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Procedura Civile Responsabilità professionale

Infarto scambiato per altro disturbo: quando una diagnosi errata può comportare responsabilità medica

Articolo a cura di: Redazione - Studio Legale Calvello

Un infarto può presentarsi con dolore toracico tipico, ma anche con sintomi meno immediatamente riconoscibili: bruciore o dolore alla bocca dello stomaco, nausea, affanno, debolezza, dolore alla schiena o al braccio, sudorazione, malessere o manifestazioni che possono essere inizialmente attribuite ad ansia, reflusso, gastrite o problemi muscolo-scheletrici. Il problema giuridico nasce quando il paziente viene rassicurato, trattato per un disturbo diverso o dimesso senza che siano stati eseguiti gli accertamenti che il quadro clinico richiedeva e, successivamente, subisce un grave danno cardiaco o muore.

In questi casi non basta dimostrare che la prima diagnosi fosse sbagliata. Per accertare una possibile responsabilità medica per infarto non diagnosticato dobbiamo ricostruire ciò che il medico conosceva o avrebbe dovuto rilevare in quel momento, gli esami eseguiti e quelli eventualmente omessi, l’evoluzione dei sintomi e soprattutto stabilire se una diagnosi tempestiva avrebbe consentito un trattamento capace di evitare la morte, limitare il danno permanente o offrire al paziente una concreta possibilità di un esito migliore. Quando il sospetto riguarda un accesso ospedaliero, può assumere rilievo anche la responsabilità della struttura sanitaria.

Quando un infarto scambiato per ansia, gastrite o altro disturbo può diventare un errore diagnostico

Il fatto che un infarto sia stato inizialmente confuso con un’altra patologia non determina automaticamente una responsabilità sanitaria. La valutazione deve essere fatta sulla situazione esistente quando il paziente è stato visitato, senza giudicare la condotta del medico soltanto alla luce di ciò che è accaduto dopo. Occorre verificare se i sintomi riferiti, i fattori di rischio, i parametri clinici e gli eventuali risultati degli esami imponessero ulteriori approfondimenti prima di escludere una sindrome coronarica acuta.

È proprio qui che si collocano molti dei casi più delicati. Un paziente può arrivare in pronto soccorso lamentando un dolore toracico non perfettamente caratteristico oppure un dolore epigastrico interpretato come gastrite o reflusso. In altri casi prevalgono nausea, dispnea, stanchezza, sudorazione o una sensazione di oppressione attribuita a un attacco di panico. La presenza di una manifestazione atipica non consente, da sola, di concludere che il medico abbia sbagliato; può però rendere necessario verificare con particolare attenzione come sia stata effettuata la diagnosi differenziale.

Nell’analisi medico-legale assumono quindi rilievo l’anamnesi, le caratteristiche e la durata del dolore, l’età e i fattori di rischio cardiovascolare, l’elettrocardiogramma, il dosaggio della troponina e la sua eventuale ripetizione, l’andamento dei sintomi durante l’osservazione e gli ulteriori accertamenti che risultavano indicati nel caso concreto. Un ECG iniziale che non mostri le alterazioni attese, considerato isolatamente, non permette di ricostruire l’intero percorso diagnostico: occorre esaminare il quadro complessivo e verificare se fossero necessari controlli seriati, osservazione clinica o valutazione cardiologica.

Per questo, quando ci viene sottoposto un caso di infarto scambiato per gastrite, reflusso, ansia o dolore muscolare, non partiamo dall’esito finale ma dalla documentazione sanitaria. Cartella clinica, verbale di pronto soccorso, tracciati ECG, esami ematochimici con relativi orari, referti, scheda di triage, terapia somministrata e lettera di dimissione permettono di ricostruire la sequenza temporale. Anche poche ore possono avere un peso rilevante, ma devono essere valutate rispetto al tipo di infarto, alla sua evoluzione e alle possibilità terapeutiche concretamente disponibili in quel momento.

