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Archivio per categoria Diritto Sportivo

I controlli della Co.Vi.Soc. hanno finalità pubblicistiche

Cassazione Penale – Sezione III – Sent. 21864/2013

C.O.N.I. – natura pubblicistica – Co.Vi.Soc. – controlli – finalità pubblicistiche

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

“          3. Sulla natura pubblicistica del C.O.N.I. e di alcune attività della F.I.G.C.

La Corte ha già avuto modo di affrontare il tema dei rapporti fra il C.O.N.I. (ente di diritto pubblico ai sensi del D. Lgs. 23 luglio 1999, n. 242) e le federazioni sportive nazionali, in particolare la F.I.G.C. Si tratta di pronunce originate dalla contestazione di ipotesi di reato legate alla natura pubblica dei fondi che la F.I.G.C. gestisce per conto del C.O.N.I. e utilizza in favore delle società calcistiche affiliate. Le pronunce della Corte, seppure con prospettive diverse, hanno affermato che i fondi stanziati dal C.O.N.I. conservano la loro indubbia natura pubblica allorché, assegnati alla F.I.G.C., vengono da questa gestiti per le finalità che le sono proprie nell’ambito del rapporto con il Comitato. In tal senso si è espressa, con ampia motivazione, Sez. 2, n. 7737/2012, udienza del 22/11/2011, P.M. in proc. Parente, secondo cui la natura di associazione privata che deve essere riconosciuta alla F.I.G.C. non esclude che i fondi da essa gestiti con riferimento alla partecipazione di una squadra di calcio al campionato di serie B conservino la natura pubblicistica dell’ente di riferimento, il C.O.N.I., e ciò ha affermato anche mediante il richiamo alla sentenza della Terza Sezione Civile della Corte, n. 17343 del 18/8/2011, riv 619114.

Sempre con riferimento al reato di truffa aggravata in danno di soggetto pubblico si sono espresse nei medesimi termini Sez. 2, n. 9996 e n. 9997 del 12/1/2005 sui ricorsi proposti dal Pubblico Ministero nei procedimenti Pieroni e Rossigni, e ancora Sez. 2, n. 5127 del 20/1/2010, P.G. in proc. Pagliuso e altri; secondo l’ultima di tali pronunce, l’occultamento della situazione di disastro finanziario ha consentito alla società di calcio in esame di essere ammessa al godimento dei contributi pubblici erogati dalla F.I.G.C. e questa condotta integra gli estremi del reato ipotizzato.

All’interno di tale prospettiva interpretativa, la sentenza n. 7737 del 22/11/2011 ha ricordato che l’art. 7, lett. e) del citato D. Lgs. n. 242 del 1999 prevede che la Giunta nazionale del C.O.N.I. “esercita sulla base dei criteri e delle modalità stabilite ai sensi dell’art. 5, comma 2, lett. e), il potere di controllo sulle Federazioni sportive nazionali, ne approva i bilanci e stabilisce i contributi finanziari in favore delle stesse”. Ricorda, poi, che l’art. 19 dello Statuto F.I.G.C. al primo comma stabilisce che le società professionistiche “sono assoggettate alla verifica dell’equilibrio economico e finanziario e del rispetto dei principi della corretta gestione, secondo il sistema dei controlli e conseguenti provvedimenti stabiliti dalla F.I.G.C., anche per delega e secondo modalità e principi approvati dal C.O.N.I.”; finalità che la F.I.G.C. persegue anche attraverso le ispezioni e il supporto di un organismo tecnico di controllo, costituito da una apposita “Commissione di Vigilanza sulle Società di Calcio Professionistiche” che viene indicata con l’acronimo di Co.Vi.Soc.

4. Sulla natura della Co.Vi.Soc. in relazione all’art. 2638 cod. civ.

Le sentenze sopra citate hanno affrontato il tema della natura pubblica dei fondi C.O.N.I. gestiti dalla F.I.G.C. in relazione alle ipotesi di reato di truffa aggravata e altri reati avendo riguardo alla impropria gestione dei fondi stessi.

Il tema posto dal ricorso dei sigg. […] introduce un tema diverso, e cioè se la Co.Vi.Soc. possa essere considerato soggetto avente natura pubblicistica e sia tale da rientrare fra gli organi di controllo riconducibili al dettato dell’art. 2238 cod. civ. allorché non abbia compiti di verifica della destinazione e dell’utilizzo di fondi pubblici provenienti dal C.O.N.I., ma compiti di verifica dei bilanci delle società di calcio iscritte o iscrivende a campionati professionistici. I ricorrenti prospettano a tale questione una risposta negativa.

Si è visto che la Co.Vi.Soc. costituisce una struttura tecnica di supporto alla F.I.G.C., associazione a carattere privato cui, tuttavia, non difettano attribuzioni pubblicistiche allorché operi su delega C.O.N.I.

La Corte ritiene che anche nella ipotesi che la Co.Vi.Soc. operi quale organo di verifica della regolarità dei bilanci delle società calcistiche entrino in gioco finalità di natura pubblicistica.

