Titolo

Autem vel eum iriure dolor in hendrerit in vulputate velit esse molestie consequat, vel illum dolore eu feugiat nulla facilisis at vero eros et dolore feugait.

Archivio per categoria Malavvocatura – Errori Legali

La responsabilità dell’avvocato: grava sul professionista l’obbligo di rappresentare al cliente tutte le questioni ostative al raggiungimento del risultato

Cass. civ. Sez. II, Sentenza, 02-04-2015, n. 6782

Avvocato – Strategia difensiva errata – Abbandono della causa – Prescrizione del diritto – Pregiudizio irreparabile per il cliente ­– Nesso di causalità materiale tra l’evento di danno e l’esito favorevole del procedimento risarcitorio Esito solo probabile del giudizio presupposto – Responsabilità civile – Sussiste  

IL CASO

Gli eredi di una persona deceduta a seguito di un sinistro stradale evocano in giudizio due avvocati deducendone la imperizia e negligenza professionale poiché nel trattare la controversia relativa al menzionato sinistro, avrebbero con la loro condotta omissiva, determinato la cancellazione della causa dal ruolo, tacendo ai loro (ex) clienti la circostanza ed, anzi, sostenendo la pendenza della controversia, determinando così la prescrizione del diritto ex art. 2952 c.c., immediatamente eccepita dalla compagnia assicurativa. Gli avvocati si difendevano sostenendo che il giudizio era stato abbandonato – nella consapevolezza anche delle stesse attrici -, in ragione del fatto che la Compagnia (che garantiva il veicolo danneggiante) aveva messo a disposizione l’intero massimale di polizza. Tale tesi difensiva non sarà, tuttavia, ritenuta soddisfacente dai Giudici.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CASSAZIONE

Per gli avvocati, la responsabilità professionale deriva dall’obbligo di assolvere, sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, (anche) ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, ai quali sono tenuti nel rappresentare tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di chiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso; a sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole.

LA SENTENZA

(omissis)

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 19 febbraio 1996 N.A., PE.Se., Fr. e Ma., in qualità di eredi di Pe.Gi., deceduto in un incidente stradale verificatosi in (OMISSIS) il giorno (OMISSIS), evocavano, dinanzi al Tribunale di Velletri, l’Avv.to P.G. e M.A. deducendo la imperizia e negligenza professionale dei convenuti nel trattare la controversia relativa al menzionato sinistro, i quali dopo avere incardinato dinanzi al Tribunale di Roma giudizio nei confronti di Mo.Ma., conducente dell’autoarticolato coinvolto nell’incidente, L.A., proprietario del mezzo, e la Unipol s.p.a., impresa assicuratrice del mezzo, per ottenere il risarcimento integrale dei danni per il decesso del congiunto, avevano, con la loro condotta omissiva, determinato la cancellazione della causa dal ruolo ex art. 309 c.p.c., tacendo alle attrici la circostanza ed anzi sostenendo la pendenza della controversia, determinando così la prescrizione del diritto ex art. 2952 c.c., immediatamente eccepita dalla compagnia assicurativa. Tanto premesso, chiedevano la condanna dei convenuti al risarcimento dei danni indicati in L. 150.000.000.

Instaurato il contraddittorio, nella resistenza dei convenuti, chiamata in garanzia dal P. la Generali Assicurazioni s.p.a., il giudice adito, espletata istruttoria, respingeva la domanda attorea.

In virtù di rituale appello interposto dalle medesime originarie attrici, la Corte di appello di Roma, nella resistenza del P. (contumace il M.), e della compagnia di assicurazione, insistendo quest’ultima nella maturata prescrizione del diritto alla copertura assicurativa vantata dall’appellato, accoglieva il gravame e in riforma della decisione di prime cure condannava in solido il P. ed il M. al risarcimento dei danni in favore delle appellanti liquidati in complessivi Euro 77.468,00, oltre ad interessi.

A sostegno della decisione adottata la corte distrettuale evidenziava che gravava sul professionista l’obbligo di espletare l’incarico nel rispetto delle regole di correttezza e di scienza disciplinanti la specifica attività per colpa, diversificata rispetto al grado di difficoltà dell’intervento, potendosi rispondere anche per colpa c.d. lieve. Nella specie già il medesimo giudice di prime cure aveva ritenuto accertata la responsabilità di entrambi i convenuti, pur non ravvisando la prova del nesso di causalità materiale tra l’evento di danno e l’esito favorevole del procedimento risarcitorio presupposto, che – di converso – il giudice distrettuale ravvisava nella sufficiente prova della probabilità dell’esito vittorioso del giudizio presupposto, deducibile dall’accertamento effettuato in sede penale della responsabilità del Mo., che alla guida dell’autoarticolato Fiat 613, di proprietà del L., procedeva sul (OMISSIS) a velocità del tutto sconsiderata (km. 107 orari), per cui era costretto ad azionare i freni per evitare il tamponamento rispetto al veicolo che lo precedeva, così perdendo il controllo del mezzo, che sormontava il guard-rail ed invadeva la opposta corsia di marcia, venendo in collisione con il Ford Transit del Pe. che veniva tamponato anche da altra vettura. Peraltro il Mo. si era allontanato dal luogo del sinistro, senza neanche prestare soccorso ai feriti, ragione per la quale veniva successivamente arrestato e condannato ad un anno di reclusione. Concludeva che la domanda di garanzia non poteva trovare accoglimento in quanto non riproposta dall’appellato, per cui doveva ritenersi abbandonata dal P..

Per la cassazione della sentenza della Corte di appello di Roma agisce l’Avv.to P., sulla base di quattro motivi, illustrati anche da memoria ex art. 378 c.p.c., cui replicano le PE. e la N. con controricorso, non svolte difese dagli intimati M. e Assicurazioni Generali.

Motivi della decisione

Con il primo motivo il ricorrente deduce la nullità della sentenza o del procedimento per violazione degli artt. 106, 112 e 346 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, per non avere la corte distrettuale pronunciato sulla domanda di manleva da lui proposta in primo grado nei confronti dell’Assicurazione e riproposta in appello dalle appellanti, non imponendo l’art. 346 c.p.c., l’espressa riproposizione della domanda non accolta nella sentenza di primo grado da parte dell’appellato, ma solo la sua proposizione tout court. L’illustrazione della censura conclude con la formulazione del seguente quesito di diritto: “…se in appello debba ritenersi non rinunciata ai sensi dell’art. 346 c.p.c., e debba quindi essere esaminata la domanda di manleva proposta in primo grado dal convenuto nei confronti di un terzo chiamato in causa da cui pretenda di essere garantito, qualora nelle conclusioni dell’atto di appello lo stesso appellante, attore in primo grado risultato soccombente, abbia riproposto – oltre alla domanda principale – anche la domanda nei confronti del terzo chiamato in causa in primo grado e citato in giudizio in appello come appellato”.

La censura risulta immeritevole di accoglimento.

Occorre precisare che il vizio di omessa pronuncia è configurabile – e può essere utilmente prospettato – soltanto in ipotesi di mancanza di una decisione da parte del giudice in ordine ad una domanda che richieda una espressa pronuncia di accoglimento o di rigetto ed è pertanto da escludere ove ricorrano gli estremi di una reiezione implicita della domanda o di un suo assorbimento in altre statuizioni (v. Cass. 3 giugno 1991 n. 6248; Cass. 29 marzo 1995 n. 3693; Cass. 15 maggio 1996 n. 4498).

Va, altresì, sottolineato che l’azione di responsabilità contrattuale ex artt. 1218 e 2236 c.c., è stata proposta dalle attrici, in qualità di eredi di Pe.Gi., nei confronti dell’Avv. P. e del M., rispettivamente difensore e consulente di parte nel giudizio introdotto ai sensi dell’art. 2054 c.c., dal loro dante causa, mentre la chiamata in causa, ad opera dell’avvocato convenuto, della Generali Assicurazione s.p.a., si fonda su titolo diverso, attenendo a forma di responsabilità contrattuale conseguente alla stipula di polizza assicurativa, per cui si configura, rispetto alla prima, quale fattispecie di garanzia impropria.

Soccorre, in proposito, l’indirizzo della giurisprudenza di legittimità, cui il Collegio intende dare continuità, secondo il quale, nel caso di chiamata in causa per garanzia impropria – che si verifica allorchè colui che sia stato convenuto in giudizio dall’attore intende essere rilevato dal garante di quanto sia eventualmente condannato a pagare – l’azione principale e quella di garanzia sono fondate su due titoli diversi, con la conseguenza che le due cause sono distinte e scindibili (v. Cass. n. 1077 del 2003).

Nella specie, avendo il P. (attuale ricorrente) chiamato in causa la compagnia di assicurazione, esperendo nei suoi confronti un’azione di garanzia impropria – per quanto sopra esposto – deve escludersi in appello l’inscindibilità delle cause ai fini della norma sull’integrazione del contraddittorio nelle fasi di impugnazione (art. 331 c.p.c.) in una situazione processuale caratterizzata dalla circostanza che la chiamata, una volta che il primo giudice ebbe ad accertare che la domanda principale era infondata ed ebbe quindi a rigettarla, è venuto a mancare il presupposto della domanda di rivalsa, nè le attrici (appellanti) hanno proposto domande nei confronti dell’Assicurazione (v. Cass. 25 maggio 1995 n. 5747; Cass. 19 maggio 1997 n. 4443).

Del resto basti rilevare che la chiamata in garanzia impropria proposta dal convenuto integra una domanda che presuppone la soccombenza dello stesso (garantito) nella causa principale e che pertanto, nell’ipotesi di rigetto della domanda principale (come, appunto, nella specie), la domanda di garanzia deve essere riproposta in appello nella forma dell’appello incidentale, condizionato, non essendo sufficiente la riproposizione, ex art. 346 c.p.c., della domanda non esaminata o respinta dal primo giudice, poichè la richiesta dell’appellato non mira alla conferma della sentenza per ragioni diverse da quelle poste a fondamento della decisione, ma tende alla riforma della pronuncia concernente un rapporto diverso, non dedotto in giudizio con l’appello principale (v., di recente, Cass. n. 15107 del 2013; Cass. n. 9535 del 2010 e Cass. n. 5249 del 2006; ma prima già Cass. 4 febbraio 2004 n. 2061; Cass. 15 marzo 1995 n. 2992; Cass. 1 giugno 1989 n. 2671; Cass. 31 luglio 1987 n. 6633).

Parte resistente non offre argomenti che valgano a mutare un orientamento che (salvo alcune isolate pronunce difformi) trova conferma in un imponente quadro di decisioni costanti nei tempo ed è coerente con il carattere scindibile della cause – principale e di garanzia – di cui trattasi. Va aggiunto che è pacifico e, comunque, emerge dalla decisione impugnata, che, a fronte dell’appello proposto dalle Pe. – N., l’Avv. P. non propose appello incidentale condizionato, limitandosi a richiamare in via estremamente gradata l’istanza formulata in primo grado nei confronti del proprio assicuratore.

Con il secondo motivo il ricorrente nel denunciare insufficiente motivazione, deduce che il giudice distrettuale non avrebbe tenuto conto – nel considerare la richiesta delle appellanti contenuta alla condanna del solo importo di Euro 77.468,00 riduttiva rispetto all’integrale indennizzo – che il motivo per il quale vi era stato l’abbandono della causa di risarcimento del danno, ossia il conseguimento dell’intero massimale dall’assicurazione da parte delle attrici. A conclusione del mezzo viene formulato il seguente quesito di diritto: “…se sia o meno sufficiente la motivazione che, in una causa di responsabilità professionale dell’avvocato, ritenga palesemente riduttiva la richiesta risarcitoria accolta a carico del patrocinatore inadempiente rispetto all’integrale indennizzo conseguibile dalle parti attrici, senza tenere in nessuna considerazione la circostanza – pacifica fra le parti ed espressamente ammessa – che è stato pagato il risarcimento nei limiti del massimale di polizza da parte dell’assicurazione”.

Il secondo motivo di ricorso non può essere accolto in quanto la motivazione contenuta nell’impugnata sentenza non presenta gli errori logici e giuridici oggetto del ricorso. In particolare va rilevato quanto segue.

L’assunto della Corte di merito secondo cui la tesi difensiva in questione – circa la messa a disposizione da parte della UNIPOL (società che garantiva il veicolo danneggiante) dell’intero massimale di polizza che costituiva la ragione per la quale il giudizio presupposto era stato abbandonato, nella consapevolezza anche delle stesse attrici – non poteva essere condivisa dal momento che il risarcimento del danno corrisposto era stato interamente assorbito per il rimborso delle spese e degli oneri previdenziali sostenuti dall’Inail, senza che le danneggiate avessero percepito alcunchè, evocate in detto giudizio tutte le parti responsabili dell’occorso (oltre che nei confronti della società assicuratrice del mezzo investitore, anche del conducente e dei proprietario dell’autoarticolato), per cui effettuato un giudizio prognostico favorevole (sulla base del c.d. criterio della probabilità logica intensa come atto o elevato grado di probabilità razionale o probabilità logica) quanto all’esito della causa, ha concluso per la fondatezza della domanda di riconoscimento della responsabilità professionale, ragionamento che è immune dai vizi affermati dal ricorrente ed in particolare è giuridicamente corretto.

