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GDPR – PRIVACY & ULSS: le richieste dell’Ulss mettono a rischio le convenzioni?

A cura di Avv. Claudio Calvello e Avv. Marco Martinoia

Le richieste delle Aziende Sanitarie Locali impongono alle Strutture accreditate (Alberghi Termali, Cliniche private, etc…) ed ai loro operatori di “mettersi in regola” con le norme sulla Privacy-Gdpr. Le convenzioni sono a rischio?

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Nelle ultime settimane, è cresciuta notevolmente l’esigenza di adeguamento privacy (e nomina DPO) da parte di alberghi (stabilimenti termali), poliambulatori e medici/operatori che lavorano in libera professione con tali Strutture.

La causa di tale esigenza di adeguamento è l’ULSS che per garantire l’accreditamento e la convenzione delle cure sta formalizzando delle richieste dettagliate in materia di privacy estremamente stringenti.

In particolare:

1) L’ULSS (Titolare del Trattamento dei dati personali) chiede alla Struttura accreditata (stabilimento termale, poliambulatorio ecc..) di autocertificare e comprovare (con relazione su misure tecniche ed organizzative da produrre) di essere adeguata alla normativa in materia di GDPR-privacy.

Non solo…

2) L’ULSS chiede altresì alla Struttura accreditata di trasmettere la medesima documentazione anche con riferimento ai collaboratori  (es. medici/fisioterapisti in libera professione, consulenti informatici ecc..) al fine di ottenere l’autorizzazione (da parte dell’ULSS) ad avvalersi dei servizi degli stessi.

Pertanto, la criticità che potrebbe riscontrarsi è chiara: qualora le Strutture accreditate o i propri collaboratori esterni in libera professione non fossero in grado di dimostrare il proprio corretto adeguamento alla normativa in materia di privacy, l’ULSS NON autorizzerà più il trattamento e farà decadere le autorizzazioni/convenzioni.

Per rispondere a tale esigenza, lo Studio Legale Calvello sta assistendo le Strutture e gli operatori che hanno già sottoscritto un contratto di consulenza GDPR-Privacy e si rende disponibile a fornire gratuitamente un preventivo (parametratato alle specifiche caratteristiche della singola realtà ed allo status della stessa in materia di protezioni dei dati personali) per l’adeguamento di coloro che desiderassero allinearsi alla normativa ed alle richieste dell’ULSS.

(Articolo pubblicato il 28 maggio 2021)

Modello 231 e Gig economy: questo matrimonio s’ha da fare! (Fonte: www.datamanager.it)

La tutela dei rider come modello per la gig economy

Il protocollo quadro sperimentale firmato il 24 marzo 2021 contro le pratiche lavorative illegali potrebbe in futuro diventare un modello per tutelare i lavoratori autonomi della gig economy

Di Avv.ti Andrea Savoia partner e Marilena Cartabia senior associate (UNIOLEX Stucchi & Partners)

Il 24 marzo 2021, è stato sottoscritto da CGIL, CISL, UIL e AssoDelivery, alla presenza del ministero del Lavoro, il protocollo quadro sperimentale per la legalità, contro il caporalato, l’intermediazione illecita e lo sfruttamento lavorativo nel settore del food delivery. Obiettivo del protocollo è quello di prevenire pratiche lavorative illegali che intaccano i diritti fondamentali dei cosiddetti rider.

I punti chiave del protocollo sono tre. Primo: l’impegno delle aziende aderenti ad AssoDelivery ad adottare sia un modello organizzativo (ai sensi del D.lgs. n. 231/2001) idoneo a prevenire comportamenti scorretti all’interno dell’azienda con il correlato codice etico. Secondo: l’impegno delle piattaforme a non ricorrere ad aziende terze, almeno sino a quando non verrà creato un apposito albo delle piattaforme. Terzo: l’istituzione di un organo di garanzia il cui compito sarà di vigilare, in posizione di terzietà, sulle dinamiche lavorative dei rider. Tale organo, inoltre, lavorerà coordinandosi con il tavolo di governance e monitoraggio, del quale faranno parte anche i rappresentanti dei lavoratori, oltre che le aziende.

Attualmente, il protocollo interessa il settore del “food delivery”, tra i primi a utilizzare in modo massivo forme di lavoro non standardizzate e flessibili tanto che, nel corso degli ultimi anni, si sono succeduti molteplici interventi sia del legislatore che della giurisprudenza, con i quali si è cercato da un lato di qualificare il lavoro dei rider e dall’altro di introdurre delle tutele minime appropriate a prevenire abusi.

Le norme che interessano questi rapporti sono principalmente due: l’art. 2, D.lgs. 81/2015, che estende la disciplina del rapporto di lavoro subordinato alle collaborazioni etero-organizzate anche qualora le modalità di esecuzione della prestazione siano organizzate mediante piattaforme anche digitali, e il capo V-bis del medesimo D.lgs. 81/2015, dove sono assicurati livelli minimi di tutela per i lavoratori autonomi che svolgono attività di consegna di beni per conto altrui, in ambito urbano e con l’ausilio di velocipedi o veicoli a motore.

A fronte dell’anzidetto quadro normativo, i profili di interesse del protocollo del 24 marzo 2021sono diversi. In primo luogo, la scelta di predisporre delle tutele che agiscano in prevenzione di possibili illeciti. In secondo luogo, la previsione che sia i modelli organizzativi sia il codice etico debbano essere oggetto di informativa alle parti sindacali firmatarie, in modo da poter favorire relazioni industriali finalizzate a promuovere lo sviluppo del settore nel rispetto dei diritti dei lavoratori. E, ancora, l’istituzione di un organo nazionale di garanzia al quale spetterà anche il compito di definire trimestralmente, in apposito documento tecnico, soglie di “allarme” oltre le quali attivare ogni utile approfondimento, inclusa la segnalazione alla competente Procura della Repubblica. Il protocollo, da ultimo, legittimando anche le forme di lavoro autonomo in uso per i rider, potrà costituire un modello anche per altri settori della gig economy, fornendo tanto gli strumenti (i modelli organizzativi, i codici etici e così via) quanto un esempio di relazioni sindacali specifico per settori altamente innovativi dove è maggiore l’esigenza di far convivere flessibilità, velocità e tecnologia con tutele effettive per i lavoratori, senza “costringerle” nell’alveo della subordinazione.

Fonte: https://www.datamanager.it/2021/05/la-tutela-dei-rider-come-modello-per-la-gig-economy/

Agente Sportivo: ecco le nuove regole del D.lgs. n. 37/2021 (di Nicola Pegoraro)

Di Nicola Pegoraro (Studio Legale Alessi – Dottore in Legge – Master en Derecho y Gestión del Deporte – ISDE Law & Business School)

Con l’introduzione del D.Lgs n. 37 del 28 Febbraio 2021, adottato in attuazione dell’art. 6 della legge n.86 dell’8 agosto 2019, si è disciplinata la figura dell’agente sportivo e la sua attività.

Tale novità normativa – con la quale si torna a disciplinare a livello statuale l’accesso alla professione di agente sportivo e lo svolgimento della relativa attività – porta anche ad un ampliamento del perimetro di azione per gli agenti stessi.

È necessario premettere che la nuova disciplina riprende in gran parte l’impianto normativo già esistente, come previsto dai precedenti dpcm di derivazione statale e dalla legislazione sportiva di riferimento adottata in seno al CONI ed alle singole federazioni.

Nell’attesa della possibile implementazione dei principi riportati nel decreto legislativo in parola da parte della successiva decretazione, è possibile registrare tutt’ora delle significative novità.

Ci si riferisce in primo luogo alla nuova definizione di agente sportivo e, di conseguenza, dei possibili soggetti rappresentabili dallo stesso (art. 2, comma 1, lettera a) del citato decreto): “L’agente sportivo è il soggetto che, in esecuzione del contratto di mandato sportivo, mette in contatto due o più soggetti operanti nell’ambito di una disciplina sportiva riconosciuta dal CONI e dal CIO, nonché dal CIP e dall’IPC, siano essi lavoratori sportivi o Società o Associazioni Sportive, ai fini della conclusione, della risoluzione o del rinnovo di un contratto di lavoro sportivo, del trasferimento della prestazione sportiva mediante cessione del relativo contratto di lavoro, del tesseramento di uno sportivo presso una Federazione Sportiva Nazionale, fornendo servizi professionali di assistenza, consulenza e mediazione”.

Risulta evidente l’ampliamento del perimetro operativo dentro il quale potrà agire il nuovo agente sportivo, fino ad oggi invece fissato all’interno dei confini del solo professionismo sportivo.

Da una parte, infatti, sarà possibile per il procuratore rendere i propri servizi a favore delle federazioni paraolimpiche, oltre a quelle che non abbiano aderito alle previsioni della Legge n. 91 del 1981; dall’altra sarà permesso di operare in favore della nuova categoria dei cd. lavoratori sportivi, ossia di coloro che “senza alcuna distinzione di genere e indipendentemente dal settore professionistico o dilettantistico, esercitano l’attività sportiva verso un corrispettivo” (art. 2 comma 1).

Altra importante novità è rappresentata dalla diversa qualificazione della prestazione professionale dell’agente, giacché, accanto al tipico servizio di consulenza ed assistenza, viene introdotta l’ulteriore attività di “mediazione”, ossia la possibilità di mettere in contatto tra loro i soggetti sportivi contraenti in forza di apposito mandato rilasciato da ciascuno di essi in relazione alla medesima operazione.

L’articolo 5 introduce il nuovo strumento del contratto di mandato sportivo.

La disciplina ivi contenuta riporta molti elementi del contratto di mandato utilizzato fino ad oggi, sia in termini di durata, che di forma e di contenuto.

La novità più significativa riguarda il deposito – entro 20 giorni – del contratto di mandato presso il relativo Registro che verrà istituito presso ciascuna Federazione Sportiva Nazionale.

Tale contratto potrà essere stipulato dall’agente con solo due soggetti da lui assisiti nella medesima operazione, in luogo delle tre parti assistite secondo quanto previsto in passato.

Altra novità saliente del Decreto Legislativo n. 37 del 28/02/2021 riguarda gli onorari dell’agente sportivo.

Il compenso spettante all’agente sportivo, come corrispettivo dell’attività svolta in esecuzione del contratto di mandato sportivo, è determinato, in caso di trasferimento di una prestazione sportiva, dalle parti in misura forfettaria o in termini percentuali sul valore della transazione, ovvero sulla retribuzione lorda complessiva del lavoratore sportivo risultante dal relativo contratto di lavoro sportivo sottoscritto con l’assistenza dell’agente sportivo.

Viene rimessa alla decretazione successiva la determinazione di parametri per i compensi degli agenti sportivi, che ogni cinque anni potranno essere aggiornati previa verifica di adeguatezza e congruità.

Altra rilevante novità riguarda la disciplina dei minori, in quanto, mentre nel regime previgente un’atleta minorenne poteva essere rappresentato da un agente solo a partire dai 16 anni di età, a mente dell’articolo 10 comma 1 del citato decreto, il minore può essere assistito da un procuratore sportivo a partire dai 14 anni di età.

Il contratto di mandato sportivo relativo al minore deve sempre essere sottoscritto, a pena di nullità, da uno degli esercenti la responsabilità genitoriale o dall’esercente tutela o curatela legale del lavoratore sportivo.

In tal caso, nessun pagamento, utilità o beneficio è dovuto all’agente sportivo da parte del minore in relazione all’attività svolta in suo favore, ferma restando la possibile remunerazione dell’agente sportivo da parte della società o associazione sportiva contraente.

Infine, il nuovo decreto legislativo chiarisce l’annosa questione – irrisolta da anni – della possibilità, per l’Avvocato iscritto al proprio Albo circondariale, di essere contemporaneamente iscritto nel registro Agenti Sportivi Nazionale.

Sulla questione il CNF in varie occasioni nel corso degli anni ha espresso pareri discordanti in merito all’opportunità per l’Avvocato, che abbia sostenuto l’esame di abilitazione di Agente sportivo e sia iscritto negli appositi Albi, di svolgere contemporaneamente le due attività senza incorrere in sanzioni deontologiche.

L’articolo 4 comma 9 del nuovo decreto prevede la compatibilità tra iscrizione all’albo professionale degli avvocati e al registro degli agenti sportivi per un soggetto che abbia regolarmente superato l’esame di abilitazione di agente sportivo.

L’art. 3 comma 3 rinnova la “clausola di salvezza” delle competenze professionali riconosciute per legge, in virtù della quale si stabilisce come siano “fatte salve le competenze degli avvocati iscritti a un albo circondariale in materia di consulenza legale e assistenza legale stragiudiziale dei lavoratori sportivi, delle società e delle associazioni sportive”.

Sul punto il CONI, già in passato, aveva escluso che da una definizione di tale portata si potesse trarre un principio di equiparazione degli avvocati iscritti negli albi forensi agli agenti sportivi.

Pertanto, la corretta interpretazione della norma comporta la preclusione per gli avvocati di svolgere attività di negoziazione dei termini contrattuali sostanziali, ma consente – ed allo stesso tempo limita – il perimetro di operatività alla sola “redazione ed elaborazione del contratto sportivo da un punto di vista prettamente tecnico giuridico” (faq sito web Agenti Coni).

Modello 231 e sicurezza alimentare: il MOG si afferma anche nel settore vitivinicolo! (Fonte: aisveneto.it)

REATI AGROALIMENTARI: MA CHE…”PASTICCIO”

di Claudio Calvello

Il vino rientra nel concetto ampio di alimento. In sostanza possiamo dire che il vino è il prodotto della fermentazione alcolica del mosto di uva che può avere proprietà diverse e tali da originare un’infinità di caratteristiche. Inutile sottolineare che la qualità di un prodotto è molto importante perché tra qualità (del prodotto alimentare) e salute (del consumatore) vi è uno stretto legame. Pertanto, alla base del concetto di qualità, sia per il consumatore sia per il produttore e il distributore, c’è la sicurezza alimentare che è resa obbligatoria dalla normativa vigente. La sicurezza alimentare può certamente essere garantita da adeguate pratiche di produzione degli alimenti, ma deve necessariamente essere assistita anche da un efficace sistema sanzionatorio. Tale presidio era rappresentato da una legge risalente nel tempo (L. n. 283 del 30 aprile 1962) che, tuttavia, l’art. 18 del recente Decreto legislativo n. 27/2021, ha incredibilmente (e inspiegabilmente) abrogato nella parte in cui venivano previste tutta una serie di sanzioni, sia di natura penale che amministrativa, a tutela della salute del consumatore. Evidentemente ai redattori del D.L. 27/21 è sfuggito qualcosa di mano, infatti è noto a tutti che la tendenza del Legislatore europeo sta andando sempre più verso una maggiore attenzione nella sicurezza alimentare con conseguenti norme sanzionatorie maggiormente stringenti nei confronti di chi tali normative e protocolli di produzione e sicurezza alimentare non rispetta. Ed invero, cibi e bevande prodotti in spregio alle normative di riferimento, possano causare gravi danni alla salute anche letali. Chi non ricorda lo scandalo del vino al metanolo del 1986 che provocò anche diverse vittime. Ebbene, a tale vero e proprio “pasticcio” normativo, ha posto rimedio il decreto-legge n. 42/2021, approvato dal Governo Draghi in extremis, il quale ha così evitato l’effetto abrogativo delle disposizioni sanzionatorie di cui alla L. 283/62. Tale depenalizzazione avrebbe, di fatto, travolto non solo i processi in corso, ma anche quelli già conclusi ponendo così nel nulla il lavoro in questi anni svolto da forze dell’Ordine e Magistratura volto ad arginare condotte delittuose poste in essere da gente senza scrupoli nel campo agroalimentare e, per quel che qui interessa, nello specifico settore vitivinicolo. Si pensi che attualmente nel nostro Parlamento è in discussione un disegno di legge (DDL AC 2427) che prevede il rafforzamento della tutela penale nel settore agroalimentare con una particolare attenzione anche al dilagante fenomeno della “enopirateria”. In questa prospettiva, le aziende vitivinicole più attente alla qualità del proprio prodotto ed alla salute dei propri clienti/consumatori si sono già organizzate con un proprio “Modello Organizzativo 231”, altre lo stanno già facendo al fine di non farsi cogliere impreparate rispetto ad una tendenza normativa già chiaramente tracciata.