A tale conclusione si giunge esaminando lo Statuto del C.O.N.I., sopra citato, che all’art. 20, comma 4, riconosce la “rilevanza pubblicistica di specifici aspetti” delle attività sportive e di promozione proprie della F.I.G.C. e all’art. 21, comma 4, dispone che i bilanci delle federazioni sportive nazionali siano approvati dalla Giunta nazionale del C.O.N.I.; quindi, all’art. 23, ribadito che “la valenza pubblicistica dell’attività non modifica l’ordinario regime di diritto privato dei singoli atti e delle situazioni giuridiche soggettive connesse”, afferma che “oltre quelle il cui carattere pubblico è espressamente previsto dalla legge, hanno valenza pubblicistica esclusivamente le attività delle Federazioni sportive nazionali relative all’ammissione e all’affiliazione di società, di associazioni sportive e di singoli tesserati; alla revoca a qualsiasi titolo e alla modificazione dei provvedimenti di ammissione o di affiliazione; al controllo in ordine al regolare svolgimento delle competizioni e dei campionati sportivi professionistici; all’utilizzazione dei contributi pubblici; alla prevenzione e repressione del doping, nonché …”.

A detta conclusione si giunge, inoltre, esaminando la legge 23 marzo 1981, n. 91, e successive modifiche, che all’art. 12, disciplina la “garanzia per il regolare svolgimento dei campionati sportivi” e prevede che “per delega del C.O.N.I.” spetta alle federazioni sportive nazionali attivare i controlli di “verifica dell’equilibrio finanziario” delle società e assumere i provvedimenti conseguenti.

In conclusione, così come assume valenza pubblicistica, nei termini precedentemente descritti, la gestione dei fondi C.O.N.I., ancorché operata tramite le federazioni nazionali, deve affermarsi adesso che analoga natura va riconosciuta alle attività sportive svolte al fine di garantire il “regolare svolgimento delle competizioni e dei campionati sportivi professionistici”. A ciò consegue che i controlli Co.Vi.Soc. sono caratterizzati da finalità pubblicistiche in quanto strumentali al rispetto del regolare svolgimento dei campionati. Di tali finalità partecipano i controlli sui bilanci delle società di calcio e sull’esistenza dei requisiti di equilibrio finanziario richiesti dalla F.I.G.C. per l’iscrizione ai campionati.

Deve così applicarsi al caso in esame il principio secondo cui sono qualificabili come autorità pubblica non solo i soggetti incardinati all’interno di una struttura pubblica, ma anche quei soggetti cui sono demandate funzioni pubbliche ed operano nel contesto di esse (tra le altre, Sez. 6, n. 33724 del 21/6/2010, Cangemi).”

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Rassegna della Giurisprudenza di Merito e di Legittimità in materia di doping

–          Legge 14 dicembre 2000 n. 376: “Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping”

Art. 9 L. 376/2000 (disposizioni penali)

1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni e con la multa da euro 2.582 a euro 51.645 chiunque procura ad altri, somministra, assume o favorisce comunque l’utilizzo di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive, ricompresi nelle classi previste all’articolo 2, comma 1, che non siano giustificati da condizioni patologiche e siano idonei a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo, al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti, ovvero siano diretti a modificare i risultati dei controlli sull’uso di tali farmaci o sostanze.

2. La pena di cui al comma 1 si applica, salvo che il fatto costituisca più grave reato, a chi adotta o si sottopone alle pratiche mediche ricomprese nelle classi previste all’articolo 2, comma 1, non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo, al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti ovvero dirette a modificare i risultati dei controlli sul ricorso a tali pratiche.

3. La pena di cui ai commi 1 e 2 è aumentata:

a) se dal fatto deriva un danno per la salute;

b) se il fatto è commesso nei confronti di un minorenne;

c) se il fatto è commesso da un componente o da un dipendente del CONI ovvero di una federazione sportiva nazionale, di una società, di un’associazione o di un ente riconosciuti dal CONI.

4. Se il fatto è commesso da chi esercita una professione sanitaria, alla condanna consegue l’interdizione temporanea dall’esercizio della professione.

5. Nel caso previsto dal comma 3, lettera c), alla condanna consegue l’interdizione permanente dagli uffici direttivi del CONI, delle federazioni sportive nazionali, società, associazioni ed enti di promozione riconosciuti dal CONI.

6. Con la sentenza di condanna è sempre ordinata la confisca dei farmaci, delle sostanze farmaceutiche e delle altre cose servite o destinate a commettere il reato.

7. Chiunque commercia i farmaci e le sostanze farmacologicamente o biologicamente attive ricompresi nelle classi di cui all’articolo 2, comma 1, attraverso canali diversi dalle farmacie aperte al pubblico, dalle farmacie ospedaliere, dai dispensari aperti al pubblico e dalle altre strutture che detengono farmaci direttamente, destinati alla utilizzazione sul paziente, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 5.164 a euro 77.468.

