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Lite temeraria: l’avvocato deve fare da primo filtro valutativo! (Cass. civ., ord. n. 15209/18)

Cass. civ. Sez. III, Ord., (ud. 05-04-2018) 12-06-2018, n. 15209

È chiaro che questa ordinanza emessa Terza Sezione della Corte di Cassazione pone a carico di noi avvocati un ulteriore onere ben capace di rilevare anche sotto il profilo della responsabilità professionale. Dobbiamo quindi stare molto attenti a patrocinare cause perse o, come stigmatizzano gli Ermellini a proporre ricorsi per cassazione su motivi manifestamente incoerenti. Ovviamente la Cassazione non ci sta dicendo che dobbiamo patrocinare solo cause vinte: l’incoerenza o l’infondatezza nei nostri ricorsi ci può, in qualche modo, ancora starci, sol che non sia MANIFESTA e tale quindi da concretizzarsi in “una condotta oggettivamente valutabile alla stregua di abuso del processo”, come aver agito o resistito “nell’evidenza di non poter vantare alcuna plausibile ragione”. Ciò precisato la Corte ci affida un compito molto importante e, oserei dire, anche molto responsabilizzante (nei confronti dei nostri Clienti e dell’Amministrazione della Giustizia), sottolineando che “il primo filtro valutativo – rispetto alle azioni ed ai rimedi da promuovere – è affidato alla prudenza del ceto forense coniugata con il principio di responsabilità delle parti.”. A ben vedere, il fine assolutamente condivisibile, è semplicemente quello “di evitare la dispersione delle risorse per la giurisdizione e consentire quindi l’accesso alla tutela giudiziaria dei soggetti meritevoli”. (C.C.)

L’ORDINANZA

(Omissis)

Svolgimento del processo

Che:

1. D.C. ricorre, affidandosi a tre motivi illustrati anche con memoria, per la cassazione della sentenza del Tribunale di Parma che, confermando la pronuncia del giudice di pace, aveva respinto la domanda da lui avanzata nei confronti della società Istituti di Vigilanza Riuniti Spa perchè fosse dichiarato l’inadempimento del servizio di trasporto e custodia valori di due assegni del quale la società era stata incaricata e la non debenza delle spese del secondo viaggio effettuato, oltre alla condanna al risarcimento dei danni subiti.

2. L’intimata ha resistito con controricorso e memoria.

Il PG ha presentato conclusioni scritte.

Motivi della decisione

che:

1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce ex art. 360 c.p.c., n. 3 “la violazione e falsa applicazione degli artt. 1681 e 1686 c.c. circa l’errata valutazione in ordine agli elementi istruttori”: assume che il Tribunale di Parma aveva erroneamente vagliato la circostanza che il secondo viaggio per Taranto non era stato da lui autorizzato; e che il giudice d’appello aveva fondato la propria motivazione sulle superficiali argomentazioni del giudice di pace.

Il motivo è inammissibile.

Si osserva, infatti, che la rubrica risulta incoerente in quanto contemporaneamente al vizio di violazione di legge, viene denunciata dal ricorrente l’errata valutazione delle prove: poichè il giudizio di legittimità si fonda sulla critica necessariamente vincolata della sentenza impugnata (cfr. ex multis Cass. 18202/2008; Cass. 19959/2014; Cass. 25332/2014; Cass. 1479/2018), il “doppio binario” percorso rende il motivo privo di specificità e maschera una sostanziale richiesta di rivalutazione del merito della controversia, già esaustivamente affrontata dal Tribunale che condividendo le motivazioni della sentenza impugnata, ha argomentato in modo congruo lo sviluppo degli avvenimenti e le ragioni che hanno spinto la società di trasporti a compiere il secondo viaggio.

2. Con la seconda censura la ricorrente deduce, ex 360 c.p.c., n. 3, la violazione degli artt. 1692 e 1713 c.c.: assume che il Tribunale aveva erroneamente valutato il contratto di trasporto e la pattuizione negoziale accessoria in esso inserita, rientrante nello schema del mandato comprensiva della riscossione e consegna dell’assegno oggetto della prestazione.

Il motivo è inammissibile per mancanza di autosufficienza, risultando violato l’art. 366 c.p.c., nn. 6 e 4.

Il collegio osserva, infatti, che la “pattuizione negoziale accessoria” richiamata dal ricorrente non è stata affatto riportata nel ricorso nè è stata indicata la sede processuale in cui essa può essere rinvenuta (cfr. Cass. 22607/2014); inoltre, la critica è totalmente generica in relazione alle argomentazioni spese dal Tribunale di Parma rispetto all’impossibilità di ritirare l’assegno di Euro 300.000,00 (v. pag. 2 della sentenza), non essendo stato evidenziato in modo coerente con le premesse quale dissenso sia posto a fondamento della censura formulata.

3. Con il terzo motivo, infine, il ricorrente deduce, ex art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., degli artt. 24 e 111 Cost. e dell’art. 6 CEDU “in relazione alla mancata compensazione delle spese”.

Lamenta che il Tribunale di Parma non aveva affatto motivato la propria decisione di condanna non fornendo alcuna plausibile spiegazione correlata anche alla vicenda esaminata e violando, in tal modo, le norme costituzionali e sovranazionali richiamate, poste a presidio del diritto al libero accesso alla giustizia.

Il motivo è manifestamente infondato in quanto la condanna alle spese conseguente alla soccombenza costituisce la regola generale sancita dall’art. 91 c.p.c. e non necessita di alcuna motivazione.

Questa Corte, con orientamento ormai consolidato ha chiarito che “in tema di spese processuali, solo la compensazione dev’essere sorretta da motivazione, e non già l’applicazione della regola della soccombenza cui il giudice si sia uniformato, atteso che il vizio motivazionale ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ove ipotizzato, sarebbe relativo a circostanze discrezionalmente valutabili e, perciò, non costituenti punti decisivi idonei a determinare una decisione diversa da quella assunta” (cfr. Cass. 2730/2012).

4. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

5. Ricorrono, inoltre, i presupposti di cui all’art. 96 c.p.c., u.c..

Questa Corte ha recentemente riesaminato la questione relativa alla funzione sanzionatoria della condanna per lite temeraria prevista dalla norma richiamata, in relazione sia alla necessità di contenere il fenomeno dell’abuso del processo sia alla evoluzione della fattispecie dei “danni punitivi” che ha progressivamente fatto ingresso nel nostro ordinamento.

Al riguardo, è stato affermato che “la condanna ex art. 96 c.p.c., comma 3, applicabile d’ufficio in tutti i casi di soccombenza, configura una sanzione di carattere pubblicistico, autonoma ed indipendente rispetto alle ipotesi di responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c., commi 1 e 2, e con queste cumulabile, volta al contenimento dell’abuso dello strumento processuale; la sua applicazione, pertanto, non richiede, quale elemento costitutivo della fattispecie, il riscontro dell’elemento soggettivo del dolo o della colpa grave, bensì di una condotta oggettivamente valutabile alla stregua di “abuso del processo”, quale l’aver agito o resistito pretestuosamente (Cass. 27623/2017) e cioè nell’evidenza di non poter vantare alcuna plausibile ragione.

Tale pronuncia è stata preceduta da un altro fondamentale arresto volto a valorizzare la sanzione prevista dalla norma, secondo il quale “nel vigente ordinamento, alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, poichè sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile, sicchè non è ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto, di origine statunitense, dei “risarcimenti punitivi” (Cass. SS.UU 16601/2017): nella motivazione della sentenza richiamata, l’art. 96 c.p.c., u.c. è stato inserito nell’elenco delle fattispecie rinvenibili, nel nostro sistema, con funzione di deterrenza.

In relazione a ciò, va ribadito, a mero titolo esemplificativo, che ai fini della condanna ex art. 96 c.p.c., comma 3, può costituire abuso del diritto all’impugnazione la proposizione di un ricorso per cassazione basato su motivi manifestamente incoerenti con il contenuto della sentenza impugnata, o completamente privo di autosufficienza oppure contenente una mera complessiva richiesta di rivalutazione nel merito della controversia, oppure fondato sulla deduzione del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, ove sia applicabile, ratione temporis, l’art. 348 ter c.p.c., u.c. che ne esclude la invocabilità.

In tali ipotesi, il ricorso per cassazione integra un ingiustificato sviamento del sistema giurisdizionale, essendo non già finalizzato alla tutela dei diritti ed alla risposta alle istanze di giustizia, ma destinato soltanto ad aumentare il volume del contenzioso e, conseguentemente, a ostacolare la ragionevole durata dei processi pendenti ed il corretto impiego delle risorse necessarie per il buon andamento della giurisdizione.

Nel caso in esame, le censure contenute nel ricorso – le prime due inammissibili per violazione del principio di autosufficienza e la terza manifestamente infondata – devono ritenersi gravemente erronee e non compatibili con un quadro ordinamentale che, da una parte, deve universalmente garantire l’accesso alla giustizia ed alla tutela dei diritti (cfr. art. 6 CEDU) e, dall’altra, deve tener conto del principio costituzionalizzato della ragionevole durata del processo (art. 111 Cost.) e della necessità di creare strumenti dissuasivi rispetto ad azioni meramente dilatorie e defatigatorie: in tale contesto questa Corte intende valorizzare la sanzionabilità dell’abuso dello strumento giudiziario (Cass. n. 10177 del 2015), proprio al fine di evitare la dispersione delle risorse per la giurisdizione (cfr Cass. SS.UU. 12310/2015 in motivazione) e consentire l’accesso alla tutela giudiziaria dei soggetti meritevoli e dei diritti violati, per il quale, nella giustizia civile, il primo filtro valutativo – rispetto alle azioni ed ai rimedi da promuovere – è affidato alla prudenza del ceto forense coniugata con il principio di responsabilità delle parti.

6. Deve pertanto concludersi per la condanna del ricorrente, d’ufficio, al pagamento in favore della controparte, in aggiunta alle spese di lite, di una somma equitativamente determinata, in termini di proporzionalità, in Euro 3000,00 (cfr. Cass. SU 16601/2017 sopra richiamata).

7. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto, a norma del comma ibis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

La Corte, rigetta ricorso.

Condanna il ricorrente alle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 1800,00 per compensi, oltre accessori e rimborso forfettario spese generali nella misura di legge.

Condanna altresì il ricorrente, ex art. 96 c.p.c., u.c., a corrispondere agli Istituti di Vigilanza Riuniti d’Italia Spa la somma di Euro 3000,00.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 5 aprile 2018.

Depositato in Cancelleria il 12 giugno 2018.

 

Trib. di Milano, decreto 24.06.15: Spese di lite aumentate fino a un terzo se la domanda è manifestamente fondata

Trib. Milano, sez. IX civ., decreto 24 giugno 2015 (Pres. Canali, rel. Buffone)

I PRICIPI ENUNCIATI DAL TRIBUNALE DI MILANO

Le spese processuali possono essere incrementate nella misura di 1/3, ai sensi dell’art. 4, comma 8 del D.M. n. 55 del 2014, nel caso in cui le difese della parte vittoriosa siano risultate manifestamente fondate (c.d. soccombenza qualificata).

Poichè la lite è stata introdotta con grave imprudenza (la circostanza che costituirebbe sopravvenienza era stata espressamente considerata dal giudice della separazione), l’azione di revisione, pertanto, deve ritenersi viziata da responsabilità processuale aggravata con conseguenza ulteriore condanna ex officio, ai sensi dell’art. 96 comma III c.p.c..

