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Immissioni illecite: il danno non patrimoniale può essere provato anche per presunzioni

Cassazione civile sez. II, sentenza 28 agosto 2017, n. 20445

Il danno non patrimoniale conseguente a immissioni illecite è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di un danno biologico documentato, quando sia riferibile alla lesione del diritto al normale svolgimento della vita personale e familiare all’interno di un’abitazione e comunque del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita, trattandosi di diritti costituzionalmente garantitin. 20445

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

Il danno non patrimoniale conseguente a immissioni illecite è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di un danno biologico documentato, quando sia riferibile alla lesione del diritto al normale svolgimento della vita personale e familiare all’interno di un’abitazione e comunque del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita, trattandosi di diritti costituzionalmente garantiti, la cui tutela è ulteriormente rafforzata dall’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, norma alla quale il giudice interno è tenuto ad uniformarsi (vedi Cass. 16/10/2015, n. 20927); ne consegue che la prova del pregiudizio subito può essere fornita anche mediante presunzioni o sulla base delle nozioni di comune esperienza”.

LA SENTENZA

(Omissis)

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Rilevato che:

L.E., riassunto il giudizio dopo dichiarazione di incompetenza del giudice di pace di Roma, ha convenuto innanzi al tribunale di Roma G.N., T.S. e T.V., proprietario il primo e conduttori in locazione gli altri di un locale in (OMISSIS), ad uso falegnameria, sottostante l’appartamento di proprietà dell’attrice; espletata c.t.u., il tribunale ha con sentenza depositata il 25/05/2006 dichiarato cessata la materia del contendere in ordine a domanda di inibitoria di immissioni di polveri, vapori e rumori – essendo state nelle more adottate misure di contenimento in base a ordinanze cautelari – condannando i soli conduttori al risarcimento dei danni per Euro 10.000 oltre accessori;

la corte d’appello di Roma, in accoglimento dell’appello proposto dai signori T. nel contraddittorio della sola signora L., ha riformato con sentenza depositata il 13/03/2013 la decisione del tribunale, rigettando la domanda risarcitoria, affermando che il danno da immissioni sarebbe risarcibile solo ove ne sia derivata comprovata lesione della salute, non essendo risarcibile la minore godibilità della vita, nonchè – quanto al profilo probatorio – espressamente “dissente(ndo) dall’indirizzo giurisprudenziale recepito dal primo giudice, secondo cui quando venga accertata la non tollerabilità delle immissioni la prova del danno deve considerarsi in re ipsa” e rilevando che l’attrice avrebbe dovuto produrre “idonea documentazione sanitaria… e… chiedere l’espletamento di una c.t.u. medico-legale”;

avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione L.E., affidandolo a un motivo, cui hanno resistito S. e T.V. con controricorso illustrato da memoria;

Ritenuto che:

sia manifestamente fondato l’unico motivo di ricorso, con cui la signora L. ha lamentato violazione di legge in relazione agli artt. 2 e 32 Cost. e artt. 844, 2043 e 2067 cod. civ., deducendo che la corte d’appello si sarebbe posta in contrasto con l’indirizzo giurisprudenziale secondo il quale la prova della lesione di un diritto costituzionalmente garantito è anche prova del danno, da ritenersi in re ipsa, o almeno tale prova – in mancanza di accertamento medico-legale – possa essere agevolata mediante presunzioni, che – secondo la signora L. – avrebbero nel caso di specie potuto fondarsi sulla situazione lavorativa documentata della stessa, impegnata in lavoro con turni notturni;

al di là di remoti precedenti citati dalla corte d’appello e rimontanti a epoca in cui nè la materia del danno alla salute nè quella dei rimedi in tema di immissioni avevano conosciuto l’attuale sistemazione sorretta dalla giurisprudenza costituzionale e di legittimità, vada data continuità al principio da reputarsi oramai sufficientemente consolidato nella giurisprudenza di questa corte (Cass. Sez. U. 01/02/2017, n. 2611, in relazione alla trattazione anche di una questione di giurisdizione; ma v. anche ad es. Cass. 19/12/2014, n. 26899 e 16/10/2015, n. 20927), secondo il quale il danno non patrimoniale conseguente a immissioni illecite è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di un danno biologico documentato, quando sia riferibile alla lesione del diritto al normale svolgimento della vita personale e familiare all’interno di un’abitazione e comunque del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita, trattandosi di diritti costituzionalmente garantiti, la cui tutela è ulteriormente rafforzata dall’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, norma alla quale il giudice interno è tenuto ad uniformarsi (vedi Cass. 16/10/2015, n. 20927);

ne consegue che la prova del pregiudizio subito può essere fornita anche mediante presunzioni o sulla base delle nozioni di comune esperienza;

vada dunque cassata l’impugnata sentenza; peraltro, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto per essere il thema decidendum limitato al profilo giuridico del criterio probatorio, adottato dal giudice di primo grado e negato dalla corte d’appello, possa questa corte esimersi dal rinvio e pronunciare nel merito ex art. 384 cod. proc. civ., rigettando l’appello dei signori T. (infondato dunque nei suoi tre motivi: il primo già disatteso sull’inesistenza delle immissioni, e non attinto dal ricorso in cassazione; il secondo sulla valutazione delle immissioni e del danno, e oggetto dunque delle statuizioni di cui innanzi; il terzo in materia di sospensiva, e quindi superato) e accogliendo la domanda della signora L. in coerenza – anche quanto alle spese – con la sentenza emessa dal tribunale;

vadano compensate, stante il consolidarsi in epoca recente dell’indirizzo giurisprudenziale adottato, le spese processuali del grado di appello e del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La corte accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza e, pronunciando nel merito, in accoglimento della domanda attrice, condanna T.S. e T.V. al risarcimento del danno a favore di L.E., che liquida in Euro 10.000 oltre interessi nella misura legale dalla domanda, nonchè alla rifusione a favore della medesima delle spese processuali del primo grado, che liquida in Euro 2.300, di cui Euro 300 per esborsi e 690 per diritti, oltre accessori di legge; compensa le spese per il grado d’appello e il giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della seconda sezione civile, il 12 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 28 agosto 2017

Opposizione a decreto ingiuntivo: nullità senza sanatoria della citazione per genericità delle difese

Tribunale di Taranto, sentenza del 9.12.2016 n. 3431, Giudice Claudio Casarano

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

Le difese svolte nell’opposizione risultano a tal punto generiche da non permettere di individuare la ragione posta a suo fondamento; con la conseguenza che ben può equipararsi la forma di nullità processuale qui verificatasi a quella contemplata dall’art. 163 n. 4, ossia al caso della citazione, introduttiva di un giudizio a cognizione ordinaria, mancante delle ragioni di fatto e di diritto della domanda (causa petendi). Tanto pur trattandosi di fattispecie diverse: nel caso regolato da quest’ultima norma si ha riguardo ad una vera e propria domanda giudiziale, diretta all’ottenimento di un bene della vita; nel caso in esame invece ci si trova di fronte ad un’azione tesa a neutralizzare l’efficacia del decreto ingiuntivo, dove in realtà è contenuto il bene della vita, anche se formalmente il modo di proporre l’opposizione a decreto ingiuntivo richiama la forma dell’atto introduttivo di un giudizio.

(omissis)

I MOTIVI DI OPPOSIZIONE AL DECRETO INGIUNTIVO

Il sig. omissis, con atto di citazione notificato in data 05.04.2016, proponeva opposizione avverso il decreto n. 202/2016 emesso dal Tribunale di Taranto, con il quale gli veniva ingiunto il pagamento, in favore della banca opposta, della somma di € 9.342,91, oltre interessi di mora al tasso contrattuale da calcolarsi sul solo capitale, nonché spese e compensi di procedura, liquidati in € 540,00 per compenso ed € 145,50 per esborsi, oltre a rimborso spese generali, IVA e CPA.

Il sig. omissis incentrava l’opposizione esclusivamente sul rilievo che fosse erroneo il calcolo della sorte capitale e degli interessi; ed allo scopo chiedeva CTU per l’accertamento del’esatto ammontare del credito dovuto.

LA DIFESA OPPOSTA: L’ECCEZIONE IN RITO – NULLITÀ DELL’ATTO DI OPPOSIZIONE EX ART. 163, III CO., N. 3 E 4

La banca opposta eccepiva la nullità dell’opposizione.

Sosteneva che ai sensi del combinato disposto degli artt. 163, comma III, nn. 3 e 4, e 164, comma IV, c.p.c., dovesse configurarsi la nullità dell’intero atto di citazione, per la mancanza o, comunque, l’assoluta genericità e indeterminatezza dei fatti costitutivi dell’unica contestazione mossa…; le sopra citate norme, argomentava la difesa opposta, impongono infatti di indicare nell’atto di citazione, a pena di nullità, la determinazione della cosa oggetto della domanda e l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto costituenti le ragioni della domanda…”.

La difesa opposta aggiungeva che alla nullità dell’atto di citazione sarebbe dovuta seguire l’inammissibilità della opposizione per decorso dei termini, posto che l’ultimo comma dell’art. 164 c.p.c., nel sanzionare la nullità della citazione per mancata determinazione della cosa oggetto della domanda o mancata esposizione dei fatti e degli elementi di diritto costituenti le ragioni della domanda, consente la rinnovazione o l’integrazione della citazione, ferme tuttavia le decadenze maturate anteriormente alla rinnovazione o alla integrazione; esclusa allora la possibilità di rinnovazione della citazione in opposizione, seguirebbe giocoforza la sua tardività per decorso del termine di quaranta giorni previsti, con la conseguente definitività del decreto ingiuntivo opposto.

LA DIFESA SUBORDINATA NEL MERITO: I FATTI COSTITUTIVI DEL CREDITO INGIUNTO

Svolgeva poi anche, in via subordinata, difese nel merito e ricordava che l’ingiunzione si fondava in primo luogo sulla stipulazione del contratto n. 1039301…, avvenuta in data …06.2008, e con il quale al sig. omissis veniva erogata la somma di € 9.837,30, con contestuale assunzione dell’obbligo da parte dell’opponente di restituirla mediante il versamento di n. 60 rate, ciascuna pari a € 214,38; venivano contestualmente pattuiti un TAN dell’11,100% e un TAEG del 12,086%.

Come risultava dall’estratto conto allegato in sede monitoria, aggiungeva l’opposta, il sig. omissis, dopo aver incassato la somma richiesta, provvedeva al versamento, in modo discontinuo (tanto che si verificavano spesso insoluti, poi coperti da pagamenti tardivi), di n. 20 rate, l’ultima delle quali in data …2010. Il sig. omissis, precisava la banca, provvedeva poi al versamento di ulteriori somme, a seguito dell’intervento di una società di recupero del credito (indicata con l’acronimo “ABC“; si veda ad esempio, il pagamento di € 1.576,72 in data …10.2010); tali pagamenti, però, risultavano insufficienti a sanare la posizione debitoria.

Per effetto della grave inadempienza del sig. XY, veniva dichiarata la decadenza dal beneficio del termine in data 20.10.2011, quando il capitale residuo del finanziamento ammontava a € 3.897,81.

Con altro contratto, contraddistinto dal n. 1085302022… e stipulato in data …03.2009, all’opponente veniva invece accordata una linea di fido, utilizzabile nei limiti dell’importo di € 1.000,00, e collegata a una carta di credito, con assunzione dell’obbligo, in capo al sig. XY, di rimborsare gli utilizzi mediante versamenti minimi mensili pari a € 20,00; venivano contestualmente pattuiti un TAN del 16,900% e un TAEG del 18,550% (doc. 2 fase monitoria).

Come desumibile dall’estratto conto allegato in sede monitoria (doc. 5 fase monitoria), sosteneva l’opposta, il sig. omissis utilizzava la somma accordata dal …03.2009, data del primo utilizzo di € 1.000,00, provvedendo a effettuare i primi rimborsi a cui si era obbligato tramite RID bancario; nel corso del rapporto, il sig. omissis utilizzava ripetutamente la carta (ad esempio in data …05/…05.2015, per gli importi di € 50,00 e € 80,00). L’opponente, però, non rimborsava tutti gli utilizzi, rendendosi inadempiente per la somma di € 1.749,26.

Da qui l’emissione del decreto ingiuntivo opposto per l’importo complessivo di € 9.342,91.

IL PROCESSO

Non veniva concessa la provvisoria esecutorietà del decreto opposto, nel presupposto che la causa fosse di pronta soluzione; quindi, veniva fissata udienza per la precisazione delle conclusioni e per la discussione ex art. 281 sexies c.p.c..

All’udienza del 07-12-2016 la causa veniva discussa e decisa.

LA INAMMISSIBILITÀ DEI MOTIVI DI OPPOSIZIONE – LA CONSEGUENTE NULLITÀ DELL’OPPOSIZIONE A DECRETO INGIUNTIVO – L’IMPOSSIBILITÀ DI SANATORIA PER RINNOVAZIONE DELL’OPPOSIZIONE EX ART. 164, V CO. – 163 N. 3) E 4) C.P.C. – QUINDI LA INAMMISSIBILITÀ DELL’OPPOSIZIONE A DECRETO INGIUNTIVO

Le difese svolte nell’opposizione risultano a tal punto generiche da non permettere di individuare la ragione posta a suo fondamento; con la conseguenza che ben può equipararsi la forma di nullità processuale qui verificatasi a quella contemplata dall’art. 163 n. 4, ossia al caso della citazione, introduttiva di un giudizio a cognizione ordinaria, mancante delle ragioni di fatto e di diritto della domanda (causa petendi). Tanto pur trattandosi di fattispecie diverse: nel caso regolato da quest’ultima norma si ha riguardo ad una vera e propria domanda giudiziale, diretta all’ottenimento di un bene della vita; nel caso in esame invece ci si trova di fronte ad un’azione tesa a neutralizzare l’efficacia del decreto ingiuntivo, dove in realtà è contenuto il bene della vita, anche se formalmente il modo di proporre l’opposizione a decreto ingiuntivo richiama la forma dell’atto introduttivo di un giudizio.

Una forma di nullità cioè che se si fosse trattato di una citazione introduttiva di un giudizio a cognizione ordinaria avrebbe comportato il potere di sanatoria officiosa con l’ordine di rinnovazione della citazione ex art. 164, V co., c.p.c.; potere di rinnovazione che, come ricordava bene la difesa opposta, è escluso che possa esercitarsi in via estensiva in sede di opposizione a decreto ingiuntivo, dal momento che il potere di sanatoria in parola fa salve le decadenze, ivi compresa, quindi, quella che segue alla mancata osservanza del termine di quaranta giorni per proporre utilmente l’opposizione a decreto ingiuntivo.

Si verte, si ricordi, in un caso in cui si configura una forma di nullità processuale sostanziale per la quale la sanatoria opera ex nunc, a differenza di quel che è previsto dall’art. 164, II co., c.p.c., in tema di nullità formali dove invece la rinnovazione giudiziale dell’atto di citazione nullo ha efficacia retroattiva (ex tunc).

L’INFONDATEZZA DELLA OPPOSIZIONE: LA CONTESTAZIONE GENERICA DEI FATTI COSTITUTIVI DELLA DOMANDA EX ART. 115 C.P.C.

Potrebbe tuttavia ritenersi eccessiva l’equiparazione tra atto di citazione introduttivo di un giudizio a cognizione piena ed atto di opposizione a decreto ingiuntivo, soprattutto per la considerazione che nel secondo caso potrebbe essere utile anche una semplice contestazione dei fatti costitutivi della domanda, quindi senza che sia necessaria la puntuale descrizione del fondamento della domanda richiesta dall’art. 164, IV co., c.p.c..

Anche in tal caso l’opposizione sarebbe se non inammissibile quantomeno infondata. Avuto infatti riguardo questa volta alla posizione di convenuto sostanziale che riveste l’opponente, essendosi fondato il decreto ingiuntivo su fatti circostanziati, accompagnati per di più da documenti, la mancata contestazione specifica di questi fatti da parte dell’opponente (convenuto in via sostanziale) comporta che i fatti che fondano la domanda monitoria devono ritenersi ammessi ex art. 115 c.p.c..