Tribunale di Torino, 06.07.2012

L’assunzione illecita di sostanze dopanti, prevista dall’art. 9, legge n. 376/2000, assume rilevanza penale solo se sorretta dal fine specifico di alterare le prestazioni agonistiche o di modificare i risultati dei controlli anti-doping (dolo specifico), e in assenza di esigenze terapeutiche. Ne deriva che l’assunzione – da parte dell’atleta – di farmaci dopanti per curare una patologia in atto, non è punibile per difetto di dolo, anche nel caso in cui il medesimo abbia agito con la consapevolezza degli effetti dopanti delle sostanze, accettando il rischio di alterare eventualmente le proprie prestazioni sportive.

Cass. pen. Sez. II, 15.11.2011 n. 43328

Per la configurabilità del delitto di commercio di sostanze farmacologicamente o biologicamente attive (cosiddette anabolizzanti), previsto dall’art. 9, comma settimo, della l. 14 dicembre 2000, n. 376, in materia di lotta contro il “doping”, non è richiesto il dolo specifico, in quanto il commercio clandestino di tali sostanze viene punito indipendentemente dal fine specifico perseguito dal soggetto agente e configura un reato di pericolo, diretto a prevenire il rischio derivante dalla messa in circolazione di tali farmaci, al di fuori delle prescrizioni imposte dalla legge, per la tutela sanitaria delle attività sportive.

Cass. pen. Sez. II, 08.03.2011 n. 12750

Relativamente al reato di ricettazione di farmaci dopanti, poi utilizzati abusivamente da ciclisti nell’attività agonistica, il Coni è legittimato a costituirsi parte civile, non perché parte offesa dal reato, ma perché parte danneggiata in quanto istituzionalmente portatore di un interesse pubblico al corretto e leale svolgimento delle gare sportive. Parte civile, infatti, può essere non solo la parte offesa dal reato, ma anche chi subisca un danno, sia pure morale, dalla commissione del crimine e, in questa prospettiva, dal reato di ricettazione di farmaci dopanti ben possono derivare, in concreto, conseguenze sul corretto svolgimento delle gare sportive sotto il profilo della frode in competizioni sportive di cui all’art. 1 L. 401/1989 alla cui tutela era ed è deputato il Coni.

*** *** ***

In tema di tutela sanitaria delle attività sportive, il C.O.N.I. (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) è legittimato a costituirsi parte civile nei processi per ricettazione di farmaci dopanti, in quanto organo istituzionalmente portatore di un interesse pubblico al corretto e leale svolgimento delle gare sportive.

Tribunale di Terni, 14.05.2010

 

Orbene è noto che l’oggetto della tutela che il legislatore ha inteso assicurare, attraverso l’introduzione delle fattispecie penali descritte nell’art. 9 L. 376/2000, va individuato – anzitutto – nel bene personale primario della integrità psico-fisica dei partecipanti ad un attività sportiva. Infatti l’art. 1 della L. n. 376 del 2000, espressamente riconosce all’attività sportiva una funzione di “promozione della salute individuale e collettiva”, vietando che la stessa sia svolta “con l’ausilio di tecniche, metodologie o sostanze di qualsiasi natura che possano mettere in, pericolo l’integrità psicofisica degli atleti”.

Il bene dell’integrità personale trascende la libera disponibilità del singolo per effetto della sua connessione diretta con il valore costituzionale della salute, che l’art. 32 Cost. riconosce e tutela, oltre che come diritto fondamentale dell’individuo, anche come interesse della collettività.

Accanto alla protezione del bene-salute, le fattispecie incriminatrici di cui all’art 9 L. n. 376 del 2000, sono rivolte, tuttavia, a tutelare il leale e regolare svolgimento delle competizioni sportive, nonché a salvaguardare i principi etici ed i valori educativi espressi dall’attività sportiva (vedi Cass., Sez. Unite, 29.11.2005 – 25.1.2006, n. 3087, ric. P.M in proc. Cori ed altri).

Conseguentemente deve ritenersi, in ossequio al pacifico orientamento giurisprudenziale in materia (cfr. Cass. Pen sez. 3 sent. 27279 /2007), che il reato di illecita assunzione di sostanze dopanti sia un reato di pura condotta (poiché la legge non richiede che l’azione produca anche un determinato effetto esteriore) e di pericolo presunto (per la sua funzione di tutela anticipata dei beni protetti).

La configurazione dello stesso si articola attraverso la previsione della stretta relazione che deve intercorrere tra l’assunzione della sostanza vietata, in assenza di specifiche esigenze terapeutiche, i suoi effetti modificativi delle condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo e la finalizzazione alla “alterazione” della prestazione agonistica.