IL PROVVEDIMENTO

Dr. Olindo Canali Presidente

Dr.ssa Rosa Muscio Giudice

Dr. Giuseppe Buffone Giudice rel. in Camera di Consiglio in data 24 giugno 2015 nel procedimento iscritto al n. .. dell’anno 2014, …..

rilevato

che, tenuto conto dell’età di .. (6 anni appena compiuti), va esclusa l’audizione del minore, poiché la tenera età (ben al di sotto dell’indice anagrafico presuntivo di cui all’art. 336-bis c.c.) sconsiglia il suo coinvolgimento in Tribunale, tenuto anche conto del fatto che si tratta di un procedimento di revisione ex art. 710 c.p.c. che riguarda solo questioni economiche,

rilevato

che il Tribunale di Milano, con sentenza n. .. del 16 aprile 2014, pubblicata il 30 maggio 2014, ha pronunciato la separazione personale delle parti, regolando l’esercizio della responsabilità genitoriale, ponendo a carico del padre il mantenimento del figlio per euro 1500 oltre il concorso nelle spese extra al 50%;

rilevato

che, con ricorso depositato appena 7 mesi dopo la sentenza, il .. ha richiesta la modifica della sentenza allegando le seguenti circostanze: con verbale di conciliazione del 24 febbraio 2014, egli sarebbe stato rimosso dalla qualifica dirigenziale e dal 4 marzo 2014 sarebbe stato reinquadrato con variazione in pejus del reddito; inoltre, la .. avrebbe migliorato la sua situazione passando da un part-time al full-time;

ritenuto

che, il ricorso sia manifestamente infondato in quanto il ricorrente non ha affatto provato il presupposto giustificativo del diritto alla revisione che richiede la dimostrazione di due distinti elementi: 1) l’insorgere di “nuove” circostanze storiche che non potevano essere

dedotte dinanzi al giudice del merito; 2) il fatto che le suddette sopravvenienze abbiano alterato l’equilibrio economico complessivo tra le parti determinato al momento della pronuncia di divorzio (Cass. Civ., sez. I, sentenza 15 aprile 2011 n. 8754). Entro questa orbita valutativa, uno degli elementi preponderanti per la valutazione comparativa è la prova che i fatti sopravvenuti siano incontrovertibili e stabili nel tempo non potendo la revisione ancorarsi a circostanze suscettibili di avere carattere meramente transitorio (v., in questi termini, Cass. Civ., sez. I, 13 febbraio 2006 n. 3018; Trib. Milano, sez. IX civ., decreto 2 ottobre 2013); ebbene, nel caso di specie, la circostanza allegata risale addirittura al mese di febbraio del 2014, allorché il processo di primo grado era pendente: il tribunale ha espressamente valutato la risoluzione del rapporto dirigenziale, a pag. 3 della sentenza; le eventuali modifiche in melius della moglie, nemmeno dimostrate, non potrebbero comunque dirsi certe e stabili nel tempo (e, comunque, farebbero capo ad appena 200 euro mensili in più: v. dichiarazioni dello stesso … alla udienza dell’11 marzo 2015);

ritenuto

che per l’effetto il ricorso debba essere rigettato poiché manifestamente infondato: vi è di più; invero, con lo strumento giuridico di cui all’art. 710 c.p.c., il ricorrente ha in realtà introdotto una forma anomala di appello contro la decisione di prime cure che non ha sottoposto al giudice naturale di secondo grado;

ritenuto

che la soccombenza della parte ricorrente comporti la sua condanna al pagamento delle spese processuali, liquidate in complessivi euro 2.700,00 da incrementare di 1/3 sino ad euro 3.600,00, ai sensi dell’art. 4, comma 8 del D.M. n. 55 del 2014, poiché le difese della parte vittoriosa sono risultate manifestamente fondate (cd. Soccombenza qualificata : v. parere Consiglio di Stato del 18 gennaio 2013; in giurisprudenza, v. Tribunale di Verona, 23 maggio 2014; Trib. Milano, sez. IX, 11 dicembre 2014),

ritenuto

che la lite debba anche stimarsi introdotta con grave imprudenza poiché la circostanza che costituirebbe sopravvenienza era stata espressamente considerata dal giudice della separazione: l’azione di revisione, pertanto, deve ritenersi viziata da responsabilità processuale aggravata con conseguenza ulteriore condanna ex officio, ai sensi dell’art. 96 comma III c.p.c., della somma pari alla metà delle spese processuali (ossia euro 1800,00),

Per Questi Motivi

Letti e applicati gli artt. 710, 737 c.p.c.

  1. Respinge il ricorso
  2. Condanna …. alle spese di lite in favore di … liquidate in complessivi euro 3.600,00 oltre accessori e rimborso forfetario in misura pari al 15% ex art. 2 DM 55/2014

Milano, lì 24 giugno 2015

 

G.d.P. di Padova Avv. Antonio Bordin, sent. 1025/15: condannata la Compagnia per lite temeraria

Giudice di Pace di Padova – Avv. Antonio Bordin – Sentenza del 16.06.2015

Sent. N. 1025/15

R.G. 2820/14

Rep. N. 1466/15

Cron. N. 7080/15

REPUBBLICA ITALIANA

UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE DI PADOVA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

 Il Giudice di Pace di Padova Avv. Antonio BORDIN ha pronunziato la seguente

 SENTENZA

nella controversia iscritta al n. 2820 del Reg. Gen. dell’ anno 2014 e promossa con atto di citazione depositato il 30 aprile 2014

da: ********, con gli avv.ti Donato Bruno e Mara Bonaldo

– Attore –

Contro: ******* in persona del legale rappresentante pro tempore, con l’avv. ********

     – Convenuto –

Oggetto: Risarcimento danni da incidente stradale.

Conclusioni per l’attore:

Come in note conclusive.

Conclusioni per la convenuta:

Come in comparsa di risposta.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con atto di citazione ritualmente notificato, ******* conveniva in giudizio ******, per sentirla condannare al risarcimento dei danni subiti nel sinistro avvenuto il 21 dicembre 2012.

Si costituiva la compagnia convenuta, contestando il solo quantum della pretesa attorea.

In assenza di contestazione in ordine alla dinamica del sinistro, che quindi deve ritenersi pacifica in causa con addebito dell’integrale responsabilità dell’occorso alla parte convenuta, si procede quindi alla determinazione del quantum del diritto al risarcimento.

Parte attrice chiede in primis il risarcimento del danno fisico. Al riguardo, tale voce di danno è stata accertata mediante Ctu medico legale sulla persona dell’attrice, da parte della dott.ssa Alessandra Rossi.

Secondo la valutazione medico legale del Ctu, la ***** ha riportato nel sinistro de quo un danno da invalidità permanente nella misura del 3 percentile.

Parte convenuta pretende di negare la risarcibilità di tale voce di danno in forza dell’applicazione della novella dell’art. 139 del codice delle assicurazioni alla luce dei commi 3 ter e 3 quater della legge 24 marzo 2012 n. 27.

La tesi è sprovvista di pregio giuridico.

Vanno chiariti l’ambito ed il significato applicativo della normativa invocata dalla convenuta.

La disposizione dell’art. 3 ter prevede che “In ogni caso le lesioni di lieve entità che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente”.

Si pone il problema dell’interpretazione di tale disposizione, specie nel caso in cui, com’è quello in esame, il Ctu abbia effettivamente accertato l’esistenza di un danno biologico da invalidità permanente ed abbia riconosciuto il rispetto dei criteri posti da detta normativa.

In primis, non può che rilevarsi come lo stesso tenore letterale della norma non consenta tout court di negare la risarcibilità di tale posta di danno in assenza di accertamento strumentale. La disposizione, infatti, non parla di necessità che le lesioni siano “effettivamente accertate” mediante accertamento strumentale, ma solo di “suscettibilità” di tale accertamento: ove tale condizione non sia esclusa, e la lesione sia quindi potenzialmente rilevabile mediante accertamento strumentale, la norma non è applicabile.

In ogni caso, in presenza di lesioni caratterizzate da danno biologico da invalidità permanente effettivamente accertate in sede di visita medico legale, non può farsi luogo all’applicazione della norma, anche volendone forzare il tenore letterale.

Così operando ed argomentando, infatti, si giungerebbe ad escluder la risarcibilità di danni alla salute effettivamente provati, solo ed esclusivamente in considerazione della metodologia tecnica del loro accertamento, privilegiando in modo del tutto inammissibile un criterio scientifico rispetto ad un altro, e discriminando quindi fra metodi parimenti accreditati sul piano scientifico.

Tale esclusione sarebbe del tutto inaccettabile, realizzando una evidente violazione di plurimi diritti garantiti a livello costituzionale. Escludere la risarcibilità del danno da invalidità permanente accertato in sede di visita medico legale significa infatti a) violare l’art. 3 Cost., giacché in tal caso si realizza un ingiustificato trattamento fra lesioni accertate con metodologie diverse ugualmente attendibili; b) violare l’art. 32 Cost., perché in tal modo non si assicura adeguato risarcimento e tutela ad un danno alla salute scientificamente accertato; c) violare l’art. 24 Cost., giacché si viene ad imporre al danneggiato un onere (addirittura retroattivo) di procurarsi una certificazione strumentale di un danno comunque esistente.

Soccorre in tale ipotesi invece il disposto dl comma 3 quater.

Tale norma prevede il danno biologico venga accertato in via strumentale ovvero, in via alternativa, “visivamente”, intendendosi con tale inciso accertamento effettuato in sede di visita medico legale.

Pertanto, ove il danno biologico da invalidità permanente risulti effettivamente e scientificamente accertato in sede di visita medico legale, tale posta di danno dovrà essere risarcita, prescindere dall’esistenza o meno di una certificazione derivante da esame a carattere strumentale.

In definitiva, vanno riepilogati i seguenti principi:

  • La disposizione del comma 3 ter citata non esclude il risarcimento del danno biologico da invalidità permanente quando questo non sia stato accertato mediante accertamento strumentale, ma solo ed esclusivamente quando esso non sia suscettibile, anche in linea astratta di tale accertamento;
  • In ipotesi in cui il danno biologico da invalidità permanente sia stato accertato in sede di visita medico legale, e quindi “visivamente”, sussistono le condizioni per l’applicazione dell’art. 3 quater e la conseguente risarcibilità di tale voce di danno;
  • In ogni caso, anche volendo forzare il dato letterale della disposizione dell’art. 3 ter, non potrà mai giungersi ad un’interpretazione della stessa norma che escluda la risarcibilità del danno stesso quando esso sia stato effettivamente accertato in sede di visita medico legale: così facendo, infatti, si giungerebbe ad un’ applicazione della normativa palesemente contraria a plurimi principi costituzionali, tuttora vigenti con buona pace di talune correnti “riformatrici”, che il giudicante non può in alcun modo avvallare.

Deve quindi concludersi che il danno da invalidità permanente, qualora accertato in sede di visita medico legale, debba essere integralmente risarcito, anche in assenza di alcun particolare esame strumentale di riscontro (peraltro presente nel caso di specie).

Applicando i valori risarcitori riconosciuti dalla legge n. 57/2001, aggiornati dal decreto del Ministero delle attività produttive, tale voce di danno va quantificata in € 2.105,98.

Per quanto attiene al danno biologico da invalidità temporanea, la Ctu ha individuato i valori – ritenuti condivisibili da questo Giudice – dei periodi di giorni 15 al 75%, 20 al 50% e 20 al 25%.

Applicando l’importo aggiornato per ciascun giorno di inabilità assoluta si quantifica tale posta di danno in € 1.218,90.

L’attore chiede inoltre la rifusione del danno non patrimoniale da sofferenza morale.

La domanda risarcitoria sul punto va accolta.

L’interpretazione prospettata da parte convenuta dei principi enunciati dalle sentenze dell’11 novembre 2008 delle Sezioni Unite della Suprema Corte, tendente a negare la risarcibilità del pregiudizio da sofferenza morale, appare infondata e non condivisibile. Il pregiudizio non patrimoniale da sofferenza morale, infatti, ha carattere e natura distinte rispetto, al mero danno biologico, come riconosciuto dalla stessa Suprema Corte anche in recente decisione (Cassazione civile, sez III, 12/09/2011, n. 18641).

Inoltre, va ricordato il principio chiaramente enunciato nelle note sentenze delle Sezioni Unite dell’ 11 novembre 2008, in forza del quale “il risarcimento del danno deve essere integrale”.

E’ evidente che, in ogni caso, la quantificazione tabellare ex art. 139 del cod. ass. non risulti comprensiva della liquidazione del pregiudizio in questione, che andrà quindi liquidato in via separata, anche mediante utilizzo del criterio di applicazione di un valore percentuale all’ammontare complessivo del danno biologico, e ciò in conformità al principio enunciato dalla Suprema Corte, che ha riconosciuto la possibilità di procedere alla quantificazione del danno morale in misura pari ad una frazione di quanto dovuto dal danneggiante a titolo di danno biologico (si veda Cass. civ. , 15 luglio 2009, n. 16448).

Detta voce va pertanto riconosciuta in ragione dell’entità modesta della lesione, e liquidata in via equitativa nella misura del 20% dell’importo complessivo del danno biologico, giusta l’indirizzo espresso dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 235/2014, per una liquidazione pari a € 664,98.

Le spese mediche sono state ritenute congrue e documentate dal Ctu in € 1.574,39, e non sussistono elementi per revocare in dubbio tale valutazione tecnica del Consulente. Parte convenuta, con tesi invero originale, chiede che tale importo debba patire una deduzione del 19%, in quanto parte attrice “ha, o comunque avrebbe potuto, dedurre in sede di dichiarazione dei redditi” le spese relative.

