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Responsabilità professionale dell’avvocato per mancata proposizione del ricorso per Cassazione e riparto dell’onere probatorio

Cass. civ. Sez. III, Sent., 23-03-2017, n. 7410

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Qualora il cliente abbia fornito la prova della conclusione del contratto di patrocinio, con il conferimento dell’incarico all’avvocato di proporre azione in giudizio in primo ed in secondo grado, non è necessario il conferimento di ulteriore mandato per agire in sede di legittimità, della cui prova sia gravato il cliente. La sola circostanza che questi non abbia rilasciato la procura speciale richiesta allo scopo non esclude la responsabilità del professionista per mancata tempestiva proposizione del ricorso, gravando sull’avvocato l’onere di provare di aver sollecitato il cliente a fornire indicazioni circa la propria intenzione di proporre o meno ricorso per cassazione avverso la sentenza sfavorevole di secondo grado e di averlo informato di questo esito e delle conseguenze dell’omessa impugnazione, nonchè l’onere di provare di non aver agito in sede di legittimità per fatto a sè non imputabile (quale il rifiuto di impugnare o di sottoscrivere la procura speciale da parte del cliente) ovvero per la sopravvenuta cessazione del rapporto contrattuale.

LA SENTENZA

Svolgimento del processo

1.Con la sentenza impugnata, pubblicata il 17 gennaio 2013, la Corte d’appello di Torino ha rigettato l’appello principale proposto da B.L. e R.M. nei confronti dell’avv. V.A., nonchè l’appello incidentale di quest’ultima nei confronti degli appellanti e della Compagnia Assicuratrice Milanese S.p.A. (società chiamata in causa dalla convenuta per essere manlevata in caso di soccombenza), avverso la sentenza del Tribunale di Torino del 15 novembre 2007, con la quale era stata rigettata la domanda proposta da B. e M. per responsabilità professionale dell’avv. V. (consistita nella mancata presentazione, nonostante il mandato ricevuto dai clienti, del ricorso per cassazione avverso le sentenze della Corte d’appello di Torino in data 29 maggio 2002 che li avevano visti soccombenti; assumendo gli attori di aver subito perciò la perdita di un migliore trattamento pensionistico, di cui avrebbero potuto beneficiare a seguito del probabile accoglimento del ricorso da parte della Cassazione).

La Corte d’appello – ritenuto che gli attori, poi appellanti, avrebbero dovuto provare di aver conferito uno specifico mandato per proporre il ricorso per cassazione e che non avessero fornito questa prova – ha confermato la sentenza di primo grado, anche quanto alla compensazione delle spese (impugnata con ricorso incidentale). Respinti gli appelli, principale ed incidentale, la Corte ha compensato per intero anche le spese del secondo grado di giudizio.

2. B.L. e R.M. propongono ricorso per cassazione con cinque motivi illustrati da memoria.

L’avv. V.A. e l’Assicuratrice Milanese S.p.A. si difendono con distinti controricorsi.

Motivi della decisione

1.Col primo motivo si denuncia violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1176 c.c., comma 2, artt. 1722, 2230, 2236 e 2697 c.c. (anche in relazione agli artt. 41 e 5 del codice deontologico vigente ratione temporis), nonchè degli artt. 115, 228 e 116 c.p.c. ed, ancora, degli artt. 2727 e 2729 c.c. “in ordine alla interpretazione del contratto di mandato professionale, nonchè alla distribuzione dell’onere probatorio fra clienti e avvocato circa l’esistenza (od inesistenza od estinzione) di un tale mandato professionale per la tutela giudiziale anche davanti alla Corte di Cassazione”.

I ricorrenti addebitano alla Corte di merito di avere errato in punto di individuazione ed interpretazione del mandato professionale, confondendo tra incarico conferito dai clienti all’avvocato per la difesa in giudizio e procura speciale necessaria, ai sensi di legge, per la presentazione del ricorso per cassazione. In particolare, censurano le affermazioni del giudice a quo secondo cui il professionista, pur in caso di incarico per la difesa in tutti i gradi di giudizio, dovrebbe ottenere un consenso specifico del cliente per proporre il ricorso per cassazione e secondo cui sarebbe onere del cliente dare prova di avere fornito tale consenso specifico. Secondo i ricorrenti, invece, una volta provata l’esistenza di un contratto di patrocinio tra cliente e professionista avvocato per la cura di un determinato affare -come sarebbe stata provata nel caso di specie- spetterebbe al professionista la prova che tale rapporto si è interrotto. Ancora, rilevano che per la prova del contratto non sarebbe indispensabile il rilascio della procura ad litem, essendo questa necessaria soltanto per lo svolgimento dell’attività processuale, mentre il rapporto tra avvocato e cliente sorge in forza di una species del contratto di mandato che non necessita di forma scritta.

1.1.Col secondo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 1176 c.c., comma 2, artt. 1722, 2236 e 2697 c.c. nonchè degli artt. 115, 228, 116 c.p.c. ed, ancora, degli artt. 2727 e 2729 c.c. “in ordine al ritenuto mancato raggiungimento della prova circa l’esistenza di un mandato professionale per la tutela giudiziale anche avanti la Corte di Cassazione”.

I ricorrenti addebitano alla Corte di merito di avere invertito l’onere della prova in merito all’esistenza di un “nuovo mandato” per la proposizione del ricorso per cassazione e comunque di non aver valutato correttamente la prova raggiunta circa la portata dell’incarico già conferito all’avv. V., come comprendente anche quel mandato. Questo sarebbe risultato dalla prova testimoniale e dalla prova documentale, sulle quali sostengono che la motivazione sia incorsa in travisamento del tenore letterale delle deposizioni e la decisione sia stata assunta violando le regole sulla prova presuntiva.

2. I motivi, da esaminarsi congiuntamente per ragioni di connessione, sono fondati.

Giova precisare che, contrariamente a quanto si sostiene nei controricorsi, non rileva l’art. 348 ter c.p.c., comma 4 e 5, introdotto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. A), convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134, per il quale non è ammesso ricorso ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 contro le sentenze di appello che abbiano confermato la decisione di primo grado per le stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata (c.d. doppia conforme). Ai sensi dello stesso art. 54, comma 2, la disposizione si applica ai giudizi di appello introdotti dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del decreto. Quindi, non si applica al giudizio a quo, introdotto con atto di citazione del 24 ottobre 2008.

Per di più, l’accoglimento, come si dirà, è relativo alla violazione di norme di legge, non a vizi di motivazione.

2.1. Nel merito, sull’attività professionale svolta da avvocati è fondamentale la differenza che corre tra contratto di patrocinio e procura alle liti, poichè, mentre quest’ultima è un negozio unilaterale col quale il difensore viene investito del potere di rappresentare la parte in giudizio, il contratto di patrocinio è un negozio bilaterale col quale il professionista viene incaricato di svolgere la sua opera secondo lo schema del mandato (così già Cass. n. 13963/06, nonchè, di recente Cass. n. 18450/14 e ord. n. 13927/15).