Fonte: articolo pubblicato in data 26 aprile 2021 sulla Rivista dell’Ais Veneto (Associazione Italiana Sommelier) al seguente indirizzo https://www.aisveneto.it/news/1017-sicurezza-alimentare.html#.YImN36HOPcs

Diritto all’oblio: ma vi è o no un diritto ad essere dimenticati? Intervengono a fare chiarezza le SS.UU. della Cassazione (Sent. n. 19681/2019)

A cura di Claudio Calvello

La reputazione è forse il bene più prezioso che abbiamo. Qualcuno qui obietterebbe: “E no avvocato, guardi che il bene più prezioso è la salute!”. Vero, verissimo, sol che a chi per qualche motivo viene macchiata la reputazione, poi ne va di mezzo pure la salute. Qualcuno, pure, nel corso della propria vita può avere commesso qualche errore per il quale magari ha anche già saldato il conto con la Giustizia (risarcendo economicamente la controparte e/o con il carcere). Ma, ai giorni nostri, c’è sempre questo maledetto ma: INTERNET NON DIMENTICA! Il web non dimentica mai! E se per qualche ragione sei “disgraziatamente” finito sul web per fatti non proprio positivi, beh, questi fatti poi possono continuare a perseguitarti per tutta la vita. E questo è profondamente ingiusto. Oggi però abbiamo uno strumento in più: la Cassazione a sezioni unite ha infatti tracciato una linea oltrepassata la quale non ritiene più lecito che si possano rievocare fatti personali del passato. Per lo stesso motivo, si ha diritto a che determinate notizie che non rivestono più un interesse pubblico concreto ed attuale – ma che per te continuano ad essere fonte di gravi disagi e pregiudizi – vengano definitivamente rimosse dal web. Come? Intervenendo su motori di ricerca, siti, social network, testate giornalistiche, blog, etc.. Se hai bisogno di un aiuto in tal senso, chiamaci per un confronto.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

In tema di rapporti tra il diritto alla riservatezza (nella sua particolare connotazione del c.d. diritto all’oblio) e il diritto alla rievocazione storica di fatti e vicende concernenti eventi del passato, il giudice di merito – ferma restando la libertà della scelta editoriale in ordine a tale rievocazione, che è espressione della libertà di stampa e di informazione protetta e garantita dall’art. 21 Cost. – ha il compito di valutare l’interesse pubblico, concreto ed attuale alla menzione degli elementi identificativi delle persone che di quei fatti e di quelle vicende furono protagonisti. Tale menzione deve ritenersi lecita solo nell’ipotesi in cui si riferisca a personaggi che destino nel momento presente l’interesse della collettività, sia per ragioni di notorietà che per il ruolo pubblico rivestito; in caso contrario, prevale il diritto degli interessati alla riservatezza rispetto ad avvenimenti del passato che li feriscano nella dignità e nell’onore e dei quali si sia ormai spenta la memoria collettiva (nella specie, un omicidio avvenuto ventisette anni prima, il cui responsabile aveva scontato la relativa pena detentiva, reinserendosi poi positivamente nel contesto sociale).

Cassazione civ. Sezioni Unite, Sentenza del 22-07-2019, n. 19681

(Primo Presidente Dott. MAMMONE – Relatore Dott. CIRILLO)

LA SENTENZA (estratto)

(Omissis)

Svolgimento del processo

1. S.G. convenne in giudizio, davanti al Tribunale di Cagliari, il quotidiano l’Unione Sarda s.p.a. e la giornalista C.M.F., chiedendo che fossero condannati al risarcimento dei danni da lui subiti a seguito della pubblicazione su detto quotidiano, in data (OMISSIS), di un articolo con il titolo: “(OMISSIS)” e con il sottotitolo “(OMISSIS)”.

Espose, a sostegno della domanda, che in quell’articolo era stato rievocato un episodio di cronaca nera accaduto nel lontano (OMISSIS), che lo aveva visto come protagonista, in quanto responsabile dell’omicidio della propria moglie P.C., omicidio per il quale era stato condannato ed aveva espiato dodici anni di reclusione. La pubblicazione dell’articolo, dopo un lunghissimo lasso di tempo dall’episodio, non soltanto aveva determinato in lui un profondo senso di angoscia e prostrazione che si era riflesso sul suo stato di salute piuttosto precario, ma aveva anche causato un notevole danno per la sua immagine e per la sua reputazione, in quanto egli era stato esposto ad una nuova “gogna mediatica” quando ormai, con lo svolgimento della sua apprezzata attività di artigiano, era riuscito a ricostruirsi una nuova vita e a reinserirsi nel contesto della società, rimuovendo il triste episodio. Tale situazione aveva rappresentato una palese violazione del suo diritto all’oblio, arrecandogli gravi danni, di natura patrimoniale e non patrimoniale, anche conseguenti alla cessazione dell’attività, dei quali chiedeva il risarcimento.

Si costituirono in giudizio l’Unione sarda e la giornalista convenuti, chiedendo il rigetto della domanda.

Rilevarono i predetti che l’articolo in esame faceva parte di una rubrica settimanale, intitolata “(OMISSIS)”, pubblicata ogni domenica dal (OMISSIS) al (OMISSIS), rubrica nella quale il giornale aveva inteso rievocare alcuni fatti di cronaca nera (in particolare alcuni omicidi) avvenuti nella città di Cagliari, che per diverse ragioni avevano profondamente colpito e turbato la collettività della piccola città di Cagliari; per cui la rievocazione dell’avvenimento, benchè a distanza di ventisette anni, non poteva ritenersi illecita, neppure sotto il profilo della violazione del diritto all’oblio, proprio perchè avvenuta nell’ambito di una rubrica settimanale dedicata agli avvenimenti più rilevanti della città accaduti negli ultimi quaranta anni.

Il Tribunale rigettò la domanda, condannando l’attore al pagamento delle spese di giudizio.

2. La sentenza è stata impugnata dall’attore soccombente e la Corte d’appello di Cagliari, con sentenza del 16 maggio 2016, ha rigettato l’appello, compensando le spese dell’ulteriore grado.

2.1. Ha premesso la Corte territoriale, ai fini di un corretto inquadramento storico della vicenda, che l’articolo in oggetto si inseriva in una rubrica settimanale che aveva rievocato il racconto di diciannove omicidi particolarmente efferati sui quali l’opinione pubblica locale si era a lungo confrontata.

L’omicidio commesso dal S., in particolare, era stato descritto “senza accostamenti suggestionanti e/o fuorvianti sottintesi”, tanto che il nome del colpevole risultava solo nel corpo dell’articolo e non nel titolo in grassetto, mentre in testa all’articolo, e con caratteri più piccoli, era scritto il riferimento ai coniugi S.. Dal testo complessivo emergeva che la vicenda andava ad inserirsi in un contesto familiare difficile, tanto che l’omicida aveva reso una piena confessione del delitto e la Corte d’assise aveva mostrato benevolenza nei suoi confronti. Da tanto conseguiva, secondo la Corte di merito, che non vi era stata “nessuna gratuita e strumentale rievocazione del delitto P., nessuna ricerca di volontaria spettacolarizzazione”, così come “nessuna offesa triviale o irridente del sentimento umano”.

2.2. Tanto premesso in punto di fatto, la Corte cagliaritana richiamati i principi enunciati dalla giurisprudenza di legittimità in ordine all’esercizio del diritto di cronaca e di critica – ha rilevato che il diritto all’oblio del quale l’appellante chiedeva la tutela non poteva, nel caso di specie, essere considerato prevalente rispetto al diritto di cronaca. La pubblicazione del contestato articolo, infatti, non era avvenuta “per il solo fine di “riempire” strumentalmente una pagina della edizione della domenica”, bensì allo scopo di “offrire, all’interno di una rubrica ben definita e strutturata nel tempo, una sponda di riflessione per i lettori su temi delicati quali l’emarginazione, la gelosia, la depressione, la prostituzione, con tutti i risvolti e le implicazioni che queste realtà possono determinare nella vita quotidiana”. Nessun desiderio, quindi, di “una rinnovata condanna mediatica e sociale in danno del S.”, quanto, piuttosto, un progetto editoriale che “indiscutibilmente rientra nel costituzionale diritto di cronaca, di libertà di stampa e di espressione”.

Ha aggiunto la Corte di merito che la cronaca, “se inserita in un preciso disegno editoriale non può mai dirsi superata”, in quanto “il tempo non cancella ogni cosa e la memoria, anche se dura e crudele, può svolgere un ruolo nel sociale, in una assoluta attualità che ne giustifica il ricordo”. La figura del S., inoltre, veniva tratteggiata nell’articolo piuttosto come la vittima di un certo contesto di disagio psicologico, per cui il corretto bilanciamento tra il diritto di cronaca e il diritto all’oblio portava a condividere la tesi del Tribunale, espressione di un punto di equilibrio tra l’art. 2, e l’art. 21 Cost..

3. Contro la sentenza della Corte d’appello di Cagliari propone ricorso S.G. con atto affidato a tre motivi.

Resistono il quotidiano l’Unione Sarda s.p.a. e la giornalista C.M.F. con un unico controricorso affiancato da memoria.

4. A seguito della discussione del ricorso, avvenuta nell’udienza pubblica del 26 giugno 2018, la Terza Sezione Civile di questa Corte, con ordinanza interlocutoria 5 novembre 2018, n. 28084, ha trasmesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite della questione di massima di particolare importanza costituita dalla necessità di stabilire i precisi confini tra il diritto all’oblio e il diritto di cronaca.

Il Primo Presidente ha disposto in conformità.

Il Procuratore generale ha rassegnato conclusioni per iscritto, chiedendo l’accoglimento del ricorso.

Motivi della decisione

I motivi di ricorso.

1. Col primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione dell’art. 2 Cost..

Dopo aver richiamato alcuni specifici passaggi della sentenza impugnata, il ricorrente osserva che essa avrebbe erroneamente finito per considerare il diritto di cronaca sempre prevalente sui diritti individuali previsti dall’art. 2 Cost., tra i quali il diritto all’oblio. Precisa il ricorrente di non aver mai affermato che le notizie pubblicate fossero di contenuto ingiurioso o diffamatorio ovvero prive di fondamento. Il punto centrale risiederebbe, invece, nella necessità di stabilire se sia legittimo pubblicare, o meglio ripubblicare, dopo ventisette anni, la notizia di un tragico avvenimento con modalità tali da rendere facile e sicura l’individuazione dell’omicida. Il che, ad avviso del ricorrente, è realmente avvenuto, con conseguente sua esposizione ad una rinnovata notorietà che gli aveva portato gravi danni.

Col secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione dell’art. 3 Cost..

La doglianza si rivolge nei confronti della motivazione della sentenza impugnata là dove essa afferma che la pubblicazione di una notizia risalente nel tempo può fondarsi sulla necessità di un’informazione volta a concorrere con l’evoluzione sociale. Una simile interpretazione dell’art. 21 Cost., secondo il ricorrente, è in contrasto col principio costituzionale di uguaglianza. Il ricorrente ricorda di aver commesso il delitto ma di avere anche scontato la pena e di essersi reinserito nel contesto sociale, mentre la pubblicazione dell’articolo avrebbe compromesso tale reinserimento andando a colpire la sua dignità personale; e la sentenza impugnata avrebbe leso anche l’art. 27 Cost., perchè la ripubblicazione nel (OMISSIS) di un articolo risalente al (OMISSIS) costituirebbe “una pena disumana per qualsiasi persona, per quanto colpevole di un grave delitto”.

3. Col terzo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione degli artt. 7 e 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea sottoscritta a Nizza il 7 dicembre 2000.

Ricorda il ricorrente che l’art. 7 cit. impone che venga rispettato, per ciascun individuo, il diritto alla propria vita privata e familiare, mentre l’art. 8 cit. garantisce il diritto alla protezione dei dati che riguardano ciascun individuo. Ad avviso del ricorrente, considerare lecito, o addirittura doveroso, il mantenimento in vita del ricordo di un fatto tanto doloroso avvenuto molti anni prima violerebbe entrambe le norme sovranazionali ora richiamate.

L’ordinanza interlocutoria.

4. L’ordinanza interlocutoria chiarisce, innanzitutto, che l’esame dei motivi di ricorso impone di affrontare il problema del bilanciamento tra il diritto di cronaca, posto al servizio dell’interesse pubblico all’informazione, e il diritto all’oblio, finalizzato alla tutela della riservatezza della persona; ed aggiunge che, in considerazione della specifica concreta vicenda, non viene in esame il problema del diritto all’oblio connesso con la realizzazione di archivi di notizie digitalizzati e fruibili direttamente on line.

Tanto premesso, l’ordinanza rammenta che il diritto di cronaca, per pacifica e risalente acquisizione della giurisprudenza sia civile che penale, è un diritto pubblico soggettivo fondato sulla previsione dell’art. 21 Cost., che sancisce il principio della libera manifestazione del pensiero e della libertà di stampa. Tale diritto non è, peraltro, senza limiti, come la giurisprudenza ha da tempo riconosciuto, indicando la necessità della sussistenza di tre condizioni, costituite dall’utilità sociale dell’informazione, della verità oggettiva o anche solo putativa dei fatti e della forma civile dell’esposizione, che deve essere sempre rispettosa della dignità della persona. Il diritto all’oblio “è collegato, in coppia dialettica, al diritto di cronaca”, posto che esso sussiste quando “non vi sia più un’apprezzabile utilità sociale ad informare il pubblico; ovvero la notizia sia diventata “falsa” in quanto non aggiornata o, infine, quando l’esposizione dei fatti non sia stata commisurata all’esigenza informativa ed abbia arrecato un vulnus alla dignità dell’interessato”.

Richiamate alcune pronunce della Terza Sezione Civile, l’ordinanza interlocutoria osserva che il diritto all’oblio è stato oggetto di alcune recenti pronunce della Prima Sezione Civile le quali hanno riconosciuto, a determinate condizioni, la prevalenza del medesimo sul diritto all’informazione. In particolare, l’ordinanza interlocutoria si sofferma sui principi enunciati dall’ordinanza 20 marzo 2018, n. 6919, la quale ha affermato che il diritto all’oblio può essere recessivo, rispetto al diritto di cronaca, solo in presenza di determinate condizioni, fra le quali il contributo arrecato dalla diffusione della notizia ad un dibattito di interesse pubblico, l’interesse effettivo ed attuale alla diffusione, la grande notorietà del soggetto rappresentato, le modalità in concreto impiegate e la preventiva informazione dell’interessato finalizzata a consentirgli il diritto di replica prima della divulgazione. D’altra parte, la materia è stata oggetto anche di un recente intervento della legislazione Europea, con il Regolamento UE n. 2016/679, il cui art. 17 prevede che, a determinate condizioni, l’interessato abbia diritto a chiedere la rimozione dei dati personali che lo riguardano e che siano stati resi pubblici.

Rileva l’ordinanza, in conclusione, come paia “ormai indifferibile l’individuazione di univoci criteri di riferimento che consentano agli operatori del diritto (ed ai consociati) di conoscere preventivamente i presupposti in presenza dei quali un soggetto ha diritto di chiedere che una notizia, a sè relativa, pur legittimamente diffusa in passato, non resti esposta a tempo indeterminato alla possibilità di nuova divulgazione”.

Cenni al quadro normativo interno ed Europeo.

5. La materia in questione, come rileva l’ordinanza interlocutoria, viene ad intrecciarsi con un complesso quadro normativo che involge sia la normativa nazionale che quella Europea.

Imprescindibile punto di partenza sono le disposizioni della nostra Costituzione e, in particolare, gli artt. 2, 3 e 21 della medesima, che hanno ad oggetto i diritti inviolabili, la tutela della persona, il principio di uguaglianza e il diritto di cronaca inteso, secondo la formula costituzionale, come “diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero”.

Deve poi essere richiamata, anche solo nei suoi punti essenziali, la normativa interna contenuta nella legislazione ordinaria: la L. 8 febbraio 1948, n. 47, sulla stampa, le norme del codice penale sulla diffamazione e quelle sulla tutela della riservatezza (originariamente contenute nella L. 31 dicembre 1996, n. 675, e oggi trasfuse nel codice in materia di dati personali di cui al D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196); così come vanno menzionate altre fonti che hanno una grande importanza nel caso odierno, e cioè il codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica (emanato per la prima volta in data 29 luglio 1998 con provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali e poi in ultimo ribadito con il recente provvedimento del 29 novembre 2018 della medesima Autorità, sulla scia delle numerose modifiche introdotte dal D.Lgs. 10 agosto 2018, n. 101). Deve essere poi citato anche il Testo unico dei doveri del giornalista che il Consiglio nazionale dell’ordine ha approvato in data 27 gennaio 2016, il quale contiene una serie di preziose indicazioni sulle quali in seguito si tornerà.

