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Procedura Civile Recupero Crediti Tutela del patrimonio

Società trasferisce l’azienda lasciando i debiti: come può tutelarsi il creditore

Articolo a cura di: Redazione - Studio Legale Calvello

Quando una società debitrice cede l’azienda o un ramo d’azienda e conserva nella vecchia struttura i debiti, il problema per il creditore non è soltanto ottenere un titolo per il pagamento. Occorre capire dove sia finito il patrimonio sul quale quel credito avrebbe potuto essere soddisfatto, quali attività siano passate al cessionario e se esistano i presupposti per agire anche nei confronti di quest’ultimo o per contestare l’operazione.

La situazione diventa particolarmente delicata quando il credito è di importo elevato e, dopo il trasferimento, la società debitrice rimane priva dell’azienda, degli incassi, dei principali contratti o di altri beni concretamente aggredibili. Una cessione d’azienda non è però illecita solo perché rende più difficile il recupero: occorre esaminare il contratto, la contabilità, il corrispettivo, i rapporti tra cedente e cessionario, la situazione finanziaria esistente al momento dell’operazione e ciò che è rimasto nel patrimonio della società debitrice.

Per un creditore esposto per centinaia di migliaia di euro o per importi milionari, il tempo può incidere direttamente sulle possibilità di recupero. Prima di scegliere tra azione esecutiva, tutela cautelare, azione revocatoria o iniziative nell’ambito della crisi d’impresa, noi ricostruiamo anzitutto il credito, il trasferimento dell’azienda e la consistenza patrimoniale dei soggetti coinvolti.

Chi risponde dei debiti quando una società cede l’azienda

Il punto di partenza è l’art. 2560 del codice civile. La cessione dell’azienda non determina, di per sé, la liberazione del cedente dai debiti anteriori al trasferimento. Per i debiti relativi all’esercizio dell’azienda ceduta, inoltre, l’acquirente risponde quando essi risultano dai libri contabili obbligatori. Per il creditore è quindi essenziale evitare un errore frequente: considerare la società che ha ceduto l’attività come l’unico possibile soggetto contro il quale agire, senza verificare se ricorrano anche i presupposti della responsabilità del cessionario.

La questione assume un peso economico evidente quando, per esempio, una società con un debito commerciale di 500.000 euro trasferisce l’intera attività produttiva a un’altra impresa e nella cedente rimangono sostanzialmente soltanto passività. Se il credito presenta i requisiti richiesti dalla disciplina della cessione d’azienda, la posizione del cessionario deve essere esaminata insieme a quella del debitore originario. Non basta, però, constatare che l’attività sia proseguita altrove: occorre accertare la natura dell’operazione e verificare la documentazione contabile rilevante.

Per questo motivo acquistano importanza il contratto di cessione, le visure e gli atti depositati presso il Registro delle imprese, i libri contabili obbligatori, i bilanci, le fatture, gli ordini, i contratti da cui nasce il credito e la corrispondenza intercorsa con il debitore. Nei casi più complessi è necessario ricostruire anche quali beni, rapporti contrattuali, dipendenti, autorizzazioni, clienti e componenti dell’avviamento siano effettivamente passati dalla società debitrice al nuovo soggetto.

La distinzione tra esistenza del credito e concreta possibilità di soddisfarlo resta decisiva. Un credito può essere certo e documentato, e il creditore può anche disporre di un titolo esecutivo, ma ciò non significa che il debitore originario possieda ancora beni sufficienti. È proprio quando l’azienda viene trasferita che l’analisi patrimoniale deve accompagnare quella strettamente giudiziale.

Se emergono già segnali di insolvenza, ritardi generalizzati nei pagamenti o una consistente riduzione del patrimonio, è utile verificare il quadro complessivo descritto anche nel nostro approfondimento sulla tutela del creditore nei confronti di una società insolvente con debiti elevati. Nei crediti di grande importo, infatti, scegliere il soggetto contro cui agire e individuare tempestivamente il patrimonio aggredibile può essere più importante della sola rapidità con cui si ottiene un provvedimento di condanna.

Quando la cessione dell’azienda può pregiudicare i creditori

Il trasferimento dell’azienda non deve essere qualificato automaticamente come fraudolento solo perché la società cedente si trova in difficoltà finanziaria. Un’impresa può avere ragioni economiche legittime per vendere l’azienda o un suo ramo. Dal punto di vista del creditore, però, occorre comprendere se l’operazione abbia ridotto concretamente la garanzia patrimoniale sulla quale poteva fare affidamento e quale contropartita sia entrata nel patrimonio del debitore.

