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Mediazione: la parte che non possa (o non voglia) comparire personalmente può farsi sostituire da chiunque MA deve rilasciare a questo scopo una procura notarile (Cass. civ., n. 8473/19)

Cassazione civile, Sez. III, Sentenza del 27-03-2019, n. 8473

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CASSAZIONE

Nel procedimento di mediazione obbligatoria disciplinato dal D.Lgs. n. 28 del 2010 e successive modifiche, è necessaria la comparizione personale delle parti davanti al mediatore, assistite dal difensore. Nella detta comparizione obbligatoria, tuttavia, la parte può anche farsi sostituire da un proprio rappresentante sostanziale, eventualmente nella persona dello stesso difensore che l’assiste nel procedimento di mediazione, purché dotato di apposita procura sostanziale.

LA SENTENZA

(Omissis)

Svolgimento del processo

1.Il giudizio di primo grado.

Nel 2016 Gaia Energy Engineering S.r.l. depositò dinanzi al Tribunale di Udine ricorso ex art. 447-bis c.p.c., rappresentando di aver concesso in locazione un’unità immobiliare sita in (OMISSIS) a Eureka S.r.l. e chiedendo la risoluzione del contratto per mancata prestazione del deposito cauzionale, il rilascio dell’immobile e la condanna della controparte alle spese del giudizio. Eureka si costituì in giudizio, eccependo l’avvenuta costituzione, benchè solo in corso di causa, del deposito cauzionale e l’improcedibilità della domanda per mancato previo esperimento del tentativo obbligatorio di mediazione previsto dal D.Lgs. n. 28 del 2010 e successive modifiche.

Il Giudice assegnò alle parti il termine di 15 giorni per l’avvio della procedura di mediazione D.Lgs. n. 28 del 2010, ex art. 5, con conseguente differimento dell’udienza di discussione.

Gaia avviava la procedura di mediazione; al primo incontro fissato dall’Organismo di mediazione in data 5/07/2016 parteciparono i soli procuratori delle parti, chiedendo un breve rinvio e successivamente questi comunicavano telefonicamente al mediatore l’impossibilità delle parti di raggiungere un accordo stragiudiziale. Il secondo incontro non ebbe mai luogo (nè si fa riferimento, nel ricorso o nella sentenza, all’esistenza di un verbale di mancata conciliazione).

Alla successiva udienza il difensore di Eureka eccepì nuovamente l’improcedibilità della domanda promossa dalla ricorrente sul rilievo che nel procedimento di mediazione non fossero comparse le parti personalmente ma solo i difensori, eccezione alla quale Gaia si oppose.

In sede di precisazione delle conclusioni Gaia, stante l’avvenuta costituzione (benchè tardiva) del deposito cauzionale ad opera della controparte, rinunciò alla domanda di risoluzione del contratto e insistette soltanto per ottenere la condanna di Eureka alla rifusione delle spese legali, liquidate in base al principio della soccombenza virtuale.

Il Tribunale dichiarò cessata la materia del contendere, rilevando, in rito, che non si fosse verificata la condizione di procedibilità della domanda di cui al D.Lgs. n. 28 del 2010, art. 5, comma 1-bis, con conseguente improcedibilità della domanda attorea. Compensò per intero tra le parti le spese di lite, osservando che “entrambe le domande di parte si sono alfine rivelate inammissibili per ragioni di rito”.

  1. L’appello.

Avverso la sentenza n. 1418/2016 del Tribunale di Udine propose appello Gaia, assumendo che la mediazione obbligatoria si fosse effettivamente svolta, avendo le parti legittimamente partecipato al procedimento di mediazione a mezzo dei rispettivi difensori (in particolare asserì che il difensore di Gaia fosse munito di una procura speciale, conferente tutti i poteri per definire e trattare questioni giudiziali e stragiudiziali, e che pertanto lo stesso fosse dotato di rappresentanza formale e sostanziale) e contestando il capo relativo alle spese. Eureka si costituì in giudizio.

La Corte d’appello di Trieste, con la sentenza n. 2010 del 2017 qui impugnata, rigettò l’appello, condannando Gaia al pagamento delle spese del secondo grado di giudizio.

In particolare, il Giudice d’appello affermava che il D.Lgs. n. 28 del 2010, art. 8, prevede la presenza personale delle parti, assistite dal proprio difensore (in tal senso deponendo l’uso della congiunzione “e”, laddove si precisa che il mediatore “invita le parti e i loro avvocati”), atteso che nel primo incontro informativo il mediatore necessita di contatto diretto con le parti sostanziali, al fine di verificare la fattibilità dell’inizio della procedura di mediazione vera e propria; che pertanto, pur potendo la parte farsi rappresentare dal difensore, non sia sufficiente a tal fine una semplice procura speciale alle liti rilasciata ex art. 185 c.p.c., contenente i poteri di transigere e conciliare la lite, trattandosi di procura con valenza processuale e non sostanziale, essendo necessaria una procura speciale notarile che conferisca al difensore la rappresentanza sostanziale della parte; che nel caso di specie peraltro, a prescindere dalla partecipazione personale delle parti, dovesse ritenersi che la mediazione non fosse mai iniziata essendovi stato un primo incontro informativo e preliminare, senza discussione di alcuna questione relativa alla controversia, alla sola presenza degli avvocati, mentre all’incontro successivo fissato al 18/07/2016 per lo svolgimento della mediazione in senso stretto nessuna delle parti si era presentata.

  1. Il giudizio di legittimità. Avverso la sentenza n. 210/2017 della Corte d’appello di Trieste, pubblicata in data 25/05/2017, propone ricorso per Cassazione, con due motivi, Gaia Energy Engineering S.r.l.

Eureka S.r.l. non ha svolto in questa sede attività difensiva.

Motivi della decisione

Con il primo motivo, la ricorrente deduce la violazione del D.Lgs. n. 28 del 2010, artt. 5 e 8 e successive modifiche, nonchè degli artt. 185 e 83 c.p.c. Sostiene che la Corte d’appello, soffermandosi sul solo elemento testuale, abbia stravolto la finalità del tentativo di mediazione previsto a pena di improcedibilità della domanda giudiziale dal D.Lgs. n. 28 del 2010, art. 8; e che tale articolo non preveda un obbligo di partecipazione personale delle parti al procedimento di mediazione al fine di potersi ritenere soddisfatta la condizione di procedibilità, prevedendo solo che la parte debba essere idoneamente informata sulla possibilità, o necessità, a seconda dei casi, di ricorrere alla procedura di mediazione e sulle agevolazioni fiscali che ne derivano, e che possa consapevolmente scegliere di delegare tale adempimento al proprio avvocato.

