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Procedura Civile

Trombosi non diagnosticata: quando può esserci responsabilità medica e diritto al risarcimento

Articolo a cura di: Redazione - Studio Legale Calvello

Una trombosi non diagnosticata o riconosciuta in ritardo può avere conseguenze molto gravi, soprattutto quando una trombosi venosa profonda evolve in embolia polmonare, provoca danni permanenti o determina la morte del paziente. In questi casi il peggioramento clinico, per quanto grave, non dimostra da solo un errore medico: occorre ricostruire ciò che è accaduto e verificare se, davanti ai sintomi e ai fattori di rischio presenti, il percorso diagnostico e terapeutico sia stato adeguato e tempestivo.

La responsabilità può riguardare il medico, il pronto soccorso o la struttura sanitaria quando siano stati sottovalutati segnali compatibili con una trombosi, omessi accertamenti indicati dal quadro clinico, ritardata la terapia o trascurato il rischio tromboembolico dopo un intervento chirurgico o durante un periodo di immobilizzazione. Nei casi più seri, il paziente o i familiari della persona deceduta possono chiedere il risarcimento dei danni riconducibili alla condotta sanitaria, purché sia possibile dimostrare il nesso causale tra l’errore o il ritardo e l’esito subito.

Quando una trombosi non diagnosticata può dipendere da un errore medico

La trombosi venosa profonda può manifestarsi con dolore, gonfiore, aumento di volume di un arto, tensione o altri segni che, considerati isolatamente, possono essere comuni anche a patologie diverse. Per questo motivo non è corretto affermare che ogni diagnosi inizialmente mancata comporti automaticamente responsabilità sanitaria. La valutazione cambia quando il quadro clinico, la storia del paziente e i fattori di rischio rendevano concretamente necessario approfondire il sospetto di trombosi e gli accertamenti appropriati non sono stati eseguiti o sono stati effettuati con un ritardo incompatibile con le condizioni del paziente.

Assumono particolare rilievo, per esempio, un recente intervento chirurgico, l’immobilizzazione prolungata, precedenti episodi tromboembolici, alcune patologie oncologiche e gli altri elementi clinici che aumentano il rischio individuale. In presenza di un sospetto fondato di trombosi venosa profonda, il percorso diagnostico può richiedere la valutazione della probabilità clinica e, secondo il caso, esami quali D-dimero ed ecografia venosa. Ciò che deve essere verificato in sede medico-legale non è quindi soltanto se la trombosi sia stata scoperta tardi, ma se avrebbe dovuto essere ragionevolmente sospettata e diagnosticata prima sulla base delle informazioni disponibili in quel momento.

Un caso tipico è quello del paziente che si presenta al pronto soccorso con una gamba improvvisamente gonfia e dolorante, viene dimesso attribuendo i sintomi a un problema muscolare o ortopedico e, nelle ore o nei giorni successivi, sviluppa un’embolia polmonare. In una situazione simile occorre esaminare triage, visita, anamnesi, parametri clinici, esami effettuati e motivazioni della dimissione. Se il rischio trombotico era riconoscibile e gli accertamenti necessari sono stati omessi, può configurarsi una mancata diagnosi di trombosi; se invece gli accertamenti sono stati prescritti ma eseguiti troppo tardi, il problema può riguardare il ritardo diagnostico e terapeutico.

La verifica è ancora più delicata quando la trombosi compare durante un ricovero o dopo un’operazione. Il rischio tromboembolico deve essere valutato tenendo conto sia delle caratteristiche dell’intervento sia delle condizioni individuali del paziente e deve essere bilanciato con il rischio emorragico. Per questo una trombosi postoperatoria non dimostra, da sola, che sia stata omessa una corretta profilassi: occorre controllare se il rischio sia stato valutato, quale profilassi farmacologica o meccanica fosse indicata, se sia stata effettivamente praticata e se il paziente sia stato adeguatamente monitorato.

