Titolo

Autem vel eum iriure dolor in hendrerit in vulputate velit esse molestie consequat, vel illum dolore eu feugiat nulla facilisis at vero eros et dolore feugait.

Archivio per categoria Lesioni micropermanenti art. 139 C.d.A.

Micropermanenti: la Cassazione (M. Rossetti) spiega quando sono risarcibili (Ord. 26249/19)

Risulta fondamentale e decisivo il ruolo del medico legale

La legge definisce “danno biologico” soltanto quello “suscettibile di accertamento medico legale”.

Definire la categoria del danno biologico come quello “suscettibile di accertamento medico legale” vuol dire che per predicarsi l’esistenza stessa (e non la mera risarcibilità) di tale pregiudizio occorre che esso sia dimostrabile non già sulla base di mere intuizioni, illazioni o suggestioni, ma sulla base di una corretta criteriologia accertativa medico-legale.

Ma la corretta criteriologia accertativa medico-legale non si limita ovviamente a considerare solo la storia clinica documentata della vittima. Essa ricorre altresì all’analisi della vis lesiva, all’analisi della sintomatologia, all’esame obiettivo, alla statistica clinica.

Un corretto accertamento medico-legale, pertanto, potrebbe pervenire a negare l’esistenza d’un danno permanente alla salute (o della sua derivazione causale dal fatto illecito) anche in presenza di esami strumentali dall’esito positivo; così come, all’opposto, ben potrebbe pervenire ad ammettere l’esistenza d’un danno permanente alla salute anche in assenza di esami strumentali, quando ricorrano indizi gravi, precisi e concordanti dell’esistenza del danno e della sua genesi causale.

 

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Ordinanza 16 ottobre 2019, n. 26249

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. CIGNA Mario – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere -ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24994/2017 proposto da:

(omissis)

Svolgimento del processo

1.In data non precisata nel ricorso, nè nella sentenza impugnata, M.L. convenne dinanzi al Giudice di Pace di Afragola S.C. e la società Generali Italia s.p.a., chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patiti in conseguenza di un sinistro stradale occorsogli mentre era trasportato su un veicolo di proprietà e condotto dal convenuto, ed assicurato contro i rischi della responsabilità civile dalla Generali.

L’attore allegò che il sinistro si era verificato a causa di un urto, inferto a tergo al veicolo sul quale era trasportato, da parte di un altro mezzo non potuto identificare, perchè allontanatosi repentinamente dopo il fatto.

2.Nel corso del giudizio di primo grado il Giudice di pace autorizzò la chiamata in causa della società Generali (che già era parte in causa, nella veste di assicuratore del convenuto) nella veste di impresa regionalmente designata dal Fondo di garanzia vittime della strada.

3.Con sentenza 31.10.2013 n. 1493 il Giudice di pace accolse la domanda, ma ritenne che il danno patito dall’attore fosse consistito unicamente in due giorni di invalidità temporanea, pregiudizio che liquidò nella somma di 100 Euro.

La sentenza venne appellata dal soccombente.

4.Il Tribunale di Napoli Nord, con sentenza 6 marzo 2017 n. 654, rigettò il gravame.Ti Tribunale osservò che era impossibile liquidare il danno lamentato dall’attore, poichè le lesioni che questi dichiarava di avere sofferto “non erano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo”, ai sensi del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 32, comma 3 quater (convertito dalla L. 24 marzo 2012, n. 27).

5.La sentenza è stata impugnata per cassazione da M.L. con ricorso fondato su due motivi ed illustrato da memoria.Ha resistito con controricorso la Generali Italia s.p.a..

Motivi della decisione

1. Il primo motivo di ricorso.

1.1. Col primo motivo il ricorrente lamenta, invocando il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione dell’art. 32 Cost. e artt. 2043 c.c..

Nella illustrazione del motivo il ricorrente sostiene – questo il nucleo della censura – che il Tribunale avrebbe deciso la causa sottopostagli applicando norme costituzionalmente illegittime, e cioè il D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 32, commi 3 ter e 3 quater.

Tali norme, infatti – nella lettura che ne dà il ricorrente – impedirebbero il risarcimento del danno permanente alla salute causato da sinistri stradali, se di lieve entità e non suscettibili di “accertamento clinico strumentale obiettivo”.

Osserva il ricorrente che tali previsioni violano l’art. 32 Cost., in quanto sacrificano in modo ingiustificato il diritto alla salute delle vittime di sinistri stradali; impediscono il risarcimento dei numerosi pregiudizi permanenti non strumentalmente riscontrabili; creano ingiustificate disparità di trattamento nell’ipotesi in cui la vittima decidesse di domandare il risarcimento solo al responsabile civile, e non anche al suo assicuratore (nel qual caso, secondo la prospettazione del ricorrente, non opererebbe la limitazione introdotta dal D.L. n. 1 del 2012, art. 32).

Il ricorrente si mostra consapevole del fatto che la questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 1 del 2012, art. 32, commi 3 ter e 3 quater, è già stata dichiarata manifestamente infondata da Corte Cost. (ord.) 96.11.2015 n. 242, ma sollecita questa Corte a sollevare nuovamente un incidente di costituzionalità, evidenziando varie criticità di tale decisione della Consulta.

Deduce che la Corte costituzionale ha reputato non fondata la questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 1 del 2012, art. 32, commi 3 ter e 3 quater, limitandosi a richiamare sic et simpliciter un proprio precedente (la sentenza 16.10.2014 n. 235), la quale tuttavia non aveva affatto ad oggetto la norma in questione, e conteneva solo un fugace ed irrilevante obiter dictum concernente il D.L. n. 1 del 2012, art. 32, comma 3 ter. Sostiene il ricorrente che la Corte costituzionale, pertanto, nel provvedimento più recente avrebbe ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 1 del 2012, art. 32, commi 3 ter e 3 quater, in modo sostanzialmente evasivo ed immotivato, e che pertanto il precedente costituito da Corte Cost. 242/15 non solo non impedisce, ma anzi imporrebbe, di riproporre tale questione.

1.2. Il motivo è tanto inammissibile, quanto infondato.

1.3. Il motivo è, in primo luogo, inammissibile, perchè prescinde dall’effettivo contenuto e dall’effettiva ratio decidendi della sentenza impugnata.

Il Tribunale di Napoli Nord, infatti, non ha rigettato la domanda ritenendo che l’appellante un danno alla salute l’avesse patito, ma che tale danno non fosse risarcibile perchè non attestato da alcun esame strumentale.

La sentenza ha, invece, rigettato la domanda perchè ha ritenuto che un danno permanente alla salute non sussistesse affatto.

Questa è l’unica interpretazione consentita dalla sintassi adottata dal Tribunale.

Ha affermato, infatti, il Tribunale, di volere condividere l’opinione del consulente tecnico (nominato dal Giudice di pace), secondo cui era “impossibile” determinare l’esistenza di postumi permanenti.

A fronte di questa affermazione, il richiamo compiuto dal Tribunale al D.L. n. 1 del 2012, art. 32, comma 3 quater, appare ultroneo ed irrilevante nella motivazione della sentenza impugnata.

Infatti un danno di cui sia impossibile stabilire non già il suo esatto ammontare, ma la sua stessa esistenza, è per ciò solo un danno irrisarcibile. Rectius, non è nemmeno un danno in senso giuridico.

1.4. Ritiene il Collegio di aggiungere, ad abundantiam, che in ogni caso il D.L. n. 1 del 2012, art. 32, comma 3 ter (così come l’ormai abrogato comma 3 quater della medesima norma) non presenta profili di illegittimità costituzionale; e quand’anche li presentasse, ne sarebbe comunque possibile una interpretazione coerente col dettato costituzionale, senza forzarne la lettera, come già ripetutamente affermato da questa Corte (Sez. 3 – Sentenza n. 18773 del 26/09/2016, Rv. 642106 – 02; Sez. 3, Sentenza n. 1272 del 19/01/2018, Rv. 647581 – 01; Sez. 3, Ordinanza n. 5820 del 28/02/2019, Rv. 652843 – 01).

1.5. Nelle decisioni appena ricordate questa Corte ha stabilito che l’art. 32, comma 3 ter e (finchè sia stato applicabile) D.L. n. 1 del 2012, comma 3 quater, non è nè una norma che pone limiti ai mezzi di prova (essa non impedisce, dunque, di dimostrare l’esistenza d’un danno alla salute con fonti di prova diversi dai referti di esami strumentali); nè una norma che pone limiti alla risarcibilità del danno (essa non impone, dunque, di lasciare senza ristoro i danni che non attingessero una soglia minima di gravità).

L’art. 32 D.L. cit. è semplicemente una norma che ribadisce un principio già insito nel sistema, e cioè che il risarcimento di qualsiasi danno (e non solo di quello alla salute) presuppone che chi lo invochi ne dia una dimostrazione ragionevole; e che per contro non è nemmeno pensabile che possa pretendersi il risarcimento di danni semplicemente ipotizzati, temuti, eventuali, supposti, possibili ma non probabili.

Questa conclusione è imposta dall’interpretazione letterale e da quella finalistica.

1.5.1. Dal punto di vista letterale, la legge definisce “danno biologico” soltanto quello “suscettibile di accertamento medico legale” (così il D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, artt. 138 e 139, ma anche il D.Lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, art. 13, nonchè, in precedenza, L. 5 marzo 2001, n. 57, abrogato art. 5).

“Accertare” è verbo deriva etimologicamente dal latino medioevale accertare, deverbativo di certus: esso esprime il concetto di “certificare”, cioè rendere sicuro, riconoscere per vero, verificare.

Definire pertanto la categoria del danno biologico come quello “suscettibile di accertamento medico legale” vuol dire che per predicarsi l’esistenza stessa (e non la mera risarcibilità) di tale pregiudizio occorre che esso sia dimostrabile non già sulla base di mere intuizioni, illazioni o suggestioni, ma sulla base di una corretta criteriologia accertativa medico-legale.

Ma la corretta criteriologia accertativa medico-legale non si limita ovviamente a considerare solo la storia clinica documentata della vittima. Essa ricorre altresì all’analisi della vis lesiva, all’analisi della sintomatologia, all’esame obiettivo, alla statistica clinica.

Un corretto accertamento medico-legale, pertanto, potrebbe pervenire a negare l’esistenza d’un danno permanente alla salute (o della sua derivazione causale dal fatto illecito) anche in presenza di esami strumentali dall’esito positivo; così come, all’opposto, ben potrebbe pervenire ad ammettere l’esistenza d’un danno permanente alla salute anche in assenza di esami strumentali, quando ricorrano indizi gravi, precisi e concordanti dell’esistenza del danno e della sua genesi causale.

1.5.2. Dal punto di vista finalistico, v’è poi da rilevare che il D.L. n. 1 del 2012, è stato adottato al dichiarato di scopo di rilanciare l’economia, favorire la concorrenza, incentivare sia i consumi che il risparmio (così la relazione illustrativa).

In quest’ottica, il legislatore ritenne imprescindibile il contrasto delle truffe assicurative, e massimamente di quelle legate alla sinistrosità stradale, al fine di ridurre i costi degli indennizzi e, di conseguenza, favorire l’abbassamento dei premi (un chiaro indice di questo intento è dato proprio dal D.L. n. 1 del 2012, successivo art. 33, che ha inasprito le sanzioni per le false attestazioni di invalidità derivanti dai sinistri stradali).

