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Archivio per categoria Prova in materia civile

Il danno da lite temeraria ai sensi dell’art. 96, 3 co. c.p.c.

Tribunale di Padova – Giudice Dott. Gianluca Bordon – Sentenza del 10.10.2013

UN ESEMPIO DI LITE TEMERARIA

Attraverso l’art. 96, comma 3, c.p.c., l’abuso del processo è rimesso alla valutazione discrezionale del Giudice che potrà d’ufficio, comminare un risarcimento a carico della parte “scorretta”. La responsabilità processuale aggravata di cui al terzo comma dell’art. 96 c.p.c., pur prescindendo dall’effettiva causazione di un danno a carico della parte risultata vittoriosa nel processo, richiede, in ogni caso, la sussistenza di un elemento soggettivo di colpevolezza in capo al soccombente il cui comportamento abbia travalicato la lealtà processuale a detrimento, quindi, della posizione della controparte che si vede vittima di ingiuste iniziative giudiziarie avversarie; e ciò quand’anche il comportamento della parte non sia informato a mala fede e/o colpa grave (come invece richiesto dal primo comma dell’art. 96). Non va trascurato che il fatto che nessuna  richiesta giudiziale possa considerarsi abusiva a meno che non venga qualificata come infondata, essendo compito del giudice anche quello di accertare, nel merito, detta abusività (F. Toppetti, Il risarcimento del danno da lite temeraria”, Milano, 2014). Un esempio pratico di applicazione dell’ultimo comma dell’art. 96 c.p.c., è quello che segue.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA:

L‘art. 96 u.c. c.p.c. prevede che il giudice, in ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi del’art. 91 c.p.c., anche d’ufficio possa condannare parte soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata ulteriore rispetto alla spese di lite. A differenza dell’ipotesi tradizionale di responsabilità aggravata prevista dall’art. 96, I co. c.p.c., la condanna può intervenire d’ufficio e la quantificazione del pregiudizio avviene secondo equità senza richiedere la prova del danno. La nuova disposizione consente di sanzionare la condotta, con cui si sia ostacolato il diritto della controparte attraverso strategie processuali inutilmente dilatorie. Nel contemperare il diritto di difesa con l’esigenza di assicurare una ragionevole durata dei processi, di evitare abusi e contenere i costi di una risorsa inevitabilmente scarsa (il processo), l’art. 96, u.c. co. c.p.c. permette di sanzionare condotte ostruzionistiche con la particolarità che si prescinde dalla prova di un danno a carico della parte vittoriosa e quindi rimanendo al di fuori della struttura tipica dell’illecito civile.

LA SENTENZA INTEGRALE:

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Giudice dott. Gianluca Bordon, al termine della discussione, dando lettura in udienza ex art. 281 sexies c.p.c. del dispositivo e delle ragioni di fatto e di diritto della decisione, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa di primo grado iscritta al n. 4795/12 Ruolo Cont. promossa da G.L.P. (C.F. (…)), rappresentato e difeso, giusta procura a margine dell’atto di citazione in opposizione, dall’avv.to F.  P., dall’avv.to C. V. e dall’avv.to dom.. F. S., con studio in (…)

attore opponente

contro

VERNICIATURE S.R.L.,

rappresentata e difesa, giusta procura a margine del ricorso monitorio, dagli avv.ti domicil. F. V. e F. A., con studio in (…) convenuto opposto

OGGETTO: contratto d’opera

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. Con atto di citazione, spedito il 14 maggio 2012, G.L.P. ha proposto opposizione avverso il decreto ingiuntivo del Tribunale di Padova 9-12 marzo 2012, n. 1128/12 ing., con cui gli era stato ingiunto il pagamento in favore di VERNICIATURE S.R.L della somma di Euro 10.025,64, oltre interessi ed accessori, per dei lavori di verniciatura di materiali vari a scopo edile, quali cancelli, balconi ecc. (cfr. fatture 713/10, 837/10, 1209/10, 1319/10 e 1437/10). Dopo aver premesso di aver commissionato la verniciatura e la sabbiatura di alcuni cancelli e recinzioni sulla base di un incarico ricevuto da alcune imprese di costruzione, l’opponente ha eccepito:

– che secondo gli accordi il saldo dei lavori sarebbe stato corrisposto solo dopo aver verificato la loro esatta esecuzione e la resistenza della verniciatura alle intemperie;

– che dopo poche settimane la propria committenza lo aveva avvisato che i cancelli, le ringhiere, le inferriate e le recinzioni presentavano segni evidenti di ruggine e distacchi di vernice (cfr. fotografie sub doc. 2);

– di aver subito avvisato controparte invitandola a effettuare un sopralluogo, che non era peraltro mai avvenuto.

2. VERNICLAUTE SRL ha chiesto il rigetto dell’opposizione evidenziando:

– che nessuna lamentela vi era stata per ben due anni. L.P., insistendo con richieste di dilazione, aveva sempre giustificato il ritardo nei pagamenti con la mancanza dei fondi necessari. Significativa in tale senso era anche la lettera 12.3.12 del legale della controparte:

– che il committente era decaduto dalla possibilità di far valere i vizi per non averli, denunciati, come prevede l’art. 2226, II co. c.c.,entro otto giorni dalla scoperta. Era decorso anche il termine annuale di prescrizione;

– di non essersi mai occupata – trattandosi di lavorazione non rientrante nella propria attività lavorativa – della sabbiatura.

Eventuali segni di ruggine erano da ricondursi ad imprese terze che avevano effettuato lo specifico trattamento di sabbiatura.

3. La causa è stata decisa solo sulla base della prove documentali.

I capitoli di prova formulati con la memoria istruttoria 24.12.13 dell’opponente, laddove vertenti su circostanze rilevanti, non sono stati ammessi per le seguenti ragioni:

– il cap. 3 in ordine alla denuncia dei vizi è assolutamente generico sotto il profilo spazio-temporale (“dopo aver ricevuto la recinzione … ha subito avvertito telefonicamente …”);

– i cap. 3-8 relativi al riconoscimento dei vizi, oltre a essere generici, vertono anche su circostanza non tempestivamente allegata. L’attore aveva dedotto che controparte, avvertita, non si era presentata per verificare i vizi (v. atto di citazione, fg. 3).

4. L’opposizione è destituita di fondamento.

L’art. 2226, II co c.c. prescrive che il “committente deve, a pena di decadenza, denunziare le difformità e i vizi occulti al prestatore d’opera entro otto giorni dalla scoperta”. Non avendo il committente fornito alcuna prova di aver mai denunciato, quantomeno verbalmente, l’esistenza di vizi nelle opere realizzate, eventuali vizi non possono essere fatti valere neanche al fine di eccepire l’inesatto adempimento da parte del prestatore d’opera, qualora questi richieda il pagamento del corrispettivo convenuto, e al fine di proporre una richiesta di risarcimento danni (cfr. Cass., sez. III, 18.2.00, n. 1874). Ad analoga conclusioni si perverrebbe anche qualificando il rapporto come contratto di appalto perché l’art. 1667 c.c. esige che la denuncia sia comunque effettuata -con onere della prova sempre a carico del committente – entro sessanta giorni dalla scoperta.

5. L’art. 96 u.c. c.p.c. prevede che il giudice, in ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi del’art. 91 c.p.c., anche d’ufficio possa condannare parte soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata ulteriore rispetto alla spese di lite. A differenza dell’ipotesi tradizionale di responsabilità aggravata prevista dall’art. 96, I co. c.p.c., la condanna può intervenire d’ufficio e la quantificazione del pregiudizio avviene secondo equità senza richiedere la prova del danno. La nuova disposizione consente di sanzionare la condotta, con cui si sia ostacolato il diritto della controparte attraverso strategie processuali inutilmente dilatorie. Nel contemperare il diritto di difesa con l’esigenza di assicurare una ragionevole durata dei processi, di evitare abusi e contenere i costi di una risorsa inevitabilmente scarsa (il processo), l’art. 96, u.c. co. c.p.c. permette di sanzionare condotte ostruzionistiche con la particolarità che si prescinde dalla prova di un danno a carico della parte vittoriosa e quindi rimanendo al di fuori della struttura tipica dell’illecito civile.

Nonostante l’incipit “in ogni caso”, considerando la sedes materiae della disposizione (art. 96 c.p.c. e non art. 91 c.p.c.), la condanna può essere emessa in presenza di mala fede, colpa grave o assenza di normale prudenza (colpa lieve) nelle ipotesi di cui all’art. 96, II co. c.p.c., non in tutte le ipotesi di semplice soccombenza. Non si rimane più nell’ambito di una prospettiva meramente risarcitoria, ma ci si pone in una prospettiva sanzionatoria (punitive damage) per scoraggiare l’abuso del diritto di difesa. Nel caso in esame si è in presenza di una tipica condotta processuale temeraria, perché meramente dilatoria: la lettera 12 marzo 2012 del legale dell’opponente, avv. F. P., documenta che il pagamento non avvenne non perché erano stati prontamente comunicati dei gravi vizi, ma perché il committente era in difficoltà economiche: “… non è in grado di far fronte alle vostre richieste se non in piccola parte, cosicché propone mio tramite il pagamento, saldo e stralcio, della somma di Euro 4.000,00” (doc. 1 conv.). Considerando la natura della causa e le spese processuali liquidabili, la somma prevista dall’art. 96, III co. c.p.c. viene determinata equitativamente nell’importo di Euro 1.500,00.

6. Il decreto ingiuntivo del Tribunale di Padova 9-12 marzo 2012, n. 1128/12 ing. è stato dichiarato provvisoriamente esecutivo con ordinanza 25.10.12. Le spese legali, liquidate come da dispositivo sulla base del D.M. 20 luglio 2012, n. 140, trattandosi di processo concluso dopo il 23 agosto 2012 (cfr. Cass., s.u., 12.10.12, n. 17405), seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunziando, rigettata ogni ulteriore domanda, istanza ed eccezione, respinge l’opposizione al decreto ingiuntivo del Tribunale di Padova 9-12 marzo 2012, n. 1128/12 ing. e condanna l’attore G.L.P. al pagamento in favore di VERNICIATURA S.R.L. della somma di Euro 1.500,00 ai sensi dell’art. 96 u.c. c.p.c. nonché delle spese processuali, liquidate in Euro 1.550,00 per compenso, oltre I.V.A. e C.P.A..

Così deciso in Padova, il 10 ottobre 2013.

Depositata in Cancelleria il 10 ottobre 2013.

 

Danno da disagio abitativo come specificazione del danno esistenziale: è richiesta la prova

Tribunale di Padova – Giudice Dott. Guido Marzella – Sentenza del 24.10.2013 

IL CASO

Tizio acquista dalla una Società Immobiliare (sas) un appartamento dalla medesima costruito ed agisce contro la medesima (ed il suo socio accomandatario) lamentando la presenza di taluni vizi e difetti, chiedendo, una volta accertati gli stessi, la condanna dei convenuti, in solido tra loro,  all’esecuzione dei necessari lavori di sistemazione in apposito concedendo termine ovvero, in subordine, al pagamento delle somme necessarie al predetto ripristino ovvero, in ulteriore subordine, al risarcimento dei danni così causati a seguito del deprezzamento dell’immobile e del conseguente disagio abitativo. A seguito della espletata CTU che, effettivamente, riscontrava i vizi e difetti lamentati dall’attore, il Giudice condannava i convenuti in solido tra loro al risarcimento dei danni, rigettando, tuttavia, la domanda relativa al danno da disagio abitativo, ritenendo, dopo un sintetico ma accurato percorso argomentativo, che l’attore, da un lato, non abbia fornito la prova del pregiudizio asseritamente subito e, dall’altro, che la modestia dei vizi non abbia potuto alterare in maniera significativa la sfera di libera determinazione dell’individuo. In sostanza il Giudice ritiene che non ogni turbamento della dimensione esistenziale od ogni indebolimento del diritto alla persona sia tale da intaccarne lo spessore di inviolabilità.  