Conseguentemente, sotto il profilo della consumazione del reato, deve ritenersi che, sulla base di un giudizio prognostico ex ante, il pericolo (correlato alla duplice tutela della salute e del leale e regolare svolgimento delle competizioni sportive) sussista fino a quando la sostanza dopante è idonea a modificare le condizioni psicofisiche e biologiche dell’atleta che l’ha assunta (condizione evidenziata appunto dalla positività del test antidoping); sicché, allorquando una situazione siffatta venga riscontrata in occasione dello svolgimento di una precipua prestazione agonistica, deve convenirsi che l’iter criminis non possa considerarsi precedentemente esaurito. Il riconoscimento della pericolosità (intesa quale idoneità a modificare le condizioni psicofisiche e biologiche dell’atleta), inoltre, è già insito nell’inserimento di una determinata sostanza, ovvero nella previsione di soglie di concentrazione non consentite di essa, nelle liste di riferimento delle classi farmacologiche di sostanze dopanti e di metodi doping vietati, stabilite dalle organizzazioni internazionali, con la conseguenza il giudice non deve accertare, di volta in volta, la concreta attitudine offensiva, per qualità e quantità, delle sostanze assunte o somministrate.

Certo è che, invece, il Giudice debba necessariamente accertare, al fine di ritenere sussistente il reato, sotto il profillo oggettivo e soggettivo, che l’atleta abbia assunto le sostanze dopanti, con la finalità specifica di alterare le proprie prestazioni atletiche ed agonistiche.

 

 

Cass. pen. Sez. II, 11-03-2010, n. 12744 

Il reato di commercio di sostanze dopanti attraverso canali diversi da farmacie e dispensari autorizzati può concorrere con il reato di ricettazione, in considerazione della diversità strutturale delle due fattispecie – potendo essere il reato previsto dalla legge speciale commesso anche con condotte acquisitive non ricollegabili a un delitto – e della non omogeneità del bene giuridico protetto, poiché la ricettazione è posta a tutela di un interesse di natura patrimoniale, mentre il reato di commercio abusivo di sostanze dopanti è finalizzato alla protezione della salute di coloro che partecipano alle manifestazioni sportive. (Rigetta, App. Napoli, 22 ottobre 2008)

Tribunale di Torre Annunziata, Sez. II, 05.09.2008

Risponde del delitto di cui all’art. 9 della L. n. 376/2000 colui che, al fine di alterare le proprie prestazioni agonistiche, assume sostanze il cui impiego è considerato doping ai sensi del D.M. 15 ottobre 2002, non giustificata da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo.

Tribunale di Torre Annunziata, 18.08.2008

In materia di doping, risponde del reato di cui all’art. 9 legge n. 376/2000, il medico che somministra ad altre persone non identificate farmaci dopanti idonei a modificare le condizioni psico-fisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche.

Cass. pen. Sez. III, 21.06.2007, n. 27279

Il reato di assunzione di sostanze dopanti (nella specie, nandrolone) non si consuma nel momento dell’assunzione della sostanza vietata poichè, attesa la sua natura di reato di pura condotta e di pericolo presunto, il pericolo dell’alterazione delle prestazioni agonistiche permane fino a quando la sostanza dopante è idonea a modificare le condizioni psicofisiche e biologiche dell’atleta che l’ha assunta. (Fattispecie nella quale la Corte ha annullato la sentenza assolutoria per difetto di giurisdizione del primo giudice in base alla motivazione che l’assunzione della sostanza dopante fosse avvenuta in paese straniero). (Annulla con rinvio, Trib. Perugia, 23 Febbraio 2006)

Cass. pen. Sez. III, 03.04.2007, n. 16619

La somministrazione di sostanza dopante ad un cavallo partecipante ad una competizione sportiva organizzata da UNIRE integra il reato previsto dall’art. 1 della legge 13 dicembre 1989, n. 401, che non punisce soltanto le offerte o promesse di denaro, utilità o vantaggi a taluno dei partecipanti al fine di alterare l’esito della manifestazione, ma anche qualsiasi diverso atto fraudolento volto al medesimo scopo, e cioè a “raggiungere un risultato diverso da quello conseguente al corretto e leale svolgimento della competizione”. (Nell’affermare tale principio la Corte ha escluso che la somministrazione di sostanza dopante ad un cavallo possa trovare il medesimo trattamento riservato ai “fenomeni autogeni di doping”, e cioè alla somministrazione a se stesso di sostanze dopanti da parte dell’atleta, che sono puniti ai sensi della legge n. 376 del 2000). (Rigetta, App. Napoli, 4 Maggio 2006)

Cass. pen. Sez. II Sent., 29.03.2007, n. 21324

Tra l’art. 1, comma primo, ultima parte, L. n. 401 del 1989 (che prevede e punisce il reato di frode sportiva “generica”), e l’art. 9 L. n. 376 del 2000 (che prevede e punisce il reato di doping) non sussiste continuità normativa, in difetto della necessaria coincidenza strutturale, essendo diverse le condotte disciplinate (la frode sportiva “generica” è reato a forma libera, l’altra fattispecie è a forma vincolata), il bene giuridico protetto (nel primo caso, la correttezza e la lealtà dello svolgimento delle competizioni sportive disciplinate dall’art. 1 della legge n. 401 del 1989, nell’altro la lotta al doping, a tutela delle persone che praticano lo sport) e l’ambito di applicazione (la legge n. 376 del 2000 è in parte più ampia, riguardando tutte le competizioni sportive, e non soltanto quelle del CONI etc., ed in parte meno ampia, punendo esclusivamente la somministrazione, l’assunzione etc. di sostanze dopanti). Ne consegue che i fatti commessi prima dell’entrata in vigore della legge n. 376 del 2000, concernenti somministrazione di sostanze dopanti espressamente vietate dal D.M. 15 ottobre 2002 (che ha ripartito in classi i farmaci e le sostanze il cui impiego è considerato doping) – oggi punibili ai sensi dell’art. 9, L. n. 376 del 2000 – rimangono punibili ai sensi dell’art. 1, L. n. 401 del 1989, quale legge più favorevole; al contrario, la somministrazione di sostanze non ricomprese nell’elenco ministeriale resta punibile ai sensi dell’art. 1, comma primo, L. n. 401 del 1989, che non è stato implicitamente abrogato dalla norma sopravvenuta. (Annulla senza rinvio, App. Torino, 14 Dicembre 2005)