L’eccezione è infondata. Non risulta infatti dimostrato che parte attrice abbia in qualche modo dedotto dette spese dalla propria base imponibile fiscale; in ogni caso, ove anche ciò fosse avvenuto, la circostanza avrebbe rilevanza sul piano della correttezza degli adempimenti fiscali e non inciderebbe in alcun modo sul diritto alla rifusione della spesa.

In ordine al danno patrimoniale, parte attrice non ha allegato prova alcuna della perdita economica asseritamene subita a seguito del sinistro; conseguentemente, nulla spetta all’attrice in relazione a tale posta di danno.

Parte attrice deduce inoltre un danno materiale al veicolo. In relazione a tale posta di danno, in assenza di diversa prova, va valorizzata la perizia allegata da parte convenuta, che ha riconosciuto l’antieconomicità del danno ed un pregiudizio pari ad € 1.000,00. Nei limiti di tale riconoscimento va liquidata la posta di danno in questione.

Va parimenti rifuso l’esborso per recupero e soccorso del mezzo incidentato, documentato per € 121,00.

Nulla va invece riconosciuto a titolo di c.d. “danno da fermo tecnico”, alla luce della più recente sentenza della Suprema Corte che ne nega la risarcibilità in ipotesi di perdita definitiva del mezzo: “il cosiddetto “danno da fermo tecnico” del veicolo danneggiato da un sinistro stradale non sussiste quando il mezzo, a seguito dell’incidente, sia divenuto inservibile, determinandosi in tal caso una perdita definitiva nel patrimonio del danneggiato con diritto al risarcimento sia del denaro da perdita dell’autoveicolo, sia di quello relativo alle spese di gestione dell’auto nel periodo in cui essa non è sta utilizzata” (Cass. civ. n. 2070/2014).

Né trovano infine rifusione a) il costo di immatricolazione della nuova auto in quanto non conseguenza immediata e diretta del sinistro, b) le spese di radiazione dell’auto, in quanto spesa normalmente connessa all’utilizzo di una vettura, c) il bollo non goduto, trattandosi di onere fiscale comunque dovuto dal proprietario del mezzo.

Il danno subito dalla ***** ammonta pertanto ad € 6.685,25, importo da ridursi in misura corrispondente agli acconti ricevuti, pari ad € 2.148,00, per un residuo credito pari quindi a € 4.537,25.

I danni sin qui determinati sono espressi in moneta attuale.

Vanno riconosciuti inoltre gli interessi compensativi al tasso di legge ordinario dal fatto al saldo, da computarsi sull’importo dapprima devalutato al momento del sinistro e quindi rivalutato di anno in anno sino alla presente sentenza.

Vanno infine rifuse all’attrice le spese di Ctu e Ctp documentate, rispettivamente pari ad € 610,00 ed € 732,00.

Vanno spese deduzioni sul comportamento processuale della convenuta.

La compagnia, financo in sede di comparsa conclusionale, ha reiterato e ribadito la propria tesi negatoria del diritto al risarcimento del danno biologico permanente patito dall’attore alla luce di una pretesa applicazione dal novellato art. 139 del cod. ass..

Tale posizione negatoria, addirittura invocante a proprio fondamento in modo strumentale la recente decisione della Consulta n. 235/2014 (peraltro impropriamente quale pronuncia della Corte di Cassazione), resa su tutt’altra questione e priva del minimo rilievo sul punto, si è spinta per conseguenza a negare la stessa risarcibilità delle spese mediche documentate e stimate congrue dal Ctu e del pregiudizio da sofferenza morale, anche nella veste di personalizzazione del danno biologico.

Tale posizione è stata mantenuta – come si è detto – anche in sede di conclusioni, nonostante che 1) il Ctu avesse accertato la sussistenza del danno biologico permanente 2) il Ctu avesse verificato il rispetto in tale accertamento dei parametri fissati dalla novella dell’art. 139 del cod. ass. 3) le conclusioni del Ctu non fossero state contestate in alcun punto dallo stesso Ctp della convenuta 4) via sia agli atti accertamento strumentale della lesione effettuato nell’immediatezza del sinistro.

Tale condotta processuale di ingiustificata resistenza processuale, priva di supporto giuridico e fattuale ed accompagnata da citazione giurisprudenziale inappropriata, è risultata immotivatamente gravatoria dell’attività difensiva della parte attrice e dello stesso ufficio giudiziario, e merita quindi di trovare sanzione processuale d’ufficio per responsabilità aggravata ex art. 96 comma terzo c.p.c..

La convenuta va quindi condannata alla rifusione delle spese di lite in favore dell’attore, liquidate come da dispositivo, senza compensazione, vista l’accertata sussistenza di un credito risarcitorio, nonché al pagamento di sanzione ex art. 96 terzo comma c.p.c., liquidata in via equitativa in € 1.000,00.

P.Q.M.

Il Giudice di Pace, definitivamente decidendo, ogni altra domanda, deduzione ed eccezione disattesa

  • Condanna **********, in persona del suo legale rappresentante pro tepore, al pagamento in favore di ******* della somma di € 4.537,25, in moneta attuale, da devalutarsi alla data del sinistro, oltre agli interessi compensativi al tasso di legge ordinario dal fatto al saldo, da computarsi sull’importo rivalutato di anno in anno sino alla presente sentenza;
  • Condanna la convenuta alla rifusione in favore dell’attrice delle spese di Ctu e Ctp, quantificate rispettivamente in € 610,00 ed € 732,00;
  • Condanna la convenuta alla rifusone delle spese di lite in favore dell’attrice, liquidate definitivamente in complessive € 2.041,00, di cui € 1.800,00 per compensi, ed il residuo per spese, oltre a rimborso forfetario, ad Iva e C.PA. come per legge;
  • Condanna la convenuta al pagamento in favore dell’attrice della somma di € 1.000,00 a titolo di sanzione ex art. 96 terzo comma c.p.c..

Sentenza provvisoriamente esecutiva ex lege.

Così deciso in Padova il 16 giugno 2015.

Il Giudice di Pace

Avv. Antonio Bordin

Depositato in cancelleria

Il 17 giugno 2015

Tribunale di Padova, Giudice Bertola: sanzione esemplare per lite temeraria (quintuplo delle spese di lite)

Tribunale di Padova, Giudice Dott. Bertola, Sentenza del 10 marzo 2015

IL PRINCIPIO AFFERMATO DAL TRIBUNALE

Agire in giudizio deducendo l’usurarietà dei tassi applicati dalla banca sul presupposto della sommatoria tra interessi convenzionale ed interesse moratorio è giusto motivo per ritenere il dolo o la colpa grave ex art. 96, comma 3, c.p.c.

L’art. 96, comma 3, c.p.c.

Attraverso l’art. 96, comma 3, c.p.c., l’abuso del processo è rimesso alla valutazione discrezionale del Giudice che potrà d’ufficio, comminare un risarcimento a carico della parte “scorretta”. La responsabilità processuale aggravata di cui al terzo comma dell’art. 96 c.p.c., pur prescindendo dall’effettiva causazione di un danno a carico della parte risultata vittoriosa nel processo, richiede, in ogni caso, la sussistenza di un elemento soggettivo di colpevolezza in capo al soccombente il cui comportamento abbia travalicato la lealtà processuale a detrimento, quindi, della posizione della controparte che si vede vittima di ingiuste iniziative giudiziarie avversarie; e ciò quand’anche il comportamento della parte non sia informato a mala fede e/o colpa grave (come invece richiesto dal primo comma dell’art. 96). Non va trascurato il fatto che nessuna  richiesta giudiziale possa considerarsi abusiva a meno che non venga qualificata come infondata, essendo compito del giudice anche quello di accertare, nel merito, detta abusività (F. Toppetti, Il risarcimento del danno da lite temeraria”, Milano, 2014). Un esempio pratico di applicazione dell’ultimo comma dell’art. 96 c.p.c., è quello che segue.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale di Padova, in persona del Giudice Dott. Giorgioo bertola ha pronunciato, ex art. 281 sexies c.p.c., la seguente

SENTENZA

nella causa civile dì primo grado iscritta al n. r.g. omissis/2014 promossa da:

CLIENTI

ATTORI

contro

BANCA

CONVENUTA

Letti gli atti di causa;

viste le conclusioni delle parti, come precisate a verbale all’odierna udienza da aversi qui per integralmente riportate;

letto l’art. 281 sexies c.p.c.

OSSERVA

Gli attori hanno citato in giudizio la convenuta deducendo di aver stipulato un mutuo a tasso variabile per l’importo di euro 170.000,00 che prevedeva un tasso convenzionale del 3,50 mentre un tasso di mora pari al 5,50%.

Evidenziavano gli attori che al momento della stipula il tasso soglia usura fosse pari al 6,24%.

Deducevano gli attori che già dalle esposizioni di questi pochi valori si potesse evincere che il tasso pattuito fosse usurario fin dalla sua pattuizione e per corroborare questa fantasiosa deduzione affermavano che con la sentenza n. 350 del 2013 la Corte di Cassazione avesse affermato che, ai fini della verifica della usurari età dei tassi di interesse pattuiti, il tasso convenzionale ed il tasso di mora andassero sommati così che, se fosse vera questa deduzione, effettivamente il tasso da confrontare sarebbe pari al 9% (3,50 + 5,50) ovvero di molto superiore al tasso del 6,24 che rappresenta il tasso soglia.

Deduceva ancora che in seguito quel mutuo venne rinegoziato e trasformato da tasso variabile a tasso fisso con un tasso convenzionale pari al 5% ed uno di mora di 5 punti superiori al tasso nominale (tasso nominale che nel contratto viene quantificato nel 4,25%) “e quindi al 10%” (questo forse è un refuso dell’atto di citazione perché 5 + 4,25 fa ,25 e non 10) laddove il tasso soglia pro tempore vigente era pari al 9,45%. Nel corso delle memorie, ed invero in parte anche nell’atto di citazione, gli attori hanno fatto anche un generico riferimento anche alle ulteriori voci di spesa che, insieme ai tassi base, concorrerebbero a portare i tassi pattuiti oltre la soglia.

Sul punto visto che tale seconda deduzione è stata anche oggetto di specifica censura della convenuta, va osservato che in realtà gli attori non hanno particolarmente coltivato la doglianza che anche le spese collegate all’erogazione del credito concorressero a far superare il tasso convenzionale e moratorio il tasso soglia anche perché, vista l’impostazione data dagli attori alla causa, non era necessario spendere considerazioni sulle spese connesse all’erogazione del credito visto che la parte ha dedotto che i tassi di interessi da soli erano sufficienti a superare il tasso soglia.

Si è costituita la convenuta chiedendo il rigetto delle domande attoree.

La causa, documentale, è stata spedita in decisione senza attività istruttoria.

Va infatti osservato che, come risulta aritmeticamente dai valori esposti nella parte narrativa della presente decisione, sia il mutuo originario, che essendo a tasso variabile o ha tassi usurai fin dal suo sorgere oppure non può mai essere usurario visto che i suoi tassi salgono o scendono in base all’andamento degli indici di riferimento collocandosi sempre per definizione entro il tasso soglia, sia quello fisso rinegoziato, sono stati previsti con tassi, convenzionali e di mora, pacificamente e documentalmente entro la soglia.

L’unico modo per cui, sulla base delle deduzioni attoree dimesse nell’atto di citazione, quei due mutui potrebbero essere considerati ab origine usurari è se si ritenesse che la sentenza 350/2013 della cassazione abbia detto che al fine della verifica si debbano sommare il tasso convenzionale con quello moratorio.

Fortunatamente la Cassazione non ha mai detto una simile mostruosità poiché la citata decisione ha solo detto che il tasso di mora deve essere tenuto in conto ai fini della valutazione della usurarietà e ciò vuol dire che il Giudice deve verificare se, il tasso convenzionale e quello di mora singolarmente considerati, superino o meno il tasso soglia non potendosi accontentare di verificare il solo tasso convenzionale come era opinione isolata ma presente prima di quella decisione.

La deduzione spiegata nel corso delle memorie dagli attori per cui la parte vorrebbe far rientrare nel costo del mutuo anche tutta una serie di voci mai citate ed introdotte con l’atto di citazione, oltre ad essere metodologicamente sbagliata, è anche tardivamente allegata sicché non se ne può tenere alcun conto.

Alla luce delle superiori considerazioni le domande attore sono manifestamente infondate e vanno integralmente rigettate.

