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Archivio per categoria Spese legali stragiudiziali e giudiziali

G.d.P. di Padova Dr.ssa Raudino: spese stragiudiziali risarcibili se giustificate

Giudice di Pace di Padova – Dott.ssa Avv. Valeria Raudino – Sentenza n. 15495/2014

Sinistro stradale – danno biologico – prova per presunzioni e liquidazione del danno morale – sussiste – liquidazione delle spese di assistenza stragiudiziale fornita dall’avvocato poi successivamente designato anche per la fase giudiziale – sussiste

Si segnala la presente sentenza poiché il Giudice, nel caso di specie, ritiene provato il danno morale su base presuntiva (richiamando sul punto la Cassazione n. 11059 del 2009) essendo il danno in oggetto di per sé idoneo a procurare una sofferenza soggettiva al danneggiato. La sentenza della S.C. richiamata ed applicata dal Giudice Patavino precisa che “il danno non patrimoniale consistente nel patema d’animo e nella sofferenza interna ben può essere provato per presunzioni e che la prova per inferenza induttiva non postula che il fatto ignoto da dimostrare sia l’unico riflesso possibile di un fatto noto, essendo sufficiente la rilevante probabilità del determinarsi dell’uno in dipendenza del verificarsi dell’altro secondo criteri di regolarità causale”.
Inoltre, il Giudicante, ritiene dovuta anche la spesa per l’assistenza stragiudiziale (allegata in citazione con preavviso di parcella) ancorché il legale autore della richiesta nella fase stragiudiziale ed il difensore successivamente designato dal danneggiato per il giudizio coincidano.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA:

REPUBBLICA ITALIANA
UFFICIO DEL GIUDICE DÌ PACE DÌ PADOVA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice di Pace Dott.ssa Valeria Raudino, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nella causa civile n. 6426/2013 R.G. promossa con atto di citazione iscritto in data 11.11.2013

da

C… A…., con l’Avv. Claudio Calvello

Attore

contro

A… Assicurazioni S.p.a. in persona del legale rappresentante pro tempore con l’Avv…..

Convenuta

Oggetto: risarcimento danni da sinistro stradale

[OMISSIS]

“ […] Quanto al danno morale, ritiene lo scrivente che il danno in oggetto sia comunque di per sé idoneo a procurare una sofferenza soggettiva, “provata per fondata presunzione” in quanto “altamente probabile” (cfr. Cass. 11059/09) e equitativamente quantificabile, tenuto conto della lieve entità dei postumi delle lesioni riscontrate, nella misura del 15% del danno biologico […]”
“[…] Con riferimento alla richiesta di rifusione delle spese per assistenza stragiudiziale, ritiene questo giudicante essere nelle facoltà del danneggiato l’avvalersi di una difesa tecnica non solo al fine di favorire la liquidazione stragiudiziale dell’indennizzo, ma anche a predisporre gli adempimenti utili ad agire in giudizio nell’ipotesi in cui non si addivenga a una soluzione bonaria della lite. In ogni caso il riconoscimento delle spese stragiudiziali al danneggiato deve trovare fondamento nella necessarietà della spesa e nella sua giustificazione in funzione dell’attività di esercizio stragiudiziale al diritto al risarcimento (cfr. Cass. Civ. Sez. III, 1.12.2009, n.997). […]”

[OMISSIS]

Rca e spese stragiudiziali ante causam: si liquidano secondo i parametri del DM 55/2014

C. Cost. sent. n. 50/2014.
C. Cost. sent. n. 50/2014.

Tribunale di Torino, Giudice Dr.ssa Stefania Tassone, Sentenza n. 5616 del 28.07.2014                       

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

“In applicazione della ormai pacifica giurisprudenza sul punto, vanno rifuse a parte attrice vittoriosa le spese della consulenza medica ante causam pari ad Euro 144,00, necessaria per la valutazione del caso e l’impostazione della vertenza, nonché le spese per l’assistenza stragiudiziale (desumibile dal fatto che ante causam la compagnia assicuratrice convenuta addiveniva ad offrire il pagamento di somme peraltro trattenuta solo in acconto) e che secondo le tariffe (punto 25) di cui al recente DM 55/2014 ammontano ad Euro 1.890,00, tenuto conto del valore della domanda.”

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di TORINO

Quarta Sezione Civile

 Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Stefania Tassone

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 9141/2012 promossa da:

….., …… (C.F.: …….), con il patrocinio dell’Avv. ……, elettivamente domiciliato in …..TORINO presso il difensore.

ATTORE/I

contro

…… ASS.NI S.p.A. (C.F.: ……), con il patrocinio degli Avv.ti ….. e …….., elettivamente domiciliato in …………. presso i difensori.

CONVENTO/I

e

……. (C.F.: ……) ……………………………………………….

CONVENUTO CONTUMACE

 CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da verbale d’udienza di precisazione delle conclusioni del 18.3.2014.

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

I. Premessa.

Ritiene anzitutto il Tribunale di dover premettere: 1) che con atto di citazione ritualmente notificato ………conveniva in giudizio avanti al Tribunale di Torino, Sezione IV Civile, …… S.p.a. e …, chiedendone la condanna in solido al risarcimento dei danni tutti patiti a seguito del sinistro stradale occorsole in data …..; 2) che in particolare parte attrice allegava: a) che in data …., alle ore 9.30 circa in Palermo, il motoveicolo Honda, condotto dal proprietario P…… ed assicurato per la r.c. da …….., su cui essa attrice era trasportata, veniva urtato dal veicolo …….. di proprietà di …. e condotto da ……; b) che a seguito dell’urto essa attrice rovinava a terra riportando gravi lesioni personali; c) che la Polizia Stradale intervenuta contestava al conducente …… la violazione dell’art. 145 Codice della Strada; d) che …….. in data …. (v. doc. 2 attoreo) offriva assegno di Euro 12.500,00, che essa attrice accettava solo a titolo di acconto; 3) che nonostante la ritualità della notifica si costituiva in giudizio soltanto ……. la quale contestava la domanda attorea unicamente sotto il profilo del quantum debeatur, mentre ….. veniva dichiarato contumace; 4) che, espletata la trattazione ex art. 183 VI comma c.p.c. e disposta CTU medico – legale sulla persona di parte attrice il GI fissava udienza di precisazione delle conclusioni; 5) che all’udienza del 18.3.2014 le parti precisavano le conclusioni ed il Tribunale tratteneva la causa a decisione, assegnando i termini ex art. 190 c.p.c.

II. Le risultanze processuali.

Posto che la lite tra le parti verte unicamente sulla individuazione e quantificazione dei danni patiti dalla attrice …… osserva anzitutto il Tribunale che dall’espletata CTU medico – legale è emerso: 1) che a seguito del sinistro oggetto di causa parte attrice ha riportato lesioni consistenti in “frattura pluriframmentaria III medio distale, biossea di gamba destra”; 2) che ne è derivata una invalidità temporanea da quantificarsi complessivamente in 5 mesi, di cui 10 gg. al 100% per ricovero ospedaliero, 25 gg. al 75% in relazione ad una fase particolarmente delicata della fase riabilitativa, 60 gg. a parziale al 50%, il rimanente periodo di 55 gg. a parziale minima al 25%; 3) che ne son derivati postumi di invalidità permanente in misura del 7-8%; 4) che i suddetti postumi non precludono nel futuro qualsiasi attività lavorativa, anche se “potrà ammettersi un maggior disagio nell’espletamento di attività che comportino prolungata stazione eretta” (v. p. 20 relazione peritale); 5) che “è da ipotizzarsi, in un futuro più o meno immediato, rimozione di mezzi di sintesi, in relazione all’indicazione clinica” (v. p. 20); tale intervento comporterà una invalidità temporanea di 30 gg. di cui 1 o 2 gg. a totale, 15 giorni al 50% ed il rimanente periodo al 25%; 6) che vanno riconosciute come congrue e documentate le spese mediche e di cura indicate alle pp. 117-18 della relazione peritale; non si prevedono spese future ed eventuali trattamenti potranno essere sostenuti con il SSN; 7) che i postumi non risultano incidenti sullo svolgimento e sulla qualità delle ordinarie attività della vita; come già segnalato è ipotizzabile maggior disagio in relazione ad attività fisiche che comportino prolungato ortostatismo.

Da tali conclusioni peritali, cui lo stesso CT di parte attrice ha pressoché sostanzialmente aderito, logicamente e congruamente motivate, ritiene il Tribunale di non doversi discostare.

Pertanto, a titolo di danno non patrimoniale, va riconosciuto all’odierna attrice:

  • danno permanente biologico in misura dell’8%, tenuto conto dell’età dell’attrice di anni 42 al momento del sinistro, da liquidarsi secondo le tabelle ministeriali per le cd. lesioni micropermanenti di cui al recente DM 20.6.2014, per la somma di Euro 11.231,88;
  • invalidità temporanea conseguente ai postumi derivanti in prima battuta dal sinistro nonché invalidità temporanea in relazione all’imminente intervento di rimozione dei mezzi di sintesi, e quindi, sempre in applicazione del punto tabellare di cui al DM 20.6.2014, per la somma complessiva di Euro 8.136,86;

per un totale complessivo di Euro 19.368,74.

In un’ottica di doveroso integrale ristoro del danno patito (posto che il riconoscimento del carattere onnicomprensivo del danno non patrimoniale alla persona non può andare a scapito della integralità del risarcimento medesimo, è compito del Giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli (al più per finalità meramente descrittive), individuando quali ripercussioni si siano verificate sul valore – uomo e provvedendo alla loro integrale riparazione: v. Cass., 26972/208; Trib. Torino, Sez. IV Civ., 19.3.2009; nel caso di specie, poi, le tabelle normative in tema di lesioni micro – permanenti non ricomprendono le sofferenze morali conseguenti alle lesioni fisiche, donde la piena applicazione dell’orientamento giurisprudenziale di merito circa la autonoma risarcibilità del danno morale anche in caso di lesioni cd. micro – permanenti, come voce di danno biologico ma da questo differente e liquidabile anche oltre il danno previsto tabellarmente, indirizzo giurisprudenziale che si conforma ad una interpretazione costituzionalmente orientata, volta alla protezione di interessi di ampia tutela costituzionale ed al sopra richiamato principio di liquidazione totale del danno: v. Trib. Torino, Sez. IV Civ., 22.3.2012; Trib. Torino,Sez. IV Civ., 10.1.2013), tenuto conto, sulla scorta delle risultanze peritali, delle sofferenze patite dall’attrice per l’accidentato percorso clinico, la delicata fase riabilitativa (che implica il riacuttizarsi del dolore), le persistenti artralgie, i problemi logistici (per cui la odierna attrice ….. è stata ricoverata più a lungo per avere maggior assistenza, dal momento che vive sola), la vacanza rovinata, essendo il sinistro intervenuto nel corso di questa, e considerato altresì il maggior disagio nell’espletamento dell’attività lavorativa (v. Cass., 7524/2014, secondo cui “In tema di risarcimento del danno alla persona, sussiste la risarcibilità del danno patrimoniale soltanto qualora sia riscontrabile la eliminazione o la riduzione della capacità del danneggiato di produrre reddito, mentre il danno da lesione della “cenestesi lavorativa”, che consiste nella maggiore usura, fatica, difficoltà incontrate nello svolgimento dell’attività lavorativa, non incidente neanche sotto il profilo delle opportunità sul reddito della persona offesa (c.d. perdita di chance), risolvendosi in una compromissione biologica dell’essenza dell’individuo, va liquidato onnicomprensivamente come danno alla salute”), ritiene inoltre il Tribunale di riconoscere a parte attrice …… danno morale in misura del 20% (calcolato sull’importo del solo danno permanente biologico), e dunque la ulteriore somma di Euro 2.246,38.

 Il danno non patrimoniale, pari quindi a complessivi Euro 21.615,12 ai valori attuali, va devalutato alla data del sinistro (16.8.2009) ed analoga devalutazione deve essere effettuata della somma di Euro 12.900, pagata dalla ……….. in data 1.3.2011 ed accettata solo in acconto da parte attrice; quindi dall’importo devalutato del danno va sottratto l’importo devalutato dell’acconto e l’importo così ottenuto, pari ad Euro 7.767,51, va rivalutato secondo gli indici ISTAT FOI dalla data del sinistro sino a quella di pronuncia della presente sentenza e considerato comprensivo nel periodo degli interessi legali sul capitale via via annualmente rivalutato sempre secondo i suddetti indici, addivenendo così alla somma di Euro 9.190,29.         

Come si evince dalla sopra esposta motivazione, il lungo ricovero dell’odierna attrice prima presso l’Ospedale di Palermo poi presso la clinica …… è stato valorizzato in termini di sofferenze e disagi correlati alle lesioni causate nel sinistro, non potendo invero la degenza a ….. essere considerata in termini di ulteriore invalidità temporanea, dal momento che nella espletata CTU viene espressamente precisato che tale degenza è stata dettata non tanto dalla condizione clinica quanto da difficoltà logistiche, avendo la paziente dichiarato di vivere da sola con difficoltà di gestione della propria autonomia.

Non vengono riconosciute ulteriori voci di danno (personalizzazione) in quanto non confortate dalle risultanze peritali ovvero costituenti mera duplicazione di quanto sostanzialmente riconosciuto a favore dell’attrice nei termini sopra indicati.

Sotto il profilo del danno patrimoniale, va riconosciuto all’odierna attrice:

  • danno per spese mediche e di cura sostenute, come riconosciute dalla CTU e pari ad Euro 601,81;
  • danni al vestiario tecnico da motociclista (v. doc. 7) che possono essere presumibilmente considerati pari ad Euro 150,00;
  • danni per spese dell’abbonamento in palestra non usufruito dal settembre 2009 sino al maggio 2010 (v. doc. 9) stante il vincolo annuale e pari ad Euro 450,00 (cioè Euro 50 mensili per 9 mesi); non viene considerata risarcibile la somma di Euro 137,00 quale quota di iscrizione e di abbonamento in quanto, per stessa ammissione dell’attrice (v. p. 13 atto di citazione), tale somma una volta versata non è ripetibile.

Per un totale di Euro 1.201,81, già considerato, anche in via equitativa, ai valori attuali.

