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Responsabilità professionale del commercialista per omessa impugnazione di un provvedimento giudiziale

Tribunale di Perugia, sez. II, sentenza 16 febbraio 2017

IL CASO

Un commercialista non deposita un ricorso in impugnazione di una sentenza della Commissione tributaria provinciale assumendo come la decisione di non proporre appello fosse in realtà stata condivisa dal suo Cliente considerato l’alto rischio di una reformatio in peius. Il Cliente cita quindi il giudizio il professionista ma il Tribunale adito rigetterà la richiesta di risarcimento danni avanzata  rilevando come l’affermata sussistenza di “ampi margini di appellabilità del provvedimento” sia stata allegata in termini assolutamente generici senza cioè l’indicazione di elementi concreti, in fatto o in diritto, utili a far ritenere che l’esito del giudizio di primo grado potesse essere modificato in senso ulteriormente favorevole all’appellante.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

La mancata impugnazione di una sentenza, pur comportando la definitiva perdita del diritto di impugnare non determina ex se la responsabilità del professionista, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente ed, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva, ed il risultato derivatone ( cfr. Sez. 3, Sentenza n. 2638 del 05/02/2013).”

LA SENTENZA

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

L’attore indicato in epigrafe, premesso di aver conferito incarico al convenuto, dottore commercialista, per impugnare dinanzi alla Commissione tributaria provinciale avvisi di accertamento notificatigli nell’anno 2009 dall’Agenzia delle Entrate di Perugia per la contestazione di un maggior imponibile ai fini Irpef, Irap e Iva rispetto a quello risultante dalle dichiarazioni dei redditi, contestazione elevata sul presupposto che la determinazione del reddito da dichiarare dovesse tener conto di quanto percepito nell’ambito dell’attività svolta come (…), ha esposto che il procedimento di prime cure si era concluso con la sentenza n. 368/08/09 la quale aveva parzialmente accolto il ricorso.

Esposto, altresì, di aver conferito incarico al convenuto, in considerazione degli ampi margini di appellabilità del provvedimento, per promuovere il giudizio di appello dinanzi alla Commissione Tributaria regionale, ha dedotto che, contrariamente alle rassicurazioni offerte dal convenuto in merito in merito all’avvenuta redazione del ricorso in appello ed al suo deposito, aveva constatato, tramite accesso diretto presso la Cancelleria della Commissione regionale come non risultasse iscritto a ruolo alcun ricorso in impugnazione.

Dedotto altresì che il convenuto aveva cercato di giustificare l’occorso fornendo vane e vaghe rassicurazioni, ha chiesto che, accertata la grave violazione dei doveri professionali, il convenuto medesimo venisse condannato al risarcimento del danno, da quantificare in corso di causa derivante dal mancato deposito dell’impugnazione, conseguente sotto il profilo patrimoniale dalla vendita di immobili e dall’accensione di finanziamenti cui era costretto, a condizioni economiche svantaggiose, per fare fronte al pagamento della cartella e, sotto il profilo non patrimoniale, il pregiudizio sofferto per mutili rassicurazioni prospettate dal professionista.

Si è costituito il convenuto che, chiesta ed ottenuta l’autorizzazione alla chiamata in causa del proprio assicuratore della responsabilità civile, ha contestato la fondatezza della domanda. In particolare ha dedotto che, in ragione dell’esito favorevole oltre ogni previsione del giudizio di primo grado, l’attore, all’epoca legato da rapporto di amicizia, aveva condiviso la decisione di non proporre appello, sicché, pur predisposto l’atto di appello, lo stesso non veniva depositato in quanto non processualmente vantaggioso rispetto al rischio, che si prospettava tangibile, di reformatio in peius. Dedotto quindi che le comunicazioni intercorse tra le parti, anche via mail, nel corso della primavera dell’anno 2013 fossero artatamente preordinate al fine di far risultare, contrariamente al vero, che esso convenuto si fosse dimenticato di depositare l’appello, ha concluso, previa contestazione della domanda anche in relazione alla genericità del quantum, per il rigetto.

La compagnia assicuratrice del convenuto, costituitasi in giudizio, ha concluso per il rigetto della domanda principale in quanto infondata.

All’esito dello scambio delle memorie ex art. 183 co.VI c.p.c., senza necessità di attività istruttoria, non rilevante quanto alle circostanze di fatto dedotte dall’attore (per i motivi sui quali infra) ed esplorativa quanto alla richiesta di consulenza contabile per la quantificazione del preteso danno, deve rilevarsi quanto segue.

La ricostruzione in fatto prospettata dall’attore, anche a voler seguire il contenuto delle registrazioni fonografiche prodotte dall’attore medesimo, muove dalla deduzione, necessaria per la prospettabilità di un danno da responsabilità professionale per omesso espletamento di una attività concordata ovvero dovuta ma che l’attore allega (in termini del tutto generici), della ravvisabilità di “ampi margini di appellabilità del provvedimento”.

Orbene, l’errore professionale addebitabile al professionista, consistente (come nel caso in esame in cui si assume che il convenuto non avesse proceduto, nonostante le rassicurazioni fornite al cliente, ad impugnare la sentenza tributaria di primo grado), nella mancata impugnazione di una sentenza, pur comportando la definitiva perdita del diritto di impugnare non determina ex se la responsabilità del professionista, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente ed, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva, ed il risultato derivatone ( cfr. Sez. 3, Sentenza n. 2638 del 05/02/2013).

Con specifico riferimento alla posizione del commercialista, deve segnalarsi quale precedente conforme al caso in esame la pronunzia emessa da Cass. n. 9917 del 26/04/2010: “la responsabilità del prestatore di opera intellettuale nei confronti del proprio cliente per negligente svolgimento dell’attività professionale presuppone la prova del danno e del nesso causale tra la condotta del professionista ed il pregiudizio del cliente e, in particolare, trattandosi dell’attività del commercialista incaricato dell’impugnazione di un avviso di accertamento tributario, l’affermazione della responsabilità per colpa professionale implica una valutazione prognostica positiva circa il probabile esito favorevole del ricorso alla commissione tributaria, che avrebbe dovuto essere proposto e diligentemente seguito”.

Tanto premesso, deve rilevarsi che, nel caso in esame l’affermazione di “ampi margini di appellabilità” del provvedimento di primo grado è rimasta propalazione meramente enunziativa: non sono stati invero neppure indicati e dedotti elementi concreti, in fatto ovvero in diritto, per ritenere che l’esito, già parzialmente favorevole, della decisione di primo grado, potesse verosimilmente essere modificato in senso ulteriormente favorevole al contribuente appellante, giacché l’attore non ha neppure segnalato eventuali errori della decisione di prime cure ovvero possibili ragioni di censura che dovevano essere fatte valere, con ragionevole probabilità di accoglimento, a mezzo dell’impugnazione non proposta.

Ed invero, la censura in grado di appello della statuizione di primo grado, nella parte in cui aveva rigettato il motivo di ricorso inerente “alle movimentazioni bancarie non giustificate da idonea documentazione” presupponeva la deduzione di specifiche ragioni volte, in modo adeguato, a contrastare quel giudizio, delle quali l’omesso deposito dell’appello aveva precluso la valutazione, non apparendo prospettabile, diversamente, alcuna concreta possibilità di riforma della sentenza in senso favorevole all’appellante per il semplice fatto della proposizione dell’impugnazione dalla quale non deriva, automaticamente, alcun effetto favorevole all’appellante, neppure in termini di sospensiva dell’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado, delibazione che presuppone anch’essa una valutazione, ancorché assunto in termini sommari, del “fumus boni iuris” dei motivi di ricorso. Neppure costituisce pregiudizio automaticamente derivante dall’omesso deposito dell’impugnazione la preclusione della astratta fruibilità di future previsioni premiali, che dovessero essere approvate successivamente al passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, ove le stesse – come nell’ipotesi prospettata dal difensore dall’attore in sede di discussione orale – presuppongano, oltre che l’astratta applicabilità al caso in esame (rimasta indimostrata), una prolungata pendenza della causa sui ruolo fino all’approvazione delle future previsioni e la loro applicabilità a casi pregressi.

Il mancato deposito dell’appello, nell’ambito del rapporto civilistico derivante dal conferimento dell’incarico professionale (e quindi esulandosi dai profili deontologici che sono stati sanzionati nella sede designata), rende inutile l’attività difensiva precedentemente svolta dal professionista, dovendosi ritenere la sua prestazione totalmente inadempiuta ed improduttiva di effetti in favore del proprio assistito, con la conseguenza che il professionista non ha diritto ad essere remunerato per l’attività svolta e, ove lo fosse stato, la controparte ha diritto alla ripetizione di quanto pagato. Considerato che l’aspetto inerente al corrispettivo è rimasto non dedotto in questa sede, ne segue che in assenza di una ragionevole possibilità di esito favorevole dell’impugnazione, quel comportamento inadempiente non può dirsi, come messo in luce dall’orientamento giurisprudenziale sopra richiamato, fonte di un danno, quale perdita di una consistente chance di ottenere una pronunzia favorevole, una condizione che sarebbe valsa ad evitare il pagamento della sanzione e le iniziative, di tutela del credito e di recupero coattivo dello stesso, altrimenti comunque derivanti dalla sentenza di primo grado ( esecutiva in caso di mancata sospensiva ed anche nel caso di proposizione di istanza non ragionevolmente fondata).

L’aver rassicurato il cliente, in modo vano e non conforme, circa, il deposito di un appello, invece non depositato è condotta censurabile sotto il profilo disciplinare (e tali determinazioni sono state assunte in quella sede e esulano dall’oggetto del presente accertamento), ma il danno derivante dal mancato deposito dell’appello presuppone, ai fini della proposta domanda risarcitoria, il riscontro del nesso causale tra quella condotta ed un pregiudizio altrimenti ragionevolmente evitabile che, nel caso, sono carenti già a livello di allegazione.

La domanda, pertanto, non può trovare accoglimento, con conseguente assorbimento della domanda di garanzia.

Le spese di lite sono da regolare sulla base del principio di soccombenza e di causalità, quanto alla posizione del terzo, chiamato in causa dal convenuto al fine di essere garantito in ipotesi di accoglimento della resistita domanda, e quindi, secondo i parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014 per le cause di valore indeterminato ( complessità bassa), sono da porre a carico dell’attore.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza disattesa o assorbita, così dispone:

rigetta la domanda principale;

Condanna altresì la parte attrice a rimborsare al convenuto ed al terzo chiamato le spese di lite, che si liquidano pro capite in Euro 4.000,00 per compenso professionale, oltre i.v.a., c.p.a. e rimborso forfettario in misura del 15,00% per spese generali.

Sentenza resa ex articolo 281 sexies c.p.c., pubblicata mediante lettura ed allegazione al verbale.

Così deciso in Perugia, il 16 febbraio 2017.

Depositata in Cancelleria il 16 febbraio 2017.

Responsabilità professionale dell’avvocato per ignoranza di istituti elementari del diritto

Cass. civ. Sez. II, 14-11-2002, n. 16023

Avvocato – Errori ed omissioni – Mancato accertamento di una eventuale prescrizione – Ignoranza di istituti elementari – Responsabilità anche per semplice negligenza – Sussiste

IL CASO

Un Comune, sottoponeva una vicenda all’esame di un avvocato richiedendone un parere preventivo sulla possibilità d’intraprendere un eventuale giudizio. Sulla scorta del parere favorevole espresso dal professionista circa la sussistenza dei presupposti legali della domanda, il Comune tramite lo stesso legale, promuoveva il giudizio che, però, aveva esito sfavorevole in quanto l’adito Tribunale, accogliendo l’eccezione di prescrizione dell’azionato diritto sollevata dal convenuto, aveva rigettato la domanda condannando il Comune alle spese. Quando, successivamente, l’Avvocato, pretendeva a mezzo di decreto ingiuntivo il pagamento a titolo di compenso per le prestazioni professionali rese in favore del Comune, questo, assumendo che la prescrizione del diritto dovesse essere rilevata dal legale, in quanto intervenuta anteriormente all’introduzione dell’azione, e che dei danni conseguenti all’omesso rilievo di essa, rappresentati dalla somma corrisposta alla controparte per la condanna alle spese giudiziali e dall’anticipo corrisposto per la propria difesa, fosse responsabile il professionista, proponeva opposizione al decreto ingiuntivo chiedendone la revoca ed, in via riconvenzionale, proponeva domanda per il risarcimento dei detti danni subiti.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

Devesi ritenere, infatti, che l’accertamento d’una eventuale prescrizione sia da considerare dall’esercente la professione legale adempimento rutinario preliminare già all’iniziale sommaria disamina degli elementi essenziali della questione affidatagli e che, pertanto, avendo ad oggetto l’applicazione d’un istituto generale del diritto civile e non comportando soluzione d’opinabili questioni di diritto od interpretazione particolarmente impegnativa di normative complesse, l’omissione o la malaccorta esecuzione di esso ridondi in responsabilità del professionista anche per semplice negligenza, secondo i principi in precedenza richiamati, dacché la mancata percezione d’una situazione di prescrizione costituisce una ipotesi d’ignoranza d’istituti elementari ovvero d’incuria o d’imperizia insuscettibili di giustificazione.