Le conseguenze in tema di forma e di prova sono le seguenti. Non si può escludere che il rilascio di una procura alle liti assolva all’onere di forma eventualmente richiesto per il contratto (come è per la pubblica amministrazione: cfr. Cass. ord. n. 2266/12, n. 3721/15 e n. 15454/15) ed, al contempo, ne fornisca la prova. Però, di norma, ai fini della conclusione del contratto di patrocinio, non è indispensabile il rilascio di una procura ad litem, essendo questa necessaria solo per lo svolgimento dell’attività processuale, e non è richiesta la forma scritta, vigendo per il mandato il principio di libertà di forma. Nè rileva, ai fini della conclusione del contratto di patrocinio, il versamento, anticipato o durante lo svolgimento del rapporto professionale, di un fondo spese o di un anticipo sul compenso, sia perchè il mandato può essere anche gratuito, sia perchè, in caso di mandato oneroso, il compenso e l’eventuale rimborso delle spese sostenute possono essere richiesti dal professionista durante lo svolgimento del rapporto o al termine dello stesso (così Cass. n. 10454/02).

2.2. In base alla regola di riparto dell’onere della prova in materia contrattuale di cui all’art. 1218 c.c., incombe al cliente l’onere di dare la prova del conferimento dell’incarico; incombe al professionista l’onere di provare l’adempimento delle prestazioni, con la diligenza richiesta dall’art. 1176 c.c., comma 2.

Quanto alle obbligazioni derivanti al professionista avvocato dalla stipulazione di un contratto, col quale gli sia stato affidato, ai sensi degli artt. 2230 e 2236 c.c., l’incarico di seguire il cliente ai fini dell’instaurazione di un giudizio, valgono i principi di cui appresso.

L’avvocato deve assolvere “sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, (anche) ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, essendo tenuto a rappresentare a quest’ultimo tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di richiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso; a sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole. A tal fine incombe su di lui l’onere di fornire la prova della condotta mantenuta, insufficiente al riguardo peraltro essendo il rilascio da parte del cliente delle procure necessarie all’esercizio dello jus postulandi, stante la relativa inidoneità ad obiettivamente ed univocamente deporre per la compiuta informazione in ordine a tutte le circostanze indispensabili per l’assunzione da parte del cliente di una decisione pienamente consapevole sull’opportunità o meno d’iniziare un processo o intervenire in giudizio” (così Cass. n. 14597/04) ed, ancora, “L’avvocato, nell’adempimento della propria prestazione professionale, è tenuto ad informare il cliente sulle conseguenze del compimento o del mancato compimento degli atti del processo, e, se del caso, a sollecitarlo nel compimento di essi ovvero, sussistendo le condizioni, a dissuaderlo della loro esecuzione. Pertanto, la circostanza che il cliente abbia omesso di fornire indicazioni al proprio avvocato circa la propria intenzione di proporre o meno impugnazione avverso una sentenza sfavorevole non esclude la responsabilità del professionista per mancata tempestiva proposizione dell’appello, se questi non aveva provveduto ad informare il cliente sulle conseguenze dell’omessa impugnazione.” (così Cass. n. 24544/09; cfr., nello stesso senso, Cass. n. 4781/13 e ord. n. 15454/15 cit.).

3. Nella sentenza impugnata, pertanto, si riscontrano, così come sostenuto col primo motivo, i seguenti errori di diritto, per mancato rispetto dei principi di cui sopra:

a) avere ritenuto irrilevante “il dato formale costituito dal conferimento fin dal giudizio di primo grado di una procura alle liti valida per tutti i gradi del giudizio e quindi in via generale comprensiva anche del grado di Cassazione”;

b) aver ritenuto che, malgrado la circostanza appena esposta, i clienti fossero gravati della prova (ulteriore) di aver “valutato gli esiti sfavorevoli del giudizio di appello e (…) incaricato l’avv. V. di proporre il ricorso per Cassazione per loro conto”;

c) avere ritenuto che il mandato per agire in sede di legittimità dovesse essere “oggetto di specifica prova” da fornirsi da parte dei clienti;

d) avere ritenuto che il contenuto di questa prova dovesse consistere in “una nuova e specifica procura per il giudizio (…) in cassazione”.

3.1. Si riscontrano altresì, così come sostenuto col secondo motivo, i seguenti errori in merito alla valutazione delle risultanze istruttorie; questa valutazione non appare rispettosa del corretto criterio di riparto dell’onere e del contenuto della prova gravante rispettivamente sul cliente e sull’avvocato e delle regole sulla prova presuntiva:

a) avere ritenuto che “la procura rilasciata per il primo grado tuttavia, seppure comprensiva di tutti i gradi del giudizio, non consente di arguire tout court (…) il rilascio del consenso del cliente ad esperire il ricorso per Cassazione”;

b) avere svalutato le deposizioni rese dai testimoni indicati dagli attori, poi appellanti, ritenendo non decisive circostanze -invece determinanti- da questi riferite e riportate anche in sentenza (oltre che nel ricorso) quali: 1) la presenza degli odierni ricorrenti, unitamente ad altri numerosi lavoratori pensionati (che si trovavano nella loro stessa od analoga situazione) ad una riunione indetta dagli avvocati (incaricati delle cause “seriali” sul ricalcolo della pensione nei confronti dell’INPS) per concordare la prosecuzione dei diversi giudizi (per alcuni in appello, per altri in cassazione); 2) il versamento di somme in acconto (fondo spese), imputate a spese sia per l’appello che per il ricorso per cassazione; 3) la sottoscrizione nella stessa riunione da parte di altri partecipanti, ma non da parte dei ricorrenti, di una espressa rinuncia ad agire in sede di legittimità;

c) avere interpretato un fatto noto riferito da tutti i testimoni, senza alcuna eccezione nè contrasto (essere il fondo spese destinato sia all’appello che alla cassazione), desumendo da esso l’esatto contrario in forza di una “presunzione” che non si fonda su indizi gravi precisi e concordanti (ma soltanto sulla “modestia della somma” richiesta ai lavoratori-pensionati, dato equivoco, smentito dalla prova testimoniale e privo di ulteriori riscontri fattuali);

d) non avere valorizzato il dato della presentazione degli appelli nell’interesse di entrambi gli attuali ricorrenti, previa percezione da parte di costoro del fondo spese di cui sopra.

