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ALCOLTEST: vademecum sugli aspetti importanti che si devono conoscere

Alcoltest: gli aspetti importanti che si devono conoscere

(a cura del Dott. Marco Martinoia)

Con l’alcoltest – esame realizzato tramite prelievo del sangue o con etilometro – si accerta il valore di alcol presente nel sangue, al fine di verificare il rispetto dei limiti fissati dalla legge.

L’attuale normativa in materia di guida in stato di ebrezza, non sempre ben conosciuta, è molto severa: essa, infatti, prevede gravi sanzioni per chi non rispetta le regole.

  1. I limiti e le sanzioni.

Il livello massimo di alcol nel sangue consentito è di 0,50 g/l (0,00 g/l per i minori di 21 anni, per i cd. neopatentati e per chi esercita professionalmente l’attività di trasporto di persone o di cose).

Oltre tale soglia, l’articolo 186 del Codice della Strada prevede le seguenti conseguenze:

  1. a) un valore tra lo 0,5 g/l e lo 0,8 g/l, comporta una sanzione amministrativa da € 532,00 ad € 2.127,00 e la sospensione della patente di guida da tre a sei mesi;
  2. b) un tasso tra lo 0,8 g/l e l’1,5 g/l, implica un’ammenda da € 800,00 ad € 3.200,00, l’arresto fino a sei mesi e la sospensione della patente di guida da sei mesi ad un anno;
  3. c) un livello superiore all’1,5 g/l, determina un’ammenda da € 1.500,00 ad € 6.000,00, l’arresto da sei mesi a un anno, la sospensione della patente di guida da uno a due anni (da due a quattro se il veicolo appartiene a persona estranea al reato) e sequestro preventivo del veicolo e sua confisca (salvo che il veicolo appartenga a persona estranea al reato).[1]

Inoltre, le ammende su richiamate sono aumentate quando il reato è commesso dopo le ore 22 e prima delle ore 7.

Se non è disposto il sequestro, il veicolo, qualora non possa essere affidato ad altra persona idonea, può essere fatto trasportare fino al luogo indicato dall’interessato o fino alla più vicina autorimessa e lasciato in consegna al proprietario o al gestore di essa.

Le spese per il recupero ed il trasporto, ovviamente, sono a carico del trasgressore.

  1. L’incidente stradale.

L’aver provocato un incidente stradale comporta, altresì, il raddoppio di tutte le sanzioni richiamate ed il fermo amministrativo del veicolo per centottanta giorni, salvo che appartenga a persona estranea all’illecito.

Scatta addirittura il ritiro (revoca) della patente quando al guidatore venga riscontrato un tasso alcolemico superiore all’1,5 g/l (lettera c).

Sul punto, è importante ricordare che: “L’aggravante dell’aver provocato un incidente va intesa come qualsiasi avvenimento inatteso che, interrompendo il normale svolgimento della circolazione stradale, possa provocare pericolo alla collettività, senza che assuma rilevanza l’avvenuto coinvolgimento di terzi o di altri veicoli” (Cfr. Cass. pen., 26/11/2015, n. 49352 –  https://www.studiolegalecalvello.it/guida-in-stato-di-ebbrezza-anche-una-lievissima-collisione-comporta-la-revoca-della-patente-cass-penale-493522015/)

  1. I controlli.

Le Autorità che intendano sottoporre un utente della strada all’esame dell’alcol hanno l’obbligo di effettuare due verifiche ad intervallo almeno di cinque minuti l’una dall’altra e considerare rilevante quello riportante il valore inferiore.

Inoltre, è ormai pacifico in giurisprudenza che lo stato di ebbrezza alcolica possa essere determinato anche senza una verifica strumentale (esami del sangue o etilometro).

In questi particolari casi, non essendo possibile indicare con precisione in quale delle tre ipotesi individuate dall’art. 186 C.d.S. ricada la condotta del guidatore, allo stesso verrà contestata l’ipotesi più lieve di cui alla lettera a (tra lo 0,5 g/l e lo 0,8 g/l – solo sanzione amministrativa – Cfr. Cass. pen. sez. IV, 21 aprile 2016, n. 19176).[2]

Il risultato positivo dell’etilometro costituisce, invece, prova certa della sussistenza dello stato di ebbrezza.

Solo la difesa dell’imputato potrà fornire una prova contraria al test, come, ad esempio, dei difetti dello strumento utilizzato per l’esame, delle irregolarità nelle operazioni o nella verbalizzazione o l’assunzione da parte del guidatore di farmaci ad elevata componente alcolica idonea ad influenzare l’esito del test.[3]

  1. L’avviso della facoltà di farsi assistere da un difensore.

La polizia giudiziaria, prima di procedere all’alcoltest, ai sensi dell’art. 114 disp. att. c.p.p., deve dare avviso alla persona sottoposta alle indagini della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, ma NON ha l’obbligo di attendere l’arrivo del difensore dell’indagato, anche qualora questi abbia comunque avuto notizia dell’imminente perquisizione e intenda parteciparvi (Cfr. Cass. pen. sez. IV, 12 novembre 2014, n. 50053).[4]

Sul punto, le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione hanno recentemente chiarito che la nullità dell’accertamento, conseguente al mancato avviso della suddetta facoltà, può essere dedotta – dal difensore dell’imputato – fino al momento della deliberazione della sentenza di primo grado.[5]

L’avviso di cui sopra deve essere fornito anche nel caso in cui, dopo l’incidente stradale, il guidatore sia trasportato all’ospedale e l’alcoltest venga eseguito dagli operatori di una struttura sanitaria come atto urgente richiesto dalla polizia giudiziaria (Cass. pen. Sez. IV, Sent., 09-11-2017, n. 51284).[6]

Diverso invece, se, a seguito dell’incidente, l’esame del sangue venga effettuato autonomamente dai sanitari, per ragioni di cura, secondo il protocollo di pronto soccorso della struttura ospedaliera.

In questo secondo caso, infatti, l’esame non è indirizzato alla ricerca di una prova del reato di guida in stato di ebbrezza e, di conseguenza, non sussiste alcun obbligo di avviso al paziente poiché non viene toccato il suo diritto di difesa. [7]

I risultati del prelievo ematico saranno, comunque, utilizzabili nel processo per l’accertamento del reato.

Sul punto, tuttavia, si tenga in dovuta considerazione la recente sentenza n. 904/2017 del Tribunale di Padova: procedimento nel quale un motociclista è andato assolto poiché per l’accertamento della concentrazione di alcol nel sangue, secondo protocollo sanitario, veniva utilizzato il metodo immunoenzimatico, test che viene eseguito su siero e non su sangue intero e misura non solamente l’alcol, ma anche una serie di metaboliti da esso derivati, determinando necessariamente una sovrastima.

Il Tribunale patavino ha, infatti, ritenuto che il test doveva considerarsi inattendibile e, pertanto, non poteva dirsi accertato oltre ogni ragionevole dubbio che la concentrazione di alcol nel sangue fosse superiore a 0,8 g/L – Cfr. https://www.studiolegalecalvello.it/alcoltest-mediante-prelievo-ematico-inattendibile-motociclista-assolto-trib-pen-padova-sent-9042017/

  1. Il rifiuto di sottoporsi all’etilometro.

Salvo che il fatto non costituisca più grave reato, il guidatore che rifiuta di sottoporsi all’alcoltest viene considerato, ai sensi del settimo comma dell’articolo 186 C.d.S., come se avesse un tasso alcolemico superiore a 1,5 g/l (lettera c).

Commette il reato anche colui che, dopo essersi sottoposto alla prima prova, rifiuti di eseguire la seconda, poiché non permette di terminare il normale iter degli accertamenti necessari al controllo dello stato di ebbrezza (Cass. pen. sez. VI, 8 marzo 2016, n. 15967; Cass. pen. sez. IV, 3 aprile 2013, n. 45919).[8]

Tuttavia, il suddetto rifiuto viene considerato legittimo nel caso in cui, in assenza di incidente, il conducente rifiuti di seguire le Autorità – sfornite dello strumento per il rilevamento dell’alcol nel sangue – presso il Comando o l’ospedale più vicino (Cfr. Cassazione penale, sezione IV, sentenza 7 settembre 2017, n. 40758 – https://www.studiolegalecalvello.it/alcoltest-non-reato-assenza-incidente-rifiutare-sottoporsi-al-test-nel-piu-vicino-ospedale-cass-penale-n-4075817/)

 

[1] Si veda, V. Zeppilli, Alcoltest: tutto quello che c’è da sapere, in Studio Cataldi il diritto quotidiano, ottobre 2017.

[2] Cfr., M. Lombardo, La giurisprudenza sull’accertamento dello stato di ebbrezza mediante alcoltest, in Quotidiano giuridico 08.02.2017.

[3] Così, A. Scarcella, Guida in stato di ebbrezza: colpevole anche se usa farmaco che interferisce con l’alcooltest, in Quotidiano giuridico, 24.07.2017.

[4] In tal senso, M. Lombardo, La giurisprudenza sull’accertamento dello stato di ebbrezza mediante alcoltest, in Quotidiano giuridico 08.02.2017.

[5] Il Supremo organo nomofilattico ha, infatti, escluso che tale nullità “debba essere personalmente eccepita, a pena di decadenza, dal soggetto indagato o imputato, non solo nell’immediatezza dell’atto nullo, ma anche successivamente, poiché tale soggetto non ha, o si presume per postulato legale che non abbia, le conoscenze tecniche indispensabili per apprezzare che l’atto o il mancato atto sia non rispettoso delle regole processuali, e per di più che egli debba attivarsi per eccepire ciò, entro certi termini, a pena di decadenza” – Cfr. Cass. pen. sez. Un., n. 5396/2015 https://www.studiolegalecalvello.it/ss-uu-penali-n-53962015-nullo-lalcol-test-se-manca-lavvertimento-dellassistenza-del-difensore/

[6] Si veda, M. Caprino, Alcol-test con avviso anche in ospedale, Il Sole 24 ore, 10.11.2017.

[7]  Così, S. Marani, Guida in stato ebbrezza: esame del sangue si può rifiutare se richiesto da polizia ma non dai medici, in Altalex, 14.02.2018.

[8] Cfr., Lombardo, La giurisprudenza sull’accertamento dello stato di ebbrezza mediante alcoltest, in Quotidiano giuridico 08.02.2017.

 

Alcoltest effettuato mediante prelievo ematico inattendibile: motociclista assolto (Trib. Pen. Padova, sent. 904/2017)

IL FATTO: Un ciclomotorista finiva la propria corsa contro una rotonda in sella al proprio scooter. Gli agenti intervenuti sul luogo del sinistro lo accompagnavano al locale Pronto Soccorso per sottoporlo ad alcoltest le cui risultanze evidenziavano 2.73 grammi di alcool per litro di sangue. Ne conseguiva una citazione a giudizio avanti il Tribunale per rispondere del reato previsto e punito dall’art. 186, secondo comma, lett. C), comma 2 bis e comma 2 sexies del Codice della Strada (guida in stato di ebbrezza aggravata).

LA DIFESA: Il consulente tecnico della difesa medico chirurgo specialista in medicina legale, ha riferito che, per l’accertamento della concentrazione di alcool nel sangue, fu utilizzato il metodo immunoenzimatico, test che viene eseguito su siero e non su sangue intero e misura non solamente l’alcool, ma anche una serie di metaboliti da esso derivati, ciò che determina necessariamente una sovrastima.

LA DECISIONE: il Tribunale riteneva che mentre poteva dirsi accertato che l’imputato conduceva il motoveicolo in stato di ebbrezza conseguente all’uso di bevande alcoliche, non poteva altrettanto dirsi accertato oltre ogni ragionevole dubbio che la concentrazione di alcool nel sangue al momento fosse superiore a 0,8 g/L, rientrando quindi in una delle fattispecie penalmente rilevanti. L’imputato veniva quindi assolto non essendo il fatto previsto dalla legge come reato.

LA SENTENZA  (Integrale in PDF più sotto)

 

TRIBUNALE DI PADOVA

IN COMPOSIZIONE MONOCRATICA

DISPOSITIVO DI SENTENZA

E CONTESTUALE MOTIVAZIONE

(Artt. 544 e segg., 549 c.p.p.)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

SENTENZA

A SEGUITO DI DIBATTIMENTO

(Art. 567 c.p.p.)

IL GIUDICE

Dott. Antonella Salvagno

alla pubblica udienza del 18.04.2017

ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

Nei confronti di

M. nato a … il …, residente in …, elettivamente domiciliato c/o AVV. CESARE ZULIAN DEL FORO DI PADOVA

LIBERO – ASSENTE

difeso di fiducia dall’Avv. Alberto Berardi del Foro di Padova

difeso di fiducia dall’Avv. Cesare Zulian del Foro di Padova

IMPUTATO

Del reato di cui all’art. 186, co. 2 lett. c), co. 2 bis e co. 2 sexies, D.L. vo 285/1992 perché alle ore 5.20 circa, guidava il motoveicolo Kymco People tg. … in stato di ebbrezza alcolica con tasso pari a 2,73 g/L, provocando un incidente stradale. In Due Carrare, il 3/9/2013.