Un conto è la vendita dell’azienda a condizioni di mercato, con un corrispettivo effettivamente incassato e rimasto disponibile per soddisfare i creditori; altro è il trasferimento delle attività economicamente produttive a una società collegata, seguito dalla permanenza nella cedente dei debiti e dall’assenza di risorse proporzionate al valore trasferito. Sono elementi da valutare, tra gli altri, il prezzo pattuito, le modalità e l’effettività del pagamento, la vicinanza temporale rispetto all’emersione dell’insolvenza, i rapporti societari o personali tra le parti e la consistenza del patrimonio residuo.

Particolare attenzione richiedono le operazioni nelle quali la società debitrice trasferisce alla nuova impresa non soltanto beni materiali, ma anche clienti, contratti e capacità produttiva. Quando l’attività prosegue sostanzialmente attraverso un altro soggetto mentre nella precedente società restano i debiti, occorre ricostruire l’intera operazione economica. Sul tema abbiamo esaminato specificamente il caso della società che trasferisce clienti e contratti a una nuova società lasciando i debiti e quello in cui il debitore crea una nuova società per proseguire l’attività senza pagare i creditori.

Lo stesso controllo è necessario quando cedente e cessionario appartengono al medesimo gruppo o presentano soci, amministratori o interessi economici collegati. La relazione tra le società non rende da sola illegittima la cessione, ma può assumere rilievo insieme alle condizioni economiche dell’operazione e agli effetti prodotti sul patrimonio disponibile per i creditori. In queste situazioni è opportuno esaminare anche eventuali trasferimenti patrimoniali tra società dello stesso gruppo prima dell’insolvenza.

Quando il trasferimento ha determinato o aggravato l’incapienza della società debitrice, il creditore deve quindi valutare strumenti diversi e potenzialmente concorrenti. Possono assumere rilievo la responsabilità del cessionario per i debiti dell’azienda, ove ne ricorrano i presupposti, le azioni dirette a conservare la garanzia patrimoniale, l’eventuale azione revocatoria e, nelle situazioni in cui vi sia un rischio concreto e attuale di ulteriore dispersione dei beni, una tutela cautelare. Se la società sta ancora trasferendo o vendendo il proprio patrimonio, il problema richiede una valutazione particolarmente rapida, come approfondiamo nell’articolo dedicato alla società debitrice che sta vendendo il patrimonio e agli strumenti utilizzabili dal creditore.

La strategia cambia ancora se nel frattempo l’impresa ha avviato una composizione negoziata, ha richiesto misure protettive oppure è entrata in uno strumento di regolazione della crisi o nella liquidazione giudiziale. In quel momento non è sufficiente chiedersi se il credito esista: occorre verificare quali iniziative individuali siano ancora esperibili, la posizione rispetto agli altri creditori, l’eventuale presenza di ipoteche, pegni o privilegi e gli effetti che la procedura può produrre sulla cessione dell’azienda e sulle azioni già intraprese.

Quali strumenti può utilizzare il creditore contro una cessione d’azienda pregiudizievole

Quando la cessione ha lasciato la società debitrice senza risorse adeguate, la prima scelta non dovrebbe essere quella di avviare automaticamente un’esecuzione contro il cedente. Occorre stabilire quale iniziativa abbia una concreta utilità rispetto al patrimonio ancora disponibile e a quello trasferito. Noi verifichiamo anzitutto l’importo e l’esigibilità del credito, il titolo disponibile, le eventuali garanzie, la data della cessione, il contenuto dell’atto, il prezzo pattuito e la sua effettiva corresponsione, la situazione economico-finanziaria della società al momento del trasferimento e i rapporti esistenti tra cedente e cessionario.

Una prima linea di tutela può derivare direttamente dalla disciplina dei debiti relativi all’azienda ceduta. Se ricorrono i presupposti dell’art. 2560 c.c., il creditore può valutare l’azione nei confronti del cessionario senza abbandonare necessariamente quella verso il debitore originario. È un profilo particolarmente rilevante quando la società cedente è ormai incapiente mentre l’impresa acquirente continua a esercitare l’attività e dispone di beni e flussi finanziari. La verifica deve però essere compiuta sul singolo credito e sulla documentazione contabile: la mera circostanza che il cessionario abbia acquistato l’azienda non consente di attribuirgli indistintamente tutte le passività del cedente.

Quando invece il problema riguarda gli effetti dell’atto sulla garanzia patrimoniale, può assumere rilievo l’azione revocatoria ordinaria prevista dall’art. 2901 c.c.. La sua funzione non è annullare la cessione né far rientrare automaticamente l’azienda nel patrimonio del debitore, ma rendere l’atto inefficace nei confronti del creditore che abbia ottenuto la pronuncia, consentendogli, nei limiti previsti dalla legge, di agire sul bene trasferito come se l’atto dispositivo non gli fosse opponibile. Per valutare questa strada devono essere verificati i presupposti richiesti dalla norma, compreso il pregiudizio arrecato alle ragioni creditorie e gli elementi soggettivi rilevanti in relazione alla natura e al momento dell’atto.