Sul comportamento processuale degli attori valgano le seguenti considerazioni: essi hanno agito in giudizio pur consapevoli di essere privi di qualsiasi prova delle loro asserzioni, ed un tanto si evince proprio dal fatto che le uniche doglianze che la parte ritiene di introdurre nel procedimento con il suo atto, sono relative a doglianze che non hanno trovato alcun riscontro probatorio poiché l’unica o comunque la principale doglianza era affidata al fatto che il tasso di interesse pattuito fin dal sorgere del rapporto fosse usurario ed un tanto la parte ha dedotto riferendo che la sentenza Cass. n. 350/2013 abbia detto che, ai fini della verifica se il tasso pattuito sia o meno usurario, gli interessi corrispettivi vadano sommati agli interessi moratori.

Tale deduzione è falsa, nel senso che la sentenza richiamata dalla parte non ha mai detto una simile assurdità, poiché, poiché quella decisione ha detto, al contrario, che gli interessi di mora vanno “tenuti in conto” ovvero che per valutare se le pattuizioni siano o meno legittime si debba verificare che sia gli interessi convenzionali che quelli di mora debbano essere al di sotto della soglia usura.

Che le due voci debbano essere sommate è invece fantasiosa deduzione della parte che non trova alcun riscontro nel testo della decisione e sostenere il contrario, ostinandosi a sostenerlo nonostante la precisa e puntuale presa di posizione della banca che ha fatto proprio tale deduzione nel costituirsi, è sintomo di ignoranza inescusabile del dettato normativo e dell’evoluzione della giurisprudenza in subiecta materia che viene citata a sproposito o di dolo processuale nel tentativo di indurre in errore il giudicante sul fatto che una certa sentenza della Suprema Corte abbia detto una cosa che in realtà non ha mai detto.

In entrambi i casi l’intera impostazione che la parte ha dato alla presente causa è sintomo di grave negligenza a fronte della totale vaghezza delle deduzioni dimesse, peraltro introdotte con atto fatto sostanzialmente in serie rispetto a tanti procedimenti similari, all’unico scopo di ottenere una CTU che sopperisca al vuoto argomentativo dell’atto di citazione.

Tale condotta processuale merita di essere opportunamente sanzionata ex art. 96 c.p.c. anche in considerazione del fatto che, tale modo di affrontare la materia bancaria, denota la volontà di creare un contenzioso seriale in questa materia che invece è estremamente tecnica e complessa e che, colpa anche la gravissima congiuntura economica che ha colpito famiglie e imprese, meriterebbe di essere trattata con diverso approccio processuale.

In punto di applicabilità della sanzione processuale per responsabilità aggravata va osservato che, tale comportamento, può essere sanzionato non solo su richiesta di parte, ma anche d’ufficio ex art. 986 c. 3 c.p.c., così come modificato dalla L. 69/09, in considerazione del fatto che con tale riforma il legislatore ha introdotto una forma di “punitive damages” in considerazione del danno arrecato al sistema giudiziario che, inteso nella sua complessità, è già gravato da milioni di procedimenti pendenti per cui, l’aggravamento del carico complessivo con procedimenti introdotti per finalità strumentali e dilatorie, è un comportamento abusivo che merita di essere adeguatamente sanzionato con il pagamento di una somma equitativamente individuata.

Tale risarcimento tende a ristorare, sia il danno arrecato alla parte ingiustamente coinvolta nel presente procedimento, sia il danno arrecato al sistema giudiziario nel suo complesso per aggravio di cause che, tutte insieme, concorrono a formare un numero di procedimenti che ormai da tempo superano quanto si possa esigere in termini di produttività da un singolo Giudice così che normalmente lo stesso sia impossibilitato a definire la totalità dei procedimenti gravanti sul suo ruolo entro i termini che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ritiene equi, ovvero tre anni dalla data di iscrizione a ruolo per un procedimento di primo grado così come recepito nel nostro ordinamento con la legge 89/2001 c.d. Legge Pinto in applicazione dell’art. 6 C.E.D.U., così da esporre, in ultima istanza, lo Stato Italiano a continue sanzioni pecuniarie per la durata irragionevole dei suoi procedimenti giudiziari.

Tutto ciò considerato sanzione equa, anche alla luce del principio di diritto espresso dalla Cass. Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 21570 del 30/11/2012, appare essere quella pari al quintuplo delle spese di lite liquidate ai sensi del DM 55/2014.

Le spese del presente procedimento seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo ai sensi del D.M. 55/2014 pubblicato nella G.U. del 02/04/2014 applicabile a questo procedimento giusto il disposto della norma transitoria contenuta nell’art. 28 del suddetto regolamento, così come stabilito anche da Cass. SSUU n. 17406/2012 del 25/09/2012, evidenziando in particolare che nella presente causa non si rinvengono specifici elementi di personalizzazione che giustifichino il discostarsi dai valori medi, ad eccezione che per una riduzione del 50% dei compensi per la fase istruttoria nella quale non sono state espletate prove orali, ma solo dimesse le memorie istruttorie e della fase decisoria a fronte dell’assenza del deposito delle comparse conclusionali.

P.Q.M.

Il Giudice, ogni diversa domanda ed eccezione reiette ed ogni ulteriore deduzione disattesa, definitivamente pronunciando,

1)      Rigetta le domande attoree perché manifestamente infondate;

2)      Condanna CLIENTI a rifondere a BANCA in persona del legale rappresentante pro tempore, le spese legali del presente procedimento che si liquidano in € 8.705,00 per compenso, oltre ad I.V.A., C.N.P.A. e al rimborso delle spese forfettarie sul compenso pari al 15% ex DM 55/2014;

3)      Condanna CLIENTI, a corrispondere a BANCA, in persona del legale rappresentante pro tempore, la capital somma di € 43,525,00 ex art. 96 comma 3 c.p.c.;

4)      Visto l’art. 52 D.Lgs. 196/2003, dispone che, in caso di diffusione della presente sentenza in qualsiasi forma, per finalità di informazione giuridica su riviste, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi degli interessati; Sentenza provvisoriamente esecutiva ex lege.

Così deciso in Padova, il 10 marzo 2015.

Mancato deposito di copie di cortesia e art. 96 c.p.c.: un’aberrante applicazione

“L’ABERRANTE APPLICAZIONE DELL’ART. 96 C.P.C.” nota a Trib. Milano, sez. II, decreto 15.1.2015 – di Marcello Adriano MAZZOLA

1. La fattispecie. – Aberrante. Non vi sono altri aggettivi che possano essere adoperati dinanzi ad un cotale decreto, reso a firma del collegio composto dai giudici Bruno (presidente), D’Aquino (relatore), Mammone (giudice) della seconda sezione del Tribunale di Milano. Iniziamo col fare i nomi, – dunque con l’attribuire la paternità del provvedimento dirompente e assolutamente inedito nel panorama giurisprudenziale -, dei giudici.

Il contenuto del decreto nel merito non ci interessa. Potrà essere ineccepibile o pur anche brillante e straordinario. In tal caso il plauso non mancherebbe certo da parte nostra.

Non ci interessa poiché l’attenzione non può che cadere sulla parte in cui il collegio giunge a scrivere che “Va osservato come parte opponente abbia depositato la memoria conclusiva autorizzata solo in forma telematica, senza lapredisposizione delle copie “cortesia” di cui al Protocollo d’Intesa tra il Tribunale di Milano e l’Ordine degli avvocati di Milano del 26.06.2014, rendendo più gravoso per il collegio esaminarne le difese. Tale circostanza comporta l’applicazione dell’art. 96, comma 3, c.p.c. come da dispositivo.” dunque poi giungendo a condannare e liquidare in ragione di ciò € 5.000.

2. Il terzo comma dell’art. 96 c.p.c. – Come noto l’art. 96 del codice di procedura civile è intitolato “Responsabilità aggravata” ed è appropriatamente – per veste nominale – inserito nel Capo IV “Della responsabilità delle parti per le spese e per i danni processuali”, del Titolo III “Delle parti e dei difensori”, del Primo Libro, dedicato alle disposizioni generali, del codice di rito. L’articolo è composto da ben tre commi e così recita, ora a seguito della recente modifica avvenuta con la novella del codice di rito ex l. 18.6.2009, n. 69 “Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile” che ha appunto aggiunto il terzo comma, non senza creare ambiguità e apparenti distonie con l’ intera struttura della norma, di rito e sostanziale. Recita difatti il terzo comma che “In ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’articolo 91, il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata.” (art. 96, III co. c.p.c.).

Il terzo comma ha certamente rivoluzionato l’applicazione di tale forma di responsabilità, imponendo secondo l’opinione oramai prevalente, un modello quale quello punitivo non proprio della r.c. italiana ma appartenente ad altri sistemi giuridici, connotando la cultura anglo-americana.

La dottrina e la giurisprudenza oramai si soffermano lungamente su un istituto di straordinaria importanza, rafforzato ovviamente in chiave deflativa prima dalla giurisprudenza e appunto da ultimo nel 2009 dal legislatore, a fronte di svariati casi di abuso processuale che, come correttamente ricordato oramai a memoria dalle corti, costituiscono non solo un grave vulnus alla parte processuale ma pure alla collettività intera, aumentando il numero dei processi pendenti sino ad indebolire l’intero sistema giurisdizionale e il diritto alla difesa ex art. 24 Cost.

E sin qua siamo tutti d’accordo: l’abuso processuale va puntualmente sanzionato, punito, risarcito. Appunto, l’abuso processuale, non la lesa maestà. Ed ancor meno la supposta lesa maestà.

3. Le critiche al decreto. – Non è qua il caso di addentrarsi nei complessi meandri della figura che partecipa alla responsabilità civile, poiché sarebbe ultroneo rispetto alle severe critiche che esporremo. Critiche non certo sulla opportunità o meno della scelta del collegio di giungere ad applicare ed a riconoscere il danno punitivo in una fattispecie caratterizzata dall’aver “depositato la memoria conclusiva autorizzata solo in forma telematica, senza la predisposizione delle copie “cortesia” di cui al Protocollo d’Intesa [così] rendendo più gravoso per il collegio esaminarne le difese.”.

Chi scrive ritiene di poter conoscere, perlomeno a sufficienza l’art. 96 c.p.c. avendo dedicato ad esso quasi una intera monografia (Mazzola M.A., Responsabilità processuale, Utet, Torino, 2013, pp. 804) ed ancor prima analogamente una più breve monografia (Mazzola M.A., Responsabilità processuale e danno da lite temeraria, Giuffrè, Milano, 2010). Muoverò dunque critiche non per sentito dire ma perché il collegio applica assolutamente impropriamente l’art. 96 c.p.c., censurando una condotta paraprocessuale (dunque si badi bene, neppure processuale, né tanto meno sostanziale) che neppure avrebbe dovuto mai essere sanzionata. Mai. Ed è assai grave averlo fatto.

Partirò da lontano, così non potrò essere accusato di avere acredine verso i giudici (che hanno tutto il mio rispetto ma quando si mostrano diligenti, la mia venerazione quando si mostrano pure brillanti e coraggiosi, le mie censure al contrario). I presupposti di tale decreto affondano nelle responsabilità e nelle condotte e scelte dell’avvocatura. Si avete letto bene: l’ avvocatura è la mandante morale di un tale decreto. Quell’avvocatura che in questi decenni si è resa servile, pregna di piaggeria e di sindrome da scendiletto verso la magistratura, accettandone qualsivoglia pretesa, legittima o illegittima che fosse, dimenticando ed ignorando come nelle corti di giustizia debba vigere sempre e comunque la parità tra giudicante e difesa. Parità che pretende pari dignità e pari rispetto.

Invece l’avvocatura ha nei decenni, anche grazie alle rappresentanze istituzionali e politiche ceduto tale dignità, accettando di svolgere le funzioni di cancelliere nei processi (perché?), di agevolare i magistrati nelle loro funzioni (dotandoli via via di praticanti e scribacchini), non ultimo di integrare le lacune del Processo Civile Telematico (leggasi Milano ed altri ordini, che comunque hanno svolto pure un ruolo prezioso nello sviluppo ed avvio del PCT) sino a siglare “protocolli d’intesa” tali da vanificare la ratio legis che ha condotto (faticosamente, schizofrenicamente) il legislatore a realizzare (ancora incompiutamente peraltro) il PCT.

Invero, il PCT (che ad oggi ci è costato, dunque alla collettività intera, circa 4 miliardi di €uro in 10 anni, quando bastava indire una gara di appalto ed auspicare che intervenisse Microsoft et similia, e non avremmo il mediocre risultato attuale) è nato per spostare, semplificare, agevolare, snellire tutto il processo civile dal cartaceo al telematico, così avendo a disposizione maggiori risorse (umane e economiche) per il funzionamento dei processi. Uno di questi principi è dunque “niente carta, si alla gestione informatica del processo”, se vogliamo così anche marginalmente con un minore impatto ambientale.

