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Morte per mancato monitoraggio: responsabilità e risarcimento

Articolo a cura di: Redazione - Studio Legale Calvello

Quando un paziente muore durante un ricovero ospedaliero, una delle questioni da accertare è se le sue condizioni siano state adeguatamente monitorate e se i sanitari abbiano riconosciuto e affrontato tempestivamente gli eventuali segnali di peggioramento. Un’emorragia non rilevata, una progressiva insufficienza respiratoria, un’alterazione dei parametri vitali ignorata o una complicanza postoperatoria non riconosciuta possono rendere necessario verificare se un controllo appropriato avrebbe consentito di intervenire prima ed evitare il decesso.

La morte per mancato monitoraggio del paziente può comportare una responsabilità del medico, del personale infermieristico o della struttura sanitaria quando vengono accertate omissioni assistenziali, ritardi ingiustificati e un collegamento causale con il decesso. I familiari possono avere diritto al risarcimento dei danni subiti personalmente e, quando ne ricorrono i presupposti, di quelli maturati in capo al paziente e trasmessi agli eredi. Non è però sufficiente dimostrare che il paziente sia morto in ospedale o che le sue condizioni siano peggiorate durante il ricovero: occorre ricostruire ciò che è accaduto e stabilire quali interventi fossero concretamente esigibili.

Nel nostro Studio affrontiamo queste situazioni attraverso l’esame della documentazione sanitaria e la valutazione medico-legale della condotta dei professionisti coinvolti. Quando emergono elementi che fanno sospettare un’omissione assistenziale, è opportuno procedere tempestivamente agli accertamenti, anche per verificare la possibilità di ottenere un giusto risarcimento per la morte del paziente e individuare i soggetti nei cui confronti avanzare la richiesta.

Quando il mancato monitoraggio del paziente può causare la morte e configurare un errore medico

Il monitoraggio di un paziente ricoverato non consiste soltanto nella misurazione periodica della pressione arteriosa, della frequenza cardiaca o della saturazione dell’ossigeno. Comprende l’osservazione dell’evoluzione clinica, la valutazione dei sintomi, l’interpretazione degli esami e la capacità di riconoscere tempestivamente le condizioni che richiedono una rivalutazione medica o un intervento urgente. La frequenza e le modalità dei controlli devono essere adeguate al quadro clinico, al trattamento effettuato e ai rischi concretamente prevedibili.

Un paziente appena sottoposto a un intervento chirurgico complesso, ad esempio, può richiedere una sorveglianza diversa rispetto a una persona ricoverata per una condizione stabile. Se compaiono tachicardia persistente, ipotensione, difficoltà respiratoria, alterazioni dello stato di coscienza o una progressiva riduzione della diuresi, tali manifestazioni devono essere valutate nel loro contesto. Possono rappresentare segnali di un’emorragia, di uno stato di shock, di una complicanza respiratoria o di un’altra condizione potenzialmente grave. La loro presenza non identifica automaticamente una diagnosi, ma può rendere necessarie ulteriori verifiche e modificare l’intensità dell’assistenza.

La responsabilità sanitaria può emergere quando questi segnali non vengono rilevati nonostante fossero ragionevolmente individuabili, quando i controlli prescritti non vengono eseguiti oppure quando un peggioramento documentato non determina una risposta clinica appropriata. Occorre distinguere l’omissione della sorveglianza dalla mancata interpretazione dei dati raccolti: anche un paziente sottoposto a monitoraggio strumentale può ricevere un’assistenza inadeguata se gli allarmi vengono ignorati o se parametri progressivamente alterati non vengono comunicati al medico e valutati tempestivamente.

Si pensi a un paziente che, nelle ore successive a un’operazione, presenti una pressione arteriosa progressivamente più bassa e una frequenza cardiaca crescente. Se i valori non vengono controllati con la frequenza richiesta, non sono comunicati al medico o non determinano gli approfondimenti necessari, un’emorragia postoperatoria potrebbe essere riconosciuta soltanto quando le condizioni sono ormai gravemente compromesse. In una situazione del genere, l’accertamento deve stabilire se una sorveglianza corretta avrebbe permesso di individuare prima la complicanza e se un trattamento tempestivo avrebbe evitato il decesso secondo il criterio causale applicabile in sede civile.

Il medesimo problema può presentarsi quando un paziente sviluppa un’insufficienza respiratoria. Una riduzione progressiva della saturazione, un aumento della frequenza respiratoria o un’alterazione dello stato di coscienza possono richiedere un intervento immediato. Se il paziente viene lasciato senza controlli adeguati, oppure se il peggioramento viene rilevato ma non seguito dalle necessarie misure assistenziali, occorre verificare se il ritardo abbia contribuito all’arresto respiratorio o cardiaco. Il monitoraggio, infatti, deve essere collegato alla possibilità concreta di intervenire: raccogliere dati senza utilizzarli per orientare le decisioni cliniche può rendere inefficace la sorveglianza.