Cass. pen. Sez. III Sent., 27-02-2007, n. 21092 (rv. 236740)

I reati di doping previsti dalla L. 14 dicembre 2000, n. 376, sono configurabili anche per i fatti posti in essere prima della emanazione del D.M. di ripartizione in classi delle sostanze dopanti, purchè riferiti a sostanze già individuate ed indicate nell’elenco allegato alla legge 29 novembre 1995, n. 522, di ratifica della Convenzione di Strasburgo contro il doping. (In applicazione di tale principio la Corte ha confermato la condanna del responsabile di un negozio per la vendita di integratori alimentari, a seguito della cessione di prodotto contenente un precursore del testosterone).

Cass. pen. Sez. III Sent., 27/02/2007, n. 21092

L’individuazione di farmaci, sostanze e pratiche mediche il cui impiego è considerato doping è operata dall’art. 1, comma 2, della legge 14 dicembre 2000, n. 376 ed i reati di doping introdotti dalla stessa legge sono configurabili anche se i relativi fatti sono stati commessi prima della emanazione del previsto decreto ministeriale di ripartizione in classi delle sostanze “dopanti”, riconoscendo la portata precettiva della norma di cui all’art. 9 della legge 14 dicembre 2000, n. 376 – indipendentemente dall’emanazione del menzionato decreto ministeriale – purché riferita a sostanze già individuate ed espressamente indicate nell’elenco delle classi farmacologiche di sostanze e metodi dopanti allegato in appendice alla legge 29 novembre 1995, n. 522, di ratifica della Convenzione contro il doping adottata a Strasburgo il 16 novembre 1989: elenco che comprende “le classi di agenti di doping e di metodi di doping vietati dalle organizzazioni sportive internazionali” e che riproduce “le classi di sostanze di doping e dei metodi di doping adottati dal Cio nell’aprile del 1989”.

Cass. pen. Sez. Unite, 29.11.2005 n. 3087

Il reato di commercio di sostanze dopanti attraverso canali diversi da farmacie e dispensari autorizzati (art. 9, comma settimo, Legge 14 dicembre 2000 n. 376) può concorrere con il reato di ricettazione ( art. 648 cod. pen.), in considerazione della diversità strutturale delle due fattispecie – essendo il reato previsto dalla legge speciale integrabile anche con condotte acquisitive non ricollegabili ad un delitto – e della non omogeneità del bene giuridico protetto, poiché la ricettazione è posta a tutela di un interesse di natura patrimoniale, mentre il reato di commercio abusivo di sostanze dopanti è finalizzato alla tutela della salute di coloro che partecipano alle manifestazioni sportive.

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Le ipotesi di reato previste dall’art. 9 Legge 14 dicembre 2000 n. 376 (recante la disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping) sono configurabili anche per i fatti commessi dalla sua entrata in vigore e prima della emanazione, in data 15 ottobre 2002, del decreto del Ministro della Salute, con il quale, in applicazione dell’art. 2 stessa legge, sono stati ripartiti in classi i farmaci, le sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e le pratiche mediche il cui impiego è considerato doping, e ciò in quanto la ripartizione in classi demandata al D.M. non può escludere farmaci, sostanze e pratiche mediche già vietati dalla Convenzione di Strasburgo contro il doping, ratificata con Legge 29 novembre 1995 n. 522, e dalle Organizzazioni sportive internazionali competenti.

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Tra il reato di commercio di sostanze dopanti attraverso canali diversi da farmacie e dispensari autorizzati, punito dall’art. 9, comma settimo, legge 14 dicembre 2000 n. 376 (disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping) e quelli di cui agli art. 348 cod. pen. (esercizio abusivo della professione di farmacista) e 445 cod. pen. (somministrazione di medicinali in totale difformità dalle indicazioni terapeutiche previste ed autorizzate) sussiste un rapporto di specialità, atteso che colui che, senza essere in possesso della prescritta abilitazione professionale, commercia farmaci e sostanze dopanti esercita abusivamente, attraverso la medesima condotta, la professione di farmacista, e, qualora le sostanze medicinali vengano commerciate in specie, qualità o quantità non corrispondenti alle ordinazioni mediche, pone in essere il medesimo comportamento sanzionato dal citato art. 445 cod. pen.

