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Visita medico legale ante causam e spese legali stragiudiziali vanno rimborsate (Appello Trib. di Padova, Giudice Marzella, sent. 2892/16)

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

 REPUBBLICA ITALIANA

TRIBUNALE CIVILE DI PADOVA

Il  Giudice

Dott. Guido Marzella

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

nella causa civile iscritta al n. ****/2016 R.G. promossa

da

ZURICH INSURANCE PUBLIC LIMITED COMPANY

– appellanti –

elettivamente domiciliati in Padova,Via *** con il patrocinio dell’Avv. ***,

contro

– appellata –

elettivamente domiciliata in Padova,  Vicolo Bellini n. 12, con il patrocinio dell’Avv. BELLEMO GINO

-omissis-

Riguardo allora al primo dei predetti motivi di impugnazione incidentale, si osserva come in effetti dovuto risulti il rimborso delle spese sostenute per la visita medico legale esperita ante causam e documentata da idonea fattura dell’importo di € 380,00 trattandosi di prestazione resasi necessaria al fine di far valere le proprie ragioni nel successivo giudizio di merito, relativamente alla quale i giudici di legittimità hanno confermato trattarsi di conseguenza normale e regolare del fatto illecito della quale il giudice del merito deve tener conto in sede di liquidazione del danno (Cass. 22.6.82 n. 3803)

– omissis –

Al contrario, in parziale accoglimento del quarto motivo di censura incidentale, spetta invece all’attrice il rimborso delle spese sostenute dal legale per la gestione della fase stragiudiziale del sinistro, essendo stato ben chiarito dai giudici di legittimità che, nella speciale procedura per il risarcimento del danno da circolazione stradale, introdotta la legge 24.12.69 n. 990 e sue successive modificazioni, il danneggiato ha la facoltà, in ragione del suo diritto di difesa, costituzionalmente garantito, di farsi assistere da un legale di fiducia e:

in ipotesi di composizione bonaria della vertenza, di farsi riconoscere il rimborso delle relative spese legali,

in ipotesi di successiva introduzione di un giudizio nel quale il richiedente sia vittorioso, di ottenere il ristoro di quelle sostenute nella fase precedente all’instaurazione del giudizio, alla stregua di una qualsiasi componente del danno da liquidare sotto forma di spese vive (Cass. 2.2.06 n. 2275).

Le stesse peraltro vanno contenute nei limiti della congruità e pertanto – in relazione alle attività che risultano dimostrate nella circostanza, costituite dallo scambio di alcune missive, e tenuto conto dei parametri dettati dall’art. 19 del D.M. 10.3.14 n. 55 – possono essere riconosciute per il minor importo di € 500,00

-omissis-

Padova, 20 ottobre 2016

Il Giudice

Dott. Guido Marzella

L. 27/12 e danno biologico di lieve entità: l’accertamento strumentale o visivo non è sempre necessario (Trib. Padova, Giudice Marzella, sent. n. 2892/16)

Su cortese segnalazione del Collega Gino Bellemo pubblichiamo questa interessantissima pronuncia del Giudice Patavino che interviene autorevolmente in un tema che ci vede “combattere” quotidianamente nella aule giudiziarie.

L’art. 32, comma 3ter della legge L.27/12 ha modificato direttamente il testo dell’art. 139: “Al comma 2 dell’articolo 139 del codice delle assicurazioni perivate di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: In ogni caso, le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente“.

L’art. 32, comma 3quater delle stessa legge, invece, (senza modificare direttamente l’art. 139 c.d.a.) così ha disposto: “Il danno alla persona per lesioni di lieve entità di cui all’articolo 139 del codice delle assicurazioni private, di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005. n. 209, è risarcito solo a seguito di riscontro medico legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione“.

Ecco, quindi, che le Compagnie di Assicurazione, hanno sin da subito invocato un’applicazione letterale dell’art. 32, commi 3 ter e 3 quater, della legge n. 27/12 secondo cui, ai fini della liquidazione del risarcimento del danno alla persona per lesioni di lieve entità, sarebbe necessario un riscontro medico legale da cui risulti “visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione”.

Come dire: al cospetto di una lesione che non sia visivamente o strumentalmente accertata ovvero che non sia suscettibile di accertamento clinico strumentale obiettivo, il medico legale si troverebbe nell’impossibilità di individuare la sussistenza della lamentata lesione e, per l’effetto, il giudice, non potrebbe dar luogo ad alcun risarcimento.

Questo assunto, secondo il Dott. Guido Marzella, non è condivisibile e spiega in sentenza in modo approfondito e articolato il perchè.

Buona lettura.

LA SENTENZA

REPUBBLICA ITALIANA

TRIBUNALE CIVILE DI PADOVA

Il  Giudice

Dott. Guido Marzella

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

nella causa civile iscritta al n. ****/2016 R.G. promossa

da

ZURICH INSURANCE PUBLIC LIMITED COMPANY

– appellanti –

elettivamente domiciliati in Padova,Via *** con il patrocinio dell’Avv. ***,

contro

– appellata –

elettivamente domiciliata in Padova,  Vicolo Bellini n. 12, con il patrocinio dell’Avv. BELLEMO GINO

-omissis-

Venendo allora all’esame del merito delle questioni, ed affrontando il primo dei motivi dell’appello principale, rileva lo scrivente come, per il risarcimento del danno alla persona per lesioni di lieve entità l’art. 32, comma terzo quater, della legge n. 27/12 richieda un riscontro medico legale da cui risulti “visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione” ed è sulla base di questa dizione che si pretende di affermare l’impossibilità, da parte del medico legale, di individuare la sussistenza della lamentata lesione in forza di un semplice riscontro di tipo oggettivo.

Ciò posto, non si comprende peraltro per quale ragione un esame visivo  debba essere privilegiato rispetto alla palpazione, percussione, auscultazione ed altri accertamenti compatibili con la semeiotica.

In proposito soccorre d’altronde l’art. 32, comma terzo ter, della medesima fonte normativa il quale, nell’apportare modifiche al secondo comma dell’art. 139 del D.Lgs. 7.9.05 n. 209 (Codice delle Assicurazioni) fa riferimento alla necessità di un “accertamento clinico strumentale obiettivo” .

Ciò che pone la necessità di armonizzare le due menzionate previsioni.

Ora è ben noto che in campo medico l’esame obiettivo si compone dell’insieme delle manovre diagnostiche effettuate dal medico per verificare la presenza dei segni indicativi di una deviazione dalla condizione di normalità fisiologica.

Il termine “visivamente” può allora essere inteso come sinonimo di evidenza scientifica, riguardo al quale risultano quindi ammessi ed utilizzabili tutti i criteri della semeiotica, essendo tra l’altro pacifico che il riscontro “strumentale” sia comunque da considerarsi alternativo rispetto a quello “obiettivo”.

Una volta interpretata in tal modo l’espressione “visivamente”, diviene quindi agevole concludere che l’art. 32 comma terzo quater richiede unicamente che la lesione sia suscettibile di un accertamento medico-legale, requisito peraltro richiesto anche in passato.

E da una lettura coordinata di tale comma e di quello precedente discende che anche il comma terzo ter, relativo in via specifica al danno biologico permanente, richieda semplicemente, ai fini del risarcimento, che la lesione sia suscettibile di accertamento medico legale, non essendovi infatti alcuna plausibile ragione per cui un limite alla risarcibilità delle conseguenze della lesione del bene salute debba operare solo per i postumi permanenti e non per l’invalidità temporanea.

Opinando diversamente, infatti, si dovrebbe affermare che un pregiudizio di carattere stabilizzato incontri maggiori limiti di risarcibilità rispetto ad un pregiudizio di natura meramente temporanea, il che appare privo di senso.

D’altro canto, qualora si ritenesse indispensabile un accertamento strumentale si verrebbe a creare un palese contrasto tra la comune criteriologia medico legale e il contenuto delle nuove disposizioni.

Esistono infatti malattie che si estrinsecano con delle alterazioni strumentali, ma che non sono rilevabili clinicamente ed obiettivamente: ad esempio un trauma cranico con microlesione encefalica che dà luogo ad un focolaio epilettogeno produce sintomatologia di tipo temporale non riscontrabile aliunde e che solo il paziente è in grado di riferire.

In casi del genere la patologia non è dimostrabile né clinicamente, né all’esame obiettivo, ma solo strumentalmente, attraverso un’alterazione dell’EEG.

Mentre al contrario l’area dei disturbi psico-reattivi è caratterizzata dal fatto che gli stessi non sono dimostrabili strumentalmente ma solo ricorrendo ad un esame clinico e del tutto analogamente anche le lesioni sensoriali trovano di solito esclusivo riscontro clinico, ben difficilmente potendo avere un riscontro strumentale al di fuori del compimento di indagini estremamente complesse.

Una interpretazione letterale delle norme de quibus porterebbe dunque ad escludere il risarcimento di numerosi danni biologici, prevedendo il riconoscimento esclusivo di danni alla persona con determinate caratteristiche di apprezzamento obiettivo, allorché, al contrario, le conoscenze scientifiche e la corretta applicazione metodologica valutativa medico legale, consentono di individuarne comunque la reale sussistenza.

Simili sono poi le considerazioni da operarsi con riferimento ad una lesione che debba essere “visivamente o strumentalmente accertata”, apparendo evidente che una lettura meramente testuale del termine “visivamente” porterebbe ad escludere una serie di lesioni che di fatto sono comunque idoneamente accertabili come ad esempio il caso, non visivamente né strumentalmente accertabile, di una lussazione di spalla autoridotta.

Deve quindi concludersi affermando che l’accertamento strumentale può essere decisivo nei casi di dubbia interpretazione ai fini del riconoscimento della lesione biologica, ma che in ogni caso può comunque essere ritenuto sufficiente anche un dato clinico obiettivo, purché scientificamente compatibile e adeguatamente connesso all’evento lesivo.

Nel caso che ci occupa quindi l’operato del CTU non va censurato, dal momento che lo stesso, dopo aver proceduto alla visita diretta della periziata, ha preso visione dell’accertamento radiologico eseguito in data 18.7.14, il quale certificava la rettificazione della fisiologica lordosi lombare, di tal che non possono residuare dubbi in merito alla sussistenza dei postumi permanenti.

Egli ha inoltre accertato la compatibilità delle lesioni riscontrate all’evento lesivo sicché, essendosi in presenza di un dato clinico obiettivo, non residuano dubbi sul punto, tenuto anche conto del fatto che il nesso di causalità in materia civile soggiace alla regola del “più probabile che non”.

Né il giudizio appena espresso può mutare pur a fronte degli arresti operati dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 235 del 16.10.14 e con l’ordinanza n. 242 del 26.11.15.

Quanto al primo dei provvedimenti citati, appare infatti di tutta evidenza come il punto in cui la Consulta afferma che l’accertamento strumentale condizionerebbe la risarcibilità delle lesioni permanenti di lieve entità, null’altro costituisca se non un mero obiter dictum, non essendo quello l’oggetto del giudizio di legittimità, volto invece a verificare la tenuta costituzionale dell’art. 139 del D.Lgs. 7.9.05 n. 209 nella parte in cui limiterebbe la tutela del diritto all’integrità della persona stabilendo, nell’ipotesi di c.d. micro permanenti, specifici limiti risarcitori ancorati a rigidi parametri tabellari.

Tanto è vero che un benché minimo ragionamento viene svolto dai giudici della Corte a sostegno e motivazione della predetta affermazione, la quale pare più il semplice richiamo letterale dei commi 3 ter e 3 quater dell’art. 32 del D.L. 24.1.12 n. 1 – convertito con modificazioni, dalla legge 24.3.12 n. 27 – che non una argomentata disamina delle complesse questioni sottese alle problematiche in oggetto.

Mentre, per quel che attiene al secondo dei provvedimenti richiamati – pur non potendosi negare che l’ordinanza in esame effettivamente riconosca la legittimità costituzionale delle norme appena sopra richiamate anche ove interpretate nel senso di ritenere imprescindibile un accertamento strumentale ai fini della risarcibilità del danno permanente derivante da una microlesione e ciò in forza di un bilanciamento degli interessi costituzionalmente rilevanti in gioco nella fattispecie – ciò nonostante resta evidente come la medesima non sia in grado di precludere una diversa attività interpretativa di questo giudice, essendo principio pacifico quello secondo cui il vincolo che deriva, sia per il giudice a quo sia per tutti gli altri giudici comuni, da una sentenza interpretativa di rigetto resa dalla Corte Costituzionale, è soltanto negativo, consistente cioè nell’imperativo di non applicare la norma secondo l’interpretazione ritenuta non conforme al parametro costituzionale evocato e scrutinato dalla Corte costituzionale.

Sicché resta salva la libertà dei giudici:

– di interpretare ed applicare la medesima norma, ai sensi dell’art. 101, secondo comma, Cost., sulla base di interpretazioni diverse ritenute compatibili con la Costituzione,

– oppure di sollevare nuovamente, in gradi diversi dello stesso processo a quo o in un diverso processo, la questione di legittimità costituzionale della medesima disposizione, sulla base dell’interpretazione rifiutata dalla Corte costituzionale, eventualmente evocando anche parametri costituzionali diversi da quello precedentemente indicato e scrutinato (Cass. Sez. Un. 16.12.13 n. 27986 e Cass. 26.2.14 n. 4592).

Ciò che è appunto a dirsi nella fattispecie, ove la Corte si è limitata ad affermare la legittimità costituzionale della norma anche ove interpretata nel senso di rendere comunque imprescindibile un accertamento strumentale, senza peraltro minimamente prendere in considerazione ovvero sconfessare il diverso orientamento interpretativo – comunque conforme ai parametri costituzionali – secondo il quale ciò non sarebbe necessario in alcuni specifici casi, più sopra menzionati.

E pure dovendosi ricordare come con pronuncia recentissima di n. 18773, emessa in data 26.9.16, la stessa Suprema Corte abbia avuto modo di precisare che i commi tre ter e tre quater dell’art. 32 del D.L. 24.1.12 n. 1 debbono essere letti in correlazione alle necessità, predicata dagli artt. 138 e 139 C.d.A., che il danno biologico sia suscettibile di accertamento medico legale, esplicando entrambe le norme, senza differenze sostanziali tra loro, i criteri scientifici di accertamento e valutazione del danno biologico tipici della medicina legale: e cioè quello visivo, quello clinico e quello strumentale, non gerarchicamente ordinati tra loro né unitariamente intesi ma da utilizzarsi secondo le leges artis, siccome conducenti ad una obiettività dell’accertamento stesso che riguardi sia le lesioni che i relativi postumi.

– Omissis-

Il Giudice

dott. Guido Marzella

Intossicazione alimentare e sindrome di Guillan-Barrè: c’è nesso di causalità (Trib. Padova, Giudice Marzella, sent. n. 1221/16)

Tribunale di Padova, Giudice dott. Marzella, sentenza n. 1221 del 20 aprile 2016

Con sentenza passata in giudicato il Tribunale di Padova si è pronunciato su un caso che ha visto coinvolta un’intera famiglia recatasi, nel lontano 2009, a consumare il pranzo domenicale presso uno dei più noti e rinomati ristoranti dei Colli Euganei. Scrive il Tribunale: ”Risulta evidente la grave carenza di diligenza manifestata dai responsabili del ristorante che, in violazione di minime norme igieniche, accettavano la consegna di crudità marine trasportate senza l’utilizzo di sistemi di refrigerazione e le propinavano addirittura ad ignari clienti il giorno seguente, dopo che le stesse erano già state proposte nel corso di una cena.”

Il Giudice Patavino condivide la teoria del più probabile che non: “in sede civile per l’accertamento del nesso causale tra condotta illecita ed evento di danno non è necessaria la dimostrazione di un rapporto di consequenzialità necessaria tra la prima ed il secondo, ma è sufficiente la sussistenza di un rapporto di mera probabilità scientifica, conseguendone che il nesso causale può essere ritenuto sussistente non solo quando il danno possa ritenersi conseguenza inevitabile della condotta, ma anche quando ne sia conseguenza altamente probabile e verosimile (Cass. 26.6.07 n. 14759), […] pertanto in tema di illecito civile il nesso di causalità deve essere fondato sul criterio della probabilità, e non già della mera possibilità, di verificazione dell’evento (Cass. 18.4.07 n. 9226).”

