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Archivio per categoria Frazionamento del credito

Frazionamento del credito da sinistro stradale: non può dichiararsi la improponibilità della domanda (Corte d’Appello di Venezia, sent. 07.09.2015)

Corte d’Appello di Venezia, sentenza del 07/09/2015

(Su cortese segnalazione del Collega Alberto Mazzucato del foro di Padova)

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

(Omissis)

Passando al merito col primo motivo di gravame  ******* afferma che non era condivisibile il principio enunciato da Cass. 15- 11 – 2007 n. 23726 (fatto proprio dell’impugnata sentenza) specie in considerazione dell’art. 2 della Costituzione,  mai novellato e perché la Corte di legittimità, lungi dall’interpretare disposizioni normative in armonia con la Costituzione, creava norme positive, operazione non consentita all’interprete.

Col secondo motivo di gravame la ******* censura l’impugnata sentenza per erronea applicazione dei principi enunciati dalla Suprema Corte con le pronunce n. 23726 del 15 – 11 – 2007 e n. 15476 dell’ 11 -06 – 2008 affermando in particolare:

  1. i principi enunciati da dette sentenze riguardavano soprattutto le ipotesi di inadempimento contrattuale a tutela del “contraente debole”;
  2. diversa era invece la situazione in cui da un medesimo fatto potevano sorgere diversi tipi di danno, fra loro molto diversi e alcuni non ancora quantificabili;
  3. il contrasto con le ragioni alla base del principio di non frazionamento (interferenza con il funzionamento dell’apparato giudiziario, buona fede e solidarietà, inutile moltiplicazione dei giudizi) non era ravvisabile quando il comportamento processuale del creditore era riconducibile ad un apprezzabile motivo, che nel caso di specie era costituito dal fatto che al momento dell’instaurazione del primo giudizio non era ancora stata effettuata una visita medico – legale;
  4. non si trattava comunque di credito unitario essendo il danno materiale e quello fisico due diversi tipi di danno;
  5. in sostanza la Suprema Corte intendeva richiamarsi alla regola dell’exceptio doli generalis, non configurabile nel caso di specie
  6. l’attrice aveva comunque fatto affidamento su un consolidato indirizzo giurisprudenziale che ammetteva il frazionamento dei giudizi e il nuovo orientamento non poteva aver efficacia retroattiva.

I due motivi, strettamente connessi fra loro, vanno esaminati congiuntamente.

Le censure sono fondate nei termini di seguito precisati.

Si è ormai consolidato il principio, anche per gli illeciti extracontrattuali, della infrazionabilità del giudizio (cfr. Cass. 22 – 12 – 2011 n. 28286 e Cass. 10 – 04 – 2015 n. 7195).

Ciò sul rilievo “che la scissione strumentale del contenuto dell’obbligazione, comportante inutile aggravamento della posizione del debitore senza apprezzabile interesse del creditore, si pone in contrasto sia con il principio di correttezza e buona fede che deve improntare il rapporto obbligatorio anche nella fase dell’azione giudiziale di adempimento; sia con il principio del giusto processo e, nell’ambito della considerazione complessiva del funzionamento degli organi di giustizia, della ragionevole durata del medesimo.”  (Cass. 19 . 03- 2015 n. 5491, in motivazione).

Sulla base di tale principio da una parte della giurisprudenza è stata affermata l’improponibilità, ovvero inammissibilità, delle domande aventi ad oggetto una frazione soltanto dell’unico credito (cfr. Cass. 11 – 06 -2008 n. 15476, in materia di fornitura commerciale, Cass. 22.12.2011 n. 28286 e Cass. 10 – 04- 2015 n. 7195 in materia di risarcimento del danno alla persona a seguito di incidente stradale).