4. In sintesi, tenuto conto dell’art. 1218 c.c., art. 1176 c.c., comma 2, artt. 2230 e 2236 c.c., nonchè della richiamata distinzione tra contratto di patrocinio e procura alle liti, spetta ai clienti provare di avere affidato all’avvocato l’incarico di assistenza professionale relativa ad un determinato affare ed il mandato di agire in giudizio, per conseguire il risultato avuto di mira (nel caso di specie, il più alto trattamento pensionistico richiesto all’INPS); raggiunta questa prova, spetta all’avvocato provare l’avvenuto adempimento del mandato, con la diligenza e la perizia richieste dalla natura dell’attività, e precisamente provare di avere adempiuto alle obbligazione di cui si è detto sopra, quanto agli obblighi di informazione, sollecitazione e cura dell’attività giudiziale nascenti dal contratto di patrocinio, ovvero di non avervi adempiuto per fatto a sè non imputabile o per cessazione del rapporto contrattuale.

4.1. Avuto riguardo a tali contenuti e criteri di distribuzione dell’onere della prova, nel caso di specie non avrebbe potuto essere attribuito alcun rilievo al mancato rilascio della procura speciale per proporre ricorso per cassazione. Il dato sarebbe stato significativo soltanto ove il professionista avesse dimostrato di avere informato i clienti della soccombenza nel giudizio di appello; di avere loro esposto i vantaggi ed i rischi prevedibilmente derivanti dall’instaurazione del giudizio di legittimità; di avere tempestivamente richiesto il rilascio della procura speciale necessaria allo scopo e di non aver avuto riscontro o di aver ricevuto il rifiuto ovvero la revoca dell’originario mandato.

Invece la sentenza nulla dice in merito a quanto accaduto tra avvocato e clienti dopo la pubblicazione delle sentenze di appello, pur avendo i giudici dato atto che vi fosse la prova del mandato per agire in tutti i gradi di giudizio, e pur essendo incontestato che l’appello venne proposto con esito sfavorevole ai lavoratori-pensionati qui ricorrenti; non è noto, invece, se e quando questo esito sia stato loro comunicato e quali siano state le vicende successive.

5. In diritto, va affermato che “qualora il cliente abbia fornito la prova della conclusione del contratto di patrocinio, con il conferimento dell’incarico all’avvocato di proporre azione in giudizio in primo ed in secondo grado, non è necessario il conferimento di ulteriore mandato per agire in sede di legittimità, della cui prova sia gravato il cliente. La sola circostanza che questi non abbia rilasciato la procura speciale richiesta allo scopo non esclude la responsabilità del professionista per mancata tempestiva proposizione del ricorso, gravando sull’avvocato l’onere di provare di aver sollecitato il cliente a fornire indicazioni circa la propria intenzione di proporre o meno ricorso per cassazione avverso la sentenza sfavorevole di secondo grado e di averlo informato di questo esito e delle conseguenze dell’omessa impugnazione, nonchè l’onere di provare di non aver agito in sede di legittimità per fatto a sè non imputabile (quale il rifiuto di impugnare o di sottoscrivere la procura speciale da parte del cliente) ovvero per la sopravvenuta cessazione del rapporto contrattuale”.

I primi due motivi di ricorso vanno accolti; la sentenza impugnata va cassata e le parti vanno rimesse dinanzi alla Corte d’appello di Torino per nuovo esame dei fatti di causa, con applicazione del principio di diritto appena enunciato.

Restano assorbiti i restanti motivi, attinenti alla valutazione della mancata risposta della convenuta all’interrogatorio formale (terzo motivo), alla declaratoria di inammissibilità per novità della domanda di affermazione della responsabilità per violazione dell’obbligo di informazione da parte dell’avvocato (quarto motivo), alle questioni concernenti le conseguenze dell’inadempimento del mandato (quinto motivo).

Si rimette al giudice del rinvio anche la decisione sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi due motivi di ricorso, assorbiti i restanti; cassa la sentenza impugnata; rinvia alla Corte d’appello di Torino, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 18 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 23 marzo 2017

Avvocato negligente e causa persa: ecco quando scatta il risarcimento

Cass. civ. Sez. III, Sent., 24-05-2016, n. 10698

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

La responsabilità dell’avvocato non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare:

  • se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo,
  • se un danno vi sia stato effettivamente e, infine,
  • se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva (anche per violazione del dovere di informazione), ed il risultato derivatone.

L’avvocato, infatti, è tenuto solo a svolgere l’attività richiesta, non già a vincere la causa, anche perché l’esito del giudizio inevitabilmente incontra il limite del libero convincimento del giudice. Ne consegue che è onere dell’attore, ai fini della sussistenza della responsabilità dell’avvocato per negligenza, dimostrare che la sua domanda giudiziale, ove correttamente formulata e sostenuta dall’avvocato, avrebbe avuto ragionevoli probabilità di accoglimento.

LA SENTENZA

Svolgimento del processo

  1. – Con sentenza del marzo 2004, il Tribunale di Roma respinse la domanda proposta da M.F. contro l’avv. P.O., per sentirlo condannare, previo accertamento della sua responsabilità professionale (per negligente ed imperito espletamento del mandato difensivo ad esso affidato ai fini dell’impugnativa di delibere assembleari della Cooperativa Edilizia Monte Cervino, dalla cui compagine sociale l’attore era stato escluso come socio, con conseguente reiezione, in primo e secondo grado, delle domande azionate in giudizio), al pagamento, a titolo di risarcimento del danno, della somma di Lire 118.184.000.
  2. – Avverso tale decisione interponeva gravame il M., che la Corte di appello di Roma rigettava con sentenza resa pubblica il 5 settembre 2011.

2.1. – La Corte territoriale osservava che il primo giudice aveva correttamente ritenuto insussistente la responsabilità dell’avvocato “in mancanza di prova – e prima ancora di allegazione – della probabilità di un giudizio favorevole, nell’ipotesi in cui non si fossero verificate le omissioni del difensore”.

In particolare, il giudice del gravame evidenziava che il M. aveva ravvisato e dedotto, in primo grado, la sussistenza della responsabilità professionale dell’avv. P. per: a) “mancata allegazione dei motivi di nullità del lodo arbitrale, ritenuto addirittura inesistente dalla corte di Appello”; b) “mancata impugnativa delle delibere assembleari nei termini e nelle sedi competenti”; c) “mancato istruttoria del giudizio di primo grado”; d) “introduzione di domande, motivi di nullità del lodo e istanza di restituzione delle somme versate, solo in comparsa conclusionale e quindi tardive”.

Tuttavia, soggiungeva la Corte capitolina, lo stesso attore non aveva dimostrato i presupposti che, in presenza di una morosità nel pagamento delle quote sociali, avrebbero comunque reso ingiustificato il provvedimento di esclusione dalla società cooperativa, nè aveva prodotto “in atti le delibere e la decisione del collegio dei probiviri, oggetto del precedente giudizio, nè era stata allegata una verosimile fondatezza della domanda di impugnazione dell’esclusione da socio della cooperativa edilizia”, nè, ancora, vi era stata prova del conferimento del mandato difensivo prima della decisione dei probiviri, del pagamento dell’importo dovuto per le spese del doppio grado di giudizio, dell’ammontare della quota sottoscritta e del valore realizzato dalla società cooperativa e “asseritamente venduto a Lire 110 milioni”.

