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Responsabilità civile Responsabilità professionale

Tumore alla prostata diagnosticato in ritardo: quando è possibile ottenere il risarcimento

Articolo a cura di: Redazione - Studio Legale Calvello

Una diagnosi tardiva di tumore alla prostata può avere conseguenze molto diverse: in alcuni casi il ritardo non modifica concretamente il decorso della malattia; in altri può consentire al carcinoma di progredire, ridurre le possibilità di un trattamento con finalità curativa, rendere necessarie terapie più invasive o incidere sulla sopravvivenza. Quando esami, valori anomali del PSA, sintomi o altri elementi clinici avrebbero richiesto approfondimenti tempestivi e questi non sono stati eseguiti o sono stati ingiustificatamente ritardati, può porsi un problema di responsabilità medica e sanitaria per mancata o tardiva diagnosi del carcinoma prostatico.

Per stabilire se esistono i presupposti per un risarcimento non basta quindi constatare che il tumore sia stato scoperto tardi. Noi dobbiamo ricostruire l’intero percorso clinico e verificare quale sarebbe stata, con ragionevole probabilità, la situazione del paziente se la diagnosi fosse intervenuta nel momento corretto. È questo confronto a permettere di valutare se il ritardo abbia provocato un danno ulteriore, una maggiore invalidità, una perdita di chance di guarigione o sopravvivenza oppure, nei casi più gravi, abbia contribuito ad anticipare la morte del paziente.

Quando il ritardo nella diagnosi del tumore alla prostata può costituire un errore medico

Il carcinoma della prostata non ha un’unica modalità di presentazione e non ogni valore elevato del PSA significa necessariamente presenza di un tumore. Proprio per questo la responsabilità non può essere ricostruita attraverso automatismi. Occorre verificare ciò che il medico conosceva o avrebbe dovuto conoscere in quel momento: età e condizioni del paziente, andamento del PSA nel tempo, eventuali reperti clinici sospetti, familiarità, visite urologiche, esami strumentali, risonanza magnetica multiparametrica, indicazione alla biopsia e risultati degli accertamenti già effettuati.

Un possibile errore diagnostico può emergere, ad esempio, quando un PSA persistentemente elevato o con andamento meritevole di approfondimento viene trascurato, quando controlli indicati non vengono programmati, una visita urologica viene ingiustificatamente rinviata oppure un reperto sospetto non viene seguito dagli accertamenti necessari. La valutazione può riguardare anche una biopsia o un esame istologico erroneamente interpretati, una lesione non riconosciuta nell’imaging o un referto che conteneva elementi meritevoli di approfondimento e al quale non è stato dato seguito.

In questi casi è necessario individuare il momento nel quale, secondo le conoscenze disponibili e la corretta condotta clinica riferibile a quel caso concreto, il percorso diagnostico avrebbe dovuto proseguire. Le linee guida e le buone pratiche clinico-assistenziali costituiscono un riferimento rilevante, ma la verifica resta necessariamente individuale: lo stesso intervallo temporale può avere conseguenze molto diverse a seconda delle caratteristiche biologiche del tumore, dello stadio della malattia e delle condizioni generali del paziente.

Un punto particolarmente delicato riguarda i pazienti sottoposti a sorveglianza attiva. La scelta di non intervenire immediatamente può essere clinicamente appropriata per determinate forme di carcinoma prostatico e non rappresenta, di per sé, un ritardo colpevole. Diverso è il caso in cui il programma di sorveglianza non venga correttamente eseguito, vengano omessi controlli necessari oppure segnali di progressione non siano tempestivamente valutati, con conseguente perdita della possibilità di intervenire in una fase più favorevole.

Per la stessa ragione, un falso negativo o un esame inizialmente rassicurante non dimostrano automaticamente una responsabilità. Bisogna accertare se l’esame sia stato correttamente prescritto, eseguito, interpretato e inserito nel quadro clinico complessivo. Quando il problema nasce dall’interpretazione di una biopsia o di un esame istologico, può essere utile approfondire anche il tema dell’errore nell’esame istologico e della responsabilità sanitaria; nei casi di risultato erroneamente negativo assume rilievo anche la disciplina del falso negativo oncologico.