Altra parte della giurisprudenza della Suprema Corte ha però evidenziato l’eccessività delle sanzioni osservando in particolare: “Questo orientamento è stato tuttavia riconsiderato in altre pronunce, nelle quali si è affermato che – ferma restando la natura abusiva della parcellizzazione giudiziale del credito – la “sanzione” di tale comportamento non può consistere nella inammissibilità delle domande giudiziali, “essendo illegittimo non lo strumento adottato, ma la modalità della sua utilizzazione”. Sicchè il rimedio agli effetti distorsivi del fenomeno della fittizia proliferazione delle cause autonomamente introdotte deve individuarsi – in applicazione di istituti processuali ordinari – vuoi nella riunione delle medesime, vuoi sul piano della liquidazione delle spese di lite; da riguardarsi “come se il procedimento fosse stato unico fin dall’origine” (così Cass. ord. N. 10634/10; in termini; Cass. n. 10488/11; Cass. 9488/14 ed altre). Ciò senza escluder una possibile responsabilità disciplinar a carico dell’unico difensore che – omettendo di accorpare le posizioni in contestazione – abbia determinato l’indebito aggravamento della posizione della controparte, in violazione dell’art. 49 codice deontologico forense (così SSUU n. 14374 del 10 agosto 2012). Ciò premesso in linea generale, si ritiene che correttamente il giudice di merito non abbia qui pronunciato l’inammissibilità delle domande proposte dal ****** nei confronti della società di autonoleggio, ancorché introdotte in maniera frazionata.” (Cass. 19 – 03 – 2015 n. 5491 in motivazione).

Ritiene questa corte di seguire quest’ultimo orientamento, fondato su argomentazioni logiche e pienamente condivisibili.

Invero seguendo il contrario indirizzo si verrebbe ad irrogare una sanzione sproporzionata rispetto all’illecito commesso.

Infatti a fronte di una “scorrettezza” meramente processuale e che dovrebbe portare una sanzione sul piano del processo (quali quelle indicate da Cass. 19 – 3 2015 n. 5491) si arriva, attraverso l’improponibilità, addirittura a sopprimere un diritto sostanziale, quale quello al risarcimento del danno da fatto illecito (con conseguente ingiusto arricchimento per il danneggiante).

Un’indiretta conferma di quanto sopra può desumersi dalla disciplina complessiva delle spese di lite che, pur a fronte di comportamenti scorretti delle parti, mai fa conseguire la perdita del diritto sostanziale.

Particolarmente significativo appare il disposto dell’art. 92 c.p.c. che esclude, per la parte vincitrice, la ripetizione di spese eccessive o superflue (e non anche la perdita del diritto sostanziale azionato).

Va pure aggiunto che, nel caso di specie, era anche difficile ravvisare un comportamento in mala fede della **** giacchè il frazionamento della domanda aveva una sua giustificazione, tant’è che controparte non se ne sia affatto lamentata (infatti la questione fu sollevata d’ufficio dal Tribunale).

In ogni caso, per quanto sopra esposto, il frazionamento della domanda deve considerarsi illegittimo, ma la sanzione non può essere l’improponibilità della domanda, ma solo che si debba tener conto di detto frazionamento ai fini delle spese di lite.

(Omissis)

LA SENTENZA INTEGRALE (Caricala in pdf)

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Abusivo frazionamento del credito? No alla declaratoria di inammissibilità (Cass. 5491/15)

Cass. civ. Sez. III, 19/03/2015, n. 5491

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Importantissima pronuncia della Suprema Corte che interviene oramai in una vexata questio. Ferma restando la natura abusiva della parcellizzazione giudiziale del credito, la sanzione di tale comportamento non può consistere nella inammissibilità delle relative domande giudiziali, essendo illegittimo non lo strumento adottato, ma la modalità della sua utilizzazione. Ne consegue che il rimedio agli effetti distorsivi del fenomeno della fittizia proliferazione della cause autonomamente introdotte dal creditore deve individuarsi in applicazione di istituti processuali ordinari vuoi nella riunione delle medesime, vuoi sul piano della liquidazione delle spese di lite, da riguardarsi come se il procedimento fosse stato unico fin dall’origine.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RUSSO Libertino Alberto – Presidente –

Dott. SPIRITO Angelo – Consigliere –

Dott. STALLA Giacomo Maria – rel. Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 7899/2012 proposto da:

AVIS AUTONOLEGGIO SPA (OMISSIS), in persona dell’Amministratore Delegato L.R., elettivamente domiciliata in ROMA, P.ZA COLA DI RIENZO 92, presso lo studio dell’avvocato NARDONE Elisabetta, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato VINCENZO DE NISCO giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

