Titolo

Autem vel eum iriure dolor in hendrerit in vulputate velit esse molestie consequat, vel illum dolore eu feugiat nulla facilisis at vero eros et dolore feugait.

Archivio dell'autore %s Studio Legale Calvello

Causa persa e responsabilità professionale dell’avvocato: ecco come si determina (Cass. 3566/21)

Cassazione civile, Sezione III, Ordinanza 11/02/2021, n. 3566

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

La responsabilità dell’avvocato “non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente ed, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva, ed il risultato derivatone”.

L’ ORDINANZA

(Presidente Dott. ARMANO Uliana – Relatore Dott. SESTINI Danilo)

(Omissis)

Svolgimento del processo

che:

F.M., in qualità di erede del padre T., agì nei confronti dell’avvocato R.G. per sentirne dichiarare la responsabilità professionale per la negligente assistenza prestata al genitore in un giudizio svoltosi avanti alla Corte di Appello di Genova, conclusosi con sentenza n. 423/1993 che aveva rigettato la richiesta del F. di vedersi riconoscere la proprietà di due appartamenti che assumeva essergli stati ceduti da tale P.A.;

rilevò la F. che, nell’anno (OMISSIS), il padre aveva agito nei confronti del curatore dell’eredità beneficiata e rilasciata di P.A. per sentir accertare l’avvenuto acquisto in proprio favore della proprietà di due appartamenti del Condominio (OMISSIS), contraddistinti dai civici (OMISSIS); che il Tribunale di Savona aveva dichiarato autentica la sottoscrizione di P.A. in calce alla scrittura privata del 6.10.1965 con cui era stato trasferito al F. l’immobile (OMISSIS), mentre aveva rigettato la domanda concernente l’altro immobile, ritenendo che per lo stesso fosse intervenuta soltanto una proposta di vendita; che la sentenza era stata impugnata sia da F.T. che, con distinto gravame, da S.D., M.L. e P.O.; che quest’ultima, quale erede di P.A., aveva disconosciuto la documentazione apparentemente riferibile al de cuius, mentre l’avv. R., difensore del F., non aveva proposto istanza di verificazione e non aveva coltivato il giudizio, non comparendo neppure all’udienza di precisazione delle conclusioni;

che la Corte di Appello genovese aveva riformato la sentenza di primo grado, dichiarando non autentiche le sottoscrizioni di P.A. relative alle scritture private del 6.10.1965 e del 17.3.1966, disconosciute e non sottoposte a verificazione, e rigettando pertanto le domande del F.; che senza esito era rimasto il successivo giudizio di cassazione, come pure il tentativo di resistere all’ordine di rilascio degli immobili disposto dal Tribunale di Savona e dalla Corte di Appello di Genova;

tanto premesso, evidenziò che, se l’avv. R. avesse adempiuto diligentemente al proprio mandato e avesse richiesto la verificazione delle scritture disconosciute, con molta probabilità sarebbe stata confermata la sentenza di primo grado e al F. sarebbe stata riconosciuta anche la proprietà del secondo appartamento;

chiese pertanto che venisse accertata la responsabilità professionale dell’avv. R., con condanna del medesimo al risarcimento dei danni, quantificati in complessivi 1.000.000,00 di Euro (di cui 800.000,00 Euro corrispondenti al valore degli immobili ed il residuo a titolo di danno morale);

il convenuto resistette e chiamò in causa, per l’eventuale manleva, le proprie assicuratrici della responsabilità civile, Reale Mutua di Assicurazioni s.p.a. e Zurich Insurance Company s.a., le quali si costituirono in giudizio chiedendo la reiezione della domanda attorea e di quella di manleva o, in subordine, l’accoglimento di quest’ultima nei limiti delle rispettive polizze;

il Tribunale rigettò la domanda della F., condannandola al pagamento delle spese di lite in favore del R. e delle terze chiamate in causa;

pronunciando sul gravame della F., la Corte di Appello di Genova ha confermato la sentenza impugnata, salvo ridurre le spese liquidate in favore delle compagnie assicuratrici per il giudizio di primo grado;

la Corte ha osservato, fra l’altro, che “il diritto al risarcimento del danno non insorge automaticamente quale conseguenza di qualsivoglia inadempimento del professionista, dovendosi piuttosto valutare, sulla base di un giudizio probabilistico, se, in assenza dell’errore commesso dall’avvocato, l’esito negativo per il cliente si sarebbe ugualmente prodotto”; che “è indubbio che (…) l’avv. R. ha tenuto una condotta omissiva colpevole, non avendo proposto l’istanza di verificazione delle scritture disconosciute, per la prima volta nel giudizio di appello, da P.O. quale erede di P.A.”; “per affermare la responsabilità del difensore, odierno appellato, occorre, però, accertare il danno in capo alla cliente, ossia verificare, sulla base di un accertamento prognostico, il probabile (non certo) esito favorevole dell’azione giudiziale qualora il difensore avesse tenuto la condotta omessa”; “l’odierna appellante, invece, già in primo grado non soltanto non ha offerto alcuna prova atta a dimostrare che le sottoscrizioni di cui alle scritture in questione fossero da attribuirsi a P.A. (non ha neanche prodotto gli originali delle scritture private (…)), ma nemmeno ha asserito, neanche nel presente grado, la necessità di siffatta prova”; peraltro, rispetto all’appartamento contraddistinto come (OMISSIS), l’attrice, quand’anche fosse riuscita a dimostrare l’autenticità della sottoscrizione apposta sulla scrittura del 17.3.1967, “avrebbe dovuto superare l’avvenuto rigetto nel merito della domanda proposta da F.T.”, basato sul rilievo che tale scrittura non conteneva un contratto, ma costituiva una semplice “lettera di proposta”;

ha proposto ricorso per cassazione F.M., affidandosi a tre motivi; hanno resistito, con distinti controricorsi, R.G. e la Zurich Insurance Public Limited, Rappresentanza Generale per l’Italia.

Motivi della decisione

che:

col primo motivo, la ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione dell’art. 1176 c.c., comma 2 e dell’art. 2236 c.c., nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5: assume di aver “provato la totale responsabilità dell’avv. R. nel non aver coltivato il giudizio di appello, nel non aver presenziato alle udienze e nel non aver proposto l’istanza di verificazione” ed evidenzia che la sentenza della Corte di Appello del 1993 aveva respinto le domande avanzate da F.T. solo perchè la controparte aveva disconosciuto le scritture private e non era stata proposta l’istanza di verificazione; assume pertanto di aver provato “senza alcun ragionevole dubbio sia la negligenza dell’Avv. R., sia il nesso di causalità tra la condotta negligente dell’avvocato ed il danno subito dalla stessa, sia appunto il danno che è stato correttamente quantificato dal CTU nominato nel primo grado del giudizio”; evidenzia, altresì, che “tutti gli elementi probatori acquisiti nei due gradi di giudizio militano in senso favorevole alla riconducibilità della firma al sig. P.” e argomenta sul punto;

il motivo è inammissibile, in quanto non investe adeguatamente la ratio decidendi posta a fondamento del rigetto della domanda risarcitoria da parte della Corte di Appello, la quale – come detto – ha riconosciuto l’inadempimento del R., ma ha rilevato che la F. non aveva dimostrato (ancorchè in termini di “più probabile che non”) che l’esito della causa sarebbe stato diverso nel caso in cui l’avvocato avesse tenuto la condotta omessa e, segnatamente, che la verificazione – se richiesta – avrebbe accertato l’autenticità della sottoscrizione del P.; e ciò in base al principio – consolidato – secondo cui la responsabilità dell’avvocato “non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente ed, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva, ed il risultato derivatone” (Cass. n. 2638/2013; cfr. anche Cass. n. 1984/2016 e Cass. n. 13873/2020);

invero la ricorrente insiste nell’evidenziare l’inadempimento del R. ed assume di aver provato sia il danno che il nesso causale fra quest’ultimo e la condotta negligente dell’avvocato, ma non contesta specificamente l’assunto della Corte territoriale circa la necessità che l’attrice dimostrasse che l’espletamento della verificazione delle sottoscrizioni disconosciute avrebbe molto probabilmente (secondo un criterio di preponderanza dell’evidenza) dato esito favorevole alla tesi della F.;

per di più, la ricorrente omette di censurare l’ulteriore passaggio della sentenza impugnata con cui la Corte ha rilevato che la domanda relativa all’immobile (OMISSIS) non era stata accolta in primo grado per il fatto che il Tribunale aveva ritenuto che la scrittura del 17.3.1966 documentasse una mera proposta, con la conseguenza che, a prescindere dalla questione della mancata verificazione della sottoscrizione del P., avrebbe comunque “dovuto superare l’avvenuto rigetto nel merito della domanda proposta da F.T.”;

per altro verso, la ricorrente svolge in questa sede argomenti volti ad evidenziare la riconducibilità delle sottoscrizioni al P., in tal modo tuttavia sollecitando la Corte a compiere – sul punto – un proprio accertamento di merito, inibito in ambito di legittimità;

va infine rilevato, quale ulteriore motivo di inammissibilità della censura deducente il vizio di omesso esame di fatti decisivi, che, a fronte di una “doppia conforme” di rigetto, la ricorrente non ha dimostrato – al fine di superare la preclusione di cui all’art. 348 ter c.p.c., comma 5 – che la decisione di appello è fondata su ragioni diverse da quelle poste a base della decisione di primo grado (cfr. Cass. n. 5528/2014);

col secondo motivo (che denuncia la nullità della sentenza “per essere essa manifestamente infondata a causa dell’illogicità dell’iter processuale del primo grado di giudizio”), la ricorrente censura la sentenza nella parte in cui ha ritenuto infondata la doglianza con cui l’appellante aveva sostenuto che, ammettendo la CTU estimativa del danno, il Tribunale aveva riconosciuto la fondatezza nell’an della richiesta risarcitoria e non avrebbe pertanto potuto escludere la responsabilità del convenuto con la decisione definitiva;

il motivo è inammissibile e, comunque, infondato:

inammissibile, in quanto reitera l’analoga doglianza svolta in appello senza censurare specificamente le considerazioni svolte sul punto dalla Corte di Appello;

comunque infondato, poichè – come osservato dalla sentenza impugnata – le ordinanze del giudice istruttore sono sempre modificabili e revocabili (fatte salve le limitazioni di cui all’art. 177 c.p.c.) e non possono pregiudicare la decisione della causa, di talchè l’ammissione di una CTU estimativa del danno non comporta l’affermazione della fondatezza dell’an della pretesa risarcitoria;

il terzo motivo deduce la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. e censura la sentenza per avere condannato la F. al pagamento delle spese processuali nonostante che fosse stata accolta la domanda di accertamento della negligenza professionale del R.; la ricorrente si duole pertanto della mancata compensazione delle spese di lite; aggiunge che, in ogni caso la condanna alle spese non poteva essere estesa a quelle sostenute dalle compagnie assicuratrici la cui chiamata in causa non era stata effettuata dall’attrice, ma dal R.;

anche questo motivo è inammissibile e, comunque, infondato:

inammissibile, perchè non investe specificamente le ragioni della decisione, basata sul rilievo della soccombenza totale della F. e sulla circostanza che la chiamata in causa delle assicuratrici era stata determinata dalla pretesa avanzata dall’attrice, risultando pertanto ad essa ascrivibile sulla base del principio di causalità;

comunque infondato, in quanto la F. è risultata totalmente soccombente rispetto alla domanda risarcitoria, rispetto alla quale l’accertamento dell’inadempimento del R. integrava soltanto uno dei presupposti per l’eventuale accoglimento (mancato per difetto di prova del nesso causale) e non ha costituito un capo autonomo della statuizione di primo grado confermata in sede di appello;

inammissibile nella parte in cui censura la scelta della Corte di non avvalersi della possibilità di compensazione delle spese di lite, scelta che, concernendo una facoltà discrezionale del giudice di merito, non può essere sindacata in sede di legittimità (cfr. Cass. n. 24502/2017, Cass. n. 8421/2017 e Cass. n. 15317/2013);

infondato, infine, nella parte in cui contesta la condanna della F. alla rifusione delle spese in favore delle compagnie assicuratrici, in quanto la Corte di merito si è attenuta al principio consolidato secondo cui, “in tema di spese giudiziali sostenute dal terzo chiamato in garanzia, una volta rigettata la domanda principale, il relativo onere va posto a carico della parte soccombente che ha provocato e giustificato la chiamata in garanzia, in applicazione del principio di causalità, e ciò anche se l’attore soccombente non abbia formulato alcuna domanda nei confronti del terzo” (Cass. n. 2492/2016; cfr. Cass. 23552/2011, Cass. n. 7674/2008 e Cass. n. 6514/2004);

il ricorso va pertanto, nel complesso, rigettato;

ricorrono giusti motivi per l’integrale compensazione delle spese del giudizio di legittimità, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2 (nel testo risultante dalla L. n. 263 del 2005 e succ. mod., applicabile ratione temporis, trattandosi di causa avviata nell’anno 2008), in considerazione delle peculiarità della vicenda e della sussistenza di pacifici profili di negligenza nell’attività professionale svolta dall’avv. R.;

sussistono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese di lite.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 21 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2021

Danno da cose in custodia e caduta del pedone: ecco quando l’ente è responsabile (Cass. 456/21)

Cassazione civile, Sez. III, Ordinanza del 13.01.2021, n. 456

IL CASO

Tizia citava avanti al Tribunale di (OMISSIS) il Comune della stessa città chiedendone la condanna al risarcimento dei danni ex art. 2043 c.c. o, in subordine, ex art. 2051 c.c. per l’infortunio, consistente nella frattura di una vertebra lombare, riportato in conseguenza di una caduta avvenuta a (OMISSIS), quando, mentre attraversava la strada, finiva con il piede in una pozzanghera d’acqua che celava una buca e la presenza di cubetti di porfido malfermi, perdendo l’equilibrio e cadendo sulla schiena. Assunte prove testimoniali e CTU medico-legale il Tribunale, ritenuta raggiunta la prova in ordine alla situazione di insidia o trabocchetto, accoglieva la domanda ex art. 2043 c.c. condannando il Comune a risarcimento del danno subito col favore delle spese legali.