Aggiunge che se effettivamente la norma imponesse la presenza personale di entrambe le parti, il convenuto sarebbe arbitro di decidere se e quando consentire il perfezionamento della condizione di procedibilità, potendo lo stesso farsi rappresentare dal proprio difensore anzichè presentarsi personalmente.

Evidenzia che, se la sanzione prevista per il comportamento più grave della mancata partecipazione senza giustificato motivo è, D.Lgs. n. 28 del 2010, ex art. 8, la condanna al pagamento del contributo unificato e la possibilità per il Giudice di trarre argomenti di prova dal suddetto comportamento, non potrebbe essere sanzionata con la più grave pena dell’improcedibilità la condotta più lieve della mancata comparizione personale.

Deduce che la Corte d’appello finisca per avallare la tesi da essa stessa respinta laddove afferma che al primo incontro siano comparsi i soli difensori, ma al contempo sostiene (usando peraltro le stesse parole del verbale di intermediazione del 05/07/2016) che “le parti” dichiarano di voler procedere con la mediazione (ciò significando, infatti, che gli avvocati abbiano agito in rappresentanza delle parti); e che non si capisca perchè al primo incontro la procedura di mediazione abbia potuto prendere avvio senza la presenza materiale di Gaia ed Eureka ma al successivo incontro fosse necessaria la loro presenza per poter dare atto dell’esito negativo del procedimento ex D.Lgs. n. 28 del 2010.

La ricorrente contesta inoltre l’individuazione della fonte normativa della procura rilasciata al proprio avvocato nell’art. 185 c.p.c. rubricato “Tentativo di conciliazione” anzichè nell’art. 83 c.p.c. Lamenta infine che, seguendo la tesi ex adverso propugnata, la Corte d’appello avrebbe potuto disporre essa stessa, ai sensi dell’art. 5 D.Lgs. n. 28 del 2010, l’esperimento della mediazione ex lege.

Con il secondo motivo, deduce, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5), l’omesso esame di un fatto decisivo indicato nella procura speciale alle liti, il cui testo non riproduce, ma che indica come prodotta nel giudizio di cassazione come allegato al ricorso, al n. 5.

La ricorrente deduce che il difensore di Gaia, in virtù della procura speciale notarile rilasciata allo stesso e depositata in giudizio, avesse non solo ricevuto procura per rappresentare Gaia in giudizio, ma gli fossero stati conferiti tutti i poteri di disporre dei diritti materiali di Gaia oggetto della causa, anche nelle procedure stragiudiziali qual è quella di cui al D.Lgs. n. 28 del 2010 e quindi che fosse non solo una procura processuale ma contenesse anche il conferimento di poteri sostanziali e che pertanto l’avvocato, munito di una tale procura, fosse legittimato a sostituire la parte nel procedimento di mediazione obbligatoria. Al terzo punto del ricorso, la ricorrente, ad evitare che sulla questione si formi il giudicato, ripropone, fidando nell’accoglimento dei due precedenti motivi, la domanda di condanna alle spese del giudizio di appello dell’avversaria, sulla base della soccombenza virtuale della stessa, con eventuale esame della stessa da parte del giudice del rinvio.

Il ricorso pone per la prima volta a questa Corte la necessità di affrontare alcune questioni in tema di mediazione obbligatoria, introdotta come condizione di procedibilità di una vasta serie di controversie dal D.Lgs. n. 28 del 2010 (Attuazione della L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 60, in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali) e successive modifiche.

In particolare, la questione giuridica che il ricorso impone di risolvere è se, nel suddetto procedimento di mediazione, il cui preventivo esperimento è previsto obbligatoriamente, a pena di improcedibilità, per le controversie nelle materie indicate dal D.Lgs. n. 28 del 2010, art. 5, comma 1 bis, (introdotto dal D.L. 21 giugno 2013, n. 69, art. 84, convertito con modificazioni della L. 9 agosto 2013, n. 98, dopo che la Corte Cost. con sentenza n. 272 del 2012 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del comma 1 del medesimo articolo) e disciplinato, in particolare, dagli artt. 5 e 8 dello stesso, la parte che propone la mediazione sia tenuta a comparire personalmente davanti al mediatore, affinchè il tentativo si possa ritenere compiuto, a pena di improcedibilità dell’azione proposta senza previo esperimento del tentativo di mediazione obbligatoria, o se la stessa possa – e in che modo – farsi sostituire.

Qualora si ammetta che la parte possa farsi sostituire, ovvero che sia un atto delegabile ad altri, occorre individuare i modi e le forme di tale sostituzione, ovvero se possa essere sostituita da chiunque, ed in particolare se possa farsi sostituire anche dal suo avvocato e, qualora si ammetta che possa essere sostituita dal suo avvocato, con quale atto tali poteri possano essere conferiti. Il legislatore con il decreto legislativo menzionato ha cercato di accelerare, se non forzare, la creazione di una cultura di risoluzione alternativa delle controversie, con finalità deflattiva, imponendo per una vasta serie di controversie questa ipotesi di mediazione come obbligatoria, il cui mancato esperimento è stato sanzionato con l’improcedibilità. Dalla lettura delle disposizioni ad essa dedicate, emerge l’adozione di un procedimento deformalizzato che si svolge davanti al mediatore, in cui la miglior garanzia di riuscita era costituita innanzitutto dalla stessa professionalizzazione delle figura del mediatore, e dall’offerta alle parti di un momento di incontro, perchè potessero liberamente discutere prima che le rispettive posizioni risultassero irrigidite dalle posizioni processuali assunte e dalle linee difensive adottate, nonchè da agevolazioni fiscali. Il successo dell’attività di mediazione è riposto nel contatto diretto tra le parti e il mediatore professionale il quale può, grazie alla interlocuzione diretta ed informale con esse, aiutarle a ricostruire i loro rapporti pregressi, ed aiutarle a trovare una soluzione che, al di là delle soluzioni in diritto della eventuale controversia, consenta loro di evitare l’acuirsi della conflittualità e definire amichevolmente una vicenda potenzialmente oppositiva con reciproca soddisfazione, favorendo al contempo la prosecuzione dei rapporti commerciali.

Quanto alla presenza dell’avvocato, essa originariamente non era neppure prevista; è stata infatti introdotta nell’art. 5 dal comma 1 bis, che prevede che chi intenda esercitare l’azione debba promuovere preventivamente la mediazione obbligatoria assistito dal proprio avvocato. Si può osservare che la novella del 2013, che introduce la presenza necessaria dell’avvocato, con l’affiancare all’avvocato esperto in tecniche processuali che “rappresenta” la parte nel processo, l’avvocato esperto in tecniche negoziali che “assiste” la parte nella procedura di mediazione, segna anche la progressiva emersione di una figura professionale nuova, con un ruolo in parte diverso e alla quale si richiede l’acquisizione di ulteriori competenze di tipo relazionale e umano, inclusa la capacità di comprendere gli interessi delle parti al di là delle pretese giuridiche avanzate.