Sicchè, era carente una allegazione “riguardo una responsabilità professionale dell’avv. P. nell’espletamento del mandato difensivo, ed il relativo danno”, a mente della quale era necessario “procedere a valutazione prognostica, volta a stabilire, in termini probabilistici, se l’evento dannoso (mancato accoglimento della domanda giudiziale) non si sarebbe verificato ugualmente, pur nell’ipotesi di una diversa linea difensiva e quindi senza l’inerzia e le preclusioni processuali rilevate in giudizio”.

2.2. – La Corte territoriale osservava, altresì, che era inammissibile la “critica” all’operato del professionista “riguardante la tardiva proposizione della domanda di restituzione delle somme perchè introdotta, in primo grado, solo al momento della precisazione delle conclusioni”.

2.3. – Quanto poi alle doglianze sul “mancato rispetto dei termini per l’impugnativa delle delibere assembleari” e sulla “mancata prospettazione da parte del difensore dell’inutilità del contenzioso, se scaduti i termini in linea a quanto statuito con la decisione della Corte di Appello, intervenuta nel precedente giudizio”, il giudice di secondo grado riteneva, rispettivamente, assente la prova che il mandato difensivo fosse stato conferito “in tempo utile per un’impugnazione tempestiva” e che non potesse riconoscersi la responsabilità del professionista per “la non facile interpretazione della normativa statutaria nella parte in cui riconosce al socio escluso la facoltà di ricorrere contro la relativa delibera ad un collegio di probiviri, dovendosi stabilire se trattasi di un sistema di tutela endosocietario o arbitrale e le diverse conseguenze che ne derivano”.

  1. – Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso M. F. sulla base di cinque motivi, illustrati da memoria.

Successivamente ad ordinanza interlocutoria di questa Corte (Sez. Sesta – 3, n. 27262 del 2014), con cui veniva disposta la rinnovazione della notificazione del ricorso nei confronti degli eredi dell’avv. P.O., deceduto il (OMISSIS) (dopo la discussione della causa in sede di gravame e prima della notificazione dell’impugnazione in questa sede), si è difesa con controricorso l’erede C.M.L..

Motivi della decisione

  1. Preliminarmente, va disattesa l’eccezione, sollevata dal ricorrente con la memoria ex art. 378 c.p.c., di inammissibilità, per tardività, del controricorso, sostenendosi che la notificazione del ricorso sarebbe stata ricevuta dalla C. il “6 gennaio 2015”, giacchè – come emerge anzitutto dalla documentazione prodotta dallo ricorrente – questi ha provveduto a tale notificazione dapprima con spedizione dell’atto in data 22 gennaio 2015, ma senza esito, presso il domicilio della C. in (OMISSIS) e, poi, ha notificato il ricorso alla medesima C. presso lo studio dell’avv. Bellucci con ricezione della raccomandata da parte del portiere dello stabile in data 6 febbraio 2015 (e, dunque, non in data 6 gennaio 2015, come indicato nella memoria, peraltro in modo insanabilmente contraddittorio in riferimento alla stessa prima data di spedizione del 22 gennaio 2015), rispetto alla quale è tempestiva, ai sensi dell’art. 370 c.p.c., la spedizione della notificazione del controricorso il 2 marzo 2015 ed il deposito dell’atto il 19 marzo successivo.
  2. – Con il primo mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, violazione dell’art. 112 c.p.c., e dedotto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizio di motivazione.

La Corte territoriale, nel ritenere tardivamente proposte solo in comparsa conclusionale le domande risarcitorie per la responsabilità professionale dell’avv. P. in relazione all’esborso, da parte di esso M., delle spese di lite del doppio grado e per l’omessa tempestiva domanda di rimborso delle quote societarie versate, sarebbe incorsa in “una sostanziale omissione di pronuncia” sul motivo di appello che censurava la relativa statuizione di rigetto nel merito (per difetto di prova) del Tribunale, giacchè dette domande erano state tempestivamente proposte e non erano da confondersi con la domanda di rimborso delle quote avanzata nel giudizio contro la Cooperativa Monte Cervino.

Inoltre, la Corte capitolina avrebbe omesso ogni riferimento agli atti processuali sui quali ha fondato la decisione anzidetta, con conseguente vizio di motivazione.

  1. – Con il secondo mezzo è prospettata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, violazione e falsa applicazione degli artt. 101, 102 e 115 cod. proc. civ., “in relazione ai principi del contraddittorio, dell’onere della prova e del diritto di difesa”.

La Corte territoriale avrebbe “rilevato d’ufficio la inammissibilità della domanda di risarcimento del danno legato alla omessa richiesta del rimborso delle quote versate alla società Cooperativa Monte Cervino senza previo avviso alle parti delle relativa questione”.

  1. – Con il terzo mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 304 e 298 c.p.c., nonchè dedotta omessa ed insufficiente motivazione.

La Corte territoriale non avrebbe preso in considerazione la doglianza – mossa da esso M. in sede di comparsa conclusionale (p. 3) – relativa al negligente assolvimento del mandato difensivo da parte dell’avv. P. per non aver chiesto l’annullamento della sentenza di primo grado del giudizio svoltosi contro la Cooperativa Monte Cervino, da ritenersi nulla per essere il difensore della stessa Cooperativa deceduto nel corso di detto giudizio (come risultante da documentazione versata in appello all’udienza del 28 ottobre 2009), che non aveva poi partecipato all’udienza di precisazione delle conclusioni.

  1. – Con il quarto mezzo è prospettata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 2388 e 2527 c.p.c., nonchè dedotta omessa ed insufficiente motivazione.

La Corte di appello non avrebbe preso in considerazione la doglianza – sempre avanzata in sede di comparsa conclusionale (p. 3) – per cui l’avv. P. non avrebbe assolto compiutamente al mandato, mancando di dedurre che la delibera del Consiglio di amministrazione della Cooperativa di esclusione di esso M. dalla compagine sociale non era stata mai notificata al socio escluso, nè tantomeno depositata dalla stessa Cooperativa nelle diverse cause, ciò che “avrebbe reso impugnabile la delibera dal momento della notifica”.

  1. – Con il quinto mezzo è denunciato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizio di motivazione.

La Corte capitolina avrebbe reso una motivazione “fortemente contraddittoria e illogica”, giacchè “pur ravvisando la negligenza del dovere di diligenza e l’evento dannoso, nega che esista un nesso eziologico dannoso”.

Nè potrebbe applicarsi alla fattispecie l’ipotesi di responsabilità ai sensi dell’art. 2236 c.c., non ricorrendo il caso di prestazione implicante problemi tecnici di particolare complessità.

  1. – Occorre scrutinare dapprima il terzo e quarto motivo, con i quali si deduce che la Corte territoriale non avrebbe preso in considerazioni doglianze – prospettanti profili di responsabilità professionale dell’avv. P. proposte dall’appellante con la comparsa conclusionale in sede di gravame.