Una situazione particolarmente seria è quella del paziente che, dopo essersi presentato con sintomi compatibili con un problema cardiaco, viene dimesso e nelle ore successive subisce un infarto grave, un arresto cardiaco o muore. In questi casi è utile distinguere l’errore nella diagnosi dalla possibile inappropriatezza della dimissione. Sul tema abbiamo dedicato specifici approfondimenti alla morte per infarto non diagnosticato al pronto soccorso e alla morte dopo dimissione dal pronto soccorso.

Dalla diagnosi sbagliata al danno: ritardo nelle cure, invalidità permanente e morte del paziente

Accertare che l’infarto avrebbe dovuto essere riconosciuto prima è soltanto una parte dell’indagine. Il passaggio decisivo consiste nel verificare che cosa sarebbe ragionevolmente accaduto con una condotta sanitaria corretta. La responsabilità risarcitoria richiede infatti di collegare l’errore o il ritardo diagnostico al danno lamentato: non possiamo presumere che ogni infarto diagnosticato tardivamente avrebbe avuto un’evoluzione diversa se riconosciuto qualche ora prima.

La ricostruzione deve considerare la situazione cardiologica del paziente all’arrivo, l’estensione dell’ischemia, il momento presumibile di insorgenza dell’evento, la progressione del danno miocardico e le terapie che avrebbero potuto essere praticate. Occorre quindi stabilire se il ritardo abbia differito trattamenti tempo-dipendenti, compresa quando indicata la rivascolarizzazione, e quale effetto ciò abbia avuto sulla prognosi. Questo consente di distinguere il danno riconducibile alla naturale gravità dell’infarto da quello eventualmente provocato o aggravato dalla mancata diagnosi e dal conseguente ritardo nelle cure.

Quando il paziente sopravvive, le conseguenze possono essere rilevanti: compromissione della funzione cardiaca, insufficienza cardiaca, riduzione della capacità di svolgere attività quotidiane e lavorative, necessità di ulteriori trattamenti e, nei casi più seri, invalidità permanente. La quantificazione del danno non può essere astratta. Dobbiamo verificare le conseguenze biologiche permanenti e temporanee e, quando provate, le ripercussioni patrimoniali, comprese quelle sulla capacità lavorativa e reddituale. Solo dopo questa ricostruzione è possibile valutare quale possa essere un congruo risarcimento.

Se invece il paziente muore, l’accertamento causale diventa ancora più delicato. Bisogna stabilire se una diagnosi tempestiva e il conseguente trattamento avrebbero potuto evitare il decesso oppure posticiparlo in misura giuridicamente rilevante. I familiari possono agire per i danni che abbiano personalmente subito, tra i quali può rientrare il danno da perdita del rapporto parentale, mentre eventuali pretese trasmesse dal paziente agli eredi richiedono una valutazione distinta. Per un esame specifico di questi profili rinviamo all’approfondimento sulla morte per errore medico e risarcimento ai familiari.

Esistono poi situazioni nelle quali non è possibile sostenere, secondo i criteri richiesti in sede medico-legale e giudiziaria, che la condotta corretta avrebbe evitato direttamente il danno finale, ma il ritardo può avere privato il paziente di una seria e apprezzabile possibilità di sopravvivere più a lungo o di conseguire un esito clinico migliore. La perdita di chance di sopravvivenza non è un modo alternativo per risarcire un nesso causale che non si riesce a provare: costituisce un pregiudizio distinto e deve essere accertata nella sua concreta consistenza. Abbiamo approfondito questo tema nella pagina dedicata alla perdita di chance di sopravvivenza per errore medico.

Per comprendere se ci troviamo di fronte a un evento cardiaco inevitabile oppure a un danno aggravato da una diagnosi errata o tardiva, diventa quindi necessario mettere in relazione due ricostruzioni: quella clinica, che individua ciò che è accaduto e ciò che avrebbe dovuto essere fatto, e quella causale, che misura le conseguenze concretamente attribuibili all’omissione o al ritardo.