D.S., titolare dell’omonima ditta, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TIBULLO 10, presso lo studio dell’avvocato FIORENTINO Guido, che lo rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 231/2011 del TRIBUNALE DI MESSINA SEDE DISTACCATA DI TAORMINA, depositata il 21/10/2011, RR.GG.NN. da 414/2007 a 423/2007 e da 602/2007 a 615/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 03/12/2014 dal Consigliere Dott. GIACOMO MARIA STALLA;

udito l’Avvocato ELISABETTA NARDONE;

udito l’Avvocato GUIDO FIORENTINO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CARESTIA Antonietta, che ha concluso per 11 rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

D.S., titolare della omonima ditta individuale avente ad oggetto la gestione convenzionata di parcheggi in aree comunali mediante parcometri elettronici, conveniva in giudizio Avis Autonoleggio spa, chiedendone la condanna al pagamento della somma complessiva di Euro 35,68 a titolo di tariffa ed accessori per il mancato pagamento della sosta da parte di un’autovettura di proprietà della convenuta.

Con sentenza n. 51/07 l’adito giudice di pace di Santa Teresa di Riva accoglieva la domanda, con condanna di quest’ultima al pagamento della suddetta somma e delle spese di lite.

Interposto gravame, veniva emessa la sentenza n. 231/11 con la quale il Tribunale di Messina, sezione distaccata di Taormina – previa riunione al giudizio di numerosi appelli proposti avverso altre sentenze emesse in identiche controversie tra le stesse parti – confermava le decisioni di primo grado, con condanna della società appellante alla rifusione delle spese di lite.

Avverso questa sentenza viene dalla società convenuta proposto ricorso per cassazione sulla base di due motivi, ai quali resiste il D. con controricorso. La ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c., con richiamo a successive pronunce di merito a sè favorevoli.

Motivi della decisione

(…omissis…)

p.2.1 Con il secondo motivo di ricorso la società ricorrente deduce omessa, contraddittoria ed insufficiente motivazione su un punto controverso e decisivo di causa; per avere il giudice di merito omesso di rilevare l’improponibilità della domanda attorea per violazione da parte del D. degli obblighi di buona fede ex art. 88 c.p.c. e art. 1175 c.c., nonchè per “abuso del processo”. Ciò perchè l’attore aveva separatamente introdotto innumerevoli domande nei suoi confronti (in n. di ben 290) mediante strumentale parcellizzazione di una pretesa unitaria (mancato pagamento della tariffa di altrettante auto date a noleggio senza conducente) portata da un unico atto (lettera RR) di messa in mora ed inoltre asseritamente derivante da un medesimo rapporto obbligatorio tra essa convenuta ed il gestore del parcheggio.

p.2.2 La censura è infondata.

Questa corte di legittimità (v. SSUU n. 23726 del 15/11/2007) ha effettivamente inserito l’ipotesi di frazionamento del credito nel novero dei casi di abuso del processo; e ciò ha fatto (rettificando, anche sulla scorta della sopravvenuta modificazione dell’art. 111 Cost., quanto precedentemente affermato da SSUU n. 108/00) sul rilievo che la scissione strumentale del contenuto dell’obbligazione, comportante inutile aggravamento della posizione del debitore senza apprezzabile interesse del creditore, si pone in contrasto sia con il principio di correttezza e buona fede che deve improntare il rapporto obbligatorio anche nella fase dell’azione giudiziale di adempimento;

sia con il principio del giusto processo e, nell’ambito della considerazione complessiva del funzionamento degli organi di giustizia, della ragionevole durata del medesimo. Su tale presupposto – di abuso degli strumenti processuali di tutela offerti alla parte dall’ordinamento – è stata affermata la improponibilità, ovvero inammissibilità, delle domande aventi ad oggetto una frazione soltanto dell’unico credito (in tal senso, anche Cass. n. 15476 dell’11 giugno 2008, in materia di fornitura commerciale; Cass. n. 28286 del 22 dicembre 2011, in materia di risarcimento del danno alla persona a seguito di sinistro stradale).

Questo orientamento è stato tuttavia riconsiderato in altre pronunce, nelle quali si è affermato che – ferma restando la natura abusiva della parcellizzazione giudiziale del credito – la “sanzione” di tale comportamento non può consistere nella inammissibilità delle domande giudiziali, “essendo illegittimo non lo strumento adottato, ma la modalità della sua utilizzazione”. Sicchè il rimedio agli effetti distorsivi del fenomeno della fittizia proliferazione delle cause autonomamente introdotte deve individuarsi – in applicazione di istituti processuali ordinar – vuoi nella riunione delle medesime, vuoi sul piano della liquidazione delle spese di lite; da riguardarsi “come se il procedimento fosse stato unico fin dall’origine” (così Cass. ord. n. 10634/10; in termini, Cass. n. 10488/11; Cass. 9488/14 ed altre). Ciò senza escludere una possibile responsabilità disciplinare a carico dell’unico difensore che – omettendo di accorpare le posizioni in contestazione – abbia determinato l’indebito aggravamento della posizione della controparte, in violazione dell’art. 49 codice deontologico forense (così SSUU n. 14374 del 10 agosto 2012).