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

Sullo specifico tema del danno da disagio abitativo, di fatto costituente una specificazione del danno esistenziale, il Dott. Marzella osserva quanto segue:

“- come nel vigente assetto dell’ordinamento, in cui assume posizione preminente la Costituzione che all’art. 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, il danno non patrimoniale debba essere inteso come categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi di ingiusta lesione di un valore inerente alla persona umana, costituzionalmente protetto, dalla quale conseguano pregiudizi non suscettibili di valutazione economica, onde esso non si identifica e non si esaurisce nel danno morale soggettivo ma comprende altresì il pregiudizio che dalla lesione di un diritto costituzionalmente garantito si riflette sulla vita di relazione del soggetto interessato (Cass. 4 ottobre 2005 n. 19354),

– come pertanto il danno esistenziale in sé considerato non possa considerarsi esistente, essendo invece risarcibili le lesioni di specifici valori costituzionalmente protetti, le quali però non presuppongono l’esistenza di un danno in re ipsa ma richiedono la prova di un pregiudizio costituito dalla privazione o diminuzione di un valore personale per effetto della condotta dell’agente, cui commisurare il risarcimento (Cass. 29 luglio 2004 n. 14488).

Tanto da doversi affermare che non ogni perturbamento della dimensione esistenziale od ogni indebolimento del diritto della persona sia tale da intaccarne lo spessore di inviolabilità, che va ovviamente rinvenuto nei soli casi in cui il fatto lesivo sia stato effettivamente di portata tale da alterare in maniera significativa la sfera di libera autodeterminazione dell’individuo.

Ciò che va escluso con riferimento alla dedotta categoria del danno abitativo, anche in considerazione della modestia dei vizi di cui è stata riscontrata l’esistenza nel caso di specie.”

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE CIVILE DI PADOVA

Verbale d’udienza

ex art. 281 sexies c.p.c.

L’anno 2013, il giorno 24 del mese di ottobre, in Padova, avanti al Giudice del Tribunale dr. Guido Marzella,

nella causa civile di primo grado rubricata al n. 6465/07 R.G. e promossa

da

S.F.,

– attrice –

rappresentata e difesa dall’avv. G. P.,

contro

F.M.,

e la

“Immobiliare D. sas di M.F. & C.”,

– convenuti –

contumaci,

sono comparsi per parte attrice l’avv. P., per parte convenuta nessuno.

L’avv. P. discute la causa oralmente precisando di insistere per l’accoglimento della domande svolte in via subordinata e deposita nota spese.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

S.F. – premettendo di aver acquistato dalla “Immobiliare D. sas di M.F. & C.” un immobile ubicato all’interno del Condominio “D. C”, situato in Padova al civico n. 19/b di via Cà Stimabile, dalla medesima costruito e costituito di un appartamento ai piani secondo e terzo e da una autorimessa al primo piano interrato – ha agito in giudizio avverso la menzionata venditrice ed il suo socio accomandatario, F.M., lamentando la presenza di vizi e difetti consistenti:

– all’interno dell’alloggio, nel formarsi di chiazze dovute al ristagno dell’acqua piovana, nel distacco delle pitture dei parapetti delle terrazze, nella fessurazione della struttura in calcestruzzo, nel mancato rispetto dei dettami imposti dalla normativa vigente in materia di inquinamento acustico,

– all’interno del box, nel verificarsi di lesioni della pavimentazione ed al soffitto, con cristallizzazione dei Sali disciolti nell’acqua alla base delle pareti perimetrali,

– all’interno delle parti comuni condominiali, nel prodursi di fessurazioni lungo il bordo della pavimentazione del portico, di sconnessioni della pavimentazione in porfido della scala di accesso al garage e di quella in battuto di cemento lungo la corsia esterna, di rigurgiti superficiali all’interno del giardino, del ristagno di acque piovane,

e chiedendo pertanto che, accertate le predette circostanze, si condannassero i convenuti, in solido fra loro, all’esecuzione dei necessari lavori di sistemazione in apposito concedendo termine ovvero, in subordine, al pagamento delle somme necessarie al predetto ripristino ovvero, in ulteriore subordine, al risarcimento dei danni così causati a seguito del deprezzamento dell’immobile e del conseguente disagio abitativo.

Rimaste contumaci le controparti si è quindi dato corso all’istruzione del giudizio mediante l’esperimento di apposita CTU e l’assunzione dei testi, all’esito della quale la causa è stata quindi discussa oralmente, avendo l’attrice precisato di voler insistere per l’accoglimento della domande formulate in via subordinata.

Ciò posto, osserva il giudicante come l’esperimento della prova testimoniale abbia permesso di chiarire:

– che l’attrice si rendeva conto della presenza dei vizi menzionati nell’atto introduttivo dei giudizio a seguito di copiose precipitazioni avvenute nell’estate del 2006,

– che tali vizi consistevano nella verificarsi di infiltrazioni, fessurazioni delle strutture, lesioni della pavimentazione e dell’intradosso sia nell’ambito dell’appartamento che del garage, oltre che all’interno delle parti comuni del condominio,

– che in relazione a tali fatti ella conferiva quindi incarico all’arch. Bertan di redigere una perizia tecnica volta ad evidenziare la descritta situazione, a specificarne le cause e ad individuare le opere necessarie a porre rimedio ai menzionati problemi (cfr. deposizione Rossi);

L’esperimento della CTU, a sua volta, ha permesso di appurare:

– che nell’ambito dell’abitazione sono riscontrabili:

– chiazze dovute al ristagno dell’acqua piovana in più punti della terrazza ubicata al secondo piano,

– un diffuso distacco della pittura dai parapetti delle terrazze poste al secondo e terzo piano, con la conseguente comparsa di formazioni micro-vegetali,

– l’insufficiente posizionamento dei doccioni di scarico delle terrazze, sia per quanto attiene al loro numero che alla relativa sezione, con conseguenti difficoltà di scarico delle acqua meteoriche, che si accumulano all’interno dei poggioli,

– la fessurazione della struttura in calcestruzzo in aggetto della copertura, con formazione di ossidazione superficiale proveniente dalla armature metalliche interne,

– la mancata corrispondenza dell’unità immobiliare ai requisiti minimi previsti dalla vigente legislazione in tema di inquinamento acustico,

– che nell’ambito del garage sono rinvenibili:

– vistose lesioni della pavimentazione in battuto di cemento, che si diffondono a raggiera dal centro del garage, con affioro di acqua lungo le lesioni proveniente dalle sottofondazioni,

– una cristallizzazione dei Sali disciolti nell’acqua alla base delle pareti perimetrali, con conseguente distacco degli intonaci,

– lesioni all’intradosso delle lastre pre-dalles del solaio dei piano terra, con percolato proveniente dai giunti di unione, e distacco di impasto cementizio,

– che nell’ambito delle parti comuni sono osservabili:

– chiazze di ristagno dell’acqua piovana presenti in più punti dei camminamenti lastricati del piano terra dovute al’insufficiente posizionamento di pilette di scarico,

– la sconnessione della pavimentazione in blocchetti di calcestruzzo lungo i camminamenti pedonali, dovuta alla non corretta realizzazione del sottofondo,

– fessurazioni diffuse lungo il bordo della pavimentazione del portico condominiale, dovute alle caratteristiche non antigelive delle piastrelle,

– rigurgiti superficiali all’interno del giardino provenienti dalla condotta delle acque nere, causati dalla scarsa tenuta idraulica delle condotte di scarico e dei pozzetti di raccordo ed ispezione,

– la sconnessione della pavimentazione in lastre di porfido della scala di accesso al garage interrato,

– diffuse lesioni della pavimentazione in battuto di cemento, con affioro di acqua lungo le medesime in caso di pioggia,

– diffuse fessurazioni della medesima pavimentazione lungo la corsia esterna di manovra,

– ulteriori fessurazioni all’intradosso delle lastre pre-dalles del solaio del piano terra e della copertura della corsia di manovra dei garages,

– maldestri tentativi di ripristino di cavillature lungo le pareti perimetrali sia interne che esterne della autorimessa,

– che i costi di ripristino dell’abitazione assommano ad Euro 1.100,00,

– che i costi di ripristino del box ammontano ad Euro 2.900,00

– che i costi di ripristino delle parti comuni assommano complessivamente ad Euro 75.400,00,

– che non risultano viceversa quantificabili i costi di ripristino in relazione all’insufficiente posizionamento dei doccioni di scarico delle terrazze, alle fessurazioni della struttura in calcestruzzo in aggetto della copertura nonché alla mancata corrispondenza dell’unità immobiliare ai requisiti minimi previsti dalla vigente legislazione in tema di inquinamento acustico.

Di conseguenza – una volta ricordato che l’attrice ha dimostrato di essere proprietaria delle parti comuni per una quota pari a 110,613/1000 – sussistono giusti motivi, ai sensi del combinato disposto degli artt. 1490 e 1494 c.c., per condannare i convenuti, in solido fra loro dal momento che il socio accomandatario risponde solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali a mente del disposto dell’art. 2313 c.c., al pagamento in favore della medesima dell’importo di Euro 12.340,22 a titolo di risarcimento del danno (di cui Euro 8.340,22 a titolo di quota parte relativa alle parti comuni).

Giacché poi tale obbligazione, sebbene derivante da inadempimento contrattuale, costituisce debito di valore, va anche tenuto conto d’ufficio:

– sia della svalutazione monetaria sopravvenuta dal momento della incardinazione della relativa domanda di risarcimento, a seguito del perfezionamento della notifica ai convenuti in data 20.6.07, e fino alla data della liquidazione (Cass. 1 dicembre 2003 n. 18299),

– sia degli interessi di legge,

l’una e gli altri assolvendo a funzioni diverse, dal momento che, mentre la prima mira a ripristinare la situazione patrimoniale del danneggiato ponendolo nella condizione in cui si sarebbe trovato se l’inadempimento non si fosse verificato, i secondi presentano invece natura compensativa, essendo volti a rimunerare la parte del danno conseguito alla mancata disponibilità nell’ambito del proprio patrimonio della somma considerata.

Conseguendone peraltro che al fine di evitare comunque un ingiustificato arricchimento del creditore questi ultimi devono essere calcolati con riferimento alla somma capitale rivalutata annualmente (Cass. 1 luglio 2002 n. 9517).