E, pertanto, così conclude: “sussistano sufficienti elementi di prova per affermare la ricorrenza del nesso di causalità tra l’ingestione delle crudità di mare ed il successivo presentarsi della gastroenterite in questione, apparendo per un verso verosimile e più probabile che non che l’evento in oggetto sia dipeso dal fatto in questione e risultando, per altro verso, sintomatica l’assenza di altri fattori preesistenti, concomitanti o sopravvenuti di per sé atti a spiegare il verificarsi dell’accaduto. Laddove poi è lo stesso consulente d’ufficio ad attestare la natura altamente significativa, sotto il profilo probabilistico, della correlazione tra la gastroenterite e la successiva comparsa della sindrome”.

Risarcimento importante (€ 460.000,00= integralmente pagato dall’Assicurazione che ha manlevato il ristoratore), che suona, giustamente, da monito a tutti gli operatori del settore della ristorazione.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

Tribunale di Padova

Il Giudice

dott. Guido Marzella

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

nella causa di primo grado iscritta al n. 9086/2012 R.G. e promossa con atto di citazione notificato

da

E. S., (C.F. ***)

– attrice –

con il patrocinio dell’avv. CALVELLO CLAUDIO, elettivamente domiciliata in Abano Terme, via Previtali n. 30,

contro

RISTORANTE ***, (C.F. ***)

– convenuto –

con il patrocinio dell’avv. ***, elettivamente domiciliato in Padova, ***,

e con la chiamata in causa della

***, (C.F. ***)

– terza chiamata –

con il patrocinio dell’avv. ***, elettivamente domiciliata in Padova, ***.

Conclusioni dell’attrice:

come da foglio depositato per via telematica.

Conclusioni del convenuto:

come da foglio depositato per via telematica.

Conclusioni della terza chiamata:

come da verbale d’udienza del 21.1.16

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

E. S., premettendo:

– che in data 21.2.09 si era recata a pranzo presso il Ristorante *** assieme al marito, al figlio, alla nuora ed ai nipoti ove, su consiglio del personale, aveva mangiato un piatto di ostriche e tartufi di mare,

– che durante la notte seguente tutta la famiglia veniva colta da malori, accusando evidenti sintomi di intossicazione alimentare,

– che il fatto era addebitabile al ristoratore, il quale aveva provveduto a servire una partita di frutti di mare di incerta provenienza, avanzata da una cena tenutasi la sera precedente,

– che la situazione più grave colpiva proprio essa attrice, venendole diagnosticata una gastroenterite acuta,

– che a distanza di giorni era poi insorta la necessità di ricoverarsi presso la Casa di Cura di Abano Terme poiché il disturbo non si esauriva,

– che all’esito di una serie di esami svolti presso il reparto di terapia intensiva si appurava la presenza a suo carico di una sindrome di Guillain-Barrè,

– che a causa di siffatta sindrome, essendo sopraggiunto un generale peggioramento delle sue condizioni di salute, era quindi trasferita in rianimazione presso l’Ospedale di Legnago, ove in data 3.4.09 veniva sottoposta a tracheostomizzazione in considerazione di uno stato di insufficienza respiratoria acuta,

– che a tale complessiva situazione conseguiva infine l’accertamento di una invalidità civile al 100% con conseguente riconoscimento della relativa indennità di accompagnamento,

– che nel corso di un procedimento di ATP veniva quindi appurata la sussistenza di una significativa correlazione tra la gastroenterite e la sindrome di Guillan Barrè, successivamente insorta,

ha convenuto in giudizio la menzionata controparte chiedendo la condanna della medesima al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali così subiti, rispettivamente quantificati nell’importo di € 15.945,47 quanto ai primi ed in quello di € 473.301,00 quanto ai secondi, oltre rivalutazione monetaria ed interessi di legge.

Costituitosi in giudizio, il convenuto denegava che l’attrice avesse mangiato i frutti di mare individuati quale possibile fonte dell’intossicazione alimentare; denunciava l’inesistenza della prova di un nesso causale tra l’eventuale ingestione dei medesimi e l’insorgere della sindrome; notava come anche i militari del NAS avessero concluso le loro indagini affermando di non essere stati in grado di individuare la causa dell’infezione in oggetto; contestava ad ogni modo la quantificazione del danno operata dal consulente d’ufficio in sede di ATP; concludeva per il rigetto di ogni avversa domanda chiedendo di essere comunque manlevato di ogni eventuale negativa conseguenza della causa da parte della ***.

A sua volta costituitasi in giudizio, la terza chiamata eccepiva in via preliminare l’inammissibilità della procedura di ATP e la sua inutilizzabilità nell’ambito del giudizio di cognizione; aderiva nel merito alle difese svolte dal proprio cliente; eccepiva peraltro l’inoperatività della polizza dal momento che la stessa, destinata a coprire i soli danni causati da generi alimentari di produzione propria venduti o somministrati nell’esercizio pubblico direttamente al consumatore, non poteva avere ad oggetto pesce crudo, semmai portatore di un vizio originario escluso dalla copertura assicurativa; instava quindi chiedendo il rigetto di ogni domanda svolta nei suoi confronti.

Procedutosi alla trattazione del giudizio con il deposito di memorie autorizzate e datosi quindi corso alla fase istruttoria mediante l’escussione dei testi e l’acquisizione del fascicolo di ATP, la causa è stata infine trattenuta in decisione all’udienza del 21 gennaio 2016.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente all’esame di ogni altra questione ritiene il giudicante di dover rigettare l’eccezione di inammissibilità della consulenza svolta in sede di ATP nell’ambito del procedimento ex art. 696 bis cpc rubricato sub n. 7078/11 R.G., riaffermando l’assoluta ritualità della medesima.

Ed invero – dal momento che l’istituto in esame risulta connotato da una evidente funzione conciliativa e si palesa quale strumento volto a favorire la soluzione transattiva della controversia insorta tra le parti anche per mezzo della anticipazione delle valutazioni inerenti le questioni di fatto, tanto da potersi configurare alla stregua di una prova “in luogo del processo” e non “prima del processo”, di per sé non necessariamente strumentale al successivo giudizio di merito, ma essa stessa strumento dal quale partire per trovare una soluzione conciliativa tra le parti, così da evitare il giudizio di merito – non ha nessun senso che esso debba veder limitato il proprio ambito di operatività alla circostanza che entrambe le parti convengano in merito all’an, permanendo questioni unicamente in ordine al quantum della richiesta avanzata dalla parte ricorrente.

Né, d’altro canto – assumendo la consulenza tecnica preventiva di cui all’art. 696 bis cpc una marcata funzione conciliativa più che di cautela e caratterizzandosi per un primario scopo deflattivo del contenzioso civile che si realizza mediante il preventivo accertamento e la conseguente quantificazione dei crediti derivanti dalla mancata o inesatta esecuzione di obbligazioni contrattuali o da fatto illecito – paiono consentite interpretazioni eccessivamente restrittive e formalistiche dell’istituto, dovendosi ritenere che la prospettiva conciliativa debba appunto essere vagliata nel corso della procedura, così come ben chiarito nell’ultimo alinea del primo comma della norma in esame, e non preesistere invece alla proposizione del ricorso.

E tanto meno potrebbe fondatamente affermarsi che la valutazione del consulente debba limitarsi ad una mera fotografia della situazione esistente, con esclusione di ogni valutazione in merito alle cause dei fatti riscontrati, ove si consideri che al contrario è la stessa lettera della norma a precisare che l’istituto in questione risulta destinato ad operare non solo la preventiva determinazione del credito (valutazione in merito al quantum) ma anche il suo accertamento (valutazione in merito all’an).

Mentre, per ciò che attiene alla dedotta funzione conciliativa, la medesima va individuata non tanto nella circostanza – comunque verificatasi nel caso in esame – che il consulente d’ufficio abbia effettivamente tentato una mediazione fra le parti, quanto piuttosto nello stesso svolgimento del modulo istruttorio previsto dal legislatore, che già di per sé diviene luogo di confronto e di possibile composizione delle diverse posizioni assunte dalle varie parti.

Che, poi, nella fattispecie la conciliazione non sia riuscita è dimostrato in re ipsa dall’esperimento dell’odierna azione, nel cui ambito la domanda attorea risulta fermamente contestata dalla convenuta.

Venendo allora al merito, osserva lo scrivente come l’azione sia fondata e meriti quindi accoglimento nei limiti di cui al dispositivo.

All’esito della fase istruttoria si è invero potuto appurare:

– che durante il pranzo tenutosi sabato 21.2.09 presso il Ristorante ***, il nipote del *** consigliò all’attrice ed ai suoi famigliari di prendere quale antipasto delle ostriche e dei tartufi di mare crudi (teste G.),

– che la portata venne presentata frammista a cubetti di ghiaccio che a detta dei camerieri dovevano solo servire ad abbellire il piatto (teste G.),

– che in realtà i frutti di mare in questione erano i resti di una cena tenutasi il giorno precedente ed organizzata dal sig. *** (circostanza da ritenersi ammessa a seguito della mancata comparizione del legale rappresentante del convenuto a rendere l’interpello nonché verbale NAS di cui al doc. 4 convenuto),

– che, più in particolare, il *** aveva acquistato del pesce e delle ostriche dal sig. ***, il quale gli aveva quindi regalato 2 kg. di tartufi di mare (circostanza da ritenersi ammessa a seguito della mancata comparizione del legale rappresentante del convenuto a rendere l’interpello nonché verbale NAS di cui al doc. 4 convenuto),

– che i tartufi erano quindi stati direttamente portati dal *** al Ristorante ***, senza l’utilizzo di borse termiche, mentre il resto del pesce era stato invece trasportato e consegnato dalla “Ittica ***” (verbale NAS di cui al doc. 4 convenuto),

– che nella serata successiva al pasto, tutti i commensali cominciavano a sentirsi male presentando fenomeni di vomito e diarrea, oltre a dolori addominali (teste G.),

– che quando il figlio dell’attrice chiamò il ristorante per far presente quanto era accaduto, gli fu precisato dalla figlia del *** che anche altri clienti avevano avuto problemi simili (teste G.),

– che a seguito delle indagini svolte dai Carabinieri della Stazione di Bastia di Rovolon, nella persona del Comandante, Luogotenente Ivan Fino, e dal NAS di Padova si appurava che in effetti anche altre persone avevano lamentato problemi simili a quelli denunciati dal G. (teste Atteo).

Laddove l’esperimento della CTU ha consentito a sua volta di appurare:

– che il 23.2.09 veniva diagnosticata all’attrice una gastroenterite acuta (pag. 23),

– che in data 7.3.09 l’attrice veniva quindi ricoverata presso la Casa di Cura di Abano Terme a causa del verificarsi di episodi di caduta per riferito deficit di forza agli arti inferiori (circostanza pacifica in atti),

– che nel corso della degenza gli esami strumentali evidenziavano unicamente una infrazione della VI costa sinistra e la frattura della VII costa sinistra, in assenza di focalità patologiche encefaliche (pag. 23-24),

– che a causa di un aggravarsi della situazione l’attrice veniva poi trasferita presso il Reparto di Terapia Intensiva ove era eseguito l’esame del liquido cefalo rachidiano, le cui risultanze apparivano compatibili con la diagnosi di una sindrome di Guillain-Barrè (pag. 24),

– che la vicenda clinica era quindi caratterizzata dalla necessità di eseguire una intubazione oro-tracheale con assistenza ventilatoria, una tracheotomia ed il posizionamento di PEG (pag. 24-26),

– che al momento delle dimissioni la paziente presentava una paraparesi con presenza di movimenti prossimo-distali incompleti e la capacità di una deambulazione limitata a brevi tratti con necessità di girello o di accompagnatore (pag. 26),

– che la gastroenterite è una infiammazione della mucosa gastro-intestinale la quale può trarre origini da molteplici cause batteriche, virali, parassitarie e tossiche, la cui trasmissione può in taluni casi avere origine alimentare (pag. 27),

– che con il termine tossinfezione alimentare si indicano una serie di sindromi causate dall’ingestione di cibi contaminati da sostanze tossiche o da microrganismi patogeni (pag. 27),

– che l’insorgenza dei sintomi della tossinfezione a distanza di qualche ora dal pranzo nonché il dato anamnestico circostanziale del focolaio epidemico ristretto ai familiari appaiono compatibili con una gastroenterite di origine alimentare (pag. 28),

– che non vi è peraltro alcuna certezza sul punto in ragione della mancanza di una conferma di laboratorio del dato infettivo e dell’omesso isolamento dell’agente patogeno, sicché l’esistenza di un nesso causale tra l’ingestione di materiale alimentare contaminato e la gastroenterite accusata dall’attrice può essere postulata solo in termini probabilistici (pag. 29),

– che la sindrome di Guillain Barrè è una poliradicolopatia acuta infiammatoria demielinizzante, caratterizzata dal manifestarsi di una paralisi progressiva degli arti, con interessamento della muscolatura respiratoria e del sistema nervoso autonomo (pag. 30),

– che nella patogenesi di tale sindrome si è pertanto sospettato un ruolo determinante dell’agente infettivo che agirebbe attraverso una modificazione del materiale antigenico della cellula di Schwann ovvero determinando una risposta immunitaria crociata con la mielina del nervo (pag. 31),

– che da un punto di vista statistico-epidemiologico la correlazione tra la gastroenterite diagnosticata all’attrice e la successiva comparsa della predetta sindrome appare certamente significativa, apparendo elevata la probabilità che quest’ultima abbia tratto origine dalla prima (pag. 31-32),

– che i precedenti morbosi da cui risultava affetta l’attrice non presentano invece alcuna influenza nel determinismo della vicenda clinica di cui è causa (pag. 32),

– che i postumi permanenti subiti dalla paziente a causa di quanto accaduto possono essere quantificati nella misura del 65%-70% (pag. 36),

– che si sono individuate spese mediche congrue sostenute per complessivi € 4.960,00, mentre non risulta che ne saranno necessarie di ulteriori in futuro (pag. 36).

Le quali considerazioni vengono da questo giudice fatte integralmente proprie in considerazione della correttezza del ragionamento logico così svolto e della congruità delle risposte rese dal consulente d’ufficio alle osservazioni svolte dai consulenti di parte.

Avendo in proposito la Suprema Corte ben chiarito che il giudice del merito, quando aderisce alle conclusioni del consulente tecnico che nella relazione abbia tenuto conto, replicandovi, dei rilievi dei consulenti di parte, esaurisce l’obbligo della motivazione con l’indicazione delle fonti del suo convincimento, non essendo quindi necessario che egli si soffermi anche sulle contrarie allegazioni dei consulenti tecnici di parte che, seppur non espressamente confutate, restano implicitamente disattese perché incompatibili con le conclusioni tratte, mentre le critiche di parte, che tendano al riesame degli elementi di giudizio già valutati dal consulente tecnico, si risolvono in mere argomentazioni difensive (Cass. 2.2.15 n. 1815 e 9.1.09 n. 282).

Ciò posto in linea di fatto, osserva il giudicante come pacifica giurisprudenza di legittimità sostenga:

– che nel giudizio avente ad oggetto il risarcimento del danno, l’attore deve allegare l’insorgenza della patologia e l’inadempimento qualificato della controparte, astrattamente idoneo a provocare, quale causa o concausa efficiente, il danno lamentato, rimanendo a carico del convenuto l’onere di dimostrare che tale inadempimento non vi è stato, ovvero che, pur esistendo, esso non è stato causa del danno (Cass. 9.10.12 n. 17143), di tal che, se all’esito del giudizio permanga incertezza sulla sussistenza del nesso causale tra la condotta del convenuto e il danno, tale incertezza ricade sull’attore (Cass. 26.2.13 n. 4792),

– che peraltro in sede civile per l’accertamento del nesso causale tra condotta illecita ed evento di danno non è necessaria la dimostrazione di un rapporto di consequenzialità necessaria tra la prima ed il secondo, ma è sufficiente la sussistenza di un rapporto di mera probabilità scientifica, conseguendone che il nesso causale può essere ritenuto sussistente non solo quando il danno possa ritenersi conseguenza inevitabile della condotta, ma anche quando ne sia conseguenza altamente probabile e verosimile (Cass. 26.6.07 n. 14759),

– che pertanto in tema di illecito civile il nesso di causalità deve essere fondato sul criterio della probabilità, e non già della mera possibilità, di verificazione dell’evento (Cass. 18.4.07 n. 9226),

– che al fine dell’accertamento di eventuali responsabilità risarcitorie, ove il ricorso alle nozioni di patologia medica e medicina legale non possa fornire un grado di certezza assoluta, la ricorrenza del rapporto di causalità non può essere esclusa in base al mero rilievo di margini di relatività, a fronte di un serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica, specie qualora manchi la prova della preesistenza, concomitanza o sopravvenienza di altri fattori determinanti, dovendo invece escludersi la sussistenza del nesso eziologico solo quando le conclusioni cui sia giunto il consulente d’ufficio risultino svolte in termini di mera possibilità (Cass. 11.11.05 n. 22894).

