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Archivio per categoria Convivenza more uxorio-Famiglia di fatto

Divorzio congiunto: una nuova convivenza more uxorio non fa perdere automaticamente il diritto alla casa familiare

Tribunale Palermo Sez. I, Ord., 29-12-2016

Capita che dopo un certo periodo di tempo il coniuge cui sia stata assegnata l’abitazione, allacci altro rapporto sentimentale che lo porta a convivere col nuovo partner proprio all’interno della casa coniugale la cui proprietà è magari in tutto o in parte dell’altro coniuge non assegnatario, del coniuge cioè che a suo tempo dovette “far le valigie” e lasciare la casa.

I giudici, quindi, si trovano spesso a dover affrontare le richieste di coloro che ritengono di avere diritto alla “restituzione” della casa sol perché l’ex vi ha instaurato una convivenza more uxorio con un nuovo partner.

Ebbene, nel caso di specie, il Tribunale, nel solco già tracciato dalla Corte Costituzionale (sent. 30.07.2008 n. 308) ha statuito che “la mera circostanza dell’instaurazione di una convivenza more uxorio non può reputarsi elemento sufficiente a giustificare alcun automatismo a scapito del diritto di godimento della casa familiare, occorrendo invece che la revoca dell’assegnazione sia subordinata ad un giudizio di conformità all’interesse del minore”.

Tradotto: ai “mal di pancia” personali bisogna sempre anteporre l’interesse dei figli nel senso che l’assegnazione della casa non potrà essere revocata fin tanto che questi non abbiano raggiunto una indipendenza economica tale da consentire loro un distacco non traumatico dall’ambiente familiare.

L’ORDINANZA

(Omissis)

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

La pattuizione calibrata dai ricorrenti al punto n. 2) della domanda congiunta, stando al tenore della quale il diritto al godimento della casa familiare attribuito alla signora (OMISSIS) verrebbe meno qualora quest’ultima instaurasse una convivenza more uxorio, potrebbe non rivelarsi rispondente all’interesse del figlio della coppia.

Ed invero, se appare senz’altro incontrovertibile che l’accordo raggiunto tra i coniugi in ordine alla regolamentazione dei rapporti patrimoniali – incidendo sul crinale dei diritti disponibili – non è suscettibile di sindacato da parte dell’organo giurisdizionale (cfr., per tale condivisibile approccio esegetico, Trib. Salerno, 13 febbraio 2015), è altrettanto innegabile che il diaframma del controllo giudiziale debba inevitabilmente riespandersi laddove venga in rilievo la tutela dell’interesse prioritario della prole. A tal proposito è appena il caso di osservare che l’instaurazione di un rapporto more uxorio da parte del coniuge affidatario dei figli minorenni potrebbe non giustificare la revoca dell’assegnazione della casa familiare, trattandosi di una circostanza ininfluente sull’interesse della prole (cfr., sul punto, il chiaro tessuto motivazionale ordito da Cass. Civ., 16 aprile 2008, n. 9995) e ciò in quanto, come opportunamente messo in luce anche dal formante dottrinale, l’interesse tutelato dalle norme che disciplinano l’assegnazione della casa coniugale si rifrange nell’esclusiva esigenza di assicurare al figlio, nel tumulto ingenerato dalla disgregazione del nucleo familiare, la conservazione del proprio habitat domestico.

Peraltro, probabilmente la rispondenza di quanto pattuito al punto n. 2) del ricorso congiunto all’interesse della prole potrebbe non ricavarsi dalla trama normativa tratteggiata dall’art. 337 sexies c.c., il cui tenore letterale potrebbe indurre ad intravedervi un automatismo tra il venir meno del diritto al godimento della casa familiare e l’instaurazione da parte del coniuge affidatario di una convivenza more uxorio. Una simile chiave di lettura della disposizione evocata è, difatti, già stata etichettata come riduttiva dalla giurisprudenza costituzionale (cfr. Corte Cost., 30 luglio 2008, n. 308), nella misura in cui un’operatività automatica della revoca nell’ipotesi contemplata precluderebbe all’organo giudicante la possibilità di valutare la rispondenza della revoca stessa all’interesse delle prole.

Da un’interpretazione assiologicamente orientata dell’art. 337 sexies discende, dunque, che la mera circostanza dell’instaurazione di una convivenza more uxorio non può reputarsi elemento sufficiente a giustificare alcun automatismo a scapito del diritto di godimento della casa familiare, occorrendo invece che la revoca dell’assegnazione sia subordinata ad un giudizio di conformità all’interesse del minore (cfr., in questi termini, la citata Corte Cost., 30 luglio 2008, n. 308).

Alla luce delle considerazioni appena svolte va pertanto disposta la rimessione della causa sul ruolo allo scopo di consentire la comparizione personale dei coniugi e di verificare la disponibilità di questi ultimi a rimodulare, in forza di quanto sopra esposto, le condizioni della domanda congiunta di cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto a Palermo il 14.10.2000.

