Articolo a cura di: Redazione - Studio Legale Calvello
Un’infezione dopo un intervento chirurgico può provocare conseguenze molto gravi, dalla necessità di nuove operazioni fino alla sepsi, all’invalidità permanente e, nei casi più drammatici, alla morte del paziente. Quando l’infezione è riconducibile a carenze nella prevenzione, a errori nella gestione postoperatoria oppure a ritardi nella diagnosi e nelle cure, può configurarsi una responsabilità dell’ospedale o dei sanitari, con conseguente diritto al risarcimento dei danni. Non ogni infezione postoperatoria costituisce però malasanità: occorre ricostruire il percorso assistenziale, individuare le eventuali condotte inadeguate e verificare il collegamento causale con le conseguenze subite. Nei casi di lesioni permanenti o decesso, noi dello Studio Legale Calvello riteniamo necessario un esame medico-legale tempestivo della documentazione sanitaria, per accertare se esistano i presupposti di una richiesta risarcitoria nei confronti della struttura responsabile.
Quando un’infezione dopo un intervento chirurgico può costituire responsabilità sanitaria
Le infezioni del sito chirurgico rientrano tra le infezioni correlate all’assistenza sanitaria e possono interessare la ferita superficiale, i tessuti profondi oppure organi e cavità coinvolti nell’operazione. La loro comparsa non dimostra automaticamente un errore medico, perché anche un intervento eseguito correttamente e nel rispetto delle misure preventive può essere seguito da una complicanza infettiva. La valutazione giuridica cambia quando emergono omissioni nelle procedure di prevenzione, carenze nell’organizzazione sanitaria oppure una gestione inadeguata dei primi segni dell’infezione.
La responsabilità dell’ospedale per infezione postoperatoria può riguardare, ad esempio, il mancato rispetto delle procedure di sterilizzazione, un’insufficiente applicazione delle misure di asepsi, una profilassi antibiotica non conforme alle indicazioni cliniche oppure l’omessa sorveglianza della ferita chirurgica. Occorre distinguere le infezioni che possono verificarsi nonostante un’assistenza appropriata da quelle che, secondo una valutazione specialistica, avrebbero potuto essere evitate o contenute attraverso condotte sanitarie diligenti. La presenza di un batterio resistente agli antibiotici, da sola, non identifica una negligenza, ma impone di verificare le modalità del contagio e l’adeguatezza delle misure adottate dalla struttura.
Un profilo particolarmente delicato riguarda le infezioni che si manifestano dopo un intervento inizialmente riuscito. Febbre persistente, peggioramento delle condizioni generali, secrezioni dalla ferita, alterazioni degli esami ematici e altri segni clinici possono richiedere accertamenti tempestivi. Se tali manifestazioni vengono sottovalutate, un’infezione inizialmente circoscritta può evolvere in un ascesso profondo, una peritonite, una batteriemia o una sepsi. Nei casi più gravi, il ritardo diagnostico e terapeutico può contribuire allo sviluppo di uno shock settico, di insufficienza multiorgano e di danni irreversibili.
È quindi necessario esaminare anche ciò che è accaduto dopo l’operazione: frequenza dei controlli, esami prescritti, eventuali consulenze specialistiche, tempi di somministrazione degli antibiotici, necessità di drenaggio o reintervento e decisioni relative alla dimissione. Un paziente dimesso nonostante segni clinici che avrebbero richiesto ulteriori accertamenti può subire un aggravamento evitabile. Quando tale aggravamento conduce a lesioni permanenti o al decesso, assumono rilievo anche i criteri illustrati nel nostro approfondimento sulla responsabilità per complicanze non adeguatamente gestite dopo un’operazione.
Infezione postoperatoria grave, sepsi e invalidità permanente: quali conseguenze possono essere risarcite
Le conseguenze di un’infezione chirurgica dipendono dalla sede interessata, dall’agente infettivo, dalle condizioni iniziali del paziente e dalla tempestività delle cure. Un’infezione profonda dopo un intervento addominale può determinare una peritonite e rendere necessarie ulteriori operazioni. Un’infezione dopo l’impianto di una protesi ortopedica può comportarne la rimozione, lunghi periodi di immobilizzazione e una perdita permanente della funzionalità articolare. Nei casi di sepsi grave, il danno può interessare diversi organi e lasciare conseguenze neurologiche, renali o motorie che compromettono stabilmente l’autonomia personale.