Si aggiunga come in questi anni il Contributo Unificato sia esponenzialmente aumentato, in chiave deflativa e come strumento per risanare le casse dello Stato fallito, così da assicurare ampie risorse economiche al Ministero di Giustizia, che riutilizza solo in minima parte al proprio interno!

Non paghi di tutto ciò gli Ordini hanno incredibilmente pensato di offrire ulteriormente i propri servigi siglando con i tribunali di riferimento un gentlemen agreement (ergo un protocollo) per garantire ai magistrati (oltre agli adempimenti del PCT che gravano sugli avvocati) pure una “copia cortesia cartacea”, come se gli stessi magistrati: a) non siano in grado di leggere gli atti telematici; b) non siano in grado di farsene stampare una copia dalla cancelleria; c) non siano in grado, in subordine, di stamparsene una copia in proprio.

Gli Ordini – i tantissimi Ordini, posto che al riguardo si è innescato un virtuosismo assolutamente negativo – così hanno sbagliato perlomeno tre volte: a) la prima perché hanno fatto rientrare dalla finestra ciò che il PCT ha inteso debellare; b) la seconda perché hanno gravato gli avvocati di un ulteriore adempimento; c) la terza perché pretendono dagli avvocati che continuino a sostituirsi agli inadempimenti della cancelleria (e/o in subordine dei magistrati). Tutto ciò ignorando come il Contributo Unificato, aumentato esponenzialmente, sia tale da poter soddisfare e sfamare qualsivoglia copia cartacea a spese del Ministero della Giustizia, addirittura oggi forse in filigrana d’oro (o in pelle umana, parafrasando note battute fantozziane).

Questa solo la premessa.

In punto di puro diritto il decreto è parimenti aberrante. Lo è perchè punire la condotta di aver “depositato la memoria conclusiva autorizzata solo in forma telematica, senza la predisposizione delle copie “cortesia” di cui al Protocollo d’Intesa [così] rendendo più gravoso per il collegio esaminarne le difese.” nulla centra con l’art. 96 c.p.c.. Infatti la condotta censurata e punita non è una condotta:

(1) punibile, perché non è coperta da alcuna una fonte normativa e/o regolamentare, atteso che il protocollo è un mero gentlemen agreement che per cortesia suggerisce alle parti adempimenti e non certo doveri e che tutte le molteplici fonti sul PCT nulla prescrivono al riguardo (e ci mancherebbe altro!);

(2) è una condotta comunque paraprocessuale, poiché attinente ad una modalità di deposito degli atti difensivi e non alla difesa vera e propria;

(3) non costituisce alcun abuso del processo né tanto meno danneggia la parte processuale avversa;

(4) in ogni caso, checché ne scriva il collegio, non rende certo “più gravoso per il collegio esaminarne le difese” (son privi i giudici di cancelleria? Son soggetti privi di stampante e/o di manualità?);

(5) non ultimo, pur volendo ignorare le già dirimenti censure, investe una condotta squisitamente ed esclusivamente del difensore mentre l’art. 96 c.p.c. è diretta direttamente alla parte processuale.

Un tale decreto, in tale parte lo si ripete, a mio avviso costituisce un gravissimo precedente, peraltro tale da connotare la responsabilità civile del magistrato nonché anche quella disciplinare, poiché spinge l’applicazione dell’ art. 96 c.p.c. su un versante non solo non voluto dal legislatore ma neppure immaginato. Eppure di questi tempi, il legislatore freme dal desiderio di deflazionare qualsivoglia contenzioso giurisdizionale.

Il mio auspicio è che al riguardo intervenga duramente e immediatamente l’Organismo Unitario dell’Avvocatura ed anche sul versante istituzionale il Consiglio Nazionale Forense. Immediatamente per arginare un’aggressione alla dignità del diritto di difesa. Inutile difatti ridondare la nostra veste costituzionale se poi al momento opportuno non siamo in grado di difenderla. E di difenderci.

Mazzola Marcello Adriano

Tribunale di Padova, comportamento processuale manifestamente scorretto: è lite temeraria

Tribunale di Padova, Sezione Reclami – Dott.ssa Lanteri (Presidente), Dott. Bertola (Giudice Relatore), Dott.ssa Rigon (Giudice) – Ordinanza del 10.01.2014

Si segnala la presente ordinanza per le considerazioni che il Tribunale svolge in ordine:

1) al comportamento processuale tenuto dalla parte,

2) ai presupposti sottesi all’applicazione della sanzione processuale per responsabilità aggravata,

3) alla quantificazione della sanzione stessa.

IL CASO: Il Tribunale di Padova ha sanzionato pesantemente (col triplo delle spese di lite liquidate ai sensi del DM 140/2012) il comportamento dell’avvocato che violando manifestamente il canone deontologico che impone l’obbligo di verità, aveva omesso di riferire che in passato aveva già chiesto ulteriori provvedimenti di urgenza, (compreso questo sei), aventi ad oggetto le medesime problematiche (problematiche relative alle insegne di un centro commerciale) e che tutte le precedenti istanze erano state oggetto di rigetto tanto in sede di primo grado che di gravame.

n. 12381/2013 R.G.A.C.

TRIBUNALE DI PADOVA

Sezione Reclami Civile

Il Tribunale in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Enza Lanteri                                                                   Presidente

dott. Giorgio Bertola                                                               Giudice Relatore

dott. Silvia Rigon                                                                    Giudice

all’esito dell’udienza del 10/01/2014 nel procedimento per reclamo iscritto al n. R.G. 12381/2013 promosso da:

…S.r.l. …… con il patrocinio dell’Avv. ……..

                                                                                                                                    RECLAMANTE

contro

…..S.p.A. con il patrocinio dell’Avv. ….., dell’Avv. ….., dell’Avv. …., dell’Avv. …, elettivamente domiciliata in via ……, presso il difensore Avv. ….

                                                                                                                                      RECLAMATA

ha emesso la seguente

ORDINANZA

Sul reclamo presentato in data 04/12/2013 da … S.r.l. avverso l’ordinanza di rigetto di provvedimento d’urgenza ex art. 700 c.p.c. del 15/11/2013 e comunicata in data 19/11/2013;

A scioglimento della riserva assunta all’udienza del 10/01/2014, il Collegio osserva:

…..S.r.l. ha reclamato il provvedimento di rigetto del richiesto provvedimento di sequestro conservativo emesso dal Tribunale di Padova in data 21/09/2013 deducendo, in ordine al disconosciuto periculum in mora del provvedimento di prime cure, che il periculum è sussistente a fronte dell’aggravamento delle condizioni di ammaloramento dei luoghi con evidente rischio di crollo delle insegne abusive sul fumus ha ribadito di essere proprietaria esclusiva del lastrico solare contrariamente da quanto argomentato dal Giudice di primo grado e come riprovato dai docc. 4 e 5 allegati al doc. 3.

Si è costituita la reclamata chiedendo il rigetto del reclamo.

Il reclamo è manifestamente infondato e va rigettato.

Va ribadito, così come già osservato dal Giudice di primo grado, che dai docc. 4 e 5 non emerge alcun elemento da cui possa desumersi la prova della proprietà esclusiva del lastrico solare e soprattutto va evidenziato, come correttamente evidenziato dalla reclamata, che il doc. 4 è in realtà composto da due documenti differenti e distinti e formati in epoche differenti come rileva la semplice lettura del documento in questione.

In relazione al supposto pericolo va rilevato che la realizzazione delle insegne di cui si chiede la rimozione si protrae in realtà da oltre 6 anni e soprattutto le foto prodotte evidenziano ictu oculi come gli aggravati ammaloramenti siano in realtà insussistenti o perlomeno non si pongano in alcun rapporto di causalità con la presenza delle insegne visto che le fessurazioni sono collocate su di un pavimento, e non su di un soffitto, e sulla facciata esterna.

Nessuna fessurazione viene evidenziata sul lastrico solare dove sono installate le insegne oggetto di controversia.

Manca pertanto alcuna anche ipotetica sussistenza di fumus e periculum.

In ordine al comportamento processuale della parte va peraltro evidenziato che, violando manifestamente il canone deontologico che impone l’obbligo di verità all’avvocato, il patrocinio di parte reclamante ha omesso di riferire che in passato ha chiesto ulteriori provvedimenti di urgenza, compreso questo sei, avente ad oggetto la problematica relativa alle insegne del centro commerciale ed ha omesso di fare alcun riferimento al fatto che, ad oggi, tutte le precedenti istanze sono state oggetto di rigetto tanto in sede di primo grado che di gravame.

In particolare va rilevato che uno di tali provvedimenti di rigetto è stato adottato anche dalla dott.ssa Rigon, componente del Collegio, allorquando era in servizio presso la sezione distaccata di Este.    

Tale condotta è intollerabile e merita di essere opportunamente sanzionata ex art. 96 c.p.c..

In punto di applicabilità della sanzione processuale per responsabilità aggravata va osservato che, tale comportamento, può essere sanzionato non solo su richiesta di parte, ma anche d’ufficio ex art. 96 c. 3 c.p.c., così come modificato dalla L. 69/09, in considerazione del fatto che con tale riforma il legislatore ha introdotto una forma di “punitive damages” in considerazione del danno, arrecato al sistema giudiziario che, inteso nella sua complessità, è già gravato da milioni di procedimenti pendenti per cui, l’aggravamento del carico complessivo con procedimenti introdotti per finalità strumentali e dilatorie, è un comportamento abusivo che merita di essere adeguatamente sanzionato con il pagamento di una somma equitativamente individuata.

Tale risarcimento tende a ristorare, sia il danno arrecato alla parte ingiustamente e reiteratamente coinvolta nel presente procedimento, sia il danno arrecato al sistema giudiziario nel suo complesso per l’aggravio di cause che, tutte insieme, concorrono a formare un numero di procedimenti che ormai da tempo superano quanto si possa esigere in termini di produttività da un singolo Giudice così che normalmente lo stesso sia impossibilitato a definire la totalità dei procedimenti gravanti sul suo ruolo entro i termini che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ritiene equi, ovvero tre anni dalla data di iscrizione a ruolo per un procedimento di primo grado così come recepito dal nostro ordinamento con la legge 89/2001 cd. Legge Pinto in applicazione dell’art. 6 C.E.D.U., così da esporre, in ultima istanza, lo Stato Italiano a continue sanzioni pecuniarie per la durata irragionevole dei suoi procedimenti giudiziari.  

Tutto ciò considerato sanzione equa, anche alla luce del principio di diritto espresso dal Cass. Sez. 6-2, Ordinanza n. 21570 del 30/11/2012, appare essere quella pari al triplo delle spese di lite liquidate ai sensi del DM 140/2012 per lo scaglione di valore tra euro 25.001 ed euro 50.000.

Le spese della presente fase seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo ai sensi del D.M. 140/2012 pubblicato nella G.U. del 22/08/2012 applicabile a questo procedimento giusto il disposto della norma transitoria contenuta nell’art. 41 del suddetto regolamento, così come di recente stabilito anche da Cass. SSUU n. 17406/2012 del 25/09/2012, evidenziando in particolare che nella presente causa non si rinvengono specifici elementi di personalizzazione che giustifichino il discostarsi dai valori medi relativamente alle fasi introduttiva e decisoria nello scaglione di valore da 25.001 a 50.000 senza l’aumento del 20% per il procedimento di secondo grado a fronte della speditezza e semplicità delle questioni giuridiche sottese al reclamo.

P.Q.M.

1) Rigetta il reclamo perché infondato e per l’effetto conferma integralmente il provvedimento impugnato;

2) Condanna … S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, rifondere a … S.p.A.,in persona del legale rappresentante pro tempore, le spese legali del presente procedimento che si liquidano in € 3.300,00 per compenso, oltre I.V.A. e C.N.P.A.;

3) Condanna … S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, a corrispondere a ..S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, la capital somma di € 9.900,00 ex art. 96 comma 3 c.p.c.;

4) Letto l’art. 13 comma 1 quater DPR 115/2002, così come modificato dall’art. 1 comma 17 L. n. 228/2012, il Collegio dà atto che, a fronte del rigetto integrale dell’impugnazione, sussistono le condizioni perché …S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, sia tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione a norma del comma 1- bis dell’art. 13 D.P.R. 115/2002;

Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di competenza e per la comunicazione della presente ordinanza alle parti.