Ciò premesso in linea generale, si ritiene che correttamente il giudice di merito non abbia qui pronunciato l’inammissibilità delle domande proposte dal D. nei confronti della società di autonoleggio, ancorchè introdotte in maniera frazionata.

Questa conclusione si impone non solo in ragione del suddetto orientamento di legittimità secondo il quale, in simili ipotesi, l’illegittimità “non attiene allo strumento adottato, ma alla modalità della sua utilizzazione”, ma anche sulla considerazione che le pretese del D. (ancorchè avanzate nei confronti della stessa controparte, ed in forza di fattispecie causative sostanzialmente identiche) non davano origine ad un unitario rapporto obbligatorio, bensì ad una pluralità di rapporti distinti.

Questo specifico aspetto del problema non può dirsi di poco conto, dal momento che lo stesso orientamento di legittimità su richiamato – quand1anche affermativo, nelle sue estreme conseguenze, della radicale inammissibilità delle domande frazionate – presuppone pur sempre che la scissione delle posizioni processuali si correli ad un rapporto sostanziale unitario.

Nel caso qui in esame, al contrario, si verteva di distinti rapporti contrattuali di parcheggio; stipulati in momenti diversi e per autoveicoli diversi.

Tale circostanza, a ben vedere, è resa manifesta dalla stessa società di autonoleggio la quale se, da un lato, ha fatto constare come l’attore avesse dedotto i molteplici inadempimenti in un unico atto stragiudiziale di messa in mora, ha – dall’altro – basato tutte le sue difese proprio sulla circostanza che ogni singolo parcheggio concretasse nella specie la stipulazione, per fatti concludenti, di altrettanti autonomi contratti; per giunta da parte di diversi soggetti (i vari clienti a nolo) la cui identificazione personale – quali singoli ed esclusivi responsabili del mancato pagamento della tariffa – costituiva oggetto di prova liberatoria da valutarsi caso per caso.

Il che definisce una situazione certamente ripetitiva, ma non propriamente di unitarietà obbligatoria.

Ne segue, in definitiva, il rigetto del ricorso.

Quanto alle spese del presente procedimento, non vi sono ragioni per non fare concreta applicazione del su riportato orientamento di legittimità che individua, tra le altre, proprio nella disciplina delle spese di lite una delle contromisure atte a fronteggiare e limitare, per quanto possibile, gli effetti distorsivi del frazionamento giudiziale delle pretese; effetti distorsivi indubbiamente ravvisabili pure nella presente fattispecie. L’adozione di tale criterio induce – nel riscontro della seriale pendenza di molteplici altri ricorsi sulla medesima questione – a senz’altro qui ravvisare i presupposti dell’integrale compensazione.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso; compensa le spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 3 dicembre 2014.

Depositato in Cancelleria il 19 marzo 2015

Tribunale di Padova: ordinanza in tema di frazionamento del credito da sinistro stradale

Sinistro stradale – Danni materiali e fisici – Risarcimento del danno – Proposizione di domanda giudiziale per danni a cose – Successiva distinta proposizione di domanda giudiziale per danni fisici – Frazionamento del credito – Automatica improponibilità della domanda – Non sussiste – Necessario accertamento caso per caso.

