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ALCOLTEST: vademecum sugli aspetti importanti che si devono conoscere

Alcoltest: gli aspetti importanti che si devono conoscere

(a cura del Dott. Marco Martinoia)

Con l’alcoltest – esame realizzato tramite prelievo del sangue o con etilometro – si accerta il valore di alcol presente nel sangue, al fine di verificare il rispetto dei limiti fissati dalla legge.

L’attuale normativa in materia di guida in stato di ebrezza, non sempre ben conosciuta, è molto severa: essa, infatti, prevede gravi sanzioni per chi non rispetta le regole.

  1. I limiti e le sanzioni.

Il livello massimo di alcol nel sangue consentito è di 0,50 g/l (0,00 g/l per i minori di 21 anni, per i cd. neopatentati e per chi esercita professionalmente l’attività di trasporto di persone o di cose).

Oltre tale soglia, l’articolo 186 del Codice della Strada prevede le seguenti conseguenze:

  1. a) un valore tra lo 0,5 g/l e lo 0,8 g/l, comporta una sanzione amministrativa da € 532,00 ad € 2.127,00 e la sospensione della patente di guida da tre a sei mesi;
  2. b) un tasso tra lo 0,8 g/l e l’1,5 g/l, implica un’ammenda da € 800,00 ad € 3.200,00, l’arresto fino a sei mesi e la sospensione della patente di guida da sei mesi ad un anno;
  3. c) un livello superiore all’1,5 g/l, determina un’ammenda da € 1.500,00 ad € 6.000,00, l’arresto da sei mesi a un anno, la sospensione della patente di guida da uno a due anni (da due a quattro se il veicolo appartiene a persona estranea al reato) e sequestro preventivo del veicolo e sua confisca (salvo che il veicolo appartenga a persona estranea al reato).[1]

Inoltre, le ammende su richiamate sono aumentate quando il reato è commesso dopo le ore 22 e prima delle ore 7.

Se non è disposto il sequestro, il veicolo, qualora non possa essere affidato ad altra persona idonea, può essere fatto trasportare fino al luogo indicato dall’interessato o fino alla più vicina autorimessa e lasciato in consegna al proprietario o al gestore di essa.

Le spese per il recupero ed il trasporto, ovviamente, sono a carico del trasgressore.

  1. L’incidente stradale.

L’aver provocato un incidente stradale comporta, altresì, il raddoppio di tutte le sanzioni richiamate ed il fermo amministrativo del veicolo per centottanta giorni, salvo che appartenga a persona estranea all’illecito.

Scatta addirittura il ritiro (revoca) della patente quando al guidatore venga riscontrato un tasso alcolemico superiore all’1,5 g/l (lettera c).

Sul punto, è importante ricordare che: “L’aggravante dell’aver provocato un incidente va intesa come qualsiasi avvenimento inatteso che, interrompendo il normale svolgimento della circolazione stradale, possa provocare pericolo alla collettività, senza che assuma rilevanza l’avvenuto coinvolgimento di terzi o di altri veicoli” (Cfr. Cass. pen., 26/11/2015, n. 49352 –  https://www.studiolegalecalvello.it/guida-in-stato-di-ebbrezza-anche-una-lievissima-collisione-comporta-la-revoca-della-patente-cass-penale-493522015/)

  1. I controlli.

Le Autorità che intendano sottoporre un utente della strada all’esame dell’alcol hanno l’obbligo di effettuare due verifiche ad intervallo almeno di cinque minuti l’una dall’altra e considerare rilevante quello riportante il valore inferiore.

Inoltre, è ormai pacifico in giurisprudenza che lo stato di ebbrezza alcolica possa essere determinato anche senza una verifica strumentale (esami del sangue o etilometro).

In questi particolari casi, non essendo possibile indicare con precisione in quale delle tre ipotesi individuate dall’art. 186 C.d.S. ricada la condotta del guidatore, allo stesso verrà contestata l’ipotesi più lieve di cui alla lettera a (tra lo 0,5 g/l e lo 0,8 g/l – solo sanzione amministrativa – Cfr. Cass. pen. sez. IV, 21 aprile 2016, n. 19176).[2]

Il risultato positivo dell’etilometro costituisce, invece, prova certa della sussistenza dello stato di ebbrezza.

Solo la difesa dell’imputato potrà fornire una prova contraria al test, come, ad esempio, dei difetti dello strumento utilizzato per l’esame, delle irregolarità nelle operazioni o nella verbalizzazione o l’assunzione da parte del guidatore di farmaci ad elevata componente alcolica idonea ad influenzare l’esito del test.[3]

  1. L’avviso della facoltà di farsi assistere da un difensore.

La polizia giudiziaria, prima di procedere all’alcoltest, ai sensi dell’art. 114 disp. att. c.p.p., deve dare avviso alla persona sottoposta alle indagini della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, ma NON ha l’obbligo di attendere l’arrivo del difensore dell’indagato, anche qualora questi abbia comunque avuto notizia dell’imminente perquisizione e intenda parteciparvi (Cfr. Cass. pen. sez. IV, 12 novembre 2014, n. 50053).[4]

Sul punto, le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione hanno recentemente chiarito che la nullità dell’accertamento, conseguente al mancato avviso della suddetta facoltà, può essere dedotta – dal difensore dell’imputato – fino al momento della deliberazione della sentenza di primo grado.[5]

L’avviso di cui sopra deve essere fornito anche nel caso in cui, dopo l’incidente stradale, il guidatore sia trasportato all’ospedale e l’alcoltest venga eseguito dagli operatori di una struttura sanitaria come atto urgente richiesto dalla polizia giudiziaria (Cass. pen. Sez. IV, Sent., 09-11-2017, n. 51284).[6]

Diverso invece, se, a seguito dell’incidente, l’esame del sangue venga effettuato autonomamente dai sanitari, per ragioni di cura, secondo il protocollo di pronto soccorso della struttura ospedaliera.

In questo secondo caso, infatti, l’esame non è indirizzato alla ricerca di una prova del reato di guida in stato di ebbrezza e, di conseguenza, non sussiste alcun obbligo di avviso al paziente poiché non viene toccato il suo diritto di difesa. [7]

I risultati del prelievo ematico saranno, comunque, utilizzabili nel processo per l’accertamento del reato.

Sul punto, tuttavia, si tenga in dovuta considerazione la recente sentenza n. 904/2017 del Tribunale di Padova: procedimento nel quale un motociclista è andato assolto poiché per l’accertamento della concentrazione di alcol nel sangue, secondo protocollo sanitario, veniva utilizzato il metodo immunoenzimatico, test che viene eseguito su siero e non su sangue intero e misura non solamente l’alcol, ma anche una serie di metaboliti da esso derivati, determinando necessariamente una sovrastima.

Il Tribunale patavino ha, infatti, ritenuto che il test doveva considerarsi inattendibile e, pertanto, non poteva dirsi accertato oltre ogni ragionevole dubbio che la concentrazione di alcol nel sangue fosse superiore a 0,8 g/L – Cfr. https://www.studiolegalecalvello.it/alcoltest-mediante-prelievo-ematico-inattendibile-motociclista-assolto-trib-pen-padova-sent-9042017/

  1. Il rifiuto di sottoporsi all’etilometro.

Salvo che il fatto non costituisca più grave reato, il guidatore che rifiuta di sottoporsi all’alcoltest viene considerato, ai sensi del settimo comma dell’articolo 186 C.d.S., come se avesse un tasso alcolemico superiore a 1,5 g/l (lettera c).

Commette il reato anche colui che, dopo essersi sottoposto alla prima prova, rifiuti di eseguire la seconda, poiché non permette di terminare il normale iter degli accertamenti necessari al controllo dello stato di ebbrezza (Cass. pen. sez. VI, 8 marzo 2016, n. 15967; Cass. pen. sez. IV, 3 aprile 2013, n. 45919).[8]

Tuttavia, il suddetto rifiuto viene considerato legittimo nel caso in cui, in assenza di incidente, il conducente rifiuti di seguire le Autorità – sfornite dello strumento per il rilevamento dell’alcol nel sangue – presso il Comando o l’ospedale più vicino (Cfr. Cassazione penale, sezione IV, sentenza 7 settembre 2017, n. 40758 – https://www.studiolegalecalvello.it/alcoltest-non-reato-assenza-incidente-rifiutare-sottoporsi-al-test-nel-piu-vicino-ospedale-cass-penale-n-4075817/)

 

[1] Si veda, V. Zeppilli, Alcoltest: tutto quello che c’è da sapere, in Studio Cataldi il diritto quotidiano, ottobre 2017.

[2] Cfr., M. Lombardo, La giurisprudenza sull’accertamento dello stato di ebbrezza mediante alcoltest, in Quotidiano giuridico 08.02.2017.

[3] Così, A. Scarcella, Guida in stato di ebbrezza: colpevole anche se usa farmaco che interferisce con l’alcooltest, in Quotidiano giuridico, 24.07.2017.

[4] In tal senso, M. Lombardo, La giurisprudenza sull’accertamento dello stato di ebbrezza mediante alcoltest, in Quotidiano giuridico 08.02.2017.

[5] Il Supremo organo nomofilattico ha, infatti, escluso che tale nullità “debba essere personalmente eccepita, a pena di decadenza, dal soggetto indagato o imputato, non solo nell’immediatezza dell’atto nullo, ma anche successivamente, poiché tale soggetto non ha, o si presume per postulato legale che non abbia, le conoscenze tecniche indispensabili per apprezzare che l’atto o il mancato atto sia non rispettoso delle regole processuali, e per di più che egli debba attivarsi per eccepire ciò, entro certi termini, a pena di decadenza” – Cfr. Cass. pen. sez. Un., n. 5396/2015 https://www.studiolegalecalvello.it/ss-uu-penali-n-53962015-nullo-lalcol-test-se-manca-lavvertimento-dellassistenza-del-difensore/

[6] Si veda, M. Caprino, Alcol-test con avviso anche in ospedale, Il Sole 24 ore, 10.11.2017.

[7]  Così, S. Marani, Guida in stato ebbrezza: esame del sangue si può rifiutare se richiesto da polizia ma non dai medici, in Altalex, 14.02.2018.

[8] Cfr., Lombardo, La giurisprudenza sull’accertamento dello stato di ebbrezza mediante alcoltest, in Quotidiano giuridico 08.02.2017.

 

Alcoltest effettuato mediante prelievo ematico inattendibile: motociclista assolto (Trib. Pen. Padova, sent. 904/2017)

IL FATTO: Un ciclomotorista finiva la propria corsa contro una rotonda in sella al proprio scooter. Gli agenti intervenuti sul luogo del sinistro lo accompagnavano al locale Pronto Soccorso per sottoporlo ad alcoltest le cui risultanze evidenziavano 2.73 grammi di alcool per litro di sangue. Ne conseguiva una citazione a giudizio avanti il Tribunale per rispondere del reato previsto e punito dall’art. 186, secondo comma, lett. C), comma 2 bis e comma 2 sexies del Codice della Strada (guida in stato di ebbrezza aggravata).

LA DIFESA: Il consulente tecnico della difesa medico chirurgo specialista in medicina legale, ha riferito che, per l’accertamento della concentrazione di alcool nel sangue, fu utilizzato il metodo immunoenzimatico, test che viene eseguito su siero e non su sangue intero e misura non solamente l’alcool, ma anche una serie di metaboliti da esso derivati, ciò che determina necessariamente una sovrastima.

LA DECISIONE: il Tribunale riteneva che mentre poteva dirsi accertato che l’imputato conduceva il motoveicolo in stato di ebbrezza conseguente all’uso di bevande alcoliche, non poteva altrettanto dirsi accertato oltre ogni ragionevole dubbio che la concentrazione di alcool nel sangue al momento fosse superiore a 0,8 g/L, rientrando quindi in una delle fattispecie penalmente rilevanti. L’imputato veniva quindi assolto non essendo il fatto previsto dalla legge come reato.

LA SENTENZA  (Integrale in PDF più sotto)

 

TRIBUNALE DI PADOVA

IN COMPOSIZIONE MONOCRATICA

DISPOSITIVO DI SENTENZA

E CONTESTUALE MOTIVAZIONE

(Artt. 544 e segg., 549 c.p.p.)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

SENTENZA

A SEGUITO DI DIBATTIMENTO

(Art. 567 c.p.p.)

IL GIUDICE

Dott. Antonella Salvagno

alla pubblica udienza del 18.04.2017

ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

Nei confronti di

M. nato a … il …, residente in …, elettivamente domiciliato c/o AVV. CESARE ZULIAN DEL FORO DI PADOVA

LIBERO – ASSENTE

difeso di fiducia dall’Avv. Alberto Berardi del Foro di Padova

difeso di fiducia dall’Avv. Cesare Zulian del Foro di Padova

IMPUTATO

Del reato di cui all’art. 186, co. 2 lett. c), co. 2 bis e co. 2 sexies, D.L. vo 285/1992 perché alle ore 5.20 circa, guidava il motoveicolo Kymco People tg. … in stato di ebbrezza alcolica con tasso pari a 2,73 g/L, provocando un incidente stradale. In Due Carrare, il 3/9/2013.

(Omissis)

Motivi della decisione

Dagli atti contenuti nel fascicolo del Pubblico Ministero e da quelli già facenti parte del fascicolo del dibattimento risulta – né del resto è stato mai posto in discussione dalla difesa dell’imputato – che M. M., il giorno 3 settembre 2013, alle ore 5,00 circa del mattino, in Comune di Due Carrare, alla guida del motociclo Kymco People targato … (risultato di proprietà di altra persona), usciva autonomamente di strada nell’affrontare una rotatoria. Sul posto intervenivano i Carabinieri della Stazione di Galzignano Terme, che constatavano che il M. era ferito ad una gamba e manifestava “sintomi riconducibili ad un abuso di sostanze alcoliche, quali forte alito vinoso, occhi lucidi, eccessiva loquacità”, ragion per cui ne veniva chiesto il soccorso ed il trasporto all’ospedale di Monselice. Informato l’imputato della facoltà di farsi assistere da difensore di fiducia, facoltà alla quale il M. rinunciava, i Carabinieri rivolgevano alla struttura ospedaliera richiesta di accertamento del tasso alcoolemico nel sangue mediante prelievo ematico, a seguito della quale l’ospedale di Monselice trasmetteva referto di esame del sangue dal quale risultava un valore di 2,73 g/L per l’alcool etilico.