P.Q.M.

dispone rimettersi la causa sul ruolo del Giudice Istruttore dr. Michele Ruvolo;

rinvia la causa all’udienza del 16.1.2017, ore 11.00 per la comparizione personale dei coniugi

Così deciso in Palermo, nella camera di consiglio della prima sezione civile, il 29 dicembre 2016.

Depositata in Cancelleria il 29 dicembre 2016.

 

Divorzio congiunto: una nuova convivenza more uxorio non fa perdere automaticamente il diritto alla casa familiare

Tribunale Palermo Sez. I, Ord., 29-12-2016

Capita che dopo un certo periodo di tempo il coniuge cui sia stata assegnata l’abitazione, allacci altro rapporto sentimentale che lo porta a convivere col nuovo partner proprio all’interno della casa coniugale la cui proprietà è magari in tutto o in parte dell’altro coniuge non assegnatario, del coniuge cioè che a suo tempo dovette “far le valigie” e lasciare la casa.

I giudici, quindi, si trovano spesso a dover affrontare le richieste di coloro che ritengono di avere diritto alla “restituzione” della casa sol perché l’ex vi ha instaurato una convivenza more uxorio con un nuovo partner.

Ebbene, nel caso di specie, il Tribunale, nel solco già tracciato dalla Corte Costituzionale (sent. 30.07.2008 n. 308) ha statuito che “la mera circostanza dell’instaurazione di una convivenza more uxorio non può reputarsi elemento sufficiente a giustificare alcun automatismo a scapito del diritto di godimento della casa familiare, occorrendo invece che la revoca dell’assegnazione sia subordinata ad un giudizio di conformità all’interesse del minore”.

Tradotto: ai “mal di pancia” personali bisogna sempre anteporre l’interesse dei figli nel senso che l’assegnazione della casa non potrà essere revocata fin tanto che questi non abbiano raggiunto una indipendenza economica tale da consentire loro un distacco non traumatico dall’ambiente familiare.

L’ORDINANZA

(Omissis)

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

La pattuizione calibrata dai ricorrenti al punto n. 2) della domanda congiunta, stando al tenore della quale il diritto al godimento della casa familiare attribuito alla signora (OMISSIS) verrebbe meno qualora quest’ultima instaurasse una convivenza more uxorio, potrebbe non rivelarsi rispondente all’interesse del figlio della coppia.

Ed invero, se appare senz’altro incontrovertibile che l’accordo raggiunto tra i coniugi in ordine alla regolamentazione dei rapporti patrimoniali – incidendo sul crinale dei diritti disponibili – non è suscettibile di sindacato da parte dell’organo giurisdizionale (cfr., per tale condivisibile approccio esegetico, Trib. Salerno, 13 febbraio 2015), è altrettanto innegabile che il diaframma del controllo giudiziale debba inevitabilmente riespandersi laddove venga in rilievo la tutela dell’interesse prioritario della prole. A tal proposito è appena il caso di osservare che l’instaurazione di un rapporto more uxorio da parte del coniuge affidatario dei figli minorenni potrebbe non giustificare la revoca dell’assegnazione della casa familiare, trattandosi di una circostanza ininfluente sull’interesse della prole (cfr., sul punto, il chiaro tessuto motivazionale ordito da Cass. Civ., 16 aprile 2008, n. 9995) e ciò in quanto, come opportunamente messo in luce anche dal formante dottrinale, l’interesse tutelato dalle norme che disciplinano l’assegnazione della casa coniugale si rifrange nell’esclusiva esigenza di assicurare al figlio, nel tumulto ingenerato dalla disgregazione del nucleo familiare, la conservazione del proprio habitat domestico.

Peraltro, probabilmente la rispondenza di quanto pattuito al punto n. 2) del ricorso congiunto all’interesse della prole potrebbe non ricavarsi dalla trama normativa tratteggiata dall’art. 337 sexies c.c., il cui tenore letterale potrebbe indurre ad intravedervi un automatismo tra il venir meno del diritto al godimento della casa familiare e l’instaurazione da parte del coniuge affidatario di una convivenza more uxorio. Una simile chiave di lettura della disposizione evocata è, difatti, già stata etichettata come riduttiva dalla giurisprudenza costituzionale (cfr. Corte Cost., 30 luglio 2008, n. 308), nella misura in cui un’operatività automatica della revoca nell’ipotesi contemplata precluderebbe all’organo giudicante la possibilità di valutare la rispondenza della revoca stessa all’interesse delle prole.

Da un’interpretazione assiologicamente orientata dell’art. 337 sexies discende, dunque, che la mera circostanza dell’instaurazione di una convivenza more uxorio non può reputarsi elemento sufficiente a giustificare alcun automatismo a scapito del diritto di godimento della casa familiare, occorrendo invece che la revoca dell’assegnazione sia subordinata ad un giudizio di conformità all’interesse del minore (cfr., in questi termini, la citata Corte Cost., 30 luglio 2008, n. 308).