Non possono invece essere riconosciuti gli invocati danni patrimoniali per incidenza delle lesioni sulla capacità lavorativa specifica, in quanto seppure l’espletata CTU l’abbia riconosciuta sino al febbraio 2010 sotto lo stesso profilo medico legale, epoca in cui parte attrice ha ricominciato a lavorare, la documentazione che parte attrice si è limitata a produrre (v. doc. 8) senza alcuna analitica trattazione a supporto non lascia emergere alcuna contrazione né la totale elisione del reddito nel periodo; neppure può essere riconosciuto il danno da perdita di chances di carriera e di crescita professionale, tra l’altro solo embrionalmente e genericamente allegato, posto che dall’espletata CTU emerge che i postumi non precludo nel futuro qualsiasi attività lavorativa, mentre il riconosciuto “maggior disagio nell’espletamento di attività che comportino prolungata stazione eretta” è già stato valorizzato in sede di liquidazione del danno non patrimoniale.

Neppure può essere riconosciuto l’invocato danno da ritardato pagamento, che non può essere presunto tout court, tenuto anzi conto, in senso ostativo alla presunzione, della modesta entità della somma, abbattuta dal pagamento in acconto da parte della compagnia assicuratrice (così, condivisibilmente, la difesa di ….. a p. 4 comparsa di costituzione e risposta).

Infine, in applicazione della ormai pacifica giurisprudenza sul punto, vanno rifuse a parte attrice vittoriosa le spese della consulenza medica ante causam pari ad Euro 144,00, necessaria per la valutazione del caso e l’impostazione della vertenza, nonché le spese per l’assistenza stragiudiziale (desumibile dal fatto che ante causam la compagnia assicuratrice convenuta addiveniva ad offrire il pagamento di somme peraltro trattenuta solo in acconto) e che secondo le tariffe (punto 25) di cui al recente DM 55/2014 ammontano ad Euro 1.890,00, tenuto conto del valore della domanda.

III. Conclusioni e regolamento delle spese di lite.

Per tutte le ragioni sopra esposte, i convenuti in solido devono essere dichiarati tenuti e condannati: a) a pagare a parte attrice, a titolo di risarcimento dei danni tutti patiti, patrimoniali e non, la somma di Euro 10.322,10 (Euro 9.120,29 – Euro 1.201,81), oltre interessi legali dal 29.7.2014 sino al saldo.

In applicazione del principio della soccombenza, cui non vi è ragione di derogare, deve inoltre addivenirsi: a) a porre definitivamente a carico solidale dei convenuti le spese dell’espletata CTU, come già provvisoriamente liquidate; b) a condannare i convenuti in solido a rimborsare a parte attrice le spese di lite che vengono liquidate nella misura indicata in dispositivo, ai sensi del recente DM 55/2014 tenuto conto del valore del decisum (inferiore rispetto al petitum attoreo), della natura delle questioni trattate, dell’esistenza di una fase di studio, introduttiva, istruttoria e decisoria e del valore medio di cui alla tariffa, dal momento che il mancato integrale accoglimento delle istanze attoree e la fase istruttoria invero limitata alla CTU ed alla documentazione prodotta (non avendo parte attrice insistito sulle prove orali: v. verbale dell’udienza 11.12.203 in cui le parti chiedono concordemente fissarsi udienza di precisazione conclusioni all’esito della CTU e verbale dell’udienza 18.3.2014 in cui la difesa di parte attrice ha precisato unicamente “come da memoria ex art. 183 VI comma n. 1 c.p.c.” in cui non vengono formulate deduzioni istruttorie) non consentono correttivi in aumento; c) condannare i convenuti in solido a rifondere a parte attrice le spese per la perizia ante causam e per l’assistenza stragiudiziale come sopra quantificate.

P.Q.M.

Il Tribunale di Torino, Sezione IV Civile

Definitivamente pronunciando nella contumacia di …..

Ogni diversa istanza, eccezione e deduzione disattesa.

Condanna in solido …. e …. ASSICURAZIONI s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, a pagare a parte attrice ….., a titolo di risarcimento dei danni tutti patiti, patrimoniali e non, la somma di Euro 10.322,10, oltre interessi legali dal 29.7.2014 sino al saldo;

Pone definitivamente a carico solidale di ……….e di …. ASSICURAZINONI s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, le spese dell’espletata CTU, come già provvisoriamente liquidate;

Condanna in solido ….. e ……. s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, a rimborsare a parte attrice ….. le spese di lite, che vengono liquidate in complessivi Euro 4.600,00 per compensi professionali ed in Euro 488,00 per esposti, nonché a rifondere le spese per la perizia ante causam pari ad Euro 144,00 e le spese per l’assistenza stragiudiziale pari ad Euro 1.890,00, oltre rimborso forfetario 15%, CPA ed IVA come per legge.

 

Torino, 28 luglio 2014

                                                                                                     Il Giudice

                                                                                            dott. Stefania Tassone

 

Rca e competenze stragiudiziali: sono dovute dall’Assicurazione rimasta contumace

Giudice di Pace di Torre del Greco, Dott.ssa Patrizia Grillo, sent. del 30 aprile 2014

Rca – mancato pagamento delle competenze legali stragiudiziali – contumacia della Compagnia di Assicurazione – argomento di prova – potere del giudice di trarre elementi di convincimento dal comportamento extraprocessuale e processuale delle parti – sussiste

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA:

“…la contumacia del convenuto, di per sé sola considerata, non può assumere alcun significato probatorio in favore della domanda dell’attrice, perché, al pari del silenzio negoziale, non equivale ad alcuna manifestazione di volontà favorevole alla pretesa della controparte, ma lascia del tutto inalterato il substrato di contrapposizione su cui si articola il contraddittorio; ond’è che non è possibile considerare come non contestati dal convenuto contumace fatti costitutivi ella domanda della cui sussistenza l’attore ha l’onere della prova (cfr. art. 2697 c.c.). Tuttavia, nel caso di specie, deve ritenersi che la contumacia della Alfa Ass.ni S.p.a. costituisca altro decisivo argomento di prova, il quale contribuisce, valutato complessivamente insieme al comportamento processuale ed extraprocessuale tenuto dalla medesima nonché alla prova documentale prodotta dalla parte attrice, al riconoscimento della veridicità del credito vantato dall’attore e quindi, all’accoglimento della domanda di condanna. Considerato che la convenuta compagnia ha corrisposto le somme per sorte mentre nulla ha provato di aver pagato a titolo di competenze legali per l’attività extragiudiziale posta in essere dall’attore, la domanda deve essere accolta con la condanna della Alfa Ass.ni S.p.a. al pagamento della somma dovuta…”

LA SENTENZA INTEGRALE:

UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE DI TORRE DEL GRECO

R E P U B B L I CA   I T A L I A N A

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice di pace Avv. Patrizia Grillo ha pronunziato la seguente sentenza

SENTENZA

nella causa civile, iscritta al N. **/0/13 del Ruolo Generale, riservata all’udienza del 07.03.2014

T R A

Avv. ***** nato ad ***** il ***** c.f. ***** rappresentato e difeso da se stesso ed elettivamente domicilia in ***** alla via*****

ATTORE

CONTRO

Alfa Ass.ni in persona del suo legale pro tempore con sede in ***** al *****

CONVENUTA-CONTUMACE

AVENTE AD OGGETTO: Risarcimento danni da circolazione stradale.

CONCLUSIONI:

Per avv. ***** accoglimento della domanda e conseguente condanna della convenuta assicurazione al pagamento della somma ancora dovuta a titolo di spese di giudizio con attribuzione al difensore giudiziario.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L’Avv. *****, quale difensore della sig.ra ***** nella procedura per il risarcimento dei danni subiti per il sinistro verificatosi il 17.07.2013 in Torre del Greco tra il veicolo Honda SH tg. ***** assicurato Alfa Ass.ni S.p.a. ed il veicolo Yamaha tg. ***** assicurato Alfa Ass.ni S.p.a, con citazione regolarmente notificata il 03.12.2013, conveniva in giudizio la Alfa Ass.ni S.p.a., per non avere quest’ultima provveduto a rimborsare le spese e competenze sopportate allo stesso avvocato in quanto in data 21.10.2013 provvedeva a pagare la sola sorte e non quanto dovuto a titolo di competenze, così come concordato, di Euro 400,00.

La convenuta, benché regolarmente citata, non si costituiva in giudizio, per cui ne viene dichiarata la contumacia.

Si dà atto che per l’assenza delle parti non è stato possibile esperire il libero interrogatorio delle stesse ed il tentativo di conciliazione ex art. 320 c.p.c..

Quindi sulle conclusioni delle parti la causa era riservata a sentenza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

La domanda è fondata e, pertanto, deve essere accolta.

La sussistenza del rapporto creditorio risulta dimostrata con inequivocabile chiarezza dalla documentazione prodotta. Dalla copia dell’assegno si evince che la compagnia assicurativa ha pagato in data 21.10.2013 l’importo di € 950,00 per i soli danni riportati dal veicolo Honda SH della sig.ra ***** mentre nulla pagava per le competenze nonostante si fosse impegnata a farlo in data 21.11.2013 con l’invio della quietanza.

D’altra parte, pure significativo è il contegno tenuto dalla parte convenuta nel corso del procedimento (essendo rimasta contumace sebbene citata). E’ noto che l’art.116 c.p.c., disciplinando la valutazione delle prove, dispone che il giudice deve valutarle secondo il suo prudente apprezzamento, salvo che la legge non disponga altrimenti comma 1); aggiunge che si può desumere argomenti di prova dalle risposte che le parti si danno o non nel corso dell’interrogatorio non formale, dal rifiuto ingiustificato a consentire le ispezioni che egli ha ordinato ed in genere dal contegno mantenuto dalle parti nel processo (comma 2). Al riguardo vanno preliminarmente richiamate le guide-lines individuate dalla giurisprudenza della Suprema Corte, secondo la quale rientra nel potere del giudice trarre elementi di convincimento dal comportamento extraprocessuale processuale delle parti. Non è necessario, nel caso in esame, prendere posizione circa la tesi estrema, pur presente nella giurisprudenza della Corte, per cui il contegno della parte, processuale o extraprocessuale che sia, può costituire non solo elemento di valutazione di risultanze probatorie già acquisite, ma anche unica e sufficiente fonte di prova (cfr. la sentenza n. 3800 del 25.06.1985 nonché Cass., sez. III, 1.4.95 n. 3822). Viene in evidenza a tal uopo l’inerte comportamento processuale tenuto dalla Alfa Ass.ni S.p.a. a seguito della lettera r.r. ricevuta il 30.10.2013 e con la quale si invitava la stessa a corrispondere quanto dovuto entro e non oltre 7 giorni.

Ma si deve ribadire che l’argomento di prova, pur distinto, quanto ad efficacia probatori, dalla prova vera e propria, (e quindi avente quanto meno la minore efficacia concretatesi nella possibilità di utilizzare l’argomento per valutare risultante probatorie già presenti ed acquisite), può essere costituito anche dal comportamento extraprocessuale della parte (Cass., sez. lav., 10.6.98 n. 5784). Pure è noto che la contumacia del convenuto, di per sé sola considerata, non può assumere alcun significato probatorio in favore della domanda dell’attrice, perché, al pari del silenzio negoziale, non equivale ad alcuna manifestazione di volontà favorevole alla pretesa della controparte, ma lascia del tutto inalterato il substrato di contrapposizione su cui si articola il contraddittorio; ond’è che non è possibile considerare come non contestati dal convenuto contumace fatti costitutivi ella domanda della cui sussistenza l’attore ha l’onere della prova (cfr. art. 2697 c.c.). Tuttavia, nel caso di specie, deve ritenersi che la contumacia della Alfa Ass.ni S.p.a. costituisca altro decisivo argomento di prova, il quale contribuisce, valutato complessivamente insieme al comportamento processuale ed extraprocessuale tenuto dalla medesima nonché alla prova documentale prodotta dalla parte attrice, al riconoscimento della veridicità del credito vantato dall’attore e quindi, all’accoglimento della domanda di condanna.

Considerato che la convenuta compagnia ha corrisposto le somme per sorte (assegno del 21.10.2013) mentre nulla ha provato di aver pagato a titolo di competenze legali per l’attività extragiudiziale posta in essere dall’attore, la domanda deve essere accolta con la condanna della Alfa Ass.ni S.p.a. al pagamento della somma dovuta e concordatari Euro 400,00.

Alla soccombenza della lite consegue la condanna della convenuta al pagamento delle competenze di giudizio

P. Q. M.

Il Giudice di Pace, definitivamente promuziandosi sulla domanda proposta da Avv. ***** contro Alfa Ass.ni S.p.a. di cui all’atto di citazione in epigrafe indicato, in accoglimento della domanda proposta come in narrativa così provvede:

a) Condanna la convenuta Alfa Ass.ni S.p.a. al pagamento della somma di € 400,00 oltre agli interessi legali dal 21.10.2013 al soddisfo.

b) Condanna la convenuta al pagamento delle spese e competenze del presente giudizio che si liquidano in Euro 210,00 di cui per spese Euro 60,00 ed Euro 150,00 per compenso omnia comprensivo determinato ex. D.M. 55/2014 oltre rimborso spese generali, C.P.A. ed I.V.A. come per legge.

Così deciso in Torre del Greco lì, 23.05.2014

Il Cancelliere                                                                                                            

Il Giudice di Pace

Avv. Patrizia Grillo

Le spese dell’a.t.p. saranno prese in considerazione come spese giudiziali solo nel successivo giudizio di merito ove l’a.t. sarà acquisito

Cassazione civile, Sez. I, sentenza del 15/02/2000, n. 1690

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE:

 Le spese dell’accertamento tecnico preventivo vanno poste, a conclusione della procedura, a carico della parte richiedente e vanno prese in considerazione nel successivo giudizio di merito (ove l’accertamento stesso venga acquisito) come spese giudiziali, da porre, salva l’ipotesi di compensazione, a carico del soccombente.

 LA SENTENZA INTEGRALE:

 REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

 Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. Mario CORDA – Presidente –

Dott. Giulio GRAZIADEI – Consigliere –

Dott. Laura MILANI – Rel. Consigliere –

Dott. Salvatore DI PALMA – Consigliere –

Dott. Angelo SPIRITO – Consigliere –

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), in persona del legale rappresentanti pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIALE ANICIO GALLO 3, presso l’avvocato C. F., che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato T. S., giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS);

– intimati –

avverso l’ordinanza del Tribunale di PARMA, depositata il 18/12/97;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 21/10/99 dal Consigliere Dott. Laura MILANI;

udito per il ricorrente, l’Avvocato Caponi, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Giovanni GIACALONE che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

Ad istanza della s.r.l. (Omissis) veniva espletato presso il Tribunale di Parma accertamento tecnico preventivo nei confronti della (Omissis).