Non è questa la sede per valutare le probabilità di successo delle creazione forzosa di una cultura della mediazione. Occorre prendere atto che la legge impone in una vasta serie di casi, come momento necessario e significativo precedente alla possibilità stessa di introdurre il giudizio, la necessità di esperire la mediazione e sciogliere alcuni nodi del rapporto tra mediazione obbligatoria e giudizio, per individuare quando la condizione di procedibilità possa ritenersi soddisfatta e in particolare se, nel caso di specie, il giudice abbia correttamente ritenuto che l’azione proposta fosse improcedibile (valutazione effettuata ai soli fini della soccombenza virtuale, perchè qui la domanda di merito era stata alla fine rinunciata).

Come si è detto, il legislatore ha previsto e voluto la comparizione personale delle parti dinanzi al mediatore, perchè solo nel dialogo informale e diretto tra parti e mediatore, conta che si possa trovare quella composizione degli opposti interessi satisfattiva al punto da evitare la controversia ed essere più vantaggiosa per entrambe le parti.

Ha imposto quindi alle parti (o meglio, alla parte che intende agire in giudizio) questo impegno preliminare mediante il quale fida di poter evitare (alle parti, e allo Stato più in generale) un buon numero di controversie, ben più onerose e lunghe rispetto ai tempi della mediazione obbligatoria.

L’art. 8, dedicato al procedimento, prevede espressamente che al primo incontro davanti al mediatore debbano essere presenti sia le parti che i loro avvocati.

La previsione della presenza sia delle parti sia degli avvocati comporta che, ai fini della realizzazione delle condizione di procedibilità, la parte non possa evitare di presentarsi davanti al mediatore, inviando soltanto il proprio avvocato.

Tuttavia, la necessità della comparizione personale non comporta che si tratti di attività non delegabile. In mancanza di una previsione espressa in tal senso, e non avendo natura di atto strettamente personale, deve ritenersi che si tratti di attività delegabile ad altri. Laddove, per la rilevanza della partecipazione, o della mancata partecipazione, ad alcuni momenti processuali, o per l’attribuzione di un particolare valore alle dichiarazioni rese dalla parte, la legge non ha ritenuto che la parte potesse farsi sostituire, attribuendo un disvalore, o un preciso significato alla sua mancata comparizione di persona, lo ha previsto espressamente (v. art. 231 c.p.c., sulla risposta all’interrogatorio formale: “La parte interrogata deve rispondere personalmente” e il successivo art. 232 che fa discendere precise conseguenze alla mancata presentazione della parte a rendere interrogatorio): v. Cass. n. 15195 del 2000: “L’interrogatorio formale non può essere reso a mezzo di procuratore speciale atteso che il soggetto cui è deferito deve rispondere ad esso oralmente e personalmente, in base all’art. 231 c.p.c..

Non è previsto, nè escluso che la delega possa essere conferita al proprio difensore.

Deve quindi ritenersi che la parte (in particolare, la parte che intende iniziare l’azione, ma identico discorso vale per la controparte), che per sua scelta o per impossibilità non possa partecipare personalmente ad un incontro di mediazione, possa farsi sostituire da una persona a sua scelta e quindi anche ma non solo – dal suo difensore.

Allo scopo di validamente delegare un terzo alla partecipazione alle attività di mediazione, la parte deve conferirgli tale potere mediante una procura avente lo specifico oggetto della partecipazione alla mediazione e il conferimento del potere di disporre dei diritti sostanziali che ne sono oggetto (ovvero, deve essere presente un rappresentante a conoscenza dei fatti e fornito dei poteri per la soluzione della controversia, come previsto dal progetto della Commissione Alpa sulla riforma delle ADR all’art. 84). Quindi il potere di sostituire a sè stesso qualcun altro per la partecipazione alla mediazione può essere conferito con una procura speciale sostanziale.

Ne consegue che, sebbene la parte possa farsi sostituire dal difensore nel partecipare al procedimento di mediazione, in quanto ciò non è auspicato, ma non è neppure escluso dalla legge, non può conferire tale potere con la procura conferita al difensore e da questi autenticata, benchè possa conferirgli con essa ogni più ampio potere processuale.

Per questo motivo, se sceglie di farsi sostituire dal difensore, la procura speciale rilasciata allo scopo non può essere autenticata dal difensore, perchè il conferimento del potere di partecipare in sua sostituzione alla mediazione non fa parte dei possibili contenuti della procura alle liti autenticabili direttamente dal difensore.

Perciò, la parte che non voglia o non possa partecipare personalmente alla mediazione può farsi liberamente sostituire, da chiunque e quindi anche dal proprio difensore, ma deve rilasciare a questo scopo una procura sostanziale, che non rientra nei poteri di autentica dell’avvocato neppure se il potere è conferito allo stesso professionista.

Ciò detto, il primo motivo è infondato, il secondo inammissibile laddove tendente ad una diretta interpretazione dell’atto (la procura) da parte della Corte.

La sentenza impugnata si è attenuta infatti ai principi di diritto sopra enunciati.

Ha ritenuto che la presenza della parte sia necessaria davanti al mediatore, e che tuttavia essa potesse essere sostituita, eventualmente anche dall’avvocato.

Ha del pari ritenuto, esaminando la procura notarile rilasciata in favore dell’avvocato Onesti ed oggi prodotta in allegato al ricorso per cassazione, che l’atto di conferimento di potere pur avendo la forma della procura notarile fosse in realtà una semplice, benchè ampia, procura alle liti, comprensiva di ogni potere giudiziale e stragiudiziale ed anche del potere di conciliare la controversia (da qui il richiamo corretto all’art. 185 c.p.c.), ma comunque una procura dal valore meramente processuale, che non attribuiva all’avvocato la rappresentanza sostanziale della parte.

C’è poi un altro passaggio motivazionale che merita attenzione.

Lo stesso non è direttamente censurato e quindi, di per sè avrebbe potuto condurre al rigetto del ricorso in quanto la decisione poteva fondarsi su tale autonoma ratio decidendi non impugnata.

Esso consente di esaminare e sciogliere un altro degli interrogativi che la nuova disciplina pone, e dei punti in cui si stanno registrando orientamenti non convergenti nelle ormai numerose sentenze di merito che si sono già occupate della mediazione obbligatoria.