Se dunque scopo del D.L. n. 1 del 2012, fu (anche) quello di favorire l’abbassamento dei premi assicurativi nel settore dell’assicurazione r.c. auto, è coerente con tale fine interpretare l’art. 32 D.L. cit., nel senso che esso abbia inteso contrastare non solo le truffe assicurative, ma anche la semplice negligenza colposa, la benevola tolleranza o il superficiale lassismo nell’accertamento dei microdanni. Anche tali condotte, infatti, a livello macroeconomico non sono meno perniciose delle truffe assicurative, dal momento che identico ne è l’effetto, e fors’anche maggiore, ove si ammetta che il numero degli inetti ecceda quello dei disonesti.

1.6. Alla luce dei rilievi che precedono deve darsi in questa sede continuità ai precedenti di questa Corte sopra ricordati, ribadendo che:

(a) l’art. 32 D.L. cit., non è una norma di tipo precettivo, ma una di quelle norme che la dottrina definisce “norme in senso lato” (cioè prive di comandi o divieti, ma funzionalmente connesse a comandi o divieti contenuti in altre norme);

(b) tale norma va intesa nel senso che l’accertamento del danno alla persona non può che avvenire coi criteri medico-legali fissati da una secolare tradizione: e dunque l’esame obiettivo (criterio visivo); l’esame clinico; gli esami strumentali;

(c) tali criteri sono fungibili ed alternativi tra loro, e non già cumulativi. Il D.L. n. 1 del 2012, art. 32, commi 3 ter e 3 quater, in definitiva, non fa altro che ribadire un principio immanente nell’ordinamento: quello secondo cui l’accertamento dei microdanni alla salute causati da sinistri stradali debba avvenire con l’applicazione rigorosa dei criteri insegnati dalla medicina legale, rifuggendo tanto dalle appercezioni intuitive del medico-legale, quanto dalle mere dichiarazioni soggettive della vittima.

La disposizione citata, pertanto, non contrasta affatto con l’art. 32 Cost., perchè non limita la risarcibilità del danno alla salute, nè pone limiti alla prova di esso. La disposizione in esame si limita a richiamare il rispetto dei propri doveri di zelo solerte da parte di quanti (medici legali di parte e d’ufficio, avvocati, magistrati) siano chiamati a stimare e liquidare il danno alla salute.

1.7. Tornando dunque all’esame del caso di specie, dai principi sin qui esposti discende che delle due l’una:

(a) se si interpretasse la sentenza nel senso che il Tribunale ha rigettato la domanda per avere ritenuto “impossibile” l’accertamento in corpore dell’effettiva sussistenza di danni alla salute patiti da M.L., il primo motivo di ricorso è inammissibile perchè denuncia di illegittimità costituzionale una norma della quale il Tribunale non doveva fare applicazione, giacchè qualunque danno è irrisarcibile, se sia impossibile dimostrarne l’esistenza;

(b) se si interpretasse la sentenza nel senso che il Tribunale ha rigettato la domanda per avere ritenuto sussistente il danno, ma irrisarcibile a causa della mancanza di esami strumentali, il motivo sarebbe del pari inammissibile, poichè, per quanto detto, la lettera e la ratio del D.L. n. 1 del 2012, art. 32, non impongono affatto tale interpretazione. Il vizio, dunque, starebbe in tal caso nella decisione d’appello e non nella incostituzionalità della norma applicata. Vizio che tuttavia, per quanto si dirà nel successivo, non è stato in questa sede validamente censurato.

2.Il secondo motivo di ricorso.

2.1. Col secondo motivo il ricorrente lamenta sia il vizio di omesso esame d’un fatto decisivo, di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5; sia quello di violazione di legge, di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3 (assume violati, da parte del Tribunale, gli artt. 32 Cost. e 2043 c.c.).

Il motivo, pur formalmente unitario, contiene plurime censure che possono così riassumersi:

a) il Tribunale ha rigettato la domanda facendo applicazione del D.L. n. 1 del 2012, art. 32, comma 3 quater; tale norma esclude la risarcibilità del danno alla salute non suscettibile di accertamento clinico strumentale obiettivo; nella specie, tuttavia, esisteva un esame radiografico, che costituiva riscontro obiettivo delle lesioni patite dall’attore;

b) il consulente tecnico d’ufficio nominato dal Giudice di pace aveva accertato che l’attore lamentava lieve algia al collo; che tali postumi erano congrui con le modalità di produzione dell’evento traumatico riferito dall’attore; che l’evoluzione di tale lesioni aveva “fatto sì che si instaurasse quella modificazione peggiorativa dello stato anteriore a carattere dinamico, che ha limitato la vita organica e di relazione del soggetto”; il consulente d’ufficio, pertanto, non aveva affatto affermato – al contrario di quanto sostenuto dal Tribunale – “l’impossibilità da parte del CTU di determinare il danno biologico permanente”;

c) il Tribunale non aveva affatto motivato la propria decisione, non aveva preso in esame le argomentate deduzioni svolte dall’attuale ricorrente nella comparsa conclusionale in grado di appello, relative alla esistenza in atti di un esame radiografico che documentava strumentalmente l’esistenza delle lesioni.

2.2. Tutte le suddette censure sono inammissibili od infondate, e lo sono per plurime ed indipendenti ragioni.

2.3. In primo luogo, esse sono inammissibili ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 6.

Il ricorrente, infatti, fonda le sue censure sui contenuti della consulenza tecnica d’ufficio disposta nel primo grado del giudizio, ma nè ha allegato tale documento al proprio ricorso, ai sensi del citato art. 366 c.p.c., n. 6; nè ha mai dichiarato – come pure gli sarebbe stato possibile – di volersi avvalere della facoltà di assolvere all’onere di allegazione assumendo che tale relazione, allegata al fascicolo di primo grado, era confluita in quello d’appello, del quale era stata ritualmente chiesta la trasmissione a questa Corte (in tal senso, si veda la nota decisione di Sez. U, Sentenza n. 22726 del 03/11/2011, Rv. 619317 – 01).

2.4. Nella parte in cui lamenta l’omesso esame d’un fatto decisivo, il motivo è del pari inammissibile, e per due ragioni.

La prima ragione è che, essendovi state due decisioni conformi nei gradi di merito, non è consentito in questa sede invocare il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, giusta la previsione di cui all’art. 348 ter c.p.c., comma 5.

Tale norma, introdotta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83 (convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134), giusta la previsione dell’art. 54, comma 2, del D.L. citato, si applica ai ricorsi avverso sentenze pronunciate all’esito di giudizi di appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione anteriormente all’11 settembre 2012 (così già Sez. 5 -, Ordinanza n. 11439 del 11/05/2018, Rv. 648075 – 01): e nel caso di specie il giudizio di appello è iniziato nel 2014, dunque molto dopo l’introduzione della novella codicistica suddetta.

La seconda ragione di inammissibilità della doglianza fondata sull’omesso esame del fatto decisivo è che il ricorrente si duole in realtà, col suo secondo motivo di ricorso, non dell’esame d’un “fatto” (vale a dire d’un circostanza costitutiva del diritto o dell’eccezione), ma d’una prova, cioè d’un esame radiografico.

Ma le Sezioni Unite di questa Corte hanno stabilito che “l’omesso esame di elementi istruttori, in quanto tale, non integra l’omesso esame circa un fatto decisivo previsto dalla norma, quando il fatto storico rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti” (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830).

2.5. In ogni caso:

(a) lo stabilire se una persona abbia o non abbia patito postumi permanenti non è una questione di diritto, ma è l’accertamento di un fatto, come tale insindacabile in sede di legittimità;

(b) la motivazione della sentenza impugnata non può dirsi omessa, avendo il tribunale affermato essere “impossibile” accertare l’esistenza di un danno permanente, e costituendo tale affermazione una motivazione chiara ed inequivoca.

3.Le spese.

3.1. Le spese del presente giudizio di legittimità vanno a poste a carico del ricorrente, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1 e sono liquidate nel dispositivo.

3.2. Il rigetto del ricorso costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

P.Q.M.

(-) rigetta il ricorso;

(-) condanna M.L. alla rifusione in favore di Generali Italia s.p.a. delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 1.615, di cui Euro 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2;

(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte di M.L. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile della Corte di Cassazione, il 16 maggio 2019.Depositato in Cancelleria il 16 ottobre 2019

Lesioni micropermanenti: l’accertamento clinico strumentale obiettivo non potrà in ogni caso ritenersi l’unico mezzo probatorio (Cass. 1272/18)

Con particolare riferimento alla vexata quaestio circa la necessarietà di un accertamento clinico strumentale onde ottenere il risarcimento del danno alla persona per lesioni di lieve entità ex art. 139 C.d.A., la pronuncia n. 1272 del 19.01.2018 della Corte di Cassazione ha scritto la parola “fine” con l’enunciazione del seguente principio di diritto:

“In materia di risarcimento del danno da c.d. micropermanente, il D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, art. 139, comma 2, nel testo modificato dal D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 32, comma 3-ter, inserito dalla Legge di Conversione 24 marzo 2012, n. 27, va interpretato nel senso che l’accertamento della sussistenza della lesione temporanea o permanente dell’integrità psico-fisica deve avvenire con rigorosi ed oggettivi criteri medico-legali; tuttavia l’accertamento clinico strumentale obiettivo non potrà in ogni caso ritenersi l’unico mezzo probatorio che consenta di riconoscere tale lesione a fini risarcitori, a meno che non si tratti di una patologia, difficilmente verificabile sulla base della sola visita del medico legale, che sia suscettibile di riscontro oggettivo soltanto attraverso l’esame clinico strumentale” (In senso conforme:  Cass. civ. Sez. VI – 3, Ord., 11.09.2018, n. 22066).

Cass. civ. Sez. III, Sent., (ud. 21-11-2017) 19-01-2018, n. 1272

(omissis)

Svolgimento del processo

1. Con citazione del 13 giugno 2006 R.P. convenne in giudizio, davanti al Giudice di pace di Solopaca, D.R.M. e la società Cattolica di assicurazioni, chiedendo che fossero condannati al risarcimento dei danni da lui subiti nel sinistro stradale avvenuto, in data (OMISSIS), tra il motociclo da lui condotto e la vettura del D.R..

Si costituirono in giudizio entrambi i convenuti, chiedendo il rigetto della domanda e proponendo il D.R. domanda riconvenzionale per il risarcimento dei danni fisici e materiali da lui subiti nel medesimo incidente.

Integrato il contraddittorio nei confronti della Sara Assicurazioni s.p.a., società assicuratrice del motociclo del R., svolta prova per testi ed espletata una c.t.u., il Giudice di pace, con sentenza n. 726 del 2011, dichiarò il D.R. unico responsabile, accolse la domanda principale, rigettò quella riconvenzionale e condannò i convenuti al risarcimento dei danni ed al pagamento delle spese di giudizio.

2. La pronuncia è stata impugnata dal D.R. e il Tribunale di Benevento, con sentenza del 13 febbraio 2015, in accoglimento del gravame ha ritenuto che il sinistro fosse da ricondurre a responsabilità esclusiva del R.; ha pertanto rigettato la domanda del medesimo, ha accolto la domanda del D.R. ed ha condannato l’appellato e la sua società di assicurazione al risarcimento dei danni, liquidati in complessivi Euro 804, oltre interessi e con il carico delle spese dei due gradi di giudizio.

