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Responsabilità professionale dell’avvocato per negligenza (mancata riassunzione processo): deve esserci un danno effettivo (Cass., ord. 16342/18)

Cass. civ. Sez. III, Ordinanza del 21-06-2018, n. 16342

La Corte di Cassazione si sofferma sull’incidenza della condotta dell’avvocato danneggiante nella sfera del danneggiato. Ed invero, l’accertamento della responsabilità presuppone che venga individuata non solo la condotta professionale che si assume essere stata negligente, ma anche il danno che ne è derivato come conseguenza della condotta, in quanto nell’azione civile di risarcimento del danno l’affermazione di responsabilità non può essere disgiunta dall’accertamento della determinazione di un effettivo danno.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CASSAZIONE

“Nell’ipotesi in cui un’azione giudiziale svolta nell’interesse del cliente non abbia potuto conseguire alcun risultato utile, anche a causa della negligenza o di omissioni del professionista, non è solo per questo ravvisabile un’automatica perdita del diritto al compenso da parte del professionista, ove non sia dimostrata la sussistenza di una condotta negligente causativa di un effettivo danno, corrispondente al mancato riconoscimento di una pretesa con tutta probabilità fondata.”

L’ORDINANZA

(Omissis)

Svolgimento del processo

  1. Con atto di citazione notificato in data 26/10/2010, S.C., L. e A.R. convenivano in giudizio innanzi al Tribunale di Lecce l’avv. P.A., per ivi sentire accertare e dichiarare la sua responsabilità professionale ex art. 1176 c.c., comma 2 per non avere il 11.11.1993 provveduto a riassumere per tempo un atto di citazione collegato a un risarcimento danni per sinistro stradale chiesto dal padre, poi deceduto, in relazione al quale il diritto era stato dichiarato definitivamente prescritto per mancata riassunzione del giudizio nel termine indicato dal giudice; per l’effetto, chiedevano che il legale fosse condannato al risarcimento dei danni nei loro confronti per la somma complessiva di Euro 52.000,00, pari alla misura di risarcimento richiesta, o di quella maggiore o minore che sarebbe ritenuta di giustizia, oltre interessi e rivalutazione, pari la valore della domanda d risarcimento. P.A. si costituiva in giudizio per eccepire la prescrizione del diritto e il tribunale, con sentenza n. 4975/2014, (1) condannava il convenuto al pagamento, a titolo di risarcimento danni per colpa professionale, per la minor somma di Euro 10.082,50,00 corrispondente alla rivalutazione e interessi chiesta nel primo giudizio, posto che la domanda era limitata alla parte rimasta insoddisfatta da parte della compagnia assicuratrice che aveva già corrisposto una somma nei limiti del massimale assicurativo (2) condannava gli attori, in solido tra loro, al pagamento in favore del convenuto, a titolo di prestazioni professionali, di Euro 4.000,00 per onorari ed Euro 1.800,00 per diritti ancora dovute, escludendo altri importi chiesti perchè non documentati e (3) compensava le spese di lite al 40%, ponendo la restante parte in favore di parte attrice.
  2. Con atto di appello notificato in data 19/1/2015, P.A. proponeva appello innanzi alla Corte d’appello di Lecce chiedendo la riforma della pronuncia di primo grado nella parte in cui non ha rilevato la prescrizione del diritto degli attori fatto valere con citazione notificata il 5.11.2010, dovendosi far riferimento alla scadenza del termine per la riassunzione del giudizio interrottosi a causa della messa in liquidazione coatta amministrativa della assicurazione convenuta (11.11.1993) o, al più, alla data di conferimento del mandato per l’instaurazione del nuovo giudizio, nel 1995, nonchè l’infondatezza della domanda, in quanto non provata. Chiedeva, inoltre, la condanna degli appellati al pagamento delle ulteriori somme dovute per compensi professionali nella misura di Euro 3.571,00, oltre interessi. Con comparsa di costituzione e risposta del 15/5/2015, i signori S. chiedevano la conferma della sentenza di primo grado. La Corte d’Appello di Lecce, con sentenza n. 876/2016, depositata in data 12/9/2016, accoglieva in parte l’appello del legale, ritenendo che il danno non fosse stato specificamente dedotto e provato dagli attori, ritenendo assorbiti gli ulteriori motivi di gravame; respingeva inoltre l’ulteriore richiesta di compenso professionale, sull’assunto che si trattava di domanda contestata dagli attori appellati e non documentata. Pertanto riformava la sentenza di primo grado, confermandone la sola parte relativa ai compensi dovuti dai signori S. al legale appellante. Inoltre, compensava interamente tra le parti le spese di entrambi i gradi di giudizio, ravvisando gravi ed eccezionali ragioni, posto che la successiva azione legale instaurata in luogo della riassunzione non appariva riconducibile a un’opzione degli attori, che certamente non può desumersi dal semplice conferimento di un nuovo mandato alle liti rilasciato al difensore.
  3. Avverso la sentenza n. 876/2015, S.C., L.G. e A.R. proponevano ricorso innanzi a questa Corte, con atto notificato in data 7/11/2016, deducendo tre motivi di ricorso. Con atto notificato in data 16/12/2016, P.A. compariva con controricorso e proponeva ricorso incidentale, deducendo tre motivi di gravame. I ricorrenti in data 27/12/2016 notificavano controricorso e ricorso incidentale.

Motivi della decisione

  1. IN VIA PRELIMINARE. I ricorrenti assumono che il controricorso e ricorso incidentale dell’intimato sia stato notificato fuori termine e pertanto sia inammissibile. Il ricorso risulta notificato il 19.12.2016, anzichè nel termine del 17.12. 2016 (slittato al 18.12.2016 essendo caduto in giorno festivo) al di fuori della scadenza del termine indicato per il deposito del ricorso, indicato ex art. 370 c.p.c.. Il motivo è infondato posto che l’atto risulta notificato in 16/12/2016 a mani dell’addetta allo studio del legale dei ricorrenti, Cosimo Prete, quale procuratore domiciliatario.
  2. RICORSO PRINCIPALE. Con il primo motivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, i ricorrenti deducono la violazione o falsa applicazione degli artt. 2697 e 1225 c.c. e, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. Con tale motivo si censura la parte della sentenza che ha ritenuto che non fosse stata fornita prova idonea che la somma offerta dalla compagnia assicuratrice rappresentasse la sola sorte capitale, entro il massimale di polizza, per cui dovesse intendersi esclusa la rivalutazione ed interessi per cui avevano agito gli attori. Difatti la Corte d’appello non ha tenuto conto del fatto che la compagnia di assicurazione aveva spontaneamente versato l’importo corrispondente al massimale di polizza, accettato dai ricorrenti a titolo di acconto, fatta salva la riserva di pretendere la rivalutazione e gli interessi da parte degli attori, e di questo ne avrebbe dato atto anche la Corte di cassazione e la pronuncia che ha ritenuto prescritto il diritto per mancata riassunzione del giudizio nelle forme previste.

2.1. Sul punto la Corte rileva che i ricorrenti si limitano a ripetere quanto è stato dai medesimi dedotto negli atti del giudizio, ma non tengono conto del fatto che essi non hanno offerto la prova che la loro pretesa nei confronti dell’assicurazione sarebbe stata con tutta probabilità accolta, pur trattandosi di una somma che fuoriusciva dal limite indicato nel massimale di polizza. Per tale ragione il ricorso appare inammissibile in quanto non coglie la ratio sottostante alla decisione impugnata che, invece, appare del tutto congrua e completa, dimostrando di non aver trascurato il danno in concreto necessario per poter affermare una responsabilità. Il fatto che il diritto a ulteriori somme si sia prescritto per inattività processuale determinatasi a causa dell’inerzia del professionista, non significa che l’azione intentata per farlo valere fosse fondata in tutti i suoi presupposti, essendo l’azione volta a far valere importi per rivalutazione e interessi oltre il massimale previsto nella polizza assicurativa, e interamente versato alla parte danneggiata. Il riconoscimento di tale ulteriore pretesa infatti comporta una responsabilità per mala gestio impropria della compagnia assicurativa il cui fondamento non è stato neanche dedotto; inoltre, stando alle ragioni addotte dal giudice di merito per escludere la lesione di un diritto, non è neanche stato provato che la compagnia assicuratrice avesse voluto escludere la somma per interessi e rivalutazione, per la quale i ricorrenti intendevano agire, e non anche una parte del capitale, non incluso nella pretesa fatta valere giudizialmente. Pertanto il motivo è inammissibile ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4.

  1. Con il secondo motivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, i ricorrenti deducono l’omessa ed insufficiente motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Con tale motivo si evidenzia “l’obiettiva carenza del procedimento logico giuridico posto a base della decisione, essendo stato tralasciato del tutto un elemento centrale della controversia attinente al caso di responsabilità professionale del legale a causa della sua condotta inerte che ha fatto maturare la prescrizione biennale del diritto dei propri assistiti senza che fosse stata svolta alcuna attività professionale interruttiva di detto termine”.

3.1. Tale argomento risulta del tutto tautologico in quanto non fa riferimento ad alcuna parte della motivazione della sentenza. Nel motivo si assume solamente che la motivazione è carente in ordine all’elemento della dedotta responsabilità professionale del legale, per avere egli fatto maturare il termine di prescrizione. Tuttavia occorre ancora una volta sottolineare che l’accertamento della responsabilità presuppone che venga individuata non solo la condotta professionale che si assume essere stata negligente, ma anche il danno che ne è derivato come conseguenza della condotta, in quanto nell’azione civile di risarcimento del danno l’affermazione di responsabilità non può essere disgiunta dall’accertamento della determinazione di un effettivo danno, e sul punto la Corte d’appello ha ragionato essenzialmente in termini di carenza di prova del danno, costituente un presupposto indefettibile dell’azione di responsabilità, il cui onere incombe su chi agisce. Si confronti, sul punto, Cass. Sez. 3 -, Sentenza n. 25112 del 24/10/2017, ove si sancisce che “in tema di responsabilità professionale dell’avvocato per omesso svolgimento di un’attività da cui sarebbe potuto derivare un vantaggio personale o patrimoniale per il cliente, la regola della preponderanza dell’evidenza o del “più probabile che non”, si applica non solo all’accertamento del nesso di causalità fra l’omissione e l’evento di danno, ma anche all’accertamento del nesso tra quest’ultimo, quale elemento costitutivo della fattispecie, e le conseguenze dannose risarcibili, atteso che, trattandosi di evento non verificatosi proprio a causa dell’omissione, lo stesso può essere indagato solo mediante un giudizio prognostico sull’esito che avrebbe potuto avere l’attività professionale omessa”. Pertanto il suddetto motivo è inammissibile ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4.

  1. Con il terzo motivo, à termini dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 i ricorrenti deducono la violazione o falsa applicazione degli artt. 1460, 2956 e 2236 c.c.. I ricorrenti deducono l’illegittimità del compenso professionale riconosciuto al legale sul presupposto che avendo essi ricevuto un danno a causa della condotta negligente del professionista, essi non sono tenuti a corrispondere alcun compenso professionale. L’argomento si pone quale conseguenza logica dell’assunto dei ricorrenti della responsabilità del legale, che vorrebbero vedere affermata a prescindere dalla prova del danno, e dunque dell’assunto che la obbligazione consistente nella prestazione legale svolta nel loro interesse si debba ritenere totalmente inadempiuta, perchè non ha prodotto alcun effetto utile.

4.1. In merito i ricorrenti richiamano un precedente della Corte di cassazione, sezione 3^, numero 4781 del 26/2/2013 che risulta inappropriato a regolare il caso de quo. L’assunto trascura, infatti, che l’errore professionale deve essere definitivo e fonte ultima del danno, cioè deve produrre la conseguenza di rendere del tutto inutile l’attività professionale pregressa in quanto finalizzata a tutelare il diritto fatto valere in giudizio dalla ricorrente e, quindi, pone il professionista in una condizione per cui la sua prestazione, che egli è stato chiamato a svolgere per l’assicurazione di detta tutela, si deve ritenere totalmente inadempiuta, perchè non ha prodotto alcun effetto a favore del cliente e ciò sia dal punto di vista del risultato, se l’obbligazione dedotta nel contratto di prestazione di opera si considerasse di risultato per la non eccessiva difficoltà della vicenda nella quale si è concretato l’errore, sia dal punto di vista della prestazione del mezzo della propria prestazione d’opera, se la si considerasse come obbligazione di mezzi. Tale richiamo giurisprudenziale tuttavia risulta astratto perchè non si confronta con la ratio della decisione, ove è chiarito come non sia stato provato che l’azione volta a ottenere una somma ulteriore per interessi e rivalutazione, oltre il massimale di polizza, e dichiarata prescritta per effetto della mancata riassunzione della controversia nei termini indicati, avesse potuto avere esito favorevole.

4.2. In merito giova sottolineare che la prestazione di un avvocato si configura per lo più come un’obbligazione di mezzi e non di risultato, secondo una classica distinzione, ancora attuale, in materia di prestazione d’opera professionale. Tale principio di diritto, ravvisabile nell’art. 2237 c.c., pone a carico del cliente che recede dal contratto d’opera il compenso per l’opera svolta, indipendentemente dall’utilità che ne sia derivata, e può essere quindi derogato solo per espressa volontà dei contraenti, i quali possono subordinare il diritto del professionista al compenso alla realizzazione di un determinato risultato, con la conseguenza che il fatto oggettivo del mancato verificarsi dell’evento dedotto come oggetto della condizione sospensiva comporta l’esclusione del compenso stesso, salvo che il recesso ante tempus da parte del cliente sia stato causa del venir meno del risultato oggetto di tale condizione (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 14510 del 14/08/2012). Conseguentemente, nell’ipotesi in cui un’ azione giudiziale svolta nell’interesse del cliente non abbia potuto conseguire alcun risultato utile, anche a causa della negligenza o di omissioni del professionista, non è solo per questo ravvisabile un’automatica perdita del diritto al compenso da parte del professionista, ove non sia dimostrata la sussistenza di una condotta negligente causativa di un effettivo danno, corrispondente al mancato riconoscimento di una pretesa con tutta probabilità fondata. La deduzione pertanto risulta inammissibile in quanto, anche in questo caso, essa non si raccorda con la decisione resa e assume principi di diritto non applicati correttamente alla fattispecie de qua.

4.3. Quanto al dedotto mancato rilievo della prescrizione del diritto del legale a ricevere compensi per la sua attività, eccepita ex art. 2956 c.c., comma 1, lett. 2, per essere il giudizio terminato in data 27 maggio 2005, e per essere invece la domanda riconvenzionale spiegata in data 2 febbraio 2011, quando ormai era decorso il termine triennale di prescrizione del diritto sancito dall’art. 2956 c.c., il motivo omette di citare il passo della sentenza da cui dovrebbe risultare che tale eccezione non è stata considerata nei giusti termini dai giudici di merito, nonostante la questione fosse stata oggetto di specifico rilievo nel giudizio di primo grado o nelle argomentazioni riprese nel giudizio di appello per contrastare la pretesa del legale. Nè risultano allegati al ricorso gli atti da cui si dovrebbe evincere che il legale ha dichiarato di rinunciare alle proprie competenze relativamente al giudizio de quo. Pertanto il motivo è inammissibile ai sensi dell’art. 366 c.p.c., nn. 4 e 6, mancando il requisito di autosufficienza.

  1. RICORSO INCIDENTALE IN VIA SUBORDINATA. Con il primo motivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, il controricorrente deduce la violazione o falsa applicazione degli artt. 2934, 2935 e 2946 c.c., nonchè l’omesso esame in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Con il secondo motivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il controricorrente deduce l’omesso esame della documentazione agli atti decisivi per il giudizio. Con il terzo motivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, il controricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c..

5.1. I motivi sono stati proposti dall’intimato in via subordinata, nella denegata ipotesi di accoglimento di uno dei motivi di censura avanzati dai ricorrenti. Pertanto le questioni restano assorbite dal rilievo di inammissibilità del ricorso principale.

  1. Conclusivamente, il ricorso principale va dichiarato inammissibile, con assorbimento di ogni ulteriore questione. La Corte condanna pertanto i ricorrenti alle spese liquidate in Euro 3.200,00, oltre Euro 200,00 per spese, spese forfettarie al 15h e ulteriori oneri di legge.

P.Q.M.

  1. dichiara inammissibile il ricorso principale, con assorbimento di ogni ulteriore questione;
  2. condanna pertanto i ricorrenti alle spese liquidate in Euro 3.200,00, oltre Euro 200,00 per spese, spese forfettarie al 15% e ulteriori oneri di legge.
  3. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti principali, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 10 maggio 2018.

Depositato in Cancelleria il 21 giugno 2018

 

Responsabilità professionale dell’avvocato: nessun compenso in caso di grave inadempimento professionale (Cass. 24519/18)

Cass. civ. Sez. III, Ord., (ud. 09-01-2018) 05-10-2018, n. 24519

 IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

L’inadempimento professionale dell’avvocato, che abbia cagionato la perdita del diritto del suo assistito, rende inutile l’attività difensiva sino ad allora svolta; il suddetto inadempimento, infatti, si qualifica come totale e la prestazione effettuata risulta improduttiva di effetti in favore del cliente; per questa ragione non gli è dovuto alcun compenso.

IL FATTO

La vicenda riguardava un contratto preliminare di compravendita: il legale aveva ottenuto la condanna dei promittenti venditori inadempienti al pagamento di circa 46 mila euro a favore del suo assistito ed il sequestro conservativo dell’immobile. Tuttavia, non aveva provveduto, nel termine perentorio di 60 giorni, né a depositare la sentenza d’appello, né a chiederne l’annotazione a margine della trascrizione del sequestro conservativo. Il sequestro, quindi, era divenuto inefficace per mancata conversione in pignoramento e i convenuti avevano alienato il bene. Il cliente dell’avvocato aveva subito un danno ed agito per l’accertamento della responsabilità del professionista. Questi negava ogni addebito ed agiva in via riconvenzionale, chiedendo la corresponsione del compenso per l’attività svolta, pari a circa 5 mila euro. In primo grado, sia la domanda attorea che la riconvenzionale venivano rigettate e le spese processuali compensate. In appello, invece, il legale veniva condannato alla refusione dei 46 mila euro al suo cliente, oltre al pagamento delle spese processuali di ambo i gradi di giudizio. L’avvocato ricorreva quindi in Cassazione contro la pronuncia, anche per veder accertato il proprio diritto al compenso professionale, negato in secondo grado. Il legale si difendeva sostenendo che il giudice del gravame non aveva debitamente considerato il rifiuto del cliente ad esperire altre azioni a tutela del suo credito, in particolare l’azione revocatoria. In tal modo, l’avvocato ascriveva al cliente quantomeno una corresponsabilità nella causazione del danno.

(Omissis)

Svolgimento del processo

1. G.M. ricorre, sulla base di otto motivi, per la cassazione della sentenza n. 1483/15 del 4 marzo 2015 della Corte di Appello di Roma che – accogliendo l’appello principale proposto da C.C. avverso la sentenza emessa dal Tribunale di Roma n. 14096/09 del 25 giugno 2009 (e respingendo il gravame incidentale della G.) – condannava l’odierna ricorrente al pagamento, in favore della C., della somma di Euro 46.481,00, oltre interessi legali dal 21 dicembre 1992 al saldo, nonchè alle refusione delle spese processuali di ambo i gradi di giudizio, accogliendo, tuttavia, la domanda di manleva proposta dalla G. verso il proprio assicuratore, Assicurazioni Generali S.p.a.