Il risultato favorevole al pedone veniva completamente ribaltato dalla Corte d’Appello adita dal Comune con appello principale e da Tizia con appello incidentale condizionato affinchè, nell’ipotesi in cui fosse rigettata la domanda ex art. 2043 c.c., fosse invece accolta quella formulata ex art. 2051 c.c.. I giudici del gravame, infatti, accoglievano l’appello principale, dichiarando assorbito l’incidentale e condannando Tizia alle spese del grado. In sostanza la Corte territoriale aveva ritenuto che la pronuncia di primo grado meritasse censura per non aver richiamato i principi e gli insegnamenti giurisprudenziali in punto di autoresponsabilità dell’utente di strade demaniali che, ove considerati, avrebbero dovuto condurre il giudice a ritenere esigibile, da parte della danneggiata, una condotta più prudente evitando di poggiare il piede proprio nella buca ricolma d’acqua. Comportamento questo tanto imprudente da interrompere il nesso eziologico tra la condotta omissiva dell’ente proprietario della strada e l’evento dannoso integrando gli estremi del fortuito.

A Tizia non rimaneva che proporre ricorso per cassazione (che le darà ragione). Secondo gli Ermellini, infatti, la sentenza impugnata non aveva rispettato le condizioni richieste dalla giurisprudenza di legittimità secondo la quale la condotta della vittima del danno causato da una cosa in custodia costituisce caso fortuito idoneo ad escludere la responsabilità del custode ex art. 2051 c.c. ove sia colposa e imprevedibile (Cass., n. 25837/2017; Cass., n. 27724/2018; Cass., n. 9997/2020).

LA QUESTIONE GIURIDICA

L’art. 2051 c.c. nel corso degli anni è stato al centro di un acceso dibattito sia dottrinale che giurisprudenziale. Trattavasi di un’ipotesi di responsabilità per colpa presunta oppure di responsabilità oggettiva?

E così, dapprima la Suprema Corte statuiva che: “L’art. 2051 c.c. pone, a carico del custode – ed è onere dell’attore provare che, in considerazione dell’effettivo potere fisico sulla cosa, tale possa considerarsi il preteso danneggiante, così come provare che il danno sia derivato dalla cosa stessa – una presunzione juris tantum di colpa, che può esser vinta soltanto dalla prova, a carico del medesimo, che il danno sia stato invece determinato da caso fortuito”.

Successivamente, invece, mutava il proprio orientamento stabilendo che: “In tema di responsabilità civile per i danni cagionati da cose in custodia, la fattispecie di cui all’art. 2051 cod. civ. individua un’ipotesi di responsabilità oggettiva, essendo sufficiente per l’applicazione della stessa la sussistenza del rapporto di custodia tra il responsabile e la cosa che ha dato luogo all’evento lesivo, senza che assuma rilievo in sè la violazione dell’obbligo di custodire la cosa da parte del custode, la cui responsabilità è esclusa solo dal caso fortuito. Detto fattore attiene non ad un comportamento del responsabile, ma al profilo causale dell’evento, riconducibile in tal caso non alla cosa che ne è fonte immediata, ma ad un elemento esterno, recante i caratteri dell’imprevedibilità e dell’inevitabilità. Ne consegue l’inversione dell’onere della prova in ordine al nesso causale, incombendo sull’attore la prova del nesso eziologico tra la cosa e l’evento lesivo e sul convenuto la prova del caso fortuito”.

Alla luce del mutato orientamento, il custode convenuto nel giudizio di risarcimento, per andare esente da responsabilità, dovrà fornire non già la prova negativa della propria assenza di responsabilità, bensì la prova positiva che il danno è derivato da caso fortuito o da forza maggiore. Il caso fortuito deve essere inteso in senso molto ampio, tale da ricomprendere anche il fatto naturale (la c.d. forza maggiore), il fatto del terzo ed il fatto dello stesso danneggiato, purché tale fatto costituisca la causa esclusiva del danno). In questo modo, il danneggiato è gravato soltanto dall’onere di dimostrare l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento di danno, mentre sul convenuto grava l’onere di provare l’esistenza di un fattore, estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere quel nesso causale (Cass. n. 2075/2002).

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE NELL’ORDINANZA 456/21

In tema di responsabilità da cosa in custodia, l’ente proprietario di una strada si presume responsabile, ai sensi dell’art. 2051 c.c., dei sinistri riconducibili alle situazioni di pericolo immanente connesse alla struttura ed alla conformazione della stessa e delle sue pertinenze, fermo restando che su tale responsabilità può influire la condotta della vittima, la quale, però, assume efficacia causale esclusiva soltanto ove sia qualificabile come abnorme, cioè estranea al novero delle possibilità fattuali congruamente prevedibili in relazione al contesto, potendo, in caso contrario, rilevare ai fini del concorso causale ai sensi dell’art. 1227 c.c..

L’ORDINANZA (Rel. Dott. Anna Moscarini)

(omissis)

Svolgimento del processo

1. Con atto di citazione del 1/12/2011 la signora C.S.P. convenne, davanti al Tribunale di Napoli, il Comune della stessa città chiedendone la condanna al risarcimento dei danni ex art. 2043 c.c. o, in subordine, ex art. 2051 c.c. per l’infortunio, consistente nella frattura di una vertebra lombare, riportato in conseguenza di una caduta avvenuta a (OMISSIS), quando, mentre attraversava la strada, finiva con il piede in una pozzanghera d’acqua che celava una buca e la presenza di cubetti di porfido malfermi, perdendo l’equilibrio e cadendo sulla schiena.

Assunte prove testimoniali e CTU medico-legale il Tribunale di Napoli, con sentenza n. 4046/2014″ ritenuta raggiunta la prova in ordine alla situazione di insidia o trabocchetto, accolse la domanda ex art. 2043 c.c. condannando il Comune al pagamento della somma di Euro 37.875,09 oltre rivalutazione interessi e spese legali.

2. La Corte d’Appello di Napoli, adita dal Comune con appello principale e dalla C. con appello incidentale condizionato affinchè, nell’ipotesi in cui fosse rigettata la domanda ex art. 2043 c.c., fosse invece accolta quella formulata ex art. 2051 c.c., con sentenza n. 1096 del 7/3/2018, ha accolto l’appello principale, dichiarando assorbito l’incidentale e condannato la C. alle spese del grado.

Per quel che è ancora qui di interesse la Corte d’Appello ha ritenuto che la fattispecie rientrasse nell’alveo dell’art. 2051 c.c. e che, conseguentemente, l’ente proprietario fosse gravato dei sinistri riconducibili a situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada salva la possibilità per l’utente danneggiato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la situazione di pericolo. Ciò premesso la Corte territoriale ha ritenuto che la pronuncia di primo grado meritasse censura per non aver richiamato i principi e gli insegnamenti giurisprudenziali in punto di autoresponsabilità dell’utente di strade demaniali che, ove considerati, avrebbero dovuto condurre il giudice a ritenere esigibile, da parte della danneggiata, una condotta più prudente evitando di poggiare il piede proprio nella buca ricolma d’acqua.

Il giudice ha, pertanto, ritenuto di dover considerare l’efficienza del comportamento imprudente della vittima nella produzione del danno che si atteggia a concorso causale colposo valutabile ai sensi dell’art. 1227 c.c. fino ad interrompere il nesso eziologico tra la condotta omissiva dell’ente proprietario della strada e l’evento dannoso integrando gli estremi del fortuito. Sulla base di queste premesse ed in riforma della sentenza di primo grado ha, in accoglimento dell’appello, rigettato la domanda della C..

3. Avverso la sentenza la signora C. ha proposto tempestivo ricorso per cassazione sulla base di quattro motivi. Ha resistito il Comune di Napoli con controricorso.

4. La trattazione è stata fissata in adunanza camerale ai sensi dell’art. 330-bis 1 c.p.c. in vista della quale la ricorrente ha depositato memoria mentre il Procuratore Generale presso questa Corte non ha concluso.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso – violazione dell’art. 352 c.p.c. e dell’art. 190 c.p.c. con riguardo all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e nullità della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – la ricorrente si duole che la causa sia stata introitata in decisione prima della scadenza dei termini per il deposito delle comparse di replica.

2. Con il secondo motivo – omesso esame di un fatto decisivo del giudizio oggetto di discussione tra le parti ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – la C. si duole che la sentenza abbia valorizzato la presenza della buca omettendo di valutare il fatto che la caduta fosse eziologicamente riconducibile alla presenza occulta dei cubetti di porfido malfermi ed instabili, non visibili nè prevedibili.

3. Con il terzo motivo – violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c. con riguardo all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – si duole che la sentenza abbia ritenuto interrotto il nesso eziologico tra la condotta della danneggiata ed il danno, senza dare la prova del fortuito che avrebbe dovuto consistere in una condotta autonoma, eccezionale, imprevedibile e colposa della vittima. La Corte d’Appello avrebbe dovuto, non solo provare la condotta negligente della vittima, ma accertare anche che la condotta non fosse prevedibile da parte del custode.

4. Con il quarto motivo di ricorso – violazione e falsa applicazione dell’art. 1227 c.c., comma 1 – la ricorrente si duole che la sentenza abbia mal applicato la disposizione indicata in epigrafe perchè non avrebbe posto in relazione la presunta violazione del dovere di cautela incombente sulla danneggiata con la violazione degli obblighi di custodia che gravano sull’ente.

2-3-4 Il Collegio ritiene che la causa possa essere decisa in base alla ragione più liquida e dunque prescindendo dall’esame della questione processuale posta con il primo motivo rispetto al quale, per le ragioni di qui a poco evidenziate, la C. perde interesse allo scrutinio. Il ricorso va infatti accolto con riguardo ai motivi secondo terzo e quarto che, trattati congiuntamente, meritano accoglimento.

Innanzitutto è fondato il secondo motivo con il quale la C. si duole che la Corte d’Appello abbia omesso di considerare che la caduta sia stata causata dai cubetti di porfido malfermi, instabili invisibili e imprevedibili chiaramente emersi nell’istruttoria. La corte territoriale ha omesso di considerare il nesso eziologico tra tale incontestata circostanza, provata dai testi, ed il danno, pur avendo costituito il fatto omesso oggetto di discussione tra le parti.

In secondo luogo è fondata la censura introdotta con il motivo con cui si assume e si argomenta la violazione, da parte della corte territoriale, dell’art. 2051 c.c. Come è noto la norma configura un caso di responsabilità oggettiva del custode e prevede che il danneggiato debba limitarsi a provare il nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno, spettando al custode la prova cd. liberatoria mediante dimostrazione positiva del caso fortuito, cioè del fatto estraneo alla sua sfera di custodia avente impulso causale autonomo e carattere di imprevedibilità e di assoluta eccezionalità. L’ente proprietario della strada supera la presunzione di colpa quando la situazione che provoca il danno si verifica non come conseguenza di un difetto di diligenza nella sorveglianza della strada ma in maniera improvvisa e per colpa esclusiva dello stesso danneggiato. Il Comune avrebbe dovuto dimostrare che il fatto della stessa danneggiata nel caso in esame avesse i caratteri dell’autonomia, eccezionalità, imprevedibilità ed inevitabilità e che fosse da solo idoneo a produrre l’evento, escludendo i fattori causali concorrenti. La sentenza non ha rispettato le condizioni richieste dalla giurisprudenza di questa Corte secondo la quale la condotta della vittima del danno causato da una cosa in custodia costituisce caso fortuito idoneo ad escludere la responsabilità del custode ex art. 2051 c.c. ove sia colposa e imprevedibile (Cass., 3, n. 25837 del 31/10/2017; Cass., 6-3, n. 27724 del 30/10/2018; Cass., 6-3 n. 9997 del 28/5/2020).

