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Separazione e divorzio: l’assegno (rassegna giurisprudenziale penale)

DIFFERENZA TRA L’ART. 570 C.P. E L’ART. 12-SEXIES C.C.

Rapporto tra il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare e il reato di omessa corresponsione dell’assegno di divorzio – Autonomia – Fattispecie

Va affermata la completa autonomia tra il reato di cui all’art. 570, comma 2, c.p., ed il reato di cui all’art. 12-sexies, legge 1 dicembre 1970, n. 898 (Divorzio) che, pur possedendo quale caratteristica comune l’inadempimento all’obbligazione fissata dal giudice civile, divergono quanto agli ulteriori elementi costitutivi, richiedendo il primo l’ulteriore condizione dello stato di bisogno del creditore, insussistente nel secondo caso, il cui elemento specializzante è costituito dalla presenza della sentenza di divorzio e di un assegno determinato in sede giudiziaria. Ne consegue che la disposizione speciale richiede sul piano economico un minus rispetto alla previsione codicistica, situazione che evidenzia la totale autonomia delle fattispecie. (Cass. pen. Sez. VI, 10-05-2013, n. 20274)

Rapporto tra il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare e il reato di omessa corresponsione dell’assegno di divorzio – Contestazione per il primo reato e condanna per il secondo – Asserita violazione del principio di correlazione tra l’accusa e la sentenza – Esclusione

Non si ha violazione del principio di correlazione tra imputazione contestata e reato ritenuto in sentenza, nella ipotesi in cui l’imputato sia condannato per il reato di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 12 sexies in luogo di quello di cui all’art. 570 c.p., che figuri nell’atto di accusa poiché, pur presentando le due ipotesi criminose presupposti ed elementi strutturali diversi, la condotta presa in considerazione dall’art. 12 sexies rientra nel più ampio paradigma di cui all’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, essendo nella prima ipotesi sufficiente accertare il fatto della volontaria sottrazione all’obbligo di corresponsione dell’assegno determinato dal tribunale e non occorrendo, quindi (come riconosciuto dalla Corte costituzionale con sentenza n. 472 del 1989), che dall’inadempimento consegua anche il “far mancare i mezzi di sussistenza”, elemento invece necessario ai fini della integrazione della seconda figura criminosa (cfr. in termini: Cass. pen. sez. 6, 7824/2000 Rv. 220572). (Cass. pen. Sez. VI, 15-06-2011, n. 24027)

Rapporto tra il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare e il reato di omessa corresponsione dell’assegno di divorzio – Autonomia – Fattispecie

Il delitto previsto dalla L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 12 sexies si configura per il semplice inadempimento dell’obbligo di corresponsione dell’assegno nella misura disposta dal giudice in sede di divorzio, prescindendo dalla prova dello stato di bisogno dell’avente diritto. Inoltre, sempre in tema di reati contro la famiglia, il delitto previsto dalla L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 12 sexies si configura anche in presenza di un inadempimento parziale dell’obbligo di corresponsione dell’assegno divorzile, non essendo riconosciuto all’obbligato un potere di adeguamento dell’assegno in revisione della determinazione fattane dal giudice. (Cass. pen. Sez. VI, 13-10-2009, n. 39938)

Rapporto tra il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare e il reato di omessa corresponsione dell’assegno di divorzio – Figli minorenni e maggiorenni non indipendenti economicamente

In tema di reati contro al famiglia, l’obbligo previsto dall’art. 12-sexies, L 898/1970 non viene meno al raggiungimento della maggiore età delle figlie, atteso che un tale automatismo non è né civilisticamente riconosciuto (dovendo viceversa il genitore obbligato promuovere la modifica giudiziale del provvedimento stabilito in sede divorzile) né penalmente rilevante. (Cass. pen. Sez. II, 06-07-2009, n. 27552)

Rapporto tra il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare e il reato di omessa corresponsione dell’assegno di divorzio – Configurabilità del reato di cui all’art. 570 c.p. o 12-sexies, L. 898/70

A differenza dell’art. 12 sexies della L. 1 dicembre 1970, n. 898, che punisce il mero inadempimento dell’obbligo di corresponsione ai figli (senza limitazione di età) affidati al coniuge divorziato dell’assegno di mantenimento stabilito dal giudice in sede di divorzio, prescindendo dalla prova dello stato di bisogno dell’avente diritto, l’art. 570, comma secondo n. 2 cod. pen. appresta tutela penale alla violazione dei genitori dell’obbligo di assicurare i mezzi di sussistenza ai figli minori in stato di bisogno. Ne consegue che, nel caso in cui la mancata corresponsione da parte dell’obbligato dell’assegno fissato dal giudice in sede di divorzio per il mantenimento del figlio minore privi costui dei mezzi di sussistenza, tale condotta deve essere inquadrata nel paradigma dell’art. 507, comma secondo cod. penale. (Cass. pen. Sez. VI, 16-02-2009, n. 6575)

 

PROCEDIBILITA’ D’UFFICIO

Omessa corresponsione dell’assegno di divorzio – Procedibilità d’ufficio – Sussistenza – Ragioni

Il reato di omessa corresponsione dell’assegno divorzile è procedibile d’ufficio e non a querela della persona offesa, in quanto il rinvio contenuto nell’art. 12-sexies della legge 1° dicembre 1970, n. 898 all’art. 570 cod. pen. si riferisce esclusivamente al trattamento sanzionatorio previsto per il delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare e non anche al relativo regime di procedibilità. (Cass. pen. Sez. Unite, 31-05-2013, n. 23866)

 

 TRATTAMENTO SANZIONATORIO

Omessa corresponsione dell’assegno di divorzio – rinvio, quoad poenam, all’art. 570 c.p. – Pena edittale – Individuazione

Il trattamento sanzionatorio applicabile per il reato di omessa corresponsione dell’assegno di mantenimento in caso di divorzio è quello della pena alla reclusione e della multa applicabili non già in forma congiunta, ma solo in via alternativa. Il generico rinvio, quoad poenam, all’art. 570 c.p., effettuato dall’art. 12-sexies della legge n. 898 del 1970 (Divorzio), come modificato dall’art. 21 della legge n. 74 del 1987, in ipotesi di violazione dell’obbligo di corresponsione dell’assegno divorzile, deve intendersi riferito alle pene alternative previste dal comma primo della disposizione codicistica che costituisce l’opzione più favorevole per l’imputato. Una simile interpretazione evita ulteriori disarmonie di trattamento tra la tutela del coniuge convivente, penalmente tutelato soltanto se versa in stato di bisogno (art. 570 c.p., comma 2, n. 2) e quella del coniuge divorziato; tra la tutela dei figli minori in costanza di matrimonio (situazione disciplinata soltanto dall’art. 570 c.p., comma 2, n. 2) e la tutela dei figli minori nell’ipotesi di divorzio (e, dopo il 2006, anche di separazione); tra la tutela di figli maggiori inabili al lavoro (art. 570 c.p., comma 2, n. 2) e quella dei figli maggiori non autosufficienti in caso di divorzio (e, dopo il 2006, anche di separazione).

 

Separazione e divorzio: l’assegno (rassegna giurisprudenziale civile)

ASSEGNO UNA TANTUM

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Assegno una tantum – Corresponsione in unica soluzione – Sopravvivenza ulteriori diritti – Esclusione

La corresponsione dell’assegno divorzile in unica soluzione su accordo tra le parti, soggetto a verifica giudiziale, esclude la sopravvivenza, in capo al coniuge beneficiario, di qualsiasi ulteriore diritto, a contenuto patrimoniale o meno, nei confronti dell’altro coniuge, attesa la cessazione, per effetto del divorzio e della suddetta erogazione “una tantum”, di qualsiasi rapporto fra gli stessi, con la conseguenza che nessuna ulteriore prestazione può essere richiesta, neppure per il peggioramento delle condizioni economiche dell’assegnatario o, comunque, per la sopravvenienza dei giustificati motivi cui è subordinata l’ammissibilità della domanda. (Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 08-03-2012, n. 3635)

 

CAPACITA’ LAVORATIVA DEL CONIUGE

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Ex coniuge – Capacità lavorativa e di guadagno

L’assegno di divorzio a favore della ex coniuge, sebbene attualmente priva di reddito e impossidente, deve essere liquidato tenendo conto della sua capacità lavorativa, anche potenziale derivante da specifica qualifica professionale. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 22-03-2012, n. 4571)

 

DECORRENZA DELL’ASSEGNO

Divorzio – Effetti civili – Cessazione – Mantenimento – Condizioni economiche – Valutazione

L’assegno divorzile decorre dalla sentenza non definitiva del giudizio, secondo quanto statuito dalla L. divorzio, art. 5 (la medesima norma stabilisce la possibilità per il giudice di far decorrere l’assegno dalla domanda, e quindi da un periodo anteriore). Invero, il trascorrere del tempo durante il giudizio di divorzio non può gravare sull’avente diritto. (Nel caso preso in esame dalla Corte, fin dalla separazione e successivamente all’atto della domanda di divorzio e a quello della sentenza non definiva, sussisteva una notevole disparità di posizioni economiche tra i coniugi). (Cass. civ. Sez. I, Sent., 21-01-2014, n. 1163)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Decorrenza dell’assegno divorzile

L’assegno di divorzio, trovando la propria fonte nel nuovo status delle parti, rispetto al quale la pronuncia del giudice ha efficacia costitutiva, decorre dal passaggio in giudicato della statuizione di risoluzione del vincolo coniugale. A tale principio ha introdotto un temperamento la L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 4, comma 10, conferendo al giudice il potere di disporre, in relazione alle circostanze del caso concreto, ed anche in assenza di specifica richiesta, la decorrenza dello stesso assegno dalla data della domanda di divorzio: peraltro il giudice, ove si avvalga di tale potere, è tenuto a motivare adeguatamente la propria decisione. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 22-03-2013, n. 7295)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Decorrenza dell’assegno divorzile

In tema di determinazione dell’assegno divorzile, ove il giudice di merito non ne fissi la decorrenza dalla data della domanda avvalendosi della facoltà sancita dall’art. 4 comma 10, della legge n. 898/1970, esso spetta dalla data della sentenza che ha pronunciato lo scioglimento del matrimonio, trovando la propria fonte nel nuovo status delle parti, rispetto al quale la pronuncia del giudice ha efficacia costitutiva. Nell’ipotesi tuttavia in cui le condizioni per l’attribuzione dell’assegno siano maturate in un momento successivo al passaggio in giudicato della statuizione attributiva del nuovo status, la decorrenza di esso non può che essere fissata da tale momento, a condizione che il giudice motivi adeguatamente la propria decisione al riguardo. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 18-06-2009, n. 14214)

 

RAPPORTO CON L’ASSEGNO DI SEPARAZIONE

Separazione e divorzio – Assegno di divorzio – Presupposti – Mancanza di mezzi adeguati – Conservazione del tenore di vita analogo a quello del matrimonio

L’accertamento del diritto all’assegno divorzile va effettuato verificando l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto. A tal fine, il tenore di vita precedente deve desumersi dalle potenzialità economiche dei coniugi, ossia dall’ammontare complessivo dei loro redditi e dalle loro disponibilità patrimoniali, laddove anche l’assetto economico relativo alla separazione può rappresentare un valido indice di riferimento nella misura in cui appaia idoneo a fornire utili elementi di valutazione relativi al tenore di vita goduto durante il matrimonio e alle condizioni economiche dei coniugi. (Cass. civ. Sez. I, 15/05/2013, n. 11686)

Separazione e divorzio – Assegno di separazione e divorzio – Presupposti – Differenza tra assegno di separazione e quello divorzile – Determinazione

La determinazione dell’assegno di divorzio, alla stregua della L. n. 898 del 1970, art. 5, è indipendente dalle statuizioni patrimoniali operanti, per accordo tra le parti e in virtù di decisione giudiziale, in vigenza di separazione dei coniugi, poichè, data la diversità delle discipline sostanziali, della natura, struttura e finalità dei relativi trattamenti, correlate diversificate situazioni, e delle rispettive decisioni giudiziali, l’assegno divorzile, presupponendo lo scioglimento del matrimonio, prescinde dagli obblighi di mantenimento e di alimenti, operanti nel regime di convivenza e di separazione, e costituisce effetto diretto della pronuncia di divorzio, con la conseguenza che l’assetto economico relativo alla separazione può rappresentare mero indice di riferimento nella misura in cui appaia idoneo a fornire utili elementi di valutazione (Cass. 2001/11575; 2007/25010), essendo in ogni caso compito del giudice del merito procedere alla comparazione delle attuali condizioni economiche delle parti con il pregresso tenore di vita coniugale. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 03-12-2008, n. 28741)

 

INDAGINI SUI REDDITI E PATRIMONI

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Indagini sui redditi e patrimoni – Indagini a mezzo della polizia tributaria

Anche in materia di separazione personale dei coniugi deve ritenersi applicabile in via analogica l’art. 5, nono comma, della legge 1 dicembre 1970, n. 898, il quale prevede, in caso di contestazioni sull’effettivo tenore di vita dei coniugi, la facoltà del tribunale di avvalersi della polizia tributaria; facoltà che, peraltro, rientra nella discrezionalità del giudice di merito il quale non è tenuto ad avvalersene ove ritenga provata compiutamente aliunde la situazione patrimoniale ed economica delle parti, tanto più che ai fini della quantificazione dell’assegno di mantenimento non è necessaria la determinazione dell’esatto importo dei redditi posseduti attraverso rigorose analisi contabili e finanziarie, essendo sufficiente un’attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali dei coniugi. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 17-06-2009, n. 14081)

 

PRESUPPOSTI AI FINI DELL’ATTRIBUZIONE DELL’ASSEGNO

Divorzio – Assegno – Carattere – Accordo transattivo tra i coniugi

L’assegno periodico di divorzio, ha carattere esclusivamente assistenziale, giacché la sua attribuzione trova presupposto nell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante, da intendersi come insufficienza dei medesimi, comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilità di cui possa disporre, a conservargli un tenore di vita analogo quello tenuto in costanza di matrimonio. Non è, dunque, richiesto uno stato di bisogno, rilevando invece l’apprezzabile deterioramento, in dipendenza del divorzio, delle precedenti condizioni economiche che devono essere tendenzialmente ripristinate. A fronte della sussistenza di tale presupposto, la liquidazione dell’assegno deve essere effettuata in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri normativi. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 27-11-2013, n. 26491)

Separazione e divorzio – Assegno di divorzio – Presupposti – Inadeguatezza dei mezzi a disposizione del richiedente – Condizioni – Imputabilità delle circostanze che hanno condotto il richiedente allo stato di ristrettezza – Irrilevanza.

Costituiscono presupposto per il riconoscimento dell’assegno di divorzio l’inadeguatezza dei mezzi a disposizione del richiedente e l’impossibilità di procurarseli per ragioni obiettive. Tale inadeguatezza, peraltro, deve essere intesa non come stato di bisogno, bensì come insufficienza delle sostanze e dei redditi di cui il richiedente dispone ad assicurargli la conservazione di un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio. L’esigenza che l’indisponibilità di mezzi economici adeguati sia ricollegabile a ragioni obiettive non giustifica poi il bilanciamento compiuto dalla Corte territoriale tra lo stato di bisogno e la colpa della richiedente, non occorrendo, ai fini dell’attribuzione dell’assegno, un’indagine in ordine all’imputabilità delle circostanze che hanno condotto il coniuge istante al presente stato di ristrettezza economica, ma solo una valutazione in ordine alla sua attuale capacità di procurarsi ulteriori risorse, al fine di stabilire se l’inadeguatezza dei mezzi di cui dispone sia dovuta ad una sua colpevole inerzia. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 03-07-2013, n. 16597)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Presupposti ai fini dell’attribuzione dell’assegno in sede di separazione

In relazione alla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6 e successive modifiche è liquidabile a favore di uno dei coniugi un assegno di divorzio nel caso in cui la situazione degli stessi sia analogamente disagiata e sussista una minima differenza di reddito (Cass. civ. Sez. I, Sent., 10-04-2012, n. 5646)

 

QUANTIFICAZIONE DELL’ASSEGNO

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Quantificazione dell’assegno – Determinazione – Assenza di uno specifico riferimento ai redditi e coniugi e al loro tenore di vita in costanza del matrimonio – Irrilevanza – Condizioni

L’affermazione della natura assistenziale dell’assegno trova riscontro nel consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, che ricollega tale carattere alla disciplina dettata dalla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, la quale individua, quale presupposto per il riconoscimento di tale contributo, l’inadeguatezza dei mezzi a disposizione del richiedente e l’impossibilità di procurarseli per ragioni obiettive. Tali criteri sono stati correttamente applicati dalla Corte d’Appello, la quale ha posto a confronto la precarietà della situazione occupazionale della moglie con la posizione economica, indubbiamente più agiata, connessa all’attività libero- professionale esercitata dal marito, concludendo pertanto per la configurabilità di un apprezzabile deterioramento delle condizioni economiche dell’intimata, in conseguenza dello scioglimento del matrimonio, tale da giustificare l’imposizione a carico del ricorrente dell’obbligo di corrispondere un contributo volto a ristabilire l’equilibrio tra le parti. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 03-07-2013, n. 16597)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Quantificazione dell’assegno – Determinazione – Durata del matrimonio – Incidenza – Limiti – Fondamento

In materia di divorzio, la durata del matrimonio influisce sulla determinazione della misura dell’assegno previsto dall’art. 5 della legge n. 898 del 1970, ma non anche – salvo casi eccezionali in cui non si sia verificata alcuna comunione materiale e spirituale tra i coniugi – sul riconoscimento dell’assegno stesso, assolvendo quest’ultimo ad una finalità di tutela del coniuge economicamente più debole. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 22-03-2013, n. 7295)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Quantificazione dell’assegno – Determinazione

La valutazione delle condizioni economiche delle parti non richiede la determinazione dell’esatto importo dei redditi posseduti attraverso l’acquisizione di dati numerici o rigorose analisi contabili e finanziarie, essendo sufficiente una attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali dei coniugi, e secondo cui, anche se la congruità dell’assegno di divorzio ad assicurare al coniuge il mantenimento del tenore di vita goduto durante il matrimonio deve essere valutata alla luce della L. n. 898 del 1970, art. 5 tuttavia, anche l’assetto economico relativo alla separazione può rappresentare un valido indice di riferimento, nella misura in cui appaia idoneo a fornire utili elementi di valutazione relativi al tenore di vita goduto durante il matrimonio e alle condizioni economiche dei coniugi. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 29-01-2010, n. 2161)

 

RILEVANZA DELLA CONVIVENZA MORE UXORIO SULL’ASSEGNO

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Nuova convivenza more uxorio dell’ex coniuge beneficiario – Rilevanza – Sussiste

La convivenza more uxorio del coniuge, destinatario dell’assegno, stabile e duratura, tale da aver dato vita ad una vera e propria famiglia di fatto, eventualmente caratterizzata dalla nascita di figli è suscettibile di rendere inoperante o comunque di produrre una sospensione dell’assegno divorzile. (Cass. civ. Sez. VI – 1, Ordinanza, 26-02-2014, n. 4539)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Nuova convivenza more uxorio del coniuge beneficiario con altra persona – Conseguenze – Quiescenza del diritto – Sussiste

In tema di diritto alla corresponsione dell’assegno di divorzio in caso di cessazione degli effetti civili del matrimonio, il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale da uno dei coniugi, viene meno di fronte alla instaurazione, da parte di questi, di una famiglia, ancorché di fatto; la conseguente cessazione del diritto all’assegno divorzile, a carico dell’altro coniuge, non è però definitiva, potendo la nuova convivenza anche interrompersi, con reviviscenza del diritto all’assegno divorzile, nel frattempo rimasto in uno stato di quiescenza. (Cass. civ. Sez. I, 11/08/2011, n. 17195)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Nuova convivenza more uxorio del coniuge beneficiario con altra persona – Rilevanza ai fini della (ri)determinazione dell’assegno

Il carattere precario del rapporto di convivenza more-uxorio, destinato ad influire solo su quella parte dell’assegno volto ad assicurare quelle minime condizioni di autonomia giuridicamente garantite e tutelate dal disposto normativo di cui alla legge n. 898 del 1970 finché l’avente diritto non contrae nuovo matrimonio, consente per questo di considerare gli eventuali benefici economici che ne derivano idonei ad incidere unicamente sul quantum delle somme dovute e non già sul diritto alla spettanza o meno delle medesime. Anche la nascita di un figlio nell’ambito di un rapporto di convivenza, caratterizzato da precarietà e privo di tutela giuridica nei confronti del soggetto economicamente più debole, non costituisce evento idoneo ad incidere, sotto il profilo giuridico, sulla natura della convivenza, potendo unicamente cementare l’unione, ma non certo dar luogo alla insorgenza di diritti ed obblighi in quanto il soggetto economicamente più debole non acquisisce quel grado di tutela necessario a giustificare la perdita dei diritti di carattere economico derivanti dal matrimonio.