Infatti la Corte d’Appello ha evidentemente ritenuto insussistente la rinuncia ovvero l’abbandono della domanda per il concorso delle predette circostanze, operando la limitazione del massimale di garanzia solo nei confronti dell’Assicurazione, per cui tale statuizione appare immune dai vizi denunciati.

Con il terzo mezzo il ricorrente nel denunciare insufficiente motivazione, deduce che la corte distrettuale nell’esaminare il solo probabile esito favorevole del giudizio presupposto nei confronti del conducente, senza motivare in alcun modo se alla conclusione positiva per le attrice sarebbe potuta conseguire un’utilità economica stante l’indimostrata solvibilità della persone fisiche responsabili, a fronte dell’integrale pagamento del massima di polizza da parte dell’assicurazione. A corollario del mezzo è formulato il seguente quesito di fatto: “…se sia o meno sufficiente la motivazione che per verificare la sussistenza del danno in ipotesi di responsabilità professionale dell’avvocato si limiti a valutare solo il probabile esito del giudizio risarcitorio nei confronti dei responsabili e non anche sul punto controverso e decisivo se sussiste – ed in che misura – la solvibilità dei responsabili”.

Il mezzo è inammissibile prima che infondato.

Va, infatti, osservato che la omessa valutazione da parte del giudice dell’impugnazione della solvibilità o meno dei responsabili del sinistro, oltre ad attenere a circostanza estranea alla controversia de qua, riguardando l’utile esperimento delle azioni esecutive una volta ottenuta pronuncia definitiva favorevole, è inammissibile in virtù dell’assorbente considerazione che si tratta di questione nuova, proposta solo nella presente sede di legittimità Con il quarto motivo il ricorrente lamenta la omessa motivazione per avere accertato la responsabilità di entrambi i convenuti senza tenere conto della diversa posizione degli stessi; in particolare, il rag. M. si era recato con una delle eredi Pe. ed aveva ritirato gli atti processuali dopo che la compagnia assicuratrice aveva comunicato di mettere a disposizione l’intero massimale, circostanza che era rimasta del tutto fuori dalla motivazione. Il mezzo è illustrato dalla formulazione del seguente quesito di fatto: “…se sia o meno omessa la motivazione su un fatto decisivo e controverso laddove la corte di appello in un caso di responsabilità professionale dell’avvocato originata dall’abbandono del giudizio ometta ogni riferimento in motivazione alla dedotta e non contestata revoca dell’incarico con ritiro dell’incartamento da parte del giudice, precedente all’abbandono del giudizio stesso”.

Anche a quest’ultima censura non può essere dato ingresso.

Nelle prestazioni rese nell’esercizio di attività professionali al professionista è richiesta la diligenza corrispondente alla natura dell’attività esercitata (art. 1176 c.c., comma 2), vale a dire è richiesta una diligenza qualificata dalla perizia e dall’impiego di strumenti tecnici adeguati al tipo di prestazione dovuta. La valutazione dell’esattezza delle prestazioni da parte del professionista, naturalmente, varia secondo il tipo di professione.

Per gli avvocati, la responsabilità professionale deriva dall’obbligo (art. 1176 c.c., comma 2, e art. 2236 c.c.) di assolvere, sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, (anche) ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, ai quali sono tenuti nel rappresentare tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di chiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso; a sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole (Cass. 30 luglio 2004 n. 14597). il problema si è già posto con riferimento alle ipotesi di inadeguata o insufficiente attività come difensore, per omissione di impugnazioni, ecc, o nella violazione di regole ricavabili dal codice deontologico, come quelle del mancato assolvimento dell’obbligo di dare al cliente le informazioni chieste e della violazione del segreto professionale (Cass. 23 marzo 1994 n. 2701).

Nella specie, l’avvocato P. aveva l’onere di provare di essersi attivato nell’informare le resistenti della sua determinazione di non proseguire il giudizio per essere stata la pretesa soddisfatta dall’Assicurazione, dubbio l’esito rispetto agli altri debitori. Su tutto questo nessuna prova è stata articolata dal ricorrente, nè allegata.

Conclusivamente, il ricorso è rigettato.

Le spese del giudizio di Cassazione seguono la soccombenza e, liquidate come in dispositivo, sono posta a carico del ricorrente.

Infine osserva il Collegio che nessun provvedimento può adottarsi ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 4, nel testo applicabile ratione temporis, come richiesto dal P.G.. Dispone – infatti – la invocata disposizione (introdotta con decorrenza dal 2 marzo 2006 dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 12, e abrogata con decorrenza dal 4 luglio 2009 dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 46) che quando pronuncia sulle spese.. la Corte, anche d’ufficio, condanna al pagamento…di una somma.

Certo quanto precede, non può essere accolta la istanza del Procuratore Generale, in quanto l’infondatezza palese dei motivi di ricorso non appare sostenuta da una condotta consapevolmente contraria alla buona fede o ad un uso strumentale del processo (Cass. SS.UU. 25831 del 2007; di recente, Cass. 8 maggio 2013 n. 10720). In altri termini, le ragioni di doglianza svolte dal ricorrente si sono soltanto estrinsecate nella prospettazione di tesi giuridiche infondate, senza però che detta prospettazione possa essere ritenuta espressione di colpa grave, derivante dalla mancata adozione della minima diligenza e prudenza nell’approfondimento delle tesi portate nel dibattito processuale.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di Cassazione, che liquida in complessivi Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese forfettarie ed accessori, come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile, il 17 dicembre 2014.

Depositato in Cancelleria il 2 aprile 2015

Malavvocatura: avvocato condannato a risarcire € 200.000,00 all’ex cliente malamente assistito

Tribunale di Parma, sentenza del 16-03-2016

Avvocato – Responsabilità civile – Errori ed omissioni – Ignoranza di istituti giuridici fondamentali – Responsabilità per colpa lieve – Sussiste  

IL CASO

Un avvocato formulava una richiesta risarcitoria per una somma inferiore a quella effettivamente spettante al proprio Cliente. A seguito della stessa interveniva un accordo transattivo in forza del quale veniva corrisposta al Cliente la minore somma onnicomprensiva di Euro 38.500,00 (nei termini quindi della richiesta risarcitoria avanzata dal legale di fiducia) in luogo dei 252.725,00 Euro che questi avrebbe potuto ottenere se la richiesta risarcitoria fosse stata correttamente impostata e quantificata. Il professionista sarà condannato dal Tribunale parmense a versare al proprio ex cliente oltre 200.00,00 Euro.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DAL TRIBUNALE

In applicazione del parametro della diligenza professionale, sussiste la responsabilità dell’avvocato che, nell’adempiere all’obbligazione, abbia omesso di prospettare al cliente tutte le questioni di diritto e di fatto atte ad impedire l’utile esperimento dell’azione, rinvenendo fondamento detta responsabilità anche nella colpa lieve, qualora la mancata prospettazione di tali questioni sia stata frutto dell’ignoranza di istituti giuridici elementari e fondamentali, ovvero di incuria ed imperizia insuscettibili di giustificazione.

LA SENTENZA

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Si assume dall’attore C.F. la responsabilità professionale del convenuto avvocato G.N. per avere lo stesso errato nella formulazione della richiesta risarcitoria avanzata per conto del suo assistito al P.C.. In particolare secondo l’attore “dalla lettera inviata (al P.C.) dall’Avv. N. in data 5.4.2006, con la quale veniva richiesto il ristoro dei danni sofferti dal C. in conseguenza del negligente comportamento del P.C., si rileva come il conteggio delle spettanze del C. sia stato formulato in maniera errata in quanto 1) il portatore di assegno di invalidità non è ammesso alla pensione di anzianità di servizio …ma può effettuare unicamente la trasformazione dell’assegno di invalidità in pensione di vecchiaia la quale può essere erogata ai sensi del D.Lgs. n. 503 del 1992 al compimento del 65esimo anno di età anagrafica, 2) i ratei pensionistici non potevano essere richiesti a partire dall’ 1.7.2004 bensì dal primo giorno successivo alla cessazione del rapporto di lavoro (1.1.2005); 3) la mancata percezione della retribuzione doveva essere richiesta al lordo in quanto sarebbe stato onere dello stesso C. versare i propri contributi previdenziali ad INPS; 4) la data di decorrenza della pensione che avrebbe dovuto percepire (il C.) non era l’1.1.2007 bensì il 22.1.2012”. Il N. ha quindi avanzato al P.C. una richiesta risarcitoria, fondata su presupposti di diritto errati, per una somma inferiore a quella a lui effettivamente spettante. A seguito della stessa è intervenuto quindi un accordo transattivo fra lo stesso C. ed il P.C. in forza del quale è stata corrisposta al C. la somma onnicomprensiva di Euro 38500,00 nei termini quindi della richiesta risarcitoria avanzata dal legale di fiducia nella citata missiva 5.4.2006. Ciò ha determinato un danno per il C. considerato che lo stesso, a seguito del negligente comportamento del P. al quale, come detto, si era rivolto per la sua pratica pensionistica, aveva in realtà diritto al risarcimento del danno per il periodo di tempo dall’1.1.2005 al 27.1.2012 ovvero a far tempo dalla data del giorno successivo alla cessazione del rapporto di lavoro (il Castaldi si è dimesso il 22.12.2004 con effetto dall’1.1.2005) fino al compimento del 65 anno di età (pensione di vecchiaia), per un importo da quantificare nella somma di Euro 252.725,00 laddove invece l’avvocato N. aveva limitato la richiesta risarcitoria al solo periodo di due anni (anziché 7) dall’1.1.2005 all’1.1.2007 per un danno complessivo pari ad 37905,32 ovvero Euro 41928,48 (ottenendo poi, come detto, in via transattiva la somma complessiva di Euro 38.500,00).

Rileva il giudicante, con carattere assorbente su ogni ulteriore questione dedotta e trattata, che deve ritenersi provata la responsabilità nel caso del P.C. considerato che al C.- essendo invalido solo al 60% (e non invece all’80% come prescritto dalla legge) (la circostanza deve ritenersi acquisita sulla base della documentazione in atti Commissione di Prima Istanza Ausl Parma in data 15.2.1989 considerato che le contrarie deduzioni svolte sul punto dalla resistente sono risultate prive di riscontro probatorio) – è stata negata dall’INPS la pensione di anzianità e riconosciuta la sola pensione di vecchiaia al compimento del 65 anno di età. Per cui quando si è dimesso dal lavoro il 22.12.2004, appunto a seguito delle A.D. P.C., secondo cui avrebbe potuto godere dal successivo 1.1.2005 della pensione di anzianità lo stesso si è trovato, senza retribuzione (per essersi appunto dimesso) e senza pensione (appunto non riconosciuta dall’INPS per difetto dei requisiti di legge) e ha continuato a godere solo dell’assegno di invalidità per essere invalido al 60%; che la successiva transazione intervenuta con la Compagnia di A.D.P.C. (per effetto della quale è stata riconosciuta al C., come detto, la somma di Euro 38500,00) è conseguente alla richiesta risarcitoria avanza per conto dello stesso dall’avvocato N. con la missiva in data 5.4.2006 e sostanzialmente aderente alla richiesta risarcitoria avanzata, ma frutto di un evidente errore del professionista nei termini evidenziati negli scritti difensivi di parte attrice (da ritenersi qui integralmente riportati) considerato che in effetti il danno sofferto dal C. per l’errore del P.C. e che quindi l’avvocato N. avrebbe potuto e dovuto richiedere nella citata missiva è quello rappresentato dalla mancata percezione della retribuzione (scatti ed altre voci spettanti) per il periodo dall’1.1.2005 ( cioè dal momento delle dimissioni dal lavoro) al 27.12.2012 quando il C. ha compiuto i sessantacinque anni e maturato quindi il diritto alla pensione laddove invece come detto la richiesta è stata fatta dal legale per soli due anni (1.1.2005-1.1.2007) e quindi per una somma di molto inferiore; che sulla base della corretta richiesta il contenuto della transazione sarebbe stato naturalmente diverso e ben più vantaggioso per il C. non potendosi non considerare che la transazione intervenuta ha riguardato sostanzialmente l’intera somma richiesta e che ai fini transattivi il C. avrebbe potuto comunque far valere la possibilità di agire in giudizio, nei confronti del P.C. per ottenere il ristoro di quanto dovutogli attesa la certa responsabilità del patronato stesso.