All’esito del procedimento, il giudice designato, con ordinanza 4.2.1998, liquidava il compenso al c.t.u., ponendone l’onere a carico delle parti in solido.

Avverso tale ordinanza ha proposto ricorso per cassazione la (Omissis), limitatamente alla pronuncia di carico solidale delle spese dell’accertamento tecnico preventivo.

L’intimata non ha svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

1. La ricorrente, premessa l’impugnabilità del provvedimento ex art. 111 Cost., lamenta l’illegittimità della condanna alle spese pronunciata nei suoi confronti: deduce che, esulando dall’accertamento tecnico preventivo, volto esclusivamente alla precostituzione di una prova, ogni ipotesi di soccombenza, l’onere delle relative spese non può che restare a carico del ricorrente, salva la valutazione definitiva nel successivo giudizio di merito.

2. Preliminarmente, va ritenuta l’ammissibilità del ricorso.

Sebbene, infatti, il provvedimento ammissivo dell’accertamento tecnico preventivo, in quanto connotato dal carattere della provvisorietà e strumentalità, non sia impugnabile per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. (v. S.U. 7129/98), la pronuncia sulle spese emessa all’esito della procedura riveste natura decisoria e definitiva, esaurendo il procedimento ed incidendo in maniera non modificabile o revocabile sui contrapposti interessi delle parti.

Né avverso la statuizione sulle spese dell’accertamento tecnico preventivo può considerarsi esperibile altra forma di impugnazione, poiché la procedura di opposizione prevista dall’art. 669-septies c.p.c. (espressamente dichiarata applicabile ai provvedimenti di istruzione preventiva dall’art. 669-quaterdecies) è limitata ai provvedimenti negativi, di incompetenza o di rigetto, contenenti la pronuncia sulle spese, e non può ritenersi applicabile al caso di specie, ove la pronuncia sulle spese è stata – correttamente – emessa in esito alla procedura ammissiva dell’accertamento tecnico preventivo, ed ove l’impugnazione verte esclusivamente sulla legittimità o meno del criterio di ripartizione adottato.

3. Passando dunque all’esame del ricorso, la censura appare fondata.

Come già questa Corte ha avuto modo di stabilire, l’onere delle spese nel procedimento di istruzione preventiva, ivi compreso il compenso al C.T.U. nell’accertamento tecnico preventivo, deve gravare sul richiedente, quale soggetto interessato, salvo restando il successivo regolamento nel giudizio di merito, secondo il criterio della soccombenza (sent. 12759/93; 1920/93; 850/78; 3129/71; 3523/69; 1189/69).

Il regolamento delle spese, infatti, è ancorato alla valutazione della soccombenza, presupponente l’accertamento della fondatezza o meno della pretesa fatta valere dall’attore, che esula dalla funzione dell’accertamento tecnico preventivo e resta di esclusiva competenza del giudizio di merito.

Le spese dell’accertamento tecnico preventivo, quindi, dovranno essere poste, a conclusione della procedura, a carico della parte richiedente, e saranno prese in considerazione, nel successivo giudizio di merito ove l’accertamento tecnico sarà acquisito, come spese giudiziali, da porre, salva l’ipotesi di compensazione, a carico del soccombente (sent. 12759/93 cit.).

Il ricorso va pertanto accolto ed il provvedimento impugnato deve essere cassato, limitatamente alla parte in cui pone il compenso del C.T.U. “a carico delle parti in solido”.

Poiché non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., ponendosi il compenso del C.T.U., nella misura già liquidata, a carico della parte richiedente s.r.l. Ughetti Costruzioni.

Segue all’accoglimento del ricorso la condanna dell’intimata al pagamento delle spese di questo giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso.

Cassa il provvedimento impugnato in parte qua e, pronunciando nel merito, pone il compenso del C.T.U. a carico della parte richiedente.

Condanna la s.r.l. (Omissis) al pagamento, a favore della ricorrente, delle spese della presente fase del giudizio, di cui L 2.000.000 per onorari e L 183.000 per spese.

Così deciso in Roma il 21 ottobre 1999.

DEPOSITATA IN CANCELLERIA IN DATA 15 FEB. 2000

 

Il condomino che vince la causa non paga le spese legali

Cassazione civile, Sez. II, Sentenza del 18-06-2014, n. 13885

 IL CASO:

Due condomini impugnavano una delibera con la quale venivano loro addebitati i costi sostenuti per pagare la parcella di un avvocato riferentesi ad una causa che il Condominio aveva promosso (e poi persa) contro di loro.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE:

Il condominio non può pretendere che alle spese legali sopportate per una lite promossa e persa contro un condomino partecipi pro quota anche detto condomino che abbia vinto la causa.Invero, nell’ipotesi di controversia tra condomini, l’unità condominiale viene a scindersi di fronte al particolare oggetto della lite, per dare vita a due gruppi di partecipanti al Condominio in contrasto tra loro, con la conseguenza che il giudice, nel dirimere la controversia dovrà provvedere anche definitivamente sulle spese del giudizio, determinando, secondo i principi di diritto processuale, quale delle due parti in contrasto debba sopportare le stesse.

 Inoltre, la CORTE HA RIAFFERMATO IL SEGUENTE PRINCIPIO:

Tra le spese che devono esser regolate in seguito alla definizione del processo sono ricomprese quelle che la parte abbia sostenuto anteriormente all’inizio del medesimo e ad esso collegate da un nesso di pertinenza e rilevanza, tra cui quelle, di ufficio e di parte, sostenute nella fase di accertamento tecnico preventivo, acquisito al processo di merito (cfr. Cass. n. 1690 del 2000).

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIOLA Roberto Michele – Presidente –

Dott. NUZZO Laurenza – Consigliere –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 14577/08) proposto da:

D.E.V., rappresentato e difeso, in forza di procura speciale a margine del ricorso, dall’Avv.to M. C. del foro di Salerno e domiciliato presso la cancelleria della Corte di Cassazione in Roma, piazza Cavour n. 1;

– ricorrente –

contro

CONDOMINIO (OMISSIS), in persona dell’Amministratore pro tempore, domiciliato in appello presso il difensore, Avv.to R. D. D. in Cava dè Tirreni, via De Filippis n. 29;

– intimato –

e contro

M.A., domiciliata in appello presso il difensore, Avv.to C. D. E. in Cava dè Tirreni, via M. Garcia n. 17;

– intimata –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Salerno n. 206 depositata il 15 febbraio 2008;

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 7 marzo 2014 dal Consigliere relatore Dott.ssa Milena Falaschi;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. VELARDI Maurizio, che – in assenza della parte costituita – ha concluso per l’accoglimento del terzo e del quarto motivo di ricorso, il rigetto per i restanti motivi.

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 7 giugno 1995 D.E. V. ed M.A., quali proprietari di unità immobiliari site nel fabbricato di (OMISSIS) (n. 3 appartamenti, n. 2 locali a piano terra ed un locale seminterrato adibito a video-pub-bar e paninoteca), evocavano, dinanzi al Tribunale di Salerno, il CONDOMINIO del medesimo stabile esponendo che l’assemblea condominiale in data 7.4.1995 (verbale comunicato l’8.5.1995) aveva approvato il rendiconto delle spese ordinarie e straordinarie al 30.9.1994 senza che agli attori, per deliberato ostruzionismo, fosse stato consentito di prendere visione della documentazione a supporto dei costi di bilancio e pur dichiarando di riservare ulteriori e più puntuali contestazioni all’esito dell’esibizione in giudizio degli atti invano richiesti, deducevano che non erano da loro dovute le spese legali indicate in L. 6.196.150, perchè maturare nella vertenza promossa contro di loro, relative ad acconti all’avv.to B., nonchè le spese legali dell’avv.to M., indicate in L. 4.403.790, e le spese legali versate all’ing. V., in quanto pagamenti oggetto di precedente impugnativa, delle quali era già stato investito il Tribunale di Salerno;

aggiungevano i Condomini che nella medesima adunanza il CONDOMINIO aveva approvato il bilancio di previsione con un aumento del 10% rispetto alla precedente previsione di spesa, autorizzando l’amministratore ad applicare le tabelle correnti, salvo che per la spesa di manutenzione del depuratore che aveva suddiviso per l’85% a carico di tutti i condomini da ripartirsi secondo la tabella “A” ed il restante 15% unicamente a carico del locale “paninoteca” di proprietà degli attori, criterio che doveva ritenersi arbitrario, in quanto sprovvisto di motivazione, non creando peraltro alcun aggravio all’impianto l’attività svolta dagli attori; proseguivano che quanto ai punti 5) e 8) dell’o.d.g. – pagamento alla ditta Ediltre ed alla ditta Edilsenatore – dette voci avevano già costituito oggetto di impugnazione avanti al medesimo ufficio (con atti di citazione notificati il 1.8.1994 ed il 16.3.1995) e conseguentemente, nel riportarsi alle difese ivi esposte, chiedevano la riunione del giudizio a quelli già pendenti tra le stesse parti per evidenti ragioni di connessione soggettiva ed oggettiva; infine, concludevano chiedendo l’annullamento della delibera del 7.4.1995 e per l’effetto dichiarare che gli attori non erano tenuti alla contribuzione della spesa relativa alle competenze professionali dell’avv.to M., dell’ing. V. e dell’avv.to B., disponendo la modifica in tal senso del bilancio consuntivo; dichiarare illegittimo il criterio di ripartizione della spesa per la manutenzione dell’impianto di depurazione ed indicare, se del caso, quello corretto; accogliere le richieste di cui agli atti di citazione notificati il 1.8.1994 ed il 16.3.1995.

Instaurato il contraddittorio, nella resistenza del CONDOMINIO, il giudice adito, accoglieva la domanda attorea per quanto di ragione e per l’effetto annullava la delibera assembleare del 7.4.1995 in ordine al rendiconto ed al preventivo approvati nei limiti specificati in motivazione. In virtù di rituale appello interposto dal CONDOMINIO, con il quale censurava la sentenza di primo grado sotto molteplici profili, la Corte di appello di Salerno, nella resistenza degli appellati, comunicato all’udienza di precisazione delle conclusioni dal difensore di questi ultimi che era stato definitivamente rimosso l’impianto fognario per cui era controversia, essendo stato creato un allaccio diretto alla fogna comunale, dichiarava cessata la materia del contendere quanto al riparto dei costi di manutenzione del depuratore, accoglieva il gravame per il resto e per l’effetto rigettava le domande proposte dai coniugi D.E. e M. con citazione del 7.6.1995.

A sostegno della decisione adottata la corte territoriale evidenziava che quanto alla spesa di L. 6.196.150 di cui alle fatture emesse dall’avv.to B., la n. 46/93 per L. 1.467.000 atteneva al ricorso al TAR da parte del CONDOMINIO contro il Comune di Cava dè Tirreni avverso l’ordinanza di sospensione ad horas della immissione dei liquami condominiali nel torrente (OMISSIS), la n. 15/94 per L. 1.003.500 riguardava spese generali e competenze del professionista quale amministratore, la n. 44/94 per L. 1.821.100 concerneva la copertura di spese generali e le funzioni di amministratore per il primo semestre 1994 e la n. 61/94 per L. 1.905.000 riguardava il giudizio definito avanti alla Corte di appello con sentenza n. 98/94, nel quale il CONDOMINIO aveva agito contro l’assicurazione Milano che non intendeva garantire il Condominio per il crollo di un muro condominiale, che aveva danneggiato l’autovettura dei D.E.; la somma corrisposta all’avv.to M. di L. 4.405.000 era relativa alle spese liquidate dalla sentenza predetta, nella quale era stato ribadito che non era operante la copertura assicurativa del Condominio per il danno pagato al veicolo degli attori; la somma di L. 2.850.900 atteneva al compenso dovuto all’ing. V. per l’espletato accertamento tecnico preventivo depositato nel giudizio avanti al TAR. Tanto illustrato, concludeva che si trattava di costi che attenevano alla cosa comune, di cui erano comproprietari anche gli attori, per cui gravavano anche sugli stessi.

Per la cassazione della sentenza della Corte di appello di Salerno agisce il D.E., sulla base di otto motivi (seppure diversamente numerati), non sviluppate difese dagli intimati CONDOMINIO e M..

Motivi della decisione

Con il primo motivo il ricorrente denuncia omessa o comunque insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, per non essere stato specificato che tutti i costi condominiali esposti con riferimento al giudizio definito con la sentenza n. 98/1994 della Corte di appello di Salerno attenevano a controversia introdotta dallo stesso condomino ricorrente, tant’è che anche nel grado di appello, proposto dall’assicurazione evocata, il D.E. si è costituito come parte processuale autonoma e distinta dal CONDOMINIO intimato.

Il secondo motivo, con il quale è dedotta la violazione dell’art. 1132 c.c., pone il seguente quesito di diritto: “Dica la Suprema Corte se il principio di diritto ricavato dall’art. 1132 c.c. – secondo cui le spese sostenute dal Condominio in un giudizio promosso da un condomino, o nei confronti di un condomino, non possono essere ripartite “pro quota” anche tra il suddetto condomino – operi anche per le spese sostenute dal Condominio in grado di appello per resistere al gravame proposto dal terzo chiamato in causa per negare di essere tenuto a prestare la garanzia invocata da detto CONDOMINIO”.

Con il terzo motivo è denunciata contraddittoria ed omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in particolare con riferimento alla somma pagata dal Condominio per l’avv. Mascolo, difensore dell’assicurazione nel giudizio indicato alle censure 1 e 2, nonostante per quanto attiene l’appellato D. E. le spese del grado fossero state compensate.

Con il quarto motivo è lamentata la violazione dell’art. 1132 c.c., e art. 92 c.p.c., giacchè argomentando come ha fatto il giudice del gravame quanto alle spese processuali liquidate in favore dell’assicurazione, il CONDOMINIO verrebbe a ripetere nei confronti del condomino antagonista le spese dovute al terzo chiamato in garanzia nel medesimo giudizio. A conclusione della censura viene formulato il seguente quesito di diritto: “Dica la Suprema Corte se, nel giudizio per risarcimento dei danni promosso da un condomino nei confronti del CONDOMINIO, il CONDOMINIO convenuto – qualora abbia chiamato in garanzia il proprio assicuratore e, dopo essersi visto accogliere dal primo giudice la domanda di garanzia, abbia subito l’appello dell’assicuratore, l’accoglimento del gravame da questo proposto e la condanna al pagamento delle spese del doppio grado in favore dell’appellante – possa poi ripetere le spese pagate al procuratore dell’assicuratore, pro quota, nei confronti del condomino antagonista, nonostante la compensazione giudiziale delle spese, operata dal giudice di secondo grado, tra il detto condomino e l’assicuratore”.