Del pari fondata è la violazione dell’art. 1227 c.c., comma 1 in quanto la Corte territoriale ha lasciato, nella sostanza, irrisolto il punto nodale della condotta della vittima non facendo buon governo dell’art. 1227 c.c. E’ principio affermato da questa Corte che, se il fatto colposo del danneggiato può concorrere nella produzione dell’evento, il fatto che una strada risulti “molto sconnessa” con buche e rattoppi, indice di cattiva manutenzione non costituisce un’esimente per l’ente pubblico in quanto il comportamento disattento e incauto del pedone non è ascrivibile al novero dell’imprevedibile (Cass., 3, n. 15761 del 29/7/2016). L’ente proprietario di una strada si presume responsabile, ai sensi dell’art. 2051 c.c., dei sinistri riconducibili alle situazioni di pericolo immanente connesse alla struttura ed alla conformazione della stessa e delle sue pertinenze, fermo restando che su tale responsabilità può influire la condotta della vittima, la quale, però, assume efficacia causale esclusiva soltanto ove sia qualificabile come abnorme, cioè estranea al novero delle possibilità fattuali congruamente prevedibili in relazione al contesto, potendo, in caso contrario, rilevare ai fini del concorso causale ai sensi dell’art. 1227 c.c. (Cass., 3, n. 15761 del 29/7/2016; Cass., 3, n. 2480 del 1/2/2018).

La condotta del danneggiato che entri in interazione con la cosa si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso in applicazione anche ufficiosa dell’art. 1227 c.c., comma 1 richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 Cost. sicchè quanto più la situazione di danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente prevedibili in rapporto alle circostanze tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisce un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale connotandosi per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro (Cass., 6-3 n. 9315 del 3/4/2019). Non risulta che la sentenza si sia attenuta a questi principi.

5. Conclusivamente il ricorso va accolto con riguardo ai motivi secondo, terzo e quarto, assorbito il primo, la sentenza cassata in relazione e la causa rinviata alla Corte d’Appello di Napoli in diversa composizione anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo, il terzo ed il quarto motivo del ricorso, assorbito il primo, cassa l’impugnata sentenza e rinvia la causa per nuovo esame ed anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione alla Corte d’Appello di Napoli in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile, il 2 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 13 gennaio 2021

Responsabilità 231: scarica le linee guida di Assoambiente edizione 2020 per gli operatori della gestione dei rifiuti

PRESENTAZIONE

Con il D.Lgs. n. 231/2001 viene introdotta per la prima volta nell’ordinamento giuridico italiano la “responsabilità amministrativa degli enti per gli illeciti conseguenti alla commissione di un reato”: una responsabilità che, sebbene il legislatore qualifichi come amministrativa, si configura di fatto come una responsabilità di natura penale. Se l’ambito originale del D.Lgs. n. 231/2001, relativo ai reati societari e ai reati nei confronti della pubblica amministrazione riguardava già potenzialmente molte aziende, l’estensione negli anni alle tematiche della sicurezza sul lavoro e della gestione ambiente ha allargato enormemente il numero di imprese potenzialmente coinvolte. FISE Assoambiente e Certiquality, proseguendo la collaborazione avviata con la precedente pubblicazione “Linee guida per l’applicazione integrata delle norme ISO 9001 – ISO 14001 – BS OHSAS 18002 per le attività del ciclo dei rifiuti”, hanno promosso la realizzazione della presente Guida proprio per sensibilizzare e supportare il management delle aziende ed i loro collaboratori su queste importanti tematiche, fornendo, al tempo stesso, uno strumento pratico di lavoro. In questo nuovo quadro normativo assumono infatti particolare importanza i Modelli organizzativi indicati dal D.Lgs. n. 231/2001: un sistema di controllo preventivo, che parte da un’analisi dei rischi, individua le fattispecie di reato cui è potenzialmente sottoposta l’organizzazione e prevede la definizione di un adeguato sistema di prevenzione e controllo. Le Linee Guida realizzate hanno proprio il ruolo chiave di offrire agli imprenditori una maggiore consapevolezza di quali, nell’ambito dei processi aziendali, possono costituire le attività “sensibili” potenzialmente in grado di condurre i soggetti apicali, responsabili di una specifica procedura, ad assumere una condotta colposa. Nel documento è perciò possibile trovare, per le imprese che abbiano scelto di adottare un modello di organizzazione e gestione, una serie di indicazioni e misure, essenzialmente tratte dalla pratica aziendale, ritenute idonee a rispondere alle esigenze delineate dal D.Lgs. n. 231/2001. Il Modello di gestione non dovrà però rappresentare un mero adempimento burocratico ma dovrà “vivere” con l’impresa, aderire alle sue caratteristiche ed alla sua organizzazione ed evolversi e cambiare con essa nell’auspicio che tale condotta valorizzi gli sforzi organizzativi sostenuti dalle imprese per allinearsi alle prescrizioni normative.

Un vivo ringraziamento va a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione delle Linea Guida.

Elisabetta Perrotta (Direttore FISE ASSOAMBIENTE)

Umberto Chiminazzo (Direttore Generale CERTIQUALITY)

QUI SOTTO LE LINEE GUIDA IN PDF

Linee_Guida_Assoambiente_novembre_2020

Uber: con il Modello Organizzativo 231, più sicurezza per riders e più garanzie per i corrieri (fonte: Affaritaliani.it)

I rider avranno dispositivi per la sicurezza personale messi a disposizione gratuitamente dall’azienda

È stato presentato oggi il protocollo di sicurezza e salute per i rider stilato da Uber Eats. Come comunica la stessa società, sono state sottoscritte delle linee guida, che “garantiscono i più alti livelli nel settore del food delivery in termini di tutela della salute e sicurezza, garanzie e benessere delle migliaia di corrieri attivi sulla piattaforma Uber Eats nel nostro Paese”. I rider avranno dispositivi per la sicurezza personale messi a disposizione gratuitamente dall’azienda.

Per prima cosa i Dpi, non solo sanitari ma anche per la prevenzione degli infortuni: casco di sicurezza per bicicletta, indumento ad alta visibilità, giacca e pantaloni antipioggia, supporto impermeabile per smartphone da applicare sulla bicicletta, luci da applicare sulla bicicletta e fascia da braccio catarifrangente. I fattorini saranno poi forniti dell’equipaggiamento protettivo anti-Covid-19 (in modo diretto o tramite rimborso), e quindi di mascherine e gel. Nella stessa app che organizza il loro lavoro avranno un tasto di emergenza utilizzabile in caso di problemi di sicurezza, che consente di contattare il 112 e di ricevere assistenza da parte di un team Uber. Appositi reminder ricorderanno ai lavoratori di indossare i dispositivi di sicurezza ad intervalli regolari. L’azienda organizzerà una campagna di sensibilizzazione per i rider in materia di salute e sicurezza e igiene alimentare, che prevede la condivisione di informazioni, suggerimenti e guide (in formato video) e l’invio di avvisi, comunicazioni e reminder in relazione al rispetto delle norme di sicurezza stradale, con particolare riferimento al corretto e sicuro utilizzo dell’app/cellulare mentre il rider è in movimento, e all’importanza dell’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale forniti dall’azienda. Inoltre Uber fornirà corsi gratuiti di formazione dedicati alla salute e sicurezza sul lavoro e alla sicurezza stradale: una formazione obbligatoria e in più lingue, visto che molti dei fattorini sono migranti. Sara’ poi la stessa azienda a verificare l’idoneità dei veicoli per le consegne, sia che si tratti di biciclette sia che si tratti di mezzi a motore.

Per una verifica incrociata, gli altri utenti della piattaforma (ristoranti e consumatori) potranno fornire (su base volontaria) feedback in merito ai corrieri anche in relazione all’utilizzo da parte degli stessi dei dpi. “Grazie al nuovo protocollo, Uber Eats e’ la prima azienda in Italia a mettere a punto un insieme di procedure chiare e iniziative concrete volte alla sicurezza e al benessere dei rider in Italia. Con le attività che stiamo realizzando ora e nei prossimi mesi, miriamo a diventare il modello di riferimento per l’intero settore del food delivery nell’ambito della tutela della salute e sicurezza dai corrieri, e un esempio per tutte le realtà operanti nella consegna di beni a domicilio nel nostro paese” afferma Gabriele De Giorgi (Public Policy Manager) di Uber Italia. Anche l’amministratore giudiziario Cesare Meroni e gli avvocati Fabio Cesare e Marcella Vulcano, hanno espresso soddisfazione per i risultati raggiunti: “Uber sta seguendo le coordinate tracciate dai giudici della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Milano, delegati alla procedura, Fabio Roia e Veronica Tallarida. La società ha osservato e progressivamente attuato l’imponente programma prescrizionale elaborato dall’ufficio dell’amministratore giudiziario. Un piano di compliance 231 che ha inciso sull’assetto organizzativo della società, anche attraverso l’istituzione di un Compliance Champion, deputato ad assicurare, insieme all’organismo di vigilanza, l’effettiva attuazione del Modello organizzativo 231 e il rispetto delle politiche e delle procedure interne da parte dei dipendenti, dei corrieri e di tutti i soggetti coinvolti nelle attività aziendali. Particolare attenzione è stata posta alla salute e sicurezza dei riders con un programma specifico nel settore del food delivery che dimostra la posizione di contrasto della società rispetto a forme di sfruttamento del lavoro. La società sta facendo un notevole sforzo di programmazione ed economico per posizionarsi nel settore del food delivery come un’impresa ad un elevato livello di connotazione etica e di responsabilità sociale, operando in un alveo di legalità e di tutela dei lavoratori. Il percorso virtuoso intrapreso dal management è una chiara manifestazione della volontà della società di dare seguito agli sforzi fin qui compiuti impegnandosi nell’adozione e nell’implementazione delle procedure e best practices con l’obiettivo di qualificarsi come modello positivo e di riferimento per il settore del food delivery, a tutela della salute e del benessere dei corrieri e di tutti i lavoratori”. Va ricordato che la filiale italiana di food delivery che fa parte del colosso americano del noleggio auto e’ dalla primavera scorsa al centro di un’inchiesta della Procura di Milano per caporalato. A rivelare i particolari dello sfruttamento dei fattorini è stata l’indagine coordinata dal pm Paolo Storari. Fra gli indagati una ex dirigente dell’azienda (poi sospesa), e i titolari di due ditte intermediarie che procuravano i lavoratori pagandoli 3 euro a consegna. L’azienda e’ stata ammessa come responsabile civile all’udienza preliminare del processo. Contemporaneamente la sezione autonoma Misure di Prevenzione del Tribunale di Milano aveva disposto il commissariamento, lo scorso 28 maggio ed e’ per questo che ad oggi risulta ancora sotto il controllo di un board di amministratori giudiziari.

(fonte: Affaritaliani.it – articolo del 10.02.2021)

https://www.affaritaliani.it/milano/uber-protocollo-salute-sicurezza-rider-piu-garanzie-per-i-corrieri-722130.html?refresh_ce

Privacy e Videosorveglianza. Il Garante fa chiarezza sul controllo video in pubblico, in privato, a scuola e sul lavoro

a cura di Claudio Calvello

Il Garante della Protezione dei dati nel mese di dicembre 2020 ha pubblicato le FAQ in tema di videosorveglianza. Di seguito un estratto.

1) Quali sono le regole da rispettare per installare sistemi di videosorveglianza?

L’installazione di sistemi di rilevazione delle immagini deve avvenire nel rispetto, oltre che della disciplina in materia di protezione dei dati personali, anche delle altre disposizioni dell’ordinamento applicabili: ad esempio, le vigenti norme dell’ordinamento civile e penale in materia di interferenze illecite nella vita privata, o in materia di controllo a distanza dei lavoratori. Va sottolineato, in particolare, che l’attività di videosorveglianza va effettuata nel rispetto del cosiddetto principio di minimizzazione dei dati riguardo alla scelta delle modalità di ripresa e dislocazione e alla gestione delle varie fasi del trattamento. I dati trattati devono comunque essere pertinenti e non eccedenti rispetto alle finalità perseguite.

2) Occorre avere una autorizzazione da parte del Garante per installare le telecamere?