Vanno invece rigettate le domande di risarcimento:

– del danno da svalutazione dell’immobile giacché, una volta riconosciuta alla parte l’attribuzione delle somme necessarie al ripristino delle opere e conseguentemente a ciò resa possibile l’effettuazione delle medesime, l’immobile viene di fatto restituito nelle condizioni in cui si trovava prima del verificarsi del danno,

– del danno da disagio abitativo, di fatto costituente una specificazione del danno esistenziale, rispetto al quale osserva lo scrivente:

– come nel vigente assetto dell’ordinamento, in cui assume posizione preminente la Costituzione che all’art. 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, il danno non patrimoniale debba essere inteso come categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi di ingiusta lesione di un valore inerente alla persona umana, costituzionalmente protetto, dalla quale conseguano pregiudizi non suscettibili di valutazione economica, onde esso non si identifica e non si esaurisce nel danno morale soggettivo ma comprende altresì il pregiudizio che dalla lesione di un diritto costituzionalmente garantito si riflette sulla vita di relazione del soggetto interessato (Cass. 4 ottobre 2005 n. 19354),

– come pertanto il danno esistenziale in sé considerato non possa considerarsi esistente, essendo invece risarcibili le lesioni di specifici valori costituzionalmente protetti, le quali però non presuppongono l’esistenza di un danno in re ipsa ma richiedono la prova di un pregiudizio costituito dalla privazione o diminuzione di un valore personale per effetto della condotta dell’agente, cui commisurare il risarcimento (Cass. 29 luglio 2004 n. 14488).

Tanto da doversi affermare che non ogni perturbamento della dimensione esistenziale od ogni indebolimento del diritto della persona sia tale da intaccarne lo spessore di inviolabilità, che va ovviamente rinvenuto nei soli casi in cui il fatto lesivo sia stato effettivamente di portata tale da alterare in maniera significativa la sfera di libera autodeterminazione dell’individuo.

Ciò che va escluso con riferimento alla dedotta categoria del danno abitativo, anche in considerazione della modestia dei vizi di cui è stata riscontrata l’esistenza nel caso di specie.

Le spese processuali, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza ex art. 91 c.p.c. e gravano pertanto solidalmente sui convenuti.

P.Q.M.

Il Giudice del Tribunale di Padova, pronunciando in via definitiva sulla presente controversia, disattesa ogni diversa istanza:

1) accertata la sussistenza dei vizi e dei difetti lamentati dall’attrice, condanna F.M. e la “Immobiliare D. sas di M.F. & C.”, in solido fra loro, a versare in favore di S.F. l’importo di Euro 12.340,22 a titolo di risarcimento del danno, da rivalutarsi secondo gli indici ISTAT a far data dal 20.6.07 e sino al deposito della presente sentenza, oltre agli interessi al saggio legale da calcolarsi sull’importo sopra indicato rivalutato anno per anno, a partire dal 20.6.07 e sino all’effettivo saldo;

2) condanna i convenuti, in solido fra loro, a rifondere in favore dell’attrice le spese di giudizio che liquida in Euro 2.100,00 per competenze, oltre al rimborso delle anticipazioni, delle spese generali, dell’IVA e degli accessori di legge;

3) condanna i convenuti, in solido fra loro, a sostenere le competenze di CTU, rimborsando all’attrice le spese in proposito già anticipate.

Così deciso in Padova, il 24 ottobre 2013.

Depositata in Cancelleria il 24 ottobre 2013.

Notifica atti giudiziari: carattere solo presuntivo delle rilevanze anagrafiche, conta la dimora effettiva

Cass. civ. Sez. III, Sent., 14-05-2013, n. 11550

Con la sentenza emarginata, la Suprema Corte ha riconosciuto piena legittimità alla notifica di atti giudiziari effettuata ad un indirizzo diverso rispetto a quello di residenza. Nel caso di specie, la società ricorrente aveva prodotto una relazione di un’agenzia investigativa in cui era riferito che il debitore ingiunto, pur avendo la residenza anagrafica in (OMISSIS), al momento, abitava di fatto a (OMISSIS), ove poi l’atto fu ricevuto dal custode dell’immobile.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

Invero, a riguardo, mette conto di rilevare, in primo luogo, che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, le risultanze anagrafiche rivestono un valore meramente presuntivo circa il luogo dell’effettiva abituale dimora, il quale è accertabile con ogni mezzo di prova, anche contro le stesse risultanze anagrafiche (Cass. n.19132/04,n. 11562/03, 4829/79, 4705/89), assumendo rilevanza esclusiva il luogo ove il destinatario della notifica dimori di fatto in via abituale (Cass. 12303/08). Pertanto, le risultanze anagrafiche possono essere superate da qualsiasi fonte di convincimento, come ad es. la corrispondenza intercorsa tra le parti prima del giudizio (Cass. 24422/06) ovvero il comportamento della persona che accetta di ricevere l’atto per conto del destinatario (Cass. 5715/02, 3262/05, 11562/03, 17504/03).”

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETTI Giovanni Battista – Presidente –

Dott. UCCELLA Fulvio – Consigliere –

Dott. CARLEO Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. GIACALONE Giovanni – Consigliere –

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 19149/2008 proposto da:

ITALFONDIARIO S.P.A. (OMISSIS) quale procuratore di CASTELLO FINANCE S.R.L. a propria volta cessionaria del credito di INTESA GESTIONE CREDITI S.P.A. in persona del Dott. B.G., domiciliata ex lege in ROMA, prsso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dagli avvocati L. G. e P. M. giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

G.G. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ALCIDE DE GASPERI 35, presso lo studio dell’avvocato G. G., rappresentato e difeso dall’avvocato R. F. giusta procura speciale del Dott. Notaio FERDINANDO CUTINO in BESOZZO il 27/11/2012, rep. n. 73949;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 134/2008 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 07/02/2008, R.G.N. 1995/2003;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 20/03/2013 dal Consigliere Dott. GIOVANNI CARLEO;

udito l’Avvocato M. P.;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. BASILE Tommaso, che ha concluso per il rigetto.

Svolgimento del processo

Con decreto ingiuntivo in data 8.7.1994 il Presidente del Tribunale di Vicenza ordinava a G.G. di pagare al Banco Ambrosiano Veneto Spa la somma di L. 90 milioni oltre accessori in adempimento della fideiussione da lui prestata a garanzia di ogni obbligazione gravante su Ascommpre Spa, dichiarata fallita, la quale presentava nei confronti del Banco un’esposizione superiore a L. 230 milioni. Il G. proponeva opposizione tardiva assumendo la nullità della notifica del d.i., l’incompetenza del Tribunale adito, la mancata prova del credito ingiunto e comunque la sua prescrizione. In esito al giudizio, in cui si costituiva il Banco contestando la fondatezza dell’opposizione e l’opponente eccepiva altresì nella comparsa conclusionale la nullità della convenzione riguardo al tasso ultralegale degli interessi, il Tribunale adito dichiarava inammissibile e rigettava l’opposizione.

Avverso tale decisione il soccombente proponeva appello ed in esito al giudizio, in cui si costituiva Intesa Gestione Crediti Spa, procuratore di Banca Intesa Spa, incorporata dal Banco Amrosiano Veneto e subentrata a tutti i rapporti facenti capo all’incorporante, la Corte di Appello di Venezia con sentenza depositata in data 7 febbraio 2008 dichiarava ammissibile l’opposizione tardiva, revocava il d.i. e rigettava la domanda di pagamento nei confronti del G., provvedeva al regolamento delle spese. Avverso la detta sentenza l’Italfondiario Spa, quale procuratore di Castello Finance Sri, cessionaria del credito, ha quindi proposto ricorso per cassazione articolato in quattro motivi, illustrato da memoria.

Resiste con controricorso il G..

Motivi della decisione

In via preliminare, deve soffermarsi l’attenzione sull’eccezione di inammissibilità del ricorso, formulata dal controricorrente, sulla base del rilievo che la procura speciale stesa in calce all’atto reca testualmente “Italfondiario S.p.a. Dott. B.G.”, la firma dello stesso, l’autentica sottoscritta dai due difensori, senza contenere l’indicazione della qualità e dei poteri rappresentativi del dr. B..

L’eccezione è infondata ove si consideri che nella intestazione del ricorso (cfr pag.2) l’atto di investitura del Dott. B. G. è stato espressamente menzionato con specifica degli estremi e del contenuto (procura, a firma del dr. L.G. G.F., da Italfondiario Spa ai propri funzionari in data 25.9.2007 rep. n.26477 e racc. n.8287 del notaio Amato di Roma). Tale documento, che è stato altresì prodotto in giudizio (doc. 6), costituisce una procura in via continuativa ad intervenire in rappresentanza di Italfondiario Spa in tutti gli atti previsti e specificati nell’allegato A del medesimo atto, in cui è espressamente previsto che al B. veniva conferito, con firma singola, tra gli altri, il potere di “….nominare avvocati e revocarli, conferendo ad essi mandati generali o speciali alle liti per rappresentanza e difesa in tutti i gradi del giudizio, compresa la Corte di Cassazione…”.

Ora, è appena il caso di sottolineare che, a fronte di tale allegazione, risultante dal documento in atti, competeva all’eccipiente fornire la relativa prova negativa, onere che nella specie non è stato minimamente assolto. Ne deriva l’infondatezza della eccezione proposta.

Passando all’esame delle doglianze proposte dalla ricorrente, va osservato che con la prima censura, deducendo l’omessa – insufficiente motivazione in merito ad un fatto decisivo per il giudizio, la società ricorrente ha censurato la sentenza impugnata per aver la Corte di Appello ritenuto ammissibile l’opposizione tardiva del G. sulla base di una pretesa illegittimità della notifica eseguita ad un indirizzo diverso rispetto a quello di residenza.

La notifica avrebbe dovuto essere invece considerata corretta in quanto avvenuta presso l’effettiva dimora del G., appresa tramite un’agenzia investigativa. Inoltre, la Corte non avrebbe motivato adeguatamente sul fatto decisivo che l’indirizzo presso cui fu eseguita la notifica coincideva con quello dell’abituale dimora.

Con la seconda doglianza, articolata sotto il profilo della violazione e falsa applicazione della L. n. 890 del 1982, art. 7, artt. 149 e 160 c.p.c., e art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la ricorrente ha censurato l’interpretazione dell’art. 7, sopra citato, datane dalla Corte d’Appello, quando ha ritenuto l’illegittimità della notifica eseguita previa consegna al custode dello stabile, non essendo quest’ultimo paragonabile al portiere o comunque ad altra persona vincolata da un rapporto di lavoro continuativo e comunque tenuta alla distribuzione della posta.

Con la terza doglianza, svolta per violazione e falsa applicazione dell’art. 650 c.p.c., la ricorrente ha lamentato l’erroneità della decisione nella parte in cui i giudici di secondo grado hanno ritenuto l’ammissibilità dell’opposizione tardiva sulla sola base della pretesa irregolarità della notifica senza che fosse necessario dimostrare, da parte dell’opponente, che la mancata tempestiva conoscenza dell’ingiunzione fosse dipesa da tale vizio.

I motivi in questione, che vanno esaminati congiuntamente in quanto sia pure sotto diversi ed articolati profili, prospettano ragioni di censura intimamente connesse tra loro, meritano attenzione.

A riguardo, torna opportuno premettere che le ragioni della ritenuta ammissibilità dell’opposizione tardiva, proposta dal G., sono state fondate dalla Corte di Appello, sul rilievo che, come risultava dal certificato anagrafico del Comune di (OMISSIS) rilasciato il 17.2.1995, il G. all’epoca risiedeva in quel Comune dal 26.10.1984, proveniente da (OMISSIS), con la conseguenza che la notifica del decreto ingiuntivo, effettuata il 19.7.1994 a mezzo del servizio postale in via (OMISSIS), era avvenuta presso un luogo diverso dalla sua residenza.