(Omissis)

Motivi della decisione

Dagli atti contenuti nel fascicolo del Pubblico Ministero e da quelli già facenti parte del fascicolo del dibattimento risulta – né del resto è stato mai posto in discussione dalla difesa dell’imputato – che M. M., il giorno 3 settembre 2013, alle ore 5,00 circa del mattino, in Comune di Due Carrare, alla guida del motociclo Kymco People targato … (risultato di proprietà di altra persona), usciva autonomamente di strada nell’affrontare una rotatoria. Sul posto intervenivano i Carabinieri della Stazione di Galzignano Terme, che constatavano che il M. era ferito ad una gamba e manifestava “sintomi riconducibili ad un abuso di sostanze alcoliche, quali forte alito vinoso, occhi lucidi, eccessiva loquacità”, ragion per cui ne veniva chiesto il soccorso ed il trasporto all’ospedale di Monselice. Informato l’imputato della facoltà di farsi assistere da difensore di fiducia, facoltà alla quale il M. rinunciava, i Carabinieri rivolgevano alla struttura ospedaliera richiesta di accertamento del tasso alcoolemico nel sangue mediante prelievo ematico, a seguito della quale l’ospedale di Monselice trasmetteva referto di esame del sangue dal quale risultava un valore di 2,73 g/L per l’alcool etilico.

Il consulente tecnico della difesa, dott. Roberto Rondinelli, medico chirurgo specialista in medicina legale, ha riferito che, per l’accertamento della concentrazione di alcool nel sangue, fu utilizzato il metodo immunoenzimatico, test che viene eseguito su siero e non su sangue intero e misura non solamente l’alcool, ma anche una serie di metaboliti da esso derivati, ciò che determina necessariamente una sovrastima. Il consulente aggiungeva che si tratta di un test rapido, utile ai fini clinici del pronto soccorso per evidenziare un’eventuale intossicazione da alcool ed effettuare una diagnosi differenziale rispetto ad intossicazioni da altre sostanze, nonostante la possibilità di falsi positivi, poiché il dato dell’esame di laboratorio, pur tenuto conto della sovrastima, si sarebbe potuto considerare significativo qualora fosse stato confortato dalla descrizione di un quadro clinico con esso compatibile, cosa non verificatasi nel caso di specie, in quanto, a giudizio del consulente stesso, la descrizione data dai Carabinieri operanti, non poteva corrispondere ad un livello di alcool nel sangue quale quello risultante dall’esame, ma semmai ad un livello inferiore a 0,8 g/L. Il Consulente, dott. Rondinelli, precisava infine che non è possibile quantificare precisamente l’errore del metodo utilizzato nel caso di specie, per la somma di vari motivi d’incertezza, ulteriori rispetto alla sovrastima tipica del metodo (quantificabile, quest’ultima, tra il 15 ed il 25%), quali la presenza di una parte non quantificabile, di siero ossidato o modificato o l’eventuale uso di disinfettante alcoolico al momento del prelievo del campione.

Dal complesso degli elementi probatori in atti, dunque, risulta accertato che l’imputato ha condotto il motociclo in stato di ebbrezza, poiché i Carabinieri operanti ne hanno riscontrato i sintomi nell’immediatezza del fatto.

Non appare provato con certezza, invece, che il livello di alcool nel sangue al momento del fatto fosse superiore a 1,5 g/L (come previsto dall’ipotesi contestata, di cui alla lett. c dell’articolo 186, secondo comma, del Codice della Strada) ovvero a quello di 0,8 g/L (ciò che potrebbe ricondurre il fatto all’ipotesi di cui all’articolo 186, secondo comma, lett. b, del Codice della Strada, anche questa di rilievo penale).

Vero è che, per l’accertamento dei reati previsti dal secondo comma dell’articolo 186 del Codice della Strada, non è prevista dall’ordinamento alcuna prova legale, relativamente al livello del tasso alcoolemico nel sangue, cosicché la sussistenza di tali reati può essere ritenuta dal giudice anche in assenza di accertamenti strumentai (con etilometro o con esame del sangue) e per entrambe le ipotesi previste dalla norma, qualora la prova emerga da altri elementi (Cass. n. 22241/2014 e Cass. n. 26562/2015).

Nel caso di specie, tuttavia, da un lato il consulente tecnico della difesa ha ampiamente argomentato in ordine all’inidoneità dell’esame del sangue, svolto dal laboratorio dell’Ospedale di Monselice a fini clinici, a provare da solo con certezza un livello di alcool etilico, derivante dall’uso di bevande alcooliche, superiore a 0,8 g/L; dall’altro lato non vi sono elementi probatori (anche sotto il profilo di un complesso di indizi gravi, precisi e concordanti) tali da poter collocare oltre ogni ragionevole dubbio lo stato di ebbrezza del M. al momento del fatto nella scia di cui alla lettera b) od in quella di cui alla lettera c) dell’art. 186 CdS.

I sintomi descritti dai Carabinieri di Galzignano dello stato dell’imputato nell’immediatezza del fatto non permettono, infatti, di trarre alcuna sicura conclusione sul punto, potendo corrispondere anche alla fascia di cui alla lettera a) dell’articolo 186 CdS (ed essendo, a giudizio del consulente tecnico della difesa, addirittura incompatibili con il tasso alcoolemico risultante dall’esame del sangue, che avrebbe dovuto indurre nell’imputato uno stato di confusione mentale, con andatura instabile e tendanza ad assopirsi).

Nemmeno l’uscita di strada autonoma – da sola o, per quanto appena sopra detto, unitamente alla descrizione dello stato dell’imputato – costituisce elemento che consenta di accertare oltre ogni ragionevole dubbio la sussistenza di una delle due fasce superiori previste dall’articolo 186, secondo comma, CdS, essendo la compromissione delle capacità di guida dei veicoli (tanto più trattandosi di motoveicoli, come nel caso di specie, che richiedono anche capacità di mantenimento dell’equilibrio, in particolare nell’affrontare le curve e rotatorie) compatibile con ciascuna delle tre fasce previste dalla norma citata.

In definitiva, può dirsi accertato che l’imputato conduceva il motoveicolo in stato di ebbrezza conseguente all’uso di bevande alcooliche, ma non può dirsi accertato oltre ogni ragionevole dubbio che la concentrazione di alcool nel sangue al momento fosse superiore a 0,8 g/L, rientrando quindi in una delle fattispecie penalmente rilevanti. Ne consegue che l’imputato andrà assolto, ai sensi dell’articolo 530, secondo comma, c.p.p., perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, con trasmissione della sentenza al Prefetto di Padova per le determinazioni in ordine all’applicazione delle sanzioni amministrative (applicazione che spetta al giudice penale unicamente se conseguente all’accertamento di reati).

Stante il carico di lavoro, il deposito dei motivi è riservato in trenta giorni.

P.Q.M.

Visto l’articolo 530, secondo comma, c.p.p.,

assolve M. M. dal reato ascrittogli perché il fatto non è previsto dalla legge come reato. Dispone la trasmissione della presente sentenza al Prefetto di Padova. Motivi riservati in 30 giorni.

Padova, 18 aprile 2017

Il Giudice

Dott.ssa Antonella Salvagno

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Trib. Penale di Padova, sent. n. 9042017 del 18.04.2017

Alcoltest: non è reato, in assenza di incidente, rifiutare di sottoporsi al test nel più vicino ospedale (Cass. penale n. 40758/17)

Cassazione penale, sezione IV, sentenza 7 settembre 2017, n. 40758

IL CASO

Tizio, a seguito di un controllo dei Carabinieri, mentre era alla guida di un autoveicolo, veniva condannato per il reato di cui all’art. 186, comma 7, C.d.S. per essersi rifiutato di sottoporsi all’accertamento relativo all’assunzione di sostanze alcolemiche. Tizio, tuttavia, impugnava la sentenza per aver omesso di considerare che i militari non erano in possesso del sistema dell’alcoltest e che, pertanto, gli avevano chiesto di seguirli presso il più vicino ospedale. Tizio, tuttavia, si rifiutava di seguire i Carabinieri presso il più vicino Ospedale.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

[…] il reato di rifiuto di sottoporsi agli accertamenti alcoolimetrici (art. 186 C.d.S., comma 7) non è integrato laddove il conducente si oppone all’accompagnamento presso il più vicino ufficio o comando, non trattandosi di condotta tipizzata dal combinato disposto dei commi terzo e settimo di detto articolo.

LA SENTENZA

(omissis)

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. La Corte di appello di Caltanissetta con la sentenza impugnata, in punto di affermazione di responsabilità, ha integralmente confermato la sentenza 26/11/2013 con la quale il Tribunale di quella città aveva dichiarato la penale responsabilità di B.S. per il reato p. e p. dal D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 186, comma 7 perchè, in data (OMISSIS), in località (OMISSIS), si era rifiutato di sottoporsi all’accertamento relativo all’assunzione di sostanze stupefacenti o alcolemiche, a seguito di un controllo della Polizia, mentre era alla guida di un autoveicolo.

In punto di trattamento sanzionatorio, la Corte territoriale ha sostituito la pena inflitta in primo grado (mesi 3 di arresto ed Euro 1.000.00 di ammenda) con quella del lavoro di pubblica utilità di cui al D.Lgs. n. 274 del 2000, art. 54 per la durata di mesi 3 e giorni 4.

2. Avverso la citata sentenza, tramite difensore di fiducia, propone ricorso il B. denunciando violazione di legge e vizio di motivazione in punto di ritenuta sua responsabilità penale (al ricorso allega la sentenza della Corte di appello ed il verbale di fon. del 5/05/2013).

Il ricorrente lamenta che entrambi i Giudici di merito hanno ritenuto provata la sua responsabilità penale sulla base del suo rifiuto a sottoporsi all’alcool test, omettendo di considerare che i Carabinieri intervenuti non potevano accertare il suo tasso alcolemico, atteso che, come dichiarato dal teste M.llo C. M., la loro auto di servizio era sprovvista del sistema per l’alcooltest. Evidenzia che il suo rifiuto era riferito all’intenzione dei Carabinieri di accompagnarlo presso l’Ospedale di Caltanissetta (posto ad una distanza di circa 10 km dal luogo in cui lui era stato fermato).

3. Il ricorso è fondato.

Invero, secondo consolidata giurisprudenza di legittimità (cfr. tra le tante Sez. 4, sent. n. 21192 del 14/3/2012, PM in proc. Bellencin, Rv. 252736), il reato di rifiuto di sottoporsi agli accertamenti alcoolimetrici (art. 186 C.d.S., comma 7) non è integrato laddove il conducente si oppone all’accompagnamento presso il più vicino ufficio o comando, non trattandosi di condotta tipizzata dal combinato disposto dei commi terzo e settimo di detto articolo.

Tale ipotesi si è verificata nel caso di specie nel quale – premesso che l’art. 186 C.d.S., comma 7 punisce il rifiuto del conducente di sottoporsi agli accertamenti di cui ai commi 3, 4 e 5 – l’invito (rivolto all’odierno ricorrente) a seguire i carabinieri non era riconducibile: a) nè al comma 3, in quanto i Carabinieri non possedevano l’etilometro; b) nè al comma 4, in quanto i militari non avevano invitato il B. presso il più vicino ufficio o comando. D’altra parte, il rifiuto opposto dal B. non era stato dallo stesso opposto ai sensi dell’art. 186, comma 5, in quanto di detto disposto difettava un fondamentale presupposto di operatività (ovvero l’accadimento di un incidente stradale).

In definitiva, il rifiuto del B. all’adempimento dell’obbligo di seguire i Carabinieri presso l’Ospedale, sito a molta distanza dal luogo del fatto, non ha integrato la contravvenzione prevista dall’art. 186 C.d.S., comma 3.

Ne consegue che la sentenza impugnata deve essere annullata con la formula indicata in dispositivo.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè il fatto non sussiste.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 12 luglio 2017.

Depositato in Cancelleria il 7 settembre 2017

Omicidio colposo stradale: la patente va sospesa anche in caso di patteggiamento (Cass. penale, n. 18810/2017)

Cass. pen. Sez. IV, Sent., (ud. 06-04-2017) 18-04-2017, n. 18810

IL CASO

Il G.U.P. del Tribunale di Mantova, applicava la sanzione concordata tra le parti omettendo, tuttavia, di irrogare la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida. Il Procuratore della Repubblica presso la Corte d’Appello di Brescia ricorre in Cassazione.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Con la sentenza ex art. 444 c.p.p., deve essere disposta la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida prevista dall’art. 222 C.d.S., e ciò perfino se essa sia stata già disposta dal prefetto, posto che una volta stabilita dal giudice la durata della sospensione, da questa dovrà detrarsi il periodo di tempo eventualmente già scontato. Non rileva che nella richiesta di patteggiamento non sia stata fatta menzione della sanzione amministrativa, giacché essa non può formare oggetto dell’accordo delle parti.