Alla luce delle considerazioni appena svolte va pertanto disposta la rimessione della causa sul ruolo allo scopo di consentire la comparizione personale dei coniugi e di verificare la disponibilità di questi ultimi a rimodulare, in forza di quanto sopra esposto, le condizioni della domanda congiunta di cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto a Palermo il 14.10.2000.

P.Q.M.

dispone rimettersi la causa sul ruolo del Giudice Istruttore dr. Michele Ruvolo;

rinvia la causa all’udienza del 16.1.2017, ore 11.00 per la comparizione personale dei coniugi

Così deciso in Palermo, nella camera di consiglio della prima sezione civile, il 29 dicembre 2016.

Depositata in Cancelleria il 29 dicembre 2016.

 

Convivenza more uxorio: l’erede non può mandar via di casa il convivente

Cassazione civile, Sezione II, Sentenza del 15.09.2014, n. 19423

Convivenza more uxorio – Casa di abitazione – Diritto di abitazione – Detenzione qualificata da parte del convivente non proprietario – Successione ereditaria – Conseguenze

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CASSAZIONE: Il convivente more uxorio è legittimato all’azione possessoria di reintegrazione la quale può essere esercitata tanto nei confronti dell’altro convivente ospitante, quanto nei confronti degli stessi eredi di costui.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BURSESE Gaetano Antonio – Presidente –

Dott. PROTO Cesare A. – rel. Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 10466-2008 proposto da:

R.L. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 1, presso lo studio dell’avvocato VITTORIO CIROTTI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato MERLO VITTORIO;

– ricorrente –

contro

S.I.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 259/2007 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 22/02/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10/07/2014 dal Consigliere Dott. CESARE ANTONIO PROTO;

udito l’Avvocato VITTORIO CIROTTI, difensore del ricorrente, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CAPASSO Lucio che ha concluso per il rigetto del primo motivo del ricorso e per l’accoglimento per quanto di ragione del secondo motivo del ricorso.

Svolgimento del processo

Con ricorso del 24/3/2003 S.I. chiedeva la reintegrazione nel possesso di un appartamento e relative pertinenze essendone stata privata da R.L. che vi si era introdotto clandestinamente impedendole l’accesso.

La ricorrente esponeva di essersi unita in matrimonio religioso con dispensa da trascrizione, sin dal 1977 con D.V.D., il quale, deceduto il (OMISSIS), l’aveva istituita usufruttuaria dell’appartamento suddetto che costituiva la loro casa ove convivevano come marito e moglie.

Nella fase a cognizione sommaria il giudice accoglieva il ricorso e successivamente il Collegio rigettava il reclamo del resistente.

Nella fase di merito, espletata l’istruttoria, il Tribunale con sentenza del 17/4/2004 accoglieva la domanda possessoria e ordinava a R.L. di reintegrare S.I. nel possesso.

R. proponeva appello che era rigettato dalla Corte di Appello di Torino con sentenza del 22/2/2007.

La Corte territoriale rilevava:

– che la ricorrente, in quanto convivente more uxorio e quindi detentore qualificato era legittimata ad agire con l’azione di spoglio;

– che era irrilevante, ai fini di precludere l’esercizio dell’azione, la qualità di erede del resistente, che non era possessore quando era in vita il de cuius, ma solo ospite per il rapporto di parentela con il nonno D.V.D.;

– che inoltre il resistente non aveva ragione di far valere la sua qualità di erede in quanto il thema decidendum era limitato al compossesso tra le parti come dedotto dal R.;

– che non era decorso l’anno dal sofferto spoglio;

– che la ricorrente non aveva volontariamente abbandonato l’alloggio, ma viveva altrove proprio a causa dello spoglio subito.

R.L. ha proposto ricorso affidato a due motivi.

S.I. è rimasta intimata.

Motivi della decisione

 1. Con il primo motivo il ricorrente deduce il vizio di motivazione e la violazione e falsa applicazione degli artt. 99, 100, 112 e 342 c.p.c. e artt. 1140, 1168 e 1170 c.c. sostenendo che la S., in quanto convivente more uxorio, non sarebbe stata legittimata ad agire con l’azione possessoria nei suoi confronti perchè egli era erede del proprietario convivente che la ospitava e, comunque, compossessore, essendo succeduto nel possesso; aggiunge che la S. avrebbe avuto altrove la propria residenza.

Il ricorrente, formulando i quesiti di diritto ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. ora abrogato, ma applicabile ratione temporis, chiede:

– se il convivente more uxorio sia o meno legittimato all’azione possessoria;

– se tale azione possa essere esercitata nei confronti dell’altro convivente ospitante e nei confronti degli eredi di costui.