Con la conseguenza che, una volta ottenuto questo ineluttabile risultato probatorio, va escluso il potere di integrazione delle difese e delle prove ex art. 183 c.p.c., posto che i fatti che fondano la domanda monitoria devono intendersi ormai come ammessi.

Senza contare, infine, che per superare l’erroneità del calcolo della sorte capitale ed interessi contenuta nell’opposizione a decreto ingiuntivo, la difesa opponente si affidava ad una CTU, che finiva così con l’avere il vieto carattere esplorativo.

L’opposizione va quindi dichiarata inammissibile ed il decreto ingiuntivo confermato.

Le spese del processo seguono la soccombenza dell’opponente e si liquidano come da dispositivo, anche tenuto conto della limitata attività svolta.

P.T.M.

Definitivamente pronunziando sull’opposizione proposta dal sig. omissis nei confronti della Banca omissis S.p.A., con atto di citazione regolarmente notificato, ed avverso il decreto ingiuntivo n. …-2016, emesso in data 03-02-2016, e con il quale gli veniva ingiunto il pagamento della somma di euro di pagare la somma di euro 9.342,91, oltre interessi, rigettata ogni altra domanda ed eccezione, così provvede:

Dichiara inammissibile l’opposizione e conferma il decreto ingiuntivo opposto;

Decreto ingiuntivo esecutivo ex art. 653, I co., c.p.c..

Condanna l’opponente al pagamento delle spese processuali sopportate dall’opposta, che si liquidano, in suo favore, in euro 2.000,00 per compenso professionale, oltre accessori di legge.

Taranto, 7 dicembre 2016

Il giudice – dott. Claudio Casarano

Causa persa per colpa dell’avvocato: cosa deve provare il cliente per ottenere il risarcimento?

Trib. Roma Sez. XIII, Sent., 21-01-2014

Il Tribunale di Roma sottolinea che la responsabilità dell’avvocato non si può affermare solo per il suo non corretto adempimento dell’attività professionale. Se pertanto il cliente chiede il risarcimento del danno, occorre invece verificare tre fattori:

  1. se l’evento che ha causato il pregiudizio lamentato dal cliente sia causalmente riconducibile al comportamento negligente dell’avvocato;
  2. se vi sia stato effettivamente un danno;
  3. se, con un comportamento diverso dell’avvocato, il diritto del cliente sarebbe stato riconosciuto.

Infatti, se anche tenendo la corretta condotta, le sorti per il diritto del cliente non sarebbero mutate, allora alcuna responsabilità potrà essere addebitata al legale. Trattasi di un indagine certamente complessa ma oggi resa più agevole dal fatto che la giurisprudenza non richiede più la “certezza morale” che la diversa attività avrebbe conseguito l’effetto sperato, ma la “ragionevole probabilità” secondo il criterio “del più probabile che non” (Cfr. Cassazione Civile, sez. III, sentenza 13/11/2015 n° 23209)

LA SENTENZA

Svolgimento del processo

Con atto di citazione ritualmente notificato (Omissis) esponeva che:

– la madre (Omissis) aveva conferito all’Avv. (Omissis) mandato affinchè la rappresentasse e difendesse nel giudizio di appello dalla stessa proposto avverso la sentenza del Tribunale di Ascoli Piceno con la quale, previo rigetto dell’eccezione di incompetenza territoriale, veniva rigettata la domanda proposta nei confronti di (Omissis), (Omissis), (Omissis) e (Omissis) avente ad oggetto la condanna al rimborso prò quota ereditaria delle spese sostenute dall’attrice per tributi e manutenzione della casa caduta in successione ereditaria;

– che il giudizio di appello si concludeva con sentenza della Corte d’Appello di Ascoli Piceno n. 136/05 con la quale veniva dichiarata l’incompetenza territoriale del Tribunale di Ascoli Piceno per essere competente quello di Perugia e condannata la (Omissis) alia refusione delie spese;

– che in data 15.2.2005 decedeva (Omissis) lasciando erede universale il figlio (Omissis) il quale sempre con il patrocinio dell’Avv. (Omissis) proponeva ricorso ordinario per Cassazione avverso la sentenza d’appello e che tale ricorso veniva giudicato inammissibile dalla Suprema Corte con ordinanza n. 5735/08;

– che con atto notificato il 29.7.2008 (Omissis) sempre con il patrocinio dell’Avv. (Omissis) citava nuovamente (Omissis) ed altri (Omissis) innanzi al Tribunale di Perugia affinchè questi venissero condannati al rimborso pro quota ereditaria delle spese sostenute dall’attrice per tributi e per la manutenzione della casa caduta in successione ereditaria;

– che in tale giudizio i convenuti eccepivano la prescrizione e che, stante la palese fondatezza dell’eccezione l’attore al fine di non aggravare le conseguenze dannose derivanti dall’inevitabile accoglimento dell’avversa eccezione stipulava una transazione con rinuncia alla domanda e compensazione delle spese di giudizio;

Deduceva che la prescrizione del diritto azionato era conseguenza dell’errata scelta processuale dell’Avv. (Omissis) il quale aveva impugnato la sentenza della Corte d’Appello con ricorso ordinario per Cassazione e non come corretto con regolamento di competenza, peraltro, oltre i termini per questo previsti e che le altre identiche domande in precedenza proposte dalla madre (Omissis) nei confronti degli altri coeredi erano state accolte anche sul presupposto della competenza del Giudice adito quale giudice del luogo di apertura della successione. Deduceva pertanto la responsabilità professionale del convenuto e concludeva chiedendo che il giudice accertata la responsabilità condannasse l’Avv. (Omissis) al risarcimento del danno nella misura di Euro 16.455,53 oltre interessi e rivalutazione come specificati in citazione.

Con comparsa si costituiva (Omissis) contestando che la prescrizione si fosse maturata all’atto della sottoscrizione, su decisione autonoma dell’attore, della transazione e dunque contestando la fondatezza della domanda di cui chiedeva il rigetto.

In carenza di istanze istruttorie il giudice rinviava per conclusioni.

Motivi della decisione

La domanda di risarcimento del danno per responsabilità professionale è infondata e va, pertanto, rigettata.

Si osserva che l’obbligazione assunta dal difensore nei confronti del cliente è una obbligazione di mezzi o di comportamento e non di risultato, sicché l’inadempimento del professionista è costituito dalla violazione dei doveri inerenti allo svolgimento dell’attività professionale e presuppone la violazione del dovere di quella diligenza media esigibile ai sensi del secondo comma dell’art. 1176 cod. civ.. La responsabilità del professionista, quindi, va configurata ove questi non abbia svolto l’attività inerente al mandato o l’abbia svolta parzialmente, ovvero anche per non avere informato il cliente della impossibilità di espletarla.

La responsabilità professionale dell’avvocato, presuppone dunque la violazione del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’art. 1176, secondo comma, cod. civ., da commisurare alla natura dell’attività esercitata. Inoltre, non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni in tanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito.

La responsabilità dell’avvocato, infatti, non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente ed, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva, ed il risultato derivatone (vedi la recentissima Cass. 2638 del 05/02/2013)

Occorre, infatti, considerare che in materia di responsabilità del professionista, il cliente è tenuto a provare non solo di aver sofferto un danno, ma anche che questo è stato causato dalla insufficiente o inadeguata attività del professionista e cioè dalla difettosa prestazione professionale. In particolare, trattandosi dell’attività del difensore, l’affermazione della sua responsabilità implica l’indagine – positivamente svolta – sul sicuro e chiaro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente coltivata e, quindi, la certezza morale o anche la probabilità che gli effetti di una diversa attività del professionista medesimo sarebbero stati più vantaggiosi per il cliente, rimanendo, in ogni caso, a carico del professionista l’onere di dimostrare l’impossibilità a lui non imputabile della perfetta esecuzione della prestazione. In particolare il cliente, che chieda al proprio difensore il ristoro dei danni subiti a seguito della decorrenza della prescrizione del suo diritto, prescrizione imputabile al difensore, e commisurati al valore del diritto che sarebbe stato riconosciuto nel caso di accoglimento della domanda, deve provare che quest’ultima sarebbe stata accolta e che, quindi, il rigetto di essa sia dipeso, con rapporto di causa ad effetto, dall’irregolarità della prestazione dell’attività professionale. Da tanto consegue che il giudice di merito, una volta accertata la colpa del difensore, è tenuto ad esaminare, ai fini della condanna del medesimo al risarcimento dei danni, se la domanda avrebbe dovuto essere accolta.

Perché possa, dunque, affermarsi l’esistenza d’un valido nesso causale tra l’inadempimento ascritto all’avvocato ed il danno patito dal cliente è necessario accertare che, se l’avvocato avesse tenuto la condotta dovuta, l’esito della lite sarebbe stato diverso da quello effettivamente avveratosi (Cass,, sez. III, 14-09-2000, n. 12158, in Danno e resp., 2001, 519; Cass., sez. III, 06-05-1996, n. 4196, in Foro it., 1996,1, 2384; Cass., sez. III, 28-04-1994, n. 4044, in Resp. Civ., 1994, 635).

Tale nesso tuttavia, avendo ad oggetto un evento irripetibile, deve essere accertato non già in termini di assoluta ed inequivoca certezza, ma anche solo di ragionevole probabilità di successo (ex multis, Cass., sez. III, 09-06-2004, n. 10966; Cass., sez, II, 19-11-2004, n. 21894).

La responsabilità del professionista, quindi, va configurata ove questi non abbia svolto l’attività inerente al mandato o l’abbia svolta parzialmente, ovvero anche per non avere informato il cliente della impossibilità di espletarla e pertanto sussiste se, probabilmente e presuntivamente, applicando il principio penalistico di equivalenza delle cause (artt. 40 e 41 cod. pen.), il buon esito della lite non è stato raggiunto per sua negligenza. Non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni in tanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito (vedi la recentissima Cass. 2638 del 05/02/2013).

Nel caso di specie va rilevato che a prescindere da ogni valutazione in ordine alla condotta tenuta dall’Avv. (Omissis) non appare essere provato alcun danno causalmente collegato con la dedotta negligenza professionale.

L’attore, infatti, non ha fornito alcuna prova in ordine alla probabile fondatezza del diritto al rimborso delle spese sostenute per il bene comune e dunque del nesso di causalità sussistente tra il comportamento asseritamente negligente ed il danno subito e ciò anche alla luce del rigetto in primo grado da parte del Tribunale di Ascoli Piceno della suddetta domanda. Va, infatti, considerato che l’art. 1110 cod. civ. consente eccezionalmente la ripetibilità delle spese sostenute dal singolo partecipante alla comunione, in caso di trascurarla degli altri, limitatamente a quelle necessarie per la conservazione della cosa, ossia al mantenimento della sua integrità. Ne consegue che restano esclusi dal diritto al rimborso gli oneri occorrenti soltanto per la migliore fruizione della cosa comune ovvero per l’adempimento di obblighi fiscali (in tal senso la recente Cass. n. 253 del 08/01/2013). In particolare nel caso in esame, per quanto attiene ai tributi versati, dalla documentazione in atti non è possibile in alcun modo desumere la riferibilità di quanto versato all’immobile in comunione e, quanto ai lavori di manutenzione, dalle fatture e preventivi in atti non è possibile valutarne la necessarietà come sopra specificata.

In conclusione non è possibile effettuare un positivo giudizio probabilistico in ordine al fondamento delle pretese dello (Omissis).

La domanda pertanto è rimasta sfornita di prova e va, pertanto, rigettata.

Le spese seguono la soccombenza e dunque vanno poste a carico dell’attore nella misura liquidata in dispositivo ai sensi del D.M. n. 140 del 2012.

P.Q.M.

Il Giudice Unico del Tribunale definitivamente pronunciando, ogni contraria e diversa istanza e deduzione disattesa, così provvede:

  1. rigetta la domanda di (Omissis) nei confronti di (Omissis).
  2. condanna (Omissis) alla refusione delle spese processuali in favore di (Omissis) che liquida in complessivi Euro 2.100 per compensi oltre accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 2 gennaio 2014.

Depositata in Cancelleria il 21 gennaio 2014.

Responsabilità professionale dell’avvocato per mancata proposizione del ricorso per Cassazione e riparto dell’onere probatorio

Cass. civ. Sez. III, Sent., 23-03-2017, n. 7410

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Qualora il cliente abbia fornito la prova della conclusione del contratto di patrocinio, con il conferimento dell’incarico all’avvocato di proporre azione in giudizio in primo ed in secondo grado, non è necessario il conferimento di ulteriore mandato per agire in sede di legittimità, della cui prova sia gravato il cliente. La sola circostanza che questi non abbia rilasciato la procura speciale richiesta allo scopo non esclude la responsabilità del professionista per mancata tempestiva proposizione del ricorso, gravando sull’avvocato l’onere di provare di aver sollecitato il cliente a fornire indicazioni circa la propria intenzione di proporre o meno ricorso per cassazione avverso la sentenza sfavorevole di secondo grado e di averlo informato di questo esito e delle conseguenze dell’omessa impugnazione, nonchè l’onere di provare di non aver agito in sede di legittimità per fatto a sè non imputabile (quale il rifiuto di impugnare o di sottoscrivere la procura speciale da parte del cliente) ovvero per la sopravvenuta cessazione del rapporto contrattuale.

LA SENTENZA

Svolgimento del processo

1.Con la sentenza impugnata, pubblicata il 17 gennaio 2013, la Corte d’appello di Torino ha rigettato l’appello principale proposto da B.L. e R.M. nei confronti dell’avv. V.A., nonchè l’appello incidentale di quest’ultima nei confronti degli appellanti e della Compagnia Assicuratrice Milanese S.p.A. (società chiamata in causa dalla convenuta per essere manlevata in caso di soccombenza), avverso la sentenza del Tribunale di Torino del 15 novembre 2007, con la quale era stata rigettata la domanda proposta da B. e M. per responsabilità professionale dell’avv. V. (consistita nella mancata presentazione, nonostante il mandato ricevuto dai clienti, del ricorso per cassazione avverso le sentenze della Corte d’appello di Torino in data 29 maggio 2002 che li avevano visti soccombenti; assumendo gli attori di aver subito perciò la perdita di un migliore trattamento pensionistico, di cui avrebbero potuto beneficiare a seguito del probabile accoglimento del ricorso da parte della Cassazione).

La Corte d’appello – ritenuto che gli attori, poi appellanti, avrebbero dovuto provare di aver conferito uno specifico mandato per proporre il ricorso per cassazione e che non avessero fornito questa prova – ha confermato la sentenza di primo grado, anche quanto alla compensazione delle spese (impugnata con ricorso incidentale). Respinti gli appelli, principale ed incidentale, la Corte ha compensato per intero anche le spese del secondo grado di giudizio.

2. B.L. e R.M. propongono ricorso per cassazione con cinque motivi illustrati da memoria.

L’avv. V.A. e l’Assicuratrice Milanese S.p.A. si difendono con distinti controricorsi.

Motivi della decisione

1.Col primo motivo si denuncia violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1176 c.c., comma 2, artt. 1722, 2230, 2236 e 2697 c.c. (anche in relazione agli artt. 41 e 5 del codice deontologico vigente ratione temporis), nonchè degli artt. 115, 228 e 116 c.p.c. ed, ancora, degli artt. 2727 e 2729 c.c. “in ordine alla interpretazione del contratto di mandato professionale, nonchè alla distribuzione dell’onere probatorio fra clienti e avvocato circa l’esistenza (od inesistenza od estinzione) di un tale mandato professionale per la tutela giudiziale anche davanti alla Corte di Cassazione”.

