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Procedura Civile Responsabilità professionale

Morte per infarto non diagnosticato al pronto soccorso: responsabilità e risarcimento

Articolo a cura di: Redazione - Studio Legale Calvello

Quando una persona si presenta al pronto soccorso con sintomi compatibili con un infarto e viene dimessa o curata per una diversa patologia, il successivo decesso può porre un serio problema di responsabilità sanitaria. Non basta, però, che l’infarto non sia stato riconosciuto: occorre ricostruire quali sintomi presentasse il paziente, quali accertamenti siano stati eseguiti o omessi, come siano stati interpretati ECG ed esami ematici, se fosse necessario proseguire l’osservazione e, soprattutto, se una diagnosi tempestiva avrebbe consentito cure capaci di evitare la morte o di aumentare concretamente le possibilità di sopravvivenza. Nei casi in cui emergano omissioni rilevanti, i familiari possono agire nei confronti della struttura sanitaria e, ricorrendone i presupposti, degli altri soggetti responsabili per ottenere il risarcimento dei danni subiti.

Quando un infarto non diagnosticato al pronto soccorso può costituire errore medico

La valutazione di un paziente con dolore toracico o altri sintomi potenzialmente cardiaci richiede un percorso diagnostico proporzionato al quadro clinico. L’infarto, infatti, non si presenta sempre con il classico dolore intenso al centro del petto: possono comparire dolore irradiato al braccio, alla spalla, alla mandibola o alla schiena, difficoltà respiratoria, sudorazione, nausea, debolezza o sintomi meno caratteristici. Età, precedenti cardiovascolari e fattori di rischio possono rendere necessario un livello di attenzione ancora maggiore.

Per stabilire se vi sia stata una mancata diagnosi di infarto imputabile a errore medico, noi ricostruiamo ciò che era conoscibile nel momento in cui il paziente è stato visitato. È questa la prospettiva corretta: non si può giudicare la condotta sanitaria soltanto sapendo, a posteriori, che il paziente è deceduto. Occorre verificare se i sintomi riferiti e i dati clinici imponessero ulteriori accertamenti e se il percorso seguito fosse adeguato al rischio di una sindrome coronarica acuta.

L’analisi riguarda anzitutto il triage, l’anamnesi, la visita, l’elettrocardiogramma e gli esami di laboratorio, in particolare la troponina quando indicata. In determinate situazioni assume rilievo anche la sequenza temporale degli accertamenti: un singolo risultato iniziale può non essere sufficiente a escludere un evento ischemico e il quadro può richiedere ulteriori controlli, monitoraggio, ripetizione degli esami o valutazione cardiologica. Un ECG iniziale privo di alterazioni diagnostiche, quindi, non consente di affermare in astratto che la successiva morte per infarto fosse imprevedibile.

La responsabilità può essere presa in considerazione, ad esempio, quando sintomi compatibili con un evento coronarico siano stati sottovalutati, quando siano mancati accertamenti clinicamente necessari, quando un ECG o gli esami ematici siano stati interpretati in modo non corretto oppure quando il paziente sia stato dimesso senza il monitoraggio che il quadro concreto richiedeva. Lo stesso problema può presentarsi quando l’infarto viene scambiato per un altro disturbo, come una patologia gastrica, uno stato ansioso o un dolore muscolo-scheletrico, senza avere prima escluso adeguatamente una causa cardiaca.

Non ogni infarto verificatosi dopo l’accesso in ospedale è però conseguenza di malasanità. Anche un percorso diagnostico correttamente eseguito può non consentire, in determinate circostanze, di identificare immediatamente la patologia. Per parlare di responsabilità sanitaria occorre individuare una condotta concretamente censurabile e confrontarla con quella che sarebbe stata esigibile, tenendo conto delle condizioni presenti al momento della visita e delle specificità del caso.