Ora, dal momento che nel caso di specie è certo, anche per ammissione del legale rappresentante della compagine convenuta, non presentatosi a rendere l’interpello in assenza di un giustificato motivo:

– che l’attrice abbia consumato frutti di mare durante il pasto del 21.2.09,

– che i medesimi, consegnati al ristoratore privi dei documenti di vendita e di trasporto, risultassero gli avanzi di una cena allestita la sera precedente,

– che a distanza di due giorni dal pasto veniva quindi diagnosticata all’attrice una gastroenterite acuta,

– che anche i familiari della S. ed altri avventori del locale lamentavano disturbi intestinali successivamente al pasto,

– che l’insorgenza dei sintomi della tossinfezione a distanza di qualche ora dal pranzo nonché il dato del focolaio epidemico ristretto alle persone che avevano consumato il pasto in esame appaiono compatibili con una gastroenterite di origine alimentare,

ritiene il giudicante sussistano sufficienti elementi di prova per affermare la ricorrenza del nesso di causalità tra l’ingestione delle crudità di mare ed il successivo presentarsi della gastroenterite in questione, apparendo per un verso verosimile e più probabile che non che l’evento in oggetto sia dipeso dal fatto in questione e risultando, per altro verso, sintomatica l’assenza di altri fattori preesistenti, concomitanti o sopravvenuti di per sé atti a spiegare il verificarsi dell’accaduto.

Laddove poi è lo stesso consulente d’ufficio ad attestare la natura altamente significativa, sotto il profilo probabilistico, della correlazione tra la gastroenterite e la successiva comparsa della sindrome.

Mentre risulta del pari evidente la grave carenza di diligenza manifestata dai responsabili del ristorante che, in violazione di minime norme igieniche, accettavano la consegna di crudità marine trasportate senza l’utilizzo di sistemi di refrigerazione e le propinavano addirittura ad ignari clienti il giorno seguente, dopo che le stesse erano già state proposte nel corso di una cena.

Ritenuto pertanto dimostrato il nesso eziologico tra la somministrazione del piatto avariato ed il verificarsi dell’evento lesivo, oltre che la sussistenza di una grave responsabilità per l’accaduto in capo alla parte convenuta, deve allora procedersi alla liquidazione del danno in favore dell’attrice.

In proposito, va innanzi tutto quantificato quello di natura patrimoniale, partendo dal ristoro del danno emergente relativo:

– alle spese mediche sostenute in relazione alla patologia in esame, che sono state ritenute congrue dal consulente per l’importo di € 4.960,00,

– alle spese di ATP, quantificate nell’importo di € 1.369,81,

– alle spese di CTP nei limiti dell’importo di € 3.000,00, ritenuto più che congruo a compensare l’intervento del dr. Munari e del prof. Dam,

– alle spese legali di ATP, quantificate in base a tariffa nell’importo di € 5.600,00,

per un totale di € 14.929,81, rivalutato ad oggi in € 15.870,39.

In secondo luogo spetta poi all’attrice il risarcimento del danno non patrimoniale derivante dalla lesione della salute, che rientra fra i diritti inviolabili della persona, come tali garantiti dalla nostra Suprema Carta, i quali appaiono reintegrabili – sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cc – anche quando non sussista un fatto/reato né ricorra alcuna delle altre ipotesi in cui la legge consente espressamente il ristoro dei pregiudizi non patrimoniali, purché si accerti:

– che l’interesse leso, e non il pregiudizio sofferto, abbia rilevanza costituzionale, poiché altrimenti si perverrebbe ad una abrogazione per via interpretativa dell’art. 2059 cc, posto che qualsiasi danno non patrimoniale, per il fatto stesso di essere tale, e cioè di toccare interessi della persona, sarebbe sempre risarcibile,

– che la lesione dell’interesse sia grave, nel senso che l’offesa superi una soglia minima di tollerabilità, in quanto il dovere di solidarietà dettato dall’art. 2 Cost. impone a ciascuno di tollerare le minime intrusioni nella propria sfera personale inevitabilmente scaturenti dalla convivenza,

– che il danno non sia futile, vale a dire che non consista in meri disagi o fastidi, ovvero nella lesione di diritti del tutto immaginari, come quello alla qualità della vita od alla felicità (Cass. Sez. Un. 11.11.08 n. 26972).

Danno questo che di per sé ricomprende:

– sia il pregiudizio da inabilità temporanea, e cioè l’incapacità di una persona ad attendere per un certo periodo alle proprie ordinarie occupazioni a causa di una malattia provocata dal fatto illecito altrui,

– sia la lesione dell’integrità psicofisica del soggetto e del bene della salute, comprensiva del turbamento dello stato d’animo conseguito al patimento della lesione fisica ed intrinseca alla struttura del fatto illecito del quale viene a rappresentare ineliminabile conseguenza immediata e quindi liquidabile pure in presenza di una semplice invalidità temporanea (Cass. 10 marzo 1992 n. 2840).

Esso peraltro, presentando natura unitaria, va liquidato in maniera omnicomprensiva, non costituendo le singole voci di esso elaborate dalla dottrina e dalla giurisprudenza – tradizionalmente rappresentate dal danno biologico, dal danno estetico, dal danno esistenziale e dal danno alla vita di relazione – pregiudizi autonomamente risarcibili (Cass. 16.5.13 n. 11950), ma semmai ulteriori sottocategorie aventi valenza meramente descrittiva (Cass. ord. 13.7.11 n. 15414), delle quali deve essere evitata una errata duplicazione risarcitoria dal momento che la sofferenza soggettiva derivante da una lesione della salute costituisce necessariamente una componente di quest’ultima (Cass. Sez. Un. 11.11.08 n. 26972).

In proposito, si osserva come il CTU, nell’ambito del proprio elaborato peritale, abbia individuato postumi permanenti nella misura del 65-70%, mentre per quel che attiene alla durata della inabilità temporanea – in assenza di precisazioni da parte del medesimo e dello stesso CTP attoreo nell’ambito della relazione datata 21.2.09 (doc. 6 attoreo) – si ritiene di non poter procedere ad una loro valutazione.

Fatta pertanto applicazione delle “Tabelle per la liquidazione del danno non patrimoniale derivante da lesione all’integrità psico-fisica” predisposte dal Tribunale di Milano – le quali secondo la Suprema Corte costituiscono valido e necessario criterio di riferimento ai fini della valutazione equitativa ex art. 1226 cc, là dove la fattispecie concreta non presenti circostanze tali da richiedere la relativa variazione in aumento o in diminuzione, tanto da affermare che risulti incongrua la motivazione della sentenza di merito che non dia conto delle ragioni della preferenza assegnata ad una liquidazione che risulti sproporzionata rispetto a quella cui si giungerebbe mediante l’applicazione dei parametri indicati dalle predette tabelle (Cass. 30.6.11 n. 14402) – ne deriva il riconoscimento in favore dell’attrice del diritto ad un risarcimento di € 444.433,00 a titolo di risarcimento del danno morale e di quello biologico permanente, non ritenendo di doversi ulteriormente personalizzare la cifra in esame, essendo stato ben chiarito dai giudici di legittimità che il grado di invalidità permanente espresso da un baréme medico legale esprime la misura in cui il pregiudizio alla salute incide su tutti gli aspetti della vita quotidiana della vittima, restando preclusa la possibilità di un separato ed autonomo risarcimento a titolo di personalizzazione del danno, salvo che l’interessato alleghi e dimostri circostanze specifiche ed eccezionali tali da rendere il pregiudizio in concreto più grave, sotto gli aspetti indicati, rispetto alle conseguenze ordinariamente derivanti da lesioni dello stesso genere sofferte da persone della stessa età (Cass. 7.11.14 n. 23778).

Sicché, tenuto conto del danno patrimoniale già liquidato, si individua nel complessivo importo di € 460.303,39 l’ammontare del risarcimento spettante alla S..

Sulla somma così determinata tenendo già conto della perdita del potere d’acquisto della moneta, anche in considerazione del fatto che sono stati utilizzati i valori indicati nelle tabelle da ultimo pubblicate, spettano poi all’attrice gli interessi di legge a far data dal deposito della presente sentenza e sino al saldo effettivo.

I medesimi non sono invece dovuti per il periodo precedente poiché essi vanno unicamente liquidati qualora – dal confronto comparativo in unità di pezzi monetari tra la somma rivalutata riconosciuta al creditore al momento della liquidazione e quella di cui egli disporrebbe in ipotesi di un tempestivo soddisfo e avendo potuto utilizzare l’importo allora dovutogli secondo le forme considerate ordinarie nella comune esperienza ovvero in impieghi più remunerativi – la seconda ipotetica somma sia maggiore della prima (Cass. 12.2.10 n. 3355 e 24.10.07 n. 22347), ciò che nella fattispecie non è stato provato.

Quanto poi alla domanda di manleva esperita dal convenuto nei confronti della “***”, la medesima va accolta.

Ed invero – una volta osservato come l’art. 47 del contratto precisi che l’assicurazione è altresì operante per i danni derivanti da “cose vendute dall’assicurato, esclusi i danni da vizio originario del prodotto, fatta eccezione per i generi alimentari di produzione propria venduti (somministrati o smerciati) nello stesso esercizio direttamente al consumatore” – pare allo scrivente che la predetta limitazione della copertura non si attagli al caso di specie, dal momento che non sussiste alcuna prova del fatto che l’alimento a causa del quale si è sviluppata la gastroenterite fosse sin dall’origine affetto da vizi e cioè dalla presenza di sostanze chimiche tossiche o di tossine prodotte da micorganismi, giacché:

– per un verso non è escluso che i medesimi si siano prodotti solo a causa del suo trasporto effettuato in maniera scorretta da Venezia a Rovolon, senza l’utilizzo di borse termiche,

– per altro verso è affermato dallo stesso consulente d’ufficio che l’intossicazione potrebbe in realtà essere stata causata da tossine elaborate dai microrganismi durante la colonizzazione e lo sviluppo nel tratto intestinale o in altri tessuti e cioè in un momento successivo alla somministrazione della pietanza (pag. 27 CTU).

Di tal che la compagnia va condannata a tenere indenne il proprio assicurato di quanto dovuto in favore dell’attrice a titolo di capitale, interessi e spese.

Quanto infine alle spese di giudizio, liquidate come da dispositivo tenendo conto:

– dei parametri dettati dal D.M. 10.3.14 n. 55, siccome disposto dall’art. 28 il quale prevede appunto che le disposizioni del decreto si applichino a tutte le liquidazioni successive alla sua entrata in vigore, pur ove la prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta quando ancora erano in vigore le tariffe abrogate,

– dell’ammontare delle somme in concreto riconosciute dovute (Cass. 5.1.11 n. 226),

– della circostanza che la fase di studio della controversia e di introduzione del giudizio ha comportato l’esame delle stesse circostanze in fatto e diritto già valutate per l’esperimento della ATP,

le stesse gravano sul convenuto in forza del principio della soccombenza sancito dall’art. 91 cpc.

P. Q. M.

Il Giudice, pronunciando in maniera definitiva sulla presente controversia, disattesa ogni diversa istanza:

1) condanna il “Ristorante ***” a pagare in favore di E. S., a titolo di risarcimento danni, la somma già rivalutata di € 460.303,39, oltre agli interessi di legge dal deposito della presente sentenza e sino all’effettivo saldo;

2) condanna il convenuto a rifondere in favore dell’attrice le spese processuali che liquida in € 18.000,00 per competenze ed in € 1.064,00 per anticipazioni, oltre al rimborso delle spese generali, dell’IVA e degli accessori di legge;

3) condanna il convenuto a sostenere le competenze di CTU;

4) condanna la “***” a tenere indenne il convenuto delle somme dovute in favore dell’attrice in forza di quanto statuito sub 1), 2) e 3).

Padova, 20 aprile 2016

         Il Giudice

dott. Guido Marzella

Sinistro mortale e polizza infortuni: la somma versata agli eredi non deve essere detratta dall’ammontare complessivo del danno (Trib. di Padova, Giudice Bordon, sent. 3003/15)

Tribunale di Padova, Dott. Gianluca Bordon, sent. n. 3003 del 04/11/2015

(Su cortese segnalazione del Collega Luca Marchetto del foro di Padova)

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Ricerca telematica dei beni: il creditore può accedere direttamente all’anagrafe tributaria (Trib. di Padova, Giudice Maiolino, decreto del 14.10.15)

Tribunale di Padova, Giudice delegato Dr.ssa Maiolino, decreto del 14.10.15

La non ancora avvenuta pubblicazione sul portale dei servizi telematici dell’elenco delle banche dati per le quali è operativo l’accesso da parte dell’ufficiale giudiziario per le finalità di cui all’art. 492 bis del codice civile, è il presupposto che consente al creditore di chiedere al Presidente del Tribunale competente l’autorizzazione ad ottenere direttamente dai gestori delle banche e dagli enti previdenziali tutte le informazioni rilevanti per l’individuazione di cose e crediti da sottoporre ad esecuzione, comprese quelle relative a rapporti intrattenuti dai debitori con istituti di credito e datori di lavoro o committenti.

Scarica il decreto in pdf

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Appello Tribunale di Padova, Giudice Marani: ordinanza di sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado

Tribunale di Padova, Giudice Dott. Marani, Ordinanza del 18 giugno 2015

Appello – Sentenza di primo grado di condanna al pagamento di somma di denaro di entità ridotta – Istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado ex articolo 283 c.p.c. – Accoglimento – Motivi

NR. 1246/2015 R.G.

TRIBUNALE DI PADOVA

SEZIONE II CIVILE

IL GIUDICE

A scioglimento della riserva formulata all’udienza del 16.6.2015

OSSERVA

Ferma restando ogni più compiuta valutazione in sentenza, si ritiene che possa essere superata l’eccezione di inammissibilità dell’appello proposta da Agenzia B. T. Invero, pur nella consapevolezza della maggiore specificità nell’esposizione dei dati della controversia e delle ragioni di critica, anche in ottica di ipotesi alternative, che l’atto d’appello deve avere alla luce della riforma attuata con la legge n. 132 del 2012, si ritiene che l’interpretazione fornita dall’appellata, soprattutto in assenza di pronunce del giudice di legittimità, sia eccessivamente restrittiva, finendo per equiparare l’appello al ricorso per cassazione. D’altro canto la specificità dei motivi d’appello va sempre valutata in relazione al concreto contenuto della sentenza impugnata, osservandosi che nel caso di specie la motivazione è costituita da un paio di pagine nelle quali vengono sinteticamente affrontate le diverse questioni poste dalle parti in primo grado.

Ancora, la nozione di gravi e fondati motivi non preclude di per sé la tutela sospensiva a fronte di sentenza di condanna ad una somma di denaro, mentre la circostanza che l’appellante non abbia notificato il decreto di fissazione dell’udienza prevista specificamente per la trattazione dell’istanza ex art. 283 c.p.c. non è di ostacolo alla sua trattazione in questa fase. Invero, l’appellante, non avendo notificato il decreto di fissazione d’udienza, non poteva più riproporre l’istanza di anticipata trattazione, ma nulla toglie che la stessa parte abbia, con l’atto di citazione d’appello, formulato istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza impugnata che va pur sempre decisa nel merito. Va, inoltre, evidenziata la possibilità, nel caso di appello assistito dal fumus boni iuris, di sospendere l’efficacia esecutiva o la esecuzione di una sentenza di condanna a somma pecuniaria, con l’unica specificità che l’entità ridotta della somma oggetto della condanna richiede una evidente fondatezza, totale o parziale, del gravame.