1.1 Il motivo, con riferimento al vizio di motivazione è inammissibile per l’assoluta mancanza del momento di sintesi.

Le censure trascurano che, nel vigore dell’art. 366-bis c.p.c., il motivo di ricorso per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione e pertanto la relativa censura deve essere accompagnata da un momento di sintesi che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità; il motivo, cioè, deve contenere – a pena d’inammissibilità – una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un “quid pluris” rispetto all’illustrazione del motivo e che consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso (Cass. S.U. 20/05/2010 n. 12339; Cass. 4/2/2008 n. 2652 Ord.; Cass. S.U. 1/10/2007 n. 20603).

Il motivo, con riferimento alla violazione delle norme indicate nell’epigrafe del motivo e nell’ambito delimitato dai quesiti di diritto, è infondato perchè le ragioni giuridiche addotte a sostegno del motivo trovano confutazione, in diritto, nella giurisprudenza di questa Corte; ai quesiti deve quindi rispondersi affermando che il convivente more uxorio è legittimato all’azione possessoria e che tale azione possa essere esercitata nei confronti dell’altro convivente ospitante e nei confronti degli eredi di costui.

Questa Corte, infatti, già con sentenza 21/3/2013 n. 7214 ha affermato che la convivenza “more uxorio”, quale formazione sociale che da vita ad un consorzio familiare, determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità e tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare. Pertanto l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio.

Nel precedente testè richiamato si è dato conto della diversità della convivenza di fatto, fondata sull’affectio quotidiana (ma liberamente e in ogni istante revocabile) di ciascuna delle parti, rispetto al rapporto coniugale, caratterizzato, invece da stabilità e certezza e dalla reciprocità e corrispettività di diritti e doveri che nascono soltanto dal matrimonio; si è tuttavia osservato che questa distinzione non comporta che il rapporto del soggetto con la casa destinata ad abitazione comune, ma di proprietà dell’altro convivente, si fondi su un titolo giuridicamente irrilevante quale l’ospitalità, anzichè sul negozio a contenuto personale alla base della scelta di vivere insieme e di instaurare un consorzio familiare, nei casi in cui l’unione, pur libera, che abbia assunto – per durata, stabilità, esclusività e contribuzione – i caratteri di comunità familiare; pertanto in questi casi, anche dopo la dissoluzione del rapporto di coppia così stabilizzato (nel caso qui in esame per la morte del convivente) non è consentito al convivente proprietario (nel caso qui in esame all’erede che subentra nell’identica posizione) ricorrere alle vie di fatto per estromettere l’altro dall’abitazione, perchè il canone della buona fede e della correttezza, dettato a protezione dei soggetti più esposti e delle situazioni di affidamento, impone al legittimo titolare che intenda recuperare, com’è suo diritto, l’esclusiva disponibilità dell’immobile, di avvisare e di concedere un termine congruo per reperire altra sistemazione.

La legittimazione all’azione di spoglio da parte del convivente more uxorio è stata poi ritenuta applicabile anche qualora lo spoglio sia compiuto da un terzo nei confronti del convivente del detentore qualificato del bene (Cass. 2/1/2014 n. 7).

L’azione è comunque esperibile anche nei confronti dell’erede del proprietario il quale, pur subentrando per fictio iuris nel possesso del de cuius non è legittimato ad estromettere dal possesso con violenza o clandestinità colui che non poteva esserne estromesso dal de cuius.

Il ricorrente richiama inoltre un certificato di residenza secondo il quale la residenza della S. sarebbe in altro luogo;

trattandosi di questione di fatto non può essere esaminata in questa sede di legittimità tenuto conto che nella sentenza impugnata sono stati evidenziati elementi idonei per la prova della relazione di fatto con l’immobile (v. pagg. 11 e 12 nei riferimenti al trasporto di effetti personali e alla presenza nell’alloggio dei mobili della convivente) e dell’inammissibilità per mancanza del momento di sintesi della censura di vizio di motivazione.

2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 1146 c.c. e il vizio di motivazione. Il ricorrente sostiene:

– che la Corte di Appello ha violato il principio dell’art. 1146 c.c. secondo il quale il possesso continua nell’erede con effetto dall’apertura della successione;

– che pertanto egli era succeduto nel medesimo possesso o compossesso del defunto D.V. e la Corte di Appello avrebbe dovuto rigettare la domanda possessoria per essere egli possessore o quanto meno compossessore dell’immobile;

– che era contraddittoria, omessa o insufficiente la motivazione per la quale il thema decidendum doveva essere limitato all’accertamento dell’eventuale sussistenza della situazione di compossesso tra le parti, in quanto la situazione di compossesso era quella indicata negli atti difensivi di primo grado nei quali si invocava la qualità di erede e la successione nel possesso o compossesso.

