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Diritto di Famiglia Tutela del patrimonio

Come distribuire le partecipazioni societarie tra gli eredi

Articolo a cura di: Redazione - Studio Legale Calvello

Distribuire le partecipazioni societarie tra gli eredi non significa semplicemente dividere le quote in parti uguali. Quando nel patrimonio familiare vi è un’azienda di valore, occorre decidere chi dovrà esercitare il controllo, chi parteciperà alla gestione, quali diritti economici spetteranno ai diversi figli e come tutelare i legittimari senza creare un assetto proprietario destinato a generare conflitti. Il problema diventa particolarmente delicato quando alcuni figli lavorano stabilmente nell’impresa e altri ne sono estranei. Una pianificazione successoria efficace deve quindi coordinare diritto successorio e diritto societario, tenendo conto del valore delle partecipazioni, dello statuto, della governance e dell’intero patrimonio disponibile.

Dividere le quote tra gli eredi non significa necessariamente dividerle in parti uguali

Uno degli errori più frequenti nel passaggio generazionale dell’impresa familiare consiste nel partire dall’idea che, in presenza di più figli, le partecipazioni societarie debbano essere necessariamente attribuite a ciascuno nella stessa percentuale. Dal punto di vista patrimoniale può apparire una soluzione equilibrata; dal punto di vista societario può produrre esattamente il risultato che l’imprenditore vorrebbe evitare.

Immaginiamo una società operativa nella quale il fondatore possiede una partecipazione di controllo e ha tre figli. Uno lavora da molti anni nell’impresa ed è destinato a proseguirne la gestione; gli altri hanno attività professionali autonome e non intendono occuparsi dell’azienda. Suddividere indistintamente la partecipazione tra tutti può trasformare una successione patrimoniale in un problema di governance: decisioni strategiche, nomina degli amministratori, distribuzione degli utili, investimenti e futura cessione delle partecipazioni potrebbero diventare terreno di confronto tra soggetti con interessi diversi.

Per questa ragione, quando assistiamo una famiglia nella pianificazione, distinguiamo innanzitutto proprietà delle partecipazioni, controllo societario, diritti economici e diritti amministrativi. Sono profili collegati, ma non coincidenti. Un figlio può avere interesse alla continuità e alla gestione dell’impresa; un altro può essere interessato principalmente al valore economico della propria posizione. Trattarli come se avessero necessariamente le stesse esigenze può creare un equilibrio soltanto apparente.

Questo non significa che l’imprenditore sia libero di ignorare i diritti successori degli altri familiari. Coniuge e figli, quando ricorrono i presupposti previsti dalla legge, sono legittimari e la pianificazione deve essere costruita considerando la quota di patrimonio loro riservata. Il punto, però, è diverso: la tutela del valore spettante agli eredi non impone automaticamente che ciascun bene e ciascuna partecipazione societaria siano materialmente frazionati nelle medesime proporzioni.

Se il patrimonio comprende, oltre all’azienda, immobili, disponibilità finanziarie, investimenti o altre partecipazioni, può essere possibile costruire attribuzioni differenziate, valutando complessivamente le posizioni degli eredi. È il problema che affrontiamo anche quando occorre dividere azienda e patrimonio tra più figli oppure quando un figlio lavora nell’azienda di famiglia e gli altri ne sono estranei.

Prima di stabilire le percentuali è quindi necessario ricostruire il patrimonio nel suo insieme: partecipazioni societarie, immobili, investimenti, donazioni già effettuate e altri beni economicamente rilevanti. Occorre poi verificare chi siano i legittimari e quale posizione patrimoniale debba essere loro assicurata. Soltanto a quel punto ha senso valutare come distribuire le partecipazioni senza compromettere la continuità dell’impresa.

Anche la valutazione economica richiede attenzione. Il valore complessivo dell’azienda non coincide automaticamente con il valore proporzionale di ogni singola partecipazione. Una quota che attribuisce il controllo della società può avere caratteristiche diverse da una partecipazione di minoranza; devono essere considerati i diritti collegati alla quota, le previsioni statutarie e l’effettiva struttura societaria. Quando il patrimonio è rilevante, una distribuzione costruita su valori approssimativi può diventare essa stessa la premessa di future contestazioni.

Come distribuire le partecipazioni quando alcuni figli lavorano nell’azienda e altri no

La situazione più delicata si presenta quando l’imprenditore vuole assicurare la continuità aziendale attraverso uno o più figli, senza penalizzare quelli che hanno scelto percorsi diversi. In questi casi la domanda corretta non è soltanto “quante quote attribuire a ciascun figlio”, ma quale assetto proprietario e di governo dovrà esistere dopo il passaggio generazionale.