Quanto al merito dell’istanza ex art. 283 c.p.c., una lettura della motivazione del GDP, raffrontata con l’esposizione contenuta nell’atto di citazione, rende giustificata la tesi di una violazione dell’art. 112 c.p.c. da parte del GDP. Non sembra, infatti, porsi nel caso di specie solo un problema di qualificazione giuridica della fattispecie, ma di diversità di causa petendi. L’odierna appellata nel suo libello introduttivo di primo grado (v. pagg. 6 e ss.) ha fatto espresso riferimento alla conclusione di un contratto mediante lo schema di cui all’art. 1326 cod. civ., inquadrando la fattispecie come vendita di pacchetto turistico e pretendendo la somma di € 2.936,00 (quale penale ai sensi del combinato disposto degli artt. 6 e 8 del contratto. Il GDP, dopo avere escluso la conclusione di un contratto, ha condannato la F. per responsabilità extracontrattuale), facendo riferimento alla violazione del canone di buona fede ed alla perdita di tempo derivata dall’essere stata l’agenzia B. T. coinvolta in una trattativa inutile e così riconducendo la fattispecie alla violazione dell’art. 1337 cod. civ. (non citato nella sentenza impugnata, la quale tuttavia, mediante le sopradette espressioni vi ha fatto sostanziale quanto evidente riferimento). La stessa somma liquidata è indicativa del modo di procedere del giudice di prime cure, posto che questi ha riconosciuto € 1.500,00 in favore dell’agenzia di viaggio a titolo di risarcimento del danno (probabilmente di tipo patrimoniale ed evidentemente determinato in misura – è il caso di dire ampiamente – equitativa).

L’istanza dell’appellante va accolta, rimanendo assorbita ogni ulteriore contestazione per il cui eventuale esame si rimanda alla fase decisoria.

Va, infine, fissata l’udienza di precisazione delle conclusioni.

P.Q.M.

1) Sospende l’efficacia esecutiva della sentenza n. 1687/14 emessa in data 19.12.2014 dal Giudice di Pace di Padova

2) Rinvia per la precisazione delle conclusioni all’udienza del 30.05.2017 ore 11.00

Si comunichi

Padova, 18 giugno 2015

IL G.I.

Dott. Luca Marani

 

 

Tribunale di Padova, Giudice Bordon: la tabella dell’art. 139 C.d.A. non è applicabile al di fuori dei casi espressamente previsti

Tribunale di Padova, Giudice Dott. Bordon, Sentenza del 13 maggio 2015

Il Giudice patavino al punto 6 della sentenza svolge un’incisiva e precisa analisi dell’art. 2051 c.c.: “La Corte di Cassazione ha evidenziato che non ha rilievo agli effetti dell’art. 2051 c.c. la distinzione tra cose pericolose ed inerti, ben potendo anche queste ultime inserirsi in un complesso causale, produttivo di danno, in ordine al quale il legislatore ha inteso apprestare a favore del danneggiato una tutela rafforzata (cfr. Cass., sez. III, 5.12.08, n. 28811; Cass., sez. III 4.8.2005 n. 16373). Secondo il dominante orientamento giurisprudenziale la responsabilità per il danno cagionato da cose in custodia si fonda non su un comportamento o un’attività del custode, ma su una relazione (di custodia) intercorrente tra questi e la cosa dannosa. Ciò significa che solo il “fatto della cosa” è rilevante (e non il fatto dell’uomo) e che la responsabilità discende dal mero rapporto di custodia. L’unico limite è costituito dall’esistenza del caso fortuito, con la precisazione che detto limite non si identifica con l’assenza di colpa. Si tratta, quindi, di una responsabilità oggettiva. La diligenza del custode, se non è provato il fortuito, non è sufficiente per escludere la sua responsabilità (v. Cass., sez. III, 25.7.08, n. 20427).

Molto interessante anche lo spunto che questa sentenza ci offre in ordine al giudizio di attendibilità dei testi escussi nel corso del processo e su cui il Giudice ha ritenuto di esprimersi. L’esito positivo di questa valutazione non è ancora un giudizio sulla verità del fatto posto ad oggetto della testimonianza, ma un giudizio circa la possibilità di usare la testimonianza come strumento per accertare quel fatto. Se l’esito della valutazione di credibilità è negativo, l’ovvia conseguenza è che la prova viene considerata inutilizzabile ai fini dell’accertamento dei fatti

In ordine alla quantificazione del danno non patrimoniale, il Dott. Bordon precisa che “devono applicarsi le Tabelle del Tribunale di Milano 2014, a cui è stata riconosciuta una vocazione nazionale da un’importante pronuncia di legittimità (Cass., sez. III, 7.6.11, n. 12408, Amatucci), utilizzate dall’ufficio giudiziario di Padova fin dal novembre 2009. Nessuna (altra) tabella legislativa è prevista per illeciti del genere di quello di cui di discute e la tabella dell’art. 139 C.d.A. non è applicabile al di fuori dei casi espressamente previsti.

La sentenza integrale

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DÌ PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice Unico Dott. Gianluca Bordon ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I° Grado iscritta al ruolo al n. 7442/2011 R.G., promossa da R. G. (c.f.: ***), difesa dall’avvocato domiciliatario CLAUDIO CALVELLO con studio in VIA PREVITALI, 30, ABANO TERME

attore

contro

CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. (c.f.: ***), difesa dall’avvocato domiciliatario ***, con studio in VIA *** PADOVA

convenuto

OGGETTO: Responsabilità ex artt. 2049 – 2051 – 2052 c.c.

CONCLUSIONI DELL’ATTORE: voglia l’Ecc.mo Tribunale adito, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione respinta: – accogliere la domanda attorea e, per l’effetto, nel merito: visto l’esito della prova testimoniale, nonché dell’espletata ctu, in ordine alla quale si aderisce, dichiarare la responsabilità della Casa di Cura di Abano Terme S.p.A., ex art. 2051 c.c. o, in subordine ex art. 2043 c.c. e conseguentemente condannare la stessa – in persona del legale rappresentante pro tempore – al pagamento a favore della Sig.ra G. R. della somma complessiva di € 19.832,25= (di cui € 16.970,25 a titolo di danno biologico permanente e temporaneo, € 566,00 per spese mediche, € 2.296,00 per spese peritali di Ctu e Ctp) o in quella diversa maggiore o minore somma che dovesse venire accertata in corso di causa e da determinarsi, all’occorrenza, in via equitativa ex art. 1226 c.c., oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi. – con vittoria di spese e competenze di lite da distrarsi a norma dell’art. 93 c.p.c. a favore dell’Avv. Claudio Calvello quale procuratore antistatario nonché con sentenza munita della clausola di provvisoria esecuzione.

CONCLUSIONI DEL CONVENUTO: nel merito: rigettarsi le domande attrici siccome infondate in fatto ed in diritto e comunque perché non provate. In subordine: accertarsi e dichiararsi il prevalente concorso dell’attrice nella causazione dell’evento dannoso e liquidarsi i danni subiti dalla stessa secondo giustizia e in base alle effettive risultanze di causa. In via subordinata istruttoria: come da memorie ex art. 183 VI comma n. 2 e 3 c.p.c per quanto non già ammesso e/o espletato. In ogni caso: spese ed onorari di causa rifusi, compresi Iva, Cpa e rimborso forfettario spese generali.

MOTIVI DELLA DECISIONI

1. R. G. ha convenuto in giudizio Casa di Cura Abano Terme Polispecialistica e Termale s.p.a. per ottenere ex art. 2051 c.c. il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti in conseguenza di una caduta nel cortile della clinica, avvenuta alle ore 11,00 circa del 13 gennaio 2010. L’attrice ha allegato di essere inciampata all’interno del cortile “a causa di un insidioso dislivello presente sulla pavimentazione di mattonelle di porfido”. La casa di cura aveva omesso di provvedere ai lavori di manutenzione della pavimentazione, effettuati solo nelle immediate vicinanze del luogo della caduta. La documentazione fotografica a disposizione non rappresentava lo stato dei luoghi al momento del sinistro, risalendo al mese di luglio del 2011. All’epoca della caduta, sulla pavimentazione del cortile erano presenti profondi solchi di 2-3 centimetri tra una mattonella e l’altra.

2. Nel costituirsi in giudizio Casa di Cura Abano Terme Polispecialistica e Termale s.p.a., oltre a contestare la quantificazione dei danni, ha eccepito che la pavimentazione non presentava alterazioni tali da determinare un’insidia imprevedibile e invisibile. Non sussisteva la benché minima situazione di pericolo e la documentazione fotografica depositata dalla controparte non evidenziava dislivelli. I lavori di manutenzione della pavimentazione erano stati completati nel mese di novembre 2009, mentre una distinta area nelle vicinanze dell’ingresso, ove erano ancora in corso dei lavori, era adeguatamente transennata. In ogni caso, nella valutazione dei danni avrebbe dovuto tenersi conto del comportamento colposo della danneggiata.

3. Nel corso dell’istruttoria è stato escusso il teste oculare S. T., il responsabile dell’ufficio tecnico della Casa di Cura, N. C., e il responsabile della manutenzione e coordinamento del cantiere, M. C. È stato anche disposto un accertamento tecnico medico – legale affidato c.t.u. al dott. Stefano Faiferri (v. relazione 2 maggio 2013).

4. Il teste S. T. ha riferito che non conosceva l’attrice. Vedendola cadere, la soccorse, aiutandola a sedersi su una panchina. Nel cortile vi erano dei lavori che interessavano la pavimentazione: “la superficie del suolo era irregolare perché mancavano le fughe tra una mattonella e l’altra”. Non vide operai o materiale accatastato. La documentazione fotografica depositata dall’attrice non rappresenta lo stato dei luoghi al momento del fatto: “dalle fotografie risulta che le fughe sono state coperte nel punto in cui ho visto cadere l’attrice. Sono stata l’unica persona a intervenire per aiutare l’attrice. Il personale della causa di cura non ha visto la caduta. Non ricordo di aver visto transenne, cartelli o nastri di colore rosso e bianco. Non vi era proprio nulla” (v. verbale ud. 22 dicembre 2015). Gli ulteriori due testi escussi non assistettero alla caduta. N. C. ha riferito che i lavori di ripavimentazione del piazzale erano stati completati nel novembre 2009 e di non ricordare la presenza di dislivelli. M. C. ha sostenuto che sempre in quel periodo furono sistemate le “fughe”, con getti di cemento liquido tra le lastre di porfido. Nel gennaio 2010 vi erano ancora dei lavori in corso, ma non nelle immediate vicinanze della rampa.

5. Dall’accertamento medico-legale risulta che R. G. riportò la frattura del polso destro, con sofferenza del nervo mediano, produttiva di limitazioni funzionali e di sintomatologia parestesica sostenuta da un quadro di sindrome del tunnel carpale. La lesività è di origine traumatica e compatibile con la dinamica di accadimento dei fatti, documentata nell’immediatezza del fatto e appaiono rispettati tutti i criteri medico-legali per l’identificazione del nesso causale. Il quadro menomante concretizza un danno permanente, limitato al biologico, pari al 7%. Sulla scorta dei dati anamnestici e documentali, risulta esservi stato un periodo di danno biologico temporaneo parziale di 60 giorni al 75%, 30 giorni al 50%, 30 giorni al 25%. Il grado di sofferenza è da definirsi di media entità per i primi 60 giorni e di entità medio-lieve per i successivi 60 giorni, lieve nel cronico. Delle spese mediche documentate sono pertinenti e congrue le spese per accertamenti e trattamenti riabilitativi per la somma complessiva di euro 556,00.

6. L’art. 2051 c.c. prevede che ciascuno sia responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito. La norma non esige che la cosa in custodia sia suscettibile di produrre danni per sua natura, cioè per un suo intrinseco potere, in quanto, anche in relazione alle cose prive di un proprio “dinamismo”, sussiste il dovere di custodia e controllo. La Corte di Cassazione ha evidenziato che non ha rilievo agli effetti dell’art. 2051 c.c. la distinzione tra cose pericolose ed inerti, ben potendo anche queste ultime inserirsi in un complesso causale, produttivo di danno, in ordine al quale il legislatore ha inteso apprestare a favore del danneggiato una tutela rafforzata (cfr. Cass., sez. III, 5.12.08, n. 28811; Cass., sez. III 4.8.2005 n. 16373). Secondo il dominante orientamento giurisprudenziale la responsabilità per il danno cagionato da cose in custodia si fonda non su un comportamento o un’attività del custode, ma su una relazione (di custodia) intercorrente tra questi e la cosa dannosa. Ciò significa che solo il “fatto della cosa” è rilevante (e non il fatto dell’uomo) e che la responsabilità discende dal mero rapporto di custodia. L’unico limite è costituito dall’esistenza del caso fortuito, con la precisazione che detto limite non si identifica con l’assenza di colpa. Si tratta, quindi, di una responsabilità oggettiva. La diligenza del custode, se non è provato il fortuito, non è sufficiente per escludere la sua responsabilità (v. Cass., sez. III, 25.7.08, n. 20427). La responsabilità deriva non da un comportamento del responsabile, ma dalle modalità di causazione del danno. La rilevanza del fortuito attiene al profilo causale, in quanto suscettibile di una valutazione che consenta di ricondurre all’elemento esterno, anziché alla cosa che ne è fonte immediata, il danno concretamente verificatosi. Al danneggiato compete provare l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento lesivo, mentre il custode, per liberarsi dalla responsabilità, dovrà provare l’esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere quel nesso causale (v. Cass., sez. III, 30.10.08, n. 26051; Cass., sez. III, 11.1.05 n. 376), quale anche la condotta imprevista e imprevedibile della vittima (v. Cass., sez. III, 28.10.09, n. 22807) o di un terzo (v. Cass., sez. III, 7.10.08, n. 24755). Il fattore accertato potrebbe anche non essere sufficiente a interrompere il nesso di causalità, ma essere idoneo a giustificare un concorso di colpa ex art. 1227, I co. c.c. (v. Cass., sez. III, 8.5.08, n. 11227).

7. Il fatto storico è ricostruibile sulla base di un testimone della cui attendibilità non vi è motivo di dubitare, per l’assenza di legami con le parti in causa. Non altrettanto può affermarsi con riferimento ai testi introdotti dalla convenuta, per i ruoli ricoperti di responsabile dell’ufficio tecnico della clinica e di responsabile dei lavori di manutenzione. M. C. ha espressamente riconosciuto di aver controllato unitamente al D.L. nel novembre 2009 che i lavori fossero stati eseguiti a regola d’arte. Sarebbe stato suo compito rilevare eventuali irregolarità della pavimentazione e ha quindi tutto l’interesse a negare di non aver svolto diligentemente il proprio incarico. Non solo S. T. si presenta come persona più credibile per l’assenza d’interessi che potrebbero condizionare le sue risposte. Una delle fotografie depositate come documento 7 dall’attrice, rende abbastanza evidente che una particolare area del cortile sia stata interessata da quello che M. C. ha definito un getto di cemento liquido. Sembra esservi stato un intervento posticcio e temporalmente vicino allo scatto fotografico del luglio 2011, piuttosto che una rifinitura a regola d’arte risalente al novembre 2009. Alla domanda se lo stato dei luoghi sia stato modificato dopo il gennaio 2010, a dispetto delle dichiarazioni di N. C. e M. C., deve pertanto darsi risposta positiva. Lo afferma un teste soggettivamente credibile e la documentazione fotografica costituisce un valido riscontro alla sua deposizione.