Padova li10 gennaio 2014

 Il Giudice Relatore                                                                                                Il Presidente

dott. Giorgio Bertola                                                                            dott.ssa Vincenza Lanteri

Tribunale di Padova, opposizione manifestamente infondata: è lite temeraria

Tribunale di Padova, Sezione II, Giudice Dott. Giorgio Bertola, Sentenza del 09.05.2014

Si segnala la presente sentenza per le considerazioni che il Giudice Bertola svolge in ordine:

1) al comportamento processuale tenuto dalla parte,

2) alla ratio sottesa all’applicabilità della sanzione processuale per responsabilità aggravata,

3) alla quantificazione della sanzione stessa.

 

IL PUNTO SALIENTE DELLA SENTENZA:

“Sul comportamento processuale dell’attrice valgano le seguenti considerazioni: essa hanno agito in giudizio pur consapevole di essere priva di qualsiasi prova delle sue asserzioni, ed un tanto si evince proprio dal fatto che le uniche doglianze che la parte ritiene di introdurre nel procedimento con il suo atto di opposizione, sono relative ad eccezioni processuali manifestamente infondate. Nessuna istanza di prova introduce a sostegno delle sue asserzioni ed arriva addirittura a spiegare domanda ri convenzionale per presunti danni che non si perita neppure di allegare. […] Tale condotta processuale merita di essere opportunamente sanzionata ex art. 96 c.p.c. così come ritualmente richiesto dalla convenuta/opposta in sede di precisazione delle conclusioni. […] Tale condanna serve anche a sanzionare il comportamento abusivo della parte in considerazione del danno, arrecato al sistema giudiziario che, inteso nella sua complessità, è già gravato da milioni di procedimenti pendenti per cui, l’aggravamento del carico complessivo con procedimenti introdotti per finalità strumentali e dilatorie, è un comportamento abusivo che merita di essere adeguatamente sanzionato con il pagamento di una somma equitativamente individuata. […] Tutto ciò considerato sanzione equa, anche alla luce del principio di diritto espresso dal Cass. Sez. 6-2, Ordinanza n. 21570 del 30/11/2012, appare essere quella pari al triplo delle spese di lite liquidate ai sensi del D.M. n. 55 del 2014 per lo scaglione di valore tra Euro 5.200,01 ed Euro 26.000,00.”

LA SENTENZA INTEGRALE:

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Giudice del Tribunale di Padova, Seconda Sezione civile, dott. Giorgio Bertola, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di primo grado iscritta al n. 80080458/2008 del R.A.C.C. in data 15/07/2008, iniziata con atto di citazione notificato in data 07/07/2008

da

– CANTIERE NAUTICO ********* (P.I. (…)), in persona del legale rappresentante pro tempore, con il patrocinio degli avv. P. A. e M. E., elettivamente domiciliato in VIA ***********, presso il difensore avv. P. A.,

attrice / opponente

contro

– ***** S.R.L. (P.I. (…)), in persona del legale rappresentante pro tempore, con il patrocinio dell’avv. L. M. e B. C. M. elettivamente domiciliato in *********** presso lo studio dell’avv. L. M.,

convenuta / opposta

avente per oggetto: Altri contratti d’opera,

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Si dà atto che la presente sentenza viene redatta in forma abbreviata a norma dell’art. 132, n. 4 c.p.c., come sostituito dall’art. 45 c. 17 della L. n. 69 del 2009 e 118 disp. att. c.p.c..

Il Cantiere **** si è opposta al decreto ingiuntivo ottenuto da **** a fronte del mancato pagamento della fattura dimessa nella fase monitoria.

Eccepiva in via preliminare l’incompetenza territoriale del Giudice adito per essere competente il Giudice del Foro di Padova e comunque per essere applicabile il D.Lgs. n. 206 del 2005, nel merito contestava che la convenuta non avesse adempiuto alla propria obbligazione per aver omesso di trasmettere il Manuale del proprietario dell’imbarcazione così come commissionato sicché il mancato pagamento del saldo sarebbe stato giustificato.

Si è costituita la convenuta chiedendo il rigetto dell’opposizione.

La causa è stata istruita mediante prova orale.

Va preliminarmente rilevato un evidente ed innocuo lapsus calami laddove l’attrice/opponente, nelle sue conclusioni, ha chiesto la condanna dell’opponente alla sanzione ex art. 96 c.p.c. perché evidentemente la richiesta era rivolta nei confronti dell’opposta e non all’opponente cioè a sé stessa.

In merito all’eccezione di incompetenza territoriale essa è manifestamente infondata, da un lato perché l’attrice non è “consumatore” visto che agisce per un rapporto obbligatorio finalizzato alla propria attività professionale sicché appare improprio il richiamo al D.Lgs. n. 206 del 2005, dall’altro perché il combinato di sposto dell’art. 20 c.p.c. e 1182 c.c. consentono il radicamento del ricorso monitorio avanti alla sezione distaccata di Cittadella visto che entrambe le parti concordano sulla non applicabilità della clausola che individua un foro esclusivo per mancata esplicita sottoscrizione della relativa clausola.

Nel merito l’opposizione è manifestamente infondata e va rigettata.

In relazione alla eccepita tardività nell’esecuzione della prestazione da parte della società convenuta che avrebbe sforato il termine di giorni 60 contrattualmente concordato, va osservato che la clausola individuava espressamente come non essenziale il termine pattuito visto che il rispetto di quel termine era legato alla compatibilità con l’avanzamento dei lavori dell’unità (punto “6. Tempi di esecuzione” dell’offerta 33/2005 doc. 2 monitorio) sicché non può intendersi che le parti abbiano inteso attribuire a quel termine alcuna rilevanza di essenzialità, in caso contrario il contratto avrebbe potuto essere risolto ben prima del deposito del ricorso monitorio laddove invece l’attrice/opponente ha manifestato l’interesse all’adempimento ben oltre il termine contrattualmente pattuito così dimostrando che ella stessa non considerava quel termine essenziale.

Nel merito l’istruttoria, sui soli capitoli di prova dimessi da parte convenuta/opposta visto che l’attrice non ha dimesso alcuna istanza istruttoria orale, ha confermato, come già dedotto in comparsa di costituzione dalla convenuta/opposta, che per poter redigere il manuale richiesto dall’attrice fosse necessaria la trasmissione dello schema elettrico e che tale trasmissione fosse stata sollecitata più volte e che la consegna dello schema elettrico sia avvenuta solamente a settembre 2006 mentre il sollecito dell’invio del manuale sia avvenuto solo a gennaio 2008 per il tramite del procuratore di parte attrice (teste C. escusso all’udienza del 25/01/2011).

Che il manuale sia stato inviato è provato documentalmente con il doc. 4 anche se si deve dedurre che tale documento non fosse essenziale, oppure fosse sufficiente la bozza a cui ha fatto riferimento la convenuta/opposta nei suoi scritti difensivi al fine di ottenere il certificato CE visto che quel certificato porta la data del 8/8/06 mentre il teste ed i documenti provano che lo schema elettrico non sia stato inviato prima del settembre 2006 ed il manuale fosse pronto per novembre 2006.

Delle due l’una quindi o nel certificato sono sbagliate le date o il manuale non era necessariamente prodromico alla certificazione ed era sufficiente l’invio di una bozza parziale.

Sul punto peraltro l’attrice è “mancata” sia durante la fase istruttoria che nella fase delle memorie istruttorie dove non ha minimamente affrontato tale problematica, per esempio contestando che il sig. M. avesse ricevuto quella mail e che è stata prodotta in atti e così non contestandone l’invio e la ricezione, evento che prova l’esatto adempimento delle obbligazioni di parte convenuta, riproponendola tardivamente solo nelle conclusionali.

La deposizione del teste di parte convenuta, pienamente credibile e attendibile avendo direttamente partecipato alle operazioni, peraltro unica istanza istruttoria orale dimessa nel presente procedimento, conferma la finalità esclusivamente dilatoria dell’opposizione, visto che l’attrice non ha nemmeno tentato di provare il danno di cui ha chiesto il ristoro in via riconvenzionale.

In relazione al ristoro delle spese di trasferimento che parte convenuta ha addebitato all’attrice, va osservato che da una semplice lettura dell’offerta 33/2005 se ne ricava che le stesse non erano comprese nel prezzo dell’offerta e che il rimborso fosse concordato in ragione di Euro 0,45 al chilometro calcolato da Cittadella oltre ai pedaggi e alle spese di segreteria.

La convenuta ha documentato tali spese con le produzioni documentali sicché il loro ristoro appare pienamente legittimo.

Sul comportamento processuale dell’attrice valgano le seguenti considerazioni: essa hanno agito in giudizio pur consapevole di essere priva di qualsiasi prova delle sue asserzioni, ed un tanto si evince proprio dal fatto che le uniche doglianze che la parte ritiene di introdurre nel procedimento con il suo atto di opposizione, sono relative ad eccezioni processuali manifestamente infondate.

Nessuna istanza di prova introduce a sostegno delle sue asserzioni ed arriva addirittura a spiegare domanda ri convenzionale per presunti danni che non si perita neppure di allegare.

In punto processuale va censurato pure lo scorretto tentativo di procrastinare l’assunzione del teste regolarmente citato da contro parte, unica parte che abbia formulato istanze istruttorie orali, mediante il deposito di un atto di rinuncia al mandato solo all’udienza fissata per l’assunzione delle prove orali, mandato poi prontamente riassunto al termine della fase istruttoria così evidenziando che la rinuncia al mandato fosse solo un tentativo di differire l’udienza di assunzione testi.

Tale condotta processuale merita di essere opportunamente sanzionata ex art. 96 c.p.c. così come ritualmente richiesto dalla convenuta/opposta in sede di precisazione delle conclusioni.

In punto di applicabilità della sanzione processuale per responsabilità aggravata va osservato che, tale comportamento, può essere sanzionato anche qualora tale domanda venga spiegata per la prima volta in sede di precisazione delle conclusioni come statuito anche da Cass. Sez. 1 n. 22957/12 del 13/12/2012 secondo cui “La domanda di risarcimento dei danni per responsabilità aggravata per lite temeraria ex art. 96 c.p.c., comma 1, non attenendo al merito della controversia i cui termini restano immutati secondo la fissazione che deriva dagli atti iniziali) può essere formulata per la prima volta anche all’udienza di precisazione delle conclusioni, in quanto la parte istante sovente solo al termine dell’istruttoria è in grado di valutarne la fondatezza e di offrire al giudice gli elementi per la quantificazione del danno subito”.

Tale condanna serve anche a sanzionare il comportamento abusivo della parte in considerazione del danno, arrecato al sistema giudiziario che, inteso nella sua complessità, è già gravato da milioni di procedimenti pendenti per cui, l’aggravamento del carico complessivo con procedimenti introdotti per finalità strumentali e dilatorie, è un comportamento abusivo che merita di essere adeguatamente sanzionato con il pagamento di una somma equitativamente individuata.

Tale risarcimento tende a ristorare, sia il danno arrecato alla parte ingiustamente coinvolta nel presente procedimento protrattosi ben sei anni, sia il danno arrecato al sistema giudiziario nel suo complesso per l’aggravio di cause che, tutte insieme, concorrono a formare un numero di procedimenti che ormai da tempo superano quanto si possa esigere in termini di produttività da un singolo Giudice così che normalmente lo stesso sia impossibilitato a definire la totalità dei procedimenti gravanti sul suo ruolo entro i termini che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ritiene equi, ovvero tre anni dalla data di iscrizione a ruolo per un procedimento di primo grado così come recepito dal nostro ordinamento con la L. n. 89 del 2001 cd. Legge Pinto in applicazione dell’art. 6 C.E.D.U., così da esporre, in ultima istanza, lo Stato Italiano a continue sanzioni pecuniarie per la durata irragionevole dei suoi procedimenti giudiziari.

Tutto ciò considerato sanzione equa, anche alla luce del principio di diritto espresso dal Cass. Sez. 6-2, Ordinanza n. 21570 del 30/11/2012, appare essere quella pari al triplo delle spese di lite liquidate ai sensi del D.M. n. 55 del 2014 per lo scaglione di valore tra Euro 5.200,01 ed Euro 26.000,00.

Le spese del presente procedimento seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo ai sensi del D.M. n. 55 del 2014 pubblicato nella G.U. del 02/04/2014 applicabile a questo procedimento giusto il disposto della norma transitoria contenuta nell’art. 28 del suddetto regolamento, così come stabilito anche da Cass. SSUU n. 17406/2012 del 25/09/2012, evidenziando in particolare che nella presente causa non si rinvengono specifici elementi di personalizzazione che giustifichino il discostarsi dai valori medi.

