Articolo a cura di: Redazione - Studio Legale Calvello
L’embolia polmonare non diagnosticata può avere conseguenze gravissime: un trattamento iniziato troppo tardi può contribuire al decesso del paziente oppure a danni permanenti, anche neurologici, quando l’ostruzione del circolo polmonare determina una severa compromissione cardiocircolatoria e dell’ossigenazione. Non ogni embolia polmonare sfavorevole costituisce però un errore medico. Per accertare una possibile responsabilità del medico o della struttura sanitaria dobbiamo ricostruire ciò che era concretamente conoscibile nel momento in cui il paziente è stato visitato, quali sintomi e fattori di rischio erano presenti, quali accertamenti sono stati eseguiti o omessi e, soprattutto, se una diagnosi tempestiva avrebbe consentito un trattamento capace di evitare la morte o di ridurre in misura apprezzabile il danno.
La verifica assume particolare rilievo quando il paziente si era rivolto al pronto soccorso per dispnea, dolore toracico, tachicardia, sincope o altri sintomi compatibili ed era stato dimesso senza adeguati approfondimenti; quando una trombosi venosa profonda non era stata riconosciuta; oppure quando l’embolia è insorta dopo un intervento chirurgico, un periodo di immobilizzazione o un ricovero nel quale occorreva valutare il rischio tromboembolico. Nei casi di decesso o grave invalidità, l’analisi medico-legale serve quindi a distinguere una complicanza non evitabile da una mancata diagnosi, un ritardo diagnostico, un’omissione terapeutica o un monitoraggio inadeguato causalmente rilevanti.
Quando la mancata diagnosi di embolia polmonare può costituire un errore medico
L’embolia polmonare può presentarsi con manifestazioni cliniche diverse e non sempre immediatamente riconoscibili. Proprio per questo la responsabilità sanitaria non può essere ricavata semplicemente dal fatto che la diagnosi sia stata formulata tardi. Dobbiamo verificare se, nelle circostanze concrete, il quadro clinico imponesse di prendere seriamente in considerazione una patologia tromboembolica e di procedere agli accertamenti appropriati. Diventano quindi rilevanti la storia clinica, i sintomi riferiti, i parametri vitali, i fattori predisponenti, gli eventuali precedenti episodi trombotici, un recente intervento chirurgico, l’immobilizzazione, la presenza di neoplasie e tutti gli altri elementi effettivamente disponibili ai sanitari.
Un caso particolarmente delicato è quello del paziente che accede al pronto soccorso con difficoltà respiratoria, dolore toracico, tachicardia, perdita di coscienza o improvviso peggioramento delle condizioni generali e viene dimesso attribuendo i disturbi a una causa diversa. Se successivamente interviene un’embolia polmonare massiva o il paziente muore, occorre ricostruire il primo accesso senza ragionare con il senno di poi: la questione giuridicamente rilevante è stabilire se i dati disponibili in quel momento richiedessero ulteriori approfondimenti e se siano stati omessi esami o osservazioni cliniche che, secondo una corretta condotta sanitaria, avrebbero potuto condurre alla diagnosi.
Lo stesso criterio vale quando l’embolia polmonare viene scambiata per un’altra patologia. Una diagnosi iniziale successivamente rivelatasi errata non determina da sola responsabilità. Può invece assumere rilievo quando l’errore deriva dalla mancata considerazione di elementi clinici significativi, dall’omesso approfondimento di sintomi persistenti o dall’interruzione prematura del percorso diagnostico. Nella ricostruzione del caso possono diventare decisivi i referti, gli esami ematochimici, l’ECG, gli esami radiologici, i valori della saturazione, le annotazioni del triage e del pronto soccorso, le consulenze specialistiche e gli eventuali accessi precedenti per disturbi analoghi.
Merita particolare attenzione anche la trombosi venosa profonda non diagnosticata, perché il successivo evento embolico può rendere necessario verificare se vi fossero già segni o sintomi che richiedevano approfondimenti. Per questo, quando il problema nasce da una trombosi non riconosciuta, la ricostruzione deve comprendere l’intera sequenza clinica e non limitarsi alle ore immediatamente precedenti all’embolia.