8. È ravvisabile la responsabilità ex art. 2051 c.c. della struttura ospedaliera quale custode del bene perché la caduta appare ricollegabile a fessure o fughe fra i blocchi di porfido costituenti la pavimentazione del cortile. Che apprezzabili dislivelli dovessero essere livellati è facilmente comprensibile, considerando la specifica destinazione dell’immobile e l’utenza – anche non più giovane – che poteva frequentarlo. È vero che la documentazione depositata non evidenzia particolari fessure, ma a) due delle fotografie depositate come doc. 7 consentano di notare del materiale di colore chiaro – cemento liquido secondo M. C. – collocato fra i diversi blocchi di porfido; b) S. T. ha collocato la caduta in corrispondenza proprio di quel materiale; c) il teste ha precisato che lo stato dei luoghi è stato modificato rispetto al giorno dell’infortunio. L’art. 1227, I co. c.c. stabilisce che se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate. L’onere della prova è però a carico del debitore – danneggiante (cfr. Cass., sez. III, 31.10.14, n. 23148) e sul punto (v. comparsa di costituzione e risposta, fg. 4-6) nulla è stato tempestivamente allegato.

9. Le conclusioni dell’accertamento medico legale, congruamente motivate e immuni da vizi logici, non sono state poste in discussione da osservazioni dei consulenti nominati dalla parti (v. relazione 2.5.13, fg. 8) Ai fini della quantificazione del danno non patrimoniale, si applicano le Tabelle del Tribunale di Milano 2014, a cui è stata riconosciuta una vocazione nazionale da un’importante pronuncia di legittimità (Cass., sez. III, 7.6.11, n. 12408, Amatucci), utilizzate dall’ufficio giudiziario di Padova fin dal novembre 2009. Nessuna tabella legislativa è prevista per illeciti del genere di quello di cui di discute e la tabella dell’art. 139 C.d.A. non è applicabile al di fuori dei casi espressamente previsti. È noto che le Tabelle del Tribunale di Milano sono state elaborate proprio in considerazione dei principi espressi dalle sentenze delle sezioni unite del novembre 2008 (Cass., s.u., 11.11.08, 26972, 26973, 26974 e 26975). Esprimono valori medi standardizzati, e non minimi, rapportati alla gravità delle conseguenze dannose. Nessuna personalizzazione viene attuata per le considerazioni svolte dal consulente dott. Stefano Faiferri sul grado di sofferenza medio, medio-lieve e lieve nel cronico derivante dalle lesioni e per l’assenza di altre particolari allegazioni meritevoli di valorizzazione. Sulla base della consulenza tecnica d’ufficio, considerando che Rosanna Garofolin aveva all’epoca del sinistro 71 anni, il danno da invalidità permanente è stimabile in euro 9.968,00 e quello da invalidità temporanea in euro 6.480,00 (euro 4.320,00 + euro 1.440,00 + euro 720,00), per complessivi euro 16.448,00.

10. A titolo di danno patrimoniale sono valorizzabili le spese considerate necessarie o utili dal consulente medico legale, inerendo ad “accertamenti e trattamenti riabilitativi” e valutazioni medico legali antecedenti alla presente causa, pari complessivamente a euro 516,00. Prese in esame le osservazioni della difesa di parte convenuta, si esclude unicamente il rimborso del “certificato per assicurazione”, non essendo stata spiegata la pertinenza e utilità di tale esborso. Tra le spese rimborsabili, viene invece ricompresa anche quella relativa all’accertamento medico, costituendo tale accertamento una conseguenza normale e regolare del fatto illecito. Le spese sono rivalutabili secondo l’indice FOI dell’istat in euro 540,00.

11. il danno patrimoniale e non patrimoniale complessivo è quantificabile in moneta attuale in euro 16.998,00. Al creditore di un’obbligazione di valore spetta poi il risarcimento del danno ulteriore causato dal ritardato adempimento. Il principio per cui gli interessi possono essere attribuiti solo su domanda vale per le obbligazioni pecuniarie in senso stretto (Cass., sez. I, 17.5.05, n. 10354). La base del calcolo è costituita non dal credito in moneta attuale (v. Cass., s.u., 17.12.95, n. 1712), ma dal “coacervo” del credito originario via via rivalutato con periodicità annuale (alla data convenzionale del 31 dicembre di ciascun anno). Non è infatti consentito calcolare gli interessi sulle somme integralmente rivalutate dalla data del fatto illecito perché ciò comporterebbe una duplicazione delle voci risarcitorie. Al momento del deposito della sentenza l’obbligazione di valore si trasforma in obbligazione di valuta e produce altresì interessi legali fino al pagamento. L’indice da prendere in considerazione ai fini della rivalutazione è quello del costo della vita utilizzato dall’istat (indice FOI).

12. Le spese di c.t.u. e legali seguono la soccombenza di parte convenuta. Le spese legali vengono calcolate sulla base del D.M. 55/14. Si applicano i valori medi dello scaglione di riferimento. Non vi sono i presupposti per l’aumento del compenso ex art. 4, V co. D.M. 55/14, attesa la discrasia esistente fra le diverse deposizioni acquisite. L’avvocato Claudio Calvello ha chiesto in sede di precisazione delle conclusioni la distrazione delle spese in proprio favore. Alle spese legali vanno aggiunte quelle della difesa tecnica all’interno del processo, documentate dalla fattura 93/13 (doc. 11 att.) del dott. Francesco Munari.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunziando, rigettata ogni diversa domanda, istanza ed eccezione, così provvede:

a) condanna CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. al pagamento in favore di R. G. della somma di euro 16.998,00, oltre agli interessi al tasso legale dalla sentenza al saldo e agli interessi sulla predetta somma come devalutata al 13 gennaio 2010 e poi rivalutata di anno in anno sino alla sentenza;

b) pone le spese della c.t.u. medico-legale in via definitiva a carico di CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A.;

c) condanna CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. alla rifusione all’attrice delle spese di lite, liquidate nella somma di euro 5.049,00, di cui euro 214,00 per esborsi e il resto per compenso, oltre spese generali (15%), i.v.a., c.p.a. nonché euro 726,00 per rimborso spese del c.t.p.. Dispone la distrazione delle spese legali in favore dell’avvocato Claudio Calvello.

Padova, 13 maggio 2015

Il Giudice

dott. Gianluca Bordon

Tribunale di Padova, (Giudice Bordon) e art. 2051 c.c.: la responsabilità discende dal mero rapporto di custodia

Tribunale di Padova, Giudice Dott. Bordon, Sentenza del 13 maggio 2015

Il Giudice patavino al punto 6 della sentenza svolge un’incisiva e precisa analisi dell’art. 2051 c.c.: “La Corte di Cassazione ha evidenziato che non ha rilievo agli effetti dell’art. 2051 c.c. la distinzione tra cose pericolose ed inerti, ben potendo anche queste ultime inserirsi in un complesso causale, produttivo di danno, in ordine al quale il legislatore ha inteso apprestare a favore del danneggiato una tutela rafforzata (cfr. Cass., sez. III, 5.12.08, n. 28811; Cass., sez. III 4.8.2005 n. 16373). Secondo il dominante orientamento giurisprudenziale la responsabilità per il danno cagionato da cose in custodia si fonda non su un comportamento o un’attività del custode, ma su una relazione (di custodia) intercorrente tra questi e la cosa dannosa. Ciò significa che solo il “fatto della cosa” è rilevante (e non il fatto dell’uomo) e che la responsabilità discende dal mero rapporto di custodia. L’unico limite è costituito dall’esistenza del caso fortuito, con la precisazione che detto limite non si identifica con l’assenza di colpa. Si tratta, quindi, di una responsabilità oggettiva. La diligenza del custode, se non è provato il fortuito, non è sufficiente per escludere la sua responsabilità (v. Cass., sez. III, 25.7.08, n. 20427).

Molto interessante anche il giudizio di attendibilità dei testi escussi nel corso del processo e su cui il Giudice ha ritenuto di esprimersi. L’esito positivo di questa valutazione non è ancora un giudizio sulla verità del fatto posto ad oggetto della testimonianza, ma un giudizio circa la possibilità di usare la testimonianza come strumento per accertare quel fatto. Se l’esito della valutazione di credibilità è negativo, l’ovvia conseguenza è che la prova viene considerata inutilizzabile ai fini dell’accertamento dei fatti

In ordine alla quantificazione del danno non patrimoniale, il Dott. Bordon precisa che “devono applicarsi le Tabelle del Tribunale di Milano 2014, a cui è stata riconosciuta una vocazione nazionale da un’importante pronuncia di legittimità (Cass., sez. III, 7.6.11, n. 12408, Amatucci), utilizzate dall’ufficio giudiziario di Padova fin dal novembre 2009. Nessuna (altra) tabella legislativa è prevista per illeciti del genere di quello di cui di discute e la tabella dell’art. 139 C.d.A. non è applicabile al di fuori dei casi espressamente previsti.

La sentenza integrale

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DÌ PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice Unico Dott. Gianluca Bordon ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I° Grado iscritta al ruolo al n. 7442/2011 R.G., promossa da R. G. (c.f.: ***), difesa dall’avvocato domiciliatario CLAUDIO CALVELLO con studio in VIA PREVITALI, 30, ABANO TERME

attore

contro

CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. (c.f.: ***), difesa dall’avvocato domiciliatario ***, con studio in VIA *** PADOVA

convenuto

OGGETTO: Responsabilità ex artt. 2049 – 2051 – 2052 c.c.

CONCLUSIONI DELL’ATTORE: voglia l’Ecc.mo Tribunale adito, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione respinta: – accogliere la domanda attorea e, per l’effetto, nel merito: visto l’esito della prova testimoniale, nonché dell’espletata ctu, in ordine alla quale si aderisce, dichiarare la responsabilità della Casa di Cura di Abano Terme S.p.A., ex art. 2051 c.c. o, in subordine ex art. 2043 c.c. e conseguentemente condannare la stessa – in persona del legale rappresentante pro tempore – al pagamento a favore della Sig.ra G. R. della somma complessiva di € 19.832,25= (di cui € 16.970,25 a titolo di danno biologico permanente e temporaneo, € 566,00 per spese mediche, € 2.296,00 per spese peritali di Ctu e Ctp) o in quella diversa maggiore o minore somma che dovesse venire accertata in corso di causa e da determinarsi, all’occorrenza, in via equitativa ex art. 1226 c.c., oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi. – con vittoria di spese e competenze di lite da distrarsi a norma dell’art. 93 c.p.c. a favore dell’Avv. Claudio Calvello quale procuratore antistatario nonché con sentenza munita della clausola di provvisoria esecuzione.

CONCLUSIONI DEL CONVENUTO: nel merito: rigettarsi le domande attrici siccome infondate in fatto ed in diritto e comunque perché non provate. In subordine: accertarsi e dichiararsi il prevalente concorso dell’attrice nella causazione dell’evento dannoso e liquidarsi i danni subiti dalla stessa secondo giustizia e in base alle effettive risultanze di causa. In via subordinata istruttoria: come da memorie ex art. 183 VI comma n. 2 e 3 c.p.c per quanto non già ammesso e/o espletato. In ogni caso: spese ed onorari di causa rifusi, compresi Iva, Cpa e rimborso forfettario spese generali.

MOTIVI DELLA DECISIONI

1. R. G. ha convenuto in giudizio Casa di Cura Abano Terme Polispecialistica e Termale s.p.a. per ottenere ex art. 2051 c.c. il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti in conseguenza di una caduta nel cortile della clinica, avvenuta alle ore 11,00 circa del 13 gennaio 2010. L’attrice ha allegato di essere inciampata all’interno del cortile “a causa di un insidioso dislivello presente sulla pavimentazione di mattonelle di porfido”. La casa di cura aveva omesso di provvedere ai lavori di manutenzione della pavimentazione, effettuati solo nelle immediate vicinanze del luogo della caduta. La documentazione fotografica a disposizione non rappresentava lo stato dei luoghi al momento del sinistro, risalendo al mese di luglio del 2011. All’epoca della caduta, sulla pavimentazione del cortile erano presenti profondi solchi di 2-3 centimetri tra una mattonella e l’altra.

2. Nel costituirsi in giudizio Casa di Cura Abano Terme Polispecialistica e Termale s.p.a., oltre a contestare la quantificazione dei danni, ha eccepito che la pavimentazione non presentava alterazioni tali da determinare un’insidia imprevedibile e invisibile. Non sussisteva la benché minima situazione di pericolo e la documentazione fotografica depositata dalla controparte non evidenziava dislivelli. I lavori di manutenzione della pavimentazione erano stati completati nel mese di novembre 2009, mentre una distinta area nelle vicinanze dell’ingresso, ove erano ancora in corso dei lavori, era adeguatamente transennata. In ogni caso, nella valutazione dei danni avrebbe dovuto tenersi conto del comportamento colposo della danneggiata.

3. Nel corso dell’istruttoria è stato escusso il teste oculare S. T., il responsabile dell’ufficio tecnico della Casa di Cura, N. C., e il responsabile della manutenzione e coordinamento del cantiere, M. C. È stato anche disposto un accertamento tecnico medico – legale affidato c.t.u. al dott. Stefano Faiferri (v. relazione 2 maggio 2013).

4. Il teste S. T. ha riferito che non conosceva l’attrice. Vedendola cadere, la soccorse, aiutandola a sedersi su una panchina. Nel cortile vi erano dei lavori che interessavano la pavimentazione: “la superficie del suolo era irregolare perché mancavano le fughe tra una mattonella e l’altra”. Non vide operai o materiale accatastato. La documentazione fotografica depositata dall’attrice non rappresenta lo stato dei luoghi al momento del fatto: “dalle fotografie risulta che le fughe sono state coperte nel punto in cui ho visto cadere l’attrice. Sono stata l’unica persona a intervenire per aiutare l’attrice. Il personale della causa di cura non ha visto la caduta. Non ricordo di aver visto transenne, cartelli o nastri di colore rosso e bianco. Non vi era proprio nulla” (v. verbale ud. 22 dicembre 2015). Gli ulteriori due testi escussi non assistettero alla caduta. N. C. ha riferito che i lavori di ripavimentazione del piazzale erano stati completati nel novembre 2009 e di non ricordare la presenza di dislivelli. M. C. ha sostenuto che sempre in quel periodo furono sistemate le “fughe”, con getti di cemento liquido tra le lastre di porfido. Nel gennaio 2010 vi erano ancora dei lavori in corso, ma non nelle immediate vicinanze della rampa.

5. Dall’accertamento medico-legale risulta che R. G. riportò la frattura del polso destro, con sofferenza del nervo mediano, produttiva di limitazioni funzionali e di sintomatologia parestesica sostenuta da un quadro di sindrome del tunnel carpale. La lesività è di origine traumatica e compatibile con la dinamica di accadimento dei fatti, documentata nell’immediatezza del fatto e appaiono rispettati tutti i criteri medico-legali per l’identificazione del nesso causale. Il quadro menomante concretizza un danno permanente, limitato al biologico, pari al 7%. Sulla scorta dei dati anamnestici e documentali, risulta esservi stato un periodo di danno biologico temporaneo parziale di 60 giorni al 75%, 30 giorni al 50%, 30 giorni al 25%. Il grado di sofferenza è da definirsi di media entità per i primi 60 giorni e di entità medio-lieve per i successivi 60 giorni, lieve nel cronico. Delle spese mediche documentate sono pertinenti e congrue le spese per accertamenti e trattamenti riabilitativi per la somma complessiva di euro 556,00.