I ricorrenti addebitano alla Corte di merito di avere errato in punto di individuazione ed interpretazione del mandato professionale, confondendo tra incarico conferito dai clienti all’avvocato per la difesa in giudizio e procura speciale necessaria, ai sensi di legge, per la presentazione del ricorso per cassazione. In particolare, censurano le affermazioni del giudice a quo secondo cui il professionista, pur in caso di incarico per la difesa in tutti i gradi di giudizio, dovrebbe ottenere un consenso specifico del cliente per proporre il ricorso per cassazione e secondo cui sarebbe onere del cliente dare prova di avere fornito tale consenso specifico. Secondo i ricorrenti, invece, una volta provata l’esistenza di un contratto di patrocinio tra cliente e professionista avvocato per la cura di un determinato affare -come sarebbe stata provata nel caso di specie- spetterebbe al professionista la prova che tale rapporto si è interrotto. Ancora, rilevano che per la prova del contratto non sarebbe indispensabile il rilascio della procura ad litem, essendo questa necessaria soltanto per lo svolgimento dell’attività processuale, mentre il rapporto tra avvocato e cliente sorge in forza di una species del contratto di mandato che non necessita di forma scritta.

1.1.Col secondo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 1176 c.c., comma 2, artt. 1722, 2236 e 2697 c.c. nonchè degli artt. 115, 228, 116 c.p.c. ed, ancora, degli artt. 2727 e 2729 c.c. “in ordine al ritenuto mancato raggiungimento della prova circa l’esistenza di un mandato professionale per la tutela giudiziale anche avanti la Corte di Cassazione”.

I ricorrenti addebitano alla Corte di merito di avere invertito l’onere della prova in merito all’esistenza di un “nuovo mandato” per la proposizione del ricorso per cassazione e comunque di non aver valutato correttamente la prova raggiunta circa la portata dell’incarico già conferito all’avv. V., come comprendente anche quel mandato. Questo sarebbe risultato dalla prova testimoniale e dalla prova documentale, sulle quali sostengono che la motivazione sia incorsa in travisamento del tenore letterale delle deposizioni e la decisione sia stata assunta violando le regole sulla prova presuntiva.

2. I motivi, da esaminarsi congiuntamente per ragioni di connessione, sono fondati.

Giova precisare che, contrariamente a quanto si sostiene nei controricorsi, non rileva l’art. 348 ter c.p.c., comma 4 e 5, introdotto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. A), convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134, per il quale non è ammesso ricorso ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 contro le sentenze di appello che abbiano confermato la decisione di primo grado per le stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata (c.d. doppia conforme). Ai sensi dello stesso art. 54, comma 2, la disposizione si applica ai giudizi di appello introdotti dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del decreto. Quindi, non si applica al giudizio a quo, introdotto con atto di citazione del 24 ottobre 2008.

Per di più, l’accoglimento, come si dirà, è relativo alla violazione di norme di legge, non a vizi di motivazione.

2.1. Nel merito, sull’attività professionale svolta da avvocati è fondamentale la differenza che corre tra contratto di patrocinio e procura alle liti, poichè, mentre quest’ultima è un negozio unilaterale col quale il difensore viene investito del potere di rappresentare la parte in giudizio, il contratto di patrocinio è un negozio bilaterale col quale il professionista viene incaricato di svolgere la sua opera secondo lo schema del mandato (così già Cass. n. 13963/06, nonchè, di recente Cass. n. 18450/14 e ord. n. 13927/15).

Le conseguenze in tema di forma e di prova sono le seguenti. Non si può escludere che il rilascio di una procura alle liti assolva all’onere di forma eventualmente richiesto per il contratto (come è per la pubblica amministrazione: cfr. Cass. ord. n. 2266/12, n. 3721/15 e n. 15454/15) ed, al contempo, ne fornisca la prova. Però, di norma, ai fini della conclusione del contratto di patrocinio, non è indispensabile il rilascio di una procura ad litem, essendo questa necessaria solo per lo svolgimento dell’attività processuale, e non è richiesta la forma scritta, vigendo per il mandato il principio di libertà di forma. Nè rileva, ai fini della conclusione del contratto di patrocinio, il versamento, anticipato o durante lo svolgimento del rapporto professionale, di un fondo spese o di un anticipo sul compenso, sia perchè il mandato può essere anche gratuito, sia perchè, in caso di mandato oneroso, il compenso e l’eventuale rimborso delle spese sostenute possono essere richiesti dal professionista durante lo svolgimento del rapporto o al termine dello stesso (così Cass. n. 10454/02).

2.2. In base alla regola di riparto dell’onere della prova in materia contrattuale di cui all’art. 1218 c.c., incombe al cliente l’onere di dare la prova del conferimento dell’incarico; incombe al professionista l’onere di provare l’adempimento delle prestazioni, con la diligenza richiesta dall’art. 1176 c.c., comma 2.

Quanto alle obbligazioni derivanti al professionista avvocato dalla stipulazione di un contratto, col quale gli sia stato affidato, ai sensi degli artt. 2230 e 2236 c.c., l’incarico di seguire il cliente ai fini dell’instaurazione di un giudizio, valgono i principi di cui appresso.

L’avvocato deve assolvere “sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, (anche) ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, essendo tenuto a rappresentare a quest’ultimo tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di richiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso; a sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole. A tal fine incombe su di lui l’onere di fornire la prova della condotta mantenuta, insufficiente al riguardo peraltro essendo il rilascio da parte del cliente delle procure necessarie all’esercizio dello jus postulandi, stante la relativa inidoneità ad obiettivamente ed univocamente deporre per la compiuta informazione in ordine a tutte le circostanze indispensabili per l’assunzione da parte del cliente di una decisione pienamente consapevole sull’opportunità o meno d’iniziare un processo o intervenire in giudizio” (così Cass. n. 14597/04) ed, ancora, “L’avvocato, nell’adempimento della propria prestazione professionale, è tenuto ad informare il cliente sulle conseguenze del compimento o del mancato compimento degli atti del processo, e, se del caso, a sollecitarlo nel compimento di essi ovvero, sussistendo le condizioni, a dissuaderlo della loro esecuzione. Pertanto, la circostanza che il cliente abbia omesso di fornire indicazioni al proprio avvocato circa la propria intenzione di proporre o meno impugnazione avverso una sentenza sfavorevole non esclude la responsabilità del professionista per mancata tempestiva proposizione dell’appello, se questi non aveva provveduto ad informare il cliente sulle conseguenze dell’omessa impugnazione.” (così Cass. n. 24544/09; cfr., nello stesso senso, Cass. n. 4781/13 e ord. n. 15454/15 cit.).

3. Nella sentenza impugnata, pertanto, si riscontrano, così come sostenuto col primo motivo, i seguenti errori di diritto, per mancato rispetto dei principi di cui sopra:

a) avere ritenuto irrilevante “il dato formale costituito dal conferimento fin dal giudizio di primo grado di una procura alle liti valida per tutti i gradi del giudizio e quindi in via generale comprensiva anche del grado di Cassazione”;

b) aver ritenuto che, malgrado la circostanza appena esposta, i clienti fossero gravati della prova (ulteriore) di aver “valutato gli esiti sfavorevoli del giudizio di appello e (…) incaricato l’avv. V. di proporre il ricorso per Cassazione per loro conto”;

c) avere ritenuto che il mandato per agire in sede di legittimità dovesse essere “oggetto di specifica prova” da fornirsi da parte dei clienti;

d) avere ritenuto che il contenuto di questa prova dovesse consistere in “una nuova e specifica procura per il giudizio (…) in cassazione”.

3.1. Si riscontrano altresì, così come sostenuto col secondo motivo, i seguenti errori in merito alla valutazione delle risultanze istruttorie; questa valutazione non appare rispettosa del corretto criterio di riparto dell’onere e del contenuto della prova gravante rispettivamente sul cliente e sull’avvocato e delle regole sulla prova presuntiva:

a) avere ritenuto che “la procura rilasciata per il primo grado tuttavia, seppure comprensiva di tutti i gradi del giudizio, non consente di arguire tout court (…) il rilascio del consenso del cliente ad esperire il ricorso per Cassazione”;

b) avere svalutato le deposizioni rese dai testimoni indicati dagli attori, poi appellanti, ritenendo non decisive circostanze -invece determinanti- da questi riferite e riportate anche in sentenza (oltre che nel ricorso) quali: 1) la presenza degli odierni ricorrenti, unitamente ad altri numerosi lavoratori pensionati (che si trovavano nella loro stessa od analoga situazione) ad una riunione indetta dagli avvocati (incaricati delle cause “seriali” sul ricalcolo della pensione nei confronti dell’INPS) per concordare la prosecuzione dei diversi giudizi (per alcuni in appello, per altri in cassazione); 2) il versamento di somme in acconto (fondo spese), imputate a spese sia per l’appello che per il ricorso per cassazione; 3) la sottoscrizione nella stessa riunione da parte di altri partecipanti, ma non da parte dei ricorrenti, di una espressa rinuncia ad agire in sede di legittimità;

c) avere interpretato un fatto noto riferito da tutti i testimoni, senza alcuna eccezione nè contrasto (essere il fondo spese destinato sia all’appello che alla cassazione), desumendo da esso l’esatto contrario in forza di una “presunzione” che non si fonda su indizi gravi precisi e concordanti (ma soltanto sulla “modestia della somma” richiesta ai lavoratori-pensionati, dato equivoco, smentito dalla prova testimoniale e privo di ulteriori riscontri fattuali);

d) non avere valorizzato il dato della presentazione degli appelli nell’interesse di entrambi gli attuali ricorrenti, previa percezione da parte di costoro del fondo spese di cui sopra.

4. In sintesi, tenuto conto dell’art. 1218 c.c., art. 1176 c.c., comma 2, artt. 2230 e 2236 c.c., nonchè della richiamata distinzione tra contratto di patrocinio e procura alle liti, spetta ai clienti provare di avere affidato all’avvocato l’incarico di assistenza professionale relativa ad un determinato affare ed il mandato di agire in giudizio, per conseguire il risultato avuto di mira (nel caso di specie, il più alto trattamento pensionistico richiesto all’INPS); raggiunta questa prova, spetta all’avvocato provare l’avvenuto adempimento del mandato, con la diligenza e la perizia richieste dalla natura dell’attività, e precisamente provare di avere adempiuto alle obbligazione di cui si è detto sopra, quanto agli obblighi di informazione, sollecitazione e cura dell’attività giudiziale nascenti dal contratto di patrocinio, ovvero di non avervi adempiuto per fatto a sè non imputabile o per cessazione del rapporto contrattuale.

4.1. Avuto riguardo a tali contenuti e criteri di distribuzione dell’onere della prova, nel caso di specie non avrebbe potuto essere attribuito alcun rilievo al mancato rilascio della procura speciale per proporre ricorso per cassazione. Il dato sarebbe stato significativo soltanto ove il professionista avesse dimostrato di avere informato i clienti della soccombenza nel giudizio di appello; di avere loro esposto i vantaggi ed i rischi prevedibilmente derivanti dall’instaurazione del giudizio di legittimità; di avere tempestivamente richiesto il rilascio della procura speciale necessaria allo scopo e di non aver avuto riscontro o di aver ricevuto il rifiuto ovvero la revoca dell’originario mandato.

Invece la sentenza nulla dice in merito a quanto accaduto tra avvocato e clienti dopo la pubblicazione delle sentenze di appello, pur avendo i giudici dato atto che vi fosse la prova del mandato per agire in tutti i gradi di giudizio, e pur essendo incontestato che l’appello venne proposto con esito sfavorevole ai lavoratori-pensionati qui ricorrenti; non è noto, invece, se e quando questo esito sia stato loro comunicato e quali siano state le vicende successive.

5. In diritto, va affermato che “qualora il cliente abbia fornito la prova della conclusione del contratto di patrocinio, con il conferimento dell’incarico all’avvocato di proporre azione in giudizio in primo ed in secondo grado, non è necessario il conferimento di ulteriore mandato per agire in sede di legittimità, della cui prova sia gravato il cliente. La sola circostanza che questi non abbia rilasciato la procura speciale richiesta allo scopo non esclude la responsabilità del professionista per mancata tempestiva proposizione del ricorso, gravando sull’avvocato l’onere di provare di aver sollecitato il cliente a fornire indicazioni circa la propria intenzione di proporre o meno ricorso per cassazione avverso la sentenza sfavorevole di secondo grado e di averlo informato di questo esito e delle conseguenze dell’omessa impugnazione, nonchè l’onere di provare di non aver agito in sede di legittimità per fatto a sè non imputabile (quale il rifiuto di impugnare o di sottoscrivere la procura speciale da parte del cliente) ovvero per la sopravvenuta cessazione del rapporto contrattuale”.

I primi due motivi di ricorso vanno accolti; la sentenza impugnata va cassata e le parti vanno rimesse dinanzi alla Corte d’appello di Torino per nuovo esame dei fatti di causa, con applicazione del principio di diritto appena enunciato.

Restano assorbiti i restanti motivi, attinenti alla valutazione della mancata risposta della convenuta all’interrogatorio formale (terzo motivo), alla declaratoria di inammissibilità per novità della domanda di affermazione della responsabilità per violazione dell’obbligo di informazione da parte dell’avvocato (quarto motivo), alle questioni concernenti le conseguenze dell’inadempimento del mandato (quinto motivo).

Si rimette al giudice del rinvio anche la decisione sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi due motivi di ricorso, assorbiti i restanti; cassa la sentenza impugnata; rinvia alla Corte d’appello di Torino, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 18 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 23 marzo 2017

Avvocato negligente e causa persa: ecco quando scatta il risarcimento

Cass. civ. Sez. III, Sent., 24-05-2016, n. 10698

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

La responsabilità dell’avvocato non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare:

  • se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo,
  • se un danno vi sia stato effettivamente e, infine,
  • se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva (anche per violazione del dovere di informazione), ed il risultato derivatone.

L’avvocato, infatti, è tenuto solo a svolgere l’attività richiesta, non già a vincere la causa, anche perché l’esito del giudizio inevitabilmente incontra il limite del libero convincimento del giudice. Ne consegue che è onere dell’attore, ai fini della sussistenza della responsabilità dell’avvocato per negligenza, dimostrare che la sua domanda giudiziale, ove correttamente formulata e sostenuta dall’avvocato, avrebbe avuto ragionevoli probabilità di accoglimento.

LA SENTENZA

Svolgimento del processo

  1. – Con sentenza del marzo 2004, il Tribunale di Roma respinse la domanda proposta da M.F. contro l’avv. P.O., per sentirlo condannare, previo accertamento della sua responsabilità professionale (per negligente ed imperito espletamento del mandato difensivo ad esso affidato ai fini dell’impugnativa di delibere assembleari della Cooperativa Edilizia Monte Cervino, dalla cui compagine sociale l’attore era stato escluso come socio, con conseguente reiezione, in primo e secondo grado, delle domande azionate in giudizio), al pagamento, a titolo di risarcimento del danno, della somma di Lire 118.184.000.
  2. – Avverso tale decisione interponeva gravame il M., che la Corte di appello di Roma rigettava con sentenza resa pubblica il 5 settembre 2011.

2.1. – La Corte territoriale osservava che il primo giudice aveva correttamente ritenuto insussistente la responsabilità dell’avvocato “in mancanza di prova – e prima ancora di allegazione – della probabilità di un giudizio favorevole, nell’ipotesi in cui non si fossero verificate le omissioni del difensore”.

In particolare, il giudice del gravame evidenziava che il M. aveva ravvisato e dedotto, in primo grado, la sussistenza della responsabilità professionale dell’avv. P. per: a) “mancata allegazione dei motivi di nullità del lodo arbitrale, ritenuto addirittura inesistente dalla corte di Appello”; b) “mancata impugnativa delle delibere assembleari nei termini e nelle sedi competenti”; c) “mancato istruttoria del giudizio di primo grado”; d) “introduzione di domande, motivi di nullità del lodo e istanza di restituzione delle somme versate, solo in comparsa conclusionale e quindi tardive”.