Dalla trombosi all’embolia polmonare: perché il ritardo nella diagnosi può cambiare l’esito

Uno degli aspetti più gravi della trombosi venosa profonda non diagnosticata è il rischio che il trombo determini un’embolia polmonare. Proprio per questa possibile evoluzione, quando il paziente presenta elementi clinici compatibili con una trombosi non basta valutare retrospettivamente la diagnosi finale: bisogna stabilire che cosa sarebbe verosimilmente accaduto se la patologia fosse stata riconosciuta nel momento in cui avrebbe dovuto esserlo e fosse stato tempestivamente avviato il trattamento appropriato.

Questo passaggio è decisivo ai fini della responsabilità. Se una diagnosi tempestiva avrebbe consentito, con ragionevole probabilità secondo i criteri medico-legali applicabili al caso concreto, di evitare l’embolia, la morte o una grave menomazione permanente, il ritardo può assumere rilevanza causale. Al contrario, anche in presenza di una condotta sanitaria censurabile, occorre verificare se l’esito si sarebbe comunque prodotto per la gravità e l’evoluzione della patologia. Errore, danno e nesso causale devono essere accertati separatamente.

La questione assume particolare importanza quando il paziente muore. Se il decesso è avvenuto in seguito a un’embolia polmonare originata da una trombosi non riconosciuta, la ricostruzione deve stabilire quando il processo trombotico fosse clinicamente individuabile, quali accertamenti avrebbero potuto identificarlo, quando sarebbe stato possibile iniziare la terapia e quale incidenza avrebbe avuto un intervento tempestivo sulla sopravvivenza. Nei casi in cui l’evento si sia verificato dopo una dimissione ospedaliera o dal pronto soccorso, deve essere esaminata anche l’appropriatezza della decisione di dimettere il paziente. Sul punto abbiamo approfondito anche la morte dopo dimissione dal pronto soccorso e la responsabilità medica per embolia polmonare non diagnosticata.

Non sempre, però, è possibile dimostrare che la condotta corretta avrebbe evitato direttamente l’esito finale. In determinate situazioni può essere necessario valutare una diversa voce di danno: la perdita di una seria e apprezzabile possibilità di sopravvivenza o di conseguire un risultato clinico migliore. La perdita di chance non coincide con la morte né costituisce un modo per aggirare la prova del nesso causale; richiede una valutazione autonoma della possibilità favorevole concretamente perduta a causa del ritardo o dell’omissione. Abbiamo esaminato questo profilo nella pagina dedicata alla perdita di chance di sopravvivenza per errore medico.

Quando il paziente sopravvive, l’indagine deve invece concentrarsi sulle conseguenze effettivamente lasciate dalla trombosi, dall’embolia o dal ritardo terapeutico. Possono assumere rilievo una invalidità permanente, le limitazioni nelle attività quotidiane, la riduzione della capacità lavorativa, la necessità di cure e assistenza future e gli ulteriori danni patrimoniali e non patrimoniali documentabili. È da questa ricostruzione clinica e causale, e non dalla sola gravità apparente dell’evento, che prende forma la successiva valutazione della responsabilità sanitaria e di un eventuale congruo risarcimento.

Responsabilità sanitaria e risarcimento: cosa occorre dimostrare

Per stabilire se una trombosi non diagnosticata dia diritto al risarcimento dobbiamo ricostruire l’intero percorso sanitario, evitando di identificare automaticamente l’esito grave con un errore medico. Il primo passaggio consiste nell’acquisire la documentazione completa: cartella clinica, verbali di pronto soccorso, referti, esami di laboratorio, ecografie ed eventuali immagini diagnostiche, prescrizioni terapeutiche, schede di dimissione e documentazione relativa agli interventi chirurgici. La sequenza temporale è spesso determinante, perché consente di confrontare il momento in cui sono comparsi i primi segnali della trombosi con quello della diagnosi effettiva e dell’inizio della terapia.

Su questa base deve essere verificato se la condotta sanitaria fosse adeguata alle condizioni concretamente conosciute o conoscibili. L’indagine può riguardare l’omessa considerazione dei fattori di rischio, la mancata esecuzione degli accertamenti indicati, un’errata interpretazione del quadro clinico, il ritardo nell’avvio della terapia anticoagulante, una profilassi antitrombotica inadeguata oppure una dimissione non compatibile con le condizioni del paziente. Quando la trombosi insorge dopo un intervento chirurgico, occorre valutare anche la gestione del rischio tromboembolico e il monitoraggio postoperatorio. Quando invece il paziente era già stato visitato per dolore o gonfiore a un arto, assume particolare importanza stabilire se vi fossero elementi sufficienti per imporre ulteriori approfondimenti prima della dimissione.