Un’altra situazione riguarda i pazienti con infezioni gravi. L’aumento della frequenza cardiaca, la riduzione della pressione, le alterazioni respiratorie e il peggioramento della funzione renale possono concorrere a delineare un quadro di sepsi o shock settico. Quando tali manifestazioni vengono trascurate, può verificarsi un ritardo nell’avvio delle indagini, della terapia e delle misure di supporto necessarie. Per comprendere se la morte sia riconducibile a una condotta sanitaria censurabile, dobbiamo esaminare il momento in cui il deterioramento era riconoscibile, le condizioni effettive del paziente e le possibilità terapeutiche ancora disponibili.

Particolare attenzione richiede la mancata sorveglianza durante le ore notturne. Il fatto che un paziente venga trovato privo di vita nel proprio letto non dimostra, da solo, un’omissione assistenziale. Diventa però necessario approfondire la vicenda quando la documentazione rivela condizioni instabili, precedenti episodi di peggioramento, controlli prescritti ma non eseguiti oppure intervalli di osservazione incompatibili con il rischio clinico. La ricostruzione degli orari delle rilevazioni, delle chiamate al medico e degli interventi effettuati può consentire di individuare eventuali ritardi.

Il problema può riguardare anche il pronto soccorso, dove il paziente deve essere rivalutato in relazione all’evoluzione delle sue condizioni e al livello di priorità attribuito. Un peggioramento intervenuto durante l’attesa può richiedere una nuova valutazione e una diversa gestione del percorso assistenziale. Se una persona muore dopo essere rimasta a lungo senza un controllo appropriato, occorre verificare se fossero presenti segnali che avrebbero imposto una rivalutazione anticipata e se il loro riconoscimento avrebbe modificato l’esito.

Nei casi di morte successiva a un intervento chirurgico, la questione del monitoraggio si intreccia spesso con quella della gestione delle complicanze. Un’operazione tecnicamente corretta può essere seguita da un’emorragia, da un’infezione o da un’embolia polmonare. La comparsa di una complicanza non costituisce necessariamente un errore, ma può assumere rilievo la mancata individuazione o gestione tempestiva di un evento riconoscibile e trattabile. Abbiamo approfondito questa distinzione nell’articolo dedicato alla morte dopo un’operazione riuscita e alla responsabilità per complicanze non gestite.

La valutazione deve tenere conto anche delle condizioni preesistenti. Un paziente affetto da una patologia particolarmente grave può morire nonostante un’assistenza corretta, mentre un’omissione sanitaria può, in altri casi, anticipare un decesso che sarebbe comunque sopraggiunto successivamente. Sono situazioni giuridicamente differenti, che richiedono un esame della prognosi e dell’incidenza concreta della condotta contestata. La responsabilità non può essere ricavata dalla sola gravità dell’esito, ma neppure esclusa automaticamente perché il paziente presentava già un quadro clinico compromesso.

Per questo motivo, quando i familiari sospettano che il proprio congiunto sia morto perché non adeguatamente controllato, dobbiamo ricostruire l’intera sequenza assistenziale: quali rischi erano conosciuti, quali controlli erano necessari, quando sono comparsi i primi segnali di deterioramento, chi ne era a conoscenza e quali decisioni sono state adottate. Questa ricostruzione permette di distinguere un evento clinico non evitabile da una possibile omissione che abbia inciso sull’evoluzione della malattia e sull’esito del ricovero.

Mancata sorveglianza in ospedale: quali omissioni possono rendere responsabili medici e infermieri

Per stabilire se la morte di un paziente sia riconducibile a un mancato monitoraggio, occorre individuare quali controlli fossero necessari nelle sue specifiche condizioni cliniche e verificare se siano stati effettivamente eseguiti. Non esiste una frequenza di osservazione identica per tutti i ricoverati: un paziente stabile può richiedere controlli periodici, mentre una persona con parametri alterati, sottoposta a un intervento complesso o esposta a complicanze acute può necessitare di una sorveglianza più ravvicinata, continua o strumentale.

La valutazione deve partire dalle informazioni disponibili ai sanitari nel momento in cui erano chiamati ad agire. Non sarebbe corretto giudicare ogni decisione esclusivamente sulla base dell’esito successivo, attribuendo retrospettivamente a sintomi aspecifici un significato che non era ragionevolmente riconoscibile. Occorre invece accertare se, considerando il quadro clinico allora conosciuto, un professionista diligente avrebbe dovuto intensificare i controlli, richiedere ulteriori esami, modificare il trattamento o disporre il trasferimento del paziente in un ambiente assistenziale più appropriato.

Un’omissione può consistere nella mancata esecuzione di controlli prescritti, nell’assenza di rivalutazioni dopo la comparsa di nuovi sintomi oppure nel mancato adeguamento della sorveglianza a condizioni progressivamente più gravi. Può verificarsi anche quando i parametri vengono rilevati regolarmente, ma le loro alterazioni non sono interpretate correttamente o non vengono comunicate a chi deve assumere le decisioni terapeutiche. In queste situazioni, la ricostruzione della condotta sanitaria richiede di esaminare sia l’attività dei singoli professionisti sia il funzionamento complessivo dell’organizzazione ospedaliera.