Tribunale di Padova – Giudice Dott. Guido Marzella – Ordinanza del 24.09.2013

Il Giudice del Tribunale Civile di Padova Dr. Guido Marzella

nella causa rubricata al n.[omissis] R.G. ha pronunciato fuori udienza la seguente

ORDINANZA

a scioglimento della riserva che precede

vista l’eccezione di improponibilità della domanda sollevata dal patrocinio dei convenuti e rilevato che il principio della non frazionabilità della tutela giurisdizionale è stato inizialmente riconosciuto con riguardo ad ipotesi di crediti dovuti in forza di un unico rapporto obbligatorio e solo in seguito è stato esteso anche ai casi di domande di risarcimento danni da responsabilità civile;

opinato peraltro che a fronte di pronunce le quali affermano il principio in esame in maniera categorica (Cass. 22.12.11 n. 28286) se ne pongono altre che tendono a sottolineare la necessaria coesistenza di tale principio con quello della domanda, adombrando la facoltà per la parte di limitare la proposizione dell’azione a solo alcune delle voci di danno, ciò che appare condivisibile ove sussistano ragioni idonee a giustificare la scelta così operata;

atteso d’altro canto, che ciò potrebbe in particolare risultare legittimo laddove la voce di danno espunta dall’originaria domanda presenti natura ontologicamente diversa da quelle già azionate;

ritenuto pertanto apparire opportuno dare corso alla fase istruttoria del giudizio, riservando ogni determinazione in proposito all’atto della decisione

dispone

esperirsi CTU sul seguente quesito: “Letti gli atti ed i documenti di causa ed esperita ogni opportuna indagine, determini il consulente d’ufficio:

1) quali siano le lesioni subite dal periziando che appaiono causalmente ricollegabili al sinistro di causa, descrivendo anche gli eventuali precedenti morbosi influenti sul suo stato di salute al momento dell’incidente;

2) la durata dell’inabilità temporanea totale e parziale;

3) quali siano gli esiti permanenti subiti, valutando in che maniera influiscano sulla complessiva integrità ed efficienza psicofisica del soggetto leso (c.d. danno biologico) e quantificandone la incidenza in misura percentuale;

4) se ed in che misura gli esiti permanenti eventualmente accertati incidano sulla capacità lavorativa specifica del periziando;

5) sulla base della propria esperienza clinica, il grado di intensità delle sofferenze patite (modesto, medio, grande) ai fini della quantificazione del danno morale;

6) la congruità rispetto alle lesioni riscontrate delle spese mediche che il periziando afferma di aver sopportato;

7) l’ammontare delle spese mediche da sostenersi eventualmente in futuro in relazione ai postumi permanenti accertati a carico del periziando;

8) se le lesioni di cui è causa risultassero o meno ragionevolmente stabilizzate già nel luglio del 2008”

nomina

quale consulente d’ufficio il dr. [omissis], mandando alla Cancelleria di provvedere alla sua citazione

rinvia

la causa all’udienza del [omissis] per la prestazione del giuramento da parte del consulente d’ufficio.

Si comunichi alle parti.

Padova, 24 settembre 2013

Il Giudice

Frazionamento del credito da sinistro stradale: ammissibile se non c’è strumentalità

Giudice di Pace di Napoli –  Dott. Avv. Felice Alberto d’Onofrio – Sentenza del 25 gennaio 2013

IL PUNTO SALIENTE DELLA SENTENZA

 “  […] mentre per  i sinistri   relativi a  danni a cose la procedura è ispirata a maggiore celerità […] più complessa e lenta risulta la procedura per la valutazione del danno alla persona […]  per la circostanza che […] occorre che il danneggiato sia clinicamente guarito. E’ possibile che il danneggiato che abbia subito un grave incidente possa subito inoltrare la richiesta di risarcimento  per i danni a cose mentre debba aspettare, alla luce delle lesioni subite, un lungo periodo prima di  essere clinicamente guarito e poter inoltrare la richiesta di risarcimento alla  impresa assicurativa. Dunque, ritiene  questo giudicante, che l’abuso del processo si configuri soltanto laddove decorsi i termini per la proponibilità sia del danno alla persona che quello a cose, l’attore frazioni  indebitamente le richieste di risarcimento. […] In definitiva, l’istante non incorre nell’uso strumentale del processo laddove agisca per i danni a cose, quando non è ancora proponibile l’azione per le lesioni […]. Diversamente colui che subisca  congiuntamente  lesioni personali e danni a cose non potrebbe giovarsi del più breve termine previsto dagli art 145 – 148 dlgs 209-05 in tema di danno materiale con  evidente disparità di trattamento e violazione dell’art. 3 Cost. con chi subisca esclusivamente danni al veicolo o natante.”

