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Archivio per categoria Diritto di Famiglia

Separazione con addebito per tradimento (Tribunale di Padova, sentenza 1801/2017)

Tribunale di Padova, sez. I civile, sentenza n. 1801/2017 del 09.05.2017

Separazione personale dei coniugi – relazione extraconiugale – ammessa violazione dell’obbligo di fedeltà da parte del marito – mancata prova del fatto che la crisi coniugale era preesistente alla violazione – addebito della separazione – sussiste

 (Omissis)

MOTIVI DELLA DECISIONE

Dalle reciproche allegazioni, dalle conclusioni conformi sul punto, dal fallimento del tentativo di conciliazione e dalle dichiarazioni rese dai coniugi all’udienza presidenziale è emerso in modo inequivocabile che la ripresa della convivenza, cessata da anni, è divenuta intollerabile.

La domanda di separazione va pertanto accolta.

  1. Domanda di addebito

La convenuta ha chiesto che la responsabilità della separazione sia attribuita al marito per aver egli violato l’obbligo di fedeltà, avendo intrattenuto una relazione con la sig. (omissis) iniziata nel 2012 e sfociata anche in una convivenza.

La relazione extraconiugale, oltre a risultare dalle fotografie e dalle comunicazioni e-mail prodotte con il doc. 3 di parte convenuta e da una relazione investigativa prodotta come doc. 5 di parte convenuta, è stata ammessa apertamente dal ricorrente sia nelle sue difese, che nel corso dell’udienza presidenziale.

Né il marito ha fornito adeguata prova del fatto che la crisi sarebbe stata preesistente alla violazione, avendo svolto allegazioni del tutto generiche e indicato al riguardo mezzi di prova irrilevanti e in parte tendenti a far esprimete valutazioni ai testi.

Reputa il Collegio che l’ammessa violazione dell’obbligo di fedeltà da parte del marito – anche in relazione alle modalità e alla durata della stessa-, sia particolarmente grave e di per sé sufficiente a giustificare l’addebito della separazione, in quanto senz’altro idonea ad avere incidenza causale nel determinare la crisi coniugale, in assenza di prova che il menage tra i coniugi precedentemente fosse meramente formale (fra le molte, si vedano Cass. 11516/2014, Cass. 8512/2006, Cassa. 25618/2007 e Cass. 21245/2010).

La domanda di addebito merita pertanto accoglimento.

(Omissis)

 Scarica la sentenza integrale in PDF: Tribunale di Padova 09.05.2017 – sentenza con addebito separazione

Protocollo per i procedimenti in materia di diritto di famiglia avanti il Tribunale di Vicenza

Il presente protocollo (siglato in Vicenza il 26 ottobre 2017) si pone la finalità di indicare buone prassi in alcune fasi e adempimenti processuali nell’ambito dei giudizi di separazione, divorzio, affidamento di figli di coppie non coniugate e relative modifiche, nonché di indicare alcune linee interpretative comuni in materia di spese ordinarie e straordinarie sostenute nell’interesse dei figli, al fine di ridurre, quanto più possibile, il contenzioso tra le parti anche nella fase attuativa delle decisioni assunte in sede giudiziale o su accordo delle parti.

Esso, peraltro, è corredato dai seguenti utilissimi allegati:

A) Fac simile verbale di separazione consensuale; B) Fac simile verbale divorzio congiunto; C) Vedemecum CTU; D) Estratto spese non comprese nel mantenimento ordinario.

Scarica il Protocollo in PDF: Diritto di Famiglia – Protocollo del Tribunale di Vicenza

Divorzio e nuovi parametri: la ricognizione del panorama normativo del Tribunale di Treviso (in word)

Tribunale di Treviso, sentenza del 14 ottobre 2017

Si attenziona la sentenza emarginata del Tribunale di Treviso (Pres. Dr.ssa Ronzani – Est. Dr. Barbazza) che effettua con pregevole esaustività – prima di calarsi nel caso concreto – una “ricognizione del panorama normativo e giuridico” sulla questione relativa alla debenza o meno dell’assegno divorzile alla luce dei nuovi parametri di cui al revirement operato dalla Corte di Legittimità del maggio 2017.

SENTENZA (Integrale in PDF la trovate più sotto)

(omissis)

  1. Ricognizione del panorama normativo e giuridico

1.1 Il diritto al riconoscimento di assegno divorzile è previsto dalla legge 1 dicembre 1970, n. 898 la quale, all’art. 5, comma sesto, dispone: “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”. L’art. 5, comma sesto, pertanto, individua due momenti logicamente distinti che devono essere oggetto di analisi da parte dell’organo giudicante. Una prima fase, relativa all’ “an debeatur” (che collega l’obbligo di versamento dell’assegno al caso in cui il coniuge “non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”) e una seconda, necessariamente successiva e subordinata al positivo accertamento della precedente, volta alla determinazione del “quantum debeatur”: è, quindi, innanzitutto necessario che l’Autorità Giudiziale accerti se vi sia un effettivo diritto all’assegno e, solo nel caso di esito positivo di tale fase, potrà procedere alla quantificazione economica dello stesso. A seguito del revirement operato dalla Corte di Legittimità nel maggio 2017, al fine di verificare il positivo superamento del primo tipo di accertamento, risulta opportuno ripercorrere le principali tappe dell’evoluzione giurisprudenziale sul punto, evidenziando sin d’ora che, al momento della redazione della presente sentenza, è stata presentata alla Camera dei Deputati la proposta di legge C4605, relativa alle modifiche all’articolo 5 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, in materia di assegno spettante a seguito di scioglimento del matrimonio o dell’unione civile. Il testo di tale proposta (attualmente all’esame della Commissione in sede referente), prevede che l’attribuzione di un assegno a favore di un coniuge sia “destinato a compensare [in via di emendamento è stato proposto di sostituire la parola: “compensare” con “equilibrare”], per quanto possibile, la disparità che lo scioglimento o la cessazione degli effetti del matrimonio crea nelle condizioni di vita dei coniugi”.

1.2. L’orientamento giurisprudenziale tradizionale scolpito dalla Corte di legittimità sino al maggio 2017 fondava il momento determinativo del diritto sul presupposto dell’“inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati a un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto” (fra le altre, cfr. Cassazione civile, sentenza 21 ottobre 2013, n. 23797). Si specificava, inoltre, che “il tenore di vita precedente deve desumersi dalle potenzialità economiche dei coniugi, ossia dall’ammontare complessivo dei loro redditi e dalle loro disponibilità patrimoniali, laddove anche l’assetto economico relativo alla separazione può rappresentare un valido indice di riferimento nella misura in cui appaia idoneo a fornire utili elementi di valutazione relativi al tenore di vita goduto durante il matrimonio e alle condizioni economiche dei coniugi”.  (In questo senso, anche Cassazione civile, sentenza 9 giugno 2015, n. 11870; Cassazione civile, sentenza 12 luglio 2007, n. 15610; Cassazione civile, sentenza 28 febbraio 2007, n. 4764). Non si riteneva, invece, necessaria la presenza di uno stato di bisogno, poiché si dava rilevanza ad un deterioramento apprezzabile delle condizioni economiche precedenti, che dovevano tendenzialmente essere ripristinate. L’inadeguatezza, pertanto, era intesa come insufficienza delle sostanze e dei redditi del richiedente ad assicurargli la conservazione di un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio.

1.3. L’interpretazione dell’articolo 5, comma sesto, l. div. è stata profondamente modificata dal recente orientamento giurisprudenziale, inaugurato dalla Corte di Cassazione con la sentenza 10 maggio 2017, n. 11504 e confermato dalla sentenza 22 giugno 2017, n. 15481. La Suprema Corte ha, infatti, ridelineato i presupposti del diritto all’assegno divorzile, specificando come il divorzio consista in un’estinzione del rapporto matrimoniale “sul piano non solo personale ma anche economico patrimoniale”. I giudici di legittimità hanno chiarito che la presenza di mezzi adeguati o la possibilità di procurarseli comporta la negazione tout court del diritto all’assegno di mantenimento.  In seguito al mutamento delle relazioni economico-sociali, infatti, risulta necessario ripensare al parametro di riferimento, che non può più consistere nel “tenore di vita” presente in costanza di matrimonio, in quanto ciò costituirebbe un’indebita “ultrattività del vincolo matrimoniale”. Il divorzio configura, infatti, in uno scioglimento definitivo del vincolo matrimoniale (a differenza della separazione personale) e gli ex coniugi non devono più essere considerati quali costituenti un nucleo unitario, ma quali persone singole. La Suprema Corte afferma che si deve svolgere un’analisi sul “raggiungimento dell’ “indipendenza economica” del richiedente: se è accertato che quest’ultimo è “economicamente indipendente” o è effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto il relativo diritto”, stante la natura eminentemente assistenziale dell’assegno (si vedano ancora Cass. 11504/2017 e Cass. 15481/2017, ma anche Trib. Udine, sent 2 novembre 2017; Corte d’Appello Milano, sez. V, sent. 20 settembre 2017, n. 4793; Trib. Roma, sez. I, sent. 23 giugno 2017; Trib. Milano, sez. IX, ordinanza 22 maggio 2017; Trib. Palermo, sez. I, sent. 12 maggio 2017).  Il diritto all’assegno divorzile, pertanto, nella nuova concezione riportata, non può quindi fondarsi, per ciò che concerne l’an debeatur, soltanto sulla presenza di un precedente vincolo matrimoniale e sulla mancanza di redditi adeguati a mantenere il tenore di vita goduto in costanza del vincolo, ma a quest’ultimo deve sommarsi lo stato di non autosufficienza o indipendenza economica del richiedente. La Corte di Cassazione, pertanto, conferma la finalità assistenziale dell’assegno divorzile ma afferma la necessità di modificare l’orientamento costantemente seguito, dopo l’intervento delle Sezioni Unite del 1990, in relazione ai presupposti per il riconoscimento dell’assegno. In particolare, il parametro del “tenore di vita matrimoniale” deve essere sostituito con quello della “autosufficienza economica”. Al di là della considerazione che sarebbe invece finalmente opportuno superare il dogma della natura assistenziale dell’assegno divorzile e affermare che, dopo il divorzio, sopravvive solo l’esigenza di compensare il coniuge debole per i sacrifici fatti a favore della famiglia durante il matrimonio, come evidenziato anche dagli interpreti più attenti, proprio nella perimetrazione del concetto di “autosufficienza economica” deve individuarsi il nucleo problematico del nuovo ragionamento prospettato dalla Corte di legittimità. La Cassazione ha enucleato una serie di indici per comprendere se possa ritenersi raggiunta o meno l’indipendenza economica della parte, in particolare “1) il possesso di redditi di qualsiasi specie; 2) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza (“dimora abituale”: art. 43 c.c. , comma 2) della persona che richiede l’assegno; 3) le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo; 4) la stabile disponibilità di una casa di abitazione”. In relazione a tali circostanze, l’onere probatorio grava sul richiedente, fermo restando il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’ex coniuge. Per quanto riguarda l’eventuale e successiva fase della determinazione del quantum debeatur, la linea guida deve consistere nel principio di solidarietà economica nei confronti dell’ex coniuge più debole, ai sensi degli artt. 2 e 23 Cost.

1.4 La giurisprudenza di merito successiva alle pronunce di legittimità citate ha applicato gli indici individuati dalla Corte di Cassazione con una valutazione effettuata in concreto, al fine di accertare lo stato di non autosufficienza o indipendenza economica del richiedente.  I giudici si sono riferiti alla capacità di sostenere le spese essenziali di vita (vitto, alloggio ed esercizio dei diritti fondamentali) o hanno utilizzato come parametro (non esclusivo) l’ammontare degli introiti che consente di accedere al patrocinio a spese dello Stato (€ 11.528,41 annui ossia circa € 1.000,00 mensili) oppure il reddito medio percepito nella zona in cui vive il richiedente (si vedano, ad esempio, Trib. Milano, sez. IX, ordinanza 22 maggio 2017). Ancora, si è fatto riferimento alla necessità che il richiedente provi di essersi attivato per reperire un’occupazione lavorativa consona all’esperienza professionale maturata e al titolo di studi conseguito o di essere nell’impossibilità, per impedimento fisico o altro, di svolgere qualsivoglia attività lavorativa (Trib. Roma, sez. I, sent. 23 giugno 2017). Ha notato, inoltre, che il parametro dell’indipendenza economica ben si sposa con la disciplina in tema di filiazione di cui all’art. 337 septies cod. civ, come specificato sia dalla Corte di Cassazione nella sent. 11504/2017, sia da Trib. Palermo, sez. I, sent. 12 maggio 2017: non sarebbe infatti coerente, dal punto di vista sistematico, riconoscere il diritto all’assegno divorzile nei confronti dell’ex coniuge economicamente indipendente, con il quale si è sciolto il vincolo matrimoniale, e non riconoscere il diritto all’assegno di contribuzione al mantenimento nei confronti del figlio maggiorenne che abbia raggiunto l’indipendenza economica, con il quale un legame permane.