Il consulente tecnico della difesa, dott. Roberto Rondinelli, medico chirurgo specialista in medicina legale, ha riferito che, per l’accertamento della concentrazione di alcool nel sangue, fu utilizzato il metodo immunoenzimatico, test che viene eseguito su siero e non su sangue intero e misura non solamente l’alcool, ma anche una serie di metaboliti da esso derivati, ciò che determina necessariamente una sovrastima. Il consulente aggiungeva che si tratta di un test rapido, utile ai fini clinici del pronto soccorso per evidenziare un’eventuale intossicazione da alcool ed effettuare una diagnosi differenziale rispetto ad intossicazioni da altre sostanze, nonostante la possibilità di falsi positivi, poiché il dato dell’esame di laboratorio, pur tenuto conto della sovrastima, si sarebbe potuto considerare significativo qualora fosse stato confortato dalla descrizione di un quadro clinico con esso compatibile, cosa non verificatasi nel caso di specie, in quanto, a giudizio del consulente stesso, la descrizione data dai Carabinieri operanti, non poteva corrispondere ad un livello di alcool nel sangue quale quello risultante dall’esame, ma semmai ad un livello inferiore a 0,8 g/L. Il Consulente, dott. Rondinelli, precisava infine che non è possibile quantificare precisamente l’errore del metodo utilizzato nel caso di specie, per la somma di vari motivi d’incertezza, ulteriori rispetto alla sovrastima tipica del metodo (quantificabile, quest’ultima, tra il 15 ed il 25%), quali la presenza di una parte non quantificabile, di siero ossidato o modificato o l’eventuale uso di disinfettante alcoolico al momento del prelievo del campione.

Dal complesso degli elementi probatori in atti, dunque, risulta accertato che l’imputato ha condotto il motociclo in stato di ebbrezza, poiché i Carabinieri operanti ne hanno riscontrato i sintomi nell’immediatezza del fatto.

Non appare provato con certezza, invece, che il livello di alcool nel sangue al momento del fatto fosse superiore a 1,5 g/L (come previsto dall’ipotesi contestata, di cui alla lett. c dell’articolo 186, secondo comma, del Codice della Strada) ovvero a quello di 0,8 g/L (ciò che potrebbe ricondurre il fatto all’ipotesi di cui all’articolo 186, secondo comma, lett. b, del Codice della Strada, anche questa di rilievo penale).

Vero è che, per l’accertamento dei reati previsti dal secondo comma dell’articolo 186 del Codice della Strada, non è prevista dall’ordinamento alcuna prova legale, relativamente al livello del tasso alcoolemico nel sangue, cosicché la sussistenza di tali reati può essere ritenuta dal giudice anche in assenza di accertamenti strumentai (con etilometro o con esame del sangue) e per entrambe le ipotesi previste dalla norma, qualora la prova emerga da altri elementi (Cass. n. 22241/2014 e Cass. n. 26562/2015).

Nel caso di specie, tuttavia, da un lato il consulente tecnico della difesa ha ampiamente argomentato in ordine all’inidoneità dell’esame del sangue, svolto dal laboratorio dell’Ospedale di Monselice a fini clinici, a provare da solo con certezza un livello di alcool etilico, derivante dall’uso di bevande alcooliche, superiore a 0,8 g/L; dall’altro lato non vi sono elementi probatori (anche sotto il profilo di un complesso di indizi gravi, precisi e concordanti) tali da poter collocare oltre ogni ragionevole dubbio lo stato di ebbrezza del M. al momento del fatto nella scia di cui alla lettera b) od in quella di cui alla lettera c) dell’art. 186 CdS.

I sintomi descritti dai Carabinieri di Galzignano dello stato dell’imputato nell’immediatezza del fatto non permettono, infatti, di trarre alcuna sicura conclusione sul punto, potendo corrispondere anche alla fascia di cui alla lettera a) dell’articolo 186 CdS (ed essendo, a giudizio del consulente tecnico della difesa, addirittura incompatibili con il tasso alcoolemico risultante dall’esame del sangue, che avrebbe dovuto indurre nell’imputato uno stato di confusione mentale, con andatura instabile e tendanza ad assopirsi).

Nemmeno l’uscita di strada autonoma – da sola o, per quanto appena sopra detto, unitamente alla descrizione dello stato dell’imputato – costituisce elemento che consenta di accertare oltre ogni ragionevole dubbio la sussistenza di una delle due fasce superiori previste dall’articolo 186, secondo comma, CdS, essendo la compromissione delle capacità di guida dei veicoli (tanto più trattandosi di motoveicoli, come nel caso di specie, che richiedono anche capacità di mantenimento dell’equilibrio, in particolare nell’affrontare le curve e rotatorie) compatibile con ciascuna delle tre fasce previste dalla norma citata.

In definitiva, può dirsi accertato che l’imputato conduceva il motoveicolo in stato di ebbrezza conseguente all’uso di bevande alcooliche, ma non può dirsi accertato oltre ogni ragionevole dubbio che la concentrazione di alcool nel sangue al momento fosse superiore a 0,8 g/L, rientrando quindi in una delle fattispecie penalmente rilevanti. Ne consegue che l’imputato andrà assolto, ai sensi dell’articolo 530, secondo comma, c.p.p., perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, con trasmissione della sentenza al Prefetto di Padova per le determinazioni in ordine all’applicazione delle sanzioni amministrative (applicazione che spetta al giudice penale unicamente se conseguente all’accertamento di reati).

Stante il carico di lavoro, il deposito dei motivi è riservato in trenta giorni.

P.Q.M.

Visto l’articolo 530, secondo comma, c.p.p.,

assolve M. M. dal reato ascrittogli perché il fatto non è previsto dalla legge come reato. Dispone la trasmissione della presente sentenza al Prefetto di Padova. Motivi riservati in 30 giorni.

Padova, 18 aprile 2017

Il Giudice

Dott.ssa Antonella Salvagno

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Trib. Penale di Padova, sent. n. 9042017 del 18.04.2017

Omicidio colposo stradale: la patente va sospesa anche in caso di patteggiamento (Cass. penale, n. 18810/2017)

Cass. pen. Sez. IV, Sent., (ud. 06-04-2017) 18-04-2017, n. 18810

IL CASO

Il G.U.P. del Tribunale di Mantova, applicava la sanzione concordata tra le parti omettendo, tuttavia, di irrogare la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida. Il Procuratore della Repubblica presso la Corte d’Appello di Brescia ricorre in Cassazione.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Con la sentenza ex art. 444 c.p.p., deve essere disposta la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida prevista dall’art. 222 C.d.S., e ciò perfino se essa sia stata già disposta dal prefetto, posto che una volta stabilita dal giudice la durata della sospensione, da questa dovrà detrarsi il periodo di tempo eventualmente già scontato. Non rileva che nella richiesta di patteggiamento non sia stata fatta menzione della sanzione amministrativa, giacché essa non può formare oggetto dell’accordo delle parti.

LA SENTENZA

sul ricorso proposto da:

PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D’APPELLO DI BRESCIA;

nei confronti di:

G.R. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 2702/2014 GIP TRIBUNALE di MANTOVA, del 07/07/2016;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. LOREDANA MICCICHE’;

lette le conclusioni del PG Dott. Francesca Loy, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Il Procuratore della Repubblica presso la Corte d’Appello di Brescia ricorre avverso la sentenza resa dal G.U.P. del Tribunale di Mantova che, nel definire ex art. 444 c.p.p., il processo a carico di G.R. per il reato di cui agli artt.589, commi 1 e 2, c.p. applicando la sanzione concordata tra le parti, ometteva la irrogazione della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, così violando la espressa disposizione normativa di cui al D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 222, commi 2 e 2 bis, e succ.modif..
  2. Il P.G. ha concluso per l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata limitatamente al punto oggetto di censura.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è fondato.
  2. Con la sentenza di patteggiamento vanno infatti applicate le sanzioni amministrative accessorie, essendo il divieto eccezionale dell’art. 445 c.p.p., limitato alle pene accessorie ed alle misure di sicurezza diverse dalla confisca (Sez. Un., 27 maggio-21 luglio 1998, n.8488, Rv 201982, Bosio).
  3. Ne consegue che con la sentenza ex art. 444 c.p.p., deve essere disposta la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida prevista dall’art. 222 C.d.S., e ciò perfino se essa sia stata già disposta dal prefetto, posto che una volta stabilita dal giudice la durata della sospensione, da questa dovrà detrarsi il periodo di tempo eventualmente già scontato. Non rileva che nella richiesta di patteggiamento non sia stata fatta menzione della sanzione amministrativa, giacchè essa non può formare oggetto dell’accordo delle parti, limitato alla pena, e consegue di diritto alla sollecitata pronuncia. Nè potrebbe opporsi che la sanzione amministrativa verrebbe applicata in difetto di accertamento del reato, in quanto nel patteggiamento, anche se non si fa luogo all’affermazione della responsabilità dell’imputato, si procede comunque all’accertamento del reato, sia pure sui generis, essendo fondato sulla descrizione del fatto reato, nei suoi elementi, soggettivo ed oggettivo, contenuta nel capo di imputazione, e non contestata dalle parti nel formulare la richiesta, perchè stimata rispondente al vero o, quanto meno, non contestabile (Sez. 4, 27.7.2005, n. 27931, Rv. 232015; Sez. 4, 8.10.2007, n. 36868, Rv. 237231; Sez. 6, 29.5.2008, n. 40591, Rv. 241359).
  4. Stante la violazione di legge in relazione al trattamento sanzionatorio, va disposto di conseguenza l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata limitatamente alla omessa sospensione della patente di guida.

P.Q.M.

annulla la sentenza impugnata limitatamente alla mancata applicazione della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida e rinvia sul punto al Tribunale di Mantova.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 6 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 18 aprile 2017

Guida in stato di ebbrezza: anche una lievissima collisione comporta la revoca della patente (Cass. penale 49352/2015)

Cass. pen., 26/11/2015, n. 49352

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CASSAZIONE

Deve essere disposta la revoca della patente di guida nel caso in cui il conducente in stato di intossicazione alcolica abbia provocato un sinistro stradale, nella cui nozione, da interpretare in senso ampio, rientra qualsiasi collisione e anche un lieve tamponamento, lungo la traiettoria di marcia, con un veicolo in sosta. In particolare, “l’aggravante dell’aver provocato un incidente va intesa come qualsiasi avvenimento inatteso che, interrompendo il normale svolgimento della circolazione stradale, possa provocare pericolo alla collettività, senza che assuma rilevanza l’avvenuto coinvolgimento di terzi o di altri veicoli”.

LA SENTENZA INTEGRALE

(Omissis)

Svolgimento del processo

  1. Il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Trieste, con sentenza 26/06/2014 resa ad esito di giudizio abbreviato a seguito di opposizione a decreto penale di condanna, dichiarava V.M. colpevole del reato di guida in stato di ebbrezza per abuso di sostanze alcoliche (g/l 1,86 al primo accertamento e g/l 1,74 al secondo accertamento), con l’aggravante di aver cagionato un incidente, accertato in (OMISSIS).

In punto di trattamento sanzionatorio, previa concessione delle attenuanti generiche prevalenti sulla contestata aggravante, l’imputato era condannato alla pena di giustizia, con concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena e del beneficio della non menzione. All’imputato era applicata la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per anni uno e veniva ordinata la confisca dell’autoveicolo di proprietà dell’imputato.

  1. Avverso la suddetta sentenza proponeva ricorso il Procuratore generale della Repubblica di Trieste deducendo violazione di legge.

In particolare, secondo il P.M. ricorrente, la sentenza di primo grado avrebbe errato nel disporre la sospensione della patente per la durata di anni uno mentre avrebbe dovuto disporre la revoca del titolo abilitativo, avuto riguardo al disposto di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2 bis (nel testo introdotto dalla L. 29 luglio 2010, n. 120, applicabile ratione temporis all’episodio in esame, verificatosi il 4 dicembre 2013).

  1. In data 10 novembre 2015 l’imputato, a mezzo del proprio Difensore di fiducia, presentava un foglio di deduzioni, nel quale faceva presente che, perchè sussista l’aggravante di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2 bis, non sarebbe sufficiente essere rimasti coinvolti in un incidente (come indicato nel verbale di accertamento dal personale di pg), ma sarebbe necessario aver provocato l’incidente (e, quindi, che sia stato accertato che la propria condotta ha rappresentato un coefficiente causale rispetto al verificarsi del sinistro); d’altronde, il concetto di incidente stradale si identificherebbe con “qualunque situazione che esorbiti alla normale marcia del veicolo in area aperta alla pubblica circolazione, con pericolo per l’incolumità altrui e dello stesso conducente”, mentre tale situazione non si sarebbe verificata nel caso di specie, in cui vi sarebbe stato un microscopico sinistro (urto dello spigolo anteriore del mezzo con quello posteriore). Pertanto, il ricorso dovrebbe essere respinto o, in via subordinata, si dovrebbero rimettere gli atti al giudice di merito per nuovo esame.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso del P.G. è fondato.

2.1.Invero, il Giudice di primo grado è incorso in violazione di legge laddove ha applicato la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente per la durata di anni uno, mentre l’art. 186 C.d.S., comma 2 bis (nella formulazione già vigente all’epoca del fatto, verificatosi nel dicembre 2013) prevede espressamente la revoca della patente per colui che, circolando in stato di intossicazione alcolica superiore ad 1,5 g/l (come per l’appunto l’odierno ricorrente), abbia cagionato un incidente stradale.

2.2. Questa Sezione della Corte ha avuto modo di precisare che l’aggravante dell’aver provocato un incidente va intesa come qualsiasi avvenimento inatteso che, interrompendo il normale svolgimento della circolazione stradale, possa provocare pericolo alla collettività, senza che assuma rilevanza l’avvenuto coinvolgimento di terzi o di altri veicoli (Sez. 4, sent. n. 47276 del 06/11/2012, Marzano, Rv. 253921). Pertanto, il Giudice dell’udienza preliminare ha correttamente ravvisato l’aggravante nel caso in esame, nel quale il V., a bordo della sua autovettura, provenendo da (OMISSIS) con direzione verso (OMISSIS), nel percorrere (OMISSIS), aveva urtato con lo spigolo anteriore destro quello posteriore sinistro dell’autovettura Hyundai Lantra tg. (OMISSIS), in sosta dinanzi al civico n. (OMISSIS).

2.3. D’altronde nessun rilievo ha il fatto che nella sentenza impugnata siano state riconosciute all’imputato le attenuanti generiche in misura prevalente sulla contestata aggravante. Invero, questa Sezione ha da tempo chiarito che il giudizio di comparazione tra le circostanze del reato opera unicamente sulla pena, ma non modifica la configurazione giuridica e le relative conseguenze (sent. n. 9428 del 14/02/1979, Migliore, Rv. 143387).