2. Riferisce, in punto di fatto, la ricorrente di aver svolto, in passato, attività forense per conto della C. e di essere stata dalla stessa convenuta in giudizio affinchè fosse accertata la sua responsabilità professionale, e ciò con riferimento ad un giudizio promosso dalla prima il 21 dicembre 1992, finalizzato alla risoluzione per inadempimento di un contratto preliminare e alla condanna dei promittenti venditori al risarcimento del danno, giudizio conclusosi, in primo grado, con il rigetto della domanda attorea.

Esattamente, la C. lamentava che l’Avv. G. – sebbene fosse stato emesso, in fase di appello, provvedimento di sequestro conservativo a carico degli appellati, seguito poi dall’accoglimento del gravame e dunque dalla condanna degli stessi al pagamento di Euro 46.481,00 – non avesse provveduto, nel termine perentorio di sessanta giorni, a norma dell’art. 686 c.p.c. e art. 156 disp. att. c.p.c., nè a depositare la sentenza di appello, nè a richiederne l’annotazione a margine della trascrizione del sequestro conservativo, donde la sopravvenuta inefficacia del sequestro per mancata conversione in pignoramento.

Contestata dall’odierna ricorrente la propria responsabilità, ma comunque richiesta (e ottenuta) l’autorizzazione a chiamare in causa il proprio assicuratore, la G. proponeva anche domanda riconvenzionale per l’accertamento della congruità della nota spese per l’importo di Euro 5.623,95 – per l’attività espletata in favore della C.. Il primo grado di giudizio si concludeva con la reiezione della domanda attorea e di quella riconvenzionale, con integrale compensazione delle spese di lite, esito al quale il Tribunale capitolino perveniva sul rilievo che, quantunque fosse ipotizzabile nella specie la negligenza del professionista, “l’inefficacia del sequestro” e “quindi la perdita della garanzia” non “significava perdita del diritto, che poteva e può comunque essere fatto valere”.

Proposto gravame principale dalla C. (nonchè gravame incidentale dalla G.), la Corte di Appello di Roma – in riforma della sentenza impugnata – provvedeva nei termini sopra riassunti.

3. Avverso la sentenza della Corte capitolina ha proposto ricorso la G., svolgendo otto motivi.

3.1. Con il primo motivo – proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), – si ipotizza “violazione e falsa applicazione di norme di diritto”, ed esattamente dell’art. 356 c.p.c., lamentandosi la “mancata ammissione delle prove dedotte dalla difesa dell’Avv. G.”, relative all’omessa corresponsione alla stessa (da parte della C.) di quanto dovuto a titolo di compensi per l’attività professionale svolta, nonchè al mancato conferimento di un fondo spese ed all’assenza di ogni incarico per la procedura esecutiva.

Sebbene, infatti, l’esercizio – da parte del giudice di appello – del potere discrezionale di ammettere una prova non sia, di regola, sindacabile in sede di legittimità, tale principio conosce eccezione in casi, quale si ipotizza essere il presente, in cui il provvedimento di diniego non sia sorretto da alcuna motivazione.

3.2. Il secondo motivo – proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5) – deduce “violazione e falsa applicazione di norme di diritto”, e specificamente dell’art. 1176 c.c., comma 2, , con riferimento all’art. 1256 c.c.; si censura la sentenza impugnata, in primo luogo, laddove ha ritenuto ininfluente, ai fini della decisione, il diniego della C. ad esperire altre azioni per far valere il proprio credito verso i soggetti che aveva convenuto in giudizio, trattandosi di iniziative dall’esito incerto e comunque finalizzate a sanare la negligenza del legale. In secondo luogo, è censurata la mancata considerazione della circostanza costituita dall’avvenuta alienazione a terzi, quattro giorni dopo l’iscrizione del provvedimento di sequestro nei registri immobiliari, del bene oggetto dello stesso, fatto che la Corte di Appello di Roma avrebbe dovuto apprezzare, nel valutare il comportamento del professionista, come impossibilità sopravvenuta della prestazione ex art. 1256 c.c..

3.3. Il terzo motivo – proposto nuovamente ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5) – deduce “violazione e falsa applicazione di norme di diritto”, ed esattamente dell’art. 1176 c.c., comma 2, con riferimento agli artt. 1206 (verosimilmente, 2906) e 1175 c.c.; si censura la sentenza impugnata laddove non avrebbe dato rilievo al fatto che il mancato accoglimento del consiglio legale, da essa G. rivolto alla propria cliente C., di esperire l’azione revocatoria in relazione all’alienazione suddetta, costituirebbe comportamento di quest’ultima contrario a buona fede, omettendo, ancora una volta, di considerare la data di stipulazione di tale atto di alienazione.

3.4. Il quarto motivo – proposto, del pari, ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5), – ipotizza violazione e falsa applicazione di norme di diritto, e nuovamente dell’art. 1176 c.c., comma 2, questa volta con riferimento all’art. 1227 c.c., nonchè “mancata considerazione del fatto colposo del creditore”.

Il rifiuto della C. di avvalersi dell’azione revocatoria avrebbe dovuto essere apprezzato dal giudice di appello come fatto colposo del creditore, idoneo a ridurre il pregiudizio dallo stesso subito, se non ad eliminarlo del tutto.

3.5. Con il quinto motivo – ancora una volta proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5), – si deduce violazione e falsa applicazione di norme di diritto, nuovamente dell’art. 1176 c.c., comma 2, con riferimento agli artt. 1256 e 1218 c.c., relativamente alla “impossibilità della prestazione in capo all’Avv. G.” ed al profilo di “responsabilità/concorso del creditore nel fatto pregiudizievole”.

In particolare, la sentenza della Corte di Appello avrebbe omesso di considerare prove documentali circa i tempi che avevano caratterizzato la vendita dell’immobile, nonchè circa l’avvenuta iscrizione del sequestro su richiesta della stessa C., ciò che confermerebbe l’assenza di qualsiasi incarico al legale quanto alla conversione del sequestro in pignoramento.

3.6. Il sesto motivo – ulteriormente proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5), – deduce violazione e falsa applicazione di norme di diritto, ed esattamente dell’art. 1176 c.c., comma 2, con riferimento all’art. 2697 c.c., nonchè “travisamento dei fatti” sia con riferimento “alla prova del danno” che “all’assenza di concorso nella sua causazione” da parte della C., facendosi valere, ancora una volta, la circostanza secondo cui, “anche senza il presunto errore” del legale, il tentativo di convertire il sequestro in pignoramento non avrebbe sortito effetto, “dal momento che il bene era stato ceduto a terzi”.

3.7. I motivi settimo e ottavo censurano la sentenza impugnata laddove ha disposto la reiezione dell’appello incidentale.

In particolare, il settimo motivo – proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5), – ipotizza violazione e falsa applicazione di norme di diritto, ed esattamente dell’art. 1176 c.c., comma 2, con riferimento agli artt. 1256 e 1218 c.c., censurando la sentenza impugnata laddove ha escluso il diritto di essa ricorrente ad essere remunerata per un’attività professionale diligentemente svolta, avendo essa ottenuto “la riforma della sentenza di primo grado in favore della sua assistita”, non avendo considerato, oltretutto, il giudice di appello che fu la C. a decidere di non avvalersi dell’azione revocatoria.

Con l’ottavo motivo – proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5), – è dedotta violazione e falsa applicazione di norme di diritto, ancora una volta identificate nell’art. 1176 c.c., comma 2, con riferimento all’art. 2234 c.c., reiterandosi le medesime doglianze già in precedenza proposte relativamente all’assenza di motivazione quanto all’omesso conferimento di incarico per la fase esecutiva del giudizio, quanto alla mancata corresponsione del fondo spese, quanto all’omessa valutazione del concorso della C. nel mancato realizzo del proprio diritto.

4. Ha resistito alla descritta impugnazione, con controricorso, la C., eccependone preliminarmente l’inammissibilità.

In particolare, si ipotizza la violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3), sul rilievo che la descrizione eccessivamente analitica dello svolgimento dei due gradi di giudizio di merito sarebbe “totalmente inidonea a soddisfare la necessità della sintetica esposizione dei fatti di causa”.

Si deduce, inoltre, che i motivi – oltre a violare l’art. 360-bis c.p.c., comma 1, n. 1), avendo la Corte di Appello deciso la presente fattispecie in conformità con i precedenti di questa Corte mirerebbero ad una inammissibile rivalutazione, nel merito, dei fatti di causa.

In ogni caso, tuttavia, si sottolinea l’infondatezza della pretesa di ascrivere al contengo tenuto da essa C. qualsiasi responsabilità (o corresponsabilità) nella causazione del sinistro, per non aver voluto esperire l’azione revocatoria, richiamandosi la controricorrente al principio secondo cui, “nell’ipotesi di cui all’art. 2906 c.c., il creditore – trascritto, anteriormente all’atto di alienazione, il provvedimento di sequestro, ottenuta la convalida dello stesso e la condanna al pagamento del credito tutelato – può procedere all’espropriazione del bene sequestrato anche nei confronti del terzo acquirente, difettando, quindi, l’interesse all’esperimento dell’azione revocatoria, volta ad assicuragli un risultato (impedire la fraudolenta diminuzione della garanzia patrimoniale generica), già assicurato dal sequestro” (è citata Cass. Sez. 3, sent. 20 agosto 2013, n. 19216, Rv. 627847).

Su tali basi, quindi, si chiede che questa Corte voglia disporre la condanna della ricorrente ex art. 96 c.p.c..

5. Ha presentato memoria la ricorrente, insistendo nelle proprie argomentazioni.

Motivi della decisione

6. Il ricorso non è fondato.

6.1. In via preliminare, tuttavia, va disattesa l’eccezione di inammissibilità dello stesso, formulata ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3).

La sanzione processuale contemplata dalla norma suddetta mira a censurare l’assenza di un’esposizione, almeno sommaria, che renda intellegibili i fatti di causa, di talchè una loro illustrazione particolareggiata – purchè non vanifichi, per eccesso di prolissità, quella stessa esigenza conoscitiva (cfr. Cass. Sez. 2, sent. 20 gennaio 2016, n. 21297, Rv. 641554-01) – non può ritenersi in contrasto con la “ratio” sottesa a tale disposizione.

6.2. Ciò premesso, deve ribadirsi come nessuno dei motivi di ricorso risulti suscettibile di accoglimento.

6.2.1. Il primo motivo, in particolare, è inammissibile.

Trova, infatti, applicazione – rispetto ad esso – il principio secondo cui, qualora il ricorrente, in sede di legittimità, “denunci il difetto di motivazione su un’istanza di ammissione di un mezzo istruttorio o sulla valutazione di esso, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire il controllo della decisività dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, il giudice di legittimità deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative” (da ultimo, Cass. Sez. 3, ord. 10 agosto 2017, n. 19985, Rv. 645357-01).

6.2.2. I motivi secondo, terzo, quarto, sesto e ottavo – suscettibili di trattazione congiunta, giacchè attraverso di essi la G. mira, nella sostanza, ad escludere che il proprio inadempimento abbia avuto efficienza causale rispetto al danno lamentato dalla C., ora sul rilievo che il pignoramento in cui essa ricorrente avrebbe dovuto convertire il sequestro non sarebbe stato opponibile ai terzi acquirenti, ora invocando, invece, il rifiuto della propria assistita a prendere in considerazione altre iniziative (e, segnatamente, l’esperimento dell’azione revocatoria) come fatto idoneo ad escludere, o almeno ad attenuare, le conseguenze dell’inadempimento – non sono fondati.

Come emerge dalla stessa narrativa dei fatti contenuta nel ricorso (cfr. pag. 9), nel caso di specie, l’atto di alienazione a terzi del bene sequestrato risulta “trascritto in data 01.08.2002 e quindi successivamente al sequestro conservativo, trascritto il 16.7.2002”, sicchè – come ha correttamente osservato la C. nel proprio controricorso – il solo strumento di tutela da esperibile consisteva nella conversione del sequestro in pignoramento, non appena conseguita da parte del creditore sequestratario (in data 24 settembre 2004) la sentenza di condanna.

E’, infatti, applicabile il principio secondo cui, richiesto “dal creditore il sequestro conservativo di un bene del debitore, solo in seguito da costui alienato ad un terzo, sussistono le condizioni per l’applicazione dell’art. 2906 c.c., che di tale alienazione stabilisce l’inefficacia in pregiudizio del creditore sequestrante, mentre è inconferente l’art. 2905 c.c., che disciplina l’ipotesi della richiesta di sequestro nei confronti del terzo dopo l’alienazione del debitore, per garantire al creditore gli effetti dell’azione pauliana già esperita”, sicchè, “nell’ipotesi di cui all’art. 2906 c.c., il creditore trascritto, anteriormente all’atto di alienazione, il provvedimento di sequestro, ottenuta la convalida dello stesso e la condanna al pagamento del credito tutelato – può procedere all’espropriazione del bene sequestrato anche nei confronti del terzo acquirente, difettando, quindi, l’interesse all’esperimento dell’azione revocatoria, volta ad assicuragli un risultato (impedire la fraudolenta diminuzione della garanzia patrimoniale generica), già assicurato dal sequestro” (cfr. Cass. Sez. 3, sent. 20 agosto 2013, n. 19216, Rv. 627847).

Sarebbe, dunque, bastato – nel caso di specie – provvedere agli adempimenti necessari per la conversione del sequestro in pignoramento per attingere il risultato di rendere non opponibile, in danno del creditore, l’alienazione a terzi del bene sequestrato, ciò che evidenzia l’infondatezza dei rilievi espressi dall’odierna ricorrente circa l’asserita “impossibilità della prestazione” professionale, che sarebbe derivata dalla vendita a terzi del bene, ovvero in ordine alla riferibilità allo stesso creditore (per non aver voluto agire a norma dell’art. 2901 c.c.) della responsabilità, anche solo in parte qua, della causazione del danno lamentato.

6.2.3. Anche il quinto motivo – che tende a censurare l’errato apprezzamento di prove documentali, asseritamente attestanti l’assenza di ogni incarico professionale conferito alla G. per l’esecuzione del sequestro – non può essere accolto.

In disparte i medesimi rilievi di inammissibilità già svolti in relazione al primo motivo, esso risulta inammissibile anche alla stregua del principio secondo cui il “cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (che attribuisce rilievo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e presenti carattere decisivo per il giudizio), nè in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4, – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante” (Cass. Sez. 3, sent. 10 giugno 2016, n. 11892, Rv. 640194-01; in senso conforme, tra le altre, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 12 ottobre 2017, n. 23940; Cass. Sez. 3, sent. 12 aprile 2017, n. 9356, Rv. 644001-01).

6.2.4. Infine, anche il settimo motivo – con cui è riproposto il motivo di appello incidentale fatto valere dall’odierna ricorrente, in relazione al mancato pagamento dei compensi per l’attività professionale da essa svolta fino alla mancata conversione del sequestro in pignoramento – non è fondato.

Deve, infatti, farsi applicazione del principio secondo cui l’inadempimento dell’esercente la professione legale che abbia determinato la “definitiva perdita del diritto, rende del tutto inutile l’attività difensiva precedentemente svolta dal professionista, dovendosi ritenere la sua prestazione totalmente inadempiuta ed improduttiva di effetti in favore del proprio assistito, con la conseguenza che in tal caso non è dovuto alcun compenso al professionista” (Cass. Sez. 3, sent. 26 febbraio 2013, n. 4781, Rv. 625387-01).

7. Le spese del presente giudizio vanno poste a carico della parte ricorrente e sono liquidate, in favore di C.C., come da dispositivo.

7.1. Non sussistono, diversamente da quanto ipotizzato dalla controricorrente, i presupposti per l’applicazione dell’art. 96 c.p.c., comma 3.

Va premesso, invero, che lo scopo di tale norma è quello di sanzionare una condotta “oggettivamente valutabile alla stregua di “abuso del processo”” (tra le più recenti, ex multis, Cass. Sez. 3, sent. 30 marzo 2018, n. 7901, Rv. 648311-01; Cass. Sez. 2, sent. 21 novembre 2017, n. 27623, Rv. 646080-01), e, dunque, nel giudizio di legittimità, di uso indebito dello strumento impugnatorio.

Siffatta evenienza, tuttavia, è stata ravvisata in casi – ai quali non può ricondursi quello presente – o di vera e propria “giuridica insostenibilità” del ricorso (Cass. Sez. 3, sent. 14 ottobre 2016, n. 20732, Rv. 642925-01), “non, essendo sufficiente la mera, infondatezza, anche manifesta, delle tesi prospettate” con lo stesso (così, Cass. Sez. Un., sent. 20 aprile 2018, n. 9912, Rv. 648130-02), ovvero in presenza di altre condotte processuali – al pari indicative dello “sviamento del sistema giurisdizionale dai suoi fini istituzionali”, e suscettibili, come tali, di determinare “un ingiustificato aumento del contenzioso”, così ostacolando “la ragionevole durata dei processi pendenti e il corretto impiego delle risorse necessarie per il buon andamento della giurisdizione” – quali “la proposizione di un ricorso per cassazione basato su motivi manifestamente incoerenti con il contenuto della sentenza impugnata o completamente privo di autosufficienza oppure contenente una mera complessiva richiesta di rivalutazione nel merito della controversia o, ancora, fondato sulla deduzione del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), ove sia applicabile, “ratione temporis”, l’art. 348-ter c.p.c., comma 5, che ne esclude l’invocabilità” (Cass. Sez. 3, ord. 30 aprile 2018, n. 10327, Rv. 648432-01).

8. A carico della ricorrente rimasta soccombente sussiste l’obbligo di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, condannando G.M. a rifondere a C.C. le spese del presente giudizio, che liquida in Euro 4.100,00, più Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfetarie nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, all’esito di adunanza camerale della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 9 gennaio 2018.

Depositato in Cancelleria il 5 ottobre 2018

 

Lite temeraria: l’avvocato deve fare da primo filtro valutativo! (Cass. civ., ord. n. 15209/18)

Cass. civ. Sez. III, Ord., (ud. 05-04-2018) 12-06-2018, n. 15209

È chiaro che questa ordinanza emessa Terza Sezione della Corte di Cassazione pone a carico di noi avvocati un ulteriore onere ben capace di rilevare anche sotto il profilo della responsabilità professionale. Dobbiamo quindi stare molto attenti a patrocinare cause perse o, come stigmatizzano gli Ermellini a proporre ricorsi per cassazione su motivi manifestamente incoerenti. Ovviamente la Cassazione non ci sta dicendo che dobbiamo patrocinare solo cause vinte: l’incoerenza o l’infondatezza nei nostri ricorsi ci può, in qualche modo, ancora starci, sol che non sia MANIFESTA e tale quindi da concretizzarsi in “una condotta oggettivamente valutabile alla stregua di abuso del processo”, come aver agito o resistito “nell’evidenza di non poter vantare alcuna plausibile ragione”. Ciò precisato la Corte ci affida un compito molto importante e, oserei dire, anche molto responsabilizzante (nei confronti dei nostri Clienti e dell’Amministrazione della Giustizia), sottolineando che “il primo filtro valutativo – rispetto alle azioni ed ai rimedi da promuovere – è affidato alla prudenza del ceto forense coniugata con il principio di responsabilità delle parti.”. A ben vedere, il fine assolutamente condivisibile, è semplicemente quello “di evitare la dispersione delle risorse per la giurisdizione e consentire quindi l’accesso alla tutela giudiziaria dei soggetti meritevoli”. (C.C.)