Svolgimento del processo

Il Comune di Corciano, interessato all’adempimento degli oneri testamentari relativi all’eredità del prof. Lancillotto Rossi da parte dell’Ente Seminario Arcivescovile di Perugia, sottoponeva la vicenda all’esame dell’Avv. C… M…. richiedendone un parere sulla possibilità d’intraprendere un giudizio inteso ad ottenere la condanna dell’Ente all’esecuzione dei detti oneri.

Sulla scorta del parere favorevole espresso dall’Avv. M…. circa la sussistenza dei presupposti legali della domanda, il Comune di Corciano aveva, tramite lo stesso legale, promosso il giudizio che, però, aveva avuto esito sfavorevole in quanto l’adito tribunale di Perugia, accogliendo l’eccezione di prescrizione dell’azionato diritto sollevata dall’Ente convenuto, aveva rigettato la domanda condannando il Comune alle spese.

Quando, successivamente, l’Avv. M…., con ricorso 19.1.96, aveva ottenuto dal pretore decreto ingiuntivo per la somma di L. 19.857.863, pretesa a titolo di compenso per le prestazioni professionali rese in favore del Comune, questo, assumendo che la prescrizione del diritto dovesse essere rilevata dal legale, in quanto intervenuta anteriormente all’introduzione dell’azione, e che dei danni conseguenti all’omesso rilievo di essa, rappresentati dalla somma corrisposta alla controparte per la condanna alle spese giudiziali e dall’anticipo corrisposto per la propria difesa, fosse responsabile il professionista, proponeva opposizione al decreto ingiuntivo chiedendone la revoca ed, in via riconvenzionale, proponeva domanda per il risarcimento dei detti danni subiti.

L’Avv. M…. si costituiva facendo presente come nel corso del giudizio lo stesso g.i. avesse con propria ordinanza rilevato la probabile infondatezza dell’eccezione di prescrizione e come il discutibile diverso avviso espresso poi dal tribunale lo avesse indotto a consigliare la proposizione dell’appello al cliente che, per contro, aveva lasciato passare in giudicato la sentenza precludendosi la possibilità di far valere le proprie ragioni.

L’adito pretore, con sentenza 17.6.98, accoglieva le tesi del Comune e, revocato il decreto ingiuntivo opposto, condannava l’Avv. M… al risarcimento del danno, liquidato in L. 27.896.840 ed interessi, ed alla rifusione delle spese in favore dell’opponente.

Avverso tale decisione l’Avv. M… proponeva appello sottolineando che con la lettera 83.84 egli s’era limitato ad informare il cliente della positiva soluzione della questione di fondo, concernente la legittimazione alla pretesa d’adempimento degli oneri testamentari, e che l’omesso rilievo in tale occasione del decorso del termine prescrizionale non stava ad indicare ch’egli avesse colposamente ignorato il problema; sosteneva, inoltre, che l’incarico professionale di promuovere una azione a tutela dei diritti del cliente non poteva implicare la lungimirante previsione di tutte le possibili avverse contestazioni, specie di quelle deducibili con eccezioni in senso proprio, che il Comune era stato informato della proposizione dell’eccezione di prescrizione mediante invio dell’avversa comparsa di risposta, che il Comune non aveva provato essere la rinunzia a proseguire il giudizio giustificata da una fondata previsione d’irreformabilità della pronunzia.

Al gravame resisteva il Comune di Corciano.

Decidendone con sentenza 12.10.99, la corte d’appello di Perugia – ritenuto che la vicenda dovesse essere definita tenendo conto della qualità del cliente e degli sviluppi del giudizio; che il mancato rilievo in sede pregiudiziale dell’avvenuta prescrizione del diritto vantato dal cliente non desse luogo a responsabilità del professionista, in quanto, la prescrizione estintiva non essendo rilevabile d’ufficio ma operando solo su eccezione di parte, l’eventualità dell’opposizione di tale eccezione non poteva costituire remora alla proposizione della domanda; che, avuto riguardo alla qualità del cliente, assumeva particolare rilievo l’essere stato questo reso edotto, mediante invio dell’avversa comparsa di risposta, dell’avvenuta proposizione dell’eccezione e l’avere lo stesso ritenuto di proseguire il giudizio fornendo al difensore documenti ritenuti idonei a provare l’interruzione della prescrizione; che del pari rilevante fosse l’essersi il g.i. espresso per la probabile infondatezza dell’eccezione di prescrizione alla luce dei detti documenti, in seguito diversamente valutati dal collegio a dimostrazione dell’opinabilità della questione; che nel giudizio d’appello non promosso avrebbe potuto avere influenza, sotto il profilo dell’interruzione e, quindi, d’una possibile riforma della sentenza 3.2.95, una lettera inviata il 20.3.79 dal Comune all’Arcivescovo, non rinvenuta agli atti del giudizio di primo grado ma suscettibile d’esser prodotta in appello ex art. 345 CPC nel previgente testo ancora applicabile al giudizio in corso – in riforma dell’appellata sentenza, rigettava l’opposizione al decreto ingiuntivo, che integralmente confermava; condannando l’opponente alle spese d’entrambi i gradi.

Di tale decisione si duole il Comune di Corciano con cinque motivi di ricorso per cassazione illustrati anche da successiva memoria.

Resiste l’Avv. Cesare M… con controricorso, illustrato anche questo da successiva memoria.

Motivi della decisione

Con il primo motivo, il ricorrente – denunziando omessa motivazione – si duole che il tribunale abbia posto a fondamento dell’assunta decisione una pedissequa riproduzione della massima repertoriata del precedente di App. Perugia 14.2.95 n. 17 senza minimamente esplicitare l’iter logico seguito né prendere in considerazione alcuna le contrarie argomentazioni delle difese ch’egli aveva svolte al riguardo evidenziando la non pertinenza del detto precedente.

Con il secondo motivo, il ricorrente – denunziando violazione dell’art. 1176/II CC e vizio di motivazione – si duole che il tribunale abbia erroneamente applicato i principi in tema di dovere d’informazione a carico del professionista.

Con il terzo motivo, il ricorrente – denunziando violazione degli artt. 1176 e 2943 CC nonché vizio di motivazione – si duole che il tribunale abbia erroneamente escluso la responsabilità di controparte ritenendo opinabile la questione della prescrizione.

Con il quarto motivo, il ricorrente – denunziando violazione degli artt. 112 e 345 CPC – si duole che il tribunale abbia preso in considerazione, quale fatto interruttivo, la missiva 13.12.79 alla quale le difese della controparte non avevano mai fatto riferimento alcuno.

Con il quinto motivo, il ricorrente – denunziando violazione dell’art. 1227 CC e vizio di motivazione – si duole che il tribunale gli abbia addebitato una concorrente responsabilità per non aver acceduto all’invito del professionista di proporre appello avverso la sentenza reiettiva della domanda.

I surriportati motivi, che possono anche essere trattati congiuntamente, meritano accoglimento nel loro complesso in considerazione delle ragioni che seguono.

Rimanendo nell’ambito d’una concezione tradizionale del rapporto di prestazione d’opera intellettuale – non senza segnalare sin d’ora l’evoluzione determinatasi in materia nelle più recenti decisioni della giurisprudenza di legittimità – devesi considerare che le obbligazioni contratte nell’esercizio d’un’attività professionale sono, di regola, obbligazioni di mezzi e non di risultato, in quanto il professionista, assumendo l’incarico, s’impegna a svolgere detta attività onde porre in essere tutte le condizioni tecnicamente necessarie acciocché possa realizzarsi lo scopo perseguito dal cliente ma non acciocché questi di fatto tale risultato consegua.

A tal fine, trovando applicazione in subiecta materia il parametro della diligenza professionale fissato dall’art. 1176 secondo comma CC per il contraente tenuto ad una prestazione qualificata in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia previsto dal primo comma della stessa norma per il contraente tenuto ad una prestazione ordinaria, l’adempimento deve essere rapportato alla natura dell’attività esercitata, onde la diligenza da impiegare nello svolgimento dell’opera prestata in favore del cliente è quella sulla quale questi può fare affidamento secondo un criterio di normalità, id est la diligenza posta nell’esercizio della propria attività dal professionista di preparazione tecnica e d’attenzione medie.

La responsabilità del professionista, a sua volta, è di regola disciplinata dai principi comuni sulla responsabilità contrattuale del contraente tenuto ad una prestazione qualificata e può trovare fondamento in una gamma di condizioni soggettive sviluppantisi dalla semplice colpa lieve al dolo, criterio derogabile solo ove la prestazione professionale da eseguire in concreto comporti la soluzione di questioni tecniche di particolare difficoltà, nel qual caso la responsabilità si presenta attenuata potendosi configurare, giusta l’espressa previsione dell’art. 2236 CC applicabile in via di complementarità, nelle sole ipotesi di dolo o colpa grave.

Peraltro, il fatto che la realizzazione del risultato perseguito dal cliente non costituisca oggetto della prestazione cui si è obbligato il professionista non esime quest’ultimo dal dovere di prospettare al cliente tutte le circostanze contrarie, ch’egli sia in grado d’ipotizzare in virtù di quella preparazione tecnica e di quell’esperienza medie costituenti l’imprescindibile fondamento e la conditio sine qua non dell’esercizio dell’attività secondo quanto sopra evidenziato, per le quali, nonostante il corretto svolgimento dell’attività promessa, l’esito di questa possa risultare ostacolato, di tal che si conseguano effetti inferiori al previsto, o vanificato, non conseguendosene alcuno, o persino sfavorevole, determinandosi una situazione deteriore rispetto a quella antecedente; deve, infatti, il professionista porre il cliente in grado di decidere consapevolmente, sulla base di una valutazione ponderata di tutti gli elementi favorevoli e contrari della situazione dedotta in rapporto ragionevolmente prevedibili, se affrontare o meno i rischi, di varia natura a seconda dell’attività richiesta al professionista, ai quali questa lo esponga o possa eventualmente esporlo.

Riportando a tali principi, per quanto nella specie ne occupa, l’attività professionale dell’avvocato, devesi, dunque, considerare che questi s’impegna non tanto a conseguire il risultato positivo perseguito dal cliente, essendo incerto ed aleatorio l’esito del giudizio, quanto piuttosto a svolgere diligentemente la propria attività professionale ponendo in essere tutte le condizioni onde quel risultato possa essere conseguito; per il che, l’accertamento dell’eventuale inadempienza dell’avvocato all’obbligazione assunta accettando l’incarico professionale conferitogli non può, di regola, essere basato sic et simpliciter sul mancato raggiungimento del risultato utile perseguito dal cliente, ma deve, viceversa, essere consequenziale agli esiti dell’indagine svolta in ordine all’eventuale violazione dei doveri posti dallo svolgimento dell’attività professionale ed, in particolare, del dovere di diligenza.

Nell’ambito di quest’ultimo rientrano, a loro volta, i doveri d’informazione, di sollecitazione e di dissuasione, ai quali il professionista deve adempiere, così all’atto dell’assunzione dell’incarico come nel corso del suo svolgimento, prospettando, anzi tutto, al cliente le questioni di fatto e/o di diritto, rilevabili ab origine od insorte successivamente, riscontrate ostative al raggiungimento del risultato e/o comunque produttive d’un rischio di conseguenze negative o dannose, invitandolo, quindi, a comunicargli od a fornirgli gli elementi utili alla soluzione positiva delle questioni stesse, sconsigliandolo, in fine, dall’intraprendere o proseguire la lite ove appaia improbabile tale positiva soluzione e, di conseguenza, probabile un esito sfavorevole e dannoso.

A maggior ragione l’onere d’informare il cliente in ordine alle questioni di fatto o di diritto che impediscano o rendano difficoltoso il perseguire la realizzazione d’un determinato interesse ed ai rischi ai quali possa esporre il tentativo di tale realizzazione incombe sull’avvocato ove l’incarico professionale ricevuto ed accettato abbia ad oggetto non un’attività giudiziale conseguenza immediata e diretta del conferimento d’un mandato ad litem, bensì un’attività stragiudiziale (preordinata o meno che sia ad una successiva attività giudiziale, stante la latitudine dell’attività consultiva) intesa alla formulazione d’un parere; in tal caso, infatti, neppure può ravvisarsi nella prestazione d’opera intellettuale promessa un’obbligazione di mezzi, dacché l’opus richiesto rappresenta di per se stesso la realizzazione dell’interesse perseguito dal cliente nel conferire l’incarico, interesse che è, appunto, quello d’ottenere dal tecnico gli elementi di valutazione necessari ed i suggerimenti opportuni onde poter adottare consapevoli decisioni a seguito d’un apprezzamento ponderato di rischi e vantaggi.

Tanto considerato, all’esame del caso di specie appaiono fondati vari profili d’illegittimità dell’impugnata sentenza tra quelli denunziati dal ricorrente.