Entrambi i motivi sono inammissibili alla luce del principio, consolidato, per cui la comparsa conclusionale di cui all’art. 190 c.p.c., ha la sola funzione di illustrare le domande e le eccezioni già ritualmente proposte, sicchè, ove sia prospettata per la prima volta una questione nuova con tale atto nel procedimento di appello, il giudice non può e non deve pronunciarsi al riguardo.

Ne consegue che qualora il giudice dell’appello si sia astenuto dalla pronuncia, il motivo di ricorso per cassazione con cui ci si dolga di tale mancata pronuncia deve essere dichiarato inammissibile (tra le altre, Cass., 29 luglio 2002, n. 11175; Cass., 5 agosto 2005, n. 16582).

  1. – Il quinto motivo non può trovare accoglimento.

Le censure della ricorrente si infrangono contro il principio – consolidato e nel cui solco si inscrive la decisione della Corte territoriale (e che, invece, lo stesso ricorrente sembra disconoscere) – secondo il quale la responsabilità dell’avvocato non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente e, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il SUO assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva (anche per violazione del dovere di informazione), ed il risultato derivatone (tra le altre, Cass., 7 agosto 2002, n. 11901; Cass., 5 febbraio 2013, n. 2638).

La Corte capitolina ha, dunque, escluso – al pari del primo giudice – che il M. avesse fornito allegazioni e prova in ordine alla sussistenza del nesso eziologico tra la condotta del professionista ed il pregiudizio derivato al cliente, non potendo il danno risarcibile coincidere con la condotta negligente del professionista.

E si tratta di impianto motivazionale che non è affatto attinto dalle doglianze del ricorrente.

Non coglie, quindi, nel segno neppure l’ulteriori censura che fa leva sulla inapplicabilità alla fattispecie dell’art. 2236 c.c., giacchè la Corte territoriale, lungi dall’affermarne l’operatività al caso in esame, ha come detto – incentrato la decisione sul rilievo dirimente (anche se fosse stato dimostrato l’inadempimento del professionista) del difetto allegatorio e dimostrativo circa il danno risarcibile (legato all’anzidetto giudizio prognostico), il quale, per l’appunto, non può essere confuso con l’inadempimento stesso, ma deve essere provato dall’istante quale concreto pregiudizio subito in conseguenza dell’illecito contrattuale (tra le altre, Cass., 9 giugno 2004, n. 10966; Cass., 23 marzo 2006, n. 6537).

  1. – Il primo e secondo motivo sono inammissibili.

Essi investono l’ulteriore sviluppo motivazionale della sentenza impugnata, che si aggiunge alla autonoma ratio decidendi secondo la quale a sostegno della complessiva domanda risarcitoria (siccome rigettata in primo grado e comprensiva anche delle pretese relative agli esborsi per spese di lite del doppio grado ed al danno legato alla omessa richiesta del rimborso delle quote versate alla società Cooperativa Monte Cervino) sono mancate, da parte dell’attore, allegazioni e prove sul nesso causale tra inadempimento del professionista e danno patito dal cliente.

Sicchè, qualora la decisione di merito si fondi – come nella specie – su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte e autonome, singolarmente idonee a sorreggerla sul piano logico e giuridico, la ritenuta infondatezza delle censure mosse ad una delle rationes decidendi (quella scrutinata con l’esame del quinto motivo) rende inammissibili, per sopravvenuto difetto di interesse, le censure relative alle altre ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, in quanto queste ultime non potrebbero comunque condurre, stante l’intervenuta definitività delle altre, alla cassazione della decisione stessa (tra le tante, Cass., 14 febbraio 2012, n. 2108).

  1. – Il ricorso va, dunque, rigettato.

10.1. – In ragione di tale esito – e in applicazione del principio per cui, al fine di rispettare il diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo, si impone al giudice di evitare e impedire comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso, con la conseguenza che, in caso di ricorso per cassazione infondato, appare superfluo, pur potendone sussistere i presupposti, disporre la fissazione di un termine per l’integrazione del contraddittorio ovvero per la rinnovazione di una notifica nulla o inesistente (tra le altre, Cass., 17 giugno 2013, n. 15106; Cass., 26 giugno 2015, n. 13203) – è superata ogni dedotta questione sulla mancata e/o irrituale notificazione del ricorso a P.D., altro erede dell’avv. P..

Nè, del resto, si sarebbe potuti addivenire, per l’anzidetto difetto e/o invalidità di notifica, all’estinzione del giudizio come richiesto dalla controricorrente, posto che, in ogni caso, la prima notificazione del ricorso era valida – alla stregua dell’orientamento espresso da Cass., sez. un., 4 luglio 2014, n. 15295 e come riconosciuto dalla stessa ordinanza di questa Corte n. 27262 del 2014 -, ponendosi, semmai, l’esigenza di una ulteriore rinnovazione della stessa nei confronti del predetto P.D., altro erede dell’originario convenuto.

  1. – Il ricorrente va condannato, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo in conformità ai parametri introdotti dal D.M. 10 marzo 2014, n. 55.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida, in favore della parte controricorrente, in complessivi Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 11 febbraio 2016.

Depositato in Cancelleria il 24 maggio 2016

Causa persa? Ma quando può ritenersi responsabile l’avvocato?

Cass. civ. Sez. II, Sent., 16-02-2016, n. 2954

IL FATTO

La vicenda trae origine da un incarico professionale conferito da un Comune ad un singolo avvocato il quale, successivamente, agisce in primo grado per ottenere il pagamento dei compensi dovuti per attività sia giudiziale sia stragiudiziale svolta a favore del medesimo Comune. Si costituisce quindi il Comune, il quale da un lato contesta la fondatezza della domanda ritenendo incongrui i compensi richiesti e dall’altro propone a propria volta domanda riconvenzionale risarcitoria per responsabilità professionale dell’avvocato (il quale avrebbe errato nell’individuazione del giudice competente per le impugnazioni, con conseguente loro inammissibilità). La richiesta risarcitoria avanzata dal Comune, non verrà poi accolta.

IL PRINCIPIO ENUCLEATO DALLA CORTE

L’avvocato può ritenersi inadempiente non per il mancato raggiungimento del risultato auspicato dal cliente, ma solo per la violazione dei doveri inerenti allo svolgimento dell’ attività professionale e, in particolare, al dovere di diligenza. I giudici di piazza Cavour hanno, altresì, osservato che le obbligazioni inerenti all’esercizio di un’ attività professionale sono, di regola, obbligazioni di mezzi e non di risultato. Pertanto l’ inadempimento di un avvocato non può essere desunto senz’altro dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua della violazione dei doveri inerenti lo svolgimento dell’ attività professionale e, in particolare, al dovere di diligenza. Quest’ ultimo, peraltro – trovando applicazione in subiecta materia il parametro della diligenza professionale fissato dall’art. 1176, secondo comma, c.c, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia – deve essere commisurato alla natura dell’ attività esercitata, sicché la diligenza che il professionista deve impiegare nello svolgimento dell’ attività professionale in favore del cliente è quella media, cioè la diligenza posta nell’esercizio della propria attività dal professionista di preparazione professionale e di attenzione media.

