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Archivio per categoria Modello Organizzativo 231

Processo 231 e messa alla prova dell’ente: lo stato dell’arte dopo la sentenza del Tribunale di Modena (GIP 19.10.2020)

A cura di Claudio Calvello

La sospensione del processo con messa alla prova è una forma di probation giudiziale che consiste in una modalità alternativa di definizione del processo, attivabile sin dalla fase delle indagini preliminari, mediante la quale è possibile pervenire ad una pronuncia di proscioglimento per estinzione del reato, laddove il periodo di prova cui acceda l’indagato / imputato, ammesso dal giudice in presenza di determinati presupposti normativi, si concluda con esito positivo.

Nel nostro ordinamento si è soliti far rientrare nel sistema di probation istituti di diversa natura, aventi per denominatore comune il fatto di svolgersi nella comunità esterna e di richiedere attività ed interventi volti al reinserimento sociale dell’autore di reato.

Ebbene, neppure il tempo di festeggiare, per taluni, la pubblicazione della sentenza del Tribunale di Modena con cui il Giudice per le indagini preliminari, Dott. Andrea Salvatore Romito, aveva consentito all’ente l’accesso all’istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova, che il Tribunale di Bologna, (Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari, ordinanza 10 dicembre 2020), spegneva ogni entusiasmo.

È chiaro, quindi, che il dibattito verte, sulla possibilità di applicare anche agli enti la c.d. “messa alla prova”, istituto introdotto con la Legge n. 67/2014. e riservato, secondo taluni, esclusivamente alle persone fisiche.

Il Tribunale di Modena si era, infatti, espresso in senso opposto rispetto ad altra pronuncia (del 2017) con cui veniva statuita dal Tribunale di Milano la NON applicabilità della messa alla prova ad una società imputata ai sensi del d.lgs. n. 231 del 2001 “in assenza, de jure condito, di una normativa di raccordo che renda applicabile la disciplina di cui agli artt. 168 bis c.p., alla categoria degli enti”

Viceversa, secondo il Tribunale di Modena, nel caso sottoposto al suo esame, l’ente meritava di potere accedere all’istituto in parola poiché dal programma di trattamento presentato dalla Difesa, emergeva l’intenzione dell’impresa (attiva nel settore della produzione di generi alimentari) di provvedere, in maniera seria e tempestiva: a) alla eliminazione  degli  effetti  negativi  dell’illecito;  b)  al  risarcimento  degli eventuali  danneggiati;  c)  al restyling del  modello  di  organizzazione  e gestione,  attraverso  il  potenziamento  delle  procedure  di  controllo  relative all’area aziendale in cui si è verificata l’azione criminosa; d) allo svolgimento di una attività di volontariato, consistente nella fornitura gratuita di una parte della propria produzione in favore di un organismo religioso che gestisce un punto  di  ristorazione  rivolto  a  persone  bisognose.  Del che, una volta verificato il corretto svolgimento di tutti gli adempimenti afferenti alla MAP, il giudice per le indagini preliminari, dichiarava l’estinzione del reato.

Il Tribunale di Bologna, come si diceva poc’anzi, segna, tuttavia, un nuovo arresto sulla querelle giurisprudenziale in corso, dichiarando tranchant inammissibile – nonostante, peraltro, il parere favorevole espresso dal Pubblico Ministero -, l’istanza di applicazione dell’istituto della messa alla prova a una persona giuridica accusata degli illeciti amministrativi di induzione indebita e di truffa a danni dello Stato.

Tuttavia, secondo autorevole Dottrina (Garuti – Trabace), “la trasposizione dell’alternativa di cui agli artt. 464 bis ss. c.p.p. nel peculiare contesto in esame non comporta chissà quali forzature ermeneutiche. L’istituto deflativo premiale palesa infatti una spiccata affinità con le svariate occasioni di ravvedimento che si ripetono lungo tutto l’arco processuale di cui la persona giuridica è protagonista; affinità, questa, destinata a emergere ancor più chiaramente se si considera che il decreto già contempla situazioni che comportano, al pari del probation, una momentanea paralisi del rito funzionale al perfezionamento di condotte di operosa resipiscenza (artt. 49 e 65). Detti strumenti risultano, in buona sostanza, accumunati dalla medesima logica, sicché, come ha giustamente notato taluno (F. Centorame), «ove mai si negasse all’ente la facoltà di richiedere la messa alla prova, si finirebbe, in fondo, per rinnegare la stessa natura intimamente rieducativa del processo per gli illeciti de societate»

A questo punto, è oltre che auspicabile, anche necessario, che intervenga quanto prima il Legislatore per porre chiarezza in una materia tanto delicata.

Per approfondimenti:

N. Meazza, Messa alla prova e persone giuridiche: una nuova pronuncia del Tribunale di Bologna, in Giurisprudenza Penale Web, 2020, 12 https://www.giurisprudenzapenale.com/2020/12/14/messa-alla-prova-e-persone-giuridiche-nuova-pronuncia-del-tribunale-di-bologna/

Garuti, C. Trabace, Qualche nota a margine della esemplare decisione con cui il Tribunale di Modena ha ammesso  la  persona  giuridica  al probation, in Giurisprudenza Penale Web, 2020, 10 https://www.giurisprudenzapenale.com/wp-content/uploads/2020/10/GarutiTrabace_gp_2020_10.pdf

Stridi, L’estensione della messa alla prova nel processo 231, in Ius In Itinere, 30.12.2020 https://www.iusinitinere.it/lestensione-della-messa-alla-prova-nel-processo-231-34101

Marandola, Responsabilità ex 231/2001: l’ente può accedere alla messa alla prova?, in Quotidiano Giuridico, WKI, 09.12.2020 https://www.quotidianogiuridico.it/documents/2020/11/09/responsabilita-ex-231-2001-l-ente-puo-accedere-alla-messa-alla-prova

 

Modello Organizzativo 231: ecco quando il MOG “tiene” (Procura di Como, decreto di archiviazione del 29.01.20)

Procura della Repubblica presso il Tribunale di Como, decreto di archiviazione del 29.01.2020

Interessantissimo provvedimento della Procura di Como che nel disporre l’archiviazione del procedimento non ritenendo sussistere elementi per procedere alla contestazione dell’illecito amministrativo, approfondisce il tema riguardante l’idoneità del MODELLO ORGANIZZATIVO 231 a prevenire il reato di cui all’art. 25 co. 2 d.lgs. 231/01 (Concussione, induzione indebita a dare o promettere utilità e corruzione).