La corte d’appello ha ritenuto che, non essendosi le parti presentate al primo incontro, solamente informativo e preliminare, che si era svolto alla presenza dei soli avvocati, e non avendo mai avuto luogo il secondo incontro, perchè le parti avevano comunicato preventivamente e oralmente al mediatore, a mezzo dei rispettivi avvocati, l’impossibilità di pervenire ad un accordo, la mediazione di fatto non si fosse svolta. Ha ritenuto, di conseguenza (ai limitati fini della soccombenza virtuale) che la condizione di procedibilità non si fosse verificata.

La seconda questione da risolvere è dunque quella del quando: quando si può ritenere che il tentativo di mediazione obbligatoria sia utilmente concluso, ai fini di ritenere soddisfatta la condizione di procedibilità? E’ sufficiente che le parti compaiano, assistite dai loro avvocati, per il primo incontro davanti al mediatore o è necessario che si dia effettivo corso alla mediazione. In altri termini, è sufficiente che il futuro attore (o l’attuale attore, come nel nostro caso, qualora le parti siano stata rimesse in mediazione dal giudice, a causa già iniziata) sia fisicamente presente, in proprio o delegando la presenza ad altra persona, e possa, finite la formalità preliminari illustrative delle finalità e delle modalità della mediazione, limitarsi comunicare al mediatore di non aver nessuna intenzione di procedere oltre e di provare a trovare una soluzione, o è necessario che la mediazione sia “effettiva”, che le parti provino quanto meno a discutere per trovare una soluzione, per poi poter dare atto a verbale della impossibilità di addivenire ad una soluzione positiva? Sia l’argomento letterale – il testo dell’art. 8 – che l’argomento sistematico la necessità di interpretare la presente ipotesi di giurisdizione condizionata in modo non estensivo, ovvero in modo da non rendere eccessivamente complesso o dilazionato l’accesso alla tutela giurisdizionale – depongono nel senso che l’onere della parte che intenda agire in giudizio (o che, avendo agito, si sia vista opporre il mancato preventivo esperimento della mediazione e sia stata rimessa davanti al mediatore dal giudice) di dar corso alla mediazione obbligatoria possa ritenersi adempiuto con l’avvio della procedura di mediazione e con la comparizione al primo incontro davanti al mediatore, all’esito del quale, ricevute dal mediatore le necessarie informazioni in merito alla funzione e alle modalità di svolgimento della mediazione, può liberamente manifestare il suo parere negativo sulla possibilità di utilmente iniziare (rectius proseguire) la procedura di mediazione.

In questo senso depongono sia la struttura del procedimento, disciplinata dall’art. 8 e suddivisa in un primo incontro preliminare davanti al mediatore (“Durante il primo incontro il mediatore chiarisce alle parti la funzione e le modalità di svolgimento della mediazione. Il mediatore, sempre nello stesso primo incontro, invita poi le parti e i loro avvocati a esprimersi sulla possibilità di iniziare la procedura di mediazione e, nel caso positivo, procede con lo svolgimento.”) e in uno o più incontri successivi di effettivo svolgimento della mediazione. Solo se le parti gli danno il via per procedere alla successiva fase di discussione, il mediatore andrà avanti, interloquendo con le parti fino a proporre o a far loro proporre una possibile soluzione, altrimenti si arresterà alla fase preliminare (all’esito della quale sono dovute solo le spese, e non anche il compenso del mediatore).

Non andrà in ogni caso avanti, dando atto dell’esito negativo della mediazione, se il potenziale convenuto non compare, o se compare e dichiara di non essere interessato alla mediazione. Di questo comportamento si potrà eventualmente tenere conto nel successivo giudizio, come prevede il comma 4 bis dell’art. 8 (“Dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione, il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio ai sensi dell’art. 116 c.p.c., comma 2. Il giudice condanna la parte costituita che, nei casi previsti dall’art. 5, non ha partecipato al procedimento senza giustificato motivo, al versamento all’entrata del bilancio dello Stato di una somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto per il giudizio.”).

Se anche il convenuto compare ed è l’attore che dichiara di non intendere impegnarsi nella mediazione deve ritenersi che il mediatore debba prenderne atto e che l’attività si concluda anche in questo caso al termine dell’incontro preliminare, che la mediazione sia stata esperita e che abbia dato esito negativo, e che quindi la condizione di procedibilità sia soddisfatta.

Quindi, è richiesta l’attivazione del procedimento di mediazione, la scelta del mediatore, la convocazione della controparte; è richiesta oltre la comparizione personale davanti al mediatore (con le possibilità alternative sopra enunciate) e la partecipazione al primo incontro, nel corso del quale la parte riottosa può liberamente convincersi di provare effettivamente e fino in fondo la strada della soluzione alternativa alla controversia. Non può invece ritenersi che al fine di ritenere soddisfatta la condizione di procedibilità sia necessario pretendere dalla parte anche un impegno in positivo ad impegnarsi in una discussione alternativa rispetto al giudizio.

Non costituisce per contro idonea modalità di svolgimento della mediazione la mera comunicazione di aver sondato l’altra parte ed avere concordemente escluso la possibilità di addivenire ad un accordo, perchè in questo modo si elude l’onere di comparire personalmente davanti al mediatore e di partecipare al primo incontro.

Nel caso di specie, la corte d’appello ha ritenuto che non si sia arrivati neppure a questa fase, perchè le parti non sono mai comparse, personalmente o idoneamente rappresentate, davanti al mediatore, tant’è che non è stato neppure redatto un verbale negativo.

Il ricorso va complessivamente rigettato. I principi di diritto enunciati possono essere riepilogati come segue:

– nel procedimento di mediazione obbligatoria disciplinato dal D.Lgs. n. 28 del 2010 e successive modifiche, è necessaria la comparizione personale delle parti davanti al mediatore, assistite dal difensore;

– nella comparizione obbligatoria davanti al mediatore la parte può anche farsi sostituire da un proprio rappresentante sostanziale, eventualmente nella persona dello stesso difensore che l’assiste nel procedimento di mediazione, purchè dotato di apposita procura sostanziale;

– la condizione di procedibilità può ritenersi realizzata alla termine del primo incontro davanti al mediatore, qualora una o entrambe le parti, richieste dal mediatore dopo essere state adeguatamente informate sulla mediazione, comunichino la propria indisponibilità di procedere oltre.

Nulla sulle spese, in difetto di attività processuale da parte dell’intimata.

