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Danno non patrimoniale Danno patrimoniale Malasanità - Errore medico Responsabilità civile Responsabilità professionale

Perdita di chance di sopravvivenza per errore medico: risarcimento

Quando un errore medico, una diagnosi tardiva, una mancata diagnosi o un ritardo nelle cure non consentono di affermare con certezza che il paziente sarebbe guarito o sopravvissuto, può comunque emergere un danno diverso e autonomamente rilevante: la perdita di una concreta possibilità di ottenere un esito migliore. È il caso, ad esempio, del paziente oncologico che riceve la diagnosi quando la malattia è ormai progredita, della terapia iniziata troppo tardi, dell’esame diagnostico omesso o interpretato in modo errato, oppure di un peggioramento clinico non riconosciuto tempestivamente.

In queste situazioni non basta dimostrare che vi sia stato un errore sanitario. Occorre ricostruire con precisione quale sarebbe stato il percorso clinico corretto, quali possibilità terapeutiche esistevano e se la condotta del medico, dell’ospedale o della struttura sanitaria abbia fatto perdere al paziente una chance seria, concreta e apprezzabile di guarigione, maggiore sopravvivenza o migliore qualità di vita. Nei casi più gravi, soprattutto quando il paziente è deceduto, questa valutazione può incidere anche sui diritti dei familiari e sulla possibilità di ottenere un giusto risarcimento, purché responsabilità, nesso causale e danno siano adeguatamente provati.

Che cosa significa perdere una chance di sopravvivenza per un errore medico

La perdita di chance non coincide con la morte del paziente né rappresenta un modo per aggirare la difficoltà di dimostrare il nesso causale. Il punto centrale è un altro: verificare se, in presenza di una condotta sanitaria corretta e tempestiva, il paziente avrebbe avuto una possibilità effettiva di vivere più a lungo, guarire, accedere a una terapia diversa o affrontare la malattia in condizioni migliori, e se tale possibilità sia stata compromessa dall’errore o dall’omissione sanitaria.

Si pensi a una diagnosi oncologica eseguita con mesi di ritardo. Non sempre è possibile sostenere che una diagnosi tempestiva avrebbe certamente impedito il decesso. La malattia può essere aggressiva, il paziente può presentare condizioni pregresse importanti e anche il trattamento corretto può non offrire garanzie di guarigione. Ciò non esclude, però, che il ritardo possa avere fatto perdere una concreta probabilità di intervenire quando il tumore era ancora operabile, di iniziare prima una terapia, di evitare la diffusione metastatica o di ottenere una maggiore sopravvivenza.

Lo stesso problema può presentarsi in ipotesi di mancata diagnosi, errore nell’interpretazione di esami, omesso approfondimento diagnostico, mancato monitoraggio, ritardo nel ricovero o nella terapia. Anche una complicanza postoperatoria può assumere rilievo quando non viene riconosciuta o trattata tempestivamente: la complicanza, infatti, può essere un evento clinicamente possibile senza che ciò comporti automaticamente responsabilità, mentre possono essere censurabili il mancato controllo dei parametri, la sottovalutazione dei sintomi o il ritardo nell’adottare le misure necessarie.

La disciplina della responsabilità sanitaria richiede di valutare la condotta dei sanitari tenendo conto delle specificità del caso concreto, delle buone pratiche clinico-assistenziali e delle raccomandazioni pertinenti. Per questo la valutazione della perdita di chance non può essere effettuata in astratto o sulla sola base dell’esito negativo: bisogna confrontare ciò che è realmente accaduto con ciò che, secondo le conoscenze medico-scientifiche applicabili al caso, avrebbe dovuto ragionevolmente accadere.

Quando il paziente è deceduto, la perdita di chance deve inoltre essere tenuta distinta dalle ipotesi nelle quali l’errore abbia direttamente causato la morte o ne abbia anticipato il momento. Questa distinzione può incidere in modo significativo sull’impostazione della domanda risarcitoria. Abbiamo approfondito quest’ultima situazione nell’articolo dedicato all’errore medico che anticipa la morte del paziente e al relativo risarcimento.

La qualificazione corretta del danno dipende quindi dalla ricostruzione della storia clinica: condizioni iniziali del paziente, sintomi, esami eseguiti o omessi, tempi della diagnosi, alternative terapeutiche disponibili, evoluzione della malattia, trattamenti effettuati e conseguenze del ritardo. È proprio da questa analisi che può emergere se vi sia stata soltanto una prognosi sfavorevole dovuta alla patologia oppure se un comportamento sanitario abbia concretamente ridotto le possibilità del paziente di ottenere un risultato migliore.