IL FATTO

La vicenda corruttiva trae origine, dapprima, dall’arresto di due commercialisti e del direttore dell’Agenzia delle Entrate di Como e, successivamente, dalla comparizione spontanea avanti il PM del Presidente e del Consigliere Delegato della società i quali ammettevano entrambi le loro responsabilità dichiarando di avere versato una tangente di euro 50.000 consegnata in contanti all’interno dello studio dei professionisti e ciò al fine di “aggiustare” un accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate di Como nei confronti della loro società di famiglia.

Se, tuttavia, da un lato i vertici societari venivano condannati ai sensi dell’art. 444 c.p.p., dall’altro, il PM aveva potuto constatare che la vicenda corruttiva non aveva coinvolto la società, giacchè gli ex amministratori avevano fraudolentemente eluso i controlli e le procedure aziendali interne.

BREVE ESAME DEL PROVVEDIMENTO

Trattandosi, nel caso di specie, di un reato commesso da soggetti apicali, l’analisi effettuata dal PM muove da un’accurata analisi dei presupposti richiesti dall’art. 6 in presenza dei quali l’ente va esente da responsabilità. Peraltro, trattandosi di un reato commesso da soggetti apicali, la responsabilità dell’ente è presunta (inversione dell’onere della prova) a meno che questo fornisca la prova liberatoria data dalle seguenti condizioni previste nel primo comma dell’art. 6:

a) Adozione preventiva di un modello di organizzazione e gestione

b) Autonomia dell’Organismo di Vigilanza ed effettività dei controlli

c) Elusione fraudolenta del modello

d) Sufficiente vigilanza da parte dell’O.d.V.

Ebbene, ciò premesso, entrando ora nel merito della vicenda, sottolinea il PM, che “La società è dotata di un idoneo ed efficace modello ai sensi del d.lgs, n. 231/01 che, nella parte speciale, prevede specifiche prassi, procedure e protocolli operativi con riferimento ai reati contro la pubblica amministrazione, che in particolare – stigmatizzano “l’elargizione di promesse di denaro, beni o altra utilità di qualsiasi genere ad esponenti della Pubblica Amministrazione e/o a soggetti terzi da questi indicati o che abbiano con questi rapporti diretti o indiretti di qualsiasi natura e/o vincoli di parentela o affìnità”

Si sofferma il PM anche sul concetto di elusione fraudolenta del Modello, sottolineando, come l’operato posto in essere dai vertici aziendali non possa consistere nella semplice violazione “frontale” delle prescrizioni contenute nel modello ma debba tradursi in una vera e propria condotta di aggiramento (in questo senso cfr. Cass., sez. V, n. 4677 del 18 dicembre 2013).

Ciò precisato il PM rileva che “gli amministratori pro tempore hanno by-passato completamente i controlli e le procedure aziendali interne, effettuando plurimi incontri – in tempi e modalità del tutto ignoti agli organi societari – con l’intermediario dell’accordo corruttivo e facendo fronte ai pagamenti richiesti attingendo a proprie disponibilità finanziarie. I presidi e controlli posti a fondamento dell’attività di monitoraggio ex d.lgs. n. 231/01 sono stati, nei fatti, aggirati e elusi dagli ex amministratori, i quali hanno commesso il reato ipotizzato in totale autonomia. Nulla avrebbero potuto verificare gli organi societari – che peraltro avevano ben approfondito e valutato la situazione, ottenendo riscontri rassicuranti e, pertanto, nulla può essere addebitato all’ente sotto il profilo dell’astrattamente rilevante “mancato controllo.”

In buona sostanza, a conclusione delle indagini è risultato evidente che la vicenda corruttiva non aveva coinvolto la società, avendo gli amministratori eluso i controlli e le procedure aziendali interne siccome previste dal Modello di Organizzazione e Gestione, nel caso di specie, efficacemente adottato.

Avv. Claudio Calvello

IL DECRETO (estratto)

Procura della Repubblica

Presso il Tribunale di Como

DECRETO DI ARCHIVIAZIONE

Art. 58 d.Lgs. 231/01

Il Pubblico Ministero visti gli atti del procedimento penale indicato in epigrafe, iscritto nei confronti di: […]

Per il seguente illecito amministrativo:

art. 25 co. 2 d.lgs. 231/01 in relazione al seguente reato presupposto:

delitto di cui agli artt. 318, 319, 321 c.p. perché, in concorso tra loro e nelle rispettive qualità: […] ( titolari di […] quali corruttori che promettevano e/o consegnavano somme di denaro – di seguito indicate – al p.u. […] tramite della mediazione corruttiva dei professionisti […] mediatori della conclusione degli accordi corruttivi, esecutori materiali della consegna delle somme […] da cui ottenevano indebite riduzioni delle pretese erariali e la “protezione” nelle verifiche fiscali in corso per i predetti clienti dai quali ricevevano somme di denaro complessivamente pari ad euro 53.000 di cui 10.000 per da cui ottenevano remunerare […] ed curo 43.000 per la loro mediazione corruttiva;

promettevano ed effettivamente corrispondevano somme di denaro complessivamente non inferiori ad euro 10.000 a […] direttore dell’Agenzia delle Entrate di Como nel periodo compreso dal 01.04.2017 al 31.12,2018 e direttore dell’Agenzia delle Entrate di Varese dal 01.01.2019 fino ad oggi – pubblico ufficiale corrotto – per il sistematico asservimento delle funzioni e poteri sopraindicati nonché per compiere o per aver compiuto atti contrari ai doveri d’ufficio in violazione dei principi di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.), indisponibilità della pretesa tributaria e riserva di legge (art. 23 – 53 Cost.); in specie […] in data 09.10.2018 adottava la comunicazione n. 9908 al fine di far ottenere indebite riduzioni del debito erariale dovuto a titolo di imposte, sanzioni ed interessi ai contribuenti […] nonché unitamente a […] siglava in data 7.3.2018 accoglimento integrale istanza di mediazione nr. M002412 presentata da […]

Consumato in Como nel periodo compreso tra il 01.12.2017 ed il 31.12.2018

* * *

In via preliminare si rileva che […] sono stati condannati per il predetto reato alla pena di anni 1 mesi 10 con sentenza n. 661/2019 emessa dal Tribunale di Como in data 28.11.2019 ai sensi dell’art. 444 c.p.p. con confisca della somma complessiva di curo 60.000.

La presente vicenda processuale trae origine dell’arresto dei commercialisti […] e del direttore dell’Agenzia delle Entrate di Como […] per il reato di corruzione propria continuata eseguito il 24.06.2019.

Nelle fasi immediatamente successive agli arresti, […] rispettivamente, all’epoca, Presidente e Consigliere Delegato della società […] presentavano spontaneamente al Pubblico Ministero al fine di chiarire la loro posizione e, in particolare, delineare i rapporti intercorsi con i signori […]

Entrambi gli indagati ammettevano le loro responsabilità dichiarando di essersi avvalsi del sistema […] per “aggiustare” una verifica ed un accertamento portati avanti dall’Agenzia delle Entrate di Como nei confronti della loro società di famiglia. La tangente versata a […] per il tramite dei […] veniva quantificata in euro 50.000 consegnata in contanti all’interno dello studio […]

In seguito a ciò gli stessi mettevano a disposizione dell’A.G. la somma complessiva di euro 60.000 a titolo di riparazione del danno.