 

TENORE DI VITA

Divorzio – Effetti civili – Cessazione – mantenimento – Condizioni economiche – Valutazione

L’assegno deve tendere alla ricostituzione, per il coniuge avente diritto, del tenore di vita da lui goduto in costanza di convivenza matrimoniale. E indice di tale tenore di vita può essere l’attuale disparità economica tra i coniugi salvo prova contraria. La condizione economica delle parti rileva ulteriormente, insieme ad altri elementi, ai fini della quantificazione dell’assegno. E al riguardo si considera necessariamente tale condizione al momento della domanda di divorzio, quale ulteriore espressione della capacità economica delle parti e della solidarietà coniugale, tanto più quando, l’elevazione del reddito attenga a sviluppi connessi e prevedibili dell’attività lavorativa e professionale. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 21-01-2014, n. 1163)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Tenore di vita – Accertamento – Stile e tenore di vita – Distinzione

Al fine dell’accertamento del diritto all’assegno divorzile, non bisogna confondere lo stile con il tenore di vita. Anche in presenza di rilevanti potenzialità economiche un regime familiare può essere infatti improntato a uno stile di “understatement” o di rigore ma questa costituisce una scelta che non può annullare le potenzialità di una condizione economica molto agiata. Vi è poi da considerare la rilevanza delle aspettative che una convivenza con un coniuge possessore di un rilevante patrimonio immobiliare legittimamente determina nell’altro coniuge anche se tale aspettativa può non materializzarsi in un vistoso cambiamento di stile di vita quantomeno in un determinato periodo della convivenza. Aspettative che incidono nella configurazione di un tenore di vita proprio del matrimonio. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 16-10-2013, n. 23442)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Quantificazione dell’assegno – Condizioni patrimoniali dell’ex coniuge onerato – Premio occasionale – Mantenimento – Riconoscimento

Ai fini della quantificazione del diritto all’assegno divorzile, non è precluso al giudice di considerare i miglioramenti economici del coniuge obbligato, pur non costituenti naturale e prevedibile sviluppo dell’attività svolta durante la convivenza, qualora essi vengano presi in esame non per individuare il tenore di vita dei coniugi cui ragguagliare l’assegno, ma per valutare se le condizioni patrimoniali dell’obbligato consentano di corrispondere l’assegno divorzile, determinato pur sempre in relazione al tenore di vita dai coniugi goduto durante il matrimonio.(Cass. civ. Sez. I, Sent., 12-03-2012, n. 3914)

 

GARANZIE A TUTELA DELL’ASSEGNO

Separazione e divorzio – Garanzie a tutela dell’assegno di mantenimento coniugale e divorzile – L’assegno divorzile –Terzi obbligati al pagamento diretto del coniuge titolare di assegno divorzile

Nella nozione di terzo tenuto a corrispondere periodicamente somme di denaro al coniuge titolare di assegno divorzile vanno compresi gli enti che erogano trattamenti pensionistici, poiché nell’art. 8, sesto comma, della legge 1 dicembre 1970 n. 898, non vi è, al riguardo, un’espressa limitazione ai crediti retributivi, mentre, con il richiamo dell’art. 1, primo comma, del d.P.R. 5 gennaio 1950 n. 180, si fa menzione anche dei soggetti che corrispondo pensioni, indennità, sussidi e compensi di qualsiasi specie, non essendovi, pertanto, alcuna ragione per escludere i crediti pensionistici. (Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 28-11-2011, n. 25043)

 

ASSEGNO DI DIVORZIO: DIRITTO INDISPONIBILE

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Quantificazione dell’assegno – Revisione – Dichiarazione di rinuncia alla revisione dell’assegno – Illiceità della causa – Nullità

La L. n. 898 del 1970, art. 9, come modificato dalla L. n. 74 del 1987, art. 13, inoltre, nel consentire in ogni tempo la revisione delle condizioni di divorzio, rende evidente che in tale ambito il giudicato è sempre “rebus sic stantibus”, ossia modificabile in caso di successive variazioni di fatto. Anche la dichiarazione negoziale con cui un ex coniuge si impegna a non mettere in discussione le disposizioni contenute nella sentenza di divorzio attributive dell’assegno a favore dell’altro, ove intesa quale rinuncia del diritto di revisione, è nulla per illiceità della causa di un tale tipo di abdicazione poichè interferente sul diritto indisponibile all’assegno di divorzio, di carattere assistenziale, ed inerente a materia nella quale le decisioni del giudice, collegate anche ad interessi di ordine generale, sono svincolate dal potere dispositivo dei contendenti. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 04-11-2010, n. 22505)

 

PENSIONE DI REVERSIBILITA’

Separazione e divorzio – Diritto del coniuge divorziato alla pensione di reversibilità – Ripartizione tra coniuge superstite ed ex coniuge – Durata del rapporto matrimoniale

In relazione alla ripartizione del trattamento di reversibilità in caso di concorso tra il coniuge superstite ed il coniuge divorziato, aventi entrambi i requisiti per la relativa pensione, e specificamente indicando che tale ripartizione deve essere effettuata, oltre che sulla base del criterio della durata del rapporto matrimoniale (ossia del dato numerico rappresentato dalla proporzione fra le estensioni temporali dei rapporti matrimoniali degli stessi coniugi con l’ex coniuge deceduto) anche ponderando ulteriori elementi, correlati alle finalità che presiedono al diritto di reversibilità, da utilizzare eventualmente quali correttivi del criterio temporale; fra tali elementi, da individuarsi nell’ambito della legge n. 898/1970 (Divorzio), art.5, specifico rilievo assumono l’ammontare dell’assegno goduto dal coniuge divorziato prima del decesso dell’ex coniuge, nonché le condizioni dei soggetti coinvolti nella vicenda, e in quest’ottica, e al solo fine di evitare che l’ex coniuge sia privato dei mezzi indispensabili per mantenere il tenore di vita che gli avrebbe dovuto assicurare nel tempo l’assegno di divorzio, ed il secondo coniuge il tenore di vita che il de cuius gli aveva assicurato in vita, anche l’esistenza di un periodo di convivenza prematrimoniale del secondo coniuge potrà essere considerata dal Giudice del merito quale elemento da apprezzare per una più compiuta valutazione delle situazioni. (Cass. civ. Sez. I, 10/05/2013, n. 11226)

Separazione e divorzio – Diritto del coniuge divorziato alla pensione di reversibilità – Diritti dell’ex coniuge e del coniuge separato

L’art. 9 della L. 898/1970 dispone che “qualora esista un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, una quota della pensione e degli altri assegni a questi spettanti è attribuita dal Tribunale, tenendo conto della durata del rapporto, al coniuge rispetto al quale è stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e che sia titolare dell’assegno di cui all’art. 5….”. Essendo insorti contrasti in giurisprudenza circa l’interpretazione da dare alla formulazione della richiamata disposizione, la L. 28 dicembre 2005, n. 263, all’art. 5, comma 1, li ha risolti con una norma interpretativa disponendo al riguardo che “per titolarità dell’assegno ai sensi dell’art. 5 deve intendersi l’avvenuto riconoscimento dell’assegno medesimo da parte del tribunale ai sensi del predetto art. 5 della citata L. n. 898 del 1970”. Detta norma interpretativa è stata emanata in aderenza a quanto già statuito dalle Sezioni unite di questa Corte sin dalla sentenza n. 5939 del 1991 e dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 87 del 1995, con la quale era stata dichiarata non fondata la questione di legittimità costituzionale della L. n. 898 del 1970, art. 9, comma 2, nel testo di cui alla L. n. 74 del 1987, nella parte in cui condiziona il diritto alla pensione di reversibilità alla titolarità di un assegno attribuito giudizialmente ai sensi dell’art. 5 e non anche alla titolarità di un assegno attribuito convenzionalmente. Successivamente la giurisprudenza di questa Corte si è consolidata nel senso, già da tempo ampiamente prevalente, che il diritto del coniuge divorziato alla pensione di reversibilità, o a una quota di essa in caso di concorso con il coniuge superstite, presuppone che il richiedente, al momento della morte dell’ex coniugo, sia titolare di un assegno di divorzio giudizialmente riconosciuto ai sensi dell’art. 5 della legge predetta, non essendo sufficiente che egli versi nelle condizioni per ottenerlo, e neppure che in via di fatto, o per effetto di private convenzioni intercorse fra le parti, abbia ricevuto regolari elargizioni economiche dall’ex coniuge. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 22-04-2013, n. 9660)

Separazione e divorzio – Diritto del coniuge divorziato alla pensione di reversibilità – Ripartizione tra coniuge superstite ed ex coniuge – Obblighi – Verso l’altro coniuge

La ripartizione del trattamento di reversibilità tra il coniuge divorziato, titolare di assegno divorzile, e quello superstite, va fatto, oltre che sulla base del criterio della durata dei rispettivi matrimoni, coincidente con la durata legale degli stessi, anche considerando ulteriori elementi in vario modo collegati alle finalità solidaristiche proprie del trattamento di reversibilità: entità dell’assegno divorzile, condizioni economiche delle parti, durata delle rispettive convivenze; ma non tutti gli elementi devono necessariamente concorrere ed essere valutati in egual misura, rientrando nell’ambito dell’apprezzamento del giudice di merito la determinazione concreta della loro rilevanza. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 20-06-2012, n. 10177)

Separazione e divorzio – Diritto del coniuge divorziato alla pensione di reversibilità – Assegno una tantum – Decesso dell’obbligato – Pensione dell’obbligato

La corresponsione dell’assegno divorzile in unica soluzione su accordo tra le parti, soggetto a verifica giudiziale, esclude la sopravvivenza, in capo al coniuge beneficiario, di qualsiasi ulteriore diritto, a contenuto patrimoniale o meno, nei confronti dell’altro coniuge, attesa la cessazione, per effetto del divorzio e della suddetta erogazione “una tantum”, di qualsiasi rapporto fra gli stessi, con la conseguenza che nessuna ulteriore prestazione può essere richiesta, neppure per il peggioramento delle condizioni economiche dell’assegnatario o, comunque, per la sopravvenienza dei giustificati motivi cui è subordinata l’ammissibilità della domanda di revisione del medesimo assegno periodico. (Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 08-03-2012, n. 3635)

Separazione e divorzio – Diritto del coniuge divorziato alla pensione di reversibilità – Assegno una tantum – Diritto dell’ex coniuge

In tema di divorzio e con riguardo al trattamento economico del coniuge divorziato in caso di morte dell’ex coniuge, l’accordo intervenuto tra i coniugi in ordine all’attribuzione dell’usufrutto sulla casa coniugale a titolo di corresponsione dell’assegno di divorzio in unica soluzione, a norma dell’art. 5, comma 8, della legge 1 dicembre 1970, n. 898, è idoneo a configurare la titolarità di detto assegno, alla stregua del principio della riconduzione ad assegno divorzile di tutte le attribuzioni operate in sede od a seguito di scioglimento del vincolo coniugale, dalle quali il beneficiario ritrae utilità espressive della natura solidaristico-assistenziale dell’istituto; ne consegue che tale costituzione di usufrutto soddisfa il requisito della previa titolarità di assegno prescritto dall’art. 5 della legge ai fini dell’accesso alla pensione di reversibilità, o, in concorso con il coniuge superstite, alla sua ripartizione. (Cass. civ. Sez. I, 28-05-2010, n. 13108)

Separazione e divorzio – Diritto del coniuge divorziato alla pensione di reversibilità – Aspetti processuali – Provvedimenti del giudice civile

La decisione giudiziale riguardante la ripartizione della pensione di reversibilità tra l’ex coniuge divorziato e il coniuge superstite al momento del decesso deve essere resa, ai sensi dell’art. 9 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, nel testo vigente, con sentenza. Ne consegue che il provvedimento assunto dal giudice di secondo grado con decreto conserva la natura e il valore di sentenza, e può essere impugnato con ricorso per cassazione per vizi motivazionali, ex art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ., anche prima dell’entrata in vigore del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 09-04-2009, n. 8734)

 

REVISIONE DELL’ASSEGNO

Separazione e divorzio – Determinazione dell’assegno divorzile – Beni acquisiti per successione ereditaria dopo la separazione – Rilevanza

Nella determinazione dell’assegno divorzile, i beni acquisiti per successione ereditaria dopo la separazione, ancorché non incidenti sulla valutazione del tenore di vita matrimoniale perché intervenuta dopo la cessazione della convivenza, possono tuttavia essere presi in considerazione ai fini della valutazione della capacità economica del coniuge onerato. D’altra parte l’assetto economico relativo alla separazione può solo eventualmente e ove se ne ravvisi l’utilità, rappresentare un indice di riferimento per fornire elementi di valutazione relativi al tenore di vita goduto durante il matrimonio ed alle condizioni economiche dei coniugi, nella specie dai giudici d’appello esaustivamente desunti aliunde. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 17-01-2014, n. 932)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Quantificazione – Revisione – Natura dell’assegno e presupposti

L’art. 9, legge n. 898 del 1970, che consente la revisione delle condizioni di divorzio relative, tra l’altro, ai rapporti economici per sopravvenienza di “giustificati motivi”, può essere legittimamente applicata, in difetto di espresse distinzioni, anche all’ipotesi in cui l’assegno divorzile sia stato originariamente negato o non abbia costituito oggetto di richiesta al momento della pronuncia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio. (Cass. civ. Sez. VI – 1 Ordinanza, 07/01/2014, n. 108)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Revoca e revisione – Esecutività immediata – Sussistenza

In materia di revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli e di quelle relative alla misura e alle modalità dei contributi da corrispondere a seguito dello scioglimento e della cessazione degli effetti civili del matrimonio, a norma dell’art. 9 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni, il decreto pronunciato dal tribunale è immediatamente esecutivo, in conformità di una regola più generale, desumibile dall’art. 4 della stessa legge, che è incompatibile con l’art. 741 cod. proc. civ. in tema di procedimenti camerali, il quale subordina l’efficacia esecutiva al decorso del termine per la proposizione del reclamo. (Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 26-04-2013, n. 10064)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Quantificazione dell’assegno – Revisione – Giustificati motivi – Nuovi oneri familiari dell’obbligato

In tema di determinazione dell’assegno di divorzio, il giudice deve tener conto dei sopravvenuti oneri familiari dell’obbligato, nei confronti del nuovo nucleo familiare da lui costituito, sempre che ne derivi un effettivo depauperamento delle sue sostanze in vista di una rinnovata valutazione comparativa della situazione delle parti, salvo che la complessiva situazione patrimoniale dell’obbligato sia di tale consistenza da rendere irrilevanti i nuovi oneri. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 22-03-2012, n. 4551)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Quantificazione dell’assegno – Revisione – Eredità – Conservazione tenore di vita

Trova fondamento su argomentazioni immuni da vizi logici la pronuncia dei Giudici di appello che, nel riformare la sentenza resa dal Giudice di prime cure, riconosca al coniuge richiedente il diritto all’assegno divorzile, avente fondamento sulla significativa riscontrata sproporzione fra i redditi delle parti, anche in seguito ai rilevati mutamenti fattuali dedotti dall’obbligato quali la sopravvenuta di una eredità. In circostanze siffatte, la valutazione di merito, qualora contrastata unicamente sotto il profilo di una difforme interpretazione del materiale probatorio acquisito in atti, è insindacabile in sede di legittimità. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 14-11-2011, n. 23776)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Quantificazione dell’assegno – Decorrenza – Revisione dell’assegno di mantenimento

In tema di assegno divorzile, deve respingersi un automatismo tra gli incrementi di reddito dell’ex coniuge, che si configurano come ragionevole sviluppo di situazioni presenti al momento del divorzio e rapportabili all’attività svolta o al tipo di qualificazione professionale del beneficiario, e l’attribuzione del beneficio in questione: i suddetti incrementi, pur rivestendo valenza nell’accertamento del diritto alla revisione, non ne comportano di per sé soli il riconoscimento, dovendosi in ogni caso valutare, sulla base di un esame complessivo della fattispecie concreta, se siano suscettibili di assumere rilievo alla stregua del criterio legislativo della esistenza di giustificati motivi di riconoscimento dell’assegno originariamente non richiesto. (Cass. civ. Sez. I Ordinanza, 15/01/2010, n. 553)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Quantificazione dell’assegno – Revisione – Natura dell’assegno e presupposti

In materia di revisione dell’assegno di divorzio, il diritto a percepirlo di un coniuge ed il corrispondente obbligo a versarlo dell’altro, nella misura e nei modi stabiliti dalla sentenza di divorzio, conservano la loro efficacia, sino a quando non intervenga la modifica di tale provvedimento, rimanendo del tutto ininfluente il momento in cui di fatto sono maturati i presupposti per la modificazione o la soppressione dell’assegno, con la conseguenza che, in mancanza di specifiche disposizioni, in base ai principi generali relativi all’autorità, intangibilità e stabilità, per quanto temporalmente limitata (“rebus sic stantibus”), del precedente giudicato impositivo del contributo di mantenimento, la decisione giurisdizionale di revisione non può avere decorrenza anticipata al momento dell’accadimento innovativo, rispetto alla data della domanda di modificazione. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 22-05-2009, n. 11913)

 

CALCOLO DELLA QUOTA DI T.F.R.

Separazione e divorzio – Diritto dell’ex coniuge alla quota di indennità di fine rapporto – Calcolo della quota di T.F.R. – Effetti di ordine patrimoniale – Indennità di fine rapporto

In materia di determinazione della quota di indennità di buonuscita, cui ha diritto il coniuge, nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, se non passato a nuove nozze, la base su cui calcolare la percentuale della L. n. 898 del 1970, ex art. 12 “bis”, comma 1, è costituita dall’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge all’atto della cessazione del rapporto di lavoro. Ne deriva, in base al coordinamento tra il primo ed il secondo comma dell’articolo citato, che l’indennità dovuta deve computarsi calcolando il 40 per cento (percentuale prevista dal comma 2), dell’indennità totale percepita alla fine del rapporto di lavoro, con riferimento agli anni in cui il rapporto di lavoro coincise con il rapporto matrimoniale; risultato che si ottiene dividendo l’indennità percepita per il numero degli anni di durata del rapporto di lavoro, moltiplicando il risultato per il numero degli anni in cui il rapporto di lavoro sia coinciso con il rapporto matrimoniale e calcolando il 40 per cento su tale importo (cfr. anche Sez. 1, n. 15299/2007) (Cass. civ. Sez. I, Sent., 31-01-2012, n. 1348)

 

DURATA DEL MATRIMONIO

Separazione e divorzio – Diritto dell’ex coniuge alla quota di indennità di fine rapporto – Durata del matrimonio – Effetti di ordine patrimoniale – Indennità di fine rapporto

Ai fini della determinazione della quota dell’indennità di fine rapporto spettante, ai sensi della L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 12-bis, all’ex coniuge, il legislatore si è ancorato ad un dato giuridicamente certo ed irreversibile quale la durata del matrimonio, piuttosto che ad un elemento incerto e precario come la cessazione della convivenza, escludendo, pertanto, anche qualsiasi rilevanza della convivenza di fatto che abbia preceduto le nuove nozze del coniuge divorziato titolare del trattamento di fine rapporto. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 31-01-2012, n. 1348)

 

MOMENTO IN CUI MATURA IL T.F.R.