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I fatti commessi prima dell’emanazione del D.M. 15 ottobre 2002 salute, con il quale, in applicazione dell’art. 2della legge n. 376 del 2000, sono stati ripartiti in classi i farmaci, le sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e le pratiche mediche il cui impiego è considerato “doping”, sono configurabili ugualmente come reati nelle ipotesi di cui all’art. 9 della legge n. 376 del 2000.

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Le ipotesi di reato previste dall’art. 9 legge 14 dicembre 2000, n. 376 (recante la disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il “doping”) sono configurabili anche per i fatti commessi prima della emanazione del D.M. 15 ottobre 2002 salute, con il quale, in applicazione dell’art. 2 l. cit., sono stati ripartiti in classi i farmaci, le sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e le pratiche mediche il cui impiego è considerato “doping”.

Cass. pen. Sez. III, 04.11.2004 n. 46764

In materia di “doping” sportivo, anche se non è stato emanato il D.M. di ripartizione in classi delle sostanze dopanti, per configurare il reato di cui all’art. 9, legge n. 376 del 2000, relativo alla condotta di assunzione di farmaci o sostanze biologicamente o farmacologicamente attive, idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche, è sufficiente che la sostanza od il farmaco risulti inserito nell’elenco posto in appendice alla legge 29 novembre 1995, n. 522, con la quale è stata ratificata la Convenzione contro il “doping” approvata a Strasburgo il 16 novembre 1989. Tale inclusione rende determinato il precetto della fattispecie criminosa, atteso il carattere meramente ricognitivo della futura ripartizione in classi delle sostanze dopanti, desumibile dal disposto di cui all’art. 2 della citata legge n. 522 del 1995.

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Le disposizioni della legge 376/2000 in materia di reati di doping sportivo (consistenti nella somministrazione o assunzione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive allo scopo di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti) sono immediatamente precettive, indipendentemente dall’emanazione del decreto ministeriale di individuazione di classi di farmaci o sostanze dopanti, potendosi fare riferimento alle indicazioni contenute nella Convenzione di Strasburgo del 16 novembre 1989 di contrasto al doping resa esecutiva dalla legge 29 novembre 1995 n. 522.

 

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L’art. 9, 1° comma, L. 14 dicembre 2000 n. 376 punisce l’assunzione di farmaci, sostanze, metodi dopanti rientranti nell’elenco di riferimento delle classi posto in appendice alla L. 29 novembre 1995 n. 522 (che ratifica la convenzione contro il doping fatta a Strasburgo il 16 novembre 1989), pur se l’assunzione sia intervenuta prima dell’emanazione del decreto di ripartizione in classi dei farmaci, sostanze o metodi dopanti di cui all’art.2, 1° comma, L. n. 376 del 2000.

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Il reato preveduto e punito dagli artt. 2 e 9 della L. n. 376 del 2000 (c.d. legge antidoping) è configurabile indipendentemente dall’emanazione del decreto ministeriale di ripartizione in classi dei farmaci, delle sostanze e delle pratiche dopanti, ove trattasi di indebito uso di sostanze già comparse nell’elenco posto in appendice alla L. 29 novembre 1995, n. 522 di ratifica della convenzione contro il doping, fatta a Strasburgo il 16 novembre 1989.

T.A.R. Lazio Sez. III, 13.04.2004, n. 3285

Federfarma c. Ministero della Salute

 

L’art. 7, comma 11, L. 14 dicembre 2000, n. 376, che disciplina la tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping, impone a produttori, importatori e distributori di farmaci appartenenti alle classi farmacologiche vietate dal C.i.o. (Comitato olimpico internazionale) l’obbligo di trasmettere al Ministero della salute i dati relativi alle quantità prodotte, importate, distribuite e vendute di ogni singola specialità a farmacie, ospedali ed altre attrezzature; pertanto, è legittimo l’art. 2, D.M. 24 settembre 2003, recante misure attuative dell’art. 7, legge citata, nella parte in cui impone ai farmacisti l’obbligo di trasmettere i dati relativi alle quantità prodotte e vendute di ogni singolo medicinale galenico, magistrale ed officinale preparato in farmacia, atteso che in questi casi il farmacista agisce come produttore del farmaco stesso.

Cass. pen. Sez. II, 09.10.2003, n. 7091

Il delitto di commercio di sostanze farmacologicamente o biologicamente attive (cosiddetti “anabolizzanti”), previsto dall’art. 9, comma settimo, della legge 14 dicembre 2000, n. 376, in materia di lotta contro il “doping”, proprio per la finalità di prevenzione del pericolo derivante dalla messa in circolazione di tali farmaci, comprende tutte quelle attività di predisposizione e tenuta di canali di commercio in qualche modo sovrapponibili e alternativi a quelli costituiti dalle farmacie aperte al pubblico, dalle farmacie ospedaliere, dai dispensari aperti al pubblico, o da altre strutture che detengono farmaci direttamente, unici punti vendita all’interno dei quali il commercio non deve ritenersi clandestino. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto la sussistenza del delitto di commercio clandestino di anabolizzanti nell’ipotesi di sequestro di una notevole quantità di sostanze proibite all’interno dell’autovettura dell’imputato e nella sua abitazione, circostanze che lasciavano configurare la predisposizione di un’attività nella prospettiva di una offerta al pubblico destinata a durare nel tempo e che i prodotti fossero a disposizione di un pubblico, ancorché non avessero formato oggetto di un negozio di compravendita).