Dall’esame delle dichiarazioni rese dai […] acquisite dall’Organismo di Vigilanza della […] in sede di audit interno, ai sensi del d.lgs. n. 231/01, è risultato evidente che la vicenda corruttiva non ha coinvolto la società oggi sottoposta ad indagini, vertendosi in una ipotesi in cui gli ex amministratori […] hanno eluso i controlli e le procedure aziendali interne.

Ed infatti:

  • i rapporti e la conoscenza personale fra i signori […] e i signori […] sono risalenti nel tempo e del tutto personali: pertanto, evidentemente esterni alle dinamiche societarie;
  • la difesa nella vicenda tributaria che ha interessato la società è stata affidata al dott. […] professionista certamente estraneo alla presente vicenda processuale;
  • i risultati di detta attività professionale sono stati comunicati alle articolazioni aziendali e, in particolare, al Collegio Sindacale, oltre che all’Organismo di Vigilanza: a tal fine, si allega un verbale dell’O.d.V. datato 9 ottobre 2018, da cui risulta […] espone come la società, a fronte dell’erogazione di un avviso di accertamento già fatto oggetto di valutazione da parte del presente organo nelle precedenti verbalizzazioni, abbia provveduto al deposito – in data 19.1.18 – presso agenzia delle Entrate di Como, di propria memoria difensiva tesa alla giustificazione del proprio operato. La società ha provveduto ad effettuare un accantonamento fondo imposte per Euro 200.000,00- alla luce delle possibili trattative nonché in forza della relazione dal collegio sindacale”(cfr. all. 1 memoria difensiva del 22.10.2019);
  • gli incontri fra i […] ricostruiti nei verbali di interrogatorio (cfr. verbali del 24 luglio e 26 settembre 2019) – sono avvenuti in via del tutto informale, senza alcun coinvolgimento degli organi sociali della […]
  • la decisione e gli accordi circa il pagamento ad […] oltre alla materiale dazione oggetto dell’accordo corruttivo, rappresentano attività effettuate dai signori […] in assoluta autonomia, senza implicazioni di ulteriori soggetti, tanto meno delle funzioni societarie della […]
  • le somme in contanti utilizzate nella vicenda in esame provenivano da “personali disponibilità” dei signori […] (cfr. interrogatorio del 26 settembre 2019): pertanto, neppure sotto il profilo materiale la società […] è stata “utilizzata” dagli allora amministratori, oggi indagati.

A seguito dei fatti reato sopra descritti, […] hanno rassegnato le loro dimissioni dalle cariche amministrative ricoperte in azienda.

La società […] ha nominato un nuovo presidente del Consiglio di Amministrazione […] completamente estraneo ai fatti per cui si procede.

La società è dotata di un idoneo ed efficace modello ai sensi del d.lgs, n. 231/01 che, nella parte speciale, prevede specifiche prassi, procedure e protocolli operativi con riferimento ai reati contro la pubblica amministrazione, che in particolare – stigmatizzano “l’elargizione di promesse di denaro, beni o altra utilità di qualsiasi genere ad esponenti della Pubblica Amministrazione e/o a soggetti terzi da questi indicati o che abbiano con questi rapporti diretti o indiretti di qualsiasi natura e/o vincoli di parentela o affìnità” (cfr. pag. 10 – parte speciale del Modello 231 – reati nei rapporti con la Pubblica Amministrazione).

Ed ancora, “pagare una parcella maggiorata a legali in contatto con Organi giudiziari, affinché condizionino favorevolmente l’esito di un processo a carico della Società” (cfr. pag. 6).

Pur verificata l’assoluta estraneità della società oggi oggetto di indagine (cfr. gli elementi di fatto sopra riportati), l’Organismo di Vigilanza della […] notiziato dell’apertura dell’indagine penale, ha richiesto formalmente informazioni ai vertici amministrativi dell’epoca, acquisendo chiarimenti, oltre ai relativi verbali di interrogatorio resi avanti l’Ufficio della Procura della Repubblica di Como.

Come sopra ricostruito, dunque, i predetti signori […] hanno posto in essere condotte totalmente al di fuori dei contesti sociali della […] di fatto eludendo i controlli interni, le procedure e il modello in vigore ai sensi del d.lgs. 231/01.

Di più. Agli “occhi” degli organi societari, la vicenda tributaria che ne occupa (da cui origina la contestata corruzione) era stata:

a) affidata ad un professionista di fiducia da anni […] che aveva presentato una memoria difensiva avverso il predetto accertamento fiscale;

b) analizzata dal Collegio Sindacale, che aveva predisposto una relazione sulla vicenda, con contestuale accantonamento di una somma pari a euro 200.000 (somma individuata nell’accordo transattivo intercorso fra il […] i funzionari di Agenzia delle Entrate);

c) valutata dall’O.d.V. già nell’ottobre 2018, a seguito dell’audizione del rag. […]

In sostanza, una situazione tranquillizzante, perfettamente (e lecitamente) gestita e del tutto priva di clementi equivoci o di sospetto.

Così, è dimostrata l’insussistenza di qualsivoglia profilo di responsabilità a carico dell’ente nell’ambito della presente vicenda.

Ed infatti, in giurisprudenza, è stato affermato che l’ente non risponde dell’illecito amministrativo dipendente da reato se il modello organizzativo “prevedeva una specifica normativa interna finalizzata alla prevenzione dei diversi reati” e questa risulti elusa dai vertici aziendali (cfr. Tribunale Milano – Ufficio GIP, 17 novembre 2009).

Non solo, la società può essere dichiarata non punibile ai sensi dell’art. 6 d.lgs. n. 231/01 nei casi in cui “la violazione di una norma del modello è la conseguenza del mancato rispetto delle procedure interne, consacrate nel modello” (cfr. ancora Tribunale Milano – Ufficio GIP, 17 novembre 2009).

Ancor più chiaramente, “la condotta elusiva del modello organizzativo è da considerarsi fraudolenta ove sia stata diretta ad ingannare … gli altri soggetti deputati alla prevenzione degli illeciti presupposto in base ai dettami del compliance program adottato dall’ente” (cfr. Corte Appello Milano, sez. II, 21 marzo 2012). ”

La condotta ingannevole”, precisa più di recente la Suprema Corte di cassazione, deve risultare “di aggiramento e non di semplice frontale violazione delle prescrizioni adottate” (cfr. Cass., sez. V, n. 4677 del 18 dicembre 2013).