Il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, e la ricorrente risulta soccombente, pertanto è gravata dall’obbligo di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di cassazione, il 6 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 27 marzo 2019

PRIVACY: Guida al nuovo Regolamento GDPR (Novità – obblighi – sanzioni)

GDPR –  PRIVACY

(a cura del Dott. Marco Martinoia)

Premessa

Il prossimo 25 maggio viene sancita l’obbligatorietà del Regolamento comunitario (UE) 2016/679 che regolamenta la protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali (qualsiasi informazione riguardante una persona fisica identificata o identificabile), nonché alla libera circolazione degli stessi, denominato GDPR (General Data Protection Regulation).

Nonostante la diretta applicabilità e vincolatività del Regolamento del 27 aprile 2016, ai Paesi UE, sono stati concessi due anni di tempo per l’eventuale opera di adattamento degli ordinamenti interni.[1]

In Italia, il Parlamento, con la legge 25 ottobre 2017, n. 163, ha delegato il Governo ad armonizzare il Codice per la protezione dei dati personali con il GDPR, lasciando 6 mesi di tempo per effettuare tali modifiche.

In altri termini, con il GDPR l’Unione europea ha voluto fornire una cornice giuridica alla disciplina della privacy per tutti i Paesi membri[2]: risposta resasi inevitabile dall’enorme sviluppo dell’economia digitale in questa nuova era tecnologica.

1. Le novità.

In primo luogo, risulta di fondamentale importanza evidenziare che, come espresso dalla Commissione europea al Parlamento ed al Consiglio (Bruxelles, 24.01.2018): “Il regolamento non ha modificato in modo sostanziale i concetti e i principi fondamentali della legislazione in materia di protezione dei dati introdotta nel 1995. La grande maggioranza dei titolari del trattamento e dei responsabili del trattamento che rispettano già le attuali disposizioni dell’UE non dovrà quindi introdurre importanti modifiche nelle proprie operazioni di trattamento dei dati per conformarsi al regolamento”.[3]

Il Regolamento pone l’accento sulla responsabilizzazione dei c.d. “titolari del trattamento”, ossia privati, aziende e pubbliche amministrazioni che gestiscono “massivamente” dati personali (es. informazioni sui propri dipendenti e clienti)[4] e che, pertanto, devono dimostrare la conformità del trattamento (es. rilevazione presenze, videosorveglianza, cookie per i siti web) alla nuova disciplina.

In primo luogo, il GDPR ha regolamentato due importanti principi generali di accountability:

  • Privacy by default = ogni soggetto/azienda (titolare del trattamento) deve necessariamente dotarsi (di default, ossia, prima di procedere al trattamento vero e proprio) di misure tecniche ed organizzative idonee a proteggere i dati personali ed evitare il rischio di una loro violazione;
  • Privacy by design = ogni soggetto/azienda (titolare del trattamento) deve realizzare una valutazione preventiva d’impatto e di gestione del rischio privacy legato al trattamento dei dati personali con cui viene in contatto[5] (a mero titolo esemplificativo: descrizione del trattamento, valutazione della necessità e proporzionalità del trattamento, analisi dei rischi specifici per i diritti e le libertà, stima delle conseguenze, misure previste per affrontare i rischi, documentazione monitoraggio regolare e sistematico).

È, inoltre, importante ricordare che il rischio non si riferisce al titolare ma al soggetto interessato (utente).[6]

Il GDPR, con i suoi 99 articoli, oltre a prevedere nuovi adempimenti per i titolari del trattamento, rafforza la tutela della riservatezza degli interessati (soggetti cui si riferiscono i dati trattati):

  • introducendo regole più chiare sull’informativa, sul consenso informato e sull’esercizio dei diritti degli interessati (es. diritto di essere informati sulle violazioni dei propri dati personali – data breaches notification);
  • garantendo che il consenso del soggetto interessato al trattamento dei dati personali sia sempre preventivo ed inequivocabile (anche se espresso con mezzi elettronici) ed assicurando agli interessati la possibilità di revocare in ogni momento il consenso a determinati trattamenti;[7]
  • definendo nello specifico i limiti al trattamento automatizzato dei dati ed al loro trasferimento al di fuori dell’Ue;
  • novellando la disciplina su tematiche di estrema importanza per l’interessato come il diritto d’accesso facilitato (gratuito), la portabilità dei dati personali (per trasferirli da un titolare del trattamento ad un altro), il diritto di opposizione, di rettifica, di cancellazione ed il diritto all’oblio (art. 17).[8]

2. I principali obblighi per i titolari del trattamento

Oltre al rispetto dei su richiamati principi generali (privacy by default e privacy by design), i più significativi obblighi introdotti per i titolari del trattamento sono:

La richiesta di consenso in forma chiara (articolo 7).

Rispetto alle lunghissime informative ancora utilizzate tutt’oggi, le informazioni dirette all’interessato circa le modalità di trattamento dei suoi dati devono essere fornite dal titolare “in modo chiaramente distinguibile dalle altre materie, in forma comprensibile e facilmente accessibile, utilizzando un linguaggio semplice e chiaro”.[9]

Il requisito essenziale della forma scritta lascia spazio ad anche altre forme di manifestazioni della volontà maggiormente compatibili con il progresso tecnologico.[10]

L’istituzione di un registro delle attività (articolo 30).

Tra le novità previste per i titolari, emerge l’obbligo di tenuta del registro delle attività di trattamento in cui devono essere specificate:

  • I riferimenti del titolare del trattamento e, ove applicabile, del contitolare del trattamento, del rappresentante del titolare del trattamento e del responsabile della protezione dei dati (DPO);
  • le finalità dell’elaborazione dei dati;
  • i destinatari degli stessi (compresi Paesi terzi od organizzazioni internazionali);
  • la scadenza per la loro cancellazione (termine ultimo per il trattamento).[11]

I registri devono essere tenuti in forma scritta o in formato elettronico e, se richiesti, devono essere messi a disposizione dell’Autorità di controllo.

Il paragrafo 5 dell’art. 30 prevede che gli obblighi in esame non si applicano alle imprese o organizzazioni con meno di 250 dipendenti, a meno che il trattamento che esse effettuano possa presentare un rischio per i diritti e le libertà dell’interessato, il trattamento non sia occasionale o includa il trattamento di categorie particolari di dati o i dati personali relativi a condanne penali e a reati. [12]

È stato recentemente istituito il “Gruppo Art. 29”, organismo consultivo e indipendente, composto da un rappresentante delle autorità di protezione dei dati personali designate da ciascuno Stato membro, dal GEPD (Garante europeo della protezione dei dati), nonché da un rappresentante della Commissione al fine di dirimere i contrasti in ordine all’interpretazione dell’art. 30.