Ha osservato il Tribunale, per quanto di interesse in questa sede, che doveva essere accolta la domanda di risarcimento dei danni materiali subiti dalla vettura di proprietà dell’appellante, mentre non poteva essere accolta quella di risarcimento del danno alla persona. Poichè il D.R. aveva riportato, in conseguenza dell’incidente, una lesione del rachide cervicale non suscettibile di accertamento clinico strumentale obiettivo, alla luce della previsione del D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, art. 139, comma 2, la relativa domanda doveva essere respinta, trattandosi di disposizione applicabile nella specie, benchè sopravvenuta nel corso del giudizio.

3. Contro la sentenza del Tribunale di Benevento propone ricorso D.R.M. con atto affidato a sei motivi e supportato da memoria. Resiste la Sara Assicurazioni s.p.a. con controricorso.

Gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva in questa sede.

Motivi della decisione

Ragioni di economia processuale consigliano di esaminare il ricorso prendendo le mosse dai motivi secondo e sesto, che debbono essere trattati congiuntamente ed in via prioritaria.

1. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 139, comma 2, nonchè del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 32, commi 3-ter e 3-quater, convertito, con modificazioni, nella L. 24 marzo 2012, n. 27.

Il ricorrente, dopo aver richiamato il testo dell’art. 139 cit., così come modificato dalla L. n. 27 del 2012, rileva che quest’ultima disposizione non ha modificato la definizione di danno biologico. Il danno alla salute, anche se di modesta entità, deve essere comunque rigorosamente accertato in sede di merito, cosa che nella specie sarebbe avvenuta, perchè il c.t.u., dopo aver esaminato la persona del D.R., è giunto alla conclusione di inquadrare con esattezza il tipo di patologia e l’entità dei danni subiti. La distorsione del rachide cervicale, quindi, avrebbe dovuto essere risarcita; e comunque, ove anche non fosse risarcibile il danno da c.d. micropermanente, il Tribunale avrebbe almeno dovuto riconoscere il diritto al risarcimento del danno biologico da invalidità temporanea.

2. Con il sesto motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione dell’art. 11 disp. gen..

Sostiene il ricorrente che il Tribunale avrebbe fatto un’applicazione retroattiva della disposizione della L. n. 27 del 2012, la quale, invece, essendo sopravvenuta rispetto ai fatti di causa, non avrebbe dovuto trovare applicazione nel caso specifico. Rileva la parte che il principio di retroattività ha in materia civile un’applicazione limitata e che nel caso in esame nè i medici del pronto soccorso nè il c.t.u. avevano ritenuto di procedere ad un accertamento radiografico della patologia, in quanto all’epoca tale accertamento non era richiesto. L’applicazione della disposizione nuova con effetto retroattivo avrebbe, quindi, pregiudicato il danneggiato, privandolo del diritto al risarcimento.

3. I motivi ora indicati pongono all’esame di questa Corte il problema del risarcimento del danno alla salute nelle c.d. micropermanenti e delle modalità di applicazione della disposizione che nel 2012 ne ha limitato la risarcibilità alle sole lesioni suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo.

Giova rammentare, su questo punto, che del D.L. n. 1 del 2012, art. 32, commi 3-ter e 3-quater, inseriti entrambi dalla L. n. 27 del 2012, di conversione del D.L. stesso, hanno introdotto alcune modifiche nel sistema risarcitorio del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 139. In particolare, il comma 3-ter dispone che al comma 2 dell’art. 139 cit. sia aggiunto, in fine, il seguente periodo: “In ogni caso, le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente”. Il comma 3-quater aggiunge che “il danno alla persona per lesioni di lieve entità di cui al D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, art. 139, è risarcito solo a seguito di riscontro medico legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione”. E va aggiunto, per completezza, pur trattandosi di disposizione sopravvenuta alla proposizione dell’odierno ricorso, che la L. 4 agosto 2017, n. 124, art. 1, comma 19, ha ulteriormente riscritto il testo dell’art. 139 cit. aggiungendo un espresso richiamo, peraltro ininfluente ai fini del ricorso qui in esame, alle cicatrici ed al danno visivamente riscontrabile. Contestualmente, la L. n. 124 del 2017, art. 1, comma 30, lett. b), ha abrogato del D.L. n. 1 del 2012, il comma 3-quater.

Chiamato ad esaminare la portata di tali disposizioni, il Tribunale di Benevento ha affermato, da un lato, che la norma introdotta dal citato art. 32, comma 3-ter, benchè sopravvenuta, era applicabile alla fattispecie in esame; dall’altro, poichè nel caso in questione la lesione del rachide cervicale subita dal D.R. non era “suscettibile di accertamento clinico strumentale obiettivo”, ha tratto la conclusione, nonostante il c.t.u. avesse individuato tale patologia sulla base di conclusioni ritenute “condivisibili”, che tale danno non potesse essere risarcito all’infortunato.

3.1. Sull’effettiva interpretazione da attribuire alle disposizioni ora richiamate questa Corte ha già avuto occasione di pronunciarsi con la recente sentenza 26 settembre 2016, n. 18773. In tale pronuncia – nella quale, peraltro, si doveva giudicare in relazione ad un tipo di patologia ben diversa da quella di cui al ricorso odierno, e per di più accertata da un sanitario di guardia di un pronto soccorso ospedaliero – la Corte ha affermato che le citate norme si applicano anche ai giudizi in corso (richiamando, sul punto, la sentenza n. 235 del 2014 della Corte Costituzionale). Ha poi precisato che la ratio delle medesime norme va tratta assumendo come punto di riferimento la previsione del D.Lgs. n. 209 del 2005, artt. 138 e 139 e, in particolare, la previsione dell’art. 139, comma 2, secondo cui “per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente dell’integrità psico-fisica della persona, suscettibile di accertamento medico-legale”. Ragione per cui quella sentenza è pervenuta alla conclusione che anche alla luce della norma sopravvenuta (che richiede un accertamento clinico strumentale obiettivo) i criteri di accertamento del danno biologico non sono “gerarchicamente ordinati tra loro ma da utilizzarsi secondo le leges artis” in modo da condurre ad una “obiettività dell’accertamento stesso, che riguardi sia le lesioni che i relativi postumi (se esistenti)”.

3.2. Alla citata pronuncia l’odierna sentenza intende dare continuità, con le precisazioni che seguono.

E’ chiaro che la normativa introdotta nel 2012 ha come obiettivo quello di sollecitare tutti gli operatori del settore (magistrati, avvocati e consulenti tecnici) ad un rigoroso accertamento dell’effettiva esistenza delle patologie di modesta entità, cioè quelle che si individuano per gli esiti permanenti contenuti entro la soglia del 9 per cento. Il legislatore, cioè, ha voluto dettare una norma che, in considerazione dei possibili margini di aggiramento della prova rigorosa dell’effettiva sussistenza della lesione, imponga viceversa una prova sicura. Ciò è del tutto ragionevole se si riflette sul fatto che le richieste di risarcimento per lesioni di lieve entità sono, ai fini statistici che assumono grande rilevanza per la gestione del sistema assicurativo, le più numerose; per cui, nonostante il loro modesto contenuto economico, esse comportano comunque ingenti costi collettivi.

Del resto anche la Corte costituzionale, tornando ad occuparsi della materia, dopo la sentenza n. 235 del 2014, con l’ordinanza n. 242 del 2015, ha avuto modo di chiarire che il senso della normativa del 2012 è quello di impedire che l’accertamento diagnostico ridondi in una “discrezionalità eccessiva, con rischio di estensione a postumi invalidanti inesistenti o enfatizzati”, anche in considerazione dell’interesse “generale e sociale degli assicurati ad avere un livello accettabile e sostenibile dei premi assicurativi”. Il che conferma l’esigenza economica di un equilibrio tra i premi incassati e le prestazioni che le società di assicurazione devono erogare.

Il rigore che il legislatore ha dimostrato di esigere – che, peraltro, deve caratterizzare ogni tipo di accertamento in tale materia – non può essere inteso, però, come pure alcuni hanno sostenuto, nel senso che la prova della lesione debba essere fornita esclusivamente con l’accertamento clinico strumentale; come già ha avvertito la citata sentenza n. 18773 del 2016, infatti, è sempre e soltanto l’accertamento medico legale svolto in conformità alle leges artis a stabilire se la lesione sussista e quale percentuale sia ad essa ricollegabile. E l’accertamento medico non può essere imbrigliato con un vincolo probatorio che, ove effettivamente fosse posto per legge, condurrebbe a dubbi non manifestamente infondati di legittimità costituzionale, posto che il diritto alla salute è un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione e che la limitazione della prova della lesione del medesimo deve essere conforme a criteri di ragionevolezza.

La norma positiva, ad avviso del Collegio, non va interpretata in questo modo, bensì nel senso, come detto, di imporre un accertamento rigoroso in rapporto alla singola patologia, tenendo presente che vi possono essere situazioni nelle quali, data la natura della patologia e la modestia della lesione, l’accertamento strumentale risulta, in concreto, l’unico in grado di fornire la prova rigorosa che la legge richiede. Tale possibilità emerge in modo palese nel caso in esame, nel quale si discuteva di una classica patologia da incidente stradale, cioè la lesione del rachide cervicale nota volgarmente come colpo di frusta. E’ evidente che il c.t.u. non può limitarsi, di fronte a simile patologia, a dichiararla accertata sulla base del dato puro e semplice – e in sostanza non verificabile – del dolore più o meno accentuato che il danneggiato riferisca; l’accertamento clinico strumentale sarà in simili casi, con ogni probabilità, lo strumento decisivo che consentirà al c.t.u., fermo restando il ruolo insostituibile della visita medico legale e dell’esperienza clinica dello specialista, di rassegnare al giudice una conclusione scientificamente documentata e giuridicamente ineccepibile, che è ciò che la legge attualmente richiede.

3.3. Alla luce di tutto quanto si è detto, risulta in modo chiaro che i due motivi di ricorso sono fondati.

Il Tribunale, infatti, pur in presenza di una c.t.u. ritenuta del tutto condivisibile, ha posto a carico del danneggiato la responsabilità dell’omissione consistente nel mancato espletamento di un accertamento clinico strumentale obiettivo ed ha per questo rigettato la domanda.

In tal modo sono stati commessi due errori: da un lato, quello di svilire l’accertamento compiuto dal c.t.u., che si sarebbe potuto convocare per chiarimenti e per un eventuale accertamento supplementare; e, dall’altro, quello di porre a carico dell’infortunato un onere probatorio che neppure sussisteva nel momento in cui il giudizio fu incardinato. Come si è già detto, infatti, la causa odierna ebbe inizio nel 2006 e si concluse in primo grado con una sentenza del 2011, cioè anteriormente all’entrata in vigore delle modifiche legislative di cui si è discusso. D’altra parte, la retroattività cui ha fatto cenno anche la menzionata sentenza n. 18773 del 2016 di questa Corte – che si fonda su di un obiter contenuto nella sentenza della Corte costituzionale n. 235 del 2014, peraltro finalizzato in quella sede a negare la necessità di restituzione degli atti ai giudici a quibus, trattandosi di norma sopravvenuta – non può condurre alla conclusione di porre a carico della parte un onere probatorio inesistente nel momento in cui il giudizio fu promosso, essendo la norma 7 sopravvenuta quando la causa era già in grado di appello.