No. Non è prevista alcuna autorizzazione da parte del Garante per installare tali sistemi. In base al principio di responsabilizzazione, spetta al titolare del trattamento (un’azienda, una pubblica amministrazione, un professionista, un condominio…) valutare la liceità e la proporzionalità del trattamento, tenuto conto del contesto e delle finalità del trattamento, nonché del rischio per i diritti e le libertà delle persone fisiche.

3) Le persone che transitano nelle aree videosorvegliate devono essere informate della presenza delle telecamere?

Sì. Gli interessati devono sempre essere informati (ex art. 13 del Regolamento) che stanno per accedere in una zona videosorvegliata, anche in occasione di eventi e spettacoli pubblici (ad esempio, concerti, manifestazioni sportive) e a prescindere dal fatto che chi tratta i dati sia un soggetto pubblico o un soggetto privato.

4) In che modo si fornisce l’informativa agli interessati?

L’informativa può essere fornita utilizzando un modello semplificato (anche un semplice cartello) che deve contenere, tra le altre informazioni, le indicazioni sul titolare del trattamento e sulla finalità perseguita. Il modello può essere adattato a varie circostanze (presenza di più telecamere, vastità dell’area oggetto di rilevamento o modalità delle riprese). L’informativa va collocata prima di entrare nella zona sorvegliata. Non è necessario rivelare la precisa ubicazione della telecamera, purché non vi siano dubbi su quali zone sono soggette a sorveglianza e sia chiarito in modo inequivocabile il contesto della sorveglianza. L’interessato deve poter capire quale zona sia coperta da una telecamera in modo da evitare la sorveglianza o adeguare il proprio comportamento, ove necessario. L’informativa deve rinviare a un testo completo contenente tutti gli elementi di cui all´art. 13 del Regolamento, indicando come e dove trovarlo (ad es. sul sito Internet del titolare del trattamento o affisso in bacheche o locali dello stesso)

5) Quali sono i tempi dell’eventuale conservazione delle immagini registrate?

Le immagini registrate non possono essere conservate più a lungo di quanto necessario per le finalità per le quali sono acquisite (art. 5, paragrafo 1, lett. c) ed e), del Regolamento). In base al principio di responsabilizzazione (art. 5, paragrafo 2, del Regolamento), spetta al titolare del trattamento individuare i tempi di conservazione delle immagini, tenuto conto del contesto e delle finalità del trattamento, nonché del rischio per i diritti e le libertà delle persone fisiche. Ciò salvo che specifiche norme di legge non prevedano espressamente determinati tempi di conservazione dei dati. In via generale, gli scopi legittimi della videosorveglianza sono spesso la sicurezza e la protezione del patrimonio. Solitamente è possibile individuare eventuali danni entro uno o due giorni. Tenendo conto dei principi di minimizzazione dei dati e limitazione della conservazione, i dati personali dovrebbero essere – nella maggior parte dei casi (ad esempio se la videosorveglianza serve a rilevare atti vandalici) – cancellati dopo pochi giorni, preferibilmente tramite meccanismi automatici. Ad esempio, normalmente il titolare di un piccolo esercizio commerciale si accorgerebbe di eventuali atti vandalici il giorno stesso in cui si verificassero. Un periodo di conservazione di 24 ore è quindi sufficiente. La chiusura nei fine settimana o in periodi festivi più lunghi potrebbe tuttavia giustificare un periodo di conservazione più prolungato.

6) È possibile prolungare i tempi di conservazione delle immagini?

In alcuni casi può essere necessario prolungare i tempi di conservazione delle immagini inizialmente fissati dal titolare o previsti dalla legge: ad esempio, nel caso in cui tale prolungamento si renda necessario a dare seguito ad una specifica richiesta dell’autorità giudiziaria o della polizia giudiziaria in relazione ad un’attività investigativa in corso.

7) Si possono installare telecamere all’interno degli istituti scolastici?

Sì, ma l’eventuale installazione di sistemi di videosorveglianza presso le scuole deve garantire il diritto dello studente alla riservatezza. Può risultare ammissibile l’utilizzo di tali sistemi in casi di stretta indispensabilità, al fine di tutelare l’edificio e i beni scolastici da atti vandalici, circoscrivendo le riprese alle sole aree interessate. È inoltre necessario segnalare la presenza degli impianti con cartelli. Le telecamere che inquadrano l’interno degli istituti possono essere attivate solo negli orari di chiusura, quindi non in coincidenza con lo svolgimento di attività scolastiche ed extrascolastiche. Se le riprese riguardano l’esterno della scuola, l’angolo visuale delle telecamere deve essere opportunamente delimitato.

8) Violano la privacy le riprese video e le fotografie raccolte dai genitori durante le recite, le gite e i saggi scolastici?

No. Le immagini, in questi casi, sono raccolte per fini personali e destinate a un ambito familiare o amicale. Va però prestata particolare attenzione alla eventuale pubblicazione delle medesime immagini su Internet e sui social network. In caso di diffusione di immagini dei minori diventa infatti indispensabile ottenere il consenso da parte degli esercenti la potestà genitoriale.

9) Il datore di lavoro pubblico o privato può installare un sistema di videosorveglianza nelle sedi di lavoro?

Sì, esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale, nel rispetto delle altre garanzie previste dalla normativa di settore in materia di installazione di impianti audiovisivi e altri strumenti di controllo.

10) L’installazione di sistemi di videosorveglianza può essere effettuata da persone fisiche per fini esclusivamente personali, atti a monitorare la proprietà privata?

Sì. Nel caso di videosorveglianza privata, al fine di evitare di incorrere nel reato di interferenze illecite nella vita privata (art. 615-bis c.p.), l’angolo visuale delle riprese deve essere comunque limitato ai soli spazi di propria esclusiva pertinenza, escludendo ogni forma di ripresa, anche senza registrazione di immagini, relativa ad aree comuni (cortili, pianerottoli, scale, parti comuni delle autorimesse) ovvero a zone di pertinenza di soggetti terzi. È vietato altresì riprendere aree pubbliche o di pubblico passaggio.”

11) Quali sono le regole per installare un sistema di videosorveglianza condominiale?

È necessario in primo luogo che l’istallazione avvenga previa assemblea condominiale, con il consenso della maggioranza dei millesimi dei presenti (art. 1136 c.c.). È indispensabile inoltre che le telecamere siano segnalate con appositi cartelli e che le registrazioni vengano conservate per un periodo limitato. In ambito condominiale è comunque congruo ipotizzare un termine di conservazione delle immagini che non oltrepassi i 7 giorni.

12) Si possono utilizzare telecamere di sorveglianza casalinghe c.d. smart cam?

Sì. Il trattamento dei dati personali mediante l’uso di telecamere installate nella propria abitazione per finalità esclusivamente personali di controllo e sicurezza, rientra tra quelli esclusi dall’ambito di applicazione del Regolamento. In questi casi, i dipendenti o collaboratori eventualmente presenti (babysitter, colf, ecc.) devono essere comunque informati dal datore di lavoro. Sarà comunque necessario evitare il monitoraggio di ambienti che ledano la dignità della persona (come bagni), proteggere adeguatamente i dati acquisiti (o acquisibili) tramite le smart cam con idonee misure di sicurezza, in particolare quando le telecamere sono connesse a Internet, e non diffondere i dati raccolti.

13) I Comuni possono utilizzare telecamere per controllare discariche di sostanze pericolose ed “eco piazzole” per monitorare le modalità del loro uso, la tipologia dei rifiuti scaricati e l’orario di deposito?

Sì, ma solo se non risulta possibile, o si riveli non efficace, il ricorso a strumenti e sistemi di controllo alternativi e comunque nel rispetto del principio di minimizzazione dei dati. In tal caso, l’informativa agli interessati può essere fornita mediante affissione di cartelli informativi nei punti e nelle aree in cui si svolge la videosorveglianza, che contengano anche indicazioni su come e dove reperire un testo completo contenente tutti gli elementi di cui all´art. 13 del Regolamento. Non è invece previsto o consentito che tale monitoraggio sia posto in essere da soggetti privati.

14) I sistemi elettronici di rilevamento delle infrazioni inerenti violazioni del codice della strada vanno segnalate da cartello/informativa?

Sì. I cartelli che segnalano tali sistemi sono obbligatori, anche in base alla disciplina di settore. L’utilizzo di tali sistemi è lecito se sono raccolti solo dati pertinenti e non eccedenti per il perseguimento delle finalità istituzionali del titolare, delimitando a tal fine la dislocazione e l’angolo visuale delle riprese. La ripresa del veicolo non deve comprendere (o deve mascherare), per quanto possibile, la parte del video o della fotografia riguardante soggetti non coinvolti nell’accertamento amministrativo (es. eventuali pedoni o altri utenti della strada). Le fotografie o i video che attestano l’infrazione non devono essere inviati al domicilio dell’intestatario del veicolo, ma l’interessato, ossia la persona eventualmente ritratta nelle immagini, può richiederne copia oppure esercitare il diritto di accesso ai propri dati (fermo restando che dovranno essere opportunamente oscurati o resi comunque non riconoscibili i passeggeri presenti a bordo del veicolo).

Mediazione in condominio: l’amministratore deve essere autorizzato dall’assemblea (Cass. 10846/20)

Cassazione civile, Sez. VI – 2, Ordinanza del 08-06-2020, n. 10846

Mediazione obbligatoria ex art. 71 quater disp. att. c.c. – Partecipazione dell’amministratore – Previa delibera assembleare di autorizzazione – Necessità – Mancanza – Conseguenza – Improcedibilità della domanda – Sussiste

LA VICENDA

Un condominio, aveva avanzato gravame contro la decisione pronunciata in primo grado dal Giudice di pace il quale aveva dichiarato improcedibile la domanda dello stesso Condominio volta alla condanna di una condomina al pagamento di un importo determinato dalla deliberazione assembleare di approvazione, in quanto l’attore, pur invitato dal giudice, non aveva attivato la procedura di mediazione obbligatoria, a causa della mancata adozione da parte dell’assemblea condominiale, nonostante il rinvio dell’incontro di mediazione, della delibera di autorizzazione all’amministratore di parteciparvi. Ad avviso del Tribunale investito del gravame, meritava conferma la soluzione della questione raggiunta dal primo giudice, visto, appunto, che la procedura di mediazione obbligatoria era rimasta infruttuosa per il difetto dell’autorizzazione assembleare alla partecipazione dell’amministratore (essendo la relativa riunione andata deserta). Il Condominio ricorre, quindi, in Cassazione.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Nell’ambito della rappresentanza istituzionale l’amministratore di condominio non può partecipare alle attività di mediazione se privo della delibera dell’assemblea, perché senza l’apposito mandato conferitogli con la maggioranza di cui all’art. 1136, comma 2 c.c., è sprovvisto del potere di disporre dei diritti sostanziali che sono rimessi alla mediazione, e, dunque, privo del potere occorrente per la soluzione della controversia. Spetta infatti all’assemblea (e non all’amministratore) il “potere” di approvare una transazione riguardante spese d’interesse comune, ovvero di delegare l’amministratore a transigere, fissando gli eventuali limiti dell’attività dispositiva negoziale affidatagli

(Presidente Dott. P. D’ASCOLA – Relatore Dott. A. SCARPA)

ORDINANZA (estratto)

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Il Condominio (OMISSIS), ha proposto ricorso articolato in unico motivo (denunciando l’”omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5″) avverso la sentenza 10 settembre 2018, n. 17024, resa dal Tribunale di Roma.

Resiste con controricorso P.M..

Il Condominio (OMISSIS), aveva avanzato gravame contro la decisione pronunciata in primo grado il 24 gennaio 2017 dal Giudice di pace di Roma. Il Giudice di pace aveva dichiarato improcedibile la domanda dello stesso Condominio volta alla condanna della condomina P.M. al pagamento della somma di Euro 2.000,00, determinata dalla deliberazione assembleare di approvazione del consuntivo per il 2015, in quanto l’attore, pur invitato dal giudice, non aveva attivato la procedura di mediazione obbligatoria, a causa della mancata adozione da parte dell’assemblea condominiale, nonostante il rinvio dell’incontro di mediazione, della delibera di autorizzazione all’amministratore di parteciparvi. Ad avviso del Tribunale, meritava conferma la soluzione della questione raggiunta dal primo giudice, visto, appunto, che la procedura di mediazione obbligatoria era rimasta infruttuosa per il difetto dell’autorizzazione assembleare alla partecipazione dell’amministratore (essendo la relativa riunione andata deserta). La decisione del giudice di appello poggiò sul testo dell’art. 71 quater c.c., comma 3, disp. att., dovendosi nella specie dire mancata la procedura di mediazione, che si era chiusa senza neppure sentire le parti e tentare la conciliazione a seguito dell’inerzia dell’assemblea nel concedere la necessaria autorizzazione. Sempre secondo il Tribunale, occorre distinguere il profilo della autonoma legittimazione processuale dell’amministratore ad agire in giudizio per la riscossione dei contributi dalla legittimazione dello stesso a partecipare alla procedura di mediazione, spiegandosi nel secondo caso l’indispensabilità della delibera dell’assemblea in base all’esigenza di conferire a chi interviene in mediazione la “possibilità di disporre della lite, vale a dire di negoziare sulla res controversa, salva poi la ratifica da parte dell’assemblea della proposta di mediazione”. La sentenza impugnata osservò, dunque, come il mancato concreto svolgimento della mediazione fosse da addebitare al Condominio attore, essendo rimasto insoddisfatto l’obbligo previsto dal D.Lgs. n. 28 del 2010, art. 5 e successive modificazioni di attivare la procedura di mediazione, obbligo che comporta non soltanto l’introduzione della stessa, ma anche di presenziarvi “munito dei necessari poteri, essendo questi necessari per il buon esito del procedimento”.