Il Gruppo sostiene che la tenuta di tale registro non comporti oneri particolarmente gravosi a carico delle piccole/medie imprese ma diventa estremamente utile per il titolare/responsabile nelle analisi delle attività di trattamento dei dati (privacy by design) essenziali per dimostrare la concreta osservanza agli altri adempimenti previsti dal GDPR.[13]

La notifica delle violazioni entro 72 ore (articolo 33)

In caso di data breach (letteralmente violazione dei dati) il Regolamento in commento introduce l’obbligo per il titolare di comunicazione al Garante ed agli interessati “entro 72 ore dal momento in cui ne è venuto a conoscenza, a meno che sia improbabile che la violazione dei dati personali presenti un rischio per i diritti e le libertà delle persone fisiche»[14] offrendo indicazioni su come intende limitare i danni.

In ogni caso, tutti i Titolari di trattamento devono documentare le violazioni di dati personali subite, anche se non notificate all’autorità di controllo e non comunicate agli interessati, nonché le relative circostanze e conseguenze ed i provvedimenti adottati (essendo tenuti a fornire tale documentazione se richiesto dal Garante).

La nomina di un DPO (Data Protection Officer – artt. 37 -39).

Il GDPR prevede, inoltre, la creazione della figura del responsabile della protezione dei dati (già in uso in alcuni Paesi) che può considerarsi uno strumento di Accontability come le valutazioni di impatto (privacy by design).

Il DPO deve essere in possesso di specifici requisiti come competenza (della normativa e delle prassi in materia di dati personali nonché delle norme e delle procedure amministrative che caratterizzano il settore), autonomia di risorse, assenza di conflitti di interesse ed in piena indipendenza.

Avendo riguardo alla specifica struttura organizzativa, alla dimensione e alle attività del singolo titolare o responsabile del trattamento, il DPO si occuperà di:

  • informare e fornire consulenza al titolare o al responsabile del trattamento necessaria per progettare, organizzare e mantenere efficiente il sistema di gestione dei dati personali;
  • sorvegliare l’attuazione e l’applicazione del Regolamento ed in generale della normativa vigente in materia di privacy;
  • sensibilizzare e formare il personale;
  • fornire, se richiesto, pareri circa l’impatto della protezione dei dati e sorvegliarne lo svolgimento;
  • fungere da contatto diretto per qualsiasi problema degli interessati rispetto all’esercizio dei loro diritti e verso l’Autorità (e proprio per questo, il suo nominativo va comunicato al Garante).[15]

Non è necessario che il soggetto sia in possesso di specifiche attestazioni formali o iscritto in appositi albi. Con questa designazione il titolare/responsabile del trattamento non è liberato dalle sue responsabilità in materia di protezione dei dati.

Il ruolo di DPO può essere ricoperto anche da un soggetto esterno (anche una persona giuridica) alla struttura interessata, che opererà in base a un contratto di servizi nel quale verranno indicati i compiti attribuiti e le risorse assegnate allo stesso. [16]

Il Garante per la protezione dei dati personali ha, da poco, specificato quali sono i soggetti privati (aziende e professionisti) obbligati alla nomina di un DPO.[17]

L’organismo consultivo “Gruppo Art. 29”, su richiamato, sostiene che, col tempo, verranno via via individuati alcuni standard utili a specificare chi rientra o meno nelle categorie relative al trattamento di dati per “larga scala” e ritiene che, nel frattempo, l’atteggiamento più prudente sia quello di nominare un DPO nei casi “dubbi”.[18]

3. Sanzioni

All’indipendente Autorità di controllo (Garante per la protezione dei dati personali) sono conferiti ampi poteri di indagine, correttivi, autorizzativi e consultivi (art. 58) oltre al potere di infliggere sanzioni amministrative pecuniarie (art. 83) che verranno prossimamente disciplinate nel dettaglio dal Legislatore.

In caso di violazione della disciplina sul trattamento dei dati personali, infatti, il Regolamento prevede delle gravi sanzioni:

fino a un massimo di 10 milioni di euro o, per le imprese, il 2% del fatturato (se superiore) – per l’inosservanza di principi come la privacy by design o la carenza di misure adatte a garantire un buon standard di sicurezza.

- fino a un massimo di 20 milioni o il 4% del fatturato – per la trasgressione dei principi fondamentali, come la negazione del diritto all’oblio (richiesta di cancellazione dei propri dati) o l’opacità nella richiesta di consenso dei dati.[19]

È probabile, anche se non ancora ufficiale, che il Garante per la protezione dei dati personali dovrebbe consentire un periodo di “tolleranza” di sei mesi alle aziende che, comunque, dimostrino di aver avviato un piano di gestione del rischio privacy in osservanza del GDPR.

Fermo restando che chiunque (persona fisica) subisca un danno causato da una violazione del Regolamento in esame ha il diritto di ottenere il risarcimento del danno dal Titolare del trattamento.

Conclusioni

Le imprese e le PA devono considerare l’attuazione del GDPR non come un costo ma come un investimento fondamentale per sviluppare il proprio futuro nell’attuale mercato globalizzato e digitalizzato.

Proteggere i dati, infatti, non significa solo tutelare i propri utenti ma, soprattutto, assicurare la qualità del trattamento in un’ottica di continua crescita informatico-digitale della propria struttura aziendale e/o amministrativa.

___________________

[1] Così, N. Menegolli, Obliterazione digitale. Il diritto di essere dimenticati tra UE e USA, Tesi di Laurea.

[2] Cfr. F. Piraino, Il regolamento generale sulla protezione dei dati personali e i diritti dell’interessato in Le nuove leggi civili commentate 2/2017.

[3] Si veda, A. Lisi, Slide al Webinar, GDPR Countdown: le 10 cose indispensabili da sapere per provare ad adeguarsi, Euroconference.

[4] In tal senso, A. Magnani, Privacy, che cos’è il Gdpr e perché ci riguarda, Ilsole24ore, 02.05.2018.

[5] Sul punto, C. Samperisi, Responsabile protezione dati: chi è e chi deve nominarlo?, in Business.laleggepertutti.it.

[6] Così A. Lisi, ivi.

[7] Sul punto, C. Samperisi, ivi.

[8] Cfr., Privacy: il Nuovo Regolamento Europeo sulla Protezione dei Dati Personali, StudioCerbone.com.

[9] Si veda, A. Magnani, ivi.

[10] Così, A. Nenzioni, Consenso al trattamento dati nel passaggio al GDPR: gli adempimenti prima del 25 maggio 2018, in Quotidiano giuridico del 14.02.2018.

[11] In tal senso, A. Magnani, ivi.

[12]  Cfr., Privacy, come tenere il registro delle attività secondo il Gdpr, in LeggiOggi.it, 26.04.2018.