L’accertamento dell’errore rappresenta soltanto una parte della valutazione. È necessario dimostrare anche il nesso causale tra la condotta contestata e il danno. La consulenza medico-legale, affiancata quando necessario dallo specialista della materia interessata, serve proprio a ricostruire lo scenario controfattuale: che cosa sarebbe verosimilmente accaduto se la trombosi fosse stata diagnosticata tempestivamente e il paziente avesse ricevuto il trattamento appropriato? La risposta deve tenere conto della situazione clinica iniziale, delle patologie pregresse, dell’estensione della trombosi, dei tempi di evoluzione e delle concrete possibilità terapeutiche disponibili.

Se il paziente è sopravvissuto riportando conseguenze permanenti, il risarcimento deve essere commisurato al danno effettivamente riconducibile all’errore sanitario. Possono rilevare il danno biologico permanente e temporaneo, le ripercussioni documentabili sulla vita personale, le spese mediche e assistenziali, l’eventuale perdita o riduzione della capacità di produrre reddito e gli ulteriori pregiudizi patrimoniali provati. La quantificazione richiede quindi di distinguere le conseguenze proprie della patologia da quelle che una diagnosi tempestiva avrebbe potuto evitare o contenere.

Quando la trombosi non diagnosticata conduce alla morte, devono essere esaminate separatamente la posizione del paziente e quella dei suoi familiari. Coniuge, figli, genitori e, ricorrendone concretamente i presupposti, altri congiunti possono far valere i danni direttamente subiti per la perdita della persona cara, compreso il danno da perdita del rapporto parentale, oltre agli eventuali pregiudizi patrimoniali dimostrabili. La quantificazione non deriva automaticamente dal grado di parentela, ma richiede l’esame delle caratteristiche effettive della relazione e delle conseguenze provocate dal decesso. Per questi profili rinviamo anche all’approfondimento sulla morte per errore medico e risarcimento ai familiari.

Prima di formulare una richiesta di risarcimento è quindi necessario coordinare valutazione giuridica e medico-legale. Solo dopo avere individuato una condotta censurabile, verificato il nesso causale e ricostruito i danni concretamente subiti è possibile valutare se esistano i presupposti per richiedere un giusto e congruo risarcimento al medico, alla struttura sanitaria o agli altri soggetti eventualmente responsabili.

Un caso di trombosi non riconosciuta dopo un intervento chirurgico

Abbiamo seguito il caso di un paziente, che chiameremo Marco per tutelarne la riservatezza, sottoposto a un intervento chirurgico e successivamente dimesso. Nei giorni seguenti erano comparsi dolore e gonfiore marcato a una gamba. Il paziente si era rivolto nuovamente a una struttura sanitaria, ma il quadro era stato inizialmente ricondotto alle normali conseguenze del periodo postoperatorio senza arrivare, in quella fase, alla diagnosi di trombosi venosa profonda.

Le condizioni erano poi rapidamente peggiorate e ulteriori accertamenti avevano documentato una trombosi associata a una grave complicanza tromboembolica. Il nostro lavoro si è concentrato sulla ricostruzione cronologica della documentazione sanitaria e sulla valutazione medico-legale dei sintomi presenti alla precedente visita, dei fattori di rischio postoperatori, degli accertamenti eseguiti e di quelli che avrebbero potuto essere indicati. L’elemento decisivo è stato stabilire se una diagnosi effettuata in quella fase avrebbe consentito di iniziare tempestivamente il trattamento e di evitare o ridurre le conseguenze successivamente riportate.