L’unico motivo di ricorso del Condominio (OMISSIS), rubricato “omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”, evidenzia come la mediazione doveva dirsi, piuttosto, ritualmente introdotta e dunque svolta, seppur poi negativamente chiusa, senza così comportaRe alcun riflesso sulla procedibilità della domanda.

Su proposta del relatore, che riteneva che il ricorso potesse essere rigettato per manifesta infondatezza, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380-bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 5), il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.

Il ricorrente ha presentato memoria ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., comma 2.

Va dapprima considerato come, nel vigore del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, introdotto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modifiche nella L. 7 agosto 2012, n. 134, non è proprio più configurabile in radice il vizio di contraddittoria o insufficiente motivazione della sentenza, atteso che la norma suddetta attribuisce rilievo solo all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti. Neppure può ritenersi che il ricorrente abbia inteso far riferimento ad una ipotesi di nullità della sentenza ai sensi del medesimo art. 360 c.p.c., n. 4, 12, n. 134, ipotesi integrabile allorchè venga denunciata una anomalia motivazionale che si sostanzia nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile” (Cass. Sez. U, 07/04/2014, n. 8053).

La sentenza impugnata, d’altro canto, contiene esaurientemente le argomentazioni rilevanti per individuare e comprendere le ragioni, in fatto e in diritto, della decisione.

La controricorrente oppone altresì l’inammissibilità della censura riferita al parametro dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per la regola emergente dall’art. 348 ter c.p.c., comma 5, la quale, tuttavia, opera in senso proprio allorchè la sentenza di appello risulti fondata sulle stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della sentenza di primo grado, mentre il Tribunale di Roma ha condiviso essenzialmente le ragioni di diritto su cui poggiava la pronuncia del Giudice di pace. E’ poi da superare anche l’ulteriore di eccezione di inammissibilità del ricorso per “violazione del principio di autosufficienza”, contenendo lo stesso, al contrario, le indispensabili minime specificazioni relative ai fatti di causa, nonchè agli atti ed i documenti che fondano la censura.

Ove peraltro il contenuto della doglianza del ricorrente voglia essere ricondotto, più appropriatamente, alla denuncia di una violazione di norme di diritto, occorre evidenziare come il Tribunale di Roma abbia comunque fatto corretta applicazione del testo dell’art. 71 quater disp. att. c.c. (inserito dalla L. 11 dicembre 2012, n. 220). Tale norma al comma 1 indica quali siano le “controversie in materia di condominio” che, ai sensi del D.Lgs. 4 marzo 2010, n. 28, art. 5, comma 1, sono soggette alla condizione di procedibilità dell’esperimento del procedimento di mediazione, tra le quali certamente rientra la domanda avanzata dall’amministratore di condominio per conseguire di condanna di una condomina al pagamento dei contributi (come nella specie). Il medesimo art. 71 quater disp. att. c.c., comma 3, aggiunge, quindi, che “al procedimento è legittimato a partecipare l’amministratore, previa delibera assembleare da assumere con la maggioranza di cui all’art. 1136 c.c., comma 2”. L’art. 71 quater, comma 4, contempla poi l’ammissibilità di una proroga del termine di comparizione davanti al mediatore per consentire di assumere la deliberazione autorizzativa dell’assemblea, alla quale, infine, il comma 5 di tale disposizione rimette l’approvazione della proposta di mediazione, da votare con la medesima maggioranza occorrente per garantire la partecipazione dell’amministratore alla procedura.

L’art. 71 quater disp. att. c.c., comma 3, lettera, porta, allora, a concludere, identicamente a quanto sostenuto dal Tribunale di Roma, che la condizione di procedibilità della “controversie in materia di condominio” non possa dirsi realizzata allorchè, come avvenuto nel caso in esame, all’incontro davanti al mediatore l’amministratore partecipi sprovvisto della previa delibera assembleare da assumere con la maggioranza di cui all’art. 1136 c.c. comma 2, non essendo in tal caso “possibile” iniziare la procedura di mediazione e procedere con lo svolgimento della stessa, come suppone il D.Lgs. 4 marzo 2010, n. 28, art. 8, comma 1. Non rileva nel senso di escludere la necessità della delibera assembleare ex art. 71 quater disp. att. c.c., comma 3, il fatto che si tratti, nella specie, di controversia che altrimenti rientra nell’ambito delle attribuzioni dell’amministratore, in forza dell’art. 1130 c.c., e con riguardo alla quale perciò sussiste la legittimazione processuale di quest’ultimo ai sensi dell’art. 1131 c.c., senza necessità di autorizzazione o ratifica dell’assemblea. Pur in relazione alle cause inerenti all’ambito della rappresentanza istituzionale dell’amministratore, questi non può partecipare alle attività di mediazione privo della delibera dell’assemblea, in quanto l’amministratore, senza apposito mandato conferitogli con la maggioranza di cui all’art. 1136 c.c., comma 2, è altrimenti comunque sprovvisto del potere di disporre dei diritti sostanziali che sono rimessi alla mediazione, e, dunque, privo del potere occorrente per la soluzione della controversia (arg. da Cass. Sez. 3, 27/03/2019, n. 8473). Tale evenienza non corrisponde, dunque, all’ipotesi contemplata dal D.Lgs. 4 marzo 2010, n. 28, art. 5, comma 2 bis, il quale dispone che “quando l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale la condizione si considera avverata se il primo incontro dinanzi al mediatore si conclude senza l’accordo”, in quanto, ancor prima che mancato, qui l’accordo amichevole di definizione della controversia è privo di giuridica possibilità.

Spetta infatti all’assemblea (e non all’amministratore) il “potere” di approvare una transazione riguardante spese d’interesse comune, ovvero di delegare l’amministratore a transigere, fissando gli eventuali limiti dell’attività dispositiva negoziale affidatagli (cfr. Cass. Sez. 2, 16/01/2014, n. 821; Cass. Sez. 2, 25/03/1980, n. 1994). Parimenti, l’art. 1129 c.c., comma 9 (sempre introdotto dalla L. 11 dicembre 2012, n. 220) obbliga l’amministratore ad “agire per la riscossione forzosa delle somme dovute dagli obbligati entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio nel quale sia compreso il credito esigibile, a meno che non sia stato espressamente dispensato dall’assemblea”, non rientrando, quindi, tra le attribuzioni dell’amministratore il potere di pattuire con i condomini morosi dilazioni di pagamento o accordi transattivi senza apposita autorizzazione dell’assemblea.

Il ricorso va perciò rigettato e il ricorrente va condannato a rimborsare alla controricorrente le spese del giudizio di cassazione.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, – da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l’impugnazione, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare alla controricorrente le spese sostenute nel giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 1.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 9 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 8 giugno 2020

Preventivo non contestato specificamente? È prova. (Cass. Ord. n. 27264/20)

A cura di Claudio Calvello

Mentre in passato la Suprema Corte (Cass. civ., sez. un., 23 gennaio 2002, n. 761) riteneva che il principio in esame fosse limitato ai fatti principali (ossia costitutivi del diritto azionato) del processo (ivi compresi quelli posti dal convenuto alla base della domanda riconvenzionale), laddove in relazione ai fatti secondari (ossia dedotti in esclusiva funzione probatoria) il comportamento processuale inerte dovesse essere valorizzato solo come argomento di prova ex art. 116, co. 2, c.p.c., di recente sembra, invece, essersi affermato [dapprima in dottrina (PROTO PISANI, in Trattato di diritto privato (a cura di G. Iodice e P. Zatti), S. Patti, Le prove, Parte generale, Giuffrè, 2008) e poi in giurisprudenza (Cass. civ., sez. III, 5 marzo 2009, n. 5356)] l’orientamento secondo cui il principio in esame va esteso altresì ai fatti secondari; d’altra parte, l’attuale art. 115, co. 1, c.p.c. non opera alcuna distinzione tra i due tipi di fatto. (cfr. pag. 32 mio libro). Per essere rilevante sul piano probatorio, la non contestazione deve riguardare fatti storici, e non già la qualificazione giuridica degli stessi o l’applicazione di norme giuridiche, essendo queste ultime attività ermeneutiche riservate al giudice (cfr. A. Penta, in Le prove nel processo civile, pag. 27, Giuffrè, 2020).

I fatti non specificamente contestati dalla parte costituita non hanno bisogno di essere provati, con la conseguenza che ad essi non si applica la regola sull’onere della prova (art. 2697 c.c.). Questa regola iuris è vincolante per il giudice, che dovrà astenersi da qualsivoglia controllo probatorio del fatto non contestato. Una eventuale prova articolata per dimostrare fatti pacifici dovrebbe essere dichiarata irrilevante. (Cfr. Penta, cit., pag. 24).

La contestazione deve essere puntuale e circostanziata e, dunque, “specifica” (tale non è, all’evidenza, un’affermazione apodittica del tipo “contesto in fatto ed in diritto l’avversa domanda”; cfr. Cass. civ., sez. III, 5 marzo 2009, n. 5356); peraltro, affinchè scatti l’onere di contestazione, è necessario, da un lato, che la parte avversa abbia nitidamente allegato i fatti costitutivi o a fondamento delle eccezioni e, dall’altro lato, che i fatti (o le situazioni) siano riferibili alla parte destinataria dell’allegazione in quanto rientranti nella sua sfera di controllo e di conoscenza (cfr. Penta, cit. pag. 29).

IL PASSO SALIENTE DELL’ORDINANZA

La violazione dell’onere, imposto al convenuto (art. 167 c.p.c.) di prendere posizione in maniera specifica e non limitarsi ad una generica contestazione, ha come conseguenza che non solo l’attore viene esonerato dalla prova del fatto non contestato, ma che non è ammessa una contestazione specifica successiva, ossia fuori termine (Cass. 22701/2017).

Cassazione civile, Sez. VI – 3, Ordinanza del 03-12-2020, n. 27624

(Presidente Dott. A. AMENDOLA – Relatore Dott. G. CRICENTI)

L’ORDINANZA

Svolgimento del processo

La società ricorrente, “xxx sas” è proprietaria di un autocarro Iveco, che ha riportato danni alla parte superiore mentre, condotto da un dipendente, cercava di passare sotto un ponte che si trovava su strada del Comune di Trebisacce.

Secondo la ricorrente il Comune non aveva segnalato l’altezza del ponte, circostanza che ha impedito al conducente di valutare gli spazi adeguatamente, con la conseguenza che il veicolo ha subito danni alla parte superiore, per un ammontare di circa 12 mila Euro, come da preventivo e da fattura allegate.

La società ha agito quindi contro il Comune di Trebisacce, il quale si è difeso sostenendo, da un lato, di non avere alcun obbligo di segnalare l’altezza; in secondo luogo attribuendo tutta o parte della responsabilità al conducente del veicolo che avrebbe cercato di passare sotto al ponte ad una velocità eccessiva.

Il Tribunale di Castrovillari ha accolto la domanda riconoscendo una cifra di poco inferiore a quella portata dal preventivo.

Il Comune di Trebisacce ha proposto appello, proponendo un motivo sull’an, ed uno sulla prova dell’ammontare del danno, quest’ultimo accolto dalla corte di secondo grado.

La società “xxx sas” propone due motivi di impugnazione, cui resiste con controricorso il Comune di Trebisacce che deposita memorie.

Motivi della decisione

1.- La ratio della decisione impugnata.

La corte di appello, pur avendo due motivi di impugnazione, uno sulla responsabilità del Comune e l’altro sull’ammontare del danno, accoglie solo quest’ultimo, dando, si ritiene, per assorbito il primo.

E lo accoglie ritenendo insufficiente la prova fornita dalla società ricorrente, non potendo considerarsi utile, a tale fine il preventivo, che peraltro viene ritenuto illeggibile, nè del tutto conferente la prova testimoniale.