La normativa interna va poi letta in coordinamento con quella sovranaziona le.

In particolare, l’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata nel nostro Paese con la L. 4 agosto 1955, n. 848, dispone che ogni persona “ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza”; l’art. 7 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, nel ribadire la formula del citato art. 8, sostituisce al termine “corrispondenza” quello più moderno di “comunicazioni”, mentre l’art. 8 della medesima Carta prevede il diritto di ogni persona “alla protezione dei dati di carattere personale che la riguardano” e dispone che tali dati siano trattati “secondo il principio di lealtà”, sotto il controllo di un’autorità indipendente. Ed anche l’art. 16 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, nella versione consolidata risultante dal Trattato di Lisbona, prevede il diritto di ogni persona “alla protezione dei dati di carattere personale che la riguardano”. Assai di recente, infine, l’Unione Europea è tornata ad occuparsi della materia emanando il Regolamento 2016/679/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio, che ha ad oggetto la “protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonchè alla libera circolazione di tali dati”, atto che abroga la precedente direttiva 95/46/CE e che contiene, nel suo art. 17, un preciso riferimento al diritto alla “cancellazione” (tra parentesi definito come “diritto all’oblio”). Tale Regolamento ha reso necessaria l’emanazione del citato D.Lgs. n. 101 del 2018.

La giurisprudenza di questa Corte.

6. Giova premettere, nelle sue linee essenziali, una rapida panoramica dell’evoluzione della giurisprudenza sull’argomento.

E’ opportuno considerare che i limiti al corretto esercizio del diritto di cronaca sono stati fissati, almeno nelle linee fondamentali, già in un’epoca ormai lontana (v., tra tutte, la nota sentenza 18 ottobre 1984, n. 5259, contenente il c.d. decalogo del giornalista).

Il diritto all’oblio, invece, che aveva dato luogo ad alcune famose pronunce in altri Stati (leading cases) e che era stato affrontato, sia pure per una vicenda molto particolare, nella sentenza 13 maggio 1958, n. 1563 (per il caso del Questore di Roma coinvolto nella strage delle Fosse Ardeatine), ha fatto la sua comparsa “ufficiale”, se così può dirsi, nella sentenza 9 aprile 1998, n. 3679. In quell’occasione la Corte – richiamando la propria precedente elaborazione sul diritto di cronaca e, in particolare, sottolineando l’importanza rivestita dalla “attualità della notizia” – ebbe ad evidenziare l’emergere di un “nuovo profilo del diritto alla riservatezza, recentemente definito anche come diritto all’oblio, inteso come giusto interesse di ogni persona a non restare indeterminatamente esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore e alla sua reputazione la reiterata pubblicazione di una notizia in passato legittimamente divulgata”; e già in quel caso la sentenza aggiunse che “quando il fatto precedente per altri eventi sopravvenuti ritorna di attualità, rinasce un nuovo interesse pubblico all’informazione, non strettamente legato alla contemporaneità tra divulgazione e fatto pubblico”. La sentenza qui richiamata, quindi, nel far rientrare il diritto all’oblio nell’ambito della più vasta categoria del diritto alla riservatezza (già individuato dalla giurisprudenza di questa Corte a partire dal noto caso di cui alla sentenza 27 maggio 1975, n. 2129), fece comprendere che il primo si differenzia dal secondo perchè ha ad oggetto il diritto della persona a che certe notizie, già a suo tempo diffuse, non vengano ulteriormente diffuse a distanza di tempo.

La giurisprudenza successiva è tornata più volte sul rapporto esistente tra il diritto di cronaca e il diritto alla riservatezza, anche senza fare riferimento al diritto all’oblio.

La sentenza 9 giugno 1998, n. 5658, dopo aver riconosciuto il fondamento costituzionale del diritto alla riservatezza (art. 2 Cost.), osservò che esso ha un contenuto più ampio del diritto alla reputazione e che, nel bilanciamento con il diritto di cronaca, è recessivo a condizione che ricorrano tre condizioni, costituite dalla utilità sociale della notizia, dalla verità dei fatti divulgati e dalla forma civile dell’espressione.

In tempi più recenti, la sentenza 24 aprile 2008, n. 10690, ha ricordato che “il diritto alla riservatezza, il quale tutela l’esigenza della persona a che i fatti della sua vita privata non siano pubblicamente divulgati, è confluito nel diritto alla protezione dei dati personali a seguito della disciplina contenuta nella L. 31 dicembre 1996, n. 675”; dopo aver chiarito che la sua violazione è fonte di illecito civile ai sensi dell’art. 2 Cost., la sentenza ha aggiunto che “la libertà di stampa prevale sul diritto alla riservatezza e all’onore, purchè la pubblicazione sia giustificata dalla funzione dell’informazione e sia conforme ai canoni della correttezza professionale”. In particolare, deve sussistere “un apprezzabile interesse del pubblico alla conoscenza dei fatti privati”, in considerazione di finalità culturali o didattiche e, comunque, di una rilevanza sociale dei fatti stessi.

In continuità con i menzionati precedenti, questa Corte ha stabilito che al giornalista è consentito divulgare dati sensibili senza il consenso del titolare nè l’autorizzazione del Garante per la tutela dei dati personali, a condizione che la divulgazione sia “essenziale” ai sensi dell’art. 6 del codice deontologico dei giornalisti, e cioè indispensabile in considerazione dell’originalità del fatto o dei modi in cui è avvenuto; valutazione che costituisce accertamento in fatto rimesso al giudice di merito (sentenza 12 ottobre 2012, n. 17408; si trattava, in quel caso, della rivelazione delle abitudini sessuali di una persona divenuta pubblicamente nota a causa di un gravissimo fatto di sangue che l’aveva vista come imputata).

Occorre poi ricordare la sentenza 5 aprile 2012, n. 5525, nella quale per la prima volta questa Corte è stata chiamata ad affrontare il problema dei rapporti esistenti tra le notizie già pubblicate in passato in quanto attinenti a fatti di interesse pubblico (anche in quel caso di trattava di una vicenda giudiziaria) ed il permanere delle stesse nella rete internet (nella specie, il permanere della notizia nell’archivio informatico di un grande quotidiano di rilevanza nazionale). Nel tracciare i confini di un concreto bilanciamento degli interessi tra valori contrapposti, tutti di rilevanza costituzionale, la sentenza in esame ha ribadito che se “l’interesse pubblico sotteso al diritto all’informazione (art. 21 Cost.) costituisce un limite al diritto fondamentale alla riservatezza (artt. 21 e 2 Cost.), al soggetto cui i dati appartengono è correlativamente attribuito il diritto all’oblio, e cioè a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultino ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati”. In quella pronuncia la Corte ha posto in luce che rispetto all’interesse del soggetto “a non vedere ulteriormente divulgate notizie di cronaca che lo riguardano, si pone peraltro l’ipotesi che sussista o subentri l’interesse pubblico alla relativa conoscenza o divulgazione per particolari esigenze di carattere storico, didattico, culturale”; ciò in quanto un fatto di cronaca può “assumere rilevanza come fatto storico”, giustificando in tal modo il permanere dell’interesse della collettività alla fruizione di quel fatto. Il trascorrere del tempo, però, impone che la notizia sia anche aggiornata, posto che la sua diffusione negli stessi termini in cui aveva avuto luogo in origine potrebbe fare sì che essa risulti “sostanzialmente non vera”.

La difficoltà di stabilire un’esatta linea di confine tra il diritto di cronaca e quello alla riservatezza inteso come diritto all’oblio è evidente nella sentenza 26 giugno 2013, n. 16111, la cui vicenda, benchè molto diversa da quella oggi all’esame delle Sezioni Unite, contiene tuttavia alcuni evidenti punti di contatto. Chiamata ad esaminare il caso della pubblicazione di un articolo di giornale nel quale la vicenda personale di un ex terrorista era stata accostata al ritrovamento di un arsenale di armi in luoghi non lontani dalla residenza dello stesso, questa Corte ha osservato che l’ex terrorista essendo stato condannato a pena detentiva ed avendola espiata, con conseguente faticoso reinserimento nel contesto sociale – desiderava soltanto di essere dimenticato, affinchè la sua drammatica storia personale, appartenente ormai al passato, non risultasse un macigno così ingombrante da precludergli la ripresa di una vita normale. In quella sentenza la Corte, pur riconoscendo che le vicende relative ai c.d. anni di piombo “appartengono certamente alla memoria storica del nostro Paese”, ha spiegato che “ciò non si traduce nell’automatica sussistenza di un interesse pubblico alla conoscenza di eventi che non hanno più, se non in via del tutto ipotetica e non dimostrata, alcun oggettivo collegamento con quei fatti e con quell’epoca”. Ragione per cui “la diffusione di notizie personali in una determinata epoca ed in un determinato contesto non legittima, di per sè, che le medesime vengano utilizzate molti anni dopo, in una situazione del tutto diversa e priva di ogni collegamento col passato”.

La giurisprudenza più recente ha ulteriormente consolidato gli approdi raggiunti. E così la sentenza 6 giugno 2014, n. 12834, affrontando il problema del rapporto tra diritto di cronaca e tutela dell’immagine – si trattava, in quel caso, della pubblicazione di un articolo relativo all’esecuzione della misura degli arresti domiciliari a carico di una persona poi assolta con formula piena – ha ribadito che la pubblicazione su un quotidiano della foto di una persona in coincidenza cronologica col momento del suo arresto deve rispettare non solo le condizioni, ormai ben note, per il legittimo esercizio del diritto di cronaca, ma anche le particolari cautele imposte dalla tutela della dignità della persona, che viene colta in un frangente di particolare debolezza. La sentenza ha anche aggiunto che l’accertamento sulla legittimità della pubblicazione è indagine che va condotta caso per caso, tenendo presente la previsione dell’art. 8 del codice deontologico dei giornalisti.

Da ultimo, come richiamata dall’ordinanza interlocutoria, va citata l’ordinanza 20 marzo 2018, n. 6919, nella quale la Corte, in relazione ad una vicenda molto particolare che aveva ad oggetto un noto cantante, ha cercato di ricapitolare i termini del problema, anche alla luce del suindicato Regolamento UE che nel frattempo era stato emanato. Dopo aver ricordato come l’esistenza del diritto all’oblio sia stata riconosciuta anche dalla giurisprudenza sovranazionale, la pronuncia ha osservato che il trascorrere del tempo viene a mutare il rapporto tra i contrapposti diritti; per cui, fatta eccezione per il caso di una persona che rivesta un ruolo pubblico particolare o per quello in cui la notizia mantenga nel tempo un interesse pubblico, “la pubblicazione di una informazione concernente una persona determinata, a distanza di tempo da fatti ed avvenimenti che la riguardano, non può che integrare la violazione del fondamentale diritto all’oblio”.

Interessanti contributi provengono anche dalla giurisprudenza penale.

Deve essere menzionata, in particolare, la sentenza 22 giugno 2017 (3 agosto 2017), n. 38747, pronunciata in un processo per diffamazione a carico del direttore e di un giornalista di un noto quotidiano nazionale, a seguito della pubblicazione di un articolo riguardante Vittorio Emanuele di Savoia. In quella pronuncia la Corte ha rilevato che era indubbia la rilevanza pubblica della notizia rievocata (nella specie, l’uccisione di un uomo all’isola di Cavallo per mano di Vittorio Emanuele di Savoia, benchè avvenuta molti anni prima), perchè l’articolo era stato scritto in occasione della cerimonia di riapertura della reggia di Venaria, alla quale aveva partecipato Vittorio Emanuele di Savoia, così com’era indubbia l’esistenza di un pubblico interesse a conoscere le vicende di un soggetto che “è figlio dell’ultimo re d’Italia e, secondo il suo dire, erede al trono d’Italia”; per cui il diritto all’oblio doveva nella specie cedere di fronte al diritto della collettività “ad essere informata e aggiornata sui fatti da cui dipende la formazione dei propri convincimenti”.

Alcune pronunce della giurisprudenza Europea.

7. Ai fini di un corretto inquadramento della vicenda odierna occorre anche dare conto di alcune pronunce che negli ultimi anni sono state emesse dalle Corti Europee.

Va innanzitutto menzionata la sentenza 13 maggio 2014 della Corte di giustizia dell’Unione Europea (in causa C-131/12 Google Spain).

Si tratta di una vicenda che aveva ad oggetto il problema dell’accesso ai dati esistenti sulla rete internet alla luce dell’allora vigente direttiva 95/46/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, poi abrogata, come s’è detto, dal Regolamento 2016/679/UE; in particolare, la terza questione esaminata (punti 89 e ss.) riguardava il diritto dell’interessato ad ottenere che il motore di ricerca sopprimesse determinati dati dall’elenco dei risultati reperibili sulla rete. Non è il caso di soffermarsi sui particolari del caso, ma sono importanti i principi enunciati. La Corte di giustizia ha premesso (punto 92) che il trattamento dei dati personali può risultare incompatibile con l’art. 12, lett. b), della direttiva non soltanto se i dati sono inesatti, ma anche se essi sono inadeguati, non pertinenti o eccessivi in rapporto alle finalità del trattamento, oppure non aggiornati o conservati per un arco di tempo superiore a quello necessario, “a meno che la loro conservazione non si imponga per motivi storici, statistici o scientifici”. Ha altresì affermato la Corte che il diritto dell’interessato, derivante dagli artt. 7 e 8 della Carta, a chiedere “che l’informazione in questione non venga più messa a disposizione del grande pubblico” mediante la sua inclusione in un elenco accessibile tramite internet prevale, in linea di massima, sull’interesse economico del gestore del motore di ricerca ed anche su quello del pubblico a reperire tale informazione in rete; a meno che non risultino ragioni particolari, “come il ruolo ricoperto da tale persona nella vita pubblica”, tali da rendere preponderante e giustificato l’interesse del pubblico ad avere accesso a tale informazione (punto 97). Risolvendo il caso specifico – nel quale l’attore aveva chiesto l’eliminazione del dato che collegava la sua persona ad un pignoramento effettuato per la riscossione coattiva di crediti previdenziali – la Corte ha affermato che sussisteva il diritto alla soppressione dei link corrispondenti esistenti nella rete, in quanto anche in considerazione del lungo lasso di tempo trascorso (sedici anni dalla pubblicazione originaria), l’interessato aveva diritto a che quelle informazioni non fossero più collegate alla sua persona.

A conclusioni non dissimili, sia pure in relazione ad un diverso contesto, è pervenuta la Corte Europea dei diritti dell’uomo nella nota sentenza 19 ottobre 2017.

Si trattava, in quel caso, della vicenda di un uomo d’affari ucraino residente in Germania, amministratore di società televisive. Pubblicato su di un quotidiano di larga diffusione un articolo relativo al suo coinvolgimento in vicende di corruzione finalizzate ad ottenere licenze televisive in Ucraina, l’interessato aveva chiesto ai giudici tedeschi che il contenuto dell’articolo on line venisse rimosso. I giudici tedeschi avevano respinto la richiesta, in considerazione dell’influenza del soggetto all’interno della società tedesca e dell’interesse pubblico alla conoscenza del fatto reato.

Adita dall’interessato per presunta violazione, da parte delle autorità tedesche, dell’art. 8 della CEDU, la Corte di Strasburgo ha escluso che potesse, nella specie, ritenersi violato il diritto al rispetto della vita privata e familiare; e, dando atto dell’avvenuto bilanciamento, da parte dei giudici nazionali, dei due interessi in conflitto, la sentenza ha dichiarato di concordare con il ragionamento svolto dai giudici tedeschi, nel senso che l’articolo contestato aveva contribuito ad un dibattito di interesse generale e che c’era un interesse pubblico nel presunto coinvolgimento del richiedente e nel fatto di averlo menzionato per nome (punto 37). Ragioni, queste, considerate sufficienti a far prevalere il diritto della generalità dei consociati alla conoscenza dei fatti rispetto a quello del privato all’oblio sui medesimi.