Erroneamente, anzi tutto, il tribunale ha ritenuto – pedissequamente conformandosi ad un precedente di quella corte territoriale, parimenti erroneo ove avesse deciso un caso analogo, il che neppure risulta dalla motivazione della sentenza de qua, sotto tal profilo carente – che il non aver fatto presente al Comune la possibilità d’un’eccezione di prescrizione del diritto da far valere in giudizio non generasse responsabilità a carico dell’avvocato in quanto la prescrizione estintiva non è rilevabile d’ufficio ma solo opponibile dalla parte interessata.

Devesi ritenere, infatti, che l’accertamento d’una eventuale prescrizione sia da considerare dall’esercente la professione legale adempimento rutinario preliminare già all’iniziale sommaria disamina degli elementi essenziali della questione affidatagli e che, pertanto, avendo ad oggetto l’applicazione d’un istituto generale del diritto civile e non comportando soluzione d’opinabili questioni di diritto od interpretazione particolarmente impegnativa di normative complesse, l’omissione o la malaccorta esecuzione di esso ridondi in responsabilità del professionista anche per semplice negligenza, secondo i principi in precedenza richiamati, dacché la mancata percezione d’una situazione di prescrizione costituisce una ipotesi d’ignoranza d’istituti elementari ovvero d’incuria o d’imperizia insuscettibili di giustificazione.

La questione, poi, che si pone all’esame di questa Corte è, all’evidenza, solo per alcuni versi analoga a quella, altra volta esaminata, della responsabilità dell’avvocato per aver promosso un’azione intesa al riconoscimento d’un diritto prescritto – azione cui, in vero, il cliente può anche avere comunque un consapevole interesse sotto vari profili, dacché l’agire in giudizio consente alle volte di per se stesso delle chances e, nello specifico, non ultima quella che un malaccorto avversario ometta di rilevare la prescrizione – per la quale si è ritenuto non potersi sic et simpliciter imputare all’avvocato la reiezione della domanda per accertata prescrizione del diritto azionato senza valutarne l’attività nel suo complesso nella fase di studio del caso litigioso e di consultazione con il cliente e nella successiva fase giudiziaria; il presente giudizio, infatti, oltre ad attenere in primis ad un preliminare rapporto di consulenza solo indirettamente connesso ad una successiva fase giudiziale, s’incentra proprio sulla questione della rilevanza della previa informazione da parte dell’avvocato in ordine alla verificatasi prescrizione onde il cliente possa, consapevole dell’eventuale alea, oltre che degli eventuali vantaggi immediati o mediati del giudizio, decidere se promuovere egualmente l’azione o meno, e la ratio della presente decisione è del tutto conforme a quella del precedente sopra riferito.

Nella specie, come accennato, il valutare le chances d’esito positivo dell’azione che il cliente aveva in animo di promuovere ed il renderne questi edotto, quindi l’accertare le eventuali circostanze ostative alla realizzazione del diritto vantato non meno della sussistenza degli elementi costitutivi del diritto stesso ed il comunicarne il risultato al cliente, rappresentavano, di fatto, l’oggetto specifico dell’opera intellettuale commessa con la richiesta di parere all’avvocato, onde questi, non rilevando l’intervenuta prescrizione del diritto e non informando il cliente della possibilità d’una fondata eccezione in tal senso ad opera della controparte, s’é all’evidenza reso inadempiente all’obbligazione assunta, avendo fornito un’opera inidonea allo scopo, in quanto viziata da una carenza, grave e non facilmente riconoscibile, ostativa al conseguimento di quella piena consapevolezza in ordine alle chances della lite cui il cliente mirava con l’affidamento dell’incarico.

D’altro canto, considerando, ad abundantiam, non solo la richiesta di preliminare parere, costituente autonomo rapporto specificamente instaurato al fine di consentire la deliberazione d’agire in giudizio da parte degli organi rappresentativi del Comune, ma anche il successivo rapporto instaurato con il conferimento del mandato ad litem, non di meno la responsabilità dell’avvocato risulterebbe evidente per aver questi promosso l’azione rendendosi inadempiente al dovere di previa informazione al cliente in ordine alla possibilità che la controparte eccepisse la prescrizione e, quindi, all’eventualità non solo dell’esito sfavorevole del giudizio ma anche della condanna alla rifusione delle spese in favore della controparte stessa, rischi che il cliente aveva il diritto di valutare onde consapevolmente determinarsi ad affrontarli o meno.

Nell’un caso, che è comunque assorbente, come nell’altro, l’inadempimento, occorre sottolineare, si è verificato non solo in relazione al dovere d’informazione ma anche ai doveri di dissuasione e di sollecitazione, giacché l’avvocato, nel far presente la possibilità d’un’eccezione di prescrizione, avrebbe dovuto prospettare al cliente l’inopportunità d’un’azione destinata a probabile esito sfavorevole o, quanto meno, richiedere sin d’allora al cliente l’eventuale conoscenza di circostanze idonee a contrastare l’eccezione di prescrizione e la disponibilità di prove al riguardo, procedendo, quindi ad un’ulteriore disamina ed agli esiti di questa conformando quindi il parere o condizionando la proposizione dell’azione. Tutti i rilevati profili d’inadempimento essendosi verificati prima dell’introduzione del giudizio, gli sviluppi successivi di questo sono, dunque, irrilevanti se non per l’essersi, di fatto, verificata la condizione di rischio colpevolmente non prospettata dall’avvocato al cliente.

Non senza considerare, ma per sola completezza, che la pura e semplice trasmissione al cliente della comparsa di costituzione della controparte, contenente la prevedibile e non prevista eccezione di prescrizione, né poteva far venir meno i due distinti inadempimenti già verificatisi o ad essi ovviare, la lesione dei diritti del cliente all’informazione ed alla consequenziale consapevole decisione di promuovere o meno la lite avendo già avuto luogo, né era, comunque, idonea, come viceversa erroneamente ritenuto nell’impugnata sentenza, ad integrare il diverso adempimento ai doveri d’informazione, sollecitazione, dissuasione in corso di causa.

Non risulta, infatti, che la trasmissione della comparsa di costituzione avversaria fosse stata accompagnata da una nota con la quale l’avvocato, illustrando ad un cliente privo delle cognizioni necessarie a valutare le implicazioni delle difese contenute in un atto giudiziario, la situazione determinatasi a seguito dell’avversa proposizione dell’eccezione, prospettasse l’opportunità di desistere dalla lite limitando il danno o richiedesse la collaborazione del cliente stesso onde argomentare e documentare una controeccezione.

Il tribunale afferma, infatti, che il Comune fosse “in grado di comprendere la portata risolutiva del giudizio dell’eccezione proposta” ma non giustifica affatto tale suo convincimento che risulta non solo immotivato ma anche erroneo in diritto ed in fatto, essendosi basata la decisione al riguardo su di una presunzione della quale non sono stati indicati gli indizi gravi, plurimi ed univoci che soli ne avrebbero consentito l’utilizzazione, mentre in senso contrario si sarebbe dovuto rilevare come si trattasse di piccolo Comune non dotato d’un ufficio competente – cui non poteva, ovviamente, supplire il segretario comunale sol perché laureato in legge (ed ammesso che lo fosse, circostanza dedotta dal controricorrente ma non dimostrata e comunque nuova) non rientrando la consulenza legale tra i suoi compiti istituzionali e come proprio tale incapacità di valutazione delle questioni giuridiche ne avesse indotto gli organi rappresentativi a fare affidamento su di un legale esterno espressamente incaricato del parere prima e della difesa poi.

D’altra parte, giova ribadire, le questioni relative alla trattazione giudiziale della controeccezione d’interruzione non rilevano, giacché la responsabilità della quale si discute non attiene alle modalità di svolgimento della difesa in corso di causa ma agli evidenziati iniziali inadempimenti ai doveri d’informazione, dissuasione, sollecitazione, onde gli ulteriori argomenti svolti nelle censure in ricorso restano assorbiti.

Devesi, tuttavia, rilevare che non può fondatamente imputarsi al Comune, come nell’impugnata sentenza, la mancata proposizione dell’appello nonostante l’invito rivolto dall’avvocato, non solo in quanto non è indicato se quest’ultimo avesse adeguatamente illustrato al cliente le ragioni per le quali il gravame avrebbe avuto concrete possibilità d’accoglimento, ma soprattutto in quanto é stato ripetutamente evidenziato da questa Corte come non rientri tra i doveri di correttezza, di cui all’art. 1227 CC, quello d’intraprendere un’azione giudiziaria con accollo dei costi e dei rischi relativi. (Cass. 14.8.97 n. 7618, 21.4.1993 n. 4672, 26.1.1980 n. 643).

In definitiva, l’appello non meritava accoglimento ed a tale decisione può pervenire questa Corte, decidendo nel merito ex art. 384 CPC per essere sufficienti all’uopo gli elementi di giudizio in fatto già acquisiti, con condanna dell’appellante alle spese liquidate come in dispositivo.

Il ricorso va, di conseguenza, accolto per quanto di ragione e l’impugnata sentenza va cassata senza rinvio mentre le spese seguono la soccombenza anch’esse liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

LA CORTE accoglie il ricorso per quanto di ragione e, decidendo nel merito, respinge l’appello proposto dal M…. avverso la sentenza del pretore di Perugia 17.6.98 n. 104 condannando l’appellante alle spese, che liquida in complessivi E 1.830/00, dei quali E 30/00 per esborsi, E 600/00 per diritti ed E 1.200/00 per onorari; cassa senza rinvio l’impugnata sentenza e condanna il resistente alle spese, che liquida in complessivi E 1460,00, dei quali E 1250/00 per onorari.

Così deciso in Camera di Consiglio il 22.05.2002.

DEPOSITATO IN CANCELLERIA IL 14 NOV. 2002.

Avvocato: non un qualsiasi errore professionale fa scattare la sua responsabilità

Cass. civ. Sez. VI – 3, Ord., 16-05-2017, n. 12038

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

La responsabilità dell’avvocato non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente e, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva (anche per violazione del dovere di informazione), ed il risultato derivatone.

L’ORDINANZA

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Ritenuto che, con ricorso affidato a tre motivi, la CO.M.I. -Compagnia Meridionale Impianti – s.r.l. ha impugnato la sentenza della Corte di appello di Napoli, in data 22 luglio 2015, che aveva soltanto in parte accolto il gravame interposto dalla stessa società avverso la sentenza del Tribunale di Napoli, riliquidando il credito per competenze professionali azionato in giudizio dall’avv. C.A., ma – per quanto rileva in questa sede – confermando il rigetto della domanda riconvenzionale di danni per responsabilità professionale del medesimo legale, per mancato assolvimento dell’onere probatorio ex art. 2697 c.c., non avendo la CO.M.I. s.r.l. “in alcun modo dimostrato, ma invero neppure dedotto, quali risultati utili avrebbe potuto ottenere da una condotta diligente e, soprattutto, in quali concreti atti tale attività supposta come diligente avrebbe dovuto concretarsi”, nè essendo “indicato specifiche e concrete lesioni alla sfera giuridico patrimoniale dell’istante, che giustifichino l’accoglimento della domanda in esame”;

che resiste con controricorso l’avvocato C.A.;

che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., è stata comunicata alle parti costituite, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio, in prossimità della quale le anzidette parti hanno depositato memoria;

che il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione semplificata.