Per un credito di grande importo la differenza può essere sostanziale. Se la società possedeva un’azienda economicamente rilevante e, dopo la cessione, conserva soltanto attività insufficienti rispetto alle proprie passività, il depauperamento patrimoniale può incidere concretamente sulla possibilità di soddisfazione. Il quadro probatorio diventa ancora più delicato quando l’azienda è stata trasferita a una società collegata, quando il corrispettivo appare incongruo o quando il prezzo formalmente previsto non risulta effettivamente entrato nel patrimonio del cedente.

Se il trasferimento non è ancora completato oppure esiste il rischio concreto che anche il patrimonio residuo venga disperso, può essere necessario valutare una misura cautelare. Il sequestro conservativo contro una società in grave crisi presuppone però le condizioni richieste dalla legge e non può essere considerato una conseguenza automatica del mancato pagamento. Occorre dimostrare sia la fondatezza della pretesa nei termini richiesti in sede cautelare sia un concreto pericolo per la conservazione della garanzia patrimoniale.

Nei casi in cui emergano condotte degli amministratori che abbiano inciso sull’integrità del patrimonio sociale, deve essere esaminato separatamente anche il possibile profilo di responsabilità. L’insolvenza o il mancato pagamento di un debito non rendono personalmente responsabile l’amministratore. Diverso è il caso in cui risultino specifiche condotte contrarie ai doveri imposti dalla legge che abbiano determinato un danno rilevante per i creditori. È una verifica che può diventare pertinente quando si riscontrano trasferimenti patrimoniali anomali, come approfondito nel caso dell’amministratore che sottrae patrimonio prima dell’insolvenza.

La strategia deve infine essere coordinata con l’eventuale apertura di una procedura o con l’accesso della società alla composizione negoziata. La presenza di misure protettive può incidere sulle iniziative individuali del creditore; un concordato preventivo o una liquidazione giudiziale modificano ulteriormente il quadro nel quale il credito deve essere fatto valere. Anche la presenza di un’ipoteca, di un pegno o di un privilegio deve essere valutata rispetto al valore effettivo dei beni, al grado della garanzia e alla posizione degli altri creditori. Per questo, quando il patrimonio sta già diminuendo, è preferibile esaminare la posizione prima che le possibilità operative si restringano ulteriormente, secondo la logica illustrata anche nell’approfondimento su come proteggere un credito prima dell’insolvenza della società.

Un esempio: l’attività prosegue nella nuova società mentre i debiti restano nella precedente

Consideriamo una situazione realistica nella quale un’impresa fornitrice vanti un credito commerciale di importo molto elevato nei confronti di una società che, dopo mesi di pagamenti irregolari, cede l’azienda a un altro soggetto. Il creditore dispone di fatture, ordini e documentazione contrattuale idonea a ricostruire il rapporto, ma scopre che la società debitrice ha ormai cessato l’attività operativa. Clienti, organizzazione aziendale e principali rapporti commerciali risultano trasferiti, mentre nella cedente sono rimasti i debiti.

In una situazione di questo tipo limitarsi a ottenere un decreto ingiuntivo contro la società originaria potrebbe non essere sufficiente. Il primo accertamento riguarda quindi ciò che è stato effettivamente trasferito e ciò che è rimasto nel patrimonio della debitrice. L’esame dell’atto di cessione, della documentazione societaria e contabile e dei rapporti tra le imprese consente di stabilire se vi siano i presupposti per estendere la richiesta di pagamento al cessionario e, parallelamente, se il trasferimento abbia prodotto un pregiudizio alla garanzia patrimoniale tale da rendere concretamente valutabile un’azione revocatoria.

L’elemento decisivo non è il semplice fatto che esista una nuova società che svolge la medesima attività, ma la ricostruzione documentale dell’operazione: quali elementi aziendali siano passati, a quale prezzo, come sia stato regolato il corrispettivo, quali rapporti esistano tra i soggetti coinvolti e quale patrimonio sia rimasto disponibile per i creditori. Se emergono ulteriori atti dispositivi o un rischio attuale di dispersione dei beni ancora aggredibili, la valutazione deve comprendere anche l’eventuale tutela cautelare.

La posizione del creditore viene così affrontata su più livelli coordinati: accertamento e recupero del credito, verifica della responsabilità connessa alla cessione, conservazione della garanzia patrimoniale e controllo dell’eventuale evoluzione della crisi. È questo tipo di ricostruzione che consente di scegliere gli strumenti realmente utili, evitando di concentrare tempo e costi su un’esecuzione formalmente possibile ma diretta contro una società ormai priva di patrimonio sufficiente.