Ed infatti, nel caso in esame non si è assistito alla violazione sic et simpliciter delle prescrizioni imposte nel modello.

Nella vicenda concreta, gli amministratori pro tempore hanno by-passato completamente i controlli e le procedure aziendali interne, effettuando plurimi incontri – in tempi e modalità del tutto ignoti agli organi societari – con l’intermediario dell’accordo corruttivo e facendo fronte ai pagamenti richiesti attingendo a proprie disponibilità finanziarie.

I presidi e controlli posti a fondamento dell’attività di monitoraggio ex d.lgs. n. 231/01 sono stati, nei fatti, aggirati e elusi dagli ex amministratori, i quali hanno commesso il reato ipotizzato in totale autonomia.

Nulla avrebbero potuto verificare gli organi societari – che peraltro avevano ben approfondito e valutato la situazione, ottenendo riscontri rassicuranti e, pertanto, nulla può essere addebitato all’ente sotto il profilo dell’astrattamente rilevante “mancato controllo”.

È stato, pertanto, definitivamente accertato e dimostrato che sussistono nel caso di specie tutte le condizioni previste dall’art. 6 d.lgs, n .231/01, ossia:

a) l’organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi;

b) il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli di curare il loro aggiornamento è stato affidato a un organismo dell’ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo;

c) le persone hanno commesso il reato eludendo fraudolentemente i modelli di organizzazione e di gestione;

d) non vi è stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell’organismo di cui alla lettera b).

* * *

La disciplina processuale relativa alla responsabilità amministrativa degli enti è ricalcata sulle disposizioni del codice di procedura penale del 1988 ed inserita agli artt. 34 e 35 del d.lgs.231/01, come da espressa previsione del legislatore delegante;

l’art. 58 d.lgs. 231/01 prevede che il p.m., quando non deve procedere alla contestazione dell’illecito all’ente, emette decreto motivato di archiviazione, dandone comunicazione al Procuratore generale presso la Corte d’Appello.

Visti gli artt. 34 e 59 d.lgs. 231/2002, 408/411 c.p.p., 125 D.Lv. 271/89

DISPONE

l’archiviazione del presente procedimento non ritenendo sussistenti per procede alla contestazione dell’illecito amministrativo a norma dell’articolo 59 avendo la società adottato un efficace modello di organizzazione e di gestione idoneo a prevenire reati della stessa specie di quello verificatosi; essendo la stessa munita di un organismo di vigilanza, dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo; dovendosi ritenere la commissione del reato frutto dell’elusione fraudolenta del modello da parte di […]

MANDA

alla Procura Generale per gli adempimenti di competenza.

Como, 29.01.2020

IL PROCURATORE DELLA REPUBBLICA

Nicola Piacente

IL PROCURATORE DELLA REPUBBLICA

Pasquale Addesso – sost.

 

 

Modello Organizzativo 231 (inadeguato): quando il processo nei confronti dell’Ente diventa imprescrittibile

Cassazione penale Sez. IV, Sentenza del 05-05-2020, n. 13575

Il Legislatore ha introdotto una forma particolare di prescrizione che distingue la prescrizione dell’azione dalla prescrizione del reato: se la prescrizione del reato presupposto interviene prima della contestazione dell’illecito amministrativo, il P.M. decade dal potere di esercitare l’azione nei confronti dell’Ente (art. 60); se invece la prescrizione del reato interviene dopo che l’illecito amministrativo è stato contestato, il processo nei confronti dell’Ente continuerà in via autonoma e l’illecito amministrativo diverrà, di fatto, imprescrittibile.

In altre parole, se il processo per il reato presupposto non è prescritto, IL PROCESSO penale nei confronti dell’Ente può iniziare ed a quel punto NON SI PRESCRIVE PIÙ !!!

IL CASO

La Corte di appello di Venezia confermava la sentenza del Tribunale di Venezia con cui: a) l’amministratore unico veniva condannato alla pena di mesi tre di reclusione e al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile in relazione al reato di lesioni colpose di cui all’art. 590 c.p., comma 3; b) la Società veniva dichiarata responsabile dell’illecito amministrativo D.Lgs. n. 231 del 2001, ex art. 25-septies, comma 3, (lesioni gravi o gravissime commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro) e per l’effetto veniva condannata con la sanzione interdittiva di contrarre con la pubblica amministrazione per la durata di tre mesi  oltre al pagamento della sanzione di Euro 30.000,00.

L’amministratore unico veniva condannato per lesioni colpose poiché, nella sua qualità, violava la normativa riguardante la sicurezza sul lavoro di cui al D.Lgs. n. 81 del 2008, così cagionando al dipendente un trauma alla mano sinistra con ferite ed ustioni.

La Società veniva condannata per avere adottato un modello organizzativo insufficiente rispetto alle finalità di prevenzione e protezione contro i rischi e per il vantaggio economico consistito in un risparmio di spesa (mancato acquisto di guanti di protezione) ed in un maggior guadagno (non rallentamento del ciclo di produzione).

Sia l’amministratore unico che la Società ricorrevano in Cassazione: gli Ermellini, dopo avere in via preliminare rilevato che la sentenza doveva essere annullata senza rinvio nei confronti dell’imputato per estinzione del reato dovuta a prescrizione maturata nelle more del giudizio di legittimità, dopo un approfondito esame, rigettavano invece il ricorso proposto dalla Società.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

In relazione al reato di lesione personale colposa commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro, la responsabilità dell’impresa per il connesso illecito amministrativo di cui all’art. 25- septies, D.Lgs. n. 231/2001 sussiste anche nel caso in cui il reato si estingua per prescrizione, senza che si possa prescindere da una verifica quantomeno incidentale della sussistenza del fatto di reato, e purché il reato sia stato commesso dal suo autore nell’interesse o a vantaggio dell’impresa e risulti adottato un modello organizzativo insufficiente rispetto alle finalità di prevenzione e protezione contro i rischi.

LA SENTENZA

(omissis)

Svolgimento del processo

1.Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Venezia ha confermato la sentenza del Tribunale di Venezia del 27 marzo 2015, con cui:

a) M.D. è stato condannato aula pena di mesi tre di reclusione e al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile in relazione al reato di cui all’art. 590 c.p., comma 3;

b) la M. s.p.a. è stata dichiarata responsabile dell’illecito amministrativo D.Lgs. n. 231 del 2001, ex art. 25-septies, comma 3, ed era stata condannata al pagamento della sanzione di Euro trentamila, con la sanzione interdittiva di contrarre con la pubblica amministrazione per la durata di mesi tre.