L’ORDINANZA

(Omissis)

Svolgimento del processo

Che:

1. D.C. ricorre, affidandosi a tre motivi illustrati anche con memoria, per la cassazione della sentenza del Tribunale di Parma che, confermando la pronuncia del giudice di pace, aveva respinto la domanda da lui avanzata nei confronti della società Istituti di Vigilanza Riuniti Spa perchè fosse dichiarato l’inadempimento del servizio di trasporto e custodia valori di due assegni del quale la società era stata incaricata e la non debenza delle spese del secondo viaggio effettuato, oltre alla condanna al risarcimento dei danni subiti.

2. L’intimata ha resistito con controricorso e memoria.

Il PG ha presentato conclusioni scritte.

Motivi della decisione

che:

1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce ex art. 360 c.p.c., n. 3 “la violazione e falsa applicazione degli artt. 1681 e 1686 c.c. circa l’errata valutazione in ordine agli elementi istruttori”: assume che il Tribunale di Parma aveva erroneamente vagliato la circostanza che il secondo viaggio per Taranto non era stato da lui autorizzato; e che il giudice d’appello aveva fondato la propria motivazione sulle superficiali argomentazioni del giudice di pace.

Il motivo è inammissibile.

Si osserva, infatti, che la rubrica risulta incoerente in quanto contemporaneamente al vizio di violazione di legge, viene denunciata dal ricorrente l’errata valutazione delle prove: poichè il giudizio di legittimità si fonda sulla critica necessariamente vincolata della sentenza impugnata (cfr. ex multis Cass. 18202/2008; Cass. 19959/2014; Cass. 25332/2014; Cass. 1479/2018), il “doppio binario” percorso rende il motivo privo di specificità e maschera una sostanziale richiesta di rivalutazione del merito della controversia, già esaustivamente affrontata dal Tribunale che condividendo le motivazioni della sentenza impugnata, ha argomentato in modo congruo lo sviluppo degli avvenimenti e le ragioni che hanno spinto la società di trasporti a compiere il secondo viaggio.

2. Con la seconda censura la ricorrente deduce, ex 360 c.p.c., n. 3, la violazione degli artt. 1692 e 1713 c.c.: assume che il Tribunale aveva erroneamente valutato il contratto di trasporto e la pattuizione negoziale accessoria in esso inserita, rientrante nello schema del mandato comprensiva della riscossione e consegna dell’assegno oggetto della prestazione.

Il motivo è inammissibile per mancanza di autosufficienza, risultando violato l’art. 366 c.p.c., nn. 6 e 4.

Il collegio osserva, infatti, che la “pattuizione negoziale accessoria” richiamata dal ricorrente non è stata affatto riportata nel ricorso nè è stata indicata la sede processuale in cui essa può essere rinvenuta (cfr. Cass. 22607/2014); inoltre, la critica è totalmente generica in relazione alle argomentazioni spese dal Tribunale di Parma rispetto all’impossibilità di ritirare l’assegno di Euro 300.000,00 (v. pag. 2 della sentenza), non essendo stato evidenziato in modo coerente con le premesse quale dissenso sia posto a fondamento della censura formulata.

3. Con il terzo motivo, infine, il ricorrente deduce, ex art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., degli artt. 24 e 111 Cost. e dell’art. 6 CEDU “in relazione alla mancata compensazione delle spese”.

Lamenta che il Tribunale di Parma non aveva affatto motivato la propria decisione di condanna non fornendo alcuna plausibile spiegazione correlata anche alla vicenda esaminata e violando, in tal modo, le norme costituzionali e sovranazionali richiamate, poste a presidio del diritto al libero accesso alla giustizia.

Il motivo è manifestamente infondato in quanto la condanna alle spese conseguente alla soccombenza costituisce la regola generale sancita dall’art. 91 c.p.c. e non necessita di alcuna motivazione.

Questa Corte, con orientamento ormai consolidato ha chiarito che “in tema di spese processuali, solo la compensazione dev’essere sorretta da motivazione, e non già l’applicazione della regola della soccombenza cui il giudice si sia uniformato, atteso che il vizio motivazionale ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ove ipotizzato, sarebbe relativo a circostanze discrezionalmente valutabili e, perciò, non costituenti punti decisivi idonei a determinare una decisione diversa da quella assunta” (cfr. Cass. 2730/2012).

4. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

5. Ricorrono, inoltre, i presupposti di cui all’art. 96 c.p.c., u.c..

Questa Corte ha recentemente riesaminato la questione relativa alla funzione sanzionatoria della condanna per lite temeraria prevista dalla norma richiamata, in relazione sia alla necessità di contenere il fenomeno dell’abuso del processo sia alla evoluzione della fattispecie dei “danni punitivi” che ha progressivamente fatto ingresso nel nostro ordinamento.

Al riguardo, è stato affermato che “la condanna ex art. 96 c.p.c., comma 3, applicabile d’ufficio in tutti i casi di soccombenza, configura una sanzione di carattere pubblicistico, autonoma ed indipendente rispetto alle ipotesi di responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c., commi 1 e 2, e con queste cumulabile, volta al contenimento dell’abuso dello strumento processuale; la sua applicazione, pertanto, non richiede, quale elemento costitutivo della fattispecie, il riscontro dell’elemento soggettivo del dolo o della colpa grave, bensì di una condotta oggettivamente valutabile alla stregua di “abuso del processo”, quale l’aver agito o resistito pretestuosamente (Cass. 27623/2017) e cioè nell’evidenza di non poter vantare alcuna plausibile ragione.

Tale pronuncia è stata preceduta da un altro fondamentale arresto volto a valorizzare la sanzione prevista dalla norma, secondo il quale “nel vigente ordinamento, alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, poichè sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile, sicchè non è ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto, di origine statunitense, dei “risarcimenti punitivi” (Cass. SS.UU 16601/2017): nella motivazione della sentenza richiamata, l’art. 96 c.p.c., u.c. è stato inserito nell’elenco delle fattispecie rinvenibili, nel nostro sistema, con funzione di deterrenza.

In relazione a ciò, va ribadito, a mero titolo esemplificativo, che ai fini della condanna ex art. 96 c.p.c., comma 3, può costituire abuso del diritto all’impugnazione la proposizione di un ricorso per cassazione basato su motivi manifestamente incoerenti con il contenuto della sentenza impugnata, o completamente privo di autosufficienza oppure contenente una mera complessiva richiesta di rivalutazione nel merito della controversia, oppure fondato sulla deduzione del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, ove sia applicabile, ratione temporis, l’art. 348 ter c.p.c., u.c. che ne esclude la invocabilità.

In tali ipotesi, il ricorso per cassazione integra un ingiustificato sviamento del sistema giurisdizionale, essendo non già finalizzato alla tutela dei diritti ed alla risposta alle istanze di giustizia, ma destinato soltanto ad aumentare il volume del contenzioso e, conseguentemente, a ostacolare la ragionevole durata dei processi pendenti ed il corretto impiego delle risorse necessarie per il buon andamento della giurisdizione.

Nel caso in esame, le censure contenute nel ricorso – le prime due inammissibili per violazione del principio di autosufficienza e la terza manifestamente infondata – devono ritenersi gravemente erronee e non compatibili con un quadro ordinamentale che, da una parte, deve universalmente garantire l’accesso alla giustizia ed alla tutela dei diritti (cfr. art. 6 CEDU) e, dall’altra, deve tener conto del principio costituzionalizzato della ragionevole durata del processo (art. 111 Cost.) e della necessità di creare strumenti dissuasivi rispetto ad azioni meramente dilatorie e defatigatorie: in tale contesto questa Corte intende valorizzare la sanzionabilità dell’abuso dello strumento giudiziario (Cass. n. 10177 del 2015), proprio al fine di evitare la dispersione delle risorse per la giurisdizione (cfr Cass. SS.UU. 12310/2015 in motivazione) e consentire l’accesso alla tutela giudiziaria dei soggetti meritevoli e dei diritti violati, per il quale, nella giustizia civile, il primo filtro valutativo – rispetto alle azioni ed ai rimedi da promuovere – è affidato alla prudenza del ceto forense coniugata con il principio di responsabilità delle parti.

6. Deve pertanto concludersi per la condanna del ricorrente, d’ufficio, al pagamento in favore della controparte, in aggiunta alle spese di lite, di una somma equitativamente determinata, in termini di proporzionalità, in Euro 3000,00 (cfr. Cass. SU 16601/2017 sopra richiamata).

7. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto, a norma del comma ibis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

La Corte, rigetta ricorso.

Condanna il ricorrente alle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 1800,00 per compensi, oltre accessori e rimborso forfettario spese generali nella misura di legge.

Condanna altresì il ricorrente, ex art. 96 c.p.c., u.c., a corrispondere agli Istituti di Vigilanza Riuniti d’Italia Spa la somma di Euro 3000,00.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 5 aprile 2018.

Depositato in Cancelleria il 12 giugno 2018.

 

Responsabilità professionale dell’avvocato: alla condotta omissiva si applica la regola del “più probabile che non”

Cass. civ., Sez. III, Sentenza 24-10-2017, n. 25112

IL CASO: Tizio conviene in giudizio i due suoi ex avvocati per vedersi risarcito dei danni provocati da costoro provocati a causa della mancata riassunzione del giudizio per licenziamento illegittimo.

LA QUESTIONE: La Suprema Corte di Cassazione con la sentenza 24 ottobre 2017, n. 25112 affronta la delicata questione della responsabilità professionale ai sensi dell’art. 2236 c.c. in capo a due avvocati nonché dell’accertamento del nesso di causalità tra condotta omissiva e danno.

LA SOLUZIONE: Secondo la Suprema Corte l’accertamento del nesso causale dove essere esteso anche alle conseguenze risarcibili sul piano della causalità giuridica considerando risarcibile anche il mancato vantaggio che il ricorrente avrebbe potuto conseguire se gli avvocati si fossero comportati con la dovuta diligenza.

IL PRINCIPIO DI DIRITTO ENUNCIATO DALLA CORTE

In tema di responsabilità per colpa professionale consistita nell’omesso svolgimento di un’attività da cui sarebbe potuto derivare un vantaggio personale patrimoniale per il cliente, la regola della preponderanza dell’evidenza, o “del più probabile che non”, si applica non solo all’accertamento del nesso di causalità fra l’omissione e l’evento di danno, ma anche all’accertamento del nesso tra quest’ultimo, quale elemento costitutivo della fattispecie, e le conseguenze dannose risarcibili, posto che, trattandosi di evento non verificatosi proprio a causa dell’omissione, lo stesso può essere indagato solo mediante un giudizio prognostico sull’esito che avrebbe potuto avere l’attività professionale omessa

(omissis)

Svolgimento del processo

P.S.F. convenne in giudizio gli avvocati C.M. e G., domandando che fosse accertata la loro responsabilità professionale per negligenza in relazione alla mancata riassunzione del giudizio di rinvio a seguito di cassazione, concernente un ricorso per licenziamento illegittimo, con conseguente prescrizione del diritto vantato dal loro assistito.

C.M. chiamò in causa la Assicurazioni Generali s.p.a., chiedendo di essere manlevato in caso di accoglimento delle pretese attoree.

Il Tribunale di Milano, con sentenza n. 7820 del 2013, ritenne la responsabilità professionale dei convenuti, ma rigettò la richiesta di risarcimento per mancanza di prova in ordine ai danni che il P. asseriva di aver subito.

La sentenza venne impugnata dal P. in via principale, in relazione all’affermazione del difetto di prova del danno risarcibile, e dai C. in via incidentale, quanto all’accertamento della loro responsabilità professionale. La Assicurazioni Generali s.p.a. si costituì anche in grado di appello.

La Corte di appello di Milano, con sentenza pubblicata il 27 novembre 2014, in parziale accoglimento dell’appello principale, condannò i C. in solido al risarcimento del danno subito dal P., quantificato in:

– Euro 45.029,28 per importi percepiti dal datore di lavoro Banca Profilo in ottemperanza della sentenza di primo grado e da restituire, oltre interessi legali;

– Euro 6.000,00 per spese legali per il medesimo titolo, oltre interessi legali;

– Euro 9.743.37 per compensi del legale di fiducia di quel grado (Avv. De Bernardi), oltre interessi legali;

– Euro 24.962,0 per perdita di chance (indennità sostitutiva), oltre interessi dal licenziamento (12 gennaio 1994);

– Euro 91.527,63 per perdita di chance (indennità suppletiva), oltre interessi dal licenziamento (12 gennaio 1994);

– Euro 1.224,00 per onorari corrisposti all’avv. C.M. per attività professionale non effettivamente svolta;

il tutto oltre al pagamento delle spese del grado.

Condannò inoltre la Assicurazioni Generali s.p.a. manlevare C.M. da quanto fosse stato costretto a pagare al P. per le ragioni sopra esposte.

Avverso tale decisione ricorrono separatamente C.G., con sette motivi, e C.M., con undici motivi, cui resistono con controricorso il P. e la Generali Italia s.p.a. (nuova denominazione nel frattempo assunta dalla Assicurazioni Generali s.p.a.). Quest’ultima propone altresì ricorso incidentale, affidato a due motivi, relativo alla posizione di C.M., cui resistono con controricorso lo stesso C.M. e il P..

Hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c. C.M., C.G. e la Generali Italia s.p.a.

Motivi della decisione

  1. I ricorsi di C.G. e M. propongono parecchi motivi coincidenti, che possono essere esaminati congiuntamente.

    2.1 Con il primo motivo C.M. deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 99 e 112 c.p.c..

    Sostiene il ricorrente che il giudice di appello sarebbe incorso in extrapetizione, includendo fra le voci di risarcimento anche quanto versato dal P. all’avvocato De Bernardi, giacchè tale somma non sarebbe stata indicata nelle conclusioni dell’atto d’appello del P..

    Con il nono motivo, il medesimo ricorrente deduce la violazione o falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e degli artt. 1218, 1223, 1225 e 2697 c.c., nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo e la falsa applicazione dell’art. 393 c.p.c., in quanto la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere che la proposizione di una nuova domanda nel 2005 non abbia interrotto il nesso causale nella produzione del danno.

    2.2 Tali doglianze riguardano il medesimo capo della sentenza d’appello impugnato da C.G. con il quarto e il quinto motivo di ricorso, nel cui ambito si deduce la violazione o falsa applicazione degli artt. 112, 115 e 116 c.p.c. e degli artt. 1218, 1223 e 2697 c.c., nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo discusso fra le parti.

    2.3 Giova premettere, per comprendere meglio la questione dibattuta, che il P., dopo la scadenza del termine per riassumere il giudizio innanzi al giudice del rinvio, decise di riproporre ex novo la domanda nei confronti dell’ex datore di lavoro Banca Profilo, invocando però l’effetto vincolante della sentenza della Corte di cassazione a lui favorevole, ai sensi dell’art. 393 c.p.c.. Per la presentazione del nuovo ricorso si rivolse all’avvocato De Bernardi. La causa, tuttavia, si concluse con l’accertamento dell’intervenuta prescrizione del diritto del P. e la condanna dello stesso – in accoglimento della domanda riconvenzionale svolta da Banca Profilo – alla restituzione delle somme che quest’ultima gli aveva corrisposto in spontaneo adempimento della sentenza di primo grado del primo giudizio, quello estintosi per omessa riassunzione a seguito di cassazione con rinvio.

    Per l’assistenza legale prestata nel nuovo processo, il P. corrispose all’avvocato De Bernardi la somma di Euro 9.747,37.

    2.4 La censura articolata da C.M. attiene alla delimitazione dell’oggetto della devoluzione al giudice d’appello e quindi ha rilievo preliminare rispetto a quelle formulate dall’altro ricorrente, concernenti la corretta applicazione dei principi in tema di causalità.

    Il motivo è fondato.

    Come si ricava dall’analitica elencazione delle domande risarcitorie formulate nelle conclusioni dell’atto d’appello (riportate, per soddisfare il principio dell’autosufficienza, da C.M. nel par. 7.6 del suo ricorso), il P. non ha indicato, fra le voci al cui risarcimento – in riforma della sentenza di primo grado – chiedeva la condanna dei professionisti, l’importo di Euro 9.747,37 corrispondente agli onorari corrisposti all’avvocato De Bernardi per tentare di porre rimedio alla decadenza maturata per colpa degli avvocati C..

    Il P. non indica, in controricorso, risultanze di segno diverso, limitandosi a sostenere che l’interpretazione complessiva dell’impugnazione avrebbe dovuto portare a ritenere che pure questo capo della sentenza di primo grado era compreso fra quelli di cui aveva richiesto la riforma.

    In realtà, nell’atto d’appello si fa riferimento alle somme versate alla Banca Profilo, ma non anche a quelle corrisposte all’avvocato De Bernardi. Nè può darsi adito alla tesi del controricorrente, secondo cui tale domanda sarebbe stata comunque ricompresa in via subordinata tra le richieste del P., in quanto volta ad una generica condanna secondo equità: trattandosi appunto di domanda subordinata al mancato accoglimento della principale, che in realtà venne accolta, la stessa è stata assorbita.

    2.5 In considerazione di quanto sopra, il primo motivo del ricorso di C.M. e il quarto motivo del ricorso di C.G. devono essere accolti, rilevandosi che sul punto la corte d’appello ha pronunciato oltre quanto gli era stato devoluto.

    Ciò determina l’assorbimento del nono motivo del ricorso proposto da C.M. e del quinto motivo del ricorso proposto da C.G..

    Poichè non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto, è possibile decidere nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2, dichiarando non dovuto il rimborso dell’importo di Euro 9.747,37, corrispondente agli onorari corrisposti dal P. all’avvocato De Bernardi.

    n il secondo motivo, C.M. deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 115 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo ai fini del giudizio, con riferimento al capo della sentenza impugnata in cui gli onorari professionali dei quali il ricorrente è condannato alla restituzione sono quantificati in Euro 1.224,00, anzichè lire 1.224.000.

    Il motivo è fondato.

    Lo stesso P. riconosce, nel controricorso, l’errore contenuto nella sentenza di appello, pur sostenendo che si tratterebbe di un errore materiale di cui non si sarebbe comunque avvantaggiato (pag. 38 del controricorso).

    In realtà, l’individuazione di tale importo nella moneta corrente – piuttosto che in lire – costituisce oggetto di specifico accertamento della corte d’appello: “l’avvocato C.M. ha riconosciuto di aver ricevuto per le proprie prestazioni professionali la somma di Euro 1.224, escludendo di aver percepito altri emolumenti, versamenti che la parte non è riuscita a dimostrare” (pag. 14).

    In sostanza, non vi è contrasto fra motivazione e dispositivo, nè vi sono altri elementi obiettivi che inequivocabilmente consentano di escludere l’ipotesi che tale importo costituisca l’effettivo decisum della corte d’appello (si consideri, peraltro, che il P. aveva chiesto la condanna del C. alla restituzione dell’importo di lire 5.200.000, talchè l’accertamento del dovuto nei limiti di Euro 1.224,00 del tutto compatibile con un accoglimento parziale della domanda).

    Si tratta, dunque, di una statuizione di merito erronea, in quanto adottata in violazione degli artt. 112 e 115 c.p.c. (come essenzialmente riconosciuto anche della controparte), che deve essere cassata.

    Poichè non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto, è possibile decidere nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2, dichiarando dovuto – per le causali innanzi specificate – l’importo di Euro 632.14 (pari a lire 1.224.000), anzichè quello di Euro 1.224,00.