Considerato che, con il primo mezzo, è denunciata, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 278 c.p.c., art. 2697 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., per aver la Corte territoriale erroneamente applicato i principi in materia di condanna generica (tale essendo la domanda di danni proposta contro il C.), che riservano alla fase successiva della determinazione del quantum l’indagine sulla sussistenza in concreto del danno, avendo ritenuto non assolto l’onere di prova nonostante fosse stato dedotto e provato sia la condotta di inadempimento del professionista, sia l’inesistenza di qualsiasi chance “di ottenere un risultato utile qualunque fosse stata la pronuncia giudiziale”, ciò costituendo “di per sè evento potenzialmente generatore di danno in quanto di per sè idoneo e ridurre per il cliente la possibilità (quanto meno) di accollarsi costi assolutamente inutili nonchè di evitare la soccombenza in giudizio”;

che, con il secondo e terzo mezzo, è prospettata, rispettivamente, motivazione inesistente e vizio di ultrapetizione circa la domanda di condanna generica, proposta dalla CO.M.I. s.r.l. e non considerata dal giudice di appello;

che i motivi – da potersi scrutinare congiuntamente (e alle cui ragioni nulla aggiunge la memoria del ricorrente, la quale, in ogni caso, avendo solo funzione illustrativa, non può integrare carenze o emendare vizi dell’atto di impugnazione) – sono inammissibili;

che essi, pur distinti nel tipo di censura, muovono dal comune presupposto che la questione di fondo sia l’errore (in iudicando o in procedendo o di motivazione) della Corte territoriale sulla domanda di condanna generica al risarcimento danni per responsabilità professionale avanzata, ex art. 278 c.p.c., con ciò palesando di non aver affatto colto la ratio decidendi della sentenza impugnata, che non ha travisato il portato di detta norma processuale (o mancato di considerare la pretesa azionata dalla CO.M.I.), mantenendo la propria pronuncia nell’alveo del “chiesto” e senza errori in diritto;

che, difatti, la Corte territoriale ha fatto corretta applicazione del principio, consolidato, secondo cui la responsabilità dell’avvocato non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente (e deve essere provato dall’istante quale concreto pregiudizio subito in conseguenza dell’illecito contrattuale: tra le altre, Cass., 9 giugno 2004, n. 10966; Cass., 23 marzo 2006, n. 6537) e, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva (anche per violazione del dovere di informazione), ed il risultato derivatone (tra le altre, Cass., 7 agosto 2002, n. 11901; Cass., 5 febbraio 2013, n. 2638);

che sulla scorta di detto principio il giudice di appello ha, poi, escluso non solo che vi fosse stata prova, ma, ancor prima, allegazione fattuale degli elementi anzidetti, tutti integranti la fattispecie di responsabilità professionale dell’avvocato; statuizione che, nella sua complessiva e specifica portata, non è affatto attinta dalle doglianze proposte dalla parte ricorrente, che insistono sul solo (e come tale insufficiente) profilo del “danno potenziale” ai fini della declaratoria iuris ai sensi art. 278 c.p.c. (e ciò anche a prescindere dal rilievo che il danno cui si riferisce la norma dell’art. 278 c.c., è quello “conseguenza” e non già il danno evento che attiene al profilo della responsabilità);

che, pertanto, il ricorso va dichiarato inammissibile e la società ricorrente condannata al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo in conformità ai parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 7.900,00, per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del citato art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Sesta – 3 Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 16 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 16 maggio 2017

Responsabilità dell’avvocato per negligenza se omette di formulare tempestivamente una domanda complementare

Cass. civ. Sez. III, Sent., 06-09-2012, n. 14936

Avvocato – Azione ex art. 2932 c.c. – Omessa contestuale specifica domanda di riduzione del prezzo per vizi della cosa – Responsabilità professionale per negligenza – Sussiste

IL FATTO

Tizio conveniva in giudizio l’avv. Caio per ottenerne la condanna al risarcimento dei danni subiti a causa della sua negligenza nel condurre una sua precedente causa. Secondo la prospettazione attorea la negligenza addebitabile al legale era consistita essenzialmente nel non aver proposto, contestualmente all’azione ex art. 2932 c.c., anche l’azione di riduzione del prezzo per le spese sostenute facendolo solo tardivamente, con ciò pregiudicando irrimediabilmente l’esito della causa.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Laddove un avvocato, incaricato di proporre nell’interesse della promissario acquirente una domanda di esecuzione specifica di concludere un contratto, ai sensi dell’art. 2932 c.c., offra, nell’interesse del proprio assistito una somma inferiore a quella ancora dovuta a saldo del corrispettivo promesso, ed ometta di formulare anche la domanda per riduzione del corrispettivo a causa di vizi della cosa oggetto del contratto è configurabile un’ipotesi di responsabilità professionale per negligenza.

Secondo gli Ermellini, infatti, la proposizione dell’azione di riduzione, se ritualmente introdotta, avrebbe potuto sovvertire l’esito della causa alla luce del principio di diritto autorevolmente stabilito dalle Sezioni Unite, secondo cui “il promissario acquirente, a fronte dell’inadempimento del promittente venditore, non resta soggetto alla sola alternativa della risoluzione del contratto o dell’accettazione senza riserve della cosa viziata o difforme, ma può esperire l’azione di esecuzione specifica dell’obbligo di concludere il contratto definitivo, a norma dell’art. 2932 c.c., chiedendo, contestualmente e cumulativamente, la riduzione del prezzo, tenuto conto che il particolare rimedio offerto dal citato art. 2932 c.c. non esaurisce la tutela della parte adempiente, secondo i principi generali dei contratti a prestazioni corrispettive, e che una pronuncia del giudice, che tenga luogo del contratto non concluso, fissando un prezzo inferiore a quello pattuito con il preliminare, configura un legittimo intervento riequilibrativo delle contrapposte prestazioni, rivolto ad assicurare che l’interesse del promissario alla sostanziale conservazione degli impegni assunti non sia eluso da fatti ascrivibili al promittente” (Sez. Un. 1720/85).

LA SENTENZA

Svolgimento del processo

Con citazione notificata in data 21 dicembre 2000 S.S. conveniva in giudizio l’avv. d.M.L. per ottenerne la condanna al risarcimento dei danni subiti a causa della sua negligenza nel condurre una precedente causa proposta nei confronti di tale C.E. ed introdotta nel 1981, il cui esito aveva visto l’accoglimento della domanda riconvenzionale del C. e la risoluzione di un preliminare di compravendita per colpa di esso S., condannato altresì alla restituzione degli immobili oggetto del preliminare ed al pagamento di lire 160 milioni a titolo di indennità di occupazione. La negligenza addebitabile al legale era consistita essenzialmente nel non aver proposto, contestualmente all’azione ex art. 2932 c.c., anche l’azione di riduzione del prezzo per le spese sostenute e sostenendo per lavori di completamento dell’edificio, facendolo solo tardivamente. Anche il successivo atto di appello, curato da altro difensore, era stato inoltre respinto.

In esito al giudizio, introdotto nei confronti dell’avv. d.M., in cui si costituivano sia il convenuto sia la sua assicuratrice, la Milano Spa, da lui chiamata in causa, il Tribunale di Roma rigettava la domanda di risarcimento danni proposta dallo S.. Avverso tale decisione proponeva appello il soccombente ed in esito al giudizio in cui si erano costituiti sia il legale sia la Milano S.p.a., la Corte di Appello di Roma con sentenza depositata in data 7 ottobre 2008 rigettava l’impugnazione. Avverso la detta sentenza lo S. ha quindi proposto ricorso per cassazione articolato in due motivi. All’udienza dell’8.11.2011 la Corte ordinava l’integrazione del contraddittorio nei confronti della Milano Assicurazioni Spa.

Provvedutosi all’incombente,- la Milano ha depositato controricorso.

Resiste altresì con controricorso l’avv. d.M.. Tutte le parti hanno depositato memoria illustrativa.

Motivi della decisione

La prima doglianza, svolta dal ricorrente, articolata sotto il profilo della motivazione insufficiente e inadeguata, si fonda sulla considerazione che la Corte di Appello avrebbe erroneamente valutato le ragioni per cui era stata respinta la domanda ex art. 2932 c.c., avanzata dallo S., ed accolta la domanda di risoluzione del preliminare, proposta dal C.. La decisione, infatti, contrariamente all’interpretazione datane dalla Corte di merito, non era stata determinata dall’inadeguatezza della somma offerta rispetto al prezzo pattuito nel compromesso, e dalla ritenuta legittimità del rifiuto del C. di accettare tale prestazione ma dal fatto che l’actio minoris non poteva essere esaminata in quanto proposta dall’avv. d.M. tardivamente in sede di conclusioni.

Inoltre – e tali rilievi sostanziano la seconda doglianza, articolata anch’essa sotto il profilo della motivazione inadeguata, omessa ed insufficiente – la Corte territoriale avrebbe argomentato in maniera errata sia nel ritenere che la decisione di offrire a saldo prezzo la somma di soli 10 milioni, anzichè 60, risalisse ad autonoma volontà dello S. sia nel ritenere che l’avv. d.M. non potesse opporsi.

I motivi in questione, che vanno esaminati congiuntamente in quanto prospettano ragioni di censura intimamente connesse tra loro, sono entrambi fondati e meritano accoglimento. h riguardo,ai fini di una più agevole comprensione dei termini della vicenda, deve premettersi che, con l’atto di citazione del 27 maggio 1981, l’avv. D.M., nel convenire in giudizio il C. per conseguire ex art. 2932 c.c. il trasferimento delle porzioni immobiliari compromesse, si limitava ad offrire il pagamento del prezzo residuo, da determinarsi in corso di causa, senza proporre, contestualmente, anche l’azione di riduzione del prezzo per le spese sostenute e sostenende per i lavori di completamento dell’edificio, facendolo solo tardivamente, nel precisare le conclusioni.

In esito al giudizio, nella motivazione della sentenza di primo grado, il Tribunale faceva presente che l’esame andava limitato alla domanda originariamente proposta, essendo preclusa la possibilità di prendere in considerazione la domanda di riduzione in quanto era stata proposta tardivamente e la difesa del C. aveva dichiarato di non accettare il contraddittorio. Ciò posto, a causa dell’inadeguatezza della somma offerta, doveva essere pronunciata la risoluzione del contratto preliminare per colpa del promissario acquirente, il quale andava altresì condannato alla restituzione degli immobili e al pagamento di lire 160 milioni a titolo di indennità di occupazione. Il successivo atto di appello, curato da altro difensore, veniva respinto sulla base delle medesime considerazioni.

Ciò premesso, esaurito l’excursus dell’antefatto storico-giudiziale della vicenda, passando all’esame della controversia che ci occupa, deve portarsi l’attenzione sul rilievo che la motivazione della sentenza, oggetto del presente ricorso, si fonda sulla premessa che il rigetto della domanda dello S. volta a conseguire il trasferimento coattivo delle porzioni immobiliari e l’accoglimento della domanda di risoluzione del preliminare, proposta dal C., non erano stati determinati dalla negligenza del legale dello S. bensì dal fatto che quest’ultimo, prima con una lettera, inviata il 16 ottobre 1981, e poi, comparendo di persona davanti al notaio, aveva dichiarato la propria indisponibilità a versare interamente il prezzo concordato. Avendo tale comportamento integrato una grave inadempienza, doveva concludersi – così, in sintesi, la ratio decidendi della decisione – che la proposizione dell’azione di riduzione, anche se ritualmente introdotta, comunque, non avrebbe potuto sovvertire l’esito della causa.

Tale affermazione, posta dai giudici di merito a base della loro decisione, non è e non può ritenersi esente da censure. E ciò, in primo luogo, alla luce del principio di diritto autorevolmente stabilito dalle Sezioni Unite, secondo cui “il promissario acquirente, a fronte dell’inadempimento del promittente venditore, non resta soggetto alla sola alternativa della risoluzione del contratto o dell’accettazione senza riserve della cosa viziata o difforme, ma può esperire l’azione di esecuzione specifica dell’obbligo di concludere il contratto definitivo, a norma dell’art. 2932 c.c., chiedendo, contestualmente e cumulativamente, la riduzione del prezzo, tenuto conto che il particolare rimedio offerto dal citato art. 2932 c.c. non esaurisce la tutela della parte adempiente, secondo i principi generali dei contratti a prestazioni corrispettive, e che una pronuncia del giudice, che tenga luogo del contratto non concluso, fissando un prezzo inferiore a quello pattuito con il preliminare, configura un legittimo intervento riequilibrativo delle contrapposte prestazioni, rivolto ad assicurare che l’interesse del promissario alla sostanziale conservazione degli impegni assunti non sia eluso da fatti ascrivibili al promittente” (Sez. Un. 1720/85).

Giova aggiungere che il principio di diritto riportato ha ricevuto ulteriore conferma da parte della Suprema Corte la quale, anche recentemente, ha ribadito che, in presenza di difformità non incidenti sull’effettiva utilizzabilità del bene ma soltanto sul relativo valore, il promissario acquirente non resta soggetto alla sola alternativa della risoluzione del contratto o dell’accettazione senza riserve della cosa viziata o difforme, ma può esperire l’azione di esecuzione specifica dell’obbligo di concludere il contratto definitivo a norma dell’art. 2932 c.c., chiedendo cumulativamente e contestualmente l’eliminazione delle accertate difformità o la riduzione del prezzo, (Cass. n. 1562/2010, 3383/07, n. 10291/02, n. 16236/03).

Ciò posto, appare di ovvia evidenza che la proposizione dell’azione di riduzione, ove ritualmente introdotta, ben avrebbe potuto, nel caso di specie, sovvertire l’esito della causa.

Ed è appena il caso di osservare che, nel proporre l’appello avverso la sentenza di primo grado, lo S. aveva espressamente dedotto, come risulta riportato in ricorso nel rispetto del principio di autosufficienza, che la giurisprudenza di legittimità aveva fin dal 1976 statuito che la domanda di riduzione del prezzo poteva essere proposta unitamente a quella di adempimento (pag. 7 appello)e che la negligenza dell’avv. D.M. era consistita sia nel non aver introdotto la domanda di riduzione sia nell’agire come se fosse stata proposta (pag. 8).

Ciò, senza voler infine trascurare – e la considerazione riguarda specificamente il secondo motivo di doglianza – che la scelta di offrire la somma di lire 10 milioni di cui alla lettera del 16.10.81 risaliva pur sempre al legale sia perchè fu l’estensore della missiva sia perchè a lui e non al “cliente” sprovvisto di nozioni giuridiche erano inevitabilmente demandate le scelte tecniche per la gestione della controversia.