1.5 Altra parte della giurisprudenza di merito si è discostati dal nuovo orientamento, continuando ancora a fare riferimento al precedente parametro del tenore di vita.  Il Tribunale di Udine, con sent. 10 maggio 2017, ha evidenziato che i concetti di “mezzi adeguati” e “indipendenza economica” non trovano riscontro nel tessuto normativo, oltre ad essere labili e forieri di divergenti interpretazioni. In particolare, ha affermato che: “il concetto di indipendenza economica è particolarmente sfuggente e proteiforme, non essendo per nulla chiaro a cosa dovrebbe in concreto ancorarsi, vale a dire un indice medio delle retribuzioni degli operai e impiegati, o alla pensione sociale o ad un reddito medio rapportato alla classe economico sociale di appartenenza dei coniugi e alle possibilità dell’obbligato … con la conseguenza che ove si optasse per questa ultima soluzione il tanto vituperato criterio del tenore di vita in costanza di matrimonio e le ragionevoli aspettative future fatto uscire dalla porta verrebbe fatto rientrare immediatamente dalla finestra, perché i mezzi adeguati non potrebbero che essere rapportati alla condizione sociale ed economica delle parti in causa e ai loro redditi e quindi al loro tenore di vita passato e attuale”. Secondo questa prospettiva, non esiste una distinzione concreta tra la fase dell’an e quella del quantum e i parametri per l’assegno sono già presenti nella legge sul divorzio, in particolare nell’art. 5, commi quinto e nono, dove si indica anche il tenore di vita. La Corte d’Appello di Milano, invece, ha criticato l’interpretazione che unifica le due fasi, sostenendo che si è trattata di “Operazione ermeneutica errata, ma resa necessaria dal permanere di una interpretazione giurisprudenziale dei parametri di riferimento per definire i mezzi adeguati non più rispondente ai mutamenti sociali in atto, distorsione di cui il recente revirement della Corte di Cassazione si è fatto carico e che ha, condivisibilmente, superato. Il tenore di vita è un indice anch’esso relativo, se non altro perché muta nel tempo ed è legato a tanti fattori, sia di ordine sociale che personale, non ultimo il progredire dell’età. Nella generalità dei casi, inoltre, la frattura dell’unità familiare impoverisce entrambi i coniugi con la conseguenza che il tenore di vita dopo la separazione non è quasi mai paragonabile, per entrambi i coniugi, al tenore di vita in costanza di matrimonio. Non si ritiene pertanto che il canone del tenore di vita in costanza di matrimonio costituisse un parametro certo su cui poter fare affidamento e, in ogni caso, negli anni ha di fatto indotto la giurisprudenza ad una sovrapposizione delle valutazioni sull’ an e sul quantum, per rendere le decisioni comprensibili in relazione al comune sentire e alla evoluzione del costume sociale”. Altra pronuncia da analizzare è la sentenza 12 ottobre 2017, n. 106 della Corte d’Appello di Genova, che, prendendo atto della corrente situazione giurisprudenziale, ha preferito applicare in modo prudente il nuovo indirizzo della Corte di Cassazione.  La Corte d’Appello ligure ha evidenziato che: “È sicuramente possibile interpretare la sentenza della Cassazione come statuente il principio che tutti gli ex coniugi che abbiano un lavoro, anche sottopagato, siano autosufficienti e quindi non abbiano diritto ad alcun assegno di divorzio. Ma in questo modo non esiste poi il rischio di punire sistematicamente la moglie che si è impegnata duramente per continuare a lavorare e nello stesso tempo gestire casa ed i figli e favorire invece proprio quelle persone che sposato un coniuge benestante, hanno abbandonato ogni attività lavorativa? Ossia non corriamo il rischio di premiare proprio quella rendita parassitaria contro cui la Cassazione si è giustamente ribellata?”. Sempre nella stessa sentenza si legge inoltre: “Il criterio del medesimo tenore di vita in costanza di matrimonio non può essere più mantenuto anche perché ormai nella maggioranza dei casi il divorzio, aumentando le spese (anche solo due abitazioni invece che una), impoverisce i coniugi e quindi il tentativo di mantenere il tenore di vita precedente per uno dei coniugi fa precipitare l’altro ad un tenore di vita molto inferiore a quello prima goduto. Se pare poi sicuramente giusto punire le rendite parassitarie costituite dai casi in cui il coniuge economicamente più debole dopo uno o due anni di matrimonio decide di rompere il rapporto matrimoniale e di vivere di rendita alle spalle dell’altro coniuge, ad avviso della Corte non è lecito assumere comportamenti punitivi contro il coniuge che è rimasto sposato per quindici o venti anni e che con sacrifici ha continuato a lavorare per incrementare le risorse economiche familiari. Non è detto quindi che in caso di divorzio l’ex coniuge che lavori non abbia in via assoluta diritto ad un assegno divorzile, ma occorre valutare la necessità di una eventuale integrazione del suo reddito alla luce dei concreti oneri che lo stesso debba sostenere tenendo conto del suo lavoro, del suo patrimonio, della sua salute e della sua collocazione nella società”.

1.6 Alla luce del variegato panorama giurisprudenziale attuale, ci si deve interrogare su quali siano i parametri da adottare in caso di decisione sull’esistenza del diritto al percepimento dell’assegno divorzile. Le pronunce della Corte di Cassazione evidenziano, in modo certamente condivisibile, la necessità di non considerare il matrimonio come un vincolo ultrattivo rispetto allo scioglimento dello stesso, soffermandosi sull’importanza da attribuire al criterio dell’autosufficienza economica di ciascun coniuge, considerato come persona singola dopo il divorzio. Il nuovo orientamento, infatti, si adegua ad un mutamento storico-sociale della struttura familiare, ritenendo che parametrare il diritto ad un assegno divorzile al tenore di vita tenuto in costanza del vincolo sia ormai anacronistico e riferibile ad un modello quasi del tutto appartenente al passato, nel quale soltanto il marito svolgeva un’attività lavorativa, mentre la moglie si occupava della famiglia. Da un lato, oggi la struttura familiare si è modificata e si riscontrano sempre più casi nei quali entrambi i coniugi svolgono un’attività lavorativa: dunque riconoscere il diritto all’assegno divorzile basandosi soltanto sul tenore di vita precedente, si risolverebbe in una richiesta a volte ingiustificata da parte dell’ex coniuge; come correttamente osservano sia la Corte d’Appello di Milano sia la Corte d’Appello di Genova, il parametro del tenore di vita non è più utilizzabile, soprattutto guardando all’impoverimento subito dai coniugi in seguito al divorzio, in quanto porterebbe ad un inevitabile mutamento in pejus del tenore di vita stesso di colui che versa l’assegno. D’altro canto, tale esigenza va bilanciata con la necessità di equilibrare le fortune economiche dei coniugi rispetto agli sforzi e alle rinunce da ciascuno di essi effettuati a favore della famiglia, in modo tale che il coniuge più debole che al momento dello scioglimento del matrimonio non abbia redditi sufficienti a garantirgli l’indipendenza economica e non riesca a procurarseli incolpevolmente, ottenga un assegno divorzile che rappresenti anche una sorta di riconoscimento per l’attività svolta durante il matrimonio a favore del nucleo familiare. È, dunque, indispensabile individuare i parametri a cui ancorare il diritto all’assegno divorzile, evitando il rischio di trovare degli indici eccessivamente astratti.

1.7 Pertanto, alla luce dei criteri indicati dalla Suprema Corte nelle recenti pronunce di merito e alla luce del dettato legislativo di cui all’art. 5, comma sesto, l. div. (che rappresenta allo stato l’unico appiglio normativo), dobbiamo ritenere vi siano due ordini di parametri da utilizzare al fine di comprendere se vi sia autosufficienza economica del coniuge richiedente l’assegno divorzile. Da un lato, parametri di natura personale, dall’altro, parametri inerenti la sfera patrimoniale dei coniugi. In ciascuno di tali ambiti rientrano voci di varia natura che dovranno essere valutati dal tribunale complessivamente ed in relazione alla fattispecie concreta in esame. Per ciò che concerne i parametri di natura personale, vanno ricondotti in tale categoria: – le capacità fisiche e condizioni personali delle parti; – le possibilità effettive di lavoro delle parti in relazione alla salute, all’età, al sesso; – la ricerca da parte del coniuge eventualmente disoccupato di un’occupazione lavorativa consona all’esperienza professionale maturata e al titolo di studi conseguito o l’esistenza di concrete giustificazioni dell’impossibilità, per impedimento fisico o altra condizione personale, a svolgere qualsivoglia attività lavorativa; – le condizioni dei coniugi a seguito del divorzio, anche in relazione alla circostanza che uno dei coniugi si sia occupato prevalentemente della cura della famiglia, a scapito della propria attività lavorativa e della propria crescita professionale: come rilevato anche dalla Corte d’Appello di Genova, infatti, un’applicazione troppo rigorosa del nuovo orientamento giurisprudenziale rischia di penalizzare eccessivamente il coniuge che si sia dedicato prevalentemente alla famiglia, a scapito della propria attività lavorativa e della propria crescita professionale. Infatti, solo per elencare alcune situazioni concrete possibili, sicuramente è diverso – e necessita di soluzioni difformi – il caso di una coppia di giovani coniugi che hanno sempre entrambi svolto un’attività lavorativa e il cui matrimonio ha avuto breve durata, da quello di una coppia di coniugi che ha ormai superato i sessant’anni ed in cui soltanto il marito ha lavorato, mentre la moglie si è occupata sempre della famiglia a discapito della sua attività lavorativa, da quello ancora di una coppia in cui entrambi i coniugi hanno sempre lavorato e avuto dei figli, che al momento del divorzio sono minorenni o economicamente non autosufficienti. Quanto, invece, ai parametri di natura patrimoniale, devono essere tenute in considerazione: – le possibilità effettive di lavoro delle parti in relazione al mercato del lavoro esistente nella zona geografica in cui esse risiedono; – il possesso patrimoni mobiliari ed immobiliari e di redditi (anche non dichiarati) da parte dei coniugi, tenuto conto anche degli oneri che essi comportano; – il costo della vita nel luogo di residenza dei coniugi come certificato dai dati ISTAT più recenti e con eventuale riferimento alla provincia o regione di appartenenza; – la stabile disponibilità di una casa di abitazione ed il titolo in base al quale è detenuta; – la capacità di far fronte direttamente alle spese essenziali di vita (vitto, alloggio ed esercizio dei diritti fondamentali) o la necessità di accedere a sussidi economici erogati da enti territoriali o altre strutture pubbliche o private in base al reddito.

1.8 In relazione alla determinazione del quantum dell’assegno divorzile, peraltro, dovranno continuare ad essere tenuti in considerazione i parametri individuati dal legislatore all’art. 5, comma sesto, l. div.

(Omissis)

Scarica la sentenza integrale in PDF: Trib. Treviso, sentenza del 14 ottobre 2017

Biotestamento: cos’è in 5 punti

IL BIOTESTAMENTO IN 5 PUNTI

(a cura del Dott. Marco Martinoia)

La legge sul testamento biologico (legge 22 dicembre 2017, n. 219) è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale il 16.01.2018.

Essa tratteggia un quadro coerente del rapporto tra medico e paziente, valorizzando il principio di autodeterminazione del malato nelle scelte terapeutiche.

In particolare, il testo recentemente approvato dal Senato disciplina le modalità di espressione e di revoca del consenso informato e delle D.A.T. (disposizioni anticipate di trattamento): disposizioni con le quali l’interessato esprime le proprie decisioni sul “fine vita” nell’ipotesi in cui sopravvenga una perdita irreversibile della sua capacità di intendere e di volere.

 Premessa.

Dopo anni di dibattito sul tema del fine-vita e attraverso un susseguirsi di progetti di legge, lo scorso 14 dicembre, il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge recante “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, cristallizzando per via legislativa i principi ormai da anni consolidati nelle aule dei Tribunali.

In seguito anche ai recenti eventi mediatici di drammatica attualità (su tutti si veda il caso del DJ Fabo) l’interesse generale si è, infatti, concentrato sull’esistenza o meno di un diritto dell’individuo di poter decidere – anche anticipatamente – sulle terapie da adottare o da evitare, nella fase terminale della propria vita.

Nella definitiva approvazione parlamentare, relativamente a queste delicate tematiche, al confine tra l’aspetto etico-religioso e quello laico-civile, ha ricoperto un ruolo decisivo anche la mutata sensibilità del mondo cattolico, testimoniata dalle parole pronunciate recentemente da Papa Francesco il quale, in relazione alla tentazione di insistere con trattamenti sanitari che non giovano al bene integrale della persona, ha richiesto un “supplemento di saggezza”.

 

  1. Biotestamento, eutanasia, suicidio assistito, sedazione terminale: concetti molto vicini ma da non confondere.

Nell’esaminare la recente approvazione della Legge sul biotestamento, in primo luogo, è importante fare un po’ di chiarezza all’interno dell’ampio tema del “fine vita” nel quale, fin troppo spesso, si confonde il significato di nozioni quali: biotestamento, eutanasia attiva o passiva, suicidio assistito e sedazione terminale.

Con il biotestamento (o testamento biologico) la persona compie una scelta, proiettata nel futuro, e fondata sul diritto di ricevere o rifiutare determinati trattamenti sanitari (anche se indispensabili per la sua sopravvivenza).

Con l’eutanasia (attiva) si richiede al medico, la somministrazione o la prescrizione di una sostanza letale per accorciare la sofferenza di un malato terminale provocandone il decesso (tale attività non può certamente essere paragonata ad un trattamento sanitario).

La sospensione delle cure (eutanasia passiva) consiste nell’interruzione di un trattamento medico necessario alla sopravvivenza su richiesta del paziente, nel rispetto della sua volontà ed in conformità con il principio del consenso informato.[1]

Pertanto, mentre nell’eutanasia attiva la causa (o la concausa) della morte è rappresentata proprio dalla condotta del medico, nella forma passiva essa va ricondotta esclusivamente al progredire della malattia.

Il suicidio assistito è l’aiuto medico e amministrativo portato a un soggetto che ha deciso di togliersi la vita: l’atto finale è compiuto interamente dal malato e non dai terzi i quali assistono l’interessato relativamente agli altri aspetti (ricovero, preparazione delle sostanze e gestione tecnica/legale post mortem).

Infine, nella sedazione terminale (o palliativa) i medicinali ed i relativi dosaggi utilizzati sono finalizzati alla miglior conduzione dei sintomi in un paziente terminale (attuabile con una riduzione della coscienza) e non alla rapida induzione della morte del malato, come invece accade nell’eutanasia.[2]

 

  1. Ogni individuo ha diritto (e non dovere) alla vita.

L’articolo 1 esprime, fin da subito, il punto focale della legge stabilendo che la stessa – nel rispetto dei principi della Costituzione (artt. 2, 13 e 32) e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (artt. 1, 2 e 3) – tutela il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona e che “nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata”.

Di estrema rilevanza risulta essere il richiamo all’art. 32 della nostra Costituzione il quale stabilisce espressamente che “nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”.

Infatti, quando una legge vuole porre un limite alla libertà individuale, deve giustificare questo “sacrificio” con il bisogno di salvaguardare degli altri interessi che siano meritevoli di tutela.[3]

Tale principio di civiltà giuridica posto a tutela della dignità umana era già stato recepito anche dal codice di deontologia medica in cui si definisce la rilevanza del consenso alle cure e delle dichiarazioni anticipate di trattamento (anche dette “living will“).[4]

La legge in commento, pertanto, evita possibili equivoci rafforzando il diritto del malato di rifiutare tutte le cure (anche vitali).

La nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale (necessari alla vita), infatti, vengono considerati dalla normativa come “trattamenti sanitari” e quindi rifiutabili.