I motivi da uno a quattro del ricorso sono da trattare congiuntamente, in quanto tutti attengono alle spese processuali, pretese dal Condominio per onorari corrisposti a due difensori, in riferimento al medesimo giudizio introdotto dal ricorrente e conclusosi avanti alla Corte di appello di Salerno. Essi sono fondati.

Secondo risalente orientamento di questa Corte, cui il Collegio ritiene di dare continuità, nella specie di lite tra Condominio e condomino non trova applicazione, nemmeno in via analogica, la disposizione dell’art. 1132 c.c., che disciplina la materia delle spese processuali del condomino che abbia ritualmente dissentito dalla deliberazione di promuovere una lite o di resistere ad una domanda rispetto ad un terzo estraneo e neppure l’art. 1101 c.c., richiamato dall’art. 1139 c.c. (così Cass. 25 marzo 1970 n. 801).

Prosegue la pronuncia nel ritenere che “nell’ipotesi di controversia tra condomini, l’unità condominiale viene a scindersi di fronte al particolare oggetto della lite, per dare vita a due gruppi di partecipanti al Condominio in contrasto tra loro, con la conseguenza che il giudice, nel dirimere la controversia provvedere anche definitivamente sulle spese del giudizio, determinando, secondo i principi di diritto processuale, quale delle due parti in contrasto debba sopportare, nulla significando che nel giudizio il gruppo dei condomini, costituenti la maggioranza, sia stato rappresentato dall’amministratore“.

In altri termini, la ripartizione delle spese legali, affrontate per una causa che si è persa, o per la quale il giudice ha deciso di compensare le spese affrontate, ha criteri propri rispetto al motivo della causa stessa.

Ne consegue che non avendo fatto la sentenza impugnata applicazione di detto principio, non invalidando la delibera assembleare che ha posto a carico del condomino D.E. le spese processuali dal CONDOMINIO sopportate per il compenso del proprio difensore nel giudizio introdotto dal primo, la relativa statuizione va cassata.

Eguali considerazioni valgono per quanto attiene alle spese di lite che il CONDOMINIO ha rifuso all’assicurazione, dal medesimo chiamata in garanzia (nel predetto giudizio), che per espressa previsione di cui alla sentenza invocata, sono state compensate fra il condomino D.E. e l’assicurazione.

Con il quinto motivo viene denunciata omessa e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in particolare per avere il giudice del gravame addossato al condomino le spese dell’A.T.P. nonostante la stessa fosse stata espletata con riferimento a giudizio risarcitorio introdotto dal Condominio nei confronti del ricorrente, mentre l’utilizzazione postuma di detto atto avanti al TAR non aveva comportato alcuna spesa aggiuntiva per il Condominio.

Il sesto motivo – con cui è dedotta la violazione dell’art. 1132 c.c., artt. 91, 92 e 696 c.p.c., con riferimento all’esborso enunciato nel quinto mezzo – pone il seguente quesito di diritto:

“Dica la Suprema Corte se il principio di diritto ricavato dall’art. 1132 c.c., – secondo cui le spese sostenute dal Condominio in un giudizio contro condomino non possono essere ripartite pro quota anche tra il suddetto condomino – operi anche per le spese di accertamento tecnico preventivo sostenute dal Condominio in funzione di un eventuale successivo giudizio contro detto condomino”.

Anche detti motivi – che per la evidente connessione che li astringe vanno esaminati congiuntamente – sono meritevoli di accoglimento.

Premesso che va riaffermato il principio secondo il quale tra le spese che devono esser regolate in seguito alla definizione del processo sono ricomprese quelle che la parte abbia sostenuto anteriormente all’inizio del medesimo e ad esso collegate da un nesso di pertinenza e rilevanza, tra cui quelle, di ufficio e di parte, sostenute nella fase di accertamento tecnico preventivo, acquisito al processo di merito (cfr Cass. n. 1690 del 2000), emerge che anche con riferimento a detto esborso – incontestato che sia stato sostenuto con riferimento a giudizio in cui il condomino era controparte – trova applicazione il criterio di ripartizione sopra riportato con riguardo alla soccombenza, con la conseguenza che è da ritenere erronea la statuizione che ne confermato la regolazione prevedendo una quota anche in capo al D.E..

I motivi sette ed otto – con cui viene denunciata l’omessa e contraddittoria motivazione (n. 7), nonchè la violazione dell’art. 100 c.p.c. (8) quanto alla erronea dichiarazione di cessazione della materia del contendere – pongono a conclusione il seguente quesito di diritto: “Dica la Suprema Corte se il principio l’eliminazione dell’impianto di un servizio condominiale alcuni mesi prima dell’11.10.2007 sia idonea a far cessare la materia del contendere, all’impugnazione dei criteri di ripartizione di costo di quel servizio deliberati il 7.4.1995 ed applicati fino al momento della dismissione dell’impianto”.

E’ insegnamento consolidato nella giurisprudenza di questa Corte che la cessazione della materia del contendere presuppone che le parti si diano reciprocamente atto del sopravvenuto mutamento della situazione sostanziale dedotta in giudizio e sottopongono conclusioni conformi in tal senso al giudice (Cass. SS.UU. n. 13969 del 2004), potendo al più residuare un contrasto solo sulla spesa di lite, che il giudice con la pronuncia deve risolvere secondo il criterio della cosiddetta soccombenza virtuale (Cass. n. 14775 del 2004).

Allorquando, invece, la sopravvenienza di un fatto che si assuma suscettibile di determinare la cessazione della materia del contendere sia allegato da una sola parte e l’altra non aderisca a tale prospettiva, il suo apprezzamento, ove naturalmente esso sia dimostrato, non può concretarsi in una pronuncia di cessazione della materia del contendere, bensì ove abbia determinato il soddisfacimento del diritto azionato con la domanda dall’attore, in una valutazione alla luce del criterio cui l’ordinamento ancora la possibilità di adire la tutela giurisdizionale, cioè alla stregua dell’interesse ad agire, con la conseguenza che il suo rilievo potrà dare luogo ad una pronuncia dichiarativa dell’esistenza del diritto azionato (e, quindi, per tale aspetto di accoglimento della domanda) o di sopravvenuto difetto di interesse ad agire dell’attore in ordine ai profili non soddisfatti da tale dichiarazione, in ragione dell’avvenuto soddisfacimento della sua pretesa per i profili ulteriori rispetto alla tutela dichiarativa (salva la valutazione sulle spese giudiziali, che deve tenere conto della circostanza che l’attore è stato costretto al giudizio dal disconoscimento del suo diritto da parte del convenuto, venuto meno solo durante il suo svolgimento e, dunque, della sostanziale esistenza di una soccombenza del convenuto quantomeno in ordine al profilo inerente l’accertamento della sussistenza della situazione giuridica fatta valere, che la pronuncia del giudice, in quanto attestante un difetto di interesse ad agire soltanto sopravvenuto, sostanzialmente riconosce). Ove, invece, si sia sostanziato nel riconoscimento da parte dell’attore della infondatezza del diritto da lui azionato, in una pronuncia da parte del giudice sul merito dell’azione nel senso della declaratoria della sua infondatezza, con il relativo potere di statuizione sulle spese secondo le normali regole.

Ora, nella specie, la circostanza dell’intervenuta rimozione dell’impianto di depurazione nel corso dell’anno 2007, ritenuta significativa per la dichiarazione di cessazione della materia del contendere, allegata dalla medesima parte ricorrente, deve ritenersi del tutto erronea, non essendo le parti d’accordo nel dare al fatto del rilascio il significato predetto. Tale circostanza -incontestata fra le parti sia nella sua oggettività sia nelle sue modalità, cioè nel tempo dell’allaccio diretto alla fogna comunale, fatto questo allegato espressamente e rimasto del tutto incontestato dall’appellato Condominio – avrebbe semmai dovuto essere considerata, in sede di decisione sul merito, per il caso di ritenuta infondatezza della domanda di annullamento della delibera assembleare quanto ai criteri di ripartizione delle spese di manutenzione del depuratore, quale circostanza satisfattiva della pretesa attorea per effetto della cessazione del servizio che tali spese comportava, sì da doversi escludere la persistenza dell’interesse ad agire relativamente all’annullamento di detto punto della delibera, ma avrebbe dovuto indurre la Corte di appello comunque ad accertare il quando ed il come delle spese di manutenzione del servizio fino alla sua cessazione.

Conclusivamente in accoglimento del ricorso per quanto di ragione nei termini sopra precisati, la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio alla Corte di appello di Napoli, che si atterrà ai principi di diritto innanzi enunciati e regolerà anche le spese del giudizio di Cassazione.

P.Q.M.

La Corte, accoglie il ricorso;

cassa e rinvia, anche per le spese del giudizio di Cassazione, alla Corte di appello di Napoli.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile, il 7 marzo 2014.

Depositato in Cancelleria il 18 giugno 2014

Omessa pronuncia sulla distrazione e sul rimborso fortetario delle spese: è un errore materiale

Cassazione civile, Sez. III, Sent.enza del 02-08-2013, n. 18518

I PRINCIPI ENUNCIATI DALLA CORTE:

“…in caso di omessa pronuncia sull’istanza di distrazione delle spese proposta dal difensore, il rimedio esperibile, in assenza di un’espressa indicazione legislativa, è costituito dal procedimento di correzione degli errori materiali di cui agli artt. 287 e 288 cod. proc. civ., e non dagli ordinari mezzi di impugnazione, non potendo la richiesta di distrazione qualificarsi come domanda autonoma…”

“…il rimborso c.d. forfetario delle spese generali costituisce una componente delle spese giudiziali, la cui misura è predeterminata dalla legge, che spetta automaticamente al professionista difensore, anche in assenza di allegazione specifica e di apposita istanza …”

 

NOTA:

La statuizione è in linea con quanto previsto dalla nuova disciplina dell’ordinamento professionale forense (L. 247/2012) che all’art. 13, comma 10 prevede che “oltre al compenso per la prestazione professionale, all’avvocato è dovuta, […] una somma per il rimborso delle spese forfetarie […]”. Ne consegue che i provvedimenti giurisdizionali emessi dal 2 febbraio 2013 (data di entrata in vigore della legge), OLTRE alla distrazione dei compensi di causa, DEVONO prevedere ANCHE il rimborso delle spese generali.

Inoltre l’avvocato che non si vede distratte le spese ancorchè dichiaratosi anticipatario (quante volte l’istanza rimane sulla penna del Giudice!) potrà, più semplicemente, esperire il rimedio del procedimento previsto per la correzione degli errori materiali  di cui agli artt. 287 e 288 del codice di procedura civile.

 

LA SENTENZA INTEGRALE:

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMATUCCI Alfonso – Presidente –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere –

Dott. SCORANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 23563/2007 proposto da:

T.G. (OMISSIS), P.S. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CRESCENZIO 20, presso lo studio dell’avvocato T. G., rappresentati e difesi dall’avvocato M. S. giusta delega in atti;

– ricorrenti –

contro

(Omissis) S.P.A. in persona dei legali rappresentanti Dr. T.L. e DR. M. C., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE CARSO 63, presso lo studio dell’avvocato F. V.M., che la rappresenta e difende giusta delega in atti;

– controricorrente –

e contro

E.F.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 15501/2006 del TRIBUNALE di ROMA, depositata il 10/07/2006, R.G.N. 33644/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 19/06/2013 dal Consigliere Dott. PAOLO D’AMICO;

udito l’Avvocato V. F.;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SGROI Carmelo, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso in subordine per il rigetto.

Svolgimento del processo

1.- Con sentenza n. 16748/03 il giudice di pace di Roma condannò solidalmente i convenuti E.F. e (Omissis) s.p.a. a pagare a P.S. per i danni subiti a seguito di incidente stradale Euro 4.257,15, oltre agli accessori, e compensò le spese.

Decidendo sull’appello dell’attore, con sentenza n. 15501/06, pubblicata il 10.7.2006, il Tribunale di Roma ha riconosciuto anche il danno morale, che ha equitativamente liquidato in Euro 800 ed ha inoltre condannato i convenuti alle spese del doppio grado, liquidandole in “Euro 680,00 per esborsi (comprese le spese di C.T.U.), in Euro 870,00 per diritti, in Euro 1040,00 per onorari, oltre I.V.A. e C.P.A come per legge”.

2.- Avverso la sentenza ricorrono per cassazione il P. ed il difensore avv. T.G., articolando tre motivi in punto di spese, cui Ras s.p.a. resiste con controricorso.

L’intimato E.F. non ha svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

1.- La sentenza è censurata:

a) col primo motivo, da parte dell’avv. T. in proprio, per omessa distrazione delle spese del secondo grado in proprio favore, come espressamente richiesto;

b) col secondo, per violazione dei minimi tariffari tabellari;

e) col terzo, per omesso ed immotivato riconoscimento della maggiorazione di cui al D.M. n. 585 del 1994, art. 5, comma 4.