Ciò posto, considerato che la Corte territoriale ha evitato di esaminare le considerazioni formulate dall’appellante, deve concludersi che l’omesso approfondimento delle ragioni di doglianza svolte dall’appellante e delle considerazioni in esse contenute inficia la correttezza del ragionamento svolto dalla Corte di merito e ne determina la sua censurabilità. Ed è appena il caso di sottolineare a riguardo che sussiste il vizio di motivazione, sotto il profilo dell’omissione e/o dell’insufficienza, dedotto dal ricorrente, quando nel ragionamento del giudice di merito sia rinvenibile come nella specie traccia evidente del mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti. Ne consegue che il ricorso per cassazione, siccome fondato, deve essere accolto e che la sentenza impugnata deve essere cassata. Con l’ulteriore conseguenza che, occorrendo un rinnovato esame della controversia, la causa va rinviata alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione, che provvedere anche in ordine al regolamento delle spese della presente fase di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata con rinvio della causa alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione, che provvedere anche in ordine al regolamento delle spese della presente fase di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 26 giugno 2012.

Depositato in Cancelleria il 6 settembre 2012

La responsabilità dell’avvocato: grava sul professionista l’obbligo di rappresentare al cliente tutte le questioni ostative al raggiungimento del risultato

Cass. civ. Sez. II, Sentenza, 02-04-2015, n. 6782

Avvocato – Strategia difensiva errata – Abbandono della causa – Prescrizione del diritto – Pregiudizio irreparabile per il cliente ­– Nesso di causalità materiale tra l’evento di danno e l’esito favorevole del procedimento risarcitorio Esito solo probabile del giudizio presupposto – Responsabilità civile – Sussiste  

IL CASO

Gli eredi di una persona deceduta a seguito di un sinistro stradale evocano in giudizio due avvocati deducendone la imperizia e negligenza professionale poiché nel trattare la controversia relativa al menzionato sinistro, avrebbero con la loro condotta omissiva, determinato la cancellazione della causa dal ruolo, tacendo ai loro (ex) clienti la circostanza ed, anzi, sostenendo la pendenza della controversia, determinando così la prescrizione del diritto ex art. 2952 c.c., immediatamente eccepita dalla compagnia assicurativa. Gli avvocati si difendevano sostenendo che il giudizio era stato abbandonato – nella consapevolezza anche delle stesse attrici -, in ragione del fatto che la Compagnia (che garantiva il veicolo danneggiante) aveva messo a disposizione l’intero massimale di polizza. Tale tesi difensiva non sarà, tuttavia, ritenuta soddisfacente dai Giudici.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CASSAZIONE

Per gli avvocati, la responsabilità professionale deriva dall’obbligo di assolvere, sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, (anche) ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, ai quali sono tenuti nel rappresentare tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di chiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso; a sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole.

LA SENTENZA

(omissis)

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 19 febbraio 1996 N.A., PE.Se., Fr. e Ma., in qualità di eredi di Pe.Gi., deceduto in un incidente stradale verificatosi in (OMISSIS) il giorno (OMISSIS), evocavano, dinanzi al Tribunale di Velletri, l’Avv.to P.G. e M.A. deducendo la imperizia e negligenza professionale dei convenuti nel trattare la controversia relativa al menzionato sinistro, i quali dopo avere incardinato dinanzi al Tribunale di Roma giudizio nei confronti di Mo.Ma., conducente dell’autoarticolato coinvolto nell’incidente, L.A., proprietario del mezzo, e la Unipol s.p.a., impresa assicuratrice del mezzo, per ottenere il risarcimento integrale dei danni per il decesso del congiunto, avevano, con la loro condotta omissiva, determinato la cancellazione della causa dal ruolo ex art. 309 c.p.c., tacendo alle attrici la circostanza ed anzi sostenendo la pendenza della controversia, determinando così la prescrizione del diritto ex art. 2952 c.c., immediatamente eccepita dalla compagnia assicurativa. Tanto premesso, chiedevano la condanna dei convenuti al risarcimento dei danni indicati in L. 150.000.000.

Instaurato il contraddittorio, nella resistenza dei convenuti, chiamata in garanzia dal P. la Generali Assicurazioni s.p.a., il giudice adito, espletata istruttoria, respingeva la domanda attorea.

In virtù di rituale appello interposto dalle medesime originarie attrici, la Corte di appello di Roma, nella resistenza del P. (contumace il M.), e della compagnia di assicurazione, insistendo quest’ultima nella maturata prescrizione del diritto alla copertura assicurativa vantata dall’appellato, accoglieva il gravame e in riforma della decisione di prime cure condannava in solido il P. ed il M. al risarcimento dei danni in favore delle appellanti liquidati in complessivi Euro 77.468,00, oltre ad interessi.

A sostegno della decisione adottata la corte distrettuale evidenziava che gravava sul professionista l’obbligo di espletare l’incarico nel rispetto delle regole di correttezza e di scienza disciplinanti la specifica attività per colpa, diversificata rispetto al grado di difficoltà dell’intervento, potendosi rispondere anche per colpa c.d. lieve. Nella specie già il medesimo giudice di prime cure aveva ritenuto accertata la responsabilità di entrambi i convenuti, pur non ravvisando la prova del nesso di causalità materiale tra l’evento di danno e l’esito favorevole del procedimento risarcitorio presupposto, che – di converso – il giudice distrettuale ravvisava nella sufficiente prova della probabilità dell’esito vittorioso del giudizio presupposto, deducibile dall’accertamento effettuato in sede penale della responsabilità del Mo., che alla guida dell’autoarticolato Fiat 613, di proprietà del L., procedeva sul (OMISSIS) a velocità del tutto sconsiderata (km. 107 orari), per cui era costretto ad azionare i freni per evitare il tamponamento rispetto al veicolo che lo precedeva, così perdendo il controllo del mezzo, che sormontava il guard-rail ed invadeva la opposta corsia di marcia, venendo in collisione con il Ford Transit del Pe. che veniva tamponato anche da altra vettura. Peraltro il Mo. si era allontanato dal luogo del sinistro, senza neanche prestare soccorso ai feriti, ragione per la quale veniva successivamente arrestato e condannato ad un anno di reclusione. Concludeva che la domanda di garanzia non poteva trovare accoglimento in quanto non riproposta dall’appellato, per cui doveva ritenersi abbandonata dal P..

Per la cassazione della sentenza della Corte di appello di Roma agisce l’Avv.to P., sulla base di quattro motivi, illustrati anche da memoria ex art. 378 c.p.c., cui replicano le PE. e la N. con controricorso, non svolte difese dagli intimati M. e Assicurazioni Generali.

Motivi della decisione

Con il primo motivo il ricorrente deduce la nullità della sentenza o del procedimento per violazione degli artt. 106, 112 e 346 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, per non avere la corte distrettuale pronunciato sulla domanda di manleva da lui proposta in primo grado nei confronti dell’Assicurazione e riproposta in appello dalle appellanti, non imponendo l’art. 346 c.p.c., l’espressa riproposizione della domanda non accolta nella sentenza di primo grado da parte dell’appellato, ma solo la sua proposizione tout court. L’illustrazione della censura conclude con la formulazione del seguente quesito di diritto: “…se in appello debba ritenersi non rinunciata ai sensi dell’art. 346 c.p.c., e debba quindi essere esaminata la domanda di manleva proposta in primo grado dal convenuto nei confronti di un terzo chiamato in causa da cui pretenda di essere garantito, qualora nelle conclusioni dell’atto di appello lo stesso appellante, attore in primo grado risultato soccombente, abbia riproposto – oltre alla domanda principale – anche la domanda nei confronti del terzo chiamato in causa in primo grado e citato in giudizio in appello come appellato”.

La censura risulta immeritevole di accoglimento.

Occorre precisare che il vizio di omessa pronuncia è configurabile – e può essere utilmente prospettato – soltanto in ipotesi di mancanza di una decisione da parte del giudice in ordine ad una domanda che richieda una espressa pronuncia di accoglimento o di rigetto ed è pertanto da escludere ove ricorrano gli estremi di una reiezione implicita della domanda o di un suo assorbimento in altre statuizioni (v. Cass. 3 giugno 1991 n. 6248; Cass. 29 marzo 1995 n. 3693; Cass. 15 maggio 1996 n. 4498).

Va, altresì, sottolineato che l’azione di responsabilità contrattuale ex artt. 1218 e 2236 c.c., è stata proposta dalle attrici, in qualità di eredi di Pe.Gi., nei confronti dell’Avv. P. e del M., rispettivamente difensore e consulente di parte nel giudizio introdotto ai sensi dell’art. 2054 c.c., dal loro dante causa, mentre la chiamata in causa, ad opera dell’avvocato convenuto, della Generali Assicurazione s.p.a., si fonda su titolo diverso, attenendo a forma di responsabilità contrattuale conseguente alla stipula di polizza assicurativa, per cui si configura, rispetto alla prima, quale fattispecie di garanzia impropria.

Soccorre, in proposito, l’indirizzo della giurisprudenza di legittimità, cui il Collegio intende dare continuità, secondo il quale, nel caso di chiamata in causa per garanzia impropria – che si verifica allorchè colui che sia stato convenuto in giudizio dall’attore intende essere rilevato dal garante di quanto sia eventualmente condannato a pagare – l’azione principale e quella di garanzia sono fondate su due titoli diversi, con la conseguenza che le due cause sono distinte e scindibili (v. Cass. n. 1077 del 2003).

Nella specie, avendo il P. (attuale ricorrente) chiamato in causa la compagnia di assicurazione, esperendo nei suoi confronti un’azione di garanzia impropria – per quanto sopra esposto – deve escludersi in appello l’inscindibilità delle cause ai fini della norma sull’integrazione del contraddittorio nelle fasi di impugnazione (art. 331 c.p.c.) in una situazione processuale caratterizzata dalla circostanza che la chiamata, una volta che il primo giudice ebbe ad accertare che la domanda principale era infondata ed ebbe quindi a rigettarla, è venuto a mancare il presupposto della domanda di rivalsa, nè le attrici (appellanti) hanno proposto domande nei confronti dell’Assicurazione (v. Cass. 25 maggio 1995 n. 5747; Cass. 19 maggio 1997 n. 4443).

Del resto basti rilevare che la chiamata in garanzia impropria proposta dal convenuto integra una domanda che presuppone la soccombenza dello stesso (garantito) nella causa principale e che pertanto, nell’ipotesi di rigetto della domanda principale (come, appunto, nella specie), la domanda di garanzia deve essere riproposta in appello nella forma dell’appello incidentale, condizionato, non essendo sufficiente la riproposizione, ex art. 346 c.p.c., della domanda non esaminata o respinta dal primo giudice, poichè la richiesta dell’appellato non mira alla conferma della sentenza per ragioni diverse da quelle poste a fondamento della decisione, ma tende alla riforma della pronuncia concernente un rapporto diverso, non dedotto in giudizio con l’appello principale (v., di recente, Cass. n. 15107 del 2013; Cass. n. 9535 del 2010 e Cass. n. 5249 del 2006; ma prima già Cass. 4 febbraio 2004 n. 2061; Cass. 15 marzo 1995 n. 2992; Cass. 1 giugno 1989 n. 2671; Cass. 31 luglio 1987 n. 6633).

Parte resistente non offre argomenti che valgano a mutare un orientamento che (salvo alcune isolate pronunce difformi) trova conferma in un imponente quadro di decisioni costanti nei tempo ed è coerente con il carattere scindibile della cause – principale e di garanzia – di cui trattasi. Va aggiunto che è pacifico e, comunque, emerge dalla decisione impugnata, che, a fronte dell’appello proposto dalle Pe. – N., l’Avv. P. non propose appello incidentale condizionato, limitandosi a richiamare in via estremamente gradata l’istanza formulata in primo grado nei confronti del proprio assicuratore.

Con il secondo motivo il ricorrente nel denunciare insufficiente motivazione, deduce che il giudice distrettuale non avrebbe tenuto conto – nel considerare la richiesta delle appellanti contenuta alla condanna del solo importo di Euro 77.468,00 riduttiva rispetto all’integrale indennizzo – che il motivo per il quale vi era stato l’abbandono della causa di risarcimento del danno, ossia il conseguimento dell’intero massimale dall’assicurazione da parte delle attrici. A conclusione del mezzo viene formulato il seguente quesito di diritto: “…se sia o meno sufficiente la motivazione che, in una causa di responsabilità professionale dell’avvocato, ritenga palesemente riduttiva la richiesta risarcitoria accolta a carico del patrocinatore inadempiente rispetto all’integrale indennizzo conseguibile dalle parti attrici, senza tenere in nessuna considerazione la circostanza – pacifica fra le parti ed espressamente ammessa – che è stato pagato il risarcimento nei limiti del massimale di polizza da parte dell’assicurazione”.

Il secondo motivo di ricorso non può essere accolto in quanto la motivazione contenuta nell’impugnata sentenza non presenta gli errori logici e giuridici oggetto del ricorso. In particolare va rilevato quanto segue.