Se, per esempio, uno dei figli dirige effettivamente l’impresa mentre gli altri non partecipano alla gestione, attribuire a tutti quote identiche può esporre la società a un conflitto strutturale. Il figlio operativo potrebbe voler reinvestire gli utili, finanziare una nuova acquisizione o modificare l’organizzazione aziendale; gli altri potrebbero preferire una maggiore distribuzione degli utili o, in futuro, monetizzare la partecipazione. Nessuna di queste esigenze è necessariamente illegittima. Il problema nasce quando la struttura societaria non è stata progettata per governare interessi differenti.

In presenza di un patrimonio adeguatamente diversificato si può valutare se concentrare maggiormente le partecipazioni societarie sul figlio destinato alla continuità dell’impresa, riequilibrando la posizione degli altri attraverso immobili, investimenti o differenti componenti patrimoniali. Quando invece gran parte della ricchezza familiare è concentrata nell’azienda, la soluzione richiede un lavoro più articolato, perché occorre conciliare continuità societaria, valore economico attribuito agli altri eredi e tutela della legittima.

È proprio in questi casi che la pianificazione deve iniziare con sufficiente anticipo. Attendere l’apertura della successione significa lasciare che molte decisioni siano condizionate dall’assetto esistente al momento della morte dell’imprenditore. Una programmazione in vita consente invece di valutare strumenti differenti e di coordinarli: donazioni di partecipazioni, eventuale riserva di usufrutto, attribuzione della nuda proprietà, patto di famiglia quando ne ricorrono le condizioni, modifiche statutarie, patti parasociali o riorganizzazioni societarie.

Nessuno di questi strumenti rappresenta una soluzione standard. La donazione di partecipazioni societarie deve essere valutata anche rispetto alla posizione degli altri eredi; la separazione tra usufrutto e nuda proprietà può essere utile quando il fondatore intende anticipare il trasferimento patrimoniale conservando determinati diritti, ma richiede di disciplinare correttamente diritti economici e amministrativi. Allo stesso modo, il patto di famiglia deve essere verificato rispetto alla partecipazione trasferita, alla struttura della famiglia e ai soggetti che devono intervenire nell’operazione.

Un ulteriore livello riguarda lo statuto della società e la futura governance. Non basta stabilire chi riceverà le quote. Occorre verificare quali maggioranze saranno necessarie per assumere le decisioni, chi potrà nominare gli amministratori, quali limiti esistano alla circolazione delle partecipazioni e se siano previste clausole di prelazione, gradimento o altre disposizioni capaci di incidere sull’ingresso e sull’uscita dei soci. In determinate strutture possono assumere rilievo anche accordi tra i futuri soci destinati a disciplinare aspetti della gestione e dei rapporti reciproci.

Quando l’obiettivo è trasferire progressivamente la proprietà senza abbandonare immediatamente il governo dell’impresa, deve essere esaminata anche la possibilità di trasferire quote societarie ai figli mantenendo il controllo dell’azienda. La soluzione concreta dipende dalla forma societaria, dalla composizione delle partecipazioni, dai diritti attribuiti e dalle previsioni dello statuto.

La distribuzione delle partecipazioni tra gli eredi deve quindi essere progettata partendo dall’assetto che la famiglia vuole ottenere, non dalla semplice divisione matematica del capitale sociale. Prima si individua chi dovrà gestire, chi dovrà controllare e quale posizione economica dovrà essere riconosciuta agli altri eredi; successivamente si scelgono gli strumenti societari e successori compatibili con quell’obiettivo e con i diritti che la legge riserva ai legittimari.

Quali strumenti possono coordinare proprietà, controllo e tutela degli altri eredi

Una volta stabilito quale assetto proprietario si vuole ottenere, occorre individuare gli strumenti giuridici più adatti per realizzarlo. La scelta dipende dalla composizione della famiglia, dal valore delle partecipazioni, dalla presenza di altri beni, dal ruolo dei figli nell’impresa e soprattutto dal grado di controllo che l’imprenditore intende conservare durante la propria vita. Donazione, usufrutto, nuda proprietà, patto di famiglia, modifiche statutarie e patti parasociali rispondono a esigenze differenti e possono, quando compatibili, essere coordinati tra loro.

La donazione delle partecipazioni consente di anticipare il trasferimento ai figli, ma deve essere valutata nel quadro complessivo della futura successione. Occorre considerare le donazioni già effettuate, la posizione dei legittimari e il valore delle attribuzioni patrimoniali. Trasferire oggi una partecipazione importante senza ricostruire questi elementi può lasciare irrisolto il problema che si voleva prevenire e alimentare future contestazioni tra gli eredi. Per questo abbiamo dedicato uno specifico approfondimento alle quote societarie diverse tra figli e alle cautele necessarie per evitare future contestazioni.