    4. Con il terzo motivo, C.M. deduce la violazione dell’art. 169 c.p.c., comma 2, artt. 115 e 345 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., in quanto la corte d’appello avrebbe ignorato quanto dallo stesso contestato relativamente al tardivo ri-deposito del fascicolo di parte avversa. Sostiene, in particolare, che il P. avrebbe ritirato il proprio fascicolo di parte nel corso del giudizio di primo grado, restituendolo solo unitamente alla memoria di replica, in violazione dell’art. 169 c.p.c., comma 2, che prevede che il fascicolo di parte deve essere restituito al più tardi al momento del deposito della comparsa conclusionale. Di conseguenza, il giudice d’appello non avrebbe potuto considerare ai fini del giudizio i documenti tardivamente (ri)depositati, trattandosi di materiale probatorio “nuovo” rispetto quello su quale si era basata la decisione di primo grado (che aveva rigettato la domanda del P. per difetto di prova).

    La circostanza è contestata, in punto di fatto, dal P..

    Il motivo è inammissibile per difetto del requisito dell’autosufficienza.

    Infatti, il C. non fornisce alcun elemento che consenta a questa Corte di verificare nè l’avvenuto ritiro del fascicolo di parte del P., nè – tantomeno – la sua tardiva restituzione. Indicazioni in tal senso non si traggono neppure dalla lettura della sentenza del tribunale che, pur rigettando la domanda del P. per un generico difetto di prova, non fa alcun riferimento alla tardiva restituzione del fascicolo di parte o alla circostanza di non averne potuto esaminare il contenuto per via della preclusione posta dall’art. 169 c.p.c., comma 2.

    La Corte, dunque, non è stata posta nelle condizioni di delibare la fondatezza della censura, che deve essere, di conseguenza, dichiarata inammissibile.

    5.1 Con il quarto motivo, C.M. deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè dell’art. 2697 c.c., nonchè l’omessa motivazione e l’omesso esame di un fatto decisivo ai fini del giudizio.

    Il ricorrente censura la sentenza d’appello nella parte in cui ritiene raggiunta la prova in ordine alle mansioni effettivamente svolte dal P., rilevanti ai fini della sussistenza e della quantificazione del danno. Secondo il C., la sentenza della Cassazione non aveva statuito nulla di definitivo sul punto e aveva demandato al giudice del rinvio i necessari ulteriori accertamenti, che a causa dell’omessa riassunzione – non sarebbero mai stati svolti. Anzi, il P. non avrebbe affatto adempiuto al proprio onere di produrre documenti in grado di giustificare la propria pretesa tra cui, soprattutto, il CCNL. La corte d’appello avrebbe omesso di pronunciarsi sul punto, esponendosi alle doglianze esposte nel motivo in esame.

    5.2 Con il sesto motivo, C.M. deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè degli artt. 1176, 1281 e 2697 c.c., nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo.

    Il ricorrente sostiene che il giudice d’appello – in sostanza non avrebbe adottato una “decisione adeguatamente motivata e immune da vizi logici” in merito alla valutazione prognostica circa il probabile esito dell’azione giudiziale malamente proseguita.

    Inoltre, il perimetro del materiale probatorio esaminabile dalla Corte d’appello sarebbe stato delimitato dal Tribunale, che aveva esclusa la sussistenza del danno sulla base della produzione documentale; la statuizione relativa alla piattaforma probatoria non era stata fatta oggetto di appello da parte del P., con conseguente formazione del giudicato interno sui documenti utilizzabili dal giudice. L’impossibilità, per la Corte d’appello, di esaminare tali documenti avrebbe dovuto condurre all’esito negativo del giudizio prognostico relativo alle chances che aveva il P. di ottenere una pronuncia vittoriosa nel giudizio di rinvio.

    5.3 Con il settimo motivo C.M. deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. egli artt. 1218 e 2697 c.c., nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo.

    Il ricorrente sostiene che non potrebbe pervenirsi all’affermazione della sua responsabilità professionale, poichè in concreto non è stato provato il danno causato da tale condotta.

    5.4 Con simili accenti la sentenza è impugnata anche da C.G. che, con il terzo motivo, deduce la violazione delle stesse norme di legge e l’omesso esame di fatti decisivi e discussi fra le parti.

    Il ricorrente sostiene che il giudice di merito avrebbe omesso di effettuare la necessaria valutazione prognostica circa il probabile esito favorevole dell’azione giudiziaria estintasi per omessa riassunzione del giudizio dopo la pronuncia della Corte di cassazione. La corte d’appello, infatti, avrebbe desunto l’esisto fausto della lite “alla luce dei principi di diritto affermati dalla Corte di cassazione”, senza considerare che non vi era alcuna certezza che il giudizio, se fosse stato tempestivamente riassunto, si sarebbe davvero risolto positivamente per il P.. Quest’ultimo, per un verso, aveva omesso di produrre nel giudizio di merito le prove documentali necessarie per dimostrare la bontà delle sue domande (che infatti vennero rigettata dal tribunale per difetto di prova) e, per altro verso, avrebbe avuto l’onere di riprodurre nel presente giudizio le prove documentali prospettate nella causa di lavoro, al fine di consentire al giudice della domanda risarcitoria di verificare la fondatezza delle domande prospettate nell’altra sede.

    5.5 Inoltre, con il sesto motivo, C.G. censura la sentenza impugnata osservando che l’omessa produzione, da parte del P., del CCNL avrebbe reso impossibile la liquidazione, da parte del giudice di merito, dell’indennità sostitutiva del preavviso e dell’indennità suppletiva.

    5.6 Il quarto, il sesto e il settimo motivo del ricorso di C.M. e il terzo e il sesto motivo del ricorso di C.G. prospettano, dunque, censure in larga misura coincidenti e possono essere trattati congiuntamente.

    Tali motivi sono tutti infondati.

    5.7 Giova, a questo punto, riportare i passaggi salienti della sentenza impugnata: “in merito la Corte di cassazione aveva espresso dei principi di diritto, cui 11 giudice di rinvio sarebbe stato vincolato. (…) Chiariva inoltre il Supremo Collegio che le funzioni di responsabile dei controlli interni presso una società di intermediazione mobiliare non erano compatibili con lo svolgimento presso la stessa Sim di funzioni oggetto di tali controlli (…). Appare sufficiente quindi che, sulla base dei criteri necessariamente probabilistici, si possa affermare che, senza quell’omissione professionale, il risultato sarebbe stato conseguito. (…) Quindi, non è necessario il raggiungimento di una certezza che gli effetti di una diversa attività del professionista sarebbero stati vantaggiosi, essendo sufficiente che tale risultato appaia probabile. Nel caso per cui è processo, alla luce dei principi di diritto affermati dalla Corte di cassazione, sopra riportati, (…) si deve ritenere che apparisse ragionevolmente probabile che, se il procedimento fosse stato tempestivamente riassunto davanti alla Corte d’appello di Brescia, l’appellante si sarebbe potuto giovare della pronuncia del Supremo Collegio e delle statuizioni enunciate nella sentenza, cui si sarebbe dovuta conformare la valutazione del giudice di rinvio” (sent. appello, pagg. 9-11).

    Dunque, la corte d’appello ha ritenuto che la prova del danno derivato al P. dall’omessa riassunzione del giudizio di rinvio fosse ricavabile, secondo il criterio del “più probabile che non”, dal tenore della sentenza rescindente, che, pur demandando al giudice del rinvio il compito di “procedere ad un nuovo esame della questione relativa alla riconducibilità del licenziamento del P. ad un legittimo esercizio del potere di recesso per mancato superamento della prova” (sent. appello, pag. 11), avrebbe fissato dei “paletti” – costituiti dai principi di diritto ivi espressi – che rendevano del tutto improbabile la soccombenza del lavoratore.

    5.8 Così ricostruita la ratio decidendi contro cui si incentrano le critiche in esame, queste ultime risultano infondate.

    Anzitutto va rilevato che il vizio di motivazione, esplicitamente richiamato da C.M. nel sesto motivo di ricorso, ma nascosto fra le righe anche delle altre censure, non è più previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, fra i motivi di ricorso per cassazione, per le sentenze pubblicate dopo l’11 settembre 2012.

    In secondo luogo, occorre considerare che come già osservato trattando del terzo motivo di ricorso di C.M. (par. 4) – i ricorrenti non hanno addotto alcun elemento a dimostrazione della tesi secondo cui il P. avrebbe tardivamente ri-depositato il proprio fascicolo di parte, così espungendo documenti ivi contenuti dal panorama probatorio valutabile dai giudici di merito. In tal senso non si trae alcun argomento neppure dalla sentenza di primo grado, che rigetta la domanda del P. per generico difetto di prova, senza alcun esplicito riferito alla pretesa inutilizzabilità di quei documenti. Deve quindi anche escludersi che sul punto il P. dovesse articolare uno specifico motivo di impugnazione e, tantomeno, che si sia formato un giudicato interno.

    Inoltre, deve essere sottolineato che la sentenza del tribunale ha espressamente affermato la responsabilità professionale degli avvocati C., rigettando la domanda del P. solamente per difetto di prova in ordine al danno effettivamente subito. Consegue che, poichè l’affermazione di responsabilità professionale dei ricorrenti costituisce oggetto di doppio accertamento di merito conforme, la stessa non può costituire oggetto di ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, secondo quanto previsto dall’art. 348-ter c.p.c., comma 5.

    5.9 A questo punto, la sola questione di diritto che può essere esaminata da questa Corte è circoscritta all’esatta applicazione delle norme in tema di causalità.

    In proposito si deve osservare che la Corte d’appello ha impiegato un criterio probabilistico ai fini non solo dell’individuazione del nesso di causalità, ma anche – e soprattutto – del danno.

    Infatti, ricorrendo nella specie un caso di responsabilità professionale per condotta omissiva, l’esito del giudizio che gli avvocati C. hanno omesso di incardinare è meramente ipotetico e deve costituire oggetto di un accertamento prognostico nel quale il tema dell’evento di danno e quello del nesso di causalità risultano inevitabilmente connessi sul piano della causalità materiale (i.e. della relazione etiologica condotta/evento).

    5.10 Questa Corte ha ripetutamente affermato che, nell’accertamento del nesso causale in materia di responsabilità civile, vige la regola della preponderanza dell’evidenza o del “più probabile che non”, a differenza che nel processo penale, ove vige la regola della prova “oltre il ragionevole dubbio” (Sez. U, Sentenza n. 576 del 11/01/2008, Rv. 600899; più di recente, fra le molte: Sez. 3, Sentenza n. 22225 del 20/10/2014, Rv. 632945; Sez. Sentenza n. 23933 del 22/10/2013, Rv. 629110; Sez. 3, Sentenza n. 21255 del 17/09/2013, Rv. 628702).

    Tale criterio va tenuto fermo anche nei casi di responsabilità professionale per condotta omissiva (qual quello in esame): il giudice, accertata l’omissione di un’attività invece dovuta in base alle regole della professione praticata, nonchè l’esistenza di un danno che probabilmente ne è la conseguenza, può ritenere, in assenza di fattori alternativi, che tale omissione abbia avuto efficacia causale diretta nella determinazione del danno.

    Occorre, tuttavia, distinguere fra l’omissione di condotte che, se tenute, sarebbero valse ad evitare l’evento dannoso, dall’omissione di condotte che, viceversa, avrebbero prodotto un vantaggio. In entrambi casi possono ricorrere gli estremi per la responsabilità civile, ma nella prima ipotesi l’evento dannoso si effettivamente verificato, quale conseguenza dell’omissione; nell’altra, il danno (che, se patrimoniale, sarebbe da lucro cessante) deve costituire oggetto di un accertamento prognostico, dato che il vantaggio patrimoniale che il danneggiato avrebbe tratto dalla condotta altrui, che invece è stata omessa, non si realmente verificato e non può essere empiricamente accertato.

    Nel caso di responsabilità professionale degli avvocati dei commercialisti) per omessa impugnazione (anche degli atti d’imposizione di tributi), ricorre la seconda delle ipotesi innanzi considerate, poichè l’esito del giudizio che si sarebbe dovuto intraprendere e rispetto al quale, invece, il professionista ha lasciato decorrere i termini, non può essere accertato in via diretta, ma solo in via presuntiva e prognostica.

    Pertanto, in tema di responsabilità del prestatore di opera intellettuale nei confronti del proprio cliente per negligente svolgimento dell’attività professionale, quando si tratta di attività del difensore, l’affermazione della responsabilità per colpa implica una valutazione prognostica positiva circa il probabile esito favorevole dell’azione giudiziale che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente seguita (Sez. 3, Sentenza n. 10966 del 09/06/2004, Rv. 573480; (Sez. 3, Sentenza n. 9917 del 26/04/2010, Rv. 612727; Sez. 3, Sentenza n. 2638 del 05/02/2013, Rv. 625017).

    In sostanza, nei casi come quello in esame, l’accertamento del nesso causale si estende con medesimi criteri probabilistici – anche alle conseguenze dannose risarcibili sul piano della causalità giuridica (i.e. della relazione etiologica evento/conseguenze), ossia al mancato vantaggio che, ove l’attività professionale fosse stata svolta con la dovuta diligenza, il cliente avrebbe conseguito. Di tale danno, in queste circostanze, non può richiedersi una prova rigorosa e certa, incompatibile con la natura di un accertamento necessariamente ipotetico, in quanto riferito a un evento non verificatosi, per l’appunto, a causa dell’omissione.

    5.11 In ragione di quanto sopra esposto, va affermato il seguente principio di diritto:

    “In tema di responsabilità per colpa professionale consistita nell’omesso svolgimento di un’attività da cui sarebbe potuto derivare un vantaggio personale patrimoniale per il cliente, la regola della preponderanza dell’evidenza, o “del più probabile che non”, si applica non solo all’accertamento del nesso di causalità fra l’omissione e l’evento di danno, ma anche all’accertamento del nesso tra quest’ultimo, quale elemento costitutivo della fattispecie, e le conseguenze dannose risarcibili, posto che, trattandosi di evento non verificatosi proprio a causa dell’omissione, lo stesso può essere indagato solo mediante un giudizio prognostico sull’esito che avrebbe potuto avere l’attività professionale omessa”.

    5.12 In applicazione di tale principio di diritto, ricorsi in esame sono infondati nella parte in cui postulano che l’affermazione della responsabilità professionale degli avvocati per una condotta omissiva sarebbe dovuta essere preceduta dal raggiungimento della prova certa circa dell’esito favorevole del giudizio di rinvio, anzichè dalla sola valutazione di un’elevata probabilità di vittoria. Dunque è erronea l’affermazione, presente in entrambi i ricorsi, secondo cui sarebbe dovuto essere onere del P. dimostrare la piena fondatezza delle sue domande.

    Correttamente, la Corte d’appello ha formulato un giudizio prognostico che – diversamente da quanto sostenuto dai ricorrenti – tiene conto degli ulteriori accertamenti di fatto che avrebbe dovuto svolgere il giudice di rinvio, ma perviene comunque alla conclusione del probabile esito favorevole dell’azione che non è stata diligentemente coltivata, sulla base degli stringenti vincoli posti giudice del rinvio dalla sentenza della Corte di cassazione.

    A questo punto, la questione dibattuta si sposta sul contenuto dei principi di diritto formulati nel giudizio di cassazione.

    Sotto tale profilo, però, entrambi i ricorsi risultano carenti del requisito dell’autosufficienza. Poichè la corte d’appello ha fondato la propria valutazione probabilistica circa l’esito favorevole della lite negligentemente abbandonata dagli avvocati C., argomentando in base ai vincoli che i principi di diritto affermati dalla Cassazione nella sentenza rescindente avrebbero posto all’accertamento demandato al giudice del rinvio, sarebbe stato onere dei ricorrenti produrre copia di tale sentenza. Infatti, conoscere il contenuto di quella sentenza sarebbe stato decisivo al fine di verificare se davvero i principi di diritto erano così stringenti da rendere improbabile un esito del giudizio di rinvio non favorevole al P..

    appena il caso di osservare che la sentenza di cassazione con rinvio è stata pronunciata da questa Corte in un giudizio diverso da quello per responsabilità professionale degli avvocati C. e quindi ne costituisce un mero antecedente logico fattuale, il cui effettivo contenuto questa Corte non può verificare d’ufficio, in mancanza della sua produzione a cura della parte onerata.

    5.13 I motivi in esame, pertanto, devono essere rigettati.

    6. Con il quinto motivo, C.M. denuncia la violazione e falsa applicazione delle norme del codice civile in tema di mandato, nonchè degli artt. 115 e 116 c.p.c. e l’omesso esame di un fatto decisivo. Il ricorrente sostiene che l’incarico professionale ricevuto dal P. era circoscritto al solo giudizio di cassazione, che egli svolse diligentemente tale attività difensiva e che null’altro gli si poteva richiedere. La Corte d’appello avrebbe omesso di esaminare tale questione.

    Il motivo deve essere rigettato.

    Anzitutto va ribadito anche in questo caso che l’affermazione della responsabilità professionale degli avvocati C. costituisce oggetto di doppio accertamento di merito conforme, sicchè sul punto non è possibile proporre ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, stante il divieto posto dall’art. 348-ter c.p.c., comma 5.

    In secondo luogo, quanto alla pretesa violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., si deve rilevare il difetto del requisito dell’autosufficienza, poichè il C. non ha indicato in quali scritti difensivi sarebbe stata dedotta innanzi alla Corte d’appello la questione dell’ampiezza del mandato.

    Peraltro, va puntualizzato che l’affermazione di colpa professionale non è basata sulla circostanza che il C. avrebbe dovuto provvedere personalmente alla riassunzione del giudizio di rinvio (per il quale non risulta neppure che gli sia stata conferita la procura bensì sull’omessa segnalazione al cliente dell’avvenuta pubblicazione della sentenza; circostanza, quest’ultima, che ha determinato lo spirare del termine per la riassunzione, l’estinzione del giudizio e la conseguente prescrizione del diritto azionato.

    Che tale obbligo d’informazione fosse compreso nel mandato ricevuto dal C. per il giudizio di cassazione, non vi è alcun dubbio.

    Trattandosi di responsabilità contrattuale, sarebbe dovuto essere i1 C. a dimostrare di aver diligentemente adempiuto all’obbligo di informazione. I giudici di merito – come già detto, con “doppia conforme” – hanno accertato che tale dovere di informazione non è stato diligentemente adempiuto e tale valutazione di merito non è censurabile in questa sede.

    7.1 Con l’ottavo motivo C.M. denuncia la violazione o falsa applicazione degli artt. 1218, 2946 e 2948 c.c., nonchè dell’art. 393 c.p.c. e l’omessa valutazione di un fatto decisivo.

    La censura riguarda il termine di prescrizione applicato dalla Corte di. Appello alle voci di risarcimento riconosciute, e dunque per (1) la mancata iscrizione ai fondi di previdenza integrativa, (2) l’indennità sostitutiva del preavviso e (3) l’indennità suppletiva.

    Secondo il ricorrente, tali voci non sarebbero soggette al termine di prescrizione quinquennale e si dovrebbe applicare ad esse quello ordinario decennale.

    Di conseguenza, poichè – a seguito dell’estinzione del giudizio – l’ultimo atto interruttivo della prescrizione risale al 15 dicembre 1994, data di avvio del procedimento davanti al Pretore del lavoro di Milano, applicandosi il termine di prescrizione decennale il diritto al risarcimento si sarebbe potuto azionare fino al 15 dicembre 2004, ossia svariato tempo dopo il deposito della sentenza di cassazione.

    Siccome il P. aveva avviato contatti con altri avvocati in data 25 marzo 2003, quindi circa 21 mesi prima dell’avveramento della prescrizione del diritto, quest’ultima sarebbe imputabile alla tardività della nuova citazione, avvenuta solo nel 2005, e non a colpa di C.M..