Quando l’infezione provoca un’invalidità permanente rilevante, il risarcimento non può essere limitato alle spese sostenute durante il ricovero. Devono essere considerate le menomazioni accertate mediante valutazione medico-legale, la sofferenza conseguente alle lesioni, le limitazioni nelle attività quotidiane e le eventuali ripercussioni sulla capacità lavorativa. Un paziente che, dopo una complicanza infettiva evitabile, non riesca più a svolgere la propria professione oppure necessiti di assistenza continuativa può aver subito danni patrimoniali considerevoli, da documentare attraverso redditi, spese sostenute e prevedibili necessità future.
La situazione diventa ancora più complessa quando l’infezione evolve in sepsi. La mancata identificazione tempestiva del quadro settico, il ritardo nell’avvio di una terapia appropriata o l’omesso trasferimento in un reparto adeguato possono incidere sull’evoluzione clinica. Per stabilire se vi sia responsabilità sanitaria non basta dimostrare che il paziente abbia sviluppato una sepsi: occorre verificare se una diversa condotta, valutata secondo le conoscenze mediche applicabili al caso, avrebbe più probabilmente che non evitato il danno lamentato o ne avrebbe ridotto la gravità. Il problema è affrontato anche nel nostro articolo dedicato alla sepsi non diagnosticata e alla responsabilità dell’ospedale.
Se il paziente muore a seguito dell’infezione, la valutazione comprende le cause del decesso, l’eventuale contributo delle condotte sanitarie contestate e la posizione dei familiari. Il coniuge, i figli, i genitori e, ricorrendone i presupposti, altri congiunti possono chiedere il risarcimento dei pregiudizi subiti personalmente per la perdita del rapporto familiare, oltre agli eventuali danni economici dimostrabili. Devono essere esaminati separatamente gli eventuali diritti risarcitori maturati dal paziente prima della morte e trasmissibili agli eredi. Per questi profili rinviamo all’approfondimento sul risarcimento ai familiari per morte da sepsi ospedaliera.
Un ulteriore aspetto riguarda la perdita di chance di guarigione o sopravvivenza. Quando non è possibile dimostrare che una condotta corretta avrebbe evitato il decesso o la menomazione finale, può assumere rilievo la perdita di una possibilità seria e apprezzabile di conseguire un risultato clinico migliore, purché tale possibilità sia concretamente accertabile e causalmente riconducibile alla condotta sanitaria. La chance perduta costituisce un pregiudizio distinto dall’esito finale e non può essere riconosciuta sulla base di una semplice ipotesi astratta.
Come dimostrare la responsabilità dell’ospedale e ottenere il risarcimento per un’infezione postoperatoria
Per ottenere il risarcimento dei danni causati da un’infezione dopo un intervento chirurgico occorre ricostruire le condizioni del paziente prima dell’operazione, le modalità di esecuzione dell’intervento, il momento in cui sono comparsi i primi segni dell’infezione e le decisioni assunte dai sanitari. La documentazione deve consentire di distinguere il rischio infettivo proprio della procedura da eventuali carenze nella prevenzione o nella gestione della complicanza. Un’infezione comparsa durante il ricovero, anche quando causata da un microrganismo tipicamente ospedaliero, non dimostra da sola la responsabilità della struttura, ma costituisce un elemento da valutare insieme alla storia clinica e alle misure assistenziali concretamente adottate.
Il riferimento normativo è la Legge 8 marzo 2017, n. 24, conosciuta come Legge Gelli-Bianco, che disciplina la responsabilità sanitaria distinguendo, tra l’altro, la posizione della struttura da quella dell’esercente la professione sanitaria. L’ospedale risponde, secondo il regime previsto dall’articolo 7, delle condotte imputabili ai sanitari di cui si avvale, oltre che delle proprie carenze organizzative. Nell’ambito della responsabilità contrattuale della struttura, il paziente deve provare il rapporto assistenziale, il danno e il nesso causale tra l’assistenza ricevuta e il pregiudizio lamentato; spetta poi alla struttura dimostrare, secondo le regole applicabili, l’esatto adempimento oppure che l’inadempimento sia derivato da una causa non imputabile. La ripartizione degli oneri probatori richiede particolare attenzione nelle infezioni correlate all’assistenza, perché la verifica delle misure preventive e della loro concreta applicazione riguarda attività organizzate e documentate dall’ospedale.