La documentazione clinica e la valutazione specialistica hanno consentito di individuare gli specifici profili da contestare e di delimitare i danni causalmente riferibili al ritardo diagnostico, evitando di attribuire alla condotta sanitaria conseguenze dipendenti invece dalla patologia originaria. Su queste basi abbiamo potuto impostare la richiesta risarcitoria sulla concreta vicenda del paziente. L’esempio mostra il metodo seguito dallo Studio nell’esame di casi di questo tipo; ogni episodio di trombosi non diagnosticata presenta caratteristiche proprie e deve essere valutato autonomamente, senza presumere che un caso analogo conduca allo stesso risultato.

Domande frequenti sulla trombosi non diagnosticata

Una trombosi non diagnosticata dà sempre diritto al risarcimento?

No. La mancata diagnosi, da sola, non è sufficiente. Occorre verificare se, sulla base dei sintomi, dei fattori di rischio e delle condizioni presenti al momento della visita, il medico avrebbe dovuto sospettare la trombosi ed eseguire ulteriori accertamenti. Deve poi essere dimostrato che l’errore o il ritardo diagnostico abbia causato o aggravato il danno per il quale viene richiesto il risarcimento.

Si può chiedere il risarcimento se la trombosi è stata diagnosticata solo dopo la dimissione dal pronto soccorso?

Sì, se ne ricorrono i presupposti. È necessario esaminare ciò che risultava durante il primo accesso: sintomi riferiti, fattori di rischio, visita, esami effettuati o omessi e motivazioni della dimissione. Il fatto che la diagnosi sia stata formulata successivamente non dimostra automaticamente l’errore, ma una dimissione con una trombosi già clinicamente sospettabile e non adeguatamente approfondita può assumere rilievo ai fini della responsabilità sanitaria.

Chi può chiedere il risarcimento se il paziente muore per una trombosi non diagnosticata?

I familiari che abbiano subito direttamente un pregiudizio per la morte possono chiedere il risarcimento dei danni propri, ricorrendone i presupposti. La posizione di coniuge, figli e genitori assume normalmente particolare rilievo; anche altri congiunti possono far valere il danno quando ne siano concretamente dimostrati i presupposti. Devono inoltre essere distinti gli eventuali diritti maturati in capo al paziente e trasmissibili agli eredi dai danni direttamente subiti dai familiari.

Come si dimostra che una diagnosi tempestiva avrebbe evitato l’embolia polmonare o la morte?

La verifica richiede l’esame della documentazione sanitaria e una valutazione medico-legale, eventualmente affiancata da uno specialista. Occorre ricostruire quando la trombosi fosse diagnosticabile, quale trattamento sarebbe stato indicato in quel momento e quale sarebbe stata, secondo criteri medico-legali, la probabile evoluzione del paziente con una condotta tempestiva. Se non è dimostrabile che l’esito finale sarebbe stato evitato, può essere necessario valutare se il ritardo abbia comunque determinato la perdita di una seria e apprezzabile possibilità di sopravvivenza o di un risultato clinico migliore.

Quali documenti servono per valutare un caso di trombosi non diagnosticata?

È opportuno acquisire la documentazione sanitaria completa relativa agli accessi in pronto soccorso, ai ricoveri e agli eventuali interventi chirurgici, insieme a cartelle cliniche, verbali di dimissione, referti, esami di laboratorio, ecografie, immagini diagnostiche e prescrizioni terapeutiche. Sono utili anche i documenti relativi alle cure successive e alle conseguenze permanenti riportate. La cronologia completa permette di individuare quando siano comparsi i segnali della trombosi, quando sia stata formulata la diagnosi e quanto tempo sia trascorso prima dell’inizio del trattamento.

Trombosi non diagnosticata: richiedi una valutazione del caso

Se una trombosi non diagnosticata o riconosciuta in ritardo ha provocato un’embolia polmonare, una grave invalidità permanente o la morte di un familiare, possiamo esaminare la documentazione sanitaria per verificare se vi siano elementi concreti di responsabilità medica e se il ritardo abbia inciso sull’esito.

Ogni caso richiede una valutazione specifica della condotta sanitaria, del nesso causale e dei danni subiti. Richiedi una valutazione del tuo caso allo Studio Legale Calvello compilando il modulo e descrivendo sinteticamente quanto accaduto. Esamineremo la richiesta e, quando vi saranno i presupposti per un approfondimento, ti ricontatteremo.

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