Con tale importante precisazione vengono, così, superate le controverse implicazioni in ordine alla loro possibile sospensione (drammaticamente emerse nel caso di Eluana Englaro).

Prima della legge sul testamento biologico, invero, non si contestava il principio secondo cui nessuno può essere obbligato ad un determinato “trattamento sanitario” (art. 32 Cost.), ma si riteneva che alimentazione e idratazione non fossero tali, costituendo un mero “sostegno vitale” (non rifiutabile).[5]

 

  1. Il rapporto medico – paziente.

La novella legislativa promuove e valorizza il rapporto di cura e di fiducia tra l’équipe sanitaria ed il paziente dando la massima rilevanza al consenso informato.

Il medico deve illustrare al malato i benefici ed i rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari, nonché le possibili alternative e le conseguenze dell’eventuale rifiuto agli stessi.

Il professionista è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente anche quando questi decida di rinunciare o rifiutare un trattamento necessario alla sua sopravvivenza.

Il consenso informato è documentato in forma scritta o attraverso videoregistrazioni o, per la persona con disabilità, attraverso dispositivi che le consentano di comunicare; ovviamente, resta ferma la possibilità per il paziente di modificare, in qualsiasi momento, la propria volontà.

Il 6° comma dell’articolo 1 prevede espressamente che, in questi casi, il medico va “esente da responsabilità civile o penale”; egli è tenuto solamente ad informare correttamente il malato delle conseguenze della sua scelta ed a promuovere ogni azione di sostegno allo stesso, anche tramite i servizi di assistenza psicologica.

La formula utilizzata dal Legislatore non deve orientare verso un richiamo all’esonero della responsabilità penale, perché, a fronte di un rifiuto valido ed efficace del paziente, il comportamento del terapeuta deve semplicemente ritenersi non illecito.[6]

Nei fatti ci si trova, nuovamente, davanti ad una consacrazione dell’esistente: già prima dell’approvazione di questa legge, una specifica richiesta del malato di non essere sottoposto a cure faceva venir meno in capo al terapeuta l’obbligo di curarlo, mancando il necessario consenso di cui all’art. 32 Cost..[7]

L’ultima parte del sesto comma dell’art. 1 prevede che il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali. A fronte di tal genere di richieste, il medico non ha obblighi professionali.

Tale ultima clausola viene considerata da alcuni critici come una sorta di ancora di salvezza per il medico che, ritenendo la scelta del paziente contraria ai propri principi etici, potrebbero esercitare, in concreto, una vera e propria “obiezione di coscienza”, non prevista dalla legge in commento.[8]

Nella relazione di cura, se l’interessato lo desidera, possono essere coinvolti anche i suoi familiari, la parte dell’unione civile, il convivente o una persona di fiducia dello stesso.

Essi potranno, infatti, essere incaricati di ricevere tutte le informazioni relativamente alle condizioni di salute del paziente nonché di esprimere, in sua vece, il consenso al trattamento sanitario.

L’articolo 2 prevede che il medico, anche in caso di rifiuto o revoca del trattamento sanitario, deve adoperarsi per alleviare le sofferenze del malato.

Nei confronti del paziente con prognosi infausta, invece, il terapeuta deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure ricorrendo alla sedazione palliativa profonda.

In questi casi, infatti, l’art. 5 prevede che il paziente (correttamente informato) ed il medico possano realizzare una pianificazione delle cure condivisa in forma scritta ovvero, nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, attraverso video-registrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare

L’équipe sanitaria è tenuta ad attenersi a tali indicazioni quando il malato venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso.

Con tale pianificazione, pertanto, il paziente esprime una sorta di consenso proiettato al futuro se del caso anche indicando un “fiduciario”.

 

  1. I minori e gli incapaci.

Per i minori e gli incapaci, l’art. 3 prevede che il consenso informato al trattamento sanitario di questi sia espresso o rifiutato dagli esercenti la responsabilità genitoriale, dal tutore o dall’ amministratore di sostegno (la cui nomina preveda l’assistenza necessaria o la rappresentanza esclusiva in ambito sanitario) nel pieno rispetto e valorizzazione della volontà e delle capacità di comprensione dell’interessato.

La decisione circa il rifiuto o meno di un trattamento sanitario può essere rimessa al giudice tutelare, solo nel caso in cui, in assenza delle disposizioni anticipate di trattamento (D.A.T.), si formi un contrasto tra la decisione assunta dal rappresentante legale del minore (o dell’incapace) ed il parere del medico curante.

 

  1. Le D.A.T. (Disposizioni anticipate di trattamento).

Le D.A.T. sono disciplinate all’articolo 4 della legge sul testamento biologico: esse consentono ad ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, di esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari.

L’utilizzo della nozione “disposizioni” e non del termine “dichiarazioni” (utilizzato in passato) esprime chiaramente l’idea che le stesse non hanno un carattere meramente orientativo ma devono essere pienamente rispettate.[9]

L’interessato indica altresì una persona di sua fiducia che ne faccia le veci e lo rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie.

Il “fiduciario” (persona maggiorenne e capace di intendere e di volere) può, in ogni momento, accettare o rinunciare alla nomina. Tale designazione può, comunque, essere revocata dal disponente senza obbligo di motivazione.

Le D.A.T. mantengono efficacia in merito alle volontà del disponente anche qualora non contengano l’indicazione del fiduciario o questi vi abbia rinunciato o sia deceduto o sia divenuto incapace.

Ai sensi del quinto comma dell’articolo 4, le D.A.T. possono essere disattese dal medico, solo se, in accordo con il fiduciario, esse appaiano “palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente ovvero sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita”.

Le D.A.T. – completamente esenti dall’obbligo di registrazione, imposta di bollo o tassazione alcuna – devono essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata autenticata ovvero per scrittura privata consegnata personalmente dall’interessato all’ufficiale di stato civile del suo comune di residenza.

Se le condizioni fisiche del paziente non lo consentono, possono essere espresse attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare e con le medesime forme sono rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento.

Solo in situazioni di emergenza ed urgenza le D.A.T. possono essere revocate, senza seguire le forme suddette, con una dichiarazione verbale raccolta o videoregistrata da un medico, alla presenza di due testimoni.

L’art. 6, inoltre, precisa che ai documenti volti ad esprimere le volontà del disponente in merito ai trattamenti sanitari, depositati presso il comune di residenza o presso un notaio prima della data di entrata in vigore della legge sul biotestamento, si applicano le medesime disposizioni.

[1] In tal senso, R. Cataldi, Il Biotestamento taglia il traguardo, in Studio Cataldi il diritto quotidiano, 15 dicembre 2017.

[2] Sul punto, G. Facchini, Testamento biologico: è un diritto disporre sulla propria sorte?, in Quotidiano giuridico, 29 marzo 2017.

[3] Si veda, R. Cataldi, Il Biotestamento taglia il traguardo, in Studio Cataldi il diritto quotidiano, 15 dicembre 2017.

[4] In tal senso, R. Cataldi, Il Biotestamento taglia il traguardo, in Studio Cataldi il diritto quotidiano, 15 dicembre 2017.

[5] Cfr. M. Ronco, Testamento biologico: è un diritto disporre sulla propria sorte?, in Quotidiano giuridico, 29 marzo 2017.

[6] Sul punto, G. Buffone, Legge sul biotestamento: la mappa delle novità, in Altalex, 18 dicembre 2017.

[7] Si veda, C. Cupelli, Libertà di autodeterminazione terapeutica e disposizioni anticipate di trattamento: i risvolti penalistici, in Diritto penale contemporaneo, 21 dicembre 2017.

[8] Cfr. C. Cupelli, Libertà di autodeterminazione terapeutica e disposizioni anticipate di trattamento: i risvolti penalistici, in Diritto penale contemporaneo, 21 dicembre 2017.

[9] In tal senso, Cristiano Cupelli, Libertà di autodeterminazione terapeutica e disposizioni anticipate di trattamento: i risvolti penalistici, in Diritto penale contemporaneo, 21 dicembre 2017.

Consiglio Nazionale Forense: linee guida per la regolamentazione delle modalità di mantenimento dei figli nelle cause di diritto familiare

Ecco le linne guida (in pdf) tracciate dal CNF in ordine alle modalità di mantenimento dei figli nelle cause di diritto familiare.

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Separazione e divorzio – Spese straordinarie per i figli – Linee guida del Foro di Milano

Di seguito (in pdf) le linee guida adottate dalla Corte di Appello di Milano, dal Tribunale di Milano, dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano, dall’Osservatorio sulla Giustizia civile di Milano in ordine alla determinazione delle spese extra assegno di mantenimento per i figli minori e i figli magiorenni non economicamente indipendenti nel momento della separazione dei genitori nell’intento di limitare le ragioni del conflitto nel momento della crisi familiare.

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Sms come fonte di prova in giudizio per giustificare l’addebito della separazione

Cass. civ. Sez. I, Sentenza del 06-03-2017, n. 5510

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

La violazione dell’obbligo di fedeltà, desumibile da alcuni SMS amorosi pervenuti sul cellulare del marito, giustifica l’addebito quando si pone come causa della crisi coniugale (nel caso di specie, la scoperta della infedeltà era avvenuta nel 2007, cioè successivamente alla riconciliazione intervenuta nel 2002).

LA SENTENZA

(Omissis)

Svolgimento del processo

1.- La Corte d’appello di Milano, con sentenza 8 luglio 2014, ha rigettato i gravami delle parti avverso l’impugnata sentenza del Tribunale della stessa città che, nel giudizio di separazione personale dei coniugi C.E. e V.F., aveva addebitato la separazione al marito, aveva affidato i figli minori M. (n. nel (OMISSIS)) e G. (n. nel (OMISSIS)) al Comune di Milano, li aveva collocati presso la madre e aveva posto a carico del C. un assegno di Euro 2000,00 al mese in favore della moglie e un contributo di mantenimento per tre figli di 3000,00 mensili, oltre al pagamento della globalità delle spese straordinarie concordate tra le parti. Per quanto ancora interessa, la Corte ha giustificato l’addebito per la violazione dell’obbligo di fedeltà, in ragione della scoperta, nel novembre 2007, di messaggi amorosi pervenuti sul cellulare di C.. Con riguardo alle statuizioni economiche, la Corte ha ritenuto giustificate l’attribuzione e la quantificazione dell’assegno in favore della V. e dei figli, in considerazione dell’elevato tenore di vita dei coniugi durante la vita matrimoniale e della sproporzione reddituale tra le parti, anche tenendo conto della capacità lavorativa della stessa V., non tale comunque da giustificare un incremento dei contributi economici a carico del marito; ha compensato le spese del grado di giudizio.

2.- Avverso questa sentenza ricorrono per cassazione, in via principale, il C. con quattro motivi articolati in varie censure, illustrati da memoria; in via incidentale, la V. con due motivi, ai quali il primo si oppone con controricorso.

Motivi della decisione

1.- Il ricorrente principale ha allegato alla memoria la sentenza di divorzio emessa dal Tribunale di Milano, passata in giudicato (la quale ha determinato in Euro 1300,00 l’assegno divorzile a suo carico e in Euro 2800,00 l’assegno di mantenimento per i figli, oltre alla metà delle spese straordinarie). Al riguardo si osserva che la pronuncia di divorzio, operando ex nunc dal momento del passaggio in giudicato, non comporta la cessazione della materia del contendere nel giudizio di separazione personale (o di modifica delle condizioni di separazione) iniziato anteriormente e ancora pendente, ove esista l’interesse di una delle parti all’operatività della pronuncia e dei conseguenti provvedimenti patrimoniali, che trovano il proprio limite temporale nel passaggio in giudicato della sentenza di divorzio (Cass. n. 17825 e 19555 del 2013).

2.- Venendo ai motivi del ricorso principale del C., il primo motivo si articola in due connessi profili, entrambi inammissibili.

Il primo profilo (sub 1.3.1.), per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e art. 156 c.p.c., comma 2, denuncia insufficienza e contraddittorietà della motivazione in ordine all’addebito della separazione, per avere confermato la sentenza di primo grado sulla base di ragioni, concernenti la violazione dell’obbligo di fedeltà come causa della crisi coniugale, diverse da quelle indicate dal primo giudice, secondo il quale quella violazione aveva aggravato una crisi coniugale presente da tempo.

Il profilo in esame è inammissibile, perchè nel prospettare un vizio motivazionale suppone come ancora esistente il controllo di legittimità sulla motivazione della sentenza, essendo invece oggi denunciabile, in seguito alla modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, apportata dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 convertito in L. n. 134 del 2012, soltanto l’omesso esame – non ravvisabile nella specie – di un fatto decisivo che sia stato oggetto di discussione tra le parti (Cass., sez. un., n. 8053/2014, n. 8054/2014).

Il secondo profilo del motivo (sub 1.3.2) denuncia la violazione dell’art. 151 c.c., comma 2, per avere dichiarato l’addebito come conseguenza automatica della violazione dell’obbligo di fedeltà, senza che tale violazione fosse stata causa diretta della crisi coniugale. Il profilo in esame non coglie la ratio decidendi della sentenza impugnata, la quale ha giustificato l’addebito rilevando che la violazione dell’obbligo di fedeltà era stata causa della crisi coniugale, come evidenziato dal fatto che la scoperta della infedeltà era avvenuta nel 2007, cioè successivamente alla riconciliazione intervenuta nel 2002.

Il ricorrente chiede, in sostanza, una rivisitazione del giudizio di fatto concernente l’accertamento della responsabilità di uno o di entrambi i coniugi nel determinarsi della intollerabilità della convivenza, che è istituzionalmente riservato al giudice di merito e non è censurabile in sede di legittimità (v. Cass. n. 961/1992).

3.- Il secondo motivo si articola in due profili connessi, entrambi inammissibili.

Il primo profilo denuncia nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e art. 156 c.c., comma 2, e art. 111 Cost., comma 6, in ordine alla motivazione, ritenuta contraddittoria, sul riconoscimento dell’assegno di mantenimento in favore della V., per avere mal valutato la situazione reddituale delle parti e l’entità del patrimonio del C. e per avere omesso di considerare i documenti prodotti che dimostravano il peggioramento delle sue condizioni economiche.

Il secondo profilo denuncia la violazione dell’art. 156 c.c., comma 1, per avere motivato in modo contraddittorio sulla capacità reddituale della V. e per avere dato rilievo a un fatto non previsto dalla legge, e non vero, come l’abitudine del marito in costanza di matrimonio di addossarsi le spese di famiglia in misura preponderante.