Il ricorrente, formulando i quesiti di diritto ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. applicabile ratione temporis, chiede:

– se il possesso dell’autore si trasferisca o meno all’erede senza soluzione di continuità ed anche senza che l’erede abbia avuto il possesso del bene;

– se l’erede può invocare i principi di cui all’art. 1146 c.c., comma 2 unicamente agli effetti dell’usucapione oppure anche, in via di azione o eccezione nelle azioni a tutela del possesso.

2.1 Il motivo, con riferimento al vizio di motivazione è inammissibile per l’assoluta mancanza del momento di sintesi; sul punto si richiamano i precedenti giurisprudenziali e i principi già enunciati al precedente punto 1.1.

Va comunque osservato che la motivazione, pur sintetica, si collega alla motivazione della sentenza di primo grado trascritta a pag. 20 del ricorso secondo la quale egli non aveva mai agito in qualità di erede e “il ricorrente non può far valere tale sua qualità neppure nella fase di merito” (si intende il merito possessorio); la questione riproposta con il motivo di ricorso attinge quindi l’interpretazione dell’iniziale domanda e la motivazione della Corte di Appello si salda con la più completa motivazione del primo giudice, espressamente richiamata.

Il motivo, con riferimento alla violazione dell’art. 1146 c.c. è infondato perchè l’azione possessoria, come detto in precedenza, avrebbe potuto essere esercitata anche nei confronti del convivente more uxorio, ancorchè proprietario, ove avesse estromesso (come ha fatto l’erede) l’odierna intimata con clandestinità dall’unità abitativa e pertanto anche all’erede è precluso estromettere con violenza o clandestinità colei che esercitava sull’immobile un potere di fatto basato su di un interesse proprio e fondato su una relazione di convivenza meritevole di tutela. In ogni caso, la reintegrazione deve avvenire nella stessa situazione di fatto esistente al momento dello spoglio, nella quale la S., dopo la morte del convivente, esercitava un potere di fatto basato su una detenzione qualificata senza la presenza di altri e la disposta reintegrazione non contrasta con la previsione di cui all’art. 1146 c.c., comma 2 tenuto conto che per effetto di una fictio iuris, il possesso del “de cuius” si trasferisce agli eredi i quali subentrano nel possesso del bene anche senza necessità di una materiale apprensione così che, mancando il precedente possesso “corpore”, la materiale apprensione con esclusione del detentore qualificato è stata legittimamente sanzionata con l’ordine di reintegrazione.

Pertanto il primo quesito non è pertinente perchè, pur essendo corretto affermare che il possesso dell’autore si trasferisce all’erede senza soluzione di continuità ed anche senza che l’erede abbia avuto il possesso del bene, ciò non preclude, per le ragioni già dette, l’azione di spoglio della convivente more uxorio nei confronti dell’erede del proprietario che non era nel possesso dei beni del de cuius prima della sua morte (ciò essendo stato escluso con valutazione di merito in entrambi i gradi del giudizio).

Egualmente inconferente rispetto alla concreta fattispecie anche il secondo quesito con il quale si chiede se l’erede può invocare i principi di cui all’art. 1146 c.c., comma 2 unicamente agli effetti dell’usucapione oppure anche, in via di azione o eccezione nelle azioni a tutela del possesso: nella specie il ricorrente non ha esercitato una azione a tutela del possesso, ma è ricorso a vie di fatto estromettendo dall’immobile la detentrice qualificata ed ha operato una materiale apprensione del bene illegittima per le sue modalità.

3. In conclusione il ricorso deve essere rigettato; non si pronuncia condanna alle spese in quanto la parte intimata e non soccombente non ha svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso Così deciso in Roma, il 10 luglio 2014.

Depositato in Cancelleria il 15 settembre 2014

Convivenza more uxorio: rassegna giurisprudenziale

CONVIVENZA MORE UXORIO 

Convivenza more uxorio – Sostegno economico – Dovere

 I doveri morali e sociali che trovano la loro fonte nella formazione sociale costituita dalla convivenza more uxorio refluiscono sui rapporti di natura patrimoniale, nel senso di escludere il diritto del convivente di ripetere le eventuali attribuzioni patrimoniali effettuate nel corso o in relazione alla convivenza. (Cass. civ., Sez. I, 22 gennaio 2014, n.1277)

 

Convivenza more uxorio – Casa di abitazione – Detenzione qualificata da parte del convivente non proprietario – Conseguenze

La convivenza more uxorio, quale formazione sociale che dà vita ad un autentico consorzio familiare, determina, sulla casa di abitazione dove si svolge e di attua un programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità, tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare. Partendo da questo presupposto l’estromissione violenta o clandestina dell’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del compagno non proprietario legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio. Un diritto che non viene, ovviamente, meno quando a cacciare il convivente non proprietario è un terzo, come avvenuto nel caso specifico. (Cass. civ., Sez. II, 2 gennaio 2014, n. 7)