Dimissione dal pronto soccorso e morte per infarto: quali elementi devono essere verificati

I casi più delicati sono quelli nei quali il paziente viene mandato a casa e muore per infarto poche ore o pochi giorni dopo. La vicinanza temporale tra dimissione e decesso costituisce un dato importante per ricostruire l’accaduto, ma non dimostra da sola l’errore. È necessario capire se, quando il paziente si trovava ancora in pronto soccorso, fossero già presenti elementi che avrebbero dovuto indurre i sanitari a proseguire gli accertamenti, mantenere il paziente in osservazione, richiedere una consulenza specialistica o disporre il ricovero.

Per questo motivo la cartella clinica e la documentazione del pronto soccorso assumono un peso determinante. Noi esaminiamo l’orario di ingresso e di dimissione, il codice di triage, i sintomi annotati, i parametri vitali, l’anamnesi, gli ECG, i valori della troponina e degli altri esami, le terapie somministrate, le eventuali consulenze e le motivazioni riportate nel verbale di dimissione. Quando disponibili, devono essere considerati anche precedenti accessi per sintomi analoghi e tutta la documentazione sanitaria prodotta nelle ore o nei giorni successivi.

La questione non è semplicemente stabilire se il medico abbia “capito” che si trattava di un infarto. Occorre verificare se il rischio cardiaco sia stato correttamente valutato e se la decisione di dimettere il paziente fosse giustificata dalle informazioni allora disponibili. Una dimissione può diventare giuridicamente rilevante quando interrompe prematuramente un percorso diagnostico che avrebbe dovuto proseguire. È il problema che affrontiamo più in generale anche nei casi di morte dopo dimissione dal pronto soccorso.

Se il paziente è deceduto, l’accertamento deve poi compiere un passaggio ulteriore: stabilire quale incidenza abbia avuto la mancata diagnosi sull’esito finale. Bisogna quindi ricostruire quando l’infarto sia iniziato, quale fosse la sua gravità e quali possibilità terapeutiche sarebbero state concretamente disponibili con una diagnosi tempestiva. Una condotta diagnostica inadeguata e il decesso sono due elementi distinti: perché possa essere riconosciuto il risarcimento occorre affrontare anche il nesso causale tra l’omissione sanitaria e la morte.

In alcuni casi l’indagine può portare a verificare se il trattamento tempestivo avrebbe evitato il decesso; in altri, il tema può riguardare l’eventuale perdita di una seria e apprezzabile possibilità di sopravvivenza. La perdita di chance di sopravvivenza per errore medico non coincide automaticamente con la morte del paziente e richiede una valutazione autonoma, fondata sulle concrete possibilità che la corretta condotta sanitaria avrebbe potuto offrire.

Quando il decesso segue una dimissione ritenuta inappropriata, è quindi necessario ricostruire l’intera sequenza clinica e temporale, evitando sia di attribuire automaticamente la morte all’ospedale sia di considerare inevitabile l’esito soltanto perché l’infarto era grave. È proprio il confronto tra ciò che è stato fatto e ciò che avrebbe dovuto essere fatto, insieme alla valutazione medico-legale delle conseguenze dell’eventuale ritardo, a consentire di stabilire se esistano i presupposti per una richiesta risarcitoria.

Responsabilità sanitaria, nesso causale e risarcimento ai familiari

Una volta individuata una possibile omissione diagnostica, occorre stabilire se essa abbia avuto un’effettiva incidenza sulla morte del paziente. È questo uno dei passaggi più delicati nei casi di infarto non diagnosticato al pronto soccorso. La presenza di un errore, infatti, non comporta automaticamente il diritto al risarcimento: deve essere ricostruito il rapporto causale tra la condotta sanitaria contestata e il decesso.

L’analisi richiede normalmente una valutazione congiunta giuridica e medico-legale. Occorre stabilire quale fosse la situazione cardiologica al momento dell’accesso in pronto soccorso e cosa sarebbe ragionevolmente accaduto se l’infarto fosse stato riconosciuto tempestivamente. Assume rilievo, per esempio, la possibilità di sottoporre il paziente a monitoraggio, terapia farmacologica, coronarografia, angioplastica o agli altri trattamenti indicati dal quadro concreto. Tempi, gravità dell’evento ischemico, condizioni pregresse e possibilità terapeutiche disponibili devono essere esaminati sulla base della documentazione sanitaria.