Tuttavia, soggiungeva la Corte capitolina, lo stesso attore non aveva dimostrato i presupposti che, in presenza di una morosità nel pagamento delle quote sociali, avrebbero comunque reso ingiustificato il provvedimento di esclusione dalla società cooperativa, nè aveva prodotto “in atti le delibere e la decisione del collegio dei probiviri, oggetto del precedente giudizio, nè era stata allegata una verosimile fondatezza della domanda di impugnazione dell’esclusione da socio della cooperativa edilizia”, nè, ancora, vi era stata prova del conferimento del mandato difensivo prima della decisione dei probiviri, del pagamento dell’importo dovuto per le spese del doppio grado di giudizio, dell’ammontare della quota sottoscritta e del valore realizzato dalla società cooperativa e “asseritamente venduto a Lire 110 milioni”.

Sicchè, era carente una allegazione “riguardo una responsabilità professionale dell’avv. P. nell’espletamento del mandato difensivo, ed il relativo danno”, a mente della quale era necessario “procedere a valutazione prognostica, volta a stabilire, in termini probabilistici, se l’evento dannoso (mancato accoglimento della domanda giudiziale) non si sarebbe verificato ugualmente, pur nell’ipotesi di una diversa linea difensiva e quindi senza l’inerzia e le preclusioni processuali rilevate in giudizio”.

2.2. – La Corte territoriale osservava, altresì, che era inammissibile la “critica” all’operato del professionista “riguardante la tardiva proposizione della domanda di restituzione delle somme perchè introdotta, in primo grado, solo al momento della precisazione delle conclusioni”.

2.3. – Quanto poi alle doglianze sul “mancato rispetto dei termini per l’impugnativa delle delibere assembleari” e sulla “mancata prospettazione da parte del difensore dell’inutilità del contenzioso, se scaduti i termini in linea a quanto statuito con la decisione della Corte di Appello, intervenuta nel precedente giudizio”, il giudice di secondo grado riteneva, rispettivamente, assente la prova che il mandato difensivo fosse stato conferito “in tempo utile per un’impugnazione tempestiva” e che non potesse riconoscersi la responsabilità del professionista per “la non facile interpretazione della normativa statutaria nella parte in cui riconosce al socio escluso la facoltà di ricorrere contro la relativa delibera ad un collegio di probiviri, dovendosi stabilire se trattasi di un sistema di tutela endosocietario o arbitrale e le diverse conseguenze che ne derivano”.

  1. – Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso M. F. sulla base di cinque motivi, illustrati da memoria.

Successivamente ad ordinanza interlocutoria di questa Corte (Sez. Sesta – 3, n. 27262 del 2014), con cui veniva disposta la rinnovazione della notificazione del ricorso nei confronti degli eredi dell’avv. P.O., deceduto il (OMISSIS) (dopo la discussione della causa in sede di gravame e prima della notificazione dell’impugnazione in questa sede), si è difesa con controricorso l’erede C.M.L..

Motivi della decisione

  1. Preliminarmente, va disattesa l’eccezione, sollevata dal ricorrente con la memoria ex art. 378 c.p.c., di inammissibilità, per tardività, del controricorso, sostenendosi che la notificazione del ricorso sarebbe stata ricevuta dalla C. il “6 gennaio 2015”, giacchè – come emerge anzitutto dalla documentazione prodotta dallo ricorrente – questi ha provveduto a tale notificazione dapprima con spedizione dell’atto in data 22 gennaio 2015, ma senza esito, presso il domicilio della C. in (OMISSIS) e, poi, ha notificato il ricorso alla medesima C. presso lo studio dell’avv. Bellucci con ricezione della raccomandata da parte del portiere dello stabile in data 6 febbraio 2015 (e, dunque, non in data 6 gennaio 2015, come indicato nella memoria, peraltro in modo insanabilmente contraddittorio in riferimento alla stessa prima data di spedizione del 22 gennaio 2015), rispetto alla quale è tempestiva, ai sensi dell’art. 370 c.p.c., la spedizione della notificazione del controricorso il 2 marzo 2015 ed il deposito dell’atto il 19 marzo successivo.
  2. – Con il primo mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, violazione dell’art. 112 c.p.c., e dedotto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizio di motivazione.

La Corte territoriale, nel ritenere tardivamente proposte solo in comparsa conclusionale le domande risarcitorie per la responsabilità professionale dell’avv. P. in relazione all’esborso, da parte di esso M., delle spese di lite del doppio grado e per l’omessa tempestiva domanda di rimborso delle quote societarie versate, sarebbe incorsa in “una sostanziale omissione di pronuncia” sul motivo di appello che censurava la relativa statuizione di rigetto nel merito (per difetto di prova) del Tribunale, giacchè dette domande erano state tempestivamente proposte e non erano da confondersi con la domanda di rimborso delle quote avanzata nel giudizio contro la Cooperativa Monte Cervino.

Inoltre, la Corte capitolina avrebbe omesso ogni riferimento agli atti processuali sui quali ha fondato la decisione anzidetta, con conseguente vizio di motivazione.

  1. – Con il secondo mezzo è prospettata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, violazione e falsa applicazione degli artt. 101, 102 e 115 cod. proc. civ., “in relazione ai principi del contraddittorio, dell’onere della prova e del diritto di difesa”.

La Corte territoriale avrebbe “rilevato d’ufficio la inammissibilità della domanda di risarcimento del danno legato alla omessa richiesta del rimborso delle quote versate alla società Cooperativa Monte Cervino senza previo avviso alle parti delle relativa questione”.

  1. – Con il terzo mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 304 e 298 c.p.c., nonchè dedotta omessa ed insufficiente motivazione.

La Corte territoriale non avrebbe preso in considerazione la doglianza – mossa da esso M. in sede di comparsa conclusionale (p. 3) – relativa al negligente assolvimento del mandato difensivo da parte dell’avv. P. per non aver chiesto l’annullamento della sentenza di primo grado del giudizio svoltosi contro la Cooperativa Monte Cervino, da ritenersi nulla per essere il difensore della stessa Cooperativa deceduto nel corso di detto giudizio (come risultante da documentazione versata in appello all’udienza del 28 ottobre 2009), che non aveva poi partecipato all’udienza di precisazione delle conclusioni.

  1. – Con il quarto mezzo è prospettata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 2388 e 2527 c.p.c., nonchè dedotta omessa ed insufficiente motivazione.

La Corte di appello non avrebbe preso in considerazione la doglianza – sempre avanzata in sede di comparsa conclusionale (p. 3) – per cui l’avv. P. non avrebbe assolto compiutamente al mandato, mancando di dedurre che la delibera del Consiglio di amministrazione della Cooperativa di esclusione di esso M. dalla compagine sociale non era stata mai notificata al socio escluso, nè tantomeno depositata dalla stessa Cooperativa nelle diverse cause, ciò che “avrebbe reso impugnabile la delibera dal momento della notifica”.

  1. – Con il quinto mezzo è denunciato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizio di motivazione.

La Corte capitolina avrebbe reso una motivazione “fortemente contraddittoria e illogica”, giacchè “pur ravvisando la negligenza del dovere di diligenza e l’evento dannoso, nega che esista un nesso eziologico dannoso”.

Nè potrebbe applicarsi alla fattispecie l’ipotesi di responsabilità ai sensi dell’art. 2236 c.c., non ricorrendo il caso di prestazione implicante problemi tecnici di particolare complessità.

  1. – Occorre scrutinare dapprima il terzo e quarto motivo, con i quali si deduce che la Corte territoriale non avrebbe preso in considerazioni doglianze – prospettanti profili di responsabilità professionale dell’avv. P. proposte dall’appellante con la comparsa conclusionale in sede di gravame.

Entrambi i motivi sono inammissibili alla luce del principio, consolidato, per cui la comparsa conclusionale di cui all’art. 190 c.p.c., ha la sola funzione di illustrare le domande e le eccezioni già ritualmente proposte, sicchè, ove sia prospettata per la prima volta una questione nuova con tale atto nel procedimento di appello, il giudice non può e non deve pronunciarsi al riguardo.

Ne consegue che qualora il giudice dell’appello si sia astenuto dalla pronuncia, il motivo di ricorso per cassazione con cui ci si dolga di tale mancata pronuncia deve essere dichiarato inammissibile (tra le altre, Cass., 29 luglio 2002, n. 11175; Cass., 5 agosto 2005, n. 16582).

  1. – Il quinto motivo non può trovare accoglimento.

Le censure della ricorrente si infrangono contro il principio – consolidato e nel cui solco si inscrive la decisione della Corte territoriale (e che, invece, lo stesso ricorrente sembra disconoscere) – secondo il quale la responsabilità dell’avvocato non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente e, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il SUO assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva (anche per violazione del dovere di informazione), ed il risultato derivatone (tra le altre, Cass., 7 agosto 2002, n. 11901; Cass., 5 febbraio 2013, n. 2638).

La Corte capitolina ha, dunque, escluso – al pari del primo giudice – che il M. avesse fornito allegazioni e prova in ordine alla sussistenza del nesso eziologico tra la condotta del professionista ed il pregiudizio derivato al cliente, non potendo il danno risarcibile coincidere con la condotta negligente del professionista.

E si tratta di impianto motivazionale che non è affatto attinto dalle doglianze del ricorrente.

Non coglie, quindi, nel segno neppure l’ulteriori censura che fa leva sulla inapplicabilità alla fattispecie dell’art. 2236 c.c., giacchè la Corte territoriale, lungi dall’affermarne l’operatività al caso in esame, ha come detto – incentrato la decisione sul rilievo dirimente (anche se fosse stato dimostrato l’inadempimento del professionista) del difetto allegatorio e dimostrativo circa il danno risarcibile (legato all’anzidetto giudizio prognostico), il quale, per l’appunto, non può essere confuso con l’inadempimento stesso, ma deve essere provato dall’istante quale concreto pregiudizio subito in conseguenza dell’illecito contrattuale (tra le altre, Cass., 9 giugno 2004, n. 10966; Cass., 23 marzo 2006, n. 6537).

  1. – Il primo e secondo motivo sono inammissibili.

Essi investono l’ulteriore sviluppo motivazionale della sentenza impugnata, che si aggiunge alla autonoma ratio decidendi secondo la quale a sostegno della complessiva domanda risarcitoria (siccome rigettata in primo grado e comprensiva anche delle pretese relative agli esborsi per spese di lite del doppio grado ed al danno legato alla omessa richiesta del rimborso delle quote versate alla società Cooperativa Monte Cervino) sono mancate, da parte dell’attore, allegazioni e prove sul nesso causale tra inadempimento del professionista e danno patito dal cliente.

Sicchè, qualora la decisione di merito si fondi – come nella specie – su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte e autonome, singolarmente idonee a sorreggerla sul piano logico e giuridico, la ritenuta infondatezza delle censure mosse ad una delle rationes decidendi (quella scrutinata con l’esame del quinto motivo) rende inammissibili, per sopravvenuto difetto di interesse, le censure relative alle altre ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, in quanto queste ultime non potrebbero comunque condurre, stante l’intervenuta definitività delle altre, alla cassazione della decisione stessa (tra le tante, Cass., 14 febbraio 2012, n. 2108).

  1. – Il ricorso va, dunque, rigettato.

10.1. – In ragione di tale esito – e in applicazione del principio per cui, al fine di rispettare il diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo, si impone al giudice di evitare e impedire comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso, con la conseguenza che, in caso di ricorso per cassazione infondato, appare superfluo, pur potendone sussistere i presupposti, disporre la fissazione di un termine per l’integrazione del contraddittorio ovvero per la rinnovazione di una notifica nulla o inesistente (tra le altre, Cass., 17 giugno 2013, n. 15106; Cass., 26 giugno 2015, n. 13203) – è superata ogni dedotta questione sulla mancata e/o irrituale notificazione del ricorso a P.D., altro erede dell’avv. P..

Nè, del resto, si sarebbe potuti addivenire, per l’anzidetto difetto e/o invalidità di notifica, all’estinzione del giudizio come richiesto dalla controricorrente, posto che, in ogni caso, la prima notificazione del ricorso era valida – alla stregua dell’orientamento espresso da Cass., sez. un., 4 luglio 2014, n. 15295 e come riconosciuto dalla stessa ordinanza di questa Corte n. 27262 del 2014 -, ponendosi, semmai, l’esigenza di una ulteriore rinnovazione della stessa nei confronti del predetto P.D., altro erede dell’originario convenuto.

  1. – Il ricorrente va condannato, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo in conformità ai parametri introdotti dal D.M. 10 marzo 2014, n. 55.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida, in favore della parte controricorrente, in complessivi Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 11 febbraio 2016.

Depositato in Cancelleria il 24 maggio 2016

CTU (consulenza tecnica d’ufficio): NON E’ UN MEZZO DI PROVA

Tribunale di Vicenza, Sez. II, Giudice Morandin, Sentenza del 13-05-2015

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

“In materia di procedimento civile, infatti, la consulenza tecnica d’ufficio non costituisce un mezzo di prova, ma è finalizzata all’acquisizione, da parte del giudice, di un parere tecnico necessario, o quanto meno utile, per la valutazione di elementi probatori già acquisiti o per la soluzione di questioni che comportino specifiche conoscenze. La nomina del consulente rientra quindi nel potere discrezionale del giudice, che può provvedervi anche senza alcuna richiesta delle parti. Nel caso in questione, dunque, non rileva che parte attrice in sede di precisazione delle conclusioni non abbia insistito sulla richiesta di CTU atta a verificare lo stato dei luoghi, potendo il Giudice disporre la stessa d’ufficio, in quanto necessaria al fine di verificare lo stato di interclusione del fondo di proprietà del Comune.”

LA SENTENZA (estratto)

 REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI VICENZA

II SEZIONE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Ivana Morandin

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile promossa da

(Omissis)

OGGETTO: Servitù

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

La presente sentenza è redatta secondo il nuovo modello semplificato previsto dagli artt 132 II comma nr. 4 c.p.c. e e 118 disp att. così come modificati dall’art. 45 co. 7 L. n. 69 del 2009 entrata in vigore il 4/7/2009 con applicazione anche ai giudizi pendenti in primo grado a tale data.

Va preliminarmente dichiarata la contumacia dei convenuti G.B. e M.V. che, seppur ritualmente citati in giudizio, non si sono costituiti.

Parte attrice, in sede di precisazione delle conclusioni, ha chiesto in primo luogo che venisse accertata e dichiarata la già avvenuta costituzione della servitù di passaggio pedonale e carraio attraverso il fondo contraddistinto catastalmente al mappale (…) e (…) foglio (…) del C.T. di Vicenza ed in favore dei fondi del Comune di Vicenza censiti al C.T. foglio (…) mapp. (…) e (…) e del fabbricato censito al NCEU al mapp. (…) o che fosse dichiarato l’intervenuto acquisto per usucapione della medesima; in subordine, ha chiesto pronuncia costitutiva della servitù di passaggio coattivo con determinazione dell’indennità ex art. 1053 c.c.

Non può, anzitutto, trovare accoglimento la domanda di accertamento e dichiarazione della già avvenuta costituzione della servitù di passaggio pedonale e carraio sul fondo di proprietà comune dei convenuti, posto che gli elementi addotti dall’attore a sostegno di tale domanda non valgono a dimostrare la sussistenza di un titolo. Tale, infatti, non può essere considerata la lettera sottoscritta dall’amministratore unico di Finberica srl, Bonin Giovanni, ancorché confermata da quest’ultimo in giudizio, trattandosi di mera dichiarazione unilaterale. Neppure ci si può fondare sugli atti di compravendita stipulati da M. srl con gli acquirenti delle unità immobiliari appartenenti al complesso di Contrà Cornoleo n. 20, perché non valgono a dimostrare la sussistenza di un titolo in favore del Comune di Vicenza.