LA SENTENZA

sul ricorso proposto da:

PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D’APPELLO DI BRESCIA;

nei confronti di:

G.R. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 2702/2014 GIP TRIBUNALE di MANTOVA, del 07/07/2016;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. LOREDANA MICCICHE’;

lette le conclusioni del PG Dott. Francesca Loy, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Il Procuratore della Repubblica presso la Corte d’Appello di Brescia ricorre avverso la sentenza resa dal G.U.P. del Tribunale di Mantova che, nel definire ex art. 444 c.p.p., il processo a carico di G.R. per il reato di cui agli artt.589, commi 1 e 2, c.p. applicando la sanzione concordata tra le parti, ometteva la irrogazione della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, così violando la espressa disposizione normativa di cui al D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 222, commi 2 e 2 bis, e succ.modif..
  2. Il P.G. ha concluso per l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata limitatamente al punto oggetto di censura.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è fondato.
  2. Con la sentenza di patteggiamento vanno infatti applicate le sanzioni amministrative accessorie, essendo il divieto eccezionale dell’art. 445 c.p.p., limitato alle pene accessorie ed alle misure di sicurezza diverse dalla confisca (Sez. Un., 27 maggio-21 luglio 1998, n.8488, Rv 201982, Bosio).
  3. Ne consegue che con la sentenza ex art. 444 c.p.p., deve essere disposta la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida prevista dall’art. 222 C.d.S., e ciò perfino se essa sia stata già disposta dal prefetto, posto che una volta stabilita dal giudice la durata della sospensione, da questa dovrà detrarsi il periodo di tempo eventualmente già scontato. Non rileva che nella richiesta di patteggiamento non sia stata fatta menzione della sanzione amministrativa, giacchè essa non può formare oggetto dell’accordo delle parti, limitato alla pena, e consegue di diritto alla sollecitata pronuncia. Nè potrebbe opporsi che la sanzione amministrativa verrebbe applicata in difetto di accertamento del reato, in quanto nel patteggiamento, anche se non si fa luogo all’affermazione della responsabilità dell’imputato, si procede comunque all’accertamento del reato, sia pure sui generis, essendo fondato sulla descrizione del fatto reato, nei suoi elementi, soggettivo ed oggettivo, contenuta nel capo di imputazione, e non contestata dalle parti nel formulare la richiesta, perchè stimata rispondente al vero o, quanto meno, non contestabile (Sez. 4, 27.7.2005, n. 27931, Rv. 232015; Sez. 4, 8.10.2007, n. 36868, Rv. 237231; Sez. 6, 29.5.2008, n. 40591, Rv. 241359).
  4. Stante la violazione di legge in relazione al trattamento sanzionatorio, va disposto di conseguenza l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata limitatamente alla omessa sospensione della patente di guida.

P.Q.M.

annulla la sentenza impugnata limitatamente alla mancata applicazione della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida e rinvia sul punto al Tribunale di Mantova.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 6 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 18 aprile 2017

Omicidio stradale colposo: quando il pedone non ha ragione (Cass. penale n. 35834/2016)

Cass. pen. Sez. IV, Sent., (ud. 14-04-2016) 30-08-2016, n. 35834)

Vi segnalo una recentissima sentenza della Corte di Cassazione penale (la n. 35834 del 30.08.2016) che affronta il tema della condotta del pedone investito da un veicolo in circostanze tali da far profilare un’ipotesi di decisiva, e addirittura esclusiva, di responsabilità in capo alla vittima. In particolare, nella fattispecie, il soggetto si trovava a percorrere a piedi una strada extraurbana non illuminata in orario notturno, contromano e non indossando il giubbotto retroreflettente. I giudici di legittimità hanno ritenuto tale comportamento alla stregua di una condotta esulante dal novero degli eventi ragionevolmente prevedibili e, in quanto tale, non ascrivibile a titolo di colpa al conducente della vettura investitrice. (Avv. Francesco Carraro)

LA SENTENZA (estratto)

Svolgimento del processo

Z.C.A. ha proposto, a mezzo del difensore, ricorso per Cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Potenza emessa in data 20.3.2015 a conferma della sentenza del Tribunale di Matera, in data 24.9.2013, con la quale il predetto è stato dichiarato colpevole del reato di cui all’art. 589 c.p., per avere, per colpa consistita in negligenza ed imprudenza nonchè nella violazione dell’art. 141 C.d.S., commi 2 e 3, investito il pedone M.V. cagionandone la morte. Come risulta dalla ricostruzione della dinamica del sinistro effettuata dai giudici di merito, lo Z. percorreva la statale (OMISSIS) alla guida dell’autovettura Lancia Lybra con direzione (OMISSIS), quando, dopo essersi immesso nella corsia di decelerazione per svoltare a sinistra verso la (OMISSIS), non si avvedeva della presenza del pedone M.V., che procedeva lungo detta corsia nella stessa direzione di marcia sulla carreggiata, investendolo e scaraventandolo a terra dove il M. veniva travolto da altra autovettura condotta da T.F., riportando lesioni gravissime che ne cagionavano la morte.

I giudici di merito ritenevano che, benchè la vittima procedesse lungo la strada extraurbana nello stesso senso di marcia dei veicoli, senza alcun presidio per la visibilità notturna, la responsabilità dell’evento fosse da ascriversi allo Z. in quanto egli non aveva adeguato la sua condotta di guida alle condizioni della strada, priva di una sufficiente illuminazione, in particolare non aveva tenuto una velocità commisurata a quelle condizioni, tale da consentirgli di mantenere il controllo del veicolo e di prevedere tutte le situazione di pericolo, e non aveva azionato i fari abbaglianti il cui uso è previsto su strada extraurbana con illuminazione insufficiente o mancante, in assenza di situazioni ostative al loro impiego.

La difesa dell’imputato ha dedotto, con un primo motivo, violazione della legge e vizio di motivazione con riferimento alla avvistabilità del pedone. Ha rilevato in proposito che la vittima, dopo aver lasciato la propria autovettura alla ricerca di un distributore, percorreva a piedi la statale (OMISSIS) in cui vige il divieto di transito di pedoni, senza indossare il giubbotto o le altre misure per la visibilità notturna prescritte dall’art. 162 C.d.S., comma 4 ter, procedendo, peraltro, nello stesso senso di marcia dei veicoli, in violazione dell’art. 190 C.d.S., comma 2. Tale condotta, impedendo l’avvistabilità si pone, ad avviso della difesa, come un evento assolutamente imprevedibile ed anomalo che sfugge ad ogni possibilità di controllo e di evitamento da parte dell’automobilista.

La difesa evidenzia come nei confronti del ricorrente non sia stata elevata alcuna contravvenzione da parte della Polizia Stradale intervenuta.

Lamenta, inoltre, la difesa che i giudici hanno recepito le conclusione del consulente del PM in merito alla inadeguatezza della velocità benchè non fondate su un esatto rilevamento della stessa, senza prendere in considerazione quelle del consulente della difesa fondate su una puntuale ricostruzione dei tempi psicotecnici di avvistamento del pedone in base alla velocità tenuta dall’imputato (stimata in 40-50 Km/h).

Con un secondo motivo, la difesa deduce violazione di legge con riguardo alla mancata applicazione dell’art. 41 c.p., comma 2, che riconosce l’efficacia interruttiva del nesso di causalità alle cause sopravvenute da sole sufficienti a cagionare l’evento.

Assume in proposito la difesa che la vittima fu solo urtata dall’auto del ricorrente, con esiti non esiziali come confermato dal consulente del PM. A causa dell’urto fu sbalzata a terra e qui fu travolta da altra auto che sopraggiungeva, questa volta con esiti mortali. Dunque la responsabilità per la morte del pedone non deve essere posta a carico dell’imputato bensì a carico dell’altro automobilista che era nelle condizioni di avvistare l’ostacolo, arrestarsi ed evitarlo; di conseguenza il nesso di causalità fra la condotta dello Z. e l’evento mortale deve ritenersi interrotto da una causa sopravvenuta idonea da sola, in modo del tutto indipendente dalla condotta dell’imputato, a determinarne la morte. Di conseguenza l’imputato dovrebbe rispondere del solo reato di lesioni ex art. 590 c.p., non procedibile per difetto di querela.

Con un terzo motivo la difesa deduce violazione della legge penale con riguardo alla prescrizione del reato intervenuta, secondo la difesa, in data 20.8.2013 (anni sette e mesi sei decorrenti dalla data di commissione del reato, 20.2.2006), quindi prima della sentenza di appello emessa il 20.3.2015.

Motivi della decisione

Il ricorso è fondato nella misura in cui pone un problema di causalità della colpa; profilo non adeguatamente analizzato dalla Corte di appello.

Come è noto, l’art. 43 c.p., con il richiamo alla negligenza, imprudenza ed imperizia ed alla violazione di leggi, regolamenti, ordini e discipline, delinea una prima fondamentale connotazione della colpa: si tratta di una condotta posta in essere in violazione di una norma cautelare.

Accanto a tale tratto oggettivo, però, si ha una caratteristica di natura soggettiva: la colpa, infatti, è mancanza di volontà dell’evento. In positivo, poi, il profilo soggettivo e personale della colpa viene generalmente individuato nella capacità soggettiva dell’agente di osservare la regola cautelare, nella concreta possibilità di pretendere l’osservanza della regola stessa: nella esigibilità del comportamento dovuto.

Dunque nel verificare la sussistenza di una responsabilità colposa occorre tener conto non solo dell’oggettiva violazione di norme cautelari, ma anche della concreta possibilità per l’agente di conformarsi alla regola. Ciò in relazione alle sue qualità e capacità personali.

Prevedibilità ed evitabilità dell’evento sono all’origine delle regole cautelari ed al contempo costituiscono il fondamento del giudizio di rimproverabilità personale.

Ebbene, sotto il profilo dell’evitabilità dell’evento, l’art. 43 c.p., stabilisce che il delitto è “colposo quando l’evento non è voluto e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia”. La norma evoca la causalità della colpa.

Come è facile intuire, infatti, la responsabilità colposa non può estendersi a tutti gli eventi derivati dalla violazione della norma ma deve ritenersi circoscritta ai soli risultati che la norma stessa mira a prevenire. Ciò significa che, ai fini della responsabilità colposa, l’accadimento verificatosi deve rientrare tra quelli che la norma di condotta tendeva ad evitare, deve costituire la concretizzazione del rischio.

Vi è poi altro profilo inerente il momento soggettivo ed il rimprovero personale. Affermare, alla stregua dell’art. 43 c.p., che per aversi colpa l’evento deve essere stato causato da una condotta soggettivamente riprovevole implica che il nesso eziologico non si configura quando una condotta appropriata – il comportamento alternativo lecito – non avrebbe comunque evitato l’evento. Invero non avrebbe senso richiedere un comportamento comunque inidoneo ad evitare il risultato antigiuridico.

Ciò evidenzia la connessione tra le problematiche sulla colpa e quelle sul nesso causale per cui spesso le valutazioni inerenti lo sviluppo causale si riverberano sul giudizio di evitabilità in concreto.

Orbene, nel caso in esame il profilo propriamente causale non desta problemi. Mentre non è stata approfondita la causalità della colpa. Essa si configura non solo quando il comportamento diligente avrebbe certamente evitato l’esito antigiuridico, ma anche quando una condotta appropriata aveva significative probabilità di scongiurare il danno.

Proprio in tema di circolazione stradale, con riferimento alla norma di cautela inerente all’adeguamento della velocità alle condizioni ambientali, è stata ripetutamente affermata la necessità di tener conto degli elementi di spazio e di tempo, e di valutare se l’agente abbia avuto qualche possibilità di evitare il sinistro: la prevedibilità ed evitabilità vanno cioè valutate in concreto. A ben vedere il fattore velocità è un concetto relativo alle situazioni contingenti, quando si tratta di valutare il comportamento dell’imputato in chiave causale e non già di accertare la violazione di una norma contravvenzionale che prescrive limiti di velocità (Cass. Sez. 4^ n. 37606/2007 RV 237050).

Peraltro se l’esigenza della prevedibilità ed evitabilità in concreto dell’evento si pone in primo luogo e senza incertezze nella colpa generica, poichè in tale ambito la prevedibilità dell’evento ha un rilievo decisivo nella stessa individuazione della norma cautelare violata; occorre rilevare che sussiste anche nell’ambito della colpa specifica.

Certamente tale spazio valutativo è pressochè nullo nell’ambito delle norme rigide la cui inosservanza da luogo quasi automaticamente alla colpa; ma nell’ambito di norme elastiche che indicano un comportamento determinabile in base a circostanze contingenti, vi è spazio per l’apprezzamento della concreta prevedibilità ed evitabilità dell’evento (Cass. Sez. 4^ n. 26239/2013 RV 255695).

Dunque nel caso di specie si trattava di comprendere se, nelle condizioni date, la condotta della vittima – che, sceso dalla propria autovettura, circolava su strada extraurbana senza giubbotto retroriflettente – fosse prevedibile e se le conseguenze letali dell’infortunio fossero evitabili nei sensi che si sono sopra esposti.

Sotto questo profilo merita precisare, infatti, che l’art. 141 C.d.S., riguarda esclusivamente gli eventi che ricadono nella sfera di prevedibilità ed il comportamento di un pedone che procede in strada extraurbana, al buio, senza giubbotto retroriflettente e contromano costituisce una condotta che ben potrebbe esulare dalla suddetta sfera di prevedibilità.

La carenza di motivazione sul punto in questione, cruciale ai fini della configurazione della responsabilità colposa, vulnera l’impugnata sentenza. Di conseguenza, la stessa deve essere annullata con rinvio alla Corte di appello di Salerno affinchè, sulla base dei principi sopra enunciati, valuti la condotta colposa dello Z. in relazione alle condizioni concrete di prevedibilità ed evitabilità dell’incidente mortale.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di appello di Salerno.