La responsabilità del personale infermieristico può assumere rilievo quando non vengono effettuate le rilevazioni richieste, non viene osservato un paziente che necessita di sorveglianza oppure non viene segnalato tempestivamente al medico un peggioramento clinico. L’infermiere esercita una professione sanitaria dotata di proprie competenze e responsabilità: non si limita a eseguire materialmente le prescrizioni mediche, ma deve riconoscere le situazioni che richiedono un intervento nell’ambito delle proprie attribuzioni e attivare le necessarie comunicazioni assistenziali.

Si consideri un paziente che, durante il ricovero, manifesti difficoltà respiratoria crescente, agitazione e progressiva riduzione della saturazione dell’ossigeno. Se tali manifestazioni vengono rilevate ma non comunicate tempestivamente, oppure se non vengono effettuati i controlli richiesti dal quadro clinico, può rendersi necessario accertare se vi sia stata un’omissione infermieristica. La responsabilità dipenderà dalle circostanze concrete, dalle competenze del professionista, dalle informazioni disponibili e dall’effettiva incidenza del ritardo sull’evoluzione delle condizioni del paziente.

Il medico, a sua volta, deve valutare le informazioni cliniche disponibili e adottare le decisioni diagnostiche e terapeutiche appropriate. La sua responsabilità può emergere quando sottovaluta un deterioramento riconoscibile, non dispone gli accertamenti necessari, omette di rivalutare un paziente instabile o ritarda ingiustificatamente un trattamento urgente. Anche la prescrizione di un monitoraggio inadeguato rispetto ai rischi prevedibili può costituire un elemento da approfondire, soprattutto quando il paziente presenta condizioni che richiedono controlli più frequenti o un livello assistenziale superiore.

Una situazione particolarmente delicata si verifica quando il personale infermieristico segnala un peggioramento al medico di guardia, ma la rivalutazione viene ritardata senza una giustificazione clinica adeguata. Se il paziente presenta segni compatibili con un’emorragia, uno shock o un’insufficienza respiratoria, occorre verificare quando sia stata effettuata la segnalazione, quali informazioni siano state trasmesse e quale risposta sia stata adottata. La semplice esistenza di una chiamata non dimostra che l’assistenza sia stata corretta, così come un intervento tardivo non prova automaticamente che il decesso fosse evitabile.

Il mancato monitoraggio può derivare anche da un problema di comunicazione tra professionisti. Durante il cambio di turno, ad esempio, informazioni relative a parametri instabili, sintomi recenti o complicanze sospette devono essere trasmesse in modo appropriato. Se un paziente viene affidato al personale subentrante senza che siano comunicate condizioni cliniche rilevanti, può verificarsi una discontinuità assistenziale capace di ritardare il riconoscimento del peggioramento. In questi casi è necessario esaminare le consegne, le annotazioni nella documentazione sanitaria e le attività concretamente svolte.

Accanto alle condotte individuali assume rilievo la responsabilità dell’ospedale o della struttura sanitaria per carenze organizzative. Una struttura deve organizzare l’assistenza in modo coerente con le prestazioni che offre, predisponendo personale, procedure, strumenti e percorsi di gestione delle emergenze adeguati alle esigenze cliniche dei pazienti. L’insufficienza del personale, la mancata disponibilità di apparecchiature necessarie, l’inadeguatezza delle procedure di sorveglianza o l’assenza di un sistema efficace per gestire gli allarmi possono concorrere a determinare un’assistenza non conforme agli obblighi della struttura.

Non ogni carenza organizzativa, però, comporta automaticamente un diritto al risarcimento. Occorre dimostrare che il problema abbia concretamente inciso sull’assistenza e che il danno lamentato sia causalmente riconducibile alla condotta contestata. Se, ad esempio, un paziente ad alto rischio rimane senza i controlli necessari a causa di un’organizzazione inadeguata del reparto, bisogna stabilire quali controlli siano mancati, quale complicanza non sia stata riconosciuta e se un’assistenza correttamente organizzata avrebbe consentito di evitare il decesso.

La responsabilità della struttura sanitaria può riguardare anche l’operato dei professionisti dei quali essa si avvale nell’adempimento della prestazione sanitaria. La legge 8 marzo 2017, n. 24, disciplina la responsabilità civile della struttura e dell’esercente la professione sanitaria, distinguendo i rispettivi regimi. In particolare, l’articolo 7 riconduce la responsabilità della struttura, nei confronti del paziente, agli articoli 1218 e 1228 del Codice civile, mentre prevede, come regola generale e salvo che il professionista abbia agito nell’adempimento di un’obbligazione contrattuale assunta direttamente con il paziente, la responsabilità dell’esercente la professione sanitaria ai sensi dell’articolo 2043 del Codice civile.