P.Q.M.

Il Giudice, ogni diversa domanda ed eccezione reiette ed ogni ulteriore deduzione disattesa, definitivamente pronunciando,

1) Rigetta l’opposizione poiché manifestamente infondata e dilatoria e per l’effetto;

2) Dichiara definitivamente esecutivo il decreto ingiuntivo opposto;

3) Condanna Cantiere *********, in persona del legale rappresentante pro tempore, a rifondere a ******, in persona del legale rappresentante pro tempore, le spese legali del presente procedimento che si liquidano in Euro 3,90 per esborsi ed Euro 4.835,00 per compenso, oltre ad I.V.A., C.N.P.A. e rimborso delle spese forfettarie pari al 15% sul compenso ex D.M. n. 55 del 2014;

4) Condanna **********, in persona del legale rappresentante pro tempore, a corrispondere a *******, in persona del legale rappresentante pro tempore, la capital somma pari ad Euro 14.505,00 ex art. 96 comma 1 c.p.c.;

5) Visto l’art. 52 D.Lgs. n. 196 del 2003, dispone che, in caso di diffusione della presente sentenza in qualsiasi forma, per finalità di informazione giuridica, su riviste, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi degli interessati; Sentenza provvisoriamente esecutiva ex lege.

Così deciso in Padova, il 8 maggio 2014.

Depositata in Cancelleria il 9 maggio 2014.

Stategia processuale meramente dilatoria? E’ lite temeraria

Tribunale di Padova – Giudice Dott. Gianluca Bordon – Sentenza del 21.02.2013

UN ESEMPIO DI LITE TEMERARIA

Attraverso l’art. 96, comma 3, c.p.c., l’abuso del processo è rimesso alla valutazione discrezionale del Giudice che potrà d’ufficio, comminare un risarcimento a carico della parte “scorretta”. La responsabilità processuale aggravata di cui al terzo comma dell’art. 96 c.p.c., pur prescindendo dall’effettiva causazione di un danno a carico della parte risultata vittoriosa nel processo, richiede, in ogni caso, la sussistenza di un elemento soggettivo di colpevolezza in capo al soccombente il cui comportamento abbia travalicato la lealtà processuale a detrimento, quindi, della posizione della controparte che si vede vittima di ingiuste iniziative giudiziarie avversarie; e ciò quand’anche il comportamento della parte non sia informato a mala fede e/o colpa grave (come invece richiesto dal primo comma dell’art. 96). Non va trascurato il fatto che nessuna  richiesta giudiziale possa considerarsi abusiva a meno che non venga qualificata come infondata, essendo compito del giudice anche quello di accertare, nel merito, detta abusività (F. Toppetti, Il risarcimento del danno da lite temeraria”, Milano, 2014). Un esempio pratico di applicazione dell’ultimo comma dell’art. 96 c.p.c., è quello che segue.

IL CASO

La conduttrice – pur non essendo in grado di provare il pagamento nemmeno di una sola mensilità del canone – si è opposta alla convalida costringendo il locatore a un giudizio di merito con una strategia processuale meramente dilatoria; inoltre, dopo l’udienza di convalida la conduttrice si era resa irreperibile; non si era presentata alla mediazione e, pur avendo di fatto abbandonato l’immobile, non aveva nemmeno riconsegnato le chiavi consentendo al locatore di riacquistare la disponibilità dei locali.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

“L’art. 96 u.c. c.p.c. prevede che il giudice, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’art. 91 c.p.c., anche d’ufficio, possa condannare parte soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata ulteriore rispetto alla spese di lite. La disposizione consente di sanzionare la condotta, con cui si sia ostacolato il diritto della controparte attraverso strategie processuali inutilmente dilatorie. Nel contemperare il diritto di difesa con l’esigenza di assicurare una ragionevole durata dei processi, di evitare abusi e contenere i costi di una risorsa inevitabilmente scarsa (il processo), l’art. 96, III co. c.p.c. permette di sanzionare condotte improntate da colpa grave o mala fede, con la particolarità che si prescinde dalla prova di un danno a carico della parte vittoriosa e quindi rimanendo al di fuori della struttura tipica dell’illecito civile. “In ogni caso” significa che la condanna può essere emessa in presenza di mala fede, colpa grave, assenza di normale prudenza, e cioè di presupposti dei primi due commi dell’art. 96 c.p.c., non che sia sanzionabile la semplice soccombenza. Non si rimane più nell’ambito di una prospettiva meramente risarcitoria, ma ci si pone in una prospettiva sanzionatoria per scoraggiare l’abuso del diritto di difesa. Nel caso in esame la richiesta dell’attrice con la memoria integrativa di una pronuncia di condanna per lite temeraria va accolta perché la conduttrice – pur non essendo in grado di provare il pagamento nemmeno di una sola mensilità del canone – si è opposta alla convalida costringendo il locatore a un giudizio di merito con una strategia processuale meramente dilatoria.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Giudice dott. Gianluca Bordon, terminata la discussione orale, ha pronunziato, mediante lettura in udienza ex art. 429 c.p.c. del dispositivo e della esposizione delle ragioni di fatto di diritto della decisione, la presente

SENTENZA

nel proc. n. 6123/12 R.G. promosso da

S., rappresentato e difeso, come da mandato a margine dell’intimazione di sfratto e contestuale citazione per la convalida, dal domicil. avv. E., con studio in Padova, via (…)

Attore

contro

T., rappresentata e difesa, come da mandato a margine della memoria di costituzione, dal domicil. avv. M., con studio in Rovigo, viale (…)

Convenuto

Oggetto: risoluzione contratto di locazione.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con intimazione di sfratto per morosità e contestuale citazione per la convalida, C., premesso di aver concesso in locazione con contratto concluso e registrato il 16 dicembre 2010 un immobile sito in Padova, via (…), con destinazione a uso commerciale (negozio con servizio di riparazione e manutenzione di tappeti e arazzi antichi), ha intimato lo sfratto per morosità alla conduttrice F., lamentando che – a fronte di un canone mensile di Euro 700,00 – la controparte aveva versato unicamente un acconto di Euro 400,00 nel mese di aprile 2011. Il locatore si è lamentato anche del mancato versamento del deposito cauzionale e del fatto che controparte avesse adibito il negozio pure a propria privata dimora, così illecitamente mutando l’uso prestabilito.

2. F. ha resistito alle domande attoree eccependo:

– che il contratto 16 dicembre 2010 aveva una durata di anni due (anziché di anni sei), né era stato registrato per l’anno 2011/12 con sua conseguente nullità;

– di aver versato in contanti le mensilità dicembre 2010 – settembre 2011; che per il periodo successivo sino ad aprile 2012 erano stati ceduti “in permuta degli affitti vari tappeti” ed erano stati eseguiti “numerosi lavori di restauro” per l’importo complessivo di Euro 5.128,00 e che per la mensilità di maggio 2012 era stato altresì pagata la somma di Euro 500,00 a mezzo di assegno circolare.

3. Le domande attoree sono fondate e devono essere accolte.

3.1 La nullità della clausola contrattuale sulla durata non determina la nullità dell’intero contratto, ma la sua sostituzione con obbligo del locatore di rispettare la durata minima legale prevista dall’art. 27 L. 27.7.78, n. 392. L’eccezione di nullità è peraltro irrilevante perché il locatore non ha agito facendo valere la clausola nulla;

3.2 Con l’art. 1, comma 346 della L. 30.12.04, n. 311 (legge finanziaria 2005) il legislatore ha previsto la nullità dei contratti di locazione non registrati ancorché stipulati in forma scritta: “i contratti di locazione, o che comunque costituiscono diritti relativi di godimento, di unità immobiliari ovvero di porzioni, comunque stipulati, sono nulli se, ricorrendone i presupposti, non sono registrati”. Se è vero che un’azione volta ad ottenere la condanna al pagamento dei canoni non pagati in tanto può essere accolta, in quanto il contratto sia stato registrato, perché altrimenti il locatore resta privo di tutela giurisdizionale, la registrazione iniziale – come risulta dal timbro apposto in calce al documento – è avvenuta in data 16 dicembre 2010 presso l’Agenzia delle Entrate – Ufficio territoriale di Padova 1. L’art. 1 comma 346 citato, prevedendo un’eccezionale ipotesi di nullità collegata a violazioni di carattere tributario, non può essere applicato analogicamente a situazioni diverse da quelle espressamente regolate.

3.3 Con l’ordinanza 19 – 21 giugno 2012 è stato rilevato che:

– la lettera 5.4.11 richiamata nella memoria di costituzione per dimostrare il pagamento in contanti di Euro 300,00 non è presente nel fascicolo di parte;

– la lettera 1.2.12 del legale della convenuta non è idonea a provare il pagamento di Euro 400,00 a mezzo assegno circolare.

Deve aggiungersi che la conduttrice, pur avendo preannunciato l’introduzione di testi per dimostrare i pagamenti in contanti, non ha coltivato il giudizio dopo la trasformazione del rito e non ha formalizzato la relativa richiesta di prova. Dei contestati accordi menzionati nella memoria di costituzione relativi alla cessione di tappeti e a lavori di restauro eseguiti nell’interesse del locatore non è stata fornita alcuna prova.

4. Per le locazioni non abitative non trova applicazione l’art. 5 L. 27.7.78, n. 392, sicché non può ritenersi sussistente la gravità dell’inadempimento solo perché incida su una delle obbligazioni primarie scaturenti dal contratto, dovendosi accertare la gravità in concreto dell’inadempimento. Nulla impedisce che il mancato pagamento del canone possa, per il concorso di determinate circostanze, da apprezzarsi discrezionalmente, essere valutato ai sensi dell’art. 1455 c.c. come inadempimento di scarsa importanza, non sufficiente a provocare la risoluzione del rapporto. Il criterio legale dettato dall’art. 5 cit. può, peraltro, essere tenuto in considerazione come parametro di orientamento per valutare in concreto, a norma dell’art. 1455 c.c., se l’inadempimento del conduttore sia stato o non di scarsa importanza (cfr. Cass. sez. III, 12.2.02, n. 17738; Cass. sez. III, 4.2.00, n. 1234; Cass. Sez. III, 12.5.99, n. 4688 e Cass. s.u., 28.12.90, n. 12210). Nel caso di specie l’omesso pagamento integrale del canone per quasi tutta la durata del rapporto giustifica la domanda di risoluzione. Dichiarata la risoluzione del contratto, la conduttrice deve essere condannata al pagamento dei canoni e dell’indennità di occupazione dall’1.12.12 alla pronuncia della sentenza, previa detrazione dell’unico acconto corrisposto di Euro 400,00, nonché di un’indennità di occupazione mensile pari al canone sino all’effettivo integrale rilascio. Il credito del locatore nel febbraio 2013 è pari alla somma di Euro 18.500,00 (Euro 700,00 X 27 mesi – Euro 400,00).

5. Il locatore ha chiesto una condanna della controparte per lite temeraria allegando che dopo l’udienza di convalida la conduttrice si è resa irreperibile; non si è presentata alla mediazione e, pur avendo di fatto abbandonato l’immobile, non ha nemmeno riconsegnato le chiavi consentendogli di riacquistare la disponibilità dei locali. L’art. 96 u.c. c.p.c. prevede che il giudice, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’art. 91 c.p.c., anche d’ufficio, possa condannare parte soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata ulteriore rispetto alla spese di lite. La disposizione consente di sanzionare la condotta, con cui si sia ostacolato il diritto della controparte attraverso strategie processuali inutilmente dilatorie. Nel contemperare il diritto di difesa con l’esigenza di assicurare una ragionevole durata dei processi, di evitare abusi e contenere i costi di una risorsa inevitabilmente scarsa (il processo), l’art. 96, III co. c.p.c. permette di sanzionare condotte improntate da colpa grave o mala fede, con la particolarità che si prescinde dalla prova di un danno a carico della parte vittoriosa e quindi rimanendo al di fuori della struttura tipica dell’illecito civile. “In ogni caso” significa che la condanna può essere emessa in presenza di mala fede, colpa grave, assenza di normale prudenza, e cioè di presupposti dei primi due commi dell’art. 96 c.p.c., non che sia sanzionabile la semplice soccombenza. Non si rimane più nell’ambito di una prospettiva meramente risarcitoria, ma ci si pone in una prospettiva sanzionatoria per scoraggiare l’abuso del diritto di difesa. Nel caso in esame la richiesta dell’attrice con la memoria integrativa di una pronuncia di condanna per lite temeraria va accolta perché la conduttrice – pur non essendo in grado di provare il pagamento nemmeno di una sola mensilità del canone – si è opposta alla convalida costringendo il locatore a un giudizio di merito con una strategia processuale meramente dilatoria. Si stima congruo determinare l’indennizzo previsto dall’art. 96, III co. c.p.c. in via equitativa, tenuto conto del valore della causa e del tempo occorso al locatore per far valere il proprio diritto, nella somma di Euro 1.500,00.