L’atto inoltre era stato consegnato a mani di persona qualificatasi come custode del palazzo, addetto in quanto tale solo alla salvaguardia dell’immobile e non anche, salvo prova contraria, alla ricezione e distribuzione della corrispondenza.

Le ragioni, poste dalla Corte di merito a base della decisione, non meritano di essere condivise. Invero, a riguardo, mette conto di rilevare, in primo luogo, che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, le risultanze anagrafiche rivestono un valore meramente presuntivo circa il luogo dell’effettiva abituale dimora, il quale è accertabile con ogni mezzo di prova, anche contro le stesse risultanze anagrafiche (Cass. n.19132/04,n. 11562/03, 4829/79, 4705/89), assumendo rilevanza esclusiva il luogo ove il destinatario della notifica dimori di fatto in via abituale (Cass. 12303/08).

Pertanto, le risultanze anagrafiche possono essere superate da qualsiasi fonte di convincimento, come ad es. la corrispondenza intercorsa tra le parti prima del giudizio (Cass. 24422/06) ovvero il comportamento della persona che accetta di ricevere l’atto per conto del destinatario (Cass. 5715/02, 3262/05, 11562/03, 17504/03).

Nel caso di specie, la società ricorrente aveva prodotto nel giudizio di primo grado due documenti,il cui contenuto è stato opportunamente trascritto nel ricorso in esame nel rispetto del principio di autosufficienza dei ricorsi per cassazione, da cui emergevano elementi presuntivi contrastanti con le risultanze anagrafiche.

In particolare, la società ricorrente aveva prodotto una relazione di un’agenzia informativa (doc. 1) del 20 gennaio 1994, in cui era riferito che il G., pur avendo la residenza anagrafica in (OMISSIS), al momento, abitava di fatto a (OMISSIS), ove poi l’atto fu ricevuto dal custode dell’immobile; aveva inoltre prodotto una lettera, mai disconosciuta, indirizzata allo studio L. S., in cui il Dott. proc. S., su incarico del debitore, avanzava la richiesta dell’invio di alcuni documenti; ciò, dopo aver riconosciuto – ed è questo il profilo decisivo – che al G. era stato notificato sin dal luglio 1994, in tempo per proporre un’opposizione tempestiva all’ingiunzione notificatagli il decreto ingiuntivo, che poi sarebbe stato oggetto di opposizione tardiva.

Ora, a fronte di tale quadro indiziario dedotto a confutazione della pretesa ammissibilità dell’opposizione tardiva, proposta dal G., era obbligo del giudice di merito valutare questi elementi e spiegare perchè non potessero essere ritenuti sufficienti. Al contrario, la Corte territoriale colpevolmente si è ben guardata dal farlo ed ha omesso di provvedere alla necessaria confutazione delle considerazioni svolte dall’appellata. Ne consegue che nella specie l’omesso compimento degli accertamenti volti a verificare la fondatezza delle circostanze indiziarie emergenti dalla documentazione richiamata, non solo inficia la correttezza del ragionamento svolto dalla Corte di merito ma ne determina altresì la sua censurabilità.

Ciò, anche in considerazione del fatto che, ai fini della legittimità della opposizione tardiva a decreto ingiuntivo non è sufficiente l’accertamento della irregolarità della notificazione del decreto ingiuntivo, ma occorre altresì la prova – il cui onere grava sull’opponente – che a cagione della nullità l’ingiunto non ha avuto tempestiva conoscenza del decreto e non è stato in grado di proporre una tempestiva opposizione.

Alla stregua di tutte le pregresse considerazioni, meritano pertanto di essere accolte le censure in esame, in esse assorbita l’ultima doglianza, articolata sotto il profilo della violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2697, 2710 e 1832 c.c., nonchè della motivazione omessa ed insufficiente, con cui la ricorrente ha censurato la sentenza impugnata per aver la Corte di Appello trascurato che l’estratto conto certificato dal notaio, prodotto in sede monitoria, ha piena efficacia probatoria del credito azionato, in assenza di comprovate contestazioni da parte del debitore ed essendo decorso il termine per l’impugnazione ai sensi dell’art. 1832 c.c..

La sentenza impugnata va quindi cassata in relazione ai motivi accolti, con l’ulteriore conseguenza che, occorrendo un rinnovato esame della controversia, la causa va rinviata alla Corte di Appello di Venezia, in diversa composizione, che provvederà anche in ordine al regolamento delle spese della presente fase di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi tre motivi del ricorso, assorbito il quarto, cassa la sentenza in relazione ai motivi accolti, con rinvio della causa alla Corte di Appello di Venezia, in diversa composizione, che provvederà anche in ordine al regolamento delle spese della presente fase di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 20 marzo 2013.

Depositato in Cancelleria il 14 maggio 2013

 

Scontro tra veicoli e superamento della presunzione di colpa di cui all’art. 2054 c.c.

Tribunale di Padova, Sez. II, Giudice Dr.ssa Vincenza Lanteri, Sentenza del 13-04-2010

 Circolazione stradale – Scontro tra veicoli – Superamento della presunzione di colpa di cui all’art. 2054 c. II c.c. in considerazione del carattere eziologicamente assorbente della condotta assunta dal conducente la cui colpa sia stata accertata in concreto – Sussiste

IL COMMENTO

Nel caso di specie la Dr.ssa Lanteri affronta il tema del superamento della presunzione di cui all’art. 2054 comma secondo c.c., aderendo a quell’orientamento giurisprudenziale secondo cui “in tema di responsabilità da sinistro stradale con scontro di veicoli, l’accertamento della colpa esclusiva di uno dei conducenti libera l’altro dalla presunzione della concorrente responsabilità di cui all’art. 2054, secondo comma, cod. civ. nonché dall’onere di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno; la prova liberatoria per il superamento di detta presunzione di colpa non deve necessariamente essere fornita in modo diretto – e cioè dimostrando di non aver arrecato apporto causale alla produzione dell’incidente – ma può anche indirettamente risultare tramite l’accertamento del collegamento eziologico esclusivo dell’evento dannoso con il comportamento dell’altro conducente” (Cass. Civ., Sez. III, n. 9550 del 20 aprile 2009). Il caso è particolarmente interessante in quanto il Giudice ha escluso il concorso di responsabilità in considerazione del carattere eziologicamente assorbente della condotta assunta dal conducente che aveva impegnato l’incrocio senza concedere la dovuta precedenza e la cui colpa era stata accertata in concreto, ancorché il veicolo favorito, secondo, peraltro, la ricostruzione del C.T.U., avesse tenuto una velocità di “78/79 Km/h in un luogo soggetto al limite di 50 Km/h“.

Detto orientamento si contrappone a quello secondo cui:

“Nel caso di scontro tra veicoli, l’accertamento in concreto di responsabilità di uno dei conducenti non comporta il superamento della presunzione di colpa concorrente sancito dall’art. 2054 c.c., essendo a tal fine necessario accertare in pari tempo che l’altro conducente si sia pienamente uniformato alle norme sulla circolazione e a quelle di comune prudenza ed abbia fatto tutto il possibile per evitare l’incidente. Conseguentemente, l’infrazione, anche grave, come l’invasione dell’altra corsia commessa da uno dei conducenti non dispensa il giudice dal verificare anche il comportamento dell’altro conducente al fine di stabilire se, in rapporto alla situazione di fatto accertata, sussista un concorso di colpa nella determinazione dell’evento dannoso” (Cass. civ. Sez. III, n. 477 del 15 gennaio 2003).

e ancora,

“Anche in caso di accertamento della colpa grave di uno dei due conducenti, il giudice del merito ha l’obbligo di accertare la eventuale responsabilità concorrente dell’altro conducente. In tema di responsabilità derivante da circolazione stradale, il giudice che abbia in concreto accertato la colpa di uno dei conducenti non può, per ciò solo, ritenere superata la presunzione posta a carico anche dell’altro dall’art. 2054 c.c., comma 2, ma è tenuto ad accertare in concreto se quest’ultimo abbia o meno tenuto una condotta di guida irreprensibile” (Cass. civ., sez. III, sentenza n. 24860 del 09.12.2010).

L’adesione al primo piuttosto che al secondo orientamento giurisprudenziale di cui si è dato sinteticamente conto, ha riflessi pratici di non poco momento giacchè la questione come ben si comprende, incide fortemente sul piano della distribuzione dell’onere della prova.

Per l’effetto, ove si condividesse il primo orientamento (quello fatto proprio dalla Dr.ssa Lanteri), il concorso tra colpa specifica e colpa presunta potrà essere superato anche in via logica, in considerazione del carattere eziologicamente assorbente od esclusivo della condotta assunta dal conducente la cui colpa sia accertata in concreto. In altre parole, l’accertamento della colpa esclusiva di uno dei due conducenti, libera l’altro dalla presunzione di concorrente responsabilità nonché dell’onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.

Ove si aderisse, viceversa, all’altro orientamento, il conducente per svincolarsi dalla presunzione di responsabilità sarà gravato SIA dell’onere di provare l’altrui colpa specifica, SIA dell’onere di fornire la prova liberatoria di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno come disciplinato dall’art. 2054 I° comma c.c..

Peraltro, essendo il contrasto giurisprudenziale al momento in cui si scrive (gennaio 2014) ancora aperto, all’operatore del diritto non resterà che valutare caso per caso a quale orientamento preferibilmente aderire nell’interesse del proprio assistito.

 LA SENTENZA

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Giudice

Dott.ssa Vincenza Lanteri ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di primo grado iscritta a ruolo il 20/9/2004 al n. 9727/04 R.G., promossa con atto di citazione in appello notificato in data 9/9/04 dall’avv. Ma.Ga. a mezzo posta

Da

Ar. S.A.

Le. S.p.A.

– attrici –

rappresentate e difese come da mandati in calce ai rispettivi atti di citazione notificati dagli avv.ti Ma.Ga. e Ga.So., con studio in Padova, Via (omissis);

Contro

Ce.Na. – nato (omissis)

– convenuto –

rappresentato e difeso come da mandato a margine della comparsa di risposta dall’avv. Cr.De. con studio in Padova, Via (omissis);

Ba.Em. – nato (omissis)

– convenuto –

Oggetto: danni a cose.

 Svolgimento del processo 

Con atto di citazione notificato in data 14 giugno 2002 Ce.Na. esponeva che:

il 20 agosto 2001, allo ore 9.00 circa, Ba.Sa., mentre viaggiava a bordo dell’autovettura (omissis) – targata (omissis) e di proprietà di esso deducente – percorrendo Viale (omissis) e tenendo la seconda corsia demarcata dalla via di percorrenza, era stata investita, in prossimità dell’intersezione tra Viale (omissis) e via (omissis), dall’autovettura (omissis) – targata (omissis), di proprietà della Le. S.p.A. ed assicurata presso la Ai. S.A. – condotta da Ba.Em., il quale, con manovra di svolta a sinistra, aveva impegnato la prioritaria omettendo di rispettare lo STOP;

dal violento urto erano derivati gravi danni all’autovettura di proprietà di esso deducente, quantificati in Euro 11.382,32, oltre Euro 136,34 per il recupero ed il trasporto del mezzo incidentato; alle somme predette dovevano aggiungersi Euro 371,88 per il noleggio di un’autovettura sostitutiva per 10 gg., nonché la somma forfetaria di Euro 1.301,47 per il fermo tecnico dell’autovettura incidentata; l’ammontare complessivo di cui esso deducente era creditore poteva determinarsi in Euro 13.191,98, al netto di interessi e rivalutazione monetaria;

con raccomandata a.r. del 20 settembre 2001 lo studio di infortunistica stradale Se., con sede in Monselice (PD), aveva notificato alla compagnia Ai. S.A., per conto di esso deducente, la richiesta risarcitoria che, a seguito delle intercorse trattative, era stata liquidata in Euro 7.333,19, di cui Euro 6.558,50 quale capitale per esso Ce. ed Euro 774,69, a titolo di competenze lorde per il predetto studio di infortunistica, ma tale somma, in quanto insufficiente all’integrale ristoro del danno subito, era stata trattenuta a titolo di acconto, rimanendo ancora creditore della somma complessiva di Euro 6.561,16.