Come si accertano responsabilità, nesso causale e diritto al risarcimento

Nei casi di infarto scambiato per un altro disturbo, l’accertamento della responsabilità richiede una ricostruzione cronologica molto precisa. Il primo passaggio consiste nell’acquisire integralmente la documentazione sanitaria e verificare che cosa sia accaduto dal primo contatto con il medico fino alla diagnosi corretta: sintomi riferiti, orario di accesso, codice di triage, visite effettuate, parametri vitali, ECG, valori della troponina e loro andamento, eventuali consulenze cardiologiche, terapie, periodo di osservazione e motivazioni della dimissione o del mancato ricovero. Nei casi più gravi questa sequenza deve poi essere confrontata con il momento in cui si sono verificati l’aggravamento, l’arresto cardiaco, il danno permanente o il decesso.

La documentazione deve essere valutata con competenze medico-legali e cardiologiche. Non è sufficiente individuare un esame omesso o una diagnosi inizialmente inesatta: occorre stabilire se, nelle condizioni concrete del paziente, il comportamento sanitario si sia discostato dalla condotta esigibile e se una diversa gestione avrebbe modificato l’evoluzione clinica. Un punto particolarmente importante riguarda il tempo. Se l’infarto era già in corso, dobbiamo verificare quando avrebbe potuto essere ragionevolmente riconosciuto e quale trattamento sarebbe stato praticabile in quella fase.

Il nesso causale assume un peso diverso a seconda dell’esito. Se il paziente è sopravvissuto con una grave compromissione cardiaca, occorre distinguere le conseguenze che l’infarto avrebbe comunque prodotto da quelle riconducibili al ritardo diagnostico e terapeutico. Se il paziente è deceduto, bisogna valutare se una condotta corretta avrebbe consentito di evitare la morte o di prolungare la sopravvivenza in termini giuridicamente rilevanti. Quando invece l’omissione abbia fatto perdere una seria e apprezzabile possibilità di ottenere un esito migliore, deve essere esaminato autonomamente il possibile danno da perdita di chance, senza confonderlo con il danno derivante direttamente dalla morte o dall’invalidità.

Anche l’individuazione del soggetto responsabile richiede attenzione. Se l’errore si è verificato durante un accesso al pronto soccorso, possono assumere rilievo sia le condotte dei sanitari coinvolti sia la posizione della struttura ospedaliera, secondo i rispettivi titoli di responsabilità. Per questo una richiesta risarcitoria ben impostata non dovrebbe limitarsi all’affermazione che «il medico non ha riconosciuto l’infarto», ma individuare precisamente le omissioni contestate, il loro rapporto con il danno e i soggetti ai quali esse sono giuridicamente imputabili.

La stessa precisione è necessaria nella quantificazione. Nel paziente sopravvissuto possono rilevare il danno biologico temporaneo e permanente, le conseguenze concretamente prodotte sulla vita personale e, se documentate, quelle sulla capacità lavorativa e sul reddito. In caso di morte, la posizione dei familiari deve essere valutata individualmente, considerando il pregiudizio derivante dalla perdita del rapporto parentale e gli eventuali danni patrimoniali provati. Non esiste quindi un importo standard per un risarcimento da infarto non diagnosticato: il giusto risarcimento dipende dall’accertamento della responsabilità, dal nesso causale e dai danni effettivamente dimostrabili.

Un caso di infarto inizialmente attribuito a un disturbo gastrico

In un caso sottoposto al nostro Studio, che descriviamo modificando i dati identificativi nel rispetto della riservatezza del rapporto professionale, un uomo che chiameremo Marco si era rivolto a una struttura sanitaria per dolore nella parte alta dell’addome, nausea e malessere. Dopo gli accertamenti eseguiti era stata prospettata un’origine gastrica della sintomatologia e il paziente era rientrato a casa. Nelle ore successive le condizioni erano peggiorate e un nuovo accesso ospedaliero aveva portato alla diagnosi di infarto, ormai associato a una seria compromissione cardiaca permanente.