Se emerge che una diagnosi tempestiva e il conseguente trattamento avrebbero consentito di evitare la morte secondo i criteri medico-legali applicabili, può configurarsi il nesso causale tra omissione e decesso. Diversa è l’ipotesi nella quale non sia possibile ricondurre direttamente la morte alla condotta sanitaria, ma il ritardo abbia privato il paziente di una seria e apprezzabile possibilità di sopravvivenza. In questo caso deve essere valutata autonomamente l’eventuale perdita di chance, senza trasformarla in un espediente per superare la mancanza della prova del rapporto causale rispetto al decesso.

Per questa ragione, nei casi di morte per mancata diagnosi e possibile responsabilità dell’ospedale, noi riteniamo essenziale acquisire e analizzare la documentazione prima di formulare una richiesta risarcitoria. Il verbale del pronto soccorso, gli ECG, gli esami ematici con i relativi orari, la cartella clinica, le immagini diagnostiche eventualmente disponibili e la documentazione relativa al decesso permettono di ricostruire la successione degli eventi e di individuare eventuali omissioni.

Quando la responsabilità e il nesso causale risultano sostenibili, deve essere affrontato il tema dei danni. In caso di morte, i familiari possono far valere anzitutto i pregiudizi subiti personalmente per la perdita del congiunto, tra i quali assume particolare rilievo il danno da perdita del rapporto parentale. La sua quantificazione non dipende soltanto dal grado formale di parentela: devono essere considerate le caratteristiche concrete del rapporto familiare e le conseguenze determinate dal decesso. Coniuge, figli, genitori e, quando ne ricorrono i presupposti, altri congiunti possono quindi avere titolo per chiedere il risarcimento.

Possono inoltre assumere rilievo eventuali danni patrimoniali effettivamente provocati dalla morte e, in presenza dei relativi presupposti, i diritti risarcitori maturati direttamente dal paziente prima del decesso e trasmessi agli eredi. Sono posizioni giuridiche differenti, che devono essere tenute distinte nella ricostruzione e nella quantificazione del danno. Per un approfondimento specifico abbiamo esaminato quando i familiari hanno diritto al risarcimento per morte causata da errore medico e come viene valutato il risarcimento spettante ai familiari.

L’obiettivo di una corretta istruttoria non è attribuire un valore astratto alla perdita di una persona, ma individuare tutte le conseguenze giuridicamente risarcibili e documentarle in modo adeguato. Solo dopo avere verificato responsabilità, causalità e danni è possibile formulare una richiesta di congruo risarcimento nei confronti dei soggetti tenuti a risponderne.

Un caso seguito dallo Studio: infarto non riconosciuto e dimissione dal pronto soccorso

In un caso seguito dal nostro Studio, che riportiamo con nomi e alcuni elementi identificativi modificati per tutelare la riservatezza, il signor Marco si era recato al pronto soccorso per un dolore toracico accompagnato da malessere. Dopo gli accertamenti eseguiti era stato dimesso; nelle ore successive le sue condizioni erano peggiorate e il paziente era deceduto a causa di un evento cardiaco acuto.

I familiari ci hanno chiesto di verificare se la morte fosse riconducibile a un evento inevitabile oppure se durante il primo accesso vi fossero già elementi che richiedevano ulteriori accertamenti e una diversa gestione clinica. Abbiamo acquisito la documentazione sanitaria e ricostruito, insieme ai consulenti medici, la sequenza temporale dei sintomi, degli esami e della dimissione. L’elemento decisivo non era la sola circostanza che il decesso fosse avvenuto dopo l’accesso in ospedale, ma la valutazione di ciò che i sanitari potevano rilevare in quel momento e delle possibilità terapeutiche che sarebbero state disponibili proseguendo correttamente il percorso diagnostico.