Tutto ciò esposto, l’attore conveniva in giudizio avanti al Giudice di Pace di Padova Ba.Em., Le. S.p.A. con sede in Sesto San Giovanni, ed Ai., con sede in Milano, in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, chiedendone la condanna, in solido tra loro, al pagamento della somma di Euro 6.561,16, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dalla data del sinistro sino al saldo effettivo.

Costituitesi in giudizio, le convenute Le. S.p.A. ed Ai. S.A. chiedevano il rigetto delle domande attoree, in quanto infondate in fatto ed in diritto;

non si costituiva Ba.Em., il quale rimaneva contumace per l’intero svolgimento del processo. Il Giudice di Pace di Padova con sentenza n. 1682/03 dichiarava la responsabilità esclusiva dell’incidente in capo a Ba.Em. e condannava i convenuti, in solido tra loro, a corrispondere in favore dell’attore Ce. la somma di Euro 3.281,76, oltre agli interessi legali dalla data dell’evento al saldo effettivo.

Avverso tale pronuncia Le. S.p.A. ed Ai. S.A. interponevano appello con atto di citazione notificato rispettivamente nelle date del 13 e 14 settembre 2004 nei confronti di Ba.Em. e Ce.Na. e chiedevano, in via principale, la dichiarazione a carico di Ce.Na. dell’esclusiva responsabilità nella causazione del sinistro o, quantomeno di una quota concorrente di responsabilità, con conseguente condanna dello stesso Ce. alla restituzione di quanto ottenuto in forza della immediata esecutività della sentenza di primo grado, con vittoria delle spese del doppio grado di giudizio o compensazione di quelle di primo grado.

L’appellato Ce., ritualmente costituitosi, chiedeva il rigetto dell’appello in quanto infondato in fatto ed in diritto e, in via incidentale, assumendo che il Giudice di prime cure avesse commesso un mero errore di calcolo nella determinazione dell’importo totale, che aveva indicato in Euro 3.218,76, anziché in Euro 5.140,37, ne chiedeva la rettifica, oltre alle spese di ambedue i gradi del giudizio.

Successivamente al “congelamento” della causa, disposto con provvedimento del Presidente del Tribunale, a far data dal 21 luglio 2007 la causa veniva assegnata ad altro Giudice, il quale fissava l’udienza del 19 febbraio 2008 ed in quella sede formulava una proposta transattiva, accettata dagli appellati Ce. e Ba., ma non dagli appellanti.

Indi seguiva un nuovo “congelamento” della causa per l’applicazione extradistrettuale del Magistrato, il quale, cessato l’impedimento, fissava per la precisazione delle conclusioni l’udienza del giorno 11 novembre 2009 ed in tale data tratteneva la causa in decisione, riducendo i termini a 40 + 10 gg. per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica.

La domanda degli appellanti è parzialmente fondata ed in tali termini può essere accolta.

Motivi della decisione

Invero, come affermato dal Giudice di Pace nella gravata sentenza, la responsabilità dell’incidente oggetto di causa deve essere ascritta in via esclusiva a Ba.Em. il quale, sulla scorta del verbale redatto dalla Polizia Municipale di Padova, risulta che abbia impegnato Viale (omissis) omettendo di rispettare lo stop e senza concedere la precedenza all’autovettura di proprietà del Ce., che il giorno del sinistro era condotta da Ba.Sa.

Lo stesso Ba., nelle dichiarazioni rese ai verbalizzanti in sede di sommarie informazioni e quindi subito dopo l’incidente, ha ammesso di non aver visto l’autovettura condotta dalla Ba. avendo, testualmente, affermato che: “non notando alcun veicolo in arrivo, riprendevo la marcia, ma giunto oramai nella seconda corsia demarcata del citato viale (omissis) improvvisamente mi si parava davanti la sagoma di un’autovettura che urtava la parte anteriore della mia auto e dopo essersi rovesciata terminava la sua corsa contro la recinzione della ditta Va. pompe sita al civ. 49, qualche metro dopo l’intersezione” (doc. n. 1 dell’atto di citazione avanti al Giudice di Pace).

Così come deve essere escluso il concorso di responsabilità, ai sensi del combinato disposto degli artt. 1227, 2054 e 2055 c. e, della conducente dell’autovettura di proprietà del Ce. in conseguenza della velocità dalla stessa tenuta, secondo la ricostruzione del C.T.U. secondo cui era “78/79 Km/h in un luogo soggetto al limite di 50 Km/h”, poiché, recentemente, la Suprema Corte ha affermato

che “in tema di responsabilità da sinistro stradale con scontro di veicoli, l’accertamento della colpa esclusiva di uno dei conducenti libera l’altro dalla presunzione della concorrente responsabilità di cui all’art. 2054, secondo comma, cod. civ. nonché dall’onere di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno; la prova liberatoria per il superamento di detta presunzione di colpa non deve necessariamente essere fornita in modo diretto – e cioè dimostrando di non aver arrecato apporto causale alla produzione dell’incidente – ma può anche indirettamente risultare tramite l’accertamento del collegamento eziologico esclusivo dell’evento dannoso con il comportamento dell’altro conducente” (Cass. Civ., Sez. III, n. 9550 del 20 aprile 2009). In punto responsabilità la gravata sentenza n. 1682/03 deve pertanto essere confermata.

Diversamente dicasi per ciò che concerne la liquidazione del danno arrecato all’autovettura di proprietà del Ce. In merito il Giudice di Pace, pur riconoscendo “che il valore antesinistro del veicolo attoreo è pari ad Euro 8.300,00, cioè inferiore al costo delle riparazioni”, ha ritenuto “equo” liquidare “per intero le spese di riparazione” sulla considerazione che “il riconoscimento in forma specifica rappresenta senza dubbio un accertato molto più valido ed ampio ..”, mentre questo Giudice ritiene condivisibile l’orientamento della Suprema Corte laddove ha affermato che la funzione tipica del risarcimento è di porre il patrimonio del danneggiato nelle medesime condizioni in cui si sarebbe trovato se il fatto dannoso non si fosse prodotto,per cui qualora la riparazione del pregiudizio subito vada oltre la ricostituzione della situazione anteriore e produca un vantaggio economico al danneggiato, il giudice deve tenerne conto, riducendo la misura del risarcimento (nella specie, è stata affermata la legittimità della decurtazione del 15% delle spese sostenute per la riparazione di un autoveicolo, per tenere conto delle preesistenti condizioni dello stesso)” (Cass. Civ., Sez. III, n. 8062 del 14 giugno 2001). Nella fattispecie il Giudice di prime cure, seguendo la determinazione del danno operata dal C.T.U., geom. Fr.Cr., aveva quantificato tale voce nella complessiva somma di Euro 9.293,07 oltre I.V.A. (che non è stata presa in considerazione, poiché dalle fatture in atti risultava trattarsi di soggetto con partita I.V.A.); invece, per le considerazioni sopra svolte, il danno subito dal Ce. deve essere determinato nella minor somma di Euro (9.293,07 x 85% =)7.899,11 oltre ad Euro 371,88 per il costo di noleggio dell’auto sostitutiva ed Euro 950,00 per il fermo tecnico, pari complessivamente ad Euro 9.220,99. Quindi, tenuto conto di quanto già versato in favore del Ce. e cioè Euro 10.614,95 (di cui Euro 7.333,19 versati anteriormente al giudizio ed Euro 3.281,76 in seguito alla sentenza di primo grado), il predetto deve essere condannato a restituire alla compagnia assicuratrice la somma complessiva di Euro 1.393,96.

Alla rideterminazione del danno subito dal Ce. consegue il rigetto dall’appello incidentale da quest’ultimo proposto.

In conclusione Ce.Na. deve essere condannato a restituire la somma di Euro 1.393,96 alle appellanti, con gli interessi al tasso legale dalla domanda in questo grado sino al saldo effettivo.

Le spese di causa, tenuto conto della solo parziale soccombenza dell’appellato, devono essere poste a suo carico per 1/3, mentre i restanti 2/3 debbono essere compensati.

P.Q.M. 

Il Tribunale di Padova, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando nella causa d’appello proposta con atto di citazione notificato nelle date del 13 e 14 settembre 2004 da Le. S.p.A. ed Ai. S.A. S.p.A. in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, avverso la sentenza del Giudice di Pace di Padova n. 1682/03, ogni diversa o maggiore istanza ed eccezione respinta, così provvede in parziale accoglimento del gravame:

determina

il danno subito dal Ce., a seguito del sinistro stradale verificatosi il 20 agosto 2001, in complessivi Euro 9.220,99 e per l’effetto

condanna

il Ce. a restituire alle appellanti la somma di Euro 1.393,96 oltre interessi legali dal 14 settembre 2004 sino al saldo effettivo, nonché a rifondere alle stesse 1/3 delle spese processuali del grado, che liquida per tale quota in complessivi Euro 1.341,00 di cui Euro 410,33 per diritti ed Euro 750,00 per onorari, oltre I.V.A. e C.P.A.

Dichiara

compensati i restanti 2/3.

Così deciso in Padova il 15 febbraio 2010.

Depositata in Cancelleria il 13 aprile 2010.

Sentenza esemplare sulla personalizzazione del danno biologico

Tribunale di Vicenza – Dr.ssa Eloisa Pesenti – sent. n. 1069/2013

Sinistro stradale –  Guida sotto effetto di sostanze psicotrope – Incidenza causale nell’accaduto – Non sussiste –  Danno non patrimoniale da lesione alla salute quale categoria omnicomprensiva – Sussiste – Danno biologico e danno morale ex artt. 2059 cod. civ. e 185 cod. pen. – Sussistono – Tabelle di Milano – Personalizzazione del danno basata sulle condizioni specifiche del soggetto danneggiato – Risarcibilità – Spese legali sostenute in fase stragiudiziale quali danno emergente  – Risarcibilità.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA:

La sofferenza ed il patema d’animo della vittima del reato debbono essere liquidati in via equitativa, con personalizzazione basata sulle condizioni specifiche del soggetto danneggiato tenuto conto delle pregresse abitudini di vita, dell’importanza delle lesioni subite, dei periodi di ospedalizzazione e di terapia, e sono ora ricomprese nella quantificazione delle cd. Tabelle di Milano, che comprendono già il danno morale di base nel danno biologico e consentono una “personalizzazione” entro una percentuale stabilita. [omissis] Il danno non patrimoniale può essere personalizzato nella percentuale del 47%, prevista dalla predette tabelle, in considerazione del grado di sofferenza patito e del peggioramento delle condizioni di vita, quale emerge sia dalla CTU che attesta una maggiore fatica e disagio per lo svolgimento di qualsivoglia attività manuale, sia dalle assunte testimonianze, dalle quali è emerso che l’attrice ha dovuto abbandonare, dopo l’incidente, la pratica del nuoto che prima esercitava assiduamente (testimoni M.F., P.M., B.S., B.G., C.E.)