La cartella clinica completa rappresenta il punto di partenza dell’accertamento. Occorre acquisire il verbale operatorio, la scheda anestesiologica, il diario medico e infermieristico, gli esami ematici e microbiologici, gli antibiogrammi, i referti diagnostici, le prescrizioni terapeutiche e la documentazione relativa alle dimissioni. Nei casi di sospetta infezione ospedaliera può essere necessario richiedere anche informazioni sulle procedure di prevenzione, sui protocolli di profilassi antibiotica, sulla sorveglianza delle infezioni e sulle misure adottate nel reparto interessato. Una documentazione incompleta può assumere rilievo nella valutazione della prova, ma non determina automaticamente l’accoglimento della domanda risarcitoria.
La consulenza medico-legale, affiancata quando necessario da uno specialista in infettivologia, chirurgia o microbiologia clinica, deve individuare le possibili omissioni e valutarne l’incidenza causale. Se, ad esempio, un’infezione viene riconosciuta con diversi giorni di ritardo, occorre stabilire quali segni clinici fossero già presenti, quali accertamenti fossero indicati e se una diagnosi tempestiva avrebbe evitato, secondo il criterio civilistico del più probabile che non, l’aggravamento o il danno finale. Quando il paziente presenta patologie pregresse o fattori di rischio elevati, tali condizioni devono essere considerate senza attribuire automaticamente a esse tutte le conseguenze dell’infezione. Per le contestazioni relative alle misure preventive, abbiamo approfondito anche come provare la mancata prevenzione delle infezioni ospedaliere.
Una volta accertati i presupposti della responsabilità, la quantificazione deve comprendere i danni effettivamente riconducibili alla condotta sanitaria. In presenza di invalidità permanente, consideriamo il danno biologico, le sofferenze documentate, le eventuali conseguenze sulla capacità di produrre reddito e le spese di cura, riabilitazione e assistenza. Nei casi di morte, esaminiamo separatamente i pregiudizi subiti dai familiari e gli eventuali crediti risarcitori trasmissibili agli eredi. Per ottenere un giusto e congruo risarcimento è necessario documentare le singole voci di danno ed evitare duplicazioni nella loro liquidazione.
Sotto il profilo procedurale, l’articolo 8 della Legge n. 24/2017 prevede, per le controversie di risarcimento da responsabilità sanitaria, il previo esperimento dell’accertamento tecnico preventivo ai sensi dell’articolo 696-bis del codice di procedura civile oppure, in alternativa, del procedimento di mediazione previsto dalla legge. L’accertamento tecnico preventivo permette di sottoporre la vicenda a una valutazione specialistica in sede giudiziaria e di tentare una conciliazione prima dell’eventuale giudizio di merito. Occorre inoltre verificare tempestivamente i termini di prescrizione, che variano secondo la natura della responsabilità e del diritto esercitato: per l’azione contrattuale contro la struttura opera ordinariamente il termine decennale, mentre per le pretese extracontrattuali trova generalmente applicazione quello quinquennale, ferme le particolarità del singolo caso e le regole sulla decorrenza.
Infezione dopo un intervento chirurgico: esempio pratico di accertamento della responsabilità sanitaria
Consideriamo il caso esemplificativo del signor Marco, nome di fantasia, sottoposto a un intervento di chirurgia addominale. Nei giorni successivi all’operazione il paziente presenta febbre persistente, dolore crescente e alterazioni degli esami ematici. Nonostante il peggioramento, gli approfondimenti diagnostici vengono eseguiti soltanto dopo diversi giorni, quando viene individuata una raccolta infetta addominale. Il paziente sviluppa una sepsi grave, necessita di un nuovo intervento e di un prolungato ricovero in terapia intensiva, riportando una compromissione permanente della funzionalità renale.
In una vicenda di questo tipo, la nostra attività consiste anzitutto nell’acquisizione della documentazione sanitaria e nella ricostruzione cronologica degli eventi. Con il supporto di consulenti medico-legali e specialisti verifichiamo se i sintomi iniziali imponessero accertamenti anticipati, se il trattamento dell’infezione sia stato tempestivo e quale incidenza abbia avuto il ritardo sull’evoluzione della sepsi. Se gli accertamenti confermano che una condotta appropriata avrebbe più probabilmente che non evitato il danno permanente, predisponiamo una richiesta risarcitoria documentata e valutiamo il ricorso agli strumenti previsti per la responsabilità sanitaria. La soluzione può essere raggiunta mediante un accordo oppure richiedere un giudizio, secondo le prove disponibili e la posizione assunta dalla struttura.
