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Procedura Civile Recupero Crediti Tutela del patrimonio

Società debitrice vende il patrimonio: come bloccarla

Articolo a cura di: Redazione - Studio Legale Calvello

Quando una società debitrice inizia a vendere immobili, cedere beni aziendali, trasferire attività o compiere operazioni che riducono progressivamente il patrimonio disponibile, per il creditore il problema non è più soltanto ottenere il pagamento: diventa essenziale capire se e come preservare concretamente la possibilità di recuperare il credito. Questo aspetto assume particolare rilevanza quando sono in gioco crediti superiori a 100.000 o 500.000 euro, esposizioni milionarie o comunque somme tali da rendere economicamente significativa la perdita.

La vendita di un bene da parte della società debitrice non è, di per sé, illecita né automaticamente fraudolenta. Un’impresa può dismettere immobili, macchinari o partecipazioni per esigenze finanziarie del tutto legittime. Il quadro cambia quando le operazioni, considerate nel loro insieme, fanno emergere un rischio concreto di dispersione della garanzia patrimoniale: vendite anomale o sottocosto, trasferimenti verso società collegate, cessioni d’azienda o di rami d’azienda, spostamento di clienti e contratti, pagamenti selettivi, operazioni infragruppo o una rapida riduzione dei beni aggredibili.

In queste situazioni aspettare semplicemente la conclusione di una causa o il rilascio di un titolo esecutivo può essere rischioso. Occorre valutare tempestivamente il credito, la documentazione disponibile, il patrimonio ancora esistente, le garanzie, gli atti già compiuti dalla società e quelli eventualmente in corso. A seconda del caso possono assumere rilievo misure cautelari come il sequestro conservativo, l’azione revocatoria, iniziative esecutive, strumenti di tutela nell’ambito della crisi d’impresa o una strategia negoziale assistita da adeguate garanzie. Nessuno di questi rimedi è automatico: presupposti, tempi e utilità concreta devono essere verificati rispetto alla situazione specifica.

Quando la vendita del patrimonio della società debitrice diventa un serio rischio per il creditore

Il primo errore sarebbe considerare ogni vendita effettuata da una società in difficoltà come un tentativo di sottrarre beni ai creditori. Ciò che dobbiamo verificare è piuttosto come sta cambiando la consistenza patrimoniale del debitore e quale sarà, dopo le operazioni compiute, la reale possibilità del creditore di soddisfarsi. Esistenza del credito, possibilità di ottenerne l’accertamento o l’esecuzione e concreta presenza di patrimonio aggredibile sono infatti questioni differenti.

Un credito può essere documentalmente solido e persino assistito da un titolo esecutivo, ma risultare difficile da recuperare se, nel frattempo, il debitore ha drasticamente ridotto i beni sui quali sarebbe possibile agire. Per questa ragione, soprattutto quando l’esposizione è elevata, la situazione patrimoniale della società deve essere esaminata parallelamente alla fondatezza del credito. Se emergono già segnali di deterioramento economico e finanziario, può essere utile approfondire anche come capire se una società debitrice sta per diventare insolvente, perché il fattore tempo può incidere in maniera decisiva sulla strategia del creditore.

Particolare attenzione richiedono le operazioni che non appaiono isolate ma fanno parte di una progressiva dismissione degli asset. Pensiamo alla società che vende immobili, macchinari o partecipazioni, cede un ramo d’azienda, trasferisce contratti e clientela oppure sposta attività economicamente rilevanti verso un’altra società del medesimo gruppo. In questi casi non basta sapere che il patrimonio è stato trasferito: occorre verificare a chi, quando, a quale prezzo e con quale effettivo corrispettivo, quale fosse in quel momento la situazione della società e quale effetto l’operazione abbia prodotto sulla garanzia dei creditori.