3.Ne consegue che la sentenza deve essere annullata limitatamente al punto in cui non ha applicato al V. la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente, revoca alla quale può provvedere direttamente la Corte di cassazione, trattandosi di sanzione amministrativa accessoria da applicarsi obbligatoriamente (Sez. 4, sent. n. 8022 del 28/01/2014, Giannella, Rv. 258622).

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla omessa revoca della patente di guida, revoca che dispone in sostituzione della sospensione della patente di guida.

Così deciso in Roma, il 26 novembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 15 dicembre 2015

Guida in stato di ebbrezza: si alla confisca del veicolo anche se in comproprietà (Cass. penale 40957/2015)

Cass. pen. Sez. IV, Sent., (ud. 18-09-2015) 12-10-2015, n. 40957

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

L’appartenenza non in esclusiva proprietà a terza persona del mezzo non ne esclude la possibilità di confisca in quanto sia la lettera che la ratio della disposizione conducono ad escludere che la comproprietà con un terzo estraneo, del veicolo condotto dall’imputato in stato di ebbrezza, sia d’ostacolo all’applicazione della misura stessa, in quanto nel solo caso in cui integralmente il veicolo appartenga ad un terzo, la presunzione assoluta di pericolosità insita nella disponibilità e nell’uso dello stesso può dirsi attenuata, rimanendo al contrario integra in caso di comproprietà, non essendo il terzo – neppur formalmente – titolare di un “esclusivo” ius excludendi alios.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHI Luisa – Presidente –

Dott. MASSAFRA Umberto – Consigliere –

Dott. DOVERE Salvatore – Consigliere –

Dott. PEZZELLA Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D’APPELLO DI PERUGIA;

nei confronti di:

C.D. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 2973/2012 GIP TRIBUNALE di TERNI, del 13/05/2013;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. VINCENZO PEZZELLA;

lette le conclusioni del PG Dott. Selvaggi Eugenio, che ha chiesto che questa Corte annulli in parte qua l’impugnata sentenza provvedendo direttamente, ove lo ritenga, all’adozione dei conseguenti provvedimenti ai sensi dell’art. 621 c.p.p., u.c..

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p., e ss.

il GIP di Terni applicava nei confronti di C.D., su richiesta delle parti ex art. 444 c.p.p., e ss. la pena di mesi quattro di arresto ed euro mille di ammenda per il reato p. e p. dal D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 186, comma 2, lett. c) e comma 2 bis, come novellato dalla L. n. 120 del 2010, perchè guidava l’autovettura Nissan tg. (OMISSIS) in stato di ebbrezza in conseguenza dell’uso di bevande alcoliche, accertato con alcoltest da cui risultava un tasso alcolemico di 2,62 g/l. e provocava un incidente stradale. Accertato in (OMISSIS).

Il giudicante nulla disponeva in ordine alla confisca dell’autovettura.

  1. Contro il provvedimento ricorre in Cassazione, il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Perugia, deducendo come unico motivo:

– Erronea applicazione della legge penale.

Il P.G. ricorrente lamenta l’omessa pronuncia circa la pena accessoria della confisca dell’autovettura – risultata essere in comproprietà tra l’imputato e C.M. nata a (OMISSIS) e residente a (OMISSIS) – ricordando che, ai sensi dell’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c), sesto periodo: “Con la sentenza di condanna ovvero di applicazione della pena a richiesta delle parti, anche se è stata applicata la sospensione condizionale della pena, è sempre disposta la confisca del veicolo con il quale è stato commesso il reato ai sensi dell’art. 240 c.p., comma 2, salvo che il veicolo stesso appartenga a persona estranea al reato”.

Ci si duole che, poichè dagli atti emergeva che l’autovettura Nissan targata (OMISSIS) con cui è stato commesso il reato ascritto in epigrafe è in comproprietà tra la signora C. ed il prevenuto, il giudice di primo grado era tenuto a disporre, con la sentenza di applicazione della pena, la confisca del veicolo, a nulla rilevando che di questa non fosse stata fatta menzione nella richiesta di patteggiamento, non potendo la suddetta sanzione formare oggetto di accordo tra le parti.

Ha errato il giudicante – prosegue il ricorrente – se ha ritenuto non confiscabile l’autovettura solo perchè, non essendo in piena proprietà del C., la confisca avrebbe leso il diritto del comproprietario, terzo in buona fede. Tale ragionamento non appare condivisibile perchè la lettera della norma non autorizza questa interpretazione ove si consideri che la ratio della norma si fonda sul venir meno della pericolosità assoluta derivante dall’uso del veicolo nel caso di appartenenza integrale del veicolo ad un terzo.

E’ invece evidente che la medesima presunzione in caso di comproprietà rimane integra e giustifica il provvedimento ablativo limitato alla quota parte di proprietà del condannato.

Chiede, pertanto, che questa Corte voglia annullare in parte de qua l’impugnata sentenza adottando i provvedimenti conseguenti ai sensi dell’art. 619 c.p.p..

  1. Il PG preso questa Suprema Corte ha rassegnato le proprie conclusioni scritte ex art. 611 c.p.p., ritenendo fondato il ricorso, e chiedendo anch’egli che questa Corte voglia annullare in parte de qua l’impugnata sentenza, provvedendo direttamente, ove lo ritenga, all’adozione dei conseguenti provvedimenti ai sensi dell’art. 621 c.p.p., ultima parte.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è fondato.
  2. Pacifico appare che il giudice del patteggiamento dovesse provvedere sulla confisca pur non essendovene cenno nell’accorso.

Questa Corte regolatrice, infatti, ha ormai da tempo fugato ogni dubbio in ordine al fatto che, il giudice, anche a seguito delle modifiche introdotte dalla L. n. 120 del 2010, art. 33, debba disporre, con la sentenza di condanna o di patteggiamento, la confisca del veicolo utilizzato per commettere il reato di guida in stato di ebbrezza, anche se essa ha assunto natura di sanzione amministrativa accessoria, ed a nulla rilevando se eventualmente il veicolo non sia stato in precedenza sottoposto a sequestro (cfr. sez. 4, n. 45365 del 25.11.2010, Portelli, rv. 249071; conf. sez. 6, n. 12313 del 13.3.2012, Vasori, rv. 252563). E’ stato anche precisato, ribadendosi il principio, che in tal caso il Prefetto svolge un ruolo meramente esecutivo della statuizione adottata dal giudice penale (sez. 4, n. 32427 del 3.11.2011 dep. il 13.8.2012, Camerlo, rv.253128).

E’ altrettanto pacifico che, in caso di applicazione della pena su richiesta ex art. 444 c.p.p., e ss., resti sottratta alla disponibilità delle parti l’applicazione e quantificazione delle sanzioni amministrative previste dalla legge (oltrechè, peraltro, di quelle accessorie), trattandosi di ambito decisionale devoluto integralmente al giudice (cfr., fra le tante, sez. 4 n. 2631/2011; n. 114/2011; n. 38552/2007; n. 36150/2007).

Infine, la natura di sanzione amministrativa della previsione fa escludere che il divieto di cui all’art. 445 c.p.p., comma 1, afferente alle pene accessorie, possa ad esse estendersi.

  1. Sussiste la lamentata violazione di legge, in quanto la richiamata norma di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c) prevede come obbligatoria la confisca del veicolo con il quale è stato commesso il reato ai sensi dell’art. 240 c.p., comma 2, salvo che il veicolo stesso appartenga a persona estranea al reato (cfr. sul punto questa sez. 4, n. 18517 del 27.3.2009, Parodo, rv. 243997).

Ebbene, costante e condivisibile giurisprudenza di questa Corte di legittimità conforta l’assunto del PG ricorrente. In particolare è stato affermato che l’appartenenza non in esclusiva proprietà a terza persona del mezzo non ne esclude la possibilità di confisca in quanto sia la lettera che la ratio della disposizione conducono ad escludere che la comproprietà con un terzo estraneo, del veicolo condotto dall’imputato in stato di ebbrezza, sia d’ostacolo all’applicazione della misura stessa, in quanto nel solo caso in cui integralmente il veicolo appartenga ad un terzo, la presunzione assoluta di pericolosità insita nella disponibilità e nell’uso dello stesso può dirsi attenuata, rimanendo al contrario integra in caso di comproprietà, non essendo il terzo – neppur formalmente – titolare di un “esclusivo” ius excludendi alios (cfr. sez. 4, n. 24015, Di Tucci, rv. 244220).

Ancora, di recente questa Corte, ha ribadito che in tema di guida in stato d’ebbrezza, è assoggettabile a confisca il veicolo ricompreso nella comunione legale, in quanto la presunzione assoluta di pericolosità insita nella disponibilità del bene rimane integra nel caso di comproprietà con una persona estranea al reato (sez. 4, n. 9460 del 28.11.2012 dep. il 27.2.2013, Giacomini, rv. 254424).

  1. Ciò considerato, la sentenza deve essere annullata sul punto relativo all’omessa applicazione della sanzione amministrativa accessoria della confisca dell’autovettura, confisca che in questa sede deve disporsi, ai sensi dell’art. 620 c.p.p., lett. l), trattandosi di misura obbligatoria, che, pertanto, non importa esercizio di discrezionalità alcuna. Di conseguenza, all’annullamento non segue rinvio.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla omessa applicazione della sanzione amministrativa accessoria della confisca della autovettura Nissan tg. (OMISSIS), confisca che dispone.

Così deciso in Roma, il 18 settembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 12 ottobre 2015

Guida in stato di ebbrezza: nullo l’accertamento se il conducente non viene avvisato della facoltà di farsi assistere da un avvocato

Tribunale di Milano, sentenza del 15 maggio 2013

 IL FATTO

Un conducente, dopo essere stato fermato da due agenti della Polizia di Stato veniva sottoposto ad esame alcolimetrico che dava esito positivo. Tale operazione tuttavia veniva svolta senza che lo stesso fosse stato preventivamente avvertito della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia.

IL PRINCIPIO DI DIRITTO APPLICATO DAL TRIBUNALE MENEGHINO

Il conducente qualora venga sottoposto all’esame dell’etilometro, in quanto accertamento tecnico non ripetibile, ha diritto di essere preventivamente avvisato della facoltà di farsi da un difensore di fiducia. Da ciò consegue la nullità dell’accertamento.

21378/12 R.G. Not. Reato 

6656/12 R.G. G.I.P.

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI MILANO

UFFICIO DEL GIUDICE PER LE INDAGINI PRELIMINARI

Il Giudice DR.SSA DONATELLA BANCI BUONAMICI

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

(artt. 544 e segg. c.p.p.)

nel procedimento penale a carico di  ********

elettivamente domiciliato presso lo studio dei difensori di fiducia difeso di fiducia dagli avv. Stefano Gallandt e Roberto Enrico Paolini via G.B. Cassinis 59 Milano

IMPUTATO

di cui all’art. 186 bis comma 1 lett.a) e art. 186 bis, comma 3, in relaz. all’art. 186 comma 2 lett.b) D.Lvo 30.04.1992 n. 285 perché nella sua qualità di conducente di età inferiore ad anni 21, circolava sulla pubblica via alla guida dell’autovettura FORD FIESTA tg. ***** benché fosse in stato di ebbrezza in conseguenza dell’uso di bevande alcoliche (tasso alcolemico riscontrato 1,24 e 1,28 g/l)

Commesso in Rho il 29.4.2012

Le parti chiedono l’assoluzione perché il fatto non sussiste.

Il difensore in subordine minimo della pena e doppi benefici.

Il Giudice provvede come da separato dispositivo di cui dà lettura

Svolgimento del processo e motivi della decisione

Con atto di opposizione a decreto penale di condanna n. 4856/12 emesso dal GIP del Tribunale di Milano in data 28.09.2012 il difensore di ******* munito di procura speciale formulava richiesta di definizione a mezzo giudizio abbreviato, ed il Giudice, ammesso il rito abbreviato invitava le parti alle conclusioni.

Il PM ed il difensore dell’imputato chiedevano concordemente sentenza di non luogo a procedere ed il giudice decideva in conformità dando lettura di separato dispositivo.

Si impone dall’esame degli atti contenuti del fascicolo del PM l’assoluzione dell’imputato per il reato a lui ascritto.

Come si evince dall’analisi degli atti contenuti nel fascicolo, *******    dopo essere stato fermato da due agenti della Polizia di Stato veniva sottoposto ad esame alcolimetrico che dava esito positivo.

Tale operazione tuttavia veniva svolta senza che il ******, fosse preventivamente avvertito della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia.

Da ciò consegue la nullità dell’accertamento al qual è stato sottoposto l’imputato.

L’accertamento mediante etilometro dello stato di ebbrezza (recte della misura della concentrazione alcolica nell’aria alveolare espirata), ai sensi del D.Lgs, 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 4, è da considerarsi accertamento tecnico irripetibile stante l’alterabilità, modificabilità e tendenza alla dispersione degli elementi di fatto che sono oggetto dell’analisi.

Tale obbligo non ricorre unicamente nel caso in cui l’accertamento venga eseguito in via esplorativa, risultando espressione di una attività di polizia amministrativa; nel caso di specie certamente tale obbligo sussisteva atteso che è la stessa PG a dare atto del fatto che, già al momento dell’accertamento era possibile desumere lo stato di alterazione del conducente.

In assenza degli elementi di prova forniti dall’esame alcolemico, non vi sono elementi sufficienti per ritenere la penale responsabilità dell’imputato: nel verbale gli operanti danno solo atto che l’imputato al momento del controllo aveva occhi lucidi ed alito vinoso.

Si tratta di elementi certamente sintomatici di uno stato di alterazione ma che, stante la loro genericità non consentono di affermare che il ********* presentasse una concentrazione alcolica superiore al limite di legge.

P.Q.M.

Il Giudice

Visti gli artt. 530 comma 2 c.p.p.

assolve

******** dal reato a lui scritto perché il fatto non sussiste

Milano, 10.5.2013

Il Giudice

Dr. ssa Donatella Banci Buonamici

Guida in stato di ebbrezza: il reato può essere commesso anche dal ciclista

Cass. pen. Sez. IV, Sent., (ud. 14-04-2015) 28-04-2015, n. 17684

IL PRICIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE:

Il reato di guida in stato di ebbrezza può essere commesso attraverso la conduzione di una bicicletta, a tal fine rivestendo un ruolo decisivo la concreta idoneità del mezzo usato a interferire sulle generali condizioni di regolarità e sicurezza della circolazione stradale con la conseguente creazione di un pericolo obiettivo per gli altri utenti della strada.

 REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRUSCO Carlo G. – Presidente –

Dott. D’ISA Claudio – Consigliere –

Dott. CIAMPI Francesco – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. SERRAO Eugenia – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

D.B.A.A. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 961/2014 CORTE APPELLO di MILANO, del 21/05/2014;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 14/04/2015 la relazione fatta dal Consigliere Dott. EUGENIA SERRAO;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. SPINACI Sante, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso;

Svolgimento del processo

  1. La Corte di Appello di Milano, con sentenza del 21/05/2014, ha confermato la pronuncia emessa in data 28/06/2013 dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Milano, che aveva dichiarato D.B.A.A. colpevole del reato di cui al D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 1 e comma 2, lett. b), per aver circolato sulla pubblica via alla guida di un velocipede, benchè fosse in stato di ebbrezza con tasso alcolemico pari a 0,9 g/l.
  2. D.B.A.A. propone ricorso per cassazione deducendo violazione di legge in quanto la fattispecie prevista dall’art. 186 C.d.S. non può essere applicata nel caso in cui non si guidi un veicolo a motore. Il ricorrente sostiene che debba essere applicato alla sanzione penale il medesimo principio interpretativo espresso dalla giurisprudenza di legittimità a proposito della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, che non può essere applicata a colui il quale si sia posto alla guida di un veicolo per la cui circolazione non è stata richiesta alcuna abilitazione. La fattispecie concreta avrebbe potuto eventualmente essere sussunta, secondo il ricorrente, nell’ipotesi contravvenzionale prevista dall’art. 688 cod. pen..

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è infondato.
  2. La prospettazione avanzata dal ricorrente in ordine alla pretesa inapplicabilità della disciplina penalistica della guida in stato di ebbrezza alla conduzione di veicoli non motorizzati (e segnatamente della bicicletta), non è condivisibile, essendosi i giudici del merito correttamente allineati al consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, autorevolmente sostenuto dalle Sezioni Unite di questa Suprema Corte nel 2002, quando si è precisato che Se è vero che la reazione dell’ordinamento giuridico, allorchè si prevede la sanzione accessoria della sospensione della patente di guida, svolge, talora, effettive funzioni cautelari, in quanto le misure rimediano nell’immediato ad uno stato di pericolo concreto – ad es., ritiro della patente a chi sia colto a guidare in stato di ebbrezza – è incontestabile che il ritiro della patente non potrebbe svolgere davvero alcuna funzione cautelare se la violazione, prevista e punita dall’art. 186 C.d.S. fosse commessa alla guida di una bicicletta o di altro veicolo per i quali non sia richiesta la patente. In questi casi, l’agente che accerti la violazione e si preoccupi, come deve, che l’autore della violazione non circoli, in quel momento, con quel veicolo, potrà avvalersi, a fini cautelari, di altri ipotizzabili sussidi, ma non del ritiro della patente e ciò per la decisiva ragione che la privazione della patente non sarebbe affatto di nessun ostacolo, in futuro, alla circolazione con quel veicolo con il quale è stata commessa la violazione, non essendo previsto, per la guida dello stesso, il possesso della patente da ciò desumendosi chiaramente la pacifica rilevanza penale della condotta di guida in stato di ebbrezza qualora il mezzo di circolazione sia una bicicletta – indipendentemente dall’applicabilità delle sanzioni amministrative accessorie previste dalla norma violata (Sez. U, n. 12316 del 30/01/2002, Fugger, Rv. 221039, in motivazione; Sez. 4, n. 2021 del 09/07/1997, Crasnich, Rv. 209287).
  3. Si deve, dunque, ribadire che il reato di guida in stato di ebbrezza può essere commesso attraverso la conduzione di una bicicletta, a tal fine rivestendo un ruolo decisivo la concreta idoneità del mezzo usato a interferire sulle generali condizioni di regolarità e di sicurezza della circolazione stradale (Sez. 4, n. 4893 del 22/01/2015, Pastore, Rv. 262038; Sez. 4, n. 19413 del 29/03/2013, Cologna, Rv. 255081). Giova, in proposito, ricordare quanto affermato sin dal 1995 dalle Sezioni Unite di questa Suprema Corte in merito alla contravvenzione di ubriachezza punita dall’art. 688 cod. pen., che concorre con il reato di guida in stato di ebbrezza punito dall’art. 186 C.d.S., data la diversità degli interessi giuridici rispettivamente tutelati dalle due norme (Sez. U, n. 1299 del 27/09/1995, dep. 1996, Cirigliano, Rv. 203633); anche sotto tale profilo, data la necessità di garantire la sicurezza della circolazione sulle strade e l’incolumità di chi vi si trova, risulta chiara l’inconferenza delle argomentazioni svolte nel ricorso.
  4. Il ricorso è, dunque, infondato e va rigettato; segue, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 14 aprile 2015.

Depositato in Cancelleria il 28 aprile 2015

Guida in stato di ebbrezza, SS.UU. Penali n. 5396/2015: nullo l’alcol test se manca l’avvertimento dell’assistenza del difensore

Cass. pen. Sez. Unite, Sent., (ud. 29-01-2015) 05-02-2015, n. 5396

Attività di p.g. – alcoltest- mancato avvertimento dell’assistenza difensiva – nullità – rilevabilità

LE SS.UU. DELLA CORTE PENALE DI CASSAZIONE HANNO ENUNCIATO I SEGUENTI PRINCIPI:

– per “parte” sulla quale grava l’onere di eccepire una qualsiasi nullità deve intendersi solo il difensore (o il pubblico ministero), e non l’indagato di persona (nè altra parte privata), che è soggetto che non ha, o potrebbe solo accidentalmente avere, conoscenze tecnico-processuali idonee ad apprezzare una violazione della legge processuale

– la nullità a regime intermedio, derivante dalla violazione dell’art. 114 disp. att. cod. proc. pen. per il mancato avvertimento al conducente di un veicolo da sottoporre ad esame alcolimetrico della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, può essere tempestivamente dedotta fino al momento della deliberazione della sentenza di primo grado, ai sensi degli artt. 180 e 182, comma 2, cod. proc. pen.;

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SANTACROCE Giorgio – Presidente –

Dott. ESPOSITO Antonio – Consigliere –

Dott. MILO Nicola – Consigliere –

Dott. ROMIS Vincenzo – Consigliere –

Dott. CONTI Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. VECCHIO Massimo – Consigliere –

Dott. BRUNO Paolo A. – Consigliere –

Dott. DAVIGO Piercamillo – Consigliere –

Dott. CASSANO Margherita – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Venezia;

nei confronti di:

B.M., nato (OMISSIS);

avverso la sentenza del 11/11/2013 del Tribunale di Treviso;

visti gli atti;

udita la relazione svolta dal componente Giovanni Conti;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Procuratore generale CIANI Gianfranco, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;

udito per l’imputato l’avv. Aliberti Ernesto, in sostituzione dell’avv. Arcidiacono Vincenzo, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Nelle prime ore del giorno 1 febbraio 2011, la polizia giudiziaria (Nucleo Operativo-Aliquota Radiomobile dei Carabinieri di Conegliano), in località San Fior, sottoponeva B.M., conducente di un’autovettura, ad alcooltest, ripetuto a distanza di alcuni minuti, il cui esito indicava un tasso alcolemico pari a 1,97 e poi a 1,90 g/l.

Essendo emersi estremi del reato di cui al D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 2, (C.d.S.), gli atti venivano trasmessi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Treviso, che procedeva a iscrizione nel registro delle notizie di reato in data 8 novembre 2011.

Con memoria depositata il 30 novembre 2011 presso la Procura della Repubblica, l’avv. Cristiana Polesel, difensore di fiducia nominato dal B. in data 9 novembre 2011, eccepiva la nullità, ex art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c), derivante dall’omesso avviso all’indagato da parte della polizia giudiziaria procedente della facoltà di farsi assistere da un difensore in relazione allo svolgimento di un atto urgente e indifferibile quale la sottoposizione all’esame alcoolimetrico.

In data 14 dicembre 2011, il Procuratore della Repubblica depositava richiesta di emissione di decreto penale di condanna in ordine alla contravvenzione di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c) e comma 2-sexies, contestata al B. per avere circolato alla guida di un’autovettura in stato di ebbrezza, con i tassi sopra indicati, in conseguenza dell’uso di bevande alcooliche.

Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Treviso, in data 21 dicembre 2011, emetteva decreto di condanna alla pena di 23.500 euro di ammenda, di cui 22.500 in sostituzione di 90 giorni di arresto, notificato al difensore il 10 febbraio 2012.

L’avv. Polesel depositava in data 28 dicembre 2012 ulteriore memoria difensiva, con la quale, tra l’altro, ribadiva l’eccezione di nullità a suo tempo dedotta.

A seguito di opposizione al predetto decreto, proposta tempestivamente il 23 febbraio 2012 dal predetto difensore del B., il medesimo G.i.p. disponeva procedersi a giudizio immediato.

In dibattimento, alla udienza dell’11 novembre 2013, il difensore dell’imputato reiterava l’eccezione di nullità dell’esame alcoolimetrico.

Ritiratosi in camera di consiglio, il Tribunale emetteva ordinanza con la quale, rilevato che dagli atti non risultava essere stato effettuato al B. da parte della p.g., al momento della sottoposizione dello stesso all’esame alcoolimetrico, da ritenere atto indifferibile e urgente, l’avviso ex art. 114 disp. att. cod. proc. pen.; che da ciò derivava una nullità a regime intermedio;

che tale nullità era stata tempestivamente dedotta nella memoria difensiva del 30 novembre 2011; tutto ciò rilevato e premesso, dichiarava la nullità dell’accertamento effettuato mediante il suddetto test alcoolimetrico.

2. All’esito del dibattimento, chiusosi alla stessa udienza dell’11 novembre 2013, il Tribunale di Treviso pronunciava sentenza con la quale, su conforme richiesta delle parti, assolveva l’imputato con la formula “perchè il fatto non sussiste”.

Osservava il Tribunale che l’accoglimento della eccezione di nullità dell’esame alcoolimetrico, dedotta nella memoria depositata il giorno 30 novembre 2011, da considerare “quale primo atto difensivo concretamente esperibile contestuale all’atto di nomina a difensore fiduciario”, comportava la inutilizzabilità di tale accertamento, con la conseguenza che, in mancanza di esso, poteva considerarsi provata, su base sintomatica, e in ossequio al favor rei, come specificamente affermato in materia dalla giurisprudenza di legittimità, solo la meno grave ipotesi di guida in stato di ebbrezza di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. a) integrante una violazione amministrativa.

3. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Venezia, che, nel chiederne l’annullamento, ha dedotto, con un unico motivo, l’erronea applicazione della legge penale, essendo l’eccezione di nullità proposta dalla difesa da considerare tardiva, non avendola l’imputato dedotta prima del compimento dell’atto o immediatamente dopo, come prescritto dall’art. 182 c.p.p., comma 2.

A sostegno di tale assunto, l’Ufficio ricorrente riporta un ampio stralcio della sentenza della Corte di cassazione Sez. 4, n. 36009 del 04/06/2003 (recte, 2013), cui esprime adesione.

4. La Quarta Sezione penale, assegnataria del ricorso, con ordinanza in data 26 settembre 2014, depositata il 21 ottobre successivo, ne ha disposto la rimessione alle Sezioni Unite, sulla base di un ravvisato contrasto giurisprudenziale.

Premesso che il cd. alcooltest costituisce la prova “regina” a fondamento della responsabilità del conducente di veicoli che presenti un livello alcoolico superiore alle soglie considerate dall’art. 186 C.d.S., comma 2 – la prima delle quali, di cui alla lett. a), costituente illecito amministrativo e le altre due, di cui alle lett. b) e c), costituenti una contravvenzione penale – nell’ordinanza si osserva che l’avvertimento della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia da dare all’interessato nel caso in cui si intenda procedere a un simile test si ricava dall’art. 114 disp. att. cod. proc. pen. (rubricato appunto “Avvertimento del diritto all’assistenza del difensore”), dato che l’esame in questione rientra nella previsione dell’art. 354 cod. proc. pen. (“Accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle persone”) e che ad esso il difensore dell’indagato ha facoltà di assistere, a norma dell’art. 356 dello stesso codice (“Assistenza del difensore”), cui si riferisce, appunto, il citato art. 114.

Ciò posto, si rileva che, in base all’orientamento giurisprudenziale consolidato, il mancato avvertimento di cui all’art. 114 disp. att. cod. proc. pen. da luogo a una nullità a regime intermedio, che, ai sensi dell’art. 182 c.p.p., comma 2, deve essere eccepita dalla parte, a pena di decadenza, prima del compimento dell’atto oppure, se ciò non è possibile, immediatamente dopo.

Quanto, però, alla esatta individuazione del limite temporale entro il quale è proponibile l’eccezione, sarebbe ravvisabile una diversità di orientamenti.

Secondo una prima linea interpretativa, posto che l’eccezione ha da essere sollevata, a pena di decadenza, prima del compimento dell’atto ovvero immediatamente dopo, essa può e deve essere formalizzata dallo stesso interessato (sottoposto ad alcooltest), non essendovi ragione per subordinare l’eccezione all’intervento del difensore, dato che essa non implica particolari cognizioni di ordine tecnico rientranti nelle specifiche competenze professionali del difensore.

Altro orientamento affida invece la proponibilità dell’eccezione esclusivamente al difensore, considerando che il sottoposto all’esame alcoolimetrico, proprio perchè non a conoscenza di tale garanzia di assistenza, non potrebbe sollevare l’eccezione nè prima del compimento dell’atto nè immediatamente dopo. Il difensore, tuttavia, avrebbe l’onere di proporla subito dopo la sua nomina, ovvero entro il termine di cinque giorni che l’art. 366 cod. proc. pen. concede al difensore per l’esame degli atti, senza che gli sia consentito attendere il primo successivo atto del procedimento.

In base ad altra esegesi, che pure parte dalla non esigibilità della proponibilità dell’eccezione da parte del diretto interessato all’accertamento urgente, deve invece considerarsi tempestiva l’eccezione di nullità sollevata con il primo atto successivo del procedimento, ad esempio, in sede di richiesta di riesame, o, per stare al caso di specie, con l’atto di opposizione a decreto penale di condanna.

La Quarta Sezione, richiamando anche indirizzi espressi dalla Corte costituzionale (sentenze nn. 120 del 2002 e 162 del 1975) mostra di propendere per la linea che affida al solo difensore l’onere di proporre l’eccezione, ma, in presenza di orientamenti contrastanti sui vari aspetti evidenziati, ha ritenuto l’opportunità di investire le Sezioni Unite della tematica implicata dal ricorso.

5. Con decreto in data 29 ottobre 2014, il Primo Presidente ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite penali, fissando per la trattazione l’odierna udienza pubblica.