LA SENTENZA (estratto)

(omissis)

Con il quarto motivo l’Ente ricorrente denuncia contraddittorietà della motivazione laddove la corte di merito, richiamati una serie di elementi dai quali trarre criteri certi per l’individuazione del giudice competente avanti al quale proporre impugnazione, secondo l’orientamento della Suprema Corte, ha poi deciso per la esistenza di una speciale difficoltà nella esecuzione dell’incarico professionale, senza neanche addurre l’esistenza di un contrasto in materia. A conclusione del mezzo viene formulato il seguente momento di sintesi (omologo del quesito di diritto): “dica codesta Corte se sussista contraddizione nel fatto che la Corte di Appello abbia in premessa riconosciuto che la questione sottoposta all’Avv. P. era stata risolta dalla decisione a SS.UU. di questa Corte n. 761/95 ed abbia poi comunque affermato trattarsi di un problema di speciale difficoltà, pur in pacifica assenza di contrasti giurisprudenziali”.

I primi quattro motivi del ricorso principale – da esaminare congiuntamente per la loro connessione e interdipendenza argomentativa quanto agli indici di accertamento della asserita responsabilità della professionista – sono infondati.

Come è noto, le obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale sono, di regola, obbligazioni di mezzi e non di risultato, in quanto il professionista, assumendo l’incarico, si impegna a prestare la propria opera per raggiungere il risultato desiderato ma non a conseguirlo. In particolare, nell’esercizio della sua attività di prestazione d’opera professionale, l’avvocato assume, in genere, verso il cliente un’obbligazione di mezzi e non di risultato: cioè egli si fa carico non già dell’obbligo di realizzare il risultato (peraltro incerto e aleatorio) che questi desidera, bensì dell’obbligo di esercitare diligentemente la propria professione, che a quel risultato deve pur sempre essere finalizzata.

Pertanto, trattandosi dell’attività dell’avvocato, l’affermazione della responsabilità per colpa professionale implica una valutazione prognostica positiva circa il probabile esito favorevole dell’azione giudiziale che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente seguita. In altri termini, l’inadempimento del professionista (avvocato) non può essere desunto senz’altro dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua della violazione dei doveri inerenti lo svolgimento dell’attività professionale e, in particolare, al dovere di diligenza. Quest’ultimo, peraltro – trovando applicazione in subiecta materia il parametro della diligenza professionale fissato dall’art. 1176 c.c., comma 2, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia – deve essere commisurato alla natura dell’attività esercitata, sicchè la diligenza che il professionista deve impiegare nello svolgimento dell’attività professionale in favore del cliente è quella media, cioè la diligenza posta nell’esercizio della propria attività dal professionista di preparazione professionale e di attenzione media (Cass. 3 marzo 1995 n. 2466; Cass. 18 maggio 1988 n. 3463).

Perciò, la responsabilità del professionista, di regola, è disciplinata dai principi comuni sulla responsabilità contrattuale e può trovare fondamento in una gamma di atteggiamenti subiettivi, che vanno dalla semplice colpa lieve al dolo. A meno che la prestazione professionale da eseguire in concreto involga la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà: in tal caso la responsabilità del professionista è attenuata, configurandosi, secondo l’espresso disposto dell’art. 2236 c.c., solo nel caso di dolo o colpa grave, con conseguente esclusione nell’ipotesi in cui nella sua condotta si riscontrino soltanto gli estremi della colpa lieve (Cass. 11 aprile 1995 n. 4152; Cass. 18 ottobre 1994 n. 8470).

L’accertamento se la prestazione professionale in concreto eseguita implichi o meno la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà (cioè se la perizia richiesta trascenda o non i limiti della preparazione e dell’abilità professionale del professionista medio), giudizio da compiere sulla base di una valutazione necessariamente probabilistica, comportando di regola l’apprezzamento di elementi di fatto e l’applicazione di nozioni tecniche, è rimesso al giudice del merito e il relativo giudizio è incensurabile in sede di legittimità, sempre che sia sorretto da motivazione congrua ed esente da vizi logici ed errori di diritto (così, fra le altre, Cass. 9 giugno 2004 n. 10966; Cass. 27 marzo 2006 n. 6967; Cass. 26 aprile 2010 n. 9917; Cass. 5 febbraio 2013 n. 2638). Occorre soltanto aggiungere, in proposito, che nelle cause di responsabilità professionale nei confronti degli avvocati, la motivazione del giudice di merito in ordine alla valutazione prognostica circa il probabile esito dell’azione giudiziale che è stata malamente intrapresa o proseguita è una valutazione in diritto, fondata su di una previsione probabilistica di contenuto tecnico giuridico. Ma nel giudizio di cassazione tale valutazione, ancorchè in diritto, assume i connotati di un giudizio di merito, il che esclude che questa Corte possa essere chiamata a controllarne l’esattezza in termini giuridici.

Alla luce di questa giurisprudenza – che merita integrale conferma nella sede odierna – la sentenza della Corte territoriale non è affatto incorsa nella violazione di legge che il ricorrente prospetta con le censure sopra esposte. Non può revocarsi in dubbio, infatti, che, avendo i giudici distrettuali rigettato la domanda riconvenzionale, in quanto, precisato che la responsabilità andava limitata al caso di colpa grave, trattandosi di fattispecie in cui veniva in rilievo un problema tecnico di speciale difficoltà quanto al giudice da adire in sede di reclamo per essere in discussione questioni concorrenti, concernenti sia l’esistenza, la natura e l’estensione dei diritti di uso civico, sia il possesso e l’esercizio dei diritti medesimi, per cui era rimasta sfornita di prova la ragionevole certezza dell’erroneità della sentenza di inammissibilità pronunciata a seguito di impugnazione e dell’accoglimento del gravame che il legale avrebbe dovuto proporre.