Così deciso in Roma, il 14 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 30 agosto 2016

 

Guida in stato di ebbrezza, SS.UU. Penali n. 5396/2015: nullo l’alcol test se manca l’avvertimento dell’assistenza del difensore

Cass. pen. Sez. Unite, Sent., (ud. 29-01-2015) 05-02-2015, n. 5396

Attività di p.g. – alcoltest- mancato avvertimento dell’assistenza difensiva – nullità – rilevabilità

LE SS.UU. DELLA CORTE PENALE DI CASSAZIONE HANNO ENUNCIATO I SEGUENTI PRINCIPI:

– per “parte” sulla quale grava l’onere di eccepire una qualsiasi nullità deve intendersi solo il difensore (o il pubblico ministero), e non l’indagato di persona (nè altra parte privata), che è soggetto che non ha, o potrebbe solo accidentalmente avere, conoscenze tecnico-processuali idonee ad apprezzare una violazione della legge processuale

– la nullità a regime intermedio, derivante dalla violazione dell’art. 114 disp. att. cod. proc. pen. per il mancato avvertimento al conducente di un veicolo da sottoporre ad esame alcolimetrico della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, può essere tempestivamente dedotta fino al momento della deliberazione della sentenza di primo grado, ai sensi degli artt. 180 e 182, comma 2, cod. proc. pen.;

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SANTACROCE Giorgio – Presidente –

Dott. ESPOSITO Antonio – Consigliere –

Dott. MILO Nicola – Consigliere –

Dott. ROMIS Vincenzo – Consigliere –

Dott. CONTI Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. VECCHIO Massimo – Consigliere –

Dott. BRUNO Paolo A. – Consigliere –

Dott. DAVIGO Piercamillo – Consigliere –

Dott. CASSANO Margherita – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Venezia;

nei confronti di:

B.M., nato (OMISSIS);

avverso la sentenza del 11/11/2013 del Tribunale di Treviso;

visti gli atti;

udita la relazione svolta dal componente Giovanni Conti;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Procuratore generale CIANI Gianfranco, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;

udito per l’imputato l’avv. Aliberti Ernesto, in sostituzione dell’avv. Arcidiacono Vincenzo, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Nelle prime ore del giorno 1 febbraio 2011, la polizia giudiziaria (Nucleo Operativo-Aliquota Radiomobile dei Carabinieri di Conegliano), in località San Fior, sottoponeva B.M., conducente di un’autovettura, ad alcooltest, ripetuto a distanza di alcuni minuti, il cui esito indicava un tasso alcolemico pari a 1,97 e poi a 1,90 g/l.

Essendo emersi estremi del reato di cui al D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 2, (C.d.S.), gli atti venivano trasmessi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Treviso, che procedeva a iscrizione nel registro delle notizie di reato in data 8 novembre 2011.

Con memoria depositata il 30 novembre 2011 presso la Procura della Repubblica, l’avv. Cristiana Polesel, difensore di fiducia nominato dal B. in data 9 novembre 2011, eccepiva la nullità, ex art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c), derivante dall’omesso avviso all’indagato da parte della polizia giudiziaria procedente della facoltà di farsi assistere da un difensore in relazione allo svolgimento di un atto urgente e indifferibile quale la sottoposizione all’esame alcoolimetrico.

In data 14 dicembre 2011, il Procuratore della Repubblica depositava richiesta di emissione di decreto penale di condanna in ordine alla contravvenzione di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c) e comma 2-sexies, contestata al B. per avere circolato alla guida di un’autovettura in stato di ebbrezza, con i tassi sopra indicati, in conseguenza dell’uso di bevande alcooliche.

Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Treviso, in data 21 dicembre 2011, emetteva decreto di condanna alla pena di 23.500 euro di ammenda, di cui 22.500 in sostituzione di 90 giorni di arresto, notificato al difensore il 10 febbraio 2012.

L’avv. Polesel depositava in data 28 dicembre 2012 ulteriore memoria difensiva, con la quale, tra l’altro, ribadiva l’eccezione di nullità a suo tempo dedotta.

A seguito di opposizione al predetto decreto, proposta tempestivamente il 23 febbraio 2012 dal predetto difensore del B., il medesimo G.i.p. disponeva procedersi a giudizio immediato.

In dibattimento, alla udienza dell’11 novembre 2013, il difensore dell’imputato reiterava l’eccezione di nullità dell’esame alcoolimetrico.

Ritiratosi in camera di consiglio, il Tribunale emetteva ordinanza con la quale, rilevato che dagli atti non risultava essere stato effettuato al B. da parte della p.g., al momento della sottoposizione dello stesso all’esame alcoolimetrico, da ritenere atto indifferibile e urgente, l’avviso ex art. 114 disp. att. cod. proc. pen.; che da ciò derivava una nullità a regime intermedio;

che tale nullità era stata tempestivamente dedotta nella memoria difensiva del 30 novembre 2011; tutto ciò rilevato e premesso, dichiarava la nullità dell’accertamento effettuato mediante il suddetto test alcoolimetrico.

2. All’esito del dibattimento, chiusosi alla stessa udienza dell’11 novembre 2013, il Tribunale di Treviso pronunciava sentenza con la quale, su conforme richiesta delle parti, assolveva l’imputato con la formula “perchè il fatto non sussiste”.

Osservava il Tribunale che l’accoglimento della eccezione di nullità dell’esame alcoolimetrico, dedotta nella memoria depositata il giorno 30 novembre 2011, da considerare “quale primo atto difensivo concretamente esperibile contestuale all’atto di nomina a difensore fiduciario”, comportava la inutilizzabilità di tale accertamento, con la conseguenza che, in mancanza di esso, poteva considerarsi provata, su base sintomatica, e in ossequio al favor rei, come specificamente affermato in materia dalla giurisprudenza di legittimità, solo la meno grave ipotesi di guida in stato di ebbrezza di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. a) integrante una violazione amministrativa.

3. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Venezia, che, nel chiederne l’annullamento, ha dedotto, con un unico motivo, l’erronea applicazione della legge penale, essendo l’eccezione di nullità proposta dalla difesa da considerare tardiva, non avendola l’imputato dedotta prima del compimento dell’atto o immediatamente dopo, come prescritto dall’art. 182 c.p.p., comma 2.

A sostegno di tale assunto, l’Ufficio ricorrente riporta un ampio stralcio della sentenza della Corte di cassazione Sez. 4, n. 36009 del 04/06/2003 (recte, 2013), cui esprime adesione.

4. La Quarta Sezione penale, assegnataria del ricorso, con ordinanza in data 26 settembre 2014, depositata il 21 ottobre successivo, ne ha disposto la rimessione alle Sezioni Unite, sulla base di un ravvisato contrasto giurisprudenziale.

Premesso che il cd. alcooltest costituisce la prova “regina” a fondamento della responsabilità del conducente di veicoli che presenti un livello alcoolico superiore alle soglie considerate dall’art. 186 C.d.S., comma 2 – la prima delle quali, di cui alla lett. a), costituente illecito amministrativo e le altre due, di cui alle lett. b) e c), costituenti una contravvenzione penale – nell’ordinanza si osserva che l’avvertimento della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia da dare all’interessato nel caso in cui si intenda procedere a un simile test si ricava dall’art. 114 disp. att. cod. proc. pen. (rubricato appunto “Avvertimento del diritto all’assistenza del difensore”), dato che l’esame in questione rientra nella previsione dell’art. 354 cod. proc. pen. (“Accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle persone”) e che ad esso il difensore dell’indagato ha facoltà di assistere, a norma dell’art. 356 dello stesso codice (“Assistenza del difensore”), cui si riferisce, appunto, il citato art. 114.

Ciò posto, si rileva che, in base all’orientamento giurisprudenziale consolidato, il mancato avvertimento di cui all’art. 114 disp. att. cod. proc. pen. da luogo a una nullità a regime intermedio, che, ai sensi dell’art. 182 c.p.p., comma 2, deve essere eccepita dalla parte, a pena di decadenza, prima del compimento dell’atto oppure, se ciò non è possibile, immediatamente dopo.

Quanto, però, alla esatta individuazione del limite temporale entro il quale è proponibile l’eccezione, sarebbe ravvisabile una diversità di orientamenti.

Secondo una prima linea interpretativa, posto che l’eccezione ha da essere sollevata, a pena di decadenza, prima del compimento dell’atto ovvero immediatamente dopo, essa può e deve essere formalizzata dallo stesso interessato (sottoposto ad alcooltest), non essendovi ragione per subordinare l’eccezione all’intervento del difensore, dato che essa non implica particolari cognizioni di ordine tecnico rientranti nelle specifiche competenze professionali del difensore.

Altro orientamento affida invece la proponibilità dell’eccezione esclusivamente al difensore, considerando che il sottoposto all’esame alcoolimetrico, proprio perchè non a conoscenza di tale garanzia di assistenza, non potrebbe sollevare l’eccezione nè prima del compimento dell’atto nè immediatamente dopo. Il difensore, tuttavia, avrebbe l’onere di proporla subito dopo la sua nomina, ovvero entro il termine di cinque giorni che l’art. 366 cod. proc. pen. concede al difensore per l’esame degli atti, senza che gli sia consentito attendere il primo successivo atto del procedimento.

In base ad altra esegesi, che pure parte dalla non esigibilità della proponibilità dell’eccezione da parte del diretto interessato all’accertamento urgente, deve invece considerarsi tempestiva l’eccezione di nullità sollevata con il primo atto successivo del procedimento, ad esempio, in sede di richiesta di riesame, o, per stare al caso di specie, con l’atto di opposizione a decreto penale di condanna.

La Quarta Sezione, richiamando anche indirizzi espressi dalla Corte costituzionale (sentenze nn. 120 del 2002 e 162 del 1975) mostra di propendere per la linea che affida al solo difensore l’onere di proporre l’eccezione, ma, in presenza di orientamenti contrastanti sui vari aspetti evidenziati, ha ritenuto l’opportunità di investire le Sezioni Unite della tematica implicata dal ricorso.

5. Con decreto in data 29 ottobre 2014, il Primo Presidente ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite penali, fissando per la trattazione l’odierna udienza pubblica.

Motivi della decisione

1. La questione della quale sono investite le Sezioni Unite, tenuto conto della fattispecie delineata dall’ordinanza di rimessione, è enunciabile nei seguenti termini: “Se la nullità conseguente al mancato avvertimento al conducente di un veicolo, da sottoporre all’esame alcoolimetrico, della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, in violazione dell’art. 114 disp. att. cod. proc. pen., possa ritenersi non più deducibile, a norma dell’art. 182 c.p.p., comma 2, se non eccepita dal diretto interessato prima del compimento dell’atto; ovvero, se di tale eccezione debba considerarsi onerato il solo difensore, quale sia in tale ipotesi il momento oltre il quale si verifica la conseguenza della non deducibilita della nullità”.

2. Il quadro normativo di riferimento è costituito dall’art. 114 disp. att. cod. proc. pen. e artt. 356 e 354 cod. proc. pen..

L’art. 114 disp. att cod. proc. pen. (“Avvertimento del diritto all’assistenza del difensore”) così recita: “Nel procedere al compimento degli atti indicati dall’art. 356 codice, la polizia giudiziaria avverte la persona sottoposta alle indagini, se presente, che ha facoltà di farsi assistere dal difensore di fiducia”.

L’art. 356 cod. proc. pen. (“Assistenza del difensore”) prevede che “il difensore della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini ha facoltà di assistere, senza diritto di essere preventivamente avvisato, agli atti previsti dagli artt. 352 e 354 …”.

L’art. 354 cod. proc. pen. (“Accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle persone. Sequestro”), detta disposizioni per la eventualità di un pericolo di ritardo per tali accertamenti, demandati, a specifiche condizioni, alla iniziativa della polizia giudiziaria.

3. Tanto posto, va in primo luogo precisato che l’avvertimento del diritto all’assistenza difensiva, di cui all’art. 114 disp. att. cod. proc. pen. – che, per il tramite dell’art. 356 cod. proc. pen., richiama gli “accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle persone”, di cui all’art. 354 cod. proc. pen. – è riferibile, come affermato da costante giurisprudenza, anche agli accertamenti eseguiti dalla polizia giudiziaria sul tasso alcolemico del conducente di un veicolo ai fini della verifica dei parametri considerati dal D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 2, e successive modifiche (C.d.S.).

Si tratta infatti di “accertamenti e rilievi sulle persone diversi dalle ispezioni personali” che, ricorrendo il pericolo che le “tracce … pertinenti al reato” “si alterino o si disperdano o comunque si modifichino” e non potendo il pubblico ministero “intervenire tempestivamente” ovvero non avendo “ancora assunto la direzione delle indagini”, possono essere compiuti direttamente dagli ufficiali di polizia giudiziaria (v. per queste coordinate disposizioni l’art. 354 cod. proc. pen., commi 1, 2 e 3; nonchè in giurisprudenza, tra le altre, Sez. U, n. 1299 del 27/09/1995, Cirigliano, n.m. sul punto).

Tali accertamenti, come previsto dall’art. 186 C.d.S., commi 3 e 4, vanno effettuati dagli organi della polizia stradale (individuati dall’art. 12, commi 1 e 2, medesimo codice) sull’analisi dell’aria espirata con l’impiego di un apposito apparecchio (etilometro) secondo le metodologie previste dall’art. 379 del Regolamento di esecuzione e di attuazione del codice della strada (D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495).

Occorre tuttavia rimarcare che, prima che si proceda ad accertamento mediante etilometro, e proprio al fine di verificare i presupposti per darvi luogo, gli organi di polizia – come chiarito anche dalla Circolare del Ministro dell’Interno del 29 dicembre 2005, n. 300/A/42175/109/42 – hanno facoltà di sottoporre il conducente “ad accertamenti qualitativi non invasivi o a prove, anche attraverso apparecchi portatili”. Questi accertamenti, di natura discrezionale e affatto preliminari all’acquisizione di elementi indiziari riferibili alle fattispecie di guida in stato di ebbrezza contemplate dall’art. 186 C.d.S., comma 2, non rientrano, evidentemente, in quelli presi in considerazione dall’art. 354 cod. proc. pen.; sicchè per essi non è luogo a procedere all’avvertimento ex art. 114 disp. att. cod. proc. pen..