Tribunale Tione di Trento, 02.10.2003

Per le ipotesi di doping autogeno – condotta dell’atleta intesa come unilaterale per l’auto-somministrazione di sostanze non permesse – non può trovare applicazione l’art. 1, L. n. 401 del 13 dicembre 1989, in quanto relativo ad una fattispecie plurisoggettiva anomala comportante, ai fini della qualificazione del fatto come penalmente rilevante, la riconducibilità negli schemi di corruzione, contemplati dalla norma medesima, della condotta posta in essere dall’atleta partecipante alla gara; di contro, a tale fine non è considerata sufficiente la mera violazione, in assenza di una pattuizione corruttiva, delle regole disciplinanti i requisiti di ammissione alle competizioni ed a tutela del giusto e corretto svolgimento delle stesse.

Cass. pen. Sez. VI, 20.02.2003 n. 17322

Per la configurabilità del delitto di commercio di sostanze farmacologicamente o biologicamente attive (cosiddette anabolizzanti), previsto dall’art. 9, comma 7, della legge 14 dicembre 2000, n. 376, in materia di lotta contro il “doping”, non è richiesto il dolo specifico, essendo il commercio clandestino di tali sostanze punito indipendentemente dal fine specifico perseguito dal soggetto agente; si tratta, infatti, di un reato di pericolo, diretto a prevenire il rischio derivante dalla messa in circolazione di tali farmaci, al di fuori delle prescrizioni imposte dalla legge, per la tutela sanitaria delle attività sportive.

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Nel delitto previsto dall’art. 9, comma 7, della legge 14 dicembre 2000, n. 376, in materia di lotta contro il “doping”, la condotta di commercio clandestino, avente ad oggetto le sostanze cosiddette anabolizzanti, deve avere i caratteri di un’attività continuativa, supportata da una elementare struttura organizzativa.

Cass. Pen., 20.02.2003 n. 389

L’art. 9 comma 7 L. 14 dicembre 2000 n. 376, nel punire chiunque commercia farmaci o sostanze ricompresi nelle classi previste dall’art. 2 comma 1, si riferisce a un’attività di intermediazione nella circolazione dei beni distinta rispetto alle condotte di procurare ad altri o somministrare di cui ai commi 1 e 2 in quanto connotata dal carattere della continuità e da una sia pur elementare organizzazione, e che, a differenza di quelle di cui ai commi 1 e 2, non richiede il dolo specifico, e, cioè, il fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti.

Cass. pen. Sez. III, 20.03.2002

Il reato previsto dall’art. 9 comma 1 l. 14 dicembre 2000, n. 376 è punibile soltanto se la condotta in esso prevista sia preordinata al fine specifico di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti o sia diretta a modificare i risultati dei controlli anti-doping. Tale finalità, che costituisce un elemento costitutivo della fattispecie criminosa, deve essere specificatamente contestata.

Cass. pen. Sez. III, 01.02.2002 n. 11277

Il reato di cui all’art 9, comma 1, l. 14 dicembre 2000 n. 376, recante “disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping” è configurabile solo a condizione che la condotta ivi prevista sia specificamente diretta al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti, ovvero a modificare i risultati dei controlli sull’uso dei farmaci e delle sostanze ricompresi nelle classi previste dall’art. 2, comma 1, della legge medesima.

Le tipologie di controlli antidoping: in particolare, quelle su atleti c.d. “RTP”.

Tutti gli atleti che svolgono attività sportiva nell’ambito di manifestazioni sottoposte al controllo delle più disparate Federazioni Sportive Nazionali e, di conseguenza, al Coni sono soggetti ai controlli antidoping.
In Italia, in particolare, i controlli vengono pianificati e gestiti dal Coni – Nado (acronimo che indica l’Organizzazione Nazionale Antidoping), il quale ha come referente gerarchico sovraordinato ed internazionale la Wada (World Anti Doping Agency, con sede a Montreal).
A livello normativo il Coni ha recepito il Codice Mondiale Antidoping della Wada, che contiene anche le modalità per lo svolgimento degli accertamenti antidoping.

Nel “Documento Tecnico attuativo del Codice Mondiale Antidoping e dei relativi standard internazionali” approvato dalla Giunta Nazionale del Coni il 29 novembre 2012, all’articolo 15, si stabilisce che “tutti gli atleti che prendono parte ad una competizione in Italia o che ricadono sotto la giurisdizione del Coni-Nado possono essere sottoposti ad un controllo antidoping in competizione o fuori competizione, a test mirati, anche se stanno scontando un periodo di squalifica[…]”.In concreto ciò significa che gli atleti possono essere sottoposti a tre diverse tipologie di accertamenti:

  • Mirati: è il caso più semplice: l’atleta Tizio viene convocato il giorno x per sottoporsi al controllo.
    – Ordinari: si individua, ad esempio, una competizione sportiva (su segnalazione delle Federazioni Sportive Nazionali), ma non il soggetto che verrà sottoposto a controllo, il cui nominativo potrà essere estratto a sorte.