Quando il fondatore vuole anticipare il trasferimento della proprietà ma conservare determinate prerogative, può essere valutata la donazione della nuda proprietà delle quote societarie con riserva di usufrutto. L’operazione non deve però essere ridotta alla formula secondo cui il genitore mantiene semplicemente il controllo: occorre verificare concretamente la disciplina dei diritti connessi alla partecipazione, compreso l’esercizio del voto e la percezione degli utili, coordinandola con lo statuto e con gli accordi eventualmente esistenti. Il tema assume particolare rilievo quando l’imprenditore vuole iniziare il passaggio generazionale senza uscire immediatamente dalla vita societaria.

In altri casi può essere preso in considerazione il patto di famiglia, disciplinato dagli articoli 768-bis e seguenti del codice civile, attraverso il quale l’imprenditore può trasferire l’azienda oppure il titolare di partecipazioni societarie può trasferire, nei limiti previsti dalla disciplina applicabile, le proprie partecipazioni a uno o più discendenti. La sua utilità va verificata sul caso concreto: non tutte le partecipazioni e non tutte le strutture familiari presentano le condizioni che rendono questo strumento adeguato. Devono essere considerati anche i soggetti che sarebbero legittimari se in quel momento si aprisse la successione e la disciplina relativa alla loro liquidazione, salvo le diverse possibilità consentite dalla legge.

La pianificazione deve poi intervenire sul versante societario. Se più figli saranno soci, lo statuto può incidere profondamente sulla stabilità dell’assetto futuro attraverso la disciplina della circolazione delle partecipazioni, delle maggioranze, dei diritti attribuiti ai soci e, nei limiti consentiti dalla forma societaria, dei meccanismi destinati a governare determinate decisioni. Clausole di prelazione o gradimento, per esempio, possono assumere rilievo quando la famiglia vuole evitare che una partecipazione venga trasferita liberamente a soggetti estranei, ma devono essere formulate tenendo conto della disciplina societaria applicabile e dell’effetto concreto che produrranno.

Anche i patti parasociali tra eredi possono contribuire a governare l’azienda familiare, regolando determinati comportamenti dei soci e alcuni aspetti dell’esercizio dei loro diritti. Statuto e patti parasociali, però, operano su piani differenti e non sono intercambiabili. La loro utilità deve essere valutata rispetto alla forma societaria, agli obiettivi della famiglia e alla necessità di prevenire situazioni di stallo o conflitti tra i futuri soci.

Per patrimoni più articolati può entrare nella valutazione anche una holding familiare. La concentrazione delle partecipazioni in una struttura societaria può consentire, in determinate situazioni, di organizzare in modo diverso il controllo e la partecipazione dei membri della famiglia, soprattutto quando esistono più società operative o differenti rami familiari. Non è però sufficiente costituire una holding per risolvere automaticamente il passaggio generazionale: occorre progettare la distribuzione delle partecipazioni della holding, la governance e i rapporti tra i soci. Il tema diventa ancora più rilevante nel passaggio generazionale di una holding familiare o di un gruppo composto da più società.

La scelta dello strumento arriva quindi dopo l’analisi, non prima. Dobbiamo conoscere il valore dell’azienda e delle singole partecipazioni, individuare i legittimari, verificare le attribuzioni patrimoniali già effettuate, esaminare lo statuto e stabilire quale equilibrio la famiglia intende creare tra proprietà, controllo e diritti economici. Solo su questa base è possibile costruire un assetto che riduca il rischio che la successione produca una frammentazione incontrollata delle partecipazioni o trasferisca nella società conflitti familiari destinati a incidere sulla gestione.

Un caso seguito dallo Studio: tre figli, ma soltanto uno destinato alla gestione dell’impresa

In un caso seguito dal nostro Studio, che descriviamo con nomi e dettagli modificati per tutelare la riservatezza del rapporto professionale, un imprenditore era titolare della partecipazione di controllo di una società familiare di valore rilevante e aveva tre figli. Il maggiore lavorava stabilmente nell’impresa e aveva progressivamente assunto responsabilità gestionali; gli altri due svolgevano attività completamente estranee alla società. L’idea iniziale del padre era attribuire a ciascun figlio la stessa percentuale, ritenendo questa soluzione la più equa.