Abbiamo ricostruito la successione degli eventi attraverso i verbali dei due accessi, gli ECG, gli esami ematici e i relativi orari, sottoponendo la documentazione alla valutazione medico-legale e specialistica. L’elemento determinante non era semplicemente la precedente diagnosi di disturbo gastrico, ma stabilire se, sulla base dei sintomi e dei dati disponibili al primo accesso, fossero necessari ulteriori accertamenti o un periodo di osservazione e quale parte del danno cardiaco potesse essere collegata all’eventuale ritardo. È su questa verifica tecnica, e non sul solo fatto che la prima diagnosi fosse risultata errata, che abbiamo impostato la valutazione della possibile responsabilità sanitaria e del conseguente risarcimento. Ogni caso presenta caratteristiche cliniche e probatorie proprie e deve essere esaminato sulla relativa documentazione.

Domande frequenti sull’infarto non riconosciuto o scambiato per un altro disturbo

Se il pronto soccorso scambia un infarto per gastrite o ansia c’è automaticamente responsabilità medica?

No. La diagnosi iniziale errata non è sufficiente, da sola, a dimostrare una responsabilità sanitaria. Occorre verificare se, considerando i sintomi, i fattori di rischio, l’esame clinico e gli accertamenti disponibili, fosse ragionevolmente necessario approfondire il sospetto cardiologico. Deve poi essere dimostrato il rapporto causale tra l’eventuale errore o ritardo e il danno subito dal paziente.

Quali documenti servono per valutare un infarto non diagnosticato?

È importante acquisire la documentazione sanitaria completa, in particolare verbali di pronto soccorso, scheda di triage, cartella clinica, ECG e relativi tracciati, esami ematici con gli orari dei prelievi, valori della troponina, referti, eventuali consulenze cardiologiche, terapie somministrate e documentazione delle dimissioni. La sequenza temporale degli accertamenti può essere determinante per ricostruire il caso.

Si può ottenere un risarcimento se il paziente è sopravvissuto ma ha riportato un danno cardiaco permanente?

Può essere possibile quando venga accertato che una condotta sanitaria colposa abbia causato o aggravato il danno. La valutazione deve distinguere le conseguenze inevitabilmente riconducibili all’infarto da quelle provocate dal ritardo nella diagnosi o nelle cure. Possono rilevare il danno biologico permanente, le ripercussioni sulla vita quotidiana e, quando concretamente provate, le conseguenze sulla capacità lavorativa e i danni patrimoniali.

Cosa possono fare i familiari se il paziente è morto dopo una diagnosi sbagliata?

Occorre anzitutto verificare se una diagnosi e un trattamento tempestivi avrebbero potuto evitare il decesso, posticiparlo in misura giuridicamente rilevante o se sia configurabile una perdita di chance di sopravvivenza. Quando ne ricorrono i presupposti, i familiari possono chiedere il risarcimento dei pregiudizi personalmente subiti, compreso il danno da perdita del rapporto parentale. La posizione dei singoli congiunti e gli eventuali diritti trasmessi agli eredi devono essere valutati separatamente.

Quanto tempo c’è per chiedere il risarcimento per un errore nella diagnosi dell’infarto?

I termini dipendono dal soggetto nei cui confronti viene proposta la richiesta, dal titolo della responsabilità e dalle caratteristiche del danno fatto valere. Anche l’individuazione del momento dal quale decorre la prescrizione richiede una valutazione del caso concreto. Per questo è opportuno non attendere eccessivamente prima di acquisire la documentazione sanitaria e sottoporre il caso a un esame giuridico e medico-legale.

Infarto scambiato per altro disturbo: richiedi una valutazione del caso

Se un infarto è stato scambiato per gastrite, reflusso, ansia, attacco di panico o un altro disturbo e il paziente ha riportato un grave danno permanente o è deceduto, possiamo esaminare la documentazione per verificare se vi siano elementi che giustifichino un approfondimento della possibile responsabilità medica o della struttura sanitaria.

La valutazione richiede di ricostruire il percorso diagnostico, gli esami effettuati o omessi, i tempi delle cure e il rapporto tra l’eventuale ritardo e le conseguenze subite. Il paziente o i familiari possono richiedere una valutazione del caso allo Studio Legale Calvello, descrivendo quanto accaduto e indicando la documentazione sanitaria disponibile.

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