Motivi della decisione

1. La questione della quale sono investite le Sezioni Unite, tenuto conto della fattispecie delineata dall’ordinanza di rimessione, è enunciabile nei seguenti termini: “Se la nullità conseguente al mancato avvertimento al conducente di un veicolo, da sottoporre all’esame alcoolimetrico, della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, in violazione dell’art. 114 disp. att. cod. proc. pen., possa ritenersi non più deducibile, a norma dell’art. 182 c.p.p., comma 2, se non eccepita dal diretto interessato prima del compimento dell’atto; ovvero, se di tale eccezione debba considerarsi onerato il solo difensore, quale sia in tale ipotesi il momento oltre il quale si verifica la conseguenza della non deducibilita della nullità”.

2. Il quadro normativo di riferimento è costituito dall’art. 114 disp. att. cod. proc. pen. e artt. 356 e 354 cod. proc. pen..

L’art. 114 disp. att cod. proc. pen. (“Avvertimento del diritto all’assistenza del difensore”) così recita: “Nel procedere al compimento degli atti indicati dall’art. 356 codice, la polizia giudiziaria avverte la persona sottoposta alle indagini, se presente, che ha facoltà di farsi assistere dal difensore di fiducia”.

L’art. 356 cod. proc. pen. (“Assistenza del difensore”) prevede che “il difensore della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini ha facoltà di assistere, senza diritto di essere preventivamente avvisato, agli atti previsti dagli artt. 352 e 354 …”.

L’art. 354 cod. proc. pen. (“Accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle persone. Sequestro”), detta disposizioni per la eventualità di un pericolo di ritardo per tali accertamenti, demandati, a specifiche condizioni, alla iniziativa della polizia giudiziaria.

3. Tanto posto, va in primo luogo precisato che l’avvertimento del diritto all’assistenza difensiva, di cui all’art. 114 disp. att. cod. proc. pen. – che, per il tramite dell’art. 356 cod. proc. pen., richiama gli “accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle persone”, di cui all’art. 354 cod. proc. pen. – è riferibile, come affermato da costante giurisprudenza, anche agli accertamenti eseguiti dalla polizia giudiziaria sul tasso alcolemico del conducente di un veicolo ai fini della verifica dei parametri considerati dal D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 2, e successive modifiche (C.d.S.).

Si tratta infatti di “accertamenti e rilievi sulle persone diversi dalle ispezioni personali” che, ricorrendo il pericolo che le “tracce … pertinenti al reato” “si alterino o si disperdano o comunque si modifichino” e non potendo il pubblico ministero “intervenire tempestivamente” ovvero non avendo “ancora assunto la direzione delle indagini”, possono essere compiuti direttamente dagli ufficiali di polizia giudiziaria (v. per queste coordinate disposizioni l’art. 354 cod. proc. pen., commi 1, 2 e 3; nonchè in giurisprudenza, tra le altre, Sez. U, n. 1299 del 27/09/1995, Cirigliano, n.m. sul punto).

Tali accertamenti, come previsto dall’art. 186 C.d.S., commi 3 e 4, vanno effettuati dagli organi della polizia stradale (individuati dall’art. 12, commi 1 e 2, medesimo codice) sull’analisi dell’aria espirata con l’impiego di un apposito apparecchio (etilometro) secondo le metodologie previste dall’art. 379 del Regolamento di esecuzione e di attuazione del codice della strada (D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495).

Occorre tuttavia rimarcare che, prima che si proceda ad accertamento mediante etilometro, e proprio al fine di verificare i presupposti per darvi luogo, gli organi di polizia – come chiarito anche dalla Circolare del Ministro dell’Interno del 29 dicembre 2005, n. 300/A/42175/109/42 – hanno facoltà di sottoporre il conducente “ad accertamenti qualitativi non invasivi o a prove, anche attraverso apparecchi portatili”. Questi accertamenti, di natura discrezionale e affatto preliminari all’acquisizione di elementi indiziari riferibili alle fattispecie di guida in stato di ebbrezza contemplate dall’art. 186 C.d.S., comma 2, non rientrano, evidentemente, in quelli presi in considerazione dall’art. 354 cod. proc. pen.; sicchè per essi non è luogo a procedere all’avvertimento ex art. 114 disp. att. cod. proc. pen..

In questo senso va intesa, e può comunque ricevere condivisione, la linea giurisprudenziale secondo cui l’avvertimento ex art. 114 cit.

va dato solo quando l’organo di polizia ritenga di desumere dalle circostanze del fatto un possibile stato di alterazione del conducente sintomatico dello stato di ebbrezza e non quando esso sia svolto in via meramente “esplorativa” (Sez. 4, n. 10850 del 12/02/2008, Rizzi, Rv. 239404; nella stessa linea, Sez. 4, n. 16553 del 26/01/2011, Pasolini, Rv. 250310).

I poteri e le garanzie previste dalla legge per simili accertamenti, come sopra delineati, appaiono del resto coerenti con il disposto dell’art. 220 disp. coord. cod. proc. pen., secondo cui, quando “nel corso di attività ispettive o di vigilanza … emergono indizi di reato, gli atti necessari per assicurare le fonti di prova … sono compiuti con l’osservanza delle disposizioni del codice”.

Ciò precisato, va osservato che nel caso in esame, pur in un contesto di marcata sinteticità e, anzi, di una qualche approssimazione, che caratterizza il verbale redatto dagli organi di p.g. in data 1 febbraio 2011, risulta che il conducente B. venne sottoposto alle specifiche metodiche relative all’impiego di un apparecchio etilometro previste dalle norme regolamentari, sicchè deve ritenersi che, nel momento in cui queste vennero effettuate, fossero già emersi a carico del predetto indizi di reità per una della fattispecie di guida in stato di ebbrezza contemplate dall’art. 186 C.d.S., comma 2; tanto che, prima di procedere a tale accertamento – indubitabilmente indifferibile e urgente – al medesimo avrebbe dovuto essere dato avvertimento della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, come previsto dall’art. 114 disp. att. cod. proc. pen..

Dagli atti non emerge che un simile avvertimento sia stato dato in quel frangente, nè l’Ufficio ricorrente pone in dubbio che tale mancanza si sia effettivamente verificata.

4. La violazione dell’art. 114 disp. att. cod. proc. pen. è pertanto nella specie non oggetto di discussione, ed essa integra, secondo una linea giurisprudenziale affatto pacifica, una nullità di ordine generale, non assoluta ma a regime cd. intermedio, in base alla previsione dell’art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c), (nella parte relativa alla inosservanza delle disposizioni concernenti “l’assistenza … dell’imputato”), non rientrando in alcuno dei casi considerati dall’art. 179 cod. proc. pen..

Tralasciando altre ipotesi di limiti alla deducibilità non pertinenti al caso di specie, le nullità a regime intermedio verificatesi prima del giudizio non possono essere più dedotte “dopo la Deliberazione della sentenza di primo grado”, alla stregua di quanto previsto dall’art. 180 cod. proc. pen., richiamato dall’art. 182 c.p.p., comma 2, secondo periodo).

Resta fermo che entro il medesimo termine spetta in primo luogo al giudice, in quanto garante della regolarità del processo, dichiarare le nullità incorse nel procedimento che egli sia stato in grado di rilevare.

5. Non può invece qui evocarsi come caso di non (ulteriore) deducibilità quello di cui all’art. 182 cod. proc. pen., primo periodo comma 2 che si riferisce alla ipotesi in cui la “parte assiste all’atto nullo” (“Quando la parte vi assiste, la nullità di un atto deve essere eccepita prima del suo compimento ovvero, se ciò non è possibile, immediatamente dopo”).

5.1. Infatti, va in primo luogo considerato che nel caso di specie non potrebbe dirsi che la parte “assisteva” all’atto inficiato dalla nullità derivante dal mancato avvertimento, essendo da escludere che vi “assistesse” un soggetto (l’indagato o indagabile) che era in procinto di essere sottoposto a un accertamento indifferibile sulla propria persona, proprio perchè al medesimo doveva essere data ex art. 114 disp. att. cod. proc. pen. una formale comunicazione circa la “facoltà di farsi assistere dal difensore di fiducia”, che di per sè presuppone la (possibile) non conoscenza di tale facoltà.

A ben vedere, la nullità, nella ipotesi qui considerata, non discende direttamente dal mancato avvertimento di cui all’art. 114 disp. att. cod. proc. pen. ma dalla presunta non conoscenza da parte dell’indagato della facoltà di farsi assistere da un difensore, alla quale l’avvertimento è preordinato. Sicchè se per avventura l’indagato comunicasse ai pubblici ufficiali operanti la sua intenzione di avvisare il difensore dell’atto urgente che si sta per compiere nessuna nullità deriverebbe da un mancato previo avviso di tale facoltà da parte della polizia giudiziaria.

In altri termini, per potere eccepire una nullità occorre evidentemente avere contezza del vizio; e quando la legge prescrive che si dia avviso di una qualche facoltà prevede ciò proprio perchè si presume che il soggetto destinatario di esso possa ignorarla.

Quindi, conclusivamente, stando a un profilo strettamente logico, nella fattispecie qui considerata l’indagato non “assisteva” all’atto nullo. Non vi assisteva perchè, secondo una valutazione legale, non era a conoscenza della facoltà di farsi assistere dal difensore di fiducia, essendo irrilevanti conoscenze accidentali di ciò che la legge consentiva (v. per analoghe considerazioni, tra le altre, Sez. 3, n. 33517 del 12/07/2005, Rubino, n.m. sul punto).

Egli non poteva dunque eccepire la nullità ex art. 114 disp. att. cod. proc. pen. nè prima del compimento delle operazioni di alcooltest nè, per le stesse ragioni, immediatamente dopo.

5.2. In genere, poi, per “parte” sulla quale grava l’onere di eccepire una qualsiasi nullità deve intendersi solo il difensore (o il pubblico ministero), e non l’indagato di persona (nè altra parte privata), che è soggetto che non ha, o potrebbe solo accidentalmente avere, conoscenze tecnico-processuali idonee ad apprezzare una violazione della legge processuale, come messo bene in luce anche dalla giurisprudenza costituzionale (v. in particolare sentenze nn. 120 del 2002 e 162 del 1975, relative proprio a censurati casi di non deducibilità di nullità conseguente alla mancata attivazione dell’imputato di persona). Nella stessa linea appare indirizzarsi la sentenza Sez U, n. 39060 del 16/07/2009, Aprea, da cui è dato desumere che una componente essenziale del concetto di “parte” ha da essere individuata nel difensore.

Dunque, la previsione dell’art. 182 c.p.p., comma 2, primo periodo, secondo cui, quando la parte vi assiste, la nullità di un atto deve essere eccepita prima del suo compimento ovvero, se ciò non è possibile, immediatamente dopo, non può, in alcuna ipotesi, essere riferita all’indagato o imputato, per postulato non a conoscenza delle regole del diritto, e in particolare dei casi in cui la legge collega a un determinato atto o al suo mancato compimento una qualche nullità.

L’ordinamento processuale si fonda infatti sulla necessaria assistenza di un difensore nel corso del procedimento, e privilegia la difesa tecnica rispetto all’autodifesa, la quale non è mai consentita in via esclusiva, ma solo in forme che si affiancano all’imprescindibile apporto di un esperto di diritto abilitato alla professione legale (v. in questi termini, sia pure con riferimento ad altro caso di nullità a “regime intermedio”, Sez. 6, n. 3927 del 13/12/2001, Eddif, Rv. 220996).

E’ appena il caso di rilevare che la disposizione dell’art. 182 c.p.p., comma 2, è calco di quella espressa, con minime varianti formali, dall’art. 471 cod. proc. pen. 1930, concernente la cd.

sanatoria delle nullità verificatesi nel dibattimento e, quindi, con la necessaria presenza del difensore. Essa è stata dal legislatore del 1988 trasferita nell’attuale sede soltanto per estendere all’intero arco del procedimento tale “sanatoria” (più propriamente riqualificata come causa di non deducibilità), e non certo per onerare direttamente l’indagato di improprie iniziative processuali di carattere tecnico (v. Relazione al Progetto preliminare, p. 58).

Un esplicito riferimento al solo difensore (oltre che al pubblico ministero) quale soggetto onerato dell’eccezione di una nullità era del resto contenuto nell’analoga previsione dell’art. 138 codice 1913.

Quanto esposto non implica, evidentemente, che l’indagato o imputato non sia personalmente abilitato a rappresentare fatti dai quali possa emergere un qualche profilo di irregolarità del processo, ma solo che egli non sia destinatario di un onere di “eccezione di nullità” dal mancato assolvimento del quale possano derivare preclusioni o decadenze.

5.3. Non sono quindi condivisibili le affermazioni giurisprudenziali secondo cui la nullità conseguente all’omesso avviso ex art. 114 disp. att. cod. proc. pen. sarebbe “sanata” (rectius, non più deducibile) se non dedotta dall’interessato all’accertamento prima ovvero immediatamente dopo il compimento dell’atto “non ricorrendo facoltà processuali comportanti cognizioni tecniche professionali proprie del difensore” (così Sez. 4, n. 36009 del 04/06/2013, Martelli nominativo non indicato in CED, Rv. 255989; e nello stesso senso, Sez. 4, n. 1399 del 11/03/2014, Pittiani, non specificamente massimata sul punto); le quali, da un lato, fanno dipendere la esigibilità dell’assolvimento di un onere dell’indagato di sollevare di persona eccezioni di natura processuale da un impalpabile criterio discretivo circa la complessità-semplicità delle cognizioni tecniche implicate, e, dall’altro, non danno alcuna contezza di come una tale deduzione potrebbe essere mai esercitata da un soggetto che non abbia “assistito” all’atto nullo, proprio in ragione di un mancato avviso che la legge impone che al medesimo sia dato sul presupposto, appunto, che l’interessato può ignorare la facoltà implicata.

6. Conclusivamente, deve escludersi che una qualsiasi nullità debba essere personalmente eccepita, a pena di decadenza, dal soggetto indagato o imputato, non solo nell’immediatezza dell’atto nullo ma anche successivamente, poichè tale soggetto non ha, o si presume per postulato legale che non abbia, le conoscenze tecniche indispensabili per apprezzare che l’atto o il mancato atto sia non rispettoso delle regole processuali, e per di più che egli debba attivarsi per eccepire ciò, entro certi termini, a pena di decadenza.