Entrambi i profili si risolvono in critiche all’accertamento dei redditi delle parti, ai fini della concreta determinazione dell’assegno di mantenimento, che è compito riservato al giudice di merito, la cui valutazione è incensurabile in sede di legittimità (Cass. n. 17055/2007), in presenza di motivazione idonea a rivelare la ratio decidendi, dovendosi considerare in tali limiti ridotto il controllo di legittimità sulla motivazione, ai sensi del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. (Cass., sez. un., n. 8053/2014). Il motivo, pur prospettando violazione di norme di diritto, si risolve nella critica della sufficienza del ragionamento logico esposto dal giudice di merito e, in sostanza, nella richiesta di una diversa valutazione degli elementi probatori del processo, ipotesi integrante un vizio motivazionale non più proponibile (v. Cass., sez. un., n. 8053/2014).

4.- Il terzo motivo denuncia la violazione dei suindicati parametri normativi, nonchè dell’art. 337 ter c.c., comma 4, per avere motivato sul quantum, ritenuto eccessivo, dell’assegno di mantenimento dei figli senza rispettare il parametro normativo da ultimo indicato che impone di valutare le risorse di entrambi i genitori; i giudici di merito avrebbero erroneamente considerato florida la situazione reddituale del C., senza confrontarsi con le produzioni documentali nè considerare le ingenti disponibilità economiche della V..

Il motivo è inammissibile, per ragioni analoghe a quelle poc’anzi esposte in ordine al precedente motivo.

5.- Il quarto motivo denuncia violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. per omessa pronuncia sul motivo di gravame riguardante la condanna del C., disposta dal primo giudice, al pagamento delle spese del giudizio di primo grado e per non avere considerato la sussistenza di giusti motivi di compensazione totale o parziale.

Il motivo è infondato, in ordine alla censura di omessa pronuncia: la sentenza impugnata, infatti, avendo confermato la soccombenza del C., ha implicitamente rigettato il motivo sulle spese; esso è inammissibile nella parte in cui invoca la compensazione delle spese del giudizio di primo grado.

6.- Venendo al ricorso incidentale, il primo motivo denuncia omesso esame di un fatto discusso tra le parti e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, per avere condizionato l’operatività dell’obbligo del C. di farsi carico delle spese straordinarie al suo consenso, di fatto sempre negato, con l’effetto di sottrarre ai figli una parte del contributo di mantenimento posto a suo carico.

Il motivo è inammissibile, risolvendosi in una istanza di revisione del giudizio di congruità del contributo posto a carico di C. in relazione alle spese straordinarie per i figli.

7.- Il secondo motivo del ricorso incidentale denuncia violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, per omessa pronuncia sul motivo di appello incidentale con cui la V. aveva chiesto di convertire in una misura fissa la parte variabile del contributo di mantenimento per i figli.

Il motivo è infondato, avendo i giudici di merito implicitamente pronunciato sul motivo respingendolo.

8.- In conclusione, entrambi i ricorsi sono rigettati.

Le spese sono compensate.

P.Q.M.

La Corte rigetta entrambi i ricorsi; compensa le spese del giudizio.

Sussistono i presupposti per porre a carico di entrambe le parti l’ulteriore contributo dovuto per legge.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi.

Così deciso in Roma, il 1 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 6 marzo 2017

Padre assente? Risarcimento al figlio di 100mila euro per danno da deprivazione della figura paterna

Tribunale di Milano, Sez. X, Sentenza del 13-03-2017, n. 2938/2017

IL CASO

Una signora, in proprio e quale amministratrice di sostegno del figlio B.B., conveniva in giudizio innanzi il Tribunale di Milano il signor Gi.Fr. per ottenere, previo accertamento dell’inadempimento del convenuto agli obblighi di mantenimento del figlio naturale legalmente riconosciuto, la condanna del suddetto al rimborso delle spese sostenute dalla nascita del ragazzo al settembre 2012, nonché al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale patiti dal ragazzo a causa della totale assenza della figura paterna. Il Sig. Gi.Fr., infatti, aveva da sempre rifiutato rapporti col figlio non solo omettendo completamente di contribuire al suo mantenimento, ma soprattutto rifiutando di vederlo se non in due sole occasioni all’età di sei e dodici anni e di prendersi cura dello stesso.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

“Quanto infine alla domanda di risarcimento dei danni non patrimoniali per la privazione del rapporto genitoriale avanzata dalla madre di Davide, quale amministratrice di sostegno del figlio, occorre rilevare quanto segue. Costituisce premessa indispensabile l’ammissione della imprescindibile presenza di entrambe le figure parentali ai fini di una corretta, sana ed equilibrata maturazione del bambino soprattutto nelle prime fasi dello sviluppo umano. Nel caso di specie è risultato che il convenuto, pur avendo provveduto a riconoscere il figlio naturale, lo ha da sempre rifiutato non solo omettendo completamente di contribuire al suo mantenimento […] ma soprattutto rifiutando […] di prendersi cura dello stesso, anche solo supportando la madre sulla quale è gravato in modo assorbente ed esclusivo il compito di educare, curare ed assistere il figlio gravemente disabile, senza con ciò voler riconoscere un obbligo giuridicamente coercibile del padre ad amare un figlio. […] Consegue pertanto che può ritenersi sussistente il danno lamentato da deprivazione della figura parentale paterna. La condotta paterna, caratterizzata dal rifiuto di ogni approccio e contatto con il figlio […] configura un illecito e rappresenta certamente una perdita per il figlio che ha segnato la sua vita incidendo significativamente sulla sua delicata identità personale e che non può essere certamente compensata dalla presenza dell’altro genitore o dei parenti prossimi e nemmeno compensata dal sostegno economico.”

LA SENTENZA INTEGRALE

 REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI MILANO

DECIMA DECIMA

Il Tribunale, nella persona del giudice unico Dott. Adriana Cassano Cicuto ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. 29814/2015 R.G. promossa da:

A.A. assistito e difeso dall’avv. D’E.DA. e dall’avv. elettivamente domiciliato in Indirizzo Telematico presso avv. D’E.DA.

ATTRICE

contro:

GI.FR.

CONVENUTO CONTUMACE

Oggetto: Responsabilità ex artt. 2049 – 2051 – 2052 c.c.

Svolgimento del processo

Con atto di citazione ritualmente notificato la signora A.A. , in proprio e quale amministratrice di sostegno del figlio B.B., conveniva in giudizio innanzi il Tribunale di Milano il signor Gi.Fr. per ottenere, previo accertamento dell’inadempimento del convenuto agli obblighi di mantenimento del figlio naturale legalmente riconosciuto, la condanna del suddetto al rimborso delle spese sostenute dalla nascita del ragazzo al settembre 2012, nonché al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale patiti dal ragazzo a causa della totale assenza della figura paterna.

Fissata udienza di prima comparizione nessuno si costituiva per il convenuto che veniva dichiarato contumace.

Concessi i termini di cui all’art. 183 comma sesto e sentita liberamente l’attrice dal Giudice, la causa veniva istruita con l’ammissione di ctu medico – legale sulla persona del signor Da.Gi. all’esito della quale il Giudice, ritenuta la causa matura per la decisione, fissava udienza per la precisazione delle conclusioni all’1 febbraio 2017 ove tratteneva in decisione assegnando a parte attrice termine di legge per il deposito di conclusionale.

Motivi della decisione

Le domande attrici vanno accolte nei limiti di seguito indicati.

Va in primo luogo esaminata la domanda di ristoro del pregiudizio patrimoniale derivante dal mancato mantenimento del figlio Davide ad opera del convenuto dalla nascita del suddetto (20.2.1982) al settembre 2012 (data del primo versamento da parte del datore di lavoro del convenuto – Teatro alla Scala – della somma di Euro 250,00 in ottemperanza alla sentenza di condanna del Tribunale di Busto Arsizio).

A tale proposito si rileva che l’obbligazione di mantenimento dei figli naturali – del tutto parificati a quelli legittimi – in quanto collegata allo status genitoriale, sorge con la nascita per il solo fatto di averli generati e persiste sino al conseguimento della loro indipendenza economica, con la conseguenza che nell’ipotesi in cui al momento della nascita, il figlio sia stato riconosciuto da uno solo dei genitori che abbia assunto l’onere esclusivo del mantenimento anche per la parte dell’altro genitore, egli ha diritto di regresso nei confronti dell’altro per la corrispondente quota, sulla base delle regole dettate dagli artt. 148 e 261 c.c. da interpretarsi alla luce del regime delle obbligazioni solidali ex art. 1299 c.c.

Va altresì considerato che il rimborso delle spese sostenute dal genitore che ha provveduto al mantenimento del figlio fin dalla nascita, anche se trova la sua fonte nell’obbligazione legale di mantenimento imputabile anche all’altro genitore, ha natura latu sensu indennitaria in quanto diretta ad indennizzare il genitore che ha riconosciuto il figlio per gli esborsi sostenuti da solo per il suo mantenimento (Cass. 22.7.14 n. 16657).

Ciò premesso si rileva che l’attrice ha provato integralmente di aver provveduto in via esclusiva al mantenimento del figlio dal momento della sua nascita senza alcun sostegno da parte del padre maturale dello stesso che ha permanentemente inadempiuto agli obblighi connessi al proprio status di genitore naturale. L’attrice ha richiesto a tale titolo la corresponsione di una somma pari a circa Euro 90.000,00 (pari alla somma di Euro 250,00 moltiplicata per 367 mesi, desumendo quale criterio di determinazione l’importo stabilito con la sentenza di condanna del Gi. al pagamento di Euro 250,00 mensili a far tempo dal settembre 2012). Ritiene il Tribunale che il calcolo così effettuato non sia corretto, dovendosi infatti considerare, posto che l’attrice chiede il rimborso della somma dalla nascita di Davide avvenuta nel 1982, da un lato che verosimilmente i bisogni del figlio sono andati via via crescendo nel tempo in relazione all’età ed alle esigenze mutevoli per poi cristallizzarsi nella somma di Euro 250,00 nel 2012 e dall’altro il variabile potere d’acquisto della moneta, soprattutto con l’avvento dell’Euro. Alla luce di tali considerazioni ed accedendo ad una valutazione necessariamente equitativa posto che l’equità costituisce criterio di valutazione del pregiudizio non solo in caso di responsabilità extracontrattuale, ma anche con riguardo ad indennizzi o indennità previste dalla legge (Cass.11351/2004), stimasi equo determinare a ristoro del predetto pregiudizio l’importo di Euro 60.000,00.

Sotto il profilo patrimoniale la signora Al. chiede altresì il rimborso delle spese mediche sostenute per la cura di Davide e la partecipazione del convenuto a quelle future non coperte dal Servizio Sanitario Nazionale.

Quanto alla prima voce si rileva che l’attrice ha dato spontaneamente atto della difficoltà di documentare completamente gli esborsi sostenuti a tale titolo in relazione al lungo periodo temporale intercorso; cionondimeno tali esborsi, inerenti per lo più a spese dentistiche, operazioni effettuate sul bimbo in tenera età presso l’Ospedale Ga. di Genova, spese di alimentazione speciali, trasferte all’estero per effettuare sedute speciali di fisioterapia, appaiono verosimilmente sostenuti tenuto conto delle gravi patologie di cui soffre B.B. e della documentazione presente in atti. Nella determinazione di tale pregiudizio dovrà farsi necessariamente ricorso al criterio equitativo stante l’impossibilità di provare il danno nel suo preciso ammontare (art. 1226 c.c.), danno che può pertanto essere quantificato in complessivi Euro 25.000,00 oltre interessi legali dalla sentenza al saldo. Quanto alla spese mediche future occorre fare riferimento alla esperita ctu medico – legale collegiale, le cui conclusioni vanno integralmente condivise per congruità e logicità di ragionamento, che ha accertato la necessità del giovane di essere sottoposto a trattamenti nEuro-riabilitativi, di cui i periti hanno descritto la tipologia, sotto stretta osservazione del fisiatra.

Il Collegio peritale ha tuttavia concluso per la possibilità di effettuazione di tali sedute riabilitative attraverso il Servizio Sanitario Nazionale presso idonee strutture milanesi, mentre è rimasta priva di alcun riscontro probatorio l’allegazione di parte attrice circa la limitazione del servizio ad un numero ridotto di sedute (10), ragione per la quale la suddetta pretesa risarcitoria non può essere accolta.

Quanto infine alla domanda di risarcimento dei danni non patrimoniali per la privazione del rapporto genitoriale avanzata dalla madre di Davide, quale amministratrice di sostegno del figlio, occorre rilevare quanto segue. Costituisce premessa indispensabile l’ammissione della imprescindibile presenza di entrambe le figure parentali ai fini di una corretta, sana ed equilibrata maturazione del bambino soprattutto nelle prime fasi dello sviluppo umano. Nel caso di specie è risultato che il convenuto, pur avendo provveduto a riconoscere il figlio naturale, lo ha da sempre rifiutato non solo omettendo completamente di contribuire al suo mantenimento (aspetto che è già stato valutato da questo Tribunale in precedenza), ma soprattutto rifiutando di vederlo se non in due sole occasioni all’età di sei e dodici anni e di prendersi cura dello stesso, anche solo supportando la madre sulla quale è gravato in modo assorbente ed esclusivo il compito di educare, curare ed assistere il figlio gravemente disabile, senza con ciò voler riconoscere un obbligo giuridicamente coercibile del padre ad amare un figlio.

La violazione degli obblighi di assistenza morale, di educazione e di cura dei figli, ancor più significativa e pregnante nel caso in esame alla luce delle gravi disabilità di cui è affetto il giovane, rappresenta un illecito civile certamente riconducibile nelle previsioni dell’art. 2043 c.c.

A tale proposito deve considerarsi, a prescindere dalla astratta riconducibilità della condotta del convenuto al reato di cui all’art. 570 comma primo c.p., che il comportamento paterno ha certamente esposto Da.Gi. ad una situazione di (…) che indubbiamente ha influito negativamente sul suo sviluppo psichico già duramente messo alla prova dall’infermità somatosensoriale connatale, così come accertato dal Collegio peritale.

Non vi è dubbio che il ragazzo abbia patito e patisca la sofferenza legata al suo rifiuto da parte della figura paterna.