[13] Così, Privacy: il Nuovo Regolamento Europeo sulla Protezione dei Dati Personali, StudioCerbone.com.

[14] Sul punto, A. Magnani, ivi.

[15] In tal senso, N. Menegolli, ivi.

[16] Si veda, Garante per la protezione dei dati personali, Nuove FAQ sul responsabile della protezione dei dati in ambito privato.

[17] Sono tenuti alla designazione del responsabile della protezione dei dati personali il titolare e il responsabile del trattamento che rientrino nei casi previsti dall’art. 37, par. 1, lett. b) e c), del Regolamento (UE) 2016/679. Si tratta di soggetti le cui principali attività (in primis, le attività c.d. di “core business”) consistono in trattamenti che richiedono il monitoraggio regolare e sistematico degli interessati su larga scala o in trattamenti su larga scala di categorie particolari di dati personali o di dati relative a condanne penali e a reati. Il diritto dell’Unione o degli Stati membri può prevedere ulteriori casi di designazione obbligatoria del responsabile della protezione dei dati (art. 37, par. 4).

Ricorrendo i suddetti presupposti, sono tenuti alla nomina, a titolo esemplificativo e non esaustivo: istituti di credito; imprese assicurative; sistemi di informazione creditizia; società finanziarie; società di informazioni commerciali; società di revisione contabile; società di recupero crediti; istituti di vigilanza; partiti e movimenti politici; sindacati; caf e patronati; società operanti nel settore delle “utilities” (telecomunicazioni, distribuzione di energia elettrica o gas); imprese di somministrazione di lavoro e ricerca del personale; società operanti nel settore della cura della salute, della prevenzione/diagnostica sanitaria quali ospedali privati, terme, laboratori di analisi mediche e centri di riabilitazione; società di call center; società che forniscono servizi informatici; società che erogano servizi televisivi a pagamento.

Nei casi diversi da quelli previsti dall’art. 37, par. 1, lett. b) e c), del Regolamento (UE) 2016/679, la designazione del responsabile del trattamento non è obbligatoria (ad esempio, in relazione a trattamenti effettuati da liberi professionisti operanti in forma individuale; agenti, rappresentanti e mediatori operanti non su larga scala; imprese individuali o familiari; piccole e medie imprese, con riferimento ai trattamenti dei dati personali connessi alla gestione corrente dei rapporti con fornitori e dipendenti).

In ogni caso, resta comunque raccomandata, anche alla luce del principio di “accountability” che permea il Regolamento, la designazione di tale figura, i cui criteri di nomina, in tale evenienza, rimangono gli stessi sopra indicati. – Cfr. Garante per la protezione dei dati personali, ivi.

[18] Così, D. Lesce e V. De Lucia, Quando è obbligatoria la nomina di un data protection officer? I chiarimenti dell’”article 29 worgink party” sul regolamento europeo, in Diritto24, Ilsole24ore.it.

[19] Così, A. Magnani, ivi

Rosatellum bis: la nuova legge elettorale

Rosatellum bis: la nuova legge elettorale

(a cura del Dott. Marco Martinoia)

Il prossimo 4 marzo 2018, dalle ore 07.00 alle 23.00, i cittadini aventi diritto sono chiamati alle urne per rinnovare i seggi del Parlamento, esprimendo il proprio voto secondo la nuova legge elettorale.

L’11 novembre scorso, infatti, è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la Legge 3 novembre 2017, n. 165, recante “Modifiche al sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Delega al Governo per la determinazione dei collegi elettorali uninominali e plurinominali”.

Si tratta del c.d. “Rosatellum bis”, dal nome del deputato relatore, Ettore Rosato.[1]

  • Sistema misto maggioritario – proporzionale

Il nuovo sistema elettorale ha introdotto un sistema misto, proporzionale e maggioritario: elezione di circa due terzi dei parlamentari con sistema proporzionale di lista (386 seggi alla Camera e 193 al Senato) e di circa un terzo con sistema maggioritario in collegi uninominali (232 seggi alla Camera e 116 al Senato) oltre a 12 deputati e 6 senatori che vengono eletti nella circoscrizione estero con le regole previgenti.[2]

Alla Camera la ripartizione dei seggi tra le liste è su base nazionale (suddiviso in 28 circoscrizioni), mentre al Senato su base regionale conformemente alla previsione di cui all’art. 57 Cost..[3]

Sia alla Camera che al Senato i partiti o i gruppi politici organizzati possono presentarsi come lista singola o in coalizione (quest’ultima deve essere unica a livello nazionale).

I partiti in coalizione presentano candidati unitari nei collegi uninominali.

Plurinominale – proporzionale di lista

Più seggi in ogni collegio vengono divisi in modo proporzionale ai voti presi dalle coalizioni o dai partiti che hanno superato le soglie di sbarramento.

I candidati della lista proporzionale sono eletti nell’ordine in cui compaiono sulla  scheda elettorale.

Uninominale – maggioritario

In ogni collegio uninominale le coalizioni o i partiti candidano una sola persona.

Il candidato che, in quel collegio, ha ricevuto anche solo un voto più dei suoi avversari viene eletto (sistema inventato storicamente in Gran Bretagna e tuttora molto diffuso in vari Paesi anglosassoni).

In caso di parità è eletto il più giovane per età (art. 77 TU Camera; art. 16 TU Senato).[4]

La nuova legge elettorale permette le candidature multiple: si potrà, quindi, essere candidati in un seggio uninominale e in un massimo di cinque collegi proporzionali.

In caso di elezione in più collegi, il candidato si ritiene eletto nel collegio uninominale, oppure nel collegio proporzionale dove la sua lista ha ottenuto la percentuale minore di voti.

  • Chi vota

Per la Camera (scheda rosa) chi ha già compiuto 18 anni e per il Senato (scheda gialla) solo chi ne ha già compiuti 25.

  • Come è fatta la scheda elettorale

Per quanto riguarda le modalità di espressione del voto: i modelli delle due schede sono identici sia per la Camera che per il Senato.

Ogni scheda elettorale è divisa in più aree, separate tra loro, ognuna corrispondente ad un partito o ad una coalizione.

Nella parte alta di ciascuna area è inserito un rettangolo con il nome del candidato scelto dal partito o dalla coalizione (al collegio uninominale ogni coalizione deve presentare un solo candidato).

Sotto al rettangolo del candidato, poi, sono riportati, uno o più simboli dei partiti che lo sostengono e, di fianco al contrassegno di ogni partito, si trovano i nomi dei candidati per la lista proporzionale (collegio plurinominale): minimo due e massimo quattro (artt. 31 e 58 TU Camera; artt. 11 e 14 TU Senato).[5]

Sono le singole liste dei candidati dei partiti che a loro volta sostengono il candidato di cui sopra.