6. L’art. 2051 c.c. prevede che ciascuno sia responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito. La norma non esige che la cosa in custodia sia suscettibile di produrre danni per sua natura, cioè per un suo intrinseco potere, in quanto, anche in relazione alle cose prive di un proprio “dinamismo”, sussiste il dovere di custodia e controllo. La Corte di Cassazione ha evidenziato che non ha rilievo agli effetti dell’art. 2051 c.c. la distinzione tra cose pericolose ed inerti, ben potendo anche queste ultime inserirsi in un complesso causale, produttivo di danno, in ordine al quale il legislatore ha inteso apprestare a favore del danneggiato una tutela rafforzata (cfr. Cass., sez. III, 5.12.08, n. 28811; Cass., sez. III 4.8.2005 n. 16373). Secondo il dominante orientamento giurisprudenziale la responsabilità per il danno cagionato da cose in custodia si fonda non su un comportamento o un’attività del custode, ma su una relazione (di custodia) intercorrente tra questi e la cosa dannosa. Ciò significa che solo il “fatto della cosa” è rilevante (e non il fatto dell’uomo) e che la responsabilità discende dal mero rapporto di custodia. L’unico limite è costituito dall’esistenza del caso fortuito, con la precisazione che detto limite non si identifica con l’assenza di colpa. Si tratta, quindi, di una responsabilità oggettiva. La diligenza del custode, se non è provato il fortuito, non è sufficiente per escludere la sua responsabilità (v. Cass., sez. III, 25.7.08, n. 20427). La responsabilità deriva non da un comportamento del responsabile, ma dalle modalità di causazione del danno. La rilevanza del fortuito attiene al profilo causale, in quanto suscettibile di una valutazione che consenta di ricondurre all’elemento esterno, anziché alla cosa che ne è fonte immediata, il danno concretamente verificatosi. Al danneggiato compete provare l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento lesivo, mentre il custode, per liberarsi dalla responsabilità, dovrà provare l’esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere quel nesso causale (v. Cass., sez. III, 30.10.08, n. 26051; Cass., sez. III, 11.1.05 n. 376), quale anche la condotta imprevista e imprevedibile della vittima (v. Cass., sez. III, 28.10.09, n. 22807) o di un terzo (v. Cass., sez. III, 7.10.08, n. 24755). Il fattore accertato potrebbe anche non essere sufficiente a interrompere il nesso di causalità, ma essere idoneo a giustificare un concorso di colpa ex art. 1227, I co. c.c. (v. Cass., sez. III, 8.5.08, n. 11227).

7. Il fatto storico è ricostruibile sulla base di un testimone della cui attendibilità non vi è motivo di dubitare, per l’assenza di legami con le parti in causa. Non altrettanto può affermarsi con riferimento ai testi introdotti dalla convenuta, per i ruoli ricoperti di responsabile dell’ufficio tecnico della clinica e di responsabile dei lavori di manutenzione. M. C. ha espressamente riconosciuto di aver controllato unitamente al D.L. nel novembre 2009 che i lavori fossero stati eseguiti a regola d’arte. Sarebbe stato suo compito rilevare eventuali irregolarità della pavimentazione e ha quindi tutto l’interesse a negare di non aver svolto diligentemente il proprio incarico. Non solo S. T. si presenta come persona più credibile per l’assenza d’interessi che potrebbero condizionare le sue risposte. Una delle fotografie depositate come documento 7 dall’attrice, rende abbastanza evidente che una particolare area del cortile sia stata interessata da quello che M. C. ha definito un getto di cemento liquido. Sembra esservi stato un intervento posticcio e temporalmente vicino allo scatto fotografico del luglio 2011, piuttosto che una rifinitura a regola d’arte risalente al novembre 2009. Alla domanda se lo stato dei luoghi sia stato modificato dopo il gennaio 2010, a dispetto delle dichiarazioni di N. C. e M. C., deve pertanto darsi risposta positiva. Lo afferma un teste soggettivamente credibile e la documentazione fotografica costituisce un valido riscontro alla sua deposizione.

8. È ravvisabile la responsabilità ex art. 2051 c.c. della struttura ospedaliera quale custode del bene perché la caduta appare ricollegabile a fessure o fughe fra i blocchi di porfido costituenti la pavimentazione del cortile. Che apprezzabili dislivelli dovessero essere livellati è facilmente comprensibile, considerando la specifica destinazione dell’immobile e l’utenza – anche non più giovane – che poteva frequentarlo. È vero che la documentazione depositata non evidenzia particolari fessure, ma a) due delle fotografie depositate come doc. 7 consentano di notare del materiale di colore chiaro – cemento liquido secondo M. C. – collocato fra i diversi blocchi di porfido; b) S. T. ha collocato la caduta in corrispondenza proprio di quel materiale; c) il teste ha precisato che lo stato dei luoghi è stato modificato rispetto al giorno dell’infortunio. L’art. 1227, I co. c.c. stabilisce che se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate. L’onere della prova è però a carico del debitore – danneggiante (cfr. Cass., sez. III, 31.10.14, n. 23148) e sul punto (v. comparsa di costituzione e risposta, fg. 4-6) nulla è stato tempestivamente allegato.

9. Le conclusioni dell’accertamento medico legale, congruamente motivate e immuni da vizi logici, non sono state poste in discussione da osservazioni dei consulenti nominati dalla parti (v. relazione 2.5.13, fg. 8) Ai fini della quantificazione del danno non patrimoniale, si applicano le Tabelle del Tribunale di Milano 2014, a cui è stata riconosciuta una vocazione nazionale da un’importante pronuncia di legittimità (Cass., sez. III, 7.6.11, n. 12408, Amatucci), utilizzate dall’ufficio giudiziario di Padova fin dal novembre 2009. Nessuna tabella legislativa è prevista per illeciti del genere di quello di cui di discute e la tabella dell’art. 139 C.d.A. non è applicabile al di fuori dei casi espressamente previsti. È noto che le Tabelle del Tribunale di Milano sono state elaborate proprio in considerazione dei principi espressi dalle sentenze delle sezioni unite del novembre 2008 (Cass., s.u., 11.11.08, 26972, 26973, 26974 e 26975). Esprimono valori medi standardizzati, e non minimi, rapportati alla gravità delle conseguenze dannose. Nessuna personalizzazione viene attuata per le considerazioni svolte dal consulente dott. Stefano Faiferri sul grado di sofferenza medio, medio-lieve e lieve nel cronico derivante dalle lesioni e per l’assenza di altre particolari allegazioni meritevoli di valorizzazione. Sulla base della consulenza tecnica d’ufficio, considerando che Rosanna Garofolin aveva all’epoca del sinistro 71 anni, il danno da invalidità permanente è stimabile in euro 9.968,00 e quello da invalidità temporanea in euro 6.480,00 (euro 4.320,00 + euro 1.440,00 + euro 720,00), per complessivi euro 16.448,00.

10. A titolo di danno patrimoniale sono valorizzabili le spese considerate necessarie o utili dal consulente medico legale, inerendo ad “accertamenti e trattamenti riabilitativi” e valutazioni medico legali antecedenti alla presente causa, pari complessivamente a euro 516,00. Prese in esame le osservazioni della difesa di parte convenuta, si esclude unicamente il rimborso del “certificato per assicurazione”, non essendo stata spiegata la pertinenza e utilità di tale esborso. Tra le spese rimborsabili, viene invece ricompresa anche quella relativa all’accertamento medico, costituendo tale accertamento una conseguenza normale e regolare del fatto illecito. Le spese sono rivalutabili secondo l’indice FOI dell’istat in euro 540,00.

11. il danno patrimoniale e non patrimoniale complessivo è quantificabile in moneta attuale in euro 16.998,00. Al creditore di un’obbligazione di valore spetta poi il risarcimento del danno ulteriore causato dal ritardato adempimento. Il principio per cui gli interessi possono essere attribuiti solo su domanda vale per le obbligazioni pecuniarie in senso stretto (Cass., sez. I, 17.5.05, n. 10354). La base del calcolo è costituita non dal credito in moneta attuale (v. Cass., s.u., 17.12.95, n. 1712), ma dal “coacervo” del credito originario via via rivalutato con periodicità annuale (alla data convenzionale del 31 dicembre di ciascun anno). Non è infatti consentito calcolare gli interessi sulle somme integralmente rivalutate dalla data del fatto illecito perché ciò comporterebbe una duplicazione delle voci risarcitorie. Al momento del deposito della sentenza l’obbligazione di valore si trasforma in obbligazione di valuta e produce altresì interessi legali fino al pagamento. L’indice da prendere in considerazione ai fini della rivalutazione è quello del costo della vita utilizzato dall’istat (indice FOI).

12. Le spese di c.t.u. e legali seguono la soccombenza di parte convenuta. Le spese legali vengono calcolate sulla base del D.M. 55/14. Si applicano i valori medi dello scaglione di riferimento. Non vi sono i presupposti per l’aumento del compenso ex art. 4, V co. D.M. 55/14, attesa la discrasia esistente fra le diverse deposizioni acquisite. L’avvocato Claudio Calvello ha chiesto in sede di precisazione delle conclusioni la distrazione delle spese in proprio favore. Alle spese legali vanno aggiunte quelle della difesa tecnica all’interno del processo, documentate dalla fattura 93/13 (doc. 11 att.) del dott. Francesco Munari.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunziando, rigettata ogni diversa domanda, istanza ed eccezione, così provvede:

a) condanna CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. al pagamento in favore di R. G. della somma di euro 16.998,00, oltre agli interessi al tasso legale dalla sentenza al saldo e agli interessi sulla predetta somma come devalutata al 13 gennaio 2010 e poi rivalutata di anno in anno sino alla sentenza;

b) pone le spese della c.t.u. medico-legale in via definitiva a carico di CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A.;

c) condanna CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. alla rifusione all’attrice delle spese di lite, liquidate nella somma di euro 5.049,00, di cui euro 214,00 per esborsi e il resto per compenso, oltre spese generali (15%), i.v.a., c.p.a. nonché euro 726,00 per rimborso spese del c.t.p.. Dispone la distrazione delle spese legali in favore dell’avvocato Claudio Calvello.

Padova, 13 maggio 2015

Il Giudice

dott. Gianluca Bordon

Tribunale di Padova, Giudice Bertola: sanzione esemplare per lite temeraria (quintuplo delle spese di lite)

Tribunale di Padova, Giudice Dott. Bertola, Sentenza del 10 marzo 2015

IL PRINCIPIO AFFERMATO DAL TRIBUNALE

Agire in giudizio deducendo l’usurarietà dei tassi applicati dalla banca sul presupposto della sommatoria tra interessi convenzionale ed interesse moratorio è giusto motivo per ritenere il dolo o la colpa grave ex art. 96, comma 3, c.p.c.

L’art. 96, comma 3, c.p.c.

Attraverso l’art. 96, comma 3, c.p.c., l’abuso del processo è rimesso alla valutazione discrezionale del Giudice che potrà d’ufficio, comminare un risarcimento a carico della parte “scorretta”. La responsabilità processuale aggravata di cui al terzo comma dell’art. 96 c.p.c., pur prescindendo dall’effettiva causazione di un danno a carico della parte risultata vittoriosa nel processo, richiede, in ogni caso, la sussistenza di un elemento soggettivo di colpevolezza in capo al soccombente il cui comportamento abbia travalicato la lealtà processuale a detrimento, quindi, della posizione della controparte che si vede vittima di ingiuste iniziative giudiziarie avversarie; e ciò quand’anche il comportamento della parte non sia informato a mala fede e/o colpa grave (come invece richiesto dal primo comma dell’art. 96). Non va trascurato il fatto che nessuna  richiesta giudiziale possa considerarsi abusiva a meno che non venga qualificata come infondata, essendo compito del giudice anche quello di accertare, nel merito, detta abusività (F. Toppetti, Il risarcimento del danno da lite temeraria”, Milano, 2014). Un esempio pratico di applicazione dell’ultimo comma dell’art. 96 c.p.c., è quello che segue.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale di Padova, in persona del Giudice Dott. Giorgioo bertola ha pronunciato, ex art. 281 sexies c.p.c., la seguente

SENTENZA

nella causa civile dì primo grado iscritta al n. r.g. omissis/2014 promossa da:

CLIENTI

ATTORI

contro

BANCA

CONVENUTA

Letti gli atti di causa;

viste le conclusioni delle parti, come precisate a verbale all’odierna udienza da aversi qui per integralmente riportate;

letto l’art. 281 sexies c.p.c.

OSSERVA

Gli attori hanno citato in giudizio la convenuta deducendo di aver stipulato un mutuo a tasso variabile per l’importo di euro 170.000,00 che prevedeva un tasso convenzionale del 3,50 mentre un tasso di mora pari al 5,50%.

Evidenziavano gli attori che al momento della stipula il tasso soglia usura fosse pari al 6,24%.

Deducevano gli attori che già dalle esposizioni di questi pochi valori si potesse evincere che il tasso pattuito fosse usurario fin dalla sua pattuizione e per corroborare questa fantasiosa deduzione affermavano che con la sentenza n. 350 del 2013 la Corte di Cassazione avesse affermato che, ai fini della verifica della usurari età dei tassi di interesse pattuiti, il tasso convenzionale ed il tasso di mora andassero sommati così che, se fosse vera questa deduzione, effettivamente il tasso da confrontare sarebbe pari al 9% (3,50 + 5,50) ovvero di molto superiore al tasso del 6,24 che rappresenta il tasso soglia.

Deduceva ancora che in seguito quel mutuo venne rinegoziato e trasformato da tasso variabile a tasso fisso con un tasso convenzionale pari al 5% ed uno di mora di 5 punti superiori al tasso nominale (tasso nominale che nel contratto viene quantificato nel 4,25%) “e quindi al 10%” (questo forse è un refuso dell’atto di citazione perché 5 + 4,25 fa ,25 e non 10) laddove il tasso soglia pro tempore vigente era pari al 9,45%. Nel corso delle memorie, ed invero in parte anche nell’atto di citazione, gli attori hanno fatto anche un generico riferimento anche alle ulteriori voci di spesa che, insieme ai tassi base, concorrerebbero a portare i tassi pattuiti oltre la soglia.

Sul punto visto che tale seconda deduzione è stata anche oggetto di specifica censura della convenuta, va osservato che in realtà gli attori non hanno particolarmente coltivato la doglianza che anche le spese collegate all’erogazione del credito concorressero a far superare il tasso convenzionale e moratorio il tasso soglia anche perché, vista l’impostazione data dagli attori alla causa, non era necessario spendere considerazioni sulle spese connesse all’erogazione del credito visto che la parte ha dedotto che i tassi di interessi da soli erano sufficienti a superare il tasso soglia.

Si è costituita la convenuta chiedendo il rigetto delle domande attoree.

La causa, documentale, è stata spedita in decisione senza attività istruttoria.

Va infatti osservato che, come risulta aritmeticamente dai valori esposti nella parte narrativa della presente decisione, sia il mutuo originario, che essendo a tasso variabile o ha tassi usurai fin dal suo sorgere oppure non può mai essere usurario visto che i suoi tassi salgono o scendono in base all’andamento degli indici di riferimento collocandosi sempre per definizione entro il tasso soglia, sia quello fisso rinegoziato, sono stati previsti con tassi, convenzionali e di mora, pacificamente e documentalmente entro la soglia.

L’unico modo per cui, sulla base delle deduzioni attoree dimesse nell’atto di citazione, quei due mutui potrebbero essere considerati ab origine usurari è se si ritenesse che la sentenza 350/2013 della cassazione abbia detto che al fine della verifica si debbano sommare il tasso convenzionale con quello moratorio.

Fortunatamente la Cassazione non ha mai detto una simile mostruosità poiché la citata decisione ha solo detto che il tasso di mora deve essere tenuto in conto ai fini della valutazione della usurarietà e ciò vuol dire che il Giudice deve verificare se, il tasso convenzionale e quello di mora singolarmente considerati, superino o meno il tasso soglia non potendosi accontentare di verificare il solo tasso convenzionale come era opinione isolata ma presente prima di quella decisione.

La deduzione spiegata nel corso delle memorie dagli attori per cui la parte vorrebbe far rientrare nel costo del mutuo anche tutta una serie di voci mai citate ed introdotte con l’atto di citazione, oltre ad essere metodologicamente sbagliata, è anche tardivamente allegata sicché non se ne può tenere alcun conto.

Alla luce delle superiori considerazioni le domande attore sono manifestamente infondate e vanno integralmente rigettate.

Sul comportamento processuale degli attori valgano le seguenti considerazioni: essi hanno agito in giudizio pur consapevoli di essere privi di qualsiasi prova delle loro asserzioni, ed un tanto si evince proprio dal fatto che le uniche doglianze che la parte ritiene di introdurre nel procedimento con il suo atto, sono relative a doglianze che non hanno trovato alcun riscontro probatorio poiché l’unica o comunque la principale doglianza era affidata al fatto che il tasso di interesse pattuito fin dal sorgere del rapporto fosse usurario ed un tanto la parte ha dedotto riferendo che la sentenza Cass. n. 350/2013 abbia detto che, ai fini della verifica se il tasso pattuito sia o meno usurario, gli interessi corrispettivi vadano sommati agli interessi moratori.