Come precisa l’art. 1058 c.c., le servitù prediali volontarie possono essere costituite per contratto e, secondo l’interpretazione giurisprudenziale consolidata della norma in questione, si esclude che le stesse possano essere costituite in forza di un atto unilaterale inter vivos.

Si tratta dunque di verificare se possa ritenersi intervenuto l’acquisto per usucapione del diritto di passaggio mediante veicoli attraverso il mappale n. (…) sub 12 di proprietà dei convenuti.

Secondo il noto orientamento della Cassazione relativo all’interpretazione dell’art. 1061 c.c. relativamente all’ipotesi di costituzione di servitù di passaggio, il requisito dell’apparenza della servitù, necessario ai fini del relativo acquisto per usucapione o per destinazione del padre di famiglia (art. 1061 c.c.), si configura come presenza di segni visibili di opere permanenti obiettivamente destinate al suo esercizio e rivelanti in modo non equivoco l’esistenza del peso gravante sul fondo servente, in modo da rendere manifesto che non si tratta di attività compiuta in via precaria, bensì di preciso onere a carattere stabile. Ne consegue che non è al riguardo, pertanto, sufficiente l’esistenza di una strada o di un percorso idonei allo scopo, essenziale viceversa essendo che essi mostrino di essere stati posti in essere al preciso fine di dare accesso attraverso il fondo preteso servente a quello preteso dominante, e, pertanto, un quid pluris che dimostri la loro specifica destinazione all’esercizio della servitù (Cass. nn. 13238/10, 14189/04, 2994/04, 8633/98, 6207/98 e 11254/96). Univocità di destinazione all’esercizio della servitù che, a sua volta, non viene meno nell’ipotesi in cui le opere visibili e permanenti insistano sul fondo dominante o su quello appartenente a un terzo (cfr. Cass. nn. 7817/06, 3695/89 e 282/80).

Più nel dettaglio, con riferimento alla specifica ipotesi del passaggio da esercitarsi per il tramite di un cortile, la giurisprudenza precisa come ai fini dell’integrazione del requisito dell’apparenza non sia sufficiente la mera esistenza del cortile, il quale potrebbe anche preesistere ed essere utilizzato per il passaggio del proprietario, essendo necessario che l’opera risulti essere stata specificamente destinata all’esercizio della servitù.

E’ stato, anche, ulteriormente precisato dalla Cassazione che anche ove le opere visibili e permanenti consistano in un andito o portone utilizzati anche dal proprietario del fondo finitimo per il passaggio, è necessario un quid pluris che dimostri la loro specifica destinazione all’esercizio della servitù (Cass. nn. 11254/96 e 11020/91).

In proposito, non può ritenersi che l’apparenza della servitù ricorra nel caso di opere visibili e permanenti utilizzabili allo stesso modo come dal fondo servente anche da quello dominante, pena la soppressione del requisito della destinazione specifica che integra l’asservimento e la sua sostituzione con quello, minore, dell’attitudine delle opere stesse a essere fruibili da entrambi i fondi, servente e dominante. Criterio, quest’ultimo, che in definitiva sovrappone, confondendole, le opere visibili e permanenti, che attengono all’esercizio del diritto e ne denotano il possesso idoneo alla costituzione della servitù per usucapione o per destinazione del padre di famiglia, con il locus servitutis, che è una componente dell’oggetto della servitù (cfr. Cass n. 24856/2014).

Nel caso di specie, alla luce di quanto sancito dalla giurisprudenza della Cassazione, si ritiene non sussista il requisito dell’apparenza richiesto dalla legge al fine di poter acquisire per usucapione la servitù di passaggio mediante autoveicoli sui fondi dei convenuti.

Parte attrice si è limitata a riferire che il passaggio pedonale e carraio per il tramite del fondo di parte convenuta sarebbe avvenuto per oltre vent’anni a partire dal 1955, ma non sono stati forniti elementi valevoli a far ritenere che trattasi di una servitù apparente.

Neppure può ritenersi che il portone e l’andito carraio, parti del fondo servente, siano state realizzate specificamente a vantaggio del fondo dominante (anche alla luce delle contestazioni di parte convenuta M. srl in ordine allo stato di interclusione del fondo del Comune) in assenza di ulteriori opere a ciò destinate. Va inoltre chiarito come in realtà tale portone, anche alla luce delle testimonianze rese nel presente procedimento, sia stato installato in epoca relativamente recente.

Deve pertanto essere rigettata anche la domanda di parte attrice di accertamento e dichiarazione dell’acquisto per usucapione per esercizio ultraventennale della servitù di passaggio sul fondo dei convenuti in favore del fondo di proprietà del Comune.

Conseguentemente viene meno il fondamento della domanda di accertamento dell’inadempimento e condanna al risarcimento dei danni avanzata da M. srl nei confronti di C. srl, E. srl e D.R.P..

Poiché in sede di precisazione delle conclusioni parte attrice ha insistito, ancorché in subordine, altresì sulla domanda di costituzione della servitù di passaggio coattivo con determinazione dell’indennità ai sensi dell’art. 1053 c.c., non può ritenersi che tale domanda sia stata rinunciata. Trattandosi di questione implicante accertamenti di natura tecnica in ordine allo stato di interclusione del fondo del Comune, il quale non può ritenersi non contestato alla luce di quanto dedotto da M. srl in comparsa di costituzione e risposta, si ritiene in questa sede che la causa debba essere rimessa in istruttoria sul punto per l’espletamento di consulenza tecnica d’ufficio, atta a verificare se sussistano i presupposti per la costituzione della servitù coattiva in questione ed a quantificare l’indennità eventualmente dovuta dal Comune ai sensi dell’art. 1053 c. c.

In materia di procedimento civile, infatti, la consulenza tecnica d’ufficio non costituisce un mezzo di prova, ma è finalizzata all’acquisizione, da parte del giudice, di un parere tecnico necessario, o quanto meno utile, per la valutazione di elementi probatori già acquisiti o per la soluzione di questioni che comportino specifiche conoscenze. La nomina del consulente rientra quindi nel potere discrezionale del giudice, che può provvedervi anche senza alcuna richiesta delle parti. Nel caso in questione, dunque, non rileva che parte attrice in sede di precisazione delle conclusioni non abbia insistito sulla richiesta di CTU atta a verificare lo stato dei luoghi, potendo il Giudice disporre la stessa d’ufficio, in quanto necessaria al fine di verificare lo stato di interclusione del fondo di proprietà del Comune.

Viene conseguentemente rimessa all’esito la decisione sulle ulteriori domande avanzate dalle parti del presente giudizio, anche in ordine alle spese di giudizio.

P.Q.M.

– rigetta la domanda di accertamento e dichiarazione di avvenuta costituzione della servitù di passaggio attraverso il fondo contraddistinto catastalmente al mappale (…) e (…) foglio (…) del C.T. di Vicenza in favore dei fondi di proprietà del Comune di Vicenza censiti al C.T. foglio (…) mapp. sub. (…) e (…) e del fabbricato censito al NCEU al mapp. (…);

– rigetta la domanda di accertamento e dichiarazione di avvenuta costituzione per usucapione della servitù di passaggio attraverso il fondo contraddistinto catastalmente al mappale (…) e (…) foglio (…) del C.T. di Vicenza in favore dei fondi di proprietà del Comune di Vicenza censiti al C.T. foglio (…) mapp. sub. (…) e (…) e del fabbricato censito al NCEU al mapp. (…);

– dispone come da separata ordinanza di pari data la rimessione in istruttoria della causa per la pronuncia sulla costituzione della servitù di passaggio coattivo e determinazione dell’indennità ex art. 1053 c.c. e sulle ulteriori domande avanzate dalle parti.

Così deciso in Vicenza, il 5 maggio 2015.

Depositata in Cancelleria il 13 maggio 2015.

Intossicazione alimentare e sindrome di Guillan-Barrè: c’è nesso di causalità (Trib. Padova, Giudice Marzella, sent. n. 1221/16)

Tribunale di Padova, Giudice dott. Marzella, sentenza n. 1221 del 20 aprile 2016

Con sentenza passata in giudicato il Tribunale di Padova si è pronunciato su un caso che ha visto coinvolta un’intera famiglia recatasi, nel lontano 2009, a consumare il pranzo domenicale presso uno dei più noti e rinomati ristoranti dei Colli Euganei. Scrive il Tribunale: ”Risulta evidente la grave carenza di diligenza manifestata dai responsabili del ristorante che, in violazione di minime norme igieniche, accettavano la consegna di crudità marine trasportate senza l’utilizzo di sistemi di refrigerazione e le propinavano addirittura ad ignari clienti il giorno seguente, dopo che le stesse erano già state proposte nel corso di una cena.”

Il Giudice Patavino condivide la teoria del più probabile che non: “in sede civile per l’accertamento del nesso causale tra condotta illecita ed evento di danno non è necessaria la dimostrazione di un rapporto di consequenzialità necessaria tra la prima ed il secondo, ma è sufficiente la sussistenza di un rapporto di mera probabilità scientifica, conseguendone che il nesso causale può essere ritenuto sussistente non solo quando il danno possa ritenersi conseguenza inevitabile della condotta, ma anche quando ne sia conseguenza altamente probabile e verosimile (Cass. 26.6.07 n. 14759), […] pertanto in tema di illecito civile il nesso di causalità deve essere fondato sul criterio della probabilità, e non già della mera possibilità, di verificazione dell’evento (Cass. 18.4.07 n. 9226).”

E, pertanto, così conclude: “sussistano sufficienti elementi di prova per affermare la ricorrenza del nesso di causalità tra l’ingestione delle crudità di mare ed il successivo presentarsi della gastroenterite in questione, apparendo per un verso verosimile e più probabile che non che l’evento in oggetto sia dipeso dal fatto in questione e risultando, per altro verso, sintomatica l’assenza di altri fattori preesistenti, concomitanti o sopravvenuti di per sé atti a spiegare il verificarsi dell’accaduto. Laddove poi è lo stesso consulente d’ufficio ad attestare la natura altamente significativa, sotto il profilo probabilistico, della correlazione tra la gastroenterite e la successiva comparsa della sindrome”.

Risarcimento importante (€ 460.000,00= integralmente pagato dall’Assicurazione che ha manlevato il ristoratore), che suona, giustamente, da monito a tutti gli operatori del settore della ristorazione.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

Tribunale di Padova

Il Giudice

dott. Guido Marzella

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

nella causa di primo grado iscritta al n. 9086/2012 R.G. e promossa con atto di citazione notificato

da

E. S., (C.F. ***)

– attrice –

con il patrocinio dell’avv. CALVELLO CLAUDIO, elettivamente domiciliata in Abano Terme, via Previtali n. 30,

contro

RISTORANTE ***, (C.F. ***)

– convenuto –

con il patrocinio dell’avv. ***, elettivamente domiciliato in Padova, ***,

e con la chiamata in causa della

***, (C.F. ***)

– terza chiamata –

con il patrocinio dell’avv. ***, elettivamente domiciliata in Padova, ***.

Conclusioni dell’attrice:

come da foglio depositato per via telematica.

Conclusioni del convenuto:

come da foglio depositato per via telematica.

Conclusioni della terza chiamata:

come da verbale d’udienza del 21.1.16

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

E. S., premettendo:

– che in data 21.2.09 si era recata a pranzo presso il Ristorante *** assieme al marito, al figlio, alla nuora ed ai nipoti ove, su consiglio del personale, aveva mangiato un piatto di ostriche e tartufi di mare,

– che durante la notte seguente tutta la famiglia veniva colta da malori, accusando evidenti sintomi di intossicazione alimentare,

– che il fatto era addebitabile al ristoratore, il quale aveva provveduto a servire una partita di frutti di mare di incerta provenienza, avanzata da una cena tenutasi la sera precedente,

– che la situazione più grave colpiva proprio essa attrice, venendole diagnosticata una gastroenterite acuta,

– che a distanza di giorni era poi insorta la necessità di ricoverarsi presso la Casa di Cura di Abano Terme poiché il disturbo non si esauriva,

– che all’esito di una serie di esami svolti presso il reparto di terapia intensiva si appurava la presenza a suo carico di una sindrome di Guillain-Barrè,

– che a causa di siffatta sindrome, essendo sopraggiunto un generale peggioramento delle sue condizioni di salute, era quindi trasferita in rianimazione presso l’Ospedale di Legnago, ove in data 3.4.09 veniva sottoposta a tracheostomizzazione in considerazione di uno stato di insufficienza respiratoria acuta,

– che a tale complessiva situazione conseguiva infine l’accertamento di una invalidità civile al 100% con conseguente riconoscimento della relativa indennità di accompagnamento,

– che nel corso di un procedimento di ATP veniva quindi appurata la sussistenza di una significativa correlazione tra la gastroenterite e la sindrome di Guillan Barrè, successivamente insorta,

ha convenuto in giudizio la menzionata controparte chiedendo la condanna della medesima al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali così subiti, rispettivamente quantificati nell’importo di € 15.945,47 quanto ai primi ed in quello di € 473.301,00 quanto ai secondi, oltre rivalutazione monetaria ed interessi di legge.

Costituitosi in giudizio, il convenuto denegava che l’attrice avesse mangiato i frutti di mare individuati quale possibile fonte dell’intossicazione alimentare; denunciava l’inesistenza della prova di un nesso causale tra l’eventuale ingestione dei medesimi e l’insorgere della sindrome; notava come anche i militari del NAS avessero concluso le loro indagini affermando di non essere stati in grado di individuare la causa dell’infezione in oggetto; contestava ad ogni modo la quantificazione del danno operata dal consulente d’ufficio in sede di ATP; concludeva per il rigetto di ogni avversa domanda chiedendo di essere comunque manlevato di ogni eventuale negativa conseguenza della causa da parte della ***.

A sua volta costituitasi in giudizio, la terza chiamata eccepiva in via preliminare l’inammissibilità della procedura di ATP e la sua inutilizzabilità nell’ambito del giudizio di cognizione; aderiva nel merito alle difese svolte dal proprio cliente; eccepiva peraltro l’inoperatività della polizza dal momento che la stessa, destinata a coprire i soli danni causati da generi alimentari di produzione propria venduti o somministrati nell’esercizio pubblico direttamente al consumatore, non poteva avere ad oggetto pesce crudo, semmai portatore di un vizio originario escluso dalla copertura assicurativa; instava quindi chiedendo il rigetto di ogni domanda svolta nei suoi confronti.

Procedutosi alla trattazione del giudizio con il deposito di memorie autorizzate e datosi quindi corso alla fase istruttoria mediante l’escussione dei testi e l’acquisizione del fascicolo di ATP, la causa è stata infine trattenuta in decisione all’udienza del 21 gennaio 2016.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente all’esame di ogni altra questione ritiene il giudicante di dover rigettare l’eccezione di inammissibilità della consulenza svolta in sede di ATP nell’ambito del procedimento ex art. 696 bis cpc rubricato sub n. 7078/11 R.G., riaffermando l’assoluta ritualità della medesima.

Ed invero – dal momento che l’istituto in esame risulta connotato da una evidente funzione conciliativa e si palesa quale strumento volto a favorire la soluzione transattiva della controversia insorta tra le parti anche per mezzo della anticipazione delle valutazioni inerenti le questioni di fatto, tanto da potersi configurare alla stregua di una prova “in luogo del processo” e non “prima del processo”, di per sé non necessariamente strumentale al successivo giudizio di merito, ma essa stessa strumento dal quale partire per trovare una soluzione conciliativa tra le parti, così da evitare il giudizio di merito – non ha nessun senso che esso debba veder limitato il proprio ambito di operatività alla circostanza che entrambe le parti convengano in merito all’an, permanendo questioni unicamente in ordine al quantum della richiesta avanzata dalla parte ricorrente.