Deve quindi affermarsi la responsabilità del convenuto nei termini dedotti significandosi che secondo l’orientamento giurisprudenziale della S.C. (cfr Cass 2002/16023) “Di regola, le obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale costituiscono obbligazioni di mezzi e non di risultato, in quanto il professionista si impegna a prestare la propria opera per raggiungere il risultato desiderato, non per conseguirlo. Tuttavia, avuto riguardo all’attività professionale dell’avvocato, nel caso in cui questi accetti l’incarico di svolgere un’attività stragiudiziale consistente nella formulazione di un parere in ordine all’utile esperibilità di un’azione giudiziale, la prestazione oggetto del contratto non costituisce un’obbligazione di mezzi, in quanto egli si obbliga ad offrire tutti gli elementi di valutazione necessari ed i suggerimenti opportuni allo scopo di permettere al cliente di adottare una consapevole decisione, a seguito di un ponderato apprezzamento dei rischi e dei vantaggi insiti nella proposizione dell’azione. Pertanto, in applicazione del parametro della diligenza professionale (art. 1176, secondo comma, cod. civ.), sussiste la responsabilità dell’avvocato che, nell’adempiere siffatta obbligazione, abbia omesso di prospettare al cliente tutte le questioni di diritto e di fatto atte ad impedire l’utile esperimento dell’azione, rinvenendo fondamento detta responsabilità anche nella colpa lieve, qualora la mancata prospettazione di tali questioni sia stata frutto dell’ignoranza di istituti giuridici elementari e fondamentali, ovvero di incuria ed imperizia insuscettibili di giustificazione (…):laddove nel caso di specie si trattava semplicemente di individuare la data futura in cui il C. avrebbe maturato il diritto alla pensione di vecchiaia e di conseguenza quantificare il relativo dannò secondo criteri previsti dalla legge, con conseguente condanna dello stesso al risarcimento del danno sofferto dall’attore in conseguenza del comportamento del professionista, rappresentato nel caso dalla mancata percezione delle retribuzioni (comprensive del trattamento di fine rapporto e degli elementi variabili) per il periodo dall’1.1.2005 (quando si dimesso dal lavoro ) al 27.1.2012 quando avendo compiuto i 65 anni di età ha maturato il diritto alla pensione di vecchiaia (il professionista, come detto, ha erroneamente indicato come data di pensionamento l’1.1.2007 e di conseguenza ha richiesto le retribuzioni non percepite dal cliente per soli due anni) quantificato, secondo le risultanze peritali, nella complessiva somma di Euro 235.106,59 (al lordo delle ritenute di legge) comprensiva anche di quella (Euro 14486,81) che al C. sarebbe spettata per il periodo dal 28 gennaio 2012 al 30 giugno 2012 data di effettivo pensionamento considerata la “finestra” pensionistica avuto riguardo al CCNL Alimentari Industria, da cui deve essere naturalmente detratta quella di Euro 38500,00 già corrisposta all’attore per effetto della intervenuta transazione.

Il convenuto deve quindi essere condannato al pagamento in favore dell’attore per i titoli dedotti della somma di Euro 196606,59 oltre interessi dalla domanda al soddisfo.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

Vanno definitivamente poste a carico del convenuto le spese delle espletate ctu come già liquidate in corso di causa nonché quelle del consulenze tecniche di parte attrice per come documentate in giudizio.

P.Q.M.

Definitivamente pronunciando, contrariis reiectis,

dichiara tenuto e per l’effetto condanna il convenuto al pagamento in favore dell’attore, per i titoli dedotti, della somma di Euro 196.606,50 oltre interessi dalla domanda al soddisfo nonché alla rifusione delle spese del giudizio che liquida nella complessiva somma di Euro 13400,00 oltre rimborso forfettario 15%, cassa e Iva come per legge;

pone definitivamente a carico del convenuto le spese delle espletate ctu come già liquidate in corso di causa nonché quelle delle ctp di parte attrice per come documentate in atti.

Così deciso in Parma, il 3 marzo 2016.

Depositata in Cancelleria il 16 maggio 2016

E’ responsabile l’ avvocato che perde l’udienza a causa di un’asserita inadeguatezza grafica della data

Cass. pen. Sez. II, Sent., (ud. 21/05/2013) 27-05-2013, n. 22637

FATTO

Un avvocato non si presenta all’udienza adducendo, a propria discolpa, di non essersi avveduto della data poichè nell’atto oggetto di notificazione la grafica utilizzata sarebbe stata eccessivamente ridotta.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CASSAZIONE

E’ inammissibile il ricorso in Cassazione  (e la parte va altresì condannata al versamento ai sensi dell’art. 696 c. p.p. a favore della Cassa delle Ammende) nel caso in cui l’avvocato invochi la sua assenza dall’udienza adducendo la sua non corretta lettura, per supposta inadeguatezza grafica, della data indicata nel provvedimento del Tribunale di Merito con il quale veniva fissata l’udienza per il riesame di un sequestro preventivo.

LA SENTENZA

Svolgimento del processo

1.Con l’ordinanza in epigrafe il Tribunale del riesame di Firenze ha confermato il decreto di convalida di sequestro preventivo emesso dal GIP del medesimo Tribunale in data 29.6.2012 nei confronti dell’indagato.

2.Ricorre per Cassazione, assistito da difensore, il C. lamentando violazione di legge per omesso avviso al difensore della fissazione dell’udienza di discussione del riesame in camera di consiglio. Ciò lamentando che nel provvedimento di fissazione effettivamente notificato, era stata apposta una aggiunta in caratteri minuscoli contenente indicazione della anticipazione dell’udienza, la quale è sfuggita al difensore. Ritiene il ricorrente che in tal modo sia stato violato l’art. 178 c.p.p..

Motivi della decisione

1.Il ricorso è manifestamente infondato.

Come si evince dalla lettura del ricorso, la difesa del ricorrente lamenta non un vizio di notificazione bensì una presunta inadeguatezza grafica dell’atto oggetto di notificazione con riguardo alla data della udienza, di cui si lamenta essere stata scritta in caratteri di formato eccessivamente ridotto.

Evidentemente, poichè come anche la difesa dichiara, la mancata presentazione in udienza è stata determinata da un errore dell’avvocato, il quale non si è avveduto della data in ragione della scala ridotta della dicitura, la doglianza si mostra manifestamente infondata.

2.Ne consegue, per il disposto dell’art. 616 c.p.p. , la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonchè al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, considerati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in Euro 1.000,00 (mille).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento in favore della Cassa delle ammende della somma di Euro 1.000,00.

Così deciso in Roma, il 21 maggio 2013.

Depositato in Cancelleria il 27 maggio 2013

Come un banale errore dell’avvocato (errata indicazione del numero di ruolo) può risultare fatale

Tribunale di Torino, VII sezione, Giudice Dott. Marco Carbonaro, Ord. 22.03.2016

IL FATTO

La ricorrente aveva depositato la seconda  memoria 183 il giorno della scadenza del termine indicando un numero di R.G. errato ed aveva ricevuto il giorno stesso un messaggio che la informava dell’esito infruttuoso del deposito a causa del numero di ruolo non valido, messaggio che tuttavia ella leggeva soltanto il giorno dopo, allorquando si adoperava a rieffettuare il deposito con l’indicazione del numero di ruolo corretto, a termine ormai scaduto. Depositerà, quindi, un’istanza di rimessione in termini che verrà tuttavia rigettata dal Tribunale sul presupposto che l’indicazione di un numero di ruolo errato da parte del depositante non rientra tra le cause di decadenza non imputabili alla parte in quanto trattasi di errore o svista ascrivibile al depositante e rimediabile con l’impiego dell’ordinaria diligenza.

[embeddoc url=”https://www.studiolegalecalvello.it/wp-content/uploads/2017/04/errore-processuale-civile-deposito-rg-errato-PCT-TRIBUNALE-DI-TORINO.pdf” viewer=”google”]

Causa irrimediabilmente pregiudicata o persa e responsabilità dell’avvocato per totale suo disinteresse

Cass. civ. Sez. III, Sent., 02-07-2010, n. 15717

IL FATTO

Un avvocato accetta di assumere la difesa relativamente ad una causa persa in partenza e poi se ne disinteressa totalmente.

I PRINCIPI ENUNCIATI DALLA CORTE

Ciascun difensore ha la facoltà di accettare o meno il patrocinio relativo a qualunque causa gli venga prospettata, ma nel momento in cui accetta di occuparsi di una determinata questione giudiziaria non può disinteressarsene con il pretesto che si tratti, appunto, di una “causa persa”. L’attività del difensore, se svolta correttamente e professionalmente può, infatti, in ogni caso essere preziosa al fine di contenere o addirittura escludere il pregiudizio insito nella posizione del proprio cliente, sollevando le eccezioni processuali o di merito ravvisabili o, comunque, in extrema ratio, cercando di raggiungere una soluzione transattiva nell’ottica di un comportamento doveroso soprattutto nel caso in cui si accetti di perorare cause rischiose o difficili. Conseguentemente, in caso di assoluta inerzia del difensore viene a configurarsi la sua responsabilità professionale, avendo comunque esposto il cliente all’incremento del pregiudizio iniziale, se non altro a causa delle spese processuali a cui lo stesso va incontro, per la propria difesa e per quella della parte avversa.

LA SENTENZA

Svolgimento del processo

Con sentenza N 1397/2005, depositata in data 11 agosto 2005, la Corte di appello di Venezia ha confermato la sentenza con cui il Tribunale della stessa città ha condannato l’avv. G.P. ed il suo assicuratore, s.p.a. MEIE Assicurazioni, a pagare ad B.A. la somma di L. 95.000.000, in risarcimento dei danni per responsabilità professionale.

La s.p.a. Aurora Assicurazioni, subentrata alla MEIE, propone due motivi di ricorso per cassazione.

Resiste il G. con controricorso.

Il B. non ha depositato difese.

Motivi della decisione

1.- Deve essere preliminarmente rigettata l’eccezione di inammissibilità del ricorso, proposta dal G. sul rilievo che la sentenza di primo grado sarebbe passata in giudicato, per l’erronea notificazione dell’atto di appello ad esso G. personalmente, anzichè nel domicilio eletto presso il suo difensore, dovendosi ritenere irrilevante la rituale notificazione dell’atto di appello al danneggiato B., non essendo configurabile litisconsorzio necessario fra le parti.

L’atto di appello risulta ritualmente notificato per posta, tramite raccomandata inviata al difensore costituito per il G. nel giudizio di primo grado, avv. A.G., come da ricevuta di ritorno, allegata agli atti della ricorrente.

Va soggiunto, per completezza, che l’atto di appello è stato ritualmente notificato al B., e che l’Aurora – chiamata in garanzia nel giudizio di primo grado – non si è limitata a contestare la sussistenza del rapporto assicurativo, nè a porre altra questione meramente interna ai rapporti fra il responsabile ed il suo assicuratore, ma ha eccepito l’insussistenza della responsabilità dell’assicurato, assumendo così la posizione di litisconsorte necessaria processuale, quale titolare di rapporto dipendente da quello dedotto in giudizio, ai sensi dell’art. 331 c.p.c..

L’atto di appello pertanto non sarebbe stato del tutto nullo, neppure se irritualmente notificato al G. (non costituito), ma avrebbe dovuto essere disposta l’integrazione del contraddittorio nei confronti di quest’ultimo (cfr. Cass. civ. Sez. 3^, 6 novembre 2001 n. 13695; 26 gennaio 2010 n. 1535; 15 aprile 2010 n. 9046, fra le altre).

2.- Con i due motivi di ricorso l’Aurora lamenta motivazione insufficiente e contraddittoria, nella parte in cui la Corte di appello ha ritenuto sussistere il nesso causale fra la negligenza dell’avv. G., che non aveva svolto alcuna attività difensiva in favore del B., omettendo di considerare che la causa era comunque perduta in partenza, non avendo il B. alcuna possibilità di difesa (egli aveva acquistato un’automobile Ferrari da un soggetto che non ne era proprietario e ne aveva subito l’evizione).

La motivazione della Corte di appello, secondo cui il difensore avrebbe potuto indurre il cliente a trovare una soluzione transattiva, sarebbe insufficiente, in quanto il difensore non ha l’obbligo di transigere, ciò che peraltro richiede la cooperazione della controparte.

La Corte avrebbe poi affermato senza alcuna prova che il mancato interessamento del difensore avrebbe fatto lievitare il danno da L. 55 milioni a L. 95 milioni, anche per effetto degli interessi. Al contrario, il mancato svolgimento dell’attività di difesa non ha allungato i tempi del processo, ma li ha se mai abbreviati.

3.- I due motivi non sono fondati.

Va premesso che il giudizio circa la sussistenza o meno del nesso causale fra l’illecito e il danno attiene alle valutazioni di merito e non è suscettibile di censura in sede di legittimità non sotto il profilo dell’insufficienza od illogicità del percorso argomentativo mediante il quale il giudice del merito è pervenuto alla sua decisione, restando irrilevanti le critiche alla soluzione di merito che sia correttamente e logicamente motivata.

Nella specie, la motivazione della Corte di appello appare congrua, sensata e condivisibile.

E’ indubbio che – anche e soprattutto con riferimento alle c.d. “cause perse” (ammesso e non concesso che tale fosse quella di cui trattasi) – l’attività del difensore, se bene svolta, può essere preziosa, al fine di limitare o di escludere il pregiudizio insito nella posizione del cliente (se non altro sollevando le eccezioni relative ad eventuali errori di carattere sostanziale o processuale della controparte).

Il difensore può non accettare una causa che prevede di perdere, ma non può accettarla e poi disinteressarsene del tutto, con il pretesto che si tratta di causa persa.