Il M. è stato condannato per lesioni colpose, perchè nella sua qualità di amministratore unico della M. s.p.a., per colpa generica e per violazione degli artt. 29, comma 3 (non aggiornata valutazione dei rischi in relazione all’operazione di sbloccaggio della plastica di seguito descritta, considerato il frequente numero degli infortuni per la medesima causa verificatasi nel corso degli anni), e art. 77, comma 3 (omessa fornitura di guanti ad alta protezione termica), D.Lgs. n. 81 del 2008, cagionava al dipendente S.F., con mansioni di attrezzista, un trauma alla mano sinistra con ferite ed ustioni.

In particolare, a seguito del blocco della presa ad iniezione n. 24 dovuto all’intasamento di uno degli iniettori con del materiale plastico, l’operaio, senza indossare idonei guanti ad alta protezione termica, senza attendere che la camera calda si raffreddasse prima di procedere e con l’ausilio di una bacchetta di rame, rimuoveva la plastica che ostruiva l’iniettore: durante tali operazioni un getto di plastica liquida lo colpiva alla mano sinistra, cagionandogli le lesioni sopra descritte.

La M. s.p.a. è stata condannata per l’adozione di un modello organizzativo insufficiente rispetto alle finalità di prevenzione e protezione contro i rischi derivanti dalla rimozione della plastica e per il vantaggio economico consistito in un risparmio di spesa per il mancato acquisto dei guanti di protezione nonchè maggior guadagno determinato dal non rallentamento della produzione dovuta all’attesa del raffreddamento del materiale plastico nei casi frequenti (3 o 4 volte per turno di lavoro) di intasamento delle presse.

2. Il M. e la M. s.p.a., a mezzo del comune difensore, ricorrono per Cassazione avverso la sentenza della Corte di appello.

2.1. Vizio di illogicità della motivazione in punto di affermazione della responsabilità dell’imputato.

Si censura l’affermazione di responsabilità penale del M. per l’infortunio occorso al lavoratore S.M., addebito fondato sulla mancata consegna all’infortunato di adeguati dispositivi di protezione individuale e sulla violazione dell’obbligo di aggiornare il DVR e di conseguente responsabilità della M. s.a.s. per l’illecito amministrativo.

2.1.1. Come emerso dalle dichiarazioni dei testi S. e P., i lavoratori erano dotati di guanti di cuoio (oltre quelli di gomma), la cui idoneità ad annullare il rischio connesso alla specifica lavorazione non era stata valutata. La Corte territoriale ha fatto riferimento ad un unico dispositivo di protezione, incorrendo così in un travisamento della prova e in un’omessa valutazione di dati istruttori di decisiva rilevanza.

2.1.2. Al M., peraltro, nel capo di imputazione era contestato un profilo di colpa attinente al mancato aggiornamento della valutazione dei rischi in relazione all’operazione di sbloccaggio dell’iniettore della plastica, considerato il frequente numero di infortuni. In base agli esiti dell’istruttoria, tuttavia, emergeva che gli infortuni risalivano ad epoca anteriore all’aggiornamento del DVR e che il DVR prevedeva la necessità di sbloccare gli iniettori degli stampi solo dopo il loro allontanamento dal lavoratore, mediante bacchette di metallo di adeguata lunghezza.

2.1.3. La Corte veneta non ha motivato sulla sussistenza della colpa, in relazione ai profili di prevedibilità e di evitabilità dell’evento nonostante i plurimi elementi di prova richiamati nell’atto di appello e non considerati nella sentenza di secondo grado: a) la predisposizione di un DVR, che prevedeva lo specifico pericolo connesso all’uso dei macchinari di stampa della plastica; b) la dotazione di dispositivi di protezione individuale; c) le istruzioni fornite ai lavoratori da R.M., preposto all’attività produttiva, che aveva spiegato la procedura da seguire in sicurezza per lo sbloccaggio dell’iniettore; d) le rilevanti dimensioni dell’azienda, composta da centosessantatre dipendenti e due stabilimenti.

2.2. Violazione dell’art. 40 c.p. e art. 590 c.p., comma 3, D.Lgs. n. 81 del 2008, artt. 29 e 77 e vizio di motivazione in tema di ricostruzione del nesso di causalità.

Si osserva che nella sentenza impugnata è stata erroneamente ritenuta sussistente la condotta omissiva ascritta all’imputato e che non era stata realizzata una verifica controfattuale della correlazione tra condotta ed evento. Sarebbe stato necessario verificare se l’infortunio si sarebbe realizzato anche qualora il lavoratore avesse adoperato i guanti forniti dall’azienda. Nè era possibile affermare la sussistenza del nesso causale tra mancato aggiornamento del DVR e verificazione dell’infortunio, essendo pacifico il mancato rispetto da parte dei lavoratori delle disposizioni di sicurezza loro impartite (allontanamento dello stampo ed utilizzo di bacchette di idonea lunghezza).

2.3. Vizio di motivazione per essere stata affermata la responsabilità dell’ente, pur in assenza di vantaggio o di interesse, secondo quanto prescritto dal D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 5 e violazione degli artt. 521 e 522 c.p.p..

Si rileva che, tenuto conto della presenza di due stabilimenti e di 163 dipendenti, non sussisteva un effettivo e concreto vantaggio connesso al contestato mancato acquisto dei guanti idonei. D’altronde, la società aveva acquistato ben due tipi di guanti nella convinzione di aver fornito ai lavoratori dispositivi adeguati.

Si osserva che, secondo la Corte di merito, la mancata formazione dei lavoratori avrebbe realizzato un vantaggio: tuttavia tale profilo non aveva formato oggetto di contestazione nel capo di imputazione, con conseguente violazione dell’art. 521 c.p.p.. Il teste B. aveva specificato che il preposto R.M. era stato incaricato di illustrare agli addetti il comportamento da adottare nel caso di blocco della macchina a causa dell’ostruzione dell’iniettore della plastica.

Motivi della decisione

 

1. In via preliminare, va osservato che la sentenza deve essere annullata senza rinvio nei confronti dell’imputato per estinzione del reato dovuta a prescrizione, maturata nelle more del giudizio di legittimità, tenuto conto della data del fatto ((OMISSIS)), del periodo di centotrentaquattro giorni di sospensione della prescrizione e del titolo di reato, in relazione al combinato disposto di cui agli artt. 157 e 161 c.p. (prescrizione maturata in data (OMISSIS)).

Le doglianze prospettate dall’imputato non possono essere considerate prima facie infondate e si appalesano, quindi, di spessore tale da escludere la declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione. Risulta, quindi, correttamente instaurato il rapporto processuale, poichè il ricorso non è inammissibile (Sez. U, n. 12602 del 17/12/2015, dep. 2016, Ricci, Rv. 266818; Sez. U, n. 23428 del 22/03/2005, Bra-cale, Rv. 231164; Sez. U, n. 33542 del 27/06/2001, Cavalera, Rv. 219531).