Potrebbero essere richiamate anche altre pronunce, i cui principi comunque non si discostano da quelli già riassunti. Giova tuttavia ricordare, nel tentativo di enucleare una sintesi dei criteri indicati dalle Corti Europee, che il bilanciamento tra l’interesse del singolo ad essere dimenticato e quello opposto della collettività a mantenere viva la memoria di fatti a suo tempo legittimamente divulgati presuppone un complesso giudizio nel quale assumono rilievo decisivo la notorietà dell’interessato, il suo coinvolgimento nella vita pubblica, il contributo ad un dibattito di interesse generale, l’oggetto della notizia, la forma della pubblicazione ed il tempo trascorso dal momento in cui i fatti si sono effettivamente verificati.

Delimitazione del campo di indagine in relazione alla concreta vicenda.

8. Così inquadrato, nelle sue linee normative e giurisprudenziali generali, il problema giuridico posto dall’ordinanza interlocutoria, ritengono le Sezioni Unite di dover innanzitutto compiere una delimitazione del campo di indagine della presente pronuncia.

Come risulta dalla tracciata panoramica della giurisprudenza nazionale ed Europea e come è stato illustrato con chiarezza anche dalla dottrina, quando si parla di diritto all’oblio ci si riferisce, in realtà, ad almeno tre differenti situazioni: quella di chi desidera non vedere nuovamente pubblicate notizie relative a vicende, in passato legittimamente diffuse, quando è trascorso un certo tempo tra la prima e la seconda pubblicazione; quella, connessa all’uso di internet ed alla reperibilità delle notizie nella rete, consistente nell’esigenza di collocare la pubblicazione, avvenuta legittimamente molti anni prima, nel contesto attuale (è il caso della sentenza n. 5525 del 2012); e quella, infine, trattata nella citata sentenza Google Spain della Corte di giustizia dell’Unione Europea, nella quale l’interessato fa valere il diritto alla cancellazione dei dati.

Il caso oggi in esame corrisponde alla prima delle tre ipotesi suindicate e rappresenta, per così dire, un caso classico, cioè un caso connesso col problema della libertà di stampa e la diffusione della notizia a mezzo giornalistico, rimanendo perciò escluso ogni collegamento con i problemi posti dalla moderna tecnologia e dall’uso della rete internet. Si tratta cioè dell’ipotesi in cui non si discute della legittimità della pubblicazione, quanto, invece, della legittimità della ripubblicazione di quanto è stato già a suo tempo diffuso senza contestazioni.

La presente sentenza, quindi, si soffermerà soltanto su questo aspetto e la scelta di delimitare il campo di indagine non è frutto di un arbitrio decisionale, ma della semplice constatazione per cui ogni pronuncia giudiziaria trova il proprio limite nel collegamento con una vicenda concreta. Com’è stato incisivamente detto nelle note sentenze sulla compensatio lucri cum damno, alle Sezioni Unite non è affidata “l’enunciazione di principi generali e astratti o di verità dogmatiche sul diritto, ma la soluzione di questioni di principio di valenza nomofilattica pur sempre riferibili alla specificità del singolo caso della vita” (sentenze 22 maggio 2018, n. 12564, n. 12565, n. 12566 e n. 12567). In coerenza, quindi, con i limiti del petitum e con le funzioni istituzionali della Suprema Corte, la presente decisione si atterrà ai confini ora indicati.

E’ appena il caso di rilevare, del resto, che l’ordinanza interlocutoria ha posto il problema dei rapporti tra il diritto di cronaca e il diritto all’oblio; ora, se è vero che questo rapporto può risultare conflittuale anche in relazione a fattispecie nelle quali si discute della permanenza o della cancellazione dei dati sulla rete internet, è anche vero che i problemi che derivano dall’uso di tale strumento non sempre sono connessi con l’esercizio del diritto di cronaca (indicativo in tal senso è il caso affrontato nell’ordinanza 9 agosto 2017, n. 19761, dove si discuteva del diritto dell’interessato ad impedire la permanente circolazione on line di una serie di informazioni di carattere commerciale, senza che venisse in alcun modo in esame il diritto di cronaca).

Il problema in esame e la sua soluzione.

9. Ai fini della soluzione del problema in esame, le Sezioni Unite ritengono di dover innanzitutto spostare la prospettiva dell’indagine rispetto all’ordinanza interlocutoria la quale, come detto, ha chiesto di indicare quale sia la linea di confine tra il diritto di cronaca e il diritto all’oblio.

La corretta premessa dalla quale bisogna muovere è che quando un giornalista pubblica di nuovo, a distanza di un lungo periodo di tempo, una notizia già pubblicata – la quale, all’epoca, rivestiva un interesse pubblico – egli non sta esercitando il diritto di cronaca, quanto il diritto alla rievocazione storica (storiografica) di quei fatti. Lo stesso termine “diritto di cronaca”, infatti, trae la propria etimologia dalla parola greca Kpovoc, che significa, appunto, tempo; il che vuol dire che si tratta di un diritto avente ad oggetto il racconto, con la stampa o altri mezzi di diffusione, di un qualcosa che attiene a quel tempo ed è, perciò, collegato con un determinato contesto. Ciò non esclude, naturalmente, che in relazione ad un evento del passato possano intervenire elementi nuovi tali per cui la notizia ritorni di attualità, di modo che diffonderla nel momento presente rappresenti ancora una manifestazione del diritto di cronaca (in tal senso già la citata sentenza n. 3679 del 1998); in assenza di questi elementi, però, tornare a diffondere una notizia del passato, anche se di sicura importanza in allora, costituisce esplicazione di un’attività storiografica che non può godere della stessa garanzia costituzionale che è prevista per il diritto di cronaca.

Va detto subito, per evitare fraintendimenti, che l’attività storiografica, intesa appunto come rievocazione di fatti ed eventi che hanno segnato la vita di una collettività, fa parte della storia di un popolo, ne rappresenta l’anima ed è, perciò, un’attività preziosa. Ma proprio perchè essa è “storia”, non può essere considerata “cronaca”. Ne deriva che simile rievocazione, a meno che non riguardi personaggi che hanno rivestito o rivestono tuttora un ruolo pubblico, ovvero fatti che per il loro stesso concreto svolgersi implichino il richiamo necessario ai nomi dei protagonisti, deve svolgersi in forma anonima, perchè nessuna particolare utilità può trarre chi fruisce di quell’informazione dalla circostanza che siano individuati in modo preciso coloro i quali tali atti hanno compiuto. In altre parole, l’interesse alla conoscenza di un fatto, che costituisce manifestazione del diritto ad informare e ad essere informati e che rappresenta la spinta ideale che muove ogni ricostruzione storica, non necessariamente implica la sussistenza di un analogo interesse alla conoscenza dell’identità della singola persona che quel fatto ha compiuto.

Un’altra importante precisazione è necessaria. La decisione di un quotidiano, di un settimanale o comunque di una testata giornalistica di procedere alla rievocazione storica di fatti ritenuti importanti in un determinato contesto sociale e territoriale non può essere messa in discussione in termini di opportunità. La scelta di una linea editoriale o piuttosto di un’altra rappresenta una delle forme in cui si manifesta la libertà di stampa e di informazione tutelata dalla Costituzione; per cui non può essere sindacata la decisione – tanto per fare un riferimento al caso oggi in esame – di pubblicare con cadenza settimanale, nell’arco di un certo periodo di tempo, la ricostruzione storica di una serie di fatti criminosi che hanno coinvolto e impressionato in modo particolare la vita di una collettività in un determinato periodo. Ciò che, al contrario, può e deve essere verificato dal giudice di merito è se, pacifico essendo il diritto alla ripubblicazione di una certa notizia, sussista o meno un interesse qualificato a che essa venga diffusa con riferimenti precisi alla persona che di quella vicenda fu protagonista in un passato più o meno remoto; perchè l’identificazione personale, che rivestiva un sicuro interesse pubblico nel momento in cui il fatto avvenne, potrebbe divenire irrilevante, per i destinatari dell’informazione, una volta che il tempo sia trascorso e i fatti, anche se gravi, si siano sbiaditi nella memoria collettiva. Il che significa che il diritto ad informare, che sussiste anche rispetto a fatti molto lontani, non equivale in automatico al diritto alla nuova e ripetuta diffusione dei dati personali.

E’ questo, in definitiva, il costante filo rosso che tiene unita la giurisprudenza nazionale ed Europea richiamata in precedenza. Ed è questo il senso dell’affermazione, più volte rintracciabile nella citata giurisprudenza, secondo cui il trascorrere del tempo modifica l’esito del bilanciamento tra i contrapposti diritti e porta il protagonista di un fatto come quello di cui oggi si discute – che nessun diritto alla riservatezza avrebbe potuto opporre nel momento in cui il fatto avvenne – a riappropriarsi della propria storia personale. L’ormai lontana sentenza n. 1563 del 1958 coniò, in relazione alla drammatica vicenda del Questore di Roma, la cupa ma felice espressione di “diritto al segreto del disonore”. Tale espressione rappresenta in modo plastico il fatto che la notizia della quale il soggetto si riappropria potrebbe essere anche – e sovente ciò accade, specie quando il diritto di cronaca ha ad oggetto vicende giudiziarie, come nel caso odierno – vergognosa o comunque tale da far sorgere il legittimo desiderio del silenzio.

In questa linea vanno lette la sentenza n. 5525 del 2012 – la quale evidenzia l’importanza che il trascorrere del tempo assume rispetto alle posizioni degli interessati ed alla necessità che la notizia venga aggiornata – nonchè la sentenza n. 16111 del 2013 la quale, come si è detto, ha sottolineato la circostanza, decisiva anche nel caso odierno, secondo cui una notizia che rivestiva un interesse pubblico in un certo contesto non necessariamente continua a poter essere divulgata con tutti i suoi riferimenti personali quando il lungo tempo trascorso ha reso ormai inesistente quell’interesse. Nella stessa linea va letto il caso di Vittorio Emanuele di Savoia, in cui l’interesse pubblico alla rievocazione del fatto di cronaca nasceva dall’evidente notorietà pubblica della persona; e un’ulteriore conferma viene anche dalla citata sentenza 19 ottobre 2017 là dove la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha posto in evidenza che la notorietà pubblica del soggetto dava ragione dell’interesse della collettività alla conoscenza della sua vicenda personale, da ritenere prevalente rispetto al contrapposto interesse di chi voleva mantenere il riserbo sulla medesima.

Ritengono queste Sezioni Unite che in una simile risoluzione dei contrapposti interessi si inseriscano in modo armonioso anche le regole di cui al citato Testo unico dei doveri del giornalista, di recente approvazione. Proprio questo testo, nel ribadire (art. 1) che l’attività del giornalista “si ispira alla libertà di espressione sancita dalla Costituzione italiana” è che è “diritto insopprimibile del giornalista la libertà di informazione e di critica”, aggiunge poi, nel successivo art. 3, comma 1, che il giornalista “rispetta il diritto all’identità personale ed evita di far riferimento a particolari relativi al passato, salvo quando essi risultino essenziali per la completezza dell’informazione”.

Mentre l’art. 3, comma 2, aggiunge, dimostrando una lodevole attenzione verso i destinatari, che il giornalista, “nel diffondere a distanza di tempo dati identificativi del condannato, valuta anche l’incidenza della pubblicazione sul percorso di reinserimento sociale dell’interessato e sulla famiglia”, tenendo presente (comma 3) che “il reinserimento sociale è un passaggio complesso, che può avvenire a fine pena oppure gradualmente”.

Risulta anche dal codice di autoregolamentazione della categoria, dunque, l’avvertita necessità di tutelare il diritto prezioso alla informazione ma anche di proteggere chi può ricevere danni, come nella specie, dalla rievocazione di fatti ormai sopiti nella memoria collettiva.

Ritengono, pertanto, le Sezioni Unite che debba essere ribadita la rilevanza costituzionale sia del diritto di cronaca che del diritto all’oblio; quando, però, una notizia del passato, a suo tempo diffusa nel legittimo esercizio del diritto di cronaca, venga ad essere nuovamente diffusa a distanza di un lasso di tempo significativo, sulla base di una libera scelta editoriale, l’attività svolta dal giornalista riveste un carattere storiografico; per cui il diritto dell’interessato al mantenimento dell’anonimato sulla sua identità personale è prevalente, a meno che non sussista un rinnovato interesse pubblico ai fatti ovvero il protagonista abbia ricoperto o ricopra una funzione che lo renda pubblicamente noto.

E’ opportuno sottolineare, infine, che la materia in esame di per sè sfugge ad una precisa catalogazione e richiede di volta in volta, invece, la paziente e sofferta valutazione dei giudici di merito.

La decisione del caso in esame.

10. Alla luce delle riflessioni svolte fin qui, può essere affrontata la decisione del caso concreto.

La sentenza impugnata non ha fatto buon governo dei principi enunciati e deve, pertanto, essere cassata, in accoglimento dei motivi dell’odierno ricorso.

Essa, infatti, ha commesso un primo errore là dove ha richiamato il diritto di cronaca e l’ha posto a confronto con il diritto all’oblio. Nel caso in esame è invece evidente che l’iniziativa editoriale assunta dal quotidiano l’Unione sarda di avviare una rubrica settimanale intitolata “(OMISSIS)”, nella quale venivano ripercorsi diciannove omicidi “particolarmente efferati” che avevano determinato un intenso dibattito nell’opinione pubblica locale, è un’iniziativa che assume un carattere storiografico. Iniziativa del tutto legittima alla luce dei criteri che la Corte d’appello ha richiamato, e cioè l’avvertita necessità di avviare una riflessione su temi delicati e di attualità, “quali l’emarginazione, la gelosia, la depressione, la prostituzione”. Ma la riconosciuta sussistenza dell’utilità di un pubblico dibattito su questi temi non dà ragione – e qui sta la seconda, decisiva, manchevolezza della pronuncia in esame – del perchè tale rievocazione sia stata fatta riportando il nome e il cognome dei protagonisti, in tal modo rendendo il colpevole facilmente individuabile in una comunità locale di non grandissime dimensioni. La sentenza, cioè, non ha illustrato per quale ragione il risorgere dell’interesse a ricordare fatti di sangue di tanti anni prima richiedesse necessariamente l’indicazione del nome del S. e della sua defunta moglie; tanto più che l’odierno ricorrente non è certamente – o, almeno, la sentenza nulla dice su questo punto – una persona pubblicamente nota, il cui comportamento privato rivesta un interesse per il grande pubblico. Deve essere poi ulteriormente rilevato che la sentenza impugnata non ha neppure considerato, nel bilanciamento delle contrapposte tutele, la bontà del percorso di riabilitazione che il S. aveva compiuto nei ventisette anni intercorsi tra la prima e la seconda pubblicazione, scontando una lunga pena detentiva e reinserendosi, con tutte le comprensibili difficoltà che questo comporta, nel tessuto sociale produttivo.

Il compito di una nuova valutazione della vicenda, alla luce delle indicazioni contenute nella presente sentenza, è rimesso al giudice di rinvio.

11. In conclusione, il ricorso è accolto e la sentenza impugnata è cassata.

Il giudizio è rinviato alla Corte d’appello di Cagliari, in diversa composizione personale, la quale deciderà attenendosi al seguente principio di diritto:

“In tema di rapporti tra il diritto alla riservatezza (nella sua particolare connotazione del c.d. diritto all’oblio) e il diritto alla rievocazione storica di fatti e vicende concernenti eventi del passato, il giudice di merito – ferma restando la libertà della scelta editoriale in ordine a tale rievocazione, che è espressione della libertà di stampa e di informazione protetta e garantita dall’art. 21 Cost. – ha il compito di valutare l’interesse pubblico, concreto ed attuale alla menzione degli elementi identificativi delle persone che di quei fatti e di quelle vicende furono protagonisti. Tale menzione deve ritenersi lecita solo nell’ipotesi in cui si riferisca a personaggi che destino nel momento presente l’interesse della collettività, sia per ragioni di notorietà che per il ruolo pubblico rivestito; in caso contrario, prevale il diritto degli interessati alla riservatezza rispetto ad avvenimenti del passato che li feriscano nella dignità e nell’onore e dei quali si sia ormai spenta la memoria collettiva (nella specie, un omicidio avvenuto ventisette anni prima, il cui responsabile aveva scontato la relativa pena detentiva, reinserendosi poi positivamente nel contesto sociale)”.