Sinistro stradale – Danni materiali e fisici – Frazionamento del credito – Ammissibilita’ – Condizioni. 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

 Il Giudice di Pace di  Napoli Avv. Felice Alberto D’Onofrio, II Sezione, ha pronunziato la seguente

SENTENZA

nel procedimento incardinato con RG.N.49653-12, riservato all’udienza del giorno 18-01-13                 

TRA

XXXXX, el.te dom.to in Napoli, presso lo studio dell’ Avv. XXXX, difensore in virtù  di mandato a margine dell’ atto di citazione

Parte attrice

E

XXXXX  Insurance plc., in persona del l. r. p. t. te dom.to in Napoli, presso lo studio dell’  Avv. XXX e dell’ Avv.XXX, difensore in virtù  di mandato in calce all’atto di citazione       

Parte convenuta 

Oggetto: risarcimento danni

Conclusioni: come da verbali ed atti di causa

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO 

Con atto di citazione ritualmente notificato l’stante,  proprietario del motociclo XXX tg. XXX chiamava in giudizio  la convenuta,  per  sentirla condannare ex art 149 dlgs 209/05, al risarcimento dei danni  subiti in occasione del sinistro  avvenuto  in data 03-08-11, alle ore 14,30 circa in Napoli,  alla via XXX  e causato dall’auto XXX tg. XXX di proprietà di XXX.  Incardinatasi la lite, si costituiva l’impresa assicurativa che impugnava la domanda chiedendone il rigetto  eccependo preliminarmente la parcellizzazione della azione di risarcimento danni, indi disposto decidersi l’eccezione preliminare unitamente al merito della controversia, ammessa ed espletata la prova,  precisate le conclusioni di cui al verbale, la causa, all’udienza del 18-01-13 veniva riservata a sentenza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

[omissis]