L’assunto della Corte di merito secondo cui la tesi difensiva in questione – circa la messa a disposizione da parte della UNIPOL (società che garantiva il veicolo danneggiante) dell’intero massimale di polizza che costituiva la ragione per la quale il giudizio presupposto era stato abbandonato, nella consapevolezza anche delle stesse attrici – non poteva essere condivisa dal momento che il risarcimento del danno corrisposto era stato interamente assorbito per il rimborso delle spese e degli oneri previdenziali sostenuti dall’Inail, senza che le danneggiate avessero percepito alcunchè, evocate in detto giudizio tutte le parti responsabili dell’occorso (oltre che nei confronti della società assicuratrice del mezzo investitore, anche del conducente e dei proprietario dell’autoarticolato), per cui effettuato un giudizio prognostico favorevole (sulla base del c.d. criterio della probabilità logica intensa come atto o elevato grado di probabilità razionale o probabilità logica) quanto all’esito della causa, ha concluso per la fondatezza della domanda di riconoscimento della responsabilità professionale, ragionamento che è immune dai vizi affermati dal ricorrente ed in particolare è giuridicamente corretto.

Infatti la Corte d’Appello ha evidentemente ritenuto insussistente la rinuncia ovvero l’abbandono della domanda per il concorso delle predette circostanze, operando la limitazione del massimale di garanzia solo nei confronti dell’Assicurazione, per cui tale statuizione appare immune dai vizi denunciati.

Con il terzo mezzo il ricorrente nel denunciare insufficiente motivazione, deduce che la corte distrettuale nell’esaminare il solo probabile esito favorevole del giudizio presupposto nei confronti del conducente, senza motivare in alcun modo se alla conclusione positiva per le attrice sarebbe potuta conseguire un’utilità economica stante l’indimostrata solvibilità della persone fisiche responsabili, a fronte dell’integrale pagamento del massima di polizza da parte dell’assicurazione. A corollario del mezzo è formulato il seguente quesito di fatto: “…se sia o meno sufficiente la motivazione che per verificare la sussistenza del danno in ipotesi di responsabilità professionale dell’avvocato si limiti a valutare solo il probabile esito del giudizio risarcitorio nei confronti dei responsabili e non anche sul punto controverso e decisivo se sussiste – ed in che misura – la solvibilità dei responsabili”.

Il mezzo è inammissibile prima che infondato.

Va, infatti, osservato che la omessa valutazione da parte del giudice dell’impugnazione della solvibilità o meno dei responsabili del sinistro, oltre ad attenere a circostanza estranea alla controversia de qua, riguardando l’utile esperimento delle azioni esecutive una volta ottenuta pronuncia definitiva favorevole, è inammissibile in virtù dell’assorbente considerazione che si tratta di questione nuova, proposta solo nella presente sede di legittimità Con il quarto motivo il ricorrente lamenta la omessa motivazione per avere accertato la responsabilità di entrambi i convenuti senza tenere conto della diversa posizione degli stessi; in particolare, il rag. M. si era recato con una delle eredi Pe. ed aveva ritirato gli atti processuali dopo che la compagnia assicuratrice aveva comunicato di mettere a disposizione l’intero massimale, circostanza che era rimasta del tutto fuori dalla motivazione. Il mezzo è illustrato dalla formulazione del seguente quesito di fatto: “…se sia o meno omessa la motivazione su un fatto decisivo e controverso laddove la corte di appello in un caso di responsabilità professionale dell’avvocato originata dall’abbandono del giudizio ometta ogni riferimento in motivazione alla dedotta e non contestata revoca dell’incarico con ritiro dell’incartamento da parte del giudice, precedente all’abbandono del giudizio stesso”.

Anche a quest’ultima censura non può essere dato ingresso.

Nelle prestazioni rese nell’esercizio di attività professionali al professionista è richiesta la diligenza corrispondente alla natura dell’attività esercitata (art. 1176 c.c., comma 2), vale a dire è richiesta una diligenza qualificata dalla perizia e dall’impiego di strumenti tecnici adeguati al tipo di prestazione dovuta. La valutazione dell’esattezza delle prestazioni da parte del professionista, naturalmente, varia secondo il tipo di professione.

Per gli avvocati, la responsabilità professionale deriva dall’obbligo (art. 1176 c.c., comma 2, e art. 2236 c.c.) di assolvere, sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, (anche) ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, ai quali sono tenuti nel rappresentare tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di chiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso; a sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole (Cass. 30 luglio 2004 n. 14597). il problema si è già posto con riferimento alle ipotesi di inadeguata o insufficiente attività come difensore, per omissione di impugnazioni, ecc, o nella violazione di regole ricavabili dal codice deontologico, come quelle del mancato assolvimento dell’obbligo di dare al cliente le informazioni chieste e della violazione del segreto professionale (Cass. 23 marzo 1994 n. 2701).

Nella specie, l’avvocato P. aveva l’onere di provare di essersi attivato nell’informare le resistenti della sua determinazione di non proseguire il giudizio per essere stata la pretesa soddisfatta dall’Assicurazione, dubbio l’esito rispetto agli altri debitori. Su tutto questo nessuna prova è stata articolata dal ricorrente, nè allegata.

Conclusivamente, il ricorso è rigettato.

Le spese del giudizio di Cassazione seguono la soccombenza e, liquidate come in dispositivo, sono posta a carico del ricorrente.

Infine osserva il Collegio che nessun provvedimento può adottarsi ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 4, nel testo applicabile ratione temporis, come richiesto dal P.G.. Dispone – infatti – la invocata disposizione (introdotta con decorrenza dal 2 marzo 2006 dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 12, e abrogata con decorrenza dal 4 luglio 2009 dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 46) che quando pronuncia sulle spese.. la Corte, anche d’ufficio, condanna al pagamento…di una somma.

Certo quanto precede, non può essere accolta la istanza del Procuratore Generale, in quanto l’infondatezza palese dei motivi di ricorso non appare sostenuta da una condotta consapevolmente contraria alla buona fede o ad un uso strumentale del processo (Cass. SS.UU. 25831 del 2007; di recente, Cass. 8 maggio 2013 n. 10720). In altri termini, le ragioni di doglianza svolte dal ricorrente si sono soltanto estrinsecate nella prospettazione di tesi giuridiche infondate, senza però che detta prospettazione possa essere ritenuta espressione di colpa grave, derivante dalla mancata adozione della minima diligenza e prudenza nell’approfondimento delle tesi portate nel dibattito processuale.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di Cassazione, che liquida in complessivi Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese forfettarie ed accessori, come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile, il 17 dicembre 2014.

Depositato in Cancelleria il 2 aprile 2015

Malavvocatura: avvocato condannato a risarcire € 200.000,00 all’ex cliente malamente assistito

Tribunale di Parma, sentenza del 16-03-2016

Avvocato – Responsabilità civile – Errori ed omissioni – Ignoranza di istituti giuridici fondamentali – Responsabilità per colpa lieve – Sussiste  

IL CASO

Un avvocato formulava una richiesta risarcitoria per una somma inferiore a quella effettivamente spettante al proprio Cliente. A seguito della stessa interveniva un accordo transattivo in forza del quale veniva corrisposta al Cliente la minore somma onnicomprensiva di Euro 38.500,00 (nei termini quindi della richiesta risarcitoria avanzata dal legale di fiducia) in luogo dei 252.725,00 Euro che questi avrebbe potuto ottenere se la richiesta risarcitoria fosse stata correttamente impostata e quantificata. Il professionista sarà condannato dal Tribunale parmense a versare al proprio ex cliente oltre 200.00,00 Euro.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DAL TRIBUNALE

In applicazione del parametro della diligenza professionale, sussiste la responsabilità dell’avvocato che, nell’adempiere all’obbligazione, abbia omesso di prospettare al cliente tutte le questioni di diritto e di fatto atte ad impedire l’utile esperimento dell’azione, rinvenendo fondamento detta responsabilità anche nella colpa lieve, qualora la mancata prospettazione di tali questioni sia stata frutto dell’ignoranza di istituti giuridici elementari e fondamentali, ovvero di incuria ed imperizia insuscettibili di giustificazione.

LA SENTENZA

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Si assume dall’attore C.F. la responsabilità professionale del convenuto avvocato G.N. per avere lo stesso errato nella formulazione della richiesta risarcitoria avanzata per conto del suo assistito al P.C.. In particolare secondo l’attore “dalla lettera inviata (al P.C.) dall’Avv. N. in data 5.4.2006, con la quale veniva richiesto il ristoro dei danni sofferti dal C. in conseguenza del negligente comportamento del P.C., si rileva come il conteggio delle spettanze del C. sia stato formulato in maniera errata in quanto 1) il portatore di assegno di invalidità non è ammesso alla pensione di anzianità di servizio …ma può effettuare unicamente la trasformazione dell’assegno di invalidità in pensione di vecchiaia la quale può essere erogata ai sensi del D.Lgs. n. 503 del 1992 al compimento del 65esimo anno di età anagrafica, 2) i ratei pensionistici non potevano essere richiesti a partire dall’ 1.7.2004 bensì dal primo giorno successivo alla cessazione del rapporto di lavoro (1.1.2005); 3) la mancata percezione della retribuzione doveva essere richiesta al lordo in quanto sarebbe stato onere dello stesso C. versare i propri contributi previdenziali ad INPS; 4) la data di decorrenza della pensione che avrebbe dovuto percepire (il C.) non era l’1.1.2007 bensì il 22.1.2012”. Il N. ha quindi avanzato al P.C. una richiesta risarcitoria, fondata su presupposti di diritto errati, per una somma inferiore a quella a lui effettivamente spettante. A seguito della stessa è intervenuto quindi un accordo transattivo fra lo stesso C. ed il P.C. in forza del quale è stata corrisposta al C. la somma onnicomprensiva di Euro 38500,00 nei termini quindi della richiesta risarcitoria avanzata dal legale di fiducia nella citata missiva 5.4.2006. Ciò ha determinato un danno per il C. considerato che lo stesso, a seguito del negligente comportamento del P. al quale, come detto, si era rivolto per la sua pratica pensionistica, aveva in realtà diritto al risarcimento del danno per il periodo di tempo dall’1.1.2005 al 27.1.2012 ovvero a far tempo dalla data del giorno successivo alla cessazione del rapporto di lavoro (il Castaldi si è dimesso il 22.12.2004 con effetto dall’1.1.2005) fino al compimento del 65 anno di età (pensione di vecchiaia), per un importo da quantificare nella somma di Euro 252.725,00 laddove invece l’avvocato N. aveva limitato la richiesta risarcitoria al solo periodo di due anni (anziché 7) dall’1.1.2005 all’1.1.2007 per un danno complessivo pari ad 37905,32 ovvero Euro 41928,48 (ottenendo poi, come detto, in via transattiva la somma complessiva di Euro 38.500,00).

Rileva il giudicante, con carattere assorbente su ogni ulteriore questione dedotta e trattata, che deve ritenersi provata la responsabilità nel caso del P.C. considerato che al C.- essendo invalido solo al 60% (e non invece all’80% come prescritto dalla legge) (la circostanza deve ritenersi acquisita sulla base della documentazione in atti Commissione di Prima Istanza Ausl Parma in data 15.2.1989 considerato che le contrarie deduzioni svolte sul punto dalla resistente sono risultate prive di riscontro probatorio) – è stata negata dall’INPS la pensione di anzianità e riconosciuta la sola pensione di vecchiaia al compimento del 65 anno di età. Per cui quando si è dimesso dal lavoro il 22.12.2004, appunto a seguito delle A.D. P.C., secondo cui avrebbe potuto godere dal successivo 1.1.2005 della pensione di anzianità lo stesso si è trovato, senza retribuzione (per essersi appunto dimesso) e senza pensione (appunto non riconosciuta dall’INPS per difetto dei requisiti di legge) e ha continuato a godere solo dell’assegno di invalidità per essere invalido al 60%; che la successiva transazione intervenuta con la Compagnia di A.D.P.C. (per effetto della quale è stata riconosciuta al C., come detto, la somma di Euro 38500,00) è conseguente alla richiesta risarcitoria avanza per conto dello stesso dall’avvocato N. con la missiva in data 5.4.2006 e sostanzialmente aderente alla richiesta risarcitoria avanzata, ma frutto di un evidente errore del professionista nei termini evidenziati negli scritti difensivi di parte attrice (da ritenersi qui integralmente riportati) considerato che in effetti il danno sofferto dal C. per l’errore del P.C. e che quindi l’avvocato N. avrebbe potuto e dovuto richiedere nella citata missiva è quello rappresentato dalla mancata percezione della retribuzione (scatti ed altre voci spettanti) per il periodo dall’1.1.2005 ( cioè dal momento delle dimissioni dal lavoro) al 27.12.2012 quando il C. ha compiuto i sessantacinque anni e maturato quindi il diritto alla pensione laddove invece come detto la richiesta è stata fatta dal legale per soli due anni (1.1.2005-1.1.2007) e quindi per una somma di molto inferiore; che sulla base della corretta richiesta il contenuto della transazione sarebbe stato naturalmente diverso e ben più vantaggioso per il C. non potendosi non considerare che la transazione intervenuta ha riguardato sostanzialmente l’intera somma richiesta e che ai fini transattivi il C. avrebbe potuto comunque far valere la possibilità di agire in giudizio, nei confronti del P.C. per ottenere il ristoro di quanto dovutogli attesa la certa responsabilità del patronato stesso.