Un trasferimento verso una società collegata, ad esempio, non è necessariamente pregiudizievole. Può tuttavia richiedere un esame molto più approfondito se l’impresa debitrice rimane gravata dai debiti mentre beni, attività, avviamento, contratti o altri valori vengono concentrati altrove. Analogamente, una cessione d’azienda non può essere valutata soltanto sulla base della sua esistenza: devono essere analizzati il contratto, il corrispettivo, la destinazione delle somme ricavate, i rapporti tra cedente e cessionario e le conseguenze che la cessione produce per il creditore.

Il rischio diventa ancora più evidente quando alla vendita dei beni si accompagnano ritardi generalizzati nei pagamenti, richieste di dilazione, mancato pagamento di fatture rilevanti, riduzione dell’operatività, trasferimenti infragruppo o notizie relative all’avvio di strumenti di regolazione della crisi. In presenza di questi elementi, può essere opportuno leggere la situazione nel quadro più ampio della tutela del creditore verso una società insolvente con debiti elevati, evitando di considerare il singolo atto separatamente dal complessivo deterioramento patrimoniale.

Per un grande creditore, quindi, la domanda corretta non è semplicemente se la società possa vendere i propri beni. Dobbiamo capire se le operazioni in corso stanno compromettendo la possibilità concreta di recuperare il credito e se esistono ancora beni o rapporti economicamente utili sui quali intervenire. È da questa verifica che dipende la scelta tra attendere, negoziare garanzie, accelerare il recupero oppure valutare tempestivamente una tutela giudiziaria o cautelare.

Quali operazioni devono mettere in allarme quando il debitore sta riducendo il patrimonio

Quando emerge il sospetto che una società debitrice stia progressivamente riducendo il proprio patrimonio, è importante ricostruire le operazioni compiute senza fermarsi alla singola vendita. Il vero problema per il creditore è comprendere se la società stia semplicemente riorganizzando o monetizzando alcuni beni oppure se, attraverso una pluralità di atti, stia diminuendo in modo significativo il patrimonio sul quale il credito potrebbe essere soddisfatto. Questa valutazione diventa particolarmente delicata quando il credito è di grande importo e la società presenta contemporaneamente segnali di crisi o insolvenza.

La vendita di un immobile può, ad esempio, essere perfettamente compatibile con una normale scelta imprenditoriale. Assume però un significato diverso se l’immobile rappresentava uno dei principali beni della società, viene ceduto mentre esistono debiti rilevanti già scaduti e il prezzo ricavato non rimane nella disponibilità dell’impresa o viene destinato a operazioni che non appaiono coerenti con la tutela della continuità aziendale. Lo stesso vale per la vendita di macchinari, partecipazioni o altri asset importanti: non conta soltanto ciò che esce dal patrimonio, ma anche ciò che entra in contropartita e quale destinazione riceve il corrispettivo.

Ancora maggiore attenzione può richiedere una cessione d’azienda o di un ramo d’azienda. Se la società debitrice trasferisce a un altro soggetto l’attività economicamente produttiva, la clientela, i contratti, l’avviamento o altri elementi essenziali e rimane titolare prevalentemente dei debiti, occorre verificare con precisione la struttura dell’operazione. Devono essere esaminati il rapporto tra cedente e cessionario, il prezzo pattuito, le modalità di pagamento, i beni effettivamente trasferiti e la disciplina dei debiti collegati all’azienda ceduta. Per il creditore può essere decisivo comprendere se, dopo la cessione, esistano ancora beni concretamente aggredibili e se possano configurarsi ulteriori forme di tutela nei confronti del cessionario.

Un profilo particolarmente sensibile riguarda poi le operazioni infragruppo o con società riconducibili agli stessi interessi economici. Il trasferimento di beni, liquidità, partecipazioni, contratti o attività verso una controllante, una controllata o un’altra società collegata non è automaticamente illecito. Tuttavia, quando il debitore si impoverisce mentre il valore economico viene spostato all’interno del gruppo, diventa necessario ricostruire la sostanza dell’operazione e verificare se vi sia stato un corrispettivo adeguato e quale effetto sia stato prodotto sulla posizione dei creditori.