L’esempio è ipotetico e non descrive un incarico effettivamente seguito dallo Studio. Mostra perché, nei casi di infezione postoperatoria con conseguenze gravi, l’accertamento deve concentrarsi sulle condotte concretamente contestabili e sulla loro incidenza sul danno, senza presumere una responsabilità per il solo verificarsi della complicanza.
Domande frequenti sulle infezioni dopo un intervento chirurgico e sul risarcimento dei danni
Se contraggo un’infezione dopo un intervento chirurgico, l’ospedale è sempre responsabile?
No. Un’infezione postoperatoria può verificarsi anche quando l’intervento e l’assistenza sanitaria sono stati eseguiti correttamente. La responsabilità dell’ospedale deve essere accertata verificando le misure di prevenzione adottate, la gestione clinica dell’infezione e il rapporto causale con il danno subito. Se emergono omissioni, ritardi diagnostici o trattamenti inadeguati che hanno causato un aggravamento evitabile, possono sussistere i presupposti per richiedere il risarcimento dei danni da infezione postoperatoria.
Quanto si può ottenere come risarcimento per un’infezione postoperatoria grave?
Non esiste un importo prestabilito. Il risarcimento dipende dalla gravità delle lesioni, dall’eventuale invalidità permanente, dalle conseguenze sulla capacità lavorativa e dalle spese mediche e assistenziali documentate. Nei casi di sepsi con danni neurologici, insufficienza d’organo o perdita dell’autonomia personale, la valutazione deve considerare anche le necessità future del paziente. La quantificazione richiede una perizia medico-legale e l’applicazione dei criteri risarcitori pertinenti al caso concreto.
Se un familiare muore per un’infezione dopo un intervento chirurgico, chi può chiedere il risarcimento?
Il coniuge, i figli, i genitori e, quando ne ricorrono i presupposti, altri familiari o conviventi possono richiedere il risarcimento dei danni personalmente subiti a causa del decesso, purché venga accertata la responsabilità sanitaria e il relativo nesso causale. Gli eredi possono inoltre esercitare gli eventuali diritti risarcitori maturati dal paziente prima della morte. Il risarcimento per la perdita del rapporto parentale viene valutato considerando le caratteristiche concrete del legame familiare e i criteri di liquidazione applicabili.
È possibile ottenere un risarcimento se l’infezione viene diagnosticata troppo tardi?
Sì, quando il ritardo diagnostico o terapeutico è imputabile a una condotta sanitaria inadeguata e ha causato un danno dimostrabile. Occorre verificare se i sintomi e gli esami disponibili imponessero accertamenti anticipati e se un trattamento tempestivo avrebbe evitato o ridotto le conseguenze dell’infezione. Quando non è dimostrabile il nesso causale con l’intero danno finale, può essere valutata, ricorrendone i presupposti, una perdita di chance di guarigione o sopravvivenza, distinta dal danno finale stesso.
Quali documenti servono per chiedere il risarcimento di un’infezione contratta dopo un’operazione?
È opportuno acquisire la cartella clinica completa, il verbale operatorio, i risultati degli esami microbiologici, gli antibiogrammi, i referti diagnostici, la documentazione delle terapie somministrate e le lettere di dimissione. Sono utili anche i documenti relativi ai successivi ricoveri, alle cure riabilitative, alle spese sostenute e alle conseguenze lavorative. Nei casi di decesso occorrono inoltre la documentazione relativa alla morte e gli elementi necessari a dimostrare i danni lamentati dai familiari. Questi atti consentono di avviare una valutazione medico-legale sulla possibile responsabilità della struttura sanitaria.
Infezione dopo intervento chirurgico con gravi danni o morte: richiedi una valutazione allo Studio Legale Calvello
Se un’infezione dopo un intervento chirurgico ha provocato sepsi, invalidità permanente, gravi complicanze o la morte di un familiare, è necessario verificare se l’ospedale abbia rispettato gli obblighi di prevenzione, diagnosi, monitoraggio e cura. Noi dello Studio Legale Calvello, con oltre 25 anni di esperienza professionale, esaminiamo le vicende di possibile responsabilità sanitaria per individuare le condotte contestabili, valutare il nesso causale e accertare i presupposti di una richiesta di giusto risarcimento.
Per sottoporre il caso alla nostra attenzione, richiedi una valutazione compilando il modulo di contatto dello Studio Legale Calvello. Descrivi l’intervento effettuato, le complicanze infettive e le conseguenze subite dal paziente. Esamineremo le informazioni trasmesse per valutare l’eventuale approfondimento della vicenda e ricontattarti.