Deve quindi affermarsi la responsabilità del convenuto nei termini dedotti significandosi che secondo l’orientamento giurisprudenziale della S.C. (cfr Cass 2002/16023) “Di regola, le obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale costituiscono obbligazioni di mezzi e non di risultato, in quanto il professionista si impegna a prestare la propria opera per raggiungere il risultato desiderato, non per conseguirlo. Tuttavia, avuto riguardo all’attività professionale dell’avvocato, nel caso in cui questi accetti l’incarico di svolgere un’attività stragiudiziale consistente nella formulazione di un parere in ordine all’utile esperibilità di un’azione giudiziale, la prestazione oggetto del contratto non costituisce un’obbligazione di mezzi, in quanto egli si obbliga ad offrire tutti gli elementi di valutazione necessari ed i suggerimenti opportuni allo scopo di permettere al cliente di adottare una consapevole decisione, a seguito di un ponderato apprezzamento dei rischi e dei vantaggi insiti nella proposizione dell’azione. Pertanto, in applicazione del parametro della diligenza professionale (art. 1176, secondo comma, cod. civ.), sussiste la responsabilità dell’avvocato che, nell’adempiere siffatta obbligazione, abbia omesso di prospettare al cliente tutte le questioni di diritto e di fatto atte ad impedire l’utile esperimento dell’azione, rinvenendo fondamento detta responsabilità anche nella colpa lieve, qualora la mancata prospettazione di tali questioni sia stata frutto dell’ignoranza di istituti giuridici elementari e fondamentali, ovvero di incuria ed imperizia insuscettibili di giustificazione (…):laddove nel caso di specie si trattava semplicemente di individuare la data futura in cui il C. avrebbe maturato il diritto alla pensione di vecchiaia e di conseguenza quantificare il relativo dannò secondo criteri previsti dalla legge, con conseguente condanna dello stesso al risarcimento del danno sofferto dall’attore in conseguenza del comportamento del professionista, rappresentato nel caso dalla mancata percezione delle retribuzioni (comprensive del trattamento di fine rapporto e degli elementi variabili) per il periodo dall’1.1.2005 (quando si dimesso dal lavoro ) al 27.1.2012 quando avendo compiuto i 65 anni di età ha maturato il diritto alla pensione di vecchiaia (il professionista, come detto, ha erroneamente indicato come data di pensionamento l’1.1.2007 e di conseguenza ha richiesto le retribuzioni non percepite dal cliente per soli due anni) quantificato, secondo le risultanze peritali, nella complessiva somma di Euro 235.106,59 (al lordo delle ritenute di legge) comprensiva anche di quella (Euro 14486,81) che al C. sarebbe spettata per il periodo dal 28 gennaio 2012 al 30 giugno 2012 data di effettivo pensionamento considerata la “finestra” pensionistica avuto riguardo al CCNL Alimentari Industria, da cui deve essere naturalmente detratta quella di Euro 38500,00 già corrisposta all’attore per effetto della intervenuta transazione.

Il convenuto deve quindi essere condannato al pagamento in favore dell’attore per i titoli dedotti della somma di Euro 196606,59 oltre interessi dalla domanda al soddisfo.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

Vanno definitivamente poste a carico del convenuto le spese delle espletate ctu come già liquidate in corso di causa nonché quelle del consulenze tecniche di parte attrice per come documentate in giudizio.

P.Q.M.

Definitivamente pronunciando, contrariis reiectis,

dichiara tenuto e per l’effetto condanna il convenuto al pagamento in favore dell’attore, per i titoli dedotti, della somma di Euro 196.606,50 oltre interessi dalla domanda al soddisfo nonché alla rifusione delle spese del giudizio che liquida nella complessiva somma di Euro 13400,00 oltre rimborso forfettario 15%, cassa e Iva come per legge;

pone definitivamente a carico del convenuto le spese delle espletate ctu come già liquidate in corso di causa nonché quelle delle ctp di parte attrice per come documentate in atti.

Così deciso in Parma, il 3 marzo 2016.

Depositata in Cancelleria il 16 maggio 2016

E’ responsabile l’ avvocato che perde l’udienza a causa di un’asserita inadeguatezza grafica della data

Cass. pen. Sez. II, Sent., (ud. 21/05/2013) 27-05-2013, n. 22637

FATTO

Un avvocato non si presenta all’udienza adducendo, a propria discolpa, di non essersi avveduto della data poichè nell’atto oggetto di notificazione la grafica utilizzata sarebbe stata eccessivamente ridotta.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CASSAZIONE

E’ inammissibile il ricorso in Cassazione  (e la parte va altresì condannata al versamento ai sensi dell’art. 696 c. p.p. a favore della Cassa delle Ammende) nel caso in cui l’avvocato invochi la sua assenza dall’udienza adducendo la sua non corretta lettura, per supposta inadeguatezza grafica, della data indicata nel provvedimento del Tribunale di Merito con il quale veniva fissata l’udienza per il riesame di un sequestro preventivo.

LA SENTENZA

Svolgimento del processo

1.Con l’ordinanza in epigrafe il Tribunale del riesame di Firenze ha confermato il decreto di convalida di sequestro preventivo emesso dal GIP del medesimo Tribunale in data 29.6.2012 nei confronti dell’indagato.

2.Ricorre per Cassazione, assistito da difensore, il C. lamentando violazione di legge per omesso avviso al difensore della fissazione dell’udienza di discussione del riesame in camera di consiglio. Ciò lamentando che nel provvedimento di fissazione effettivamente notificato, era stata apposta una aggiunta in caratteri minuscoli contenente indicazione della anticipazione dell’udienza, la quale è sfuggita al difensore. Ritiene il ricorrente che in tal modo sia stato violato l’art. 178 c.p.p..

Motivi della decisione

1.Il ricorso è manifestamente infondato.

Come si evince dalla lettura del ricorso, la difesa del ricorrente lamenta non un vizio di notificazione bensì una presunta inadeguatezza grafica dell’atto oggetto di notificazione con riguardo alla data della udienza, di cui si lamenta essere stata scritta in caratteri di formato eccessivamente ridotto.

Evidentemente, poichè come anche la difesa dichiara, la mancata presentazione in udienza è stata determinata da un errore dell’avvocato, il quale non si è avveduto della data in ragione della scala ridotta della dicitura, la doglianza si mostra manifestamente infondata.

2.Ne consegue, per il disposto dell’art. 616 c.p.p. , la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonchè al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, considerati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in Euro 1.000,00 (mille).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento in favore della Cassa delle ammende della somma di Euro 1.000,00.

Così deciso in Roma, il 21 maggio 2013.

Depositato in Cancelleria il 27 maggio 2013

Come un banale errore dell’avvocato (errata indicazione del numero di ruolo) può risultare fatale

Tribunale di Torino, VII sezione, Giudice Dott. Marco Carbonaro, Ord. 22.03.2016

IL FATTO

La ricorrente aveva depositato la seconda  memoria 183 il giorno della scadenza del termine indicando un numero di R.G. errato ed aveva ricevuto il giorno stesso un messaggio che la informava dell’esito infruttuoso del deposito a causa del numero di ruolo non valido, messaggio che tuttavia ella leggeva soltanto il giorno dopo, allorquando si adoperava a rieffettuare il deposito con l’indicazione del numero di ruolo corretto, a termine ormai scaduto. Depositerà, quindi, un’istanza di rimessione in termini che verrà tuttavia rigettata dal Tribunale sul presupposto che l’indicazione di un numero di ruolo errato da parte del depositante non rientra tra le cause di decadenza non imputabili alla parte in quanto trattasi di errore o svista ascrivibile al depositante e rimediabile con l’impiego dell’ordinaria diligenza.

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Causa irrimediabilmente pregiudicata o persa e responsabilità dell’avvocato per totale suo disinteresse

Cass. civ. Sez. III, Sent., 02-07-2010, n. 15717

IL FATTO

Un avvocato accetta di assumere la difesa relativamente ad una causa persa in partenza e poi se ne disinteressa totalmente.

I PRINCIPI ENUNCIATI DALLA CORTE

Ciascun difensore ha la facoltà di accettare o meno il patrocinio relativo a qualunque causa gli venga prospettata, ma nel momento in cui accetta di occuparsi di una determinata questione giudiziaria non può disinteressarsene con il pretesto che si tratti, appunto, di una “causa persa”. L’attività del difensore, se svolta correttamente e professionalmente può, infatti, in ogni caso essere preziosa al fine di contenere o addirittura escludere il pregiudizio insito nella posizione del proprio cliente, sollevando le eccezioni processuali o di merito ravvisabili o, comunque, in extrema ratio, cercando di raggiungere una soluzione transattiva nell’ottica di un comportamento doveroso soprattutto nel caso in cui si accetti di perorare cause rischiose o difficili. Conseguentemente, in caso di assoluta inerzia del difensore viene a configurarsi la sua responsabilità professionale, avendo comunque esposto il cliente all’incremento del pregiudizio iniziale, se non altro a causa delle spese processuali a cui lo stesso va incontro, per la propria difesa e per quella della parte avversa.

LA SENTENZA

Svolgimento del processo

Con sentenza N 1397/2005, depositata in data 11 agosto 2005, la Corte di appello di Venezia ha confermato la sentenza con cui il Tribunale della stessa città ha condannato l’avv. G.P. ed il suo assicuratore, s.p.a. MEIE Assicurazioni, a pagare ad B.A. la somma di L. 95.000.000, in risarcimento dei danni per responsabilità professionale.

La s.p.a. Aurora Assicurazioni, subentrata alla MEIE, propone due motivi di ricorso per cassazione.

Resiste il G. con controricorso.

Il B. non ha depositato difese.

Motivi della decisione

1.- Deve essere preliminarmente rigettata l’eccezione di inammissibilità del ricorso, proposta dal G. sul rilievo che la sentenza di primo grado sarebbe passata in giudicato, per l’erronea notificazione dell’atto di appello ad esso G. personalmente, anzichè nel domicilio eletto presso il suo difensore, dovendosi ritenere irrilevante la rituale notificazione dell’atto di appello al danneggiato B., non essendo configurabile litisconsorzio necessario fra le parti.

L’atto di appello risulta ritualmente notificato per posta, tramite raccomandata inviata al difensore costituito per il G. nel giudizio di primo grado, avv. A.G., come da ricevuta di ritorno, allegata agli atti della ricorrente.

Va soggiunto, per completezza, che l’atto di appello è stato ritualmente notificato al B., e che l’Aurora – chiamata in garanzia nel giudizio di primo grado – non si è limitata a contestare la sussistenza del rapporto assicurativo, nè a porre altra questione meramente interna ai rapporti fra il responsabile ed il suo assicuratore, ma ha eccepito l’insussistenza della responsabilità dell’assicurato, assumendo così la posizione di litisconsorte necessaria processuale, quale titolare di rapporto dipendente da quello dedotto in giudizio, ai sensi dell’art. 331 c.p.c..

L’atto di appello pertanto non sarebbe stato del tutto nullo, neppure se irritualmente notificato al G. (non costituito), ma avrebbe dovuto essere disposta l’integrazione del contraddittorio nei confronti di quest’ultimo (cfr. Cass. civ. Sez. 3^, 6 novembre 2001 n. 13695; 26 gennaio 2010 n. 1535; 15 aprile 2010 n. 9046, fra le altre).

2.- Con i due motivi di ricorso l’Aurora lamenta motivazione insufficiente e contraddittoria, nella parte in cui la Corte di appello ha ritenuto sussistere il nesso causale fra la negligenza dell’avv. G., che non aveva svolto alcuna attività difensiva in favore del B., omettendo di considerare che la causa era comunque perduta in partenza, non avendo il B. alcuna possibilità di difesa (egli aveva acquistato un’automobile Ferrari da un soggetto che non ne era proprietario e ne aveva subito l’evizione).

La motivazione della Corte di appello, secondo cui il difensore avrebbe potuto indurre il cliente a trovare una soluzione transattiva, sarebbe insufficiente, in quanto il difensore non ha l’obbligo di transigere, ciò che peraltro richiede la cooperazione della controparte.

La Corte avrebbe poi affermato senza alcuna prova che il mancato interessamento del difensore avrebbe fatto lievitare il danno da L. 55 milioni a L. 95 milioni, anche per effetto degli interessi. Al contrario, il mancato svolgimento dell’attività di difesa non ha allungato i tempi del processo, ma li ha se mai abbreviati.

3.- I due motivi non sono fondati.