Al giudice di rinvio è demandato anche il compito di liquidare le spese del presente giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’appello di Cagliari, in diversa composizione personale, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio delle Sezioni Unite Civili, il 4 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 22 luglio 2019

L’Organismo di Vigilanza: cos’è, quali compiti, sanzioni e multe (Fonte: Orizzontescuola.it)

di Antonio Fundarò

Il Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231 ha introdotto nell’ordinamento italiano un regime di responsabilità amministrativa a carico degli enti come conseguenza di alcune fattispecie di reato commesse nell’interesse oppure a vantaggio degli stessi: da persone che rivestano funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione degli enti stessi o di una loro unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale, ovvero da persone fisiche che esercitino, anche di fatto, la gestione e il controllo degli enti medesimi, nonché; da persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti sopra indicati. Tale responsabilità si aggiunge a quella (penale) della persona fisica che ha realizzato effettivamente il reato.

Le sanzioni previste dal Decreto si distinguono in pecuniarie ed interdittive, quali la sospensione o revoca di licenze o concessioni, l’interdizione dall’esercizio dell’attività, il divieto di contrarre con la Pubblica Amministrazione, l’esclusione o revoca di finanziamenti e contributi, il divieto di pubblicizzare beni e servizi.

I reati e il regime di responsabilità giuridica

Quanto alla tipologia di reati destinati a comportare il suddetto regime di responsabilità amministrativa a carico degli Enti, il Decreto, nel suo testo originario (artt. 24 e 25), si riferisce ad una serie di reati commessi nei rapporti con la Pubblica Amministrazione.

Trattasi dei seguenti reati:

  • corruzione per un atto d’ufficio (art. 318 c.p.);
  • corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio (art. 319 c.p.); corruzione in atti giudiziari (art. 319-ter c.p.);
  • istigazione alla corruzione (art. 322 c.p.);
  • concussione (art. 317 c.p.);
  • malversazione a danno dello Stato, dell’Unione Europea o di altro ente pubblico (art. 316-bis c.p.);
  • indebita percezione di contributi, finanziamenti o altre erogazioni da parte dello Stato, dell’Unione Europea o di altro ente pubblico (art. 316-ter c.p.);
  • truffa in danno dello Stato, dell’Unione Europea o di altro ente pubblico (art. 640, 2° comma, n. 1 c.p.);
  • truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art. 640-bis c.p.);
  • frode informatica in danno dello Stato, dell’Unione Europea o di altro ente pubblico (art. 640-ter c.p.).

Modello di Organizzazione e di Gestione

L’adozione del “Modello di Organizzazione e di Gestione”: strumento di buon governo e mezzo per prevenire, per quanto possibile, il compimento dei reati previsti dal Decreto
L’articolo 6 del Decreto introduce una particolare forma di esonero dalla responsabilità amministrativa dipendente da reato, pur quando un reato venga inopinatamente commesso, qualora l’Ente dimostri:

  • di aver adottato ed efficacemente attuato attraverso il suo organo dirigente, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi;
  • di aver affidato ad un organismo, dotato di autonomi poteri d’iniziativa e di controllo, il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli, nonché di curare il loro aggiornamento;
  • che le persone che hanno commesso il reato hanno agito eludendo fraudolentemente i suddetti modelli di organizzazione e di gestione;
  • che non vi sia stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell’organismo di cui alla precedente lett. b).

Cosa prevede il Decreto?

Il Decreto prevede, inoltre, che in relazione all’estensione dei poteri delegati ed al rischio di commissione dei reati i modelli di cui alla lettera a), debbano rispondere alle seguenti esigenze:

  1. individuare le aree a rischio di commissione dei reati previsti dal Decreto;
  2. predisporre specifici protocolli al fine di programmare la formazione e l’attuazione delle decisioni dell’ente in relazione ai reati da prevenire;
  3. prevedere modalità di individuazione e di gestione delle risorse finanziarie dell’azienda idonee ad impedire la commissione di tali reati;
  4. prescrivere obblighi di informazione nei confronti dell’organismo deputato a vigilare sul funzionamento e l’osservanza del modello;
  5. configurare un sistema disciplinare interno idoneo a sanzionare il mancato rispetto
    delle misure indicate nel modello.

I modelli di gestione e organizzazione

Lo stesso Decreto dispone che i modelli di organizzazione e di gestione possono essere adottati, garantendo le esigenze di cui sopra, sulla base di codici di comportamento (denominati anche Linee Guida) redatti dalle associazioni rappresentative di categoria e comunicati al Ministero della Giustizia.
L’adozione di un modello di organizzazione e di gestione costituisce inoltre un fattore decisivo per il miglioramento della struttura organizzativa e del sistema di controllo di una società, anche nella prospettiva del progressivo sviluppo dell’attività di riferimento.
L’istituto d’istruzione superiore statale Galileo Galilei con l’adozione del modello organizzativo ai sensi del D.Lgs. 231/2001 intende proseguire con l’attuazione di un completo sistema di responsabilità sociale dell’impresa.

Le Linee Guida Regionali

Le Linee Guida Regionali per la definizione di modelli di organizzazione, gestione e controllo degli enti accreditati che erogano servizi nell’ambito della filiera istruzioneformazione-lavoro
Alcune regioni, come la regione Lombardia, hanno predisposto delle proprie Linee Guida, per la definizione di modelli di organizzazione, gestione e controllo degli enti accreditati che erogano servizi nell’ambito della filiera istruzione-formazione-lavoro, il cui contenuto può essere così schematizzato:

  • individuazione delle aree di rischio, volta a verificare in quale area/settore aziendale sia possibile la realizzazione dei reati previsti dal Decreto;
  • predisposizione di un sistema di controllo in grado di prevenire i rischi di realizzazione dei predetti reati attraverso l’adozione di appositi protocolli.

Le componenti di controllo

Le componenti più rilevanti del sistema di controllo proposto sono:

  • codice etico;
  • sistema organizzativo;
  • sistemi di controllo e gestione;
  • comunicazione al personale e sua formazione.

Le informazioni al sistema di controllo

Le componenti del sistema di controllo devono essere informate ai seguenti principi:

  1. verificabilità, documentabilità, coerenza e congruenza di ogni operazione;
  2. documentazione dei controlli;
  3. previsione di un adeguato sistema sanzionatorio per la violazione delle procedure previste dal modello;
  4. individuazione dei requisiti dell’organismo di vigilanza, riassumibili come segue: autonomia e indipendenza; professionalità; continuità di azione.

È opportuno evidenziare che la mancata conformità a punti specifici delle Linee Guida non inficia di per sé la validità del Modello. Il singolo Modello infatti, dovendo essere redatto con riguardo alla realtà concreta dell’ente cui si riferisce, ben può discostarsi dalle Linee Guida, per garantire maggiormente le esigenze tutelate dal Decreto. Il presente Modello Organizzativo, è stato elaborato tenendo in considerazione le suddette Linee Guida poiché in esse è stato riconosciuto un concreto aiuto metodologico.

Il Modello organizzativo ai sensi del D.Lgs. 231/01

Il Modello persegue l’obiettivo di evidenziare e configurare un sistema strutturato ed organico di procedure e di attività di controllo volto a prevenire, per quanto possibile, la commissione di condotte che possano integrare i reati contemplati dal Decreto.

Attraverso l’individuazione delle attività esposte al rischio di reato e la loro conseguente proceduralizzazione, si vuole, da un lato, determinare una piena consapevolezza in tutti coloro che operano in nome e per conto di un istituto di poter incorrere in un illecito passibile di sanzione (illecito la cui commissione è fortemente censurata dall’ente, in quanto sempre contraria ai suoi interessi anche quando, apparentemente, foriera di un vantaggio); dall’altro, grazie ad un monitoraggio costante dell’attività, consentire all’istituto di intervenire tempestivamente per prevenire o contrastare la commissione dei reati stessi.

Punti cardine del Modello

Punti cardine del Modello, oltre ai principi sopra riportati, sono:

  • la mappatura delle attività a rischio della società, ossia quelle attività nel cui ambito è possibile la commissione dei reati previsti dal Decreto;
  • l’individuazione dell’Organismo di Vigilanza (O.d.V.) e l’attribuzione al medesimo di specifici compiti di vigilanza sull’efficace e corretto funzionamento del Modello;
  • la verifica e documentazione di ogni operazione rilevante;
  • la definizione di poteri organizzativi coerenti con le responsabilità assegnate;
  • la verificabilità ex post dei comportamenti, nonché del funzionamento del Modello con conseguente aggiornamento periodico;
  • la diffusione ed il coinvolgimento di tutti i responsabili dell’istituto nell’attuazione delle regole comportamentali e delle procedure istituite.

Organismo di Vigilanza (O.d.V.)

In attuazione di quanto previsto dal Decreto, l’organo cui affidare il compito di vigilare sul funzionamento e sull’osservanza del Modello, nonché di curarne l’aggiornamento (nel presente Modello definito anche O.d.V. – Organismo di Vigilanza), deve essere un organo della società dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo.

Le linee guida dettano una serie di criteri utili per una migliore efficacia della portata preventiva del Modello Organizzativo anche in punto di individuazione concreta dell’O.d.V.

Nello specifico, per un efficace svolgimento delle proprie funzioni, l’O.d.V. deve soddisfare i seguenti requisiti:

  • Autonomia. All’O.d.V., che risponde della propria attività direttamente all’organo dirigente, deve essere assicurata completa autonomia;
  • Professionalità. E’ necessario che i componenti dell’O.d.V. abbiano competenze in materia di metodologie per l’individuazione delle frodi e per la rilevazione dei rischi, necessarie per la prevenzione dei reati e per la verifica del rispetto del Modello da parte degli appartenenti all’organizzazione;
  • Continuità di azione. Tale requisito è soddisfatto dalla presenza di una struttura interna dedicata all’attività di vigilanza sul Modello.

Le Linee Guida sottolineano in ogni caso l’opportunità di adeguare la composizione dell’Organismo di Vigilanza alle caratteristiche ed alle dimensioni della singola realtà.

Principi generali in tema di nomina e sostituzione dell’Organismo di Vigilanza

La nomina quale componente dell’Organismo di Vigilanza è condizionata alla presenza dei requisiti soggettivi di onorabilità vigenti per gli amministratori di imprese (cfr. art. 2382 c.c.), nonché all’assenza di cause di incompatibilità con la nomina stessa, ossia potenziali conflitti di interesse con il ruolo e i compiti che si andrebbero a svolgere, quali, a titolo meramente esemplificativo:

  • situazioni personali o professionali tali da pregiudicare l’indipendenza richiesta dal ruolo e dai compiti propri dell’Organismo di Vigilanza;
  • funzioni di amministrazione, nei tre esercizi precedenti alla nomina quale membro dell’Organismo di Vigilanza ovvero all’instaurazione del rapporto di consulenza/collaborazione con lo stesso Organismo, di imprese sottoposte a fallimento, liquidazione coatta amministrativa o altre procedure concorsuali;
  • sentenza di condanna, anche non passata in giudicato, ovvero sentenza di applicazione: della pena su richiesta (il c.d. “patteggiamento”), in Italia o all’estero, per i delitti richiamati dal d.lgs. 231/2001 o da altri delitti comunque incidenti sulla moralità professionale; condanna, con sentenza, anche non passata in giudicato, a una pena che importa l’interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici, ovvero l’interdizione temporanea dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese.

Nel caso di dimissioni di uno o più componenti dell’Organismo di Vigilanza, il Consiglio d’Istituto provvede alla loro sostituzione con propria deliberazione. Al fine di garantire la stabilità e le prerogative dell’Organismo di Vigilanza, la revoca dei poteri e l’attribuzione degli stessi ad altro soggetto, potrà avvenire soltanto per giusta causa mediante un’apposita delibera del Consiglio d’Istituto.

Le osservazione dell’OdV

In tale circostanza l’Organismo di Vigilanza, ovvero ciascuno dei suoi componenti, potrà far pervenire al Consiglio d’Istituto le proprie osservazioni in merito. A tale proposito, per “giusta causa” di revoca potrà intendersi, a titolo meramente esemplificativo:

  • una grave negligenza nell’assolvimento dei compiti connessi con l’incarico;
  • l’“omessa o insufficiente vigilanza” da parte dell’Organismo di Vigilanza, secondo quanto previsto dall’art. 6, comma 1, lett. d), d.lgs. 231/2001, risultante da una sentenza di condanna, anche non passata in giudicato, emessa nei confronti della Società ai sensi del d.lgs. 231/2001 ovvero da sentenza di applicazione della pena su richiesta (il c.d. patteggiamento);
  • il sopraggiungere di un motivo di incompatibilità/ineleggibilità.

Cosa può fare il CdI?

In casi di particolare gravità, il Consiglio d’Istituto potrà comunque disporre la sospensione dei poteri o delle funzioni di un singolo componente dell’Organismo di Vigilanza e la nomina di un Organismo ad interim.
Tenuto conto della peculiarità delle attribuzioni dell’O.d.V. e dei connessi contenuti professionali, nello svolgimento dei compiti di vigilanza e controllo esso può essere supportato da personale dedicato. Inoltre, può avvalersi dell’ausilio delle funzioni presenti in istituto che, di volta in volta, si rendessero necessarie e potrà anche utilizzare consulenti esterni, quando ciò risultasse necessario per il più efficace ed autonomo espletamento dei propri compiti.

Funzioni e poteri dell’Organismo di Vigilanza

L’Organismo di Vigilanza si dota di un regolamento volto a disciplinare lo svolgimento della propria attività. L’Organismo è chiamato a svolgere le seguenti attività:

  • verificare l’efficienza e l’efficacia del Modello anche in termini di rispondenza tra le modalità operative adottate in concreto e gli standard di comportamento e le procedure, le formalmente previste dal Modello stesso;
  • curare che l’istituto attui un costante aggiornamento del Modello, formulando, ove necessario, alla dirigenza le proposte per eventuali aggiornamenti e adeguamenti da realizzarsi mediante le modifiche e/o le integrazioni che si dovessero rendere necessarie in conseguenza di significative violazioni delle prescrizioni del Modello; significative modificazioni dell’assetto interno dell’istituto e/o delle modalità di svolgimento delle attività; modifiche normative;
  • assicurare il periodico aggiornamento del sistema di identificazione, mappatura e classificazione delle attività sensibili;
  • rilevare gli eventuali scostamenti comportamentali che dovessero emergere dall’analisi dei flussi informativi e dalle segnalazioni alle quali sono tenuti i responsabili delle varie funzioni, nonché dall’attività propria di verifica effettuata sui processi sensibili;
  • segnalare tempestivamente alla dirigenza, per gli opportuni provvedimenti, le violazioni accertate del Modello che possano comportare l’insorgere di una responsabilità in capo all’istituto;
  • far promuovere e definire le iniziative per la diffusione della conoscenza e della comprensione dei contenuti del D.Lgs. 231/2001, del Modello, nonché per la formazione del personale e la sensibilizzazione dello stesso all’osservanza dei principi contenuti nel Modello; nel predisporre un efficace sistema di comunicazione interna per consentire la trasmissione di notizie rilevanti ai fini del D.Lgs. 231/2001 garantendo la tutela e riservatezza del segnalante; nel riferire periodicamente al dirigente scolastico e al Consiglio d’istituto circa lo stato di attuazione e di operatività del Modello.
  • Obblighi di informazione nei confronti dell’Organismo di Vigilanza – Flussi informativi
    Ogni informazione conosciuta dalle funzioni interne all’istituto, proveniente anche da terzi ed attinente all’attuazione del Modello stesso nelle aree di attività a rischio dovrà essere portata a conoscenza dell’O.d.V.

Le notizie relative alla presumibile commissione dei reati

Le informazioni riguardano in genere tutte le notizie relative alla presumibile commissione dei reati previsti dal Decreto in relazione all’attività dell’istituto o a comportamenti non in linea con le regole di condotta adottate dall’istituto stesso.

L’afflusso di segnalazioni, incluse quelle di natura ufficiosa, deve essere canalizzato verso l’O.d.V.

Le segnalazioni, aventi ad oggetto ogni violazione accertata o presunta del Modello, dovranno essere raccolte sia che siano effettuate in forma scritta, che in forma orale o in via telematica.