 

Tutela della persona – Famiglia di fatto – Rapporti patrimoniali tra conviventi – Casa familiare – Convivente – Detenzione qualificata

 Dal momento che la famiglia di fatto è compresa tra le formazioni sociali che l’art. 2 Cost. considera la sede di svolgimento della personalità individuale, il convivente gode della casa familiare, di proprietà del compagno o della compagna, per soddisfare un interesse proprio, oltre che della coppia, sulla base di un titolo a contenuto e matrice personale la cui rilevanza sul piano della giuridicità è custodita dalla Costituzione, sì da assumere i connotati tipici della detenzione qualificata. Di conseguenza, l’assenza di un giudice della dissoluzione del menage non consente al convivente proprietario di ricorrere alle vie di fatto per estromettere l’altro dall’abitazione, perché il canone della buona fede e della correttezza, dettato a protezione dei soggetti più esposti e delle situazioni di affidamento, impone al legittimo titolare che, cessata l’affectio, intenda recuperare, com’è suo diritto, l’esclusiva disponibilità dell’immobile, di avvisare il partner e di concedergli un termine congruo per reperire altra sistemazione. (Cass. civ. Sez. I, 21 marzo 2013, n.7214)

 

Tutela della persona – Famiglia di fatto – Nozione – Risarcimento – Perdita del congiunto – Famiglia legale e famiglia di fatto – Risarcimento

 Il diritto al risarcimento del danno da fatto illecito scatta anche per il convivente more uxorio del danneggiato, quando risulti dimostrata una relazione caratterizzata da tendenziale stabilità e da mutua assistenza morale e materiale. In particolare,. Il riferimento fatti ai “prossimi congiunti” della vittima quali soggetti danneggiati , di cui alle decisioni meno recenti, deve oggi essere inteso nel senso che, in presenza di un saldo e duraturo legale affettivo tra questi ultimi e la vittima, è proprio la lesione che colpisce tale peculiare situazione affettiva a connotare l’ingiustizia del danno ed a rendere risarcibili le conseguenze pregiudizievoli che ne siano derivate, a prescindere dall’esistenza di rapporti di parentela o affinità giuridicamente rilevanti come tali. Non solo, affinché si configuri la lesione, la convivenza non ha da intendersi necessariamente come coabitazione, quanto piuttosto come stabile legame tra due persone, connotato da duratura e significativa comunanza di vita e di affetti. (Cass. civ., Sez. III, 21 marzo 2013, n. 7128)

 

Famiglia di fatto – Obblighi ex art. 143 c.c. – Rapporti di convivenza – Attribuzioni fatte dal convivente di fatto – Ingiustificato arricchimento (senza causa) – Prescrizione e decadenza civile

L’azione generale di arricchimento ha come presupposto la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro che sia avvenuta senza giusta causa, sicché non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa qualora l’arricchimento sia conseguenza di un contratto, di un impoverimento remunerato, di un atto di liberalità o dell’adempimento di un obbligazione naturale. E’ pertanto, possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente more uxorio nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporti di convivenza – il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto – e travalicanti i limiti di proporzionalità e adeguatezza. Il diritto a richiedere l’indennizzo per ingiustificato altrui arricchimento si prescrive in dieci anni dal momento in cui l’arricchimento si è verificato. Nel caso in cui un convivente “more uxorio” presti nei confronti dell’altro rilevanti contributi economico-patrimoniali in maniera continuativa, la prescrizione dell’azione di arricchimento decorre dalla cessazione del rapporto di convivenza. (Cass. civ., Sez. III, 15 maggio 2009, n. 11330)

 

Tutela della persona – Famiglia di fatto – Nozione – Questione manifestatamente infondata di costituzionalità

Questa Corte ha ripetutamente posto in evidenza la diversità tra famiglia di fatto e famiglia fondata sul matrimonio, in ragione dei caratteri di stabilità, certezza, reciprocità e corrispettività dei diritti e doveri che nascono soltanto da tale vincolo, individuando le ragioni costituzionali che giustificano un differente trattamento normativo tra i due casi nella circostanza che il rapporto coniugale trova tutela diretta nell’art. 29 Cost.. (Corte Costituzionale, 27 marzo 2009, n.86)

 

 

 

 

 

 

Per la Cassazione il convivente more uxorio non può essere cacciato di casa!

Cassazione Civile, Sez. II, Sentenza del 02-01-2014, n. 7

 Matrimonio di fatto – convivenza more uxorio – possesso in materia civile – detenzione qualificata del convivente – ammissibilità dell’azione di reintegrazione o spoglio in genere – sussiste

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA:

“la qualità di convivente del comodatario legittimava l’attrice a esperire l’azione di spoglio, quale detentrice qualificata. Ed invero, secondo il più recente orientamento della giurisprudenza di legittimità condiviso dal Collegio, in considerazione del rilievo sociale che ha ormai assunto per l’ordinamento la famiglia di fatto, la convivenza “more uxorio”, quale formazione sociale che da vita ad un autentico consorzio familiare, determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità, tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare. Al riguardo, è stato ritenuto che l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio (Cass. 7214/2013).”