Lo stesso metodo deve essere utilizzato quando non vengono trasferiti formalmente immobili o aziende, ma si osserva uno spostamento progressivo dell’attività verso un altro soggetto: clienti che iniziano a contrattare con una diversa società, contratti trasferiti, attività commerciali spostate, beni concessi o ceduti ad altre imprese del gruppo. Sono situazioni nelle quali la documentazione societaria, contrattuale e patrimoniale può assumere un’importanza decisiva per distinguere una legittima riorganizzazione da un’operazione potenzialmente pregiudizievole per il creditore.

Occorre inoltre considerare i flussi finanziari. Una società in difficoltà potrebbe effettuare pagamenti selettivi, rimborsare finanziamenti, trasferire liquidità ad altre società del gruppo o utilizzare le disponibilità esistenti mentre lascia insoluti crediti commerciali di importo considerevole. Anche in questo caso non possiamo affermare in astratto che ogni pagamento preferenziale o trasferimento sia contestabile: la natura dell’operazione, il momento in cui viene compiuta, il destinatario, il rapporto sottostante e l’eventuale successivo accesso a uno strumento di regolazione della crisi o a una procedura concorsuale possono modificarne sensibilmente la valutazione giuridica.

Se, invece, risultano trasferimenti patrimoniali già realizzati in prossimità dell’aggravamento della crisi, diventa utile esaminare specificamente la situazione della società debitrice che trasferisce beni prima dell’insolvenza. Data dell’atto, soggetto beneficiario, prezzo, effettività del pagamento e situazione patrimoniale esistente al momento dell’operazione sono elementi che possono incidere sulla possibilità di utilizzare strumenti diretti a preservare la garanzia patrimoniale.

Per questa ragione, quando un creditore viene a conoscenza della vendita di immobili, della cessione dell’azienda o di trasferimenti rilevanti, la tempestività non significa necessariamente iniziare subito un’azione giudiziaria. Significa innanzitutto evitare che trascorra tempo senza conoscere ciò che sta realmente accadendo. Contratti, fatture, bilanci, visure camerali e ipotecarie, informazioni patrimoniali, atti di cessione e dati relativi alle società coinvolte possono consentire di ricostruire il quadro e stabilire se sia ancora possibile intervenire prima che la riduzione del patrimonio renda molto più difficile il recupero del credito.

Come bloccare la dispersione del patrimonio: sequestro conservativo, revocatoria e altre tutele del creditore

Una volta accertato che la società debitrice sta compiendo operazioni capaci di ridurre concretamente il patrimonio disponibile, dobbiamo individuare quale intervento sia realmente utile. Non esiste un unico strumento che consenta al creditore di “bloccare” automaticamente il patrimonio della società: la strategia dipende dalla natura e dall’esigibilità del credito, dalle prove disponibili, dagli atti già compiuti dal debitore, dai beni ancora esistenti, dall’eventuale presenza di un titolo esecutivo e dalla situazione di crisi nella quale si trova l’impresa.

Quando il pericolo è attuale e vi sono elementi concreti per ritenere che il debitore possa disperdere la garanzia patrimoniale, uno degli strumenti da valutare è il sequestro conservativo. Si tratta di una misura cautelare che può consentire, ricorrendone i presupposti, di vincolare beni o crediti del debitore per preservare l’utilità della successiva esecuzione. Non è sufficiente, però, affermare che la società non sta pagando o che attraversa una situazione economica difficile. Occorre dimostrare sia la ragionevole fondatezza della pretesa creditoria sia un pericolo concreto per la conservazione della garanzia patrimoniale.