    7.2 Di analogo tenore è il secondo motivo del ricorso di C.G., secondo cui le varie pretese economiche che si sarebbero potute riconoscere al P. hanno natura risarcitoria (contrattuale) e non retributiva e il regime di prescrizione applicabile sarebbe conseguentemente quello ordinario decennale. Pertanto, alla data di scadenza del termine per la riassunzione del giudizio di rinvio, la prescrizione dei diritti del P. non era ancora maturata e costui avrebbe potuto far valere le proprie istanze instaurando un autonomo giudizio.

    7.3 Entrambi i motivi devono essere rigettati.

    Questa Corte ha infatti chiarito che, in caso di cessazione del rapporto di lavoro, le indennità spettanti al lavoratore sono assoggettate alla prescrizione quinquennale ex art. 2948 c.c., n. 5, e non all’ordinario termine decennale, a prescindere dalla natura dell’indennità medesima, in ragione dell’esigenza di evitare le difficoltà probatorie derivanti dall’eccessiva sopravvivenza dei diritti sorti nel momento della chiusura del rapporto (Sez. L, Sentenza n. 15798 del 12/06/2008, Rv. 603630, in tema di indennità sostitutiva del preavviso di licenziamento).

    Conseguentemente, risalendo l’ultimo atto interruttivo al 15 dicembre 1994, alla data di pubblicazione della sentenza di cassazione con rinvio era già ampiamente decorso il termine prescrizionale quinquennale e l’unico modo che il lavoratore avrebbe avuto per fare salve le proprie pretese sarebbe dovuto essere quello di proseguire il giudizio, così da giovarsi degli effetti sospensivi previsti dall’art. 2945 c.c., comma 2.

    8.1 Con il decimo motivo, C.M. deduce la violazione delle norme in tema di liquidazione delle indennità sostitutiva e suppletiva, anche con riferimento al CCNL “dirigenti SIM”, nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo e la violazione o falsa applicazione dell’art. 393 c.p.c..

    Nell’ambito di tale censura si contesta la liquidazione dei danni operata dalla Corte d’appello, sostenendosi che non vi sarebbero prove sulle quali basare la determinazione del quantum debeatur.

    In sostanza, si deduce il difetto di motivazione in ordine alla decisione di liquidare l’indennità nella misura massima prevista dal contratto, anzichè nei minimi (come di prassi per i lavoratori con l’anzianità del P.). Inoltre, il giudice dell’appello si sarebbe discostato dai criteri individuati dalla Corte di cassazione nella sentenza del 2001, comunque vincolanti ai sensi dell’art. 393 c.p.c. Infine, la liquidazione sarebbe errata anche perchè comprensiva di imposte e di contributi previdenziali che, invece, si sarebbero dovuti escludere.

    8.2 In termini del tutto analoghi si pone il sesto motivo del ricorso di C.G., che contesta il quantum liquidato dalla Corte d’appello, non essendo stati prodotti nè il contratto SIM, nè alcuna busta paga. Il giudice di merito non avrebbe dato conto dei parametri (oggettivi) adottati al fine della determinazione della somma dovuta.

    8.3 Entrambi i motivi sono infondati.

    Essi si risolvono, al di là del nomen iuris adottato, nella contestazione del difetto di motivazione della sentenza impugnata, nella parte relativa alla liquidazione delle voci di danno risarcibili.

    Com’è noto, la nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, che non contempla più il vizio di motivazione, bensì lo “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”. La nuova disposizione si applica alle sentenze pubblicate a partire dal 11 settembre 2012 quindi trova applicazione anche nel caso in esame.

    La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione. (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv 629830).

    Nella specie non ricorre alcuna delle ipotesi-limite sopra considerate e la motivazione della sentenza impugnata si pone al di sopra del “minimo costituzionale”.

    Consegue l’inammissibilità dei motivi in esame, che denunciano un vizio non più previsto dalla legge.

    Giova aggiungere, peraltro, che nessuno dei due ricorrenti indica dove siano state sollevate tali contestazioni, nè in primo grado, nè in appello, e le stesse non possono essere proposte per la prima volta in sede di legittimità.

    9.1 Con l’ultimo motivo (undicesimo), C.M. deduce la violazione dell’art. 1227 c.c. e l’omesso esame di un fatto decisivo: la Corte d’appello avrebbe omesso di esaminare la questione del comportamento colposo imputabile al P., da cui dovrebbe derivare una riduzione del risarcimento.

    9.2 A tali censure è pressochè perfettamente sovrapponibile il settimo motivo del ricorso di C.G., che ricalca quasi letteralmente quello del figlio.

    9.3 Entrambi il motivi sono inammissibili per difetto del requisito di specificità.

    I ricorrenti, infatti, non indicano dove sarebbe stata formulata per la prima volta una simile eccezione, nè vi sono elementi da cui evincersi che il fatto sia stato effettivamente oggetto di discussione.

    I motivi sono inammissibili anche dalla diversa angolazione dell’omessa pronuncia, che i ricorrenti sembrerebbero voler far valere. Infatti, se così fosse, C. avrebbero dovuto formulare un motivo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, nonchè indicare gli atti dai quali potersi evincere la corretta proposizione di tale domanda.

    10. Restano ora da esaminare i motivi esposti nel ricorso di C.G. non sovrapponibili a quelli esposti da C.M. e quindi non esaminati congiuntamente.

    11. Con il primo motivo C.G. deduce la violazione falsa applicazione degli artt. 1703 e 2697 c.c. e dell’art. 83 c.p.c., nonchè l’omesso esame di fatti decisivi e che sono stati oggetto di discussione fra le parti.

    In particolare, il ricorrente sostiene che la sentenza impugnata non avrebbe esaminato “molteplici profili di diritto e di fatto, così come emersi in termini incontrovertibili agli atti di causa”. Segue l’elencazione di una serie di deposizioni e di atti processuali dai quali la corte territoriale avrebbe dovuto trarre il convincimento che l’avvocato C.G. era estraneo al rapporto di prestazione opera professionale in favore del P. o, comunque, aveva adempiuto a tutti gli obblighi su di lui gravanti.

    La censura è inammissibile in quanto volta a chiedere un riesame delle risultanze istruttorie. Si tratta, in sostanza, di un vizio di motivazione, solo formalmente prospettato nella veste omesso esame di fatti decisivi e controversi.

    Ma, anche ipotizzando che il motivo si svolga interamente entro l’alveo della nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, esso pronunciati con “doppia conforme” e quindi opera sbarramento posto dall’art. 348-ter c.p.c., comma 4.

    12. Con l’ottavo motivo, C.G. deduce l’omessa pronuncia sulla domanda di graduazione delle colpe, tra il ricorrente e l’avvocato C.M., nonchè sulla domanda di regresso formulata nei confronti di quest’ultimo.

    La censura è inammissibile, in quanto non viene riportato il passo della comparsa di costituzione e risposta contenente la proposizione delle domande di graduazione delle colpe e di regresso sulle quali la corte territoriale avrebbe omesso di pronunciarsi.

    La Corte di cassazione non è quindi posta nelle condizioni di verificare se le domande rispetto alle quali si deduce l’omessa pronuncia siano state mai effettivamente formulate.

    13. Venendo infine all’esame del ricorso incidentale proposto da Generali Italia S.p.A., con il primo motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, – l’omessa pronuncia sull’eccezione proposta dall’assicuratrice circa l’operatività della polizza al solo danno cagionato dall’assicurato C.M., con esclusione di quello derivante dal mero vincolo di solidarietà con C.G..

    Il motivo è inammissibile.

    Infatti, non è vero che la Corte d’appello abbia omesso di pronunciarsi sul punto. La questione espressamente affrontata a pag. 16 della sentenza impugnata, ove si conclude che “l’assicurazione sarebbe quindi in ogni caso operante, anche se il danno fosse stato risentito per effetto dell’attività prestata dal padre C.G. piuttosto che dall’avvocato Rasi, domiciliatario avanti alla Suprema Corte”.

    14. Con il secondo motivo, Generali Italia s.p.a. denuncia l’omessa pronuncia sulla domanda di graduazione della responsabilità e sull’eventuale esercizio del diritto di rivalsa nei confronti dei soggetti che sono stati riconosciuti responsabili solidali con l’avvocato C.M., per la quota di responsabilità eccedente quella dell’assicurato.

    Anche questa censura è inammissibile.

    Infatti, la mancata censura dell’affermazione della Corte d’appello (riportata nel paragrafo precedente) che include nell’area di operatività della polizza assicurativa anche i fatti illeciti imputabili a soggetti che agiscono in nome e per conto dell’assicurato, comporta l’inammissibilità del motivo in esame per carenza d’interesse, dal momento che quand’anche fosse stata graduata o ripartita la responsabilità professionale – in ogni caso la compagnia assicurativa avrebbe dovuto rispondere dei danni cagionati non solo dall’avvocato C.M., ma anche dai suoi corresponsabili.

    15. Considerata la parziale fondatezza dei ricorsi proposti da C.M. e G., va disposta la compensazione delle spese processuali fra gli stessi e il P..

    Stante la totale soccombenza della Generali Italia s.p.a., il cui ricorso interessa solamente la posizione di C.M., la stessa va condannata al pagamento delle spese processuali in favore di quest’ultimo.

    Inoltre, sussistono i presupposti perchè alla Generali Italia s.p.a. si applichi il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, sicchè va disposto il versamento, da parte della ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione dalla stessa proposta, senza spazio per valutazioni discrezionali (Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 14/03/2014, Rv. 630550).

P.Q.M.

accoglie il primo motivo del ricorso di C.M., dichiarando assorbito il nono motivo, e il quarto motivo del ricorso di C.G., dichiarando assorbito il quinto motivo; cassa sul punto la sentenza impugnata e decidendo nel merito, dichiara non dovuto il rimborso dell’importo di Euro 9.747,37 corrispondente agli onorari corrisposti da P.S.F. all’avvocato De Bernardi.

Accoglie il secondo motivo del ricorso di C.M., cassa sul punto la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, dichiara dovuto – per le causali ivi specificate – l’importo di Euro 632.14, anzichè quello di Euro 1.224,00.

Rigetta nel resto i ricorsi di C.M. e C.G..

Dichiara compensate le spese processuali fra P.S.F., C.M. e C.G..

Dichiara inammissibile il ricorso incidentale proposto da Generali Italia s.p.a., che condanna al pagamento, in favore di C.M., delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 10.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente incidentale Generali Italia s.p.a., dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso incidentale, a norma del comma 1-bis, dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, il 13 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 24 ottobre 2017.

Tra cliente ed avvocato in tema di responsabilità professionale si applicano le regole sul foro del consumatore

Cassazione civile, sez. VI-3, ordinanza 13 settembre 2017, n. 21187

IL PASSO SALIENTE DELL’ORDINANZA

La questione di competenza va risolta alla stregua del principio di diritto secondo cui nei rapporti tra avvocato e cliente quest’ultimo riveste la qualità di “consumatore”, ai sensi del D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, art. 3, comma 1, lett. a), a nulla rilevando che il rapporto sia caratterizzato dall'”intuitu personae” e sia non di contrapposizione, ma di collaborazione (quanto ai rapporti esterni con i terzi), non rientrando tali circostanze nel paradigma normativo: ne consegue che alla controversia tra cliente ed avvocato in tema di responsabilità professionale si applicano le regole sul foro del consumatore di cui al D.Lgs. n. 206 del 2005, art. 33, comma 2, lett. u), (cfr. Corte cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 1464 del 24/01/2014);”

(Omissis)

Svolgimento del processo

Con ordinanza in data 16.6.2016, il Tribunale di Roma ha dichiarato la propria incompetenza per territorio in favore del Tribunale Napoli Nord accogliendo la eccezione pregiudiziale proposta dal convenuto- nella causa introdotta con atto di citazione da A.L. nei confronti dell’avv. G.A. ed avente ad oggetto il risarcimento dei danni per responsabilità professionale, avendo omesso il legale – dopo aver ricevuto la provvista di Euro 48.038,33 – di registrare presso l’Ufficio delle Entrate di Brescia il provvedimento monitorio rilasciato a favore dell’ A., incamerando la somma a deconto di vantate competenze professionali;

– l’ordinanza è stata tempestivamente impugnata con regolamento necessario ex art. 42 c.p.c. da A.L. il quale con il ricorso deduce: a) l’errata indicazione, nella eccezione del convenuto G., del foro di Napoli (ove era ubicato lo studio professionale dell’avvocato) in relazione alla “dimora” anzichè, come previsto dalla collocazione ordinale dei luoghi dell’art. 18 c.p.c., comma 1, del foro di Verona, luogo di “residenza” del convenuto; b) la eccezione di incompetenza doveva considerarsi inefficace, non avendo il convenuto contestato la competenza del Giudice adito in relazione anche a tutti gli altri “fori concorrenti” (art. 20 c.p.c.); c) in ogni caso il foro di Roma (ove era ubicata la residenza dell’attore) doveva ritenersi “esclusivo”, in quanto la causa verteva tra cliente e professionista e dunque trovava applicazione il “foro speciale del consumatore” previsto dalla disciplina del Codice del consumo (D.Lgs. 6 settembre 2006, n. 205, art. 33);

ha depositato memoria difensiva ex art. 47 c.p.c., comma 5 il convenuto G. sostenendo: 1-che la propria “residenza” ed il proprio “domicilio” erano in (OMISSIS) ove era ubicato il suo studio professionale; 2-di aver contestato anche i “fori facoltativi” ex art. 20 c.p.c., sostenendo che tra le parti non era stato perfezionato alcun accordo, avente ad oggetto l’incarico professionale asseritamente inadempiuto, e che, in ogni caso, una obbligazione restitutoria di indebito doveva essere adempiuta ex art. 1182 c.c., comma 4 presso il “domicilio” del debitore; 3-che l’ A. si era riconosciuto debitore di competenze professionali e dunque la causa verteva “in materia di pagamento di prestazioni professionali e non già nell’ambito delle materie coperte dalla disciplina del D.Lgs. n. 206 del 2005”. – il Pubblico Ministero ha concluso instando per la dichiarazione della competenza del Tribunale di Roma, ai sensi del D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, art. 33, comma 2, lett. u), dichiarata assorbita ogni altra questione.

Motivi della decisione

– Il ricorso è fondato in relazione alla ragione più liquida fondata sulla applicazione del foro speciale del consumatore. La controversia attiene come peraltro riconosciuto anche dal legale – a pretese aventi titolo in un rapporto d’opera, non rilevando nella fattispecie quale fosse l’oggetto delle prestazioni richieste o rese dal professionista in tale rapporto, avendo l’ A. proposto domanda risarcitoria per danni conseguenti all’inadempimento delle obbligazioni contrattuali (indebito incameramento di somme destinate alla registrazione fiscale di un titolo esecutivo, e omessa registrazione del titolo esecutivo), ed avendo il G. opposto un maggior credito derivante anch’esso dalla esecuzione di prestazioni professionali;

– che, pertanto, non essendo contestata l’affermazione del ricorrente secondo cui l’opera richiesta al legale si inseriva nell’ambito di un giudizio svoltosi presso il Tribunale di Brescia concernente il “recupero di un credito personale”, ed escluso quindi che il rapporto intercorso tra le parti avesse ad oggetto l’attività imprenditoriale o professionale svolta dall’ A. (cfr. Corte cass. Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 780 del 19/01/2016), la questione di competenza va risolta alla stregua del principio di diritto secondo cui nei rapporti tra avvocato e cliente quest’ultimo riveste la qualità di “consumatore”, ai sensi del D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, art. 3, comma 1, lett. a), a nulla rilevando che il rapporto sia caratterizzato dall'”intuitu personae” e sia non di contrapposizione, ma di collaborazione (quanto ai rapporti esterni con i terzi), non rientrando tali circostanze nel paradigma normativo: ne consegue che alla controversia tra cliente ed avvocato in tema di responsabilità professionale si applicano le regole sul foro del consumatore di cui al D.Lgs. n. 206 del 2005, art. 33, comma 2, lett. u), (cfr. Corte cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 1464 del 24/01/2014);

che pertanto, l’applicazione del foro esclusivo del consumatore radica la competenza territoriale del Tribunale di Roma, dovendo in tal senso essere affermata la competenza.

P.Q.M.

Dichiara la competenza per territorio del Tribunale Ordinario di Roma, avanti il quale dovrà essere riassunta la causa nel termine di legge.

Condanna G.A. alla rifusione delle spese del procedimento che liquida in Euro 2.500,00 per compensi, Euro 200,00 per esborsi, spese generali forfetarie nella misura del 15%, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 25 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 settembre 2017

L’avvocato è responsabile nei confronti del proprio cliente se non lo sconsiglia dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole

Cass. civ. Sez. VI – 2, Ord., (ud. 10-03-2017) 13-09-2017, n. 21173

IL CASO

Un avvocato promuove per conto del proprio cliente una causa di lavoro dall’esito infausto. Il Cliente si oppone alla successiva richiesta del pagamento delle spettanze professionali dell’avvocato sostenendo che mai avrebbe promosso il giudizio se fosse stato diligentemente informato circa la presenza di una causa di decadenza dall’azione, decadenza che poi era stata, in effetti, dichiarata dal giudice adito.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Nell’adempimento dell’incarico professionale conferitogli, l’obbligo di diligenza da osservare ai sensi del combinato disposto di cui all’art. 1176 c.c., comma 2, e art. 2236 c.c. impone all’avvocato di assolvere, sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, (anche) ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, essendo tenuto a rappresentare a quest’ultimo tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di richiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso; a sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole. A tal fine incombe su di lui l’onere di fornire la prova della condotta mantenuta, insufficiente al riguardo peraltro essendo il rilascio da parte del cliente delle procure necessarie all’esercizio dello “jus postulandi”, stante la relativa inidoneità ad obiettivamente ed univocamente deporre per la compiuta informazione in ordine a tutte le circostanze indispensabili per l’assunzione da parte del cliente di una decisione pienamente consapevole sull’opportunità o meno d’iniziare un processo o intervenire in giudizio. (Conf. Cass. n. 8312/2011).

L’ORDINANZA

(omissis)

Motivi della decisione

1.= La Corte d’Appello di Bari, in riforma della decisione di primo grado, accoglieva l’appello proposto da L.P. avverso l’avvocato R.D., così revocando il decreto ingiuntivo che quest’ultimo aveva ottenuto per il pagamento di alcune prestazioni professionali giudiziarie svolte in favore dell’appellante/opponente L..

La Corte territoriale, per quello che qui interessa, riconosceva fondate le eccezioni formulate dal debitore in sede di opposizione al decreto ingiuntivo riguardanti la sussistenza della responsabilità professionale dell’avvocato R., che non lo aveva informato con diligenza circa la presenza di una causa di decadenza dall’azione che egli voleva promuovere per recuperare alcuni crediti di lavoro, decadenza che poi era stata infatti dichiarata dal giudice adito. I giudici di appello precisavano peraltro che nel giudizio di responsabilità spettava al professionista l’onere di fornire la prova della sua condotta diligente, onere che non era stato assolto dall’avvocato R. il quale, sul punto relativo alla corretta informazione data al cliente circa i rischi evidenti di reiezione delle sue domande ove fosse stata eccepita la decadenza prevista dall’art. 36 del C.C.N.L., non aveva avanzato alcuna istanza istruttoria.

Avverso la suddetta sentenza propone ricorso per cassazione R.D., formulando un unico motivo. Resiste L.P. con apposito controricorso.

2.= Il ricorrente con l’unico motivo di ricorso eccepisce da un lato la violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 346 c.p.c. e art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè la contraddittoria motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5. In particolare lamenta che la Corte d’Appello avrebbe riconosciuto la responsabilità professionale del R., senza che l’appellante nella sua impugnazione avesse riproposto la domanda riconvenzionale formulata in primo grado. Inoltre, i giudici di secondo grado avrebbero errato accogliendo la predetta riconvenzionale, senza che L.P. avesse provato la condotta negligente del professionista, onere che incombeva sul debitore opponente/appellante.