Separazione e divorzio – Diritto dell’ex coniuge alla quota di indennità di fine rapporto – Momento in cui matura il T.F.R. – Coniuge titolare di assegno divorzile non passato a nuove nozze

Sussiste diritto “anche” se l’indennità venga a maturare dopo la sentenza e ciò significa che essa potrebbe pure maturare prima. Escluso che sussista diritto se il lavoratore avesse riscosso l’indennità durante la convivenza familiare, neppure esso sorge durante lo stato di separazione: legittimato alla domanda è il coniuge divorziato, non quello separato. Anteriormente alla separazione, è da ritenere che l’indennità, quale provento dell’attività separata del coniuge, rientrerebbe nella comunione dei beni (ove i coniugi avessero scelto il regime legale) ma solo allo scioglimento di questa (e dunque, tra l’altro, al momento della separazione personale, ai sensi dell’art. 191 c.c.). Si può dunque ritenere che l’indennità possa maturare nel corso del procedimento di divorzio o successivamente. E’ palese, per quanto si è detto, la volontà del legislatore di ricondurre il diritto alla quota di indennità a quello all’assegno divorzile che sorge, ove spettante, contestualmente alla domanda di divorzio, benchè esso venga determinato e risulti esigibile solo dal momento del passaggio in giudicato della sentenza. E va pure ricordato l’art. 4, comma 10 Legge divorzio,in virtù del quale gli effetti patrimoniali del divorzio stesso possono retroagire al momento della domanda (al riguardo Cass. N. 21002 del 2008; n. 19046 del 2005). In tale prospettiva, l’evidente connessione tra la domanda di attribuzione di una quota del trattamento di fine rapporto e quella di assegno divorzile, giustifica la proposizione della prima nell’ambito del procedimento di divorzio, risultando contrario al principio di economia processuale esigere che, nel caso di liquidazione dell’indennità, la domanda di attribuzione della quota debba proporsi mediante un giudizio autonomo tra le stesse parti (al riguardo Cass. N. 27233 del 2008). (Cass. civ. Sez. I, Sent., 10-04-2012, n. 5654)

Separazione e divorzio – Diritto dell’ex coniuge alla quota di indennità di fine rapporto – Durata del matrimonio – Effetti di ordine patrimoniale – Indennità di fine rapporto

Il diritto alla quota del trattamento di fine rapporto sorge quando l’indennità sia maturata al momento o dopo la proposizione della domanda di divorzio (con conseguente insussistenza del diritto unicamente se l’indennità matura anteriormente a tale momento) e, quindi, anche prima della sentenza di divorzio, senza che rilevi che a tale momento l’assegno divorzile sia stato già liquidato e sia già dovuto. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 06-06-2011, n. 12175)

 

OGGETTO DEL DIRITTO E PRESUPPOSTI

Separazione e divorzio – Diritto dell’ex coniuge alla quota di indennità di fine rapporto – Oggetto del diritto

La norma da una definizione necessariamente generica, e, nella nozione di indennità, va sicuramente ricompreso qualsiasi trattamento di fine rapporto, indipendentemente dalle espressioni usate, nei diversi settori, dal legislatore. Questa Corte (Cass. N. 28874 del 2005) ha avuto modo di precisare che è ricompresa pure l’indennità di risoluzione di rapporto di agenzia, essendo determinante l’incremento patrimoniale prodotto nel corso del rapporto dal lavoro dell’ex coniuge, che si è giovato del contributo indiretto dell’altro coniuge. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 10-04-2012, n. 5654)

 

ESENZIONE

Trasferimento di immobili – Figli beneficiari – Agevolazioni ex art. 19 L. n. 74 del 1987 – Applicabilità – Fondamento

Per l’ipotesi di trasferimento di immobili in adempimento di obbligazioni assunte in sede di separazione personale dei coniugi, l’art. 19 della legge 6 marzo 1987, n. 74 (norma speciale rispetto a quella di cui all’art. 26 del d.P.R. 26 aprile 1986, n. 131), alla luce delle sentenze della Corte costituzionale 11 giugno 2003, n. 202, 10 maggio 1999, n. 154 e 15 aprile 1992, n. 176, deve essere interpretato nel senso che l’esenzione si estende “a tutti gli atti, i documenti ed i provvedimenti relativi al procedimento di separazione personale dei coniugi”, in modo da garantire l’adempimento delle obbligazioni che i coniugi separati hanno assunto per conferire un nuovo assetto ai loro interessi economici, anche con atti i cui effetti siano favorevoli ai figli.

Separazione e divorzio: la riconciliazione (rassegna giurisprudenziale)

NOZIONE: Ai sensi dell’art. 157 c.c. i coniugi possono di comune accordo, senza che sia necessario l’intervento del giudice, far cessare gli effetti della sentenza di separazione con espressa dichiarazione o con un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione. La riconciliazione è caratterizzata dall’animus conciliandi, ovvero dalla volontà dei coniugi di voler ripristinare il rapporto di coniugio

 

EFFETTI DELLA RICONCILIAZIONE

Separazione e divorzio – Riconciliazione tra coniugi – Privazione di efficacia alla separazione – Riconciliazione – Successiva separazione – Necessità di un nuovo procedimento giudiziale

La riconciliazione successiva al provvedimento di omologazione della separazione consensuale, ai sensi dell’art. 157 cod. civ., determina la cessazione degli effetti della precedente separazione, con caducazione del provvedimento di omologazione, a far data dal ripristino della convivenza spirituale e materiale, propria della vita coniugale. Ne consegue che, in caso di successiva separazione, occorre una nuova regolamentazione dei rapporti economici tra i coniugi, cui il giudice deve provvedere sulla base di una nuova valutazione della situazione economico-patrimoniale dei coniugi stessi, che tenga conto delle eventuali sopravvenienze e, quindi, anche delle disponibilità da loro acquisite per effetto della precedente separazione. (Cass. civ. Sez. III, 26/08/2013, n. 19541)

Separazione e divorzio – Riconciliazione tra coniugi – Effetti della riconciliazione sulla comunione legale – Riconciliazione – Regime di comunione dei beni – Ripristino – Opponibilità ai terzi – Forme di pubblicità – Necessità

In materia di comunione legale tra i coniugi, la separazione personale costituisce causa di scioglimento della comunione, che è rimossa dalla riconciliazione dei coniugi, dalla quale deriva il ripristino del regime di comunione originariamente adottato; tuttavia, in applicazione dei principi costituzionali di tutela della buona fede dei contraenti e della concorrenza del traffico giuridico (artt. 2 e 41 Cost.), occorre distinguere tra effetti interni ed esterni del ripristino della comunione legale e, conseguentemente, in mancanza di un regime di pubblicità della riconciliazione, la ricostituzione della comunione legale derivante dalla riconciliazione non può essere opposta al terzo in buona fede che abbia acquistato a titolo oneroso un immobile dal coniuge che risultava unico ed esclusivo del medesimo, benché lo avesse acquistato successivamente alla riconciliazione. (Cass. civ. Sez. I, 05-12-2003, n. 18619)

 

FORMA DELLA RICONCILIAZIONE

Separazione e divorzio – Riconciliazione tra coniugi – Proponibilità della domanda di divorzio – Riconciliazione – Fondamento

Secondo l’art. 157 c.c., i coniugi possono di comune accordo, senza che sia necessario l’intervento del giudice, far cessare gli effetti della sentenza di separazione con espressa dichiarazione o con un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione. Dunque, per rimuovere la situazione concreta e giuridica determinata dal provvedimento giudiziale deve verificarsi la riconciliazione dei coniugi con i requisiti previsti dalla legge e cioè la ricostituzione del consorzio familiare nei suoi rapporti materiali e spirituali oppure un’espressa dichiarazione in tal senso. La dichiarazione espressa di riconciliazione dei coniugi separati, prevista dall’art. 157 cod. civ., ha efficacia riconciliativa autonoma rispetto al comportamento delle parti: ne consegue che, quando i coniugi abbiano liberamente manifestato in modo espresso ed inequivoco il loro attuale ed incondizionato animus conciliandi, a nulla rileva che l’effettiva ripresa della convivenza non sia seguita per motivi di forza maggiore o per il successivo pentimento di uno di essi o perfino per uno specifico loro accordo in proposito. L’accordo fra i coniugi, idoneo a far cessare gli effetti della separazione personale secondo la previsione dell’art. 157 cod. civ., integra una convenzione di diritto familiare, alla quale sono applicabili i principi generali in tema di formazione del consenso e relativa efficacia. Me consegue che deve essere dichiarata improponibile per difetto dei requisiti di cui all’art.3 n.2 lett.b) della legge 1 dicembre 1970, n.898, la domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio, nel caso in cui le parti, all’udienza presidenziale di un precedente analogo giudizio, abbiano dichiarato di aver ripristinato la convivenza spirituale e materiale, propria delle vita coniugale, in quanto tale dichiarazione, ai sensi dell’art.157 cod.civ., è sufficiente a fare cessare gli effetti della precedente separazione personale. (Cass. civ. Sez. IV, Ordinanza 12-01-2012, n. 334)

 

PRESUPPOSTI E PROVA DELLA RICONCILIAZIONE

Separazione e divorzio – Divorzio – Tentativo di conciliazione

In tema di divorzio, il tentativo di conciliazione da parte del presidente del tribunale, pur essendo necessario per l’indagine sull’irreversibilità della frattura spirituale e materiale tra i coniugi, non costituisce un presupposto indefettibile del giudizio di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio. In particolare, mentre nella ipotesi in cui il ricorrente non si presenti all’udienza di comparizione fissata dal Presidente, nella quale questi deve tentare di conciliare i coniugi, la domanda di divorzio non ha effetti, qualora sia il coniuge convenuto a non comparire, spetta al Presidente valutare l’opportunità di provvedere alla fissazione di una nuova udienza: l’esercizio di tale discrezionalità va evidentemente effettuato tenendosi conto delle ragioni della mancata comparizione. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 14-03-2014, n. 6016)

Separazione e divorzio – Riconciliazione tra coniugi – Proponibilità della domanda di divorzio – Riconciliazione – Coabitazione

La coabitazione dei coniugi non costituisce, di per sé, un dato sufficiente per far ritenere intervenuta fra gli stessi una riconciliazione, essendo al contrario necessario, a tal fine, che sia concretamente ricostituito il preesistente nucleo familiare nell’insieme dei suoi rapporti materiali e spirituali. Occorre, pertanto, che sia data dimostrazione dell’avvenuto raggiungimento di una stabile e consapevole ripresa della vita in comune, con una compartecipazione responsabile rispetto agli eventi incidenti sulla gestione familiare. (Cass. civ. Sez. I, 10/01/2014, n. 369)

Separazione e divorzio – Riconciliazione tra coniugi – Presupposti e prova della riconciliazione – Configurabilità – Ripristino del consorzio materiale e spirituale – Accertamento – Giudice di merito

L’accertamento dell’avvenuta riconciliazione tra coniugi separati, per avere essi tenuto un comportamento non equivoco che risulti incompatibile con lo stato di separazione (da compiersi attribuendo rilievo preminente alla concretezza degli atti, dei gesti e dei comportamenti posti in essere dagli stessi coniugi, valutati nella loro effettiva capacità dimostrativa della disponibilità alla ripresa della convivenza e alla costituzione di una rinnovata comunione, piuttosto che con riferimento a supposti elementi psicologici, tanto più difficili da provare in quanto appartenenti alla sfera intima dei sentimenti e della spiritualità soggettiva), implicando un’indagine di fatto, è rimesso all’apprezzamento del giudice di merito e si sottrae, quindi, a censura, in sede di legittimità, là dove difettino vizi logici o giuridici. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 01-10-2012, n. 16661)

Matrimonio, separazione, divorzio: rassegna giurisprudenziale della Cassazione

MATRIMONIO – SEPARAZIONE – DIVORZIO

(Rassegna giurisprudenziale)

 

VIOLAZIONE DEI DOVERI CONIUGALI

Responsabilità e relazioni familiari – Violazione dei doveri coniugali – Responsabilità per danni – Separazione giudiziale – Risarcimento del danno

La violazione di obblighi nascenti dal matrimonio che, da un lato è causa di intollerabilità della convivenza, giustificando la pronuncia di addebito, con gravi conseguenze, com’è noto, anche di natura patrimoniale, dall’altro, dà luogo ad un comportamento (doloso o colposo) che, incidendo su beni essenziali della vita, produce un danno ingiusto, con conseguente risarcimento, secondo lo schema generale della responsabilità civile. Possono dunque sicuramente coesistere pronuncia di addebito e risarcimento del danno, considerati i presupposti, i caratteri, le finalità, radicalmente differenti. La risarcibilità dei danni non patrimoniali scaturenti dalla violazione dei doveri nascenti dal matrimonio non è esclusa dalla previsione normativa dell’addebito e presuppone l’accertamento della lesione, a seguito di siffatta violazione, di beni inerenti la persona umana, quali la salute, la privacy, i rapporti relazionali. (Cass. civ., Sez. I, 1 giugno 2012, n. 8862)

Famiglia e responsabilità civile – Rapporti familiari e responsabilità civile – Violazione dei doveri coniugali – Responsabilità per danni – Separazione giudiziale

La violazione del dovere di fedeltà ed il conseguente addebito della separazione non giustifica la condanna al risarcimento del danno in assenza dell’ingiusta lesione di un diritto costituzionalmente protetto. (Cass. civ., Sez. I, 17 gennaio 2012, n. 610)

Responsabilità e relazioni familiari – Violazione dei doveri coniugali – Responsabilità per danni – Separazione giudiziale – Non addebitabilità della separazione – Risarcimento danni non patrimoniali

I doveri che derivano ai coniugi dal matrimonio hanno natura giuridica e la loro violazione non trova necessariamente sanzione unicamente nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, quale l’addebito della separazione, discendendo dalla natura giuridica degli obblighi su detti che la relativa violazione, ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti, possa integrare gli estremi dell’illecito civile e dare luogo al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell’art. 2059 c.c. senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia preclusiva dell’azione di risarcimento relativa a detti danni. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 15-09-2011, n. 18853)

Violazione dei doveri coniugali – Responsabilità per danni – Addebitabilità della separazione – Grave lesione dei diritti inviolabili del “partner” derivante da un comportamento “non iure” dell’altro coniuge – Tutela risarcitoria – Sussistenza – Ragioni e fondamento

L’intensità dei doveri derivanti dal matrimonio, segnati da inderogabilità ed indisponibilità, si riflette necessariamente sui rapporti tra le parti nella fase precedente il matrimonio, imponendo loro – pur in mancanza, allo stato, di un vincolo coniugale ma nella prospettiva della costituzione di tale vincolo – un obbligo di lealtà, di correttezza e di solidarietà, che si sostanzia anche in un obbligo di informazione di ogni circostanza inerente le proprie condizioni psicofisiche e di ogni situazione idonea a compromettere la comunione materiale e spirituale alla quale il matrimonio è rivolto. E’ configurabile un danno ingiusto risarcibile allorché l’omessa informazione, in violazione dell’obbligo di lealtà, da parte del marito, prima delle nozze, della propria incapacità coeundi a causa di una malformazione, da lui pienamente conosciuta, induca la donna a contrarre un matrimonio che, ove informata, ella avrebbe rifiutato, così ledendo quest’ultima nel suo diritto alla sessualità, in sé e nella sua proiezione verso la procreazione, che costituisce una dimensione fondamentale della persona e una delle finalità del matrimonio. (Cass. civ. Sez. I, 10/05/2005, n. 9801)

 

NESSO DI CAUSALITA’

Separazione e divorzio – L’addebito nella separazione – Nesso di causalità tra la violazione del dovere coniugale e l’intollerabilità della convivenza – Violazione dell’obbligo di fedeltà

La violazione degli obblighi matrimoniali, ivi compreso quello di fedeltà, richiede un rapporto di causalità rispetto all’intollerabilità della convivenza, ai fini della pronuncia di addebito.(Cass. civ. Sez. VI – 1, Ord., 06-06-2013, n. 14366)

Separazione e divorzio – L’addebito nella separazione – Nesso di causalità tra la violazione del dovere coniugale e l’intollerabilità della convivenza – Violazione obbligo di fedeltà

La ripresa della convivenza coniugale successivamente alla scoperta del tradimento del coniuge, che si sia protratta per un lungo periodo, esclude il successivo addeito della separazione al coniuge traditore. Il lasso di tempo intercorso tra l’epoca del tradimento e la concreta manifestazione della crisi coniugale, approdata alla richiesta di separazione, elide infatti il nesso di causalità che deve sussistere, ai fini dell’addebito della separazione, tra la violazione del dovere di fedeltà e il determinarsi della situazione di intollerabilità della convivenza. (Cass. civ. Sez. VI – 1, Ord., 23-05-2013, n. 12750)

Separazione e divorzio – L’addebito nella separazione – I comportamenti dei coniugi rilevanti ai fini dell’addebito – Allontanamento dalla casa coniugale

In tema di addebito della separazione, il giudice di merito non ha l’obbligo di verificare se ci siano stati atti contrari ai doveri del matrimonio da parte dell’ex coniuge, basta, infatti la constatazione, in base ai fatti oggettivi emersi, della disaffezione da parte dell’altro coniuge. In particolare, l’esigenza avvertita da uno dei due coniugi, dopo anni di matrimonio infelice di fare le valige e di chiedere la separazione è sufficiente a provare quell’impossibilità di convivenza prevista dalla legge per escludere l’addebito e lasciare la libertà, costituzionalmente garantita, a uno dei coniugi di sciogliere l’unione. (Cass. civ. Sez. I, 30/01/2013, n. 2183)

 

COMPORTAMENTI SUCCESSIVI ALLA SEPARAZIONE

Separazione e divorzio – L’addebito nella separazione – Nesso di causalità tra la violazione del dovere coniugale e l’intollerabilità della convivenza

Va riconosciuta l’irrilevanza, ai fini dell’addebito, delle condotte sopravvenute in un contesto di disgregazione della comunione spirituale e materiale quale rispondente al dettato normativo e al comune sentire, in una situazione stabilizzata di reciproca sostanziale autonomia di vita, non caratterizzata da “affectio coniugalis”. (Cass. civ. Sez. VI, Ord. 27 giugno 2013, n. 16285)

Separazione e divorzio – L’addebito nella separazione – Nesso di causalità tra la violazione del dovere coniugale e l’intollerabilità della convivenza

Ai fini dell’addebito conta anche il comportamento che il coniuge tiene subito dopo aver cessato la convivenza qualora costituisca una conferma del passato e concorra ad illuminare sulla condotta pregressa. (Nel caso di specie: un’ingiustificata imposizione unilaterale di una condizione di lontananza dell’altro coniuge dai figli minori, iniziata prima della notifica del ricorso separativo e protrattasi anche dopo tale adempimento processuale).

 

COMPORTAMENTI PRE-MATRIMONIALI

Separazione e divorzio – L’addebito nella separazione – Nesso di causalità tra la violazione del dovere coniugale e l’intollerabilità della convivenza – Convivenza pre-matrimoniale – Rilevanza – Condizioni – Fondamento

In tema di separazione giudiziale, l’addebitabilità della colpa del fallimento del matrimonio deve essere riferita anche al periodo di convivenza pre-matrimoniale, allorché questo si collochi rispetto al matrimonio come un periodo di convivenza continuativo, che consente, quindi, di valutare complessivamente la vita della coppia e le reciproche responsabilità dei coniugi.

 

ALLONTAMENTO DALLA CASA CONIUGALE

Separazione e divorzio – Addebitabilità – Comportamenti dei coniugi rilevanti ai fini dell’addebito – Allontanamento dalla casa coniugale

Il volontario abbandono del domicilio coniugale è causa di per sé sufficiente di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza, salvo che si provi – e l’onere incombe su chi ha posto in essere l’abbandono – che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata ed in conseguenza di tale fatto. (Cass. civ. Sez. VI – 1 Ordinanza, 05/02/2014, n. 2539)

Separazione e divorzio – Addebitabilità – Comportamenti dei coniugi rilevanti ai fini dell’addebito – Allontanamento dalla casa coniugale

In tema di separazione giudiziale dei coniugi costituisce di per sé motivo di addebito l’abbandono del domicilio coniugale volontario, unilaterale e definitivo, che non sia stato preceduto dalla proposizione della domanda di separazione, atteso che tale condotta pone fine alla convivenza, salvo che il coniuge responsabile non offra, a propria giustificazione, la prova di una preesistente situazione di intollerabilità della convivenza stessa. Infatti, la proposizione della domanda di separazione costituisce giusta causa dell’allontanamento dalla residenza familiare. In tal modo è legittimato un comportamento in precedenza giudicato di regola illecito, perché in violazione dell’art. 143 c.c., ed è consentito al coniuge, che giudichi anche solo soggettivamente intollerabile la prosecuzione della convivenza, di sottrarsi a essa con decisione unilaterale, all’unica condizione di proporre la domanda di separazione. Ma tale agevolazione comporta conseguenze di rilievo nel caso in cui, immotivatamente, quella condizione non sia stata soddisfatta. L’art. 143 c.c. comporta, infatti, il principio di diritto in forza del quale il coniuge, il quale provi che l’altro ha volontariamente e definitivamente abbandonato la residenza familiare senza aver proposto domanda di separazione personale, non deve ulteriormente provare l’incidenza causale di quel comportamento illecito sulla crisi del matrimonio, implicando esso la cessazione della convivenza e degli obblighi a essa connaturati, e gravando sull’altra parte l’onere di offrire la prova contraria, che quel comportamento fosse giustificato dalla preesistenza di una situazione d’intollerabilità della coabitazione, nonostante l’assenza della giusta causa prevista dall’art. 146 c.c. c.p.v.. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 14-02-2012, n. 2059)

Separazione e divorzio – Addebitabilità – Comportamenti dei coniugi rilevanti ai fini dell’addebito – Allontanamento dalla casa coniugale

Non può esserci addebito della separazione al coniuge che abbandona la casa coniugale a causa dei continui dissidi con la suocera convivente. (Cass. civ. Sez. I, Ord., 24 febbraio 2011, n. 4540)

 

OFFESE ALL’ALTRO CONIUGE

Separazione e divorzio – Addebitabilità – Comportamenti dei coniugi rilevanti ai fini dell’addebito – Nesso di causalità tra comportamento di un coniuge e intollerabilità della convivenza – fattispecie