Diagnosi tardiva, mancata diagnosi e ritardi nelle cure: quando si perde una concreta possibilità di guarigione

Uno degli ambiti nei quali la perdita di chance assume maggiore rilevanza è quello della diagnosi tardiva o mancata. Il problema non consiste soltanto nello stabilire che una patologia avrebbe dovuto essere individuata prima, ma nel comprendere che cosa sarebbe concretamente cambiato per il paziente se il percorso diagnostico fosse stato corretto e tempestivo. Un ritardo può essere giuridicamente rilevante quando determina la perdita di possibilità terapeutiche effettive, riduce le probabilità di guarigione o sopravvivenza, rende necessario un trattamento più invasivo oppure consente alla malattia di raggiungere uno stadio più avanzato.

Questo accertamento è particolarmente delicato nei casi oncologici. Una mancata diagnosi di tumore o un ritardo diagnostico possono dipendere, ad esempio, dall’omessa prescrizione di approfondimenti nonostante sintomi meritevoli di indagine, dall’errata interpretazione di un esame, da un referto non adeguatamente considerato o dalla mancata programmazione dei controlli necessari. Occorre però evitare automatismi: il semplice fatto che il tumore sia stato diagnosticato tardi non dimostra da solo una responsabilità medica. Bisogna verificare quale fosse presumibilmente lo stadio della malattia nel momento in cui avrebbe dovuto essere riconosciuta e quali trattamenti sarebbero stati concretamente disponibili in quel momento.

La differenza può essere decisiva. Se una diagnosi tempestiva avrebbe consentito, secondo una valutazione medico-scientifica attendibile, di intervenire quando la malattia era ancora localizzata o comunque maggiormente trattabile, il ritardo può avere inciso sulla prognosi. In altri casi il paziente avrebbe potuto avere accesso prima a un intervento chirurgico, alla chemioterapia, alla radioterapia o ad altre cure appropriate. Anche quando non sia possibile dimostrare che il trattamento tempestivo avrebbe certamente evitato la morte, può essere necessario accertare se sia stata compromessa una seria e apprezzabile possibilità di maggiore sopravvivenza.

La stessa logica riguarda patologie diverse da quelle oncologiche. Un’infezione non riconosciuta, un evento cardiovascolare sottovalutato, un’emorragia non diagnosticata o il mancato riconoscimento di un progressivo deterioramento delle condizioni cliniche possono richiedere di verificare se un intervento tempestivo avrebbe modificato significativamente l’evoluzione del quadro. Assume quindi importanza non soltanto ciò che il medico ha fatto, ma anche ciò che avrebbe dovuto fare in presenza dei sintomi, dei risultati degli esami e dell’andamento clinico del paziente.

Il fattore tempo può diventare altrettanto rilevante dopo un intervento chirurgico. Un’operazione tecnicamente corretta non esclude infatti che possano sorgere responsabilità nella fase successiva quando una complicanza viene riconosciuta troppo tardi, non vengono eseguiti controlli necessari oppure non si interviene adeguatamente davanti a segnali di aggravamento. In questi casi occorre distinguere la complicanza, che può essere intrinseca al trattamento, dalla sua eventuale gestione inadeguata o tardiva. Quando il paziente muore dopo un intervento, abbiamo approfondito questo profilo anche nell’articolo sulla responsabilità per complicanze non gestite dopo un’operazione.

Un problema analogo può presentarsi in caso di dimissioni inappropriate. Se il paziente viene mandato a casa nonostante condizioni che avrebbero richiesto osservazione, ulteriori accertamenti o prosecuzione del ricovero e successivamente subisce un grave peggioramento o muore, occorre ricostruire quali elementi clinici fossero disponibili al momento della decisione. Il fatto che il decesso sia avvenuto dopo le dimissioni non basta, da solo, a dimostrare la responsabilità della struttura; può però assumere rilievo se l’esame della documentazione evidenzia che un corretto monitoraggio avrebbe consentito di riconoscere tempestivamente il pericolo e di intervenire. Su questo specifico problema è possibile consultare anche il nostro approfondimento sulla morte dopo le dimissioni dall’ospedale e sulla responsabilità della struttura sanitaria.