Rilevato che per quanto riguarda la presunta violazione degli artt. 112 e 346 c.p.c., appare sufficiente richiamare la consolidata giurisprudenza di questa Corte che afferma: ” Ove, quindi, si deduca la violazione, nel giudizio di merito, del citato art. 112 c.p.c., riconducibile alla prospettazione di un’ipotesi di “error in procedendo” per il quale la Corte di cassazione è giudice anche del “fatto processuale”, detto vizio, non essendo rilevabile d’ufficio, comporta pur sempre che il potere-dovere del giudice di legittimità di esaminare direttamente gli atti processuali sia condizionato, a pena di inammissibilità, all’adempimento da parte del ricorrente – per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione che non consente, tra l’altro, il rinvio “per relationem” agli atti della fase di merito – dell’onere di indicarli compiutamente, non essendo legittimato il suddetto giudice a procedere ad una loro autonoma ricerca, ma solo ad una verifica degli stessi” (tra le tante in questi termini Cass. n. 15367 del 2014). Nel caso di specie il ricorrente non ha riportato nel suo ricorso le domande proposte dall’appellante nella sua impugnazione, limitandosi ad affermare che questi avesse solo appellato sul punto riguardante la tardività dell’opposizione a decreto ingiuntivo e non anche sulla responsabilità professionale del creditore.

Il motivo di ricorso su questo aspetto appare, quindi, inammissibile, senza bisogno peraltro di rilevare che l’eventuale violazione dell’art. 112 c.p.c. andava eccepita ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 e non come violazione di legge ex art. 360 c.p.c., n. 3.

3.= Quanto, invece, al motivo inerente la violazione dell’art. 2697 c.c., esso è palesemente infondato.

Si richiama a tal fine la sentenza n.14597 del 2004, che in massima ha affermato: “Nell’adempimento dell’incarico professionale conferitogli, l’obbligo di diligenza da osservare ai sensi del combinato disposto di cui all’art. 1176 c.c., comma 2, e art. 2236 c.c. impone all’avvocato di assolvere, sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, (anche) ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, essendo tenuto a rappresentare a quest’ultimo tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di richiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso; a sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole. A tal fine incombe su di lui l’onere di fornire la prova della condotta mantenuta, insufficiente al riguardo peraltro essendo il rilascio da parte del cliente delle procure necessarie all’esercizio dello “jus postulandi”, stante la relativa inidoneità ad obiettivamente ed univocamente deporre per la compiuta informazione in ordine a tutte le circostanze indispensabili per l’assunzione da parte del cliente di una decisione pienamente consapevole sull’opportunità o meno d’iniziare un processo o intervenire in giudizio.” (Conf. Cass. n. 8312/2011).

Nella specie, la sentenza impugnata ha motivato correttamente e con puntualità circa il mancato assolvimento dell’onere probatorio da parte del R., il quale non aveva avanzato alcuna istanza istruttoria per provare la sua diligenza professionale.

In definitiva, il ricorso va rigettato e il ricorrente condannato al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione che vengono liquidate con il dispositivo. Il Collegio dà atto che, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso condanna la ricorrente a rimborsare a parte controricorrente le spese del presente giudizio di cassazione che liquida in Euro 1.700,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre spese generali pari al 15% ed accessori come per legge; dà atto che, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater sussistono i presupposti per il versamento da parte del ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Depositato in Cancelleria il 13 settembre 2017

 

 

Responsabilità professionale dell’avvocato: la cruciale importanza del conseguimento del consenso informato da parte del cliente

Nell’ambito del dovere di diligenza dell’avvocato rientrano i doveri di informazione, di sollecitazione e di dissuasione ai quali il professionista deve adempiere, così all’atto dell’assunzione del suo incarico come nel corso del suo svolgimento, prospettando, anzi tutto, al cliente le questioni di fatto e/o di diritto, rilevabili ab origine o insorte successivamente, riscontrate ostative al raggiungimento del risultato e/o comunque produttive d’un rischio di conseguenze negative o dannose, invitandolo quindi a comunicargli od a fornirgli gli elementi utili alla soluzione positiva delle questioni stesse, sconsigliandolo, infine dall’intraprendere o proseguire la lite ove appaia improbabile tale positiva soluzione e, di conseguenza, probabile un esito sfavorevole o dannoso. La violazione di tali doveri comporta la  preclusione del diritto del professionista ad ottenere il pagamento del proprio compenso qualora l’esito della controversia si sia rivelato infausto. Grava, infine, sul professionista l’onere di dimostrare i termini dell’accordo raggiunto con il cliente e il prodotto dell’attività consultiva svolta in favore dello stesso, in conformità ai principi affermati dalle Sezioni unite con la sentenza n. 13533 del 30 ottobre 2001 in tema di riparto dell’onere probatorio nei giudizi in cui sia prospettato l’inadempimento di obbligazioni contrattuali.

Trib. Verona Sez. III, Sent., 26-01-2016

(Omissis)

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

L’avv. D(…) F(…) ha convenuto in giudizio davanti a questo Tribunale D V(…) R(…) per sentirla condannare al pagamento in proprio favore della somma di Euro 11.744,13, a titolo di compenso per una serie di attività di assistenza difensiva giudiziale, civili e penali, meglio descritte in atto di citazione, che l’attore ha assunto di aver svolto in favore della convenuta negli anni dal 2007 al 2010.

La convenuta ha resistito alla domanda avversaria sulla scorta delle seguenti deduzioni:

– l’attore non aveva tenuto conto di alcune somme che ella gli aveva corrisposto in contanti a titolo di acconto e che sono state meglio quantificate in comparsa di costituzione e risposta;

– Gran parte dei giudizi nei quali l’attore aveva prestato la propria opera professionale in favore della convenuta si erano conclusi con esiti sfavorevoli per quest’ultima a causa della negligenza e imperizia dell’avv. F(…)

– L’attore non aveva mai adempiuto all’obbligo di informare la convenuta, all’atto del conferimento dell’incarico e durante lo svolgimento di esso, delle strategie processuali che aveva scelto e delle criticità e difficoltà dei giudizi in cui aveva prestato la sua attività.

Il giudizio è giunto a decisione senza lo svolgimento di attività istruttoria a seguito del rigetto delle istanze istruttorie orali delle parti.

Ciò detto con riguardo agli assunti delle parti, la domanda attorea va rigettata in quanto infondata.

Tale conclusione discende dalla decisiva considerazione che l’attore non ha assolto all’onere di dimostrare di aver adempiuto all’obbligo informativo, su di lui gravante, circa le scelte difensive compiute nei diversi giudizi in chi ha prestato la propria in favore della convenuta nonché circa gli sviluppi e le criticità degli stessi.

Egli infatti, dopo aver dedotto nella memoria ai sensi dell’art. 183, VI comma n.1 c.p.c. (pag. 12 di tale atto) di aver sempre reso edotta la convenuta delle innumerevoli problematiche e degli aspetti negativi inerenti alle diverse pratiche che gli erano state affidate, non ha avanzato richieste istruttorie dirette a comprovare tale allegazione. Infatti la memoria ai sensi dell’art. 183 VI comma n.2 c.p.c. non contiene capitoli di prova relativi alle predette circostanze.

Sul punto è opportuno chiarire quali siano la rilevanza e l’ambito dell’obbligo informativo che l’avvocato ha verso il proprio cliente.

Orbene, questo giudice ha già avuto occasione di chiarire (sentenza n.1347 del 7 giugno 2013) che l’esigenza dell’attività informativa del professionista nella fase pre – contrattuale è funzionale al conseguimento di un consenso informato da parte del cliente e trovava il suo fondamento nei principii di cui agli art. 1175 -1176 c.c. e ora, per i rapporti sorti dopo il 25 gennaio 2012, anche nell’art. 9, comma 4, del D.L. n. 1 del 2012, che prevede tra gli obblighi informativi che il professionista deve osservare, prima del formale conferimento dell’incarico, anche quello di comunicare al cliente il grado di complessità dello stesso e di fornirgli tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili da quel momento fino a quello dell esaurimento della propria attività.

Una volta che il contratto di prestazione d’opera professionale sia stato concluso, l’obbligo informativo permane per tutto il corso del rapporto, e quindi, nei casi come quello di specie in cui il mandato riguardi più giudizi per tutti il loro corso, perché costituisce l’oggetto primario della prestazione professionale.

A ben vedere queste conclusioni rappresentano l’approdo di un percorso giurisprudenziale che ha avuto inizio con una pronuncia della Cassazione (sez. II, 14 novembre 2002 n, 16023) che ben può definirsi fondamentale.

La Suprema Corte in quella occasione chiarì, infatti, che la valutazione sull’eventuale inadempienza dell’avvocato all’obbligazione assunta accettando l’incarico professionale conferitogli non può basarsi, di regola, sul solo mancato raggiungimento del risultato utile ma sulla violazione, soprattutto, del dovere di diligenza, declinato secondo il seguente ampio spettro: “Nell’ambito del dovere di diligenza rientrano a loro volta i doveri di informazione, di sollecitazione e di dissuasione ai quali il professionista deve adempiere, così all’atto dell’assunzione del suo incarico come nel corso del suo svolgimento, prospettando, anzi tutto, al cliente le questioni di fatto e/o di diritto, rilevabili ab origine o insorte successivamente, riscontrate ostative al raggiungimento del risultato e/o comunque produttive d’un rischio di conseguenze negative o dannose, invitandolo quindi a comunicargli od a fornirgli gli elementi utili alla soluzione positiva delle questioni stesse, sconsigliandolo, infine dall’intraprendere o proseguire la lite ove appaia improbabile tale positiva soluzione e, di conseguenza, probabile un esito sfavorevole o dannoso”.

Rispetto a tale ricostruzione è opportuno peraltro chiarire che l’indagine su estensione ed oggetto della attività informativa fornita dal professionista al cliente è superflua nel caso in cui quest’ultimo abbia conseguito, tramite l’opera del primo, un risultato favorevole.

Qualora in vece il cliente non raggiunga il risultato cui mira va attraverso l’opera del professionista e attribuisca al medesimo la responsabilità dell’insuccesso o quando vi sia contestazione sui limiti dell’incarico conferito grava sul professionista l’onere di dimostrare i termini dell’accordo raggiunto con il cliente e il prodotto dell’attività consultiva svolta in favore dello stesso, in conformità ai principii affermati dalle Sezioni unite con la sentenza n. 13533 del 30 ottobre 2001 in tema di riparto dell’onere probatorio nei giudizi in cui sia prospettato l’inadempimento di obbligazioni contrattuali.

Nel caso di specie poiché l’attore non ha dimostrato di aver adempiuto, in relazione a nessuno degli incarichi per cui è causa, ad uno dei principali obblighi cui era tenuto nei confronti del proprio cliente gli va negato il diritto ad ottenere il compenso per essi.

Venendo alla regolamentazione delle spese di lite esse vanno poste a carico dell’attore in applicazione del principio della soccombenza. Alla liquidazione delle somme spettanti a titolo di compenso si procede come in dispositivo sulla base del D.M. n. 55 del 2014.

In particolare il compenso per le fasi di studio ed introduttiva può essere determinato assumendo a riferimento i corrispondenti valori medi di liquidazione previsti dal succitato regolamento mentre quello per le fasi istruttoria e decisionale va quantificato in una somma pari ai corrispondenti valori medi di liquidazione, ridotti del 30 %, alla luce della considerazione che la prima è consistita nel solo deposito delle memorie ex art. 183 VI comma c.p.c.. e nella partecipazione ad una udienza mentre nella fase decisionale le parti hanno ripreso le medesime argomentazioni che avevano già svolto in precedenza.

Sull’importo riconosciuto a titolo di compenso alla convenuta spetta anche il rimborso delle spese generali nella misura massima consentita del 15 % della somma sopra indicata.

Ai sensi dell’art. 133 D.P.R. n. 11 del 2002 la condanna alle spese va emessa in favore dello Stato atteso che la convenuta è stata ammessa al patrocinio a spese dello Stato con provvedimento dell ordine degli avvocati di Verona in data 13 maggio 2013 (cfr. delibera nel fascicolo di parte convenuta).

Vale la pena chiarire che ad avviso di questo Giudice gli importi liquidati sulla base dei predetti criteri (Euro 3.869,00 per compenso oltre rimborso spese generali nella misura del 15 %) non vanno ridotti ai sensi dell’art. 130 D.P.R. n. 115 del 2002.

Invero la tesi secondo cui vi dovrebbe essere corrispondenza tra importo oggetto della condanna alle spese della parte abbiente soccombente e importo oggetto della liquidazione in favore del difensore della parte non abbiente si fonda soprattutto su una pronuncia della Cassazione penale (Sez. VI penale 8 novembre 2011, n, 46537). Infatti, in tale occasione, la Suprema corte ha affermato che, in caso di condanna dell’imputato alla rifusione integrale delle spese legali sostenute dalla parte civile, ammessa al beneficio del patrocinio a spese pubbliche, la somma che lo stesso deve rifondere allo Stato deve coincidere con quella che viene liquidata al difensore. La ragione di tale coincidenza consisterebbe nella esigenza di evitare un indebito arricchimento dello Stato ai danni dell’imputato.

La Corte costituzionale, ha avallato tale indicazione poiché, sulla base di essa, nella ordinanza 28 novembre 2012 n.210, ha escluso che la condanna alle spese nei confronti della parte non ammessa al patrocinio possa comportare una iniusta locupletatio dell’erario.

Quale corollario di questo principio la stessa pronuncia della Suprema corte ha precisato che il giudice deve anche “…provvedere all’indicazione dello Stato come creditore del pagamento a carico dell’imputato e contestualmente alla liquidazione della stessa somma in favore del difensore della parte civile, sempre ai sensi di tale norma”.

La prima delle predette conclusioni, ad avviso di chi scrive, non è pero estensibile alle pronunce di condanna che siano adottate all’esito di un giudizio civile per una serie di ragioni.

Innanzitutto nessuna delle norme del D.P.R. prevede la corrispondenza tra somma oggetto di condanna ai sensi dell’art. 91 c.p.c. e importo oggetto di liquidazione in favore del difensore del non abbiente e nemmeno che la prima debba es sere dimezzata.

Ancora, la soluzione in esame, mirando ad evitare l’arricchimento dello Stato, finirebbe per avvantaggiare la parte soccombente che vedrebbe ridotta l’entità della condanna per il solo fatto che la propria controparte è stata ammessa al patrocinio pubblico.

A ciò aggiungasi che spesso è impossibile avere corrispondenza tra l’importo liquidato al difensore della parte non abbiente e quella oggetto di condanna, anche a prescindere dalla applicazione o meno della dimidiazione, giacchè la liquidazione della somma dovuta dalla parte soccombente avviene sulla base di criteri in parte diversi da quelli che sovrintendono alla liquidazione del compenso spettante al difensore nei confronti del su o assistito.

Infatti, ai sensi dell’art. 5, comma 1, terzo periodo, D.M. n. 55 del 2014, nella liquidazione dei compensi a carico del soccombente, il valore della controversia “…è determinato a norma del codice di procedura civile” e “Nei giudizi per pagamento di somme o liquidazione di danni, si ha riguardo di norma alla somma attribuita alia parte vincitrice piuttosto che a quella domandata”, mentre nella liquidazione dei compensi a carico del cliente si ha riguardo “…al valore corrispondente all’entità della domanda” (art. 5, comma 2, D.M. n. 55 del 2014).

Alla luce delle superiori considerazioni è quasi inevitabile che, al termine del processo, la liquidazione delle spese a carico del soccombente, anche qualora si tratti della parte ammessa, e quella ai sensi degli artt. 82 e 130 D.P.R. n. 115 del 2002 divergano tra loro anche in maniera significativa e questa difformità, oltre ad essere una conseguenza diretta della scelta compiuta dal legislatore, consente di contemperare le esigenze di contenimento della spesa pubblica con le regole della soccombenza di cui all’art. 91 c.p.c.

Alla liquidazione del compenso spettante al difensore della convenuta, che va posto a carico dello Stato si provvede come da separato decreto.

P.Q.M.

Il Giudice unico del Tribunale di Verona, definitivamente pronunciando ogni diversa ragione ed eccezione disattesa e respinta, rigetta la domanda avanzata dall’attore;

visto l’art.133 D.P.R. n. 115 del 2002

pone a carico dell’attore la rifusione delle spese in favore della convenuta, che liquida nella somma di Euro 3.869,00, oltre rimborso spese generali nella misura del 15 % del compenso, Iva e Cpa e per l’effetto dispone che il pagamento di tale somma sia eseguito in favore dello Stato.

Così deciso in Verona, il 26 gennaio 2016.

Depositata in Cancelleria il 26 gennaio 2016.

Responsabilità professionale dell’avvocato per ignoranza di istituti elementari del diritto

Cass. civ. Sez. II, 14-11-2002, n. 16023

Avvocato – Errori ed omissioni – Mancato accertamento di una eventuale prescrizione – Ignoranza di istituti elementari – Responsabilità anche per semplice negligenza – Sussiste

IL CASO

Un Comune, sottoponeva una vicenda all’esame di un avvocato richiedendone un parere preventivo sulla possibilità d’intraprendere un eventuale giudizio. Sulla scorta del parere favorevole espresso dal professionista circa la sussistenza dei presupposti legali della domanda, il Comune tramite lo stesso legale, promuoveva il giudizio che, però, aveva esito sfavorevole in quanto l’adito Tribunale, accogliendo l’eccezione di prescrizione dell’azionato diritto sollevata dal convenuto, aveva rigettato la domanda condannando il Comune alle spese. Quando, successivamente, l’Avvocato, pretendeva a mezzo di decreto ingiuntivo il pagamento a titolo di compenso per le prestazioni professionali rese in favore del Comune, questo, assumendo che la prescrizione del diritto dovesse essere rilevata dal legale, in quanto intervenuta anteriormente all’introduzione dell’azione, e che dei danni conseguenti all’omesso rilievo di essa, rappresentati dalla somma corrisposta alla controparte per la condanna alle spese giudiziali e dall’anticipo corrisposto per la propria difesa, fosse responsabile il professionista, proponeva opposizione al decreto ingiuntivo chiedendone la revoca ed, in via riconvenzionale, proponeva domanda per il risarcimento dei detti danni subiti.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

Devesi ritenere, infatti, che l’accertamento d’una eventuale prescrizione sia da considerare dall’esercente la professione legale adempimento rutinario preliminare già all’iniziale sommaria disamina degli elementi essenziali della questione affidatagli e che, pertanto, avendo ad oggetto l’applicazione d’un istituto generale del diritto civile e non comportando soluzione d’opinabili questioni di diritto od interpretazione particolarmente impegnativa di normative complesse, l’omissione o la malaccorta esecuzione di esso ridondi in responsabilità del professionista anche per semplice negligenza, secondo i principi in precedenza richiamati, dacché la mancata percezione d’una situazione di prescrizione costituisce una ipotesi d’ignoranza d’istituti elementari ovvero d’incuria o d’imperizia insuscettibili di giustificazione.

Svolgimento del processo

Il Comune di Corciano, interessato all’adempimento degli oneri testamentari relativi all’eredità del prof. Lancillotto Rossi da parte dell’Ente Seminario Arcivescovile di Perugia, sottoponeva la vicenda all’esame dell’Avv. C… M…. richiedendone un parere sulla possibilità d’intraprendere un giudizio inteso ad ottenere la condanna dell’Ente all’esecuzione dei detti oneri.