Com’è noto, in presenza di una causa di estinzione del reato, il giudice è legittimato a pronunciare sentenza di assoluzione a norma dell’art. 129 c.p.p., comma 2, soltanto nei casi in cui le circostanze idonee ad escludere l’esistenza del fatto, la commissione del medesimo da parte dell’imputato e la sua rilevanza penale emergano dagli atti in modo assolutamente non contestabile, così che la valutazione che il giudice deve compiere al riguardo appartenga più al concetto di “constatazione”, ossia di percezione ictu oculi, che a quello di “apprezzamento” e sia quindi incompatibile con qualsiasi necessità di accertamento o di approfondimento (Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009, Tettamanti, Rv. 244274).

3. Tuttavia, essendo stata affermata la responsabilità della M. s.p.a. per l’illecito amministrativo D.Lgs. n. 231 del 2001, ex art. 25-septies, comma 3, occorre comunque esaminare i motivi dei ricorsi (comuni ad imputato e società), per stabilire la sussistenza del fatto-reato. In tema di responsabilità degli enti, infatti, in presenza di una declaratoria di prescrizione del reato presupposto, ai sensi del D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 8, comma 1, lett. b), il giudice deve procedere all’accertamento autonomo della responsabilità amministrativa della persona giuridica nel cui interesse e nel cui vantaggio l’illecito fu commesso che, però, non può prescindere da una verifica, quantomeno incidentale, della sussistenza del fatto di reato (Sez. 4, n. 22468 del 18/04/2018, Eurocos s.n.c., Rv. 273399; Sez. 6, n. 21192 del 25/01/2013, Barla, Rv. 255369).

4. I primi due motivi di ricorso vanno trattati congiuntamente in quanto strettamente correlati tra loro, investendo tutti gli elementi costitutivi del reato ascritto al M..

4.1. In ordine al nesso causale, la Corte territoriale, con motivazione lineare e coerente, ha rilevato che l’incidente si era verificato principalmente per l’omesso utilizzo da parte del lavoratore di idonei guanti ad alta protezione termica e del compimento della manovra diretta a rimuovere il tappo di plastica formatosi sull’iniettore, senza attendere il raffreddamento della camera calda prima di procedere.

Nella sentenza impugnata si è dato atto dell’inadeguatezza dei guanti in gomma in dotazione, utili a proteggere dal rischio di taglio ma non dalle ustioni, e della loro pericolosità, in quanto si incollavano alle mani del lavoratore aumentando la probabilità di verificarsi di eventi lesivi. Anche il Tribunale ha illustrato l’insufficienza dei predetti guanti diversi da quelli specifici occorrenti per l’intervento sul macchinario.

In sostanza, essendo stato dato atto dell’assoluta indispensabilità dei guanti ad alta protezione per prevenire il rischio di bruciature, non occorreva fornire ulteriori specificazioni relativamente all’inutilità di quelli di cuoio. Secondo la Corte veneta, il rischio era stato individuato nel DVR, ma l’imputato non aveva fornito ai lavoratori gli strumenti idonei, i quali erano stati consegnati solo successivamente all’incidente e dopo le disposizioni dell’USL al riguardo (vedi testimonianze di Br.Em. dello Sp. e dell’attrezzista P.M.).

Peraltro, i verbali di deposizione testimoniale che comprovavano la dotazione di tale tipologia di guanti agli operai non erano allegati ai ricorsi, in violazione del principio di autosufficienza.

4.2. Per quanto attiene al giudizio controfattuale, la Corte di appello, con motivazione immune da censure, ha chiarito che l’infortunio non era dovuto soltanto al mancato utilizzo dei guanti, ma anche ad una serie di gravi carenze riscontrate a carico del datore di lavoro in materia di sicurezza, tra le quali principalmente l’omessa adeguata formazione dei lavoratori, l’assenza della scheda – stampo, l’omessa indicazione nel DVR dei rischi e delle modalità per farvi fronte. Essa, pertanto, ha addebitato anche al M. i comportamenti non corretti assunti dal lavoratore, perchè conseguenti alle carenze informative relativamente alla dotazione necessaria e alle modalità di intervento in caso di intoppi al normale processo produttivo.

Ne consegue che, logicamente, la tesi difensiva per cui il lavoratore non avrebbe considerato l’aggiornamento del DVR e non avrebbe adoperato i guanti ad alta protezione va chiaramente disattesa.

A ciò va aggiunto che le ulteriori doglianze circa la completezza o meno del DVR non sono autosufficienti, in quanto lo stesso non era allegato ai ricorsi.

La Corte territoriale ha altresì affermato che il rischio della lavorazione non derivava dalla posizione avanzata o arretrata della testa della macchina, ma dal comportamento del S. che, come i suoi colleghi, per non interrompere il ritmo della lavorazione non attendeva il raffreddamento della macchina. L’azienda, infatti, non aveva mai prospettato agli operai tale eventualità e non aveva fornito spiegazioni relative alla tecnica di rimozione dei tappi di plastica che ostruivano l’iniettore. La prassi seguita, secondo quanto esposto da tutti i testi, consisteva nel non interrompere il ciclo produttivo, senza attendere il raffreddamento per venti o trenta minuti nel caso in cui si fosse verificato l’inconveniente del tappo.

4.3. Con riferimento all’elemento soggettivo, la Corte di merito ha approfonditamente ed esaurientemente illustrato le ragioni della prevedibilità e della prevenibilità dell’evento da parte del M., individuabili nei pregressi analoghi incidenti verificatisi, nelle plurime carenze in tema di sicurezza dei lavoratori circa la dotazione dei guanti ad alta protezione termica e del libretto di istruzione del macchinario, la formazione e l’informazione dei lavoratori, l’aggiornamento del DVR attuato solo in seguito all’accadimento in esame e l’omesso controllo circa la prassi scorretta seguita dagli operai.

5. Con riferimento al terzo motivo di ricorso, va premesso che, in tema di responsabilità degli enti derivante da reati colposi di evento in violazione della normativa antinfortunistica, il vantaggio di cui al D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, art. 5 operante quale criterio di imputazione oggettiva della responsabilità, può consistere anche nella velocizzazione degli interventi manutentivi che sia tale da incidere sui tempi di lavorazione (Sez. 4, n. 29538 del 28/05/2019, Calcinoni, Rv. 276596).