Proprio per questo, la circostanza che una società stia vendendo immobili, cedendo beni essenziali, trasferendo attività o riducendo rapidamente la propria consistenza patrimoniale può assumere rilievo nella valutazione cautelare, ma deve essere documentata e inserita nel contesto complessivo. Una vendita isolata effettuata a condizioni normali potrebbe non essere sufficiente; una sequenza di dismissioni accompagnata da insoluti rilevanti, trasferimenti verso soggetti collegati o altri elementi indicativi di un concreto deterioramento patrimoniale può invece richiedere un’analisi molto più approfondita. Quando il credito è elevato, può quindi essere opportuno valutare tempestivamente gli strumenti descritti anche nell’approfondimento dedicato a come recuperare un credito di grande importo verso una società in crisi.

Diversa è la funzione dell’azione revocatoria. Quando l’atto dispositivo è già stato compiuto, il problema non consiste più nel prevenire una vendita futura, ma nel verificare se ricorrano i presupposti per far dichiarare l’atto inefficace nei confronti del creditore che agisce. La revocatoria non determina automaticamente l’annullamento della vendita né fa rientrare semplicemente il bene nel patrimonio del debitore: la sua funzione è consentire al creditore, quando ne sussistono le condizioni, di neutralizzare nei propri confronti gli effetti pregiudizievoli dell’atto e preservare la possibilità di agire sul bene secondo le regole applicabili.

La scelta tra tutela cautelare e revocatoria dipende quindi anche dal momento nel quale interveniamo. Se il trasferimento non è ancora avvenuto e il rischio di dispersione è concreto, può assumere particolare importanza la possibilità di preservare i beni prima che vengano alienati. Se invece immobili, partecipazioni, azienda o altri asset sono già stati trasferiti, occorre ricostruire l’operazione e verificare i presupposti dell’eventuale azione revocatoria, considerando anche la posizione del terzo acquirente, la natura onerosa o gratuita dell’atto, il momento in cui è sorto il credito e i termini entro i quali il rimedio può essere esercitato.

Quando esiste già un titolo esecutivo e sono individuabili beni o crediti aggredibili, deve essere valutata anche la possibilità di procedere direttamente in via esecutiva. Anche in questo caso, tuttavia, avere un titolo non equivale ad avere la certezza del recupero: occorre verificare quali beni siano effettivamente presenti, se siano già gravati da ipoteche o altri vincoli, quale sia il loro valore presumibile e quali altri creditori possano concorrere sul medesimo patrimonio. Per un credito superiore a 500.000 euro, ad esempio, la strategia può richiedere valutazioni differenti rispetto a un ordinario recupero commerciale; sul punto può essere utile l’approfondimento dedicato alla società che non paga un debito superiore a 500.000 euro e agli strumenti utilizzabili dal creditore.

Un’attenzione specifica deve essere riservata alle garanzie. La presenza di un’ipoteca, di un pegno, di un privilegio o di una garanzia personale può modificare sensibilmente la posizione del creditore, ma la sua utilità deve essere verificata concretamente. Per un’ipoteca, ad esempio, assumono rilievo il valore effettivo dell’immobile, il grado dell’iscrizione e l’esistenza di formalità anteriori; per un pegno occorre considerare il bene o il diritto sul quale insiste la garanzia e il suo valore; per una fideiussione deve essere esaminata anche la situazione patrimoniale del garante. La strategia non può quindi essere costruita sulla sola esistenza formale della garanzia.

Il quadro può cambiare ulteriormente se la società debitrice accede alla composizione negoziata della crisi e richiede misure protettive. In presenza di tali misure, le possibilità di iniziare o proseguire determinate iniziative individuali sul patrimonio del debitore possono essere condizionate dagli effetti della protezione concessa. Per il grande creditore diventa allora necessario verificare il contenuto e l’estensione delle misure, la loro durata, l’eventuale proroga, la posizione occupata nelle trattative e l’effetto delle operazioni prospettate dal debitore sulla concreta possibilità di soddisfacimento del credito.