Questa distinzione assume rilievo quando i familiari intendono promuovere un’azione risarcitoria. Non è sempre necessario individuare un unico professionista al quale attribuire l’intera vicenda: un decesso può essere il risultato di omissioni successive, di un difetto di coordinamento o di una combinazione di condotte individuali e carenze organizzative. La posizione di ciascun soggetto deve essere esaminata separatamente, senza confondere la responsabilità della struttura con quella personale del medico o dell’infermiere.

Il problema si manifesta con particolare evidenza quando il paziente peggiora in un reparto ordinario e non viene tempestivamente trasferito in terapia intensiva. Se le sue condizioni richiedevano un livello di assistenza non più assicurabile nel reparto di provenienza, occorre verificare quando tale necessità fosse riconoscibile, se sia stata richiesta una valutazione specialistica e quali decisioni siano state assunte. La disponibilità dei posti letto, le condizioni del paziente e le alternative assistenziali concretamente praticabili devono essere considerate nella ricostruzione. La questione è approfondita anche nel nostro articolo sulla morte per mancato trasferimento in terapia intensiva.

Un ulteriore profilo riguarda l’impiego dei dispositivi di monitoraggio. Monitor multiparametrici, pulsossimetri e sistemi di sorveglianza possono consentire di rilevare tempestivamente alterazioni cliniche, ma la loro utilità dipende dall’appropriatezza dell’indicazione, dal corretto funzionamento e dalla gestione dei dati e degli allarmi. Se un dispositivo segnala ripetutamente una condizione potenzialmente pericolosa senza che venga effettuata una verifica, occorre accertare chi dovesse ricevere l’allarme, quali procedure fossero previste e perché non sia stata adottata una risposta adeguata.

Quando, invece, il monitoraggio strumentale non era stato predisposto, bisogna stabilire se fosse effettivamente indicato. La mancata applicazione di un monitor continuo non costituisce di per sé una negligenza: la necessità dello strumento dipende dalle condizioni del paziente e dagli standard assistenziali pertinenti. Diversa è la situazione in cui il quadro clinico imponeva una sorveglianza intensiva e il paziente sia stato mantenuto senza controlli proporzionati al rischio.

La ricostruzione delle responsabilità deve infine considerare la sequenza temporale degli eventi. Un intervallo di pochi minuti può essere determinante in presenza di un arresto respiratorio o di un’emorragia acuta, mentre altre condizioni presentano un’evoluzione più graduale e possono offrire un periodo più ampio per riconoscere il deterioramento e intervenire. Non è possibile attribuire lo stesso significato a ogni ritardo: occorre rapportarlo alla patologia, alla rapidità del peggioramento e all’efficacia dei trattamenti disponibili in quel momento.

Per i familiari, questa analisi consente di comprendere se il decesso sia stato preceduto da un’assistenza appropriata oppure se vi siano state omissioni meritevoli di approfondimento. La presenza di più professionisti coinvolti, di una documentazione frammentaria o di un quadro clinico complesso rende particolarmente importante distinguere ciò che era prevedibile da ciò che era concretamente evitabile, ricostruendo il contributo delle singole condotte senza attribuire responsabilità sulla base di semplici supposizioni.

Come dimostrare la responsabilità dell’ospedale e ottenere il risarcimento per la morte del paziente

Quando emergono elementi che fanno sospettare una morte per mancato monitoraggio, il passaggio decisivo consiste nel verificare se l’omissione assistenziale abbia effettivamente inciso sul decesso. La responsabilità sanitaria richiede un accertamento che colleghi la condotta contestata alle conseguenze subite dal paziente e dai familiari. Non basta individuare un controllo non eseguito o una prescrizione disattesa: dobbiamo stabilire quale complicanza avrebbe potuto essere riconosciuta, quali interventi sarebbero stati praticabili e se la loro tempestiva esecuzione avrebbe evitato la morte o modificato concretamente l’evoluzione clinica.

Il primo documento da acquisire è la cartella clinica completa, comprensiva del diario medico, della documentazione infermieristica, delle prescrizioni, dei referti degli esami e delle registrazioni disponibili relative ai parametri vitali. Nei casi postoperatori assumono rilievo anche il verbale operatorio, la documentazione anestesiologica e quella relativa alla sala risveglio. È necessario ricostruire gli orari delle rilevazioni, delle eventuali segnalazioni al medico, degli accertamenti diagnostici e degli interventi terapeutici, confrontandoli con l’andamento delle condizioni cliniche.

La cartella infermieristica può risultare particolarmente importante quando il sospetto riguarda l’omessa sorveglianza. L’assenza di annotazioni per un intervallo prolungato, la mancata registrazione di controlli prescritti o la presenza di parametri alterati senza una successiva rivalutazione possono costituire elementi da approfondire. Non dimostrano, isolatamente, che il paziente sia stato abbandonato o che i controlli non siano stati eseguiti. Occorre verificare se esistano ulteriori registrazioni, quali attività siano documentate e se la ricostruzione complessiva riveli effettive carenze assistenziali.