Ai fini dell’addebitabilità della separazione è necessario accertare se la crisi coniugale sia ricollegabile al comportamento di uno o entrambi i coniugi e se sussista un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati ed il verificarsi dell’intollerabilità della convivenza. Risulta, nella specie, fattore integrante il nesso di casualità, rispetto all’insorgere di detta intollerabilità, il comportamento del coniuge il quale, con atteggiamento dispotico e non rispettoso della dignità della moglie, cerchi di impedire alla stessa di frequentare un corso professionale, rifiutandole ogni finanziamento al riguardo, utilizzando violenza fisica, nonché ostacolando i suoi rapporti con la famiglia di origine. Tali valutazioni, risultano inoltre circostanziate, congrue e specifiche, e considerano il comportamento del marito abituale, per cui ne risulta implicito l’accertamento della predetta causalità. (Cass. civ. Sez. I, 03/04/2009, n. 8124)

 

DISACCORDO SULL’EDUCAZIONE DEI FIGLI

Separazione e divorzio – Addebitabilità – Comportamenti dei coniugi rilevanti ai fini dell’addebito – Scelte educative unilaterali del coniuge nei confronti dei figli

L’art. 144 c.c. prevede l’obbligo per i coniugi di concordare tra di loro l’indirizzo della vita familiare, sì che le scelte educative e gli interventi diretti a risolvere i problemi dei figli non possono che essere adottati d’intesa tra i coniugi, ne consegue che un atteggiamento unilaterale, sordo alle valutazioni e alle richieste dell’altro coniuge, a tratti violento ed eccessivamente rigido, può tradursi, oltre che in una violazione degli obblighi del genitore nei confronti dei figli (art. 147 c.c.), anche nella violazione dell’obbligo nei confronti dell’altro coniuge di concordare l’indirizzo della vita familiare e, in quanto fonte di angoscia e dolore per l’altro coniuge, nella violazione del dovere di assistenza morale e materiale sancito dall’art. 143 c.c. Qualora tale condotta si protragga e persista nel tempo, aprendo una frattura tra un coniuge e i figli ed obbligando l’altro coniuge a schierarsi a difesa di costoro, essa può divenire fonte d’intollerabilità della convivenza e rappresentare, in quanto contraria ai doveri che derivano dal matrimonio sia nei confronti del coniuge che dei figli in quanto tali, causa di addebito della separazione coniugale ai sensi dell’art. 151, comma 2, c.c. (nella specie, la Suprema corte ha cassato la sentenza di merito che aveva escluso l’addebito della separazione al marito, pur avendo accertato due episodi di violenza fisica di questi nei confronti della moglie, distanziati negli anni, assumendo apoditticamente che tali episodi non avevano avuto efficacia causale nel determinare l’intollerabilità della convivenza). (Cass. civ. Sez. I, 02-09-2005, n. 17710)

 

RIFIUTO DI INTRATTENERE RAPPORTI AFFETTIVI E SESSUALI

Separazione e divorzio – Addebitabilità – Comportamenti dei coniugi rilevanti ai fini dell’addebito – Abbandono della casa coniugale – Assenza di intesa sessuale – Giustificato motivo di abbandono – Sussiste

La mancanza di un’intesa sessuale rappresenta una “giusta causa” per abbandonare il tetto coniugale, ragion per cui l’abbandono, giustificato da tale motivo, non può sorreggere una pronuncia di addebito, emergendo, nella relazione di coniugio, l’assenza di un rapporto “sereno e appagante”. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 31-05-2012, n. 8773)

 

 MUTAMENTO DÌ ATTIVITA’ LAVORATIVA

Separazione e divorzio – Addebitabilità – Comportamenti dei coniugi rilevanti ai fini dell’addebito – Attività economica da parte della moglie – Attività imprenditoriale iniziata dalla moglie contro la volontà del marito – Dissesto

Non può costituire motivo di addebito della separazione la circostanza che uno dei coniugi, pur non avendone la necessità, per essere l’altro disposto ad assicurargli con le proprie risorse il mantenimento di un tenore di vita adeguato al livello economico-sociale del nucleo familiare, abbia voluto dedicarsi ad una attività lavorativa retribuita o ad un’altra occupazione più o meno remunerativa ed impegnativa, al fine di affermare la propria personalità anche al di fuori dell’ambito strettamente domestico, purché tale decisione non comporti una violazione dell’ampio dovere di collaborazione gravante su entrambi i coniugi, in quanto contrastante con l’indirizzo della vita familiare da essi concordato prima o dopo il matrimonio, e non pregiudichi l’unità della famiglia, in quanto incompatibile con l’adempimento dei fondamentali doveri coniugali e familiari. (nella specie, la moglie, dopo il matrimonio, ed allorché i figli erano ormai adulti, si era dedicata ad un’attività commerciale, ma con esiti disastrosi, nonostante l’aiuto economico prestatole dal marito che pure, in un primo momento, aveva contrastato tale sua scelta). (Cass. civ. Sez. I, Sent., 11-07-2013, n. 17199)

 

COMPORTAMENTI PARTICOLARMENTE GRAVI

Le gravi condotte lesive, traducendosi nell’aggressione a beni e diritti fondamentali della persona, quali l’incolumità e l’integrità fisica, morale e sociale dell’altro coniuge, ed oltrepassando quella soglia minima di solidarietà e di rispetto comunque necessaria e doverosa per la personalità del partner, sono insuscettibili di essere giustificate come ritorsione e reazione al comportamento di quest’ultimo e si sottraggono anche alla comparazione con tale comportamento, la quale non può costituire un mezzo per escludere l’addebitabilità nei confronti del coniuge che quei fatti ha posto in essere. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 16-05-2013, n. 11981)

 

DOVERE DI FEDELTA’

Separazione e divorzio – L’addebito nella separazione – Il dovere di fedeltà – Violazione

L’infedeltà di un coniuge, la quale pur rappresentando una violazione particolarmente grave, specie se attuata attraverso una stabile relazione extraconiugale, può essere rilevante al fine dell’addebitabilità della separazione soltanto quando sia stata causa o concausa della frattura del rapporto coniugale, e non anche, pertanto, qualora risulti non aver spiegato concreta incidenza negativa sull’unità familiare e sulla prosecuzione della convivenza medesima: come avviene allorquando il giudice accerti la preesistenza di una rottura già irrimediabilmente in atto, perciò autonoma ed indipendente dalla successiva violazione del dovere di fedeltà (Cass. civ. Sez. VI – 1, Ord., 19-07-2013, n. 17741)

Separazione e divorzio – L’addebito nella separazione – Il dovere di fedeltà – Violazione – Conoscenza del tradimento – Successiva volontà riconciliativa del coniuge non infedele – Addebito – Esclusione

Non può essere inflitta la separazione con addebito ad un coniuge quando l’altro era a conoscenza dei tradimenti del coniuge senza che questo però fosse stato considerato con sicurezza l’elemento di rottura del matrimonio. Infatti, la successiva generica manifestazione di una volontà riconciliativa da parte del coniuge non infedele, poiché di per sé non elide la gravità del “vulnus” subito ed, in ogni caso, costituisce un “posterius” rispetto alla proposizione della domanda di separazione con richiesta di addebito, in tanto può assumere valore ai fini della esclusione di una efficienza causale dell’infedeltà in ordine alla crisi dell’unione familiare in quanto ad essa corrisponda un positivo riscontro da parte del coniuge infedele. (Cass. civ. Sez. VI – 1 Ordinanza, 27/06/2013, n. 16270)

Separazione e divorzio – L’addebito nella separazione – Il dovere di fedeltà – Violazione –Addebito – Presupposti – Rapporto attraverso contatti telefonici o internet – Esclusione

In tema di separazione giudiziale dei coniugi, non può essere pronunciato l’addebito nei confronti del coniuge che abbia intrattenuto, con altra persona, contatti telefonici e via Internet, concretizzanti però un legame solo platonico, senza i connotati – anche solo apparenti – di una relazione sentimentale adulterina, e comunque non tradotto in contegni offensivi per la dignità e l’onore dell’altro coniuge. La relazione solo platonica di un coniuge con estranei non rende addebitabile la separazione qualora non si sostanzi in una relazione sentimentale adulterina, non dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e non comporti offesa alla dignità ed all’onore dell’altro coniuge. (Nella specie, la Suprema corte ha confermato, anche nell’iter motivazionale, la sentenza di merito che aveva escluso l’addebito anche sul rilievo della mancanza di prova della condivisione, da parte di quel coniuge, dell’infatuazione manifestata dal partner, e quindi del reciproco coinvolgimento sentimentale). (Cass. civ. Sez. I, Sent., 12-04-2013, n. 8929)

 

DOMANDA DI SEPARAZIONE CON RICHIESTA DI ADDEBITO

Separazione e divorzio – L’addebito nella separazione – Domanda di separazione e richiesta di addebito – Autonomia rispetto alla domanda di separazione

Nel giudizio di separazione personale dei coniugi, la richiesta di addebito, pur essendo proponibile solo nell’ambito del giudizio di separazione, ha natura di domanda autonoma; infatti, la stessa presuppone l’iniziativa di parte, soggiace alle regole e alle preclusioni stabilite per le domande, ha una “causa petendi” (la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio in rapporto causale con le ragioni giustificatrici della separazione, intollerabilità della convivenza o dannosità per la prole) ed un “petitum” (statuizione destinata a incidere sui rapporti patrimoniali con la perdita del diritto al mantenimento e della qualità di erede riservatario e di erede legittimo) distinti da quelli della domanda di separazione. Pertanto, in carenza di ragioni sistematiche contrarie e di norme derogative dell’art. 329 c.p.c., comma 2, l’impugnazione proposta con esclusivo riferimento all’addebito contro la sentenza che abbia pronunciato la separazione ed al contempo ne abbia dichiarato l’addebitabilità, implica il passaggio in giudicato del capo sulla separazione, rendendo esperibile l’azione di divorzio pur in pendenza di detta impugnazione. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 21-11-2011, n. 24442)

 

CONVIVENZA TRA CONIUGI

Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Presupposti ai fini dell’attribuzione dell’assegno in sede di separazione – Instaurazione di una effettiva convivenza tra i coniugi

Tra le condizioni per il sorgere del diritto al mantenimento in favore del coniuge cui non sia addebitabile la separazione, l’art. 156 cod. civ. non pone l’instaurazione di un’effettiva convivenza fra i coniugi; la mancata convivenza può, infatti, trovare ragione nelle più diverse situazioni o esigenze, e va comunque intesa, in difetto di elementi che dimostrino il contrario, come espressione di una scelta della coppia, di per sè non escludente la comunione spirituale e materiale, dalla quale non possono farsi derivare effetti penalizzanti per uno dei coniugi ed alla quale comunque non può attribuirsi efficacia estintiva dei diritti e doveri di natura patrimoniale che nascono dal matrimonio.(Cass. civ. Sez. I, 22/09/2011, n. 19349)

 

BREVE DURATA DEL MATRIMONIO

Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Presupposti ai fini dell’attribuzione dell’assegno in sede di separazione – Brevità del vincolo – Convivenza pre-matrimoniale

In tema di determinazione dell’assegno di mantenimento, nei casi di assoluta brevità della convivenza che non consentono di ricorrere al riscontro di altri comportamenti abituali dei coniugi, l’elemento costituito dalla consistenza patrimoniale, dall’ammontare dei redditi dei coniugi e della loro presumibile imputazione di spesa, assume un rilievo centrale nella determinare il tenore di vita della coppia. L’addebitabilità della colpa del fallimento del matrimonio deve essere riferita anche al periodo di convivenza pre-matrimoniale, allorché questo si collochi rispetto al matrimonio come un periodo di convivenza continuativo, che consente, quindi, di valutare complessivamente la vita della coppia e le reciproche responsabilità dei coniugi.(Cass. civ. Sez. I, Sent., 20-06-2013, n. 15486)

 

DURATA DELL’ASSEGNO DI SEPARAZIONE

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Durata dell’assegno

La pronuncia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, operando “ex nunc” dal momento del passaggio in giudicato, non comporta la cessazione della materia del contendere nel giudizio di separazione personale che sia iniziato anteriormente e sia tuttora in corso, ove esista l’interesse di una delle parti alla operatività della pronuncia e dei conseguenti provvedimenti patrimoniali, come nel caso in cui permanga quello alla definitiva regolamentazione dell’assegno fino alla cessazione dell’obbligo di mantenimento per sopravvenute nuove nozze del beneficiario di esso. (Cass. civ. Sez. I, 26/08/2013, n. 19555)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Presupposti ai fini dell’attribuzione dell’assegno in sede di separazione – Durata dell’assegno

L’assegno di mantenimento, in favore di uno dei due coniugi in regime di separazione, è dovuto fino al passaggio in giudicato della sentenza che pronuncia il divorzio, la quale segna il venir meno del presupposto di detto mantenimento, cioè del vincolo matrimoniale; con la conseguenza che questa non comporta il venir meno dell’interesse al ricorso in cassazione avverso la sentenza che riconosce e quantifica l’assegno di mantenimento.(Cass. civ. Sez. I, 15/01/2009, n. 813)

 

TENORE DI VITA

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Tenore di vita – Assegno di mantenimento – Non compete

Qualora la moglie goda alla luce delle sue condizioni economico patrimoniali, di un tenore di vita analogo a quello goduto dai coniugi in costanza di matrimonio, e, qualora le sue condizioni economico patrimoniali siano del tutto adeguate a consentire un livello di benessere già caratterizzante la convivenza coniugale, coerentemente con la specifica funzione che l’art. 156 c.c., attribuisce all’assegno di mantenimento in favore del coniuge, viene meno il diritto all’assegno di mantenimento in quanto la stessa è in grado di mantenere autonomamente un alto tenore di vita. (Cass. civ. Sez. VI – 1, Ord., 23-05-2013, n. 12764)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Presupposti ai fini dell’attribuzione dell’assegno in sede di separazione – Durata dell’assegno

Benché la separazione determini normalmente la cessazione di una serie di benefici e consuetudini di vita ed anche il diretto godimento di beni, il tenore di vita goduto in costanza della convivenza va identificato avendo riguardo allo “standard” di vita reso oggettivamente possibile dal complesso delle risorse economiche dei coniugi, tenendo quindi conto di tutte le potenzialità derivanti dalla titolarità del patrimonio in termini di redditività, di capacità di spesa, di garanzie di elevato benessere, oltre che di fondate aspettative per il futuro, e considerando anche l’incremento dei redditi di un coniuge e il decremento di quelli dell’altro, anche se verificatisi nelle more del giudizio di separazione, in quanto durante la separazione personale non viene meno la solidarietà economica che lega i coniugi durante matrimonio e che comporta la condivisione delle reciproche fortune nel corso della convivenza. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 19-03-2009, n. 6699)

 

CAPACITA’ LAVORATIVA DEL CONIUGE

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Attitudine del coniuge al lavoro – Rilevanza

In tema di separazione personale dei coniugi, l’attitudine al lavoro proficuo dei medesimi, quale potenziale capacità di guadagno, costituisce elemento valutabile ai fini della determinazione della misura dell’assegno di mantenimento da parte del giudice, che deve al riguardo tenere conto non solo dei redditi in denaro ma anche di ogni utilità o capacità dei coniugi suscettibile di valutazione economica. Peraltro, l’attitudine del coniuge al lavoro assume in tal caso rilievo solo se venga riscontrata in termini di effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, e non già di mere valutazioni astratte ed ipotetiche. (In applicazione di tale principio la S.C. ha cassato la sentenza del giudice di merito che aveva negato un contributo al mantenimento alla moglie in considerazione della sua giovane età, delle sue buone condizioni di salute, del possesso di un diploma di laurea, dell’esperienza professionale pregressa, senza, tuttavia, valutare le condizioni reddituali e patrimoniale al momento dell’accertamento della sussistenza del diritto). (Cass. civ. Sez. I, Sent., 13-02-2013, n. 3502)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Rilevanza degli accordi assunti in costanza di matrimonio

La separazione istaura un regime che tende a conservare il più possibile tutti gli effetti propri del matrimonio compatibili con la cessazione della convivenza e, quindi, anche il tipo di vita di ciascuno dei coniugi; conseguentemente se prima della separazione i coniugi avevano concordato o, quanto meno, accettato che uno di essi non lavorasse, l’efficacia di tale acordo permane anche dopo la separazione. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 29-07-2011, n. 16736)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Inattività lavorativa del coniuge

Il rifiuto di accettare possibilità d’impiego non può essere considerato, di per sé solo, espressione di renitenza a provvedere al proprio mantenimento, se non si dimostri che le offerte erano adeguate alla qualificazione professionale e alla dignità personale del coniuge, tenuto anche conto delle condizioni economiche e sociali godute prima della crisi matrimoniale.(Cass. civ. Sez. I, Sent., 23-07-2010, n. 17347)

 

QUANTIFICAZIONE DELL’ASSEGNO

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Quantificazione dell’assegno – Determinazione

L’art. 156 c.c., comma 1, attribuisce al coniuge al quale non sia addebitabile la separazione un assegno tendenzialmente idoneo ad assicurargli un tenore di vita analogo a quello che aveva prima della separazione, qualora, come nella specie, non fruisca di redditi propri tali da fargli mantenere una simile condizione e che sussista una differenza di reddito tra i coniugi. La conservazione del precedente tenore di vita da parte del coniuge beneficiario dell’assegno costituisce un obbiettivo tendenziale, sicché esso va perseguito nei limiti consentiti dalle condizioni economiche del coniuge obbligato e dalle altre circostanze richiamate dall’art. 156 c.c., comma 2. La determinazione dei limiti entro i quali sia possibile perseguire il suddetto obbiettivo è riservata al giudice di merito, cui spetta la valutazione comparativa delle risorse dei coniugi al fine di stabilire in quale misura l’uno debba integrare i redditi insufficienti dell’altro, onde consentire a questi di conservare il tenore di vita goduto in regime di convivenza, da valutarsi con riferimento al contesto nel quale i coniugi hanno vissuto durante il matrimonio, quale situazione condizionante la qualità e la quantità delle esigenze dell’avente diritto all’apporto. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 27-09-2012, n. 16481)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Quantificazione dell’assegno – Determinazione – Risorse economiche dell’onerato – Elementi diversi dal reddito suscettibili di incidere sulle condizioni patrimoniali delle parti

La capacità di lavoro e di guadagno dell’istante, ove sussistente, deve essere considerata ai fini sia del riconoscimento del diritto all’assegno divorzile che della relativa quantificazione, non potendo il riequilibrio della condizione economica che risulti inadeguata in raffronto alla conservazione del tenore della vita coniugale prescindere dalle potenzialità economiche connesse a quelle lavorative inespresse e dalla commisurazione dell’assegno stesso all’importo differenziale, necessario a colmare la riscontrata insufficienza dei mezzi anche potenziali di cui dispone l’avente diritto. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 04-04-2011, n. 7601)

 

DECORRENZA DELL’ASSEGNO

Separazione e divorzio – Condizioni – Revisione – Efficacia – Retroattività – Insussistenza – Obblighi genitoriali – Mantenimento della prole – Solidarietà

In materia di revisione dell’assegno di mantenimento per i figli, il diritto di un coniuge a percepirlo ed il corrispondente obbligo dell’altro a versarlo, nella misura e nei modi stabiliti dalla sentenza di separazione o dal verbale di omologazione, conservano la loro efficacia sino a quando non intervenga la modifica di tali provvedimenti, rimanendo del tutto ininfluente il momento in cui di fatto sono maturati i presupposti per la modificazione o la soppressione dell’assegno, con la conseguenza che, in mancanza di specifiche disposizioni, la decisione giurisdizionale di revisione non può avere decorrenza dal momento dell’accadimento innovativo, anteriore nel tempo rispetto alla data della domanda di modificazione (Cass. civ. Sez. I, Sent., 17-01-2014, n. 921)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Decorrenza – Attribuzione in appello di una somma maggiore rispetto a quella liquidata in primo grado – Decorrenza del nuovo assegno

Qualora nell’ambito di un giudizio di9 separazione personale, il giudice di appello proceda a una diversa quantificazione dell’assegno di mantenimento spettante alla moglie, elevando l’importo fissato dal primo giudice sulla base degli elementi già presi in considerazione dalla sentenza di primo grado e omettendo di farsi carico di individuare alcun mutamento delle posizioni economiche delle parti, per effetto di eventi sopravvenuti nel corso del giudizio di appello, il nuovo assegno ha decorrenza dalla data della domanda (in primo grado) per cui deve essere cassata la sentenza di appello che – senza alcuna motivazione – abbia fatto decorrere da una data diversa (nella specie: dalla data della sentenza di appello) l’obbligo di corrispondere il nuovo, più elevato, assegno.(Cass. civ. Sez. I, Sent., 11-07-2013, n. 17199)

 

PRESCRIZIONE DELL’ASSEGNO

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Quantificazione dell’assegno – Decorrenza unica dalla data della sentenza – Esclusione

In tema di separazione dei coniugi e di cessazione degli effetti civili del matrimonio, il diritto alla corresponsione dell’assegno di mantenimento, in quanto avente ad oggetto più prestazioni autonome, distinte e perio-diche, si prescrive non a decorrere da un unico termine rappresentato dalla data della pronuncia della sentenza di separazione o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, bensì dalle singole scadenze di pagamento, in relazione alle quali sorge, di volta in volta, l’interesse del creditore a ciascun adempimento. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 04-04-2014, n. 7981)