2.- La società ricorrente contesta questa ratio con due motivi.

Con il primo motivo assume violazione degli artt. 342 c.p.c., oltre che artt. 112, 115 e 116 c.p.c..

Il senso del motivo è il seguente: secondo la ricorrente, il Comune in primo grado non ha contestato in modo specifico l’ammontare del danno, essendosi limitato alla perentoria affermazione che la richiesta di risarcimento era eccessiva, ed anzi, avendo mostrato acquiescenza a quella pretesa, ossia alla indicazione dell’ammontare, con la conseguenza che la contestazione del quantum non poteva più essere riproposta come motivo di appello, sul quale invece erroneamente ha deciso la corte di secondo grado.

3.- Con il secondo motivo si lamenta violazione dell’art. 115 c.p.c. e 2697 c.-c. per avere la corte fondato il suo giudizio in tanto solo sul preventivo, mentre altre prove del quantum erano state offerte, sia quella testimoniale che una fattura; e per essere incorsa in errore percettivo ritenendo non leggibile il preventivo che invece era chiaro.

Il ricorso è fondato.

Il primo motivo postula che una contestazione solo generica ed anzi contraddittoria in primo grado comporti una acquiescenza che non può essere poi messa in discussione con l’appello.

La violazione dell’onere, imposto al convenuto (art. 167 c.p.c.) di prendere posizione in maniera specifica e non limitarsi ad una generica contestazione, ha come conseguenza che non solo l’attore viene esonerato dalla prova del fatto non contestato, ma che non è ammessa una contestazione specifica successiva, ossia fuori termine (Cass. 22701/2017).

Il Comune di Trebisacce in effetti non ha svolto una contestazione specifica dell’ammontare del risarcimento richiesto; anzi, negli atti difensivi del primo grado ha ritenuto che la responsabilità del conducente, per velocità eccessiva, si poteva dedurre dall’entità dei danni riportati dal veicolo, con ciò ammettendo che tali danni erano, per l’appunto, ingenti. Infine, con il controricorso il Comune di Trebisacce ammette in un certo senso di non aver fatto una specifica contestazione del quantum perchè non era tenuto a farla, nel senso che, poichè la prova che l’attore adduceva era un preventivo, e poichè il preventivo non è prova, ciò rendeva superfluo contestarlo.

Il Comune di Trebisacce richiama (p. 4 del controricorso) a sostegno di questa sua tesi Cass. 11765/2013 che ha ritenuto sussistere l’onere di specifica contestazione solo se il documento da contestare è giuridicamente esistente: si trattava di fotocopie non firmate ed incomplete nel contenuto.

Ovviamente non è una tesi che si possa accogliere, in quanto altro è il documento che giuridicamente non è tale (cioè non ha gli elementi per potersi considerare documento, e, come si è verificato nel precedente citato, tale deve ritenersi una fotocopia incompleta di un atto non sottoscritto), altro è invece il documento che è formalmente e giuridicamente tale, ma della cui efficacia probatoria si discute; il convenuto non ha l’onere di prendere specifica posizione su documenti che non hanno i requisiti minimi per essere considerati tali, condizione questa che precede quella del loro valore probatorio, attenendo alla loro stessa natura giuridica di documenti; ha invece l’onere di contestazione specifica di documenti che sono giuridicamente tali (il preventivo in originale completo di ogni elemento identificativo, lo è), e di cui si tratta di valutare l’efficacia probatoria. In questo caso la contestazione è necessaria proprio perchè, dando per scontato che il documento è giuridicamente tale, ossia ha i requisiti per considerarsi documento, l’unica cosa di cui si discute è se sia atto sufficiente a fare da prova di un fatto.

Dunque, si può concludere nel senso che una contestazione specifica non è stata fatta in primo grado, dove anzi, il Comune ha ritenuto che il danno fosse ingente, usando questo dato per dedurne l’eccessiva velocità del mezzo, con ciò non adeguatamente contestando l’allegazione di parte avversa.

Inoltre, ed è ciò che rileva maggiormente, la corte aveva a disposizione ai fini della valutazione delle prove una serie di indizi, dal preventivo alla richiesta prova testimoniale, che avrebbe dovuto, ai fini del quantum valutare anche unitamente al comportamento della controparte, ai fini della quantificazione dell’ammontare.

Invece ha ritenuto apoditticamente insufficiente il quadro probatorio, pur in presenza di elementi che avrebbero potuto consentire una stima, essendo peraltro la responsabilità del Comune non in discussione.

Il secondo motivo può dunque ritenersi assorbito.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo, assorbito il secondo, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Catanzaro in diversa composizione, anche per le spese.

Così deciso in Roma, il 29 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 3 dicembre 2020

 

Processo 231 e messa alla prova dell’ente: lo stato dell’arte dopo la sentenza del Tribunale di Modena (GIP 19.10.2020)

A cura di Claudio Calvello

La sospensione del processo con messa alla prova è una forma di probation giudiziale che consiste in una modalità alternativa di definizione del processo, attivabile sin dalla fase delle indagini preliminari, mediante la quale è possibile pervenire ad una pronuncia di proscioglimento per estinzione del reato, laddove il periodo di prova cui acceda l’indagato / imputato, ammesso dal giudice in presenza di determinati presupposti normativi, si concluda con esito positivo.

Nel nostro ordinamento si è soliti far rientrare nel sistema di probation istituti di diversa natura, aventi per denominatore comune il fatto di svolgersi nella comunità esterna e di richiedere attività ed interventi volti al reinserimento sociale dell’autore di reato.

Ebbene, neppure il tempo di festeggiare, per taluni, la pubblicazione della sentenza del Tribunale di Modena con cui il Giudice per le indagini preliminari, Dott. Andrea Salvatore Romito, aveva consentito all’ente l’accesso all’istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova, che il Tribunale di Bologna, (Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari, ordinanza 10 dicembre 2020), spegneva ogni entusiasmo.

È chiaro, quindi, che il dibattito verte, sulla possibilità di applicare anche agli enti la c.d. “messa alla prova”, istituto introdotto con la Legge n. 67/2014. e riservato, secondo taluni, esclusivamente alle persone fisiche.

Il Tribunale di Modena si era, infatti, espresso in senso opposto rispetto ad altra pronuncia (del 2017) con cui veniva statuita dal Tribunale di Milano la NON applicabilità della messa alla prova ad una società imputata ai sensi del d.lgs. n. 231 del 2001 “in assenza, de jure condito, di una normativa di raccordo che renda applicabile la disciplina di cui agli artt. 168 bis c.p., alla categoria degli enti”

Viceversa, secondo il Tribunale di Modena, nel caso sottoposto al suo esame, l’ente meritava di potere accedere all’istituto in parola poiché dal programma di trattamento presentato dalla Difesa, emergeva l’intenzione dell’impresa (attiva nel settore della produzione di generi alimentari) di provvedere, in maniera seria e tempestiva: a) alla eliminazione  degli  effetti  negativi  dell’illecito;  b)  al  risarcimento  degli eventuali  danneggiati;  c)  al restyling del  modello  di  organizzazione  e gestione,  attraverso  il  potenziamento  delle  procedure  di  controllo  relative all’area aziendale in cui si è verificata l’azione criminosa; d) allo svolgimento di una attività di volontariato, consistente nella fornitura gratuita di una parte della propria produzione in favore di un organismo religioso che gestisce un punto  di  ristorazione  rivolto  a  persone  bisognose.  Del che, una volta verificato il corretto svolgimento di tutti gli adempimenti afferenti alla MAP, il giudice per le indagini preliminari, dichiarava l’estinzione del reato.

Il Tribunale di Bologna, come si diceva poc’anzi, segna, tuttavia, un nuovo arresto sulla querelle giurisprudenziale in corso, dichiarando tranchant inammissibile – nonostante, peraltro, il parere favorevole espresso dal Pubblico Ministero -, l’istanza di applicazione dell’istituto della messa alla prova a una persona giuridica accusata degli illeciti amministrativi di induzione indebita e di truffa a danni dello Stato.

Tuttavia, secondo autorevole Dottrina (Garuti – Trabace), “la trasposizione dell’alternativa di cui agli artt. 464 bis ss. c.p.p. nel peculiare contesto in esame non comporta chissà quali forzature ermeneutiche. L’istituto deflativo premiale palesa infatti una spiccata affinità con le svariate occasioni di ravvedimento che si ripetono lungo tutto l’arco processuale di cui la persona giuridica è protagonista; affinità, questa, destinata a emergere ancor più chiaramente se si considera che il decreto già contempla situazioni che comportano, al pari del probation, una momentanea paralisi del rito funzionale al perfezionamento di condotte di operosa resipiscenza (artt. 49 e 65). Detti strumenti risultano, in buona sostanza, accumunati dalla medesima logica, sicché, come ha giustamente notato taluno (F. Centorame), «ove mai si negasse all’ente la facoltà di richiedere la messa alla prova, si finirebbe, in fondo, per rinnegare la stessa natura intimamente rieducativa del processo per gli illeciti de societate»

A questo punto, è oltre che auspicabile, anche necessario, che intervenga quanto prima il Legislatore per porre chiarezza in una materia tanto delicata.

Per approfondimenti:

N. Meazza, Messa alla prova e persone giuridiche: una nuova pronuncia del Tribunale di Bologna, in Giurisprudenza Penale Web, 2020, 12 https://www.giurisprudenzapenale.com/2020/12/14/messa-alla-prova-e-persone-giuridiche-nuova-pronuncia-del-tribunale-di-bologna/

Garuti, C. Trabace, Qualche nota a margine della esemplare decisione con cui il Tribunale di Modena ha ammesso  la  persona  giuridica  al probation, in Giurisprudenza Penale Web, 2020, 10 https://www.giurisprudenzapenale.com/wp-content/uploads/2020/10/GarutiTrabace_gp_2020_10.pdf

Stridi, L’estensione della messa alla prova nel processo 231, in Ius In Itinere, 30.12.2020 https://www.iusinitinere.it/lestensione-della-messa-alla-prova-nel-processo-231-34101

Marandola, Responsabilità ex 231/2001: l’ente può accedere alla messa alla prova?, in Quotidiano Giuridico, WKI, 09.12.2020 https://www.quotidianogiuridico.it/documents/2020/11/09/responsabilita-ex-231-2001-l-ente-puo-accedere-alla-messa-alla-prova

 

Deposito cauzionale: nelle locazioni ad uso commerciale è legittima la clausola che prevede la rinuncia alla restituzione (Cass. 20975/20)

Cassazione civile, Sez. VI – 3, Ordinanza del 01-10-2020, n. 20975

LA VICENDA

Una Società (conduttrice) si opponeva ad un decreto ingiuntivo di pagamento promosso da una Società Immobiliare (locatrice) per canoni di locazione e rimborso di imposta di registro non pagati relativamente un contratto di sublocazione di un capannone industriale, eccependo l’estinzione per compensazione del credito con il deposito cauzionale versato alla società ingiungente. Si costituiva l’opposta, insistendo nella sua pretesa e, in subordine, prospettando compensazione in relazione a un credito ulteriore relativo al risarcimento di danni occorsi.

Il Tribunale, in accogliendo dell’opposizione, revocava il decreto ingiuntivo, dichiarando inammissibile la domanda di compensazione avanzata dalla opposta sul presupposto della nullità della clausola di cui all’art. 15 del contratto la quale stabiliva “il conduttore rinuncia espressamente a far valere diritti di ritenzione o compensazione che dovessero competergli”

La locatrice proponeva quindi appello, cui resisteva controparte. La Corte d’appello lo accoglieva ritendo assolutamente valida la clausola in parola, rigettando, pertanto, l’opposizione e confermando il decreto ingiuntivo con conseguente condanna dell’appellata a rifondere all’appellante le spese di entrambi i gradi di giudizio.

La Società conduttrice ricorre, quindi, in Cassazione.

LA QUESTIONE

È possibile nei contratti di locazione ad uso commerciale pattuire la rinuncia del conduttore ad eccepire la compensazione in riferimento al deposito cauzionale versato al locatore?

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Nel contratto di locazione ad uso commerciale è legittimo pattuire la rinuncia del conduttore all’eccezione di compensazione in riferimento al deposito cauzionale, poiché non sussiste alcuna parte debole meritevole di particolare tutela.

Ed invero, disponendo la rinuncia del conduttore all’eccezione di compensazione con riferimento al deposito cauzionale, le parti hanno perseguito lo scopo di impedire un utilizzo del deposito cauzionale non conforme alla sua funzione di garanzia relativamente alle condizioni in cui viene restituito l’immobile al momento del rilascio.