2.- Si osserva:

a) il primo motivo è inammissibile alla stregua del principio affermato dalle sezioni unite con sentenza n. 16037 del 2010 (cui s’è allineata la giurisprudenza successiva: cfr., ex multis, Cass. nn. 293/2011, 15346/2011, 1301/2012), la quale ha statuito che in caso di omessa pronuncia sull’istanza di distrazione delle spese proposta dal difensore, il rimedio esperibile, in assenza di un’espressa indicazione legislativa, è costituito dal procedimento di correzione degli errori materiali di cui agli artt. 287 e 288 cod. proc. civ., e non dagli ordinari mezzi di impugnazione, non potendo la richiesta di distrazione qualificarsi come domanda autonoma.

b) il secondo è infondato, non avendo il ricorrente considerato che, a fronte della notula redatta sulla base del valore della causa determinato dalla domanda, la liquidazione è stata evidentemente effettuata – “avendo riguardo … alla somma attribuita alla parte vincitrice piuttosto che a quella domandata”;

c) il terzo è inammissibile in quanto – costituendo principio consolidato quello secondo il quale il rimborso c.d. forfetario delle spese generali costituisce una componente delle spese giudiziali, la cui misura è predeterminata dalla legge, che spetta automaticamente al professionista difensore, anche in assenza di allegazione specifica e di apposita istanza, dovendosi quest’ultima ritenere implicita nella domanda di condanna al pagamento degli onorari giudiziali che incombe sulla parte soccombente (ex coeteris, Cass. n. 4209/2010) – la mancata liquidazione, nella sentenza, delle somme dovute per spese generali costituisce un errore materiale che può essere corretto con il procedimento di correzione di cui all’art. 287 cod. proc. civ. e segg., in quanto l’omissione riscontrata riguarda una statuizione di natura accessoria e a contenuto normativamente obbligato, che richiede al giudice una mera operazione tecnico- esecutiva, da svolgersi sulla base di presupposti e parametri oggettivi (cfr., per la mancata liquidazione degli onorari di avvocato, Cass., n. 19229/2009).

3.- Il ricorso va conclusivamente respinto.

La condanna dei ricorrenti alle spese in favore di Ras s.p.a. segue la soccombenza.

P.Q.M.

LA CORTE DI CASSAZIONE Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti alle spese, che liquida in Euro 1.700,00, di cui Euro 1.500,00 per compensi, oltre agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 19 giugno 2013.

Depositato in Cancelleria il 2 agosto 2013

Art. 91, co. 4, c.p.c.: nessuna limitazione alle spese nelle cause da decidersi secondo diritto

Cassazione Civile, Sez. II, Sentenza del 30-04-2014, n. 9556

 Spese giudiziali civili – art. 91 cod. proc. civ., comma 4 – limitazione nella liquidazione delle competenze ed onorari nei giudizi che postulano un giudizio secondo diritto – non sussiste.

IL PRINCIPIO DI DIRITTO ENUNCIATO DALLA CORTE:

l’art. 91 cod. proc. civ., comma 4, introdotto dal D.L. 22 dicembre 2011, n. 212, art. 13, comma 1, convertito dalla L. 12 febbraio 2012, n. 10, a tenore del quale, nelle cause previste dall’art. 82, comma 1, le spese, competenze ed onorari liquidati dal giudice non possono superare il valore della domanda, opera esclusivamente nelle controversie devolute alla giurisdizione equitativa del giudice di pace e quindi non si applica alle controversie di opposizione ad ordinanza-ingiunzione e di opposizione a verbale di accertamento di violazioni del codice della strada”.

LA SENTENZA INTEGRALE

 REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – rel. Presidente –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

M.A. (OMISSIS), rappresentato e difeso, per procura speciale a margine del ricorso, dall’Avvocato VAGLIO Mauro, presso lo studio del quale in Roma, Via dei Dardanelli n. 21, è elettivamente domiciliato;

– ricorrente –

contro

ROMA CAPITALE, in persona del Sindaco pro tempore;

– intimato –

avverso la sentenza del Tribunale di Roma n. 8966 del 2012, depositata in cancelleria il 3 maggio 2012.

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10 aprile 2014 dal Presidente relatore Dott. Stefano Petitti;

sentito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. GOLIA Aurelio, che ha chiesto il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

Con ricorso tempestivamente depositato presso l’Ufficio del Giudice di Pace di Roma, M.A. proponeva opposizione avverso il verbale di accertamento con il quale gli veniva contestata la violazione dell’art. 7 C.d.S., commi 1 e art. 14 C.d.S. (accesso ad una zona a traffico limitato in assenza della prescritta autorizzazione), e gli si ingiungeva il pagamento della sanzione amministrativa di Euro 85,05.

Il ricorrente deduceva l’illegittimità del provvedimento impugnato sostenendo che l’autoveicolo era in realtà autorizzato da un provvedimento comunale (n. 909 rilasciato in data 10 marzo 2009), in quanto mezzo per l’esercizio del servizio pubblico per trasporto di persone mediante autovettura da noleggio con conducente (NCC).

Il Giudice di Pace accoglieva il ricorso, annullando il verbale impugnato, e liquidava le spese di giudizio nella misura di Euro 80,00.

In relazione a tale statuizione il ricorrente impugnava la sentenza dinnanzi al Tribunale di Roma, dolendosi del fatto che le spese fossero state liquidate in un importo inferiore sia a quanto richiesto nella nota spese depositata (Euro 378,64), sia ai limiti minimi tariffari inderogabili di cui al D.M. n. 127 del 2004 (Euro 283,64). Chiedeva pertanto la riforma parziale della sentenza e la condanna del convenuto Comune di Roma al pagamento delle spese secondo la nota spese depositata o quantomeno nel rispetto dei minimi tariffari, oltre che la condanna alla rifusione delle spese del grado d’appello.

Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 8966 del 2012 depositata il 3 maggio 2012, accoglieva l’appello e aumentava di Euro 5,05 l’importo delle spese liquidate all’appellante; compensava le spese del grado, ravvisandone giusti motivi nel fatto che la somma liquidata era esigua e che la novella normativa dell’art. 91 cod. proc. civ., era intervenuta quando l’appello era stato già introdotto.

Avverso tale sentenza, il M. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi.

Roma Capitale (già Comune di Roma) non ha svolto difese in questa fase.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo, il ricorrente solleva questione di legittimità costituzionale dell’art. 91 cod. proc. civ., comma 4, così come introdotto dal D.L. 22 dicembre 2011, n. 212, art. 13, comma 1, convertito dalla L. 12 febbraio 2012, n. 10, per l’eventualità in cui non si dovesse pervenire alla non applicazione, ratione temporis, della disposizione stessa nel presente giudizio.

Quanto alla non manifesta infondatezza della questione, il ricorrente sostiene che la limitazione dell’ammontare della liquidazione delle spese al valore della domanda implicherebbe una compressione del diritto alla difesa, inviolabile ex art. 24 Cost.. Infatti, pur non essendo necessaria, nelle controversie di competenza del giudice di pace di valore inferiore ad Euro 1.100,00, l’assistenza di un legale (ex art. 82 cod. proc. civ., comma 1), apporre tale limite alla possibile liquidazione delle spese significherebbe imporre contestualmente alla parte di rinunciare tout court al suo diritto alla difesa tecnica, in quanto le si negherebbe la possibilità di un rimborso delle spese effettivamente sostenute.

Quanto alla rilevanza della questione, il ricorrente sostiene che la stessa sarebbe evidente nel caso in cui si ritenesse applicabile l’art. 91 cod. proc. civ., comma 4, nel caso di specie, pur se il presente giudizio è iniziato prima della introduzione della disposizione citata. Osserva altresì che il giudice d’appello, pur riconoscendo la fondatezza della domanda e pur adeguandosi al criterio della soccombenza nella determinazione del regime delle spese, ha tuttavia applicato la normativa della cui legittimità costituzionale il ricorrente dubita, finendo per liquidare le spese in misura strettamente commisurata all’importo del valore della controversia.

2. Con il secondo motivo, il ricorrente denuncia la violazione o falsa applicazione del D.M. 8 aprile 2004, n. 127, art. 1, dell’art. 4, cap. 1, e delle tariffe ad esso allegate in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., n. 3, per avere, il giudice di merito, illegittimamente derogato ai limiti minimi tariffari ivi previsti.

3. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta la violazione o la falsa applicazione degli artt. 91, 92 cod. proc. civ., art. 118 disp. att. cod. proc. civ., art. 132 cod. proc. civ., comma 2, n. 4 e art. 111 Cost., dolendosi del fatto che il Tribunale abbia compensato le spese del giudizio di appello. Mancherebbe infatti l’espressa motivazione, richiesta dall’art. 92 cod. proc. civ., sia in riferimento all’indicazione degli eventuali “giusti motivi” (come previsto dalla formulazione del 2006), sia circa le “gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione” (come previsto nel 2009) idonei a giustificare la compensazione.

4. Con il quarto ed ultimo motivo, il ricorrente prospetta la violazione dell’art. 1 del Protocollo addizionale alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, del punto 31 del Capitolo 5^ della CCJE del 17.11.2010 e punto 15 della Magna Carta dei Giudici Europei, in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., n. 3, in quanto il diritto alle spese sarebbe da considerarsi bene nel senso tutelato dal Protocollo addizionale, e la sua compressione costituirebbe dunque una violazione delle norme e dei principi comunitari.

5. Il primo motivo di ricorso è fondato.

Il ricorrente eccepisce la illegittimità dell’art. 91 cod. proc. civ., comma 4, introdotto dal D.L. 22 dicembre 2011, n. 212, art. 13, comma 1, convertito dalla L. 12 febbraio 2012, n. 10, per l’eventualità in cui questa Corte ritenga la disposizione stessa applicabile nel caso di specie.

Il Collegio ritiene, tuttavia, che la disposizione in questione non sia applicabile nel presente giudizio, avente ad oggetto un’opposizione a verbale di accertamento di violazione del codice della strada, e che, quindi, la sollevata questione di legittimità costituzionale sia irrilevante.

5.1. L’art. 91 cod. proc. civ., comma 4, dispone che “nelle cause previste dall’art. 82, comma 1, le spese, competenze ed onorari liquidati dal giudice non possono superare il valore della domanda”.

Ai sensi dell’art. 82 cod. proc. civ., comma 1, “davanti al giudice di pace le parti possono stare in giudizio personalmente nelle cause il cui valore non eccede Euro 1.100”.

Risulta, dunque, evidente che la disposizione di cui all’art. 91 cod. proc. civ., comma 4, si riferisce alle controversie che, per ragioni di valore, sono attribuite alla giurisdizione equitativa del giudice di pace. In tal senso, rileva l’art. 113 cod. proc. civ., comma 2, a norma del quale “il giudice di pace decide secondo equità le cause il cui valore non eccede millecento euro, salvo quelle derivanti da rapporti giuridici relativi a contratti conclusi secondo le modalità di cui all’art. 1342 cod. civ.”.

Chiarito, dunque, l’ambito di applicazione dell’art. 91 cod. proc. civ., comma 4, non può non rilevarsi che, ai sensi dell’art. 23, undicesimo comma, ultima parte, della L. 24 novembre 1981, n. 689, applicabile ratione temporis, atteso che il giudizio di opposizione è iniziato in primo grado nel 2009, “nel giudizio di opposizione davanti al giudice di pace non si applica l’art. 113 cod. proc. civ., comma 2”.

Ne consegue che ha errato il Tribunale nel ritenere applicabile il citato art. 91 cod. proc. civ., comma 4, ad una controversia che, per esplicita previsione legislativa, a prescindere dal suo valore, è soggetta alla regole di giudizio secondo diritto.

5.2. La situazione non muta nella disciplina introdotta dal D.Lgs. 1 settembre 2011, n. 150 (applicabile ai giudizi iniziati dopo il 6 ottobre 2011), il quale, all’art. 6, comma 12 (“Dell’opposizione ad ordinanza-ingiunzione”) e al comma 10 dell’art. 7 (“Dell’opposizione al verbale di accertamento di violazione del codice della strada”), riproduce la disposizione di cui alla L. n. 689 del 1981, art. 23, comma 11, stabilendo, rispettivamente, che “Nel giudizio di opposizione davanti al giudice di pace non si applica l’articolo 113, secondo comma, del codice di procedura civile” (art. 6, comma 12) e che “Non si applica l’art. 113 cod. proc. civ., comma 2” (art. 7, comma 10).

5.3. Si deve solo aggiungere che la distinzione che discende dalla interpretazione dell’art. 91 cod. proc. civ., comma 4, qui affermata, non può ritenersi lesiva degli evocati principi costituzionali. La previsione di una limitazione alla liquidazione delle spese nel caso di giurisdizione equitativa del giudice di pace appare rispondente alla possibilità, riconosciuta alle parti dall’art. 82 cod. proc. civ., comma 1, di stare in giudizio di persona e alla presunta non complessità tecnica delle relative controversie. La esclusione della detta limitazione per i giudizi di opposizione a ordinanza- ingiunzione o a verbale di accertamento di violazione del codice della strada, pur se di competenza del giudice di pace e pur se di importo ricompreso entro i 1.100,00 Euro, trova invece giustificazione in ciò che tali controversie postulano un giudizio secondo diritto; in tali giudizi, quindi, pur se è prevista la possibilità sia dell’opponente che dell’amministrazione di stare in giudizio di persona (L. n. 689 del 1981, art. 23, comma 4; D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 6, comma 9 e art. 7, comma 8), la difesa tecnica appare in ogni caso giustificata, se non indispensabile, tenuto conto della complessità delle questioni che possono essere prospettate anche da provvedimenti sanzionatori di importo inferiore a 1.100,00 Euro.

6. Il primo motivo di ricorso va quindi accolto, con conseguente assorbimento degli altri motivi.

La causa deve essere rinviata al Tribunale di Roma perchè, in persona di diverso magistrato, proceda a nuovo esame del gravame proposto facendo applicazione del seguente principio di diritto:

“l’art. 91 cod. proc. civ., comma 4, introdotto dal D.L. 22 dicembre 2011, n. 212, art. 13, comma 1, convertito dalla L. 12 febbraio 2012, n. 10, a tenore del quale, nelle cause previste dall’art. 82, comma 1, le spese, competenze ed onorari liquidati dal giudice non possono superare il valore della domanda, opera esclusivamente nelle controversie devolute alla giurisdizione equitativa del giudice di pace e quindi non si applica alle controversie di opposizione ad ordinanza-ingiunzione e di opposizione a verbale di accertamento di violazioni del codice della strada”.

Al giudice di rinvio è demandata altresì la regolamentazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbiti gli altri;

cassa, la sentenza e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, al Tribunale di Roma in persona di diverso magistrato.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 10 aprile 2014.

Depositato in Cancelleria il 30 aprile 2014

 

Superato il D.M. 140/2012: spese legali liquidate in via equitativa

Giudice di Pace di Padova – Dr. Avv. Antonio Bordin – Sentenza n. 345/14

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

In sede di liquidazione, questo Giudice non ritiene di dare applicazione ai parametri fissati con il D.M. n. 140/2012, che appaiono particolarmente inidonei ad assicurare un equo compenso alla professione dell’assistenza e rappresentanza legale, garantito anche a livello costituzionale dell’art. 36 Cost.. In particolare, i valori esposti per cause di scaglione corrispondente a quella di cui alla presente sentenza appaiono penalizzanti ed inadeguati, certamente non proporzionati al valore ed alla natura dell’attività professionale svolta.