Tale deduzione è falsa, nel senso che la sentenza richiamata dalla parte non ha mai detto una simile assurdità, poiché, poiché quella decisione ha detto, al contrario, che gli interessi di mora vanno “tenuti in conto” ovvero che per valutare se le pattuizioni siano o meno legittime si debba verificare che sia gli interessi convenzionali che quelli di mora debbano essere al di sotto della soglia usura.

Che le due voci debbano essere sommate è invece fantasiosa deduzione della parte che non trova alcun riscontro nel testo della decisione e sostenere il contrario, ostinandosi a sostenerlo nonostante la precisa e puntuale presa di posizione della banca che ha fatto proprio tale deduzione nel costituirsi, è sintomo di ignoranza inescusabile del dettato normativo e dell’evoluzione della giurisprudenza in subiecta materia che viene citata a sproposito o di dolo processuale nel tentativo di indurre in errore il giudicante sul fatto che una certa sentenza della Suprema Corte abbia detto una cosa che in realtà non ha mai detto.

In entrambi i casi l’intera impostazione che la parte ha dato alla presente causa è sintomo di grave negligenza a fronte della totale vaghezza delle deduzioni dimesse, peraltro introdotte con atto fatto sostanzialmente in serie rispetto a tanti procedimenti similari, all’unico scopo di ottenere una CTU che sopperisca al vuoto argomentativo dell’atto di citazione.

Tale condotta processuale merita di essere opportunamente sanzionata ex art. 96 c.p.c. anche in considerazione del fatto che, tale modo di affrontare la materia bancaria, denota la volontà di creare un contenzioso seriale in questa materia che invece è estremamente tecnica e complessa e che, colpa anche la gravissima congiuntura economica che ha colpito famiglie e imprese, meriterebbe di essere trattata con diverso approccio processuale.

In punto di applicabilità della sanzione processuale per responsabilità aggravata va osservato che, tale comportamento, può essere sanzionato non solo su richiesta di parte, ma anche d’ufficio ex art. 986 c. 3 c.p.c., così come modificato dalla L. 69/09, in considerazione del fatto che con tale riforma il legislatore ha introdotto una forma di “punitive damages” in considerazione del danno arrecato al sistema giudiziario che, inteso nella sua complessità, è già gravato da milioni di procedimenti pendenti per cui, l’aggravamento del carico complessivo con procedimenti introdotti per finalità strumentali e dilatorie, è un comportamento abusivo che merita di essere adeguatamente sanzionato con il pagamento di una somma equitativamente individuata.

Tale risarcimento tende a ristorare, sia il danno arrecato alla parte ingiustamente coinvolta nel presente procedimento, sia il danno arrecato al sistema giudiziario nel suo complesso per aggravio di cause che, tutte insieme, concorrono a formare un numero di procedimenti che ormai da tempo superano quanto si possa esigere in termini di produttività da un singolo Giudice così che normalmente lo stesso sia impossibilitato a definire la totalità dei procedimenti gravanti sul suo ruolo entro i termini che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ritiene equi, ovvero tre anni dalla data di iscrizione a ruolo per un procedimento di primo grado così come recepito nel nostro ordinamento con la legge 89/2001 c.d. Legge Pinto in applicazione dell’art. 6 C.E.D.U., così da esporre, in ultima istanza, lo Stato Italiano a continue sanzioni pecuniarie per la durata irragionevole dei suoi procedimenti giudiziari.

Tutto ciò considerato sanzione equa, anche alla luce del principio di diritto espresso dalla Cass. Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 21570 del 30/11/2012, appare essere quella pari al quintuplo delle spese di lite liquidate ai sensi del DM 55/2014.

Le spese del presente procedimento seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo ai sensi del D.M. 55/2014 pubblicato nella G.U. del 02/04/2014 applicabile a questo procedimento giusto il disposto della norma transitoria contenuta nell’art. 28 del suddetto regolamento, così come stabilito anche da Cass. SSUU n. 17406/2012 del 25/09/2012, evidenziando in particolare che nella presente causa non si rinvengono specifici elementi di personalizzazione che giustifichino il discostarsi dai valori medi, ad eccezione che per una riduzione del 50% dei compensi per la fase istruttoria nella quale non sono state espletate prove orali, ma solo dimesse le memorie istruttorie e della fase decisoria a fronte dell’assenza del deposito delle comparse conclusionali.

P.Q.M.

Il Giudice, ogni diversa domanda ed eccezione reiette ed ogni ulteriore deduzione disattesa, definitivamente pronunciando,

1)      Rigetta le domande attoree perché manifestamente infondate;

2)      Condanna CLIENTI a rifondere a BANCA in persona del legale rappresentante pro tempore, le spese legali del presente procedimento che si liquidano in € 8.705,00 per compenso, oltre ad I.V.A., C.N.P.A. e al rimborso delle spese forfettarie sul compenso pari al 15% ex DM 55/2014;

3)      Condanna CLIENTI, a corrispondere a BANCA, in persona del legale rappresentante pro tempore, la capital somma di € 43,525,00 ex art. 96 comma 3 c.p.c.;

4)      Visto l’art. 52 D.Lgs. 196/2003, dispone che, in caso di diffusione della presente sentenza in qualsiasi forma, per finalità di informazione giuridica su riviste, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi degli interessati; Sentenza provvisoriamente esecutiva ex lege.

Così deciso in Padova, il 10 marzo 2015.

Tribunale di Padova, Giudice Bordon, appello, micropermanenti: l’accertamento strumentale non è condicio sine qua non

Trib. Padova Sez. II, Giudice Dott. Gianluca Bordon, Sentenza del 6 novembre 2014

Si segnala questa importante pronuncia per le osservazioni che il Giudice Gianluca Bordon svolge in accoglimento di una impugnazione avverso una sentenza emessa dal Giudice di Pace di Padova, Dr.ssa Venera Russo, la quale non aveva risarcito al danneggiato il danno da invalidità permanente ancorché fosse stato quantificato dal c.t.u. (e concordato con i rispettivi ccttpp) a seguito di un “accertamento clinico obiettivo”, nell’ordine del 2%. In particolare il Tribunale di Padova, dopo essersi preliminarmente soffermato sulla disposizione di cui all’art. 139 C.d.A. come novellato dalla L. n. 27 del 2012, ha espressamente statuito che il Giudice di Pace non avrebbe dovuto ritenere l’accertamento strumentale condicio sine qua non della risarcibilità del danno. Inoltre il Tribunale di Padova svolge ulteriori considerazioni in ordine alle spese di c.t.u. ed alle spese del giudizio: il G.d.P. aveva suddiviso tra le parti le prime mentre aveva compensato le seconde. Altrettanto interessante, infine, il “passaggio” del Giudice patavino sulla risarcibilità del danno morale alla luce della sentenza n. 235 del 2014 della Corte Costituzionale.

I PUNTI SALIENTI DELLA SENTENZA:

“A dispetto del diverso tenore letterale, le due norme sono sostanzialmente sovrapponibili, perché usano perifrasi per esprimere gli stessi concetti, e hanno la finalità d’individuare un criterio ermeneutico da utilizzarsi ai fini del riscontro dell’esistenza delle lesioni. […] Il legislatore richiama il medico e il giudice alla necessità di un accertamento rigoroso delle lesioni, ricordando che possono valorizzarsi ai fini risarcitori solo lesioni suscettibili di accertamento medico legale. Non è affatto necessario interpretare la novella nel senso di aver posto la legge contro la scienza medica e nemmeno nel senso che il legislatore abbia voluto determinare una modalità esclusiva nell’accertamento della lesione del danno alla salute. Un’interpretazione letterale delle diposizioni porterebbe a risultati non accettabili, perché escluderebbe, senza alcuna giustificazione, la risarcibilità di un danno alla persona effettivamente sussistente secondo la scienza medica. […] Per il risarcimento del danno biologico permanente la nuova disposizione richiede un “accertamento clinico strumentale obiettivo” […] Richiedere nell’accertamento di un danno la presenza di tutti e tre le caratteristiche contemporaneamente comporterebbe un risultato incongruo […] Un’interpretazione letterale della norma porterebbe dunque ad escludere il risarcimento di alcuni danni biologici, nonostante la scienza medica e la corretta applicazione metodologica valutativa medico legale non abbiano dubbi circa la loro effettiva esistenza. […] Del tutto analoghe sono le considerazioni che possono svilupparsi con riferimento a una lesione “visivamente o strumentalmente accertata” […] È sicuramente preferibile interpretare il termine, come accertamento a seguito di visita medica. La visita medica prevede l’ispezione, la palpazione, la percussione, l’auscultazione ed ogni altra attività che costituisce il bagaglio della semeiotica. Anche in questo caso un’interpretazione letterale del termine “visivamente”, rapportato esclusivamente al mero apprezzamento visivo, escluderebbe tutte le lesioni che di fatto sono comunque idoneamente accertabili. […] il Giudice di primo grado, non avendo ritenuto necessario disporre un nuovo accertamento con un nuovo consulente, avrebbe dovuto riconoscere l’esistenza di un danno da invalidità permanente. Non avrebbe dovuto ritenere l’ “accertamento strumentale” condicio sine qua non della risarcibilità del danno. Non solo. Anche ritenendo interpretare la disposizione – diversamente da quanto si sostiene – nel senso dell’indispensabilità di tale accertamento, avrebbe dovuto quantomeno chiedere chiarimenti al c.t.u. circa la possibilità di eseguire tale indagine prima di negare ogni tutela risarcitoria.”

“[…] la Corte Costituzionale, con sentenza 6-16 ottobre 2014, n. 235, nel richiamare i principi espressi dalle Sezioni Unite, ha ritenuto che l’art. 139 è aperto alla risarcibilità del danno morale, perché, ricorrendone i presupposti, è consentito avvalersi della possibilità d’incremento dell’ammontare del danno biologico “secondo la previsione e nei limiti” del terzo comma […]”

“[…] Il costo della consulenza indispensabile per riconoscere all’attore il danno biologico deve ricadere sulla parte che ha reso necessario l’accertamento.

Quanto alle spese di lite, esse avrebbero dovuto non essere compensate, ma calcolate sulla base del decisum. Solo se la compagnia avesse offerto un importo prossimo al danno effettivo, sarebbero stati ravvisabili, in una prospettiva deflattiva, i presupposti per una compensazione delle spese. […]”

LA SENTENZA INTEGRALE:

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Giudice dott. Gianluca Bordon, al termine della discussione, dando lettura in udienza ex art. 281 sexies c.p.c. del dispositivo e delle ragioni di fatto e di diritto della decisione, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di appello iscritta al ruolo al n. 4707/2014 R.G., promossa con atto di citazione notificato da

….., rappresentato e difeso dall’avvocato domiciliatario ……, con studio in ….

– appellante –

contro

…, rappresentato dall’avvocato domiciliatario …, con studio in …

– appellato –

OGGETTO: appello avverso la sentenza del Giudice di Pace di Padova del 3 aprile 2014, n. 396/14

CONCLUSIONI DELL’APPELLANTE: NEL MERITO: contrariis reiectis, riformarsi la sentenza di primo grado nel senso di condannare l’appellata a risarcire l’appellante di tutti i danni patiti e patiendi, nessuno escluso, che risulteranno di giustizia, compreso il danno biologico permanente, le spese mediche tutte e con le spese processuali (comprensive di ctu) di entrambi i gradi di giudizio rifusi; oltre a interessi legali dal di del dovuto al saldo. Spese e onorari rifusi.

CONCLUSIONI DELL’APPELLATO: rigettarsi l’appello proposto per tutti i motivi esposti e per l’effetto confermarsi la sentenza di primo grado

Motivi della decisione

1. Con sentenza del Giudice di Pace di Padova 3 aprile 2014, n. 396/14 … Assicurazioni s.p.a. – assicurazione del vettore – è stata condannata al pagamento in favore del trasportato …, a titolo di risarcimento del danno, della somma 669,35, già detratto l’acconto ricevuto. Le spese di c.t.u. sono state suddivise fra le parti e le spese del giudizio compensate.

2. Con l’atto di appello … ha chiesto che la sentenza sia riformata con riferimento a) al danno biologico permanente; b) le spese mediche e c) le spese processuali. Dopo aver premesso che oggetto del contenzioso era unicamente il quantum spettante al danneggiato a seguito del sinistro stradale dell’8 luglio 2012, l’appellante ha lamentato:

2.1 il mancato riconoscimento del danno da invalidità permanente perché non risultante da un esame strumentale, nonostante il c.t.u. avesse confermato l’esistenza di un danno biologico permanente del 2% sulla base dell’accertamento obiettivo compiuto;

2.2 il mancato riconoscimento – non motivato nella sentenza – delle spese mediche per visite ortopediche e fisioterapiche oggetto dei preavvisi di fattura …, per complessivi Euro 1.588,96;

2.3 di essere risultato totalmente vincitore. L’esigua differenza fra la somma spettante e quella già liquidata, oltre a essere errata, non giustificava la suddivisione delle spese dell’accertamento medico legale e la compensazione delle spese di c.t.u..

3. … Assicurazioni s.p.a. ha resistito all’ appello deducendo:

3.1 che il Giudice di Pace aveva correttamente interpretato e applicato l’art. 139 C.d.A. come novellato dalla L. n. 27 del 2012, ritenendo che non debbano più essere riconosciute quelle lesioni, per lo più frutto di allegazioni di sintomatologia dolorosa da ritenersi plausibili in fase iniziale, non aventi alla loro origine un vero e proprio rilievo clinico strumentale obiettivo che possa giustificare la permanenza nel tempo di una sintomatologia algico- disfunzionale;

3.2 che il mancato riconoscimento delle spese mediche trovava giustificazione nelle considerazioni del c.t.u. secondo cui a) erano stati presentati dei meri preavvisi di pagamento emessi da … s.a.s.; b) si trattava di prestazioni mediche attuabili in regime di convenzione. Secondo l’appellato non era stata presentata adeguata documentazione a sostegno degli esborsi sostenuti dal danneggiato;

3.3 che, nella sostanza, all’esito del giudizio era stato riconosciuta la somma di Euro 184,35 a ristoro dei danni fisici subiti, oltre alle spese di c.t.p. maturate in corso di causa. Giustamente il Giudice aveva operato una compensazione delle spese stante l’esigua differenza tra la somma spettante e quella liquidata, anche perché si trattava di un importo che ben avrebbe potuto essere quantificato e versato se la controparte avesse prestato la sua collaborazione.

4. Il motivo di appello relativo al danno da invalidità permanente è fondato. Appare necessario soffermarsi preliminarmente, tenuto conto delle argomentazioni sviluppate dalla compagnia di assicurazione, sulle due nuove disposizioni legislative introdotte in tema di lesioni di lieve entità.