L’analisi medico-legale ha consentito di individuare gli elementi sui quali fondare la contestazione e di distinguere le conseguenze direttamente riferibili al decesso dai danni autonomamente subiti dai familiari. Su questa base abbiamo impostato la richiesta risarcitoria nei confronti dei soggetti interessati. Ogni vicenda presenta caratteristiche cliniche e probatorie proprie e l’esito di un caso non consente di prevedere quello di un altro: nei casi di morte per infarto dopo una mancata diagnosi al pronto soccorso, la valutazione deve sempre partire dalla documentazione sanitaria e dalla concreta ricostruzione del nesso causale.

Domande frequenti sulla morte per infarto non diagnosticato al pronto soccorso

Se il paziente muore di infarto dopo essere stato dimesso dal pronto soccorso, l’ospedale è responsabile?

Non automaticamente. Occorre verificare se, al momento dell’accesso, i sintomi e i dati clinici richiedessero ulteriori accertamenti, monitoraggio, osservazione o ricovero e se la dimissione sia stata quindi inappropriata. Deve poi essere accertato il nesso causale tra l’eventuale omissione e il decesso.

Un ECG normale esclude la responsabilità per mancata diagnosi di infarto?

No. La valutazione non può essere basata isolatamente su un singolo ECG. Bisogna esaminare l’intero quadro clinico, i sintomi, i fattori di rischio, gli esami ematici e la loro evoluzione nel tempo, verificando se fossero necessari ulteriori controlli o un periodo di osservazione.

Quali documenti servono per verificare un possibile errore del pronto soccorso?

Sono particolarmente importanti il verbale completo del pronto soccorso, la documentazione del triage, gli ECG, gli esami di laboratorio con gli orari di esecuzione, le eventuali consulenze specialistiche, le terapie somministrate e il verbale di dimissione. In caso di decesso devono essere acquisiti anche i successivi documenti sanitari disponibili. Questa documentazione permette al legale e ai consulenti medici di ricostruire ciò che è accaduto e valutare se vi siano elementi per contestare la condotta sanitaria.

Chi può chiedere il risarcimento se il paziente è morto?

Coniuge, figli, genitori e, quando sussistono i relativi presupposti, altri familiari possono chiedere il risarcimento dei danni personalmente subiti per la perdita del congiunto. Possono inoltre esistere diritti risarcitori maturati direttamente dal paziente e trasmessi agli eredi. Le due posizioni devono essere valutate separatamente sulla base delle circostanze concrete.

È risarcibile la perdita di chance se non si può dimostrare che una diagnosi tempestiva avrebbe certamente salvato il paziente?

La perdita di chance richiede un accertamento specifico. Occorre verificare se la mancata diagnosi o il ritardo abbiano privato il paziente di una seria e apprezzabile possibilità di sopravvivenza o di conseguire un esito clinico più favorevole. Non coincide con il danno da morte e non può essere riconosciuta per il solo fatto che l’infarto sia stato diagnosticato tardivamente.

Richiedi una valutazione per un caso di infarto non diagnosticato al pronto soccorso

Se un familiare è morto per infarto dopo un accesso al pronto soccorso nel quale la patologia non è stata riconosciuta, è necessario verificare con attenzione la documentazione sanitaria prima di attribuire una responsabilità al medico o alla struttura. Sintomi iniziali, ECG, troponina e altri esami, tempi di osservazione, decisione di dimettere il paziente e possibilità terapeutiche devono essere ricostruiti insieme agli aspetti medico-legali relativi al nesso causale.

Lo Studio Legale Calvello assiste i familiari nei casi di possibile responsabilità sanitaria grave, valutando preliminarmente gli elementi disponibili e la necessità di approfondimenti specialistici. Per sottoporci il caso puoi richiedere una valutazione compilando il modulo dello Studio, descrivendo quanto accaduto e indicando la documentazione sanitaria disponibile.

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