Di talché si ritiene che il citato D.M. vada integralmente disatteso, con liquidazione delle spese effettuata in via equitativa come da dispositivo.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE DI PADOVA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice di Pace Avv. Antonio BORDIN ha pronunziato la seguente

SENTENZA

nella controversia iscritta al n. […] del Reg. Gen. dell’anno 2013

e promossa con atto depositato il 17 aprile 2013

da: G.G., con l’avv. M.Z., giusta mandato a margine dell’atto di citazione

– Attore –

contro: A. ASSICURAZIONI s.p.a. e C.E., entrambi con l’avv. L.B., giusta mandato in calce alla copia notificata dell’atto di citazione

– Convenuti –

Oggetto: Risarcimento danni da incidente stradale.

Conclusioni per l’attrice:

Come in comparsa conclusionale.

Conclusioni per A. Assicurazioni:

Come in comparsa conclusionale.

Svolgimento del processo

Con atto di citazione datato 29 gennaio 2013 G.G., in qualità di proprietaria e conducente dell’autovettura VW Golf tg. […], assumendo di essere rimasta coinvolta in data 8 marzo 2012 in Conselve (PD) in un tamponamento a catena provocato da asserita responsabilità di C.E., alla guida della propria vettura targata […], assicurata con A. Assicurazioni s.p.a., conveniva in giudizio il C. e la suindicata compagnia, chiedendone la condanna in via solidale al risarcimento dei danni riportati a seguito del sinistro e quantificati in complessivi € 9.052,43 oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dalla data del sinistro al saldo.

Si costituivano le parti convenute, non contestando la responsabilità nella causazione del sinistro di cui è causa ma esclusivamente la quantificazione del danno prospettata dall’attrice.

La causa veniva istruita mediante espletamento di Ctu medico legale sulla persona della G.

All’esito, all’udienza del 17 dicembre 2013 la causa veniva trattenuta per la decisione.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Non v’è contestazione in ordine alla dinamica del sinistro.

Si procede quindi alla sola determinazione del quantum del diritto al risarcimento.

Per quanto riguarda il danno fisico, va evidenziato come sul punto si sia svolta Ctu medico legale sulla persona dell’attore, che ha risposto al quesito con completezza, accertando la sussistenza di lesioni nonché la compatibilità eziologica delle stesse con la dinamica riferita.

Al riguardo vanno rigettate le eccezioni di nullità dell’espletata Ctu, per aver asseritamente il Ctu dott. S. acquisito documenti non agli atti; in particolare un referto del 28 maggio 2013 di esame strumentale (otofunzionale) poi valorizzato in sede di conclusioni dell’elaborato peritale.

L’eccezione, come si è detto, è infondata. Il Ctu si è limitato nell’occasione a dar corso a tutti gli accertamenti necessari all’esaustivo adempimento dell’incarico ricevuto, ivi compreso quello relativo all’espletamento di nuovo esame clinico strumentale.

In ogni caso, ogni attività del consulente è avvenuta nella garanzia e nel rispetto dell’integrità del contraddittorio, conferendo ed alla presenza dei consulenti di entrambe le parti, che nulla hanno rilevato o eccepito in ordine all’effettuazione del suddetto accertamento.

Secondo la stima del Ctu, la G. ha riportato nel sinistro de quo un danno da invalidità permanente nella misura del 3 percentile.

Eccepisce la parte convenuta che, in applicazione della novella dell’art. 139 del decreto legge n. 1/12 convertito dalla legge n. 27/12, ed in particolare dell’art. 32 comma 3-quater di tale d.l., non dovrebbe farsi luogo ad alcun risarcimento in favore dell’attore a titolo di lesione permanente, vista l’inesistenza e/o l’inidoneità di accertamenti strumentali nella fattispecie.

Va rilevato preliminarmente come, nel caso di specie, la lesione risulti accertata sia mediante esame in sede di visita medico legale, sia con accertamento strumentale, rappresentato da un primo esame otofunzionale datato 23 aprile 2012, sia dal successivo accertamento medico strumentale del medesimo tipo eseguito in data 28 maggio 2013.

Parte convenuta contesta ancora la riferibilità di tali esami al sinistro de quo, ma tale asserzione appare peraltro indimostrata: a fronte della produzione di tale certificazione medica e della valutazione medico legale di rilevanza degli accertamenti, incombeva a parte convenuta dimostrare la non pertinenza degli esami strumentali al fatto illecito di cui è causa; prova che è peraltro del tutto mancata.

In ogni caso va valorizzata la circostanza che il Ctu abbia accertato la sussistenza di un danno biologico da invalidità permanente anche clinicamente, ovvero in sede di esame e visita medico legale.

Tale rilievo induce a chiarire i termini normativi della disciplina citata dalla parte convenuta.

Seguendo la tesi della parte convenuta, la normativa de quo, ed in particolare il comma 3-ter dell’art. 32 del d.l. n. 1/12 deve essere intesa nel senso di escludere il diritto al risarcimento del danno biologico permanente, qualora la lesione non sia stata accertata in sede di esame strumentale.

Peraltro, da tale interpretazione deriverebbe quale conseguente corollario l’esclusione del risarcimento della lesione permanente alla salute quando esso risulti comunque accertato aliunde, con altra metodologia scientifica, ad esempio in sede di visita medico legale o mediante esame non strumentale.

Si escluderebbe quindi la risarcibilità di danni alla salute effettivamente provati, in base all’esclusivo criterio di discriminazione delle modalità di accertamento utilizzate.

Siffatta interpretazione appare illogica, arbitraria e strumentale, oltre che contraria a plurimi principi della Carta Costituzionale.

Illogica, giacché consente la risarcibilità anche in assenza di esame strumentale del danno alla salute più lieve e transeunte, quale ed esempio quello temporaneo, escludendo quello più grave, come quello permanente; arbitraria e strumentale, perché appare all’evidenza finalizzata ad escludere talune tipologie di danno fisico, meno suscettibili per loro natura di accertamento strumentale, tipologie “singolarmente”coincidenti con quelle di maggior frequenze nelle vertenze promosse in sede di RCA; evidentemente contraria a svariati principi fondamentali della Carta Costituzionale, riassumibili quantomeno sotto il profilo di violazione dell’art. 3 Cost., dell’art. 32 Cost. e dell’art. 24 Cost.

L’interpretazione proposta rappresenterebbe una violazione dell’art. 3 della Carta in quanto risulterebbe discriminatoria per situazioni giuridiche soggettive che presentano profili sostanzialmente simili: un identico danno alla salute troverebbe o meno risarcibilità a seconda del suo cagionarsi in sinistro stradale o con altra modalità; per tali ragioni. Né può invocarsi al riguardo la preesistente differenziazione dell’entità del risarcimento in materia di RCA già introdotta con la l. n. 57/2001: infatti, nel caso in esame non ci si limita alla introduzione di una tabella rigida di quantificazione, ma si viene a negare la stessa risarcibilità in toto di un danno alla lesione, anche eventualmente accertato. La conseguenza, come può apprezzarsi, è ben diversa e più draconiana.

Inoltre, negando risarcimento ad un danno alla salute, accertato, provato e verificato, non in ragione alla sua gravità (come si è detto), ma solo ed esclusivamente in base alla modalità di accertamento – discriminando talune metodologie pur ugualmente attendibili e riconosciute sotto il profilo scientifico – si realizza una patente violazione dell’art. 32 della Costituzione, norma che tutela il diritto alla salute.

Non si ricade, in tal caso, nella pretesa irrilevanza della offesa, che potrebbe giustificare la non risarcibilità di lesioni irrisorie, bensì si nega il risarcimento di un danno, potenzialmente anche grave, sulla base del mero criterio del modo in cui tale lesione è stata accertata.

Tale violazione appare ancor più grave ove si consideri che, in tal modo, si viene ad escludere ogni tutela a determinate tipologie di lesione della salute, discriminate quindi in base alla loro natura, quali ad esempio le lesioni lievi del rachide e pressoché tutte le tipologie di lesione psichica e psichiatrica, non suscettibili (o suscettibili con difficoltà) per loro essenza di accertamento strumentale.

Non può quindi trovare cittadinanza un’interpretazione della disciplina del risarcimento del danno alla salute in forza della quale si neghi giustizia e tutela a chi ha subito una lesione effettivamente accertata e provata con metodo scientificamente accertato e riconosciuto.

Per tali ragioni, la normativa in questione non può essere interpretata nel senso di escludere la risarcibilità del danno alla salute, comunque accertato e provato, anche in sede di visita medico legale o di esame non strumentale. Diversamente, significherebbe propugnare un’interpretazione applicativa patentemente incostituzionale, e riconoscere in definitiva che lo stesso Stato di diritto abbia abdicato alle sue fondamentali funzioni di tutela e garanzia verso i principali valori costituzionali.

Appare quindi consequenziale l’obiezione, poste tali premesse, di quale valore debba comunque riconoscersi a tale disciplina. Sul punto, l’unica interpretazione legittima e costituzionalmente orientata della norma de quo appare quella che ne deriva dal suo coordinamento con la norma con la disposizione dell’art. 3 quater, introdotta dalla stesa legge n. 27/2012, che prevede la possibilità di accertamento della lesione alla salute anche visivamente, ovvero, secondo la migliore dottrina medico – legale, mediante accertamento clinico in sede di visita medico legale.

In tale coordinamento applicativo, deve quindi ritenersi prevalente la norma dell’art. 3 quater, che disciplina l’accertamento del danno biologico tout court e che prevede appunto che tale voce di danno venga accertata in via strumentale ovvero, in via alternativa ma parimenti idonea, valida ed efficace, “visivamente”. Alla disposizione del 3-ter va invece riconosciuto il ruolo residuale di richiamo degli operatori del diritto ad una rigorosa applicazione dei criteri di accertamento e quantificazione del danno alla salute, al fine di rifuggire da valutazioni puramente soggettive che non trovino riscontri strumentali o clinici.

La lesione alla salute, ivi compresa quella che determini conseguenze a carattere permanente, può quindi essere validamente accertata mediante accertamento medico legale, circostanza che rende superfluo ed inutile ogni ulteriore esame strumentale.

Del resto, nemmeno l’interpretazione letterale della disposizione, alla quale si richiama la convenuta nell’evidenziare l’assenza della lettera “o” fra le parole “clinicamente” e “strumentalmente” nel comma 3-ter, al fine di sostenere l’esigibilità dell’accertamento strumentale in ogni caso, consentirebbe di convalidare la tesi della convenuta.

Invero, volendo effettuare riferimento al tenore letterale della disposizione, non può non rilevarsi come l’art.3 ter della legge n. 27/2012 si limiti esclusivamente a stabilire che le lesioni di lieve entità siano “suscettibili” di accertamento clinico strumentale obiettivo; pertanto, trattasi all’evidenza di astratta potenzialità di accertamento strumentale, e non di effettivo accertamento mediante detta modalità di accertamento, né tanto mento di accertamento nell’immediatezza del fatto illecito.

Quindi, in ipotesi di suscettibilità in astratto dell’accertabilità strumentale della lesione patita dal danneggiato, il risarcimento non può essere comunque escluso.

Per tali ragioni, anche volendo prescindere dalla già rilevata presenza nel caso di specie di accertamenti strumentali validi ed idonei alla prova, va in ogni caso ritenuta la risarcibilità della lesione permanente sofferta dall’attore ed accertata in sede di visita medico legale.

Tanto detto, si procede alla liquidazione monetaria del danno patito.

Applicando i valori indennitari riconosciuti dalla legge n. 57/2001, così come aggiornati dal decreto del Ministero delle attività produttive, tale voce di danno va quantificata in € 2.350,00.

Per quanto attiene al danno biologico da invalidità temporanea, la Ctu ha individuato i valori – ritenuti condivisibili da questo Giudice – dei periodi di giorni 10 al 75%, 15 al 50% e 17 al 25%, e, applicando l’importo aggiornato per ciascun giorno di invalidità assoluta (criterio anch’esso ex lege n. 57/2001) si giunge alla quantificazione di € 889,35 a titolo di risarcimento del danno da invalidità temporanea.

Quantificato quindi il danno biologico complessivo in € 3.239,35, in moneta devalutata all’epoca del sinistro si procede quindi alla determinazione del danno non patrimoniale da sofferenza morale conseguente alle lesioni subite.

Sul punto, parte convenuta si oppone al suo riconoscimento richiamando un’interpretazione restrittiva delle note sentenze delle sezioni Unite della Suprema Corte in tema di danno morale del novembre 2008.

La tesi della parte convenuta non è condivisa da questo Giudice, apparendo contraria non solo a regole di diritto ma anche alle stessi principi di equità.

La corretta applicazione dei principi enunciati dalla sentenza delle Sezioni Unite della Suprema Corte n. 26972 dell’11 novembre 2008, secondo la quale “il risarcimento del danno deve essere integrale”, e quindi comprendere anche il ristoro del pregiudizio relativo alla sofferenza morale, porta, al contrario di quanto affermato dalla Compagnia convenuta, al necessario riconoscimento anche di tale voce di pregiudizio.

Le stesse Sezioni Unite nelle citate decisioni, lungi dall’escludere l’esistenza del pregiudizio da sofferenza morale, si sono limitate ad affermare l’insussistenza di una autonoma categoria relativa a tale voce di danno. Peraltro, è stato ribadito l’emergente principio secondo il quale il risarcimento deve essere integrale e ricomprendere ogni pregiudizio, senza alcuna preclusione.

Orbene, non essendo il pregiudizio da sofferenza morale notoriamente contemplato dalla liquidazione tabellare ex lege n. 57/2001, esso va conseguentemente riconosciuto e liquidato in via distinta ed autonoma.

Questo Giudice non ritiene inoltre che il pregiudizio da sofferenza morale sia qualificabile come mera “personalizzazione” della liquidazione del danno biologico: si tratta infatti di una voce distinta e dotata di autonoma dignità e natura, pur classificabile nell’ambito della generale categoria del danno alla salute, ma soggetta a condizioni e regole di accertamento del tutto particolari e quindi non riconducibile ad una mera sovrapposizione del danno biologico in senso stretto, fra l’altro nemmeno ricompresa nei meccanismi di liquidazione di esso.