Né, d’altro canto – assumendo la consulenza tecnica preventiva di cui all’art. 696 bis cpc una marcata funzione conciliativa più che di cautela e caratterizzandosi per un primario scopo deflattivo del contenzioso civile che si realizza mediante il preventivo accertamento e la conseguente quantificazione dei crediti derivanti dalla mancata o inesatta esecuzione di obbligazioni contrattuali o da fatto illecito – paiono consentite interpretazioni eccessivamente restrittive e formalistiche dell’istituto, dovendosi ritenere che la prospettiva conciliativa debba appunto essere vagliata nel corso della procedura, così come ben chiarito nell’ultimo alinea del primo comma della norma in esame, e non preesistere invece alla proposizione del ricorso.

E tanto meno potrebbe fondatamente affermarsi che la valutazione del consulente debba limitarsi ad una mera fotografia della situazione esistente, con esclusione di ogni valutazione in merito alle cause dei fatti riscontrati, ove si consideri che al contrario è la stessa lettera della norma a precisare che l’istituto in questione risulta destinato ad operare non solo la preventiva determinazione del credito (valutazione in merito al quantum) ma anche il suo accertamento (valutazione in merito all’an).

Mentre, per ciò che attiene alla dedotta funzione conciliativa, la medesima va individuata non tanto nella circostanza – comunque verificatasi nel caso in esame – che il consulente d’ufficio abbia effettivamente tentato una mediazione fra le parti, quanto piuttosto nello stesso svolgimento del modulo istruttorio previsto dal legislatore, che già di per sé diviene luogo di confronto e di possibile composizione delle diverse posizioni assunte dalle varie parti.

Che, poi, nella fattispecie la conciliazione non sia riuscita è dimostrato in re ipsa dall’esperimento dell’odierna azione, nel cui ambito la domanda attorea risulta fermamente contestata dalla convenuta.

Venendo allora al merito, osserva lo scrivente come l’azione sia fondata e meriti quindi accoglimento nei limiti di cui al dispositivo.

All’esito della fase istruttoria si è invero potuto appurare:

– che durante il pranzo tenutosi sabato 21.2.09 presso il Ristorante ***, il nipote del *** consigliò all’attrice ed ai suoi famigliari di prendere quale antipasto delle ostriche e dei tartufi di mare crudi (teste G.),

– che la portata venne presentata frammista a cubetti di ghiaccio che a detta dei camerieri dovevano solo servire ad abbellire il piatto (teste G.),

– che in realtà i frutti di mare in questione erano i resti di una cena tenutasi il giorno precedente ed organizzata dal sig. *** (circostanza da ritenersi ammessa a seguito della mancata comparizione del legale rappresentante del convenuto a rendere l’interpello nonché verbale NAS di cui al doc. 4 convenuto),

– che, più in particolare, il *** aveva acquistato del pesce e delle ostriche dal sig. ***, il quale gli aveva quindi regalato 2 kg. di tartufi di mare (circostanza da ritenersi ammessa a seguito della mancata comparizione del legale rappresentante del convenuto a rendere l’interpello nonché verbale NAS di cui al doc. 4 convenuto),

– che i tartufi erano quindi stati direttamente portati dal *** al Ristorante ***, senza l’utilizzo di borse termiche, mentre il resto del pesce era stato invece trasportato e consegnato dalla “Ittica ***” (verbale NAS di cui al doc. 4 convenuto),

– che nella serata successiva al pasto, tutti i commensali cominciavano a sentirsi male presentando fenomeni di vomito e diarrea, oltre a dolori addominali (teste G.),

– che quando il figlio dell’attrice chiamò il ristorante per far presente quanto era accaduto, gli fu precisato dalla figlia del *** che anche altri clienti avevano avuto problemi simili (teste G.),

– che a seguito delle indagini svolte dai Carabinieri della Stazione di Bastia di Rovolon, nella persona del Comandante, Luogotenente Ivan Fino, e dal NAS di Padova si appurava che in effetti anche altre persone avevano lamentato problemi simili a quelli denunciati dal G. (teste Atteo).

Laddove l’esperimento della CTU ha consentito a sua volta di appurare:

– che il 23.2.09 veniva diagnosticata all’attrice una gastroenterite acuta (pag. 23),

– che in data 7.3.09 l’attrice veniva quindi ricoverata presso la Casa di Cura di Abano Terme a causa del verificarsi di episodi di caduta per riferito deficit di forza agli arti inferiori (circostanza pacifica in atti),

– che nel corso della degenza gli esami strumentali evidenziavano unicamente una infrazione della VI costa sinistra e la frattura della VII costa sinistra, in assenza di focalità patologiche encefaliche (pag. 23-24),

– che a causa di un aggravarsi della situazione l’attrice veniva poi trasferita presso il Reparto di Terapia Intensiva ove era eseguito l’esame del liquido cefalo rachidiano, le cui risultanze apparivano compatibili con la diagnosi di una sindrome di Guillain-Barrè (pag. 24),

– che la vicenda clinica era quindi caratterizzata dalla necessità di eseguire una intubazione oro-tracheale con assistenza ventilatoria, una tracheotomia ed il posizionamento di PEG (pag. 24-26),

– che al momento delle dimissioni la paziente presentava una paraparesi con presenza di movimenti prossimo-distali incompleti e la capacità di una deambulazione limitata a brevi tratti con necessità di girello o di accompagnatore (pag. 26),

– che la gastroenterite è una infiammazione della mucosa gastro-intestinale la quale può trarre origini da molteplici cause batteriche, virali, parassitarie e tossiche, la cui trasmissione può in taluni casi avere origine alimentare (pag. 27),

– che con il termine tossinfezione alimentare si indicano una serie di sindromi causate dall’ingestione di cibi contaminati da sostanze tossiche o da microrganismi patogeni (pag. 27),

– che l’insorgenza dei sintomi della tossinfezione a distanza di qualche ora dal pranzo nonché il dato anamnestico circostanziale del focolaio epidemico ristretto ai familiari appaiono compatibili con una gastroenterite di origine alimentare (pag. 28),

– che non vi è peraltro alcuna certezza sul punto in ragione della mancanza di una conferma di laboratorio del dato infettivo e dell’omesso isolamento dell’agente patogeno, sicché l’esistenza di un nesso causale tra l’ingestione di materiale alimentare contaminato e la gastroenterite accusata dall’attrice può essere postulata solo in termini probabilistici (pag. 29),

– che la sindrome di Guillain Barrè è una poliradicolopatia acuta infiammatoria demielinizzante, caratterizzata dal manifestarsi di una paralisi progressiva degli arti, con interessamento della muscolatura respiratoria e del sistema nervoso autonomo (pag. 30),

– che nella patogenesi di tale sindrome si è pertanto sospettato un ruolo determinante dell’agente infettivo che agirebbe attraverso una modificazione del materiale antigenico della cellula di Schwann ovvero determinando una risposta immunitaria crociata con la mielina del nervo (pag. 31),

– che da un punto di vista statistico-epidemiologico la correlazione tra la gastroenterite diagnosticata all’attrice e la successiva comparsa della predetta sindrome appare certamente significativa, apparendo elevata la probabilità che quest’ultima abbia tratto origine dalla prima (pag. 31-32),

– che i precedenti morbosi da cui risultava affetta l’attrice non presentano invece alcuna influenza nel determinismo della vicenda clinica di cui è causa (pag. 32),

– che i postumi permanenti subiti dalla paziente a causa di quanto accaduto possono essere quantificati nella misura del 65%-70% (pag. 36),

– che si sono individuate spese mediche congrue sostenute per complessivi € 4.960,00, mentre non risulta che ne saranno necessarie di ulteriori in futuro (pag. 36).

Le quali considerazioni vengono da questo giudice fatte integralmente proprie in considerazione della correttezza del ragionamento logico così svolto e della congruità delle risposte rese dal consulente d’ufficio alle osservazioni svolte dai consulenti di parte.

Avendo in proposito la Suprema Corte ben chiarito che il giudice del merito, quando aderisce alle conclusioni del consulente tecnico che nella relazione abbia tenuto conto, replicandovi, dei rilievi dei consulenti di parte, esaurisce l’obbligo della motivazione con l’indicazione delle fonti del suo convincimento, non essendo quindi necessario che egli si soffermi anche sulle contrarie allegazioni dei consulenti tecnici di parte che, seppur non espressamente confutate, restano implicitamente disattese perché incompatibili con le conclusioni tratte, mentre le critiche di parte, che tendano al riesame degli elementi di giudizio già valutati dal consulente tecnico, si risolvono in mere argomentazioni difensive (Cass. 2.2.15 n. 1815 e 9.1.09 n. 282).

Ciò posto in linea di fatto, osserva il giudicante come pacifica giurisprudenza di legittimità sostenga:

– che nel giudizio avente ad oggetto il risarcimento del danno, l’attore deve allegare l’insorgenza della patologia e l’inadempimento qualificato della controparte, astrattamente idoneo a provocare, quale causa o concausa efficiente, il danno lamentato, rimanendo a carico del convenuto l’onere di dimostrare che tale inadempimento non vi è stato, ovvero che, pur esistendo, esso non è stato causa del danno (Cass. 9.10.12 n. 17143), di tal che, se all’esito del giudizio permanga incertezza sulla sussistenza del nesso causale tra la condotta del convenuto e il danno, tale incertezza ricade sull’attore (Cass. 26.2.13 n. 4792),

– che peraltro in sede civile per l’accertamento del nesso causale tra condotta illecita ed evento di danno non è necessaria la dimostrazione di un rapporto di consequenzialità necessaria tra la prima ed il secondo, ma è sufficiente la sussistenza di un rapporto di mera probabilità scientifica, conseguendone che il nesso causale può essere ritenuto sussistente non solo quando il danno possa ritenersi conseguenza inevitabile della condotta, ma anche quando ne sia conseguenza altamente probabile e verosimile (Cass. 26.6.07 n. 14759),

– che pertanto in tema di illecito civile il nesso di causalità deve essere fondato sul criterio della probabilità, e non già della mera possibilità, di verificazione dell’evento (Cass. 18.4.07 n. 9226),

– che al fine dell’accertamento di eventuali responsabilità risarcitorie, ove il ricorso alle nozioni di patologia medica e medicina legale non possa fornire un grado di certezza assoluta, la ricorrenza del rapporto di causalità non può essere esclusa in base al mero rilievo di margini di relatività, a fronte di un serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica, specie qualora manchi la prova della preesistenza, concomitanza o sopravvenienza di altri fattori determinanti, dovendo invece escludersi la sussistenza del nesso eziologico solo quando le conclusioni cui sia giunto il consulente d’ufficio risultino svolte in termini di mera possibilità (Cass. 11.11.05 n. 22894).

Ora, dal momento che nel caso di specie è certo, anche per ammissione del legale rappresentante della compagine convenuta, non presentatosi a rendere l’interpello in assenza di un giustificato motivo:

– che l’attrice abbia consumato frutti di mare durante il pasto del 21.2.09,

– che i medesimi, consegnati al ristoratore privi dei documenti di vendita e di trasporto, risultassero gli avanzi di una cena allestita la sera precedente,

– che a distanza di due giorni dal pasto veniva quindi diagnosticata all’attrice una gastroenterite acuta,

– che anche i familiari della S. ed altri avventori del locale lamentavano disturbi intestinali successivamente al pasto,

– che l’insorgenza dei sintomi della tossinfezione a distanza di qualche ora dal pranzo nonché il dato del focolaio epidemico ristretto alle persone che avevano consumato il pasto in esame appaiono compatibili con una gastroenterite di origine alimentare,

ritiene il giudicante sussistano sufficienti elementi di prova per affermare la ricorrenza del nesso di causalità tra l’ingestione delle crudità di mare ed il successivo presentarsi della gastroenterite in questione, apparendo per un verso verosimile e più probabile che non che l’evento in oggetto sia dipeso dal fatto in questione e risultando, per altro verso, sintomatica l’assenza di altri fattori preesistenti, concomitanti o sopravvenuti di per sé atti a spiegare il verificarsi dell’accaduto.

Laddove poi è lo stesso consulente d’ufficio ad attestare la natura altamente significativa, sotto il profilo probabilistico, della correlazione tra la gastroenterite e la successiva comparsa della sindrome.

Mentre risulta del pari evidente la grave carenza di diligenza manifestata dai responsabili del ristorante che, in violazione di minime norme igieniche, accettavano la consegna di crudità marine trasportate senza l’utilizzo di sistemi di refrigerazione e le propinavano addirittura ad ignari clienti il giorno seguente, dopo che le stesse erano già state proposte nel corso di una cena.

Ritenuto pertanto dimostrato il nesso eziologico tra la somministrazione del piatto avariato ed il verificarsi dell’evento lesivo, oltre che la sussistenza di una grave responsabilità per l’accaduto in capo alla parte convenuta, deve allora procedersi alla liquidazione del danno in favore dell’attrice.

In proposito, va innanzi tutto quantificato quello di natura patrimoniale, partendo dal ristoro del danno emergente relativo:

– alle spese mediche sostenute in relazione alla patologia in esame, che sono state ritenute congrue dal consulente per l’importo di € 4.960,00,

– alle spese di ATP, quantificate nell’importo di € 1.369,81,

– alle spese di CTP nei limiti dell’importo di € 3.000,00, ritenuto più che congruo a compensare l’intervento del dr. Munari e del prof. Dam,

– alle spese legali di ATP, quantificate in base a tariffa nell’importo di € 5.600,00,

per un totale di € 14.929,81, rivalutato ad oggi in € 15.870,39.

In secondo luogo spetta poi all’attrice il risarcimento del danno non patrimoniale derivante dalla lesione della salute, che rientra fra i diritti inviolabili della persona, come tali garantiti dalla nostra Suprema Carta, i quali appaiono reintegrabili – sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cc – anche quando non sussista un fatto/reato né ricorra alcuna delle altre ipotesi in cui la legge consente espressamente il ristoro dei pregiudizi non patrimoniali, purché si accerti:

– che l’interesse leso, e non il pregiudizio sofferto, abbia rilevanza costituzionale, poiché altrimenti si perverrebbe ad una abrogazione per via interpretativa dell’art. 2059 cc, posto che qualsiasi danno non patrimoniale, per il fatto stesso di essere tale, e cioè di toccare interessi della persona, sarebbe sempre risarcibile,

– che la lesione dell’interesse sia grave, nel senso che l’offesa superi una soglia minima di tollerabilità, in quanto il dovere di solidarietà dettato dall’art. 2 Cost. impone a ciascuno di tollerare le minime intrusioni nella propria sfera personale inevitabilmente scaturenti dalla convivenza,

– che il danno non sia futile, vale a dire che non consista in meri disagi o fastidi, ovvero nella lesione di diritti del tutto immaginari, come quello alla qualità della vita od alla felicità (Cass. Sez. Un. 11.11.08 n. 26972).

Danno questo che di per sé ricomprende:

– sia il pregiudizio da inabilità temporanea, e cioè l’incapacità di una persona ad attendere per un certo periodo alle proprie ordinarie occupazioni a causa di una malattia provocata dal fatto illecito altrui,

– sia la lesione dell’integrità psicofisica del soggetto e del bene della salute, comprensiva del turbamento dello stato d’animo conseguito al patimento della lesione fisica ed intrinseca alla struttura del fatto illecito del quale viene a rappresentare ineliminabile conseguenza immediata e quindi liquidabile pure in presenza di una semplice invalidità temporanea (Cass. 10 marzo 1992 n. 2840).

Esso peraltro, presentando natura unitaria, va liquidato in maniera omnicomprensiva, non costituendo le singole voci di esso elaborate dalla dottrina e dalla giurisprudenza – tradizionalmente rappresentate dal danno biologico, dal danno estetico, dal danno esistenziale e dal danno alla vita di relazione – pregiudizi autonomamente risarcibili (Cass. 16.5.13 n. 11950), ma semmai ulteriori sottocategorie aventi valenza meramente descrittiva (Cass. ord. 13.7.11 n. 15414), delle quali deve essere evitata una errata duplicazione risarcitoria dal momento che la sofferenza soggettiva derivante da una lesione della salute costituisce necessariamente una componente di quest’ultima (Cass. Sez. Un. 11.11.08 n. 26972).