Come ha infatti accertato il collegio peritale, malgrado le forti limitazioni nella comunicazione verbale del ragazzo, affetto da una grave forma di paralisi cerebrale con tetraparesi spastica, sordità bilaterale e disfunzione cardiaca, egli ha una sensibilità emotiva particolarmente sviluppata che gli ha fatto percepire la totale assenza del padre in modo ancor più acuto e pregante rispetto a soggetti privi delle descritte disabilità.

Consegue pertanto che può ritenersi sussistente il danno lamentato da deprivazione della figura parentale paterna.

La condotta paterna, caratterizzata dal rifiuto di ogni approccio e contatto con il figlio disabile e particolarmente odioso in quanto motivato proprio dalla sua disabilità, così come già accertato dal Tribunale di Lodi, configura un illecito e rappresenta certamente una perdita per il figlio che ha segnato la sua vita incidendo significativamente sulla sua delicata identità personale e che non può essere certamente compensata dalla presenza dell’altro genitore o dei parenti prossimi e nemmeno compensata dal sostegno economico.

Essendo la famiglia l’ambiente primario in cui i singoli si costruiscono come adulti e come persone, la descritta situazione soggettiva ha senza dubbio un rango primario e come tale suscettibile di ristoro anche non patrimoniale in caso di lesione, interessando situazioni di rilievo costituzionale.

Ne consegue pertanto che all’attrice, quale amministratrice di sostegno del figlio, va riconosciuto senza dubbio il risarcimento del danno patito da quest’ultimo in conseguenza dell’assenza del genitore.

Quanto alla liquidazione di tale pregiudizio occorre rilevare come la stessa sfugga a precise quantificazioni monetarie e pertanto debba essere necessariamente liquidata in via equitativa ex art. 1226 c.c. facendo riferimento, secondo l’orientamento assolutamente condivisibile (Corte App. Brescia 1.3.12), alle Tabelle di liquidazione del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale redatte dall’Osservatorio di Milano per la liquidazione del danno in sede civile.

Appare evidente come nel caso di specie non possa farsi riferimento alla forbice di liquidazione massima pari a circa Euro 330.000,00, importo calcolato sull’ipotesi di decesso della figura genitoriale e della conseguente perdita definitiva della figura, ne consegue pertanto che l’importo deve essere adeguatamente rideterminato nella somma di Euro 100.000,00.

In conclusione il convenuto va condannato a corrispondere all’attrice, in proprio e quale amministratrice di sostegno del figlio B.B., la somma suddetta oltre interessi legali dalla sentenza al saldo.

Le spese di lite e di ctu seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo in favore dell’Erario stante l’ammissione dell’attrice al gratuito patrocinio dello Stato.

P.Q.M.

il Tribunale, definitivamente pronunziando, ogni diversa istanza, difesa, eccezione, deduzione disattesa:

Accerta l’inadempimento di Gi.Fr. agli obblighi di mantenimento del figlio naturale riconosciuto B.B. e lo condanna a corrispondere ad

A.A. , in proprio, la somma di Euro 85.000,00 oltre accessori come da motivazione;

Condanna il convenuto Gi.Fr. a corrispondere ad A. A. , quale amministratrice di sostegno del figlio Da.Gi., la somma di Euro 100.000,00 oltre accessori;

Rigetta ogni altra domanda;

Pone definitivamente a carico del convenuto le spese di ctu come liquidate in corso di causa;

Condanna il convenuto a rifondere le spese di lite liquidate in favore dell’Erario in complessivi Euro 6.205,80 oltre accessori di legge, Iva e Cpa.

Così deciso in Milano, il 13 marzo 2017.

Depositata in Cancelleria il 13 marzo 2017.

 

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Divorzio: assegno di separazione come “tetto massimo” da non superare ed affido superesclusivo in caso di totale disinteresse per il minore

Trib. Milano, sez. IX civ., sentenza 18 gennaio 2017 (Pres. Cattaneo, rel. Laura Stella)

I PASSI SALIENTI DELLA SENTENZA

Sull’affido superesclusivo: Dalle dichiarazioni rese dalla X e come in parte confermato dalla documentazione versata in atti, risulta un totale disinteresse paterno per la figlia minore, nonché un costante inadempimento del Y agli obblighi di mantenimento della ragazza e del fratello – divenuto nel frattempo maggiorenne, ma ancora non economicamente autonomo […] Fornisce ulteriori ragioni per confermare il disposto regime di affido cd. superesclusivo alla madre il comportamento processuale tenuto dal Y, il quale, nonostante la rituale notifica del ricorso e poi del verbale dell’udienza presidenziale, non ha ritenuto di costituirsi in giudizio e neppure è comparso all’udienza presidenziale o alle successive udienza ex art. 183 c.p.c. per esporre le proprie ragioni.

Sull’assegno di divorzio: L’assetto economico concordato dai coniugi in sede di separazione costituisce infatti, per pacifica giurisprudenza, un utile elemento di valutazione ai fini della determinazione e quantificazione dell’assegno divorzile e, di regola, esso costituisce l’ammontare massimo entro i cui limiti va fissato il quantum del predetto assegno divorzile, salvo venga data prova di un significativo incremento della situazione economico patrimoniale del coniuge obbligato, successivo alla separazione, conseguente ad aspettative maturate nel corso del matrimonio e quindi costituente sviluppo naturale e prevedibile dell’attività svolta durante il matrimonio o venga data prova comunque di una significativa modifica della situazione economico-reddituale dei coniugi (ved. Cass. 98/2995; 97/5194). Va rilevato infatti, in primo luogo, che non viene allegato né provato che i coniugi abbiano goduto di un tenore di vita elevato; in secondo luogo, che in sede di separazione (nel 2013) le parti non concordavano alcun assegno di mantenimento per la X e ciò benché all’epoca la ricorrente percepisse un reddito da lavoro di misura del tutto modesta (€ 4.408,00 annui).

RAGIONI IN FATTO E DIRITTO DELLA DECISIONE

Con ricorso depositato il …2016 e ritualmente notificato al convenuto, XX chiedeva al Tribunale adito: di dichiarare la cessazione degli effetti civili del matrimonio celebrato con Y Y a Milano in data ..1995; di affidare i figli minori AA (……2000) e BB (….1998) in via esclusiva alla madre, regolamentando i rapporti padre-figli; di porre a carico del Y un contributo mensile di € 500,00 per il mantenimento dei due figli, oltre al 50% delle spese scolastiche, mediche, ludiche, sportive e creative; di porre a carico del marito un assegno divorzile di € 200,00; di disporre sequestro conservativo sugli utili o su qualsiasi somma riconosciuta alla società di cui è socio il Y, …. S.n.c., a garanzia dell’adempimento degli obblighi patrimoniali stabiliti dal Tribunale di Lodi con sentenza di separazione n. …/13 del ..2013.

La ricorrente lamentava il costante inadempimento del Y agli obblighi discendenti dalla sentenza di separazione (mancato pagamento del contributo economico per i figli dal giugno 2013; assenza di relazione padre-figli, salvo sporadici contatti, perlopiù telefonici sino all’estate 2015; disinteresse del padre relativamente alla carriera scolastica e alle difficoltà di apprendimento dei figli, specie di AA). All’udienza presidenziale tenutasi il …2016, il convenuto non si costituiva, né compariva personalmente. il Presidente, impossibilitato ad esperire il tentativo di conciliazione, affidava la figlia minore AA in via esclusiva alla madre, con facoltà della stessa di adottare in via esclusiva anche le decisioni di maggior interesse per la figlia (BB era divenuto medio tempore maggiorenne); regolamentava le visite padre-figlia, rimettendole all’accordo diretto tra il Y e la ragazza; stimava manifestamente superfluo l’ascolto della minore, confermava le statuizioni della sentenza di separazione, quanto al concorso del Y nel mantenimento dei figli; riservava in sede di sentenza ogni decisione in ordine al chiesto assegno divorzile e all’istanza di sequestro conservativo. Il Presidente f.f. nominava se stesso Giudice Istruttore. Nonostante la rituale notifica del verbale dell’udienza presidenziale, il convenuto non si costituiva in giudizio, né compariva all’udienza ex art. 183 c.p.c. e pertanto veniva dichiarato contumace. Senza attività istruttoria, la causa veniva rinviata per la precisazione delle conclusioni.

  1. Sulla domanda di divorzio.

La domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio avanzata dalla ricorrente è fondata e deve essere accolta. I coniugi hanno celebrato matrimonio a Milano il …1995, matrimonio regolarmente trascritto nei registri del Comune di Milano (…..) e pure trascritto nei registri del Comune di Locate di … (…); risultano essere stati separati con sentenza n. …/13 del …2013, pubblicata il ..2013, del Tribunale di .., passata in giudicato , si è pertanto protratto lo stato di separazione legale tra gli stessi per il periodo previsto dalla legge (legge 898/70 e successive modificazioni di cui alla legge 55/2015), essendo stato depositato il ricorso per ottenere il divorzio in data ..2016. Non è stata eccepita l’intervenuta riconciliazione tra i coniugi e pertanto ricorrono gli estremi previsti dall’art.3 n.2 lett.b) L.898/70 e successive modifiche per la pronuncia della cessazione degli effetti civili del matrimonio, dovendo ritenersi accertato che la comunione materiale e spirituale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita.

  1. Sulla domanda di affido esclusivo della figlia minore e sulla regolamentazione dei rapporti padre-figlia.

Deve confermarsi l’affido della figlia minore AA (ormai sedicenne) in via esclusiva alla ricorrente, nella formula del c.d. affido superesclusivo e pertanto con facoltà della X di assumere in via esclusiva anche le decisioni relative alle questioni di maggior interesse per la figlia (scelte scolastico-educative; scelte medico-sanitarie; fissazione della residenza della figlia). Dalle dichiarazioni rese dalla X e come in parte confermato dalla documentazione versata in atti, risulta un totale disinteresse paterno per la figlia minore, nonché un costante inadempimento del Y agli obblighi di mantenimento della ragazza e del fratello – divenuto nel frattempo maggiorenne, ma ancora non economicamente autonomo (ved. atti di precetto e pignoramento versati in atti, denuncia querela e relative integrazioni sporta dalla X contro il Y a causa dei protratti inadempimenti all’obbligo di mantenimento dei figli). La ricorrente ha precisato che il Y, dopo la separazione, ha visto i figli AA e BB solo occasionalmente e sporadicamente, per pochi minuti e senza tenerli mai con sé; che egli si è sempre disinteressato degli studi dei figli, non si è presentato ai colloqui scolastici, non ha versato i contributi per la scuola, non si è occupato dei problemi di apprendimento di AA (…). Ha aggiunto che da maggio 2015 circa il convenuto ha del tutto interrotto i rapporti con i figli e che è pendente a .. procedimento penale contro di lui per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare. Fornisce ulteriori ragioni per confermare il disposto regime di affido cd. superesclusivo alla madre il comportamento processuale tenuto dal Y, il quale, nonostante la rituale notifica del ricorso e poi del verbale dell’udienza presidenziale, non ha ritenuto di costituirsi in giudizio e neppure è comparso all’udienza presidenziale o alle successive udienza ex art. 183 c.p.c. per esporre le proprie ragioni. Circa il regime di frequentazione padre-figlia, si ritiene debba confermarsi un regime di liberi incontri, che avverranno previo accordo diretto tra il convenuto ed AA, ormai sedicenne, e nel rispetto della volontà della minore. La situazione di fatto e la ormai prolungata interruzione degli incontri padre-figlia, a causa dello scarso interesse del padre per il suo ruolo genitoriale, porta a stimare manifestamente superfluo l’ascolto della minore, nonché inopportuno un suo coinvolgimento nel presente giudizio. Va ribadito che il figlio BB è ormai maggiorenne e nulla deve disporsi in ordine al suo affido e ai rapporti tra lo stesso e il padre.

  1. Sul contributo paterno al mantenimento dei figli AA e BB Y.

Ritiene il Collegio che il contributo economico provvisoriamente posto a carico del Y per il mantenimento dei due figli debba essere in questa sede confermato. Va premesso che in sede di separazione, il Tribunale aveva disposto, un contributo paterno per il mantenimento dei due figli di € 500,00 mensili, oltre al 50% delle spese mediche, scolastiche e ludiche, e ciò su conclusioni congiunte delle parti. La ricorrente ha chiesto in questa sede la conferma delle condizioni di separazione, pur allegando e documentando un peggioramento della propria situazione economica e reddituale. Dalle dichiarazioni fiscali agli atti risulta che la X ha percepito nell’anno di imposta 2013 (ved. modello PF/14) un reddito complessivo di € 4.408,00 e nell’anno di imposta 2014 un reddito complessivo di € 3.550,00. Per il 2015, la ricorrente ha prodotto certificazioni di compensi percepiti dalla …, per prestazioni di lavoro occasionali, del tutto esigui, mentre ha depositato dichiarazione sostitutiva circa l’assenza di redditi nell’anno di imposta 2016. Quanto al Y, egli è socio della … S.n.c. Dalle dichiarazioni fiscali acquisite agli atti tramite l’Agenzia delle Entrate emerge quanto segue: nell’anno di imposta 2013, il convenuto ha dichiarato un reddito complessivo di € 14.798,00 ed un imponibile di € 11.490,00; nell’anno 2014, un reddito complessivo di € 11.083,00 e un imponibile di € 7.408,00. Quanto all’anno di imposta 2015, l’Agenzia delle Entrate, con nota del ..2016, ha dato atto della indisponibilità di informazioni reddituali, non essendo ancora decorsi i termini per la presentazione delle dichiarazioni reddituali, ma ha precisato in ogni caso, quale dato parziale, un reddito da lavoro dipendente del Y di € 209,99 e un reddito da lavoro autonomo di € 625,00. Ciò premesso, va messa in dubbio l’attendibilità delle dichiarazioni fiscali del Y, considerato che nel 2013 egli si impegnava al versamento di un contributo di € 500,00 mensili, oltre al 50% delle spese straordinarie, a fronte di un reddito dichiarato di € 868,00 mensili netti circa, somma evidentemente incompatibile con l’impegno economico assunto. Le dichiarazioni fiscali non possono pertanto essere poste seriamente a base della decisione sui profili economici; esse comunque attestano che l’attività imprenditoriale del convenuto continua a produrre reddito, nonostante l’inevitabile contrazione legata alla crisi economica attuale (la ricorrente ha del resto documentato numerosi versamenti della … S.n.c. a Y Y, come da doc. 9). Va inoltre rimarcato che il Y non fornisce alcun contributo al mantenimento diretto dei figli (che non vede mai), che le esigenze dei due ragazzi si sono certamente accresciute con il crescere dell’età, che la situazione economico-reddituale della X è certamente peggiorata dalla data della separazione. Appare pertanto equo, in relazione alle presumibili necessità di AA e BB, e ancora compatibile con la reale capacità reddituale del padre l’assegno già concordato dai coniugi in sede di separazione per il mantenimento dei due figli, anche tenuto conto del fatto che il Y è persona di soli 50 anni, abile al lavoro e da tempo inserito nel mondo imprenditoriale e deve pertanto versare un congruo contributo economico per i figli.