Chiarito quindi che il danno non patrimoniale da sofferenza morale è una voce di danno autonoma e distinta rispetto alla categoria generale del danno alla salute, e che conseguentemente esso deve essere autonomamente riconosciuto, va rilevato come il Ctu abbia accertato un grado di sofferenza ”medio lieve” nel primo periodo di convalescenza ed un grado “lieve” nel successivo.

Ritenuta quindi accertata la sofferenza morale in capo all’attrice, si procede alla sua liquidazione.

Sul punto, il criterio più attuale ed idoneo appare quelle della sua stima in via equitativa in misura percentuale rispetto al danno biologico complessivo, pari al 20% nel caso de quo visto il carattere delle lesioni patite; per una liquidazione della voce di danno pari a € 645,00.

Alla G. vanno altresì rifuse spese mediche documentate e ritenute congrue dal Ctu, in misura pari ad € 785,62. Sul punto, la rifusione della spesa non può essere condizionata alla produzione delle attestazioni di spesa in originale. Invero, l’astratta possibilità di duplicazione della rifusione non ha alcuna rilevanza, posto che il rimborso della spesa sostenuta può essere negato solo in caso di prova della percezione dell’importo aliunde da parte del danneggiato.

Il danno subito dalla G. ammonta dunque a € 4.669,97.

I danni sin qui determinati sono espressi in moneta devalutata alla data dell’occorso sinistro.

Vanno riconosciuti inoltre gli interessi compensativi al tasso di legge ordinario dal fatto al saldo, da computarsi sull’importo rivalutato di anno in anno sino alla presente sentenza.

Vanno infine rifuse all’attrice le spese di Ctu documentate, pari ad € 605,00.

I convenuti vanno quindi condannati al pagamento dei suddetti importi, nonché alla rifusione delle spese di lite in favore dell’attrice, senza compensazione alcuna visti gli esiti della vertenza.

In sede di liquidazione, questo Giudice non ritiene di dare applicazione ai parametri fissati con il D.M. n. 140/2012, che appaiono particolarmente inidonei ad assicurare un equo compenso alla professione dell’assistenza e rappresentanza legale, garantito anche a livello costituzionale dell’art. 36 Cost.. In particolare, i valori esposti per cause di scaglione corrispondente a quella di cui alla presente sentenza appaiono penalizzanti ed inadeguati, certamente non proporzionati al valore ed alla natura dell’attività professionale svolta.

Di talché si ritiene che il citato D.M. vada integralmente disatteso, con liquidazione delle spese effettuata in via equitativa come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Giudice di Pace, definitivamente decidendo, ogni altra domanda, deduzione ed eccezione disattesa

1) Condanna A. Assicurazioni s.p.a. e C.E., in via solidale fra loro, al pagamento in favore di G.G. della somma di € 4.669,97, da devalutarsi alla data del sinistro, oltre agli interessi compensativi al tasso di legge ordinario dal fatto al saldo, da computarsi sull’importo rivalutato di anno in anno sino alla presente sentenza;

2) Condanna i convenuti in via solidale alla rifusione in favore dell’attrice delle spese di Ctu, quantificate complessivamente in € 605,00;

3) Condanna i convenuti in via solidale alla rifusione delle spese di lite in favore dell’attrice, liquidate definitivamente in complessive € 2.700,00, di cui € 2.500,00 per compensi ed € 200,00 per spese, oltre a Iva e C.P.A. come per legge.

Sentenza provvisoriamente esecutiva ex lege.

Così deciso in Padova il 20 marzo 2014.

 Il Giudice di Pace

Avv. Antonio Bordin

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Le spese legali stragiudiziali (danno emergente) vanno liquidate

Tribunale di Vicenza – Dr.ssa Eloisa Pesenti – sent. n. 1069/2013

Sinistro stradale –  Spese legali stragiudiziali – Componente del danno emergente – Risarcibilità –  Sussiste

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA:

Spetta pure il rimborso delle spese legali sostenute per la fase stragiudiziale (doc. 8 attoreo), atteso che come ritenuto dalla giurisprudenza di legittimità, del tutto condivisibile, “se la pretesa risarcitoria sfocia in un giudizio in cui il richiedente sia vittorioso, le spese legali sostenute nella fase precedente l’instaurazione del giudizio diventano una componente del danno emergente da liquidare come spese vive” (Cass.sez. III, 2.2.2006 n. 2275; sez. III, 21.1.2010 n. 997).

LA SENTENZA INTEGRALE

N.R.G. 578/2009

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI VICENZA

in composizione monocratica in persona del magistrato dr. Eloisa PESENTI ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa promossa con atto di citazione iscritto a ruolo il 27.01.2009

da:

B.C. (c.f. omissis) rappresentata e difesa dall’avv. Calvello di Padova e avv. S. B. di Vicenza per mandato a margine dell’atto di citazione                                                                                                                   – attore –

Contro

– S.J.T.,

– S.N.

– Compagnia di assicurazioni P. [omissis]

Tutti domiciliati presso U.C.I

U.C.I. rappresentato e difeso da avv.ti R [omissis] L [omissis] di [omissis] e avv. E [omissis]

Z. [omissis] di V[omissis], per mandato in calce all’atto di citazione notificato

                                                                                                                                        – convenuti –

Conclusioni: come da fogli allegati al verbale di udienza dell’8.11.2012.

Conclusioni per parte attrice:

Voglia l’Ecc.mo Tribunale adito, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione respinta:

–         Accogliere la domanda attorea e, per l’effetto,

–         Dichiarare che l’incidente è avvenuto per esclusiva responsabilità del convenuto sig. S.J.T.

–         Condannare Il sig.. S.J.T., nonché il sig. S.N., quale proprietario dell’autoarticolato Renault Magnum targato [omissis], nonché la Compagnia d’Assicurazione polacca P., nonché l’U.C.I., in persona del legale rappresentante pro tempore, in solido tra loro, al risarcimento dei danni in favore di B.C: e così al pagamento complessivo della somma di € 111.151,81 = o in quella diversa maggiore o minore somma accertata in corso di causa e da determinarsi, all’occorrenza, in via equitativa ex art. 1226 c.c., oltre alla rivalutazione monetaria, agli interessi – secondo il criterio impartito dalle Sezioni Unite della Suprema Corte con la nota pronuncia 1712/1995 n. 1712 -, nonché al maggior danno da svalutazione monetaria.

–         Il patrocinio attoreo dichiara, inoltre di non accattare il contraddittorio su nuove domande eventualmente formulate da c/p ed in ogni caso si richiama a quanto già dedotto ed eccepito in atti.

In ogni caso

Con vittoria di spese, diritti e onorari da distrarsi a norma dell’art. 93 c.p.c. a favore dell’avv. C. Calvello quale procuratore antistatario, nonché con sentenza munita della clausola di provvisoria esecuzione.

Tribunale di Vicenza – Dott.ssa PESENTI

FOGLIO DI PRECISAZIONE CONCLUSIONI

Per U.C.I. con gli avv. R.L. e E.Z.– convenuta –

Nella causa R.G. 578/09 promossa con citazione notificata il 23.01.2009 da C.B.

***

I procuratori della convenuta U.C.I., ribadite tutte le difese ed eccezioni svolte negli atti difensivi precedentemente dimessi dalla convenuta, nonché a verbale del 12.04.2012 in ordine alle contraddizioni presenti nella relazione della CTU, dott.ssa G., chiedono che il Giudice voglia revocare la propria precedente ordinanza del 12.04.2012 e per l’effetto disporre che la CTU sia chiamata a chiarimenti secondo quanto dedotto dalla convenuta nelle osservazioni depositate il 12.04.2012.

I sottoscritti procuratori precisano, quindi le proprie conclusioni:

in via preliminare processuale: accertata e dichiarata l’improponibilità della domanda di parte attrice per violazione del combinato disposto degli artt. 145 e 148 d.lgs. 07.09.2005 n. 209, per l’effetto respingere la stessa;

nel merito: disattesa e respinta ogni contraria deduzione, domanda o eccezione, accertato e dichiarato che la responsabilità del sinistro de quo è da attribuirsi alla sig.ra C.B., respingere tutte le domande avversarie perché infondate in fatto e in diritto per i motivi tutti esposti negli atti;

nel merito e in via riconvenzionale: accertata e dichiarata che la responsabilità del sinistro de quo è da attribuirsi alla sig.ra C.B., condannare la stessa alla restituzione dell’importo di € 3.973,20;

nel merito in via subordinata: ove ritenuta in tutto o in parte fondata la pretesa dell’attrice, accertare e dichiarare l’esatto importo dovuto a titolo di risarcimento del danno effettivamente patito dalla stessa previa analisi delle risultanze medico legali e per i motivi tutti esposti in atti, con detrazione dell’importo già ricevuto.

In via istruttoria: alla luce delle osservazioni svolte alla integrazione della CTU e depositate i data 12.04.2012 disporre che la CTU sia chiamata a chiarimenti secondo quanto dedotto nelle osservazioni depositate in data 12.04.2012.

In ogni caso: con vittoria di spese, diritti ed onorari oltre rimborso forfettario 12,5% CPA ed IVA di legge.

I procuratori di parte convenuta U.C.I. dichiarano di non accettare il contraddittorio su eventuali domande nuove di controparte.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Questa parte della sentenza viene omessa, alla luce del nuovo testo dell’art. 132 co. 2 n. 4 c.p. come riformulato dall’art. 45 co. 17 L. 69/20009. Ai sensi dell’art. 58 della medesima legge, la modifica di cui sopra è immediatamente applicabile anche ai giudizi pendenti, in primo grado, alla data di entrata in vigore della citata legge n. 69 del 2009 ovvero al giorno 4.7.2009.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Questa parte della sentenza viene redatta alla luce del nuovo testo dell’art. 118 co. I disp. att. c.p.c. come novellato all’art. 52 co. V L. 69/2009, applicabile anche ai giudizi pendenti alla data di entrata in vigore della legge medesima, a norma del suo art. 58.

B.C. ha agito in giudizio onde ottenere il risarcimento dei danni alla persona subiti in data 15.02.2006 allorché sull’autostrada A4 in direzione Venezia in località Vicenza, mentre a bordo della propria vettura FIAT PUNTO stava ferma sulla corsia di destra con i quattro indicatori di direzione simultaneamente azionati al fine di segnalare l’avaria, del mezzo, era stata tamponata dall’autoarticolato di proprietà di S.N. e condotto dallo S.J.T., il quale era stato multato dalla Polizia stradale di Vicenza per violazione dell’art. 142/8 C.d.S. Mentre il danno materiale era già stato integralmente risarcito, la B. chiedeva ora il risarcimento del danno alla persona, quantificato, sulla base di una consulenza medico legale di parte e delle Tabelle del Tribunale di Padova, in euro 111.151,81 o nella maggiore o minore somma accertata in corso di causa.

Ribadita l’infondatezza dell’eccezione di improcedibilità, già rigettata dal precedente giudice, anche alla luce delle richieste documentate sub n. 2 e 3 attorei, si osserva che la dinamica dell’incidente emerge dal rapporto redatto dalla Polizia Stradale di Vicenza, confermato anche dall’audizione degli agenti verbalizzanti B.M., T.L., B.R., quali testimoni. Dal rapporto risulta che l’incidente si è verificato in un punto nel quale vi erano le tre corsie di marcia ma mancava totalmente la corsia di emergenza, a causa della presenza di lavori in corso; la prima piazzola di sosta era a m. 86; i verbalizzanti scrivevano che “appena giunti sul posto notavamo e spegnevamo le frecce intermittenti del veicolo”, notavano che i fari erano accesi e la guidatrice riversa sul sedile anteriore sul fianco destro e non era rimasta allacciata dalla cintura di sicurezza. Dalle tracce di incisione desumevano un trascinamento di mt. 100 circa.

Ricostruivano pertanto un tamponamento della vettura, ferma per avaria o altro, e “in folle – nessuna marcia inserita”, da parte dell’autoarticolato. Il conducente di quest’ultimo veniva contravvenzionato ai sensi dell’art.142/8 C.d.S. per avere superato di 20 Km/h il limite di velocità esistente nella zona. L’Assistente Capo della Polizia di Stato B., sentito come teste ha ribadito che l’auto aveva gli indicatori di emergenza accesi, e di averli spenti lui personalmente, di avere saputo dall’addetto al recupero del mezzo che l’auto era i folle, e ha precisato che la conduttrice era priva delle cinture ma poteva esserne uscita a causa dell’urto, data la posizione in cui era stata ritrovata. Ha chiarito inoltre che la traccia di incisione e il guardrail destro vi era una distanza di m. 1,60 (non 2 m. come indicato dal capitolo di parte convenuta), e che la piazzola di sosta era a m. 86 ed era segnalata dalla segnaletica verticale.

L’attrice, rispondendo all’interrogatorio formale, ha dichiarato di essersi fermata rasente il guard-rail, con la cintura allacciata, perché la macchina non ingranava le marce, il cambio non funzionava e tornava “in folle”.

Le dichiarazioni della attrice sono state confermate dai dati oggettivi riscontrati dagli accertatori della Polizia di Stato: l’auto era “in folle” quindi aveva un  problema al cambio che impediva di inserire le marce e di procedere alla guida. La conduttrice, che aveva la cintura di sicurezza allacciata, si è fermata nella prima corsia di destra, tanto a ridosso di guard-rail quanto poteva stante l’ingovernabilità dell’auto, e ha inserito i quattro indicatori direzionali simbolo di emergenza. L’autoarticolato è sopraggiunto a velocità vietata, superiore di ben 20 km/h al limite massimo (85 anziché 60 Km/h) ed ha violato non solo l’art. 142 co. VIII C.d.S. no9n avendo guidato in modo da essere in grado di “arrestare tempestivamente il veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile”, potendo certamente rientrare nel concetto di ostacolo prevedibile una vettura in avaria, ferma con tutti gli indicatori direzionali di emergenza accesi. La mancata comparizione del convenuto a rendere l’interrogatorio formale, valutata a norma dell’art. 232 c.p.c. unitamente agli elementi di prova sopra indicati, conferma la ricostruzione della dinamica dell’incidente come testé esposta. Ritiene questo giudice che nell’ambito di tale dinamica nessuna efficacia etiologica abbia rivestito la positività della automobilista per alcool e benzodiazepine, accertata dagli esami effettuati dopo il ricovero e confermati dalla CTU tossicologica.