Egli espone in tal modo il cliente all’incremento del pregiudizio iniziale, se non altro a causa delle spese processuali a cui va incontro, per la propria difesa e per quella della controparte.

Correttamente ha rilevato la Corte di appello che sarebbe stato onere del G. quanto meno quello di attivarsi per trovare una soluzione transattiva: comportamento che è da ritenere doveroso – contrariamente a quanto assume la ricorrente – ove si accetti di difendere una causa difficile e rischiosa per il proprio assistito.

Nè la ricorrente deduce e dimostra di avere tempestivamente eccepito, nelle competenti sedi di merito, che la somma liquidata al B. in risarcimento dei danni era eccessiva, in relazione alla perdita che egli avrebbe comunque subito, a causa della difficoltà della sua situazione sostanziale e processuale.

Il tema risulta solo vagamente accennato nel ricorso, senza alcuna deduzione nè alcun richiamo specifico agli atti e alle prove in ipotesi dedotte sul punto, nei gradi di merito.

La ricorrente si limita a contestare in toto e genericamente il nesso causale fra il comportamento dell’avvocato e il danno lamentato dal cliente, in situazione di fatto in cui la colpa del difensore appare macroscopica ed il danno in gran parte in re ipsa.

4. – Il ricorso deve essere rigettato.

Le spese del presente giudizio, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte di cassazione rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate complessivamente in Euro 2.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi ed Euro 2.500,00 per onorari; oltre al rimborso delle spese processuali ed agli accessori previdenziali e fiscali di legge.

Così deciso in Roma, il 18 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 2 luglio 2010

Causa persa per colpa dell’avvocato: cosa deve provare il cliente per ottenere il risarcimento?

Trib. Roma Sez. XIII, Sent., 21-01-2014

Il Tribunale di Roma sottolinea che la responsabilità dell’avvocato non si può affermare solo per il suo non corretto adempimento dell’attività professionale. Se pertanto il cliente chiede il risarcimento del danno, occorre invece verificare tre fattori:

  1. se l’evento che ha causato il pregiudizio lamentato dal cliente sia causalmente riconducibile al comportamento negligente dell’avvocato;
  2. se vi sia stato effettivamente un danno;
  3. se, con un comportamento diverso dell’avvocato, il diritto del cliente sarebbe stato riconosciuto.

Infatti, se anche tenendo la corretta condotta, le sorti per il diritto del cliente non sarebbero mutate, allora alcuna responsabilità potrà essere addebitata al legale. Trattasi di un indagine certamente complessa ma oggi resa più agevole dal fatto che la giurisprudenza non richiede più la “certezza morale” che la diversa attività avrebbe conseguito l’effetto sperato, ma la “ragionevole probabilità” secondo il criterio “del più probabile che non” (Cfr. Cassazione Civile, sez. III, sentenza 13/11/2015 n° 23209)

LA SENTENZA

Svolgimento del processo

Con atto di citazione ritualmente notificato (Omissis) esponeva che:

– la madre (Omissis) aveva conferito all’Avv. (Omissis) mandato affinchè la rappresentasse e difendesse nel giudizio di appello dalla stessa proposto avverso la sentenza del Tribunale di Ascoli Piceno con la quale, previo rigetto dell’eccezione di incompetenza territoriale, veniva rigettata la domanda proposta nei confronti di (Omissis), (Omissis), (Omissis) e (Omissis) avente ad oggetto la condanna al rimborso prò quota ereditaria delle spese sostenute dall’attrice per tributi e manutenzione della casa caduta in successione ereditaria;

– che il giudizio di appello si concludeva con sentenza della Corte d’Appello di Ascoli Piceno n. 136/05 con la quale veniva dichiarata l’incompetenza territoriale del Tribunale di Ascoli Piceno per essere competente quello di Perugia e condannata la (Omissis) alia refusione delie spese;

– che in data 15.2.2005 decedeva (Omissis) lasciando erede universale il figlio (Omissis) il quale sempre con il patrocinio dell’Avv. (Omissis) proponeva ricorso ordinario per Cassazione avverso la sentenza d’appello e che tale ricorso veniva giudicato inammissibile dalla Suprema Corte con ordinanza n. 5735/08;

– che con atto notificato il 29.7.2008 (Omissis) sempre con il patrocinio dell’Avv. (Omissis) citava nuovamente (Omissis) ed altri (Omissis) innanzi al Tribunale di Perugia affinchè questi venissero condannati al rimborso pro quota ereditaria delle spese sostenute dall’attrice per tributi e per la manutenzione della casa caduta in successione ereditaria;

– che in tale giudizio i convenuti eccepivano la prescrizione e che, stante la palese fondatezza dell’eccezione l’attore al fine di non aggravare le conseguenze dannose derivanti dall’inevitabile accoglimento dell’avversa eccezione stipulava una transazione con rinuncia alla domanda e compensazione delle spese di giudizio;

Deduceva che la prescrizione del diritto azionato era conseguenza dell’errata scelta processuale dell’Avv. (Omissis) il quale aveva impugnato la sentenza della Corte d’Appello con ricorso ordinario per Cassazione e non come corretto con regolamento di competenza, peraltro, oltre i termini per questo previsti e che le altre identiche domande in precedenza proposte dalla madre (Omissis) nei confronti degli altri coeredi erano state accolte anche sul presupposto della competenza del Giudice adito quale giudice del luogo di apertura della successione. Deduceva pertanto la responsabilità professionale del convenuto e concludeva chiedendo che il giudice accertata la responsabilità condannasse l’Avv. (Omissis) al risarcimento del danno nella misura di Euro 16.455,53 oltre interessi e rivalutazione come specificati in citazione.

Con comparsa si costituiva (Omissis) contestando che la prescrizione si fosse maturata all’atto della sottoscrizione, su decisione autonoma dell’attore, della transazione e dunque contestando la fondatezza della domanda di cui chiedeva il rigetto.

In carenza di istanze istruttorie il giudice rinviava per conclusioni.

Motivi della decisione

La domanda di risarcimento del danno per responsabilità professionale è infondata e va, pertanto, rigettata.

Si osserva che l’obbligazione assunta dal difensore nei confronti del cliente è una obbligazione di mezzi o di comportamento e non di risultato, sicché l’inadempimento del professionista è costituito dalla violazione dei doveri inerenti allo svolgimento dell’attività professionale e presuppone la violazione del dovere di quella diligenza media esigibile ai sensi del secondo comma dell’art. 1176 cod. civ.. La responsabilità del professionista, quindi, va configurata ove questi non abbia svolto l’attività inerente al mandato o l’abbia svolta parzialmente, ovvero anche per non avere informato il cliente della impossibilità di espletarla.

La responsabilità professionale dell’avvocato, presuppone dunque la violazione del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’art. 1176, secondo comma, cod. civ., da commisurare alla natura dell’attività esercitata. Inoltre, non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni in tanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito.

La responsabilità dell’avvocato, infatti, non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente ed, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva, ed il risultato derivatone (vedi la recentissima Cass. 2638 del 05/02/2013)

Occorre, infatti, considerare che in materia di responsabilità del professionista, il cliente è tenuto a provare non solo di aver sofferto un danno, ma anche che questo è stato causato dalla insufficiente o inadeguata attività del professionista e cioè dalla difettosa prestazione professionale. In particolare, trattandosi dell’attività del difensore, l’affermazione della sua responsabilità implica l’indagine – positivamente svolta – sul sicuro e chiaro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente coltivata e, quindi, la certezza morale o anche la probabilità che gli effetti di una diversa attività del professionista medesimo sarebbero stati più vantaggiosi per il cliente, rimanendo, in ogni caso, a carico del professionista l’onere di dimostrare l’impossibilità a lui non imputabile della perfetta esecuzione della prestazione. In particolare il cliente, che chieda al proprio difensore il ristoro dei danni subiti a seguito della decorrenza della prescrizione del suo diritto, prescrizione imputabile al difensore, e commisurati al valore del diritto che sarebbe stato riconosciuto nel caso di accoglimento della domanda, deve provare che quest’ultima sarebbe stata accolta e che, quindi, il rigetto di essa sia dipeso, con rapporto di causa ad effetto, dall’irregolarità della prestazione dell’attività professionale. Da tanto consegue che il giudice di merito, una volta accertata la colpa del difensore, è tenuto ad esaminare, ai fini della condanna del medesimo al risarcimento dei danni, se la domanda avrebbe dovuto essere accolta.

Perché possa, dunque, affermarsi l’esistenza d’un valido nesso causale tra l’inadempimento ascritto all’avvocato ed il danno patito dal cliente è necessario accertare che, se l’avvocato avesse tenuto la condotta dovuta, l’esito della lite sarebbe stato diverso da quello effettivamente avveratosi (Cass,, sez. III, 14-09-2000, n. 12158, in Danno e resp., 2001, 519; Cass., sez. III, 06-05-1996, n. 4196, in Foro it., 1996,1, 2384; Cass., sez. III, 28-04-1994, n. 4044, in Resp. Civ., 1994, 635).

Tale nesso tuttavia, avendo ad oggetto un evento irripetibile, deve essere accertato non già in termini di assoluta ed inequivoca certezza, ma anche solo di ragionevole probabilità di successo (ex multis, Cass., sez. III, 09-06-2004, n. 10966; Cass., sez, II, 19-11-2004, n. 21894).

La responsabilità del professionista, quindi, va configurata ove questi non abbia svolto l’attività inerente al mandato o l’abbia svolta parzialmente, ovvero anche per non avere informato il cliente della impossibilità di espletarla e pertanto sussiste se, probabilmente e presuntivamente, applicando il principio penalistico di equivalenza delle cause (artt. 40 e 41 cod. pen.), il buon esito della lite non è stato raggiunto per sua negligenza. Non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni in tanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito (vedi la recentissima Cass. 2638 del 05/02/2013).

Nel caso di specie va rilevato che a prescindere da ogni valutazione in ordine alla condotta tenuta dall’Avv. (Omissis) non appare essere provato alcun danno causalmente collegato con la dedotta negligenza professionale.

L’attore, infatti, non ha fornito alcuna prova in ordine alla probabile fondatezza del diritto al rimborso delle spese sostenute per il bene comune e dunque del nesso di causalità sussistente tra il comportamento asseritamente negligente ed il danno subito e ciò anche alla luce del rigetto in primo grado da parte del Tribunale di Ascoli Piceno della suddetta domanda. Va, infatti, considerato che l’art. 1110 cod. civ. consente eccezionalmente la ripetibilità delle spese sostenute dal singolo partecipante alla comunione, in caso di trascurarla degli altri, limitatamente a quelle necessarie per la conservazione della cosa, ossia al mantenimento della sua integrità. Ne consegue che restano esclusi dal diritto al rimborso gli oneri occorrenti soltanto per la migliore fruizione della cosa comune ovvero per l’adempimento di obblighi fiscali (in tal senso la recente Cass. n. 253 del 08/01/2013). In particolare nel caso in esame, per quanto attiene ai tributi versati, dalla documentazione in atti non è possibile in alcun modo desumere la riferibilità di quanto versato all’immobile in comunione e, quanto ai lavori di manutenzione, dalle fatture e preventivi in atti non è possibile valutarne la necessarietà come sopra specificata.

In conclusione non è possibile effettuare un positivo giudizio probabilistico in ordine al fondamento delle pretese dello (Omissis).

La domanda pertanto è rimasta sfornita di prova e va, pertanto, rigettata.

Le spese seguono la soccombenza e dunque vanno poste a carico dell’attore nella misura liquidata in dispositivo ai sensi del D.M. n. 140 del 2012.

P.Q.M.

Il Giudice Unico del Tribunale definitivamente pronunciando, ogni contraria e diversa istanza e deduzione disattesa, così provvede:

  1. rigetta la domanda di (Omissis) nei confronti di (Omissis).
  2. condanna (Omissis) alla refusione delle spese processuali in favore di (Omissis) che liquida in complessivi Euro 2.100 per compensi oltre accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 2 gennaio 2014.

Depositata in Cancelleria il 21 gennaio 2014.

Responsabilità professionale dell’avvocato per mancata proposizione del ricorso per Cassazione e riparto dell’onere probatorio

Cass. civ. Sez. III, Sent., 23-03-2017, n. 7410

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Qualora il cliente abbia fornito la prova della conclusione del contratto di patrocinio, con il conferimento dell’incarico all’avvocato di proporre azione in giudizio in primo ed in secondo grado, non è necessario il conferimento di ulteriore mandato per agire in sede di legittimità, della cui prova sia gravato il cliente. La sola circostanza che questi non abbia rilasciato la procura speciale richiesta allo scopo non esclude la responsabilità del professionista per mancata tempestiva proposizione del ricorso, gravando sull’avvocato l’onere di provare di aver sollecitato il cliente a fornire indicazioni circa la propria intenzione di proporre o meno ricorso per cassazione avverso la sentenza sfavorevole di secondo grado e di averlo informato di questo esito e delle conseguenze dell’omessa impugnazione, nonchè l’onere di provare di non aver agito in sede di legittimità per fatto a sè non imputabile (quale il rifiuto di impugnare o di sottoscrivere la procura speciale da parte del cliente) ovvero per la sopravvenuta cessazione del rapporto contrattuale.