Quando la documentazione sanitaria è incompleta, la questione deve essere esaminata anche sotto il profilo probatorio. Una lacuna rilevante può incidere sulla possibilità di ricostruire la condotta dei sanitari e, secondo le circostanze e il regime di responsabilità applicabile, assumere rilievo nella valutazione dell’onere della prova. Non determina però automaticamente la responsabilità dell’ospedale né consente di presumere qualsiasi fatto favorevole al danneggiato. È necessario valutare quali informazioni manchino, chi fosse tenuto a documentarle e in quale misura l’incompletezza impedisca di accertare gli eventi clinici.

Per comprendere se esistano i presupposti di un’azione risarcitoria, affianchiamo all’esame giuridico una valutazione medico-legale supportata, quando necessario, da specialisti della disciplina interessata. Il consulente deve ricostruire le condizioni iniziali del paziente, individuare i rischi prevedibili e verificare se l’assistenza sia stata conforme alle conoscenze scientifiche e alle regole professionali pertinenti. Deve poi affrontare il problema causale: quale sarebbe stata, con ragionevole probabilità, l’evoluzione clinica se il monitoraggio e gli interventi successivi fossero stati corretti?

In sede civile, l’accertamento del nesso causale segue il criterio del «più probabile che non», da applicare alla concreta vicenda sulla base delle evidenze disponibili. Occorre verificare se la condotta doverosa omessa avrebbe, con probabilità prevalente, evitato l’evento dannoso oggetto della domanda. Questo giudizio non può fondarsi su una generica affermazione secondo cui un controllo più frequente avrebbe potuto salvare il paziente: deve considerare la patologia, il momento in cui il peggioramento era riconoscibile, l’efficacia dei trattamenti disponibili e le eventuali cause alternative.

Si consideri un’emorragia postoperatoria che abbia determinato un progressivo deterioramento emodinamico. L’accertamento dovrà stabilire quando siano comparsi i primi segnali clinici, se fossero riconoscibili attraverso controlli appropriati e quali possibilità terapeutiche esistessero in quel momento. Se l’intervento tempestivo avrebbe probabilmente evitato la morte, può emergere un nesso causale tra l’omissione e il decesso. Se invece il quadro era già irreversibile prima che la complicanza potesse essere ragionevolmente individuata, la sola mancata rilevazione successiva non è sufficiente a dimostrare che il decesso sia stato causato dall’errore.

Una valutazione distinta è necessaria quando il paziente presentava una malattia grave e il mancato monitoraggio potrebbe averne anticipato la morte. In questi casi non possiamo limitarci a stabilire se il decesso sarebbe comunque sopraggiunto: occorre verificare se la condotta sanitaria abbia privato il paziente di un periodo di vita che avrebbe altrimenti avuto. Il problema è trattato anche nel nostro approfondimento sull’errore medico che anticipa la morte del paziente e sul relativo risarcimento.

Può inoltre emergere una perdita di chance di sopravvivenza, che non deve essere confusa con il risarcimento del decesso. Si tratta di verificare se l’omissione abbia privato il paziente di una possibilità seria, concreta e apprezzabile di conseguire un risultato più favorevole, senza che sia dimostrato il nesso causale tra la condotta e l’evento finale nei termini necessari per imputare integralmente la morte. La chance costituisce un pregiudizio distinto e deve essere accertata e valutata autonomamente, evitando duplicazioni risarcitorie. Abbiamo dedicato un approfondimento specifico alla perdita di chance di sopravvivenza per errore medico.

Una volta accertati i presupposti della responsabilità, dobbiamo individuare i danni risarcibili distinguendo la posizione del paziente deceduto da quella dei suoi familiari. Il coniuge, i figli, i genitori e, in presenza dei necessari presupposti, altri congiunti possono chiedere il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale, che riguarda le conseguenze della morte sulla relazione affettiva e sulla vita familiare. Il risarcimento non è identico per tutti: occorre considerare le caratteristiche effettive del rapporto, la convivenza quando esistente, l’intensità del legame, l’età delle persone coinvolte e le altre circostanze rilevanti.

Ai danni non patrimoniali possono aggiungersi quelli economici concretamente dimostrabili. Se il paziente contribuiva al mantenimento del coniuge o dei figli, la sua morte può determinare la perdita di un sostegno economico che deve essere valutata sulla base dei redditi, delle condizioni familiari e delle prospettive ragionevolmente prevedibili. Possono assumere rilievo anche ulteriori spese e perdite patrimoniali causalmente riconducibili all’evento, purché ne siano provati i presupposti.

Un’ulteriore questione riguarda i danni eventualmente maturati in capo al paziente prima della morte e trasmissibili agli eredi. Se, ad esempio, tra l’omissione sanitaria e il decesso è trascorso un periodo durante il quale la persona ha subito un pregiudizio biologico temporaneo o una sofferenza coscientemente percepita, occorre verificare se siano sorti diritti risarcitori entrati nel suo patrimonio. La loro configurabilità dipende dalle condizioni cliniche, dalla durata della sopravvivenza e dalle caratteristiche del danno. Non è invece automaticamente trasmissibile agli eredi un autonomo risarcimento per la perdita della vita in sé. La distinzione tra le diverse voci evita di formulare richieste prive dei necessari presupposti o di duplicare il medesimo pregiudizio.