Per stabilire se vi sia stata realmente una perdita di chance occorre quindi ricostruire la sequenza temporale degli eventi con particolare attenzione: quando sono comparsi i primi sintomi, quali esami sono stati richiesti, quali risultati erano disponibili, quando è stata formulata la diagnosi, quanto tempo è trascorso prima dell’inizio delle cure e quali alternative terapeutiche si sono perse nel frattempo. È questa comparazione tra il percorso effettivamente seguito e quello che avrebbe dovuto essere seguito a permettere di valutare se il ritardo abbia avuto una concreta incidenza sulle possibilità del paziente.

Come si provano la responsabilità sanitaria, il nesso causale e il danno da perdita di chance

Nei casi di perdita di chance, la parte più delicata consiste nel trasformare il sospetto di un grave errore medico in una ricostruzione clinica e giuridica verificabile. Per questo noi partiamo normalmente dalla cartella clinica completa e dalla documentazione sanitaria disponibile: referti, esami di laboratorio, immagini radiologiche, documentazione operatoria, schede anestesiologiche, terapie somministrate, parametri rilevati durante il ricovero, lettere di dimissione e controlli successivi. Nei casi di diagnosi tardiva assume particolare importanza anche la documentazione precedente, perché consente di individuare quando erano comparsi i primi segnali della patologia e se, in quel momento, vi fossero elementi che avrebbero richiesto ulteriori approfondimenti.

La documentazione deve poi essere letta con competenze medico-legali e, quando necessario, con l’apporto dello specialista della disciplina interessata. Non è sufficiente individuare una condotta astrattamente censurabile: occorre stabilire quale comportamento sarebbe stato corretto nelle condizioni concrete del paziente e ricostruire lo scenario che ragionevolmente si sarebbe verificato se diagnosi, trattamento, monitoraggio o intervento fossero stati tempestivi. In questa valutazione assumono rilievo le condizioni cliniche iniziali, le patologie pregresse, lo stadio della malattia, le alternative terapeutiche disponibili e i dati scientifici pertinenti alla prognosi.

È proprio qui che la perdita di chance di sopravvivenza richiede particolare rigore. Se non è possibile dimostrare che la condotta sanitaria abbia causato direttamente la morte secondo le regole applicabili all’accertamento del nesso causale, non si può automaticamente trasformare quella difficoltà probatoria in una domanda di risarcimento per perdita di chance. Deve essere individuabile una possibilità favorevole realmente esistente nel patrimonio del paziente e compromessa dalla condotta contestata: una possibilità seria, concreta e apprezzabile, non una speranza puramente ipotetica.

La distinzione ha conseguenze anche sulla quantificazione del danno. Il risarcimento della perdita di chance non coincide necessariamente con quello che sarebbe dovuto se fosse provato che l’errore medico ha causato direttamente il decesso o l’intero danno permanente. La valutazione deve essere proporzionata alla possibilità effettivamente perduta e alle conseguenze concretamente accertate. Per questa ragione percentuali statistiche, dati di sopravvivenza e letteratura scientifica possono essere elementi importanti, ma devono essere interpretati in relazione allo specifico paziente e non applicati meccanicamente.

Quando, invece, l’accertamento dimostra che una condotta sanitaria ha determinato un grave danno permanente, la domanda risarcitoria può comprendere il danno biologico e le ulteriori conseguenze non patrimoniali, oltre agli eventuali pregiudizi patrimoniali concretamente dimostrabili, come la perdita o riduzione della capacità lavorativa e determinate spese rese necessarie dalle nuove condizioni di vita. Se il paziente è deceduto, occorre distinguere i diritti eventualmente maturati in capo alla vittima e trasmissibili secondo le regole applicabili dai danni subiti direttamente dai familiari. Coniuge, figli, genitori e, ricorrendone i presupposti, altri congiunti possono far valere il proprio pregiudizio, compreso il danno da perdita del rapporto parentale, quando ne siano provati i presupposti. Per questo profilo abbiamo dedicato uno specifico approfondimento alla morte per errore medico e al risarcimento dei familiari.

Anche l’individuazione del soggetto responsabile richiede attenzione. A seconda delle circostanze possono assumere rilievo la condotta del singolo sanitario e quella della struttura sanitaria, tenendo conto dei rispettivi titoli di responsabilità e delle regole probatorie applicabili. Nei casi complessi può inoltre essere necessario esaminare l’organizzazione dell’assistenza, la continuità delle cure, il passaggio di informazioni tra reparti, la disponibilità e tempestività degli accertamenti e l’eventuale ritardo nell’adozione delle misure richieste dal peggioramento clinico.