Nella pratica si assiste, infatti, ad un uso improprio della cauzione laddove il conduttore reclama il diritto di utilizzare la cauzione versata in compensazione con gli ultimi canoni da corrispondere allocatore.

SULLA (SPECIFICA) FUNZIONE DELLA CAUZIONE

Il deposito cauzionale assolve alla precipua funzione di garanzia rispetto all’eventuale insorgenza di un’obbligazione risarcitoria in capo al conduttore-cauzionante per eventuali danni che potrebbe avere riportato l’immobile locato una volta che viene restituito.

Secondo la Corte, quindi, le parti non solo non sono entrate in una posizione di discrasia rispetto ai principi normativi attinenti al tipo di contratto, bensì li hanno addirittura meglio potenziati e specificati, esercitando la loro piena autonomia negoziale.

L’ORDINANZA (estratto)

(Presidente Dott. A. AMENDOLA – Relatore Dott. C. GRAZIOSI)

Svolgimento del processo

che:

Con ricorso depositato al Tribunale di Reggio Emilia il 26 settembre 2016 NCL S.r.l. si opponeva a decreto ingiuntivo di pagamento di Euro 10.022,83, oltre interessi e spese, a favore di Immobiliare Il Quadrifoglio di P.M. & C. quali canoni di locazione e rimborso di imposta di registro relativamente un contratto di sublocazione di un capannone industriale, eccependo estinzione per compensazione del credito. Si costituiva l’opposta, insistendo nella sua pretesa e, in subordine, prospettando compensazione in relazione a un credito ulteriore relativo al risarcimento di danni.

Il Tribunale, con sentenza n. 484/2017, accogliendo l’opposizione, revocava il decreto ingiuntivo, dichiarando inammissibile la domanda di compensazione avanzata dalla opposta.

Immobiliare Il Quadrifoglio proponeva appello, cui resisteva controparte. La Corte d’appello di Bologna, con sentenza del 22 giugno 2018, lo accoglieva, rigettando pertanto l’opposizione e confermando il decreto ingiuntivo, e condannava l’appellata a rifondere all’appellante le spese di entrambi i gradi.

NCL ha proposto ricorso, basato su un unico motivo. Immobiliare Quadrifoglio si è difesa con controricorso.

Motivi della decisione

che:

1. Premesso che la parte del ricorso dedicata a quel che viene definito “Fatto e svolgimento del processo” include la completa trascrizione di entrambe le sentenze di merito (incorrendo così nel c.d. assemblaggio, censurato, per tutti, da S.U. 11 aprile 2012 n. 5698), si dà atto comunque che l’unico motivo viene rubricato come violazione o falsa applicazione, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, degli artt. 1362-1371 c.c. in relazione all’art. 15 del contratto di locazione e agli artt. 1341 e 1342 c.c. Rileva la ricorrente che la corte territoriale ha totalmente riformato la sentenza del giudice di prime cure, per il quale, “vista l’eccezione di compensazione relativa alla restituzione del deposito cauzionale, il locatore non può rifiutarsi di restituire il deposito cauzionale al conduttore sulla base di generiche contestazioni o semplicemente riservandosi di agire in un separato giudizio per il risarcimento di danni”, per nulla rilevando la rinuncia dell’art. 15 del contratto di locazione “in ragione della sua genericità, senza specifica indicazione dei diritti che si rinunciano (con formulazione peraltro ipotetica) che determina la nullità della clausola”. Invece, appunto, il giudice d’appello ha ritenuto che l’attuale ricorrente, tramite l’art. 15 suddetto, “ha rinunciato espressamente alla compensazione”.

Tale decisione – osserva la ricorrente – non potrebbe essere condivisa, in quanto la clausola di rinuncia alla compensazione “deve essere dichiarata inammissibile”.

Si adduce che “la rinuncia alla compensazione è un negozio giuridico che può avere struttura unilaterale o bilaterale” ed “essere effettuata prima che operi la compensazione o anche in un momento successivo”, ma comunque “dopo il sorgere del credito, altrimenti mancherebbe l’oggetto del negozio” (viene citata Cass. sez. 3, 13 giugno 2018 n. 15373: “La L. 27 luglio 1978, n. 392, art. 79, il quale sancisce la nullità di ogni pattuizione diretta a limitare la durata legale del contratto di locazione o ad attribuire al locatore un canone maggiore di quello legale, ovvero ad attribuirgli altro vantaggio in contrasto con le disposizioni della legge stessa, non impedisce al conduttore di rinunciare all’indennità per la perdita dell’avviamento commerciale, purchè ciò avvenga successivamente alla conclusione del contratto, quando può escludersi che il conduttore si trovi in quella posizione di debolezza alla cui tutela la richiamata disciplina è preordinata.”: arresto, questo, che fin d’ora deve qualificarsi privo di pertinenza, vertendo sul ben diverso istituto dell’indennità di avviamento, debenza del locatore rispetto a un’entità pecuniaria che non sussiste al momento della stipula del contratto e si concretizza alla conclusione della sua fase esecutiva, laddove qui si tratta della restituzione di una garanzia subito prestata in diretta conseguenza della stipulazione negoziale).

Il locatore durante la vigenza del contratto – nota ancora la ricorrente – non può disporre del deposito cauzionale, poichè questo ha funzione di garantirlo per l’adempimento di tutti gli obblighi del conduttore; e il conduttore, parimenti, durante la vigenza del contratto “non può vantare alcun diritto di credito nei confronti del locatore, quale il diritto alla restituzione del deposito cauzionale”, restituzione che potrà essere chiesta solo successivamente alla risoluzione del contratto, quando viene meno la sua funzione di garanzia (si richiama ulteriore giurisprudenza di legittimità, tra cui Cass. sez. 3, 21 aprile 2010 n. 9442: “In materia di locazione, l’obbligazione del locatore di restituire al conduttore il deposito cauzionale dal medesimo versato in relazione gli obblighi contrattuali – tramite la consegna di denaro o di altre cose mobili fungibili con funzione di garanzia dell’eventuale obbligo di risarcimento del danno del cauzionante – sorge al termine della locazione non appena avvenuto il rilascio dell’immobile locato, con la conseguenza che, ove il locatore trattenga la somma anche dopo il rilascio dell’immobile da parte del conduttore, senza proporre domanda giudiziale per l’attribuzione, in tutto o in parte, della stessa a copertura di specifici danni subiti, il conduttore può esigerne la restituzione. Tuttavia, ove avvenga lo svincolo, volontario o coattivo, dei beni oggetto di deposito, in via di principio non può riconoscersi a siffatta evenienza, proprio in ragione della anzidetta funzione tipica dell’istituto, un effetto diverso ed ulteriore rispetto a quello della perdita della garanzia liquida dal deposito stesso rappresentata, non potendosi, quindi, inferire, sempre e comunque, dalla sua dismissione l’insussistenza di obbligazioni inadempiute del conduttore o di danni da risarcire.”). E dunque, il diritto alla restituzione del deposito cauzionale “sorge e diviene esigibile solo al termine della locazione, come tale avente natura extracontrattuale”: da ciò deriverebbe l’invalidità dell’art. 15 del contratto di locazione in esame.

L’art. 15, d’altronde, stabilisce che “il conduttore rinuncia espressamente a far valere diritti di ritenzione o compensazione che dovessero competergli”, e la corte territoriale vi avrebbe ravvisato la volontà delle parti “di evitare che il conduttore accumulasse debiti per canone di locazione pretendendo di portarli in compensazione con il deposito cauzionale versato”, affermando che la clausola è “consequenziale rispetto ad altre che pongono a carico del subconduttore l’obbligo di versare un deposito cauzionale (art. 5), il ripristino alla fine del periodo di locazione (art. 10) e il diritto della sublocatrice di trattenere tutte le somme versate (art. 14)”. Ciò non sarebbe condivisibile, perchè la formulazione dell’art. 15, come ben argomentato dal primo giudice, sarebbe “palesemente generica”, non individuando “quali siano i diritti di compensazione o di ritenzione” oggetto di rinuncia, e così non consentendo “al sottoscrittore la possibilità di una effettiva conoscenza prima della stipula del contratto”. Inoltre la consequenzialità delle clausole indicate dalla corte territoriale – “sforzo di interpretazione del contratto limitato all’art. 1362 c.c., commi 2-3” (sic) – darebbe luogo ad una interpretazione “abnorme e non rispondente ai reali interessi delle parti”, non essendo ravvisabile nelle clausole 5, 10 e 14 “un qualche riferimento e/o collegamento con la generica clausola di rinuncia (art. 15) che possa anche solo far ipotizzare una consapevole volontà del conduttore di rinunciare a compensare un chissà quale suo credito con chissà quali i debiti assunti con il locatore”.

2. Il motivo in esame, come si è appena visto, agita una pluralità di argomenti, talora ictu oculi inconsistenti (come l’affermazione che il diritto alla restituzione del deposito cauzionale versato in relazione a un contratto locatizio sia da qualificarsi extracontrattuale), per sostenere che avrebbe errato il giudice d’appello nell’interpretare l’art. 15 del contratto che vincolava il resistente, nella vicenda sfociata in questa controversia, con Immobiliare II Quadrifoglio.

In primis, deve rilevarsi che il riferimento alle norme ermeneutiche viene espletato in modalità non corrette, in quanto, in realtà, la ricorrente propone una interpretazione dell’art. 15 del contratto alternativa rispetto a quella adottata dal giudice d’appello, e precisamente tenta di ricondurre – con una valutazione direttamente fattuale che non individua realmente quale canone interpretativo sarebbe stato violato – alla lettura della clausola adottata dal giudice di prime cure. Sotto questo profilo, il motivo patisce una evidente inammissibilità.

Peraltro, nella già rimarcata pluralità di argomenti il motivo riferisce la sua critica anche alla natura della clausola di rinuncia, che sarebbe a suo avviso nulla. In particolare, essa sarebbe nulla perchè la sua sottoscrizione ex art. 1341 c.c. non varrebbe, dal momento che sarebbero state doppiamente sottoscritte tutte le clausole del contratto. Si tratta, in realtà, di una questione nuova proposta nel ricorso, non risultando dalla descrizione della vicenda processuale offerta dalla stessa ricorrente un suo precedente inserimento nel thema decidendum. La stessa corte territoriale, d’altronde, argomentando sul contenuto dell’art. 15 del contratto, richiama le duplici sottoscrizioni ex artt. 1341 e 1342 c.c. in relazione, però, soltanto ad alcune specifiche clausole, e cioè, oltre all’art. 15, agli artt. 5, 10 e 14 del contratto (sentenza d’appello, pagina 4).

Anche sotto questo profilo, dunque, il ricorso patisce inammissibilità.

3. Infine, deve osservarsi che, tra le sue varie argomentazioni, la ricorrente affronta pure la natura giuridica della clausola di cui all’art. 15 del contratto, che così recita:

“Rinuncia alla compensazione e ritenzione. Il conduttore rinuncia espressamente a far valere i diritti di ritenzione e compensazione che dovessero eventualmente competergli”.

Anzitutto, non è qualificabile “inammissibile” una clausola contrattuale, come invece prospetta la ricorrente (ricorso, pagina 18). Per il resto, deve darsi atto che si sostiene che la clausola dovrebbe valere “dopo il sorgere del credito, altrimenti mancherebbe l’oggetto del negozio”: non si comprende, tuttavia, la pregnanza di questa critica, dato che la clausola si rapporta ictu oculi alla fase esecutiva del contratto per configurare gli obblighi del conduttore nel senso, in sostanza, di un peculiare solve et repete con specifico riferimento, per quanto qui interessa, all’eccezione di compensazione come forma di estinzione del credito del locatore, estinzione che viene esclusa nell’ambito di un evidente equilibrio sinallagmatico che le parti hanno perseguito pure sotto il profilo della tutela del locatore. Il che non confligge con alcun principio di diritto, dal momento che ormai si è ben compreso che nel contratto di locazione ad uso non abitativo non sussiste una parte “debole” meritevole di peculiare salvaguardia nella conformazione, appunto, del concreto sinallagma (cfr., da ultimo, in ordine alla determinazione del canone, la quanto mai significativa Cass. sez. 3, 26 settembre 2019 n. 23896), essendo del tutto aperta anche in questo tipo di contratto la libertà negoziale laddove non trovi specifici freni normativi, il suo esito quale regolamento dovendosi poi interpretare alla luce dello scopo pratico ricercato dai contraenti (cfr., p. es., Cass. sez. 3, 19 marzo 2018 n. 6675).