Del resto le questioni poste in sede di reclamo, che avevano caratteri di inscindibilità fra loro, presentavano profili di difficile conciliabilità tra le statuizioni sulla esistenza ed estensione dei diritti allodiali e quelle, consequenziali, relative alla liquidazione e che presuppongono la decisione sulla qualitas soli. Ed al riguardo se è vero che vi era un precedente specifico della Suprema Corte a SS.UU., la sentenza n. 6372 del 1983, poi sviluppato anche nella pronuncia, sempre a SS.UU., n. 761 del 1995, citata dal ricorrente, che operava una distinzione tra decisioni sui diritti di uso e pronunce provvisorie sulle liquidazioni, tuttavia vi erano anche precedenti di segno contrario sulla “connessione” tra i due ambiti e sulla attrazione nel reclamo, quale strumento ordinario L. n. 1766 del 1927, ex art. 32, rispetto a quello residuale del ricorso straordinario ex art. 111 Cost. (cfr Cass. SS.UU. n. 10198 del 1994; Cass. SS.UU. 5901 del 1997 e poi Cass. SS.UU. n. 2419 del 2002). Detto dato va, oltretutto, nella specie integrato dal rilievo che si trattava non solo e non tanto della determinazione del quantum secondo la legge cit. del 1927, bensì anche della individuazione del criterio applicabile, se in base alla predetta disciplina ovvero secondo una successiva legge regionale (L.R. Lazio n. 1 del 1996), questione intermedia tra accertamento demaniale e mere operazioni liquidatorie. Onde la plausibile conclusione del giudice distrettuale sulla “opinabilità” e con essa l’inclusione della questione nell’area della specifica difficoltà di cui all’art. 2236 c.c., che resta non censurabile.

L’apprezzamento e l’accertamento anzidetti, oltre ad essere del tutto conformi ai principi di diritto avanti richiamati in tema di responsabilità professionale, sono sorretti da motivazione adeguata e corretta, per cui si sottraggono alle censure ad essi mosse dal ricorrente.

Con il quinto motivo l’Amministrazione locale deduce omessa e insufficiente pronuncia per non avere la Corte di merito valutato il danno subito dal Comune a seguito della condotta negligente della professionista, per cui in caso di accoglimento dei primi quattro motivi di ricorso andrebbe rivalutata la richiesta di condanna della resistente al risarcimento dei danni.

Detta censura va disattesa alla luce delle considerazione che precedono, giacchè nella sentenza impugnata si spiegano in modo esauriente le ragioni in base alle quali non è stata accolta la richiesta risarcitoria, sottolineandosene all’evidenza l’insussistenza dei presupposti per l’affermazione di responsabilità della professionista, e conseguentemente il motivo finisce con il rimanere assorbito non potendo l’interessato dolersi della omessa motivazione sulla mancata quantificazione di un danno neanche accertato nell’an.

(omissis)

Responsabilità professionale: l’avvocato deve risarcire il cliente se non indica una prova indispensabile

Cass. civ. Sez. II, Sent., 23-12-2015, n. 25963

IL CASO

Un avvocato – incaricato di patrocinare una causa per l’accertamento di un diritto di servitù di acquedotto e passo – era stato negligente nell’espletamento del mandato poichè aveva omesso di produrre in giudizio l’estratto tavolare del fondo servente, da cui emergeva l’iscrizione della servitù, e tale omissione aveva avuto rilievo esclusivo nella decisione della causa in senso sfavorevole alla propria assistita.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

In tema di responsabilità professionale dell’avvocato, la mancata indicazione delle prove indispensabili per l’accoglimento della domanda, costituisce di per sè manifestazione di negligenza del difensore, salvo che il predetto dimostri di non aver potuto adempiere per fatto a lui non imputabile o di avere svolto tutte le attività che, nel caso di specie, potevano essergli ragionevolmente richieste, tenuto conto che rientra nei suoi doveri di diligenza professionale non solo la consapevolezza che la mancata prova degli elementi costitutivi della domanda espone il cliente alla soccombenza, ma anche che il cliente, normalmente, non è in grado di valutare regole e tempi del processo, nè gli elementi che debbano essere sottoposti alla cognizione del giudice.

LA SENTENZA (estratto)

Svolgimento del processo

1 . – E’ impugnata la sentenza della Corte d’appello di Trento, depositata il 1 dicembre 2009, che ha parzialmente accolto l’appello proposto dall’avvocato P.A. avverso la sentenza del Tribunale di Rovereto e nei confronti di Pe.Ro. e Pe.Gi. (eredi di Pe.Ma.) ed della AXA Assicurazioni s.p.a..

1.1. – Il giudizio di primo grado era stato introdotto da Pe.

M., e proseguito dagli eredi dopo la sua morte, per l’accertamento del grave inadempimento dell’avvocato P. al contratto d’opera professionale, con conseguente risoluzione del contratto stesso e condanna del professionista al risarcimento del danno.

L’avv. P. si era costituito per contestare la pretesa, ed aveva chiamato in manleva la Axa Assicurazioni spa.

1.2. – Il Tribunale aveva accolto la domanda degli attori, e rigettato la domanda di manleva.

1.2.1. – Il Tribunale aveva ritenuto che l’avv. P. – incaricato dal sig. Pe. di patrocinarlo nell’ambito di una causa per l’accertamento di un diritto di servitù di acquedotto e passo – era stato negligente nell’espletamento del mandato poichè aveva omesso di produrre in giudizio l’estratto tavolare del fondo servente, da cui emergeva l’iscrizione della servitù, e tale omissione aveva avuto rilievo esclusivo nella decisione della causa in senso sfavorevole all’assistito Pe..

1.2.2. – Quanto alla domanda di manleva, secondo il Tribunale la garanzia assicurativa non era operante perchè attivata dopo la conclusione del giudizio di secondo grado, che aveva rigettato la domanda del sig. Pe., e il professionista non aveva informato la società di assicurazione dell’alto rischio di sinistro.

1.3. – Proponeva appello l’avv. P., le controparti resistevano.

2 . – La Corte d’appello accoglieva il gravame limitatamente alla riduzione sul quantum liquidato a titolo di danno.

2.1. – Osservava la Corte territoriale che il grave inadempimento del professionista aveva riguardato l’attività di patrocinio relativa alla sola domanda di accertamento della servitù, e pertanto riduceva di un quinto l’importo oggetto di risarcimento, confermando nel resto la decisione del Tribunale.

3 . – Per la cassazione della sentenza d’appello ha proposto ricorso P.A. sulla base di quattro motivi.

Resistono con separati atti di controricorso gli eredi Pe. e la AXA Assicurazioni s.p.a..

Il ricorrente ha depositato memoria in prossimità dell’udienza.

Motivi della decisione

1 . – Il ricorso è infondato.

1.1 – Con il primo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 2727 e 2729 cod. civ. e art. 167 cod. proc. civ. in relazione agli artt. 2236 e 1176 cod. civ., della Legge Tavolare n. 594 del 1974, artt. 84 94 e della L.R. Trentino Alto Adige n. 3 del 1985, art. 17, comma 7, nonchè vizio di motivazione.

Si assume che la Corte d’appello avrebbe erroneamente escluso la rilevanza probatoria della condotta della controparte dell’attore Pe. nel giudizio di accertamento della servitù, ed avrebbe omesso di considerare il rilievo probatorio dell’estratto tavolare relativo al fondo dominante unito al contratto di divisione e compravendita costitutivo del diritto di servitù.