In proposito, si osserva come il CTU, nell’ambito del proprio elaborato peritale, abbia individuato postumi permanenti nella misura del 65-70%, mentre per quel che attiene alla durata della inabilità temporanea – in assenza di precisazioni da parte del medesimo e dello stesso CTP attoreo nell’ambito della relazione datata 21.2.09 (doc. 6 attoreo) – si ritiene di non poter procedere ad una loro valutazione.

Fatta pertanto applicazione delle “Tabelle per la liquidazione del danno non patrimoniale derivante da lesione all’integrità psico-fisica” predisposte dal Tribunale di Milano – le quali secondo la Suprema Corte costituiscono valido e necessario criterio di riferimento ai fini della valutazione equitativa ex art. 1226 cc, là dove la fattispecie concreta non presenti circostanze tali da richiedere la relativa variazione in aumento o in diminuzione, tanto da affermare che risulti incongrua la motivazione della sentenza di merito che non dia conto delle ragioni della preferenza assegnata ad una liquidazione che risulti sproporzionata rispetto a quella cui si giungerebbe mediante l’applicazione dei parametri indicati dalle predette tabelle (Cass. 30.6.11 n. 14402) – ne deriva il riconoscimento in favore dell’attrice del diritto ad un risarcimento di € 444.433,00 a titolo di risarcimento del danno morale e di quello biologico permanente, non ritenendo di doversi ulteriormente personalizzare la cifra in esame, essendo stato ben chiarito dai giudici di legittimità che il grado di invalidità permanente espresso da un baréme medico legale esprime la misura in cui il pregiudizio alla salute incide su tutti gli aspetti della vita quotidiana della vittima, restando preclusa la possibilità di un separato ed autonomo risarcimento a titolo di personalizzazione del danno, salvo che l’interessato alleghi e dimostri circostanze specifiche ed eccezionali tali da rendere il pregiudizio in concreto più grave, sotto gli aspetti indicati, rispetto alle conseguenze ordinariamente derivanti da lesioni dello stesso genere sofferte da persone della stessa età (Cass. 7.11.14 n. 23778).

Sicché, tenuto conto del danno patrimoniale già liquidato, si individua nel complessivo importo di € 460.303,39 l’ammontare del risarcimento spettante alla S..

Sulla somma così determinata tenendo già conto della perdita del potere d’acquisto della moneta, anche in considerazione del fatto che sono stati utilizzati i valori indicati nelle tabelle da ultimo pubblicate, spettano poi all’attrice gli interessi di legge a far data dal deposito della presente sentenza e sino al saldo effettivo.

I medesimi non sono invece dovuti per il periodo precedente poiché essi vanno unicamente liquidati qualora – dal confronto comparativo in unità di pezzi monetari tra la somma rivalutata riconosciuta al creditore al momento della liquidazione e quella di cui egli disporrebbe in ipotesi di un tempestivo soddisfo e avendo potuto utilizzare l’importo allora dovutogli secondo le forme considerate ordinarie nella comune esperienza ovvero in impieghi più remunerativi – la seconda ipotetica somma sia maggiore della prima (Cass. 12.2.10 n. 3355 e 24.10.07 n. 22347), ciò che nella fattispecie non è stato provato.

Quanto poi alla domanda di manleva esperita dal convenuto nei confronti della “***”, la medesima va accolta.

Ed invero – una volta osservato come l’art. 47 del contratto precisi che l’assicurazione è altresì operante per i danni derivanti da “cose vendute dall’assicurato, esclusi i danni da vizio originario del prodotto, fatta eccezione per i generi alimentari di produzione propria venduti (somministrati o smerciati) nello stesso esercizio direttamente al consumatore” – pare allo scrivente che la predetta limitazione della copertura non si attagli al caso di specie, dal momento che non sussiste alcuna prova del fatto che l’alimento a causa del quale si è sviluppata la gastroenterite fosse sin dall’origine affetto da vizi e cioè dalla presenza di sostanze chimiche tossiche o di tossine prodotte da micorganismi, giacché:

– per un verso non è escluso che i medesimi si siano prodotti solo a causa del suo trasporto effettuato in maniera scorretta da Venezia a Rovolon, senza l’utilizzo di borse termiche,

– per altro verso è affermato dallo stesso consulente d’ufficio che l’intossicazione potrebbe in realtà essere stata causata da tossine elaborate dai microrganismi durante la colonizzazione e lo sviluppo nel tratto intestinale o in altri tessuti e cioè in un momento successivo alla somministrazione della pietanza (pag. 27 CTU).

Di tal che la compagnia va condannata a tenere indenne il proprio assicurato di quanto dovuto in favore dell’attrice a titolo di capitale, interessi e spese.

Quanto infine alle spese di giudizio, liquidate come da dispositivo tenendo conto:

– dei parametri dettati dal D.M. 10.3.14 n. 55, siccome disposto dall’art. 28 il quale prevede appunto che le disposizioni del decreto si applichino a tutte le liquidazioni successive alla sua entrata in vigore, pur ove la prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta quando ancora erano in vigore le tariffe abrogate,

– dell’ammontare delle somme in concreto riconosciute dovute (Cass. 5.1.11 n. 226),

– della circostanza che la fase di studio della controversia e di introduzione del giudizio ha comportato l’esame delle stesse circostanze in fatto e diritto già valutate per l’esperimento della ATP,

le stesse gravano sul convenuto in forza del principio della soccombenza sancito dall’art. 91 cpc.

P. Q. M.

Il Giudice, pronunciando in maniera definitiva sulla presente controversia, disattesa ogni diversa istanza:

1) condanna il “Ristorante ***” a pagare in favore di E. S., a titolo di risarcimento danni, la somma già rivalutata di € 460.303,39, oltre agli interessi di legge dal deposito della presente sentenza e sino all’effettivo saldo;

2) condanna il convenuto a rifondere in favore dell’attrice le spese processuali che liquida in € 18.000,00 per competenze ed in € 1.064,00 per anticipazioni, oltre al rimborso delle spese generali, dell’IVA e degli accessori di legge;

3) condanna il convenuto a sostenere le competenze di CTU;

4) condanna la “***” a tenere indenne il convenuto delle somme dovute in favore dell’attrice in forza di quanto statuito sub 1), 2) e 3).

Padova, 20 aprile 2016

         Il Giudice

dott. Guido Marzella

Art. 2051 c.c.: l’assenza di testimoni al sinistro non esclude la responsabilità (Cass. civ. 9140/13)

Una breve considerazione: troppo spesso e (mal) volentieri ci imbattiamo in Giudici che rigettano la domanda risarcitoria (anche) per l’assenza di testimoni al sinistro. Questa sentenza degli Ermellini chiarisce invece che anche se non vi siano stati testi che abbiano assistito alle modalità del fatto, la causa (ad esempio di una caduta) ben può essere sempre individuata presuntivamente in relazione al contesto in cui quel sinistro si è svolto. CC

Cass. civ. Sez. III, Sent., 16-04-2013, n. 9140

(OMISSIS)

Svolgimento del processo

S.M. propone ricorso per cassazione, affidato a tre motivi ed illustrato da successiva memoria, avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma che ha rigettato il suo gravame contro la sentenza di primo grado del Tribunale di Roma, che aveva respinto la domanda risarcitoria da essa proposta nei confronti del Condominio di (OMISSIS), in relazione ad un sinistro occorsole all’interno dello stabile condominiale il (OMISSIS).

Il Condominio resiste con controricorso.

Motivi della decisione

1.- Con il primo motivo la ricorrente lamenta la violazione degli artt. 2051 e 2697 cod. civ., assumendo che la responsabilità oggettiva di cui all’art. 2051 cod. civ., sarebbe incompatibile con la prova del nesso di causalità richiesta dal giudice di appello.

1.1.- Il mezzo è infondato, attesa la diversità ontologica tra la colpa ed il nesso di causalità. Anche nel regime di cui all’art. 2051 cod. civ., è necessaria dunque la prova del nesso di causalità.

2.- Con il secondo motivo, sotto il profilo del vizio di motivazione, la ricorrente si duole che nella sentenza impugnata si faccia riferimento solo al materiale di risulta e non anche agli altri fattori di pericolo emersi dall’istruttoria.

2.1.- Il mezzo è inammissibile, in quanto – secondo la sentenza – è esclusa la prova del nesso di causalità e dunque ogni questione in tema di colpa è irrilevante e comunque assorbita dalla ritenuta responsabilità del condominio ex art. 2051 cod. civ..

3.- Con il terzo motivo la ricorrente, sotto il profilo del vizio di motivazione, si duole che la Corte di Appello, pur avendo correttamente ritenuto che i gradini fossero sporchi di materiale di risulta murario, ha poi contraddittoriamente affermato l’insufficienza di tale prova.

3.1.- Il terzo motivo è fondato.

Accertate in fatto l’esistenza di “materiale di risulta precipitato dal soffitto e dalle pareti del vano scala condominiale” e la caduta della S., la Corte d’appello ha tuttavia conferito determinante valenza in punto di difetto di prova di nesso causale tra presenza di materiali di risulta e caduta alla circostanza che “nessun testimone è stato in grado di precisare le modalità della caduta”.

A parte il rilievo che non è immaginabile come un teste potesse con certezza attribuire la caduta alla presenza di materiale di risulta quand’anche avesse materialmente assistito all’evento (in ipotesi, conseguito ad una “scivolata”), è ovvio che in casi quale quello di specie la causa è sempre individuata presuntivamente in relazione al contesto.

Così, ad esempio, se un’autovettura slitta in un punto della strada dov’è presente del brecciolino, la causa dello slittamento ben potrà essere attribuita alla presenza di quel materiale anche se non vi siano stati testi che abbiano assistito alle modalità del fatto.

Lo stesso vale per le cadute su pavimento bagnato, o lungo scale con gradini sconnessi e così via.

Il vizio della motivazione sta allora nell’aver escluso la sussistenza di nesso causale solo perchè non v’erano testi che avessero assistito alle modalità della caduta (il che dipende esclusivamente dal caso), senza scrutinare se a diverse conclusioni potesse in ipotesi pervenirsi sulla scorta dell’apprezzamento di fatti idonei ad ingenerare presunzioni, così consentendo di inferire la ricorrenza del fatto ignoto (causa della caduta) da quello noto (presenza di materiali di risulta) alla luce delle nozioni di fatto comune esperienza, che integrano com’è noto una regola di giudizio.

Il che non avrebbe comunque impedito – nell’ambito dell’apprezzamento dei fatti che compete al giudice del merito – di ritenere, in ipotesi, che la qualità di condomina della persona incorsa nella caduta, come tale a conoscenza della pericolosità del contesto, le imponesse una particolare cautela nell’affrontare la discesa delle scale e di ravvisarne per tale via il concorso nell’accadimento del fatto.

4.- Il terzo motivo di ricorso va pertanto accolto, rigettati i primi due, e la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione con rinvio, anche per le spese, alla Corte di Appello di Roma in diversa composizione.

P.Q.M.

la Corte accoglie il terzo motivo di ricorso, rigettati i primi due, cassa in relazione la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 14 febbraio 2013.

Depositato in Cancelleria il 16 aprile 2013

Cass. civ. 339/2016: il danno morale (se provato anche per presunzioni) va riconosciuto anche nelle micropermanenti

Cass. civ. Sez. III, Sent., 13-01-2016, n. 339

IL PRICIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Anche con riguardo alle lesioni di lieve entità non si può escludere il c.d. danno morale dal novero delle lesioni meritevoli di tutela risarcitoria, dovendosi in ogni caso tener conto della lesione in concreto subita. Questa impostazione è conforme alla sentenza di questa Corte n. 29191 del 2008, ove si afferma “l’autonomia ontologica del danno morale“, e la necessità di un suo accertamento separato e ulteriore. Diversamente opinando, infatti, si arriverebbe ad una incomprensibile differenziazione tra i danni di lieve entità derivanti da causa diversa da sinistro stradale e i danni da sinistro stradale che comporterebbero una minore tutela del danneggiato. Ne consegue che, anche in caso di danno da micropermanente deve ritenersi consentita la liquidazione del danno morale come voce di danno non patrimoniale, in aggiunta al danno biologico previsto dall’art. 139 codice delle assicurazioni private. Tale danno può essere provato anche per presunzioni.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. AMBROSIO Annamaria – Consigliere –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 7359/2013 proposto da:

F.L. (OMISSIS), considerato domiciliato ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dagli avvocati PACIFICI Paolo, ANTONIO GIUA giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MILANO ASSICURAZIONI SPA, P.I.S.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1329/2012 del TRIBUNALE di SASSARI, depositata il 19/09/2012, R.G.N. 1518/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 28/10/2015 dal Consigliere Dott. PAOLO D’AMICO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. BASILE Tommaso, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

F.L. propose appello avverso la sentenza del Giudice di Pace di Sassari esponendo che quest’ultimo, dopo aver liquidato il danno biologico, non aveva riconosciuto il danno morale conseguente al sinistro stradale attribuibile a responsabilità esclusiva della convenuta P.I.S..

Concluse pertanto chiedendo al Tribunale il risarcimento del danno morale.

Il Tribunale ha rigettato l’appello.

Propone ricorso con un unico motivo F.L..

Gli intimati non svolgono attività difensiva.

Motivi della decisione

Con l’unico motivo il ricorrente denuncia “violazione di norme di diritto ex art. 360, n. 3, in relazione all’art. 2059 c.c. e all’art. 2697 c.c. e segg.”.

Il ricorrente ritiene che, contrariamente a quanto sostenuto dal Tribunale di Sassari, la prova del danno non patrimoniale può essere solo allegata con l’indicazione delle circostanze di fatto da cui deriva il pregiudizio. A suo avviso il giudice ha adottato criteri rigorosi per la liquidazione del danno morale, non condivisi dall’orientamento giurisprudenziale prevalente.

Il motivo è infondato.

Risulta che il giudice ha liquidato il danno biologico compresa in esso anche la sofferenza morale. Dunque, correttamente il giudice ha ritenuto come non compiutamente specificata la domanda di ulteriore danno morale.

Il difetto di allegazione ha precluso al giudice il ricorso allo strumento probatorio presuntivo, posto che non è dato sapere quali siano i fatti noti in base ai quali il giudice possa risalire al fatto ignoto che intende provare.

La motivazione è corretta.

In caso di incidente stradale il danno morale, conseguente alle lesioni, va sempre provato, sia pure per presunzioni, non sussistendo alcuna automaticità parametrata al danno biologico patito. E ciò è tanto più vero nel caso di lesioni minori (micropermanenti), laddove non sempre vi è un ulteriore danno in termini di sofferenza da ristorare. Dunque, se in linea di principio neanche con riguardo alle lesioni di lieve entità si può escludere il c.d. danno morale dal novero delle lesioni meritevoli di tutela risarcitoria, per valutare e personalizzare il danno non patrimoniale, si deve però tener conto della lesione in concreto subita.

Questa impostazione è conforme alla sentenza di questa Corte n. 29191 del 2008, ove si afferma “l’autonomia ontologica del danno morale”, e la necessità di un suo accertamento separato e ulteriore.

Diversamente opinando, infatti, si arriverebbe ad una incomprensibile differenziazione tra i danni di lieve entità derivanti da causa diversa da sinistro stradale, liquidati mediante ricorso al sistema tabellare equitativo, in virtù del principio di liquidazione totale del danno, e i danni da sinistro stradale che comporterebbero una minore tutela del danneggiato. Ne consegue che, anche in caso di danno da micropermanente deve ritenersi consentita la liquidazione del danno morale come voce di danno non patrimoniale, in aggiunta al danno biologico previsto dall’art. 139 codice delle assicurazioni private. Questo significa però che è il danneggiato ad essere onerato dall’allegazione di tutte le circostanze utili ad apprezzare la concreta incidenza della lesione patita in termini di sofferenza/turbamento e della prova degli stessi, anche mediante lo strumento delle presunzioni.