Va, dunque, esaminata la questione della proponibilità della domanda alla luce del frazionamento del risarcimento operato dall’istante che ha proposto due distinte citazioni per il danno al veicolo e per  quello alla persona. Sul  punto va osservato che un orientamento giurisprudenziale riteneva che il  titolare del diritto al risarcimento del danno può legittimamente scegliere di agire per il ristoro di alcune soltanto delle “voci” di danno subite. Ritenendo ammissibile la domanda con la quale il soggetto danneggiato in conseguenza di un sinistro stradale chieda dinanzi al giudice di pace il risarcimento del solo danno alle cose, purché faccia espressa riserva di domandare in un successivo giudizio il risarcimento del danno alla persona. Facultando il  convenuto chiedere in via riconvenzionale con domanda vincolante per il giudice, che l’accertamento si estenda all’intera area del danno subito dall’attore (ex plurimis  Cass. n.10702-98, Cass. 15366-06). Successivamente è intervenuta la Cass. a sezione unite la quale con sentenza n. 23726/2007, affermava  che il frazionamento giudiziale, contestuale  o sequenziale, di un credito unitario è contrario alla regola generale di correttezza e buona fede. Il Supremo Collegio, con la richiamata sentenza, modificava un precedente orientamento, adottato, sempre in composizione unitaria, con la sentenza n. 108/2000 che dichiarava ammissibile la domanda giudiziale con cui il creditore di una determinata somma, scaturente dall’inadempimento di  un unico rapporto, chiedeva un adempimento parziale, riservandosi di procedere per il residuo. La Corte, pertanto, si era espressa affermativamente in merito alla frazionabilità della tutela giudiziaria del credito,  ritenendo che fosse un potere non ostacolato dall’ordinamento, rispondente ad un interesse del creditore meritevole di tutela che, d’altra parte, non pregiudica il diritto di difesa del debitore. Successivamente le Sezioni Unite, hanno ritenuto necessario modificare la pregressa pronuncia in merito alla frazionabilità del credito, in considerazione della valorizzazione della regola di correttezza e buona fede che, nel contesto del rapporto obbligatorio, impone il rispetto degli inderogabili doveri di solidarietà, il cui adempimento è previsto dall’art. 2 della Costituzione, nonché, di quanto disposto dall’art. 111 Cost. in merito al canone del “giusto processo”. Tale ultima norma, relativa alla ragionevole durata del processo, poi, va necessariamente correlata alle disposizioni dell’art. 88 c.p.c. che impongono alle parti ed ai loro difensori  il dovere di comportarsi in giudizio con lealtà  e probità. Il criterio della buona fede, così come  costituisce uno strumento idoneo per il giudice per controllare, modificandolo o integrandolo, lo statuto negoziale, al fine  di garantire il giusto equilibrio degli interessi contrapposti, va utilizzato, allo stesso modo, per garantire il mantenimento di siffatto equilibrio in ogni fase successiva, anche giudiziale, del rapporto, non potendo, quindi, essere alterata dal creditore in danno del debitore (Cass. n. 10511/99; Cass. n. 3775/94). La citata sentenza delle Sezioni Unite si riferiva al frazionamento del credito, tuttavia, apriva la strada ad un nuovo orientamento giurisprudenziale anche in materia di risarcimento danni. Invero la Cass. con sent. n. 28286-11 tenendo conto dei principi espressi dalla richiamata pronuncia delle Sezioni Unite affermava che in tema di risarcimento dei danni da responsabilità civile, non è consentito al danneggiato, in presenza di un danno derivante da un unico fatto illecito, riferito alle cose ed alla persona, già verificatosi nella sua completezza, di frazionare la tutela giurisdizionale mediante la proposizione di distinte domande, parcellizzando l’azione extracontrattuale davanti al giudice di pace ed al tribunale in ragione delle rispettive competenze per valore, e ciò neppure mediante riserva di far valere ulteriori e diverse voci di danno in altro procedimento, in quanto tale disarticolazione dell’unitario rapporto sostanziale nascente dallo stesso fatto illecito, oltre ad essere lesiva del generale dovere di correttezza e buona fede, per l’aggravamento della posizione del danneggiante-debitore, si risolve anche in un abuso dello strumento processuale. La Suprema Corte riteneva altresì che  non è ravvisabile un’esigenza di tutela dell’affidamento riposto dall’attore in relazione ad intervenuto mutamento dell’orientamento giurisprudenziale in materia, atteso che il principio del giusto processo, espresso dall’art. 111, primo comma, Cost., non consente più di utilizzare, per l’accesso alla tutela giudiziaria, metodi divenuti incompatibili con valori avvertiti come preminenti ai fini di un efficace ed equo funzionamento del servizio della giustizia, e impedisce, perciò, di accordare protezione ad una pretesa priva di meritorietà e caratterizzata per l’uso strumentale del processo. Sulla stessa linea la sent. del Tribunale di Napoli n.1010-12. La Cass. con sent. n. 22282-11 di contro, statuiva che in tema di “overruling”, il mutamento della precedente interpretazione della norma processuale da parte del giudice della nomofilachia, che porti a ritenere esistente, in danno di una parte del giudizio, una decadenza od una preclusione prima escluse, in considerazione del bilanciamento dei valori in gioco, tra i quali assume preminenza quello del giusto processo (art. 111 Cost.), volto a tutelare l’effettività dei mezzi di azione e difesa, non opera nei confronti della parte che abbia confidato incolpevolmente (non oltre il momento di oggettiva conoscibilità dell’arresto nomofilattico correttivo) nella consolidata precedente interpretazione della regola stessa, la quale, sebbene soltanto sul piano fattuale, aveva comunque creato l’apparenza di una disciplina conforme alla legge del tempo. Nella fattispecie, dunque, alla luce della citata giurisprudenza,  occorre verificare alla luce della  normativa regolata dal dlgs 209-05  la sussistenza dell’uso strumentale del processo da parte dell’attore. Sul punto va osservato che gli art. 145 – 148 d.lgs. 209-05 prevedono due diversi termini in ordine alla proponibilità della domanda. In particolare ex art 145  citato d.lgs. l’azione può essere proposta dopo 60 giorni dalla richiesta di risarcimento alla impresa assicurativa per i danni a cose e 90 giorni per il danno alla persona. Parimenti l’art. 148 al comma 2 prevede una serie di requisiti relativi alla messa in mora e finalizzati alla formulazione della offerta da parte della impresa assicurativa  tra i quali allegazione del certificato di avvenuta guarigione nonchè l’obbligo del danneggiato di sottoporsi agli accertamenti medico legali al fine di valutare il danno subito alla persona. Ne deriva che  mentre per  i sinistri   relativi a  danni a cose la procedura è ispirata a maggiore celerità  anche alla luce dell’ art 148 dlgs dovendo l’offerta essere formulata nel termine di 60 giorni, ridotta a 30 in caso di modulo CAI congiuntamente sottoscritto dai conducenti dei veicoli antagonisti; più complessa e lenta risulta la procedura per la valutazione del danno alla persona non soltanto per  il  termine più lungo 90 giorni ma soprattutto  per la circostanza che prima di inviare la richiesta di risarcimento occorre che il danneggiato sia clinicamente guarito. E’ possibile che il danneggiato che abbia subito un grave incidente possa subito inoltrare la richiesta di risarcimento  per i danni a cose mentre debba aspettare, alla luce delle lesioni subite, un lungo periodo prima di  essere clinicamente guarito e poter inoltrare la richiesta di risarcimento alla  impresa assicurativa. Dunque, ritiene  questo giudicante, che l’abuso del processo si configuri soltanto laddove decorsi i termini per la proponibilità sia del danno alla persona che quello a cose, l’attore frazioni  indebitamente le richieste di risarcimento.