L’O.d.V. agisce in modo da assicurare la riservatezza circa l’identità del segnalante, fatti salvi gli obblighi di legge e la tutela dei diritti della Scuola o delle persone accusate erroneamente e/o in mala fede.
Il comportamento commissivo od omissivo volto ad eludere gli obblighi di informazione nei confronti dell’Organismo di Vigilanza, costituisce illecito disciplinare ai sensi del cap. 6 del presente Modello.

Obblighi di informativa relativi ad atti ufficiali

Oltre alle segnalazioni anche ufficiose di cui al paragrafo precedente, devono essere obbligatoriamente trasmesse all’O.d.V. le informazioni concernenti:

  • i provvedimenti e/o notizie provenienti dalla Magistratura, da organi di polizia giudiziaria, o da qualsiasi altra autorità, dai quali si evinca lo svolgimento di indagini, anche nei confronti di ignoti, comunque concernenti l’IIS Galileo Galilei, per i reati previsti dal Decreto; – i rapporti predisposti dai responsabili di altre funzioni aziendali nell’ambito della loro attività di controllo, dai quali possano emergere fatti, atti, eventi od omissioni con profili di criticità rispetto all’osservanza delle norme del Decreto;
  • le notizie relative all’effettiva attuazione, a tutti i livelli dell’istituto, del Modello Organizzativo con evidenza dei procedimenti disciplinari svolti e delle eventuali sanzioni irrogate (ivi compresi i provvedimenti verso i dipendenti).

Sistema disciplinare e sanzionatorio

Un aspetto essenziale per l’efficace attuazione del Modello è la predisposizione di un adeguato sistema disciplinare e sanzionatorio che contrasti ogni possibile violazione delle regole di condotta delineate dal Modello stesso per prevenire i reati di cui al Decreto e, in generale, delle procedure interne richiamate dal Modello (cfr. art. 6, comma secondo, lett. e, art. 7, comma quarto, lett. b) o attuative del medesimo.

L’applicazione delle sanzioni prescinde dall’effettiva commissione di un reato e, quindi, dal sorgere e dall’esito di un eventuale procedimento penale.

Soggetti

Sono soggetti al sistema sanzionatorio e disciplinare, di cui al presente Modello, tutti i dipendenti ed i collaboratori della Scuola, nonché tutti coloro che abbiano rapporti contrattuali con l’istituto, nell’ambito dei rapporti stessi. Il procedimento per l’erogazione delle sanzioni di cui tiene conto delle particolarità derivanti dallo status giuridico del soggetto nei cui confronti si procede.

L’Organismo di Vigilanza verifica che siano adottate misure specifiche per l’informazione di tutti i soggetti sopra previsti, sin dal sorgere del loro rapporto con la Scuola, circa l’esistenza ed il contenuto del presente apparato sanzionatorio.

Sanzioni nei confronti dei lavoratori

I comportamenti tenuti dai dipendenti in violazione delle singole regole comportamentali dedotte nel presente Modello sono definiti come illeciti disciplinari.

Le lavoratrici ed i lavoratori della Scuola sono soggetti alle iniziative di controllo legittimamente svolte dall’O.d.V. in esecuzione dei compiti attribuitigli dal presente Modello Organizzativo; ostacolare l’attività dell’O.d.V. costituisce illecito disciplinare.

Con riferimento alle sanzioni erogabili, esse rientrano tra quelle previste dal Regolamento interno della Scuola approvato, dal Consigli d’Istituto e/o dal sistema sanzionatorio previsto dal CCNL vigente.

Il sistema disciplinare descrive i comportamenti sanzionati secondo il rilievo che assumono le singole fattispecie considerate e le sanzioni in concreto previste per la commissione dei fatti, sulla base della loro gravità. In relazione a quanto sopra, il Modello fa riferimento alle sanzioni ed alle categorie di fatti sanzionabili previste dal predetto CCNL, al fine di ricondurre le eventuali violazioni del Modello nelle fattispecie già previste dalle predette disposizioni.

Le sanzioni

Fermi restando gli obblighi in capo alla Scuola derivanti dallo Statuto dei Lavoratori, i comportamenti che costituiscono violazione del Modello, corredati dalle relative sanzioni, sono molteplici.

Richiamo verbale

Incorre nel provvedimento di “richiamo verbale” il lavoratore che, commettendo un’infrazione di lieve entità, violi una delle procedure/linee guida interne previste dal Modello (ad esempio, che non osservi le procedure/linee guida prescritte, ometta, senza giustificato motivo, di dare comunicazione all’Organismo di Vigilanza delle informazioni richieste, ometta di svolgere controlli, ecc.), o adotti nell’espletamento di attività nelle aree sensibili un comportamento non conforme alle prescrizioni del Modello stesso. Tali comportamenti costituiscono una mancata osservanza delle disposizioni impartite dalla Scuola.

Richiamo scritto

Incorre nel provvedimento di “richiamo scritto”, preliminarmente all’erogazione di taluna delle sanzioni di cui ai punti successivi, il lavoratore che violi le procedure/linee guida previste dal Modello o adotti, nell’espletamento di attività nelle aree sensibili, un comportamento non conforme alle prescrizioni del Modello. Tali comportamenti costituiscono una mancata osservanza delle disposizioni impartite dalla Scuola.

Multa

Incorre nel provvedimento della “multa”, non superiore all’importo di quattro ore della normale retribuzione, il lavoratore che, eseguendo con negligenza il lavoro affidatogli ovvero commettendo abusi nello svolgimento dei propri compiti, violi le procedure/linee guida interne previste dal Modello, o adotti nell’espletamento di attività nelle aree sensibili, un comportamento non conforme alle prescrizioni del Modello.

Sospensioni

Incorre nel provvedimento della “sospensione” dal lavoro e dal trattamento retributivo per un periodo non superiore ai quattro giorni il lavoratore che, compiendo atti di insubordinazione nei confronti dei superiori o assumendo un contegno scorretto verso gli utenti, i soggetti esterni, i colleghi, violi le procedure/linee guida interne previste dal Modello, o adotti nell’espletamento di attività nelle aree sensibili un comportamento non conforme alle prescrizioni del Modello. Tali comportamenti, costituiscono una mancata osservanza delle disposizioni impartite dalla Società.

Licenziamento

Incorre nel provvedimento del licenziamento il lavoratore che adotti nell’espletamento delle attività nelle aree sensibili un comportamento in violazione alle prescrizioni del Modello, tale da determinare la concreta applicazione a carico della Scuola delle misure previste dal d.lgs. 231/2001 ovvero il lavoratore che sia recidivo, oltre la terza volta in un anno solare, in una qualunque delle contestazioni previste dai punti precedenti. Tali comportamenti fanno venire meno radicalmente la fiducia della Scuola nei confronti del lavoratore, costituendo per l’istituto un grave nocumento morale e/o materiale.

Il regolamento

È sempre utile predisporre l’apposito regolamento dell’OdV esterno. Alcuni istituti ne hanno predisposto di davvero molto completi. È il caso dell’Istituto Paritario Michelangelo Buonarroti di Verona e l’Istituto d’istruzione Superiore Statale Galileo Galilei di Crema (CR) diretto dal dirigente scolastico professoressa Maria Grazia Crispiatico. Esempi di “eccellenza” che testimoniano l’attenzione alla scuola che deve crescere e competere.

Articolo del 12.03.2021, Autore Dott. Antonio Fundarò *.

(Fonte: https://www.orizzontescuola.it/lorganismo-di-vigilanza-cose-quali-compiti-sanzioni-e-multe-scarica-un-modello-di-regolamento/)

* Antonio Fundarò, uno dei 5 finalisti italiani dell’atlante Italian Teacher Award a.s. 2019 – 2020, è dottore in “Scienze Politiche”, in “Scienze Giuridiche” e in “Scienze dell’educazione e della Comunicazione”; dottore di Ricerca in “Uomo e Ambiente”; in “Storia della Cultura e della Tecnica”; in “Frutticultura del Mediterraneo”. È docente in convenzione di “Storia della Filosofia” nel Corso di Laurea in “Scienze e Tecniche Psicologiche” all’Università degli Studi di Palermo (dove ha insegnato, tra l’altro, “Scrittura della Lingua Italiana”), giornalista, formatore in numerosi ambiti territoriali. È docente nelle scuole pubbliche italiane, in ruolo da 30 anni e nelle quali ha insegnato e insegna sia alla Secondaria di Secondo Grado (Discipline giuridiche ed economiche) che alla Primaria, sempre a tempo indeterminato. Collabora a riviste scientifiche italiane e straniere. E’ formatore del Ministero dell’Istruzione e di Orizzonte Scuola Formazione. Ha scritto più di 200 articoli scientifici e un centinaio di volumi. Ha vinto, tra i tanti altri: il Premio della Cultura Unesco nel 2010; l’Oscar del Mediterraneo per la letteratura; il primo classificato del Premio Internazionale G. Bruno, per la raccolta di racconti “Oltre”. É stato uno dei 50 migliori docenti italiani nel 2017 selezionato dal Ministero dell’istruzione. È stato uno del 20 migliori docenti italiani, nel 2020, selezionato dal Ministero dell’Istruzione. Collabora al quotidiano “Orizzontescuola.it”, è vice direttore della rivista “Cesise News”, dirige Scripta Manent.

La responsabilità professionale dell’avvocato (Fonte: L. Carbone in “La Previdenza Forense”)

di Leonardo Carbone

1.– Alla base della responsabilità professionale dell’avvocato c’è il contratto che lega l’avvocato al cliente, in forza del quale l’avvocato si impegna a prestare in favore del cliente opera professionale (che può essere sia giudiziale che stragiudiziale). La responsabilità professionale dell’avvocato, la cui obbligazione è di mezzi e non di risultato, presuppone la violazione di un dovere di diligenza, da commisurare, ai sensi dell’art. 1176, secondo comma, cod. civ., alla natura dell’attività esercitata (Cass. 1.10.2018 n. 23740). L’imperizia del difensore è configurabile allorchè egli ignori o violi precise disposizioni di legge, ovvero risolva in modo errato questioni giuridiche prive di margine di opinabilità, mentre la scelta di una determinata strategia processuale può essere foriera di responsabilità. (Cass. 10.6.2016 n. 11906). La responsabilità professionale dell’avvocato trova la sua fonte negli artt. 1176, 1218 e 2236 del codice civile.

Il professionista, nella prestazione dell’attività professionale, sia questa configurabile come adempimento di un’obbligazione di risultato o di mezzi, è obbligato, a norma dell’art. 1176, comma 2, cod. civ.: “Nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata”. Per valutare la diligenza dell’avvocato occorre fare riferimento non alla diligenza del buon padre di famiglia ma al riferito parametro di cui all’art. 1176, comma 2, cod. civ. (Cass. 16 febbraio 2016 n. 2954); la violazione di tale dovere comporta inadempimento contrattuale del quale il professionista è chiamato a rispondere anche per colpa lieve, salvo che nel caso in cui, a norma dell’art. 2236 cod. civ., la prestazione dedotta in contratto implichi la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà (Cass. 22 marzo 2017 n. 7309; Cass. 15 dicembre 2016 n. 21894), perchè in tali casi la responsabilità del professionista è attenuata, configurandosi solo nel caso di dolo o colpa grave.

La responsabilità professionale dell’avvocato, la cui obbligazione è di mezzi e non di risultato, presuppone, quindi, la violazione del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’art. 1176, comma 2, c.c. (Cass. 23 marzo 2017 n. 7309).

2.– Non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali omissioni è ravvisabile solo se, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito, secondo un’indagine istituzionalmente riservata al giudice di merito, censurabile in sede di legittimità solo per eventuali vizi di motivazione (Cass. 27 marzo 2006 n. 6967).

Il consolidato orientamento giurisprudenziale (da ultimo, Cass. 16 maggio 2017 n. 12038; Cass. 15 dicembre 2016 n. 25894; Cass. 13 novembre 2015 n. 23209) afferma che la responsabilità dell’avvocato, non insorge automaticamente quale conseguenza di qualsivoglia inadempimento del professionista, ma sussiste solo nel caso in cui l’inadempienza dello stesso sia causalmente rilevante sull’esito della controversia. La mancata o carente deduzione di un mezzo istruttorio non determina la responsabilità professionale dell’avvocato qualora non sia provato che la regolare e tempestiva deduzione del mezzo istruttorio potesse incidere positivamente, secondo il criterio del “più probabile che non” sull’esito della controversia. In pratica la prova del nesso di causalità non deve essere raggiunta in termini di certezza e neppure di alta probabilità: è sufficiente, invece, che, l’esito favorevole della controversia, nell’ipotesi di condotta adempiente dell’avvocato, risulti “più probabile che non”. Nessun obbligo risarcitorio, quindi, per l’avvocato in assenza di un concreto pregiudizio al cliente (Cass. 18 luglio 2016 n. 14644).

Infatti, secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, confermato dalla recente sentenza della Corte di cassazione 14 ottobre 2019 n. 25778, non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni, in tanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito, secondo una indagine istituzionalmente riservata al giudice di merito (Cass. 27 marzo 2006 n. 6967; Cass. 15 dicembre 2010 n. 25347; Cass. 22 marzo 2017 n. 7309).

Tale regola, però, se male intesa, come afferma Cass. 14 ottobre 2019 n. 25778, “rischia di trasformare, contro le sue stesse premesse, la responsabilità del professionista da obbligazione di mezzi in obbligazione di risultato. Se la negligenza dell’avvocato è casualmente rilevante quando ha fatto perdere la causa, o non ha fatto conseguire al cliente il risultato sperato (che sostanzialmente è la stessa cosa), si rischia quella trasformazione, posto che provare che la causa sarebbe andata vinta equivale a provare che il difensore ha mancato un risultato per sua colpa… In realtà, il sistema del “processo nel processo” obbliga il giudice a giudizi ipotetici di tipo controfattuale (quale sarebbe stato l’esito della causa se non ci fosse stata negligenza difensiva) ed a rifare fittiziamente il processo mancato, o quello in cui si è manifestata la negligenza del difensore. Fare un “processo al processo” ovviamente non è la stessa cosa che fare il processo direttamente. Ad esempio è solo fittiziamente che si può dire che le prove sarebbero state ammesse se fossero state richieste, o che se fossero state ammesse avrebbero determinato un risultato diverso”.

In conclusione, non basta l’errore o l’omissione ad integrare la responsabilità dell’avvocato, in quanto il cliente deve dare la prova che, in assenza di quella condotta (asseritamente colpevole), si sarebbe probabilmente verificato un esito diverso e più favorevole della lite (Cass. 10 novembre 2016 n. 22882). Per poter essere risarcito da un avvocato che ha svolto con poca diligenza il mandato, quindi, il cliente non può limitarsi a dimostrare tale circostanza ma deve provare che dallo scorretto adempimento dell’attività professionale gli è derivato un danno (Cass. 16 maggio 2017 n. 12038). Quanto innanzi riportato conferma l’orientamento giurisprudenziale della Suprema Corte (Cass. 13 febbraio 2014 n. 3355; Cass. 5 febbraio 2013 n. 2638; Cass. 10 luglio 2006 n. 15633) nel senso che la responsabilità del prestatore d’opera intellettuale nei confronti del proprio cliente presuppone la prova del danno e del nesso causale tra la condotta del professionista ed il pregiudizio del cliente. In particolare, nel caso di attività dell’avvocato, l’affermazione della responsabilità per colpa professionale implica una valutazione prognostica positiva circa il probabile esito favorevole dell’azione giudiziale che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente seguita.

La responsabilità dell’avvocato non può, quindi, affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente e, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando altrimenti. La prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva (anche per violazione del dovere di informazione), ed il risultato derivatone (Cass. 24 maggio 2016 n. 10699).

Il danno risarcibile non può quindi essere confuso con l’inadempimento; è onere del cliente dimostrare che la sua domanda giudiziale, ove correttamente formulata e sostenuta dall’avvocato, avrebbe avuto ragionevoli probabilità di accoglimento. Occorre evidenziare che può costituire fonte di responsabilità professionale, dando luogo al risarcimento del conseguente danno, anche la scelta processuale del legale: Cass. 2 luglio 2010, n. 17506; tale sentenza ha, infatti, confermato la condanna di un legale a risarcire il danno subito dal cliente per avere fatto ricorso all’atto di citazione piuttosto che al decreto ingiuntivo, quale mezzo per il recupero di un credito, atteso che nella circostanza, facendo ricorso al procedimento monitorio, giustificato dall’abbondante documentazione a disposizione, sarebbe stato agevole ottenere la provvisoria esecuzione ove le controparti avessero proposto opposizione, quindi il soddisfacimento del credito senza attendere i tempi lunghi del procedimento ordinario.