  • – Random, o casuali.

  • Alcuni atleti, poi, definibili, d’èlite (perché appartenenti, ad esempio al Club Olimpico o alle rappresentative Nazionali, o per i risultati conseguiti) vengono inseriti nel c.d. RTP, acronimo di Registered Testing Pool. Questi atleti sono soggetti alla disciplina del “whereabouts”; il che, tradotto, significa che con cadenza trimestrale tali sportivi devono fornire adeguate informazioni sui loro luoghi di permanenza, sui piani di allenamento e i piani di viaggio, prestando attenzione a non omettere eventuali variazioni o modifiche.
    Il sistema prevede altresì che per ogni giorno del trimestre l’atleta individui un arco temporale di un’ora, nel quale rendersi disponibile in un luogo specificamente indicato per essere sottoposto ai controlli. Rimane comunque ferma la disposizione che obbliga l’atleta a rimanere sempre a disposizione per l’effettuazione di controlli, per 365 giorni all’anno…
    La violazione di tale condotta sancirà una c.d. “mancata comunicazione”, mentre l’irreperibilità ai controlli viene definita “Controllo mancato”. Qualora l’atleta, nell’arco di diciotto mesi, “collezioni” per tre volte una delle predette condotte, verrà dichiarata la violazione della normativa antidoping, al pari di uno sportivo che abbia fatto uso di sostanze dopanti.

  • Finalità dei controlli antidoping è la garanzia della lealtà e della correttezza delle manifestazioni sportive, oltre che della salute degli atleti; tuttavia si può sostenere che il perseguimento di tali nobili principi appaia vistosamente in conflitto, nelle norme dedicate agli atleti soggetti al Registered Testing Pool, con i valori fondamentali dell’individuo, che i principi costituzionali, comunitari e internazionali mirano a salvaguardare.

Brevi considerazioni sul Vincolo Sportivo per gli atleti dilettanti in Italia

(a cura del Dott. Nicolò Cecchini – Studio Legale Calvello)

Nell’universo del diritto sportivo si suole dividere gli atleti in due categorie: professionisti e dilettanti. La qualificazione di essi non è sempre agevole: a livello nazionale, la norma di riferimento è rappresentata dalla legge 91/1981, la quale, all’articolo 2 stabilisce che “sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori atletici che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle Federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle Federazioni stesse con l’osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica”. Tutti gli altri sportivi, invece, sarebbero, sic et simpliciter, dilettanti.

Gli atleti non rientranti in tale definizione non sono, tuttavia, tout court da assimilare come dilettanti: infatti occorre sempre procedere ad una verifica in concreto del tipo di prestazione svolta dall’atleta.

La Corte di Giustizia ha infatti statuito che “la semplice circostanza che un’associazione o federazione sportiva qualifichi unilateralmente come dilettanti gli atleti che ne fanno parte non è di per sé tale da escludere che questi ultimi esercitino attività economiche ai sensi del Trattato” (Cort Giust., 11-04-2000, Deliege).

Tanto premesso, qualora ad un atleta venga attribuito lo status di dilettante, non sorgerà tra lo stesso e la società d’appartenenza un contratto di lavoro, bensì il c.d. “vincolo sportivo”. Tale istituto si caratterizza per “legare” il giocatore alla società, senza possibilità di risoluzione unilaterale del contratto, dopo che lo stesso sia stato “tesserato”.

Il vincolo sportivo ha una durata variabile, a seconda della federazione d’appartenenza: ciò significa che, sulla base degli statuti delle varie federazioni sportive, l’istituto in esame assumerà sfumature diverse.

Va sottolineato che la legge 91/1981 ha previsto la possibilità di stabilire un c.d. premio, in favore delle società in cui l’atleta ha svolto la sua attività dilettantistica o giovanile, di addestramento e formazione tecnica.

Orbene l’istituto in esame sembra confliggere con alcuni principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico. A mero titolo esemplificativo risulterebbero violati gli articoli 2 (nei casi, non rari, di vincolo sportivo a vita), 3 (violazione del principio di uguaglianza tra sportivi professionisti e dilettanti), 4 (nel caso in cui l’atleta sia un professionista di fatto e gli sia impedito il trasferimento ad una società che gli garantisca un contratto di lavoro ed una retribuzione migliori) e 18 (violazione del principio del libero associazionismo) della Costituzione.

Cosa fare, pertanto, qualora sorga nell’atleta dilettante la volontà di “trasferirsi” in un’altra società, ma quella d’appartenenza non presti il suo consenso? Lo sportivo potrà utilmente rivolgersi ad un Legale, il quale esperirà un ricorso avanti la Federazione d’appartenenza, affinchè la stessa dichiari lo scioglimento del vincolo sportivo.