Sulla scorta del parere favorevole espresso dall’Avv. M…. circa la sussistenza dei presupposti legali della domanda, il Comune di Corciano aveva, tramite lo stesso legale, promosso il giudizio che, però, aveva avuto esito sfavorevole in quanto l’adito tribunale di Perugia, accogliendo l’eccezione di prescrizione dell’azionato diritto sollevata dall’Ente convenuto, aveva rigettato la domanda condannando il Comune alle spese.

Quando, successivamente, l’Avv. M…., con ricorso 19.1.96, aveva ottenuto dal pretore decreto ingiuntivo per la somma di L. 19.857.863, pretesa a titolo di compenso per le prestazioni professionali rese in favore del Comune, questo, assumendo che la prescrizione del diritto dovesse essere rilevata dal legale, in quanto intervenuta anteriormente all’introduzione dell’azione, e che dei danni conseguenti all’omesso rilievo di essa, rappresentati dalla somma corrisposta alla controparte per la condanna alle spese giudiziali e dall’anticipo corrisposto per la propria difesa, fosse responsabile il professionista, proponeva opposizione al decreto ingiuntivo chiedendone la revoca ed, in via riconvenzionale, proponeva domanda per il risarcimento dei detti danni subiti.

L’Avv. M…. si costituiva facendo presente come nel corso del giudizio lo stesso g.i. avesse con propria ordinanza rilevato la probabile infondatezza dell’eccezione di prescrizione e come il discutibile diverso avviso espresso poi dal tribunale lo avesse indotto a consigliare la proposizione dell’appello al cliente che, per contro, aveva lasciato passare in giudicato la sentenza precludendosi la possibilità di far valere le proprie ragioni.

L’adito pretore, con sentenza 17.6.98, accoglieva le tesi del Comune e, revocato il decreto ingiuntivo opposto, condannava l’Avv. M… al risarcimento del danno, liquidato in L. 27.896.840 ed interessi, ed alla rifusione delle spese in favore dell’opponente.

Avverso tale decisione l’Avv. M… proponeva appello sottolineando che con la lettera 83.84 egli s’era limitato ad informare il cliente della positiva soluzione della questione di fondo, concernente la legittimazione alla pretesa d’adempimento degli oneri testamentari, e che l’omesso rilievo in tale occasione del decorso del termine prescrizionale non stava ad indicare ch’egli avesse colposamente ignorato il problema; sosteneva, inoltre, che l’incarico professionale di promuovere una azione a tutela dei diritti del cliente non poteva implicare la lungimirante previsione di tutte le possibili avverse contestazioni, specie di quelle deducibili con eccezioni in senso proprio, che il Comune era stato informato della proposizione dell’eccezione di prescrizione mediante invio dell’avversa comparsa di risposta, che il Comune non aveva provato essere la rinunzia a proseguire il giudizio giustificata da una fondata previsione d’irreformabilità della pronunzia.

Al gravame resisteva il Comune di Corciano.

Decidendone con sentenza 12.10.99, la corte d’appello di Perugia – ritenuto che la vicenda dovesse essere definita tenendo conto della qualità del cliente e degli sviluppi del giudizio; che il mancato rilievo in sede pregiudiziale dell’avvenuta prescrizione del diritto vantato dal cliente non desse luogo a responsabilità del professionista, in quanto, la prescrizione estintiva non essendo rilevabile d’ufficio ma operando solo su eccezione di parte, l’eventualità dell’opposizione di tale eccezione non poteva costituire remora alla proposizione della domanda; che, avuto riguardo alla qualità del cliente, assumeva particolare rilievo l’essere stato questo reso edotto, mediante invio dell’avversa comparsa di risposta, dell’avvenuta proposizione dell’eccezione e l’avere lo stesso ritenuto di proseguire il giudizio fornendo al difensore documenti ritenuti idonei a provare l’interruzione della prescrizione; che del pari rilevante fosse l’essersi il g.i. espresso per la probabile infondatezza dell’eccezione di prescrizione alla luce dei detti documenti, in seguito diversamente valutati dal collegio a dimostrazione dell’opinabilità della questione; che nel giudizio d’appello non promosso avrebbe potuto avere influenza, sotto il profilo dell’interruzione e, quindi, d’una possibile riforma della sentenza 3.2.95, una lettera inviata il 20.3.79 dal Comune all’Arcivescovo, non rinvenuta agli atti del giudizio di primo grado ma suscettibile d’esser prodotta in appello ex art. 345 CPC nel previgente testo ancora applicabile al giudizio in corso – in riforma dell’appellata sentenza, rigettava l’opposizione al decreto ingiuntivo, che integralmente confermava; condannando l’opponente alle spese d’entrambi i gradi.

Di tale decisione si duole il Comune di Corciano con cinque motivi di ricorso per cassazione illustrati anche da successiva memoria.

Resiste l’Avv. Cesare M… con controricorso, illustrato anche questo da successiva memoria.

Motivi della decisione

Con il primo motivo, il ricorrente – denunziando omessa motivazione – si duole che il tribunale abbia posto a fondamento dell’assunta decisione una pedissequa riproduzione della massima repertoriata del precedente di App. Perugia 14.2.95 n. 17 senza minimamente esplicitare l’iter logico seguito né prendere in considerazione alcuna le contrarie argomentazioni delle difese ch’egli aveva svolte al riguardo evidenziando la non pertinenza del detto precedente.

Con il secondo motivo, il ricorrente – denunziando violazione dell’art. 1176/II CC e vizio di motivazione – si duole che il tribunale abbia erroneamente applicato i principi in tema di dovere d’informazione a carico del professionista.

Con il terzo motivo, il ricorrente – denunziando violazione degli artt. 1176 e 2943 CC nonché vizio di motivazione – si duole che il tribunale abbia erroneamente escluso la responsabilità di controparte ritenendo opinabile la questione della prescrizione.

Con il quarto motivo, il ricorrente – denunziando violazione degli artt. 112 e 345 CPC – si duole che il tribunale abbia preso in considerazione, quale fatto interruttivo, la missiva 13.12.79 alla quale le difese della controparte non avevano mai fatto riferimento alcuno.

Con il quinto motivo, il ricorrente – denunziando violazione dell’art. 1227 CC e vizio di motivazione – si duole che il tribunale gli abbia addebitato una concorrente responsabilità per non aver acceduto all’invito del professionista di proporre appello avverso la sentenza reiettiva della domanda.

I surriportati motivi, che possono anche essere trattati congiuntamente, meritano accoglimento nel loro complesso in considerazione delle ragioni che seguono.

Rimanendo nell’ambito d’una concezione tradizionale del rapporto di prestazione d’opera intellettuale – non senza segnalare sin d’ora l’evoluzione determinatasi in materia nelle più recenti decisioni della giurisprudenza di legittimità – devesi considerare che le obbligazioni contratte nell’esercizio d’un’attività professionale sono, di regola, obbligazioni di mezzi e non di risultato, in quanto il professionista, assumendo l’incarico, s’impegna a svolgere detta attività onde porre in essere tutte le condizioni tecnicamente necessarie acciocché possa realizzarsi lo scopo perseguito dal cliente ma non acciocché questi di fatto tale risultato consegua.

A tal fine, trovando applicazione in subiecta materia il parametro della diligenza professionale fissato dall’art. 1176 secondo comma CC per il contraente tenuto ad una prestazione qualificata in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia previsto dal primo comma della stessa norma per il contraente tenuto ad una prestazione ordinaria, l’adempimento deve essere rapportato alla natura dell’attività esercitata, onde la diligenza da impiegare nello svolgimento dell’opera prestata in favore del cliente è quella sulla quale questi può fare affidamento secondo un criterio di normalità, id est la diligenza posta nell’esercizio della propria attività dal professionista di preparazione tecnica e d’attenzione medie.

La responsabilità del professionista, a sua volta, è di regola disciplinata dai principi comuni sulla responsabilità contrattuale del contraente tenuto ad una prestazione qualificata e può trovare fondamento in una gamma di condizioni soggettive sviluppantisi dalla semplice colpa lieve al dolo, criterio derogabile solo ove la prestazione professionale da eseguire in concreto comporti la soluzione di questioni tecniche di particolare difficoltà, nel qual caso la responsabilità si presenta attenuata potendosi configurare, giusta l’espressa previsione dell’art. 2236 CC applicabile in via di complementarità, nelle sole ipotesi di dolo o colpa grave.

Peraltro, il fatto che la realizzazione del risultato perseguito dal cliente non costituisca oggetto della prestazione cui si è obbligato il professionista non esime quest’ultimo dal dovere di prospettare al cliente tutte le circostanze contrarie, ch’egli sia in grado d’ipotizzare in virtù di quella preparazione tecnica e di quell’esperienza medie costituenti l’imprescindibile fondamento e la conditio sine qua non dell’esercizio dell’attività secondo quanto sopra evidenziato, per le quali, nonostante il corretto svolgimento dell’attività promessa, l’esito di questa possa risultare ostacolato, di tal che si conseguano effetti inferiori al previsto, o vanificato, non conseguendosene alcuno, o persino sfavorevole, determinandosi una situazione deteriore rispetto a quella antecedente; deve, infatti, il professionista porre il cliente in grado di decidere consapevolmente, sulla base di una valutazione ponderata di tutti gli elementi favorevoli e contrari della situazione dedotta in rapporto ragionevolmente prevedibili, se affrontare o meno i rischi, di varia natura a seconda dell’attività richiesta al professionista, ai quali questa lo esponga o possa eventualmente esporlo.

Riportando a tali principi, per quanto nella specie ne occupa, l’attività professionale dell’avvocato, devesi, dunque, considerare che questi s’impegna non tanto a conseguire il risultato positivo perseguito dal cliente, essendo incerto ed aleatorio l’esito del giudizio, quanto piuttosto a svolgere diligentemente la propria attività professionale ponendo in essere tutte le condizioni onde quel risultato possa essere conseguito; per il che, l’accertamento dell’eventuale inadempienza dell’avvocato all’obbligazione assunta accettando l’incarico professionale conferitogli non può, di regola, essere basato sic et simpliciter sul mancato raggiungimento del risultato utile perseguito dal cliente, ma deve, viceversa, essere consequenziale agli esiti dell’indagine svolta in ordine all’eventuale violazione dei doveri posti dallo svolgimento dell’attività professionale ed, in particolare, del dovere di diligenza.

Nell’ambito di quest’ultimo rientrano, a loro volta, i doveri d’informazione, di sollecitazione e di dissuasione, ai quali il professionista deve adempiere, così all’atto dell’assunzione dell’incarico come nel corso del suo svolgimento, prospettando, anzi tutto, al cliente le questioni di fatto e/o di diritto, rilevabili ab origine od insorte successivamente, riscontrate ostative al raggiungimento del risultato e/o comunque produttive d’un rischio di conseguenze negative o dannose, invitandolo, quindi, a comunicargli od a fornirgli gli elementi utili alla soluzione positiva delle questioni stesse, sconsigliandolo, in fine, dall’intraprendere o proseguire la lite ove appaia improbabile tale positiva soluzione e, di conseguenza, probabile un esito sfavorevole e dannoso.

A maggior ragione l’onere d’informare il cliente in ordine alle questioni di fatto o di diritto che impediscano o rendano difficoltoso il perseguire la realizzazione d’un determinato interesse ed ai rischi ai quali possa esporre il tentativo di tale realizzazione incombe sull’avvocato ove l’incarico professionale ricevuto ed accettato abbia ad oggetto non un’attività giudiziale conseguenza immediata e diretta del conferimento d’un mandato ad litem, bensì un’attività stragiudiziale (preordinata o meno che sia ad una successiva attività giudiziale, stante la latitudine dell’attività consultiva) intesa alla formulazione d’un parere; in tal caso, infatti, neppure può ravvisarsi nella prestazione d’opera intellettuale promessa un’obbligazione di mezzi, dacché l’opus richiesto rappresenta di per se stesso la realizzazione dell’interesse perseguito dal cliente nel conferire l’incarico, interesse che è, appunto, quello d’ottenere dal tecnico gli elementi di valutazione necessari ed i suggerimenti opportuni onde poter adottare consapevoli decisioni a seguito d’un apprezzamento ponderato di rischi e vantaggi.

Tanto considerato, all’esame del caso di specie appaiono fondati vari profili d’illegittimità dell’impugnata sentenza tra quelli denunziati dal ricorrente.

Erroneamente, anzi tutto, il tribunale ha ritenuto – pedissequamente conformandosi ad un precedente di quella corte territoriale, parimenti erroneo ove avesse deciso un caso analogo, il che neppure risulta dalla motivazione della sentenza de qua, sotto tal profilo carente – che il non aver fatto presente al Comune la possibilità d’un’eccezione di prescrizione del diritto da far valere in giudizio non generasse responsabilità a carico dell’avvocato in quanto la prescrizione estintiva non è rilevabile d’ufficio ma solo opponibile dalla parte interessata.

Devesi ritenere, infatti, che l’accertamento d’una eventuale prescrizione sia da considerare dall’esercente la professione legale adempimento rutinario preliminare già all’iniziale sommaria disamina degli elementi essenziali della questione affidatagli e che, pertanto, avendo ad oggetto l’applicazione d’un istituto generale del diritto civile e non comportando soluzione d’opinabili questioni di diritto od interpretazione particolarmente impegnativa di normative complesse, l’omissione o la malaccorta esecuzione di esso ridondi in responsabilità del professionista anche per semplice negligenza, secondo i principi in precedenza richiamati, dacché la mancata percezione d’una situazione di prescrizione costituisce una ipotesi d’ignoranza d’istituti elementari ovvero d’incuria o d’imperizia insuscettibili di giustificazione.

La questione, poi, che si pone all’esame di questa Corte è, all’evidenza, solo per alcuni versi analoga a quella, altra volta esaminata, della responsabilità dell’avvocato per aver promosso un’azione intesa al riconoscimento d’un diritto prescritto – azione cui, in vero, il cliente può anche avere comunque un consapevole interesse sotto vari profili, dacché l’agire in giudizio consente alle volte di per se stesso delle chances e, nello specifico, non ultima quella che un malaccorto avversario ometta di rilevare la prescrizione – per la quale si è ritenuto non potersi sic et simpliciter imputare all’avvocato la reiezione della domanda per accertata prescrizione del diritto azionato senza valutarne l’attività nel suo complesso nella fase di studio del caso litigioso e di consultazione con il cliente e nella successiva fase giudiziaria; il presente giudizio, infatti, oltre ad attenere in primis ad un preliminare rapporto di consulenza solo indirettamente connesso ad una successiva fase giudiziale, s’incentra proprio sulla questione della rilevanza della previa informazione da parte dell’avvocato in ordine alla verificatasi prescrizione onde il cliente possa, consapevole dell’eventuale alea, oltre che degli eventuali vantaggi immediati o mediati del giudizio, decidere se promuovere egualmente l’azione o meno, e la ratio della presente decisione è del tutto conforme a quella del precedente sopra riferito.

Nella specie, come accennato, il valutare le chances d’esito positivo dell’azione che il cliente aveva in animo di promuovere ed il renderne questi edotto, quindi l’accertare le eventuali circostanze ostative alla realizzazione del diritto vantato non meno della sussistenza degli elementi costitutivi del diritto stesso ed il comunicarne il risultato al cliente, rappresentavano, di fatto, l’oggetto specifico dell’opera intellettuale commessa con la richiesta di parere all’avvocato, onde questi, non rilevando l’intervenuta prescrizione del diritto e non informando il cliente della possibilità d’una fondata eccezione in tal senso ad opera della controparte, s’é all’evidenza reso inadempiente all’obbligazione assunta, avendo fornito un’opera inidonea allo scopo, in quanto viziata da una carenza, grave e non facilmente riconoscibile, ostativa al conseguimento di quella piena consapevolezza in ordine alle chances della lite cui il cliente mirava con l’affidamento dell’incarico.

D’altro canto, considerando, ad abundantiam, non solo la richiesta di preliminare parere, costituente autonomo rapporto specificamente instaurato al fine di consentire la deliberazione d’agire in giudizio da parte degli organi rappresentativi del Comune, ma anche il successivo rapporto instaurato con il conferimento del mandato ad litem, non di meno la responsabilità dell’avvocato risulterebbe evidente per aver questi promosso l’azione rendendosi inadempiente al dovere di previa informazione al cliente in ordine alla possibilità che la controparte eccepisse la prescrizione e, quindi, all’eventualità non solo dell’esito sfavorevole del giudizio ma anche della condanna alla rifusione delle spese in favore della controparte stessa, rischi che il cliente aveva il diritto di valutare onde consapevolmente determinarsi ad affrontarli o meno.

Nell’un caso, che è comunque assorbente, come nell’altro, l’inadempimento, occorre sottolineare, si è verificato non solo in relazione al dovere d’informazione ma anche ai doveri di dissuasione e di sollecitazione, giacché l’avvocato, nel far presente la possibilità d’un’eccezione di prescrizione, avrebbe dovuto prospettare al cliente l’inopportunità d’un’azione destinata a probabile esito sfavorevole o, quanto meno, richiedere sin d’allora al cliente l’eventuale conoscenza di circostanze idonee a contrastare l’eccezione di prescrizione e la disponibilità di prove al riguardo, procedendo, quindi ad un’ulteriore disamina ed agli esiti di questa conformando quindi il parere o condizionando la proposizione dell’azione. Tutti i rilevati profili d’inadempimento essendosi verificati prima dell’introduzione del giudizio, gli sviluppi successivi di questo sono, dunque, irrilevanti se non per l’essersi, di fatto, verificata la condizione di rischio colpevolmente non prospettata dall’avvocato al cliente.

Non senza considerare, ma per sola completezza, che la pura e semplice trasmissione al cliente della comparsa di costituzione della controparte, contenente la prevedibile e non prevista eccezione di prescrizione, né poteva far venir meno i due distinti inadempimenti già verificatisi o ad essi ovviare, la lesione dei diritti del cliente all’informazione ed alla consequenziale consapevole decisione di promuovere o meno la lite avendo già avuto luogo, né era, comunque, idonea, come viceversa erroneamente ritenuto nell’impugnata sentenza, ad integrare il diverso adempimento ai doveri d’informazione, sollecitazione, dissuasione in corso di causa.

Non risulta, infatti, che la trasmissione della comparsa di costituzione avversaria fosse stata accompagnata da una nota con la quale l’avvocato, illustrando ad un cliente privo delle cognizioni necessarie a valutare le implicazioni delle difese contenute in un atto giudiziario, la situazione determinatasi a seguito dell’avversa proposizione dell’eccezione, prospettasse l’opportunità di desistere dalla lite limitando il danno o richiedesse la collaborazione del cliente stesso onde argomentare e documentare una controeccezione.

Il tribunale afferma, infatti, che il Comune fosse “in grado di comprendere la portata risolutiva del giudizio dell’eccezione proposta” ma non giustifica affatto tale suo convincimento che risulta non solo immotivato ma anche erroneo in diritto ed in fatto, essendosi basata la decisione al riguardo su di una presunzione della quale non sono stati indicati gli indizi gravi, plurimi ed univoci che soli ne avrebbero consentito l’utilizzazione, mentre in senso contrario si sarebbe dovuto rilevare come si trattasse di piccolo Comune non dotato d’un ufficio competente – cui non poteva, ovviamente, supplire il segretario comunale sol perché laureato in legge (ed ammesso che lo fosse, circostanza dedotta dal controricorrente ma non dimostrata e comunque nuova) non rientrando la consulenza legale tra i suoi compiti istituzionali e come proprio tale incapacità di valutazione delle questioni giuridiche ne avesse indotto gli organi rappresentativi a fare affidamento su di un legale esterno espressamente incaricato del parere prima e della difesa poi.