Va premesso che il giudizio circa la sussistenza o meno del nesso causale fra l’illecito e il danno attiene alle valutazioni di merito e non è suscettibile di censura in sede di legittimità non sotto il profilo dell’insufficienza od illogicità del percorso argomentativo mediante il quale il giudice del merito è pervenuto alla sua decisione, restando irrilevanti le critiche alla soluzione di merito che sia correttamente e logicamente motivata.

Nella specie, la motivazione della Corte di appello appare congrua, sensata e condivisibile.

E’ indubbio che – anche e soprattutto con riferimento alle c.d. “cause perse” (ammesso e non concesso che tale fosse quella di cui trattasi) – l’attività del difensore, se bene svolta, può essere preziosa, al fine di limitare o di escludere il pregiudizio insito nella posizione del cliente (se non altro sollevando le eccezioni relative ad eventuali errori di carattere sostanziale o processuale della controparte).

Il difensore può non accettare una causa che prevede di perdere, ma non può accettarla e poi disinteressarsene del tutto, con il pretesto che si tratta di causa persa.

Egli espone in tal modo il cliente all’incremento del pregiudizio iniziale, se non altro a causa delle spese processuali a cui va incontro, per la propria difesa e per quella della controparte.

Correttamente ha rilevato la Corte di appello che sarebbe stato onere del G. quanto meno quello di attivarsi per trovare una soluzione transattiva: comportamento che è da ritenere doveroso – contrariamente a quanto assume la ricorrente – ove si accetti di difendere una causa difficile e rischiosa per il proprio assistito.

Nè la ricorrente deduce e dimostra di avere tempestivamente eccepito, nelle competenti sedi di merito, che la somma liquidata al B. in risarcimento dei danni era eccessiva, in relazione alla perdita che egli avrebbe comunque subito, a causa della difficoltà della sua situazione sostanziale e processuale.

Il tema risulta solo vagamente accennato nel ricorso, senza alcuna deduzione nè alcun richiamo specifico agli atti e alle prove in ipotesi dedotte sul punto, nei gradi di merito.

La ricorrente si limita a contestare in toto e genericamente il nesso causale fra il comportamento dell’avvocato e il danno lamentato dal cliente, in situazione di fatto in cui la colpa del difensore appare macroscopica ed il danno in gran parte in re ipsa.

4. – Il ricorso deve essere rigettato.

Le spese del presente giudizio, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte di cassazione rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate complessivamente in Euro 2.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi ed Euro 2.500,00 per onorari; oltre al rimborso delle spese processuali ed agli accessori previdenziali e fiscali di legge.

Così deciso in Roma, il 18 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 2 luglio 2010

Causa persa per colpa dell’avvocato: cosa deve provare il cliente per ottenere il risarcimento?

Trib. Roma Sez. XIII, Sent., 21-01-2014

Il Tribunale di Roma sottolinea che la responsabilità dell’avvocato non si può affermare solo per il suo non corretto adempimento dell’attività professionale. Se pertanto il cliente chiede il risarcimento del danno, occorre invece verificare tre fattori:

  1. se l’evento che ha causato il pregiudizio lamentato dal cliente sia causalmente riconducibile al comportamento negligente dell’avvocato;
  2. se vi sia stato effettivamente un danno;
  3. se, con un comportamento diverso dell’avvocato, il diritto del cliente sarebbe stato riconosciuto.

Infatti, se anche tenendo la corretta condotta, le sorti per il diritto del cliente non sarebbero mutate, allora alcuna responsabilità potrà essere addebitata al legale. Trattasi di un indagine certamente complessa ma oggi resa più agevole dal fatto che la giurisprudenza non richiede più la “certezza morale” che la diversa attività avrebbe conseguito l’effetto sperato, ma la “ragionevole probabilità” secondo il criterio “del più probabile che non” (Cfr. Cassazione Civile, sez. III, sentenza 13/11/2015 n° 23209)

LA SENTENZA

Svolgimento del processo

Con atto di citazione ritualmente notificato (Omissis) esponeva che:

– la madre (Omissis) aveva conferito all’Avv. (Omissis) mandato affinchè la rappresentasse e difendesse nel giudizio di appello dalla stessa proposto avverso la sentenza del Tribunale di Ascoli Piceno con la quale, previo rigetto dell’eccezione di incompetenza territoriale, veniva rigettata la domanda proposta nei confronti di (Omissis), (Omissis), (Omissis) e (Omissis) avente ad oggetto la condanna al rimborso prò quota ereditaria delle spese sostenute dall’attrice per tributi e manutenzione della casa caduta in successione ereditaria;

– che il giudizio di appello si concludeva con sentenza della Corte d’Appello di Ascoli Piceno n. 136/05 con la quale veniva dichiarata l’incompetenza territoriale del Tribunale di Ascoli Piceno per essere competente quello di Perugia e condannata la (Omissis) alia refusione delie spese;

– che in data 15.2.2005 decedeva (Omissis) lasciando erede universale il figlio (Omissis) il quale sempre con il patrocinio dell’Avv. (Omissis) proponeva ricorso ordinario per Cassazione avverso la sentenza d’appello e che tale ricorso veniva giudicato inammissibile dalla Suprema Corte con ordinanza n. 5735/08;

– che con atto notificato il 29.7.2008 (Omissis) sempre con il patrocinio dell’Avv. (Omissis) citava nuovamente (Omissis) ed altri (Omissis) innanzi al Tribunale di Perugia affinchè questi venissero condannati al rimborso pro quota ereditaria delle spese sostenute dall’attrice per tributi e per la manutenzione della casa caduta in successione ereditaria;

– che in tale giudizio i convenuti eccepivano la prescrizione e che, stante la palese fondatezza dell’eccezione l’attore al fine di non aggravare le conseguenze dannose derivanti dall’inevitabile accoglimento dell’avversa eccezione stipulava una transazione con rinuncia alla domanda e compensazione delle spese di giudizio;

Deduceva che la prescrizione del diritto azionato era conseguenza dell’errata scelta processuale dell’Avv. (Omissis) il quale aveva impugnato la sentenza della Corte d’Appello con ricorso ordinario per Cassazione e non come corretto con regolamento di competenza, peraltro, oltre i termini per questo previsti e che le altre identiche domande in precedenza proposte dalla madre (Omissis) nei confronti degli altri coeredi erano state accolte anche sul presupposto della competenza del Giudice adito quale giudice del luogo di apertura della successione. Deduceva pertanto la responsabilità professionale del convenuto e concludeva chiedendo che il giudice accertata la responsabilità condannasse l’Avv. (Omissis) al risarcimento del danno nella misura di Euro 16.455,53 oltre interessi e rivalutazione come specificati in citazione.

Con comparsa si costituiva (Omissis) contestando che la prescrizione si fosse maturata all’atto della sottoscrizione, su decisione autonoma dell’attore, della transazione e dunque contestando la fondatezza della domanda di cui chiedeva il rigetto.

In carenza di istanze istruttorie il giudice rinviava per conclusioni.

Motivi della decisione

La domanda di risarcimento del danno per responsabilità professionale è infondata e va, pertanto, rigettata.

Si osserva che l’obbligazione assunta dal difensore nei confronti del cliente è una obbligazione di mezzi o di comportamento e non di risultato, sicché l’inadempimento del professionista è costituito dalla violazione dei doveri inerenti allo svolgimento dell’attività professionale e presuppone la violazione del dovere di quella diligenza media esigibile ai sensi del secondo comma dell’art. 1176 cod. civ.. La responsabilità del professionista, quindi, va configurata ove questi non abbia svolto l’attività inerente al mandato o l’abbia svolta parzialmente, ovvero anche per non avere informato il cliente della impossibilità di espletarla.

La responsabilità professionale dell’avvocato, presuppone dunque la violazione del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’art. 1176, secondo comma, cod. civ., da commisurare alla natura dell’attività esercitata. Inoltre, non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni in tanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito.

La responsabilità dell’avvocato, infatti, non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente ed, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva, ed il risultato derivatone (vedi la recentissima Cass. 2638 del 05/02/2013)

Occorre, infatti, considerare che in materia di responsabilità del professionista, il cliente è tenuto a provare non solo di aver sofferto un danno, ma anche che questo è stato causato dalla insufficiente o inadeguata attività del professionista e cioè dalla difettosa prestazione professionale. In particolare, trattandosi dell’attività del difensore, l’affermazione della sua responsabilità implica l’indagine – positivamente svolta – sul sicuro e chiaro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente coltivata e, quindi, la certezza morale o anche la probabilità che gli effetti di una diversa attività del professionista medesimo sarebbero stati più vantaggiosi per il cliente, rimanendo, in ogni caso, a carico del professionista l’onere di dimostrare l’impossibilità a lui non imputabile della perfetta esecuzione della prestazione. In particolare il cliente, che chieda al proprio difensore il ristoro dei danni subiti a seguito della decorrenza della prescrizione del suo diritto, prescrizione imputabile al difensore, e commisurati al valore del diritto che sarebbe stato riconosciuto nel caso di accoglimento della domanda, deve provare che quest’ultima sarebbe stata accolta e che, quindi, il rigetto di essa sia dipeso, con rapporto di causa ad effetto, dall’irregolarità della prestazione dell’attività professionale. Da tanto consegue che il giudice di merito, una volta accertata la colpa del difensore, è tenuto ad esaminare, ai fini della condanna del medesimo al risarcimento dei danni, se la domanda avrebbe dovuto essere accolta.

Perché possa, dunque, affermarsi l’esistenza d’un valido nesso causale tra l’inadempimento ascritto all’avvocato ed il danno patito dal cliente è necessario accertare che, se l’avvocato avesse tenuto la condotta dovuta, l’esito della lite sarebbe stato diverso da quello effettivamente avveratosi (Cass,, sez. III, 14-09-2000, n. 12158, in Danno e resp., 2001, 519; Cass., sez. III, 06-05-1996, n. 4196, in Foro it., 1996,1, 2384; Cass., sez. III, 28-04-1994, n. 4044, in Resp. Civ., 1994, 635).

Tale nesso tuttavia, avendo ad oggetto un evento irripetibile, deve essere accertato non già in termini di assoluta ed inequivoca certezza, ma anche solo di ragionevole probabilità di successo (ex multis, Cass., sez. III, 09-06-2004, n. 10966; Cass., sez, II, 19-11-2004, n. 21894).

La responsabilità del professionista, quindi, va configurata ove questi non abbia svolto l’attività inerente al mandato o l’abbia svolta parzialmente, ovvero anche per non avere informato il cliente della impossibilità di espletarla e pertanto sussiste se, probabilmente e presuntivamente, applicando il principio penalistico di equivalenza delle cause (artt. 40 e 41 cod. pen.), il buon esito della lite non è stato raggiunto per sua negligenza. Non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni in tanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito (vedi la recentissima Cass. 2638 del 05/02/2013).

Nel caso di specie va rilevato che a prescindere da ogni valutazione in ordine alla condotta tenuta dall’Avv. (Omissis) non appare essere provato alcun danno causalmente collegato con la dedotta negligenza professionale.

L’attore, infatti, non ha fornito alcuna prova in ordine alla probabile fondatezza del diritto al rimborso delle spese sostenute per il bene comune e dunque del nesso di causalità sussistente tra il comportamento asseritamente negligente ed il danno subito e ciò anche alla luce del rigetto in primo grado da parte del Tribunale di Ascoli Piceno della suddetta domanda. Va, infatti, considerato che l’art. 1110 cod. civ. consente eccezionalmente la ripetibilità delle spese sostenute dal singolo partecipante alla comunione, in caso di trascurarla degli altri, limitatamente a quelle necessarie per la conservazione della cosa, ossia al mantenimento della sua integrità. Ne consegue che restano esclusi dal diritto al rimborso gli oneri occorrenti soltanto per la migliore fruizione della cosa comune ovvero per l’adempimento di obblighi fiscali (in tal senso la recente Cass. n. 253 del 08/01/2013). In particolare nel caso in esame, per quanto attiene ai tributi versati, dalla documentazione in atti non è possibile in alcun modo desumere la riferibilità di quanto versato all’immobile in comunione e, quanto ai lavori di manutenzione, dalle fatture e preventivi in atti non è possibile valutarne la necessarietà come sopra specificata.

In conclusione non è possibile effettuare un positivo giudizio probabilistico in ordine al fondamento delle pretese dello (Omissis).

La domanda pertanto è rimasta sfornita di prova e va, pertanto, rigettata.

Le spese seguono la soccombenza e dunque vanno poste a carico dell’attore nella misura liquidata in dispositivo ai sensi del D.M. n. 140 del 2012.

P.Q.M.

Il Giudice Unico del Tribunale definitivamente pronunciando, ogni contraria e diversa istanza e deduzione disattesa, così provvede:

  1. rigetta la domanda di (Omissis) nei confronti di (Omissis).
  2. condanna (Omissis) alla refusione delle spese processuali in favore di (Omissis) che liquida in complessivi Euro 2.100 per compensi oltre accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 2 gennaio 2014.

Depositata in Cancelleria il 21 gennaio 2014.