LA SENTENZA

Svolgimento del processo

1.Con la sentenza impugnata, pubblicata il 17 gennaio 2013, la Corte d’appello di Torino ha rigettato l’appello principale proposto da B.L. e R.M. nei confronti dell’avv. V.A., nonchè l’appello incidentale di quest’ultima nei confronti degli appellanti e della Compagnia Assicuratrice Milanese S.p.A. (società chiamata in causa dalla convenuta per essere manlevata in caso di soccombenza), avverso la sentenza del Tribunale di Torino del 15 novembre 2007, con la quale era stata rigettata la domanda proposta da B. e M. per responsabilità professionale dell’avv. V. (consistita nella mancata presentazione, nonostante il mandato ricevuto dai clienti, del ricorso per cassazione avverso le sentenze della Corte d’appello di Torino in data 29 maggio 2002 che li avevano visti soccombenti; assumendo gli attori di aver subito perciò la perdita di un migliore trattamento pensionistico, di cui avrebbero potuto beneficiare a seguito del probabile accoglimento del ricorso da parte della Cassazione).

La Corte d’appello – ritenuto che gli attori, poi appellanti, avrebbero dovuto provare di aver conferito uno specifico mandato per proporre il ricorso per cassazione e che non avessero fornito questa prova – ha confermato la sentenza di primo grado, anche quanto alla compensazione delle spese (impugnata con ricorso incidentale). Respinti gli appelli, principale ed incidentale, la Corte ha compensato per intero anche le spese del secondo grado di giudizio.

2. B.L. e R.M. propongono ricorso per cassazione con cinque motivi illustrati da memoria.

L’avv. V.A. e l’Assicuratrice Milanese S.p.A. si difendono con distinti controricorsi.

Motivi della decisione

1.Col primo motivo si denuncia violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1176 c.c., comma 2, artt. 1722, 2230, 2236 e 2697 c.c. (anche in relazione agli artt. 41 e 5 del codice deontologico vigente ratione temporis), nonchè degli artt. 115, 228 e 116 c.p.c. ed, ancora, degli artt. 2727 e 2729 c.c. “in ordine alla interpretazione del contratto di mandato professionale, nonchè alla distribuzione dell’onere probatorio fra clienti e avvocato circa l’esistenza (od inesistenza od estinzione) di un tale mandato professionale per la tutela giudiziale anche davanti alla Corte di Cassazione”.

I ricorrenti addebitano alla Corte di merito di avere errato in punto di individuazione ed interpretazione del mandato professionale, confondendo tra incarico conferito dai clienti all’avvocato per la difesa in giudizio e procura speciale necessaria, ai sensi di legge, per la presentazione del ricorso per cassazione. In particolare, censurano le affermazioni del giudice a quo secondo cui il professionista, pur in caso di incarico per la difesa in tutti i gradi di giudizio, dovrebbe ottenere un consenso specifico del cliente per proporre il ricorso per cassazione e secondo cui sarebbe onere del cliente dare prova di avere fornito tale consenso specifico. Secondo i ricorrenti, invece, una volta provata l’esistenza di un contratto di patrocinio tra cliente e professionista avvocato per la cura di un determinato affare -come sarebbe stata provata nel caso di specie- spetterebbe al professionista la prova che tale rapporto si è interrotto. Ancora, rilevano che per la prova del contratto non sarebbe indispensabile il rilascio della procura ad litem, essendo questa necessaria soltanto per lo svolgimento dell’attività processuale, mentre il rapporto tra avvocato e cliente sorge in forza di una species del contratto di mandato che non necessita di forma scritta.

1.1.Col secondo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 1176 c.c., comma 2, artt. 1722, 2236 e 2697 c.c. nonchè degli artt. 115, 228, 116 c.p.c. ed, ancora, degli artt. 2727 e 2729 c.c. “in ordine al ritenuto mancato raggiungimento della prova circa l’esistenza di un mandato professionale per la tutela giudiziale anche avanti la Corte di Cassazione”.

I ricorrenti addebitano alla Corte di merito di avere invertito l’onere della prova in merito all’esistenza di un “nuovo mandato” per la proposizione del ricorso per cassazione e comunque di non aver valutato correttamente la prova raggiunta circa la portata dell’incarico già conferito all’avv. V., come comprendente anche quel mandato. Questo sarebbe risultato dalla prova testimoniale e dalla prova documentale, sulle quali sostengono che la motivazione sia incorsa in travisamento del tenore letterale delle deposizioni e la decisione sia stata assunta violando le regole sulla prova presuntiva.

2. I motivi, da esaminarsi congiuntamente per ragioni di connessione, sono fondati.

Giova precisare che, contrariamente a quanto si sostiene nei controricorsi, non rileva l’art. 348 ter c.p.c., comma 4 e 5, introdotto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. A), convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134, per il quale non è ammesso ricorso ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 contro le sentenze di appello che abbiano confermato la decisione di primo grado per le stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata (c.d. doppia conforme). Ai sensi dello stesso art. 54, comma 2, la disposizione si applica ai giudizi di appello introdotti dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del decreto. Quindi, non si applica al giudizio a quo, introdotto con atto di citazione del 24 ottobre 2008.

Per di più, l’accoglimento, come si dirà, è relativo alla violazione di norme di legge, non a vizi di motivazione.

2.1. Nel merito, sull’attività professionale svolta da avvocati è fondamentale la differenza che corre tra contratto di patrocinio e procura alle liti, poichè, mentre quest’ultima è un negozio unilaterale col quale il difensore viene investito del potere di rappresentare la parte in giudizio, il contratto di patrocinio è un negozio bilaterale col quale il professionista viene incaricato di svolgere la sua opera secondo lo schema del mandato (così già Cass. n. 13963/06, nonchè, di recente Cass. n. 18450/14 e ord. n. 13927/15).

Le conseguenze in tema di forma e di prova sono le seguenti. Non si può escludere che il rilascio di una procura alle liti assolva all’onere di forma eventualmente richiesto per il contratto (come è per la pubblica amministrazione: cfr. Cass. ord. n. 2266/12, n. 3721/15 e n. 15454/15) ed, al contempo, ne fornisca la prova. Però, di norma, ai fini della conclusione del contratto di patrocinio, non è indispensabile il rilascio di una procura ad litem, essendo questa necessaria solo per lo svolgimento dell’attività processuale, e non è richiesta la forma scritta, vigendo per il mandato il principio di libertà di forma. Nè rileva, ai fini della conclusione del contratto di patrocinio, il versamento, anticipato o durante lo svolgimento del rapporto professionale, di un fondo spese o di un anticipo sul compenso, sia perchè il mandato può essere anche gratuito, sia perchè, in caso di mandato oneroso, il compenso e l’eventuale rimborso delle spese sostenute possono essere richiesti dal professionista durante lo svolgimento del rapporto o al termine dello stesso (così Cass. n. 10454/02).

2.2. In base alla regola di riparto dell’onere della prova in materia contrattuale di cui all’art. 1218 c.c., incombe al cliente l’onere di dare la prova del conferimento dell’incarico; incombe al professionista l’onere di provare l’adempimento delle prestazioni, con la diligenza richiesta dall’art. 1176 c.c., comma 2.

Quanto alle obbligazioni derivanti al professionista avvocato dalla stipulazione di un contratto, col quale gli sia stato affidato, ai sensi degli artt. 2230 e 2236 c.c., l’incarico di seguire il cliente ai fini dell’instaurazione di un giudizio, valgono i principi di cui appresso.

L’avvocato deve assolvere “sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, (anche) ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, essendo tenuto a rappresentare a quest’ultimo tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di richiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso; a sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole. A tal fine incombe su di lui l’onere di fornire la prova della condotta mantenuta, insufficiente al riguardo peraltro essendo il rilascio da parte del cliente delle procure necessarie all’esercizio dello jus postulandi, stante la relativa inidoneità ad obiettivamente ed univocamente deporre per la compiuta informazione in ordine a tutte le circostanze indispensabili per l’assunzione da parte del cliente di una decisione pienamente consapevole sull’opportunità o meno d’iniziare un processo o intervenire in giudizio” (così Cass. n. 14597/04) ed, ancora, “L’avvocato, nell’adempimento della propria prestazione professionale, è tenuto ad informare il cliente sulle conseguenze del compimento o del mancato compimento degli atti del processo, e, se del caso, a sollecitarlo nel compimento di essi ovvero, sussistendo le condizioni, a dissuaderlo della loro esecuzione. Pertanto, la circostanza che il cliente abbia omesso di fornire indicazioni al proprio avvocato circa la propria intenzione di proporre o meno impugnazione avverso una sentenza sfavorevole non esclude la responsabilità del professionista per mancata tempestiva proposizione dell’appello, se questi non aveva provveduto ad informare il cliente sulle conseguenze dell’omessa impugnazione.” (così Cass. n. 24544/09; cfr., nello stesso senso, Cass. n. 4781/13 e ord. n. 15454/15 cit.).

3. Nella sentenza impugnata, pertanto, si riscontrano, così come sostenuto col primo motivo, i seguenti errori di diritto, per mancato rispetto dei principi di cui sopra:

a) avere ritenuto irrilevante “il dato formale costituito dal conferimento fin dal giudizio di primo grado di una procura alle liti valida per tutti i gradi del giudizio e quindi in via generale comprensiva anche del grado di Cassazione”;

b) aver ritenuto che, malgrado la circostanza appena esposta, i clienti fossero gravati della prova (ulteriore) di aver “valutato gli esiti sfavorevoli del giudizio di appello e (…) incaricato l’avv. V. di proporre il ricorso per Cassazione per loro conto”;

c) avere ritenuto che il mandato per agire in sede di legittimità dovesse essere “oggetto di specifica prova” da fornirsi da parte dei clienti;

d) avere ritenuto che il contenuto di questa prova dovesse consistere in “una nuova e specifica procura per il giudizio (…) in cassazione”.

3.1. Si riscontrano altresì, così come sostenuto col secondo motivo, i seguenti errori in merito alla valutazione delle risultanze istruttorie; questa valutazione non appare rispettosa del corretto criterio di riparto dell’onere e del contenuto della prova gravante rispettivamente sul cliente e sull’avvocato e delle regole sulla prova presuntiva:

a) avere ritenuto che “la procura rilasciata per il primo grado tuttavia, seppure comprensiva di tutti i gradi del giudizio, non consente di arguire tout court (…) il rilascio del consenso del cliente ad esperire il ricorso per Cassazione”;

b) avere svalutato le deposizioni rese dai testimoni indicati dagli attori, poi appellanti, ritenendo non decisive circostanze -invece determinanti- da questi riferite e riportate anche in sentenza (oltre che nel ricorso) quali: 1) la presenza degli odierni ricorrenti, unitamente ad altri numerosi lavoratori pensionati (che si trovavano nella loro stessa od analoga situazione) ad una riunione indetta dagli avvocati (incaricati delle cause “seriali” sul ricalcolo della pensione nei confronti dell’INPS) per concordare la prosecuzione dei diversi giudizi (per alcuni in appello, per altri in cassazione); 2) il versamento di somme in acconto (fondo spese), imputate a spese sia per l’appello che per il ricorso per cassazione; 3) la sottoscrizione nella stessa riunione da parte di altri partecipanti, ma non da parte dei ricorrenti, di una espressa rinuncia ad agire in sede di legittimità;

c) avere interpretato un fatto noto riferito da tutti i testimoni, senza alcuna eccezione nè contrasto (essere il fondo spese destinato sia all’appello che alla cassazione), desumendo da esso l’esatto contrario in forza di una “presunzione” che non si fonda su indizi gravi precisi e concordanti (ma soltanto sulla “modestia della somma” richiesta ai lavoratori-pensionati, dato equivoco, smentito dalla prova testimoniale e privo di ulteriori riscontri fattuali);

d) non avere valorizzato il dato della presentazione degli appelli nell’interesse di entrambi gli attuali ricorrenti, previa percezione da parte di costoro del fondo spese di cui sopra.

4. In sintesi, tenuto conto dell’art. 1218 c.c., art. 1176 c.c., comma 2, artt. 2230 e 2236 c.c., nonchè della richiamata distinzione tra contratto di patrocinio e procura alle liti, spetta ai clienti provare di avere affidato all’avvocato l’incarico di assistenza professionale relativa ad un determinato affare ed il mandato di agire in giudizio, per conseguire il risultato avuto di mira (nel caso di specie, il più alto trattamento pensionistico richiesto all’INPS); raggiunta questa prova, spetta all’avvocato provare l’avvenuto adempimento del mandato, con la diligenza e la perizia richieste dalla natura dell’attività, e precisamente provare di avere adempiuto alle obbligazione di cui si è detto sopra, quanto agli obblighi di informazione, sollecitazione e cura dell’attività giudiziale nascenti dal contratto di patrocinio, ovvero di non avervi adempiuto per fatto a sè non imputabile o per cessazione del rapporto contrattuale.