Questa ricostruzione serve anche a evitare richieste risarcitorie formulate in modo generico. Per perseguire un congruo risarcimento occorre individuare con precisione quale danno sia stato effettivamente provocato o quale chance sia stata perduta, chi ne debba rispondere e quali elementi consentano di dimostrarne l’esistenza e l’entità. È inoltre necessario verificare tempestivamente i termini applicabili alla specifica pretesa, perché prescrizione e altri profili processuali possono variare in relazione alla natura del diritto esercitato, al soggetto che agisce e alle caratteristiche concrete della vicenda sanitaria.

Un esempio concreto: diagnosi tardiva di tumore e perdita di chance di sopravvivenza

Un esempio realistico consente di comprendere quanto possa essere sottile la distinzione tra il danno direttamente causato dall’errore medico e la perdita di una possibilità favorevole. Un paziente manifesta per un periodo prolungato sintomi che conducono all’esecuzione di accertamenti diagnostici. Un primo esame evidenzia un’anomalia meritevole di approfondimento, ma il percorso diagnostico non prosegue con la tempestività necessaria. Quando, successivamente, vengono effettuati gli ulteriori accertamenti, emerge una patologia tumorale ormai in fase più avanzata. Il paziente viene sottoposto alle cure disponibili, ma la malattia progredisce e conduce al decesso.

In una situazione di questo tipo, il punto decisivo non è limitarsi ad affermare che il tumore sia stato diagnosticato tardi. Occorre ricostruire la documentazione sanitaria e stabilire quando vi fossero elementi sufficienti per procedere con ulteriori indagini, quanto tempo sia stato effettivamente perduto e quale fosse presumibilmente lo stadio della malattia nel momento in cui la diagnosi avrebbe dovuto essere formulata. L’analisi medico-legale e specialistica deve quindi confrontare le possibilità terapeutiche esistenti allora con quelle rimaste disponibili al momento della diagnosi effettiva.

Dall’esame può emergere, ad esempio, che non sia scientificamente sostenibile affermare che una diagnosi tempestiva avrebbe certamente condotto alla guarigione. Può tuttavia risultare che intervenire prima avrebbe consentito l’accesso a trattamenti con prospettive significativamente migliori o avrebbe offerto al paziente una seria e concreta possibilità di maggiore sopravvivenza. È questo l’elemento che modifica l’impostazione della vicenda: anziché attribuire automaticamente al ritardo diagnostico l’intero evento morte, occorre individuare e provare la possibilità favorevole effettivamente perduta.

Su queste basi la richiesta risarcitoria può essere costruita in modo coerente con ciò che emerge dalla documentazione clinica e dalla valutazione medico-scientifica, individuando le condotte rilevanti, i soggetti eventualmente responsabili e la natura dei danni risarcibili. In presenza del decesso devono essere esaminate separatamente anche le posizioni dei familiari, verificando i pregiudizi direttamente subiti dai congiunti e gli eventuali diritti acquisiti secondo le regole applicabili. La quantificazione non può essere ricavata da automatismi o dalla sola gravità dell’esito, ma deve riflettere ciò che sia concretamente dimostrabile nel singolo caso, affinché la richiesta di un giusto risarcimento poggi su basi medico-legali e giuridiche solide.

Domande frequenti sulla perdita di chance di sopravvivenza per errore medico

Si può ottenere un risarcimento anche se non è certo che il paziente sarebbe sopravvissuto?
In determinate circostanze sì, ma l’incertezza sulla sopravvivenza non determina automaticamente un diritto al risarcimento. Occorre verificare se la condotta sanitaria abbia fatto perdere al paziente una possibilità seria, concreta e apprezzabile di ottenere un risultato migliore. La perdita di chance non può essere utilizzata per compensare la mancata prova che l’errore abbia causato la morte: deve essere accertato e provato il sacrificio di una possibilità favorevole effettivamente esistente.

Una diagnosi tardiva di tumore comporta sempre una perdita di chance?
No. È necessario stabilire quando il tumore avrebbe potuto essere ragionevolmente diagnosticato, quale fosse presumibilmente il suo stadio in quel momento e se una diagnosi tempestiva avrebbe consentito terapie o prospettive significativamente migliori. Se il ritardo ha determinato la perdita di possibilità terapeutiche concrete o una riduzione apprezzabile delle prospettive di sopravvivenza, può assumere rilievo ai fini della responsabilità sanitaria e del risarcimento.