  1. Sulla domanda di assegno divorzile.

La domanda della X volta ad ottenere un assegno divorzile deve essere respinta. Va premesso che per pacifica giurisprudenza presupposto dell’erogazione di un assegno divorzile è l’inadeguatezza “dei mezzi economici a disposizione del richiedente per consentirgli il mantenimento di un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio”, tenuto conto delle aspettative maturate nel corso dell’unione coniugale e valutata in concreto l’incapacità del coniuge richiedente di procurarsi tali mezzi economici per ragioni oggettive (ved. Cass. 08/24858; 07/25019; Cass. 11870/2015). Deve poi valutarsi l’accordo di separazione e se la situazione economica reddituale delle parti sia mutata dall’epoca della separazione ad oggi. L’assetto economico concordato dai coniugi in sede di separazione costituisce infatti, per pacifica giurisprudenza, un utile elemento di valutazione ai fini della determinazione e quantificazione dell’assegno divorzile e, di regola, esso costituisce l’ammontare massimo entro i cui limiti va fissato il quantum del predetto assegno divorzile, salvo venga data prova di un significativo incremento della situazione economico patrimoniale del coniuge obbligato, successivo alla separazione, conseguente ad aspettative maturate nel corso del matrimonio e quindi costituente sviluppo naturale e prevedibile dell’attività svolta durante il matrimonio o venga data prova comunque di una significativa modifica della situazione economico-reddituale dei coniugi (ved. Cass. 98/2995; 97/5194). La Cassazione ha chiarito infatti che, sebbene la determinazione dell’assegno di divorzio, alla stregua dell’art. 5 l. 1 dicembre 1970 n. 898, modificato dall’art. 10 l. 6 marzo 1987 n. 74, sia indipendente dalle statuizioni patrimoniali operanti, per accordo tra le parti e in virtù di decisione giudiziale, in vigenza di separazione dei coniugi, costituendo effetto diretto della pronuncia di divorzio, “l’assetto economico stabilito all’atto della pregressa separazione personale costituisce un elemento utile di valutazione nel contesto degli ulteriori dati presuntivi emersi, suscettibili di essere apprezzati in favore della parte richiedente l’assegno, per il principio di acquisizione presente nel vigente ordinamento processuale – in base al quale le risultanze istruttorie comunque ottenute concorrono alla formazione del convincimento del giudice” (Cass. 15728/2005; ved. anche Cass. 23763/08; 6312/1986). Nella fattispecie, deve ritenersi che la ricorrente sia persona in grado di mantenere, in via tendenziale, il pregresso tenore di vita senza alcun contributo economico del coniuge e con i soli proventi del proprio lavoro. Va rilevato infatti, in primo luogo, che non viene allegato né provato che i coniugi abbiano goduto di un tenore di vita elevato; in secondo luogo, che in sede di separazione (nel 2013) le parti non concordavano alcun assegno di mantenimento per la X e ciò benché all’epoca la ricorrente percepisse un reddito da lavoro di misura del tutto modesta (€ 4.408,00 annui). Pur preso atto dell’attuale stato di disoccupazione della ricorrente, va poi evidenziato che ella è ancora giovane, abile al lavoro, con esperienze lavorative pregresse e che si è impegnata in una riqualificazione professionale idonea a favorire il reingresso nel mondo del lavoro (la X sta ultimando un corso biennale per tecnico veterinario, presso la scuola di formazione ….). La ricorrente non ha inoltre fornito o offerto prova alcuna dell’oggettiva impossibilità di procurarsi da sola mezzi adeguati al proprio sostentamento e al mantenimento del tenore di vita pregresso (tenore di vita che, si ribadisce, la X, in sede di separazione, riteneva di poter conservare senza l’aiuto del marito, pur a fronte di redditi di poco più di € 4.000,00 annui). Considerato poi che i figli sono ormai grandi (16 e 18 anni), non vi sono ostacoli ad un inserimento lavorativo della madre anche a tempo pieno. Va in ultimo rilevato che non vi è prova alcuna del fatto che le condizioni economico-reddituali del Y siano migliorate rispetto all’epoca della separazione e tali condizioni non paiono consentire la determinazione a suo carico, oltre che dell’assegno per i figli come sopra determinato, anche di un assegno in favore della moglie. Per tutti i motivi esposti, la domanda di assegno divorzile deve essere respinta.

  1. Sulla domanda di sequestro conservativo.

Parte ricorrente ha avanzato domanda di sequestro conservativo ai sensi dell’art. 8 legge 898/70 “sugli utili o su qualsiasi somma che sarà riconosciuta come dovuta alla società … S.n.c.”, società di cui il Y è socio. La domanda, per come formulata, deve ritenersi inammissibile, in quanto svolta nei confronti di soggetto giuridico terzo, estraneo al presente giudizio (la società … S.n.c.).

  1. Sulle spese processuali.

In ragione della natura necessaria del giudizio, che si è svolto nella contumacia del convenuto e non ha previsto attività istruttoria, e considerato che le domande della ricorrente hanno trovato solo parziale accoglimento, devono restare a carico della ricorrente quota di ½ delle spese processuali sostenute. La restante quota di ½ deve essere posta a carico del Y, stante la sua prevalente soccombenza e, liquidata come da dispositivo, deve essere versata all’Erario, essendo la X ammessa al patrocinio a spese dello Stato.

P.Q.M.

 Il Tribunale, definitivamente pronunciando, disattesa o rigettata ogni diversa ed ulteriore domanda eccezione, deduzione, istanza anche istruttoria, così statuisce:

1) Dichiara la cessazione degli effetti civili del matrimonio celebrato a Milano il …1995 tra X X e Y Y, matrimonio trascritto nei registri dello Stato Civile del Comune di Milano (anno ….) e pure trascritto nei registri del Comune di Locate di … (anno…);

2) Affida la figlia minore AA Y in via esclusiva alla madre, con facoltà della stessa di assumere in via esclusiva anche le decisioni relative alle questioni di maggior interesse per la figlia (scelte scolastico-educative; scelte medico-sanitarie; fissazione della residenza della figlia);

3) Dispone libere visite padre-figlia, previo accordo diretto di AA con il padre, nel rispetto della volontà della minore, accordo da comunicarsi alla madre;

4) Pone a carico di Y Y, quale contributo al mantenimento dei due figli, l’importo mensile di € 500,00, importo da versarsi alla X entro il giorno 5 di ogni mese e da rivalutarsi annualmente secondo gli indici ISTAT (prima rivalutazione dicembre 2013), oltre al 50% delle spese mediche non coperte dal S.S.N., purchè adeguatamente documentate, delle spese scolastiche documentate (tassa d’iscrizione, libri e materiale didattico espressamente richiesto dalla scuola, gite e uscite didattiche), delle spese ludiche, queste ultime solo se previamente concordate documentate;

5) Rigetta la domanda della ricorrente volta ad ottenere un assegno divorzile;

6) Dichiara inammissibile la domanda di sequestro ai sensi dell’art. 8 legge 898/70;

7) Manda il Cancelliere a trasmettere copia autentica del dispositivo della presente sentenza, limitatamente al capo 1, al passaggio in giudicato, all’Ufficiale di Stato Civile del Comune di Milano, perché provveda alle annotazioni ed ulteriori incombenze di legge, e a comunicare la sentenza al Comune di Locate Triulzi, ove pure il matrimonio risulta trascritto;

4) Dichiara non ripetibile dalla ricorrente quota di ½ delle spese di lite dalla stessa sostenute, quota che resta a carico della X;

5) Pone a carico di Y Y la restante quota di spese, quota che liquida in complessivi € 1.383,50 per compensi, oltre al 15% per rimborso forfetario ed oltre ad IVA e c.p.a., importo da versarsi all’Erario, essendo stata la ricorrente ammessa al patrocinio a spese dello Stato.

Cosi deciso in Milano, il 18.1.2017

Assegno divorzile: l’indipendenza economica del coniuge è il nuovo parametro di riferimento (Cass. civ. 11504/17)

Cass. civ. Sez. I, Sentenza, 10-05-2017, n. 11504

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CASSAZIONE

Il parametro di riferimento cui rapportare il giudizio sull’”adeguatezza-inadeguatezza” dei mezzi dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio e sulla possibilità-impossibilità per ragioni oggettive dello stesso di procurarseli non va più individuato nel “tenore di vita avuto in costanza di matrimonio”, ma nel raggiungimento dell’ “indipendenza economica” del richiedente: se è accertato che quest’ultimo è economicamente indipendente o è effettivamente in grado di esserlo non deve essergli riconosciuto il relativo diritto.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI PALMA Salvatore – Presidente –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20724/2014 proposto da:

L.L.C., elettivamente domiciliata in Roma, Via Donizetti n.9, presso l’avvocato Maggio Assunta, rappresentata e difesa dall’avvocato Santagata Salvatore, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

G.V., elettivamente domiciliato in Roma, Via di Portonaccio n.200, presso l’avvocato Mariotti Daniele, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato Favero Ida, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1670/2014 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 27/03/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10/02/2017 dal cons. LAMORGESE ANTONIO PIETRO;

udito, per la ricorrente, l’Avvocato SALVATORE SANTAGATA che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito, per il controricorrente, l’Avvocato IDA FAVERO che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale CERONI Francesca, che ha concluso per l’accoglimento dl ricorso.

Fatti di causa

1. – Il Tribunale di Milano ha dichiarato lo scioglimento del matrimonio, contratto nel (OMISSIS), tra G.V. e L.L.C. ed ha respinto la domanda di assegno divorzile proposta da quest’ultima.

2. – Il gravame della L. è stato rigettato dalla Corte d’appello di Milano, con sentenza 27 marzo 2014.

2.1. – La Corte, avendo ritenuto che il luogo di residenza della L. (convenuta nel giudizio) fosse a (OMISSIS), ha rigettato l’eccezione di incompetenza territoriale del Tribunale di Milano, a favore del Tribunale di Roma, ove era la residenza o il domicilio del ricorrente G., da essa sollevata sul presupposto della propria residenza all’estero, a norma della L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 4, comma 1; ha ritenuto poi non dovuto l’assegno divorzile in favore della L., non avendo questa dimostrato l’inadeguatezza dei propri redditi ai fini della conservazione del tenore di vita matrimoniale, stante l’incompletezza della documentazione reddituale da essa prodotta, in una situazione di fatto in cui l’altro coniuge aveva subito una contrazione reddituale successivamente allo scioglimento del matrimonio.

3. – Avverso questa sentenza la L. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di quattro motivi, cui si è opposto il G. con controricorso. Le parti hanno presentato memorie ex art. 378 cod. proc. civ..

Ragioni della decisione

1. – Con il primo motivo la ricorrente ha denunciato la violazione della L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 1, per avere la Corte d’appello affermato la competenza per territorio del Tribunale di Milano, essendo invece competente il Tribunale di Roma, ove era la residenza o il domicilio del ricorrente G., essendo la convenuta residente all’estero.

1.1. – Il motivo è infondato.

Premesso che, contrariamente a quanto sostenuto dal G., la questione della competenza è stata riproposta in appello e che su di essa, quindi, non si è formato il giudicato, la sentenza impugnata ha ragionevolmente valorizzato quanto dichiarato dalla L. (convenuta nel giudizio) nell’atto di appello, e in altri atti giudiziari, circa la sua residenza a (OMISSIS), che corrispondeva a quanto risultava dalle certificazioni anagrafiche, giudicando irrilevante la diversa indicazione, resa all’udienza presidenziale, di essere residente a (OMISSIS), luogo quest’ultimo rientrante pur sempre nella competenza del Tribunale di Milano; inoltre, ha adeguatamente argomentato in ordine a(la mancanza di prova della residenza all’estero della L., ritenendo inidonea a tal fine la mera disponibilità da parte della medesima di un’abitazione negli Stati Uniti.

La decisione impugnata è, pertanto, conforme al principio enunciato da questa Corte – che va ribadito -, secondo cui la domanda di scioglimento del matrimonio civile o di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario va proposta, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 1, (nel testo introdotto dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35, art. 2, comma 3-bis, convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 14 maggio 2005, n. 80, art. 1, comma 1), quale risultante a seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale (sentenza n. 169 del 2008), al tribunale del luogo di residenza o domicilio del coniuge convenuto, salva l’applicazione degli ulteriori criteri previsti in via subordinata dalla medesima norma (Cass. ord. n. 15186 del 2014).

2. – Con il secondo motivo la L. ha denunciato la violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, per avere la Corte milanese negato il suo diritto all’assegno sulla base della circostanza che lo stesso G. non avesse mezzi adeguati per conservare l’alto tenore di vita matrimoniale, dando rilievo decisivo alla riduzione dei suoi redditi rispetto all’epoca della separazione, mentre avrebbe dovuto prima verificare la indisponibilità, da parte dell’ex coniuge richiedente, di mezzi adeguati a conservare il tenore di vita matrimoniale o la sua impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive.

Con il terzo motivo la L. ha denunciato vizio di motivazione, per avere omesso di considerare elementi probatori rilevanti al fine di dimostrare la sussistenza del diritto all’assegno.

Con il quarto motivo la ricorrente ha denunciato la violazione degli artt. 112 e 132 c.p.c., per avere i giudici di merito escluso il diritto all’assegno, disconoscendo la rilevanza della sperequazione tra le situazioni reddituali e patrimoniali degli ex coniugi e dando erroneamente rilievo agli accordi raggiunti in sede di separazione che, al contrario, indicavano la disparità economica tra le parti e la mancanza di autosufficienza economica della L..

2.1. – Tali motivi sono infondati.

Si rende, tuttavia, necessaria, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 4, la correzione della motivazione in diritto della sentenza impugnata, il cui dispositivo – come si vedrà (cfr. infra, sub n. 2.6) – è conforme a diritto, in base alle considerazioni che seguono.