4.1. Avuto riguardo a tali contenuti e criteri di distribuzione dell’onere della prova, nel caso di specie non avrebbe potuto essere attribuito alcun rilievo al mancato rilascio della procura speciale per proporre ricorso per cassazione. Il dato sarebbe stato significativo soltanto ove il professionista avesse dimostrato di avere informato i clienti della soccombenza nel giudizio di appello; di avere loro esposto i vantaggi ed i rischi prevedibilmente derivanti dall’instaurazione del giudizio di legittimità; di avere tempestivamente richiesto il rilascio della procura speciale necessaria allo scopo e di non aver avuto riscontro o di aver ricevuto il rifiuto ovvero la revoca dell’originario mandato.

Invece la sentenza nulla dice in merito a quanto accaduto tra avvocato e clienti dopo la pubblicazione delle sentenze di appello, pur avendo i giudici dato atto che vi fosse la prova del mandato per agire in tutti i gradi di giudizio, e pur essendo incontestato che l’appello venne proposto con esito sfavorevole ai lavoratori-pensionati qui ricorrenti; non è noto, invece, se e quando questo esito sia stato loro comunicato e quali siano state le vicende successive.

5. In diritto, va affermato che “qualora il cliente abbia fornito la prova della conclusione del contratto di patrocinio, con il conferimento dell’incarico all’avvocato di proporre azione in giudizio in primo ed in secondo grado, non è necessario il conferimento di ulteriore mandato per agire in sede di legittimità, della cui prova sia gravato il cliente. La sola circostanza che questi non abbia rilasciato la procura speciale richiesta allo scopo non esclude la responsabilità del professionista per mancata tempestiva proposizione del ricorso, gravando sull’avvocato l’onere di provare di aver sollecitato il cliente a fornire indicazioni circa la propria intenzione di proporre o meno ricorso per cassazione avverso la sentenza sfavorevole di secondo grado e di averlo informato di questo esito e delle conseguenze dell’omessa impugnazione, nonchè l’onere di provare di non aver agito in sede di legittimità per fatto a sè non imputabile (quale il rifiuto di impugnare o di sottoscrivere la procura speciale da parte del cliente) ovvero per la sopravvenuta cessazione del rapporto contrattuale”.

I primi due motivi di ricorso vanno accolti; la sentenza impugnata va cassata e le parti vanno rimesse dinanzi alla Corte d’appello di Torino per nuovo esame dei fatti di causa, con applicazione del principio di diritto appena enunciato.

Restano assorbiti i restanti motivi, attinenti alla valutazione della mancata risposta della convenuta all’interrogatorio formale (terzo motivo), alla declaratoria di inammissibilità per novità della domanda di affermazione della responsabilità per violazione dell’obbligo di informazione da parte dell’avvocato (quarto motivo), alle questioni concernenti le conseguenze dell’inadempimento del mandato (quinto motivo).

Si rimette al giudice del rinvio anche la decisione sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi due motivi di ricorso, assorbiti i restanti; cassa la sentenza impugnata; rinvia alla Corte d’appello di Torino, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 18 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 23 marzo 2017

Avvocato negligente e causa persa: ecco quando scatta il risarcimento

Cass. civ. Sez. III, Sent., 24-05-2016, n. 10698

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

La responsabilità dell’avvocato non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare:

  • se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo,
  • se un danno vi sia stato effettivamente e, infine,
  • se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva (anche per violazione del dovere di informazione), ed il risultato derivatone.

L’avvocato, infatti, è tenuto solo a svolgere l’attività richiesta, non già a vincere la causa, anche perché l’esito del giudizio inevitabilmente incontra il limite del libero convincimento del giudice. Ne consegue che è onere dell’attore, ai fini della sussistenza della responsabilità dell’avvocato per negligenza, dimostrare che la sua domanda giudiziale, ove correttamente formulata e sostenuta dall’avvocato, avrebbe avuto ragionevoli probabilità di accoglimento.

LA SENTENZA

Svolgimento del processo

  1. – Con sentenza del marzo 2004, il Tribunale di Roma respinse la domanda proposta da M.F. contro l’avv. P.O., per sentirlo condannare, previo accertamento della sua responsabilità professionale (per negligente ed imperito espletamento del mandato difensivo ad esso affidato ai fini dell’impugnativa di delibere assembleari della Cooperativa Edilizia Monte Cervino, dalla cui compagine sociale l’attore era stato escluso come socio, con conseguente reiezione, in primo e secondo grado, delle domande azionate in giudizio), al pagamento, a titolo di risarcimento del danno, della somma di Lire 118.184.000.
  2. – Avverso tale decisione interponeva gravame il M., che la Corte di appello di Roma rigettava con sentenza resa pubblica il 5 settembre 2011.

2.1. – La Corte territoriale osservava che il primo giudice aveva correttamente ritenuto insussistente la responsabilità dell’avvocato “in mancanza di prova – e prima ancora di allegazione – della probabilità di un giudizio favorevole, nell’ipotesi in cui non si fossero verificate le omissioni del difensore”.

In particolare, il giudice del gravame evidenziava che il M. aveva ravvisato e dedotto, in primo grado, la sussistenza della responsabilità professionale dell’avv. P. per: a) “mancata allegazione dei motivi di nullità del lodo arbitrale, ritenuto addirittura inesistente dalla corte di Appello”; b) “mancata impugnativa delle delibere assembleari nei termini e nelle sedi competenti”; c) “mancato istruttoria del giudizio di primo grado”; d) “introduzione di domande, motivi di nullità del lodo e istanza di restituzione delle somme versate, solo in comparsa conclusionale e quindi tardive”.

Tuttavia, soggiungeva la Corte capitolina, lo stesso attore non aveva dimostrato i presupposti che, in presenza di una morosità nel pagamento delle quote sociali, avrebbero comunque reso ingiustificato il provvedimento di esclusione dalla società cooperativa, nè aveva prodotto “in atti le delibere e la decisione del collegio dei probiviri, oggetto del precedente giudizio, nè era stata allegata una verosimile fondatezza della domanda di impugnazione dell’esclusione da socio della cooperativa edilizia”, nè, ancora, vi era stata prova del conferimento del mandato difensivo prima della decisione dei probiviri, del pagamento dell’importo dovuto per le spese del doppio grado di giudizio, dell’ammontare della quota sottoscritta e del valore realizzato dalla società cooperativa e “asseritamente venduto a Lire 110 milioni”.

Sicchè, era carente una allegazione “riguardo una responsabilità professionale dell’avv. P. nell’espletamento del mandato difensivo, ed il relativo danno”, a mente della quale era necessario “procedere a valutazione prognostica, volta a stabilire, in termini probabilistici, se l’evento dannoso (mancato accoglimento della domanda giudiziale) non si sarebbe verificato ugualmente, pur nell’ipotesi di una diversa linea difensiva e quindi senza l’inerzia e le preclusioni processuali rilevate in giudizio”.

2.2. – La Corte territoriale osservava, altresì, che era inammissibile la “critica” all’operato del professionista “riguardante la tardiva proposizione della domanda di restituzione delle somme perchè introdotta, in primo grado, solo al momento della precisazione delle conclusioni”.

2.3. – Quanto poi alle doglianze sul “mancato rispetto dei termini per l’impugnativa delle delibere assembleari” e sulla “mancata prospettazione da parte del difensore dell’inutilità del contenzioso, se scaduti i termini in linea a quanto statuito con la decisione della Corte di Appello, intervenuta nel precedente giudizio”, il giudice di secondo grado riteneva, rispettivamente, assente la prova che il mandato difensivo fosse stato conferito “in tempo utile per un’impugnazione tempestiva” e che non potesse riconoscersi la responsabilità del professionista per “la non facile interpretazione della normativa statutaria nella parte in cui riconosce al socio escluso la facoltà di ricorrere contro la relativa delibera ad un collegio di probiviri, dovendosi stabilire se trattasi di un sistema di tutela endosocietario o arbitrale e le diverse conseguenze che ne derivano”.

  1. – Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso M. F. sulla base di cinque motivi, illustrati da memoria.

Successivamente ad ordinanza interlocutoria di questa Corte (Sez. Sesta – 3, n. 27262 del 2014), con cui veniva disposta la rinnovazione della notificazione del ricorso nei confronti degli eredi dell’avv. P.O., deceduto il (OMISSIS) (dopo la discussione della causa in sede di gravame e prima della notificazione dell’impugnazione in questa sede), si è difesa con controricorso l’erede C.M.L..

Motivi della decisione

  1. Preliminarmente, va disattesa l’eccezione, sollevata dal ricorrente con la memoria ex art. 378 c.p.c., di inammissibilità, per tardività, del controricorso, sostenendosi che la notificazione del ricorso sarebbe stata ricevuta dalla C. il “6 gennaio 2015”, giacchè – come emerge anzitutto dalla documentazione prodotta dallo ricorrente – questi ha provveduto a tale notificazione dapprima con spedizione dell’atto in data 22 gennaio 2015, ma senza esito, presso il domicilio della C. in (OMISSIS) e, poi, ha notificato il ricorso alla medesima C. presso lo studio dell’avv. Bellucci con ricezione della raccomandata da parte del portiere dello stabile in data 6 febbraio 2015 (e, dunque, non in data 6 gennaio 2015, come indicato nella memoria, peraltro in modo insanabilmente contraddittorio in riferimento alla stessa prima data di spedizione del 22 gennaio 2015), rispetto alla quale è tempestiva, ai sensi dell’art. 370 c.p.c., la spedizione della notificazione del controricorso il 2 marzo 2015 ed il deposito dell’atto il 19 marzo successivo.
  2. – Con il primo mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, violazione dell’art. 112 c.p.c., e dedotto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizio di motivazione.

La Corte territoriale, nel ritenere tardivamente proposte solo in comparsa conclusionale le domande risarcitorie per la responsabilità professionale dell’avv. P. in relazione all’esborso, da parte di esso M., delle spese di lite del doppio grado e per l’omessa tempestiva domanda di rimborso delle quote societarie versate, sarebbe incorsa in “una sostanziale omissione di pronuncia” sul motivo di appello che censurava la relativa statuizione di rigetto nel merito (per difetto di prova) del Tribunale, giacchè dette domande erano state tempestivamente proposte e non erano da confondersi con la domanda di rimborso delle quote avanzata nel giudizio contro la Cooperativa Monte Cervino.

Inoltre, la Corte capitolina avrebbe omesso ogni riferimento agli atti processuali sui quali ha fondato la decisione anzidetta, con conseguente vizio di motivazione.

  1. – Con il secondo mezzo è prospettata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, violazione e falsa applicazione degli artt. 101, 102 e 115 cod. proc. civ., “in relazione ai principi del contraddittorio, dell’onere della prova e del diritto di difesa”.

La Corte territoriale avrebbe “rilevato d’ufficio la inammissibilità della domanda di risarcimento del danno legato alla omessa richiesta del rimborso delle quote versate alla società Cooperativa Monte Cervino senza previo avviso alle parti delle relativa questione”.

  1. – Con il terzo mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 304 e 298 c.p.c., nonchè dedotta omessa ed insufficiente motivazione.

La Corte territoriale non avrebbe preso in considerazione la doglianza – mossa da esso M. in sede di comparsa conclusionale (p. 3) – relativa al negligente assolvimento del mandato difensivo da parte dell’avv. P. per non aver chiesto l’annullamento della sentenza di primo grado del giudizio svoltosi contro la Cooperativa Monte Cervino, da ritenersi nulla per essere il difensore della stessa Cooperativa deceduto nel corso di detto giudizio (come risultante da documentazione versata in appello all’udienza del 28 ottobre 2009), che non aveva poi partecipato all’udienza di precisazione delle conclusioni.

  1. – Con il quarto mezzo è prospettata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 2388 e 2527 c.p.c., nonchè dedotta omessa ed insufficiente motivazione.

La Corte di appello non avrebbe preso in considerazione la doglianza – sempre avanzata in sede di comparsa conclusionale (p. 3) – per cui l’avv. P. non avrebbe assolto compiutamente al mandato, mancando di dedurre che la delibera del Consiglio di amministrazione della Cooperativa di esclusione di esso M. dalla compagine sociale non era stata mai notificata al socio escluso, nè tantomeno depositata dalla stessa Cooperativa nelle diverse cause, ciò che “avrebbe reso impugnabile la delibera dal momento della notifica”.

  1. – Con il quinto mezzo è denunciato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizio di motivazione.

La Corte capitolina avrebbe reso una motivazione “fortemente contraddittoria e illogica”, giacchè “pur ravvisando la negligenza del dovere di diligenza e l’evento dannoso, nega che esista un nesso eziologico dannoso”.

Nè potrebbe applicarsi alla fattispecie l’ipotesi di responsabilità ai sensi dell’art. 2236 c.c., non ricorrendo il caso di prestazione implicante problemi tecnici di particolare complessità.

  1. – Occorre scrutinare dapprima il terzo e quarto motivo, con i quali si deduce che la Corte territoriale non avrebbe preso in considerazioni doglianze – prospettanti profili di responsabilità professionale dell’avv. P. proposte dall’appellante con la comparsa conclusionale in sede di gravame.