In questo senso va intesa, e può comunque ricevere condivisione, la linea giurisprudenziale secondo cui l’avvertimento ex art. 114 cit.

va dato solo quando l’organo di polizia ritenga di desumere dalle circostanze del fatto un possibile stato di alterazione del conducente sintomatico dello stato di ebbrezza e non quando esso sia svolto in via meramente “esplorativa” (Sez. 4, n. 10850 del 12/02/2008, Rizzi, Rv. 239404; nella stessa linea, Sez. 4, n. 16553 del 26/01/2011, Pasolini, Rv. 250310).

I poteri e le garanzie previste dalla legge per simili accertamenti, come sopra delineati, appaiono del resto coerenti con il disposto dell’art. 220 disp. coord. cod. proc. pen., secondo cui, quando “nel corso di attività ispettive o di vigilanza … emergono indizi di reato, gli atti necessari per assicurare le fonti di prova … sono compiuti con l’osservanza delle disposizioni del codice”.

Ciò precisato, va osservato che nel caso in esame, pur in un contesto di marcata sinteticità e, anzi, di una qualche approssimazione, che caratterizza il verbale redatto dagli organi di p.g. in data 1 febbraio 2011, risulta che il conducente B. venne sottoposto alle specifiche metodiche relative all’impiego di un apparecchio etilometro previste dalle norme regolamentari, sicchè deve ritenersi che, nel momento in cui queste vennero effettuate, fossero già emersi a carico del predetto indizi di reità per una della fattispecie di guida in stato di ebbrezza contemplate dall’art. 186 C.d.S., comma 2; tanto che, prima di procedere a tale accertamento – indubitabilmente indifferibile e urgente – al medesimo avrebbe dovuto essere dato avvertimento della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, come previsto dall’art. 114 disp. att. cod. proc. pen..

Dagli atti non emerge che un simile avvertimento sia stato dato in quel frangente, nè l’Ufficio ricorrente pone in dubbio che tale mancanza si sia effettivamente verificata.

4. La violazione dell’art. 114 disp. att. cod. proc. pen. è pertanto nella specie non oggetto di discussione, ed essa integra, secondo una linea giurisprudenziale affatto pacifica, una nullità di ordine generale, non assoluta ma a regime cd. intermedio, in base alla previsione dell’art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c), (nella parte relativa alla inosservanza delle disposizioni concernenti “l’assistenza … dell’imputato”), non rientrando in alcuno dei casi considerati dall’art. 179 cod. proc. pen..

Tralasciando altre ipotesi di limiti alla deducibilità non pertinenti al caso di specie, le nullità a regime intermedio verificatesi prima del giudizio non possono essere più dedotte “dopo la Deliberazione della sentenza di primo grado”, alla stregua di quanto previsto dall’art. 180 cod. proc. pen., richiamato dall’art. 182 c.p.p., comma 2, secondo periodo).

Resta fermo che entro il medesimo termine spetta in primo luogo al giudice, in quanto garante della regolarità del processo, dichiarare le nullità incorse nel procedimento che egli sia stato in grado di rilevare.

5. Non può invece qui evocarsi come caso di non (ulteriore) deducibilità quello di cui all’art. 182 cod. proc. pen., primo periodo comma 2 che si riferisce alla ipotesi in cui la “parte assiste all’atto nullo” (“Quando la parte vi assiste, la nullità di un atto deve essere eccepita prima del suo compimento ovvero, se ciò non è possibile, immediatamente dopo”).

5.1. Infatti, va in primo luogo considerato che nel caso di specie non potrebbe dirsi che la parte “assisteva” all’atto inficiato dalla nullità derivante dal mancato avvertimento, essendo da escludere che vi “assistesse” un soggetto (l’indagato o indagabile) che era in procinto di essere sottoposto a un accertamento indifferibile sulla propria persona, proprio perchè al medesimo doveva essere data ex art. 114 disp. att. cod. proc. pen. una formale comunicazione circa la “facoltà di farsi assistere dal difensore di fiducia”, che di per sè presuppone la (possibile) non conoscenza di tale facoltà.

A ben vedere, la nullità, nella ipotesi qui considerata, non discende direttamente dal mancato avvertimento di cui all’art. 114 disp. att. cod. proc. pen. ma dalla presunta non conoscenza da parte dell’indagato della facoltà di farsi assistere da un difensore, alla quale l’avvertimento è preordinato. Sicchè se per avventura l’indagato comunicasse ai pubblici ufficiali operanti la sua intenzione di avvisare il difensore dell’atto urgente che si sta per compiere nessuna nullità deriverebbe da un mancato previo avviso di tale facoltà da parte della polizia giudiziaria.

In altri termini, per potere eccepire una nullità occorre evidentemente avere contezza del vizio; e quando la legge prescrive che si dia avviso di una qualche facoltà prevede ciò proprio perchè si presume che il soggetto destinatario di esso possa ignorarla.

Quindi, conclusivamente, stando a un profilo strettamente logico, nella fattispecie qui considerata l’indagato non “assisteva” all’atto nullo. Non vi assisteva perchè, secondo una valutazione legale, non era a conoscenza della facoltà di farsi assistere dal difensore di fiducia, essendo irrilevanti conoscenze accidentali di ciò che la legge consentiva (v. per analoghe considerazioni, tra le altre, Sez. 3, n. 33517 del 12/07/2005, Rubino, n.m. sul punto).

Egli non poteva dunque eccepire la nullità ex art. 114 disp. att. cod. proc. pen. nè prima del compimento delle operazioni di alcooltest nè, per le stesse ragioni, immediatamente dopo.

5.2. In genere, poi, per “parte” sulla quale grava l’onere di eccepire una qualsiasi nullità deve intendersi solo il difensore (o il pubblico ministero), e non l’indagato di persona (nè altra parte privata), che è soggetto che non ha, o potrebbe solo accidentalmente avere, conoscenze tecnico-processuali idonee ad apprezzare una violazione della legge processuale, come messo bene in luce anche dalla giurisprudenza costituzionale (v. in particolare sentenze nn. 120 del 2002 e 162 del 1975, relative proprio a censurati casi di non deducibilità di nullità conseguente alla mancata attivazione dell’imputato di persona). Nella stessa linea appare indirizzarsi la sentenza Sez U, n. 39060 del 16/07/2009, Aprea, da cui è dato desumere che una componente essenziale del concetto di “parte” ha da essere individuata nel difensore.

Dunque, la previsione dell’art. 182 c.p.p., comma 2, primo periodo, secondo cui, quando la parte vi assiste, la nullità di un atto deve essere eccepita prima del suo compimento ovvero, se ciò non è possibile, immediatamente dopo, non può, in alcuna ipotesi, essere riferita all’indagato o imputato, per postulato non a conoscenza delle regole del diritto, e in particolare dei casi in cui la legge collega a un determinato atto o al suo mancato compimento una qualche nullità.

L’ordinamento processuale si fonda infatti sulla necessaria assistenza di un difensore nel corso del procedimento, e privilegia la difesa tecnica rispetto all’autodifesa, la quale non è mai consentita in via esclusiva, ma solo in forme che si affiancano all’imprescindibile apporto di un esperto di diritto abilitato alla professione legale (v. in questi termini, sia pure con riferimento ad altro caso di nullità a “regime intermedio”, Sez. 6, n. 3927 del 13/12/2001, Eddif, Rv. 220996).

E’ appena il caso di rilevare che la disposizione dell’art. 182 c.p.p., comma 2, è calco di quella espressa, con minime varianti formali, dall’art. 471 cod. proc. pen. 1930, concernente la cd.

sanatoria delle nullità verificatesi nel dibattimento e, quindi, con la necessaria presenza del difensore. Essa è stata dal legislatore del 1988 trasferita nell’attuale sede soltanto per estendere all’intero arco del procedimento tale “sanatoria” (più propriamente riqualificata come causa di non deducibilità), e non certo per onerare direttamente l’indagato di improprie iniziative processuali di carattere tecnico (v. Relazione al Progetto preliminare, p. 58).

Un esplicito riferimento al solo difensore (oltre che al pubblico ministero) quale soggetto onerato dell’eccezione di una nullità era del resto contenuto nell’analoga previsione dell’art. 138 codice 1913.

Quanto esposto non implica, evidentemente, che l’indagato o imputato non sia personalmente abilitato a rappresentare fatti dai quali possa emergere un qualche profilo di irregolarità del processo, ma solo che egli non sia destinatario di un onere di “eccezione di nullità” dal mancato assolvimento del quale possano derivare preclusioni o decadenze.

5.3. Non sono quindi condivisibili le affermazioni giurisprudenziali secondo cui la nullità conseguente all’omesso avviso ex art. 114 disp. att. cod. proc. pen. sarebbe “sanata” (rectius, non più deducibile) se non dedotta dall’interessato all’accertamento prima ovvero immediatamente dopo il compimento dell’atto “non ricorrendo facoltà processuali comportanti cognizioni tecniche professionali proprie del difensore” (così Sez. 4, n. 36009 del 04/06/2013, Martelli nominativo non indicato in CED, Rv. 255989; e nello stesso senso, Sez. 4, n. 1399 del 11/03/2014, Pittiani, non specificamente massimata sul punto); le quali, da un lato, fanno dipendere la esigibilità dell’assolvimento di un onere dell’indagato di sollevare di persona eccezioni di natura processuale da un impalpabile criterio discretivo circa la complessità-semplicità delle cognizioni tecniche implicate, e, dall’altro, non danno alcuna contezza di come una tale deduzione potrebbe essere mai esercitata da un soggetto che non abbia “assistito” all’atto nullo, proprio in ragione di un mancato avviso che la legge impone che al medesimo sia dato sul presupposto, appunto, che l’interessato può ignorare la facoltà implicata.

6. Conclusivamente, deve escludersi che una qualsiasi nullità debba essere personalmente eccepita, a pena di decadenza, dal soggetto indagato o imputato, non solo nell’immediatezza dell’atto nullo ma anche successivamente, poichè tale soggetto non ha, o si presume per postulato legale che non abbia, le conoscenze tecniche indispensabili per apprezzare che l’atto o il mancato atto sia non rispettoso delle regole processuali, e per di più che egli debba attivarsi per eccepire ciò, entro certi termini, a pena di decadenza.

7. E’ il caso peraltro di chiarire, in presenza del quadro giurisprudenziale variegato di cui ha dato conto l’ordinanza di rimessione, che nella fattispecie in esame – o in qualunque altra ad essa assimilabile che dipenda dalla mancata osservanza dell’art. 114 disp. att. cod. proc. pen. (come in materia di perquisizioni o sequestri urgenti) – una volta escluso che possa trovare applicazione il limite della deducibilità della nullità di cui all’art. 182 c.p.p., comma 2, primo periodo, non vi è base normativa per ancorare il limite di tempestività della deduzione di nullità al momento immediatamente successivo alla nomina del difensore, attraverso memorie (come ritenuto nel caso di specie dal Tribunale; v. inoltre, in questo senso, da ultimo, Sez. 4, 04/07/2013, Rrotani, Rv. 256213;

Sez. 4, n. 44840 del 11/10/2012, Tedeschi, Rv. 254959; oltre alle già citate sentenze Sez. 4 n. 36009, Martelli, e n. 13999, Pittiani), o a quello della scadenza del termine di cinque giorni dal deposito dell’atto di indagine ex art. 366 cod. proc. pen. (tra le altre, Sez. 3, n. 14873 del 28/03/2012, Rispo, Rv. 252397; Sez. 2, n. 19100 del 12/04/2011, Syll, Rv. 250191; Sez. 2, n. 13392 del 23/03/2011, Mbaye, Rv. 250046), o anche a quello del compimento del primo atto successivo del procedimento (v. Sez. 4, n. 45622 del 04/11/2209, Maci, Rv. 245797; Sez. 4, n. 45621 del 04/11/2009, Moretti, Rv. 245462).

Infatti, trovando applicazione il disposto dell’art. 182 c.p.p., comma 2, secondo periodo, l’eccezione di nullità può essere tempestivamente proposta entro il limite temporale della Deliberazione della sentenza di primo grado, a norma dell’art. 180 cod. proc. pen..

8. Va pertanto enunciato il seguente principio di diritto:

“La nullità conseguente al mancato avvertimento al conducente di un veicolo, da sottoporre all’esame alcoolimetrico, della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, in violazione dell’art. 114 disp. att. cod. proc. pen., può essere tempestivamente dedotta, a norma del combinato disposto dell’art. 180 c.p.p. e art. 182 c.p.p., comma 2, secondo periodo, fino al momento della Deliberazione della sentenza di primo grado”.

9. Nel caso di specie il difensore, che non ha ricevuto alcun avviso di deposito dell’atto con il quale erano state seguite le operazioni di alcooltest, ha eccepito la nullità già con la memoria depositata poco dopo la nomina e con altra successiva, e comunque con l’atto di opposizione al decreto penale, atto quest’ultimo che equivale alla sentenza di primo grado, cui si riferisce come termine ultimo l’art. 180 cod. proc. pen., richiamato, come detto, dall’art. 182 c.p.p., comma 2, secondo periodo.