LA SENTENZA INTEGRALE:

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

 Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BURSESE Gaetano Antonio – Presidente –

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Consigliere –

Dott. MIGLIUCCI Emilio – rel. Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 1819/2008 proposto da:

Z.R. (OMISSIS), domiciliata ex lege in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato GLIOZZI ETTORE MARIA;

– ricorrente –

contro

C.M., CA.RO.MA., C. F.;

– intimati –

sul ricorso 3917/2008 proposto da:

C.F. (OMISSIS), C.M. (OMISSIS), CA.RO.MA. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA ARCHIMEDE 138, presso lo studio dell’avvocato BELLINI GIULIO, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato MANFRINO ROBERTO;

– c/ric. e ricorrenti incidentali –

contro

Z.R.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1897/2006 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 30/11/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 28/11/2013 dal Consigliere Dott. EMILIO MIGLIUCCI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CAPASSO Lucio, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso principale per a.d.r. e per il rigetto del ricorso incidentale.

Svolgimento del processo

Con sentenza n. 3156 del 2003 il tribunale di Torino accoglieva la domanda con la quale Z.R. aveva chiesto nei confronti di Ca.Ro.Ma., C.F. e C. M. la reintegrazione del possesso dell’appartamento in cui abitava more uxorio con Ca.Ro.Ma., il quale lo deteneva in virtù di comodato gratuito concessogli dal fratello M..

Il primo Giudice riteneva l’avvenuto spoglio, avendo accertato che C.F. e C.M. avevano cambiato la serratura dell’appartamento nel periodo in cui Ca.Ro.

M. era stato degente in ospedale a causa di un grave incidente stradale.

La decisione era riformata dalla Corte di appello di Torino che, con sentenza dep. il 30 novembre 2006, rigettava la domanda.

In primo luogo, era disattesa la richiesta di rimessione in termini formulata da Ca.Ro.Ma., che era rimasto originariamente contumace, sul rilievo che le condizioni in cui versava il predetto erano tali da consentirgli di avere contezza del contenuto del giudizio e di fornire al legale tutti gli elementi per apprestare una adeguata difesa tecnica, atteso che la prima udienza era stata fissata circa quattordici mesi dopo la cessazione della pur lunga degenza ospedaliera seguita al grave incidente stradale occorsogli, essendo messa in evidenza la diversa situazione concernente la deposizione che in sede penale il medesimo avrebbe dovuto rendere e che, per le sue condizioni, era stata rinviata.

Quindi, dopo avere premesso che era provato il rapporto di convivenza more uxorio intercorso fra la Z. e Ca.Ma., i Giudici escludevano che a favore dell’attrice potesse configurarsi una situazione qualificabile come di possesso, posto che la relazione con la cosa trovava fonte in un rapporto contrattuale – il comodato intercorso fra Ca.Ma. e il proprietario C. M. – e che la Z. era consapevole di usufruire dell’alloggio messo a disposizione del convivente da un terzo.

Neppure poteva ipotizzarsi a favore dell’attrice una detenzione qualificata, legittimante l’azione di spoglio, tenuto conto che, in relazione al rapporto di convivenza, l’alloggio doveva considerarsi messo a disposizione per ragioni di precaria ospitalità.

2.- Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione la Z. sulla base di due motivi.

Resistono con controricorso gli intimati proponendo ricorso incidentale affidato a un unico motivo.

Motivi della decisione

Preliminarmente il ricorso principale e quello incidentale vanno riuniti, ex art. 335 c.p.c., perchè sono stati proposti avverso la stessa sentenza.

RICORSO PRINCIPALE:

1.1. – Il primo motivo, lamentando violazione e falsa applicazione dell’art. 1168 c.c., deduce che l’azione proposta si fondava non sulla convivenza more uxorio ma sul possesso diretto esercitato dalla medesima che aveva goduto con animus possidendi – anche dopo l’incidente in cui fu coinvolta insieme al convivente – dell’appartamento in cui aveva trasferito il proprio corredo e gli oggetti personali, senza che fosse mai stata formulata alcuna contestazione da parte del proprietario che era a conoscenza della convivenza e che la Z. aveva continuato ad abitare nell’alloggio anche dopo l’incidente.

La esistenza del comodato non faceva venir meno l’animus possidendi che in ogni caso prescinde dalla buona o mala fede e che si desume anche dal comportamento del possessore.

In ogni caso il permanere nel godimento dell’immobile aveva determinato la interversione del possesso.