In linea con tale principio, conseguentemente all’affermazione della responsabilità dell’imputato, la Corte di appello ha logicamente confermato anche la condanna della M. s.p.a. al pagamento di una sanzione amministrativa, la quale aveva risparmiato il danaro necessario all’acquisto di guanti di protezione, non aveva curato la formazione dei lavoratori mediante appositi corsi e si era avvantaggiata per l’imposizione di ritmi di lavoro, che prescindevano dalla messa in sicurezza della macchina, tramite il raffreddamento della stessa, prima dell’intervento riparatore, in tal modo conseguendo, a scapito della sicurezza dei lavoratori, un aumento della produttività. Secondo quanto esposto dalla Corte di merito, i testi non riferivano dell’esistenza di una prassi esplicita volta a favorire la produzione aziendale, ma essa era insita nel divieto di ritardare in caso di ripetizione dell’inconveniente del tappo.

Inoltre, deve escludersi la dedotta violazione dell’art. 521 c.p.p.. Nei procedimenti per reati colposi, la sostituzione o l’aggiunta di un particolare profilo di colpa, sia pure specifica, al profilo di colpa originariamente contestato, non vale a realizzare diversità o immutazione del fatto ai fini dell’obbligo di contestazione suppletiva di cui all’art. 516 c.p.p. e dell’eventuale ravvisabilità, in carenza di valida contestazione, del difetto di correlazione tra imputazione e sentenza ai sensi dell’art. 521 cit. codice (Sez. 4, n. 18390 del 15/02/2018, Di Landa, Rv. 273265, nella fattispecie, in tema di omicidio colposo stradale, la Corte ha escluso la dedotta violazione di legge nell’ipotesi di condanna per imperizia e mancato rispetto di norme cautelari previste dal codice della strada, diverse da quelle in contestazione).

Ciò posto sui principi giurisprudenziali affermati in materia, va comunque rilevato che al M. ed alla società era stata ritualmente contestata un’ipotesi di colpa specifica concernente l’omessa adeguata previsione di un modello organizzativo adeguato, nel quale rientra anche la mancata formazione dei dipendenti, aspetto adeguatamente trattato nel corso del procedimento sin dal primo grado di giudizio, in ordine al quale era stata adeguatamente riconosciuta la possibilità di difendersi.

6. Per tali ragioni, la sentenza va annullata senza rinvio, nei confronti dell’imputato, essendo il reato estinto per intervenuta prescrizione; il ricorso proposto dalla società va rigettato, con conseguente condanna della stessa al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Annulla, senza rinvio, nei confronti dell’imputato, la sentenza impugnata perchè il reato è estinto per intervenuta prescrizione.

Rigetta il ricorso della società e condanna la stessa al pagamento delle spese processuali.

Si dà atto che il presente provvedimento è sottoscritto solo dal consigliere anziano del collegio e dall’estensore per impedimento del suo presidente, ai sensi del D.P.C.M. 8 marzo 2020, art. 1, comma 1, lett. a).

Così deciso in Roma, il 22 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 maggio 2020

 

Modelli 231, upgrade necessari (di S. Loconte e G. M. Mentasti) Fonte: Italia Oggi

(Articolo di Stefano Loconte e Giulia Maria Mentasti apparso su “Italia Oggi” del 24 Agosto 2020)

Aggiornamento dei modelli 231 non più procrastinabile: è quanto consegue dal dlgs n. 75/2020, entrato in vigore il 30 luglio scorso, e che recepisce la direttiva europea nota come «Pif» (protezione interessi finanziari). Tra le disposizioni di più immediato impatto per le imprese, spicca la responsabilità amministrativa da reato per le grandi frodi Iva, completando così l’opera di estensione della responsabilità ex dlgs n. 231/2001 all’ambito penal-tributario, già in parte realizzata con la riforma dello scorso dicembre di cui alla legge 157/2019.

Le aziende «virtuose». Tra i necessari adempimenti a cui le imprese sono chiamate al ritorno dalla pausa estiva, priorità dovrà essere assicurata all’aggiornamento dei modelli organizzativi, che non potrà essere meramente cosmetico. Non è a priori da escludere, tuttavia, che qualche azienda si sia già anticipatamente conformata ai nuovi obblighi.

Invero, dopo l’inserimento del riciclaggio, nonché dell’autoriciclaggio, nell’ambito del catalogo ex dlgs 231/2001, in molti avevano già evidenziato che di fatto i reati tributari avrebbero dovuto considerarsi, pur in via indiretta, già ricompresi tra i reati-presupposto del decreto, e che pertanto nei propri modelli le imprese avrebbero dovuto già contemplare la prevenzione dal rischio di questo reato.

In particolare, essendosi posta la questione se i reati tributari potessero generare un’utilità e questa potesse avere una evidente concretezza nel patrimonio del reo, nonché se il legislatore avesse inteso far riferimento a qualsiasi beneficio patrimoniale, fino a ricomprendervi una mancata diminuzione patrimoniale, gli studiosi avevano richiamato quella giurisprudenza penale che aveva già affrontato e definito i termini del concetto di risparmio fiscale, includendo nel profitto del reato tributario anche il «risparmio di spesa o di imposta».

La Suprema Corte a Ss.Uu. (sentenza n. 8374/2013) ha chiarito infatti che «il profitto è costituito da qualsivoglia vantaggio patrimoniale e può, dunque, consistere anche in un risparmio di spesa, come quello derivante dal mancato pagamento del tributo, interessi e sanzioni dovuti a seguito di accertamento del debito tributario».

Sulla scia di tale pronuncia, gli interpreti avevano osservato che anche i reati fiscali, producendo un profitto economicamente quantificabile e facendo acquisire al reo quella res infungibile che può essere poi oggetto di trasferimento e reimpiego, fossero da idonei a fungere da presupposto per l’azionabilità delle ipotesi di riciclaggio di cui agli artt. 648-bis ss. c.p.

Ragionamento condiviso dalla Suprema Corte, che nel tempo ha consolidato l’orientamento per cui «tutti i delitti dolosi, e, quindi, anche quello di frode fiscale, sono idonei a fungere da reato presupposto del riciclaggio», puntualizzando altresì che il riferimento normativo alle «altre utilità» ricomprende il risparmio di spesa da omesso pagamento delle imposte dovute, poiché lo stesso produce un mancato decremento del patrimonio che si concretizza in una utilità di natura economica (così già Cass. pen. n. 6061/2012; Cass. pen. n. 49427/2009).

Con l’ulteriore conseguenza, quindi, che anche i modelli organizzativi funzionali alla prevenzione del suddetto reato di riciclaggio avrebbero già dovuto tenere conto del rischio di commissione degli illeciti tributari.

Le aziende «facilitate». Ciò detto, avendo il legislatore introdotto qualche mese fa nel dlgs n. 231/2001, con l’art. 25-quinquiesdecies, una fattispecie specifica relativa ai reati tributari, nonché avendone ora ampliato ulteriormente la portata con il dlgs n. 75/2020, l’opportunità di aggiornamento è diventata adesso un’urgenza non più procrastinabile.