Dal tumore localizzato alla malattia avanzata: quale danno può provocare una diagnosi tardiva

La questione decisiva, sul piano medico-legale, è stabilire che cosa sia cambiato a causa del ritardo. Se il carcinoma prostatico avrebbe avuto sostanzialmente la stessa evoluzione e richiesto le medesime cure anche con una diagnosi tempestiva, l’esistenza di un ritardo non consente da sola di attribuire al medico o alla struttura tutte le conseguenze della malattia. Se invece il tempo perduto ha consentito una progressione clinicamente rilevante, il danno risarcibile deve essere individuato proprio nella differenza tra il decorso effettivo e quello ragionevolmente ipotizzabile in presenza di una condotta sanitaria corretta.

Questo può accadere quando un tumore che avrebbe potuto essere trattato in una fase localizzata viene diagnosticato soltanto dopo una progressione locale o la comparsa di metastasi, comprese quelle ossee, oppure quando il ritardo determina la perdita di un’opzione terapeutica praticabile in precedenza. Il paziente può trovarsi ad affrontare trattamenti più gravosi, maggiori effetti sulla vita quotidiana e lavorativa, un incremento dell’invalidità permanente o un peggioramento della prognosi. In presenza di una progressione metastatica occorre ricostruire con particolare attenzione anche quando essa si sia verosimilmente verificata: la semplice scoperta successiva delle metastasi non dimostra che una diagnosi anticipata le avrebbe certamente evitate.

Nei casi in cui non sia possibile dimostrare che la condotta sanitaria abbia causato direttamente l’esito finale, può assumere rilievo la perdita di una seria e apprezzabile possibilità di conseguire un risultato più favorevole. La perdita di chance non coincide con il tumore, con il ritardo in sé o con la morte: richiede di accertare quale concreta possibilità di guarigione, maggiore sopravvivenza o migliore qualità di vita sia stata compromessa dalla condotta contestata. Per questo abbiamo dedicato uno specifico approfondimento alla perdita di chance di sopravvivenza conseguente alla diagnosi tardiva di un tumore.

Se il paziente sopravvive ma riporta conseguenze permanenti, la valutazione può comprendere il maggior danno biologico effettivamente riconducibile al ritardo, le ripercussioni documentabili sulle attività quotidiane e, quando ne ricorrono i presupposti, i danni patrimoniali derivanti dalla riduzione della capacità lavorativa, dalle spese di cura o dalle ulteriori necessità assistenziali. Non si risarcisce quindi in modo indistinto l’intera patologia oncologica, ma il pregiudizio causalmente attribuibile all’errore o al ritardo sanitario.

Quando invece il paziente muore, l’analisi diventa ancora più delicata. Occorre verificare se una diagnosi tempestiva avrebbe ragionevolmente evitato il decesso, consentito una sopravvivenza più lunga oppure preservato una concreta chance di sopravvivenza. La materia è approfondita anche nella nostra guida sulla diagnosi tardiva di tumore e morte del paziente. In queste situazioni possono venire in considerazione sia i danni maturati nella sfera del paziente e trasmissibili agli eredi quando ne ricorrono i presupposti, sia i danni propri subiti dai familiari, tra cui il danno da perdita del rapporto parentale e gli eventuali pregiudizi patrimoniali concretamente provati.

Responsabilità sanitaria, nesso causale e risarcimento per la diagnosi tardiva del carcinoma prostatico

Una volta individuato un possibile ritardo diagnostico, occorre stabilire chi fosse tenuto a compiere l’accertamento omesso o tardivo e quali conseguenze siano effettivamente riconducibili a quella condotta. La responsabilità può riguardare, a seconda del percorso clinico, il medico di medicina generale, l’urologo, il radiologo, l’anatomopatologo, altri specialisti oppure la struttura sanitaria. In alcuni casi possono concorrere più condotte: per esempio, un valore di PSA meritevole di approfondimento non adeguatamente valutato, seguito da una visita tardiva o da un esame diagnostico erroneamente interpretato.