4.1 La L. 24 marzo 2012, n. 27 sulla limitazione alla risarcibilità delle micro permanenti contiene disposizioni di carattere prettamente interpretativo riferibili rispettivamente al danno biologico permanente (art. 139, II co. C.d.A.: “… In ogni caso, le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente”) e al danno alla persona in genere (art. 32 co. III quater L. n. 27 del 2012:”‘Il danno alla persona per lesioni di lieve entità di cui all’articolo 139 del D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, è risarcito solo a seguito di riscontro medico legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione”) e quindi, di fatto, al danno biologico temporaneo. A dispetto del diverso tenore letterale, le due norme sono sostanzialmente sovrapponibili, perché usano perifrasi per esprimere gli stessi concetti, e hanno la finalità d’individuare un criterio ermeneutico da utilizzarsi ai fini del riscontro dell’esistenza delle lesioni. L’intento del legislatore, quale risulta anche dalla relazione illustrativa della novella, è evitare risarcimenti in caso di effetti lesivi “meramente soggettivi” e cioè solo riferiti dal paziente e non obiettivamente constatabili, per scongiurare eventuali speculazioni del danneggiato. Il legislatore richiama il medico e il giudice alla necessità di un accertamento rigoroso delle lesioni, ricordando che possono valorizzarsi ai fini risarcitori solo lesioni suscettibili di accertamento medico legale. Non è affatto necessario interpretare la novella nel senso di aver posto la legge contro la scienza medica e nemmeno nel senso che il legislatore abbia voluto determinare una modalità esclusiva nell’accertamento della lesione del danno alla salute. Un’interpretazione letterale delle diposizioni porterebbe a risultati non accettabili, perché escluderebbe, senza alcuna giustificazione, la risarcibilità di un danno alla persona effettivamente sussistente secondo la scienza medica. Legiferare intorno alle regole risarcitorie da utilizzare ai fini della quantificazione del danno è ben diverso dall’escludere tout court la risarcibilità di taluni danni alla persona, anche se di modesta entità. Una lesione che determina postumi permanenti – appare necessario rimarcare – costituisce un pregiudizio sufficientemente serio da essere meritevole di tutela, anche in un sistema che impone alla vittima un grado minimo di tolleranza. Il diritto alla salute è sicuramente inciso oltre la soglia minima: non si discute del graffio superficiale dell’epidermide, del mal di testa di una sola mattina o altri danni così poco offensivi da non rendere necessario un risarcimento. Nella sentenza della Corte di Giustizia dell’U.E. 23 gennaio 2014, nella causa C371/12, si afferma che, allorché una normativa nazionale non ha l’effetto di escludere d’ufficio o di limitare in maniera sproporzionata il diritto della vittima a beneficiare di un risarcimento, le direttive volte al riavvicinamento delle legislazioni nazionali in materia di assicurazione della R.C. non ostano né ad una legislazione che impone ai giudici nazionali criteri vincolanti per la determinazione dei danni morali né a sistemi specifici, adeguati alle particolarità dei sinistri stradali ancorché tali sistemi comportino, per alcuni danni morali causati da sinistri stradali, un metodo di determinazione della portata del diritto al risarcimento meno favorevole rispetto agli altri incidenti. Il presupposto è dunque che la legislazione nazionale non escluda il diritto al risarcimento per talune tipologie di danno e quindi non lasci la vittima priva di tutela. L’eventuale introduzione di un vuoto di tutela nel risarcimento del danno alla salute comporterebbe seri problemi di compatibilità con il diritto fondamentale tutelato dall’art. 32 Cost. Rispettato il principio dell’integralità del risarcimento, va invece riconosciuto al legislatore il potere di fissare limiti indennitari in settori, come in materia assicurativa o di responsabilità sanitaria, aventi particolare rilievo sociale per i costi collettivi che determinano.

4.2 Per il risarcimento del danno biologico permanente la nuova disposizione richiede un “accertamento clinico strumentale obiettivo”. Per “clinico” s’intende qualcosa relativo alla clinica medica. La clinica è la parte della medicina che studia le manifestazioni morbose delle malattie mediante l’osservazione diretta dei singoli pazienti. Clinico sarebbe ciò che è affermabile secondo conoscenze scientifiche ed esperienza medica. “Strumentale” significa che si esegue mediante strumenti. Il termine “obiettivo” si riferisce a un’osservazione diretta del malato tramite palpazione, auscultazione o altre attività del medico. Richiedere nell’accertamento di un danno la presenza di tutti e tre le caratteristiche contemporaneamente comporterebbe un risultato incongruo. Un trauma cervicale può esprimersi dal punto di vista obiettivo con una contrattura muscolare, che è certamente evidenziabile clinicamente, ma non necessita di accertamento strumentale perché, dal punto di vista terapeutico non vi è nessuna utilità a dimostrare, strumentalmente, ciò che è clinicamente evidente. Talune malattie si estrinsecano con delle alterazioni strumentali, ma non sono rilevabili clinicamente o obiettivamente: un trauma cranico con microlesione encefalica che dà luogo ad un focolaio epilettogeno, produce sintomatologia di tipo temporale, non crisi generalizzate, che nessuno vede e solo il paziente riferisce. In questo caso la patologia non è dimostrabile né clinicamente, né all’esame obiettivo: è solo dimostrabile strumentalmente attraverso un’alterazione dell’EEG. I disturbi psico-reattivi non sono dimostrabili strumentalmente, ma solo ricorrendo alla clinica. Analogamente le lesioni sensoriali trovano di regola esclusivo riscontro clinico e, ben difficilmente, tranne indagini estremamente complesse, possono avere un riscontro strumentale. Un’interpretazione letterale della norma porterebbe dunque ad escludere il risarcimento di alcuni danni biologici, nonostante la scienza medica e la corretta applicazione metodologica valutativa medico legale non abbiano dubbi circa la loro effettiva esistenza.

4.3 Del tutto analoghe sono le considerazioni che possono svilupparsi con riferimento a una lesione “visivamente o strumentalmente accertata”. Il termine “visivamente” significa percepibile per mezzo della vista. “Strumentalmente” allude a uno strumento o dispositivo atto al compimento di determinate operazioni. “Visita medica” deriva dalla stessa radice semantica dell’avverbio “visivamente”. È sicuramente preferibile interpretare il termine, come accertamento a seguito di visita medica. La visita medica prevede l’ispezione, la palpazione, la percussione, l’auscultazione ed ogni altra attività che costituisce il bagaglio della semeiotica. Anche in questo caso un’interpretazione letterale del termine “visivamente”, rapportato esclusivamente al mero apprezzamento visivo, escluderebbe tutte le lesioni che di fatto sono comunque idoneamente accertabili. Non sarebbe visivamente accertabile una lussazione di spalla autoridotta e non lo sarebbe nemmeno strumentalmente. Un trauma cranico commotivo, se non è stato visto in condizioni di perdita di conoscenza nell’immediatezza dell’evento, non è diagnosticabile né visivamente, né strumentalmente. L’accertamento strumentale può essere utilizzato nei casi di dubbia interpretazione ai fini del riconoscimento della lesione biologica. Deve poter comunque essere sufficiente anche un dato clinico obiettivo purché scientificamente compatibile e adeguatamente connesso all’evento lesivo.

5. Nel caso in esame il c.t.u. dr.ssa C. F. si era confrontata con le esigenze sottese alla novella del 2012 e aveva concluso nel senso che il danno biologico permanente riferibile “alla distorsione del rachide cervicale e alla concussione del passaggio cervico-dorsale”, attestabile nell’ordine del 2%, risultasse da un “accertamento clinico obiettivo” (v. relazione 23.12.13, ultimo foglio). Richiesta di chiarimenti (v. nota integrativa 20 gennaio 2014), il consulente nominato dall’ufficio aveva evidenziato:

– che in sede di operazioni peritali il c.t.p. della compagnia di assicurazione dr.ssa M.L. aveva in realtà concordato per una quantificazione nel 2% dell’invalidità permanente (fg. 3);

– di essere giunta alla conclusione di un trama distorsivo del rachide cervicale dopo un ragionamento clinico e una diagnosi differenziale. Stessa valutazione avevano espresso il medico del pronto soccorso, che aveva avuto la possibilità di visitare il paziente un’ora dopo il sinistro stradale, il medico curante e l’ortopedico all’esito della visita del 26 luglio 2012. Anche nelle relazioni entrambi i c.t.p. avevano fatto menzione della diagnosi di distorsione del rachide cervicale;

– che “la menomazione, riduzione della funzionalità del rachide cervicale, algia cervicale e segni muscoloscheletrici, presenza di punti di dolorabilità e riduzione dell’articolarità ai massimi gradi di estensione, rotazione, inclinazione e flessione del capo evocati sia con movimenti passivi che con movimenti attivi, depone per esito di distorsione del rachide cervicale, quindi se c’è una menomazione è presente anche una lesione, mentre se è presente una lesione non è detto che ci sia una menomazione … . Il danno biologico permanente risulta da accertamento clinico obiettivo con diagnosi differenziale grazie alla radiografia del tratto cervicale e del tratto dorsale effettuata in PS a poche ore dall’incidente occorso” (fg. 5)

Alla luce di tali considerazioni medico legali, prive di contraddizioni e immuni da vizi logici, il Giudice di primo grado, non avendo ritenuto necessario disporre un nuovo accertamento con un nuovo consulente, avrebbe dovuto riconoscere l’esistenza di un danno da invalidità permanente. Non avrebbe dovuto ritenere l’ “accertamento strumentale” condicio sine qua non della risarcibilità del danno. Non solo. Anche ritenendo interpretare la disposizione – diversamente da quanto si sostiene – nel senso dell’indispensabilità di tale accertamento, avrebbe dovuto quantomeno chiedere chiarimenti al c.t.u. circa la possibilità di eseguire tale indagine prima di negare ogni tutela risarcitoria.

6. L’art. 139 C.d.A. disciplina la liquidazione dei danni alla salute che hanno prodotto postumi, come nel caso in esame, in misura non superiore al 9% d’invalidità permanente (c.d. micro permanenti). Deve tenersi presente che a decorrere dal mese di aprile del 2014, ai sensi dell’art. 1 del D.M. 20 giugno 2014, il valore del primo punto di invalidità è pari ad Euro 795,91 e ogni giorno di invalidità assoluta corrisponde ad Euro 46,43. Il valore del punto da porre a base della liquidazione è il valore vigente al momento della liquidazione e non all’epoca del sinistro, giacché il risarcimento deve avvenire secondo le regole attuali. Considerando che … aveva 41 anni all’epoca del sinistro e che ha patito un’invalidità del 2 %, il risarcimento da liquidare a titolo di danno biologico da invalidità permanente, una volta applicati i coefficienti dell’art. 139 cit., è pari a Euro 1.456,21. Per l’art. 139, III co. C.d.A. l’ammontare del danno biologico risultante dall’applicazione automatica dei criteri legali “può essere aumentato dal giudice in misura non superiore ad un quinto, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato”. Appare opportuno evidenziare che l’art. 139 è entrato in vigore in un momento storico in cui la giurisprudenza consolidata teneva ben distinti il danno biologico e il danno morale e quindi veniva dato per scontato che i limiti risarcitori normativamente previsti si riferissero al solo danno biologico in senso stretto (o danno alla salute) e non anche al danno morale. La giurisprudenza maggioritaria afferma che l’art. 139 C.d.A. deve essere applicato in linea con i principi riconosciuti dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel novembre 2008 (Cass., s.u., 11.11.08, 26972, 26973, 26974 e 26975), con un aumento dell’importo tabellarmente individuabile non superiore al quinto: il tetto normativo del III comma dell’art. 139 non riguarda la sola componente biologica, ma l’insieme delle conseguenze non patrimoniali (cfr. Cass., sez. III, 7.6.11, n. 12408). Da ultimo, la Corte Costituzionale, con sentenza 6-16 ottobre 2014, n. 235, nel richiamare i principi espressi dalle Sezioni Unite, ha ritenuto che l’art. 139 è aperto alla risarcibilità del danno morale, perché, ricorrendone i presupposti, è consentito avvalersi della possibilità d’incremento dell’ammontare del danno biologico “secondo la previsione e nei limiti” del terzo comma. Il Giudice delle Leggi, a fronte di una lamentata violazione dell’art. 3 Cost., ha riconosciuto la legittimità costituzionale del meccanismo standard di quantificazione del danno previsto per le lesioni di lieve entità e ha evidenziato che la tutela risarcitoria dei danneggiati da sinistro stradale è in realtà – grazie alla copertura assicurativa obbligatoria – più incisiva e sicura rispetto a quella prevista per i danneggiati in conseguenza di eventi diversi. Non s’ignora che secondo un diverso orientamento giurisprudenziale le norme di cui agli artt. 138 e 139 C.d.A. non consentono una lettura diversa da quella che predica la separazione tra i criteri di liquidazione del danno biologico in esse codificati e quelli funzionali al riconoscimento del danno morale: in altri termini, le due norme muoverebbero dal presupposto della “non continenza”, non soltanto ontologica, nel sintagma “danno biologico” anche del danno morale (Cass., sez. III, 3.10.13, n. 25585). Entrambi gli orientamenti richiamati concordano in ogni caso sulla necessità che il danno non patrimoniale sia da considerare un danno-conseguenza che debba essere adeguatamente allegato e provato. Se la personalizzazione del danno non può mai avvenire in via automatica, deve prendersi atto che l’attore non aveva affatto indicato le ragioni per cui nel caso in esame avrebbe dovuto procedersi a una personalizzazione del valore standard tabellare.

7. La richiesta della riforma della sentenza in punto spese mediche deve essere rigettata. Dalla lettura dello scarno atto di citazione 17.5.13 poteva desumersi esclusivamente l’esistenza di un danno non patrimoniale conseguente alle lesioni fisiche sofferte (v. atto di citazione, fg. 1: “il deducente riportava lesioni fisiche …”). Nessun riferimento all’esistenza di un danno patrimoniale per spese mediche compare né nell’atto introduttivo né nella memoria autorizzata 11.10.13. Nel caso di specie mancava, pertanto, l’indispensabile allegazione di un danno patrimoniale. Si aggiunga che l’attore non aveva fornito alcuna giustificazione per non essere ricorso alle prestazioni del servizio sanitario nazionale e che la scelta di avvalersi di una struttura privata non convenzionata non appare di per sé comprensibile alla luce delle lievi e comuni lesioni conseguite al modesto sinistro stradale.

8. Il danno complessivo, tenuto conto di quanto statuito con la pronuncia di primo grado, viene pertanto rideterminato nella som ma di Euro 2.125,56 (Euro 669,35 + Euro 1.456,21), già detratto l’importo corrisposto di Euro 1.051,65 iva compresa e a presentazione di regolare fattura del CTP (cfr. dispositivo della sentenza appellata). Rispetto alle statuizioni del Giudice di Pace, l’importo della condanna è aumentato alla luce del riconoscimento del danno da invalidità permanente.

9. Con il riconoscimento di un danno da invalidità permanente viene meno la ragione che aveva giustificato, nella logica della decisione del giudice di prima cure, una suddivisione fra le parti delle spese della consulenza tecnica d’ufficio e una compensazione delle spese di lite. Il costo della consulenza indispensabile per riconoscere all’attore il danno biologico deve ricadere sulla parte che ha reso necessario l’accertamento. Quanto alle spese di lite, esse avrebbero dovuto non essere compensate, ma calcolate sulla base del decisum. Solo se la compagnia avesse offerto un importo prossimo al danno effettivo, sarebbero stati ravvisabili, in una prospettiva deflattiva, i presupposti per una compensazione delle spese. Le spese processuali, liquidate come da dispositivo sulla base del D.M. 10 marzo 2014, n. 55, seguono pertanto la soccombenza della compagnia di assicurazione in entrambi i gradi di giudizio. Tanto per il giudizio di primo grado, che per quello di appello il contenuto degli atti difensivi – per il giudizio di secondo grado anche la discussione meramente orale della causa – giustificano dei compensi inferiori a valori medi dello scaglione di riferimento.

P.Q.M.

Il Tribunale di Padova, definitivamente decidendo sull’appello proposto da … contro … ASSICURAZIONI S.P.A. avverso la sentenza del Giudice di Pace di Padova 3 aprile 2014, n. 396/14, accoglie il gravame nei limiti indicati in motivazione e per l’effetto, in parziale riforma della sentenza impugnata:

a) accerta che il credito risarcitorio di … a titolo di danno da invalidità permanente è pari alla somma di Euro 1.456,21 e per l’effetto condanna … ASSICURAZIONI S.P.A. al pagamento in favore dell’appellante della somma complessiva di Euro 2.125,56 (già detratto l’importo corrisposto di Euro 1.051,65) iva compresa e a presentazione di regolare fattura del C.T.P.;

b) pone le spese della consulenza tecnica d’ufficio medico-legale svolta nel giudizio di primo grado interamente a carico di … ASSICURAZIONI S.P.A.;

c) condanna … ASSICURAZIONI S.P.A. alla rifusione in favore dell’appellante … delle spese processuali, liquidate per il giudizio di primo grado in complessivi Euro 1.072,00, di cui Euro 100,00 per esborsi e il resto per compensi, oltre spese generali (15%), iva e cpa e per il giudizio di secondo grado in complessivi Euro 1.748,00, di cui Euro 128,00 per esborsi e il resto per compensi, oltre spese generali (15%), iva e cpa.

È verbale, ore 17,15

Così deciso in Padova, il 6 novembre 2014.

Depositata in Cancelleria il 6 novembre 2014.