Se il paziente è stato dimesso e successivamente è deceduto, deve essere esaminata anche l’appropriatezza della decisione di non ricoverarlo o di interrompere l’osservazione. Sul punto abbiamo approfondito più in generale la morte dopo dimissione dal pronto soccorso e la responsabilità dell’ospedale in caso di morte per mancata diagnosi. Nell’embolia polmonare la valutazione deve però rimanere strettamente collegata alle condizioni del singolo paziente e alle possibilità diagnostiche e terapeutiche esistenti nel momento in cui i sanitari sono intervenuti.
Embolia polmonare dopo un intervento: profilassi, monitoraggio e complicanze non riconosciute
Un diverso problema si pone quando l’embolia polmonare compare dopo un intervento chirurgico o durante un ricovero. L’evento tromboembolico è una complicanza conosciuta in diversi contesti clinici e la sua insorgenza non dimostra, da sola, che vi sia stata negligenza. L’accertamento della responsabilità richiede di verificare come sia stato valutato il rischio individuale del paziente, quali misure preventive fossero concretamente indicate, se siano state effettivamente adottate e come siano stati gestiti eventuali segnali di trombosi o embolia comparsi nel decorso postoperatorio.
La questione può riguardare, a seconda del caso, la profilassi antitrombotica, la mobilizzazione del paziente, il monitoraggio clinico e la tempestività degli accertamenti quando compaiono sintomi sospetti. Non è corretto sostenere in astratto che la mancata somministrazione di eparina integri sempre un errore, né che la sua somministrazione escluda automaticamente qualsiasi responsabilità. La condotta deve essere valutata rispetto alle caratteristiche dell’intervento, al rischio trombotico ed emorragico, alle condizioni generali del paziente, alle eventuali controindicazioni e all’intero decorso clinico documentato.
Un profilo distinto riguarda il mancato riconoscimento della complicanza postoperatoria. Un paziente che sviluppa dispnea improvvisa, tachicardia, ipotensione, dolore toracico, sincope, desaturazione o altri segni clinicamente rilevanti può richiedere una rivalutazione tempestiva. Se tali manifestazioni vengono trascurate o interpretate senza gli approfondimenti necessari e l’embolia viene diagnosticata soltanto dopo un grave deterioramento, dobbiamo verificare quanto tempo sia stato perso e quale incidenza abbia avuto quel ritardo sull’evoluzione successiva.
La ricostruzione diventa ancora più importante quando l’esito è la morte. In questi casi non basta dimostrare che vi sia stata un’omissione: occorre stabilire il nesso causale tra la condotta sanitaria contestata e il decesso, valutando quale sarebbe stata, con un comportamento corretto e tempestivo, la probabile evoluzione del paziente. È lo stesso problema che si presenta, con caratteristiche diverse, nei casi di morte dopo un intervento chirurgico e di complicanze postoperatorie non adeguatamente gestite.
Per questo la cartella clinica completa assume un peso centrale. Tempi delle prescrizioni e delle somministrazioni, parametri vitali, diario medico e infermieristico, esami, consulenze, segnalazioni di nuovi sintomi e orario degli interventi terapeutici consentono di ricostruire la sequenza degli eventi. Quando il paziente è sopravvissuto riportando una grave invalidità permanente, la stessa documentazione serve anche a comprendere se il ritardo abbia contribuito, per esempio, a un arresto cardiocircolatorio, a una prolungata ipossia o ad altre conseguenze permanenti. Quando invece il paziente è deceduto, l’analisi deve chiarire se una diagnosi e un trattamento tempestivi avrebbero avuto concrete possibilità di evitarne la morte o di prolungarne la sopravvivenza, questione che può incidere anche sulla successiva valutazione del danno e dell’eventuale perdita di chance.
Responsabilità sanitaria, nesso causale e risarcimento per embolia polmonare non diagnosticata
Quando emergono possibili criticità nel percorso diagnostico o terapeutico, il passaggio decisivo consiste nel verificare se esse abbiano effettivamente causato o aggravato il danno. Una mancata diagnosi di embolia polmonare, un ritardo nell’esecuzione degli accertamenti o nell’avvio della terapia, così come una profilassi antitrombotica inadeguata quando concretamente indicata, non comportano automaticamente un diritto al risarcimento. Occorre ricostruire quale sarebbe stata la probabile evoluzione clinica se il paziente fosse stato correttamente diagnosticato e trattato.