 

AIUTO PRESTATO AL CONIUGE BENEFICIARIO DA TERZI

Famiglia – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Assegno di mantenimento – In genere – Elargizioni liberali dal coniuge obbligato – Rilevanza – Esclusione – Fondamento

In tema di determinazione dell’assegno di mantenimento, sono irrilevanti le elargizioni a titolo di liberalità ricevute dal coniuge obbligato dai propri genitori o, comunque, da terzi, ancorchè regolari e continuate dopo la separazione, in quanto il carattere di liberalità impedisce di considerarle reddito ai sensi dell’art. 156, secondo comma, cod. civ., così come non costituiscono reddito, ai sensi del primo comma dello stesso articolo, analoghi contributi ricevuti dal coniuge titolare del diritto al mantenimento.(Cass. civ. Sez. I, Sent., 21-06-2012, n. 10380)

 

REVOCA E REVISIONE DELL’ASSEGNO

Famiglia maternità e infanzia – Divorzio – Assegno – Beni ereditari acquisiti successivamente alla cessazione della convivenza

I beni acquisiti per successione ereditaria dopo la separazione, ancorché non incidenti sulla valutazione del tenore di vita matrimoniale perché intervenuta dopo la cessazione della convivenza, possono tuttavia essere presi in considerazione ai fini della valutazione della capacità economica del coniuge onerato (e quindi anche ai fini della valutazione della capacità economica del coniuge beneficiario).(Cass. civ. Sez. VI – 1, Ord., 05-02-2014, n. 2542)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Quantificazione dell’assegno – Figli nuovi nati dalla nuova unione dell’onerato

Sella determinazione dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge separato e della prole incidono gli ulteriori oneri derivanti a carico dell’onerato in conseguenza della nascita di figli naturali nati da una successiva unione: l’incidenza tuttavia non conduce necessariamente ad una riduzione dell’importo dove venga preso in considerazione l’apporto economico della nuova compagna dell’onerato. (Cass. civ. Sez. VI – 1, Ord., 23-05-2013, n. 12770)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Quantificazione dell’assegno – Revisione dell’assegno – Decorrenza

In materia di revisione dell’assegno di mantenimento, il diritto a percepirlo di un coniuge ed il corrispondente obbligo a versarlo dell’altro, nella misura e nei modi stabiliti dalla sentenza di separazione o dal verbale di omologazione della separazione consensuale, conservano la loro efficacia sino a quando non intervenga la modificazione di tali provvedimenti, essendo del tutto irrilevante il momento in cui – di fatto – sono maturati i presupposti per la modificazione o la soppressione dello stesso assegno, con la conseguenza, che, in mancanza di specifiche disposizioni ed in base ai principi generali relativi all’autorità, all’intangibilità ed alla stabilità, per quanto temporalmente limitata (rebus sic stantibus), del precedente giudicato impositivo del contributo di mantenimento, gli effetti della decisione giurisdizionale di modificazione possono retroagire non già al momento dell’accadimento innovativo, ma alla data della domanda di modificazione. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 26-09-2011, n. 19589)

 

UNA TANTUM IN SEDE DI SEPARAZIONE

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Assegno una tantum – Corresponsione in un’unica soluzione

Atteso che gli accordi di separazione non possono implicare alcuna rinuncia all’assegno di divorzio il riconoscimento di quest’ultimo non può essere escluso, ricorrendo le condizioni di legge, pur se i coniugi, in sede di separazione consensuale, avevano pattuito la corresponsione di una somma una tantum per il mantenimento del coniuge economicamente più debole. (Cass. civ. Sez. I, 21-02-2008, n. 4424)

 

GARANZIE A TUTELA DELL’ASSEGNO DI SEPARAZIONE

Separazione e divorzio – Le garanzie a tutela dell’assegno di mantenimento coniugale e divorzile – l’assegno di separazione – Erogazione diretta – Terzo obbligato – Individuazione – Necessità – Parte processuale – Configurabilità – Esclusione – Conseguenze

In tema di assegno di mantenimento, la disposizione legislativa di cui all’art. 156 cod. civ., nel caso in cui eventuali terzi risultino obbligati a versare (anche periodicamente) somme di danaro al coniuge onerato dell’assegno, individua il soggetto obbligato non necessariamente nel datore di lavoro, potendo essere, come nella specie, un ente erogatore di pensione, ovvero il conduttore di un immobile di proprietà del coniuge onerato; tuttavia tale terzo, pur dovedo essere individuato esattamente, non è parte del procedimento, con la conseguenza che, qualora egli si rifiuti di adempiere, resta a carico del coniuge promuovere, nelle forme ordinarie, giudizio di accertamento del debito. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 22-04-2013, n. 9671)

 

ACCORDI TRA CONIUGI IN OCCASIONE O IN VISTA DELLA SEPARAZIONE E DEL DIVORZIO

Accordi tra coniugi in occasione o in vista della separazione e del divorzio – Dichiarazione di addebito – Precedente accordo patrimoniale – Invalidità

La consegna o un prestito di denaro tra coniugi avviene generalmente nella riservatezza della vita familiare (sentenza 28 maggio 2009, n. 12551); non c’è nessuna norma imperativa che impedisca ai coniugi, prima o durante il matrimonio, di riconoscere l’esistenza di un debito verso l’altro e di subordinarne la restituzione all’evento, futuro ed incerto, della separazione coniugale. Non si tratta neppure di un contratto atipico – rispetto al quale sorgerebbe l’obbligo di verificare la sussistenza di un interesse meritevole di tutela ai sensi dell’art. 1322 c.c., comma 2, – perché la condizione è stata apposta, come si è detto, ad un contratto di mutuo. L’accordo non è neppure un inammissibile patto prematrimoniale ma un lecito contratto di mutuo soggetto a condizione sospensiva (Cass. civ. Sez. III, Sent., 21-08-2013, n. 19304)

Separazione e divorzio – Accordi tra coniugi in occasione o in vista della separazione e del divorzio – Dichiarazione di addebito – Precedente accordo patrimoniale – Invalidità

L’accordo, di natura negoziale, avente ad oggetto la regolamentazione dei rapporti economici tra i coniugi all’esito di una fase critica del rapporto coniugale non può essere considerato vincolante in sede cdi separazione nel caso in cui si sia in presenza di una dichiarazione di addebito. Le conseguenze patrimoniali ad esse ex lege riconducibili (art. 156 c.c., commi 1 e 3) inducono ad escluderne radicalmente la vincolatività. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 08-05-2013, n. 10718)

Separazione e divorzio – Accordi tra coniugi in occasione o in vista della separazione e del divorzio – Accordo prematrimoniale (scrittura privata) avente ad oggetto il trasferimento di un immobile in luogo della restituzione di somme – Condizionato al fallimento del matrimonio – Liceità

E’ valida ed efficace la scrittura privata, sottoscritta dai nubendi prima della celebrazione del matrimonio, con la quale questi abbiano stabilito che, in caso di fallimento, ovvero separazione o divorzio, l’uno cederà all’altro un immobile di sua proprietà, quale indennizzo delle spese sostenute per la ristrutturazione di altro immobile da adibirsi a casa coniugale. Ed infatti, si tratta di un impegno negoziale, una sorta di datio in solutum che viene collegato alle spese affrontate da uno dei coniugi per la sistemazione di un immobile adibito a casa coniugale. In tale accordo, dunque, il fallimento del matrimonio non viene considerato come causa genetica dell’accordo, ma è degradato a mero evento condizionale. In definitiva, si tratta di un accordo tra le parti, libera espressione della loro autonomia negoziale, estraneo peraltro alla categoria degli accordi prematrimoniali in vista del divorzio (che intendono regolare l’intero assetto economico tra i coniugi o un profilo rilevante) e caratterizzato da prestazioni e controprestazioni tra loro proporzionali. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 21-12-2012, n. 23713)

 

ACCORDI PER IL TRASFERIMENTO DEI BENI

Separazione e divorzio – Accordi tra coniugi per il trasferimento di beni – Trasferimenti immobiliari

L’accordo tra coniugi in sede di separazione che prevede il trasferimento di immobili anche ai figli ha natura solutoria e non necessita della forma prevista per le donazioni. L’obbligo di mantenimento dei figli minori o maggiorenni non autosufficienti, può essere adempiuto dai genitori in sede di separazione personale o divorzio (id est: di cessazione degli effetti civili del matrimonio) mediante un accordo, il quale, anziché attraverso una prestazione patrimoniale periodica, od in concorso con essa, attribuisca o li impegni ad attribuire ai figli la proprietà di beni mobili od immobili, e che tale accordo non realizza una donazione, in quanto assolve ad una funzione solutoria – compensativa dell’obbligazione di mantenimento, in quanto costituisce applicazione del principio, stabilito dall’art. 1322 c.c., della libertà dei soggetti di perseguire con lo strumento contrattuale interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico. (Cass. civ. Sez. II, Sent., 23-09-2013, n. 21736)

Separazione e divorzio – Accordi tra coniugi in vista della separazione e del divorzio – Accordi tra i coniugi per la sistemazione dei rapporti economici – Natura

Le attribuzioni di beni mobili o immobili disposte, nell’ambito degli accordi di separazione personale, da un coniuge in favore dell’altro rispondono, di norma, ad un intento di sistemazione dei rapporti economici della coppia che sfugge, da un lato, alle connotazioni di una vera e propria donazione (di per sé estranea ad un contesto caratterizzato dalla dissoluzione delle ragioni dell’affettività), e dall’altro a quelle di un atto di vendita (non fosse altro che per l’assenza di un prezzo corrisposto), e svela, dunque, una sua tipicità, che può colorarsi dei tratti propri dell’onerosità o della gratuità a seconda che l’attribuzione trovi o meno giustificazione nel dovere di compensare e/o ripagare l’altro coniuge del compimento di una serie di atti a contenuto patrimoniale, anche solo riflesso, da questi posti in essere nel corso della (spesso anche lunga) quotidiana convivenza matrimoniale.(Cass. civ. Sez. I, Sent., 10-04-2013, n. 8678)

 

ASSEGNAZIONE DELLA CASA CONIUGALE

Separazione e divorzio – Accordi tra i coniugi per il trasferimento di beni – Assegnazione casa coniugale – Diritto di godimento collegato alla mera convivenza con il figlio maggiorenne a prescindere dalla raggiunta autonomia economica – Liceità

Il giudice deve tener conto degli accordi intervenuti tra i coniugi sul godimento della casa familiare ed è pertanto fondata l’impugnazione della sentenza con la quale il giudice abbia rigettato la richiesta di assegnazione della casa familiare per aver raggiunto il figlio maggiorenne convivente l’autosufficienza economica, quando per gli accordi intercorsi in sede di separazione è stato attribuito al coniuge il diritto a godere l’abitazione fino a quando fosse durata la convivenza con il figlio maggiorenne, a prescindere dalla raggiunta autonomia economica. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 13-01-2012, n. 387)

Convivenza more uxorio: rassegna giurisprudenziale

CONVIVENZA MORE UXORIO 

Convivenza more uxorio – Sostegno economico – Dovere

 I doveri morali e sociali che trovano la loro fonte nella formazione sociale costituita dalla convivenza more uxorio refluiscono sui rapporti di natura patrimoniale, nel senso di escludere il diritto del convivente di ripetere le eventuali attribuzioni patrimoniali effettuate nel corso o in relazione alla convivenza. (Cass. civ., Sez. I, 22 gennaio 2014, n.1277)

 

Convivenza more uxorio – Casa di abitazione – Detenzione qualificata da parte del convivente non proprietario – Conseguenze

La convivenza more uxorio, quale formazione sociale che dà vita ad un autentico consorzio familiare, determina, sulla casa di abitazione dove si svolge e di attua un programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità, tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare. Partendo da questo presupposto l’estromissione violenta o clandestina dell’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del compagno non proprietario legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio. Un diritto che non viene, ovviamente, meno quando a cacciare il convivente non proprietario è un terzo, come avvenuto nel caso specifico. (Cass. civ., Sez. II, 2 gennaio 2014, n. 7)

 

Tutela della persona – Famiglia di fatto – Rapporti patrimoniali tra conviventi – Casa familiare – Convivente – Detenzione qualificata

 Dal momento che la famiglia di fatto è compresa tra le formazioni sociali che l’art. 2 Cost. considera la sede di svolgimento della personalità individuale, il convivente gode della casa familiare, di proprietà del compagno o della compagna, per soddisfare un interesse proprio, oltre che della coppia, sulla base di un titolo a contenuto e matrice personale la cui rilevanza sul piano della giuridicità è custodita dalla Costituzione, sì da assumere i connotati tipici della detenzione qualificata. Di conseguenza, l’assenza di un giudice della dissoluzione del menage non consente al convivente proprietario di ricorrere alle vie di fatto per estromettere l’altro dall’abitazione, perché il canone della buona fede e della correttezza, dettato a protezione dei soggetti più esposti e delle situazioni di affidamento, impone al legittimo titolare che, cessata l’affectio, intenda recuperare, com’è suo diritto, l’esclusiva disponibilità dell’immobile, di avvisare il partner e di concedergli un termine congruo per reperire altra sistemazione. (Cass. civ. Sez. I, 21 marzo 2013, n.7214)

 

Tutela della persona – Famiglia di fatto – Nozione – Risarcimento – Perdita del congiunto – Famiglia legale e famiglia di fatto – Risarcimento

 Il diritto al risarcimento del danno da fatto illecito scatta anche per il convivente more uxorio del danneggiato, quando risulti dimostrata una relazione caratterizzata da tendenziale stabilità e da mutua assistenza morale e materiale. In particolare,. Il riferimento fatti ai “prossimi congiunti” della vittima quali soggetti danneggiati , di cui alle decisioni meno recenti, deve oggi essere inteso nel senso che, in presenza di un saldo e duraturo legale affettivo tra questi ultimi e la vittima, è proprio la lesione che colpisce tale peculiare situazione affettiva a connotare l’ingiustizia del danno ed a rendere risarcibili le conseguenze pregiudizievoli che ne siano derivate, a prescindere dall’esistenza di rapporti di parentela o affinità giuridicamente rilevanti come tali. Non solo, affinché si configuri la lesione, la convivenza non ha da intendersi necessariamente come coabitazione, quanto piuttosto come stabile legame tra due persone, connotato da duratura e significativa comunanza di vita e di affetti. (Cass. civ., Sez. III, 21 marzo 2013, n. 7128)

 

Famiglia di fatto – Obblighi ex art. 143 c.c. – Rapporti di convivenza – Attribuzioni fatte dal convivente di fatto – Ingiustificato arricchimento (senza causa) – Prescrizione e decadenza civile

L’azione generale di arricchimento ha come presupposto la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro che sia avvenuta senza giusta causa, sicché non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa qualora l’arricchimento sia conseguenza di un contratto, di un impoverimento remunerato, di un atto di liberalità o dell’adempimento di un obbligazione naturale. E’ pertanto, possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente more uxorio nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporti di convivenza – il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto – e travalicanti i limiti di proporzionalità e adeguatezza. Il diritto a richiedere l’indennizzo per ingiustificato altrui arricchimento si prescrive in dieci anni dal momento in cui l’arricchimento si è verificato. Nel caso in cui un convivente “more uxorio” presti nei confronti dell’altro rilevanti contributi economico-patrimoniali in maniera continuativa, la prescrizione dell’azione di arricchimento decorre dalla cessazione del rapporto di convivenza. (Cass. civ., Sez. III, 15 maggio 2009, n. 11330)

 

Tutela della persona – Famiglia di fatto – Nozione – Questione manifestatamente infondata di costituzionalità

Questa Corte ha ripetutamente posto in evidenza la diversità tra famiglia di fatto e famiglia fondata sul matrimonio, in ragione dei caratteri di stabilità, certezza, reciprocità e corrispettività dei diritti e doveri che nascono soltanto da tale vincolo, individuando le ragioni costituzionali che giustificano un differente trattamento normativo tra i due casi nella circostanza che il rapporto coniugale trova tutela diretta nell’art. 29 Cost.. (Corte Costituzionale, 27 marzo 2009, n.86)

 

 

 

 

 

 

Rassegna delle principali sentenze su separazione e divorzio

S E P A R A Z I O N E

Abbandono della casa familiare – Addebito della separazione – Limiti (Cc, articoli 143, 151, 2697 e 2729)

In tema di separazione personale dei coniugi, l’abbandono della casa familiare, che di per sé costituisce violazione di un obbligo matrimoniale e, conseguentemente, causa di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza, non concreta tale violazione se si provi, e l’onere incombe a chi ha posto in essere l’abbandono, che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, e in conseguenza di tale fatto.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 3 agosto 2007 n. 17056 – Pres. Luccioli; Rel. Bonomo; Pm (conf.) Schiavon; Ric. Marzocchi; Controric Marchi

– Addebito – Violazione dell’obbligo di fedeltà – Necessità della prova della crisi coniugale conseguente – Sussiste (Cc, articoli 143, 151 e 154)

La violazione degli obblighi matrimoniali non rileva ai fini dell’addebito se non abbia dato causa all’intollerabilità della convivenza. Pertanto, la dichiarazione di addebito nella separazione, anche in ordine alla violazione dell’obbligo di fedeltà, richiede la prova che l’irreversibile crisi coniugale sia ricollegabile al comportamento consapevole e volontario del coniuge, e che sussista un preciso nesso di causalità tra tale comportamento e l’intollerabilità della convivenza: il mancato raggiungimento della prova che tale comportamento sia causa efficiente dell’intollerabilità esclude dunque la pronuncia di addebito.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 11 agosto 2011 n. 17193 – Pres. Luccioli; Rel. Dogliotti; Pm (diff.) Russo

Nota

La Corte ha precisato che la violazione dell’obbligo di fedeltà di cui all’articolo 143 Cc, sotto il vigore della normativa previgente, veniva ricollegata all’adulterio, cioè presupponeva la violazione del dovere di fedeltà sessuale, con conseguente offesa all’onore e al decoro del coniuge, rilevando soprattutto se ostentato e conosciuto da terzi. Con la riforma del 1975, invece, si ritiene che l’obbligo di fedeltà sia diretto a garantire e consolidare la comunione di vita tra coniugi, arrivando la dottrina e la giurisprudenza a ritenere che la violazione di tale dovere rappresenti una rottura del rapporto di fiducia tra i coniugi medesimi e, quindi, un deterioramento dell’accordo e della stima reciproci. In quest’ottica la pronuncia dell’addebito assume il carattere dell’eccezionalità, essendo rilevante l’elemento dell’imputabilità di comportamenti contrari ai doveri derivanti dal matrimonio e avendo riguardo a violazioni particolarmente gravi e ripetute o comunque inquadrate in una valutazione complessiva di tutta la vicenda coniugale (Cassazione 2740/08).

– Addebito – Violazione dei doveri di cui all’articolo 143 Cc – Sufficienza – Limiti (Cc, articolo 143)

Ai fini della pronuncia di un addebito non è sufficiente la sola violazione dei doveri previsti a carico dei coniugi dall’articolo 143 del Cc, ma occorre verificare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza, cosicchè, in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa del fallimento della convivenza, deve essere pronunciata la separazione senza addebito. Non elide il nesso causale tra l’allontanamento volontario e la persistenza di una pregressa condizione d’irreversibile dissidio della coppia che avrebbe indotto l’abbandono, l’assenza di episodi di maltrattamenti o di vessazioni da parte del coniuge abbandonato.