La ricostruzione parte dalla documentazione sanitaria. Noi esaminiamo l’andamento nel tempo del PSA e degli altri dati clinici, le prescrizioni, le visite urologiche, le risonanze magnetiche e le relative immagini quando disponibili, le biopsie, i preparati istologici, i referti, la stadiazione effettuata al momento della diagnosi e le successive terapie. La cartella clinica deve essere letta insieme alla documentazione precedente, perché nei casi di diagnosi tardiva la domanda centrale è spesso cronologica: quando erano comparsi elementi che avrebbero dovuto determinare ulteriori accertamenti e quanto tempo è trascorso prima della diagnosi effettiva?

Individuare un’omissione, però, costituisce soltanto una parte dell’accertamento. Attraverso una valutazione medico-legale affiancata, quando necessario, dallo specialista della materia, bisogna ricostruire quale fosse verosimilmente lo stadio del carcinoma nel momento in cui avrebbe dovuto essere diagnosticato e quali possibilità terapeutiche fossero allora disponibili. Il confronto deve poi essere effettuato con la situazione riscontrata al momento della diagnosi effettiva. È attraverso questa ricostruzione controfattuale che può essere accertato il nesso causale tra ritardo diagnostico e aggravamento del danno.

La differenza è rilevante anche ai fini economici. Se una diagnosi tempestiva avrebbe consentito di trattare una malattia localizzata e il ritardo ha invece determinato una progressione che comporta terapie più invasive, conseguenze permanenti o una prognosi peggiore, la quantificazione deve riguardare il maggior pregiudizio causalmente riferibile alla condotta sanitaria. Possono assumere rilievo il danno biologico permanente e temporaneo, le concrete ripercussioni sulla vita personale, le spese sostenute e future, la perdita o riduzione della capacità di produrre reddito e gli altri danni patrimoniali provati. L’obiettivo è individuare un congruo risarcimento corrispondente al danno realmente provocato dal ritardo, senza attribuire al sanitario le conseguenze che sarebbero comunque derivate dalla patologia.

Nei casi più gravi, nei quali il carcinoma viene scoperto in fase metastatica e il paziente successivamente muore, occorre distinguere ulteriormente le diverse voci di danno. Se ne ricorrono i presupposti, gli eredi possono far valere i diritti risarcitori maturati dal paziente prima del decesso, mentre coniuge, figli, genitori e, secondo le circostanze concrete, altri congiunti possono agire per i danni direttamente subiti a causa della perdita del familiare. Sul punto abbiamo approfondito separatamente quando i familiari possono ottenere il risarcimento per la morte causata da errore medico.

Quando, invece, non sia possibile affermare che la diagnosi tempestiva avrebbe evitato la morte, può essere necessario verificare se il ritardo abbia comunque anticipato il decesso o privato il paziente di una concreta possibilità di sopravvivere più a lungo. Sono fattispecie giuridicamente diverse, che non devono essere sovrapposte e richiedono una specifica valutazione causale. Per i casi nei quali l’errore sanitario abbia inciso sulla durata della vita abbiamo dedicato un approfondimento all’errore medico che anticipa la morte del paziente e alla perdita di chance di sopravvivenza per errore medico.

Un caso di carcinoma prostatico scoperto dopo il progressivo aumento del PSA

Abbiamo seguito il caso di un paziente, che chiameremo Giovanni per tutelarne la riservatezza, sottoposto nel corso del tempo a diversi controlli nei quali era emerso un andamento del PSA che richiedeva una valutazione clinica più approfondita. Gli accertamenti necessari non erano stati eseguiti tempestivamente e il carcinoma prostatico era stato diagnosticato successivamente, quando la malattia presentava caratteristiche sensibilmente più sfavorevoli.

Il punto decisivo non era dimostrare soltanto che la diagnosi fosse arrivata tardi, ma ricostruire che cosa sarebbe ragionevolmente accaduto se gli approfondimenti fossero stati effettuati nel momento corretto. L’esame cronologico della documentazione sanitaria, integrato dalla valutazione medico-legale e specialistica, ha consentito di confrontare la situazione clinica presumibile all’epoca dei primi segnali meritevoli di approfondimento con quella riscontrata alla diagnosi. Su questa base è stato possibile individuare il pregiudizio concretamente riferibile al ritardo e impostare la richiesta risarcitoria sulle effettive conseguenze subite dal paziente, evitando di attribuire all’errore l’intero danno derivante dalla patologia oncologica. I nomi e gli elementi identificativi sono stati modificati nel rispetto della riservatezza professionale e l’esito di ogni caso dipende dalle sue specifiche circostanze cliniche e probatorie.