Entrambi i motivi sono inammissibili alla luce del principio, consolidato, per cui la comparsa conclusionale di cui all’art. 190 c.p.c., ha la sola funzione di illustrare le domande e le eccezioni già ritualmente proposte, sicchè, ove sia prospettata per la prima volta una questione nuova con tale atto nel procedimento di appello, il giudice non può e non deve pronunciarsi al riguardo.

Ne consegue che qualora il giudice dell’appello si sia astenuto dalla pronuncia, il motivo di ricorso per cassazione con cui ci si dolga di tale mancata pronuncia deve essere dichiarato inammissibile (tra le altre, Cass., 29 luglio 2002, n. 11175; Cass., 5 agosto 2005, n. 16582).

  1. – Il quinto motivo non può trovare accoglimento.

Le censure della ricorrente si infrangono contro il principio – consolidato e nel cui solco si inscrive la decisione della Corte territoriale (e che, invece, lo stesso ricorrente sembra disconoscere) – secondo il quale la responsabilità dell’avvocato non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente e, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il SUO assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva (anche per violazione del dovere di informazione), ed il risultato derivatone (tra le altre, Cass., 7 agosto 2002, n. 11901; Cass., 5 febbraio 2013, n. 2638).

La Corte capitolina ha, dunque, escluso – al pari del primo giudice – che il M. avesse fornito allegazioni e prova in ordine alla sussistenza del nesso eziologico tra la condotta del professionista ed il pregiudizio derivato al cliente, non potendo il danno risarcibile coincidere con la condotta negligente del professionista.

E si tratta di impianto motivazionale che non è affatto attinto dalle doglianze del ricorrente.

Non coglie, quindi, nel segno neppure l’ulteriori censura che fa leva sulla inapplicabilità alla fattispecie dell’art. 2236 c.c., giacchè la Corte territoriale, lungi dall’affermarne l’operatività al caso in esame, ha come detto – incentrato la decisione sul rilievo dirimente (anche se fosse stato dimostrato l’inadempimento del professionista) del difetto allegatorio e dimostrativo circa il danno risarcibile (legato all’anzidetto giudizio prognostico), il quale, per l’appunto, non può essere confuso con l’inadempimento stesso, ma deve essere provato dall’istante quale concreto pregiudizio subito in conseguenza dell’illecito contrattuale (tra le altre, Cass., 9 giugno 2004, n. 10966; Cass., 23 marzo 2006, n. 6537).

  1. – Il primo e secondo motivo sono inammissibili.

Essi investono l’ulteriore sviluppo motivazionale della sentenza impugnata, che si aggiunge alla autonoma ratio decidendi secondo la quale a sostegno della complessiva domanda risarcitoria (siccome rigettata in primo grado e comprensiva anche delle pretese relative agli esborsi per spese di lite del doppio grado ed al danno legato alla omessa richiesta del rimborso delle quote versate alla società Cooperativa Monte Cervino) sono mancate, da parte dell’attore, allegazioni e prove sul nesso causale tra inadempimento del professionista e danno patito dal cliente.

Sicchè, qualora la decisione di merito si fondi – come nella specie – su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte e autonome, singolarmente idonee a sorreggerla sul piano logico e giuridico, la ritenuta infondatezza delle censure mosse ad una delle rationes decidendi (quella scrutinata con l’esame del quinto motivo) rende inammissibili, per sopravvenuto difetto di interesse, le censure relative alle altre ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, in quanto queste ultime non potrebbero comunque condurre, stante l’intervenuta definitività delle altre, alla cassazione della decisione stessa (tra le tante, Cass., 14 febbraio 2012, n. 2108).

  1. – Il ricorso va, dunque, rigettato.

10.1. – In ragione di tale esito – e in applicazione del principio per cui, al fine di rispettare il diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo, si impone al giudice di evitare e impedire comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso, con la conseguenza che, in caso di ricorso per cassazione infondato, appare superfluo, pur potendone sussistere i presupposti, disporre la fissazione di un termine per l’integrazione del contraddittorio ovvero per la rinnovazione di una notifica nulla o inesistente (tra le altre, Cass., 17 giugno 2013, n. 15106; Cass., 26 giugno 2015, n. 13203) – è superata ogni dedotta questione sulla mancata e/o irrituale notificazione del ricorso a P.D., altro erede dell’avv. P..

Nè, del resto, si sarebbe potuti addivenire, per l’anzidetto difetto e/o invalidità di notifica, all’estinzione del giudizio come richiesto dalla controricorrente, posto che, in ogni caso, la prima notificazione del ricorso era valida – alla stregua dell’orientamento espresso da Cass., sez. un., 4 luglio 2014, n. 15295 e come riconosciuto dalla stessa ordinanza di questa Corte n. 27262 del 2014 -, ponendosi, semmai, l’esigenza di una ulteriore rinnovazione della stessa nei confronti del predetto P.D., altro erede dell’originario convenuto.

  1. – Il ricorrente va condannato, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo in conformità ai parametri introdotti dal D.M. 10 marzo 2014, n. 55.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida, in favore della parte controricorrente, in complessivi Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 11 febbraio 2016.

Depositato in Cancelleria il 24 maggio 2016

Causa persa? Ma quando può ritenersi responsabile l’avvocato?

Cass. civ. Sez. II, Sent., 16-02-2016, n. 2954

IL FATTO

La vicenda trae origine da un incarico professionale conferito da un Comune ad un singolo avvocato il quale, successivamente, agisce in primo grado per ottenere il pagamento dei compensi dovuti per attività sia giudiziale sia stragiudiziale svolta a favore del medesimo Comune. Si costituisce quindi il Comune, il quale da un lato contesta la fondatezza della domanda ritenendo incongrui i compensi richiesti e dall’altro propone a propria volta domanda riconvenzionale risarcitoria per responsabilità professionale dell’avvocato (il quale avrebbe errato nell’individuazione del giudice competente per le impugnazioni, con conseguente loro inammissibilità). La richiesta risarcitoria avanzata dal Comune, non verrà poi accolta.

IL PRINCIPIO ENUCLEATO DALLA CORTE

L’avvocato può ritenersi inadempiente non per il mancato raggiungimento del risultato auspicato dal cliente, ma solo per la violazione dei doveri inerenti allo svolgimento dell’ attività professionale e, in particolare, al dovere di diligenza. I giudici di piazza Cavour hanno, altresì, osservato che le obbligazioni inerenti all’esercizio di un’ attività professionale sono, di regola, obbligazioni di mezzi e non di risultato. Pertanto l’ inadempimento di un avvocato non può essere desunto senz’altro dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua della violazione dei doveri inerenti lo svolgimento dell’ attività professionale e, in particolare, al dovere di diligenza. Quest’ ultimo, peraltro – trovando applicazione in subiecta materia il parametro della diligenza professionale fissato dall’art. 1176, secondo comma, c.c, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia – deve essere commisurato alla natura dell’ attività esercitata, sicché la diligenza che il professionista deve impiegare nello svolgimento dell’ attività professionale in favore del cliente è quella media, cioè la diligenza posta nell’esercizio della propria attività dal professionista di preparazione professionale e di attenzione media.

LA SENTENZA (estratto)

(omissis)

Con il quarto motivo l’Ente ricorrente denuncia contraddittorietà della motivazione laddove la corte di merito, richiamati una serie di elementi dai quali trarre criteri certi per l’individuazione del giudice competente avanti al quale proporre impugnazione, secondo l’orientamento della Suprema Corte, ha poi deciso per la esistenza di una speciale difficoltà nella esecuzione dell’incarico professionale, senza neanche addurre l’esistenza di un contrasto in materia. A conclusione del mezzo viene formulato il seguente momento di sintesi (omologo del quesito di diritto): “dica codesta Corte se sussista contraddizione nel fatto che la Corte di Appello abbia in premessa riconosciuto che la questione sottoposta all’Avv. P. era stata risolta dalla decisione a SS.UU. di questa Corte n. 761/95 ed abbia poi comunque affermato trattarsi di un problema di speciale difficoltà, pur in pacifica assenza di contrasti giurisprudenziali”.

I primi quattro motivi del ricorso principale – da esaminare congiuntamente per la loro connessione e interdipendenza argomentativa quanto agli indici di accertamento della asserita responsabilità della professionista – sono infondati.

Come è noto, le obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale sono, di regola, obbligazioni di mezzi e non di risultato, in quanto il professionista, assumendo l’incarico, si impegna a prestare la propria opera per raggiungere il risultato desiderato ma non a conseguirlo. In particolare, nell’esercizio della sua attività di prestazione d’opera professionale, l’avvocato assume, in genere, verso il cliente un’obbligazione di mezzi e non di risultato: cioè egli si fa carico non già dell’obbligo di realizzare il risultato (peraltro incerto e aleatorio) che questi desidera, bensì dell’obbligo di esercitare diligentemente la propria professione, che a quel risultato deve pur sempre essere finalizzata.

Pertanto, trattandosi dell’attività dell’avvocato, l’affermazione della responsabilità per colpa professionale implica una valutazione prognostica positiva circa il probabile esito favorevole dell’azione giudiziale che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente seguita. In altri termini, l’inadempimento del professionista (avvocato) non può essere desunto senz’altro dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua della violazione dei doveri inerenti lo svolgimento dell’attività professionale e, in particolare, al dovere di diligenza. Quest’ultimo, peraltro – trovando applicazione in subiecta materia il parametro della diligenza professionale fissato dall’art. 1176 c.c., comma 2, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia – deve essere commisurato alla natura dell’attività esercitata, sicchè la diligenza che il professionista deve impiegare nello svolgimento dell’attività professionale in favore del cliente è quella media, cioè la diligenza posta nell’esercizio della propria attività dal professionista di preparazione professionale e di attenzione media (Cass. 3 marzo 1995 n. 2466; Cass. 18 maggio 1988 n. 3463).

Perciò, la responsabilità del professionista, di regola, è disciplinata dai principi comuni sulla responsabilità contrattuale e può trovare fondamento in una gamma di atteggiamenti subiettivi, che vanno dalla semplice colpa lieve al dolo. A meno che la prestazione professionale da eseguire in concreto involga la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà: in tal caso la responsabilità del professionista è attenuata, configurandosi, secondo l’espresso disposto dell’art. 2236 c.c., solo nel caso di dolo o colpa grave, con conseguente esclusione nell’ipotesi in cui nella sua condotta si riscontrino soltanto gli estremi della colpa lieve (Cass. 11 aprile 1995 n. 4152; Cass. 18 ottobre 1994 n. 8470).

L’accertamento se la prestazione professionale in concreto eseguita implichi o meno la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà (cioè se la perizia richiesta trascenda o non i limiti della preparazione e dell’abilità professionale del professionista medio), giudizio da compiere sulla base di una valutazione necessariamente probabilistica, comportando di regola l’apprezzamento di elementi di fatto e l’applicazione di nozioni tecniche, è rimesso al giudice del merito e il relativo giudizio è incensurabile in sede di legittimità, sempre che sia sorretto da motivazione congrua ed esente da vizi logici ed errori di diritto (così, fra le altre, Cass. 9 giugno 2004 n. 10966; Cass. 27 marzo 2006 n. 6967; Cass. 26 aprile 2010 n. 9917; Cass. 5 febbraio 2013 n. 2638). Occorre soltanto aggiungere, in proposito, che nelle cause di responsabilità professionale nei confronti degli avvocati, la motivazione del giudice di merito in ordine alla valutazione prognostica circa il probabile esito dell’azione giudiziale che è stata malamente intrapresa o proseguita è una valutazione in diritto, fondata su di una previsione probabilistica di contenuto tecnico giuridico. Ma nel giudizio di cassazione tale valutazione, ancorchè in diritto, assume i connotati di un giudizio di merito, il che esclude che questa Corte possa essere chiamata a controllarne l’esattezza in termini giuridici.

Alla luce di questa giurisprudenza – che merita integrale conferma nella sede odierna – la sentenza della Corte territoriale non è affatto incorsa nella violazione di legge che il ricorrente prospetta con le censure sopra esposte. Non può revocarsi in dubbio, infatti, che, avendo i giudici distrettuali rigettato la domanda riconvenzionale, in quanto, precisato che la responsabilità andava limitata al caso di colpa grave, trattandosi di fattispecie in cui veniva in rilievo un problema tecnico di speciale difficoltà quanto al giudice da adire in sede di reclamo per essere in discussione questioni concorrenti, concernenti sia l’esistenza, la natura e l’estensione dei diritti di uso civico, sia il possesso e l’esercizio dei diritti medesimi, per cui era rimasta sfornita di prova la ragionevole certezza dell’erroneità della sentenza di inammissibilità pronunciata a seguito di impugnazione e dell’accoglimento del gravame che il legale avrebbe dovuto proporre.