4. In conclusione, sono accolti il secondo ed il sesto motivo di ricorso, il che comporta l’assorbimento degli altri.

La sentenza impugnata è cassata in relazione ed il giudizio è rinviato al Tribunale di Benevento, in persona di un diverso Magistrato, il quale deciderà attenendosi al seguente principio di diritto:

“In materia di risarcimento del danno da c.d. micropermanente, il D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, art. 139, comma 2, nel testo modificato dal D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 32, comma 3-ter, inserito dalla Legge di Conversione 24 marzo 2012, n. 27, va interpretato nel senso che l’accertamento della sussistenza della lesione temporanea o permanente dell’integrità psico-fisica deve avvenire con rigorosi ed oggettivi criteri medico-legali; tuttavia l’accertamento clinico strumentale obiettivo non potrà in ogni caso ritenersi l’unico mezzo probatorio che consenta di riconoscere tale lesione a fini risarcitori, a meno che non si tratti di una patologia, difficilmente verificabile sulla base della sola visita del medico legale, che sia suscettibile di riscontro oggettivo soltanto attraverso l’esame clinico strumentale”.

Al giudice di rinvio è demandato anche il compito di liquidare le spese del presente giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo ed il sesto motivo di ricorso, assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata in relazione e rinvia al Tribunale di Benevento, in persona di un diverso Magistrato, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 21 novembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 19 gennaio 2018

Colpo di frusta: la radiografia non è esclusivo mezzo di prova (Cass. civ. n. 1272/18)

Cassazione Civile, sez. III, sentenza 19/01/2018 n° 1272

IL PRINCIPIO DI DIRITTO ENUNCIATO DALLA CORTE

“In materia di risarcimento del danno da c.d. micropermanente, il D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, art. 139, comma 2, nel testo modificato dal D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 32, comma 3-ter, inserito dalla Legge di Conversione 24 marzo 2012, n. 27, va interpretato nel senso che l’accertamento della sussistenza della lesione temporanea o permanente dell’integrità psico-fisica deve avvenire con rigorosi ed oggettivi criteri medico-legali; tuttavia l’accertamento clinico strumentale obiettivo non potrà in ogni caso ritenersi l’unico mezzo probatorio che consenta di riconoscere tale lesione a fini risarcitori, a meno che non si tratti di una patologia, difficilmente verificabile sulla base della sola visita del medico legale, che sia suscettibile di riscontro oggettivo soltanto attraverso l’esame clinico strumentale”.

LA SENTENZA

(Omissis)

Svolgimento del processo

1. Con citazione del 13 giugno 2006 R.P. convenne in giudizio, davanti al Giudice di pace di Solopaca, D.R.M. e la società Cattolica di assicurazioni, chiedendo che fossero condannati al risarcimento dei danni da lui subiti nel sinistro stradale avvenuto, in data (OMISSIS), tra il motociclo da lui condotto e la vettura del D.R..

Si costituirono in giudizio entrambi i convenuti, chiedendo il rigetto della domanda e proponendo il D.R. domanda riconvenzionale per il risarcimento dei danni fisici e materiali da lui subiti nel medesimo incidente.

Integrato il contraddittorio nei confronti della Sara Assicurazioni s.p.a., società assicuratrice del motociclo del R., svolta prova per testi ed espletata una c.t.u., il Giudice di pace, con sentenza n. 726 del 2011, dichiarò il D.R. unico responsabile, accolse la domanda principale, rigettò quella riconvenzionale e condannò i convenuti al risarcimento dei danni ed al pagamento delle spese di giudizio.

2. La pronuncia è stata impugnata dal D.R. e il Tribunale di Benevento, con sentenza del 13 febbraio 2015, in accoglimento del gravame ha ritenuto che il sinistro fosse da ricondurre a responsabilità esclusiva del R.; ha pertanto rigettato la domanda del medesimo, ha accolto la domanda del D.R. ed ha condannato l’appellato e la sua società di assicurazione al risarcimento dei danni, liquidati in complessivi Euro 804, oltre interessi e con il carico delle spese dei due gradi di giudizio.

Ha osservato il Tribunale, per quanto di interesse in questa sede, che doveva essere accolta la domanda di risarcimento dei danni materiali subiti dalla vettura di proprietà dell’appellante, mentre non poteva essere accolta quella di risarcimento del danno alla persona. Poichè il D.R. aveva riportato, in conseguenza dell’incidente, una lesione del rachide cervicale non suscettibile di accertamento clinico strumentale obiettivo, alla luce della previsione del D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, art. 139, comma 2, la relativa domanda doveva essere respinta, trattandosi di disposizione applicabile nella specie, benchè sopravvenuta nel corso del giudizio.

3. Contro la sentenza del Tribunale di Benevento propone ricorso D.R.M. con atto affidato a sei motivi e supportato da memoria. Resiste la Sara Assicurazioni s.p.a. con controricorso.

Gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva in questa sede.

Motivi della decisione

Ragioni di economia processuale consigliano di esaminare il ricorso prendendo le mosse dai motivi secondo e sesto, che debbono essere trattati congiuntamente ed in via prioritaria.

1. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 139, comma 2, nonchè del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 32, commi 3-ter e 3-quater, convertito, con modificazioni, nella L. 24 marzo 2012, n. 27.

Il ricorrente, dopo aver richiamato il testo dell’art. 139 cit., così come modificato dalla L. n. 27 del 2012, rileva che quest’ultima disposizione non ha modificato la definizione di danno biologico. Il danno alla salute, anche se di modesta entità, deve essere comunque rigorosamente accertato in sede di merito, cosa che nella specie sarebbe avvenuta, perchè il c.t.u., dopo aver esaminato la persona del D.R., è giunto alla conclusione di inquadrare con esattezza il tipo di patologia e l’entità dei danni subiti. La distorsione del rachide cervicale, quindi, avrebbe dovuto essere risarcita; e comunque, ove anche non fosse risarcibile il danno da c.d. micropermanente, il Tribunale avrebbe almeno dovuto riconoscere il diritto al risarcimento del danno biologico da invalidità temporanea.

2. Con il sesto motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione dell’art. 11 disp. gen..

Sostiene il ricorrente che il Tribunale avrebbe fatto un’applicazione retroattiva della disposizione della L. n. 27 del 2012, la quale, invece, essendo sopravvenuta rispetto ai fatti di causa, non avrebbe dovuto trovare applicazione nel caso specifico. Rileva la parte che il principio di retroattività ha in materia civile un’applicazione limitata e che nel caso in esame nè i medici del pronto soccorso nè il c.t.u. avevano ritenuto di procedere ad un accertamento radiografico della patologia, in quanto all’epoca tale accertamento non era richiesto. L’applicazione della disposizione nuova con effetto retroattivo avrebbe, quindi, pregiudicato il danneggiato, privandolo del diritto al risarcimento.

3. I motivi ora indicati pongono all’esame di questa Corte il problema del risarcimento del danno alla salute nelle c.d. micropermanenti e delle modalità di applicazione della disposizione che nel 2012 ne ha limitato la risarcibilità alle sole lesioni suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo.

Giova rammentare, su questo punto, che del D.L. n. 1 del 2012, art. 32, commi 3-ter e 3-quater, inseriti entrambi dalla L. n. 27 del 2012, di conversione del D.L. stesso, hanno introdotto alcune modifiche nel sistema risarcitorio del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 139. In particolare, il comma 3-ter dispone che al comma 2 dell’art. 139 cit. sia aggiunto, in fine, il seguente periodo: “In ogni caso, le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente”. Il comma 3-quater aggiunge che “il danno alla persona per lesioni di lieve entità di cui al D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, art. 139, è risarcito solo a seguito di riscontro medico legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione”. E va aggiunto, per completezza, pur trattandosi di disposizione sopravvenuta alla proposizione dell’odierno ricorso, che la L. 4 agosto 2017, n. 124, art. 1, comma 19, ha ulteriormente riscritto il testo dell’art. 139 cit. aggiungendo un espresso richiamo, peraltro ininfluente ai fini del ricorso qui in esame, alle cicatrici ed al danno visivamente riscontrabile. Contestualmente, la L. n. 124 del 2017, art. 1, comma 30, lett. b), ha abrogato del D.L. n. 1 del 2012, il comma 3-quater.

Chiamato ad esaminare la portata di tali disposizioni, il Tribunale di Benevento ha affermato, da un lato, che la norma introdotta dal citato art. 32, comma 3-ter, benchè sopravvenuta, era applicabile alla fattispecie in esame; dall’altro, poichè nel caso in questione la lesione del rachide cervicale subita dal D.R. non era “suscettibile di accertamento clinico strumentale obiettivo”, ha tratto la conclusione, nonostante il c.t.u. avesse individuato tale patologia sulla base di conclusioni ritenute “condivisibili”, che tale danno non potesse essere risarcito all’infortunato.

3.1. Sull’effettiva interpretazione da attribuire alle disposizioni ora richiamate questa Corte ha già avuto occasione di pronunciarsi con la recente sentenza 26 settembre 2016, n. 18773. In tale pronuncia – nella quale, peraltro, si doveva giudicare in relazione ad un tipo di patologia ben diversa da quella di cui al ricorso odierno, e per di più accertata da un sanitario di guardia di un pronto soccorso ospedaliero – la Corte ha affermato che le citate norme si applicano anche ai giudizi in corso (richiamando, sul punto, la sentenza n. 235 del 2014 della Corte Costituzionale). Ha poi precisato che la ratio delle medesime norme va tratta assumendo come punto di riferimento la previsione del D.Lgs. n. 209 del 2005, artt. 138 e 139 e, in particolare, la previsione dell’art. 139, comma 2, secondo cui “per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente dell’integrità psico-fisica della persona, suscettibile di accertamento medico-legale”. Ragione per cui quella sentenza è pervenuta alla conclusione che anche alla luce della norma sopravvenuta (che richiede un accertamento clinico strumentale obiettivo) i criteri di accertamento del danno biologico non sono “gerarchicamente ordinati tra loro ma da utilizzarsi secondo le leges artis” in modo da condurre ad una “obiettività dell’accertamento stesso, che riguardi sia le lesioni che i relativi postumi (se esistenti)”.

3.2. Alla citata pronuncia l’odierna sentenza intende dare continuità, con le precisazioni che seguono.

E’ chiaro che la normativa introdotta nel 2012 ha come obiettivo quello di sollecitare tutti gli operatori del settore (magistrati, avvocati e consulenti tecnici) ad un rigoroso accertamento dell’effettiva esistenza delle patologie di modesta entità, cioè quelle che si individuano per gli esiti permanenti contenuti entro la soglia del 9 per cento. Il legislatore, cioè, ha voluto dettare una norma che, in considerazione dei possibili margini di aggiramento della prova rigorosa dell’effettiva sussistenza della lesione, imponga viceversa una prova sicura. Ciò è del tutto ragionevole se si riflette sul fatto che le richieste di risarcimento per lesioni di lieve entità sono, ai fini statistici che assumono grande rilevanza per la gestione del sistema assicurativo, le più numerose; per cui, nonostante il loro modesto contenuto economico, esse comportano comunque ingenti costi collettivi.