Domande frequenti sulla diagnosi tardiva del tumore alla prostata

Un PSA elevato non approfondito dà sempre diritto al risarcimento?

No. Il PSA elevato non dimostra da solo né la presenza di un carcinoma né una responsabilità medica. Occorre verificare se, considerate l’età del paziente, l’andamento dei valori, il quadro clinico e gli altri fattori disponibili, fossero indicati ulteriori accertamenti e se la loro omissione o il loro ritardo abbiano concretamente inciso sull’evoluzione della malattia e sul danno subito.

È possibile ottenere un risarcimento se il tumore alla prostata è stato scoperto quando era già metastatico?

Sì, quando sia possibile dimostrare che una condotta sanitaria corretta avrebbe consentito una diagnosi precedente e che il ritardo abbia avuto conseguenze causalmente rilevanti. Bisogna ricostruire lo stadio presumibile del tumore nel momento in cui avrebbe dovuto essere diagnosticato, le terapie allora praticabili e l’incidenza del tempo trascorso sulla progressione della malattia. La presenza di metastasi al momento della diagnosi, da sola, non prova che esse siano conseguenza di un errore medico.

Una biopsia prostatica negativa esclude la responsabilità sanitaria?

No. Una biopsia negativa può essere corretta e non escludere che il tumore venga individuato successivamente. Se esiste il sospetto di un errore, occorre verificare l’appropriatezza dell’indicazione e dell’esecuzione dell’esame, il campionamento, l’interpretazione istologica e soprattutto se il quadro clinico successivo richiedesse ulteriori controlli. In determinate situazioni può rendersi necessaria anche la revisione dei preparati istologici.

Cosa possono chiedere i familiari se il paziente è morto dopo una diagnosi tardiva?

Occorre distinguere i diritti maturati dal paziente, eventualmente trasmissibili agli eredi quando ne ricorrono i presupposti, dai danni subiti direttamente dai familiari. Coniuge, figli, genitori e, in presenza delle condizioni richieste, altri congiunti possono far valere il danno derivante dalla perdita del rapporto parentale e gli eventuali pregiudizi patrimoniali provati. Prima di quantificare il risarcimento deve però essere accertato quale incidenza abbia avuto il ritardo diagnostico sul decesso, sull’anticipazione della morte o sulla perdita di una concreta chance di maggiore sopravvivenza.

Quali documenti servono per valutare una possibile diagnosi tardiva del carcinoma prostatico?

Sono particolarmente utili la documentazione relativa ai valori del PSA nel tempo, le visite del medico curante e dell’urologo, le prescrizioni, le risonanze magnetiche con immagini e referti, le biopsie e i relativi preparati istologici, le cartelle cliniche, gli esami di stadiazione e la documentazione delle terapie eseguite. La valutazione deve ricostruire cronologicamente il percorso sanitario e individuare l’eventuale momento nel quale il tumore avrebbe potuto o dovuto essere diagnosticato.

Tumore alla prostata diagnosticato in ritardo: richiedi una valutazione del caso

Se un tumore alla prostata è stato diagnosticato in ritardo e la malattia è progredita, sono comparse metastasi, sono state perse possibilità terapeutiche oppure il paziente è deceduto, è necessario esaminare la documentazione sanitaria prima di attribuire una responsabilità al medico o alla struttura.

Lo Studio Legale Calvello valuta i casi di possibile responsabilità sanitaria ricostruendo il percorso diagnostico, i tempi degli accertamenti e delle cure e le conseguenze concretamente riconducibili all’eventuale ritardo. Se ritenete che una diagnosi tardiva del carcinoma prostatico abbia provocato un grave danno al paziente o contribuito al suo decesso, potete richiedere una valutazione del caso compilando il modulo dello Studio, allegando, quando disponibile, la documentazione sanitaria utile a una prima analisi.

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