Corte di cassazione, sezione I civile, ordinanza 24 febbraio 2011 n. 4540 – Pres. Luccioli; Rel. Cultrera

– Allontanamento unilaterale dalla residenza familiare – Violazione degli obblighi matrimoniali – Sussiste – Limiti (Cc articoli 143, 144,146 e 151)

L’allontanamento dalla residenza familiare che, ove attuato unilateralmente dal coniuge, cioè senza il consenso dell’altro coniuge, confermato dal rifiuto di tornarvi, costituisce violazione di un obbligo matrimoniale ed è causa di per sé sufficiente di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza; ciò a meno che non risulti o che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, nel qual caso l’onere probatorio incombe a chi ha posto in essere l’abbandono, ovvero che il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si era già verificata e in conseguenza di tale fatto.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 18 giugno 2008 n. 16575 – Pres. Luccioli; Rel. Giancola; Pm (conf.) Caliendo

– Assegnazione della casa familiare – Assenza di figli – Possibilità del giudice di attribuirla quale elemento dell’assegno di mantenimento – Esclusione (Cc, articoli 143, 155 e 156)

In assenza di figli, minorenni o maggiorenni non autosufficienti conviventi con i coniugi, il giudice non potrà adottare con la sentenza di separazione un provvedimento di assegnazione della casa familiare, sia in comproprietà fra i coniugi, sia che appartenga in via esclusiva a uno solo di essi, non autorizzandolo neppure l’art. 156 del Cc, che non prevede tale assegnazione in sostituzione o quale componente dell’assegno di mantenimento. In mancanza di una normativa speciale in tema di separazione, la casa familiare in comproprietà è soggetta, infatti, alle norme sulla comunione, al cui regime dovrà farsi riferimento per l’uso e la divisione.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 22 luglio 2007 n. 16398 – Pres. Morelli; Rel. Felicetti; Pm (conf.) Ciccolo; Ric. Bertaina; Controric. Scagnetto

– Assegnazione della casa familiare – Presupposti – Convivenza del coniuge con figlio maggiorenne – Necessità che sia la stessa casa dove viveva la famiglia quando era unita – Sussiste (Cc, articolo 155)

Al fine dell’assegnazione a uno dei coniugi separati o divorziati della casa familiare, nella quale questi abiti con un figlio maggiorenne, occorre che si tratti della stessa abitazione in cui si svolgeva la vita della famiglia allorchè essa era unita e, inoltre, che il figlio convivente versi, senza colpa, in condizione di non autosufficienza economica. In particolare, l’assegnazione della casa familiare, prevista dall’articolo 155, comma 4, del Cc, rispondendo all’esigenza di conservare l’habitat domestico, inteso come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare, è consentita unicamente con riguardo a quell’immobile che abbia costituito il centro di aggregazione della famiglia durante la convivenza, con esclusione di ogni altro immobile di cui i coniugi avessero la disponibilità.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza del 4 luglio 2011 n. 14553 – Pres. Luccioli; Rel. Didone; Pm (diff.) Lettieri; Ric. Iannì; Int. Surace

– Assegno di mantenimento – Figlio maggiorenne convivente con il coniuge separato – Spettanza – Fino al conseguimento dello status di autosufficienza economica – Sussiste (Cc, articolo 155)

Il fondamento del diritto del coniuge separato a percepire l’assegno di cui all’articolo 155 del Cc, risiede, oltre che nell’elemento oggettivo della convivenza con il figlio maggiorenne (che lascia presumere il perdurare dell’onere del mantenimento), nel dovere di assicurare un’istruzione e una formazione professionale rapportate alle capacità della prole (oltreché alle condizioni economiche e sociali dei genitori), onde consentire alla stessa di acquisire una propria indipendenza economica. Tale dovere cessa all’atto del conseguimento, da parte del figlio, di uno status di autosufficienza economica consistente nella percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita, quale che sia, in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato, restando attribuita al giudice di merito ogni valutazione in ordine all’eventuale esiguità del reddito percepito, al fine di escludere la cessazione dell’obbligo di mantenimento da parte del genitore non affidatario.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 21 gennaio 2011 n. 1476 – Pres. Luccioli; Rel. Mercolino; Pm (conf.) Russo

– Assegno di mantenimento – Presupposti – Accertamento del tenore di vita matrimoniale – Contenuto (Cc, articolo 156)

L’articolo 156 del Cc attribuisce al coniuge al quale non sia addebitabile la separazione il diritto di ottenere dall’altro un assegno di mantenimento, non già soltanto se egli sia assolutamente indigente, bensì tutte le volte in cui non sia in grado di mantenere, durante la separazione, con le proprie potenzialità economiche, il tenore di vita che aveva in costanza di convivenza matrimoniale, sempre che questo corrispondesse alle potenzialità economiche complessive dei coniugi e vi sia tra loro una differente redditualità che giustifichi l’assegno con funzione riequilibratrice. Pertanto, il giudice, al fine di stabilire se l’assegno sia dovuto, deve prioritariamente valutare il suddetto tenore di vita e, quindi, stabilire se il coniuge richiedente  sia in grado di mantenerlo in regime di separazione con i mezzi propri, essendo la mancanza di tali mezzi condizione necessaria per averne diritto. Il tenore di vita matrimoniale deve essere accertato, in via presuntiva, sulla base dei redditi complessivamente goduti dai coniugi durante la convivenza matrimoniale, con particolare riferimento al momento della sua cessazione, tenendosi conto non solo dei redditi di lavoro di ciascun coniuge, ma anche dei redditi di ogni altro tipo, nonché delle utilità derivanti dai beni immobili di loro proprietà, ancorchè improduttivi di reddito.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 4 febbraio 2009 n. 2707 – Pres. Luccioli; Rel. Salvago; Pm (conf.) Martone

– Assegno di mantenimento – Spettanza – Inattività lavorativa del richiedente – Rilevanza – Limiti (Cc, articoli 147,155 e 156)

In tema di separazione personale dei coniugi, presupposti per il riconoscimento dell’assegno di mantenimento sono la non addebitabilità della separazione e la mancanza di redditi idonei a conservare il precedente tenore di vita, sussistendo disparità economica tra le parti, mentre l’inattività lavorativa del richiedente l’assegno costituisce circostanza estintiva dell’obbligo di corresponsione a carico dell’altro coniuge, solo se conseguente al rifiuto accertato di opportunità di lavoro, non meramente ipotetiche, ma effettive e concrete.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 21 novembre 2008 n. 27775 – Pres. Morelli; Rel. Salmè; Pm (diff.) Schiavon

– Assegno per i figli maggiorenni – Cessazione – Inizio di attività lavorativa retribuita – Condizioni (Cc, articolo 155)

In regime di separazione o di divorzio fra i genitori, l’obbligo di versare il contributo di mantenimento per i figli maggiorenni al coniuge presso il quale vivono cessa solo ove il genitore obbligato provi che essi abbiano raggiunto l’indipendenza economica, percependo un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali condizioni di mercato, ovvero che essi si sottraggano volontariamente allo svolgimento di un’attività lavorativa adeguata. Una volta che sia provato l’inizio di un’attività lavorativa retribuita, costituisce valutazione di merito, incensurabile in cassazione se motivata, quella circa l’esiguità, in relazione alle circostanze del caso, del reddito realizzato al fine di escludere o diminuire l’assegno.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 27 giugno 2011 n. 14123 – Pres. Luccioli; Rel. Campanile; Pm (conf.) Zeno; Ric. Rubbiani; Controric. Volpe

– Assegno per il figlio minore – Buone risorse economiche dell’obbligato – Rilevanza (Cc, articolo 155)

Ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento a favore del figlio minore, le buone risorse economiche dell’obbligato hanno rilievo non soltanto nel rapporto proporzionale con il contributo dovuto dall’altro genitore, ma anche in funzione diretta di un più ampio soddisfacimento delle esigenze del figlio, posto che i bisogni, le abitudini, le legittime aspirazioni di questo e in genere le sue prospettive di vita, non potranno non risentire del livello economico-sociale in cui si colloca la figura del genitore.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 21 giugno 2011 n. 13630 – Pres. Luccioli; Rel. Campanile; Pm (conf.) Zeno; Ric. Palumbo; Controric. Marini

– Casa coniugale o familiare – Assegnazione solo in presenza di affidamento di figli minori o maggiorenni non autosufficienti – Sussiste (Cc, articolo 155 e 1102)

In materia di separazione o divorzio l’assegnazione della casa familiare è finalizzata esclusivamente alla tutela della prole, rispondendo all’esigenza di garantire l’interesse dei figli alla conservazione dell’ambiente domestico, inteso come centro degli affetti, degli interessi e delle abitudini in cui si esprime e si articola la vita familiare. Resta, quindi, imprescindibile il requisito dell’affidamento dei figli minori (o della convivenza con i figli maggiorenni non autosufficienti); pertanto, se è vero che la concessione del beneficio presenta indubbi riflessi economici, nondimeno l’assegnazione della casa familiare non può essere disposta al fine di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, alla cui garanzia è unicamente destinato l’assegno di mantenimento. Ne consegue che, ove manchi tale presupposto, perché i figli si sono già allontanati dal luogo in cui si svolgeva l’esistenza della famiglia, viene meno la ragione dell’applicazione dell’istituto in questione, che non può neanche trovare giustificazione nella circostanza che il coniuge già affidatario sia comproprietario dell’immobile in questione. Va fatta salva l’ipotesi di accordo, anche tacito, tra le parti in tal senso; rimanendo regolati, in caso contrario, i rapporti tra gli ex coniugi dalle norme sulla comunione e in particolare dall’articolo 1102 del Codice civile.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 17 luglio 2009 n. 16802 – Pres. Luccioli; Rel. Bernabai; Pm (conf.) Pratis

– Casa coniugale o familiare – In locazione – Provvedimento del giudice – Effetti sul rapporto contrattuale (Legge 392/1978, articolo 6)

Il provvedimento del giudice della separazione, oltre a determinare una cessazione ex lege del contratto di locazione a favore del coniuge assegnatario, comporta anche l’estinzione del rapporto in capo al coniuge originario conduttore, rapporto che non è più suscettibile di reviviscenza. Peraltro, nel momento in cui si realizza la successione del coniuge assegnatario al coniuge originario conduttore, si verifica, altresì, in senso del tutto figurativo e virtuale, una sorta di riconsegna dell’immobile al locatore da parte del vecchio conduttore, con contestuale consegna, sempre in senso figurativo, della cosa locata al nuovo conduttore.

Corte di cassazione, sezione III civile, sentenza 30 aprile 2009 n. 10104 – Pres. Di Nanni; Rel. Massera; Pm (conf.) Marinelli

– Condizioni per il diritto al mantenimento – Valutazione da parte del giudice di elementi diversi dal reddito dell’onerato – Sussiste (Cc, articolo 156)

Condizioni per il sorgere del diritto al mantenimento in favore del coniuge cui non sia addebitabile la separazione sono la non titolarità di adeguati redditi propri e cioè di redditi che consentano al richiedente di mantenere un tenore di vita analogo a quello mantenuto in costanza di matrimonio e la sussistenza di una disparità economica tra le parti. A tal fine il parametro di riferimento è costituito dalle potenzialità economiche complessive dei coniugi durante il matrimonio, quale elemento condizionante la qualità delle esigenze e l’entità delle aspettative del richiedente. Ai fini della determinazione del quantum dello stesso, si deve tener conto anche degli elementi fattuali di ordine economico e, comunque, apprezzabili in termini economici, diversi dal reddito dell’onerato, suscettibili di incidenza sulle condizioni delle parti.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 24 luglio 2007 n. 16334 – Pres. Criscuolo; Rel. Felicetti; Pm (conf.) Caliendo; Ric. Di Laudo, Controric. Di Carlo

– Mantenimento dei figli – Applicabilità dei principi di cui all’articolo 147 del Cc – Sussiste – Determinazione del concorso negli oneri finanziari – Criteri (Cc, articoli 147 e 148)

In seguito alla separazione personale tra coniugi, la prole ha diritto a un mantenimento tale da garantirle un tenore di vita corrispondente alle risorse economiche della famiglia e analogo, per quanto possibile, a quello goduto in precedenza, continuando a trovare applicazione l’articolo 147 del Cc che, imponendo il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli, obbliga i genitori a far fronte a una molteplicità di esigenze, non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma estese all’aspetto abitativo, culturale, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all’assistenza morale e materiale, all’opportuna predisposizione, fin quando l’età dei figli lo richieda, di una stabile organizzazione domestica, idonea a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione; mentre il parametro di riferimento, ai fini della determinazione del concorso negli oneri finanziari, è costituito, secondo il disposto dell’articolo 148 del Cc, non soltanto dalle sostanze, ma anche dalla capacità di lavoro, professionale o casalingo, di ciascun coniuge, ciò che implica una valorizzazione anche delle accertate potenzialità reddituali.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 19 maggio 2009 n. 11538 – Pres. Vitrone; Rel. Giancola; Pm (conf.) Pratis

– Modifica delle condizioni di separazione – Presupposti – Venir meno di un introito per l’obbligato – Sufficienza – Esclusione (Cc, articolo 156)

L’articolo 156, ultimo comma, del Cc, dispone che per aversi modificazione delle condizioni di separazione occorre la sopravvenienza di giustificati motivi, quali sono i mutamenti delle condizioni economiche delle parti, in guisa tale che sia mutato il complessivo equilibrio fissato in sede di separazione, non bastando a tal fine il venir meno di un determinato introito di cui fruiva l’obbligato, ovvero l’alienazione da parte sua di un bene, dovendo l’obbligato, per poter chiedere e ottenere la modifica dell’assegno stabilito in sede di separazione, dare prova del mutamento, in conseguenza di tali fatti, di detto equilibrio.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 8 maggio 2008 n. 11487 – Pres. Vitrone; Rel. Felicetti; Pm (conf.) Velardi

– Morte di uno dei coniugi in pendenza del giudizio di separazione – Effetti – Rilevanza sulle domande accessorie di rivendica – Esclusione (Cc, articoli 581 e 948)

La morte di uno dei coniugi, sopravvenuta in pendenza del giudizio di separazione personale, comporta la declaratoria di cessazione della materia del contendere, anche con riferimento alle istanze accessorie circa la regolamentazione dei rapporti patrimoniali attinenti alla cessazione della convivenza, mentre restano salve le domande autonome che, proposte nello stesso giudizio, riguardano diritti e rapporti patrimoniali indipendenti dalla modificazione soggettiva dello status, già acquisiti al patrimonio dei coniugi e nei quali subentrano gli eredi, con la conseguenza che rispetto a tali domande il processo può proseguire a istanza o nei confronti di costoro.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 20 novembre 2008 n. 27556 – Pres. Luccioli; Rel. Panzani; Pm (conf.) Ciccolo

– Provvedimenti presidenziali in relazione ai figli – Efficaci anche se sopraggiunge in sede ecclesiastica una sentenza di nullità del matrimonio – Sussiste (Cpc, articolo 708)

I provvedimenti relativi ai figli, emessi in sede presidenziale, conservano efficacia fino al provvedimento che li sostituisca, anche quando una sentenza di nullità matrimoniale, pronunciata in sede ecclesiastica, faccia venir meno la materia del contendere sulla domanda principale di separazione.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 25 giugno 2008 n. 17335 – Pres. Luccioli; Rel. Forte; Pm (conf.) Schiavon

– Revisione delle clausole – Decreto emesso in appello – Impugnabilità con il ricorso straordinario ex articolo 111 della Costituzione – Ammissibilità (Cc, articolo 156; Cpc, articoli 115, 116, 710 e 711)

Nel regime anteriore alla modifica dell’articolo 360 del Cpc, recata dal Dlgs. 40/2006, il decreto emesso in camera di consiglio dalla Corte d’appello a seguito di reclamo avverso i provvedimenti emanati dal tribunale sull’istanza di revisione delle clausole della separazione consensuale omologata può essere impugnato avanti la Corte di cassazione con il ricorso straordinario ai sensi dell’art. 111 della Costituzione per violazione di legge, in essa ricomprendendosi la radicale inesistenza o mera apparenza di motivazione e non già per chiedere un sindacato sulla motivazione ai sensi del numero 5 dell’articolo 360 del Cpc, a nulla valendo la formale deduzione della violazione dell’articolo 156 del Cc o degli articoli 115 e 116 del Codice di procedura civile.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 8 maggio 2008 n. 11489 – Pres. Luccioli; Rel. Giusti; Pm (conf.) Schiavon

– Richiesta di addebito – Domanda autonoma – Impugnazione sul capo specifico  – Effetti (Legge 898/1970, articoli 3 e 4)

Nel giudizio di separazione personale dei coniugi, la richiesta di addebito, pur essendo proponibile solo nell’ambito del giudizio di separazione, ha natura di domanda autonoma, presupponendo l’iniziativa di parte, soggiacendo alle regole e alle preclusioni stabilite per le domande, avendo una causa petendi e un petitum distinti da quelli della domanda di separazione. Cosicchè, in carenza di ragioni sistematiche contrarie e di norme derogative dell’articolo 329, comma 2, del Cpc, l’impugnazione proposta con esclusivo riferimento all’addebito contro la sentenza che abbia pronunciato la separazione e al contempo ne abbia dichiarato l’addebitabilità, implica il passaggio in giudicato del capo sulla separazione, rendendo esperibile l’azione di divorzio pur in pendenza di detta impugnazione.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 8 aprile 2011 n. 8050 – Pres. Carnevale; Rel. Felicetti; Pm (conf.) Russo

D I V O R Z I O

– Assegno di divorzio – Accertamento dei redditi dei coniugi – Valutazione dell’assetto economico stabilito in separazione – Ammissibilità (Legge 898/1970, articolo 5)

Ai fini della quantificazione dell’assegno di divorzio a favore dell’ex coniuge, che è il risultato di un apprezzamento discrezionale del giudice di merito, incensurabile in cassazione, ove immune da vizi di motivazione, i redditi dei coniugi non devono essere accertati nel loro esatto ammontare, essendo sufficiente un’attendibile ricostruzione delle rispettive posizioni patrimoniali complessive, dal rapporto delle quali risulti l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente a conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio. La congruità dell’assegno deve essere valutata alla luce dell’articolo 5 della legge 898/1970, tuttavia anche l’assetto economico relativo alla separazione può rappresentare un valido indice di riferimento nella misura in cui appaia idoneo a fornire utili elementi di valutazione relativi al tenore di vita goduto durante il matrimonio e alle condizioni economiche dei coniugi.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 8 aprile 2011 n. 8051 – Pres. Carnevale; Rel. Giancola; Pm (conf.) Russo

– Assegno di divorzio – Accertamento dei redditi dei coniugi – Valutazione dei beni immobili a disposizione – Sussiste (Legge 898/1970, articolo 5)

Sia al fine dell’individuazione del tenore di vita dei coniugi durante la convivenza coniugale, sia al fine dell’individuazione della capacità del coniuge richiedente l’assegno a mantenere con i propri mezzi il suddetto tenore di vita, sia allo scopo di stabilire le capacità economiche del coniuge nei cui confronti l’assegno sia richiesto, si deve tener conto anche dei beni immobili a sua disposizione, sotto il profilo della loro diretta utilizzabilità per la soddisfazione delle proprie esigenze, ovvero della loro redditualità in atto o potenziale, se ovviamente sussistenti, così come si deve tener conto delle spese necessariamente correlate alla loro proprietà.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 8 aprile 2011 n. 8051 – Pres. Carnevale; Rel. Giancola; Pm (conf.) Russo

– Assegno di divorzio – Revisione – Presupposti (Legge 898/1970, articolo 9)

Ai fini della revisione dell’assegno di divorzio è necessaria la duplice condizione della sussistenza di una modificazione delle condizioni economiche degli ex coniugi e dell’idoneità di tale modificazione a immutare il pregresso assetto realizzato dal precedente provvedimento sull’assegno. Tale procedimento non consente alcuna rivalutazione degli elementi che sono stati tenuti presenti all’atto della determinazione originaria dell’assegno, che si assume non più adeguato, essendo rivolto non a rideterminarne la misura attraverso un rinnovato accertamento del diritto del coniuge beneficiario alla luce di tutti i temperamenti, che debbono essere tenuti presenti ai fini del calcolo concreto dell’importo dell’assegno da porsi a carico dell’altro coniuge, ma unicamente a valutare se siano sopraggiunte circostanze di tale portata da rendere giustificato l’adeguamento dell’assegno, in aumento o in diminuzione, ovvero la sua radicale abolizione, o per converso la sua attribuzione.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 10 gennaio 2011 n. 366 – Pres. Luccioli; Rel. Salvago; Pm (conf.) Pratis

– Assegno di divorzio – Uso di una casa di abitazione – Rilevanza ai fini della consistenza patrimoniale dei coniugi – Sussiste (Legge 898/1970, articolo 5)

Ai fini della determinazione dell’assegno divorzile occorre tener conto dell’intera consistenza patrimoniale di ciascun coniuge e nel concetto di reddito debbono essere ricompresi non solo i redditi in denaro, ma anche le utilità suscettibili di valutazione economica, per cui anche l’uso di una casa di abitazione costituisce utilità valutabile in misura pari al risparmio di spesa che occorrerebbe sostenere per godere di quell’immobile a titolo di locazione. Sicchè tale principio deve trovare applicazione sia nell’ipotesi che l’immobile, di proprietà o comunque nella disponibilità del coniuge obbligato al pagamento dell’assegno, venga assegnato al coniuge affidatario dei figli minori, sia nell’ipotesi in cui il godimento dell’immobile venga riconosciuto al coniuge titolare di un diritto reale od obbligatorio: posto che in entrambi i casi l’utilizzazione della casa costituisce una utilità valutabile sul piano economico, che si aggiunge al reddito goduto, alterando l’equilibrio delle posizioni patrimoniali dei coniugi quali risultavano in base alla considerazione esclusiva dei redditi di ciascuno di essi.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 28 dicembre 2010 n. 26197 – Pres. Luccioli; Rel. Salvago; Pm (diff.) Pratis

– Assegno di divorzio – Accertamento – Tenore di vita goduto in costanza di matrimonio – Determinazione (Legge 898/1970, articolo 5)