Del resto anche la Corte costituzionale, tornando ad occuparsi della materia, dopo la sentenza n. 235 del 2014, con l’ordinanza n. 242 del 2015, ha avuto modo di chiarire che il senso della normativa del 2012 è quello di impedire che l’accertamento diagnostico ridondi in una “discrezionalità eccessiva, con rischio di estensione a postumi invalidanti inesistenti o enfatizzati”, anche in considerazione dell’interesse “generale e sociale degli assicurati ad avere un livello accettabile e sostenibile dei premi assicurativi”. Il che conferma l’esigenza economica di un equilibrio tra i premi incassati e le prestazioni che le società di assicurazione devono erogare.

Il rigore che il legislatore ha dimostrato di esigere – che, peraltro, deve caratterizzare ogni tipo di accertamento in tale materia – non può essere inteso, però, come pure alcuni hanno sostenuto, nel senso che la prova della lesione debba essere fornita esclusivamente con l’accertamento clinico strumentale; come già ha avvertito la citata sentenza n. 18773 del 2016, infatti, è sempre e soltanto l’accertamento medico legale svolto in conformità alle leges artis a stabilire se la lesione sussista e quale percentuale sia ad essa ricollegabile. E l’accertamento medico non può essere imbrigliato con un vincolo probatorio che, ove effettivamente fosse posto per legge, condurrebbe a dubbi non manifestamente infondati di legittimità costituzionale, posto che il diritto alla salute è un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione e che la limitazione della prova della lesione del medesimo deve essere conforme a criteri di ragionevolezza.

La norma positiva, ad avviso del Collegio, non va interpretata in questo modo, bensì nel senso, come detto, di imporre un accertamento rigoroso in rapporto alla singola patologia, tenendo presente che vi possono essere situazioni nelle quali, data la natura della patologia e la modestia della lesione, l’accertamento strumentale risulta, in concreto, l’unico in grado di fornire la prova rigorosa che la legge richiede. Tale possibilità emerge in modo palese nel caso in esame, nel quale si discuteva di una classica patologia da incidente stradale, cioè la lesione del rachide cervicale nota volgarmente come colpo di frusta. E’ evidente che il c.t.u. non può limitarsi, di fronte a simile patologia, a dichiararla accertata sulla base del dato puro e semplice – e in sostanza non verificabile – del dolore più o meno accentuato che il danneggiato riferisca; l’accertamento clinico strumentale sarà in simili casi, con ogni probabilità, lo strumento decisivo che consentirà al c.t.u., fermo restando il ruolo insostituibile della visita medico legale e dell’esperienza clinica dello specialista, di rassegnare al giudice una conclusione scientificamente documentata e giuridicamente ineccepibile, che è ciò che la legge attualmente richiede.

3.3. Alla luce di tutto quanto si è detto, risulta in modo chiaro che i due motivi di ricorso sono fondati.

Il Tribunale, infatti, pur in presenza di una c.t.u. ritenuta del tutto condivisibile, ha posto a carico del danneggiato la responsabilità dell’omissione consistente nel mancato espletamento di un accertamento clinico strumentale obiettivo ed ha per questo rigettato la domanda.

In tal modo sono stati commessi due errori: da un lato, quello di svilire l’accertamento compiuto dal c.t.u., che si sarebbe potuto convocare per chiarimenti e per un eventuale accertamento supplementare; e, dall’altro, quello di porre a carico dell’infortunato un onere probatorio che neppure sussisteva nel momento in cui il giudizio fu incardinato. Come si è già detto, infatti, la causa odierna ebbe inizio nel 2006 e si concluse in primo grado con una sentenza del 2011, cioè anteriormente all’entrata in vigore delle modifiche legislative di cui si è discusso. D’altra parte, la retroattività cui ha fatto cenno anche la menzionata sentenza n. 18773 del 2016 di questa Corte – che si fonda su di un obiter contenuto nella sentenza della Corte costituzionale n. 235 del 2014, peraltro finalizzato in quella sede a negare la necessità di restituzione degli atti ai giudici a quibus, trattandosi di norma sopravvenuta – non può condurre alla conclusione di porre a carico della parte un onere probatorio inesistente nel momento in cui il giudizio fu promosso, essendo la norma 7 sopravvenuta quando la causa era già in grado di appello.

4. In conclusione, sono accolti il secondo ed il sesto motivo di ricorso, il che comporta l’assorbimento degli altri.

La sentenza impugnata è cassata in relazione ed il giudizio è rinviato al Tribunale di Benevento, in persona di un diverso Magistrato, il quale deciderà attenendosi al seguente principio di diritto:

“In materia di risarcimento del danno da c.d. micropermanente, il D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, art. 139, comma 2, nel testo modificato dal D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 32, comma 3-ter, inserito dalla Legge di Conversione 24 marzo 2012, n. 27, va interpretato nel senso che l’accertamento della sussistenza della lesione temporanea o permanente dell’integrità psico-fisica deve avvenire con rigorosi ed oggettivi criteri medico-legali; tuttavia l’accertamento clinico strumentale obiettivo non potrà in ogni caso ritenersi l’unico mezzo probatorio che consenta di riconoscere tale lesione a fini risarcitori, a meno che non si tratti di una patologia, difficilmente verificabile sulla base della sola visita del medico legale, che sia suscettibile di riscontro oggettivo soltanto attraverso l’esame clinico strumentale”.

Al giudice di rinvio è demandato anche il compito di liquidare le spese del presente giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo ed il sesto motivo di ricorso, assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata in relazione e rinvia al Tribunale di Benevento, in persona di un diverso Magistrato, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 21 novembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 19 gennaio 2018

Risarcimento superiore al doppio di quello corrisposto dalla Compagnia? Il Giudice dispone la trasmissione della sentenza all’IVASS (G.d.P. di Venezia, sent. 769/16)

LA QUESTIONE (in sintesi): la Compagnia convenuta insisteva anche in sede di memorie conclusive per l’inesistenza del danno biologico permanente trattandosi di lesioni non accertate strumentalmente ai sensi della normativa di cui ai commi 3 ter e 3 quater dell’art. 139 del C.d.A., ancorchè il CTU medico-legale avesse riconosciuto un danno permanente nella misura del 2-3%. Il Giudice faceva proprie le risultanze dell’espletata ctu e precisava (cfr. pag. 7 della sentenza):
“Da tali presupposti si può pervenire alla conclusione che le lesioni subite dall’attrice siano state obiettivate tramite un rigoroso accertamento clinico ed anche con Rx e che, pur essendo suscettibili di ulteriori accertamenti strumentali sofisticati e costosi, non hanno richiesto tuttavia tale accertamento strumentale, essendo risultata evidente, dall’accertamento clinico, la suddetta lesione. Ed invero, nella grande maggioranza dei traumi minori del collo a “colpo di frusta” con contraccolpo dorso lombare non si verificano lesioni vertebrali fratturative o seriamente dislocative; il valore diagnostico degli accertamenti radiologici standard è quindi limitato, non essendo in grado di rilevare le alterazioni dei tessuti molli paravertebrali sollecitati dal trauma.” E così concludeva: “Per la diagnosi di trauma discorsivo è necessario il criterio clinico, mentre il riscontro strumentale rappresenta un elemento sussidiario”.
Ciò premesso, condannava la Convenuta al pagamento della ulteriore somma di € 5.836,79 ed avendo la Compagnia versato ante causam il solo importo di € 180,00 disponeva la trasmissione della sentenza all’IVASS.

Mi associo, infine, al commento dell’instancabile Cav. Luigi Cipriano che riporto qui sotto integralmente sottolineando, invero, che i nostri Giudici, ancorchè – quantomeno dal sottoscritto – costantemente sollecitati, ad oggi purtroppo, pressoché de plano, NON applicano il disposto di cui all’art. 148 co. 10 del C.d.A.. (Claudio Calvello)

COMMENTO: Il Giudice di Pace di Mestre finalmente invia all’IVASS, come previsto dall’art.148 co. 10° del Codice delle Assicurazioni Private, la sentenza che condanna la compagnia ad un risarcimento superiore al doppio di quello offerto e corrisposto ante causa. Detta norma, invero poco applicata dai Giudici ma soprattutto poco invocata dagli attori, se costantemente attuata potrebbe indurre le compagnie a proporre risarcimenti più equi, se non altro per scongiurare il pericolo di pesanti sanzioni da parte dell’IVASS. Nel caso di cui alla sentenza in commento la compagnia aveva risarcito al danneggiato solo euro 180,00 mentre il Giudice di Pace l’ha condannata ad un risarcimento di ben 6.016,00 euro, oltre alle spese di lite, CTU e CTP medico legale.
Ma l’invio della sentenza all’IVASS non è la sola nota interessante della stessa, soprattutto se si osserva che la data della decisione risale all’8 ottobre 2015, un anno prima della sentenza della Cassazione 18773 del 26 settembre 2016. Infatti il Giudice di Pace dr.ssa Ilda Piva ritiene che le lesioni, se obiettivate tramite un rigoroso accertamento clinico, non hanno necessitato di ulteriori accertamenti strumentali sofisticati e costosi come invece avrebbe voluto la compagnia. “Per la diagnosi di trauma distorsivo è necessario il criterio clinico, mentre il riscontro strumentale rappresenta un elemento sussidiario” scrive il Giudice e riporta in conclusione un commento del Prof. Enzo Ronchi che, già nel dicembre 2012 valutando l’art.32 co 3ter e 3quater della L.27/12 così si esprimeva: “L’intero danno biologico di lieve entità (temporaneo, permanente, ulteriore ex art.139/3 DL 209/2005, sofferenza morale, spese) è risarcibile solo se l’esistenza della lesione, che ne è all’origine, sia stata accertata clinicamente e/o strumentalmente; visivamente è da intendersi come clinicamente…” Ma lo sforzo e la lucidità del Giudice di Pace, che anticipa di un anno le conclusioni cui è successivamente pervenuta la Cassazione, viene però in parte vanificato dalla lentezza della macchina della Giustizia che pubblica la sentenza ad oltre 13 mesi dalla decisione. E’ una vergogna alla quale siamo ormai tutti abituati, ma che dovrebbe al più presto cessare. (Luigi Cipriano)

La sentenza integrale in pdf qui sotto

Sent. n. 769-2016-GdP di Venezia-Avv. Ilda Piva

Danno morale e micropermanenti: è errato ravvisare nel d. m. un ristoro per la sofferenza fisica in senso stretto (G.d.P. di Padova, sent. 1216/16)

Giudice di Pace di Padova, Dott.ssa Nazzarena Zanini, sentenza n. 1216/2016

La Dott.ssa Nazzarena Zanini, spiega in modo chiaro, esaustivo ed autorevole, come NON sia corretto ravvisare nel danno morale un ristoro per la sofferenza fisica in senso stretto. Sembra una considerazione di poco momento ma in realtà così non è. Basti sol considerare l’attenzione che noi avvocati “attivisti” riponiamo nel contenuto del quesito medico legale che dovrà guidare il CTU nell’espletamento dell’incarico affidatogli dal Giudice, invocando a gran voce, se del caso, l’inserimento del grado di sofferenza (lieve, medio o grave) al fine di “spuntare”, poi, in sentenza il danno morale. D’altro canto moltissimi giudici, sia onorari che togati, sin troppo semplicisticamente, non riconoscono de plano il danno morale proprio sull’errato presupposto che “il grado di sofferenza fisica è stato dal ctu ritenuto lieve” quando, a ben vedere, il Legislatore (art. 139 c. 2 CdA) prevede che, la sofferenza fisica venga liquidata esclusivamente laddove si manifesti come suscettiva di interferire in modo negativo sulle attività quotidiane o sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato. E qui sta l’errore di fondo: ai fini della valutazione del danno morale si tende, infatti, a sovrapporre la sofferenza fisica con lo stato emozionale dell’individuo.