6. Le spese processuali, liquidate come da dispositivo sulla base del D.M. 20 luglio 2012, n. 140, trattandosi di processo concluso dopo il 23 agosto 2012 (cfr. Cass. s.u., 12.10.12, n. 17405), seguono la soccombenza. Fra le spese si sono considerate anche quelle (Euro 108,90) per l’esperimento della mediazione.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunziando, disattesa ogni diversa domanda, istanza e eccezione, confermata l’ordinanza di rilascio ex art. 665 c.p.c. 19 – 21 giugno 2012 anche con riferimento al termine per l’esecuzione del 20 agosto 2012, così provvede:

a) dichiara risolto il contratto di locazione 16 dicembre 2012 registrato all’Agenzia delle Entrate – Ufficio territoriale di Padova 1 in data 16.12.110 al n. 16820 serie 3 per inadempimento della conduttrice T. e condanna quest’ultima a rilasciare l’immobile libero e sgombero da persone e cose;

b) condanna T. al pagamento in favore di S.:

b1) – della somma di Euro 18.500,00 a titolo di canoni di locazione e indennità di occupazione, oltre agli interessi al tasso legale dalle singole scadenze dei canoni/indennità al saldo e oltre all’ulteriore somma mensile di Euro 700,00 dall’1 marzo 2013 sino al rilascio dell’immobile;

b2) – della somma di Euro 1.500,00 ai sensi dell’art. 96 u.c. c.p.c.;

b3) – delle spese di giudizio, liquidate nella somma di Euro 1.729,26, di cui Euro 229,96 per spese ed Euro 1.550,00 per compenso, oltre iva e cpa.

Così deciso in Padova il 21 febbraio 2013.

Depositata in Cancelleria il 21 febbraio 2013.

Il danno da lite temeraria ai sensi dell’art. 96, 3 co. c.p.c.

Tribunale di Padova – Giudice Dott. Gianluca Bordon – Sentenza del 10.10.2013

UN ESEMPIO DI LITE TEMERARIA

Attraverso l’art. 96, comma 3, c.p.c., l’abuso del processo è rimesso alla valutazione discrezionale del Giudice che potrà d’ufficio, comminare un risarcimento a carico della parte “scorretta”. La responsabilità processuale aggravata di cui al terzo comma dell’art. 96 c.p.c., pur prescindendo dall’effettiva causazione di un danno a carico della parte risultata vittoriosa nel processo, richiede, in ogni caso, la sussistenza di un elemento soggettivo di colpevolezza in capo al soccombente il cui comportamento abbia travalicato la lealtà processuale a detrimento, quindi, della posizione della controparte che si vede vittima di ingiuste iniziative giudiziarie avversarie; e ciò quand’anche il comportamento della parte non sia informato a mala fede e/o colpa grave (come invece richiesto dal primo comma dell’art. 96). Non va trascurato che il fatto che nessuna  richiesta giudiziale possa considerarsi abusiva a meno che non venga qualificata come infondata, essendo compito del giudice anche quello di accertare, nel merito, detta abusività (F. Toppetti, Il risarcimento del danno da lite temeraria”, Milano, 2014). Un esempio pratico di applicazione dell’ultimo comma dell’art. 96 c.p.c., è quello che segue.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA:

L‘art. 96 u.c. c.p.c. prevede che il giudice, in ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi del’art. 91 c.p.c., anche d’ufficio possa condannare parte soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata ulteriore rispetto alla spese di lite. A differenza dell’ipotesi tradizionale di responsabilità aggravata prevista dall’art. 96, I co. c.p.c., la condanna può intervenire d’ufficio e la quantificazione del pregiudizio avviene secondo equità senza richiedere la prova del danno. La nuova disposizione consente di sanzionare la condotta, con cui si sia ostacolato il diritto della controparte attraverso strategie processuali inutilmente dilatorie. Nel contemperare il diritto di difesa con l’esigenza di assicurare una ragionevole durata dei processi, di evitare abusi e contenere i costi di una risorsa inevitabilmente scarsa (il processo), l’art. 96, u.c. co. c.p.c. permette di sanzionare condotte ostruzionistiche con la particolarità che si prescinde dalla prova di un danno a carico della parte vittoriosa e quindi rimanendo al di fuori della struttura tipica dell’illecito civile.

LA SENTENZA INTEGRALE:

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Giudice dott. Gianluca Bordon, al termine della discussione, dando lettura in udienza ex art. 281 sexies c.p.c. del dispositivo e delle ragioni di fatto e di diritto della decisione, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa di primo grado iscritta al n. 4795/12 Ruolo Cont. promossa da G.L.P. (C.F. (…)), rappresentato e difeso, giusta procura a margine dell’atto di citazione in opposizione, dall’avv.to F.  P., dall’avv.to C. V. e dall’avv.to dom.. F. S., con studio in (…)

attore opponente

contro

VERNICIATURE S.R.L.,

rappresentata e difesa, giusta procura a margine del ricorso monitorio, dagli avv.ti domicil. F. V. e F. A., con studio in (…) convenuto opposto

OGGETTO: contratto d’opera

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. Con atto di citazione, spedito il 14 maggio 2012, G.L.P. ha proposto opposizione avverso il decreto ingiuntivo del Tribunale di Padova 9-12 marzo 2012, n. 1128/12 ing., con cui gli era stato ingiunto il pagamento in favore di VERNICIATURE S.R.L della somma di Euro 10.025,64, oltre interessi ed accessori, per dei lavori di verniciatura di materiali vari a scopo edile, quali cancelli, balconi ecc. (cfr. fatture 713/10, 837/10, 1209/10, 1319/10 e 1437/10). Dopo aver premesso di aver commissionato la verniciatura e la sabbiatura di alcuni cancelli e recinzioni sulla base di un incarico ricevuto da alcune imprese di costruzione, l’opponente ha eccepito:

– che secondo gli accordi il saldo dei lavori sarebbe stato corrisposto solo dopo aver verificato la loro esatta esecuzione e la resistenza della verniciatura alle intemperie;

– che dopo poche settimane la propria committenza lo aveva avvisato che i cancelli, le ringhiere, le inferriate e le recinzioni presentavano segni evidenti di ruggine e distacchi di vernice (cfr. fotografie sub doc. 2);

– di aver subito avvisato controparte invitandola a effettuare un sopralluogo, che non era peraltro mai avvenuto.

2. VERNICLAUTE SRL ha chiesto il rigetto dell’opposizione evidenziando:

– che nessuna lamentela vi era stata per ben due anni. L.P., insistendo con richieste di dilazione, aveva sempre giustificato il ritardo nei pagamenti con la mancanza dei fondi necessari. Significativa in tale senso era anche la lettera 12.3.12 del legale della controparte:

– che il committente era decaduto dalla possibilità di far valere i vizi per non averli, denunciati, come prevede l’art. 2226, II co. c.c.,entro otto giorni dalla scoperta. Era decorso anche il termine annuale di prescrizione;

– di non essersi mai occupata – trattandosi di lavorazione non rientrante nella propria attività lavorativa – della sabbiatura.

Eventuali segni di ruggine erano da ricondursi ad imprese terze che avevano effettuato lo specifico trattamento di sabbiatura.

3. La causa è stata decisa solo sulla base della prove documentali.

I capitoli di prova formulati con la memoria istruttoria 24.12.13 dell’opponente, laddove vertenti su circostanze rilevanti, non sono stati ammessi per le seguenti ragioni:

– il cap. 3 in ordine alla denuncia dei vizi è assolutamente generico sotto il profilo spazio-temporale (“dopo aver ricevuto la recinzione … ha subito avvertito telefonicamente …”);

– i cap. 3-8 relativi al riconoscimento dei vizi, oltre a essere generici, vertono anche su circostanza non tempestivamente allegata. L’attore aveva dedotto che controparte, avvertita, non si era presentata per verificare i vizi (v. atto di citazione, fg. 3).

4. L’opposizione è destituita di fondamento.

L’art. 2226, II co c.c. prescrive che il “committente deve, a pena di decadenza, denunziare le difformità e i vizi occulti al prestatore d’opera entro otto giorni dalla scoperta”. Non avendo il committente fornito alcuna prova di aver mai denunciato, quantomeno verbalmente, l’esistenza di vizi nelle opere realizzate, eventuali vizi non possono essere fatti valere neanche al fine di eccepire l’inesatto adempimento da parte del prestatore d’opera, qualora questi richieda il pagamento del corrispettivo convenuto, e al fine di proporre una richiesta di risarcimento danni (cfr. Cass., sez. III, 18.2.00, n. 1874). Ad analoga conclusioni si perverrebbe anche qualificando il rapporto come contratto di appalto perché l’art. 1667 c.c. esige che la denuncia sia comunque effettuata -con onere della prova sempre a carico del committente – entro sessanta giorni dalla scoperta.

5. L’art. 96 u.c. c.p.c. prevede che il giudice, in ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi del’art. 91 c.p.c., anche d’ufficio possa condannare parte soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata ulteriore rispetto alla spese di lite. A differenza dell’ipotesi tradizionale di responsabilità aggravata prevista dall’art. 96, I co. c.p.c., la condanna può intervenire d’ufficio e la quantificazione del pregiudizio avviene secondo equità senza richiedere la prova del danno. La nuova disposizione consente di sanzionare la condotta, con cui si sia ostacolato il diritto della controparte attraverso strategie processuali inutilmente dilatorie. Nel contemperare il diritto di difesa con l’esigenza di assicurare una ragionevole durata dei processi, di evitare abusi e contenere i costi di una risorsa inevitabilmente scarsa (il processo), l’art. 96, u.c. co. c.p.c. permette di sanzionare condotte ostruzionistiche con la particolarità che si prescinde dalla prova di un danno a carico della parte vittoriosa e quindi rimanendo al di fuori della struttura tipica dell’illecito civile.

Nonostante l’incipit “in ogni caso”, considerando la sedes materiae della disposizione (art. 96 c.p.c. e non art. 91 c.p.c.), la condanna può essere emessa in presenza di mala fede, colpa grave o assenza di normale prudenza (colpa lieve) nelle ipotesi di cui all’art. 96, II co. c.p.c., non in tutte le ipotesi di semplice soccombenza. Non si rimane più nell’ambito di una prospettiva meramente risarcitoria, ma ci si pone in una prospettiva sanzionatoria (punitive damage) per scoraggiare l’abuso del diritto di difesa. Nel caso in esame si è in presenza di una tipica condotta processuale temeraria, perché meramente dilatoria: la lettera 12 marzo 2012 del legale dell’opponente, avv. F. P., documenta che il pagamento non avvenne non perché erano stati prontamente comunicati dei gravi vizi, ma perché il committente era in difficoltà economiche: “… non è in grado di far fronte alle vostre richieste se non in piccola parte, cosicché propone mio tramite il pagamento, saldo e stralcio, della somma di Euro 4.000,00” (doc. 1 conv.). Considerando la natura della causa e le spese processuali liquidabili, la somma prevista dall’art. 96, III co. c.p.c. viene determinata equitativamente nell’importo di Euro 1.500,00.

6. Il decreto ingiuntivo del Tribunale di Padova 9-12 marzo 2012, n. 1128/12 ing. è stato dichiarato provvisoriamente esecutivo con ordinanza 25.10.12. Le spese legali, liquidate come da dispositivo sulla base del D.M. 20 luglio 2012, n. 140, trattandosi di processo concluso dopo il 23 agosto 2012 (cfr. Cass., s.u., 12.10.12, n. 17405), seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunziando, rigettata ogni ulteriore domanda, istanza ed eccezione, respinge l’opposizione al decreto ingiuntivo del Tribunale di Padova 9-12 marzo 2012, n. 1128/12 ing. e condanna l’attore G.L.P. al pagamento in favore di VERNICIATURA S.R.L. della somma di Euro 1.500,00 ai sensi dell’art. 96 u.c. c.p.c. nonché delle spese processuali, liquidate in Euro 1.550,00 per compenso, oltre I.V.A. e C.P.A..

Così deciso in Padova, il 10 ottobre 2013.

Depositata in Cancelleria il 10 ottobre 2013.