Tale decisione, che riprende una precedente pronuncia (Cass. 27 marzo 2006, n. 6967), “amplia” la responsabilità dell’avvocato, individuando un ulteriore limite alla discrezionalità dell’avvocato, limite costituito dall’interesse concreto del cliente (nella fattispecie applicato all’attività avente ad oggetto le scelte processuali che competono al difensore). In precedenza la responsabilità dell’avvocato era stata esclusa per errori del professionista inerenti le attività c.d. discrezionali, connesse all’interpretazione delle leggi e, in generale, alla risoluzione delle questioni opinabili, ivi incluse le scelte processuali: Cass. 18 novembre 1996, n. 10068, afferma che l’avvocato deve considerarsi responsabile verso il cliente in caso di incuria e di ignoranza di disposizioni di legge, dovendosi invece ritenere esclusa la responsabilità nel caso di interpretazioni di legge o di risoluzione di questioni opinabili.

3.– In tema di responsabilità dell’avvocato, l’attività stragiudiziale si valuta come la giudiziale. Infatti, sia nell’attività giudiziale che in quella stragiudiziale, è il cliente a dolersi con il legale di non avergli procurato o di non avere conseguito un risultato prognosticamente utile e ciò quale conseguenza di una prestazione negligente: non vi è pertanto differenza fra le due ipotesi (Cass. 29 settembre 2017 n. 22849). Viene ribadita che la responsabilità professionale dell’avvocato, la cui obbligazione è di mezzi e non di risultato, presuppone la violazione del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’art. 1176, comma 2, cod. civ., da commisurare alla natura dell’attività esercitata (non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente).

Fonte: http://www.cassaforense.it/riviste-cassa/la-previdenza-forense/avvocatura/la-responsabilità-professionale-dell-avvocato/

Causa persa e responsabilità professionale dell’avvocato: ecco come si determina (Cass. 3566/21)

Cassazione civile, Sezione III, Ordinanza 11/02/2021, n. 3566

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

La responsabilità dell’avvocato “non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente ed, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva, ed il risultato derivatone”.

L’ ORDINANZA

(Presidente Dott. ARMANO Uliana – Relatore Dott. SESTINI Danilo)

(Omissis)

Svolgimento del processo

che:

F.M., in qualità di erede del padre T., agì nei confronti dell’avvocato R.G. per sentirne dichiarare la responsabilità professionale per la negligente assistenza prestata al genitore in un giudizio svoltosi avanti alla Corte di Appello di Genova, conclusosi con sentenza n. 423/1993 che aveva rigettato la richiesta del F. di vedersi riconoscere la proprietà di due appartamenti che assumeva essergli stati ceduti da tale P.A.;

rilevò la F. che, nell’anno (OMISSIS), il padre aveva agito nei confronti del curatore dell’eredità beneficiata e rilasciata di P.A. per sentir accertare l’avvenuto acquisto in proprio favore della proprietà di due appartamenti del Condominio (OMISSIS), contraddistinti dai civici (OMISSIS); che il Tribunale di Savona aveva dichiarato autentica la sottoscrizione di P.A. in calce alla scrittura privata del 6.10.1965 con cui era stato trasferito al F. l’immobile (OMISSIS), mentre aveva rigettato la domanda concernente l’altro immobile, ritenendo che per lo stesso fosse intervenuta soltanto una proposta di vendita; che la sentenza era stata impugnata sia da F.T. che, con distinto gravame, da S.D., M.L. e P.O.; che quest’ultima, quale erede di P.A., aveva disconosciuto la documentazione apparentemente riferibile al de cuius, mentre l’avv. R., difensore del F., non aveva proposto istanza di verificazione e non aveva coltivato il giudizio, non comparendo neppure all’udienza di precisazione delle conclusioni;

che la Corte di Appello genovese aveva riformato la sentenza di primo grado, dichiarando non autentiche le sottoscrizioni di P.A. relative alle scritture private del 6.10.1965 e del 17.3.1966, disconosciute e non sottoposte a verificazione, e rigettando pertanto le domande del F.; che senza esito era rimasto il successivo giudizio di cassazione, come pure il tentativo di resistere all’ordine di rilascio degli immobili disposto dal Tribunale di Savona e dalla Corte di Appello di Genova;

tanto premesso, evidenziò che, se l’avv. R. avesse adempiuto diligentemente al proprio mandato e avesse richiesto la verificazione delle scritture disconosciute, con molta probabilità sarebbe stata confermata la sentenza di primo grado e al F. sarebbe stata riconosciuta anche la proprietà del secondo appartamento;

chiese pertanto che venisse accertata la responsabilità professionale dell’avv. R., con condanna del medesimo al risarcimento dei danni, quantificati in complessivi 1.000.000,00 di Euro (di cui 800.000,00 Euro corrispondenti al valore degli immobili ed il residuo a titolo di danno morale);

il convenuto resistette e chiamò in causa, per l’eventuale manleva, le proprie assicuratrici della responsabilità civile, Reale Mutua di Assicurazioni s.p.a. e Zurich Insurance Company s.a., le quali si costituirono in giudizio chiedendo la reiezione della domanda attorea e di quella di manleva o, in subordine, l’accoglimento di quest’ultima nei limiti delle rispettive polizze;

il Tribunale rigettò la domanda della F., condannandola al pagamento delle spese di lite in favore del R. e delle terze chiamate in causa;

pronunciando sul gravame della F., la Corte di Appello di Genova ha confermato la sentenza impugnata, salvo ridurre le spese liquidate in favore delle compagnie assicuratrici per il giudizio di primo grado;

la Corte ha osservato, fra l’altro, che “il diritto al risarcimento del danno non insorge automaticamente quale conseguenza di qualsivoglia inadempimento del professionista, dovendosi piuttosto valutare, sulla base di un giudizio probabilistico, se, in assenza dell’errore commesso dall’avvocato, l’esito negativo per il cliente si sarebbe ugualmente prodotto”; che “è indubbio che (…) l’avv. R. ha tenuto una condotta omissiva colpevole, non avendo proposto l’istanza di verificazione delle scritture disconosciute, per la prima volta nel giudizio di appello, da P.O. quale erede di P.A.”; “per affermare la responsabilità del difensore, odierno appellato, occorre, però, accertare il danno in capo alla cliente, ossia verificare, sulla base di un accertamento prognostico, il probabile (non certo) esito favorevole dell’azione giudiziale qualora il difensore avesse tenuto la condotta omessa”; “l’odierna appellante, invece, già in primo grado non soltanto non ha offerto alcuna prova atta a dimostrare che le sottoscrizioni di cui alle scritture in questione fossero da attribuirsi a P.A. (non ha neanche prodotto gli originali delle scritture private (…)), ma nemmeno ha asserito, neanche nel presente grado, la necessità di siffatta prova”; peraltro, rispetto all’appartamento contraddistinto come (OMISSIS), l’attrice, quand’anche fosse riuscita a dimostrare l’autenticità della sottoscrizione apposta sulla scrittura del 17.3.1967, “avrebbe dovuto superare l’avvenuto rigetto nel merito della domanda proposta da F.T.”, basato sul rilievo che tale scrittura non conteneva un contratto, ma costituiva una semplice “lettera di proposta”;

ha proposto ricorso per cassazione F.M., affidandosi a tre motivi; hanno resistito, con distinti controricorsi, R.G. e la Zurich Insurance Public Limited, Rappresentanza Generale per l’Italia.

Motivi della decisione

che:

col primo motivo, la ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione dell’art. 1176 c.c., comma 2 e dell’art. 2236 c.c., nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5: assume di aver “provato la totale responsabilità dell’avv. R. nel non aver coltivato il giudizio di appello, nel non aver presenziato alle udienze e nel non aver proposto l’istanza di verificazione” ed evidenzia che la sentenza della Corte di Appello del 1993 aveva respinto le domande avanzate da F.T. solo perchè la controparte aveva disconosciuto le scritture private e non era stata proposta l’istanza di verificazione; assume pertanto di aver provato “senza alcun ragionevole dubbio sia la negligenza dell’Avv. R., sia il nesso di causalità tra la condotta negligente dell’avvocato ed il danno subito dalla stessa, sia appunto il danno che è stato correttamente quantificato dal CTU nominato nel primo grado del giudizio”; evidenzia, altresì, che “tutti gli elementi probatori acquisiti nei due gradi di giudizio militano in senso favorevole alla riconducibilità della firma al sig. P.” e argomenta sul punto;

il motivo è inammissibile, in quanto non investe adeguatamente la ratio decidendi posta a fondamento del rigetto della domanda risarcitoria da parte della Corte di Appello, la quale – come detto – ha riconosciuto l’inadempimento del R., ma ha rilevato che la F. non aveva dimostrato (ancorchè in termini di “più probabile che non”) che l’esito della causa sarebbe stato diverso nel caso in cui l’avvocato avesse tenuto la condotta omessa e, segnatamente, che la verificazione – se richiesta – avrebbe accertato l’autenticità della sottoscrizione del P.; e ciò in base al principio – consolidato – secondo cui la responsabilità dell’avvocato “non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente ed, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva, ed il risultato derivatone” (Cass. n. 2638/2013; cfr. anche Cass. n. 1984/2016 e Cass. n. 13873/2020);

invero la ricorrente insiste nell’evidenziare l’inadempimento del R. ed assume di aver provato sia il danno che il nesso causale fra quest’ultimo e la condotta negligente dell’avvocato, ma non contesta specificamente l’assunto della Corte territoriale circa la necessità che l’attrice dimostrasse che l’espletamento della verificazione delle sottoscrizioni disconosciute avrebbe molto probabilmente (secondo un criterio di preponderanza dell’evidenza) dato esito favorevole alla tesi della F.;

per di più, la ricorrente omette di censurare l’ulteriore passaggio della sentenza impugnata con cui la Corte ha rilevato che la domanda relativa all’immobile (OMISSIS) non era stata accolta in primo grado per il fatto che il Tribunale aveva ritenuto che la scrittura del 17.3.1966 documentasse una mera proposta, con la conseguenza che, a prescindere dalla questione della mancata verificazione della sottoscrizione del P., avrebbe comunque “dovuto superare l’avvenuto rigetto nel merito della domanda proposta da F.T.”;

per altro verso, la ricorrente svolge in questa sede argomenti volti ad evidenziare la riconducibilità delle sottoscrizioni al P., in tal modo tuttavia sollecitando la Corte a compiere – sul punto – un proprio accertamento di merito, inibito in ambito di legittimità;

va infine rilevato, quale ulteriore motivo di inammissibilità della censura deducente il vizio di omesso esame di fatti decisivi, che, a fronte di una “doppia conforme” di rigetto, la ricorrente non ha dimostrato – al fine di superare la preclusione di cui all’art. 348 ter c.p.c., comma 5 – che la decisione di appello è fondata su ragioni diverse da quelle poste a base della decisione di primo grado (cfr. Cass. n. 5528/2014);

col secondo motivo (che denuncia la nullità della sentenza “per essere essa manifestamente infondata a causa dell’illogicità dell’iter processuale del primo grado di giudizio”), la ricorrente censura la sentenza nella parte in cui ha ritenuto infondata la doglianza con cui l’appellante aveva sostenuto che, ammettendo la CTU estimativa del danno, il Tribunale aveva riconosciuto la fondatezza nell’an della richiesta risarcitoria e non avrebbe pertanto potuto escludere la responsabilità del convenuto con la decisione definitiva;

il motivo è inammissibile e, comunque, infondato:

inammissibile, in quanto reitera l’analoga doglianza svolta in appello senza censurare specificamente le considerazioni svolte sul punto dalla Corte di Appello;

comunque infondato, poichè – come osservato dalla sentenza impugnata – le ordinanze del giudice istruttore sono sempre modificabili e revocabili (fatte salve le limitazioni di cui all’art. 177 c.p.c.) e non possono pregiudicare la decisione della causa, di talchè l’ammissione di una CTU estimativa del danno non comporta l’affermazione della fondatezza dell’an della pretesa risarcitoria;

il terzo motivo deduce la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. e censura la sentenza per avere condannato la F. al pagamento delle spese processuali nonostante che fosse stata accolta la domanda di accertamento della negligenza professionale del R.; la ricorrente si duole pertanto della mancata compensazione delle spese di lite; aggiunge che, in ogni caso la condanna alle spese non poteva essere estesa a quelle sostenute dalle compagnie assicuratrici la cui chiamata in causa non era stata effettuata dall’attrice, ma dal R.;

anche questo motivo è inammissibile e, comunque, infondato:

inammissibile, perchè non investe specificamente le ragioni della decisione, basata sul rilievo della soccombenza totale della F. e sulla circostanza che la chiamata in causa delle assicuratrici era stata determinata dalla pretesa avanzata dall’attrice, risultando pertanto ad essa ascrivibile sulla base del principio di causalità;

comunque infondato, in quanto la F. è risultata totalmente soccombente rispetto alla domanda risarcitoria, rispetto alla quale l’accertamento dell’inadempimento del R. integrava soltanto uno dei presupposti per l’eventuale accoglimento (mancato per difetto di prova del nesso causale) e non ha costituito un capo autonomo della statuizione di primo grado confermata in sede di appello;

inammissibile nella parte in cui censura la scelta della Corte di non avvalersi della possibilità di compensazione delle spese di lite, scelta che, concernendo una facoltà discrezionale del giudice di merito, non può essere sindacata in sede di legittimità (cfr. Cass. n. 24502/2017, Cass. n. 8421/2017 e Cass. n. 15317/2013);

infondato, infine, nella parte in cui contesta la condanna della F. alla rifusione delle spese in favore delle compagnie assicuratrici, in quanto la Corte di merito si è attenuta al principio consolidato secondo cui, “in tema di spese giudiziali sostenute dal terzo chiamato in garanzia, una volta rigettata la domanda principale, il relativo onere va posto a carico della parte soccombente che ha provocato e giustificato la chiamata in garanzia, in applicazione del principio di causalità, e ciò anche se l’attore soccombente non abbia formulato alcuna domanda nei confronti del terzo” (Cass. n. 2492/2016; cfr. Cass. 23552/2011, Cass. n. 7674/2008 e Cass. n. 6514/2004);

il ricorso va pertanto, nel complesso, rigettato;

ricorrono giusti motivi per l’integrale compensazione delle spese del giudizio di legittimità, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2 (nel testo risultante dalla L. n. 263 del 2005 e succ. mod., applicabile ratione temporis, trattandosi di causa avviata nell’anno 2008), in considerazione delle peculiarità della vicenda e della sussistenza di pacifici profili di negligenza nell’attività professionale svolta dall’avv. R.;

sussistono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese di lite.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 21 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2021

Danno da cose in custodia e caduta del pedone: ecco quando l’ente è responsabile (Cass. 456/21)

Cassazione civile, Sez. III, Ordinanza del 13.01.2021, n. 456

IL CASO

Tizia citava avanti al Tribunale di (OMISSIS) il Comune della stessa città chiedendone la condanna al risarcimento dei danni ex art. 2043 c.c. o, in subordine, ex art. 2051 c.c. per l’infortunio, consistente nella frattura di una vertebra lombare, riportato in conseguenza di una caduta avvenuta a (OMISSIS), quando, mentre attraversava la strada, finiva con il piede in una pozzanghera d’acqua che celava una buca e la presenza di cubetti di porfido malfermi, perdendo l’equilibrio e cadendo sulla schiena. Assunte prove testimoniali e CTU medico-legale il Tribunale, ritenuta raggiunta la prova in ordine alla situazione di insidia o trabocchetto, accoglieva la domanda ex art. 2043 c.c. condannando il Comune a risarcimento del danno subito col favore delle spese legali.