Invero, sottolinea il Giudice, il danno morale, in quanto offesa incidente sulla sfera solo emozionale dell’individuo, e il danno biologico, in quanto offesa incidente sulla sfera bio-psichica e quindi sempre clinicamente accertabile, descrivono due realtà NON sovrapponibili e quindi distinte, sebbene concettualmente si collochino inevitabilmente all’interno della stessa dimensione del danno non patrimoniale.

Ed allora merita davvero di essere attenzionato questo contributo offerto dalla Dr.ssa Zanini, già autrice di scritti in tema di danno non patrimoniale (cfr. pagg. 1445 e segg., in Trattato breve dei nuovi danni, diretto da P. Cendon, CEDAM) che chiarisce la natura del danno morale anche in tema di danni cc.dd. micropermamenti. Il danno morale, sottolinea, si configura quale “patema d’animo transeunte” (Cfr. cass. SSUU n. 26972 punto 3.4.1) che colpisce la persona offesa da un qualsivoglia reato (sia esso diffamazione, percosse o lesioni). Ai fini della sua valutazione, non ha rilievo diretto la dinamica del sinistro in senso stretto – immediatamente rilevante per valutare piuttosto la compatibilità delle lesioni lamentate – mentre è evidente che una condotta dolosa piuttosto che colposa dell’agente può creare una ripercussione emozionale, cioè un “dolore intimo” o danno morale, diverso, ossia maggiore nel caso di condotta dolosa.

Notasi che, nel caso di specie, il Giudice Patavino, in linea con la propria argomentazione giuridica, riconosce la debenza del danno morale pur in presenza della sola invalidità temporanea e, quindi, in totale assenza di invalidità permanente. Buona lettura. (Claudio Calvello)

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

REPUBBLICA ITALIANA

UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE DI PADOVA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice di Pace Nazzarena Zanini ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nella controversia iscritta al n. 7334/2015 e promossa con atto di citazione iscritto il 1.10.2015

da

M. con l’Avv. Claudio Calvello – attore-

contro

*** S.p.A. con l’Avv. ***                                                                                    – convenuta –

Oggetto: risarcimento sinistro stradale.

(Omissis)

Il danno morale richiesto, invece, posto che tale danno configura il “patema d’animo transeunte” (Cfr. cass. SSUU n. 26972 punto 3.4.1) che colpisce la persona offesa da un qualsivoglia reato (sia esso diffamazione, percosse o lesioni), potrà essere riconosciuto. La prova della sussistenza del medesimo sarà necessariamente di tipo presuntivo, essendo escluso che esistano strumenti probatori (vuoi anche solo la testimonianza) che possano raggiungere l’intimità della sfera emozionale di una persona. Del resto di ciò si dimostrano assolutamente consapevoli le Sezioni Unite che, con le sentenze cosiddette di  San Martino, hanno affermato:

Per quanto concerne i mezzi di prova, per il danno biologico la vigente normativa (artt. 138 e 139 d.lgs. n. 209/2005) richiede l’accertamento medico legale… Per gli altri pregiudizi non patrimoniali potrà farsi ricorso alla prova testimoniale, documentale e presuntiva. Attenendo il pregiudizio (non biologico) ad un bene immateriale, il ricorso alla prova presuntiva è destinato ad assumere particolare rilievo, e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di mezzo di prova di rango inferiore agli altri (v., tra le tante, sent. n. 9834/2002).

Il danneggiato dovrà tuttavia allegare tutti gli elementi che, nella concreta fattispecie, siano idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto (cass. SSUU n. 26972 dell’11 novembre 2008, punto 4.10 §4).

Nel caso che ci occupa, ai fini della valutazione del danno morale, ha rilevanza la prova dell’evento (comprovato in sé in questo caso anche perché non contestato e comunque riconosciuto dalla compagnia) ovviamente con tutte le modalità che lo hanno caratterizzato, ivi inclusi quindi l’elemento soggettivo (ossia la natura dolosa o colposa della condotta dell’agente, che nel caso di specie è pacificamente colposa) e l’entità del danno biologico arrecato (accertato secondo quanto già sopra esposto). Allo scopo, in particolare, non ha rilievo diretto la dinamica del sinistro in senso stretto – immediatamente rilevante per valutare piuttosto la compatibilità delle lesioni lamentate – mentre è evidente che una condotta dolosa piuttosto che colposa dell’agente può creare una ripercussione emozionale, cioè un “dolore intimo” o danno morale, diverso, ossia maggiore nel caso di condotta dolosa. Fra l’altro non si può nemmeno escludere che, ovviamente in casi limite, persino una condotta del tutto intenzionale con conseguenze lesive per la salute di un terzo, se palesemente finalizzata ad evitare un male maggiore, potrebbe addirittura non generare alcun “turbamento dell’animo”(ibidem, punto 2.10), o danno morale che dir si voglia, nel danneggiato. Quest’ultima sottolineatura conferma che di fatto non è corretto ravvisare nel danno morale un ristoro per la sofferenza fisica in senso stretto. La sofferenza fisica, intesa come percezione del dolore corporeo, non potrebbe materialmente essere risarcita in sé, perché la soglia del dolore è un elemento del tutto soggettivo, immotivatamente variabile da persona a persona, tale per cui la stessa lesione può procurare sul piano neurologico la perdita dei sensi a qualcuno e solo un piccolo fastidio ad un altro. Per tale ragione giustamente il legislatore dispone che la sofferenza fisica venga liquidata esclusivamente laddove si manifesti come suscettiva di interferire in modo negativo sulle attività quotidiane o sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato:

“Agli effetti di cui al comma 1 per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito” (art. 139 c. 2 CdA)

In sostanza il danno morale, in quanto offesa incidente sulla sfera solo emozionale dell’individuo, e il danno biologico, in quanto offesa incidente sulla sfera bio-psichica e quindi sempre clinicamente accertabile, descrivono due realtà non sovrapponibili e quindi distinte, sebbene concettualmente si collochino inevitabilmente all’interno della stessa dimensione del danno non patrimoniale.

A riprova della diversa natura delle due suddette tipologie di danno non patrimoniale si consideri che il danno morale ex art. 185 cp può essere riconosciuto anche come conseguenza di fattispecie criminose in cui non viene toccata la sfera della salute, come ad es esempio la diffamazione.

Deve riconoscersi, tuttavia, che le sentenze di San Martino (novembre 2008) – esplicitamente indirizzate a creare un definitivo riordino della categoria del danno non patrimoniale a fronte della recente proliferazione di sempre nuove elaborazioni giurisprudenziali sui danni – presentano una certa frammentazione dal punto di vista concettuale in argomento, circostanza che impone una lettura particolarmente attenta, pena incorrere in conclusioni addirittura contraddittorie: da una parte infatti viene lanciato forte il proclama che il danno non patrimoniale è una categoria unitaria (cfr. Cass. SSUU 26972/08 punto 2.10 §3, punto 3.13, punto 4.8), dall’altra si distingue con molta disinvoltura tra danno non patrimoniale biologico e danno non patrimoniale non biologico (ibidem, punto 2.10 §4, punto 3.4.§1) fino al punto di dichiarare il danno morale liquidabile anche in assenza di danno biologico per il caso di persona ferita e morta poco dopo:

Una sofferenza psichica siffata, di massima intensità anche se di durata contenuta, non essendo suscettibile, in ragione del limitato intervallo di tempo tra lesioni e morte, di degenerare in patologia e dare luogo a danno biologico, va risarcita come danno morale, nella sua nuova più ampia accezione (ibidem, 4.9. §5).

In realtà qualsiasi contraddizione è più apparente che reale. Di fatto si afferma sì che esiste un’unica categoria di danno non patrimoniale, ma essa è in pratica presentata come una medaglia a due facce: da una parte un aspetto biologico e dall’altra uno non biologico. Il danno biologico e quello non biologico restano riuniti infatti sotto la stessa categoria del danno non patrimoniale solo dal punto di vista strettamente concettuale, mentre dal punto di vista processuale (ossia sotto il profilo della prova e quello della liquidazione degli stessi) essi sono considerati del tutto autonomi.

Quanto al danno morale, quindi, che – si noti bene – riassume da solo l’aspetto non biologico del danno patrimoniale, nella prospettazione delle sentenze gemelle, esso non è affatto riassorbito nel danno biologico e infatti è suscettibile sempre di autonoma liquidazione. Passando ad esaminare l’altra “faccia” del danno non patrimoniale (il termine categoria o sottocategoria è bandito nel teorema delle Sezioni Unite in oggetto), ossia il danno biologico, pensato dal legislatore solo in termini esistenziali (cfr. art. 139 CdA), esso assume ora le dimensioni di un polinomio, in quanto, dal punto di vista della liquidazione dell’importo, deve costituire un tutt’uno con tutte le altre tipologie di danno che presentino profili esistenziali discendenti da lesione (come il danno da perdita della sessualità, il pregiudizio di tipo estetico, la perdita della possibilità di praticare uno sport amatoriale o altro ancora). Tutte queste figure di danno, pertanto, che con il danno biologico condividono appunto il profilo esistenziale, nella prospettiva delle Sezioni Unite del novembre 2008, restano prive di autonomia – oltre che concettuale – anche e soprattutto dal punto di vista della loro liquidazione. Questo in pratica significa che il loro ammontare resta ancorato alla quantificazione del danno biologico del quale, nel loro complesso, non può superare il quinto (art. 139, c3° CdA). Specificano le SSUU:

Possono costituire solo “voci” del danno biologico nel suo aspetto dinamico, nel quale, per consolidata opinione, è ormai assorbito il cd. danno alla vita di relazione, i pregiudizi di tipo esistenziale concernenti aspetti relazionali della vita, conseguenti a lesioni dell’integrità psicofisica, sicché darebbe luogo a duplicazione la loro distinta riparazione (ibidem, 4.9).

 In sostanza tutti i danni che coinvolgono profili esistenziali conseguenti a lesione hanno natura “satellitare” rispetto al danno biologico, pertanto non è consentita una loro liquidazione autonoma, e cioè possono essere liquidati solo come appesantimento del punto di invalidità permanente riconoscibile, e cioè nei limiti di cui all’art. 139 c.3 CdA, ossia non oltre il quinto del punto stesso. È chiaro che il danno morale non ha nulla a che vedere con questo tetto, perché è liquidato autonomamente.

In conclusione danno non biologico (cioè danno morale) e danno biologico vengono liquidati in modo indipendente uno dall’altro, con la precisazione che nell’ambito del danno biologico restano riassorbiti tutti i pregiudizi di natura esistenziale sopra esemplificati.

Nel caso che ci occupa, in particolare, l’assenza di una lesione permanente esclude ogni presupposto logico per valutare anche solo la possibilità della liquidazione di qualsivoglia pregiudizio di natura esistenziale. Peraltro, del tutto coerentemente, nessuna richiesta del genere è stata avanzata dall’attore.