Mentre non sussiste l’abuso nel caso del soggetto il quale  subendo danni sia al proprio veicolo che alla persona,  decida di procedere per il danno al veicolo effettuando la relativa messa in mora e decorsi i 60 giorni previsti dalla legge, e prima ancora che siano trascorsi i 90 giorni per le lesioni, agisca in giudizio. In definitiva l’istante non incorre nell’uso strumentale del processo laddove agisca per i danni a cose, quando non è ancora proponibile l’azione per le lesioni. Il frazionamento in tal caso potrebbe essere dettato dall’esigenza di ottenere celermente il risarcimento in ordine al danno a cose  al fine di poter ripristinare, al più presto, la propria vettura. L’abuso si verifica, invece, quando il danneggiato  pur potendo proporre contemporaneamente le due azioni, essendo decorsi i termini sia per il danno a cose che per le lesioni, scinda  strumentalmente i due giudizi.

Diversamente colui che subisca  congiuntamente  lesioni personali e danni a cose non potrebbe giovarsi del più breve termine previsto dagli art 145 – 148 dlgs 209-05 in tema di danno materiale con  evidente disparità di trattamento e violazione dell’art 3 Cost. con chi subisca esclusivamente danni al veicolo o natante. Nel  caso di specie, tuttavia,  a fronte dell’eccezione sollevata dalla convenuta, parte attrice non ha documentato di aver iniziato l’azione di risarcimento danni relativa al veicolo, quando ancora non era  proponibile l’azione relativa alle lesioni personali. Ne consegue l’improponibilità della domanda.

Si ravvisano le ragioni ex art. 92 comma 2 cpc tenuto conto dei suesposti motivi della decisione per compensare le spese tra le parti   

P.Q.M. 

 Il Giudice di Pace, definitivamente  pronunziando  ogni diversa domanda  od eccezione  reietta, disattesa  o  assorbita, cosi provvede:

–  rigetta perchè improponibile la domanda formulata da Tizio 

– compensa le spese tra le parti

Napoli, li  25-01-13    

Il Giudice di Pace

Avv . Felice A. D’Onofrio

 

Frazionamento del credito da sinistro stradale: ammissibile se non contrario a buona fede

Giudice di Pace di Padova – Giudice Dott.ssa V. Raudino – Sent. parziale 504/13

IL CASO:

Tizio rimaneva coinvolto in un sinistro stradale, all’esito del quale subiva danni materiali e fisici. Agiva quindi in giudizio avanti il Giudice di Pace per il risarcimento del danno materiale subito dal proprio veicolo. Nelle more del giudizio interveniva tra le parti un accordo transattivo, limitato per l’appunto al solo danno materiale. Successivamente, stabilizzatisi i postumi permanenti alla propria persona, Tizio agiva in giudizio per il risarcimento del danno fisico. La Compagnia assicurativa costituita eccepiva in via preliminare il frazionamento del credito. Il Giudice respingeva l’eccezione.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA:

“Nelle more, la causa relativa al danno materiale, già introdotta, veniva transatta con espressa riserva di parte attrice di agire per il risarcimento del danno alla persona, delimitando in tal modo l’oggetto della domanda alla sola voce “danno materiale”. Non si riscontra pertanto, un comportamento contrario a buona fede, nè abuso nel comportamento processuale di parte attrice, peraltro sanzionabile, secondo la più recente giurisprudenza non con l’inammissibilità della domanda, ma con una adeguata valutazione sulla liquidazione delle spese di giudizio (cfr. Cass. Civ. Sez. I Ord. 3.05.2010 n. 10634.”

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