Ne discende che l’eccezione è stata tempestivamente dedotta.

10. Il ricorso proposto dal Pubblico ministero va pertanto rigettato.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 29 gennaio 2015.

Depositato in Cancelleria il 5 febbraio 2015

 

L’aver provocato l’incidente stradale esclude l’accesso al lavoro di pubblica utilità

Cass. pen. Sez. IV, Sent., (ud. 03-02-2015) 16-02-2015, n. 6739

La questione

La questione riguarda se via la possibilità o meno di procedere alla sostituzione della pena detentiva e pecuniaria con il lavoro di pubblica utilità ex art. 186 C.d.S., comma 9-bis, allorquando risulti contestata l’aggravante prevista dall’art. 186, comma 1-bis, ossia l’aggravante dell’aver procurato un incidente stradale. Il punto affrontato dalla Corte, pertanto, è, se, in presenza della aggravante speciale, sia comunque e sempre precluso procedere alla sostituzione.

La soluzione adottata dagli Ermellini

Gli Ermellini condividono le argomentazioni già esposte dalla Corte territoriale in sede di replica alla censura mossa nell’atto di gravame. In particolare la S.C. afferma che la subvalenza della circostanza in questione rispetto alle circostanze attenuanti è cosa ben diversa dalla sua esclusione ed ha richiamato il principio affermato nella giurisprudenza di legittimità secondo cui il giudizio di comparazione spiega i suoi effetti soltanto in ordine alla determinazione della pena, lasciando inalterata la valutazione deteriore dell’azione e della personalità dell’imputato.

Peraltro, avendo già sottolineato anche la Consulta (Corte Cost., 24 ottobre 2013, n. 247), che la fattispecie aggravata dal fatto di aver cagionato un incidente stradale è stata dal legislatore costruita come limite all’applicazione della sanzione sostitutiva, ciò consente di escludere che vi siano dubbi interpretativi da risolvere in senso costituzionalmente orientato, in merito all’operatività di tale limite, sol perchè la circostanza aggravante non sia stata in concreto applicata. L’aggravante in parola, infatti, sebbene subvalente rispetto alle circostanze attenuanti generiche, incide comunque ai fini della valutazione della gravità del fatto perché, attiene ad una turbativa delle corrette condizioni di guida, ritenuta potenzialmente idonea a porre in pericolo l’incolumità personale dei soggetti e dei beni coinvolti nella circolazione.

Da tale affermazione può quindi desumersi, secondo gli Ermellini, l’operatività della preclusione indipendentemente dal percorso seguito dal giudice comune per pervenire, nell’ambito di discrezionalità riconosciutogli dal legislatore, alla determinazione della pena in misura adeguata alle peculiarità del caso concreto.

La sentenza intregrale

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ZECCA Gaetanino – Presidente –

Dott. D’ISA Claudio – Consigliere –

Dott. MARINELLI Felicetta – Consigliere –

Dott. CIAMPI Francesco M. – Consigliere –

Dott. SERRAO Eugenia – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

M.T. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 5784/2012 CORTE APPELLO di MILANO, del 09/12/2013;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 03/02/2015 la relazione fatta dal Consigliere Dott. EUGENIA SERRAO;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Giulio Romano, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

Uditi i difensori, Avv. Cipollone Giovanni e Avv. Briola Giovanni, che hanno concluso per l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

1. La Corte di Appello di Milano, con sentenza del 9/12/2013, ha confermato la pronuncia emessa in data 17/07/2012 dal Tribunale di Milano, che aveva condannato alla pena di mesi quattro di arresto ed Euro 1.400,00,di ammenda, condizionalmente sospesa, M.T., imputato del reato di guida in stato di ebbrezza (D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 2, lett. c)) aggravato dall’aver causato un incidente stradale (art. 186 C.d.S., comma 1-bis) e dall’essere il fatto avvenuto in ora notturna (art. 186 C.d.S., comma 2-sexies). A tale determinazione della pena i giudici di merito sono pervenuti previo giudizio di prevalenza delle circostanze attenuanti generiche sull’aggravante di cui all’art. 186 C.d.S., comma 1-bis.

2. M.T. ricorre per cassazione censurando la sentenza impugnata con unico, articolato, motivo per erronea applicazione dell’art. 186 C.d.S., comma 9-bis, e per erronea applicazione della sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida. Il ricorrente sostiene che, secondo una lettura costituzionalmente orientata della norma, la condizione ostativa all’applicazione della sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità e l’obbligo di applicare la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente non sarebbero operanti, pur in caso di contestazione della circostanza aggravante di cui all’art. 186 C.d.S., comma 1-bis, qualora nel giudizio di bilanciamento detta circostanza sia stata ritenuta subvalente o equivalente rispetto alle circostanze attenuanti. In particolare, assume che l’incidenza dell’aggravante sull’individuazione della pena principale, alla quale afferisce anche l’applicazione della sanzione sostitutiva, dovrebbe ritenersi neutralizzata dal giudizio di bilanciamento.

3. Con memoria difensiva depositata il 19/01/2015 il ricorrente ha sviluppato ulteriormente il motivo di censura, evidenziando che la giurisprudenza di legittimità ha ritenuto che, una volta neutralizzata all’esito del giudizio di comparazione la circostanza aggravante di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2-bis, debba escludersi che tale aggravante possa rilevare agli effetti della pena.

Motivi della decisione

1. Il ricorso è infondato.

2. La questione posta dal ricorso riguarda la possibilità o meno di procedere alla sostituzione della pena detentiva e pecuniaria con il lavoro di pubblica utilità ex art. 186 C.d.S., comma 9-bis, allorquando risulti contestata l’aggravante prevista dall’art. 186, comma 1-bis, ossia l’aggravante dell’aver procurato un incidente stradale. La questione si pone in ragione della formulazione della clausola di riserva contenuta nell’art. 186 C.d.S., comma 9-bis: “Al di fuori dei casi previsti dal comma 2 bis, stesso art., che rimanda senza ulteriori indicazioni al “caso”, ossia al mero fatto, dell’essersi verificato un incidente stradale in concomitanza con l’accertato stato di ebbrezza del conducente del veicolo coinvolto nel sinistro. Il punto da affrontare, pertanto, è, se, in presenza della aggravante speciale, sia comunque e sempre precluso procedere alla sostituzione.

2.1. La Corte territoriale ha replicato alla censura mossa nell’atto di gravame sostenendo che l’affermazione della subvalenza della circostanza in questione rispetto alle circostanze attenuanti è cosa ben diversa dalla sua esclusione ed ha richiamato il principio affermato nella giurisprudenza di legittimità secondo il quale il giudizio di comparazione spiega i suoi effetti soltanto in ordine alla determinazione della pena, lasciando inalterata la valutazione deteriore dell’azione e della personalità dell’imputato. Ed è in tal senso che deve intendersi il richiamo all’incidenza del giudizio di bilanciamento sulla determinazione della pena operato dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione richiamata nei motivi nuovi a sostegno dell’opposta tesi difensiva (Sez. 4, n. 38141 del 11/07/2013, Polverini, Rv. 256402). In particolare, nella sentenza impugnata si è affermato che l’aggravante in parola, sebbene subvalente rispetto alle circostanze attenuanti generiche, incide comunque sia ai fini della valutazione della gravità del fatto (perchè, come affermato dalla Corte Cost. ord. n. 247 del 25 settembre 2013, attiene ad una turbativa delle corrette condizioni di guida, ritenuta potenzialmente idonea a porre in pericolo l’incolumità personale dei soggetti e dei beni coinvolti nella circolazione), sia in tema di accesso alle misure alternative alla detenzione, trattandosi di aspetto connesso ad apprezzamenti di politica criminale e specialmente all’allarme sociale generato dai singoli reati, in quanto tale oggetto di valutazione riservata al legislatore.

2.2. Va ricordato che, secondo i principi generali, il giudizio di bilanciamento delle circostanze, di per sè, non influisce sugli istituti che non si ricollegano al quantum della pena inflitta, nel senso che le circostanze soccombenti o equivalenti continuano a produrre gli effetti previsti dalla legge, dal momento che anche il giudizio di soccombenza non fa venire meno la sussistenza in concreto della circostanza subvalente ma semplicemente la paralizza e la rende non applicata “quoad poenam”.

2.3. Tale principio è valido purchè non si sia in presenza, e non è il caso in esame, di una di quelle ipotesi che si discostano dalla regola generale succitata, in cui già la formulazione normativa appare indiziante della volontà del legislatore di ricollegare l’effetto della circostanza al fatto che la stessa sia stata concretamente applicata e non meramente ritenuta dal giudice. In tal senso è opportuno richiamare il disposto della L. 26 luglio 1975, n. 354, artt. 7 bis e 58 quater, ove è previsto che le misure alternative alla detenzione non possono essere concesse più di una volta al condannato al quale sia stata applicata la recidiva reiterata prevista dall’art. 99 c.p., comma 4. Riguardano simili ipotesi le pronunce di legittimità in cui si trova affermato il distinto principio secondo il quale, ai fini dell’esatta interpretazione del concetto di “applicazione”, una circostanza aggravante deve essere ritenuta, oltre che riconosciuta, come applicata non solo quando esplichi il suo effetto tipico di aggravamento della pena, ma anche quando produca, nel bilanciamento tra circostanze aggravanti e attenuanti di cui all’art. 69 cod. pen. un altro degli effetti che le sono propri, cioè quello di paralizzare un’attenuante, impedendo a questa di svolgere la sua funzione di concreto alleviamento della pena da irrogare. Altrettanto è a dirsi del principio per cui l’aggravante non è da ritenere applicata allorquando, verificata la configurabilità delle circostanze fattuali dalla medesima descritte, essa non manifesti concretamente alcuno degli effetti che le sono propri, a causa della prevalenza attribuita all’attenuante, che non si limita a paralizzarla, ma prevale su di essa, in modo che, sul piano dell’effettività sanzionatoria, l’aggravante risulti tamquam non esset (Sez. U, n. 17 del 18/06/1991, Grassi, Rv.187856; Sez. 1, n. 2303 del 21/05/1992, Castellano, Rv. 192017; Sez. 1, n. 43019 del 14/10/2008, Buccini, Rv. 241831, in materia di indulto).

2.4. Nel delineare i margini del potere discrezionale del giudice di concedere la sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità, la lettera della legge non richiede, invece, la concreta applicazione della circostanza aggravante quale condizione ostativa, da cui sarebbe a contrario desumibile il criterio interpretativo proposto dal ricorrente, a differenza di quanto avviene, ad esempio, nel caso di applicazione della recidiva ai fini dell’operatività del divieto di sospensione dell’esecuzione di pene detentive brevi (art. 656 c.p.p., comma 9, come modificato dalla L. 5 dicembre 2005, n. 251, art. 9). Ed in merito alla ragionevolezza di tale diversa disciplina si è pronunciato anche il giudice delle leggi, con pronuncia correttamente richiamata nella sentenza impugnata (Corte Cost. ord. n. 247 del 25 settembre 2013).

2.5. Sebbene sia condivisibile l’assunto del ricorrente in base al quale la pronuncia della Consulta fosse, per così dire, “decentrata” rispetto alla questione interpretativa qui in esame, l’ordinanza di manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 186 C.d.S., comma 9-bis, risulta tuttavia significativa anche rispetto a tale questione perché, nel sottolineare che la fattispecie aggravata dal fatto di aver cagionato un incidente stradale sia stata dal legislatore, non irragionevolmente, costruita come limite all’applicazione della sanzione sostitutiva, consente di escludere che vi siano dubbi interpretativi, in ipotesi da risolvere in senso costituzionalmente orientato, in merito all’operatività di tale limite sol perchè la circostanza aggravante non sia stata in concreto applicata. Nella pronuncia della Corte Costituzionale si legge, peraltro, che “la scelta di non distinguere, ai fini dell’operatività della preclusione, in funzione della gravità dell’incidente sembra corrispondere a un criterio di prevenzione generale non irragionevole”, da tale affermazione potendosi desumere l’operatività della preclusione indipendentemente dal percorso seguito dal giudice comune per pervenire, nell’ambito di discrezionalità riconosciutogli dal legislatore, alla determinazione della pena in misura adeguata alle peculiarità del caso concreto.

2.6. Il provvedimento impugnato risulta, dunque conforme ai principi interpretativi espressi dalla giurisprudenza di legittimità che, in una recente pronuncia ha, in particolare, affermato che il giudizio di bilanciamento tra circostanze non elide “la sussistenza dei profili di particolare allarme sociale” connessi all’aggravante in argomento (Sez. 4, n. 17679 del 20/03/2014, Lanzo, Rv. 259232).

3. Applicando, dunque, tali principi al caso in esame e tenuto conto della esplicita dizione normativa dell’art. 186 C.d.S., comma 9-bis, va affermata l’inequivoca volontà legislativa di ricollegare l’effetto ostativo, ed analogo discorso può farsi con riferimento all’applicazione della sanzione amministrativa della revoca della patente, non già alla applicazione della circostanza aggravante, bensì alla semplice ricorrenza del fatto che ha dato origine alla sua contestazione, a prescindere dall’evenienza che l’aggravante non incida sul trattamento sanzionatorio (Sez. 4, n. 48534 del 24/10/2013, Bondioli, Rv. 257289; Sez. 4, n. 30254 del 26/06/2013, Colin, Rv. 257742), risultando coerente con il dettato normativo l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata secondo la quale “l’affermazione di subvalenza della circostanza in questione rispetto alle circostanze attenuanti è cosa ben diversa dalla sua esclusione”. Solo in quest’ultimo caso, alla luce dei criteri interpretativi sopra affermati, deve quindi ritenersi che al giudice non sia precluso applicare la sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità e omettere l’applicazione di sanzioni amministrative accessorie correlate alla predetta aggravante.