Viceversa il danno morale, di cui nel caso di specie può ritenersi conseguita prova in via presuntiva a fronte degli elementi sopra esaminati e valutati, può e deve essere liquidato come voce autonoma, fermo restando che, per le ragioni già espresse sopra, è giusto che per la sua quantificazione si prenda le mosse dal danno biologico, di cui non può che essere una percentuale individuata necessariamente in via forfettaria (per “l’autonomia ontologica del danno morale” e la necessità di un suo accertamento separato e ulteriore si veda anche cass. 29191/2008). Al riguardo è opportuno ricordare anche la sentenza n. 18641/2011 con cui la Suprema Corte ha affermato che “attraverso l’emanazione di due successivi dpr (il 37 del 2009 e il 191 del 2009) una specifica disposizione normativa ha inequivocabilmente reso manifesta la volontà del legislatore di distinguere concettualmente prima ancora che giuridicamente, all’indomani delle pronunce delle SSUU, tra la voce di danno biologico e la voce di danno morale”. Fra l’altro anche molto recentemente la cassazione ha trovato modo di ribadire espressamente che il danno morale non è compreso nei valori pecuniari del 139 codice delle Assicurazioni (cass. 20292/12). Merita menzione il fatto che in senso favorevole al riconoscimento del danno morale si è espressa anche la corte costituzionale con sentenza n. 235/2014 e comunque cass. n. 17209 del 27.08.2015.

Nel caso di specie, in definitiva, il danno morale andrà calcolato in ragione del 20 % del danno biologico.

(Omissis)

 

 

 

Il danno da micropermanente, se suscettibile di accertamento medico legale secondo le leges artis, è sempre risarcibile (Cass. civ. n. 18773/2016)

Cass. civ. Sez. III, Sent., 26-09-2016, n. 18773

IL FATTO

Tizia conveniva in giudizio, dinanzi al Giudice di pace, Caio e la X Assicurazioni per sentirle condannare al risarcimento per le lesioni patite a seguito di un sinistro stradale. L’adito Giudice di pace, rigettava nel merito la pretesa di ristoro dei pregiudizi derivanti dalle lesioni personali patite a seguito dell’incidente, difettando una “dimostrazione convincente dei suoi elementi giustificativi”. Avverso tale decisione Tizia ricorreva in appello. Il giudice di secondo grado confermava, seppur con diversa motivazione, la decisione impugnata, in quanto, stante l’applicabilità al giudizio de quo della norma dettata dal D.L. n. 1 del 2012, art. 32, comma 3 quater, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 27 del 2012, le “affezioni asintomatiche di modesta intensità non suscettibili di apprezzamento obiettivo clinico… riscontrate all’infortunata” non erano state dimostrate “con le rigorose modalità prescritte ex lege”. A Tizia non restava quindi che ricorrere per Cassazione la quale cassava la sentenza rinviandola al Tribunale in diversa composizione affinché tenesse presente il seguente principio di diritto.

IL PRINCIPIO DI DIRITTO ENUNCIATO

L’art. 32, comma 3 quater, così come il precedente comma 3 ter, sono da leggere in correlazione alla necessità (da sempre viva in siffatto specifico ambito risarcitorio), predicata dagli artt. 138 e 139 cod. ass. (che, a tal riguardo, hanno recepito quanto già presente nel “diritto vivente”), che il danno biologico sia “suscettibile di accertamento medico-legale”, esplicando entrambe le norme (senza differenze sostanziali tra loro) i criteri scientifici di accertamento e valutazione del danno biologico tipici della medicina-legale (ossia il visivo-clinico-strumentale, non gerarchicamente ordinati tra loro, nè unitariamente intesi, ma da utilizzarsi secondo le leges artis), siccome conducenti ad una “obiettività” dell’accertamento stesso, che riguardi sia le lesioni, che i relativi postumi (se esistenti).

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita – Presidente –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 15122/2013 proposto da:

B.F. ((OMISSIS)), elettivamente domiciliata in ROMA, CIRCONVALLAZIONE CLODIA, 80, presso lo studio dell’avvocato ALBERTO PROSPERINI, che la rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

C.C., MILANO ASSICURAZIONI S.P.A.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 13396/2012 del TRIBUNALE di NAPOLI, depositata il 12/12/2012, R.G.N. 15623/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 13/06/2016 dal Consigliere Dott. ENZO VINCENTI;

Udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per l’accoglimento, per quanto di ragione, del primo motivo, per il rigetto del secondo motivo e per l’assorbimento del terzo motivo.

Svolgimento del processo

1. – B.F. convenne in giudizio, dinanzi al Giudice di pace di Napoli, C.C. e la Milano Assicurazioni S.p.A. per sentirle condannare al risarcimento dei danni arrecati alla propria autovettura, nonchè per le lesioni patite a seguito del sinistro stradale occorso in data (OMISSIS), da ascrivere a responsabilità del conducente dell’autovettura di proprietà della C., assicurata presso la compagnia convenuta.

Con sentenza del giugno 2009, l’adito Giudice di pace, nella contumacia dei convenuti, dichiarava inammissibile la domanda attorea di risarcimento dei danni arrecati all’autovettura, stante la carenza di legittimazione processuale attiva dell’attrice, e rigettava nel merito la pretesa di ristoro dei pregiudizi derivanti dalle lesioni personali patite a seguito dell’incidente, difettando una “dimostrazione convincente dei suoi elementi giustificativi”.

2. – Avverso tale decisione proponeva impugnazione B.F., che il Tribunale di Napoli, con sentenza resa pubblica il 12 dicembre 2012, accoglieva parzialmente e, in riforma della sentenza impugnata, dichiarava l’esclusiva responsabilità ex art. 2054 c.c., comma 3, di C.A. per la verificazione dell’incidente e condannava la Milano Assicurazioni S.p.A. al pagamento, in favore dell’attrice, della somma risarcitoria di Euro 505,61, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali, nonchè, in solido con la C., al pagamento dei due terzi delle spese processuali del doppio grado di giudizio, che liquidava in complessivi Euro 1.074,00, di cui Euro 154,00 per esborsi ed Euro 920,00 per compensi, oltre accessori di legge; rigettava nel resto l’impugnazione.

2.1. – Per quanto ancora interessa in questa sede, il giudice d’appello – accertata la responsabilità per il sinistro de quo – in punto di liquidazione dei danni, riteneva dovuto il risarcimento volto a “remunerare gli interventi di riparazione del veicolo” di proprietà dell’attrice, da quantificarsi in Euro 505,61, oltre rivalutazione monetaria secondo indici Istat ed interessi legali, mentre escludeva il risarcimento per il c.d. “danno da fermo tecnico del veicolo incidentato”.

A tal riguardo, il Tribunale sosteneva che, non essendo in re ipsa, detto danno non poteva essere liquidato in via equitativa ai sensi dell’art. 1226 c.c., non avendo l’istante “neppure dedotto le circostanze rivelatrici della verificazione nella propria sfera giuridica di un danno materiale emergente ulteriore rispetto a quello normalmente discendente dalla necessità di disporre le opere, d’altronde di attuazione piuttosto rapida (nella specie, 4 giornate lavorative), di riparazione della vettura, di cui non è stata prospettata neppure la sostituzione provvisoria”.

2.2. – Il giudice di secondo grado confermava, poi, seppur con diversa motivazione, il capo della decisione impugnata con cui era stata respinta la domanda di risarcimento dei danni alla persona patiti dall’attrice, in quanto, stante l’applicabilità al giudizio de quo della norma dettata dal D.L. n. 1 del 2012, art. 32, comma 3 quater, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 27 del 2012, le “affezioni asintomatiche di modesta intensità non suscettibili di apprezzamento obiettivo clinico… riscontrate all’infortunata” non erano state dimostrate “con le rigorose modalità prescritte ex lege”.

2.3. – Infine, il giudice del gravame, in virtù del parziale accoglimento dell’appello, compensava ex art. 92 c.p.c., comma 2, le spese del doppio grado di giudizio nella misura di un terzo e poneva la restante quota a carico dei convenuti in solido tra loro, che liquidava d’ufficio secondo i parametri indicati dal D.M. n. 140 del 2012, e, dunque, senza prendere in considerazione le note specifiche di cui all’art. 75 disp. att. c.p.c., depositate dal difensore dell’attrice.

3. – Per la cassazione di tale sentenza ricorre B.F., affidando le sorti dell’impugnazione a tre motivi.

Non hanno svolto attività difensiva in questa sede le intimate C.A. e la Milano Assicurazioni S.p.A..

Motivi della decisione

1. – Con il primo mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione degli artt. 2554, 2043, 2056, 2059 e 1226 c.c., art. 185 c.p., L. n. 27 del 2012, art. 32, (rectius: del D.L. n. 1 del 2012, convertito, con modificazione, dalla L. n. 27 del 2012) e art. 139 cod. ass..

Il giudice di secondo grado, sulla base del presupposto che le lesioni personali patite da essa B. nel sinistro per cui è causa non erano state accertate visivamente o strumentalmente ai sensi del D.L. n. 1 del 2012, art. 32, modificativo del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 139, avrebbe erroneamente respinto la relativa domanda risarcitoria, atteso che le diposizioni dettate dalla citata normativa in materia di riscontro medico-legale delle lesioni di lieve entità non possono trovare applicazione con riferimento a quei giudizi, come il presente, che erano già in corso alla data della loro entrata in vigore.

In ogni caso, le lesioni contusive “alla spalla sinistra, allo emotorace sinistro ed alla cervicale” patite da essa attrice erano state accertate “visivamente come ritiene la legge” dal “sanitario di guardia al Pronto Soccorso” e ciò diversamente dalla “sospetta lesione ossea”, non accertata strumentalmente, ma neppure oggetto di richiesta risarcitoria, limitata al danno biologico temporaneo e non già permanente.

Unitamente al danno biologico temporaneo il giudice di appello avrebbe dovuto liquidare anche il danno morale.

1.1. – Il motivo è fondato per quanto di ragione.

1.1.1. – Esso è privo di consistenza in riferimento alla postulata inapplicabilità nella presente controversia (decisa in grado appello con sentenza pubblicata il 12 dicembre 2012) della disposizione di cui D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 32, comma 3 quater, convertito, con modificazioni, dalla L. 24 marzo 2012, n. 27, la quale stabilisce: “Il danno alla persona per lesioni di lieve entità di cui al D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, art. 139, è risarcito solo a seguito di riscontro medico legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione”.

Come precisato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 235 del 2014, la citata norma, avente ad oggetto le modalità di riscontro medico-legale delle lesioni di lieve entità a seguito di sinistro derivante dalla circolazione stradale, unitamente a quella del precedente comma 3 ter (modificativa del predetto art. 139 cod. ass.) concernente il danno biologico permanente (e il cui risarcimento non potrà aver luogo ove le lesioni di lieve entità “non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo”), “in quanto non attinenti alla consistenza del diritto, bensì solo al momento successivo del suo accertamento in concreto, si applicano… ai giudizi in corso (ancorchè relativi a sinistri verificatisi in data anteriore alla loro entrata in vigore)” (così l’anzidetta sent. n. 235 del 2014).

Trattasi, infatti, di norme (la prima, come detto, riguardante il danno biologico permanente, la seconda quello temporaneo) volte a stabilire l’esistenza e, eventualmente, la consistenza del danno alla persona e, dunque, ad esse è tenuto il giudice nel momento stesso in cui decide sul punto.