Del resto le questioni poste in sede di reclamo, che avevano caratteri di inscindibilità fra loro, presentavano profili di difficile conciliabilità tra le statuizioni sulla esistenza ed estensione dei diritti allodiali e quelle, consequenziali, relative alla liquidazione e che presuppongono la decisione sulla qualitas soli. Ed al riguardo se è vero che vi era un precedente specifico della Suprema Corte a SS.UU., la sentenza n. 6372 del 1983, poi sviluppato anche nella pronuncia, sempre a SS.UU., n. 761 del 1995, citata dal ricorrente, che operava una distinzione tra decisioni sui diritti di uso e pronunce provvisorie sulle liquidazioni, tuttavia vi erano anche precedenti di segno contrario sulla “connessione” tra i due ambiti e sulla attrazione nel reclamo, quale strumento ordinario L. n. 1766 del 1927, ex art. 32, rispetto a quello residuale del ricorso straordinario ex art. 111 Cost. (cfr Cass. SS.UU. n. 10198 del 1994; Cass. SS.UU. 5901 del 1997 e poi Cass. SS.UU. n. 2419 del 2002). Detto dato va, oltretutto, nella specie integrato dal rilievo che si trattava non solo e non tanto della determinazione del quantum secondo la legge cit. del 1927, bensì anche della individuazione del criterio applicabile, se in base alla predetta disciplina ovvero secondo una successiva legge regionale (L.R. Lazio n. 1 del 1996), questione intermedia tra accertamento demaniale e mere operazioni liquidatorie. Onde la plausibile conclusione del giudice distrettuale sulla “opinabilità” e con essa l’inclusione della questione nell’area della specifica difficoltà di cui all’art. 2236 c.c., che resta non censurabile.

L’apprezzamento e l’accertamento anzidetti, oltre ad essere del tutto conformi ai principi di diritto avanti richiamati in tema di responsabilità professionale, sono sorretti da motivazione adeguata e corretta, per cui si sottraggono alle censure ad essi mosse dal ricorrente.

Con il quinto motivo l’Amministrazione locale deduce omessa e insufficiente pronuncia per non avere la Corte di merito valutato il danno subito dal Comune a seguito della condotta negligente della professionista, per cui in caso di accoglimento dei primi quattro motivi di ricorso andrebbe rivalutata la richiesta di condanna della resistente al risarcimento dei danni.

Detta censura va disattesa alla luce delle considerazione che precedono, giacchè nella sentenza impugnata si spiegano in modo esauriente le ragioni in base alle quali non è stata accolta la richiesta risarcitoria, sottolineandosene all’evidenza l’insussistenza dei presupposti per l’affermazione di responsabilità della professionista, e conseguentemente il motivo finisce con il rimanere assorbito non potendo l’interessato dolersi della omessa motivazione sulla mancata quantificazione di un danno neanche accertato nell’an.

(omissis)

Responsabilità professionale: l’avvocato deve risarcire il cliente se non indica una prova indispensabile

Cass. civ. Sez. II, Sent., 23-12-2015, n. 25963

IL CASO

Un avvocato – incaricato di patrocinare una causa per l’accertamento di un diritto di servitù di acquedotto e passo – era stato negligente nell’espletamento del mandato poichè aveva omesso di produrre in giudizio l’estratto tavolare del fondo servente, da cui emergeva l’iscrizione della servitù, e tale omissione aveva avuto rilievo esclusivo nella decisione della causa in senso sfavorevole alla propria assistita.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

In tema di responsabilità professionale dell’avvocato, la mancata indicazione delle prove indispensabili per l’accoglimento della domanda, costituisce di per sè manifestazione di negligenza del difensore, salvo che il predetto dimostri di non aver potuto adempiere per fatto a lui non imputabile o di avere svolto tutte le attività che, nel caso di specie, potevano essergli ragionevolmente richieste, tenuto conto che rientra nei suoi doveri di diligenza professionale non solo la consapevolezza che la mancata prova degli elementi costitutivi della domanda espone il cliente alla soccombenza, ma anche che il cliente, normalmente, non è in grado di valutare regole e tempi del processo, nè gli elementi che debbano essere sottoposti alla cognizione del giudice.

LA SENTENZA (estratto)

Svolgimento del processo

1 . – E’ impugnata la sentenza della Corte d’appello di Trento, depositata il 1 dicembre 2009, che ha parzialmente accolto l’appello proposto dall’avvocato P.A. avverso la sentenza del Tribunale di Rovereto e nei confronti di Pe.Ro. e Pe.Gi. (eredi di Pe.Ma.) ed della AXA Assicurazioni s.p.a..

1.1. – Il giudizio di primo grado era stato introdotto da Pe.

M., e proseguito dagli eredi dopo la sua morte, per l’accertamento del grave inadempimento dell’avvocato P. al contratto d’opera professionale, con conseguente risoluzione del contratto stesso e condanna del professionista al risarcimento del danno.

L’avv. P. si era costituito per contestare la pretesa, ed aveva chiamato in manleva la Axa Assicurazioni spa.

1.2. – Il Tribunale aveva accolto la domanda degli attori, e rigettato la domanda di manleva.

1.2.1. – Il Tribunale aveva ritenuto che l’avv. P. – incaricato dal sig. Pe. di patrocinarlo nell’ambito di una causa per l’accertamento di un diritto di servitù di acquedotto e passo – era stato negligente nell’espletamento del mandato poichè aveva omesso di produrre in giudizio l’estratto tavolare del fondo servente, da cui emergeva l’iscrizione della servitù, e tale omissione aveva avuto rilievo esclusivo nella decisione della causa in senso sfavorevole all’assistito Pe..

1.2.2. – Quanto alla domanda di manleva, secondo il Tribunale la garanzia assicurativa non era operante perchè attivata dopo la conclusione del giudizio di secondo grado, che aveva rigettato la domanda del sig. Pe., e il professionista non aveva informato la società di assicurazione dell’alto rischio di sinistro.

1.3. – Proponeva appello l’avv. P., le controparti resistevano.

2 . – La Corte d’appello accoglieva il gravame limitatamente alla riduzione sul quantum liquidato a titolo di danno.

2.1. – Osservava la Corte territoriale che il grave inadempimento del professionista aveva riguardato l’attività di patrocinio relativa alla sola domanda di accertamento della servitù, e pertanto riduceva di un quinto l’importo oggetto di risarcimento, confermando nel resto la decisione del Tribunale.

3 . – Per la cassazione della sentenza d’appello ha proposto ricorso P.A. sulla base di quattro motivi.

Resistono con separati atti di controricorso gli eredi Pe. e la AXA Assicurazioni s.p.a..

Il ricorrente ha depositato memoria in prossimità dell’udienza.

Motivi della decisione

1 . – Il ricorso è infondato.

1.1 – Con il primo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 2727 e 2729 cod. civ. e art. 167 cod. proc. civ. in relazione agli artt. 2236 e 1176 cod. civ., della Legge Tavolare n. 594 del 1974, artt. 84 94 e della L.R. Trentino Alto Adige n. 3 del 1985, art. 17, comma 7, nonchè vizio di motivazione.

Si assume che la Corte d’appello avrebbe erroneamente escluso la rilevanza probatoria della condotta della controparte dell’attore Pe. nel giudizio di accertamento della servitù, ed avrebbe omesso di considerare il rilievo probatorio dell’estratto tavolare relativo al fondo dominante unito al contratto di divisione e compravendita costitutivo del diritto di servitù.

Il ricorrente lamenta, inoltre, l’erronea applicazione dei principi in tema di riparto dell’onere della prova, sul rilievo che l’attore Pe., da lui rappresentato, doveva ritenersi esonerato dalla produzione dell’estratto tavolare, poichè le controparti non avevano contestato i fatti costitutivi della sua pretesa. Allo stesso modo, non sussisteva alcun dovere a suo carico di attivarsi nel giudizio di appello, a fronte dell’eccezione proposta per la prima volta dalla controparte, trattandosi di eccezione “platealmente infondata”.

2 . – Con il secondo motivo è dedotta violazione dell’art. 345 cod. proc. civ. in relazione all’art. 2236 cod. civ..

Si contesta la valutazione di irrilevanza del contratto di divisione e compravendita, ai fini della prova della servitù a favore del fondo di proprietà Pe..

2.1. – Le doglianze, che possono essere esaminate congiuntamente perchè connesse, sono infondate.

2.1.1. – Il ricorrente censura valutazioni effettuate nel diverso giudizio, definito con la sentenza del Tribunale di Rovereto, passata in giudicato, che ha respinto la domanda proposta da Pe.

M., assistito dall’avv. P..

Le suddette valutazioni non possono evidentemente costituire oggetto di rivalutazione nel presente giudizio, mentre si deve confermare il principio secondo cui, in tema di responsabilità professionale dell’avvocato, la mancata indicazione delle prove indispensabili per l’accoglimento, della domanda costituisce di per sè manifestazione di negligenza del difensore, salvo che il predetto dimostri di non aver potuto adempiere per fatto a lui non imputabile o di avere svolto tutte le attività che, nel caso di specie, potevano essergli ragionevolmente richieste, tenuto conto che rientra nei suoi doveri di diligenza professionale non solo la consapevolezza che la mancata prova degli elementi costitutivi della domanda espone il cliente alla soccombenza, ma anche che il cliente, normalmente, non è in grado di valutare regole e tempi del processo, nè gli elementi che debbano essere sottoposti alla cognizione del giudice (ex plurimis, Cass., sez. 3, sentenza n. 8312 del 2010).

A tale principio si è attenuto il giudice d’appello, il quale ha ritenuto, nel solco della consolidata giurisprudenza di legittimità, che colui che agisce in confessoria servitutis ha l’onere di fornire la prova dell’esistenza del diritto, e che tale onere non viene meno a fronte di ammissioni del convenuto, trattandosi dell’esistenza di un diritto reale, rimanendo salva soltanto la possibilità per il giudice di avvalersi degli elementi che scaturiscono dalle ammissioni del convenuto nella valutazione delle risultanze della prova offerta dall’attore (ex plurimis, Cass., sez. 2, sentenza n. 8527 del 1996).

2.1.2. – Nel caso di specie,, posto che il sistema tavolare, ai fini della opponibilità ai terzi di una servitù, richiede l’iscrizione della servitù nella partita tavolare relativa al fondo servente, a fronte dell’eccezione del convenuto di carenza di prova documentale, l’avv. P. non aveva svolto tutte le attività che gli potevano essere ragionevolmente richieste, in particolare non aveva prodotto l’iscrizione del titolo nella partita tavolare del fondo servente.

3 . – Con il terzo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 1458, 2229 e 2233 cod. civ., nonchè vizio di motivazione.

Il ricorrente contesta che la Corte d’appello ha ritenuto grave e produttiva di danno la sua condotta difensiva, senza considerare il risultato utile che egli aveva fatto conseguire all’assistito.

3.1. – La doglianza è inammissibile, avendo ad oggetto valutazioni di merito di cui la Corte d’appello ha fornito adeguata motivazione, commisurando l’entità dell’inadempimento rispetto all’attività globalmente prestata dal professionista, in rapporto al significato economico delle distinte azioni giudiziarie.

4 . – Con il quarto motivo è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 1223, 1453 e 1458 cod. civ., in relazione agli artt. 1176 e 2236 cod. civ., nonchè vizio di motivazione.

Si contesta la sussistenza del danno per la perdita di valore del terreno, sul rilievo che l’uso di acque pubbliche a scopi irrigui, rispetto al quale erano strumentali le servitù di cui si chiedeva il riconoscimento, non era comunque consentito dai regolamenti comunali.

4.1. – La doglianza è inammissibile, in quanto involge circostanze che hanno costituito oggetto di valutazione congruamente motivata dal giudice del merito, e comunque infondata, in quanto il danno conseguente al mancato accertamento della servitù non sarebbe escluso dalla circostanza dedotta.

5 . – Con il quinto motivo è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 1892 e 1893 cod. civ., e vizio di motivazione .

Il ricorrente contesta la decisione di rigetto della domanda di manleva, sul rilievo che non vi era stata da parte sua alcuna negligenza nel tacere alla compagnia di assicurazione l’esito sfavorevole del giudizio d’appello, svolto dinanzi al Tribunale di Rovereto, poichè si trattava di provvedimento “alquanto criticabile sotto il profilo di diritto”, come indirettamente confermato dal fatto che il sig. Pe. aveva introdotto il giudizio di responsabilità a distanza di sette anni dalla conclusione del contratto.

5.1. – La doglianza è infondata.

La Corte d’appello ha ritenuto correttamente e con motivazione esaustiva l’esistenza del fattore di rischio, desumibile anche in relazione al contenuto della sentenza del Tribunale di Rovereto, con la conseguenza che il silenzio in proposito serbato dal professionista doveva ritenersi rilevante per gli effetti di cui all’art. 1892 cod. civ..

6  . – Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio in favore dei controricorrenti Pe.Pi. e Pe.Ro., che liquida in complessivi Euro 2.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge, e nei confronti di Axa Assicurazioni s.p.a., che liquida in complessivi Euro 2.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

Si dà atto che il presente provvedimento è stato redatto con la collaborazione dell’assistente di studio dott. Francesco Cortesi.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 2^ Sezione civile della Corte suprema di Cassazione, il 11 novembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 23 dicembre 2015