D’altra parte, giova ribadire, le questioni relative alla trattazione giudiziale della controeccezione d’interruzione non rilevano, giacché la responsabilità della quale si discute non attiene alle modalità di svolgimento della difesa in corso di causa ma agli evidenziati iniziali inadempimenti ai doveri d’informazione, dissuasione, sollecitazione, onde gli ulteriori argomenti svolti nelle censure in ricorso restano assorbiti.

Devesi, tuttavia, rilevare che non può fondatamente imputarsi al Comune, come nell’impugnata sentenza, la mancata proposizione dell’appello nonostante l’invito rivolto dall’avvocato, non solo in quanto non è indicato se quest’ultimo avesse adeguatamente illustrato al cliente le ragioni per le quali il gravame avrebbe avuto concrete possibilità d’accoglimento, ma soprattutto in quanto é stato ripetutamente evidenziato da questa Corte come non rientri tra i doveri di correttezza, di cui all’art. 1227 CC, quello d’intraprendere un’azione giudiziaria con accollo dei costi e dei rischi relativi. (Cass. 14.8.97 n. 7618, 21.4.1993 n. 4672, 26.1.1980 n. 643).

In definitiva, l’appello non meritava accoglimento ed a tale decisione può pervenire questa Corte, decidendo nel merito ex art. 384 CPC per essere sufficienti all’uopo gli elementi di giudizio in fatto già acquisiti, con condanna dell’appellante alle spese liquidate come in dispositivo.

Il ricorso va, di conseguenza, accolto per quanto di ragione e l’impugnata sentenza va cassata senza rinvio mentre le spese seguono la soccombenza anch’esse liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

LA CORTE accoglie il ricorso per quanto di ragione e, decidendo nel merito, respinge l’appello proposto dal M…. avverso la sentenza del pretore di Perugia 17.6.98 n. 104 condannando l’appellante alle spese, che liquida in complessivi E 1.830/00, dei quali E 30/00 per esborsi, E 600/00 per diritti ed E 1.200/00 per onorari; cassa senza rinvio l’impugnata sentenza e condanna il resistente alle spese, che liquida in complessivi E 1460,00, dei quali E 1250/00 per onorari.

Così deciso in Camera di Consiglio il 22.05.2002.

DEPOSITATO IN CANCELLERIA IL 14 NOV. 2002.

Avvocato: non un qualsiasi errore professionale fa scattare la sua responsabilità

Cass. civ. Sez. VI – 3, Ord., 16-05-2017, n. 12038

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

La responsabilità dell’avvocato non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente e, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva (anche per violazione del dovere di informazione), ed il risultato derivatone.

L’ORDINANZA

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Ritenuto che, con ricorso affidato a tre motivi, la CO.M.I. -Compagnia Meridionale Impianti – s.r.l. ha impugnato la sentenza della Corte di appello di Napoli, in data 22 luglio 2015, che aveva soltanto in parte accolto il gravame interposto dalla stessa società avverso la sentenza del Tribunale di Napoli, riliquidando il credito per competenze professionali azionato in giudizio dall’avv. C.A., ma – per quanto rileva in questa sede – confermando il rigetto della domanda riconvenzionale di danni per responsabilità professionale del medesimo legale, per mancato assolvimento dell’onere probatorio ex art. 2697 c.c., non avendo la CO.M.I. s.r.l. “in alcun modo dimostrato, ma invero neppure dedotto, quali risultati utili avrebbe potuto ottenere da una condotta diligente e, soprattutto, in quali concreti atti tale attività supposta come diligente avrebbe dovuto concretarsi”, nè essendo “indicato specifiche e concrete lesioni alla sfera giuridico patrimoniale dell’istante, che giustifichino l’accoglimento della domanda in esame”;

che resiste con controricorso l’avvocato C.A.;

che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., è stata comunicata alle parti costituite, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio, in prossimità della quale le anzidette parti hanno depositato memoria;

che il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione semplificata.

Considerato che, con il primo mezzo, è denunciata, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 278 c.p.c., art. 2697 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., per aver la Corte territoriale erroneamente applicato i principi in materia di condanna generica (tale essendo la domanda di danni proposta contro il C.), che riservano alla fase successiva della determinazione del quantum l’indagine sulla sussistenza in concreto del danno, avendo ritenuto non assolto l’onere di prova nonostante fosse stato dedotto e provato sia la condotta di inadempimento del professionista, sia l’inesistenza di qualsiasi chance “di ottenere un risultato utile qualunque fosse stata la pronuncia giudiziale”, ciò costituendo “di per sè evento potenzialmente generatore di danno in quanto di per sè idoneo e ridurre per il cliente la possibilità (quanto meno) di accollarsi costi assolutamente inutili nonchè di evitare la soccombenza in giudizio”;

che, con il secondo e terzo mezzo, è prospettata, rispettivamente, motivazione inesistente e vizio di ultrapetizione circa la domanda di condanna generica, proposta dalla CO.M.I. s.r.l. e non considerata dal giudice di appello;

che i motivi – da potersi scrutinare congiuntamente (e alle cui ragioni nulla aggiunge la memoria del ricorrente, la quale, in ogni caso, avendo solo funzione illustrativa, non può integrare carenze o emendare vizi dell’atto di impugnazione) – sono inammissibili;

che essi, pur distinti nel tipo di censura, muovono dal comune presupposto che la questione di fondo sia l’errore (in iudicando o in procedendo o di motivazione) della Corte territoriale sulla domanda di condanna generica al risarcimento danni per responsabilità professionale avanzata, ex art. 278 c.p.c., con ciò palesando di non aver affatto colto la ratio decidendi della sentenza impugnata, che non ha travisato il portato di detta norma processuale (o mancato di considerare la pretesa azionata dalla CO.M.I.), mantenendo la propria pronuncia nell’alveo del “chiesto” e senza errori in diritto;

che, difatti, la Corte territoriale ha fatto corretta applicazione del principio, consolidato, secondo cui la responsabilità dell’avvocato non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente (e deve essere provato dall’istante quale concreto pregiudizio subito in conseguenza dell’illecito contrattuale: tra le altre, Cass., 9 giugno 2004, n. 10966; Cass., 23 marzo 2006, n. 6537) e, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva (anche per violazione del dovere di informazione), ed il risultato derivatone (tra le altre, Cass., 7 agosto 2002, n. 11901; Cass., 5 febbraio 2013, n. 2638);

che sulla scorta di detto principio il giudice di appello ha, poi, escluso non solo che vi fosse stata prova, ma, ancor prima, allegazione fattuale degli elementi anzidetti, tutti integranti la fattispecie di responsabilità professionale dell’avvocato; statuizione che, nella sua complessiva e specifica portata, non è affatto attinta dalle doglianze proposte dalla parte ricorrente, che insistono sul solo (e come tale insufficiente) profilo del “danno potenziale” ai fini della declaratoria iuris ai sensi art. 278 c.p.c. (e ciò anche a prescindere dal rilievo che il danno cui si riferisce la norma dell’art. 278 c.c., è quello “conseguenza” e non già il danno evento che attiene al profilo della responsabilità);

che, pertanto, il ricorso va dichiarato inammissibile e la società ricorrente condannata al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo in conformità ai parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 7.900,00, per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del citato art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Sesta – 3 Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 16 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 16 maggio 2017

Responsabilità dell’avvocato per negligenza se omette di formulare tempestivamente una domanda complementare

Cass. civ. Sez. III, Sent., 06-09-2012, n. 14936

Avvocato – Azione ex art. 2932 c.c. – Omessa contestuale specifica domanda di riduzione del prezzo per vizi della cosa – Responsabilità professionale per negligenza – Sussiste

IL FATTO

Tizio conveniva in giudizio l’avv. Caio per ottenerne la condanna al risarcimento dei danni subiti a causa della sua negligenza nel condurre una sua precedente causa. Secondo la prospettazione attorea la negligenza addebitabile al legale era consistita essenzialmente nel non aver proposto, contestualmente all’azione ex art. 2932 c.c., anche l’azione di riduzione del prezzo per le spese sostenute facendolo solo tardivamente, con ciò pregiudicando irrimediabilmente l’esito della causa.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Laddove un avvocato, incaricato di proporre nell’interesse della promissario acquirente una domanda di esecuzione specifica di concludere un contratto, ai sensi dell’art. 2932 c.c., offra, nell’interesse del proprio assistito una somma inferiore a quella ancora dovuta a saldo del corrispettivo promesso, ed ometta di formulare anche la domanda per riduzione del corrispettivo a causa di vizi della cosa oggetto del contratto è configurabile un’ipotesi di responsabilità professionale per negligenza.

Secondo gli Ermellini, infatti, la proposizione dell’azione di riduzione, se ritualmente introdotta, avrebbe potuto sovvertire l’esito della causa alla luce del principio di diritto autorevolmente stabilito dalle Sezioni Unite, secondo cui “il promissario acquirente, a fronte dell’inadempimento del promittente venditore, non resta soggetto alla sola alternativa della risoluzione del contratto o dell’accettazione senza riserve della cosa viziata o difforme, ma può esperire l’azione di esecuzione specifica dell’obbligo di concludere il contratto definitivo, a norma dell’art. 2932 c.c., chiedendo, contestualmente e cumulativamente, la riduzione del prezzo, tenuto conto che il particolare rimedio offerto dal citato art. 2932 c.c. non esaurisce la tutela della parte adempiente, secondo i principi generali dei contratti a prestazioni corrispettive, e che una pronuncia del giudice, che tenga luogo del contratto non concluso, fissando un prezzo inferiore a quello pattuito con il preliminare, configura un legittimo intervento riequilibrativo delle contrapposte prestazioni, rivolto ad assicurare che l’interesse del promissario alla sostanziale conservazione degli impegni assunti non sia eluso da fatti ascrivibili al promittente” (Sez. Un. 1720/85).

LA SENTENZA

Svolgimento del processo

Con citazione notificata in data 21 dicembre 2000 S.S. conveniva in giudizio l’avv. d.M.L. per ottenerne la condanna al risarcimento dei danni subiti a causa della sua negligenza nel condurre una precedente causa proposta nei confronti di tale C.E. ed introdotta nel 1981, il cui esito aveva visto l’accoglimento della domanda riconvenzionale del C. e la risoluzione di un preliminare di compravendita per colpa di esso S., condannato altresì alla restituzione degli immobili oggetto del preliminare ed al pagamento di lire 160 milioni a titolo di indennità di occupazione. La negligenza addebitabile al legale era consistita essenzialmente nel non aver proposto, contestualmente all’azione ex art. 2932 c.c., anche l’azione di riduzione del prezzo per le spese sostenute e sostenendo per lavori di completamento dell’edificio, facendolo solo tardivamente. Anche il successivo atto di appello, curato da altro difensore, era stato inoltre respinto.

In esito al giudizio, introdotto nei confronti dell’avv. d.M., in cui si costituivano sia il convenuto sia la sua assicuratrice, la Milano Spa, da lui chiamata in causa, il Tribunale di Roma rigettava la domanda di risarcimento danni proposta dallo S.. Avverso tale decisione proponeva appello il soccombente ed in esito al giudizio in cui si erano costituiti sia il legale sia la Milano S.p.a., la Corte di Appello di Roma con sentenza depositata in data 7 ottobre 2008 rigettava l’impugnazione. Avverso la detta sentenza lo S. ha quindi proposto ricorso per cassazione articolato in due motivi. All’udienza dell’8.11.2011 la Corte ordinava l’integrazione del contraddittorio nei confronti della Milano Assicurazioni Spa.

Provvedutosi all’incombente,- la Milano ha depositato controricorso.

Resiste altresì con controricorso l’avv. d.M.. Tutte le parti hanno depositato memoria illustrativa.

Motivi della decisione

La prima doglianza, svolta dal ricorrente, articolata sotto il profilo della motivazione insufficiente e inadeguata, si fonda sulla considerazione che la Corte di Appello avrebbe erroneamente valutato le ragioni per cui era stata respinta la domanda ex art. 2932 c.c., avanzata dallo S., ed accolta la domanda di risoluzione del preliminare, proposta dal C.. La decisione, infatti, contrariamente all’interpretazione datane dalla Corte di merito, non era stata determinata dall’inadeguatezza della somma offerta rispetto al prezzo pattuito nel compromesso, e dalla ritenuta legittimità del rifiuto del C. di accettare tale prestazione ma dal fatto che l’actio minoris non poteva essere esaminata in quanto proposta dall’avv. d.M. tardivamente in sede di conclusioni.

Inoltre – e tali rilievi sostanziano la seconda doglianza, articolata anch’essa sotto il profilo della motivazione inadeguata, omessa ed insufficiente – la Corte territoriale avrebbe argomentato in maniera errata sia nel ritenere che la decisione di offrire a saldo prezzo la somma di soli 10 milioni, anzichè 60, risalisse ad autonoma volontà dello S. sia nel ritenere che l’avv. d.M. non potesse opporsi.

I motivi in questione, che vanno esaminati congiuntamente in quanto prospettano ragioni di censura intimamente connesse tra loro, sono entrambi fondati e meritano accoglimento. h riguardo,ai fini di una più agevole comprensione dei termini della vicenda, deve premettersi che, con l’atto di citazione del 27 maggio 1981, l’avv. D.M., nel convenire in giudizio il C. per conseguire ex art. 2932 c.c. il trasferimento delle porzioni immobiliari compromesse, si limitava ad offrire il pagamento del prezzo residuo, da determinarsi in corso di causa, senza proporre, contestualmente, anche l’azione di riduzione del prezzo per le spese sostenute e sostenende per i lavori di completamento dell’edificio, facendolo solo tardivamente, nel precisare le conclusioni.

In esito al giudizio, nella motivazione della sentenza di primo grado, il Tribunale faceva presente che l’esame andava limitato alla domanda originariamente proposta, essendo preclusa la possibilità di prendere in considerazione la domanda di riduzione in quanto era stata proposta tardivamente e la difesa del C. aveva dichiarato di non accettare il contraddittorio. Ciò posto, a causa dell’inadeguatezza della somma offerta, doveva essere pronunciata la risoluzione del contratto preliminare per colpa del promissario acquirente, il quale andava altresì condannato alla restituzione degli immobili e al pagamento di lire 160 milioni a titolo di indennità di occupazione. Il successivo atto di appello, curato da altro difensore, veniva respinto sulla base delle medesime considerazioni.

Ciò premesso, esaurito l’excursus dell’antefatto storico-giudiziale della vicenda, passando all’esame della controversia che ci occupa, deve portarsi l’attenzione sul rilievo che la motivazione della sentenza, oggetto del presente ricorso, si fonda sulla premessa che il rigetto della domanda dello S. volta a conseguire il trasferimento coattivo delle porzioni immobiliari e l’accoglimento della domanda di risoluzione del preliminare, proposta dal C., non erano stati determinati dalla negligenza del legale dello S. bensì dal fatto che quest’ultimo, prima con una lettera, inviata il 16 ottobre 1981, e poi, comparendo di persona davanti al notaio, aveva dichiarato la propria indisponibilità a versare interamente il prezzo concordato. Avendo tale comportamento integrato una grave inadempienza, doveva concludersi – così, in sintesi, la ratio decidendi della decisione – che la proposizione dell’azione di riduzione, anche se ritualmente introdotta, comunque, non avrebbe potuto sovvertire l’esito della causa.

Tale affermazione, posta dai giudici di merito a base della loro decisione, non è e non può ritenersi esente da censure. E ciò, in primo luogo, alla luce del principio di diritto autorevolmente stabilito dalle Sezioni Unite, secondo cui “il promissario acquirente, a fronte dell’inadempimento del promittente venditore, non resta soggetto alla sola alternativa della risoluzione del contratto o dell’accettazione senza riserve della cosa viziata o difforme, ma può esperire l’azione di esecuzione specifica dell’obbligo di concludere il contratto definitivo, a norma dell’art. 2932 c.c., chiedendo, contestualmente e cumulativamente, la riduzione del prezzo, tenuto conto che il particolare rimedio offerto dal citato art. 2932 c.c. non esaurisce la tutela della parte adempiente, secondo i principi generali dei contratti a prestazioni corrispettive, e che una pronuncia del giudice, che tenga luogo del contratto non concluso, fissando un prezzo inferiore a quello pattuito con il preliminare, configura un legittimo intervento riequilibrativo delle contrapposte prestazioni, rivolto ad assicurare che l’interesse del promissario alla sostanziale conservazione degli impegni assunti non sia eluso da fatti ascrivibili al promittente” (Sez. Un. 1720/85).

Giova aggiungere che il principio di diritto riportato ha ricevuto ulteriore conferma da parte della Suprema Corte la quale, anche recentemente, ha ribadito che, in presenza di difformità non incidenti sull’effettiva utilizzabilità del bene ma soltanto sul relativo valore, il promissario acquirente non resta soggetto alla sola alternativa della risoluzione del contratto o dell’accettazione senza riserve della cosa viziata o difforme, ma può esperire l’azione di esecuzione specifica dell’obbligo di concludere il contratto definitivo a norma dell’art. 2932 c.c., chiedendo cumulativamente e contestualmente l’eliminazione delle accertate difformità o la riduzione del prezzo, (Cass. n. 1562/2010, 3383/07, n. 10291/02, n. 16236/03).

Ciò posto, appare di ovvia evidenza che la proposizione dell’azione di riduzione, ove ritualmente introdotta, ben avrebbe potuto, nel caso di specie, sovvertire l’esito della causa.

Ed è appena il caso di osservare che, nel proporre l’appello avverso la sentenza di primo grado, lo S. aveva espressamente dedotto, come risulta riportato in ricorso nel rispetto del principio di autosufficienza, che la giurisprudenza di legittimità aveva fin dal 1976 statuito che la domanda di riduzione del prezzo poteva essere proposta unitamente a quella di adempimento (pag. 7 appello)e che la negligenza dell’avv. D.M. era consistita sia nel non aver introdotto la domanda di riduzione sia nell’agire come se fosse stata proposta (pag. 8).

Ciò, senza voler infine trascurare – e la considerazione riguarda specificamente il secondo motivo di doglianza – che la scelta di offrire la somma di lire 10 milioni di cui alla lettera del 16.10.81 risaliva pur sempre al legale sia perchè fu l’estensore della missiva sia perchè a lui e non al “cliente” sprovvisto di nozioni giuridiche erano inevitabilmente demandate le scelte tecniche per la gestione della controversia.

Ciò posto, considerato che la Corte territoriale ha evitato di esaminare le considerazioni formulate dall’appellante, deve concludersi che l’omesso approfondimento delle ragioni di doglianza svolte dall’appellante e delle considerazioni in esse contenute inficia la correttezza del ragionamento svolto dalla Corte di merito e ne determina la sua censurabilità. Ed è appena il caso di sottolineare a riguardo che sussiste il vizio di motivazione, sotto il profilo dell’omissione e/o dell’insufficienza, dedotto dal ricorrente, quando nel ragionamento del giudice di merito sia rinvenibile come nella specie traccia evidente del mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti. Ne consegue che il ricorso per cassazione, siccome fondato, deve essere accolto e che la sentenza impugnata deve essere cassata. Con l’ulteriore conseguenza che, occorrendo un rinnovato esame della controversia, la causa va rinviata alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione, che provvedere anche in ordine al regolamento delle spese della presente fase di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata con rinvio della causa alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione, che provvedere anche in ordine al regolamento delle spese della presente fase di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 26 giugno 2012.

Depositato in Cancelleria il 6 settembre 2012