LA SENTENZA INTEGRALE

N.R.G. 578/2009

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI VICENZA

in composizione monocratica in persona del magistrato dr. Eloisa PESENTI ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa promossa con atto di citazione iscritto a ruolo il 27.01.2009

da:

B.C. (c.f. omissis) rappresentata e difesa dall’avv. Calvello di Padova e avv. S. B. di Vicenza per mandato a margine dell’atto di citazione                                                                                                                   – attore –

Contro

– S.J.T.,

– S.N.

– Compagnia di assicurazioni P. [omissis]

Tutti domiciliati presso U.C.I

U.C.I. rappresentato e difeso da avv.ti R [omissis] L [omissis] di [omissis] e avv. E [omissis]

Z. [omissis] di V[omissis], per mandato in calce all’atto di citazione notificato

                                                                                                                                          – convenuti

Conclusioni: come da fogli allegati al verbale di udienza dell’8.11.2012.

Conclusioni per parte attrice:

Voglia l’Ecc.mo Tribunale adito, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione respinta:

–         Accogliere la domanda attorea e, per l’effetto,

–         Dichiarare che l’incidente è avvenuto per esclusiva responsabilità del convenuto sig. S.J.T.

–         Condannare Il sig.. S.J.T., nonché il sig. S.N., quale proprietario dell’autoarticolato Renault Magnum targato [omissis], nonché la Compagnia d’Assicurazione polacca P., nonché l’U.C.I., in persona del legale rappresentante pro tempore, in solido tra loro, al risarcimento dei danni in favore di B.C: e così al pagamento complessivo della somma di € 111.151,81 = o in quella diversa maggiore o minore somma accertata in corso di causa e da determinarsi, all’occorrenza, in via equitativa ex art. 1226 c.c., oltre alla rivalutazione monetaria, agli interessi – secondo il criterio impartito dalle Sezioni Unite della Suprema Corte con la nota pronuncia 1712/1995 n. 1712 -, nonché al maggior danno da svalutazione monetaria.

–         Il patrocinio attoreo dichiara, inoltre di non accattare il contraddittorio su nuove domande eventualmente formulate da c/p ed in ogni caso si richiama a quanto già dedotto ed eccepito in atti.

In ogni caso

Con vittoria di spese, diritti e onorari da distrarsi a norma dell’art. 93 c.p.c. a favore dell’avv. C. Calvello quale procuratore antistatario, nonché con sentenza munita della clausola di provvisoria esecuzione.

Tribunale di Vicenza – Dott.ssa PESENTI

FOGLIO DI PRECISAZIONE CONCLUSIONI

Per U.C.I. con gli avv. R.L. e E.Z.– convenuta –

Nella causa R.G. 578/09 promossa con citazione notificata il 23.01.2009 da C.B.

***

I procuratori della convenuta U.C.I., ribadite tutte le difese ed eccezioni svolte negli atti difensivi precedentemente dimessi dalla convenuta, nonché a verbale del 12.04.2012 in ordine alle contraddizioni presenti nella relazione della CTU, dott.ssa G., chiedono che il Giudice voglia revocare la propria precedente ordinanza del 12.04.2012 e per l’effetto disporre che la CTU sia chiamata a chiarimenti secondo quanto dedotto dalla convenuta nelle osservazioni depositate il 12.04.2012.

I sottoscritti procuratori precisano, quindi le proprie conclusioni:

in via preliminare processuale: accertata e dichiarata l’improponibilità della domanda di parte attrice per violazione del combinato disposto degli artt. 145 e 148 d.lgs. 07.09.2005 n. 209, per l’effetto respingere la stessa;

nel merito: disattesa e respinta ogni contraria deduzione, domanda o eccezione, accertato e dichiarato che la responsabilità del sinistro de quo è da attribuirsi alla sig.ra C.B., respingere tutte le domande avversarie perché infondate in fatto e in diritto per i motivi tutti esposti negli atti;

nel merito e in via riconvenzionale: accertata e dichiarata che la responsabilità del sinistro de quo è da attribuirsi alla sig.ra C.B., condannare la stessa alla restituzione dell’importo di € 3.973,20;

nel merito in via subordinata: ove ritenuta in tutto o in parte fondata la pretesa dell’attrice, accertare e dichiarare l’esatto importo dovuto a titolo di risarcimento del danno effettivamente patito dalla stessa previa analisi delle risultanze medico legali e per i motivi tutti esposti in atti, con detrazione dell’importo già ricevuto.

In via istruttoria: alla luce delle osservazioni svolte alla integrazione della CTU e depositate i data 12.04.2012 disporre che la CTU sia chiamata a chiarimenti secondo quanto dedotto nelle osservazioni depositate in data 12.04.2012.

In ogni caso: con vittoria di spese, diritti ed onorari oltre rimborso forfettario 12,5% CPA ed IVA di legge.

I procuratori di parte convenuta U.C.I. dichiarano di non accettare il contraddittorio su eventuali domande nuove di controparte.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Questa parte della sentenza viene omessa, alla luce del nuovo testo dell’art. 132 co. 2 n. 4 c.p. come riformulato dall’art. 45 co. 17 L. 69/20009. Ai sensi dell’art. 58 della medesima legge, la modifica di cui sopra è immediatamente applicabile anche ai giudizi pendenti, in primo grado, alla data di entrata in vigore della citata legge n. 69 del 2009 ovvero al giorno 4.7.2009.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Questa parte della sentenza viene redatta alla luce del nuovo testo dell’art. 118 co. I disp. att. c.p.c. come novellato all’art. 52 co. V L. 69/2009, applicabile anche ai giudizi pendenti alla data di entrata in vigore della legge medesima, a norma del suo art. 58.

B.C. ha agito in giudizio onde ottenere il risarcimento dei danni alla persona subiti in data 15.02.2006 allorché sull’autostrada A4 in direzione Venezia in località Vicenza, mentre a bordo della propria vettura FIAT PUNTO stava ferma sulla corsia di destra con i quattro indicatori di direzione simultaneamente azionati al fine di segnalare l’avaria, del mezzo, era stata tamponata dall’autoarticolato di proprietà di S.N. e condotto dallo S.J.T., il quale era stato multato dalla Polizia stradale di Vicenza per violazione dell’art. 142/8 C.d.S. Mentre il danno materiale era già stato integralmente risarcito, la B. chiedeva ora il risarcimento del danno alla persona, quantificato, sulla base di una consulenza medico legale di parte e delle Tabelle del Tribunale di Padova, in euro 111.151,81 o nella maggiore o minore somma accertata in corso di causa.

Ribadita l’infondatezza dell’eccezione di improcedibilità, già rigettata dal precedente giudice, anche alla luce delle richieste documentate sub n. 2 e 3 attorei, si osserva che la dinamica dell’incidente emerge dal rapporto redatto dalla Polizia Stradale di Vicenza, confermato anche dall’audizione degli agenti verbalizzanti B.M., T.L., B.R., quali testimoni. Dal rapporto risulta che l’incidente si è verificato in un punto nel quale vi erano le tre corsie di marcia ma mancava totalmente la corsia di emergenza, a causa della presenza di lavori in corso; la prima piazzola di sosta era a m. 86; i verbalizzanti scrivevano che “appena giunti sul posto notavamo e spegnevamo le frecce intermittenti del veicolo”, notavano che i fari erano accesi e la guidatrice riversa sul sedile anteriore sul fianco destro e non era rimasta allacciata dalla cintura di sicurezza. Dalle tracce di incisione desumevano un trascinamento di mt. 100 circa.

Ricostruivano pertanto un tamponamento della vettura, ferma per avaria o altro, e “in folle – nessuna marcia inserita”, da parte dell’autoarticolato. Il conducente di quest’ultimo veniva contravvenzionato ai sensi dell’art.142/8 C.d.S. per avere superato di 20 Km/h il limite di velocità esistente nella zona. L’Assistente Capo della Polizia di Stato B., sentito come teste ha ribadito che l’auto aveva gli indicatori di emergenza accesi, e di averli spenti lui personalmente, di avere saputo dall’addetto al recupero del mezzo che l’auto era i folle, e ha precisato che la conduttrice era priva delle cinture ma poteva esserne uscita a causa dell’urto, data la posizione in cui era stata ritrovata. Ha chiarito inoltre che la traccia di incisione e il guardrail destro vi era una distanza di m. 1,60 (non 2 m. come indicato dal capitolo di parte convenuta), e che la piazzola di sosta era a m. 86 ed era segnalata dalla segnaletica verticale.

L’attrice, rispondendo all’interrogatorio formale, ha dichiarato di essersi fermata rasente il guard-rail, con la cintura allacciata, perché la macchina non ingranava le marce, il cambio non funzionava e tornava “in folle”.

Le dichiarazioni della attrice sono state confermate dai dati oggettivi riscontrati dagli accertatori della Polizia di Stato: l’auto era “in folle” quindi aveva un  problema al cambio che impediva di inserire le marce e di procedere alla guida. La conduttrice, che aveva la cintura di sicurezza allacciata, si è fermata nella prima corsia di destra, tanto a ridosso di guard-rail quanto poteva stante l’ingovernabilità dell’auto, e ha inserito i quattro indicatori direzionali simbolo di emergenza. L’autoarticolato è sopraggiunto a velocità vietata, superiore di ben 20 km/h al limite massimo (85 anziché 60 Km/h) ed ha violato non solo l’art. 142 co. VIII C.d.S. no9n avendo guidato in modo da essere in grado di “arrestare tempestivamente il veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile”, potendo certamente rientrare nel concetto di ostacolo prevedibile una vettura in avaria, ferma con tutti gli indicatori direzionali di emergenza accesi. La mancata comparizione del convenuto a rendere l’interrogatorio formale, valutata a norma dell’art. 232 c.p.c. unitamente agli elementi di prova sopra indicati, conferma la ricostruzione della dinamica dell’incidente come testé esposta. Ritiene questo giudice che nell’ambito di tale dinamica nessuna efficacia etiologica abbia rivestito la positività della automobilista per alcool e benzodiazepine, accertata dagli esami effettuati dopo il ricovero e confermati dalla CTU tossicologica.

Va inoltre ricordato che la CTU tossicologica, affidata a specialista tossicologo – forense dell’Università di Padova dott.ssa R.S., ha precisato che il dato di alcolemia annotato nelle cartelle cliniche è sovrastimato in quanto calcolato non su sangue ma su siero plasma, e quindi non consente di accertare la reale alcolemia che va calcolata su sangue; ha inoltre chiarito che non vi sono elementi clinici per suffragare la sindrome di astinenza alcoolica, poiché l’unico episodio di agitazione al IV giorno di ricovero non è stato accompagnato dagli indicatori biochimici (MCV e GAMMA – GT), che si presentavano invece pressoché normali. Dopo aver riferito che le benzodiapezine derivavano dall’assunzione di Valium quale sonnifero serale e ansiolitico, ha concluso nel senso che la periziando era sotto l’effetto di alcool e benzodiazepine, ma che è impossibile quantificare tale effetto, per quanto condizione di disabilità alla guida per l’effetto sinergico delle due sostanze psicoattive. Tali conclusioni sono state ribadite anche dalla CTU medico legale dott.ssa F.G., anche nel rispondere motivatamente alle osservazioni dei Consulenti Tecnici di Parte.