(Clicca sulle immagini per ingrandire)

(Fonte: http://www.interno.gov.it/it/speciali/elezioni-2018)

  • Come si vota

Il voto è espresso tracciando un segno sul simbolo del partito preferito.

Il voto così espresso a favore della lista nel collegio plurinominale (proporzionale) viene esteso anche al candidato sostenuto da quel partito (o coalizione) nel collegio uninominale (maggioritario).

Qualora il segno sia tracciato solo sul rettangolo contenente il nominativo del candidato nel collegio uninominale, il voto si estende al partito che lo sostiene e, nel caso di più liste collegate in coalizione, il voto verrà distribuito in maniera corrispondente ai voti già ottenuti singolarmente dai diversi partiti.[6]

L’articolo 59-bis d.P.R. n. 361/1957 (come novellato dall’art.1, comma 21, della legge n.165/2017) specifica altresì che, se l’elettore traccia un segno sul rettangolo del candidato al collegio uninominale ed un segno sul simbolo del partito preferito, il voto è comunque valido a favore sia del candidato uninominale sia della lista collegata.

Non è previsto voto disgiunto.

Una volta scelto un candidato uninominale, è possibile scegliere solo e soltanto una delle liste che lo appoggiano: se si traccia un segno sul nominativo del candidato uninominale e un segno su un partito non collegato, il voto è nullo.

Non sono previste preferenze.

La lista dei nomi posta a fianco al simbolo del partito è solo informativa: non si può scegliere a quale candidato della stessa dare il vostro voto; anzi, aggiungendo altri segni sui nomi dei candidati, si rischia di vedere annullato il proprio voto.

Sono, quindi, le segreterie di partito a predeterminare, decidendo l’ordine di lista, chi entra in Parlamento, limitando così il ruolo dell’elettore.[7]

Ogni altro modo difforme di espressione del voto, comunque, ne determina la nullità nel caso in cui sia manifesta l’intenzione di annullare la scheda o di rendere riconoscibile il voto.[8]

  • Soglie di sbarramento

Le soglie di sbarramento sono del 3% a livello nazionale per le liste singole e del 10% a livello nazionale per le coalizioni (al cui interno almeno una lista deve aver superato il 3% a livello nazionale).

Se una lista che fa parte di una coalizione non riceve il 3% a livello nazionale, non elegge nessun parlamentare: se ottiene però più dell’1%, i voti che ha raccolto vengono distribuiti tra i suoi alleati.

Le liste che non raggiungono neanche l’1%, invece, non portano voti al loro schieramento (sostanzialmente vanno dispersi).

Tuttavia, il candidato che viene eletto in un collegio maggioritario (uninominale) manterrà il suo seggio anche se appartiene ad un partito escluso dalla suddetta ripartizione proporzionale.[9]

Infine, specifiche disposizioni garantiscono le minoranze linguistiche: la soglia prevista è in tal caso pari al 20% a livello regionale o aver eletto almeno due candidati nei collegi uninominali (art. 83 TU Camera; art. 17 TU Senato).

  • Parità di genere (art. 18-bis TU Camera; art. 9 TU Senato)

Nelle liste dei collegi plurinominali i candidati devono essere collocati, a pena di inammissibilità, secondo un ordine alternato di genere.

Al contempo, nel complesso delle candidature presentate da ogni lista o coalizione (a livello nazionale) nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60% con arrotondamento all’unità più prossima.[10]

  • Valutazione complessiva del nuovo sistema elettorale

Il sistema misto, introdotto con la legge in esame, combina collegi uninominali e liste di partito (modello definito Mixed-Member electoral systems).

Esso, da un lato, mira a separare le due componenti (in quanto ciascuna produce effetti suoi propri) e, dall’altro, le connette (mediante il voto unico) con l’obiettivo mediato di “riproporzionalizzare” il risultato finale (come accade in maniera simile anche in Germania).

L’ elemento maggioritario del sistema in esame rafforzerà il partito (o la coalizione) che otterrà la maggioranza relativa dei voti in più collegi uninominali, “strappando”, così, il c.d. premio di maggioranza che ciascun collegio porta con sé.

Il ritorno ai collegi uninominali, inoltre, potrebbe aiutare a ricostituire un rapporto di fiducia fra gli elettori ed i loro rappresentanti.[11]

 

[1] Cfr.“Rosatellum: il testo della nuova legge elettorale in Gazzetta”, in Altalex, 13.11.2017.

[2] Così, M. Olivetti, “Rosatellum bis: la nuova legge elettorale in G.U.”, in Quotidiano giuridico, 13.11.2017.

[3] Sul punto, “Rosatellum: il testo della nuova legge elettorale in Gazzetta”, in Altalex, 13.11.2017.

[4] Cfr. Modifiche al sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Legge 3 novembre 2017, n. 165”, Dossier Camera dei deputati, 27.11.2017.

[5] Si veda, V. Zeppilli, “Elezioni 4 marzo: guida pratica al voto”, in Studio Cataldi il diritto quotidiano, 05.02.2018.

[6] Così, se in un dato collegio uninominale il candidato della coalizione “X” nel collegio sarà collegato alle  liste di “A”, “B” e “C” e se tali liste avranno ottenuto rispettivamente il 60, il 30 e il 10 % dei voti conseguiti complessivamente dalla coalizione “X”, in  tale  collegio, i voti attribuiti solo al candidato del collegio  uninominale saranno ripartiti per quota fra le liste collegate “A”, “B” e “C”, seguendo la divisione  percentuale ottenuta nel collegio dalle liste (60-30-10) – Cfr. M. Olivetti, “Rosatellum bis: la nuova legge elettorale in G.U.”, in Quotidiano giuridico, 13.11.2017.

[7] Sul punto, A. Puthod, “Rosatellum, come funziona la legge elettorale”, in Formiche.net, 21.01.2018.

[8] Le modalità di voto sono riportate anche nella parte esterna della scheda elettorale – Si veda, “Modifiche al sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Legge 3 novembre 2017, n. 165”, Dossier Camera dei deputati, 27.11.2017.

[9] Così, V. Zeppilli, “Elezioni 4 marzo: guida pratica al voto”, in Studio Cataldi il diritto quotidiano, 05.02.2018.

[10] Cfr. “Modifiche al sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Legge 3 novembre 2017, n. 165”, Dossier Camera dei deputati, 27.11.2017.

[11] Sul punto si veda, M. Olivetti, “Rosatellum bis: la nuova legge elettorale in G.U.”, in Quotidiano giuridico, 13.11.2017.