Una volta sciolto il matrimonio civile o cessati gli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio religioso – sulla base dell’accertamento giudiziale, passato in giudicato, che “la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita per l’esistenza di una delle cause previste dall’art. 3” (cfr. artt. 1 e 2, mai modificati, nonchè la L. n. 898 del 1970, art. 4, commi 12 e 16) -, il rapporto matrimoniale si estingue definitivamente sul piano sia dello status personale dei coniugi, i quali devono perciò considerarsi da allora in poi “persone singole”, sia dei loro rapporti economico-patrimoniali (art. 191 c.c., comma 1) e, in particolare, del reciproco dovere di assistenza morale e materiale (art. 143 c.c., comma 2), fermo ovviamente, in presenza di figli, l’esercizio della responsabilità genitoriale, con i relativi doveri e diritti, da parte di entrambi gli ex coniugi (cfr. art. 317 c.c., comma 2, e da artt. 337-bis a 337-octies c.c.).

Perfezionatasi tale fattispecie estintiva del rapporto matrimoniale, il diritto all’assegno di divorzio – previsto dalla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, nel testo sostituito dalla L. n. 74 del 1987, art. 10 – è condizionato dal previo riconoscimento di esso in base all’accertamento giudiziale della mancanza di “mezzi adeguati” dell’ex coniuge richiedente l’assegno o, comunque, dell’impossibilità dello stesso “di procurarseli per ragioni oggettive”.

La piana lettura di tale comma 6 dell’art. 5 – “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive” – mostra con evidenza che la sua stessa “struttura” prefigura un giudizio nitidamente e rigorosamente distinto in due fasi, il cui oggetto è costituito, rispettivamente, dall’eventuale riconoscimento del diritto (fase dell’an debeatur) e – solo all’esito positivo di tale prima fase – dalla determinazione quantitativa dell’assegno (fase del quantum debeatur).

La complessiva ratio della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, (diritto condizionato all’assegno di divorzio e – riconosciuto tale diritto determinazione e prestazione dell’assegno) ha fondamento costituzionale nel dovere inderogabile di “solidarietà economica” (art. 2, in relazione all’art. 23, Cost.), il cui adempimento è richiesto ad entrambi gli ex coniugi, quali “persone singole”, a tutela della “persona” economicamente più debole (cosiddetta “solidarietà post-coniugale”): sta precisamente in questo duplice fondamento costituzionale sia la qualificazione della natura dell’assegno di divorzio come esclusivamente “assistenziale” in favore dell’ex coniuge economicamente più debole (art. 2 Cost.) – natura che in questa sede va ribadita -, sia la giustificazione della doverosità della sua “prestazione” (art. 23 Cost.).

Sicchè, se il diritto all’assegno di divorzio è riconosciuto alla “persona” dell’ex coniuge nella fase dell’an debeatur, l’assegno è “determinato” esclusivamente nella successiva fase del quantum debeatur, non già “in ragione” del rapporto matrimoniale ormai definitivamente estinto, bensì “in considerazione” di esso nel corso di tale seconda fase (cfr. l’incipit del comma 6 dell’art. 5 cit.: “(….) il tribunale, tenuto conto (….)”), avendo lo stesso rapporto, ancorchè estinto pure nella sua dimensione economico-patrimoniale, caratterizzato, anche sul piano giuridico, un periodo più o meno lungo della vita in comune (“la comunione spirituale e materiale”) degli ex coniugi.

Deve, peraltro, sottolinearsi che il carattere condizionato del diritto all’assegno di divorzio – comportando ovviamente la sua negazione in presenza di “mezzi adeguati” dell’ex coniuge richiedente o delle effettive possibilità “di procurarseli”, vale a dire della “indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso – comporta altresì che, in carenza di ragioni di “solidarietà economica”, l’eventuale riconoscimento del diritto si risolverebbe in una locupletazione illegittima, in quanto fondata esclusivamente sul fatto della “mera preesistenza” di un rapporto matrimoniale ormai estinto, ed inoltre di durata tendenzialmente sine die: il discrimine tra “solidarietà economica” ed illegittima locupletazione sta, perciò, proprio nel giudizio sull’esistenza, o no, delle condizioni del diritto all’assegno, nella fase dell’an debeatur.

Tali precisazioni preliminari si rendono necessarie, perchè non di rado è dato rilevare nei provvedimenti giurisdizionali aventi ad oggetto l’assegno di divorzio una indebita commistione tra le due “fasi” del giudizio e tra i relativi accertamenti che, essendo invece pertinenti esclusivamente all’una o all’altra fase, debbono per ciò stesso essere effettuati secondo l’ordine progressivo normativamente stabilito.

2.2. – Tanto premesso, decisiva è, pertanto – ai fini del riconoscimento, o no, del diritto all’assegno di divorzio all’ex coniuge richiedente -, l’interpretazione del sintagma normativo “mezzi adeguati” e della disposizione “impossibilità di procurarsi mezzi adeguati per ragioni oggettive” nonchè, in particolare e soprattutto, l’individuazione dell’indispensabile “parametro di riferimento”, al quale rapportare l'”adeguatezza-inadeguatezza” dei “mezzi” del richiedente l’assegno e, inoltre, la “possibilità-impossibilità” dello stesso di procurarseli.

Ribadito, in via generale – salve le successive precisazioni (v., infra, n. 2.4) -, che grava su quest’ultimo l’onere di dimostrare la sussistenza delle condizioni cui è subordinato il riconoscimento del relativo diritto, è del tutto evidente che il concreto accertamento, nelle singole fattispecie, dell’adeguatezza-inadeguatezza” di “mezzi” e della “possibilità-impossibilità” di procurarseli può dar luogo a due ipotesi: 1) se l’ex coniuge richiedente l’assegno possiede “mezzi adeguati” o è effettivamente in grado di procurarseli, il diritto deve essergli negato tout court; 2) se, invece, lo stesso dimostra di non possedere “mezzi adeguati” e prova anche che “non può procurarseli per ragioni oggettive”, il diritto deve essergli riconosciuto.

E’ noto che, sia prima sia dopo le fondamentali sentenze delle Sezioni Unite nn. 11490 e 11492 del 29 novembre 1990 (cfr. ex plurimis, rispettivamente, le sentenze nn. 3341 del 1978 e 4955 del 1989, e nn. 11686 del 2013 e 11870 del 2015), il parametro di riferimento – al quale rapportare l'”adeguatezza-inadeguatezza” dei “mezzi” del richiedente – è stato costantemente individuato da questa Corte nel “tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso, fissate al momento del divorzio” (così la sentenza delle S.U. n. 11490 del 1990, pag. 24).

Sull’attuale rilevanza del “tenore di vita matrimoniale”, come parametro “condizionante” e decisivo nel giudizio sul riconoscimento del diritto all’assegno, non incide – come risulterà chiaramente alla luce delle successive osservazioni – la mera possibilità di operarne in concreto un bilanciamento con altri criteri, intesi come fattori di moderazione e diminuzione di una somma predeterminata in astratto sulla base di quel parametro.

A distanza di quasi ventisette anni, il Collegio ritiene tale orientamento, per le molteplici ragioni che seguono, non più attuale, e ciò lo esime dall’osservanza dell’art. 374 c.p.c., comma 3.

A) Il parametro del “tenore di vita” – se applicato anche nella fase dell’an debeatur – collide radicalmente con la natura stessa dell’istituto del divorzio e con i suoi effetti giuridici: infatti, come già osservato (supra, sub n. 2.1), con la sentenza di divorzio il rapporto matrimoniale si estingue sul piano non solo personale ma anche economico-patrimoniale – a differenza di quanto accade con la separazione personale, che lascia in vigore, seppure in forma attenuata, gli obblighi coniugali di cui all’art. 143 cod. civ. -, sicchè ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo sia pure limitatamente alla dimensione economica del “tenore di vita matrimoniale” ivi condotto – in una indebita prospettiva, per così dire, di “ultrattività” del vincolo matrimoniale.

Sono oltremodo significativi al riguardo: 1) il brano della citata sentenza delle Sezioni Unite n. 11490 del 1990, secondo cui “(….) è utile sottolineare che tutto il sistema della legge riformata (….) privilegia le conseguenze di una perdurante (….) efficacia sul piano economico di un vincolo che sul piano personale è stato disciolto (….)” (pag. 38); 2) l’affermazione della “funzione di riequilibrio” delle condizioni economiche degli ex coniugi attribuita da tale sentenza all’assegno di divorzio: “(….) poichè il giudizio sull’an del diritto all’assegno è basato sulla determinazione di un quantum idoneo ad eliminare l’apprezzabile deterioramento delle condizioni economiche del coniuge che, in via di massima, devono essere ripristinate, in modo da ristabilire un certo equilibrio (….), è necessaria una determinazione quantitativa (sempre in via di massima) delle somme sufficienti a superare l’inadeguatezza dei mezzi dell’avente diritto, che costituiscono il limite o tetto massimo della misura dell’assegno” (pagg. 24-25: si noti l’evidente commistione tra gli oggetti delle due fasi del giudizio).

B) La scelta di detto parametro implica l’omessa considerazione che il diritto all’assegno di divorzio è eventualmente riconosciuto all’ex coniuge richiedente, nella fase dell’an debeatur, esclusivamente come “persona singola” e non già come (ancora) “parte” di un rapporto matrimoniale ormai estinto anche sul piano economico-patrimoniale, avendo il legislatore della riforma del 1987 informato la disciplina dell’assegno di divorzio, sia pure per implicito ma in modo inequivoco, al principio di “autoresponsabilità” economica degli ex coniugi dopo la pronuncia di divorzio.

C) La “necessaria considerazione”, da parte del giudice del divorzio, del preesistente rapporto matrimoniale anche nella sua dimensione economico-patrimoniale (“(….) il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio (….)”) è normativamente ed esplicitamente prevista soltanto per l’eventuale fase del giudizio avente ad oggetto la determinazione dell’assegno (quantum debeatur), vale a dire – come già sottolineato – soltanto dopo l’esito positivo della fase precedente (an debeatur), conclusasi cioè con il riconoscimento del diritto all’assegno.

D) Il parametro del “tenore di vita” induce inevitabilmente ma inammissibilmente, come già rilevato (cfr., supra, sub n. 2.1), una indebita commistione tra le predette due “fasi” del giudizio e tra i relativi accertamenti.

E’ significativo, al riguardo, quanto affermato dalle Sezioni Unite, sempre nella sentenza n. 11490 del 1990: “(….) lo scopo di evitare rendite parassitarie ed ingiustificate proiezioni patrimoniali di un rapporto personale sciolto può essere raggiunto utilizzando in maniera prudente, in una visione ponderata e globale, tutti i criteri di quantificazione supra descritti, che sono idonei ad evitare siffatte rendite ingiustificate, nonchè a responsabilizzare il coniuge che pretende l’assegno, imponendogli di attivarsi per realizzare la propria personalità, nella nuova autonomia di vita, alla stregua di un criterio di dignità sociale (…)”.

E) Le menzionate sentenze delle Sezioni Unite del 1990 si fecero carico della necessità di contemperamento dell’esigenza di superare la concezione patrimonialistica del matrimonio “inteso come “sistemazione definitiva”, perchè il divorzio è stato assorbito dal costume sociale” (così la sentenza n. 11490 del 1990) con l’esigenza di non turbare un costume sociale ancora caratterizzato dalla “attuale esistenza di modelli di matrimonio più tradizionali, anche perchè sorti in epoca molto anteriore alla riforma”, con ciò spiegando la preferenza accordata ad un indirizzo interpretativo che “meno traumaticamente rompe(sse) con la passata tradizione” (così ancora la sentenza n. 11490 del 1990). Questa esigenza, tuttavia, si è molto attenuata nel corso degli anni, essendo ormai generalmente condiviso nel costume sociale il significato del matrimonio come atto di libertà e di autoresponsabilità, nonchè come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita, in quanto tale dissolubile (matrimonio che – oggi – è possibile “sciogliere”, previo accordo, con una semplice dichiarazione delle parti all’ufficiale dello stato civile, a norma del D.L. 12 settembre 2014, n. 132, art. 12, convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 10 novembre 2014, n. 162, art. 1, comma 1).

Ed è coerente con questo approdo sociale e legislativo l’orientamento di questa Corte, secondo cui la formazione di una famiglia di fatto da parte del coniuge beneficiario dell’assegno divorzile è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio di una eventuale cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà postmatrimoniale da parte dell’altro coniuge, il quale non può che confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo (cfr. le sentenze nn. 6855 del 2015 e 2466 del 2016). In proposito, un’interpretazione delle norme sull’assegno divorzile che producano l’effetto di procrastinare a tempo indeterminato il momento della recisione degli effetti economico-patrimoniali del vincolo coniugale, può tradursi in un ostacolo alla costituzione di una nuova famiglia successivamente alla disgregazione del primo gruppo familiare, in violazione di un diritto fondamentale dell’individuo (cfr. Cass. n. 6289/2014) che è ricompreso tra quelli riconosciuti dalla Cedu (art. 12) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (art. 9). Si deve quindi ritenere che non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale. L’interesse tutelato con l’attribuzione dell’assegno divorzile come detto – non è il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza economica, in tal senso dovendo intendersi la funzione – esclusivamente – assistenziale dell’assegno divorzile.

F) Al di là delle diverse opinioni che si possono avere sulla rilevanza ermeneutica dei lavori preparatori della L. n. 74 del 1987 (che inserì nell’art. 5 il fondamentale riferimento alla mancanza di “mezzi adeguati” e alla “impossibilità di procurarseli”) in senso innovativo (come sosteneva una parte della dottrina che imputava alla giurisprudenza precedente di avere favorito una concezione patrimonialistica della condizione coniugale) o sostanzialmente conservativo del precedente assetto (si legga in tal senso il brano della sentenza delle Sezioni Unite n. 11490/1990 che considerava non giustificato “l’abbandono di quella parte dei criteri interpretativi adottati in passato per il giudizio sull’esistenza del diritto all’assegno”), non v’è dubbio che chiara era la volontà del legislatore del 1987 di evitare che il giudizio sulla “adeguatezza dei mezzi” fosse riferito “alle condizioni del soggetto pagante” anzichè “alle necessità del soggetto creditore”: ciò costituiva “un profilo sul quale, al di là di quelle che possono essere le convinzioni personali del relatore, qui irrilevanti, si è realizzata la convergenza della Commissione” (cfr. intervento del relatore, sen. N. Lipari, in Assemblea del Senato, 17 febbraio 1987, 561a sed. pom., resoconto stenografico, pag. 23). Nel giudizio sull’an debeatur, infatti, non possono rientrare valutazioni di tipo comparativo tra le condizioni economiche degli ex coniugi, dovendosi avere riguardo esclusivamente alle condizioni del soggetto richiedente l’assegno successivamente al divorzio.