Restano pertanto da chiarire le azioni e le misure da porre in essere per prevenire la commissione del reato e di conseguenza per la costruzione di uno modello 231 efficace ed efficiente.

In posizione agevolata si trovano innanzitutto le banche che hanno adempiuto all’obbligo di istituire, nei tempi, nelle forme e con le modalità prescritte dalla Banca d’Italia nella circolare n. 285 del 17 dicembre 2013, un efficace presidio del rischio fiscale basato sull’articolata collaborazione tra funzione fiscale interna (ove esistente) e funzione compliance.

Altresì avvantaggiate sono le imprese di grandi dimensioni che hanno aderito al «regime di adempimento collaborativo» (c.d. Tax Control Framework), istituito con il dlgs n. 128/2015, e che ha l’obiettivo di instaurare, tra amministrazione finanziaria e contribuenti, un rapporto di fiducia e collaborazione tramite l’interlocuzione costante e preventiva sulle questioni fiscali rilevanti: specificamente, i soggetti che hanno aderito al regime di adempimento collaborativo dovevano essere già in possesso, alla data di presentazione della domanda, di un efficace sistema di controllo del rischio fiscale inserito nel contesto del sistema di governo aziendale e di controllo interno.

Consigli operativi per tutte le altre. Per tutti gli altri soggetti, invece, il lavoro di adeguamento potrebbe non essere immediato, e questo per più di una ragione.

In primis, va considerato che il ciclo attivo e passivo accomuna tutte le imprese, così come la presenza di plurimi soggetti abilitati ad acquistare beni e servizi per la società e di centri dai quali pervengono dati e informazioni per la fatturazione attiva; con la conseguenza che, a differenza di molte altre fattispecie di reato, i reati tributari sono pervasivi nel contesto dell’attività di impresa ed è quasi impossibile relegarli in ambiti di attività specifici o circoscritti.

Inoltre, il rischio che possano essere perpetrati gli illeciti di utilizzo ed emissione di fatture false è direttamente proporzionale alla complessità del meccanismo pocanzi descritto, il più delle volte purtroppo nemmeno adeguatamente digitalizzato, nonché al numero di Paesi esteri, oltre che dei soggetti, spesso coinvolti.

Pertanto, una valutazione preliminare delle attività e delle aree dell’impresa a maggiore rischio fiscale, unitamente alla consulenza di professionisti che nell’esaminare i processi e l’organizzazione interni ne intercettino eventuali carenze e suggeriscano tempestivamente misure correttive, diviene oggi più che mai imprescindibile.

A titolo esemplificativo, tra le attività sensibili, il monitoraggio continuo nonché la definizione di ruoli formalizzati e di codificate procedure di rilevazione e gestione dei rischi saranno raccomandabili in primis per la gestione degli approvvigionamenti di beni e servizi, intervenendo tanto sulla scelta dei fornitori (e in generale dei contraenti), mediante un processo selettivo documentato e tracciabile, quanto sull’oggetto della prestazione, regolando gli approvvigionamenti tramite contratti e ordini in forma scritta, nei quali vengano espressamente indicati il prezzo del bene o il corrispettivo del servizio (peraltro già anticipatamente definiti in linea con i prezzi del mercato).

Inoltre, tra le ulteriori aree altamente a rischio di reati tributari, spiccano la gestione contabile-amministrativa e la predisposizione del bilancio e delle dichiarazioni fiscali, così da imporsi la correttezza, la completezza e la tracciabilità dei dati utilizzati per tali adempimenti, mediante conservazione e archiviazione della documentazione rilevante.

 

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Modello Organizzativo 231: perchè adottarlo a tutela della propria Azienda (evento organizzato)

Il Modello Organizzativo 231

(articolo pubblicato sul periodico n. 144 “InformAbano“)

In questo numero di InformAbano ci occupiamo del mondo aziendale. Anche per le aziende vale il famoso detto “meglio prevenire che curare”. Vediamo in che senso. Il Decreto Legislativo 231/2001, è un provvedimento che ha introdotto novità rilevanti nell’ordinamento nazionale: stabilisce che gli Enti (aziende) possano essere ritenute responsabili in caso di reati, commessi a vantaggio dell’ente stesso da personale interno. In pratica, se sbaglia un dipendente, può risponderne anche l’azienda stessa con gravissime sanzioni e ripercussioni. L’eventuale condanna anche dell’impresa è un giudizio di rimproverabilità basato proprio sul concetto di “colpa organizzativa.”. Tradotto: se tu azienda ti fossi meglio organizzata quel fatto – reato non sarebbe accaduto. Ed allora ecco perché dotarsi del modello 231: per salvaguardare l’azienda da eventuali reati commessi dai propri dipendenti. In pratica l’azienda, applicando adeguatamente il “Sistema 231”, può immediatamente beneficiare di una presunzione di innocenza rispetto ad una infrazione commessa dal suo delegato. L’efficace implementazione del Modello 231 permette, inoltre, alle imprese di divulgare i principi etici e i valori sui quali l’attività si fonda e di determinare procedure operative che assicurano la più completa trasparenza nei processi esecutivi aziendali. La Società che voglia costruire una solida reputazione e implementare una politica di best practice non può, quindi, non dotarsi del Modello 231. Nel considerare l’opportunità di dotarsi di un modello organizzativo idoneo a prevenire i reati occorre tener conto di tutti i possibili vantaggi. Per esempio, gli obiettivi di molte aziende che guardano al futuro non sono più solo legati esclusivamente alla mera sfera economica, ma tendono ad inglobare scenari più ampi, legando l’organizzazione alla sostenibilità dell’ambiente ad essa circostante. Non è una scelta limitata alle sole grandi aziende ma rappresenta un vantaggio competitivo che impatterà anche sulla sopravvivenza delle piccole e medie imprese. I vantaggi sono riscontrabili sotto diversi profili: strategici e reputazionali, economici. In estrema sintesi, scegliere di adottare un modello organizzativo 231 costituisce: a) un elemento sempre più diffuso di valutazione nella scelta e selezione dei partner commerciali il che significa più opportunità di business, b) aumenta la diffusione della cultura della gestione dei rischi, c) tutela il vertice apicale agevolando l’analisi delle inefficienze e la risoluzione delle problematiche di gestione, evidenziando, per l’effetto, le opportunità di miglioramento di tutti i principali processi aziendali, d) permette l’accesso ai bandi di gara della P.A. (Oggi la P.A. chiede all’azienda che voglia partecipare ad un bando il possesso del modello organizzativo 231). Il nostro Studio fornisce assistenza e consulenza nella predisposizione della modulistica necessaria atta a consentire alle Imprese di dotarsi del Modello Organizzativo ai sensi del D. lgs. 231/2001; svolgiamo inoltre l’incarico di Organo di Vigilanza (OdV) e di tutte le altre attività accessorie.