Il ricorrente lamenta, inoltre, l’erronea applicazione dei principi in tema di riparto dell’onere della prova, sul rilievo che l’attore Pe., da lui rappresentato, doveva ritenersi esonerato dalla produzione dell’estratto tavolare, poichè le controparti non avevano contestato i fatti costitutivi della sua pretesa. Allo stesso modo, non sussisteva alcun dovere a suo carico di attivarsi nel giudizio di appello, a fronte dell’eccezione proposta per la prima volta dalla controparte, trattandosi di eccezione “platealmente infondata”.

2 . – Con il secondo motivo è dedotta violazione dell’art. 345 cod. proc. civ. in relazione all’art. 2236 cod. civ..

Si contesta la valutazione di irrilevanza del contratto di divisione e compravendita, ai fini della prova della servitù a favore del fondo di proprietà Pe..

2.1. – Le doglianze, che possono essere esaminate congiuntamente perchè connesse, sono infondate.

2.1.1. – Il ricorrente censura valutazioni effettuate nel diverso giudizio, definito con la sentenza del Tribunale di Rovereto, passata in giudicato, che ha respinto la domanda proposta da Pe.

M., assistito dall’avv. P..

Le suddette valutazioni non possono evidentemente costituire oggetto di rivalutazione nel presente giudizio, mentre si deve confermare il principio secondo cui, in tema di responsabilità professionale dell’avvocato, la mancata indicazione delle prove indispensabili per l’accoglimento, della domanda costituisce di per sè manifestazione di negligenza del difensore, salvo che il predetto dimostri di non aver potuto adempiere per fatto a lui non imputabile o di avere svolto tutte le attività che, nel caso di specie, potevano essergli ragionevolmente richieste, tenuto conto che rientra nei suoi doveri di diligenza professionale non solo la consapevolezza che la mancata prova degli elementi costitutivi della domanda espone il cliente alla soccombenza, ma anche che il cliente, normalmente, non è in grado di valutare regole e tempi del processo, nè gli elementi che debbano essere sottoposti alla cognizione del giudice (ex plurimis, Cass., sez. 3, sentenza n. 8312 del 2010).

A tale principio si è attenuto il giudice d’appello, il quale ha ritenuto, nel solco della consolidata giurisprudenza di legittimità, che colui che agisce in confessoria servitutis ha l’onere di fornire la prova dell’esistenza del diritto, e che tale onere non viene meno a fronte di ammissioni del convenuto, trattandosi dell’esistenza di un diritto reale, rimanendo salva soltanto la possibilità per il giudice di avvalersi degli elementi che scaturiscono dalle ammissioni del convenuto nella valutazione delle risultanze della prova offerta dall’attore (ex plurimis, Cass., sez. 2, sentenza n. 8527 del 1996).

2.1.2. – Nel caso di specie,, posto che il sistema tavolare, ai fini della opponibilità ai terzi di una servitù, richiede l’iscrizione della servitù nella partita tavolare relativa al fondo servente, a fronte dell’eccezione del convenuto di carenza di prova documentale, l’avv. P. non aveva svolto tutte le attività che gli potevano essere ragionevolmente richieste, in particolare non aveva prodotto l’iscrizione del titolo nella partita tavolare del fondo servente.

3 . – Con il terzo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 1458, 2229 e 2233 cod. civ., nonchè vizio di motivazione.

Il ricorrente contesta che la Corte d’appello ha ritenuto grave e produttiva di danno la sua condotta difensiva, senza considerare il risultato utile che egli aveva fatto conseguire all’assistito.

3.1. – La doglianza è inammissibile, avendo ad oggetto valutazioni di merito di cui la Corte d’appello ha fornito adeguata motivazione, commisurando l’entità dell’inadempimento rispetto all’attività globalmente prestata dal professionista, in rapporto al significato economico delle distinte azioni giudiziarie.

4 . – Con il quarto motivo è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 1223, 1453 e 1458 cod. civ., in relazione agli artt. 1176 e 2236 cod. civ., nonchè vizio di motivazione.

Si contesta la sussistenza del danno per la perdita di valore del terreno, sul rilievo che l’uso di acque pubbliche a scopi irrigui, rispetto al quale erano strumentali le servitù di cui si chiedeva il riconoscimento, non era comunque consentito dai regolamenti comunali.

4.1. – La doglianza è inammissibile, in quanto involge circostanze che hanno costituito oggetto di valutazione congruamente motivata dal giudice del merito, e comunque infondata, in quanto il danno conseguente al mancato accertamento della servitù non sarebbe escluso dalla circostanza dedotta.

5 . – Con il quinto motivo è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 1892 e 1893 cod. civ., e vizio di motivazione .

Il ricorrente contesta la decisione di rigetto della domanda di manleva, sul rilievo che non vi era stata da parte sua alcuna negligenza nel tacere alla compagnia di assicurazione l’esito sfavorevole del giudizio d’appello, svolto dinanzi al Tribunale di Rovereto, poichè si trattava di provvedimento “alquanto criticabile sotto il profilo di diritto”, come indirettamente confermato dal fatto che il sig. Pe. aveva introdotto il giudizio di responsabilità a distanza di sette anni dalla conclusione del contratto.

5.1. – La doglianza è infondata.

La Corte d’appello ha ritenuto correttamente e con motivazione esaustiva l’esistenza del fattore di rischio, desumibile anche in relazione al contenuto della sentenza del Tribunale di Rovereto, con la conseguenza che il silenzio in proposito serbato dal professionista doveva ritenersi rilevante per gli effetti di cui all’art. 1892 cod. civ..

6  . – Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio in favore dei controricorrenti Pe.Pi. e Pe.Ro., che liquida in complessivi Euro 2.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge, e nei confronti di Axa Assicurazioni s.p.a., che liquida in complessivi Euro 2.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

Si dà atto che il presente provvedimento è stato redatto con la collaborazione dell’assistente di studio dott. Francesco Cortesi.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 2^ Sezione civile della Corte suprema di Cassazione, il 11 novembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 23 dicembre 2015

Responsabilità professionale dell’Avvocato – rilevanza della sottoscrizione della transazione e della quietanza

Tribunale di Padova – Sez. II – Giudice Dott.ssa V. Lanteri – Sent. 19.02.2013

I PASSI SALIENTI DELLA SENTENZA

“… L’accettazione dell’indennizzo offerto dalla società assicuratrice dell’accertato unico responsabile del sinistro comporta il venir meno di qualsiasi pretesa di ulteriori danni. […]”

“[…]Sottoscrivendo l’atto di transazione e quietanza l’A. ha dichiarato di ritenere congrua la liquidazione del danno, all’esito delle trattative condotte dal proprio difensore. […]”

“[…] tale sottoscrizione rende irrilevante ogni valutazione in ordine alla sussistenza o meno della dedotta violazione dei doveri professionali da parte del difensore e, conseguentemente, in ordine all’obbligo di manleva delle compagnie assicuratrici dello stesso.”

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