Sussisteva la legittimazione ad agire dell’attrice in virtù dello spoglio violento e clandestino, con il quale era stata privata del possesso o comunque delle detenzione qualificata, che è configurabile, secondo i principi elaborati dalla S.C., a favore dei componenti del nucleo familiare conviventi nell’alloggio.

2. – Il secondo motivo, lamentando omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo della controversia, censura la sentenza laddove aveva affermato che l’appartamento era stato messo a disposizione non della Z. ma di C. M., quando il proprietario era consapevole che in esso la predetta aveva abitato e aveva continuato ad abitare anche dopo l’incidente occorso al convivente, esercitando una situazione possessoria propria o comunque una detenzione qualificata propria.

3.- I motivi – che, per la stretta connessione, possono essere esaminati congiuntamente – sono fondati nei limiti di cui si dirà infra.

a) Correttamente è stata esclusa a favore dell’attrice una situazione qualificabile come di possesso, posto che la relazione di fatto con la cosa era iniziata a titolo di detenzione, essendo stato il bene consegnato dal proprietario in virtù del comodato intercorso con Ca.Ma.: se è, perciò, da escludere la presunzione di cui all’art. 1141 c.c., ai fini del mutamento della detenzione in possesso, chi abbia iniziato il godimento del bene a titolo di detenzione non può acquistarne il possesso finchè il titolo non venga mutato per causa proveniente da un terzo o in forza di opposizione da lui fatta nei confronti del possessore;

quest’ultimo mutamento richiede, in particolare, il compimento di uno o più atti estrinseci, dai quali sia possibile desumere la modificata relazione di fatto con la cosa detenuta, attraverso la negazione dell’altrui possesso e l’affermazione del proprio (Cass. 212252/2007; 5854/2006; 4404/2006).

Come si dirà meglio infra la Z., in quanto convivente per un lasso di tempo non trascurabile del comodatario, deve ritenersi codetentrice dell’appartamento destinato ad abitazione in virtù del medesimo titolo: la permanenza nell’alloggio, anche durante il periodo di degenza di Ma., rientrava nell’esercizio delle facoltà inerenti al comodato e dunque alla detenzione trasmessa al convivente con il comodato (Cass. 7293/1992; 11374/2010): pertanto, non potrebbe l’attrice invocare una situazione di possesso.

b) Peraltro, come già accennato, la qualità di convivente del comodatario legittimava l’attrice a esperire l’azione di spoglio, quale detentrice qualificata. Ed invero, secondo il più recente orientamento della giurisprudenza di legittimità condiviso dal Collegio, in considerazione del rilievo sociale che ha ormai assunto per l’ordinamento la famiglia di fatto, la convivenza “more uxorio”, quale formazione sociale che da vita ad un autentico consorzio familiare, determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità, tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare. Al riguardo, è stato ritenuto che l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio (Cass. 7214/2013). Tenuto conto della posizione dei conviventi del comodatario, il principio deve evidentemente trovare applicazione anche qualora lo spoglio sia compiuto da un terzo nei confronti del convivente del detentore qualificato del bene, come appunto è avvenuto nella specie in danno della Z..

Pertanto, il ricorso va accolto per quanto in motivazione.

RICORSO INCIDENTALE:

1.1.- L’unico motivo denuncia che erroneamente non era stato applicato l’art. 294 cod. proc. civ., sussistendo i presupposti della rimessione in termine del convenuto Ca.Ma. che non si era costituito in giudizio atteso che, in considerazione dei postumi del grave incidente in cui era stato coinvolto, il predetto non era in condizione di sostenere lo stress emotivo di un processo, tant’è vero che la sua audizione in sede penale era stata rinviata.

1.2.- Il motivo è infondato.

La sentenza ha evidenziato come le condizioni di salute non erano tali da non consentire il rilascio della procura al difensore, che nel giudizio civile rappresenta la parte esercitando lo ius postulandi, essendo stato correttamente messo in evidenza il diverso impatto sul piano emotivo di una deposizione da rendere in un giudizio penale. Qui occorre chiarire che la parte la quale non si sia costituita tempestivamente in giudizio non può essere rimessa in termini, ai sensi dell’art. 294 c.p.c., per lo svolgimento di attività per le quali siano maturate le preclusioni, quando deduca che la mancata costituzione le sia stata impedita da uno stato di malattia, perchè tale stato non può essere considerato una causa di impedimento a essa non imputabile, essendo, in ogni caso, possibile il rilascio di una procura ad hoc per la costituzione (Cass. 5249/1999). Il ricorso incidentale va rigettato.

Pertanto, la sentenza va cassata in relazione al ricorso principale, con rinvio, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Torino.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso principale per quanto in motivazione rigetta l’incidentale cassa la sentenza impugnata in relazione al ricorso principale e rinvia, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Torino.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 28 novembre 2013.

Depositato in Cancelleria il 2 gennaio 2014