In tema di scioglimento del matrimonio, nella disciplina dettata dall’articolo 5 della legge 898/1970, come modificato dalla legge 74/1987, che subordina l’attribuzione di un assegno di divorzio alla mancanza di “mezzi adeguati”, l’accertamento del diritto all’assegno divorzile va effettuato verificando l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente a conservare un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso, ovvero che poteva ragionevolmente prefigurarsi sulla base di aspettative esistenti nel corso del rapporto matrimoniale. A tal fine il tenore di vita può desumersi dalle potenzialità economiche dei coniugi, ossia dall’ammontare dei loro redditi e disponibilità patrimoniali. Il giudice può desumere il tenore di vita dalla documentazione relativa ai redditi dei coniugi al momento della pronuncia di divorzio, costituendo essi, insieme alle disponibilità patrimoniali dei coniugi, valido parametro per la determinazione di detto tenore di vita e della possibilità di mantenerlo. L’assegno va poi quantificato nella misura necessaria, in relazione alla situazione economica di ciascuna parte, a rendere tendenzialmente possibile il mantenimento di detto tenore.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 4 novembre 2010 n. 22501 – Pres. Luccioli; Rel. Felicetti; Pm (conf.) Zeno

–  Assegno di divorzio – Modifica – Impugnabilità del decreto della Corte d’appello emesso in sede di reclamo – Ricorso ex articolo 111 della Costituzione – Ammissibilità – Limiti (Legge 898/1970, articolo 9)

Il decreto della Corte d’appello, emesso in sede di reclamo, contro il decreto del tribunale che modifica le statuizioni di ordine patrimoniale contenute nella sentenza di divorzio, ha valore decisorio ed è impugnabile con il ricorso straordinario per cassazione ex articolo 111 della Costituzione; tale ricorso è però limitato, nella disciplina previgente al Dlgs 40/2006, alla denuncia di eventuali violazioni di legge, cui è riconducibile anche l’inosservanza dell’obbligo di motivazione, la quale si configura solo allorchè quest’ultima sia materialmente omessa, ovvero si estrinsechi in argomentazioni del tutto inidonee a rivelare la ratio decidendi del provvedimento impugnato o fra loro logicamente  inconciliabili od obiettivamente incomprensibili, restando esclusa la legittimità di una verifica della sufficienza della motivazione medesima in raffronto con le risultanze probatorie.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 28 maggio 2009 n. 12500 – Pres. Luccioli; Rel. Giancola; Pm (conf.) Sorrentino

– Assegno di divorzio – Decorrenza – Dalla data della domanda di divorzio – Ammissibilità (Legge 898/1970, articoli 4, 5 e 9; Cc, articolo 2729)

L’assegno di divorzio, trovando la propria fonte nel nuovo status delle parti, rispetto al quale la pronuncia del giudice ha efficacia costitutiva, decorre dal passato in giudicato della statuizione di risoluzione del vincolo coniugale. A tale principio ha introdotto un temperamento l’articolo 4, comma 10, della legge 898/1970, così come sostituito dall’articolo 8 della legge 74/1987, conferendo al giudice il potere di disporre, in relazione alle circostanze del caso concreto, e anche in assenza di specifica richiesta, la decorrenza dello stesso assegno dalla data della domanda di divorzio, ma in siffatta ipotesi, il giudice è tenuto a motivare adeguatamente la propria decisione.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 27 maggio 2009 n. 12419 – Pres. Vitrone; Rel. Giancola; Pm (diff.) Pratis

– Assegno di divorzio – Spettanza – Nascita di un figlio da parte dell’ex coniuge beneficiario – Presunzione di convivenza more uxorio con altro soggetto – Esclusione (Cc, articolo 156)

L’eventuale nascita di un figlio non costituisce elemento di prova di per sé sufficiente e idoneo a dimostrare l’esistenza di una situazione di convivenza more uxorio tra i genitori, avente nel tempo caratteri di stabilità e continuità tali da far presumere che il beneficiario dell’assegno tragga da tale convivenza vantaggi economici che giustifichino la revisione dell’assegno medesimo. Inoltre la convivenza more uxorio con altra persona può influire sulla misura dell’assegno di divorzio solo qualora si dia la prova, da parte dell’ex coniuge onerato, che essa, pur non assistita da garanzie giuridiche di stabilità, ma di fatto consolidata e protraentesi nel tempo, influisca in melius sulle condizioni economiche dell’avente diritto, a seguito di un contributo al suo mantenimento da parte del convivente, o quanto meno di apprezzabili risparmi di spese derivatigli dalla convivenza stessa.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 4 febbraio 2009 n. 2709 – Pres. Luccioli; Rel. Schirò; Pm (conf.) Martone

– Assegno di divorzio – Decorrenza – Dalla data della domanda – Presupposti (Legge 898/1970, articolo 4)

Il giudice di merito, anche in assenza di specifica domanda di parte, ricorrendone le condizioni, può far decorrere l’assegno divorzile dalla data della domanda, anziché da quella del passaggio in giudicato della sentenza, sia nell’ipotesi in cui pronunci divorzio con sentenza non definitiva, sia in quella in cui contestualmente pronunci la cessazione degli effetti civili del matrimonio e condanni un coniuge a corrispondere all’altro l’assegno divorzile. Il principio enunciato dall’articolo 4 della legge 898/1970, nel testo emendato per opera dell’articolo 8 della legge 74/1987, ha infatti portata generale e non costituisce deroga al principio secondo il quale l’assegno di divorzio, trovando la propria fonte nel nuovo status delle parti, decorre dal passaggio in giudicato della relativa statuizione, bensì rappresenta un temperamento a tale principio, con il conferire al giudice il potere discrezionale, in relazione alle circostanze del caso concreto, di disporre la decorrenza di esso dalla data della domanda, senza che a tal fine la pronuncia di sentenza non definitiva costituisca un necessario requisito per l’esercizio di detto potere.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 8 gennaio 2009 n. 133 – Pres. Luccioli; Rel. Bernabai; Pm (conf.) Ciccolo

– Assegno di divorzio – Rilevanza degli accordi assunti in sede di separazione tra le parti – Esclusione – Mancata liquidazione in sede di separazione dell’assegno di mantenimento – Effetti – Non rilevanza (Legge 898/1970, articolo 5; Cc, articolo 2697)

La determinazione dell’assegno di divorzio è indipendente dalle statuizioni patrimoniali operanti, per accordo tra le parti o in forza di decisione giudiziale, nel regime di separazione dei coniugi, in quanto diverse sono le rispettive discipline sostanziali così come diversi sono la natura, la struttura e la finalità dei relativi trattamenti. L’assegno di divorzio, quale effetto diretto della pronuncia di divorzio, deve essere, infatti, determinato sulla base di criteri propri e autonomi rispetto a quelli rilevanti per il trattamento spettante al coniuge separato. Con la conseguenza che l’assetto economico relativo alla separazione può costituire soltanto un indice di riferimento nella regolazione del regime patrimoniale del divorzio, nella misura in cui appaia idoneo a fornire elementi utili per la valutazione delle condizioni dei coniugi e dell’entità dei loro redditi, mentre la mancata richiesta o la mancata liquidazione, in sede di separazione, dell’assegno di mantenimento, non costituisce circostanza decisiva o preclusiva della liquidazione dell’assegno di divorzio, ove il richiedente dimostri l’insufficienza delle proprie disponibilità a conservare il tenore di vita di cui aveva diritto di godere durante il matrimonio.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 28 giugno 2007 n. 14921 – Pres. Luccioli; Rel. Felicetti; Pm (diff.) Caliendo

– Assegno di mantenimento – Spettanza fino al passaggio in giudicato della sentenza di divorzio – Domanda di adeguamento – Ammissibilità (Legge 898/1970, articoli 4, 5 e 9)

Proprio perché l’assegno di mantenimento in favore di uno dei coniugi in regime di separazione è dovuto fino al passaggio in giudicato della sentenza che pronuncia il divorzio, deve sempre ritenersi ammissibile la domanda di adeguamento dell’assegno di separazione nel corso del giudizio di divorzio, anche se il coniuge che richiede tale adeguamento non si opponga alla pronuncia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e richieda, contestualmente, la corresponsione dell’assegno di divorzio ai sensi dell’articolo 5 della legge 898/1970 e sempre che non si richieda, per lo stesso periodo, la concessione di entrambi gli assegni.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 22 luglio 2011 n. 16127 – Pres. Luccioli; Rel. Didone; Pm (conf.) Lettieri

– Assegno di mantenimento – Richiesta di sua modifica – Introduzione della domanda di divorzio – Cessazione della controversia sulle richieste di modifica – Esclusione (Legge 898/1970, articolo 4; Cc, articoli 155 e 156)

Solo il passaggio in giudicato della sentenza di divorzio fa venir meno il vincolo matrimoniale e lo stato di separati, che costituisce il presupposto dell’obbligo di mantenimento della moglie, il quale contestualmente cessa ed è eventualmente sostituito da quello di corrispondere l’assegno divorzile, permanendo ovviamente gli obblighi genitoriali, come stabiliti o concordati nella separazione o come regolamentati diversamente in sede di divorzio. Pertanto, la sentenza di divorzio non necessariamente comporta la cessazione della materia del contendere nella controversia sulle richieste di modifiche delle condizioni accessorie alla separazione, qualora permanga un interesse delle parti alla definizione di tale ultimo giudizio.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 10 dicembre 2008 n. 28990 – Pres. Carnevale; Rel. Forte; Pm (conf.) Pratis

– Casa coniugale – Assegnazione – Trascrizione del provvedimento – Rilevanza per i terzi del contenuto della nota di trascrizione – Sussiste (Cpc, articolo 708; Legge 898/1970, articolo 6)

Per stabilire se e in quali limiti un determinato atto o una domanda giudiziale trascritta sia opponibile ai terzi, si deve avere riguardo esclusivamente al contenuto della nota di trascrizione, in quanto le indicazioni riportate nella nota stessa consentono di individuare senza possibilità di equivoci e incertezze gli elementi essenziali del negozio e i beni ai quali esso si riferisce, o il soggetto contro il quale la domanda sia rivolta, senza potersi attingere elementi dai titoli presentati e depositati con la nota stessa. È, pertanto, del tutto irrilevante, ai fini dell’opponibilità all’acquirente dell’immobile del provvedimento presidenziale di assegnazione della casa coniugale, la circostanza che il titolo di acquisto dell’acquirente contenesse l’indicazione specifica dell’esistenza del diritto di assegnazione della moglie e della sua fonte.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 18 settembre 2009  n. 20144 – Pres. Luccioli; Rel. Schirò; Pm (conf.) Ceniccola 

– Casa coniugale o familiare – Assegnazione solo in presenza di affidamento di figli minori o maggiorenni non autosufficienti – Sussiste (Cc, articoli 155 e 1102)

In materia di separazione o divorzio l’assegnazione della casa familiare è finalizzata esclusivamente alla tutela della prole, rispondendo all’esigenza di garantire l’interesse dei figli alla conservazione dell’ambiente domestico, inteso come centro degli affetti, degli interessi e delle abitudini in cui si esprime e si articola la vita familiare. Resta, quindi, imprescindibile il requisito dell’affidamento dei figli minori (o della convivenza con i figli maggiorenni non autosufficienti); pertanto, se è vero che la concessione del beneficio presenta indubbi riflessi economici, nondimeno l’assegnazione della casa familiare non può essere disposta al fine di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, alla cui garanzia è unicamente destinato l’assegno di mantenimento. Ne consegue che, ove manchi tale presupposto, perché i figli si sono già allontanati dal luogo in cui si svolgeva l’esistenza della famiglia, viene meno la ragione dell’applicazione dell’istituto in questione, che non può neanche trovare giustificazione nella circostanza che il coniuge già affidatario sia comproprietario dell’immobile in questione. Va fatta salva l’ipotesi di accordo, anche tacito, tra le parti in tal senso; rimanendo regolati, in caso contrario, i rapporti tra gli ex coniugi dalle norme sulla comunione e in particolare dall’articolo 1102 del Codice civile.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 17 luglio 2009 n. 16802 – Pres. Luccioli; Rel. Bernabai; Pm (conf.) Pratis

– Convivenza more uxorio – Valutazione ai fini dell’assegno di divorzio – Limiti (Legge 898/1970, articolo 5; Cc, articolo 2697)

La convivenza more uxorio, pur con carattere di stabilità, non dà luogo a un obbligo di mantenimento reciproco fra i conviventi e può anche essere instaurata con persona priva di redditi e patrimonio, cosicchè l’incidenza economica di detta convivenza deve essere valutata in relazione al complesso delle circostanze che la caratterizzano. I relativi, eventuali benefici economici, tuttavia, avendo natura intrinsecamente precaria, debbono ritenersi limitatamente incidenti su quella parte dell’assegno di divorzio che, in relazione alle condizioni economiche dell’avente diritto, è destinata ad assicurargli quelle condizioni minime di autonomia economica giuridicamente garantita che l’articolo 5 della legge sul divorzio ha inteso tutelare e l’articolo 9 della stessa non ha inteso sottrarre al titolare dell’assegno, finchè questi non contragga un nuovo matrimonio.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 28 giugno 2007 n. 14921 – Pres. Luccioli; Rel. Felicetti; Pm (diff.) Caliendo

– Determinazione assegno divorzile – Reddito del coniuge onerato – Calcolo anche dell’assegno per oneri di rappresentanza – Esclusione (Legge 898/1970, articolo 5; Dpr 18/1967, articolo 171)

Nella determinazione dell’assegno di mantenimento posto a carico del coniuge obbligato in sede di separazione personale tra coniugi (e del pari nella determinazione dell’ammontare di quello divorzile) non deve tenersi conto anche dell’assegno per oneri di rappresentanza introdotto, in tema di trattamento economico per i dipendenti delle pubbliche amministrazioni in servizio all’estero, dall’articolo 171–bis del Dpr 18/1967, giacchè si tratta di emolumento diverso dall’indennità di servizio estero, non costituente reddito e finalizzato a sollevare il diplomatico, nei limiti in cui risultino effettivamente sostenuti, dagli oneri di rappresentanza derivanti dalla carica altrimenti a suo carico, il cui computo ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento in questione risulta inconciliabile con l’obbligo di suo riversamento all’Erario per la parte non consumata.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 15 settembre 2008 n. 23689 – Pre. Luccioli; Rel. Fittipaldi; Pm (diff.) Martone

Domanda di assegno divorzile – Autonomo svolgimento – Effetti – Morte del coniuge – Diritto dell’altro all’accertamento della misura dell’assegno – Sussiste (Legge 898/1970, articoli 5 e 9)

La domanda di assegno, rappresentando solo un eventuale corollario di quella di divorzio, ove sia introdotta nello stesso processo, pur dipendendo dalla medesima in quanto ne presuppone l’accoglimento, può avere un suo autonomo svolgimento contenzioso e può formare oggetto esclusivo della materia del contendere quando non si discuta più del divorzio, ma solo dell’an o del quantum della relativa obbligazione. Ne consegue che la morte del coniuge, che sopravvenga quando già si era verificata la dissoluzione del vincolo, per essersi formato il giudicato sul relativo capo, non elide il diritto del coniuge all’accertamento determinativo della misura dell’assegno, di cui si stia ancora discutendo in causa, per il periodo dal passaggio in giudicato del capo della sentenza sul divorzio alla data della morte del coniuge obbligato e, pertanto, non determina la cessazione della materia del contendere.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 11 aprile 2011 n. 8228 – Pres. Carnevale; Rel. Fioretti; Pm (conf.) Russo

– Procedimento – Costituzione in giudizio del convenuto fuori del termine fissato nell’ordinanza presidenziale – Effetti (Cpc, articoli 163-bis, 166, 167 e 180)

Non incorre in decadenza il convenuto che, nel giudizio di divorzio, si costituisce entro un termine inferiore a quello di 20 giorni precedenti l’udienza di comparizione innanzi al giudice istruttore se l’intervallo temporale tra la data di deposito dell’ordinanza presidenziale di fissazione di questa udienza e la data dell’udienza stessa sia inferiore al suddetto termine dilatorio. In quanto unica parte pregiudicata da quella violazione, il solo convenuto è legittimato a dolersene ovvero a rinunciare al termine se ritiene di essere comunque in grado di spiegare adeguatamente le proprie ragioni di difesa.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 17 febbraio 2011 n. 3905 – Pres. Luccioli; Rel. Cultrera; Pm (conf.) Patrone

– Procedimento – Contestazione del reddito documentato dalla controparte – Obbligo automatico per il giudice di disporre indagini tributarie – Esclusione (Legge 898/1970, articolo 8; Cpc, articolo 187)

In tema di divorzio, l’articolo 8, comma 9, della legge 898/1970 non impone al giudice in via diretta e automatica di disporre indagini avvalendosi della polizia tributaria ogni volta in cui sia contestato un reddito indicato e documentato, ma rimette allo stesso giudice la valutazione di detta esigenza, in forza del principio generale dettato dall’articolo 187 del Cpc, che affida al giudice la facoltà di ammettere mezzi di prova proposti dalle parti e di ordinare gli altri che può disporre d’ufficio, previa valutazione della loro rilevanza e concludenza.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 20 giugno 2008 n. 16972 – Pres. Adamo; Rel. Giusti; Pm (conf.) Ciccolo

– Quota della pensione di reversibilità – Accertamento del diritto – Presupposti – Assegno di divorzio – Equipollenza ai provvedimenti temporanei in funzione anticipatoria – Esclusione (Legge 898/1970, articoli 5 e 9; legge 263/2005, articolo 5)

Il diritto del coniuge divorziato alla pensione di reversibilità o a una quota di essa in caso di concorso con altro coniuge superstite, di cui all’articolo 9 della legge 898/1970, presuppone che il richiedente al momento della morte dell’ex coniuge sia titolare di assegno di divorzio giudizialmente riconosciuto ai sensi dell’articolo 5 della legge predetta. Non è quindi sufficiente che l’ex coniuge versi nelle condizioni per ottenere l’assegno di divorzio e neppure la percezione, in concreto, di un qualsivoglia assegno di mantenimento, ma occorre che l’assegno sia stato attribuito con provvedimenti giurisdizionali che abbiano attitudine ad attribuire un “assegno di divorzio”, qualificabile come tale per gli effetti che ne conseguono in relazione all’articolo 9, commi 2 e 3, della legge 898/1970. Nel novero dei provvedimenti giurisdizionali che hanno attitudine ad attribuire un assegno di divorzio non rientrano i provvedimenti temporanei e urgenti previsti dall’articolo 4, n. 8, della legge sul divorzio, diretti ad apprestare un regolamento essenziale e immediato al coniuge nella prospettiva del divorzio, con funzione anticipatoria rispetto alle statuizioni della sentenza di divorzio, la quale soltanto, ai sensi dell’articolo 4, comma 10, della legge sul divorzio, in tale giudizio ha efficacia costitutiva rispetto all’assegno che uno degli ex coniugi debba all’altro per le esigenze proprie di quest’ultimo.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 9 giugno 2010 n. 13899 – Pres. Luccioli; Rel. Giancola; Pm (diff.) Abbritti

A F F I D O  C O N D I V I S O

– Adozione – Di minori – Consenso ex articolo 46 legge 184/1983 del genitore mai convivente con il minore – Necessità – Articolo 4 legge 54/2006 – Principio della bigenitorialità – Rilevanza sul contenuto precettivo dell’articolo 317-bis Cod. civ. – Configurabilità (Legge 184/1983, articoli 44 e 46)

In tema di adozione in casi particolari, ha efficacia preclusiva, ai sensi dell’articolo 46 della legge 4 maggio 1983 n. 184, il dissenso manifestato dal genitore naturale non convivente all’adozione del figlio minore a norma dell’articolo 44, comma 1, lettera b), della legge richiamata, dovendo egli ritenersi comunque “esercente la potestà”, pur quando lo stesso non sia mai stato convivente con il minore; invero, la legge 8 febbraio 2006 n. 54 sull’esercizio della potestà in caso di crisi della coppia genitoriale e sull’affidamento condiviso, applicabile anche ai figli di genitori non coniugati, ha corrispondentemente riplasmato l’articolo 317-bis del Codice civile. Il principio della bigenitorialità, infatti, ha informato di sé il contenuto precettivo della norma citata, eliminando ogni difformità di disciplina tra figli legittimi e naturali, cosicchè la cessazione della convivenza tra genitori naturali non conduce più alla cessazione dell’esercizio della potestà.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 10 maggio 2011 n. 10265 – Pres. Luccioli; Re. Campanile; Pm (conf.) Zeno

– Affidamento congiunto dei figli – Ammissibilità – Effetti – Mantenimento – Obbligo di corresponsione di un assegno da parte di uno dei genitori – Persistenza – Contribuzione paritaria dei genitori al mantenimento – Conseguenza automatica dell’affidamento congiunto – Configurabilità – Esclusione (Legge 898/1970, articolo 6; legge 74/1987, articolo 11; Cc, articolo 155)

L’affidamento congiunto dei figli a entrambi i genitori – previsto dall’articolo 6 della legge sul divorzio (1° dicembre 1970 n. 898), come sostituito dall’articolo 11 della legge 6 marzo 1987 n. 74, analogicamente applicabile anche alla separazione personale dei coniugi – è istituto che, in quanto fondato sull’esclusivo interesse del minore, non fa venire meno l’obbligo patrimoniale di uno dei genitori di contribuire, con la corresponsione di un assegno, al mantenimento dei figli, in relazione alle loro esigenze di vita, sulla base del contesto familiare e sociale di appartenenza, rimanendo per converso escluso che l’istituto stesso implichi, come conseguenza “automatica”, che ciascuno dei genitori debba provvedere paritariamente, in modo diretto e autonomo, alle predette esigenze (nell’enunciare il principio in massima, la Suprema corte ha rilevato come esso trovi conferma nelle nuove previsioni della legge 8 febbraio 2006 n. 54, in tema di affidamento condiviso, peraltro successiva alla sentenza impugnata).