In conclusione il ricorso deve essere rigettato e in assenza di attività difensiva di parte intimata non si dispone sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 28 ottobre 2015.

Depositato in Cancelleria il 13 gennaio 2016

Trib. di Verona, sent. 629/15, Giudice Dott.ssa Silvia Rizzuto: l’accertamento della intervenuta violazione da parte di uno dei conducenti, non dispensa dal verificare il comportamento dell’altro conducente

Trib. di Verona, sent. 629/15, Giudice Dott.ssa Silvia Rizzuto

Circolazione stradale – Scontro causato da rispettive condotte negligenti degli automobilisti – Omessa precedenza – Eccesso di velocità – Concorso – Sussiste

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

“In caso di sinistro stradale la Corte di Cassazione ha, anche recentemente, ribadito che se viene accertato che un sinistro stradale è da ascriversi, sotto il profilo eziologico, al comportamento colpevole del conducente deve ritenersi superata la presunzione di concorso di colpa di cui all’art. 2054 c.c. , comma 2, avendo tale presunzione funzione meramente sussidiaria, operante solo se non sia possibile in concreto, accertare le rispettive responsabilità (cfr. Cassazione civile, n. 7439 del 2011, Cass. n. 4055 del 2009). Il superamento della presunzione di cui all’art. 2054 c.c. non significa dunque che l’accertamento della intervenuta violazione, da parte di uno dei conducenti, dell’obbligo di dare la precedenza, dispensi dal verificare il comportamento dell’altro conducente onde stabilire se quest’ultimo abbia a sua volta, violato o meno le norme sulla circolazione stradale ed i normali precetti di prudenza, potendo l’eventuale inosservanza di dette norme comportare l’affermazione di una colpa concorrente (cfr. Cassazione civile n. 9528 del 2012).”

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

TRIBUNALE DI VERONA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale di Verona, in persona della dott.ssa Silvia Rizzato, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nella causa civile di I grado iscritta al n.3032/12 e promossa da: *** nato a Mantova il *** c.f ***

elettivamente domiciliata presso lo studio dell’avv. Ilaria Andreoli, che unitamente all’avv. Davide Rebuzzi del Foro di Mantova, lo rappresenta e difende per mandato a margine dell’ atto di citazione

ATTRICE

contro: SOCIETA’ CATTOLICA DI ASSICURAZIONE COOP. A R. L. in persona del legale rappresentante pro tempore con sede legale in Verona Lungadige n. 16 IVA 00320160237 elettivamente domiciliato presso lo studio dell’avv. Marco Bedoni che lo rappresenta e difende per mandato in calce all’atto di citazione

CONVENUTO

e contro: *** c.f. ***                                      

                                                                                                       CONVENUTO CONTUMACE

CONCLUSIONI PER PARTE DI ATTRICE: Voglia l’Ill.mo Tribunale adito, respinta ogni contraria istanza, eccezione e deduzione,

Nel merito

  • Accertare la piena responsabilità in capo al Sig. *** in ordine alla produzione dell’evento dannoso per cui è causa;
  • Condannare, per l’effetto, i convenuti in via tra loro solidale al risarcimento in favore dell’attore dei danni tutti subiti quantificati in € 91.607,17 o nella somma minore o maggiore che sarà ritenuta di giustizia, il tutto nei limiti di competenza del Giudice adito;
  • In ogni caso, oltre rivalutazione monetaria da determinarsi in base agli indici ISTAT dall’evento al soddisfo ed oltre danno da ritardo, ovvero lucro cessante, da liquidarsi sotto forma degli interessi, da determinarsi nella misura percentuale che verrà ritenuta secondo giustizia, anno per anno sulle somme via via rivalutate dall’evento al soddisfo;
  • Con vittoria di spese, diritti ed onorari .

CONCLUSIONI PER LA CONVENUTA COSTITUITA:

In via principale:

Accertarsi e dichiararsi l’esclusiva responsabilità del Sig. *** nella causazione del sinistro de quo e, per l’effetto, respingersi le domande tutte svolte da parte attrice nei confronti della Società Cattolica di Assicurazione Coop a r.l. perché infondate in fatto e in diritto.

In via subordinata:

Nella denegata ipotesi di rigetto della domanda principale, accertarsi la responsabilità prevalente o concorrente del Sig. *** nella causazione del sinistro de quo e, per l’effetto, accertata la congruità delle somme liquidate stragiudizialmente dalla Compagnia convenuta, respingersi le domande tutte svolte da parte attrice nei confronti della Società Cattolica di Assicurazione Coop a r.l. perché infondate in fatto e in diritto.

In ogni caso:

Vittoria di spese, diritti ed onorari di causa oltre accessori di legge

MOTIVI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

Il presente giudizio tra origine dalla domanda risarcitoria avanzata da *** nei confronti di *** e   di Società Cattolica di Assicurazioni, rispettivamente conducente-proprietario dell’autocarro Daily Iveco tg. *** e compagnia di assicurazioni tenuta al pagamento, volta ad ottenere l’accertamento della piena responsabilità del convenuto *** nella causazione dell’incidente stradale avvenuto il 20.3.2010 e la conseguente condanna dei convenuti all’integrale risarcimento dei danni patiti. La Società Cattolica di Assicurazioni si è costituita in giudizio contestando la pretesa creditoria azionata alla luce delle somme già versate e della responsabilità dell’ attore nella causazione dell’incidente.

Ciò posto, occorre preliminarmente procedere all’accertamento della responsabilità nella causazione dell’incidente per cui è causa.

L’incidente per cui è causa è avvenuto in via Casetta la cui larghezza dagli accertamenti compiuti dalla Polizia Stradale intervenuta risulta pari a m. 2.50-ed ha visti coinvolti un autocarro condotto dal proprietario convenuto fermo in prossimità di una curva a sinistra all’altezza del civico 32 e la bicicletta condotta dall’ attore e proveniente dall’opposto senso di marcia .La bicicletta stava percorrendo via Casetta in discesa direzione Bardolino e, una volta effettuata la curva, la bicicletta è andata a collidere contro l‘ autocarro.

Dalle dichiarazioni rese ai verbalizzanti dal convenuto contumace e dalle dichiarazioni rese dal teste *** emerge, in particolare, che l’autocarro non era in movimento, che occupava gran parte della via e che non aveva azionato alcuna segnalazione acustica. Al riguardo è opportuno precisare che il fatto che la presenza del teste *** non sia stata indicata nel Rapporto della Polizia Stradale non rende di per sé inattendibile le dichiarazioni rese dal teste tenuto anche conto del fatto che il teste ha confermato le dichiarazioni rese dallo stesso convenuto nell’immediatezza del fatto.

Orbene, alla luce di ciò deve certamente ritenersi la responsabilità del *** per avere fermato il mezzo, indipendentemente dalla durata di tale fermata, in prossimità di una curva a visuale cieca senza porre in essere le adeguate cautele tenuto conto delle dimensioni del proprio mezzo che, di fatto, hanno occupato la gran parte della strada.

In caso di sinistro stradale la Corte di Cassazione ha, anche recentemente, ribadito che se viene accertato che un sinistro stradale è da ascriversi, sotto il profilo eziologico, al comportamento colpevole del conducente deve ritenersi superata la presunzione di concorso di colpa di cui all’art. 2054 c.c. , comma 2, avendo tale presunzione funzione meramente sussidiaria, operante solo se non sia possibile in concreto, accertare le rispettive responsabilità (cfr. Cassazione civile, n. 7439 del 2011, Cass. n. 4055 del 2009). Il superamento della presunzione di cui all’art. 2054 c.c. non significa dunque che l’accertamento della intervenuta violazione, da parte di uno dei conducenti, dell’obbligo di dare la precedenza, dispensi dal verificare il comportamento dell’altro conducente onde stabilire se quest’ultimo abbia a sua volta, violato o meno le norme sulla circolazione stradale ed i normali precetti di prudenza, potendo l’eventuale inosservanza di dette norme comportare l’affermazione di una colpa concorrente (cfr. Cassazione civile n. 9528 del 2012).

Nella specie deve ritenersi che anche la condotta di guida dell’attore è connotata da profili di imprudenza e ciò per un eccesso di velocità tenuta in relazione alle condizioni dei luoghi e, in particolare, in presenza di una curva a visuale cieca che avrebbe dovuto imporre al ciclista di farvi ingresso ad una velocità tale da poter porre in essere una eventuale manovra di emergenza in caso di ostacolo improvviso (cfr. sul punto Cass. n. 11516 del 2012).

Alla luce di quanto sopra si ritiene equo determinare la causa principale dell’incidente per una percentuale del 70% alla condotta di guida dell’autocarro che, si ribadisce, ha fermato il proprio voluminoso mezzo di modo da costituire un ostacolo non visibile per i veicoli provenienti in discesa dall’opposto senso di marcia, e attribuire alla condotta del ciclista la residuale responsabilità del 30%.

Ciò posto occorre procedere alla liquidazione dei danni pretesi in risarcimento onde verificare se quanto ricevuto dall’attore nella fase antecedente il giudizio copra o meno il danno subito.

Per ciò che concerne i danni non patrimoniali, si deve prendere le mosse dalle sentenze delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione del 2008 (sentenze nn. 26972, 26973, 26974 e 26975/2008, n. 8669/2009) e dalle successive sentenze della Corte che hanno specificato e precisato i principi espressi dalle Sezioni Unite. Il carattere unitario della liquidazione del danno non patrimoniale ex art. 2059 cod. civ. preclude la possibilità di un separato ed autonomo risarcimento di specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona (danno alla vita di relazione, danno estetico, danno esistenziale, ecc.),che costituirebbero vere e proprie duplicazioni risarcitorie, fermo restando, però, l’obbligo del giudice di tenere conto di tutte le peculiari modalità di atteggiarsi del danno non patrimoniale nel singolo caso, tramite l’incremento della somma dovuta a titolo risarcitorio in sede di personalizzazione della liquidazione (Cass. n. 21716 del 2013).

In generale, il danno biologico, il danno morale ed il danno alla vita di relazione rispondono a prospettive diverse di valutazione del medesimo evento lesivo, che può causare,nella vittima e nei suoi familiari,un danno medicalmente accertato, un dolore interiore e un’alterazione della vita quotidiana, sicché il giudice di merito deve valutare tutti gli aspetti della fattispecie dannosa, evitando duplicazioni, ma anche “vuoti “ risarcitori (Cass. n. 19402 del 2013).

Nel caso di specie, per ciò che concerne innanzi tutto la lesione dell’integrità psico-fisica (valore della persona, tutelato dall’art.32 della Costituzione), non vi è contestazione in relazione alle valutazioni espresse in fase stragiudiziale dal medico legale dell’assicurazione e dunque per il riconoscimento di un’invalidità temporanea pari a 30 giorni al 100%,30 giorni al 75%, 90 giorni al 50% e un’invalidità permanente del 26%. Per quanto concerne la liquidazione del danno biologico, si ritiene opportuno procedere alla liquidazione del danno applicando le tabelle elaborate dal tribunale di Milano tenuto anche conto dell’indicazione espressa in senso nella sentenza n. 12408 del 2011 per un importo pari a complessivi € 151.548,00 di cui 141.708,00 a titolo di invalidità permanente e € 9840,00 a titolo di invalidità temporanea.

Tale importo come precisato anche nella premessa relativa alle tabelle su indicate, esprime il valor della lesione anatomo – funzionale in sé e dei pregiudizi dinamico-relazionali normalmente conseguenti a quella lesione. Nel caso di specie non sono stati provati elementi per una maggiore personalizzazione del danno liquidato dalle tabelle di Milano già con l’inclusione di una percentuale maggiore rispetto al puro danno biologico. I capitoli di prova a tal fine dedotti risultano generici e, comunque, non paiono idonei a fondare una personalizzazione maggiore di quella già riconosciuta.

Per quanto concerne il danno patrimoniale, si ritiene equo liquidare l’importo di € 824,17 per il ristoro delle spese mediche e di € 688,00 per i danni alla bici e all’ abbigliamento. Al riguardo è opportuno evidenziare che entrambi gli importi non sono stati contestati da parte convenuta ed, anzi, in sede stragiudiziale espressamente riconosciuti dalla compagnia costituita.

Vanno inoltre riconosciute quali voci di danno le spese sostenute per la difesa in fase stragiudiziale pari a € 6.292,00. Ed invero “in tema di assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore dei natanti, nella speciale procedura per il risarcimento del danno da circolazione stradale, introdotta con legge n.990 del 1969 e sue successive modificazioni, il danneggiato ha facoltà, in ragione del suo diritto di difesa, costituzionalmente garantito, di farsi assistere da un legale di fiducia e, in ipotesi di composizione bonaria della vertenza, di farsi riconoscere il rimborso delle relative spese legali; se invece la pretesa risarcitoria sfocia in un giudizio nel quale il richiedente sia vittorioso, le spese legali sostenute nella fase precedente all’instaurazione del giudizio divengono una componente del danno da liquidare e, come tali devono essere chieste e liquidate sotto forma di spese vive o spese giudiziali”.

Deve invece essere rigettata la richiesta risarcitoria per lucro cessante in relazione al mancato passaggio al livello economico superiore. Al riguardo non può infatti condividersi la valutazione attorea secondo la quale la mera partecipazione avrebbe certamente garantito il passaggio al livello superiore in ragione del numero di domande rispetto al numero di posti messi a concorso. Dalla lettura del bando non risulta infatti che il raggiungimento del punteggio 1 avrebbe determinato l’ automatico superamento della prova e conferma di ciò si rinviene dal fatto che la graduatoria approvata vede 256 nominativi a fronte di 261 domande (cfr.doc.17 e 0).

Tutto ciò premesso, il danno complessivamente spettante all’attore per l’incidente per cui è causa è pari ad attuali €159.400,85. In relazione a tale danno occorre tener presente che si è proceduto alla rivalutazione del danno relativo alla bici e all’abbigliamento dalla data dell’evento dannoso alla data odierna. Ai fini della determinazione del risarcimento spettante all’attore occorre poi tenere conto delle percentuali di responsabilità attribuite alle parti di talchè il danno va determinato nella percentuale del 70% per un importo di € 111.580,59.

Detto importo deve quindi essere devalutato alla data di corresponsione dell’acconto da parte della convenuta per un’ importo di € 108.647,12; l’acconto percepito nel 2011 è stato complessivamente di € 60.000,00, con un residuo dunque di € 48.647,00.

Tutto ciò premesso all’attore deve essere riconosciuto un risarcimento pari a € 48.647,00. Su tale importo compete la rivalutazione monetaria dal 30.3.2010 e gli interessi sulla somma annualmente rivalutata dal 2010 sino alla data della presente sentenza e in interessi sull’importo che si determina dalla data della presente sentenza al saldo effettivo.

Le spese di lite seguono la soccombenza che va individuata in capo ai convenuti nonostante la riduzione della domanda e vengono liquidate come in dispositivo.

PQM

Il Tribunale di Verona in composizione monocratica,definitivamente decidendo, in parziale accoglimento delle domande promosse da parte attrice, rigettata ogni contraria istanza ed eccezione, così provvede:

attribuisce la responsabilità dell’incidente in esame al 70% alla condotta di guida del convenuto *** e al 30% a quella dell’attore ***;

condanna i convenuti, in solido tra loro, a versare all’attore la complessiva somma di € 48.647,00 oltre rivalutazione monetaria dal 30.3.2010, interessi sulla somma annualmente rivalutata dal 2010 sino alla data della presente sentenza al saldo effettivo;

condanna i convenuti alla rifusione delle spese di lite liquidate in complessivi € 7.254,00 oltre rimborso forfetario, IVA e cpa;

Verona 21.2.2015

Il Giudice

Dott. Silvia Rizzuto