art. 2043 c.c. e non anche dell’art. 2051 c.c.. La responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia, prevista dall’art. 2051 c.c. ha carattere oggettivo, essendo sufficiente, per la sua configurazione, la dimostrazione da parte dell’attore del verificarsi dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con il bene in custodia, senza che rilevi al riguardo la condotta del custode, posto che funzione della norma è quella di imputare la responsabilità a chi si trova nelle condizioni di controllare i rischi inerenti alla cosa, intendendosi custode chi di fatto ne controlla le modalità d’uso e di conservazione, e non necessariamente il proprietario o chi si trova con essa in relazione diretta. Nel caso di responsabilità ex art. 2043 c.c. è invece a carico del danneggiato l’onere di provare l’anomalia del bene demaniale, mentre spetta al gestore provare i fatti impeditivi della propria responsabilità, quali la possibilità, in cui l’utente si sia trovato, di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la predetta anomalia.

E’ esclusivamente a fg. 2 e 3 della memoria ex art. 183, VI comma n. 3 c.p.c. che il difensore dell’attore pone la questione della responsabilità oggettiva ex art. 2051 c.c. del Comune di Limena per il rapporto di custodia con la cosa sottoposta al suo potere di vigilanza. La giurisprudenza di legittimità afferma che “il danneggiato da un incidente stradale, che nelle fasi di merito abbia dedotto la responsabilità dell’ente proprietario della strada sotto il profilo della mancata eliminazione di una situazione di pericolo occulto (cosiddetta insidia o trabocchetto) e, quindi, a norma dell’art. 2043 cod. civ., non può dedurre per la prima volta in sede di legittimità la questione della responsabilità dello stesso ente a norma dell’art. 2051 cod. civ., giacché l’invocazione di questa norma postula che sia stato prospettato al giudice di merito, in fatto, almeno il potere di custodia del convenuto sulla cosa che ha cagionato il danno” (cfr. Cass., sez. III, 12.6.01, n. 7938 e Cass., sez. III, 10.5.05, n. 9753). Non avendo posto il tema del rapporto di custodia negli atti destinati alle allegazioni delle parti (rapporto di custodia necessario ai fini della possibilità di configurare una responsabilità ex art. 2051 c.c.), nel sistema attuale disciplinato da espresse preclusioni l’attore non avrebbe allora potuto introdurlo tardivamente – come correttamente eccepito dal difensore del convenuto – con una memoria destinata unicamente alla prova contraria.

Secondo i principi che regolano la responsabilità aquiliana, dalla prova – a carico del danneggiato – dell’anomalia del bene demaniale può peraltro anche desumersi il comportamento colposo della P.A. mentre spetterà all’amministrazione dimostrare i fatti impeditivi della propria responsabilità (cfr. Cass., sez. III, 19.5.11, n. 11016: nella specie, applicando il riportato principio, in relazione ad un sinistro occorso a seguito della manovra necessitata dall’attraversamento di un animale in autostrada, la S.C. ha affermato che, dimostrata la presenza di un animale idoneo all’intralcio alla circolazione, non spetta all’attore, tanto nella tutela offerta dall’art. 2051 c.c. che in quella di cui all’art. 2043 c.c., provarne anche la specie, che semmai andrà dedotta e dimostrata dal convenuto, nel caso la società di gestione dell’autostrada, quale indice di ricorrenza di un caso fortuito).

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