Composizione negoziata, concordato preventivo e liquidazione giudiziale non devono essere confusi. Se viene aperta una procedura concorsuale, la tutela del credito deve essere coordinata con le regole della procedura, con la posizione degli altri creditori e con le eventuali cause di prelazione. Diventano allora determinanti la corretta individuazione del credito, la documentazione che lo prova, l’eventuale insinuazione al passivo e la presenza di ipoteche, pegni o privilegi. Per questo motivo un’iniziativa che potrebbe essere efficace prima dell’apertura di una procedura può non essere più praticabile, o può assumere una funzione diversa, dopo il suo avvio.

La tutela efficace richiede quindi una valutazione coordinata: dobbiamo ricostruire il credito e il relativo titolo, verificare il patrimonio ancora disponibile, individuare gli atti dispositivi già compiuti, controllare l’esistenza di garanzie e di altri creditori, accertare se siano state richieste misure protettive e considerare i termini applicabili. Solo dopo questa verifica possiamo stabilire se sia più utile tentare di preservare immediatamente determinati beni, contestare operazioni già effettuate, procedere esecutivamente, intervenire nelle trattative della crisi o utilizzare gli strumenti previsti dalla procedura eventualmente aperta.

Un esempio pratico: il credito è rilevante e la società inizia a cedere i propri beni

Consideriamo una situazione nella quale un’impresa vanta nei confronti di una società cliente un credito di importo molto elevato derivante da forniture regolarmente documentate. Dopo una fase di pagamenti irregolari, la società debitrice interrompe sostanzialmente i versamenti e propone ripetuti rinvii, mentre iniziano a emergere informazioni sulla vendita di alcuni beni aziendali e sul possibile trasferimento di una parte dell’attività verso un’altra società collegata.

In una situazione di questo tipo, concentrare l’attenzione esclusivamente sulle fatture insolute sarebbe insufficiente. Il credito deve certamente essere verificato sotto il profilo della sua esistenza, esigibilità e documentazione, ma parallelamente occorre ricostruire che cosa stia accadendo al patrimonio della società debitrice. Diventa quindi necessario esaminare le informazioni societarie e patrimoniali disponibili, verificare eventuali trasferimenti recenti, individuare i beni ancora presenti e comprendere se le operazioni segnalate abbiano effettivamente ridotto la garanzia patrimoniale sulla quale il creditore potrebbe soddisfarsi.

Dall’esame della situazione può emergere, ad esempio, che alcuni beni siano già stati ceduti mentre altri asset rilevanti risultino ancora nella titolarità della società. Questo elemento modifica radicalmente la strategia. Per gli atti già perfezionati occorre valutare separatamente se ricorrano i presupposti per contestarne gli effetti nei confronti del creditore; rispetto ai beni ancora appartenenti al debitore, invece, può assumere rilievo la possibilità di una tutela cautelare finalizzata a conservare la garanzia patrimoniale, qualora esistano gli specifici presupposti richiesti dalla legge.

L’elemento decisivo, in un caso del genere, è spesso la tempestività con cui vengono raccolte e coordinate le informazioni. Sapere che la società sta vendendo dei beni è un dato ancora troppo generico. Occorre comprendere quali beni siano stati alienati, quali siano ancora disponibili, chi siano gli acquirenti, se esistano rapporti societari tra le parti, quale corrispettivo sia stato previsto e se siano presenti ipoteche, pegni, privilegi o altri creditori che possano incidere sulla concreta prospettiva di recupero.

Se gli elementi raccolti evidenziano un fondato timore di perdere la garanzia del credito, può essere valutata la richiesta di sequestro conservativo sui beni ancora aggredibili. La misura non consegue automaticamente all’esistenza di un credito elevato o all’insolvenza della società: deve essere costruita sulla concreta situazione documentale e patrimoniale. La funzione del sequestro conservativo è infatti quella di preservare la garanzia del credito quando sussiste il fondato timore di perderla, evitando che successive disposizioni sui beni compromettano la futura utilità dell’esecuzione.