Va inoltre ricordato che la CTU tossicologica, affidata a specialista tossicologo – forense dell’Università di Padova dott.ssa R.S., ha precisato che il dato di alcolemia annotato nelle cartelle cliniche è sovrastimato in quanto calcolato non su sangue ma su siero plasma, e quindi non consente di accertare la reale alcolemia che va calcolata su sangue; ha inoltre chiarito che non vi sono elementi clinici per suffragare la sindrome di astinenza alcoolica, poiché l’unico episodio di agitazione al IV giorno di ricovero non è stato accompagnato dagli indicatori biochimici (MCV e GAMMA – GT), che si presentavano invece pressoché normali. Dopo aver riferito che le benzodiapezine derivavano dall’assunzione di Valium quale sonnifero serale e ansiolitico, ha concluso nel senso che la periziando era sotto l’effetto di alcool e benzodiazepine, ma che è impossibile quantificare tale effetto, per quanto condizione di disabilità alla guida per l’effetto sinergico delle due sostanze psicoattive. Tali conclusioni sono state ribadite anche dalla CTU medico legale dott.ssa F.G., anche nel rispondere motivatamente alle osservazioni dei Consulenti Tecnici di Parte.

Tuttavia, se certamente il guidare sotto l’effetto di sostanze psicotrope costituisce reato, e per tale fatto la B., ove accertato il superamento dei limiti di legge, sarà stata sanzionata (in ogni caso ne è ora decorso il termine di prescrizione e quindi non è necessaria la trasmissione degli atti al P.M.), tuttavia ai fini risarcitori occorre valutare se tale fatto abbia spiegato incidenza causale nell’accaduto.

La risposta è negativa, in quanto l’arresto dell’auto in autostrada non avvenne a causa di un malore della conducente, da imputarsi a sue defedate condizioni, bensì per una imprevedibile avaria al cambio del veicolo, a fronte della quale la conducente fece quanto possibile in suo potere per evitare turbative alla circolazione, ossia segnalare l’auto ferma per avaria azionando i quattro indicatori direzionali, mentre l’immediato investimento da parte dell’autoarticolato, che procedeva a velocità eccessiva, ha impedito ulteriori accorgimenti, quali avrebbero potuto essere la presegnalazione con il triangolo o lo spingimento manuale dell’auto sino alla piazzola di sosta, peraltro lontana 86 mt. Pertanto, non essendovi dati quantitativi sufficienti per affermare che l’alcoolemia superasse i limiti di legge e fosse quindi inibita la guida, si deve riconoscere che la conducente ha avuto sufficiente lucidità per fare quanto in suo dovere e potere nel caso di avaria improvvisa del veicolo, ossia segnalare l’avaria stessa, mentre l’incidente è avvenuto per fatto e colpa esclusivi del trasportatore che procedeva in violazione dei limiti di velocità per oltre 20 km/h e in modo tale da non poter arrestare il proprio veicolo innanzi a un ostacolo in panne.

Dall’affermazione dell’esclusiva responsabilità del convenuto conduttore dell’autoarticolato consegue il rigetto della domanda riconvenzionale di restituzione delle somme versate da UCI per l’integrale ristoro dei danni patiti dal veicolo.

Ciò premesso, si osserva che il danno alla persona può essere determinato sulla base delle considerazioni svolte dalla Consulente tecnico d’Ufficio, la quale ha esposto le proprie valutazioni, fondate sul rilievo oggettivo delle lesioni riscontrate, in modo congruo e corretto sia sotto il profilo logico che sotto il profilo medico-scientifico, ed ha concluso facendo riferimento alle categorie da tempo invalse nella giurisprudenza in materia di risarcimento del danno.

Come è noto, nel caso di fatto illecito lesivo dell’integrità psico-fisica della persona, il danno risarcibile non è individuabile solo dalle conseguenze pregiudizievoli correlate alla efficienza lavorativa e alla capacità di produzione di reddito, ma si estende a tutti gli effetti negativi incidenti sul bene primario della salute, oggetto di autonomo diritto assoluto costituzionalmente tutelato dall’art. 32 Costituzione. Tale bene può intendersi come diritto inviolabile dell’uomo alla pienezza della vita e all’esplicazione della propria personalità morale, intellettuale, culturale, quindi può essere leso dal fatto illecito anche quando riguardi chi non abbia ancora , o abbia perduto, o non abbia mai avuto attitudine a svolgere un’attività produttiva di reddito. Tale danno è stato denominato tradizionalmente danno biologico, ed è stato dunque considerato dalla giurisprudenza quale menomazione dell’integrità psico-fisica della persona umana in sé considerata (ex plurimis Corte Suprema di Cassazione, 24.01.2000 n. 748; 12.01.1999 n. 256 etc.).

Da ultimo la Corte Suprema di Cassazione, a Sezioni Unite (11.11.2008 n. 26972) ha precisato che il danno non patrimoniale da lesione alla salute è categoria onnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima.

Dalla CTU in atti sono disponibili gli elementi per la quantificazione di tale tipo di danno, che per comodità espositiva viene individuato nelle tradizionali categorie del danno biologico permanente e temporaneo, quest’ultimo a propria volta suddiviso in totale e parziale; trattandosi di danno da fatto illecito penalmente rilevante (art. 590 c.p. lesioni personali colpose), spetta altresì il risarcimento del danno morale previsto dall’art. 2059 c.c. e dall’art. 185 c.p., ossia il “pretium doloris” caratterizzante la sofferenza subita dal danneggiato proprio in quanto vittima di reato, ossia la “sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata” (Corte Suprema di Cassazione, SS.UU. sopra citata), non limitato alla sofferenza momentanea e strettamente correlata al reato, ma esteso, in base ai criteri di causalità giuridica e di regolarità causale, alla lesione del diritto alla piena esplicazione della personalità umana, in una prospettiva non meramente transeunte, ma destinata dello stesso.

La sofferenza ed il patema d’animo della vittima del reato debbono essere liquidati in via equitativa, con personalizzazione basata sulle condizioni specifiche del soggetto danneggiato tenuto conto delle pregresse abitudini di vita, dell’importanza delle lesioni subite, dei periodi di ospedalizzazione e di terapia, e sono ora ricomprese nella quantificazione delle cd. Tabelle di Milano, che comprendono già il danno morale di base nel danno biologico e consentono una “personalizzazione” entro una percentuale stabilita.

La CTU ha accertato che in conseguenza dell’incidente de quo B.C. ha riportato trauma facciale con frattura dell’osso nasale, distorsione del rachide cervicale, frattura scomposta dell’omero sinistro, che è stata trattata chirurgicamente con tre successivi trattamenti chirurgici; gliene è residuato un deficit funzionale della spalla sinistra e del gomito sinistro, complesso cicatriziale dell’arto superiore sinistro e esito anatomico della frattura dell’osso nasale, con complesso menomante stimato nel 11 -12%, 16 giorni di inabilità temporanea totale, 90 giorni al 75%, 90 giorni al 50%, 120 giorni al 25%; la CTU ha inoltre stimato che le menomazioni obiettivate possono rendere faticoso l’espletamento dell’attività di casalinga e l’attività lavorativa in attività confacenti, ossia di tipo generico e manuale; il grado di sofferenza è stato valutato come medio – alto nel corso della malattia,  e medio – basso quale ora determinato dal complesso menomante.

I parametri valutativi utilizzabili per la quantificazione delle somme dovute sono individuabili nelle “tabelle” ora adottate da questo Tribunale, dalle quali si evince il valore del punto di invalidità e quindi di danno biologico come lesione dell’integrità psicofisica in base all’età evolutiva della vittima al momento del fatto. Si tratta di parametri desumibili dalle tabelle risarcitorie del Tribunale di Milano, ora seguite dalla maggior parte dei Tribunali italiani e recepite anche dalla giurisprudenza della Corte Suprema di Cassazione. Infatti la più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione (Sez. III, 30.06.2011 n. 14402; 25.02.2011, depositata il 7.06.2011 n. 12408/2011; 6750/2011), nell’esercizio della funzione nomofilattica propria della Corte, ha indicato le tabelle del Tribunale di Milano quali criterio per assicurare un sistema uniforme, a livello nazionale, di risarcimento del danno, assumendo “con operazione di natura sostanzialmente ricognitiva, la tabella milanese a parametro in linea generale attestante la conformità della valutazione equitativa del danno in parola alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056 c.c.”.

In applicazione di tali tabelle, il danno biologico permanente va quantificato in base all’età dell’attrice al momento del fatto in euro 25.234,00 mentre il danno biologico temporaneo parziale può essere determinato, considerata la variabilità delle Tabelle tra 91 e 136 euro pro die, come chiesto, corrispondente a un valore medio ossia in euro 1816 per i giorni di totale, 7661,25 al 75%, 5107,50 al 50%, 3405,00 al 25%.

Il danno non patrimoniale può essere personalizzato nella percentuale del 47%, prevista dalla predette tabelle, in considerazione del grado di sofferenza patito e del peggioramento delle condizioni di vita, quale emerge sia dalla CTU che attesta una maggiore fatica e disagio per lo svolgimento di qualsivoglia attività manuale, sia dalle assunte testimonianze, dalle quali è emerso che l’attrice ha dovuto abbandonare, dopo l’incidente, la pratica del nuoto che prima esercitava assiduamente (testimoni M.F., P.M., B.S., B.G., C.E.). Il danno non patrimoniale ammonta perciò a euro 45.083,73.

Il danno patrimoniale va quantificato in euro 416 per le spese mediche documentate (docc. sub 7 attorei), euro 1.212,00 per consulenza tecnica stragiudiziale dott. M. (spetta infatti quale danno emergente la rifusione delle spese sostenute dall’attore nel tentativo di raggiungere una soluzione extragiudiziale  della controversia (Corte Suprema di Cassazione, Sez. III 21.1.2010 n. 997), e euro 544,50 per CTU. Spetta pure il rimborso delle spese legali sostenute per la fase stragiudiziale (doc. 8 attoreo), atteso che come ritenuto dalla giurisprudenza di legittimità, del tutto condivisibile, “se la pretesa risarcitoria sfocia in un giudizio il richiedente sia vittorioso, le spese legali sostenute nella fase precedente l’instaurazione del giudizio diventano una componente del danno emergente da liquidare come spese vive” (Cass.sez. III, 2.2.2006 n. 2275; sez. III, 21.1.2010 n. 997).

Parte convenuta deve dunque essere condannata a risarcire il danno, così complessivamente quantificato in euro 45.083,73 per danni non patrimoniali, ed euro 6332,48 per danni patrimoniali.

Quanto alla prima voce di danno, trattandosi di valori all’attualità, la somma deve essere devalutata alla data del fatto, con successivo calcolo della rivalutazione secondo gli indici annuali ISTAT e con gli interessi di legge calcolati sulla somma via via rivalutata, sino al deposito della sentenza, e con aggiunta dei soli interessi di legge sino al saldo effettivo.

Le spese, liquidate come da dispositivo ex D.M. 140/2012, seguono la soccombenza (poiché la attrice aveva chiesto anche “la maggiore o minore somma che sarà accertata in corso di causa”).

P.Q.M.

Il Tribunale di Vicenza in composizione monocratica, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza disattesa, così provvede:

1)      Accertata l’esclusiva responsabilità del convenuto S.J.T., nella determinazione del sinistro occorso all’attrice B.C. in data 15.2.2006, condanna i convenuti in solido tra loro al pagamento, in favore dell’attrice B.C., a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale, della somma capitale di euro 45.083,73 con gli interessi al tasso legale, da computare sul capitale monetario del risarcimento, riportato alla data del sinistro e via via adeguato anno per anno in relazione alle variazioni degli indici ISTAT del costo della vita sino al saldo effettivo, e di euro 6332,48 per danni patrimoniali con gli interessi legali e la rivalutazione sino al saldo effettivo;

2)      Rigetta la domanda riconvenzionale di Ufficio Centrale Italiano;

3)      Condanna i convenuti in solido tra loro a rifondere all’attrice le spese di lite, che si liquidano in euro 508,00 per spese ed euro 4500,00 per compensi professionali, oltre a IVA e CPA come per legge, con distrazione ex art. 93 c.p.c. in favore del procuratore antistatario.

Così deciso in Vicenza, il 25.2.2013

Il giudice

Dott. Eloisa Pesenti

 

Spese legali stragiudiziali e danno morale riconosciuti

Giudice di Pace di Padova – Dott.ssa Avv. Fiorenza Crivellaro – Sentenza n. 1005/13

Sinistro stradale – danno morale – compreso nella liquidazione tabellare ex L. 57/2001 – esclusione – spese di assistenza stragiudiziale fornita da agenzia di infortunistica stradale – liquidazione in via equitativa – sussiste

I PASSI SALIENTI DELLA SENTENZA:

“Non essendo il pregiudizio da sofferenza morale contemplato dalla liquidazione tabellare ex lege n. 57/2001, esso va conseguentemente riconosciuto con liquidazione separata

“Infine vanno rifuse le spese di assistenza stragiudiziale; sul punto la Corte di Cassazione ha affermato il principio del diritto ad ottenere la refusione di quanto sostenuto a titolo di assistenza stragiudiziale, in quanto attività “necessitata e giustificata in funzione dell’attività di esercizio stragiudiziale del diritto al risarcimento” (Cass. civ., sez. III, 21 gennaio 2010, n. 997). Così la Suprema Corte: “in caso di sinistro stradale, qualora il danneggiato abbia fatto ricorso all’assistenza di uno studio di assistenza infortunistica stradale ai fini dell’attività stragiudiziale diretta a richiedere il risarcimento del danno asseritamente sofferto al responsabile e al suo assicuratore, nel successivo giudizio instaurato per ottenere il riconoscimento del danno, la configurabilità della spesa sostenuta per avvalersi di detta assistenza come danno emergente non può essere esclusa per il fatto che l’intervento di detto studio non abbia fatto recedere l’assicuratore dalla posizione assunta in ordine all’aspetto della vicenda che era stato oggetto di discussione e di assistenza in sede stragiudiziale, ma va valutata considerando, in relazione all’esito della lite su detto aspetto, se la spesa sia stata necessitata e giustificata in funzione dell’attività di esercizio stragiudiziale del diritto al risarcimento“. L’attività espletata dallo Studio d’infortunistica di cui s’è avvalsa l’attrice ha trovato riscontro probatorio via documentale. La relativa voce di spesa va quindi rifusa e liquidata in via equitativa, anche in ragione del danno liquidato in sede stragiudiziale in € […]”

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