Per la quantificazione del danno parentale, le tabelle elaborate dall’Osservatorio sulla giustizia civile di Milano costituiscono un riferimento utilizzato nella pratica giudiziaria. La valutazione deve comunque essere individualizzata e coerente con i criteri applicabili al caso. Non è corretto promettere una somma predeterminata sulla sola base del grado di parentela: il congruo risarcimento dipende dall’accertamento della responsabilità e dalla prova delle conseguenze effettivamente subite. Per approfondire le diverse componenti economiche della richiesta, rinviamo all’articolo su quanto spetta ai familiari per la morte causata da errore medico.

La tutela risarcitoria può essere avviata mediante una richiesta alla struttura sanitaria e, quando ne ricorrono le condizioni, alla relativa impresa assicuratrice. L’esame preliminare della documentazione e della consulenza medico-legale consente di individuare i soggetti potenzialmente responsabili e formulare una domanda fondata su contestazioni specifiche. Un tentativo di definizione stragiudiziale può evitare il giudizio, ma un accordo deve essere valutato attentamente, soprattutto quando coinvolge più familiari e differenti voci di danno.

Se non viene raggiunta una soluzione, l’azione giudiziaria in materia di responsabilità sanitaria richiede il rispetto delle condizioni di procedibilità previste dall’articolo 8 della legge n. 24/2017. La normativa contempla il ricorso alla consulenza tecnica preventiva ai sensi dell’articolo 696-bis del Codice di procedura civile, ferma la possibilità di esperire il procedimento di mediazione nei termini previsti. La scelta del percorso richiede una valutazione della controversia, delle prove disponibili e delle questioni medico-legali da sottoporre ai consulenti.

Occorre prestare attenzione anche alla prescrizione. I termini possono variare in relazione al soggetto nei cui confronti viene esercitata l’azione, alla natura della responsabilità e al diritto risarcitorio fatto valere. Le pretese personali dei familiari e quelle eventualmente trasmesse dal paziente agli eredi non devono essere considerate indistintamente. La verifica deve comprendere il momento dal quale il diritto poteva essere esercitato, le circostanze che incidono sulla decorrenza e gli eventuali atti interruttivi. Attendere troppo a lungo può compromettere la tutela, anche quando la ricostruzione medico-legale richiede accertamenti complessi.

La decisione di procedere deve quindi fondarsi su una valutazione coordinata della documentazione clinica, delle omissioni contestabili, del nesso causale e dei danni risarcibili. Solo attraverso questa verifica è possibile distinguere una morte verificatasi nonostante un’assistenza corretta da un decesso riconducibile a una responsabilità sanitaria e formulare una richiesta di risarcimento sostenuta da elementi concreti.

Morte dopo un intervento chirurgico: un esempio pratico di mancato monitoraggio e responsabilità sanitaria

Per comprendere come un’omissione nel monitoraggio possa assumere rilievo in una richiesta di risarcimento, consideriamo un esempio realistico relativo a un paziente sottoposto a un intervento chirurgico addominale. L’operazione si conclude senza complicanze immediatamente riconosciute e il paziente viene trasferito nel reparto di degenza. Nelle ore successive, però, le sue condizioni iniziano a peggiorare: manifesta debolezza, pallore e dolore addominale crescente, mentre la frequenza cardiaca aumenta e la pressione arteriosa tende progressivamente a diminuire.

Questi sintomi, considerati nel loro insieme e alla luce dell’intervento appena eseguito, possono richiedere una rivalutazione clinica tempestiva per escludere una complicanza emorragica. Nell’esempio, invece, il monitoraggio non viene adeguato al peggioramento, alcuni controlli vengono effettuati con intervalli eccessivamente lunghi e le alterazioni rilevate non determinano un’immediata valutazione medica. Durante la notte, il paziente presenta un ulteriore deterioramento e viene infine riscontrato in condizioni di shock. Nonostante i successivi tentativi di stabilizzazione e l’intervento d’urgenza, sopraggiunge il decesso.

I familiari, ai quali viene comunicato che la morte è stata causata da una grave emorragia postoperatoria, si interrogano sulla possibilità che il sanguinamento fosse riconoscibile prima e che un trattamento tempestivo avrebbe potuto evitare l’esito fatale. Il fatto che l’emorragia rappresenti una complicanza possibile dell’intervento non risolve la questione. Occorre distinguere l’eventuale inevitabilità della sua insorgenza dalla correttezza dell’assistenza prestata dopo la comparsa dei primi segnali clinici.

L’accertamento prende avvio dall’esame della cartella clinica, del verbale operatorio, della documentazione anestesiologica e del diario infermieristico. Il confronto tra gli orari delle rilevazioni e l’andamento dei parametri vitali consente di individuare il momento in cui le condizioni del paziente hanno iniziato a deteriorarsi. Assume particolare rilievo verificare se i valori alterati siano stati comunicati al medico, se siano stati richiesti esami ematici di controllo e quando sia stata formulata l’ipotesi diagnostica di un’emorragia interna.