Tuttavia, se certamente il guidare sotto l’effetto di sostanze psicotrope costituisce reato, e per tale fatto la B., ove accertato il superamento dei limiti di legge, sarà stata sanzionata (in ogni caso ne è ora decorso il termine di prescrizione e quindi non è necessaria la trasmissione degli atti al P.M.), tuttavia ai fini risarcitori occorre valutare se tale fatto abbia spiegato incidenza causale nell’accaduto.

La risposta è negativa, in quanto l’arresto dell’auto in autostrada non avvenne a causa di un malore della conducente, da imputarsi a sue defedate condizioni, bensì per una imprevedibile avaria al cambio del veicolo, a fronte della quale la conducente fece quanto possibile in suo potere per evitare turbative alla circolazione, ossia segnalare l’auto ferma per avaria azionando i quattro indicatori direzionali, mentre l’immediato investimento da parte dell’autoarticolato, che procedeva a velocità eccessiva, ha impedito ulteriori accorgimenti, quali avrebbero potuto essere la presegnalazione con il triangolo o lo spingimento manuale dell’auto sino alla piazzola di sosta, peraltro lontana 86 mt. Pertanto, non essendovi dati quantitativi sufficienti per affermare che l’alcoolemia superasse i limiti di legge e fosse quindi inibita la guida, si deve riconoscere che la conducente ha avuto sufficiente lucidità per fare quanto in suo dovere e potere nel caso di avaria improvvisa del veicolo, ossia segnalare l’avaria stessa, mentre l’incidente è avvenuto per fatto e colpa esclusivi del trasportatore che procedeva in violazione dei limiti di velocità per oltre 20 km/h e in modo tale da non poter arrestare il proprio veicolo innanzi a un ostacolo in panne.

Dall’affermazione dell’esclusiva responsabilità del convenuto conduttore dell’autoarticolato consegue il rigetto della domanda riconvenzionale di restituzione delle somme versate da UCI per l’integrale ristoro dei danni patiti dal veicolo.

Ciò premesso, si osserva che il danno alla persona può essere determinato sulla base delle considerazioni svolte dalla Consulente tecnico d’Ufficio, la quale ha esposto le proprie valutazioni, fondate sul rilievo oggettivo delle lesioni riscontrate, in modo congruo e corretto sia sotto il profilo logico che sotto il profilo medico-scientifico, ed ha concluso facendo riferimento alle categorie da tempo invalse nella giurisprudenza in materia di risarcimento del danno.

Come è noto, nel caso di fatto illecito lesivo dell’integrità psico-fisica della persona, il danno risarcibile non è individuabile solo dalle conseguenze pregiudizievoli correlate alla efficienza lavorativa e alla capacità di produzione di reddito, ma si estende a tutti gli effetti negativi incidenti sul bene primario della salute, oggetto di autonomo diritto assoluto costituzionalmente tutelato dall’art. 32 Costituzione. Tale bene può intendersi come diritto inviolabile dell’uomo alla pienezza della vita e all’esplicazione della propria personalità morale, intellettuale, culturale, quindi può essere leso dal fatto illecito anche quando riguardi chi non abbia ancora , o abbia perduto, o non abbia mai avuto attitudine a svolgere un’attività produttiva di reddito. Tale danno è stato denominato tradizionalmente danno biologico, ed è stato dunque considerato dalla giurisprudenza quale menomazione dell’integrità psico-fisica della persona umana in sé considerata (ex plurimis Corte Suprema di Cassazione, 24.01.2000 n. 748; 12.01.1999 n. 256 etc.).

Da ultimo la Corte Suprema di Cassazione, a Sezioni Unite (11.11.2008 n. 26972) ha precisato che il danno non patrimoniale da lesione alla salute è categoria onnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima.

Dalla CTU in atti sono disponibili gli elementi per la quantificazione di tale tipo di danno, che per comodità espositiva viene individuato nelle tradizionali categorie del danno biologico permanente e temporaneo, quest’ultimo a propria volta suddiviso in totale e parziale; trattandosi di danno da fatto illecito penalmente rilevante (art. 590 c.p. lesioni personali colpose), spetta altresì il risarcimento del danno morale previsto dall’art. 2059 c.c. e dall’art. 185 c.p., ossia il “pretium doloris” caratterizzante la sofferenza subita dal danneggiato proprio in quanto vittima di reato, ossia la “sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata” (Corte Suprema di Cassazione, SS.UU. sopra citata), non limitato alla sofferenza momentanea e strettamente correlata al reato, ma esteso, in base ai criteri di causalità giuridica e di regolarità causale, alla lesione del diritto alla piena esplicazione della personalità umana, in una prospettiva non meramente transeunte, ma destinata dello stesso.

La sofferenza ed il patema d’animo della vittima del reato debbono essere liquidati in via equitativa, con personalizzazione basata sulle condizioni specifiche del soggetto danneggiato tenuto conto delle pregresse abitudini di vita, dell’importanza delle lesioni subite, dei periodi di ospedalizzazione e di terapia, e sono ora ricomprese nella quantificazione delle cd. Tabelle di Milano, che comprendono già il danno morale di base nel danno biologico e consentono una “personalizzazione” entro una percentuale stabilita.

La CTU ha accertato che in conseguenza dell’incidente de quo B.C. ha riportato trauma facciale con frattura dell’osso nasale, distorsione del rachide cervicale, frattura scomposta dell’omero sinistro, che è stata trattata chirurgicamente con tre successivi trattamenti chirurgici; gliene è residuato un deficit funzionale della spalla sinistra e del gomito sinistro, complesso cicatriziale dell’arto superiore sinistro e esito anatomico della frattura dell’osso nasale, con complesso menomante stimato nel 11 -12%, 16 giorni di inabilità temporanea totale, 90 giorni al 75%, 90 giorni al 50%, 120 giorni al 25%; la CTU ha inoltre stimato che le menomazioni obiettivate possono rendere faticoso l’espletamento dell’attività di casalinga e l’attività lavorativa in attività confacenti, ossia di tipo generico e manuale; il grado di sofferenza è stato valutato come medio – alto nel corso della malattia,  e medio – basso quale ora determinato dal complesso menomante.

I parametri valutativi utilizzabili per la quantificazione delle somme dovute sono individuabili nelle “tabelle” ora adottate da questo Tribunale, dalle quali si evince il valore del punto di invalidità e quindi di danno biologico come lesione dell’integrità psicofisica in base all’età evolutiva della vittima al momento del fatto. Si tratta di parametri desumibili dalle tabelle risarcitorie del Tribunale di Milano, ora seguite dalla maggior parte dei Tribunali italiani e recepite anche dalla giurisprudenza della Corte Suprema di Cassazione. Infatti la più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione (Sez. III, 30.06.2011 n. 14402; 25.02.2011, depositata il 7.06.2011 n. 12408/2011; 6750/2011), nell’esercizio della funzione nomofilattica propria della Corte, ha indicato le tabelle del Tribunale di Milano quali criterio per assicurare un sistema uniforme, a livello nazionale, di risarcimento del danno, assumendo “con operazione di natura sostanzialmente ricognitiva, la tabella milanese a parametro in linea generale attestante la conformità della valutazione equitativa del danno in parola alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056 c.c.”.

In applicazione di tali tabelle, il danno biologico permanente va quantificato in base all’età dell’attrice al momento del fatto in euro 25.234,00 mentre il danno biologico temporaneo parziale può essere determinato, considerata la variabilità delle Tabelle tra 91 e 136 euro pro die, come chiesto, corrispondente a un valore medio ossia in euro 1816 per i giorni di totale, 7661,25 al 75%, 5107,50 al 50%, 3405,00 al 25%.

Il danno non patrimoniale può essere personalizzato nella percentuale del 47%, prevista dalla predette tabelle, in considerazione del grado di sofferenza patito e del peggioramento delle condizioni di vita, quale emerge sia dalla CTU che attesta una maggiore fatica e disagio per lo svolgimento di qualsivoglia attività manuale, sia dalle assunte testimonianze, dalle quali è emerso che l’attrice ha dovuto abbandonare, dopo l’incidente, la pratica del nuoto che prima esercitava assiduamente (testimoni M.F., P.M., B.S., B.G., C.E.). Il danno non patrimoniale ammonta perciò a euro 45.083,73.

Il danno patrimoniale va quantificato in euro 416 per le spese mediche documentate (docc. sub 7 attorei), euro 1.212,00 per consulenza tecnica stragiudiziale dott. M. (spetta infatti quale danno emergente la rifusione delle spese sostenute dall’attore nel tentativo di raggiungere una soluzione extragiudiziale  della controversia (Corte Suprema di Cassazione, Sez. III 21.1.2010 n. 997), e euro 544,50 per CTU. Spetta pure il rimborso delle spese legali sostenute per la fase stragiudiziale (doc. 8 attoreo), atteso che come ritenuto dalla giurisprudenza di legittimità, del tutto condivisibile, “se la pretesa risarcitoria sfocia in un giudizio il richiedente sia vittorioso, le spese legali sostenute nella fase precedente l’instaurazione del giudizio diventano una componente del danno emergente da liquidare come spese vive” (Cass.sez. III, 2.2.2006 n. 2275; sez. III, 21.1.2010 n. 997).

Parte convenuta deve dunque essere condannata a risarcire il danno, così complessivamente quantificato in euro 45.083,73 per danni non patrimoniali, ed euro 6332,48 per danni patrimoniali.

Quanto alla prima voce di danno, trattandosi di valori all’attualità, la somma deve essere devalutata alla data del fatto, con successivo calcolo della rivalutazione secondo gli indici annuali ISTAT e con gli interessi di legge calcolati sulla somma via via rivalutata, sino al deposito della sentenza, e con aggiunta dei soli interessi di legge sino al saldo effettivo.

Le spese, liquidate come da dispositivo ex D.M. 140/2012, seguono la soccombenza (poiché la attrice aveva chiesto anche “la maggiore o minore somma che sarà accertata in corso di causa”).

P.Q.M.

Il Tribunale di Vicenza in composizione monocratica, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza disattesa, così provvede:

1)      Accertata l’esclusiva responsabilità del convenuto S.J.T., nella determinazione del sinistro occorso all’attrice B.C. in data 15.2.2006, condanna i convenuti in solido tra loro al pagamento, in favore dell’attrice B.C., a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale, della somma capitale di euro 45.083,73 con gli interessi al tasso legale, da computare sul capitale monetario del risarcimento, riportato alla data del sinistro e via via adeguato anno per anno in relazione alle variazioni degli indici ISTAT del costo della vita sino al saldo effettivo, e di euro 6332,48 per danni patrimoniali con gli interessi legali e la rivalutazione sino al saldo effettivo;

2)      Rigetta la domanda riconvenzionale di Ufficio Centrale Italiano;

3)      Condanna i convenuti in solido tra loro a rifondere all’attrice le spese di lite, che si liquidano in euro 508,00 per spese ed euro 4500,00 per compensi professionali, oltre a IVA e CPA come per legge, con distrazione ex art. 93 c.p.c. in favore del procuratore antistatario.