Nei casi più gravi questa valutazione richiede normalmente un esame congiunto sotto il profilo legale e medico-legale. La cartella clinica deve essere confrontata con i referti, gli esami diagnostici, i parametri registrati, le terapie prescritte e somministrate e la cronologia degli eventi. Se vi sono stati più accessi al pronto soccorso, devono essere acquisiti anche i verbali precedenti, perché la ripetizione di sintomi come dispnea, dolore toracico, sincope o segni compatibili con una trombosi può modificare sensibilmente la valutazione complessiva della condotta sanitaria.
Quando il paziente muore, bisogna accertare se la condotta contestata abbia avuto un’effettiva incidenza causale sul decesso. Se, per esempio, l’embolia era già talmente grave da rendere inefficace anche un intervento tempestivo, l’esistenza di un ritardo non consente di attribuire automaticamente la morte ai sanitari. Diversa è la situazione nella quale gli elementi clinici e medico-legali permettano di sostenere che una diagnosi tempestiva e il conseguente trattamento avrebbero avuto concrete probabilità di evitare l’esito fatale. In questo caso può configurarsi una responsabilità sanitaria e i familiari possono agire per ottenere il risarcimento dei pregiudizi effettivamente subiti. Abbiamo trattato specificamente la posizione dei congiunti nell’approfondimento sulla morte per errore medico e sul risarcimento ai familiari.
La quantificazione non può essere ridotta a una cifra standard. In caso di morte devono essere distinti i danni eventualmente maturati nella sfera del paziente e trasmissibili agli eredi, quando ne ricorrano i presupposti, dai danni subiti direttamente dai familiari. Tra questi può assumere particolare rilievo il danno da perdita del rapporto parentale, la cui valutazione dipende dal rapporto concretamente esistente con la vittima e dalle conseguenze determinate dal decesso. Possono inoltre esservi danni patrimoniali, purché siano specificamente provati. Per un esame più dettagliato dei criteri risarcitori rinviamo all’approfondimento su quanto può spettare ai familiari in caso di morte causata da errore medico.
Se il paziente sopravvive ma riporta conseguenze permanenti, occorre invece accertare l’entità dell’invalidità permanente e il rapporto tra questa e il ritardo diagnostico o terapeutico. Un’embolia polmonare grave può determinare un arresto cardiocircolatorio e una compromissione dell’ossigenazione con conseguenze neurologiche rilevanti. Il risarcimento può comprendere, quando provati e causalmente collegati all’errore, il danno biologico permanente, le concrete ripercussioni sulla vita quotidiana, la perdita o riduzione della capacità lavorativa, le spese sanitarie e assistenziali e gli ulteriori pregiudizi patrimoniali e non patrimoniali.
Esistono poi situazioni nelle quali non è possibile dimostrare che una condotta tempestiva avrebbe evitato con sufficiente probabilità la morte o il grave danno finale, ma il ritardo può avere privato il paziente di una seria e apprezzabile possibilità di sopravvivenza o di un esito clinico migliore. È il terreno della perdita di chance, che non deve essere confusa con il danno finale né utilizzata per colmare automaticamente l’incertezza sul nesso causale. Occorre dimostrare l’esistenza di una possibilità favorevole concreta e verificare quanto la condotta sanitaria abbia inciso su di essa. Sul tema abbiamo dedicato un approfondimento alla perdita di chance di sopravvivenza per errore medico.
Solo dopo questa ricostruzione è possibile valutare se vi siano i presupposti per formulare una richiesta nei confronti del medico, dell’ospedale o della struttura sanitaria e determinare quale possa essere un congruo risarcimento rispetto alle conseguenze effettivamente dimostrate.
Un caso di embolia polmonare riconosciuta troppo tardi dopo un intervento
In un caso seguito dal nostro Studio, che descriviamo con dati e nomi modificati per tutelare la riservatezza del rapporto professionale, un paziente era stato sottoposto a un intervento chirurgico e, nei giorni successivi, aveva manifestato un progressivo peggioramento con difficoltà respiratoria e alterazioni dei parametri clinici. L’embolia polmonare era stata diagnosticata soltanto dopo un grave deterioramento delle condizioni generali e il paziente era deceduto. I familiari ci avevano chiesto di verificare se si fosse trattato di una complicanza inevitabile oppure se vi fossero profili di responsabilità sanitaria.