7. E’ il caso peraltro di chiarire, in presenza del quadro giurisprudenziale variegato di cui ha dato conto l’ordinanza di rimessione, che nella fattispecie in esame – o in qualunque altra ad essa assimilabile che dipenda dalla mancata osservanza dell’art. 114 disp. att. cod. proc. pen. (come in materia di perquisizioni o sequestri urgenti) – una volta escluso che possa trovare applicazione il limite della deducibilità della nullità di cui all’art. 182 c.p.p., comma 2, primo periodo, non vi è base normativa per ancorare il limite di tempestività della deduzione di nullità al momento immediatamente successivo alla nomina del difensore, attraverso memorie (come ritenuto nel caso di specie dal Tribunale; v. inoltre, in questo senso, da ultimo, Sez. 4, 04/07/2013, Rrotani, Rv. 256213;

Sez. 4, n. 44840 del 11/10/2012, Tedeschi, Rv. 254959; oltre alle già citate sentenze Sez. 4 n. 36009, Martelli, e n. 13999, Pittiani), o a quello della scadenza del termine di cinque giorni dal deposito dell’atto di indagine ex art. 366 cod. proc. pen. (tra le altre, Sez. 3, n. 14873 del 28/03/2012, Rispo, Rv. 252397; Sez. 2, n. 19100 del 12/04/2011, Syll, Rv. 250191; Sez. 2, n. 13392 del 23/03/2011, Mbaye, Rv. 250046), o anche a quello del compimento del primo atto successivo del procedimento (v. Sez. 4, n. 45622 del 04/11/2209, Maci, Rv. 245797; Sez. 4, n. 45621 del 04/11/2009, Moretti, Rv. 245462).

Infatti, trovando applicazione il disposto dell’art. 182 c.p.p., comma 2, secondo periodo, l’eccezione di nullità può essere tempestivamente proposta entro il limite temporale della Deliberazione della sentenza di primo grado, a norma dell’art. 180 cod. proc. pen..

8. Va pertanto enunciato il seguente principio di diritto:

“La nullità conseguente al mancato avvertimento al conducente di un veicolo, da sottoporre all’esame alcoolimetrico, della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, in violazione dell’art. 114 disp. att. cod. proc. pen., può essere tempestivamente dedotta, a norma del combinato disposto dell’art. 180 c.p.p. e art. 182 c.p.p., comma 2, secondo periodo, fino al momento della Deliberazione della sentenza di primo grado”.

9. Nel caso di specie il difensore, che non ha ricevuto alcun avviso di deposito dell’atto con il quale erano state seguite le operazioni di alcooltest, ha eccepito la nullità già con la memoria depositata poco dopo la nomina e con altra successiva, e comunque con l’atto di opposizione al decreto penale, atto quest’ultimo che equivale alla sentenza di primo grado, cui si riferisce come termine ultimo l’art. 180 cod. proc. pen., richiamato, come detto, dall’art. 182 c.p.p., comma 2, secondo periodo.

Ne discende che l’eccezione è stata tempestivamente dedotta.

10. Il ricorso proposto dal Pubblico ministero va pertanto rigettato.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 29 gennaio 2015.

Depositato in Cancelleria il 5 febbraio 2015

 

L’aver provocato l’incidente stradale esclude l’accesso al lavoro di pubblica utilità

Cass. pen. Sez. IV, Sent., (ud. 03-02-2015) 16-02-2015, n. 6739

La questione

La questione riguarda se via la possibilità o meno di procedere alla sostituzione della pena detentiva e pecuniaria con il lavoro di pubblica utilità ex art. 186 C.d.S., comma 9-bis, allorquando risulti contestata l’aggravante prevista dall’art. 186, comma 1-bis, ossia l’aggravante dell’aver procurato un incidente stradale. Il punto affrontato dalla Corte, pertanto, è, se, in presenza della aggravante speciale, sia comunque e sempre precluso procedere alla sostituzione.

La soluzione adottata dagli Ermellini

Gli Ermellini condividono le argomentazioni già esposte dalla Corte territoriale in sede di replica alla censura mossa nell’atto di gravame. In particolare la S.C. afferma che la subvalenza della circostanza in questione rispetto alle circostanze attenuanti è cosa ben diversa dalla sua esclusione ed ha richiamato il principio affermato nella giurisprudenza di legittimità secondo cui il giudizio di comparazione spiega i suoi effetti soltanto in ordine alla determinazione della pena, lasciando inalterata la valutazione deteriore dell’azione e della personalità dell’imputato.

Peraltro, avendo già sottolineato anche la Consulta (Corte Cost., 24 ottobre 2013, n. 247), che la fattispecie aggravata dal fatto di aver cagionato un incidente stradale è stata dal legislatore costruita come limite all’applicazione della sanzione sostitutiva, ciò consente di escludere che vi siano dubbi interpretativi da risolvere in senso costituzionalmente orientato, in merito all’operatività di tale limite, sol perchè la circostanza aggravante non sia stata in concreto applicata. L’aggravante in parola, infatti, sebbene subvalente rispetto alle circostanze attenuanti generiche, incide comunque ai fini della valutazione della gravità del fatto perché, attiene ad una turbativa delle corrette condizioni di guida, ritenuta potenzialmente idonea a porre in pericolo l’incolumità personale dei soggetti e dei beni coinvolti nella circolazione.

Da tale affermazione può quindi desumersi, secondo gli Ermellini, l’operatività della preclusione indipendentemente dal percorso seguito dal giudice comune per pervenire, nell’ambito di discrezionalità riconosciutogli dal legislatore, alla determinazione della pena in misura adeguata alle peculiarità del caso concreto.

La sentenza intregrale

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ZECCA Gaetanino – Presidente –

Dott. D’ISA Claudio – Consigliere –

Dott. MARINELLI Felicetta – Consigliere –

Dott. CIAMPI Francesco M. – Consigliere –

Dott. SERRAO Eugenia – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

M.T. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 5784/2012 CORTE APPELLO di MILANO, del 09/12/2013;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 03/02/2015 la relazione fatta dal Consigliere Dott. EUGENIA SERRAO;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Giulio Romano, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

Uditi i difensori, Avv. Cipollone Giovanni e Avv. Briola Giovanni, che hanno concluso per l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

1. La Corte di Appello di Milano, con sentenza del 9/12/2013, ha confermato la pronuncia emessa in data 17/07/2012 dal Tribunale di Milano, che aveva condannato alla pena di mesi quattro di arresto ed Euro 1.400,00,di ammenda, condizionalmente sospesa, M.T., imputato del reato di guida in stato di ebbrezza (D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 2, lett. c)) aggravato dall’aver causato un incidente stradale (art. 186 C.d.S., comma 1-bis) e dall’essere il fatto avvenuto in ora notturna (art. 186 C.d.S., comma 2-sexies). A tale determinazione della pena i giudici di merito sono pervenuti previo giudizio di prevalenza delle circostanze attenuanti generiche sull’aggravante di cui all’art. 186 C.d.S., comma 1-bis.

2. M.T. ricorre per cassazione censurando la sentenza impugnata con unico, articolato, motivo per erronea applicazione dell’art. 186 C.d.S., comma 9-bis, e per erronea applicazione della sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida. Il ricorrente sostiene che, secondo una lettura costituzionalmente orientata della norma, la condizione ostativa all’applicazione della sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità e l’obbligo di applicare la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente non sarebbero operanti, pur in caso di contestazione della circostanza aggravante di cui all’art. 186 C.d.S., comma 1-bis, qualora nel giudizio di bilanciamento detta circostanza sia stata ritenuta subvalente o equivalente rispetto alle circostanze attenuanti. In particolare, assume che l’incidenza dell’aggravante sull’individuazione della pena principale, alla quale afferisce anche l’applicazione della sanzione sostitutiva, dovrebbe ritenersi neutralizzata dal giudizio di bilanciamento.

3. Con memoria difensiva depositata il 19/01/2015 il ricorrente ha sviluppato ulteriormente il motivo di censura, evidenziando che la giurisprudenza di legittimità ha ritenuto che, una volta neutralizzata all’esito del giudizio di comparazione la circostanza aggravante di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2-bis, debba escludersi che tale aggravante possa rilevare agli effetti della pena.

Motivi della decisione

1. Il ricorso è infondato.

2. La questione posta dal ricorso riguarda la possibilità o meno di procedere alla sostituzione della pena detentiva e pecuniaria con il lavoro di pubblica utilità ex art. 186 C.d.S., comma 9-bis, allorquando risulti contestata l’aggravante prevista dall’art. 186, comma 1-bis, ossia l’aggravante dell’aver procurato un incidente stradale. La questione si pone in ragione della formulazione della clausola di riserva contenuta nell’art. 186 C.d.S., comma 9-bis: “Al di fuori dei casi previsti dal comma 2 bis, stesso art., che rimanda senza ulteriori indicazioni al “caso”, ossia al mero fatto, dell’essersi verificato un incidente stradale in concomitanza con l’accertato stato di ebbrezza del conducente del veicolo coinvolto nel sinistro. Il punto da affrontare, pertanto, è, se, in presenza della aggravante speciale, sia comunque e sempre precluso procedere alla sostituzione.

2.1. La Corte territoriale ha replicato alla censura mossa nell’atto di gravame sostenendo che l’affermazione della subvalenza della circostanza in questione rispetto alle circostanze attenuanti è cosa ben diversa dalla sua esclusione ed ha richiamato il principio affermato nella giurisprudenza di legittimità secondo il quale il giudizio di comparazione spiega i suoi effetti soltanto in ordine alla determinazione della pena, lasciando inalterata la valutazione deteriore dell’azione e della personalità dell’imputato. Ed è in tal senso che deve intendersi il richiamo all’incidenza del giudizio di bilanciamento sulla determinazione della pena operato dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione richiamata nei motivi nuovi a sostegno dell’opposta tesi difensiva (Sez. 4, n. 38141 del 11/07/2013, Polverini, Rv. 256402). In particolare, nella sentenza impugnata si è affermato che l’aggravante in parola, sebbene subvalente rispetto alle circostanze attenuanti generiche, incide comunque sia ai fini della valutazione della gravità del fatto (perchè, come affermato dalla Corte Cost. ord. n. 247 del 25 settembre 2013, attiene ad una turbativa delle corrette condizioni di guida, ritenuta potenzialmente idonea a porre in pericolo l’incolumità personale dei soggetti e dei beni coinvolti nella circolazione), sia in tema di accesso alle misure alternative alla detenzione, trattandosi di aspetto connesso ad apprezzamenti di politica criminale e specialmente all’allarme sociale generato dai singoli reati, in quanto tale oggetto di valutazione riservata al legislatore.

2.2. Va ricordato che, secondo i principi generali, il giudizio di bilanciamento delle circostanze, di per sè, non influisce sugli istituti che non si ricollegano al quantum della pena inflitta, nel senso che le circostanze soccombenti o equivalenti continuano a produrre gli effetti previsti dalla legge, dal momento che anche il giudizio di soccombenza non fa venire meno la sussistenza in concreto della circostanza subvalente ma semplicemente la paralizza e la rende non applicata “quoad poenam”.

2.3. Tale principio è valido purchè non si sia in presenza, e non è il caso in esame, di una di quelle ipotesi che si discostano dalla regola generale succitata, in cui già la formulazione normativa appare indiziante della volontà del legislatore di ricollegare l’effetto della circostanza al fatto che la stessa sia stata concretamente applicata e non meramente ritenuta dal giudice. In tal senso è opportuno richiamare il disposto della L. 26 luglio 1975, n. 354, artt. 7 bis e 58 quater, ove è previsto che le misure alternative alla detenzione non possono essere concesse più di una volta al condannato al quale sia stata applicata la recidiva reiterata prevista dall’art. 99 c.p., comma 4. Riguardano simili ipotesi le pronunce di legittimità in cui si trova affermato il distinto principio secondo il quale, ai fini dell’esatta interpretazione del concetto di “applicazione”, una circostanza aggravante deve essere ritenuta, oltre che riconosciuta, come applicata non solo quando esplichi il suo effetto tipico di aggravamento della pena, ma anche quando produca, nel bilanciamento tra circostanze aggravanti e attenuanti di cui all’art. 69 cod. pen. un altro degli effetti che le sono propri, cioè quello di paralizzare un’attenuante, impedendo a questa di svolgere la sua funzione di concreto alleviamento della pena da irrogare. Altrettanto è a dirsi del principio per cui l’aggravante non è da ritenere applicata allorquando, verificata la configurabilità delle circostanze fattuali dalla medesima descritte, essa non manifesti concretamente alcuno degli effetti che le sono propri, a causa della prevalenza attribuita all’attenuante, che non si limita a paralizzarla, ma prevale su di essa, in modo che, sul piano dell’effettività sanzionatoria, l’aggravante risulti tamquam non esset (Sez. U, n. 17 del 18/06/1991, Grassi, Rv.187856; Sez. 1, n. 2303 del 21/05/1992, Castellano, Rv. 192017; Sez. 1, n. 43019 del 14/10/2008, Buccini, Rv. 241831, in materia di indulto).

2.4. Nel delineare i margini del potere discrezionale del giudice di concedere la sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità, la lettera della legge non richiede, invece, la concreta applicazione della circostanza aggravante quale condizione ostativa, da cui sarebbe a contrario desumibile il criterio interpretativo proposto dal ricorrente, a differenza di quanto avviene, ad esempio, nel caso di applicazione della recidiva ai fini dell’operatività del divieto di sospensione dell’esecuzione di pene detentive brevi (art. 656 c.p.p., comma 9, come modificato dalla L. 5 dicembre 2005, n. 251, art. 9). Ed in merito alla ragionevolezza di tale diversa disciplina si è pronunciato anche il giudice delle leggi, con pronuncia correttamente richiamata nella sentenza impugnata (Corte Cost. ord. n. 247 del 25 settembre 2013).

2.5. Sebbene sia condivisibile l’assunto del ricorrente in base al quale la pronuncia della Consulta fosse, per così dire, “decentrata” rispetto alla questione interpretativa qui in esame, l’ordinanza di manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 186 C.d.S., comma 9-bis, risulta tuttavia significativa anche rispetto a tale questione perché, nel sottolineare che la fattispecie aggravata dal fatto di aver cagionato un incidente stradale sia stata dal legislatore, non irragionevolmente, costruita come limite all’applicazione della sanzione sostitutiva, consente di escludere che vi siano dubbi interpretativi, in ipotesi da risolvere in senso costituzionalmente orientato, in merito all’operatività di tale limite sol perchè la circostanza aggravante non sia stata in concreto applicata. Nella pronuncia della Corte Costituzionale si legge, peraltro, che “la scelta di non distinguere, ai fini dell’operatività della preclusione, in funzione della gravità dell’incidente sembra corrispondere a un criterio di prevenzione generale non irragionevole”, da tale affermazione potendosi desumere l’operatività della preclusione indipendentemente dal percorso seguito dal giudice comune per pervenire, nell’ambito di discrezionalità riconosciutogli dal legislatore, alla determinazione della pena in misura adeguata alle peculiarità del caso concreto.