Domande frequenti sulla cessione d’azienda e sulla tutela del creditore

La società che cede l’azienda viene liberata automaticamente dai debiti?

No. L’art. 2560 c.c. prevede che l’alienante non sia liberato dai debiti inerenti all’esercizio dell’azienda ceduta anteriori al trasferimento, salvo che risulti il consenso dei creditori. La cessione dell’azienda, quindi, non consente di trasferire semplicemente l’attività economica e liberarsi unilateralmente delle obbligazioni già esistenti.

Il creditore può chiedere il pagamento anche alla società che ha acquistato l’azienda?

Può essere possibile. Nel trasferimento di un’azienda commerciale l’art. 2560 c.c. prevede la responsabilità dell’acquirente per i debiti anteriori inerenti all’esercizio dell’azienda quando risultano dai libri contabili obbligatori. Occorre quindi verificare il singolo credito, la sua riferibilità all’azienda ceduta e le risultanze delle scritture contabili, senza presumere che ogni debito della società cedente passi automaticamente al cessionario.

La cessione dell’azienda può essere contestata con l’azione revocatoria?

Sì, quando ricorrono i presupposti previsti dall’art. 2901 c.c. La semplice esistenza di un credito e la successiva cessione dell’azienda non sono sufficienti. Devono essere valutati il pregiudizio arrecato alle ragioni del creditore, il momento in cui è sorto il credito, la consapevolezza del debitore e, trattandosi normalmente di un atto a titolo oneroso, anche la posizione del terzo acquirente. L’obiettivo dell’azione è ottenere l’inefficacia dell’atto nei confronti del creditore che agisce, non l’annullamento generale della cessione.

Cosa può fare il creditore se teme che la società stia trasferendo anche gli ultimi beni disponibili?

Quando esiste un rischio concreto di dispersione della garanzia patrimoniale può essere necessario valutare tempestivamente una misura cautelare, compreso il sequestro conservativo. Non è sufficiente il semplice timore che il debitore non paghi: devono sussistere i presupposti richiesti per la tutela cautelare. Nei crediti economicamente rilevanti è quindi opportuno verificare subito quali beni siano ancora disponibili, quali operazioni siano in corso e quali elementi documentali possano dimostrare il pericolo per il soddisfacimento del credito.

Cosa cambia se la società entra in composizione negoziata, concordato preventivo o liquidazione giudiziale?

Cambia il quadro nel quale devono essere esercitate le tutele. Nella composizione negoziata occorre verificare, tra l’altro, l’eventuale presenza e il contenuto delle misure protettive; nel concordato preventivo e nella liquidazione giudiziale operano discipline proprie che incidono sulle iniziative individuali e sulle modalità di soddisfacimento dei creditori. Diventano determinanti anche la presenza di ipoteche, pegni o privilegi e la posizione del creditore rispetto agli altri aventi diritto. Per questo un credito di grande importo dovrebbe essere esaminato considerando contemporaneamente la cessione d’azienda e lo stato della crisi della società debitrice.

La società debitrice ha trasferito l’azienda? Richiedi una valutazione del credito e dell’operazione

Quando una società trasferisce l’azienda, i clienti, i contratti o altri elementi essenziali dell’attività e lascia nella precedente struttura debiti rilevanti, attendere può ridurre le possibilità concretamente disponibili per il creditore. Occorre ricostruire il trasferimento, verificare il patrimonio residuo, individuare i soggetti eventualmente responsabili e stabilire quali strumenti possano essere utilizzati prima che la situazione patrimoniale o concorsuale cambi ulteriormente.

Per crediti superiori a 100.000 o 500.000 euro e, soprattutto, per esposizioni milionarie, noi esaminiamo la documentazione disponibile e la situazione della società debitrice per valutare la strategia giuridica concretamente praticabile. Contratto, fatture, riconoscimenti del debito, garanzie, informazioni sulla cessione e documentazione relativa al patrimonio possono essere determinanti per comprendere se vi siano i presupposti per agire contro il cedente, il cessionario, contestare atti pregiudizievoli o richiedere una tutela cautelare.

Se la società debitrice ha ceduto l’azienda o sta trasferendo il proprio patrimonio e il credito ha un valore economicamente rilevante, puoi richiedere una valutazione allo Studio Legale Calvello compilando il modulo e descrivendo il caso. L’esame della situazione concreta consente di verificare quali iniziative siano effettivamente disponibili e quali abbiano utilità rispetto al patrimonio ancora aggredibile e all’eventuale procedura di crisi in corso.

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