Abbiamo ricostruito cronologicamente il ricovero attraverso la cartella clinica, il diario medico e infermieristico, gli esami, le terapie e i parametri registrati, sottoponendo poi la documentazione alla valutazione medico-legale e specialistica. L’elemento centrale non era la semplice insorgenza dell’embolia, ma il momento nel quale i segni clinici avrebbero richiesto ulteriori accertamenti e la possibilità che un riconoscimento più tempestivo consentisse un trattamento efficace. Su questa base è stato possibile individuare gli aspetti sanitari rilevanti, valutare il nesso causale e impostare la richiesta risarcitoria dei familiari sulla documentazione concreta del caso, senza presumere la responsabilità dalla sola morte del paziente. L’esito di ogni vicenda dipende naturalmente dalla specifica storia clinica e dalle prove disponibili.
Domande frequenti sulla mancata diagnosi di embolia polmonare
La mancata diagnosi di embolia polmonare comporta sempre responsabilità medica?
No. Occorre verificare se, in base ai sintomi, ai fattori di rischio e alle informazioni disponibili, i sanitari avrebbero dovuto sospettare l’embolia ed eseguire ulteriori accertamenti. Anche in presenza di un errore diagnostico deve poi essere dimostrato il nesso causale tra la condotta sanitaria e la morte o il danno permanente.
Si può chiedere il risarcimento se il paziente è stato dimesso dal pronto soccorso e poi è morto per embolia polmonare?
Sì, se dall’esame del caso emerge che le dimissioni furono inappropriate e che una corretta prosecuzione dell’osservazione o degli accertamenti avrebbe consentito di riconoscere e trattare tempestivamente l’embolia, con incidenza causale sul decesso. È quindi necessario esaminare il verbale di pronto soccorso, i parametri clinici, gli esami effettuati e quelli eventualmente omessi, oltre alla successiva evoluzione delle condizioni del paziente.
Chi può chiedere il risarcimento quando il paziente muore?
I familiari possono far valere, ricorrendone i presupposti, i danni subiti direttamente per la perdita del rapporto parentale e gli eventuali pregiudizi patrimoniali provati. Gli eredi possono inoltre far valere i diritti risarcitori maturati nella sfera del paziente e trasmissibili per successione quando ne sussistano le condizioni. La posizione di ciascun familiare deve essere valutata individualmente.
È possibile ottenere un risarcimento se il paziente sopravvive ma rimane gravemente invalido?
Sì, quando viene dimostrato che la mancata o tardiva diagnosi ha causato o aggravato le conseguenze permanenti. La valutazione può comprendere il danno biologico permanente, le ripercussioni concretamente subite nella vita quotidiana, l’eventuale compromissione della capacità lavorativa, le necessità assistenziali e gli altri danni patrimoniali e non patrimoniali documentabili.
Quali documenti servono per valutare un possibile errore nella diagnosi dell’embolia polmonare?
È particolarmente importante acquisire la documentazione sanitaria completa: cartella clinica, verbali di pronto soccorso, referti degli esami, immagini diagnostiche disponibili, diario medico e infermieristico, terapie prescritte e somministrate e documentazione dei ricoveri o degli accessi precedenti. La sequenza temporale consente al legale e ai consulenti medici di verificare quando siano comparsi i primi elementi significativi e se un diverso comportamento sanitario avrebbe potuto modificare l’esito.
Embolia polmonare non diagnosticata: richiedi una valutazione del caso
Se un familiare è deceduto per un’embolia polmonare diagnosticata troppo tardi o non riconosciuta, oppure se il paziente è sopravvissuto riportando una grave invalidità permanente, possiamo esaminare la documentazione sanitaria per verificare se vi siano elementi concreti di responsabilità del medico, dell’ospedale o della struttura sanitaria.
La valutazione deve ricostruire il percorso clinico, individuare eventuali omissioni o ritardi e verificare il nesso causale con il danno prima di formulare una richiesta di risarcimento. Per sottoporci il caso puoi richiedere una valutazione compilando il modulo dello Studio Legale Calvello, descrivendo quanto accaduto e indicando la documentazione sanitaria disponibile.