4. Il ricorso deve, dunque, essere rigettato; ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

 Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 3 febbraio 2015.

Depositato in Cancelleria il 16 febbraio 2015

Omesso versamento IVA?: Assoluzione se manca l’elemento soggettivo del reato

Tribunale di Padova in composizione monocratica – Giudice Dott.ssa T. Cesaro – Sent. 1173/12

“… nel valutare l’attegiamento psicologico dell’imputato necessario ai fini della sussistenza del reato in esame non può non tenersi conto della particolare situazione di difficoltà economica in cui versava la società nel periodo in esame e del fatto che nel momento in cui l’Iva dovuta per il 2005, non corrisposta nè accantonata nei termini amministrativi di legge, non era ancora entrata in vigore la norma incriminatrice in esame. […]”

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Rassegna della Giurisprudenza di Merito e di Legittimità in materia di doping

–          Legge 14 dicembre 2000 n. 376: “Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping”

Art. 9 L. 376/2000 (disposizioni penali)

1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni e con la multa da euro 2.582 a euro 51.645 chiunque procura ad altri, somministra, assume o favorisce comunque l’utilizzo di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive, ricompresi nelle classi previste all’articolo 2, comma 1, che non siano giustificati da condizioni patologiche e siano idonei a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo, al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti, ovvero siano diretti a modificare i risultati dei controlli sull’uso di tali farmaci o sostanze.

2. La pena di cui al comma 1 si applica, salvo che il fatto costituisca più grave reato, a chi adotta o si sottopone alle pratiche mediche ricomprese nelle classi previste all’articolo 2, comma 1, non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo, al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti ovvero dirette a modificare i risultati dei controlli sul ricorso a tali pratiche.

3. La pena di cui ai commi 1 e 2 è aumentata:

a) se dal fatto deriva un danno per la salute;

b) se il fatto è commesso nei confronti di un minorenne;

c) se il fatto è commesso da un componente o da un dipendente del CONI ovvero di una federazione sportiva nazionale, di una società, di un’associazione o di un ente riconosciuti dal CONI.

4. Se il fatto è commesso da chi esercita una professione sanitaria, alla condanna consegue l’interdizione temporanea dall’esercizio della professione.

5. Nel caso previsto dal comma 3, lettera c), alla condanna consegue l’interdizione permanente dagli uffici direttivi del CONI, delle federazioni sportive nazionali, società, associazioni ed enti di promozione riconosciuti dal CONI.

6. Con la sentenza di condanna è sempre ordinata la confisca dei farmaci, delle sostanze farmaceutiche e delle altre cose servite o destinate a commettere il reato.

7. Chiunque commercia i farmaci e le sostanze farmacologicamente o biologicamente attive ricompresi nelle classi di cui all’articolo 2, comma 1, attraverso canali diversi dalle farmacie aperte al pubblico, dalle farmacie ospedaliere, dai dispensari aperti al pubblico e dalle altre strutture che detengono farmaci direttamente, destinati alla utilizzazione sul paziente, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 5.164 a euro 77.468.

Tribunale di Torino, 06.07.2012

L’assunzione illecita di sostanze dopanti, prevista dall’art. 9, legge n. 376/2000, assume rilevanza penale solo se sorretta dal fine specifico di alterare le prestazioni agonistiche o di modificare i risultati dei controlli anti-doping (dolo specifico), e in assenza di esigenze terapeutiche. Ne deriva che l’assunzione – da parte dell’atleta – di farmaci dopanti per curare una patologia in atto, non è punibile per difetto di dolo, anche nel caso in cui il medesimo abbia agito con la consapevolezza degli effetti dopanti delle sostanze, accettando il rischio di alterare eventualmente le proprie prestazioni sportive.

Cass. pen. Sez. II, 15.11.2011 n. 43328

Per la configurabilità del delitto di commercio di sostanze farmacologicamente o biologicamente attive (cosiddette anabolizzanti), previsto dall’art. 9, comma settimo, della l. 14 dicembre 2000, n. 376, in materia di lotta contro il “doping”, non è richiesto il dolo specifico, in quanto il commercio clandestino di tali sostanze viene punito indipendentemente dal fine specifico perseguito dal soggetto agente e configura un reato di pericolo, diretto a prevenire il rischio derivante dalla messa in circolazione di tali farmaci, al di fuori delle prescrizioni imposte dalla legge, per la tutela sanitaria delle attività sportive.

Cass. pen. Sez. II, 08.03.2011 n. 12750

Relativamente al reato di ricettazione di farmaci dopanti, poi utilizzati abusivamente da ciclisti nell’attività agonistica, il Coni è legittimato a costituirsi parte civile, non perché parte offesa dal reato, ma perché parte danneggiata in quanto istituzionalmente portatore di un interesse pubblico al corretto e leale svolgimento delle gare sportive. Parte civile, infatti, può essere non solo la parte offesa dal reato, ma anche chi subisca un danno, sia pure morale, dalla commissione del crimine e, in questa prospettiva, dal reato di ricettazione di farmaci dopanti ben possono derivare, in concreto, conseguenze sul corretto svolgimento delle gare sportive sotto il profilo della frode in competizioni sportive di cui all’art. 1 L. 401/1989 alla cui tutela era ed è deputato il Coni.

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In tema di tutela sanitaria delle attività sportive, il C.O.N.I. (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) è legittimato a costituirsi parte civile nei processi per ricettazione di farmaci dopanti, in quanto organo istituzionalmente portatore di un interesse pubblico al corretto e leale svolgimento delle gare sportive.

Tribunale di Terni, 14.05.2010

 

Orbene è noto che l’oggetto della tutela che il legislatore ha inteso assicurare, attraverso l’introduzione delle fattispecie penali descritte nell’art. 9 L. 376/2000, va individuato – anzitutto – nel bene personale primario della integrità psico-fisica dei partecipanti ad un attività sportiva. Infatti l’art. 1 della L. n. 376 del 2000, espressamente riconosce all’attività sportiva una funzione di “promozione della salute individuale e collettiva”, vietando che la stessa sia svolta “con l’ausilio di tecniche, metodologie o sostanze di qualsiasi natura che possano mettere in, pericolo l’integrità psicofisica degli atleti”.

Il bene dell’integrità personale trascende la libera disponibilità del singolo per effetto della sua connessione diretta con il valore costituzionale della salute, che l’art. 32 Cost. riconosce e tutela, oltre che come diritto fondamentale dell’individuo, anche come interesse della collettività.

Accanto alla protezione del bene-salute, le fattispecie incriminatrici di cui all’art 9 L. n. 376 del 2000, sono rivolte, tuttavia, a tutelare il leale e regolare svolgimento delle competizioni sportive, nonché a salvaguardare i principi etici ed i valori educativi espressi dall’attività sportiva (vedi Cass., Sez. Unite, 29.11.2005 – 25.1.2006, n. 3087, ric. P.M in proc. Cori ed altri).

Conseguentemente deve ritenersi, in ossequio al pacifico orientamento giurisprudenziale in materia (cfr. Cass. Pen sez. 3 sent. 27279 /2007), che il reato di illecita assunzione di sostanze dopanti sia un reato di pura condotta (poiché la legge non richiede che l’azione produca anche un determinato effetto esteriore) e di pericolo presunto (per la sua funzione di tutela anticipata dei beni protetti).

La configurazione dello stesso si articola attraverso la previsione della stretta relazione che deve intercorrere tra l’assunzione della sostanza vietata, in assenza di specifiche esigenze terapeutiche, i suoi effetti modificativi delle condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo e la finalizzazione alla “alterazione” della prestazione agonistica.

Conseguentemente, sotto il profilo della consumazione del reato, deve ritenersi che, sulla base di un giudizio prognostico ex ante, il pericolo (correlato alla duplice tutela della salute e del leale e regolare svolgimento delle competizioni sportive) sussista fino a quando la sostanza dopante è idonea a modificare le condizioni psicofisiche e biologiche dell’atleta che l’ha assunta (condizione evidenziata appunto dalla positività del test antidoping); sicché, allorquando una situazione siffatta venga riscontrata in occasione dello svolgimento di una precipua prestazione agonistica, deve convenirsi che l’iter criminis non possa considerarsi precedentemente esaurito. Il riconoscimento della pericolosità (intesa quale idoneità a modificare le condizioni psicofisiche e biologiche dell’atleta), inoltre, è già insito nell’inserimento di una determinata sostanza, ovvero nella previsione di soglie di concentrazione non consentite di essa, nelle liste di riferimento delle classi farmacologiche di sostanze dopanti e di metodi doping vietati, stabilite dalle organizzazioni internazionali, con la conseguenza il giudice non deve accertare, di volta in volta, la concreta attitudine offensiva, per qualità e quantità, delle sostanze assunte o somministrate.

Certo è che, invece, il Giudice debba necessariamente accertare, al fine di ritenere sussistente il reato, sotto il profillo oggettivo e soggettivo, che l’atleta abbia assunto le sostanze dopanti, con la finalità specifica di alterare le proprie prestazioni atletiche ed agonistiche.

 

 

Cass. pen. Sez. II, 11-03-2010, n. 12744 

Il reato di commercio di sostanze dopanti attraverso canali diversi da farmacie e dispensari autorizzati può concorrere con il reato di ricettazione, in considerazione della diversità strutturale delle due fattispecie – potendo essere il reato previsto dalla legge speciale commesso anche con condotte acquisitive non ricollegabili a un delitto – e della non omogeneità del bene giuridico protetto, poiché la ricettazione è posta a tutela di un interesse di natura patrimoniale, mentre il reato di commercio abusivo di sostanze dopanti è finalizzato alla protezione della salute di coloro che partecipano alle manifestazioni sportive. (Rigetta, App. Napoli, 22 ottobre 2008)

Tribunale di Torre Annunziata, Sez. II, 05.09.2008

Risponde del delitto di cui all’art. 9 della L. n. 376/2000 colui che, al fine di alterare le proprie prestazioni agonistiche, assume sostanze il cui impiego è considerato doping ai sensi del D.M. 15 ottobre 2002, non giustificata da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo.

Tribunale di Torre Annunziata, 18.08.2008

In materia di doping, risponde del reato di cui all’art. 9 legge n. 376/2000, il medico che somministra ad altre persone non identificate farmaci dopanti idonei a modificare le condizioni psico-fisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche.

Cass. pen. Sez. III, 21.06.2007, n. 27279

Il reato di assunzione di sostanze dopanti (nella specie, nandrolone) non si consuma nel momento dell’assunzione della sostanza vietata poichè, attesa la sua natura di reato di pura condotta e di pericolo presunto, il pericolo dell’alterazione delle prestazioni agonistiche permane fino a quando la sostanza dopante è idonea a modificare le condizioni psicofisiche e biologiche dell’atleta che l’ha assunta. (Fattispecie nella quale la Corte ha annullato la sentenza assolutoria per difetto di giurisdizione del primo giudice in base alla motivazione che l’assunzione della sostanza dopante fosse avvenuta in paese straniero). (Annulla con rinvio, Trib. Perugia, 23 Febbraio 2006)

Cass. pen. Sez. III, 03.04.2007, n. 16619

La somministrazione di sostanza dopante ad un cavallo partecipante ad una competizione sportiva organizzata da UNIRE integra il reato previsto dall’art. 1 della legge 13 dicembre 1989, n. 401, che non punisce soltanto le offerte o promesse di denaro, utilità o vantaggi a taluno dei partecipanti al fine di alterare l’esito della manifestazione, ma anche qualsiasi diverso atto fraudolento volto al medesimo scopo, e cioè a “raggiungere un risultato diverso da quello conseguente al corretto e leale svolgimento della competizione”. (Nell’affermare tale principio la Corte ha escluso che la somministrazione di sostanza dopante ad un cavallo possa trovare il medesimo trattamento riservato ai “fenomeni autogeni di doping”, e cioè alla somministrazione a se stesso di sostanze dopanti da parte dell’atleta, che sono puniti ai sensi della legge n. 376 del 2000). (Rigetta, App. Napoli, 4 Maggio 2006)

Cass. pen. Sez. II Sent., 29.03.2007, n. 21324

Tra l’art. 1, comma primo, ultima parte, L. n. 401 del 1989 (che prevede e punisce il reato di frode sportiva “generica”), e l’art. 9 L. n. 376 del 2000 (che prevede e punisce il reato di doping) non sussiste continuità normativa, in difetto della necessaria coincidenza strutturale, essendo diverse le condotte disciplinate (la frode sportiva “generica” è reato a forma libera, l’altra fattispecie è a forma vincolata), il bene giuridico protetto (nel primo caso, la correttezza e la lealtà dello svolgimento delle competizioni sportive disciplinate dall’art. 1 della legge n. 401 del 1989, nell’altro la lotta al doping, a tutela delle persone che praticano lo sport) e l’ambito di applicazione (la legge n. 376 del 2000 è in parte più ampia, riguardando tutte le competizioni sportive, e non soltanto quelle del CONI etc., ed in parte meno ampia, punendo esclusivamente la somministrazione, l’assunzione etc. di sostanze dopanti). Ne consegue che i fatti commessi prima dell’entrata in vigore della legge n. 376 del 2000, concernenti somministrazione di sostanze dopanti espressamente vietate dal D.M. 15 ottobre 2002 (che ha ripartito in classi i farmaci e le sostanze il cui impiego è considerato doping) – oggi punibili ai sensi dell’art. 9, L. n. 376 del 2000 – rimangono punibili ai sensi dell’art. 1, L. n. 401 del 1989, quale legge più favorevole; al contrario, la somministrazione di sostanze non ricomprese nell’elenco ministeriale resta punibile ai sensi dell’art. 1, comma primo, L. n. 401 del 1989, che non è stato implicitamente abrogato dalla norma sopravvenuta. (Annulla senza rinvio, App. Torino, 14 Dicembre 2005)

Cass. pen. Sez. III Sent., 27-02-2007, n. 21092 (rv. 236740)

I reati di doping previsti dalla L. 14 dicembre 2000, n. 376, sono configurabili anche per i fatti posti in essere prima della emanazione del D.M. di ripartizione in classi delle sostanze dopanti, purchè riferiti a sostanze già individuate ed indicate nell’elenco allegato alla legge 29 novembre 1995, n. 522, di ratifica della Convenzione di Strasburgo contro il doping. (In applicazione di tale principio la Corte ha confermato la condanna del responsabile di un negozio per la vendita di integratori alimentari, a seguito della cessione di prodotto contenente un precursore del testosterone).