Per i beni già trasferiti il percorso può essere differente. Se ne ricorrono i presupposti, può essere necessario valutare l’azione revocatoria e le eventuali tutele cautelari connesse, tenendo conto della data dell’atto, della natura dell’operazione, del momento in cui è sorto il credito, del pregiudizio arrecato alle ragioni creditorie e della posizione del terzo. Per questo la situazione della società debitrice che trasferisce beni prima dell’insolvenza deve essere esaminata atto per atto e non sulla base della sola circostanza che il patrimonio sia diminuito.

Una strategia tempestiva può quindi consentire di distinguere ciò che è ancora possibile preservare da ciò che deve eventualmente essere contestato, evitando di arrivare alla fase esecutiva quando il patrimonio utile è ormai significativamente ridotto. Nei crediti economicamente rilevanti la tutela non consiste soltanto nell’ottenere il riconoscimento della somma dovuta, ma anche nel verificare in tempo se esista ancora una concreta prospettiva patrimoniale di soddisfacimento. È precisamente questa distinzione che può rendere necessario intervenire quando i primi segnali di dismissione del patrimonio diventano documentabili, anziché attendere che la società abbia completato le operazioni in corso.

Domande frequenti sulla tutela del creditore quando la società vende il patrimonio

Un creditore può impedire alla società debitrice di vendere i propri beni?

Non automaticamente. Il semplice fatto che esista un credito, anche di importo molto elevato, non priva la società debitrice della possibilità di disporre del proprio patrimonio. Se però esistono elementi concreti dai quali emerge il fondato timore di perdere la garanzia del credito, può essere valutata una tutela cautelare, compreso il sequestro conservativo, purché ricorrano i relativi presupposti. È quindi necessario documentare non soltanto il credito, ma anche le circostanze dalle quali deriva il pericolo per la garanzia patrimoniale.

Cosa si può fare se la società ha già venduto un immobile o trasferito altri beni?

Occorre ricostruire l’operazione prima di stabilire quale rimedio sia concretamente utilizzabile. Se ne ricorrono i presupposti, può essere valutata un’azione revocatoria, finalizzata a rendere inefficace l’atto nei confronti del creditore che agisce. Devono essere considerati, tra gli altri elementi, la data dell’operazione, il momento in cui è sorto il credito, la natura dell’atto, il pregiudizio arrecato alle ragioni creditorie e, quando rilevante, la posizione del terzo che ha acquistato il bene.

Se la società cede l’azienda a un’altra società, il creditore perde il proprio credito?

No. La cessione dell’azienda non determina di per sé l’estinzione del credito. Occorre però esaminare attentamente l’operazione e la disciplina applicabile ai debiti relativi all’azienda ceduta, verificando anche le risultanze delle scritture contabili obbligatorie e la posizione del cessionario. Se la società debitrice ha trasferito l’attività produttiva, i beni, i contratti o altri valori economici lasciando una consistente esposizione debitoria, la cessione deve essere analizzata anche per comprendere quali patrimoni e quali soggetti possano essere coinvolti nella successiva tutela del credito.

Cosa cambia se la società entra in composizione negoziata e ottiene misure protettive?

La composizione negoziata non cancella il credito, ma l’eventuale applicazione di misure protettive può incidere sulle iniziative individuali dei creditori. È necessario verificare quali misure siano state richieste e confermate, la loro estensione e durata e gli effetti sulla specifica iniziativa che il creditore intende intraprendere. Per un creditore esposto per somme rilevanti diventa inoltre importante valutare le proposte formulate durante le trattative rispetto alle alternative concretamente disponibili e alla consistenza del patrimonio del debitore.

È meglio agire subito oppure attendere di ottenere un titolo esecutivo?