Il risultato favorevole al pedone veniva completamente ribaltato dalla Corte d’Appello adita dal Comune con appello principale e da Tizia con appello incidentale condizionato affinchè, nell’ipotesi in cui fosse rigettata la domanda ex art. 2043 c.c., fosse invece accolta quella formulata ex art. 2051 c.c.. I giudici del gravame, infatti, accoglievano l’appello principale, dichiarando assorbito l’incidentale e condannando Tizia alle spese del grado. In sostanza la Corte territoriale aveva ritenuto che la pronuncia di primo grado meritasse censura per non aver richiamato i principi e gli insegnamenti giurisprudenziali in punto di autoresponsabilità dell’utente di strade demaniali che, ove considerati, avrebbero dovuto condurre il giudice a ritenere esigibile, da parte della danneggiata, una condotta più prudente evitando di poggiare il piede proprio nella buca ricolma d’acqua. Comportamento questo tanto imprudente da interrompere il nesso eziologico tra la condotta omissiva dell’ente proprietario della strada e l’evento dannoso integrando gli estremi del fortuito.

A Tizia non rimaneva che proporre ricorso per cassazione (che le darà ragione). Secondo gli Ermellini, infatti, la sentenza impugnata non aveva rispettato le condizioni richieste dalla giurisprudenza di legittimità secondo la quale la condotta della vittima del danno causato da una cosa in custodia costituisce caso fortuito idoneo ad escludere la responsabilità del custode ex art. 2051 c.c. ove sia colposa e imprevedibile (Cass., n. 25837/2017; Cass., n. 27724/2018; Cass., n. 9997/2020).

LA QUESTIONE GIURIDICA

L’art. 2051 c.c. nel corso degli anni è stato al centro di un acceso dibattito sia dottrinale che giurisprudenziale. Trattavasi di un’ipotesi di responsabilità per colpa presunta oppure di responsabilità oggettiva?

E così, dapprima la Suprema Corte statuiva che: “L’art. 2051 c.c. pone, a carico del custode – ed è onere dell’attore provare che, in considerazione dell’effettivo potere fisico sulla cosa, tale possa considerarsi il preteso danneggiante, così come provare che il danno sia derivato dalla cosa stessa – una presunzione juris tantum di colpa, che può esser vinta soltanto dalla prova, a carico del medesimo, che il danno sia stato invece determinato da caso fortuito”.

Successivamente, invece, mutava il proprio orientamento stabilendo che: “In tema di responsabilità civile per i danni cagionati da cose in custodia, la fattispecie di cui all’art. 2051 cod. civ. individua un’ipotesi di responsabilità oggettiva, essendo sufficiente per l’applicazione della stessa la sussistenza del rapporto di custodia tra il responsabile e la cosa che ha dato luogo all’evento lesivo, senza che assuma rilievo in sè la violazione dell’obbligo di custodire la cosa da parte del custode, la cui responsabilità è esclusa solo dal caso fortuito. Detto fattore attiene non ad un comportamento del responsabile, ma al profilo causale dell’evento, riconducibile in tal caso non alla cosa che ne è fonte immediata, ma ad un elemento esterno, recante i caratteri dell’imprevedibilità e dell’inevitabilità. Ne consegue l’inversione dell’onere della prova in ordine al nesso causale, incombendo sull’attore la prova del nesso eziologico tra la cosa e l’evento lesivo e sul convenuto la prova del caso fortuito”.

Alla luce del mutato orientamento, il custode convenuto nel giudizio di risarcimento, per andare esente da responsabilità, dovrà fornire non già la prova negativa della propria assenza di responsabilità, bensì la prova positiva che il danno è derivato da caso fortuito o da forza maggiore. Il caso fortuito deve essere inteso in senso molto ampio, tale da ricomprendere anche il fatto naturale (la c.d. forza maggiore), il fatto del terzo ed il fatto dello stesso danneggiato, purché tale fatto costituisca la causa esclusiva del danno). In questo modo, il danneggiato è gravato soltanto dall’onere di dimostrare l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento di danno, mentre sul convenuto grava l’onere di provare l’esistenza di un fattore, estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere quel nesso causale (Cass. n. 2075/2002).

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE NELL’ORDINANZA 456/21

In tema di responsabilità da cosa in custodia, l’ente proprietario di una strada si presume responsabile, ai sensi dell’art. 2051 c.c., dei sinistri riconducibili alle situazioni di pericolo immanente connesse alla struttura ed alla conformazione della stessa e delle sue pertinenze, fermo restando che su tale responsabilità può influire la condotta della vittima, la quale, però, assume efficacia causale esclusiva soltanto ove sia qualificabile come abnorme, cioè estranea al novero delle possibilità fattuali congruamente prevedibili in relazione al contesto, potendo, in caso contrario, rilevare ai fini del concorso causale ai sensi dell’art. 1227 c.c..

L’ORDINANZA (Rel. Dott. Anna Moscarini)

(omissis)

Svolgimento del processo

1. Con atto di citazione del 1/12/2011 la signora C.S.P. convenne, davanti al Tribunale di Napoli, il Comune della stessa città chiedendone la condanna al risarcimento dei danni ex art. 2043 c.c. o, in subordine, ex art. 2051 c.c. per l’infortunio, consistente nella frattura di una vertebra lombare, riportato in conseguenza di una caduta avvenuta a (OMISSIS), quando, mentre attraversava la strada, finiva con il piede in una pozzanghera d’acqua che celava una buca e la presenza di cubetti di porfido malfermi, perdendo l’equilibrio e cadendo sulla schiena.

Assunte prove testimoniali e CTU medico-legale il Tribunale di Napoli, con sentenza n. 4046/2014″ ritenuta raggiunta la prova in ordine alla situazione di insidia o trabocchetto, accolse la domanda ex art. 2043 c.c. condannando il Comune al pagamento della somma di Euro 37.875,09 oltre rivalutazione interessi e spese legali.

2. La Corte d’Appello di Napoli, adita dal Comune con appello principale e dalla C. con appello incidentale condizionato affinchè, nell’ipotesi in cui fosse rigettata la domanda ex art. 2043 c.c., fosse invece accolta quella formulata ex art. 2051 c.c., con sentenza n. 1096 del 7/3/2018, ha accolto l’appello principale, dichiarando assorbito l’incidentale e condannato la C. alle spese del grado.

Per quel che è ancora qui di interesse la Corte d’Appello ha ritenuto che la fattispecie rientrasse nell’alveo dell’art. 2051 c.c. e che, conseguentemente, l’ente proprietario fosse gravato dei sinistri riconducibili a situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada salva la possibilità per l’utente danneggiato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la situazione di pericolo. Ciò premesso la Corte territoriale ha ritenuto che la pronuncia di primo grado meritasse censura per non aver richiamato i principi e gli insegnamenti giurisprudenziali in punto di autoresponsabilità dell’utente di strade demaniali che, ove considerati, avrebbero dovuto condurre il giudice a ritenere esigibile, da parte della danneggiata, una condotta più prudente evitando di poggiare il piede proprio nella buca ricolma d’acqua.

Il giudice ha, pertanto, ritenuto di dover considerare l’efficienza del comportamento imprudente della vittima nella produzione del danno che si atteggia a concorso causale colposo valutabile ai sensi dell’art. 1227 c.c. fino ad interrompere il nesso eziologico tra la condotta omissiva dell’ente proprietario della strada e l’evento dannoso integrando gli estremi del fortuito. Sulla base di queste premesse ed in riforma della sentenza di primo grado ha, in accoglimento dell’appello, rigettato la domanda della C..

3. Avverso la sentenza la signora C. ha proposto tempestivo ricorso per cassazione sulla base di quattro motivi. Ha resistito il Comune di Napoli con controricorso.

4. La trattazione è stata fissata in adunanza camerale ai sensi dell’art. 330-bis 1 c.p.c. in vista della quale la ricorrente ha depositato memoria mentre il Procuratore Generale presso questa Corte non ha concluso.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso – violazione dell’art. 352 c.p.c. e dell’art. 190 c.p.c. con riguardo all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e nullità della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – la ricorrente si duole che la causa sia stata introitata in decisione prima della scadenza dei termini per il deposito delle comparse di replica.

2. Con il secondo motivo – omesso esame di un fatto decisivo del giudizio oggetto di discussione tra le parti ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – la C. si duole che la sentenza abbia valorizzato la presenza della buca omettendo di valutare il fatto che la caduta fosse eziologicamente riconducibile alla presenza occulta dei cubetti di porfido malfermi ed instabili, non visibili nè prevedibili.

3. Con il terzo motivo – violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c. con riguardo all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – si duole che la sentenza abbia ritenuto interrotto il nesso eziologico tra la condotta della danneggiata ed il danno, senza dare la prova del fortuito che avrebbe dovuto consistere in una condotta autonoma, eccezionale, imprevedibile e colposa della vittima. La Corte d’Appello avrebbe dovuto, non solo provare la condotta negligente della vittima, ma accertare anche che la condotta non fosse prevedibile da parte del custode.

4. Con il quarto motivo di ricorso – violazione e falsa applicazione dell’art. 1227 c.c., comma 1 – la ricorrente si duole che la sentenza abbia mal applicato la disposizione indicata in epigrafe perchè non avrebbe posto in relazione la presunta violazione del dovere di cautela incombente sulla danneggiata con la violazione degli obblighi di custodia che gravano sull’ente.

2-3-4 Il Collegio ritiene che la causa possa essere decisa in base alla ragione più liquida e dunque prescindendo dall’esame della questione processuale posta con il primo motivo rispetto al quale, per le ragioni di qui a poco evidenziate, la C. perde interesse allo scrutinio. Il ricorso va infatti accolto con riguardo ai motivi secondo terzo e quarto che, trattati congiuntamente, meritano accoglimento.

Innanzitutto è fondato il secondo motivo con il quale la C. si duole che la Corte d’Appello abbia omesso di considerare che la caduta sia stata causata dai cubetti di porfido malfermi, instabili invisibili e imprevedibili chiaramente emersi nell’istruttoria. La corte territoriale ha omesso di considerare il nesso eziologico tra tale incontestata circostanza, provata dai testi, ed il danno, pur avendo costituito il fatto omesso oggetto di discussione tra le parti.

In secondo luogo è fondata la censura introdotta con il motivo con cui si assume e si argomenta la violazione, da parte della corte territoriale, dell’art. 2051 c.c. Come è noto la norma configura un caso di responsabilità oggettiva del custode e prevede che il danneggiato debba limitarsi a provare il nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno, spettando al custode la prova cd. liberatoria mediante dimostrazione positiva del caso fortuito, cioè del fatto estraneo alla sua sfera di custodia avente impulso causale autonomo e carattere di imprevedibilità e di assoluta eccezionalità. L’ente proprietario della strada supera la presunzione di colpa quando la situazione che provoca il danno si verifica non come conseguenza di un difetto di diligenza nella sorveglianza della strada ma in maniera improvvisa e per colpa esclusiva dello stesso danneggiato. Il Comune avrebbe dovuto dimostrare che il fatto della stessa danneggiata nel caso in esame avesse i caratteri dell’autonomia, eccezionalità, imprevedibilità ed inevitabilità e che fosse da solo idoneo a produrre l’evento, escludendo i fattori causali concorrenti. La sentenza non ha rispettato le condizioni richieste dalla giurisprudenza di questa Corte secondo la quale la condotta della vittima del danno causato da una cosa in custodia costituisce caso fortuito idoneo ad escludere la responsabilità del custode ex art. 2051 c.c. ove sia colposa e imprevedibile (Cass., 3, n. 25837 del 31/10/2017; Cass., 6-3, n. 27724 del 30/10/2018; Cass., 6-3 n. 9997 del 28/5/2020).

Del pari fondata è la violazione dell’art. 1227 c.c., comma 1 in quanto la Corte territoriale ha lasciato, nella sostanza, irrisolto il punto nodale della condotta della vittima non facendo buon governo dell’art. 1227 c.c. E’ principio affermato da questa Corte che, se il fatto colposo del danneggiato può concorrere nella produzione dell’evento, il fatto che una strada risulti “molto sconnessa” con buche e rattoppi, indice di cattiva manutenzione non costituisce un’esimente per l’ente pubblico in quanto il comportamento disattento e incauto del pedone non è ascrivibile al novero dell’imprevedibile (Cass., 3, n. 15761 del 29/7/2016). L’ente proprietario di una strada si presume responsabile, ai sensi dell’art. 2051 c.c., dei sinistri riconducibili alle situazioni di pericolo immanente connesse alla struttura ed alla conformazione della stessa e delle sue pertinenze, fermo restando che su tale responsabilità può influire la condotta della vittima, la quale, però, assume efficacia causale esclusiva soltanto ove sia qualificabile come abnorme, cioè estranea al novero delle possibilità fattuali congruamente prevedibili in relazione al contesto, potendo, in caso contrario, rilevare ai fini del concorso causale ai sensi dell’art. 1227 c.c. (Cass., 3, n. 15761 del 29/7/2016; Cass., 3, n. 2480 del 1/2/2018).

La condotta del danneggiato che entri in interazione con la cosa si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso in applicazione anche ufficiosa dell’art. 1227 c.c., comma 1 richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 Cost. sicchè quanto più la situazione di danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente prevedibili in rapporto alle circostanze tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisce un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale connotandosi per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro (Cass., 6-3 n. 9315 del 3/4/2019). Non risulta che la sentenza si sia attenuta a questi principi.

5. Conclusivamente il ricorso va accolto con riguardo ai motivi secondo, terzo e quarto, assorbito il primo, la sentenza cassata in relazione e la causa rinviata alla Corte d’Appello di Napoli in diversa composizione anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo, il terzo ed il quarto motivo del ricorso, assorbito il primo, cassa l’impugnata sentenza e rinvia la causa per nuovo esame ed anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione alla Corte d’Appello di Napoli in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile, il 2 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 13 gennaio 2021

Responsabilità 231: scarica le linee guida di Assoambiente edizione 2020 per gli operatori della gestione dei rifiuti

PRESENTAZIONE

Con il D.Lgs. n. 231/2001 viene introdotta per la prima volta nell’ordinamento giuridico italiano la “responsabilità amministrativa degli enti per gli illeciti conseguenti alla commissione di un reato”: una responsabilità che, sebbene il legislatore qualifichi come amministrativa, si configura di fatto come una responsabilità di natura penale. Se l’ambito originale del D.Lgs. n. 231/2001, relativo ai reati societari e ai reati nei confronti della pubblica amministrazione riguardava già potenzialmente molte aziende, l’estensione negli anni alle tematiche della sicurezza sul lavoro e della gestione ambiente ha allargato enormemente il numero di imprese potenzialmente coinvolte. FISE Assoambiente e Certiquality, proseguendo la collaborazione avviata con la precedente pubblicazione “Linee guida per l’applicazione integrata delle norme ISO 9001 – ISO 14001 – BS OHSAS 18002 per le attività del ciclo dei rifiuti”, hanno promosso la realizzazione della presente Guida proprio per sensibilizzare e supportare il management delle aziende ed i loro collaboratori su queste importanti tematiche, fornendo, al tempo stesso, uno strumento pratico di lavoro. In questo nuovo quadro normativo assumono infatti particolare importanza i Modelli organizzativi indicati dal D.Lgs. n. 231/2001: un sistema di controllo preventivo, che parte da un’analisi dei rischi, individua le fattispecie di reato cui è potenzialmente sottoposta l’organizzazione e prevede la definizione di un adeguato sistema di prevenzione e controllo. Le Linee Guida realizzate hanno proprio il ruolo chiave di offrire agli imprenditori una maggiore consapevolezza di quali, nell’ambito dei processi aziendali, possono costituire le attività “sensibili” potenzialmente in grado di condurre i soggetti apicali, responsabili di una specifica procedura, ad assumere una condotta colposa. Nel documento è perciò possibile trovare, per le imprese che abbiano scelto di adottare un modello di organizzazione e gestione, una serie di indicazioni e misure, essenzialmente tratte dalla pratica aziendale, ritenute idonee a rispondere alle esigenze delineate dal D.Lgs. n. 231/2001. Il Modello di gestione non dovrà però rappresentare un mero adempimento burocratico ma dovrà “vivere” con l’impresa, aderire alle sue caratteristiche ed alla sua organizzazione ed evolversi e cambiare con essa nell’auspicio che tale condotta valorizzi gli sforzi organizzativi sostenuti dalle imprese per allinearsi alle prescrizioni normative.

Un vivo ringraziamento va a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione delle Linea Guida.

Elisabetta Perrotta (Direttore FISE ASSOAMBIENTE)

Umberto Chiminazzo (Direttore Generale CERTIQUALITY)

QUI SOTTO LE LINEE GUIDA IN PDF

Linee_Guida_Assoambiente_novembre_2020