Disponendo la rinuncia del conduttore all’eccezione di compensazione, in riferimento – per quanto qui interessa – al deposito cauzionale, è evidente che le parti hanno perseguito lo scopo di impedire un utilizzo del deposito cauzionale non conforme alla sua funzione di garanzia quanto alle condizioni in cui viene restituito l’immobile al momento del rilascio: funzione di garanzia relativa, quindi, all’obbligazione di risarcimento di danno effettuato dal cauzionante che è stata chiaramente riconosciuta dalla giurisprudenza di questa Suprema Corte (v. Cass. sez. 3, 21 aprile 2010 n. 9442, invocata proprio dalla ricorrente come sopra si è visto, nonchè, da ultimo, Cass. sez. 3, 5 luglio 2019 n. 18069), onde, nel tutelarla con la concreta conformazione del regolamento negoziale, le parti non sono entrate in una posizione di discrasia rispetto ai principi normativi attinenti al tipo di contratto, bensì li hanno potenziati e specificati, esercitando la loro autonomia negoziale.

Infondata manifestamente si appalesa, pertanto, anche questa parte del motivo, assorbendo quanto si è appena chiarito ogni altro rilievo.

4. In conclusione il ricorso risulta infondato, con conseguente condanna della ricorrente alla rifusione delle spese del grado – liquidate come da dispositivo – alla controricorrente.

Seguendo l’insegnamento di S.U. 20 febbraio 2020 n. 4315 si dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2012, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso, condannando la ricorrente a rifondere alla controricorrente le spese processuali, liquidate in complessivi Euro 2500, oltre a Euro 200 per gli esborsi e al 15% per spese generali, nonchè agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 16 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 1 ottobre 2020

 

Condominio: spetta solo all’assemblea pattuire con i condomini morosi dilazioni di pagamento o accordi transattivi (Cass. 10846/20)

Cassazione civile, Sez. VI – 2, Ordinanza del 08-06-2020, n. 10846

Condominio negli edifici – Amministratore – Attribuzioni – Dilazione di pagamento o accordo transattivo relativo al pagamento degli oneri condominiali – Attribuzione dell’amministratore – Esclusione – Mediazione obbligatoria ex art. 71 quater disp. att. c.c. – Partecipazione dell’amministratore – Previa delibera assembleare di autorizzazione – Necessità – Mancanza – Conseguenza – Improcedibilità della domanda – Sussiste

LA VICENDA

Un Condominio, aveva avanzato gravame contro la decisione pronunciata in primo grado dal Giudice di pace il quale aveva dichiarato improcedibile la domanda dello stesso Condominio volta alla condanna di una condomina al pagamento di un importo determinato dalla deliberazione assembleare di approvazione, in quanto l’attore, pur invitato dal giudice, non aveva attivato la procedura di mediazione obbligatoria, a causa della mancata adozione da parte dell’assemblea condominiale, nonostante il rinvio dell’incontro di mediazione, della delibera di autorizzazione all’amministratore di parteciparvi. Ad avviso del Tribunale investito del gravame, meritava conferma la soluzione della questione raggiunta dal primo giudice, visto, appunto, che la procedura di mediazione obbligatoria era rimasta infruttuosa per il difetto dell’autorizzazione assembleare alla partecipazione dell’amministratore (essendo la relativa riunione andata deserta). Il Condominio ricorre, quindi, in Cassazione.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Non rientra tra le attribuzioni dell’amministratore il potere di pattuire con i condomini morosi dilazioni di pagamento o accordi transattivi, spettando all’assemblea il potere di approvare una transazione riguardante spese d’interesse comune, ovvero di delegare l’amministratore a transigere, fissando gli eventuali limiti dell’attività dispositiva negoziale affidatagli.

(Presidente Dott. P. D’ASCOLA – Relatore Dott. A. SCARPA)

ORDINANZA (estratto)

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Il Condominio (OMISSIS), ha proposto ricorso articolato in unico motivo (denunciando l'”omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5″) avverso la sentenza 10 settembre 2018, n. 17024, resa dal Tribunale di Roma.

Resiste con controricorso P.M..

Il Condominio (OMISSIS), aveva avanzato gravame contro la decisione pronunciata in primo grado il 24 gennaio 2017 dal Giudice di pace di Roma. Il Giudice di pace aveva dichiarato improcedibile la domanda dello stesso Condominio volta alla condanna della condomina P.M. al pagamento della somma di Euro 2.000,00, determinata dalla deliberazione assembleare di approvazione del consuntivo per il 2015, in quanto l’attore, pur invitato dal giudice, non aveva attivato la procedura di mediazione obbligatoria, a causa della mancata adozione da parte dell’assemblea condominiale, nonostante il rinvio dell’incontro di mediazione, della delibera di autorizzazione all’amministratore di parteciparvi. Ad avviso del Tribunale, meritava conferma la soluzione della questione raggiunta dal primo giudice, visto, appunto, che la procedura di mediazione obbligatoria era rimasta infruttuosa per il difetto dell’autorizzazione assembleare alla partecipazione dell’amministratore (essendo la relativa riunione andata deserta). La decisione del giudice di appello poggiò sul testo dell’art. 71 quater c.c., comma 3, disp. att., dovendosi nella specie dire mancata la procedura di mediazione, che si era chiusa senza neppure sentire le parti e tentare la conciliazione a seguito dell’inerzia dell’assemblea nel concedere la necessaria autorizzazione. Sempre secondo il Tribunale, occorre distinguere il profilo della autonoma legittimazione processuale dell’amministratore ad agire in giudizio per la riscossione dei contributi dalla legittimazione dello stesso a partecipare alla procedura di mediazione, spiegandosi nel secondo caso l’indispensabilità della delibera dell’assemblea in base all’esigenza di conferire a chi interviene in mediazione la “possibilità di disporre della lite, vale a dire di negoziare sulla res controversa, salva poi la ratifica da parte dell’assemblea della proposta di mediazione”. La sentenza impugnata osservò, dunque, come il mancato concreto svolgimento della mediazione fosse da addebitare al Condominio attore, essendo rimasto insoddisfatto l’obbligo previsto dal D.Lgs. n. 28 del 2010, art. 5 e successive modificazioni di attivare la procedura di mediazione, obbligo che comporta non soltanto l’introduzione della stessa, ma anche di presenziarvi “munito dei necessari poteri, essendo questi necessari per il buon esito del procedimento”.

L’unico motivo di ricorso del Condominio (OMISSIS), rubricato “omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”, evidenzia come la mediazione doveva dirsi, piuttosto, ritualmente introdotta e dunque svolta, seppur poi negativamente chiusa, senza così comportaRe alcun riflesso sulla procedibilità della domanda.

Su proposta del relatore, che riteneva che il ricorso potesse essere rigettato per manifesta infondatezza, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380-bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 5), il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.

Il ricorrente ha presentato memoria ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., comma 2.

Va dapprima considerato come, nel vigore del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, introdotto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modifiche nella L. 7 agosto 2012, n. 134, non è proprio più configurabile in radice il vizio di contraddittoria o insufficiente motivazione della sentenza, atteso che la norma suddetta attribuisce rilievo solo all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti. Neppure può ritenersi che il ricorrente abbia inteso far riferimento ad una ipotesi di nullità della sentenza ai sensi del medesimo art. 360 c.p.c., n. 4, 12, n. 134, ipotesi integrabile allorchè venga denunciata una anomalia motivazionale che si sostanzia nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile” (Cass. Sez. U, 07/04/2014, n. 8053).

La sentenza impugnata, d’altro canto, contiene esaurientemente le argomentazioni rilevanti per individuare e comprendere le ragioni, in fatto e in diritto, della decisione.

La controricorrente oppone altresì l’inammissibilità della censura riferita al parametro dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per la regola emergente dall’art. 348 ter c.p.c., comma 5, la quale, tuttavia, opera in senso proprio allorchè la sentenza di appello risulti fondata sulle stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della sentenza di primo grado, mentre il Tribunale di Roma ha condiviso essenzialmente le ragioni di diritto su cui poggiava la pronuncia del Giudice di pace. E’ poi da superare anche l’ulteriore di eccezione di inammissibilità del ricorso per “violazione del principio di autosufficienza”, contenendo lo stesso, al contrario, le indispensabili minime specificazioni relative ai fatti di causa, nonchè agli atti ed i documenti che fondano la censura.

Ove peraltro il contenuto della doglianza del ricorrente voglia essere ricondotto, più appropriatamente, alla denuncia di una violazione di norme di diritto, occorre evidenziare come il Tribunale di Roma abbia comunque fatto corretta applicazione del testo dell’art. 71 quater disp. att. c.c. (inserito dalla L. 11 dicembre 2012, n. 220). Tale norma al comma 1 indica quali siano le “controversie in materia di condominio” che, ai sensi del D.Lgs. 4 marzo 2010, n. 28, art. 5, comma 1, sono soggette alla condizione di procedibilità dell’esperimento del procedimento di mediazione, tra le quali certamente rientra la domanda avanzata dall’amministratore di condominio per conseguire di condanna di una condomina al pagamento dei contributi (come nella specie). Il medesimo art. 71 quater disp. att. c.c., comma 3, aggiunge, quindi, che “al procedimento è legittimato a partecipare l’amministratore, previa delibera assembleare da assumere con la maggioranza di cui all’art. 1136 c.c., comma 2”. L’art. 71 quater, comma 4, contempla poi l’ammissibilità di una proroga del termine di comparizione davanti al mediatore per consentire di assumere la deliberazione autorizzativa dell’assemblea, alla quale, infine, il comma 5 di tale disposizione rimette l’approvazione della proposta di mediazione, da votare con la medesima maggioranza occorrente per garantire la partecipazione dell’amministratore alla procedura.

L’art. 71 quater disp. att. c.c., comma 3, lettera, porta, allora, a concludere, identicamente a quanto sostenuto dal Tribunale di Roma, che la condizione di procedibilità della “controversie in materia di condominio” non possa dirsi realizzata allorchè, come avvenuto nel caso in esame, all’incontro davanti al mediatore l’amministratore partecipi sprovvisto della previa delibera assembleare da assumere con la maggioranza di cui all’art. 1136 c.c. comma 2, non essendo in tal caso “possibile” iniziare la procedura di mediazione e procedere con lo svolgimento della stessa, come suppone il D.Lgs. 4 marzo 2010, n. 28, art. 8, comma 1. Non rileva nel senso di escludere la necessità della delibera assembleare ex art. 71 quater disp. att. c.c., comma 3, il fatto che si tratti, nella specie, di controversia che altrimenti rientra nell’ambito delle attribuzioni dell’amministratore, in forza dell’art. 1130 c.c., e con riguardo alla quale perciò sussiste la legittimazione processuale di quest’ultimo ai sensi dell’art. 1131 c.c., senza necessità di autorizzazione o ratifica dell’assemblea. Pur in relazione alle cause inerenti all’ambito della rappresentanza istituzionale dell’amministratore, questi non può partecipare alle attività di mediazione privo della delibera dell’assemblea, in quanto l’amministratore, senza apposito mandato conferitogli con la maggioranza di cui all’art. 1136 c.c., comma 2, è altrimenti comunque sprovvisto del potere di disporre dei diritti sostanziali che sono rimessi alla mediazione, e, dunque, privo del potere occorrente per la soluzione della controversia (arg. da Cass. Sez. 3, 27/03/2019, n. 8473). Tale evenienza non corrisponde, dunque, all’ipotesi contemplata dal D.Lgs. 4 marzo 2010, n. 28, art. 5, comma 2 bis, il quale dispone che “quando l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale la condizione si considera avverata se il primo incontro dinanzi al mediatore si conclude senza l’accordo”, in quanto, ancor prima che mancato, qui l’accordo amichevole di definizione della controversia è privo di giuridica possibilità.

Spetta infatti all’assemblea (e non all’amministratore) il “potere” di approvare una transazione riguardante spese d’interesse comune, ovvero di delegare l’amministratore a transigere, fissando gli eventuali limiti dell’attività dispositiva negoziale affidatagli (cfr. Cass. Sez. 2, 16/01/2014, n. 821; Cass. Sez. 2, 25/03/1980, n. 1994). Parimenti, l’art. 1129 c.c., comma 9 (sempre introdotto dalla L. 11 dicembre 2012, n. 220) obbliga l’amministratore ad “agire per la riscossione forzosa delle somme dovute dagli obbligati entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio nel quale sia compreso il credito esigibile, a meno che non sia stato espressamente dispensato dall’assemblea”, non rientrando, quindi, tra le attribuzioni dell’amministratore il potere di pattuire con i condomini morosi dilazioni di pagamento o accordi transattivi senza apposita autorizzazione dell’assemblea.

Il ricorso va perciò rigettato e il ricorrente va condannato a rimborsare alla controricorrente le spese del giudizio di cassazione.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, – da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l’impugnazione, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare alla controricorrente le spese sostenute nel giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 1.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 9 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 8 giugno 2020