Così deciso in Vicenza, il 25.2.2013

Il giudice

Dott. Eloisa Pesenti

 

 

Se mancano testimoni, si può ricorrere alle presunzioni

Corte di Cassazione, Sez. III Civile – sent. 9140/2013

Prova Civile – Assenza di testimoni – Ricorso a presunzioni – Sussiste

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

Il vizio della motivazione sta allora nell’aver escluso la sussistenza di nesso causale solo perchè non v’erano testi che avessero assistito alle modalità della caduta (il che dipende esclusivamente dal caso), senza scrutinare se a diverse conclusioni potesse in ipotesi pervenirsi sulla scorta dell’apprezzamento di fatti idonei ad ingenerare presunzioni, così consentendo di inferire la ricorrenza del fatto ignoto (causa della caduta) da quello noto (presenza di materiali di risulta) alla luce delle nozioni di fatto comune esperienza, che integrano com’è noto una regola di giudizio.

LA SENTENZA

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMATUCCI Alfonso – Presidente –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

Dott. D’ALESSANDRO Paolo – rel. Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 1532/2008 proposto da:

S.M.[omissis], elettivamente domiciliata in [omissis], presso lo studio dell’avvocato [omissis], che la rappresenta e difende giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

CONDOMINIO [omissis] –

[omissis], in persona dell’amministratore pro tempore Sig.ra K.R., elettivamente domiciliato in [omissis], presso lo studio dell’avvocato [omissis], che lo rappresenta e difende giusta procura speciale del Dott. Notaio [omissis], REP. n. 2974;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 174/2007 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 16/01/2007, R.G.N. 9598/03;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 14/02/2013 dal Consigliere Dott. PAOLO D’ALESSANDRO;

udito l’Avvocato [omissis];

udito l’Avvocato [omissis];

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. PATRONE Ignazio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Ritenuto in fatto

S.M. propone ricorso per cassazione, affidato a tre motivi ed illustrato da successiva memoria, avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma che ha rigettato il suo gravame contro la sentenza di primo grado del Tribunale di Roma, che aveva respinto la domanda risarcitoria da essa proposta nei confronti del Condominio di (OMISSIS), in relazione ad un sinistro occorsole all’interno dello stabile condominiale il (OMISSIS).

Il Condominio resiste con controricorso.

Considerato in diritto

1.- Con il primo motivo la ricorrente lamenta la violazione degli artt. 2051 e 2697 cod. civ., assumendo che la responsabilità oggettiva di cui all’art. 2051 cod. civ., sarebbe incompatibile con la prova del nesso di causalità richiesta dal giudice di appello.

1.1.- Il mezzo è infondato, attesa la diversità ontologica tra la colpa ed il nesso di causalità. Anche nel regime di cui all’art. 2051 cod. civ., è necessaria dunque la prova del nesso di causalità.

2.- Con il secondo motivo, sotto il profilo del vizio di motivazione, la ricorrente si duole che nella sentenza impugnata si faccia riferimento solo al materiale di risulta e non anche agli altri fattori di pericolo emersi dall’istruttoria.

2.1.- Il mezzo è inammissibile, in quanto – secondo la sentenza – è esclusa la prova del nesso di causalità e dunque ogni questione in tema di colpa è irrilevante e comunque assorbita dalla ritenuta responsabilità del condominio ex art. 2051 cod. civ..

3.- Con il terzo motivo la ricorrente, sotto il profilo del vizio di motivazione, si duole che la Corte di Appello, pur avendo correttamente ritenuto che i gradini fossero sporchi di materiale di risulta murario, ha poi contraddittoriamente affermato l’insufficienza di tale prova.

3.1.- Il terzo motivo è fondato.

Accertate in fatto l’esistenza di “materiale di risulta precipitato dal soffitto e dalle pareti del vano scala condominiale” e la caduta della S., la Corte d’appello ha tuttavia conferito determinante valenza in punto di difetto di prova di nesso causale tra presenza di materiali di risulta e caduta alla circostanza che “nessun testimone è stato in grado di precisare le modalità della caduta”.

A parte il rilievo che non è immaginabile come un teste potesse con certezza attribuire la caduta alla presenza di materiale di risulta quand’anche avesse materialmente assistito all’evento (in ipotesi, conseguito ad una “scivolata”), è ovvio che in casi quale quello di specie la causa è sempre individuata presuntivamente in relazione al contesto.

Così, ad esempio, se un’autovettura slitta in un punto della strada dov’è presente del brecciolino, la causa dello slittamento ben potrà essere attribuita alla presenza di quel materiale anche se non vi siano stati testi che abbiano assistito alle modalità del fatto.

Lo stesso vale per le cadute su pavimento bagnato, o lungo scale con gradini sconnessi e così via.

Il vizio della motivazione sta allora nell’aver escluso la sussistenza di nesso causale solo perchè non v’erano testi che avessero assistito alle modalità della caduta (il che dipende esclusivamente dal caso), senza scrutinare se a diverse conclusioni potesse in ipotesi pervenirsi sulla scorta dell’apprezzamento di fatti idonei ad ingenerare presunzioni, così consentendo di inferire la ricorrenza del fatto ignoto (causa della caduta) da quello noto (presenza di materiali di risulta) alla luce delle nozioni di fatto comune esperienza, che integrano com’è noto una regola di giudizio.

Il che non avrebbe comunque impedito – nell’ambito dell’apprezzamento dei fatti che compete al giudice del merito – di ritenere, in ipotesi, che la qualità di condomina della persona incorsa nella caduta, come tale a conoscenza della pericolosità del contesto, le imponesse una particolare cautela nell’affrontare la discesa delle scale e di ravvisarne per tale via il concorso nell’accadimento del fatto.

4.- Il terzo motivo di ricorso va pertanto accolto, rigettati i primi due, e la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione con rinvio, anche per le spese, alla Corte di Appello di Roma in diversa composizione.

P.Q.M.

la Corte accoglie il terzo motivo di ricorso, rigettati i primi due, cassa in relazione la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 14 febbraio 2013.

Depositato in Cancelleria il 16 aprile 2013

Tombino malmesso? E’ responsabile il Comune

Tribunale di Padova – Giudice Dott. G. Bordon – sent. 19.02.2013

IL CASO:

Tizio conveniva in giudizio il Comune di Limena avanti il Tribunale per ottenere il risarcimento dei danni subiti dalla propria automobile in un incidente stradale il cui accadimento era da addebitarsi al predetto Ente. Tizio assumeva che improvvisamente, lungo la strada, forse per un ostacolo sollevato da un’automobile che lo precedeva, forse per il trabocco dell’acqua delle fognature non sufficientemente pulite, si era sollevato il coperchio di un chiusino in ghisa. L’automobile era quindi andata a collidere contro l’ostacolo improvviso e inevitabile riportando nell’urto danni materiali. L’apertura del chiusino non poteva essere considerata un evento eccezionale, dovendosi attribuire la responsabilità dell’accaduto all’ente proprietario della strada per incuria nella manutenzione e nella segnalazione del pericolo.

LA QUESTIONE GIURIDICA:

La domanda attorea di risarcimento va esaminata ai sensi dell’art. 2043 c.c. e non anche dell’art. 2051 c.c.. La responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia, prevista dall’art. 2051 c.c. ha carattere oggettivo, essendo sufficiente, per la sua configurazione, la dimostrazione da parte dell’attore del verificarsi dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con il bene in custodia, senza che rilevi al riguardo la condotta del custode, posto che funzione della norma è quella di imputare la responsabilità a chi si trova nelle condizioni di controllare i rischi inerenti alla cosa, intendendosi custode chi di fatto ne controlla le modalità d’uso e di conservazione, e non necessariamente il proprietario o chi si trova con essa in relazione diretta. Nel caso di responsabilità ex art. 2043 c.c. è invece a carico del danneggiato l’onere di provare l’anomalia del bene demaniale, mentre spetta al gestore provare i fatti impeditivi della propria responsabilità, quali la possibilità, in cui l’utente si sia trovato, di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la predetta anomalia.

E’ esclusivamente a fg. 2 e 3 della memoria ex art. 183, VI comma n. 3 c.p.c. che il difensore dell’attore pone la questione della responsabilità oggettiva ex art. 2051 c.c. del Comune di Limena per il rapporto di custodia con la cosa sottoposta al suo potere di vigilanza. La giurisprudenza di legittimità afferma che “il danneggiato da un incidente stradale, che nelle fasi di merito abbia dedotto la responsabilità dell’ente proprietario della strada sotto il profilo della mancata eliminazione di una situazione di pericolo occulto (cosiddetta insidia o trabocchetto) e, quindi, a norma dell’art. 2043 cod. civ., non può dedurre per la prima volta in sede di legittimità la questione della responsabilità dello stesso ente a norma dell’art. 2051 cod. civ., giacché l’invocazione di questa norma postula che sia stato prospettato al giudice di merito, in fatto, almeno il potere di custodia del convenuto sulla cosa che ha cagionato il danno” (cfr. Cass., sez. III, 12.6.01, n. 7938 e Cass., sez. III, 10.5.05, n. 9753). Non avendo posto il tema del rapporto di custodia negli atti destinati alle allegazioni delle parti (rapporto di custodia necessario ai fini della possibilità di configurare una responsabilità ex art. 2051 c.c.), nel sistema attuale disciplinato da espresse preclusioni l’attore non avrebbe allora potuto introdurlo tardivamente – come correttamente eccepito dal difensore del convenuto – con una memoria destinata unicamente alla prova contraria.

Secondo i principi che regolano la responsabilità aquiliana, dalla prova – a carico del danneggiato – dell’anomalia del bene demaniale può peraltro anche desumersi il comportamento colposo della P.A. mentre spetterà all’amministrazione dimostrare i fatti impeditivi della propria responsabilità (cfr. Cass., sez. III, 19.5.11, n. 11016: nella specie, applicando il riportato principio, in relazione ad un sinistro occorso a seguito della manovra necessitata dall’attraversamento di un animale in autostrada, la S.C. ha affermato che, dimostrata la presenza di un animale idoneo all’intralcio alla circolazione, non spetta all’attore, tanto nella tutela offerta dall’art. 2051 c.c. che in quella di cui all’art. 2043 c.c., provarne anche la specie, che semmai andrà dedotta e dimostrata dal convenuto, nel caso la società di gestione dell’autostrada, quale indice di ricorrenza di un caso fortuito).

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Il Giudice non è tenuto a disporre in ogni caso la Ctu

Tribunale di Padova, Sez. II – sent. del 02.01.2013 – Giudice Dott. G. Bordon

“[…] Il giudice, in mancanza di qualsiasi divieto di legge, può avvalersi delle risultanze derivanti da atti d’indagini preliminari svolte in sede penale. 

Il diritto alla prova non comporta il diritto delle parti ad ottenere sempre e comunque l’ammissione di una consulenza tecnica d’ufficio. La consulenza ha la funzione di fornire all’attività valutativa del giudice l’apporto di cognizioni tecniche che egli non possiede, mentre le parti non possono sottrarsi all’onere probatorio e rimettere l’accertamento dei propri diritti all’attività del consulente. 

L’ammissione della consulenza rientra nel potere discrezionale del giudice con la indispensabile precisazione che il giudice deve sempre motivare adeguatamente la decisione adottata in merito ad una questione tecnica rilevante per la definizione della causa […]”.

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