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 18 agosto 2006 n. 18187 – Pres. Luccioli; Rel. Spagna Musso; Pm (parz. Diff.) Golia 

– Diritto di affidamento e diritto di visita – Tutela differenziata – Diritto di visita del genitore non affidatario – Violazione – Trasferimento della residenza del minore – Illiceità – Esclusione – Ritorno immediato del minore nello Stato di sua residenza abituale – Obbligatorietà – Esclusione – Garanzia dell’esercizio del diritto di visita – Modalità e limiti – Nuova disciplina codicistica ex articolo 155-quater Cod. civ., introdotto dall’art. 1, comma 2, della legge n. 54 del 2006 (Cc, articolo 155-quater; legge 54/2006, articolo 1)

La convenzione de L’Aja 25 ottobre 1980 sugli effetti civili della sottrazione internazionale di minori, ratificata e resa esecutiva in Italia con la legge 64/1994, distingue nettamente il diritto di affidamento dal diritto di visita e prevede per le due situazioni una tutela differenziata, sancendo l’immediato ritorno del minore nello Stato di residenza abituale esclusivamente per l’ipotesi di illecito trasferimento o trattenimento, che ricorre solo in caso di violazione del diritto di affidamento o custodia, mentre, allorchè il genitore affidatario scelga una diversa residenza, la caratterizzazione del trasferimento come lecito impedisce all’altro genitore di chiedere il ritorno immediato del minore, potendo, invece, costui solo sollecitare l’Autorità centrale, ai sensi dell’articolo 21 della Convenzione, a compiere tutti i passi necessari per rimuovere, per quanto possibile, ogni ostacolo all’esercizio del suo diritto, ovvero rivolgersi al giudice della separazione, o del divorzio, per ottenere una rivalutazione delle condizioni dell’affidamento alla stregua della nuova circostanza del trasferimento della residenza del minore. La relativa procedura tra l’altro, ha trovato di recente formalizzazione anche nel Codice civile, attraverso l’introduzione, per opera dell’articolo 1, comma 2, della legge 8 febbraio 2006 n. 54 (Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli), dell’articolo 155-quater che, al comma 2, dispone che “nel caso in cui uno dei coniugi cambi la residenza o il domicilio, l’altro coniuge può chiedere, se il mutamento interferisce con le modalità dell’affidamento, la ridefinizione degli accordi o dei provvedimenti adottati, ivi compresi quelli economici”.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 5 maggio 2006 n. 10374 – Pres. Luccioli; Rel. San Giorgio; Pm (conf.) Maccarone

– Divorzio – Obblighi verso la prole – Affidamento dei figli – Affidamento condiviso – Derogabilità – Condizioni – Omessa corresponsione dell’assegno di mantenimento ed esercizio discontinuo del diritto di visita – Rilevanza – Fondamento (Cc, articoli 155 e 155-bis; legge 898/1970, articolo 6; legge 74/1987, articolo 11; legge 54/2006, articolo 4)

La regola dell’affidamento condiviso dei figli a entrambi i genitori, prevista dall’articolo 155 del Codice civile con riferimento alla separazione personale dei coniugi, applicabile anche nei casi di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, in virtù del richiamo operato dall’articolo 4, comma 2, della legge 8 febbraio 2006 n. 54, è derogabile solo ove la sua applicazione risulti “pregiudizievole per l’interesse del minore”, come nel caso in cui il genitore non affidatario si sia reso totalmente inadempiente all’obbligo di corrispondere l’assegno di mantenimento in favore dei figli minori e abbia esercitato in modo discontinuo il suo diritto di visita, in quanto tali comportamenti sono sintomatici della sua inidoneità ad affrontare quelle maggiori responsabilità che l’affido condiviso comporta anche a carico del genitore con il quale il figlio non coabiti stabilmente.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 17 dicembre 2009 n. 26587 – Pres. Proto; Rel. Schirò; Pm (conf.) Pratis

– Filiazione naturale – Affido congiunto – Determinazione dei tempi e modi della presenza presso ciascun genitore – Determinazione affidata al giudice (Cc, articolo 155)

Disponendo l’articolo 155 del Codice civile che il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato con entrambi i genitori, la sua attuazione è rimessa al giudice, il quale per realizzare la finalità suddetta “adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa”, determinando esclusivamente in relazione a tale interesse “i tempi e le modalità” della sua presenza presso ciascun genitore, prendendo atto solo se non contrari all’interesse del figlio degli stessi accordi fra i genitori.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 26 settembre 2011 n. 19594 – Pres. Luccioli; Rel. Felicetti; Pm (conf.) Fucci

– Filiazione naturale – In genere – Affidamento condiviso – Deroghe – Motivazione – Necessità – Requisiti – Oggettiva distanza tra i luoghi di residenza dei genitori – Rilevanza – Esclusione (Cc, articoli 155 e 317; legge 54/2006, articolo 4)

In tema di affidamento dei figli nati fuori del matrimonio, alla regola dell’affidamento condiviso dei figli può derogarsi solo ove la sua applicazione risulti “pregiudizievole per l’interesse del minore”, con la duplice conseguenza che l’eventuale pronuncia di affidamento esclusivo dovrà essere sorretta da una motivazione non solo più in positivo sull’idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa ovvero manifesta carenza dell’altro genitore, e che l’affidamento condiviso non può ragionevolmente ritenersi precluso dall’oggettiva distanza esistente tra i luoghi di residenza dei genitori, potendo detta distanza incidere soltanto sulla disciplina dei tempi e delle modalità della presenza del minore presso ciascun genitore.

Corte di cassazione, sezione VI civile, ordinanza 2 dicembre 2010 n. 24526 – Pres. Vittoria; Rel. Schirò; Pm (conf.) Pratis

– Filiazione – In genere – Assegno di mantenimento – Affidamento condiviso – Collocamento dei minori presso un genitore – Corresponsione dell’assegno a carico del genitore non collocatario – Effetti (Cc, articolo 155; legge 54/2006, articolo 4)

In tema di mantenimento dei figli nati fuori dal matrimonio, la regola dell’affidamento condiviso a entrambi i genitori, ai sensi dell’articolo 155 del Codice civile, applicabile anche a essi in forza del rinvio operato dall’articolo 4 della legge 54/2006, non implica deroga al principio secondo il quale ciascun genitore deve provvedere alla soddisfazione dei bisogni dei figli in misura proporzionale al suo reddito. In applicazione di essa, pertanto, il giudice deve disporre, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico che, in caso di collocamento prevalente presso un genitore, va posto a carico del genitore non collocatario, prevedendone lo stesso articolo 155 del Cc la determinazione in relazione ai tempi di permanenza del figlio presso ciascun genitore.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 4 novembre 2010 n. 22502 – Pres. Luccioli; Rel. Felicetti; Pm (conf.) Zen

– Filiazione naturale – In genere – Mantenimento di figli nati fuori dal matrimonio – Obbligo a carico di ciascun genitore – Affidamento condiviso – Collocamento prevalente presso uno dei genitori – Assegno a carico dell’altro genitore – Configurabilità (Cc, articoli 155 e 261)

In tema di mantenimento dei figli nati fuori dal matrimonio, ciascun genitore deve provvedere alla soddisfazione dei bisogni degli stessi in misura proporzionale al proprio reddito e il giudice può disporre, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico, il quale, in caso di affidamento condiviso con collocamento prevalente presso uno dei genitori, può essere posto a carico del genitore non collocatario, atteso il disposto dell’articolo 155 del Codice civile, nella parte in cui prevede che la determinazione dell’assegno avvenga anche considerando i temi di permanenza del figlio presso ciascun genitore.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 4 novembre 2009 n. 23411 – Pres. Luccioli; Rel. Dogliotti; Pm (conf.) Abbritti 

– Genitori non coniugati – Cessazione della convivenza – Provvedimenti in materia di affidamento del figlio minore e di mantenimento del medesimo – Competenza – A seguito della legge 54/2006 sull’affidamento condiviso – Applicabile anche  alla filiazione naturale – Competenza del Tribunale per i minorenni – Affermazione – Fondamento (Legge 54/2006, articolo 4; Cc, articoli 155, 261 e 317-bis)

La legge 8 febbraio 2006 n. 54 sull’esercizio della potestà in caso di crisi della coppia genitoriale e sull’affidamento condiviso, applicabile anche ai procedimenti relativi a figli di genitori non coniugati, ha corrispondentemente riplasmato l’articolo 317-bis del Codice civile, il quale, innovato nel suo contenuto precettivo, continua tuttavia a rappresentare lo statuto normativo della potestà genitoriale naturale e dell’affidamento del figlio nella crisi dell’unione di fatto, sicchè la competenza ad adottare i provvedimenti nell’interesse del figlio naturale spetta al tribunale per i minorenni, in forza dell’articolo 38, comma 1, delle disposizioni di attuazione del Codice civile, in parte qua non abrogato, neppure tacitamente, dalla novella. La contestualità delle misure relative all’esercizio della potestà e all’affidamento del figlio, da un lato e di quelle economiche inerenti al loro mantenimento, dall’altro, prefigurata dai novellati articoli 155 e seguenti del Codice civile, ha peraltro determinato – in sintonia con l’esigenza di evitare che i minori ricevano dall’ordinamento un trattamento diseguale a seconda che siano nati da genitori coniugati oppure da genitori non coniugati, oltre che di escludere soluzioni interpretative che comportino un sacrificio del principio di concentrazione delle tutele, che è aspetto centrale della ragionevole durata del processo – un’attrazione, in capo allo stesso giudice specializzato, della competenza a provvedere, altresì, sulla misura e sul modo con cui ciascuno dei genitori naturali deve contribuire al mantenimento del figlio.

Corte di cassazione, sezione I civile, ordinanza 3 aprile 2007 n. 8362 – Pres. Adamo; Rel. Giusti; Pm (conf.) Velardi

– Provvedimenti in tema di affidamento di minori e di provvedimenti di decadenza dalla potestà genitoriale – Competenza del tribunale ordinario e del tribunale per i minorenni – Individuazione – Criteri – Rilevanza del nuovo articolo 155 del Cod. civ. sull’affido condiviso – Esclusione – Fondamento (Cc, articolo 155)

In tema di affidamento di minori e di provvedimenti di decadenza dalla potestà genitoriale, dovendo il discrimine tra la competenza del tribunale ordinario e quella del tribunale per i minorenni essere individuato in riferimento al petitum e alla causa petendi, rientrano nella competenza del tribunale per i minorenni, ai sensi del combinato disposto degli articoli 330 del Codice civile e 38 delle disposizioni di attuazione del Cc, le domande finalizzate a ottenere i provvedimenti di decadenza dalla potestà genitoriale; mentre rientrano nella competenza del tribunale ordinario, in sede di separazione personale dei coniugi, le pronunce di affidamento dei minori che mirino solo a individuare quale dei due genitori sia più idoneo a prendersi cura del figlio, senza che in relazione a tale ripartizione abbia rilevanza il nuovo disposto dell’articolo 155 del Codice civile sull’affido condiviso, in quanto l’affidamento della prole di minore età, in ordine al quale è competente il tribunale ordinario quale giudice della separazione sulla base di detto articolo, non incide sulla spettanza della potestà a entrambi i genitori, ma, secondo l’espressa disposizione di cui all’articolo 317, comma 2, del Codice civile, interferisce soltanto sulle modalità di esercizio della potestà medesima.

Corte di cassazione, sezione I civile, ordinanza 24 marzo 2011 n. 6841 – Pres. Luccioli; Rel. Felicetti; Pm (conf.) Fucci

– Separazione e divorzio – Affidamento dei figli a un solo genitore – Scelte di “maggiore interesse” per il minore – Partecipazione dell’altro coniuge – Necessità (Cc, articolo 155)

L’articolo 155 del Codice civile, nel rimettere alle determinazioni di entrambi i coniugi le scelte di maggiore interesse per i figli, non impone, riguardo a esse, alcuno specifico onere di informazione al genitore affidatario, dovendo tale onere ritenersi implicitamente gravante su quest’ultimo nel solo caso in cui l’informazione sia necessaria affinchè il genitore non affidatario possa partecipare alla decisione con riguardo a eventi eccezionali e imprevedibili. Nelle scelte di “maggior interesse” della vita quotidiana del minore, quali quelle attinenti alla sua istruzione, in relazione alle quali l’articolo 155 del Cc prevede espressamente un dovere di vigilanza del coniuge non affidatario, ciascun genitore, in ogni caso e in ogni tempo, ha autonomo potere di attivarsi nei confronti dell’altro per concordarne le eventuali modalità, e, in difetto, ricorrere all’autorità giudiziaria.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 26 settembre 2011 n. 19607 – Pres. Proto; Rel. Bisogni; Pm (conf.) Lettieri

– Separazione personale dei coniugi – Affidamento condiviso – Rimodulazione dei periodi di frequentazione del figlio con il genitore – Potere ufficioso del giudice – Configurabilità – Fattispecie (Cc, articolo 155)

In sede di modifica delle condizioni di separazione personale dei coniugi, rientra nei poteri ufficiosi del giudice rimodulare i periodi in cui il genitore può tenere presso di sé il figlio di cui è disposto l’affidamento condiviso, in relazione alla nuova situazione determinatasi. Nella specie, la Suprema corte ha ritenuto non viziato da extrapetizione il provvedimento del giudice di merito che, in sede di reclamo avverso il provvedimento di modifica delle condizioni della separazione, aveva confermato l’affido condiviso della figlia minore e che, tenuto conto dell’intervenuto trasferimento per i motivi di lavoro della madre, aveva disposto il collocamento presso quest’ultima, nella sua nuova residenza, della predetta, rimodulando, in relazione alla nuova situazione determinatasi, il regime di incontri della minore con il padre, congruamente motivando al riguardo.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 21 marzo 2011 n. 6339 – Pres. Luccioli; Rel. Felicetti; Pm (diff.) Cesqui

– Separazione personale – Affidamento dei figli – Affidamento condiviso – Luogo di lavoro di un genitore – Notevole distanza dalla residenza dei figli – Irrilevanza – Celerità dei mezzi di trasporto – Mezzi di telecomunicazione (Cc, articolo 155)

In tema di affidamento dei figli, qualora uno dei genitori abbia sempre tenuto una condotta irreprensibile, non risultando minimamente una sua inidoneità a partecipare all’educazione dei figli, non costituisce circostanza ostativa all’affidamento condiviso la notevole distanza del luogo di lavoro di quest’ultimo rispetto alla residenza del genitore collocatario della prole, data l’odierna celerità dei mezzi di trasporto, anche pubblici, e la disponibilità di mezzi di telecomunicazione.

Corte d’appello di Trento, sezione distaccata di Bolzano, decreto 19 dicembre 2008 – Pres. Pacher; Rel. Kapeller

– Separazione personale – Affidamento dei figli – Affidamento esclusivo – Presupposti – Carattere violento di un genitore – Rilevanza

In tema di affidamento dei figli è più confacente alle esigenze dei minori l’affidamento a un solo genitore allorchè l’altro si sia reso responsabile di gravi episodi di violenza nei riguardi del figlio, dimostrando, in tal modo, la propria incapacità genitoriale.

Tribunale di Catania, sentenza 20 ottobre 2008 – Pres. Maiorana; Rel. Escher

– Separazione e divorzio – Separazione – Affidamento condiviso – Potestà genitoriale – Trasferimento della residenza del minore – Decisione unilaterale da parte del genitore collocatario – Illegittimità (Cc, articoli 155 e 155-quater)

In materia di trasferimento della residenza del figlio minore affidato a entrambi i genitori, la norma di cui all’articolo 155-quater, comma 2, del Codice civile deve essere necessariamente letta in combinazione a quanto disposto dall’articolo 155, comma 3, dello stesso Codice, in ordine alla carenza di autonomia decisionale dei genitori, che sono tenuti, nell’esercizio congiunto della potestà, ad assumere di comune accordo le decisioni concernenti la vita dei figli. Ne discende che il genitore collocatario, libero di stabilire ove creda la propria residenza, deve considerare, non solo i riflessi della decisione di trasferirsi prodotti nella sfera degli interessi del minore, ma anche l’eventuale lesione del diritto dell’altro coniuge coaffidatario e, in mancanza del consenso di quest’ultimo, deve rivolgersi al giudice che provvederà ad assicurare il diritto del minore alla bigenitorialità, tenuto conto del nuovo assetto abitativo e ambientale che questi dovrà affrontare.

Corte d’appello di Napoli, sezione per i minorenni e la famiglia, decreto 17 ottobre 2008 – Pres. e rel. De Luca  

– Separazione personale dei coniugi – Effetti – Provvedimenti per i figli – Affidamento condiviso – Deroghe – Motivazione – Necessità – Requisiti – Conflittualità tra coniugi – Rilevanza – Esclusione – Fondamento (Cc, articoli 155 e 155-bis)

In tema di separazione personale dei coniugi, alla regola dell’affidamento condiviso dei figli può derogarsi solo ove la sua applicazione risulti “pregiudizievole per l’interesse del minore”, con la duplice conseguenza che l’eventuale pronuncia di affidamento esclusivo dovrà essere sorretta da una motivazione non solo più in positivo sulla idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa ovvero manifesta carenza dell’altro genitore, e che l’affidamento condiviso non può ragionevolmente ritenersi precluso dalla mera conflittualità esistente tra i coniugi, poiché avrebbe altrimenti una applicazione solo residuale, finendo di fatto con il coincidere con il vecchio affidamento congiunto.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 18 giugno 2008 n. 16593 – Pres. Luccioli; Rel. Morelli; Pm (conf.) Martone

– Separazione personale – Affidamento dei figli – Affidamento esclusivo – Presupposti – Sistematico svilimento di una figura genitoriale – Sussiste (Cc, articoli 155 e 155-bis)

In tema di affidamento dei figli, se è vero che il persistere di una grave situazione di conflittualità non vale, di per sé, ad escludere aprioristicamente l’affidamento a entrambi i genitori, nondimeno occorre ricercarne la causa e verificarne l’eventuale incidenza negativa sul sereno sviluppo della personalità del minore. In tale contesto, il sistematico svilimento da parte di uno dei coniugi della figura genitoriale dell’altro impedisce ogni possibilità, nell’interesse del minore, di una proficua esperienza di affidamento condiviso.

Tribunale di Napoli, sentenza 12 maggio 2008 n. 5358 – Pres. Montella; Rel. Napolitano

– Separazione personale – Affidamento dei figli – Affidamento condiviso – Circostanza ostativa – Omesso versamento del contributo di mantenimento per la prole – Effetti (Cc, articoli 155 e 155-bis)

Il mancato versamento del contributo per il mantenimento dei figli, dimostrando un’assoluta mancanza di affidabilità e di responsabilità in capo al genitore inadempiente, oltre che di scarsa sensibilità alle esigenze reali e concrete dei figli, giustifica la revoca dell’affidamento condiviso e impone l’affidamento esclusivo della prole all’altro genitore.

Corte di appello di Bologna, sentenza 7 maggio 2008 – Pres. Pilati; Rel. Fischetti

Separazione personale – Affidamento dei figli – A entrambi i genitori – Cause ostative (Cc, articoli 155 e 155-bis)

La valutazione negativa dell’idoneità genitoriale proveniente dal genitore che si oppone alla condivisione dell’affidamento dei figli, così come la conflittualità tra i genitori, non possono precludere, di per sé, l’affidamento condiviso, dovendosi necessariamente scindere l’aspetto della conflittualità di coppia da quello relativo al rapporto con i figli.

Tribunale di Messina, ordinanza 26 aprile 2008 – Giudice istruttore Lombardo

– Separazione personale – Affidamento dei figli – Affidamento esclusivo – Presupposti – Disinteresse mostrato da uno dei genitori – Rilevanza (Cc, articoli 155 e 155-bis)

Se è vero che la modalità di affidamento condiviso è quella che deve essere valutata prioritariamente, deve ritenersi parimenti vero che può disporsi l’affidamento esclusivo ogni qual volta un genitore, con il suo comportamento processuale e con il mancato adempimento degli obblighi di mantenimento, cura, assistenza ed educazione dei figli, ha dimostrato scarsa considerazione per i bisogni e le esigenze dei minori, con riferimento esclusivo all’interesse morale e materiale dei figli nell’interesse dei quali vanno adottati tutti i provvedimenti che li riguardano.

Tribunale di Brescia, sentenza 12 marzo 2008 n. 883 – Pres. Ondei; Rel. Sampaolesi