2.6. Il provvedimento impugnato risulta, dunque conforme ai principi interpretativi espressi dalla giurisprudenza di legittimità che, in una recente pronuncia ha, in particolare, affermato che il giudizio di bilanciamento tra circostanze non elide “la sussistenza dei profili di particolare allarme sociale” connessi all’aggravante in argomento (Sez. 4, n. 17679 del 20/03/2014, Lanzo, Rv. 259232).

3. Applicando, dunque, tali principi al caso in esame e tenuto conto della esplicita dizione normativa dell’art. 186 C.d.S., comma 9-bis, va affermata l’inequivoca volontà legislativa di ricollegare l’effetto ostativo, ed analogo discorso può farsi con riferimento all’applicazione della sanzione amministrativa della revoca della patente, non già alla applicazione della circostanza aggravante, bensì alla semplice ricorrenza del fatto che ha dato origine alla sua contestazione, a prescindere dall’evenienza che l’aggravante non incida sul trattamento sanzionatorio (Sez. 4, n. 48534 del 24/10/2013, Bondioli, Rv. 257289; Sez. 4, n. 30254 del 26/06/2013, Colin, Rv. 257742), risultando coerente con il dettato normativo l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata secondo la quale “l’affermazione di subvalenza della circostanza in questione rispetto alle circostanze attenuanti è cosa ben diversa dalla sua esclusione”. Solo in quest’ultimo caso, alla luce dei criteri interpretativi sopra affermati, deve quindi ritenersi che al giudice non sia precluso applicare la sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità e omettere l’applicazione di sanzioni amministrative accessorie correlate alla predetta aggravante.

4. Il ricorso deve, dunque, essere rigettato; ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

 Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 3 febbraio 2015.

Depositato in Cancelleria il 16 febbraio 2015

Non confiscabile l’auto in leasing condotta in stato di ebbrezza

Cassazione Penale, Sezione Unite, sentenza n. 14484/2012

IL PRINCIPIO DI DIRITTO

Non è confiscabile la vettura condotta in stato di ebbrezza dall’autore del reato, utilizzatore del veicolo in relazione al contratto di leasing, se il conducente, proprietario del mezzo, sia estraneo al reato“.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUPO Ernesto – Presidente

Dott. DE ROBERTO Giovanni – Consigliere

Dott. SIOTTO Maria Cristina – Consigliere

Dott. FIALE Aldo – Consigliere

Dott. GALBIATI Ruggero – rel. Consigliere

Dott. SANDRELLI Gian Giacomo – Consigliere

Dott. CONTI Giovanni – Consigliere

Dott. FIANDANESE Franco – Consigliere

Dott. CASSANO Margherita – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Rimini;

nel procedimento nei confronti di:

S., nato a [omissis];

nonchè nei confronti di:

V [omissis].;

avverso l’ordinanza del 23 settembre 2010 del Tribunale di Rimini;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Ruggero Galbiati;

udito il Pubblico Ministero in persona dell’Avvocato Generale Massimo Fedeli che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Ritenuto in fatto

1. In data [omissis], la Polizia stradale di Rimini – Sottosezione di Forlì fermava l’autovettura V[omissis] condotta da S., il quale, a seguito di espletamento di test alcolimetrico, risultava avere una concentrazione alcolemica per un valore superiore a 1,50 g/l; per cui appariva configurabile l’ipotesi contravvenzionale ex art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c).

Di conseguenza, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Rimini, considerato che l’autovettura, pur non intestata all’indagato, doveva ritenersi nella sua disponibilità in quanto oggetto di un contratto di locazione finanziaria, ne chiedeva il sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p., poichè l’illecito contestato prevedeva la confisca obbligatoria dell’auto utilizzata.

Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Rimini rilevava che sussistevano le condizioni richieste del fumus boni iuris del reato e del periculum in mora (l’astratta confiscabilità obbligatoria dell’auto); altresì, sottolineava che il veicolo utilizzato dallo S. non poteva essere considerato appartenere a soggetto estraneo al reato “in quanto un bene detenuto in virtù di contratto di leasing appartiene al soggetto al quale è stata attribuita la materiale disponibilità”. Il Giudice emetteva, quindi, il decreto di sequestro richiesto.

2. La Società V., proprietaria dell’autovettura, proponeva richiesta di riesame, osservando che il mezzo era stato concesso in uso a terzi non in forza di un contratto di leasing finanziario ma in virtù di diversa tipologia contrattuale indicata come “noleggio senza conducente”. In particolare, il contratto era stato stipulato con la S. G., che a sua volta aveva concesso l’autovettura all’autore del reato.

Il Tribunale di Rimini, con provvedimento emesso in data 23 settembre 2010 ex art. 324 c.p.p., rilevava che l’autovettura sottoposta a sequestro era di proprietà della società istante ed era stata concessa alla società S. G. con un contratto di “locazione senza conducente”; per cui, il mezzo risultava appartenere a soggetto estraneo al reato, il che, ai sensi del preciso disposto di cui all’art. 186 cod. strada, escludeva la possibilità di confisca.

Quindi, annullava il decreto di sequestro preventivo.

3. Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Rimini proponeva ricorso per cassazione.

Eccepiva, in primo luogo, che la Soc. V. non aveva interesse all’impugnazione giacchè, non avendo il sequestro preventivo effetto estintivo del contratto di leasing, essa non era legittimata a proporre riesame non rientrando tra i soggetti aventi diritto ai sensi dell’art. 322 c.p.p..

Nel merito, osservava che il Tribunale non aveva correttamente interpretato il concetto di “appartenenza” della cosa: questo, infatti, non poteva essere inteso come sinonimo di proprietà ma come il diritto di godere e disporre di un bene sulla base di un titolo che escludeva i terzi, situazione di fatto riconducibile all’utilizzatore nel contratto di leasing. D’altro canto, ad avviso del P.m., alla luce di tale prospettiva non appariva significativa la circostanza per cui il contratto era stato qualificato dalle parti come “locazione senza conducente”. Ciò che contava, ai fini dell’individuazione della nozione di appartenenza, era la disponibilità del bene che faceva capo all’indagato, indicato espressamente nel contratto come utilizzatore.

4. La Quarta Sezione Penale, cui era stato assegnato il ricorso, con ordinanza in data 27 settembre 2011, osservava che la questione prospettata dal ricorrente poteva così formularsi: “se in tema di guida in stato di ebbrezza l’autovettura condotta dall’indagato (utilizzatore), oggetto di contratto di leasing, possa ritenersi cosa appartenente a persona estranea al reato (società di leasing concedente) e se, conseguentemente, questa sia legittimata a chiedere la restituzione dell’autovettura medesima, sottoposta a sequestro in vista della confisca”.

Al riguardo, evidenziava che la stessa Quarta Sezione, con sentenza n. 10688 dell’11/02/2010, Di Giovanni, Rv. 246505, aveva affermato che era legittimo il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di un veicolo il cui conducente, sorpreso alla guida in stato di ebbrezza, ne aveva la disponibilità in forza di un contratto di leasing. Aveva aggiunto la Corte in detta pronuncia che la società di leasing, per riottenere la materiale disponibilità del veicolo, doveva dimostrare la cessazione del contratto con la configurazione del suo diritto alla restituzione del bene.

Egualmente, la Terza Sezione, con sentenza n. 4746 del 12/12/2007, dep. 2008, Rocco, Rv. 238786, aveva rilevato che, in caso di dissequestro di un bene oggetto di contratto di leasing, già sottoposto a sequestro preventivo, l’avente interesse alla restituzione non era il proprietario concedente bensì l’utilizzatore in quanto soggetto che si era assunto i rischi connessi al deterioramento del bene, non dovuto all’uso, e alla perdita della res.

Peraltro, altra decisione della Corte (Sez. 3, n. 13118 del 03/02/2011, Mastroieni, Rv. 249928) aveva ritenuto che la legittimazione a richiedere la restituzione di un bene, sottoposto a sequestro preventivo e oggetto di un contratto di leasing, spettava, oltre che al proprietario concedente, all’utilizzatore quale soggetto obbligato a corrispondere il canone mensile per il suo utilizzo. Del resto, questa impostazione trovava conferma nella giurisprudenza delle Sezioni Civili (Sez. 1 civ., n.11792 del 14/06/1989), che aveva formulato l’avviso secondo cui il contratto di leasing di per sè non trasferisce immediatamente il diritto di proprietà, costituendo solo il meccanismo negoziale che autorizza l’utilizzatore ad acquistare il bene ricevuto in godimento, all’atto del pagamento dell’ultimo canone (patto d’opzione).

In considerazione di siffatte argomentazioni, la Quarta Sezione osservava che il concetto di appartenenza della cosa non poteva estendersi fino a ricomprendere “qualsiasi disponibilità giuridica o fattuale”, il che comporterebbe, anche in riferimento ad un contratto di mera locazione del bene, la configurabilità dell’appartenenza del bene locato al locatario e la sua conseguente confiscabilità. 5. La Quarta Sezione, al fine di prevenire un contrasto di giurisprudenza, rimetteva il ricorso alle Sezioni Unite ai sensi dell’art. 618 c.p.p..

6. Il Primo Presidente, con decreto in data 24 ottobre 2011, assegnava il ricorso alle Sezioni Unite, fissandone la trattazione alla odierna udienza.

Considerato in diritto

1. La questione di diritto per la quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni Unite è la seguente: “se l’autovettura condotta in stato di ebbrezza dall’indagato e da questo utilizzata in forza di un contratto di leasing sia da ritenere cosa appartenente a persona estranea ai reato e se, pertanto, la società di leasing concedente abbia titolo a chiedere la restituzione dell’autovettura sottoposta a sequestro in vista della confisca“.

2. Ulteriori orientamenti, rispetto a quanto menzionato nell’ordinanza di rimessione e qui riassunto in precedenza, circa la questione di diritto prospettata vengono formulati da due recenti decisioni della Corte di Cassazione.

Sez. 4, n. 20610 del 26/02/2010, Messina, Rv. 247326 ha manifestato l’avviso che la nozione di “appartenenza” del veicolo a persona estranea al reato non va intesa in senso tecnico, come proprietà o intestazione nei pubblici registri, ma quale effettivo e concreto dominio sulla cosa, che può assumere la forma del possesso o della detenzione, purchè non occasionali.

Sez. 1, n. 34722 del 07/07/2011, G. e Capital S.F. s.p.a., Rv. 251175 ha affermato che in tema di confisca il bene detenuto in forza di un contratto di leasing appartiene a n’utilizzato re, cui è attribuita la materiale disponibilità del bene stesso ed il diritto di goderne e disporne in base ad un titolo che esclude i terzi. In tal senso, è stato ritenuto legittimo il sequestro preventivo, ex art. 321 c.p.p., del veicolo condotto in stato di ebbrezza da colui che ne aveva la disponibilità in virtù di un contratto di leasing. 3. Va premesso che con il D.L. 23 maggio 2008, n. 92, art. 4, comma 1, lett. b), (come modificato dalla legge di conversione 24 luglio 2008, n. 125) è stato introdotto nell’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c), il seguente disposto: “con la sentenza di condanna ovvero di applicazione della pena a richiesta delle parti, anche se è stata applicata la sospensione condizionale della pena, è sempre disposta la confisca del veicolo con il quale è stato commesso il reato, ai sensi dell’art. 240 c.p., comma 2, salvo che il veicolo appartenga a persona estranea al reato”.

Successivamente, la L. 15 luglio 2009, n. 94, art. 3, comma 45, ha introdotto altra modifica nell’art. 186, comma 2, lett. c), nel senso, in riferimento alla nuova previsione della confisca dell’autovettura, che “se il veicolo appartiene a persona estranea al reato, la durata della sospensione della patente è raddoppiata”.

Questa previsione è intesa ad evitare elusioni del disposto normativo e comunque ad infliggere una sanzione amministrativa accessoria più grave nel caso di mancata possibilità di confisca dell’automezzo perchè appartenente a soggetto estraneo.

4. La natura della confisca, tenuto conto del riferimento all’art. 240 c.p.p., comma 2, (confisca obbligatoria), è stata originariamente qualificata dalla giurisprudenza come misura di sicurezza patrimoniale con effetti retroattivi ai sensi degli artt. 200 e 236 c.p., (sottoposizione a misure di sicurezza in vigore al tempo della loro applicazione). Tuttavia, proprio detto profilo ha giustificato l’intervento, in tempi recenti e quasi contestuali, sia della Corte Costituzionale che delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. La Corte Costituzionale, con sentenza 4 giugno 2010, n. 196, ha ritenuto la natura essenzialmente sanzionatoria e repressiva della confisca, escludendone il carattere di misura di sicurezza patrimoniale e di conseguenza gli effetti retroattivi, e stabilendo invece la piena applicabilità dell’art. 2 c.p.. In tal senso, al fine di rendere compatibile il novellato testo dell’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c), con l’art. 7 CEDU e quindi con l’art. 117 Cost., comma 1, la Consulta dichiarava l’illegittimità costituzionale, nell’ambito del citato comma dell’art. 186, delle parole “ai sensi dell’art. 240 c.p., comma 2”, dalle quali derivava l’applicazione retroattiva della misura in questione.

Parimente le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione, con sentenza n. 23428 del 25/02/2010, Caligo, Rv. 247042, hanno formulato il principio di diritto secondo cui, alla luce dell’intendimento legislativo di conseguire strumenti sempre più efficaci ed adeguati a contenere il fenomeno della guida in stato di ebbrezza, appariva evidente la funzione afflittiva assegnata dal legislatore alfa confisca prevista dall’art. 186, dovendosi tenere conto appunto della complessiva strutturazione dell’istituto e della prevalente finalità della sanzione. Essa doveva essere qualificata come sanzione penale accessoria con la conseguente identificazione dell’ambito temporale di applicazione ai sensi dell’art. 2 c.p..

Peraltro, la L. 29 luglio 2010, n. 120, art. 33, ha introdotto rilevanti modifiche agli artt. 186 e 187 C.d.S.. In particolare, deve ritenersi che la confisca abbia ora natura amministrativa (con connotazioni parimenti afflittive e repressive). In tal senso depone il richiamo, contenuto nell’art. 186 C.d.S. ai fini dell’esecuzione del sequestro dell’autovettura, all’art. 224 ter C.d.S. che disciplina appunto la confisca amministrativa ed il sequestro amministrativo. L’art. 224 ter si palesa norma generale nel senso che la confisca che accede ad un reato configurato nel codice della strada ha ora natura amministrativa. Per il sequestro del mezzo si procede pure secondo le modalità amministrative, di competenza dell’autorità amministrativa; e avverso il provvedimento di sequestro può essere proposto ricorso al Prefetto (v. art. 213 C.d.S., comma 3).