Non esiste una risposta valida per ogni situazione. Se il patrimonio è stabile, l’assenza di un titolo può rendere necessario concentrarsi anzitutto sull’accertamento del credito. Quando invece emergono vendite, trasferimenti patrimoniali o altri elementi che fanno temere una significativa riduzione dei beni aggredibili, attendere senza valutare le possibili tutele può aumentare il rischio economico. Nei crediti di grande importo è quindi opportuno esaminare contemporaneamente la solidità della pretesa, gli strumenti per farla valere e la concreta situazione patrimoniale del debitore.

Società debitrice che vende il patrimonio: richiedi una valutazione tempestiva del credito e delle possibili tutele

Quando una società debitrice sta vendendo immobili, cedendo beni aziendali, trasferendo attività o riducendo progressivamente il proprio patrimonio, il tempo può incidere concretamente sulle possibilità di tutela del creditore. Questo vale soprattutto quando il credito è economicamente rilevante e l’eventuale insolvenza del debitore potrebbe determinare una perdita significativa per l’impresa creditrice.

Noi riteniamo essenziale partire da una valutazione complessiva e documentata della posizione. Non è sufficiente verificare che esistano fatture non pagate o un contratto dal quale deriva il credito: occorre esaminare la natura e l’esigibilità della pretesa, l’eventuale titolo esecutivo, le garanzie personali o reali disponibili, la consistenza patrimoniale della società debitrice e soprattutto le operazioni che possono avere modificato recentemente tale patrimonio.

Se sono già emerse vendite di immobili, cessioni d’azienda o di rami d’azienda, trasferimenti verso società collegate, operazioni infragruppo o altre dismissioni significative, è opportuno ricostruirne tempestivamente caratteristiche ed effetti. Visure, informazioni patrimoniali, contratti, fatture, eventuali riconoscimenti del debito, garanzie, documentazione societaria e dati relativi ai trasferimenti possono essere determinanti per comprendere se esistano i presupposti e soprattutto l’utilità concreta di un’iniziativa cautelare, esecutiva, revocatoria o negoziale.

La valutazione deve considerare anche ciò che potrebbe accadere nel breve periodo. Se la società è già in crisi, occorre verificare l’eventuale accesso alla composizione negoziata, la presenza di misure protettive, l’avvio di un concordato preventivo o di una liquidazione giudiziale e la posizione che il creditore assumerebbe rispetto agli altri creditori. In presenza di ipoteche, pegni o privilegi è inoltre necessario stabilire quanto la garanzia sia effettivamente capiente e quale priorità attribuisca al credito, tenendo conto del valore dei beni e delle eventuali cause di prelazione anteriori.

Per crediti superiori a 100.000 o 500.000 euro e, a maggior ragione, per crediti milionari verso società insolventi, una strategia efficace richiede quindi di mettere in relazione quattro elementi: solidità giuridica del credito, patrimonio concretamente aggredibile, posizione rispetto agli altri creditori e strumenti ancora utilizzabili nel momento in cui si interviene. È questa analisi che consente di comprendere se sia opportuno accelerare il recupero, chiedere nuove garanzie, valutare un sequestro conservativo, esaminare gli atti già compiuti ai fini di un’eventuale revocatoria oppure intervenire nell’ambito dello strumento di regolazione della crisi già avviato.

Lo Studio Legale Calvello assiste imprese, società, imprenditori e creditori nella valutazione e nella tutela di crediti di rilevante valore economico verso società in crisi o insolventi. Quando vi è il sospetto che il debitore stia vendendo o trasferendo il patrimonio, un esame tempestivo della documentazione può consentire di individuare quali iniziative siano giuridicamente percorribili e quali presentino una concreta utilità rispetto alla situazione patrimoniale esistente.

Se la vostra impresa vanta un credito rilevante e avete rilevato vendite, cessioni o trasferimenti patrimoniali della società debitrice, potete richiedere una valutazione del caso allo Studio Legale Calvello, allegando la documentazione disponibile. Potremo esaminare il credito, le eventuali garanzie, le operazioni patrimoniali compiute dal debitore, l’esistenza di procedure o misure protettive e i termini applicabili, per individuare le forme di tutela concretamente valutabili.

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