L’analisi dell’assetto societario e del patrimonio familiare mostrava però che una divisione paritaria avrebbe separato la gestione quotidiana dal controllo necessario per assumere alcune decisioni rilevanti, creando le condizioni per futuri contrasti. Abbiamo quindi ricostruito il valore delle partecipazioni e degli altri beni, verificato la posizione dei legittimari e analizzato lo statuto, individuando un assetto nel quale la continuità della gestione poteva essere preservata senza trascurare la posizione patrimoniale degli altri figli. La soluzione è stata costruita coordinando la distribuzione delle partecipazioni con gli altri beni familiari e con regole societarie coerenti con il nuovo equilibrio. Il risultato ottenuto in quel caso dipendeva dalla specifica composizione del patrimonio e della famiglia e non può essere automaticamente trasferito a situazioni differenti.

Domande frequenti sulla distribuzione delle partecipazioni societarie tra gli eredi

Le quote societarie devono essere divise in parti uguali tra tutti i figli?

No. La tutela dei legittimari non comporta necessariamente l’attribuzione a ciascun figlio della stessa percentuale di ogni partecipazione societaria. Occorre considerare il valore dell’intero patrimonio e le attribuzioni destinate ai diversi eredi. In presenza di un’azienda familiare può essere opportuno evitare una frammentazione delle quote che renda più difficile il controllo o la gestione della società, sempre nel rispetto dei diritti successori spettanti ai legittimari.

È possibile attribuire la maggioranza delle quote al figlio che lavora nell’azienda?

È possibile progettare un assetto nel quale il figlio coinvolto nell’impresa riceva una partecipazione diversa da quella degli altri figli, ma la soluzione deve essere verificata rispetto al valore delle quote, alla composizione complessiva del patrimonio, alle eventuali donazioni precedenti e ai diritti dei legittimari. Se esistono immobili, investimenti o altri beni di valore, questi possono assumere rilievo nella costruzione dell’equilibrio patrimoniale tra gli eredi.

Come si può trasferire una partecipazione ai figli mantenendo il controllo della società?

Le soluzioni dipendono dalla forma societaria e dall’assetto concreto. Possono assumere rilievo la costituzione o la riserva di usufrutto sulle quote societarie, la distribuzione dei diritti amministrativi ed economici consentita dalla disciplina applicabile, le previsioni statutarie e la governance. Prima del trasferimento occorre verificare con precisione chi eserciterà il diritto di voto, chi avrà diritto agli utili e quali poteri rimarranno al fondatore.

Il patto di famiglia permette di evitare future contestazioni degli eredi?

Il patto di famiglia è uno strumento espressamente previsto dal codice civile per il trasferimento dell’azienda o di partecipazioni societarie a uno o più discendenti, ma non deve essere considerato una soluzione automatica per qualsiasi passaggio generazionale. La sua applicabilità e convenienza devono essere esaminate in relazione alla partecipazione interessata, alla struttura familiare, ai legittimari e all’assetto patrimoniale complessivo. La disciplina del patto di famiglia costituisce una specifica eccezione al generale divieto dei patti successori previsto dall’articolo 458 del codice civile.

Cosa bisogna controllare prima di distribuire le partecipazioni societarie tra gli eredi?

È necessario ricostruire almeno la composizione del patrimonio, il valore dell’azienda e delle partecipazioni, la posizione dei legittimari, le donazioni già effettuate e il ruolo che ciascun figlio avrà nell’impresa. Sul piano societario devono essere esaminati statuto, maggioranze, diritti di voto, poteri amministrativi, clausole relative alla circolazione delle quote ed eventuali patti parasociali. In patrimoni complessi devono essere considerate anche holding, altre società, immobili, investimenti e beni situati all’estero.

Distribuire le partecipazioni tra gli eredi richiede un progetto costruito sull’impresa e sulla famiglia

Quando una parte rilevante del patrimonio familiare è rappresentata da un’azienda o da partecipazioni societarie, una distribuzione non pianificata può determinare frammentazione del capitale, conflitti tra figli e difficoltà nella futura gestione dell’impresa. Il problema richiede una valutazione coordinata della successione, dei diritti dei legittimari, del valore delle partecipazioni e delle regole societarie che governeranno i rapporti tra gli eredi.

Nel nostro Studio esaminiamo la struttura della famiglia, l’assetto proprietario e societario, il patrimonio complessivo e gli obiettivi dell’imprenditore per individuare gli strumenti giuridici concretamente utilizzabili. Se dovete pianificare la distribuzione di partecipazioni societarie tra più eredi, potete richiedere una valutazione allo Studio Legale Calvello, descrivendo nel modulo la struttura dell’impresa, la composizione familiare e il problema che intendete affrontare.

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