La documentazione può mostrare, ad esempio, che la frequenza cardiaca era aumentata diverse ore prima dell’intervento d’urgenza e che la pressione arteriosa aveva iniziato a diminuire progressivamente. Questi elementi devono essere interpretati da un medico-legale e da uno specialista competente, perché la loro rilevanza dipende dal quadro clinico complessivo. Se risultano compatibili con un’emorragia in evoluzione, diventa necessario stabilire se controlli appropriati avrebbero consentito di riconoscere prima il sanguinamento e di intervenire quando il paziente disponeva ancora di maggiori possibilità di sopravvivenza.

L’elemento decisivo non è quindi la semplice presenza di una complicanza, ma il rapporto tra il momento in cui essa era ragionevolmente riconoscibile e quello in cui è stata effettivamente trattata. Una consulenza medico-legale può accertare che il ritardo abbia avuto un’incidenza causale sul decesso, oppure concludere che l’emorragia presentasse caratteristiche tali da rendere l’esito inevitabile nonostante una sorveglianza corretta. La valutazione deve considerare anche le condizioni precedenti del paziente, la rapidità del sanguinamento e l’efficacia dei trattamenti concretamente disponibili.

Se l’accertamento dimostra che un monitoraggio appropriato avrebbe consentito di diagnosticare tempestivamente l’emorragia e che il trattamento anticipato avrebbe, secondo il criterio del più probabile che non, evitato la morte, possono sussistere i presupposti per attribuire una responsabilità sanitaria. La richiesta risarcitoria potrà essere rivolta ai soggetti individuati come responsabili, tenendo conto delle rispettive posizioni e del contributo causale delle condotte contestate.

Nell’ipotesi descritta, il percorso di tutela può condurre a una definizione stragiudiziale quando la struttura sanitaria o la sua assicurazione riconoscano la fondatezza delle contestazioni e venga raggiunto un accordo sull’entità dei danni. In mancanza di un accordo, la controversia può richiedere gli strumenti di accertamento tecnico e giudiziale previsti dalla legge. Non sarebbe corretto attribuire a questo esempio un esito risarcitorio già conseguito: la soluzione dipende dalle risultanze della consulenza, dalla prova del nesso causale e dalla quantificazione dei danni effettivamente subiti.

La vicenda permette di comprendere anche perché sia importante non concentrare l’accertamento esclusivamente sull’operazione chirurgica. Un intervento può essere stato eseguito correttamente e la responsabilità può riguardare la successiva gestione del paziente. La mancata sorveglianza, il ritardo nella comunicazione dei parametri alterati e l’omessa rivalutazione medica possono costituire condotte distinte, da esaminare nella loro successione temporale e nel loro eventuale contributo al decesso.

Per i familiari, una ricostruzione di questo tipo consente di formulare contestazioni circostanziate, anziché fondare la richiesta sulla sola convinzione che la morte fosse evitabile. Permette inoltre di individuare correttamente le voci di danno, distinguendo il pregiudizio derivante dalla perdita del rapporto parentale, le eventuali conseguenze economiche e i diritti risarcitori che potrebbero essere maturati in capo al paziente prima del decesso. È su questa base che può essere valutata la possibilità di ottenere un giusto risarcimento, senza confondere il sospetto iniziale di negligenza con una responsabilità già accertata.

Domande frequenti sulla morte per mancato monitoraggio del paziente

Se un paziente muore in ospedale perché non è stato controllato, i familiari possono chiedere il risarcimento?

Sì, quando viene accertato che la sorveglianza era inadeguata rispetto alle condizioni cliniche e che l’omissione ha causato il decesso. Occorre verificare quali controlli fossero necessari, quando siano comparsi i segnali di peggioramento e se un intervento tempestivo avrebbe evitato la morte. I familiari possono chiedere il risarcimento dei danni personalmente subiti e, se ne ricorrono i presupposti, esercitare i diritti risarcitori trasmessi dal paziente agli eredi. La morte durante il ricovero, da sola, non dimostra la responsabilità sanitaria.

Come si dimostra che medici o infermieri non hanno monitorato adeguatamente il paziente?

La verifica parte dalla cartella clinica completa, con particolare attenzione al diario infermieristico, alle prescrizioni mediche, alle registrazioni dei parametri vitali e agli orari degli interventi. Occorre confrontare i controlli documentati con quelli richiesti dalle condizioni del paziente e ricostruire le eventuali segnalazioni di peggioramento. Una consulenza medico-legale, supportata quando necessario da uno specialista, permette di valutare se siano state commesse omissioni e quale incidenza abbiano avuto sul decesso. L’assenza di annotazioni può assumere rilievo probatorio, ma non costituisce automaticamente la prova di una mancata assistenza.

Chi risponde se l’infermiere non avvisa il medico del peggioramento e il paziente muore?