Quali documenti servono per valutare una possibile perdita di chance?
La valutazione richiede normalmente la cartella clinica completa, i referti, gli esami di laboratorio, la diagnostica per immagini e, quando disponibili, le relative immagini originali, oltre alla documentazione degli interventi, delle terapie e dei controlli precedenti e successivi. Nei casi di diagnosi tardiva è particolarmente importante ricostruire cronologicamente quando sono comparsi i sintomi, quali accertamenti sono stati eseguiti e quali approfondimenti avrebbero potuto essere effettuati prima.

I familiari possono chiedere il risarcimento se il paziente è morto?
La morte del paziente può determinare pretese risarcitorie differenti, che devono essere tenute giuridicamente distinte. Occorre verificare gli eventuali diritti maturati in capo al paziente e la posizione dei familiari che abbiano subito direttamente un pregiudizio per la perdita del congiunto. La parentela, da sola, non consente di determinare automaticamente natura ed entità del risarcimento: assumono rilievo le caratteristiche concrete del rapporto e i danni effettivamente provati. Abbiamo esaminato più specificamente la quantificazione nell’approfondimento dedicato a quanto può spettare ai familiari per la morte causata da errore medico.

Quanto viene risarcita la perdita di chance di sopravvivenza?
Non esiste una somma predeterminata valida per ogni caso. La quantificazione richiede di considerare la consistenza della chance perduta e le caratteristiche concrete del danno, sulla base degli elementi medico-legali e giuridici disponibili. Le probabilità statistiche possono contribuire alla valutazione, ma non devono essere trasformate automaticamente in una percentuale da applicare a un ipotetico risarcimento dell’intero danno finale. L’obiettivo è individuare un congruo risarcimento coerente con la possibilità effettivamente perduta e con i pregiudizi che risultino provati.

Perdita di chance per errore medico: quando richiedere una valutazione del caso

Quando una diagnosi tardiva, una mancata diagnosi, un ritardo nelle cure o un’altra possibile omissione sanitaria ha preceduto un grave peggioramento, un’invalidità permanente o la morte del paziente, è opportuno evitare conclusioni affrettate in entrambe le direzioni. Un esito drammatico non dimostra automaticamente la responsabilità del medico o dell’ospedale, ma neppure l’incertezza sul fatto che cure tempestive avrebbero certamente evitato il danno esclude, da sola, una possibile tutela. Proprio nei casi di perdita di chance di guarigione o sopravvivenza è necessario ricostruire con rigore ciò che è accaduto e ciò che sarebbe ragionevolmente potuto accadere seguendo un percorso sanitario corretto e tempestivo.

Noi dello Studio Legale Calvello esaminiamo i casi di responsabilità medica partendo dalla documentazione e dalla ricostruzione cronologica della vicenda. Nei casi più complessi è importante acquisire la cartella clinica completa, i referti, gli esami diagnostici e le relative immagini, la documentazione degli interventi e delle terapie, il consenso informato quando rilevante, nonché gli accertamenti precedenti e successivi all’evento. Il confronto con la valutazione medico-legale e, quando necessaria, specialistica consente di verificare se vi siano elementi concreti per contestare la condotta sanitaria e quale incidenza essa possa avere avuto sulla prognosi del paziente.

Se il paziente ha riportato una grave invalidità permanente, occorre inoltre documentare le conseguenze sulla salute, sulla vita quotidiana e sull’attività lavorativa, oltre agli eventuali danni patrimoniali. Se invece il paziente è deceduto, devono essere valutate separatamente la posizione della vittima e quella dei familiari, individuando i pregiudizi risarcibili e i soggetti che possono farli valere. È altrettanto importante identificare correttamente i possibili responsabili, verificare i termini applicabili e impostare la richiesta sulla base del danno che può essere effettivamente provato, senza confondere la perdita di chance con il risarcimento dell’intero evento morte.

Chi ritiene che un grave peggioramento o il decesso di un familiare possa essere collegato a una diagnosi tardiva, a cure iniziate troppo tardi, a un mancato monitoraggio o ad altra possibile responsabilità sanitaria può richiedere una valutazione del caso allo Studio Legale Calvello. L’esame tempestivo della documentazione permette di comprendere se esistano presupposti medico-legali e giuridici per procedere e, quando tali presupposti siano effettivamente riscontrabili, di individuare il percorso più appropriato per tutelare il paziente o i suoi familiari e perseguire un giusto e congruo risarcimento.

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