Cass. pen. Sez. III Sent., 27/02/2007, n. 21092

L’individuazione di farmaci, sostanze e pratiche mediche il cui impiego è considerato doping è operata dall’art. 1, comma 2, della legge 14 dicembre 2000, n. 376 ed i reati di doping introdotti dalla stessa legge sono configurabili anche se i relativi fatti sono stati commessi prima della emanazione del previsto decreto ministeriale di ripartizione in classi delle sostanze “dopanti”, riconoscendo la portata precettiva della norma di cui all’art. 9 della legge 14 dicembre 2000, n. 376 – indipendentemente dall’emanazione del menzionato decreto ministeriale – purché riferita a sostanze già individuate ed espressamente indicate nell’elenco delle classi farmacologiche di sostanze e metodi dopanti allegato in appendice alla legge 29 novembre 1995, n. 522, di ratifica della Convenzione contro il doping adottata a Strasburgo il 16 novembre 1989: elenco che comprende “le classi di agenti di doping e di metodi di doping vietati dalle organizzazioni sportive internazionali” e che riproduce “le classi di sostanze di doping e dei metodi di doping adottati dal Cio nell’aprile del 1989”.

Cass. pen. Sez. Unite, 29.11.2005 n. 3087

Il reato di commercio di sostanze dopanti attraverso canali diversi da farmacie e dispensari autorizzati (art. 9, comma settimo, Legge 14 dicembre 2000 n. 376) può concorrere con il reato di ricettazione ( art. 648 cod. pen.), in considerazione della diversità strutturale delle due fattispecie – essendo il reato previsto dalla legge speciale integrabile anche con condotte acquisitive non ricollegabili ad un delitto – e della non omogeneità del bene giuridico protetto, poiché la ricettazione è posta a tutela di un interesse di natura patrimoniale, mentre il reato di commercio abusivo di sostanze dopanti è finalizzato alla tutela della salute di coloro che partecipano alle manifestazioni sportive.

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Le ipotesi di reato previste dall’art. 9 Legge 14 dicembre 2000 n. 376 (recante la disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping) sono configurabili anche per i fatti commessi dalla sua entrata in vigore e prima della emanazione, in data 15 ottobre 2002, del decreto del Ministro della Salute, con il quale, in applicazione dell’art. 2 stessa legge, sono stati ripartiti in classi i farmaci, le sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e le pratiche mediche il cui impiego è considerato doping, e ciò in quanto la ripartizione in classi demandata al D.M. non può escludere farmaci, sostanze e pratiche mediche già vietati dalla Convenzione di Strasburgo contro il doping, ratificata con Legge 29 novembre 1995 n. 522, e dalle Organizzazioni sportive internazionali competenti.

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Tra il reato di commercio di sostanze dopanti attraverso canali diversi da farmacie e dispensari autorizzati, punito dall’art. 9, comma settimo, legge 14 dicembre 2000 n. 376 (disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping) e quelli di cui agli art. 348 cod. pen. (esercizio abusivo della professione di farmacista) e 445 cod. pen. (somministrazione di medicinali in totale difformità dalle indicazioni terapeutiche previste ed autorizzate) sussiste un rapporto di specialità, atteso che colui che, senza essere in possesso della prescritta abilitazione professionale, commercia farmaci e sostanze dopanti esercita abusivamente, attraverso la medesima condotta, la professione di farmacista, e, qualora le sostanze medicinali vengano commerciate in specie, qualità o quantità non corrispondenti alle ordinazioni mediche, pone in essere il medesimo comportamento sanzionato dal citato art. 445 cod. pen.

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I fatti commessi prima dell’emanazione del D.M. 15 ottobre 2002 salute, con il quale, in applicazione dell’art. 2della legge n. 376 del 2000, sono stati ripartiti in classi i farmaci, le sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e le pratiche mediche il cui impiego è considerato “doping”, sono configurabili ugualmente come reati nelle ipotesi di cui all’art. 9 della legge n. 376 del 2000.

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Le ipotesi di reato previste dall’art. 9 legge 14 dicembre 2000, n. 376 (recante la disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il “doping”) sono configurabili anche per i fatti commessi prima della emanazione del D.M. 15 ottobre 2002 salute, con il quale, in applicazione dell’art. 2 l. cit., sono stati ripartiti in classi i farmaci, le sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e le pratiche mediche il cui impiego è considerato “doping”.

Cass. pen. Sez. III, 04.11.2004 n. 46764

In materia di “doping” sportivo, anche se non è stato emanato il D.M. di ripartizione in classi delle sostanze dopanti, per configurare il reato di cui all’art. 9, legge n. 376 del 2000, relativo alla condotta di assunzione di farmaci o sostanze biologicamente o farmacologicamente attive, idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche, è sufficiente che la sostanza od il farmaco risulti inserito nell’elenco posto in appendice alla legge 29 novembre 1995, n. 522, con la quale è stata ratificata la Convenzione contro il “doping” approvata a Strasburgo il 16 novembre 1989. Tale inclusione rende determinato il precetto della fattispecie criminosa, atteso il carattere meramente ricognitivo della futura ripartizione in classi delle sostanze dopanti, desumibile dal disposto di cui all’art. 2 della citata legge n. 522 del 1995.

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Le disposizioni della legge 376/2000 in materia di reati di doping sportivo (consistenti nella somministrazione o assunzione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive allo scopo di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti) sono immediatamente precettive, indipendentemente dall’emanazione del decreto ministeriale di individuazione di classi di farmaci o sostanze dopanti, potendosi fare riferimento alle indicazioni contenute nella Convenzione di Strasburgo del 16 novembre 1989 di contrasto al doping resa esecutiva dalla legge 29 novembre 1995 n. 522.

 

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L’art. 9, 1° comma, L. 14 dicembre 2000 n. 376 punisce l’assunzione di farmaci, sostanze, metodi dopanti rientranti nell’elenco di riferimento delle classi posto in appendice alla L. 29 novembre 1995 n. 522 (che ratifica la convenzione contro il doping fatta a Strasburgo il 16 novembre 1989), pur se l’assunzione sia intervenuta prima dell’emanazione del decreto di ripartizione in classi dei farmaci, sostanze o metodi dopanti di cui all’art.2, 1° comma, L. n. 376 del 2000.

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Il reato preveduto e punito dagli artt. 2 e 9 della L. n. 376 del 2000 (c.d. legge antidoping) è configurabile indipendentemente dall’emanazione del decreto ministeriale di ripartizione in classi dei farmaci, delle sostanze e delle pratiche dopanti, ove trattasi di indebito uso di sostanze già comparse nell’elenco posto in appendice alla L. 29 novembre 1995, n. 522 di ratifica della convenzione contro il doping, fatta a Strasburgo il 16 novembre 1989.

T.A.R. Lazio Sez. III, 13.04.2004, n. 3285

Federfarma c. Ministero della Salute

 

L’art. 7, comma 11, L. 14 dicembre 2000, n. 376, che disciplina la tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping, impone a produttori, importatori e distributori di farmaci appartenenti alle classi farmacologiche vietate dal C.i.o. (Comitato olimpico internazionale) l’obbligo di trasmettere al Ministero della salute i dati relativi alle quantità prodotte, importate, distribuite e vendute di ogni singola specialità a farmacie, ospedali ed altre attrezzature; pertanto, è legittimo l’art. 2, D.M. 24 settembre 2003, recante misure attuative dell’art. 7, legge citata, nella parte in cui impone ai farmacisti l’obbligo di trasmettere i dati relativi alle quantità prodotte e vendute di ogni singolo medicinale galenico, magistrale ed officinale preparato in farmacia, atteso che in questi casi il farmacista agisce come produttore del farmaco stesso.

Cass. pen. Sez. II, 09.10.2003, n. 7091

Il delitto di commercio di sostanze farmacologicamente o biologicamente attive (cosiddetti “anabolizzanti”), previsto dall’art. 9, comma settimo, della legge 14 dicembre 2000, n. 376, in materia di lotta contro il “doping”, proprio per la finalità di prevenzione del pericolo derivante dalla messa in circolazione di tali farmaci, comprende tutte quelle attività di predisposizione e tenuta di canali di commercio in qualche modo sovrapponibili e alternativi a quelli costituiti dalle farmacie aperte al pubblico, dalle farmacie ospedaliere, dai dispensari aperti al pubblico, o da altre strutture che detengono farmaci direttamente, unici punti vendita all’interno dei quali il commercio non deve ritenersi clandestino. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto la sussistenza del delitto di commercio clandestino di anabolizzanti nell’ipotesi di sequestro di una notevole quantità di sostanze proibite all’interno dell’autovettura dell’imputato e nella sua abitazione, circostanze che lasciavano configurare la predisposizione di un’attività nella prospettiva di una offerta al pubblico destinata a durare nel tempo e che i prodotti fossero a disposizione di un pubblico, ancorché non avessero formato oggetto di un negozio di compravendita).

Tribunale Tione di Trento, 02.10.2003

Per le ipotesi di doping autogeno – condotta dell’atleta intesa come unilaterale per l’auto-somministrazione di sostanze non permesse – non può trovare applicazione l’art. 1, L. n. 401 del 13 dicembre 1989, in quanto relativo ad una fattispecie plurisoggettiva anomala comportante, ai fini della qualificazione del fatto come penalmente rilevante, la riconducibilità negli schemi di corruzione, contemplati dalla norma medesima, della condotta posta in essere dall’atleta partecipante alla gara; di contro, a tale fine non è considerata sufficiente la mera violazione, in assenza di una pattuizione corruttiva, delle regole disciplinanti i requisiti di ammissione alle competizioni ed a tutela del giusto e corretto svolgimento delle stesse.

Cass. pen. Sez. VI, 20.02.2003 n. 17322

Per la configurabilità del delitto di commercio di sostanze farmacologicamente o biologicamente attive (cosiddette anabolizzanti), previsto dall’art. 9, comma 7, della legge 14 dicembre 2000, n. 376, in materia di lotta contro il “doping”, non è richiesto il dolo specifico, essendo il commercio clandestino di tali sostanze punito indipendentemente dal fine specifico perseguito dal soggetto agente; si tratta, infatti, di un reato di pericolo, diretto a prevenire il rischio derivante dalla messa in circolazione di tali farmaci, al di fuori delle prescrizioni imposte dalla legge, per la tutela sanitaria delle attività sportive.

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Nel delitto previsto dall’art. 9, comma 7, della legge 14 dicembre 2000, n. 376, in materia di lotta contro il “doping”, la condotta di commercio clandestino, avente ad oggetto le sostanze cosiddette anabolizzanti, deve avere i caratteri di un’attività continuativa, supportata da una elementare struttura organizzativa.

Cass. Pen., 20.02.2003 n. 389

L’art. 9 comma 7 L. 14 dicembre 2000 n. 376, nel punire chiunque commercia farmaci o sostanze ricompresi nelle classi previste dall’art. 2 comma 1, si riferisce a un’attività di intermediazione nella circolazione dei beni distinta rispetto alle condotte di procurare ad altri o somministrare di cui ai commi 1 e 2 in quanto connotata dal carattere della continuità e da una sia pur elementare organizzazione, e che, a differenza di quelle di cui ai commi 1 e 2, non richiede il dolo specifico, e, cioè, il fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti.

Cass. pen. Sez. III, 20.03.2002

Il reato previsto dall’art. 9 comma 1 l. 14 dicembre 2000, n. 376 è punibile soltanto se la condotta in esso prevista sia preordinata al fine specifico di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti o sia diretta a modificare i risultati dei controlli anti-doping. Tale finalità, che costituisce un elemento costitutivo della fattispecie criminosa, deve essere specificatamente contestata.

Cass. pen. Sez. III, 01.02.2002 n. 11277

Il reato di cui all’art 9, comma 1, l. 14 dicembre 2000 n. 376, recante “disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping” è configurabile solo a condizione che la condotta ivi prevista sia specificamente diretta al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti, ovvero a modificare i risultati dei controlli sull’uso dei farmaci e delle sostanze ricompresi nelle classi previste dall’art. 2, comma 1, della legge medesima.