La responsabilità dipende dalle condotte concretamente accertate. L’infermiere può rispondere di un’omessa segnalazione quando il peggioramento era riconoscibile e richiedeva l’attivazione del medico. Devono essere esaminate anche le eventuali omissioni del medico e le responsabilità organizzative della struttura sanitaria. L’articolo 7 della legge n. 24/2017 disciplina la responsabilità civile della struttura e dell’esercente la professione sanitaria, prevedendo regimi differenti. Per ottenere il risarcimento occorre comunque dimostrare il collegamento causale tra le condotte contestate e il danno.

È possibile ottenere un risarcimento se il paziente era già gravemente malato?

La presenza di una malattia grave non esclude automaticamente la responsabilità sanitaria. Occorre accertare se il mancato monitoraggio abbia causato la morte, ne abbia anticipato il verificarsi oppure abbia privato il paziente di una seria e apprezzabile possibilità di sopravvivenza. Si tratta di ipotesi differenti, che richiedono una valutazione della prognosi, delle condizioni precedenti e delle possibilità terapeutiche concretamente disponibili. Il risarcimento deve essere commisurato al pregiudizio effettivamente dimostrato, senza attribuire automaticamente all’ospedale tutte le conseguenze della patologia preesistente.

Quanto tempo hanno i familiari per chiedere il risarcimento dopo la morte del paziente?

Il termine di prescrizione dipende dalla natura del diritto esercitato e dal regime di responsabilità applicabile. Le pretese personali dei familiari, generalmente riconducibili alla responsabilità extracontrattuale, sono ordinariamente soggette al termine quinquennale, ferme le particolarità previste dalla legge, anche quando il fatto costituisce reato. I diritti eventualmente maturati dal paziente e trasmessi agli eredi possono invece essere soggetti al termine decennale quando derivano dalla responsabilità contrattuale della struttura sanitaria. La decorrenza deve essere verificata nel caso concreto, considerando anche la conoscibilità del danno e della sua possibile origine sanitaria. È opportuno procedere tempestivamente alla valutazione della documentazione e degli eventuali atti necessari a interrompere la prescrizione.

Morte per mancato monitoraggio del paziente: richiedere una valutazione legale per il risarcimento

Quando un familiare muore durante un ricovero e vi sono dubbi sull’adeguatezza dei controlli effettuati, è importante accertare se il decesso fosse inevitabile oppure se un’omissione assistenziale abbia impedito di riconoscere e trattare tempestivamente un peggioramento clinico. Un’emorragia non rilevata, un’insufficienza respiratoria trascurata o un ritardo nell’intervento medico possono richiedere un approfondimento, soprattutto quando la documentazione sanitaria presenta lacune o emergono incongruenze nella ricostruzione degli eventi.

Lo Studio Legale Calvello, con oltre 25 anni di esperienza nell’attività legale, assiste i familiari che intendono accertare una possibile responsabilità medica o ospedaliera e valutare i presupposti per ottenere il risarcimento dei danni. Esaminiamo la vicenda partendo dalla documentazione clinica e, quando necessario, attraverso il contributo di consulenti medico-legali e specialisti, per individuare eventuali omissioni, ricostruire il nesso causale e verificare quali pretese risarcitorie possano essere concretamente sostenute.

Nei casi di sospetto mancato monitoraggio, è particolarmente utile acquisire tempestivamente la cartella clinica completa, comprensiva della documentazione infermieristica, dei referti, delle prescrizioni e delle registrazioni disponibili dei parametri vitali. Se il decesso è avvenuto dopo un intervento chirurgico, occorre esaminare anche il verbale operatorio e la documentazione anestesiologica e postoperatoria. Questi elementi permettono di ricostruire quando siano comparsi i primi segnali di peggioramento, quali controlli siano stati effettuati e se vi siano stati ritardi nella diagnosi o nel trattamento delle complicanze.

La valutazione riguarda anche la posizione dei familiari, i danni patrimoniali e non patrimoniali eventualmente risarcibili, i soggetti nei cui confronti avanzare la richiesta e i termini di prescrizione applicabili. Nei casi più complessi, una consulenza medico-legale preliminare consente di comprendere se esistano elementi sufficienti per intraprendere un’azione stragiudiziale o giudiziaria, evitando di formulare contestazioni basate esclusivamente sul sospetto che il decesso potesse essere evitato.

Se ritieni che un tuo familiare sia morto perché non adeguatamente monitorato durante il ricovero, puoi sottoporre la documentazione allo Studio Legale Calvello. Valuteremo le circostanze della vicenda, le eventuali responsabilità sanitarie e le possibilità di tutela, con l’obiettivo di individuare, quando ne ricorrano i presupposti, il percorso appropriato per ottenere un giusto risarcimento.

Per richiedere una valutazione del caso, contatta lo Studio Legale Calvello e descrivici quanto accaduto. Una ricostruzione tempestiva e documentata può essere determinante per chiarire le cause del decesso e tutelare i diritti dei familiari.

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