Le osservazioni critiche sinora esposte non sono scalfite: a) nè dalla sentenza della Corte costituzionale n. 11 del 2015, che ha sostanzialmente recepito l’orientamento in questa sede non condiviso, senza peraltro prendere posizione sulla sostanza delle censure formulate dal giudice rimettente, riducendo quella sollevata ad una mera questione di “erronea interpretazione” della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, e omettendo di considerare che, in una precedente occasione, nell’escludere la completa equiparabilità del trattamento economico del coniuge divorziato a quello del coniuge separato, aveva affermato che “(….) basterebbe rilevare che per il divorziato l’assegno di mantenimento non è correlato al tenore di vita matrimoniale” (sentenza n. 472 del 1989, n. 3 del Considerato in diritto); b) e neppure dalle disposizioni di cui al comma 9 dello stesso art. 5 – secondo cui: “I coniugi devono presentare all’udienza di comparizione avanti al presidente del tribunale la dichiarazione personale dei redditi e ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune. In caso di contestazioni il tribunale dispone indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria” -, in quanto il parametro dell'”effettivo tenore di vita” è richiamato esclusivamente al fine dell’accertamento dell’effettiva consistenza reddituale e patrimoniale dei coniugi: infatti – se il primo periodo è dettato al solo fine di consentire al presidente del tribunale, nell’udienza di comparizione dei coniugi, di dare su base documentale “i provvedimenti temporanei e urgenti (anche d’ordine economico) che reputa opportuni nell’interesse dei coniugi e della prole” (art. 4, comma 8) -, il secondo periodo invece, che presuppone la “contestazione” dei documenti prodotti (concernenti i rispettivi redditi e patrimoni), nell’affidare al “tribunale” le relative “indagini”, cioè l’accertamento di tali componenti economico-fiscali, richiama il parametro dell'”effettivo tenore di vita” al fine, non già del riconoscimento del diritto all’assegno di divorzio al “singolo” ex coniuge che lo fa valere ma, appunto, dell’accertamento circa l’attendibilità di detti documenti e dell’effettiva consistenza dei rispettivi redditi e patrimoni e, quindi, del “giudizio comparativo” da effettuare nella fase del quantum debeatur. E’ significativo, al riguardo, che il riferimento agli elementi del “reddito” e del “patrimonio” degli ex coniugi è contenuto proprio nella prima parte del comma 6 dell’art. 5 relativa a tale fase del giudizio.

2.3. – Le precedenti osservazioni critiche verso il parametro del “tenore di vita” richiedono, pertanto, l’individuazione di un parametro diverso, che sia coerente con le premesse.

Il Collegio ritiene che un parametro di riferimento siffatto – cui rapportare il giudizio sull'”adeguatezza-inadeguatezza” dei “mezzi” dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio e sulla “possibilità-impossibilità “per ragioni oggettive”” dello stesso di procurarseli – vada individuato nel raggiungimento dell'”indipendenza economica” del richiedente: se è accertato che quest’ultimo è “economicamente indipendente” o è effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto il relativo diritto.

Tale parametro ha, innanzitutto, una espressa base normativa: infatti, esso è tratto dal vigente art. 337-septies, primo comma, cod. civ. – ma era già previsto dall’art. 155-quinquies, comma 1, inserito dalla L. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 1, comma 2, – il quale, recante “Disposizioni in favore dei figli maggiorenni”, stabilisce, nel primo periodo: “Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico”.

La legittimità del richiamo di questo parametro – e della sua applicazione alla fattispecie in esame – sta, innanzitutto, nell’analogia legis (art. 12, comma 2, primo periodo, delle disposizioni sulla legge in generale) tra tale disciplina e quella dell’assegno di divorzio, in assenza di uno specifico contenuto normativo della nozione di “adeguatezza dei mezzi”, a norma della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, trattandosi in entrambi i casi, mutatis mutandis, di prestazioni economiche regolate nell’ambito del diritto di famiglia e dei relativi rapporti.

In secondo luogo, il parametro della “indipendenza economica” – se condiziona negativamente il diritto del figlio maggiorenne alla prestazione (“assegno periodico”) dovuta dai genitori, nonostante le garanzie di uno status filiationis tendenzialmente stabile e permanente (art. 238 cod. civ.) e di una specifica previsione costituzionale (art. 30, comma 1) che riconosce anche allo stesso figlio maggiorenne il diritto al mantenimento, all’istruzione ed alla educazione -, a maggior ragione può essere richiamato ed applicato, quale condizione negativa del diritto all’assegno di divorzio, in una situazione giuridica che, invece, è connotata dalla perdita definitiva dello status di coniuge – quindi, dalla piena riacquisizione dello status individuale di “persona singola” – e dalla mancanza di una garanzia costituzionale specifica volta all’assistenza dell’ex coniuge come tale. Nè varrebbe obiettare che l’art. 337-ter c.c., comma 4, n. 2, (corrispondente all’art. 155 c.c., comma 4, n. 2, nel testo sostituito dalla citata L. n. 54 del 2006, art. 1, comma 1) fa riferimento al “tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori”: tale parametro si riferisce esclusivamente al figlio minorenne e ai criteri per la determinazione (“quantificazione”) del contributo di “mantenimento”, inteso lato sensu, a garanzia della stabilità e della continuità dello status filiationis, indipendentemente dalle vicende matrimoniali dei genitori.

In terzo luogo, a ben vedere, anche la ratio dell’art. 337-septies c.c., comma 1, – come pure quella della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, alla luce di quanto già osservato (cfr., supra, sub n. 2.2) – è ispirata al principio dell'”autoresponsabilità economica”. A tale riguardo, è estremamente significativo quanto affermato da questa Corte con la sentenza n. 18076 del 2014, che ha escluso l’esistenza di un obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente (nella specie, entrambi ultraquarantenni), ovvero di un diritto all’assegnazione della casa coniugale di proprietà del marito, sul mero presupposto dello stato di disoccupazione dei figli, pur nell’ambito di un contesto di crisi economica e sociale: “(….) La situazione soggettiva fatta valere dal figlio che, rifiutando ingiustificatamente in età avanzata di acquisire l’autonomia economica tramite l’impegno lavorativo, chieda il prolungamento del diritto al mantenimento da parte dei genitori, non è tutelabile perchè contrastante con il principio di autoresponsabilità che è legato alla libertà delle scelte esistenziali della persona (….)”.

Tale principio di “autoresponsabilità” vale certamente anche per l’istituto del divorzio, in quanto il divorzio segue normalmente la separazione personale ed è frutto di scelte definitive che ineriscono alla dimensione della libertà della persona ed implicano per ciò stesso l’accettazione da parte di ciascuno degli ex coniugi – irrilevante, sul piano giuridico, se consapevole o no – delle relative conseguenze anche economiche.

Questo principio, inoltre, appartiene al contesto giuridico Europeo, essendo presente da tempo in molte legislazioni dei Paesi dell’Unione, ove è declinato talora in termini rigorosi e radicali che prevedono, come regola generale, la piena autoresponsabilità economica degli ex coniugi, salve limitate – anche nel tempo – eccezioni di ausilio economico, in presenza di specifiche e dimostrate ragioni di solidarietà.

In questa prospettiva, il parametro della “indipendenza economica” è normativamente equivalente a quello di “autosufficienza economica”, come è dimostrato – tenuto conto della derivazione di tale parametro dall’art. 337-septies c.c., comma 1 – dal citato D.L. n. 132 del 2014, art. 12, comma 2, laddove non consente la formalizzazione della separazione consensuale o del divorzio congiunto dinanzi all’ufficiale dello stato civile “in presenza (….) di figli maggiorenni (….) economicamente non autosufficienti”.

2.4. – E’ necessario soffermarsi sul parametro dell'”indipendenza economica”, al quale rapportare l'”adeguatezza-inadeguatezza” dei “mezzi” dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio, nonchè la “possibilità-impossibilità “per ragioni oggettive”” dello stesso di procurarseli.

Va preliminarmente osservato al riguardo, in coerenza con le premesse e con la stessa nozione di “indipendenza” economica, che: a) il relativo accertamento nella fase dell’an debeatur attiene esclusivamente alla persona dell’ex coniuge richiedente l’assegno come singolo individuo, cioè senza alcun riferimento al preesistente rapporto matrimoniale; b) soltanto nella fase del quantum debeatur è legittimo procedere ad un “giudizio comparativo” tra le rispettive “posizioni” (lato sensu intese) personali ed economico-patrimoniali degli ex coniugi, secondo gli specifici criteri dettati dalla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, per tale fase del giudizio.

Ciò premesso, il Collegio ritiene che i principali “indici” – salvo ovviamente altri elementi, che potranno eventualmente rilevare nelle singole fattispecie – per accertare, nella fase di giudizio sull’an debeatur, la sussistenza, o no, dell’indipendenza economica” dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio – e, quindi, l’adeguatezza”, o no, dei “mezzi”, nonchè la possibilità, o no “per ragioni oggettive”, dello stesso di procurarseli possono essere così individuati: 1) il possesso di redditi di qualsiasi specie; 2) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza (“dimora abituale”: art. 43 c.c., comma 2) della persona che richiede l’assegno; 3) le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo; 4) la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Quanto al regime della prova della non “indipendenza economica” dell’ex coniuge che fa valere il diritto all’assegno di divorzio, non v’è dubbio che, secondo la stessa formulazione della disposizione in esame e secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione del relativo onere, allo stesso spetta allegare, dedurre e dimostrare di “non avere mezzi adeguati” e di “non poterseli procurare per ragioni oggettive”. Tale onere probatorio ha ad oggetto i predetti indici principali, costitutivi del parametro dell’indipendenza economica”, e presuppone tempestive, rituali e pertinenti allegazioni e deduzioni da parte del medesimo coniuge, restando fermo, ovviamente, il diritto all’eccezione e alla prova contraria dell’altro (cfr. L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 10).

In particolare, mentre il possesso di redditi e di cespiti patrimoniali formerà normalmente oggetto di prove documentali – salva comunque, in caso di contestazione, la facoltà del giudice di disporre al riguardo indagini officiose, con l’eventuale ausilio della polizia tributaria (L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 9) -, soprattutto “le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale” formeranno oggetto di prova che può essere data con ogni mezzo idoneo, anche di natura presuntiva, fermo restando l’onere del richiedente l’assegno di allegare specificamente (e provare in caso di contestazione) le concrete iniziative assunte per il raggiungimento dell’indipendenza economica, secondo le proprie attitudini e le eventuali esperienze lavorative.

2.5. – Pertanto, devono essere enunciati i seguenti principi di diritto.

Il giudice del divorzio, richiesto dell’assegno di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, come sostituito dalla L. n. 74 del 1987, art. 10, nel rispetto della distinzione del relativo giudizio in due fasi e dell’ordine progressivo tra le stesse stabilito da tale norma:

A) deve verificare, nella fase dell’an debeatur – informata al principio dell'”autoresponsabilità economica” di ciascuno degli ex coniugi quali “persone singole”, ed il cui oggetto è costituito esclusivamente dall’accertamento volto al riconoscimento, o no, del diritto all’assegno di divorzio fatto valere dall’ex coniuge richiedente -, se la domanda di quest’ultimo soddisfa le relative condizioni di legge (mancanza di “mezzi adeguati” o, comunque, impossibilità “di procurarseli per ragioni oggettive”), con esclusivo riferimento all'”indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso, desunta dai principali “indici” – salvo altri, rilevanti nelle singole fattispecie – del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza dell’ex coniuge richiedente), delle capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo), della stabile disponibilità di una casa di abitazione; ciò, sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dal richiedente medesimo, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’altro ex coniuge;

B) deve “tener conto”, nella fase del quantum debeatur – informata al principio della “solidarietà economica” dell’ex coniuge obbligato alla prestazione dell’assegno nei confronti dell’altro in quanto “persona” economicamente più debole (artt. 2 e 23 Cost.), il cui oggetto è costituito esclusivamente dalla determinazione dell’assegno, ed alla quale può accedersi soltanto all’esito positivo della prima fase, conclusasi con il riconoscimento del diritto -, di tutti gli elementi indicati dalla norma (“(….) condizioni dei coniugi, (….) ragioni della decisione, (….) contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, (….) reddito di entrambi (….)”), e “valutare” “tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio”, al fine di determinare in concreto la misura dell’assegno di divorzio; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte, secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione dell’onere della prova (art. 2697 cod. civ.).

2.6. – Venendo ai motivi del ricorso, da esaminare congiuntamente alla luce dei principi di diritto poc’anzi enunciati, essi sono infondati.

La sentenza impugnata, nell’escludere il diritto, invocato dalla L., all’attribuzione dell’assegno divorzile, non ha avuto riguardo, in concreto, al criterio della conservazione del tenore di vita matrimoniale, che pure ha genericamente richiamato ma sul quale non ha indagato.

In tal modo, la Corte di merito si è sostanzialmente discostata dall’orientamento giurisprudenziale in questa sede criticato, come rilevato dal P.G., e tuttavia è pervenuta a una conclusione conforme a diritto, avendo ritenuto – in definitiva – che l’attrice non avesse assolto l’onere di provare la sua non indipendenza economica, all’esito di un giudizio di fatto – ad essa riservato – adeguatamente argomentato, dal quale emerge che la L. è imprenditrice, ha un’elevata qualificazione culturale, possiede titoli di alta specializzazione e importanti esperienze professionali anche all’estero e che, in sede di separazione, i coniugi avevano pattuito che nessun assegno di mantenimento fosse dovuto dal G..

La motivazione in diritto della sentenza impugnata dev’essere quindi corretta (come si è detto sub n. 2.1), coerentemente con i principi sopra enunciati (sub n. 2.5, lett. A).

3. – In conclusione, il ricorso è rigettato.

Le spese del presente giudizio devono essere compensate, in considerazione del mutamento di giurisprudenza su questione dirimente per la decisione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio.

Doppio contributo a carico della ricorrente, come per legge.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi.

Così deciso in Roma, il 10 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 10 maggio 2017

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