Al riguardo, si ritiene che vi sia contiguità normativa tra la confisca come sanzione penale e la confisca come sanzione amministrativa; in altre parole, il legislatore ha introdotto un mutamento di qualifica giuridica, ma il fatto permane nella sua configurazione come reato e muta solo la natura della sanzione accessoria. Rimane una stretta sostanziale contiguità di effetti delle due misure accessorie (in precedenza con natura penale ed ora amministrativa).

In tema deve pure rilevarsi che per i procedimenti pendenti, in mancanza di norme transitorie, sono applicabili I principi del tempus regit actum e soprattutto della perpetuatio iurisdictionis, nel senso che le procedure di sequestro e di confisca dei mezzi eseguite prima dell’entrata in vigore della L. n. 120 del 2010, sono legittime ed il relativo iter va esaurito.

Per completezza va detto che l’eventuale emissione attuale, da parte del giudice di cognizione parimenti rimasto competente, ai sensi dell’art. 186, di un provvedimento di confisca dovrà tener conto della nuova connotazione amministrativa e della ricorrenza delle relative condizioni, (v. Sez. 4, n. 40523 del 04/11/2010, Gibellini, Rv. 248859 e Rv. 248858; Sez. 4, n. 45365 del 25/11/2010, Portelli, Rv. 249071; Sez. 4, n. 170 del 24/11/2010, dep. 2011, Mazzola, Rv. 249290; Sez. 4, n. 15022 del 25/02/2011, Baldi, Rv. 250229).

Ne consegue che deve legittimamente esaurirsi l’iter del procedimento cautelare in esame e delle fasi intese ad accertare in via definitiva la ricorrenza o meno delle condizioni di applicabilità del provvedimento di sequestro. Detta misura deve valutarsi ora secondo i requisiti sostanziali di natura amministrativa attualmente necessari per la sua adozione ed in riferimento ai presupposti che legittimano la confisca amministrativa.

5. La soluzione della problematica posta dalla Sezione Quarta impone l’individuazione delle caratteristiche del contratto atipico di leasing. In materia, si distingue il “leasing finanziario” (anche detto di godimento) con precipua funzione di finanziamento dell’utilizzatore del bene mediante la messa a disposizione in favore di questo di una cosa senza erogazione del prezzo in un’unica soluzione. In detto rapporto negoziale, il canone costituisce il corrispettivo del godimento e dell’uso dei beni in relazione alla loro durata tecnologica; la manutenzione ordinaria e straordinaria del bene ed i rischi di distruzione e deterioramento della cosa sono a carico dell’utilizzatore, il quale è tenuto a versare i canoni pattuiti anche se la cosa perisce. Al concedente rimane solo il rischio del pagamento del canone da parte dell’utilizzatore.

Invece, il c.d. “leasing traslativo” è caratterizzato dal fatto che i beni conservano alla scadenza un valore residuo superiore rispetto al prezzo di opzione concordato per l’acquisto, e l’esercizio dell’opzione non e dubbio nelle intese tra le parti. Per cui, il canone si configura come un’anticipata corresponsione di una parte del prezzo per l’acquisto della proprietà del bene alla scadenza del contratto: le rate pattuite hanno la consistenza di corrispettivo del trasferimento.

In entrambe le tipologie principali del contratto di leasing, il trasferimento della proprietà del bene dal concedente all’utilizzatore ha luogo con il pagamento dell’ultima rata e del residuo prezzo di acquisto.

6. D’altro canto, l’interpretazione del disposto contenuto nell’art. 186, comma 2, lett. c), che prevede la confisca obbligatoria del veicolo con il quale è stato commesso il reato di guida in stato di ebbrezza, richiede l’approfondimento del rapporto che deve intercorrere tra colui che guida in condizioni alterate per l’alcool ed il mezzo da lui usato. Invero, l’art. 186, comma 2, esclude la confiscabilità nel caso in cui il mezzo appartenga a persona estranea al reato (analoga disposizione è contenuta in generale per la confisca amministrativa nell’art. 213 C.d.S., comma 6): in siffatta ipotesi, viene in rilievo l’altra previsione alternativa, sempre afflittiva, in base alla quale, appartenendo il veicolo a persona estranea al reato, viene raddoppiata per l’autore della contravvenzione la durata della sospensione della patente di guida.

La nozione di appartenenza, che presenta un significato generico proprio nella pratica comune, assume nella legislazione civile vigente un significato tecnico più specifico che a sua volta si riverbera in modo essenzialmente ricognitivo in materia penale (la norma, presentante maggiore analogia di contenuto rispetto a quella in esame, è il disposto generale sulla confisca ex art. 240 c.p.).

L’orientamento giurisprudenziale consolidato fa riferimento, in sede penale, ad una nozione di appartenenza di più ampia portata rispetto al solo diritto di proprietà e che ricomprende i diritti reali di godimento e di garanzia che i terzi hanno sul bene. Questa Corte di legittimità ha ripetutamente affermato che l’applicazione della confisca non determina l’estinzione dei diritti reali di garanzia costituiti a favore di terzi sulle cose e parimenti dei diritti reali di godimento (v. Sez. 2, n. 11173 del 14/10/1992, Tassinari, Rv. 193422; Sez. U, n. 9 del 18/05/1994, Longarini, Rv. 199174; Sez. 3, n. 5542 del 24/03/1998, Galantini, Rv. 210742; Sez. U, n. 9 del 28/04/1999, Bacherotti, Rv. 213511; Sez. 1, n. 32648 del 16/06/2009, Rocci, Rv. 244816).

Per contro e stata esclusa, in modo prevalente, la ricomprensione nella nozione di appartenenza della semplice disponibilità giuridica qualificata del godimento del bene, sulla base di una fonte giuridica legittima; in altre parole, la mera utilizzazione libera, non occasionale e non temporanea del bene.

7. Altra condizione per escludere la confiscabilità del bene è l’estraneità al reato del soggetto cui appartiene il veicolo. Il terzo, innanzitutto, per considerarsi estraneo deve essere in buona fede e cioè non deve avere in alcun modo partecipato al reato, richiedendosi la mancanza di ogni collegamento diretto o indiretto con la consumazione del fatto reato. Nè egli deve avere ricavato consapevolmente vantaggi e utilità dal reato, nè avere avuto comportamenti negligenti che abbiano favorito l’uso indebito della cosa. In tal senso, nell’ambito specifico della guida in stato di ebbrezza, non potrebbe ritenersi “estraneo” il soggetto che per difetto di vigilanza o per altro comportamento colposo ha agevolato la perpetrazione della fattispecie contravvenzionale, per esempio nel caso di proprietario dell’autovettura che risulti a bordo con il trasgressore (v. Sez. U, n. 9 del 28/04/1999, Bacherotti, Rv. 213511; Sez. 6, n. 37888 del 08/07/2004, Sulika, Rv. 229984; Sez. 5, n. 46824 del 15/11/2007, Comune di Arce; Sez. 3, n. 2024 del 27/11/2008, Familio, Rv. 238590; Sez. 1, n. 34722 del 07/07/2011, G. e Capital S.F. s.p.a., Rv. 251174).

8. Pur tuttavia, non è dubbio che il leasing presenta delle notevoli peculiarità in ordine alla ripartizione dei rischi connessi alla circolazione stradale del veicolo ed all’individuazione del soggetto che ha concrete possibilità di regolamentare la circolazione stessa.

In particolare, in materia di responsabilità civile ex art. 2054 c.c., comma 3, il locatario del contratto di leasing (l’utilizzatore), e non il concedente, risponde dei danni provocati dalla circolazione del mezzo in solido con il conducente (v. art. 91 C.d.S., comma 2); così come già disposto in detto articolo del codice civile per l’acquirente nella vendita con patto di riservato dominio. Egualmente, l’art. 196 C.d.S., prescrive l’obbligazione solidale dell’utilizzatore a titolo di locazione, e non del concedente, con l’autore della violazione per il pagamento di sanzioni amministrative pecuniarie connesse alla circolazione.

Detta normativa appare giustificata in considerazione dell’evenienza per cui è solo l’utilizzatore del contratto di leasing che ha la disponibilità giuridica del godimento del bene, e, quindi, la possibilità di vietarne la circolazione.

Peraltro, le caratteristiche speciali dell’istituto, con l’atipica connotazione delle posizioni del concedente e dell’utilizzatore in ordine alla circolazione del veicolo, non appaiono consentire la configurazione di una deroga e di una ridotta tutela del diritto di proprietà del concedente sul bene, in mancanza di un’espressa disposizione normativa in tal senso. Come detto, la nozione di “appartenenza” della cosa, sopra esposta, non ammette un’estensione illimitata di essa a posizioni generiche di disponibilità e godimento del bene. Le previsioni di specialità dell’istituto del leasing vanno mantenute nell’ambito delle relative ipotesi, ma non possono costituire il fondamento di più ampie generalizzazioni ed in specie della compressione di posizioni di diritto reale.

9. D’altro canto, appare assumere rilevanza, nel caso di specie, la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che, come è noto, costituisce, come prodotto dell’interpretazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, una fonte sovranazionale che integra il dettato costituzionale espresso nell’art. 117 Cost., comma 1. Il giudice nazionale, nell’applicare una norma di diritto interno, è sempre tenuto ad interpretare la stessa in maniera non solo costituzionalmente orientata, ma anche convenzionalmente orientata; a tal fine, considerando come parametro di riferimento tanto la disposizione formalmente cristallizzata nell’articolato della Convenzione Europea, quanto le norme come interpretate dalla Corte di Strasburgo nelle sue sentenze. Del resto, l’interpretazione del giudice nazionale conforme ai diritto sovranazionale (diritto dell’Unione Europea di fonte giurisprudenziale e quello Convenzionale nell’interpretazione datane dalla Corte di Strasburgo) e nel rispetto della Costituzione della Repubblica costituisce lo strumento di soluzione delle antinomie presenti nel sistema giurisdizionale integrato e per assicurare appunto l’unità dell’ordinamento.

In tema, la Corte di Strasburgo ha riconosciuto alla confisca, anche se di natura amministrativa secondo la configurazione di diritto interno, la qualifica di pena ai sensi dell’art. 7 CEDU, in quanto non tende alla riparazione pecuniaria di un danno, ma ad impedire la reiterazione dell’inosservanza di prescrizioni. Essa presenta caratteristiche ad un tempo preventiva e repressiva, e quest’ultima è una qualificazione che contraddistingue le sanzioni penali, per cui tale misura è applicabile solo in presenza di un illecito penale previsto dalla legge nel rispetto dei principi generali. Sul punto deve aggiungersi che la Corte EDU applica il principio di cui all’art. 7 CEDU all’intera materia penale ricomprendendo in questa tutte le infrazioni e sanzioni che, a prescindere dalla denominazione formale utilizzata da ciascun Stato membro, risultano caratterizzate da un contenuto sostanzialmente punitivo e da una dimensione intrinsecamente afflittiva. L’Illecito punitivo amministrativo viene configurato come “un’entità diversa dal reato per grado ma non per sostanza” (v. Corte EDU, 08/06/1976, Engel c. Olanda; Corte EDU, 25/08/1987, Lutz c. Germania).

Ne consegue che l’art. 7 CEDU esige, per punire e cioè per l’irrogazione di una pena e quindi anche della misura della confisca, la ricorrenza di un legame di natura intellettuale (coscienza e volontà) che permetta di rilevare un elemento di responsabilità nella condotta del soggetto cui viene applicata una sanzione sostanzialmente penale (v. Corte EDU, 09/02/1995, Welch e. Regno Unito; Corte EDU, 30/08/2007, Sud Fondi srl e. Italia; Corte EDU, 20/01/2009, sud Fondi c. Italia; Corte EDU, 17/12/2009, M. c. Germania).

La Corte EDU, sempre in materia di applicazione della confisca, ha evidenziato che il disposto ex art. 1 del Protocollo n. 1 della Convenzione (Protezione della proprietà) consente una diminuzione patrimoniale del soggetto solo nelle condizioni previste dalla legge, per cui anche l’applicazione di una misura comportante un pregiudizio patrimoniale, al di fuori delle previsioni normative, configura un’illecita ingerenza nella sfera giuridica ed economica del singolo.

Detto inquadramento degli istituti in esame, nell’interpretazione della Convenzione proveniente dalla Corte di Strasburgo, esclude la legittimità della confisca dell’autovettura condotta da soggetto in stato di ebbrezza per uso di alcool se la stessa risulta concessa in leasing e quindi di proprietà del concedente nel corso del contratto stesso, qualora il concedente sia pure estraneo al reato.

Una diversa interpretazione della normativa interna, qualora pure prospettabile, comporterebbe la violazione dell’art. 7 CEDU e del l’art. 1 del Protocollo n. 1 della Convenzione. Inoltre, come detto, il giudice, tra più opzioni interpretative, è tenuto ad interpretare la norma interna nel rispetto della Costituzione della Repubblica e con adeguamento all’orientamento convenzionale.

10. In conclusione, deve affermarsi l’inapplicabilità di una sanzione penale, configurante una diminuzione patrimoniale del soggetto – privato di un suo bene – al di fuori di una responsabilità penale ed altresì di una specifica previsione legislativa e delle relative condizioni.

Ne consegue l’inapplicabilità della confisca del veicolo di proprietà del concedente nel contratto di leasing se estraneo al reato di guida in stato di ebbrezza commesso dall’utilizzatore, con la correlativa applicazione all’indagato della previsione del raddoppio della durata della sospensione della patente di guida, ex art. 186 C.d.S., comma 2.

11. Pertanto, deve enunciarsi il seguente principio di diritto: “non è confiscabile la vettura condotta in stato di ebbrezza dall’autore dei reato, utilizzatore del veicolo in relazione a contratto di leasing, se il concedente, proprietario del mezzo, sia estraneo al reato”.

12. Nel caso di specie, l’autovettura sequestrata risulta appartenere alla Società V. s.p.a. concedente, che risulta parimenti estranea al reato, per cui il mezzo non è confiscabile ai sensi dell’art. 186 cod. strada e neppure evidentemente può essere oggetto di sequestro ai fini della sua confiscabilità obbligatoria.

Il ricorso del Pubblico ministero presso il Tribunale di Rimini va dunque rigettato.

p.q.m.

Rigetta il ricorso.