1.1.2. – Sono invece fondate le doglianze che impugnano la ratio decidendi della sentenza di appello là dove questa ha escluso che la B. abbia fornito la prova, secondo le “rigorose modalità prescritte ex lege”, delle lesioni lievi, di carattere non permanente, subite, in quanto ritenute “non suscettibili di apprezzamento obiettivo clinico”.

Invero, il citato art. 32, comma 3 quater, così come il precedente comma 3 ter, sono da leggere in correlazione alla necessità (da sempre viva in siffatto specifico ambito risarcitorio), predicata dagli artt. 138 e 139 cod. ass. (che, a tal riguardo, hanno recepito quanto già presente nel “diritto vivente”), che il danno biologico sia “suscettibile di accertamento medico-legale”, esplicando entrambe le norme (senza differenze sostanziali tra loro) i criteri scientifici di accertamento e valutazione del danno biologico tipici della medicina-legale (ossia il visivo-clinico-strumentale, non gerarchicamente ordinati tra loro, nè unitariamente intesi, ma da utilizzarsi secondo le leges artis), siccome conducenti ad una “obiettività” dell’accertamento stesso, che riguardi sia le lesioni, che i relativi postumi (se esistenti).

Sicchè, appare evidente l’errore in diritto (sub specie di vizio di sussunzione) commesso dal giudice di appello, il quale – pur dichiaratamente discostandosi dalla motivazione del primo giudice, che aveva ritenuto inattendibile il referto ospedaliero (e, dunque, prescindendo da tale valutazione) – ha escluso la risarcibilità del danno biologico temporaneo (quale unica pretesa azionata dall’attrice) in favore della stessa B. nonostante che detto referto medico avesse diagnosticato “contusioni alla spalla, al torace e alla regione cervicale guaribili in 7 giorni”, le quali lesioni, dunque, non potevano essere ritenute, di per sè, “affezioni asintomatiche di modesta intensità non suscettibili di apprezzamento obiettivo clinico” alla stregua del D.L. n. 1 del 2012, art. 32, comma 3 quater.

2. –  Con il secondo mezzo è denunciata violazione degli artt. 2043, 2054, 2056, 1223 e 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

Il giudice d’appello avrebbe erroneamente negato il risarcimento del danno da “fermo tecnico” del veicolo incidentato in considerazione del fatto che l’istante non aveva provato di aver subito un danno materiale emergente (per spese di gestione del veicolo incidentato) ulteriore rispetto a quello derivante dall’inutilizzabilità dell’autovettura durante il periodo necessario alla sua riparazione, nonostante la prevalente giurisprudenza di legittimità ritenga che tale voce di danno in parola sia in re ipsa.

2.1. – Il motivo è infondato.

Il Collegio intende aderire e dare continuità al più recente orientamento, in via di consolidamento, secondo cui il danno da “fermo tecnico” del veicolo incidentato non è risarcibile in via equitativa – cui è possibile ricorrere solo ove sia certa l’esistenza dell’an – ove la parte non abbia provato di aver sostenuto di oneri e spese per procurarsi un veicolo sostitutivo, nè abbia fornito elementi (quali i costi assicurativi o la tassa di circolazione, sempre che la durata della riparazione non sia stata particolarmente breve, tale da rendere irrilevante l’entità di detti costi) idonei a determinare la misura del pregiudizio subito (tra le altre, Cass., 19 aprile 2013, n. 9626; Cass., 17 luglio 2015, n. 15089; Cass., 14 ottobre 2015, n. 20620).

Si tratta, infatti, di indirizzo consentaneo al principio per cui anche il danno da “fermo tecnico” non può considerarsi in re ipsa (come invece opinato dalla ricorrente), quale conseguenza automatica del sinistro e della indisponibilità del veicolo, ma deve, invece, essere allegato e dimostrato in ragione della effettiva perdita patita dal danneggiato, in consonanza con la norma di cui all’art. 1223 c.c., (richiamata dall’art. 2056 c.c.).

Sicchè, è corretta la decisione del giudice di appello che ha escluso la risarcibilità di detto danno in ragione della rilevata rapida attuazione delle opere di riparazione del veicolo (4 giorni), senza che l’attrice avesse neppure allegato (prima ancora che dimostrato) di aver subito “un danno materiale emergente ulteriore a quello normalmente discendente dal bisogno di disporre le opere” anzidette.

3. – Con il terzo mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., e della tariffa professionale del 2 giugno 2004.

Il giudice del gravame, senza tener conto delle specifiche note spese, di primo e di secondo grado, elaborate dal difensore dell’attrice ai sensi del D.M. n. 127 del 2004, avrebbe erroneamente liquidato d’ufficio le spese del doppio grado di giudizio secondo i parametri indicati dal D.M. n. 140 del 2012, nonostante l’attività professionale del detto procuratore si fosse esaurita ben prima dell’entrata in vigore della legge recante le nuove tariffe professionali.

3.1. L’esame della censura è assorbito dall’accoglimento, per quanto di ragione, del primo motivo di ricorso, concernente l’an debeatur sul diritto al risarcimento per il danno biologico temporaneo, dovendo il giudice del gravame, a seguito della cassazione della sentenza impugnata, nuovamente provvedere alla liquidazione delle spese processuali.

4. – Va, dunque, rigettato il secondo motivo di ricorso, accolto il primo per quanto di ragione e dichiarato assorbito il terzo motivo.

La sentenza va cassata in relazione al motivo accolto e la causa rinviata al Tribunale di Napoli, in diversa composizione, che dovrà delibare nuovamente la domanda risarcitoria della B. in riferimento al danno biologico temporaneo, tenuto conto dei principi giuridici di cui al p. 1.1.2. che precede.

Il giudice del rinvio dovrà provvedere, altresì, alla regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte rigetta il secondo motivo di ricorso, accoglie il primo motivo nei termini di cui in motivazione e dichiara assorbito il terzo motivo dello stesso ricorso;

cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa al Tribunale di Napoli, in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 13 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 26 settembre 2016

L. 27/12 e danno biologico di lieve entità: l’accertamento strumentale o visivo non è sempre necessario (Trib. Padova, Giudice Marzella, sent. n. 2892/16)

Su cortese segnalazione del Collega Gino Bellemo pubblichiamo questa interessantissima pronuncia del Giudice Patavino che interviene autorevolmente in un tema che ci vede “combattere” quotidianamente nella aule giudiziarie.

L’art. 32, comma 3ter della legge L.27/12 ha modificato direttamente il testo dell’art. 139: “Al comma 2 dell’articolo 139 del codice delle assicurazioni perivate di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: In ogni caso, le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente“.

L’art. 32, comma 3quater delle stessa legge, invece, (senza modificare direttamente l’art. 139 c.d.a.) così ha disposto: “Il danno alla persona per lesioni di lieve entità di cui all’articolo 139 del codice delle assicurazioni private, di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005. n. 209, è risarcito solo a seguito di riscontro medico legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione“.

Ecco, quindi, che le Compagnie di Assicurazione, hanno sin da subito invocato un’applicazione letterale dell’art. 32, commi 3 ter e 3 quater, della legge n. 27/12 secondo cui, ai fini della liquidazione del risarcimento del danno alla persona per lesioni di lieve entità, sarebbe necessario un riscontro medico legale da cui risulti “visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione”.

Come dire: al cospetto di una lesione che non sia visivamente o strumentalmente accertata ovvero che non sia suscettibile di accertamento clinico strumentale obiettivo, il medico legale si troverebbe nell’impossibilità di individuare la sussistenza della lamentata lesione e, per l’effetto, il giudice, non potrebbe dar luogo ad alcun risarcimento.

Questo assunto, secondo il Dott. Guido Marzella, non è condivisibile e spiega in sentenza in modo approfondito e articolato il perchè.

Buona lettura.

LA SENTENZA

REPUBBLICA ITALIANA

TRIBUNALE CIVILE DI PADOVA

Il  Giudice

Dott. Guido Marzella

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

nella causa civile iscritta al n. ****/2016 R.G. promossa

da

ZURICH INSURANCE PUBLIC LIMITED COMPANY

– appellanti –

elettivamente domiciliati in Padova,Via *** con il patrocinio dell’Avv. ***,

contro

– appellata –

elettivamente domiciliata in Padova,  Vicolo Bellini n. 12, con il patrocinio dell’Avv. BELLEMO GINO

-omissis-

Venendo allora all’esame del merito delle questioni, ed affrontando il primo dei motivi dell’appello principale, rileva lo scrivente come, per il risarcimento del danno alla persona per lesioni di lieve entità l’art. 32, comma terzo quater, della legge n. 27/12 richieda un riscontro medico legale da cui risulti “visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione” ed è sulla base di questa dizione che si pretende di affermare l’impossibilità, da parte del medico legale, di individuare la sussistenza della lamentata lesione in forza di un semplice riscontro di tipo oggettivo.

Ciò posto, non si comprende peraltro per quale ragione un esame visivo  debba essere privilegiato rispetto alla palpazione, percussione, auscultazione ed altri accertamenti compatibili con la semeiotica.

In proposito soccorre d’altronde l’art. 32, comma terzo ter, della medesima fonte normativa il quale, nell’apportare modifiche al secondo comma dell’art. 139 del D.Lgs. 7.9.05 n. 209 (Codice delle Assicurazioni) fa riferimento alla necessità di un “accertamento clinico strumentale obiettivo” .

Ciò che pone la necessità di armonizzare le due menzionate previsioni.

Ora è ben noto che in campo medico l’esame obiettivo si compone dell’insieme delle manovre diagnostiche effettuate dal medico per verificare la presenza dei segni indicativi di una deviazione dalla condizione di normalità fisiologica.

Il termine “visivamente” può allora essere inteso come sinonimo di evidenza scientifica, riguardo al quale risultano quindi ammessi ed utilizzabili tutti i criteri della semeiotica, essendo tra l’altro pacifico che il riscontro “strumentale” sia comunque da considerarsi alternativo rispetto a quello “obiettivo”.

Una volta interpretata in tal modo l’espressione “visivamente”, diviene quindi agevole concludere che l’art. 32 comma terzo quater richiede unicamente che la lesione sia suscettibile di un accertamento medico-legale, requisito peraltro richiesto anche in passato.

E da una lettura coordinata di tale comma e di quello precedente discende che anche il comma terzo ter, relativo in via specifica al danno biologico permanente, richieda semplicemente, ai fini del risarcimento, che la lesione sia suscettibile di accertamento medico legale, non essendovi infatti alcuna plausibile ragione per cui un limite alla risarcibilità delle conseguenze della lesione del bene salute debba operare solo per i postumi permanenti e non per l’invalidità temporanea.

Opinando diversamente, infatti, si dovrebbe affermare che un pregiudizio di carattere stabilizzato incontri maggiori limiti di risarcibilità rispetto ad un pregiudizio di natura meramente temporanea, il che appare privo di senso.

D’altro canto, qualora si ritenesse indispensabile un accertamento strumentale si verrebbe a creare un palese contrasto tra la comune criteriologia medico legale e il contenuto delle nuove disposizioni.

Esistono infatti malattie che si estrinsecano con delle alterazioni strumentali, ma che non sono rilevabili clinicamente ed obiettivamente: ad esempio un trauma cranico con microlesione encefalica che dà luogo ad un focolaio epilettogeno produce sintomatologia di tipo temporale non riscontrabile aliunde e che solo il paziente è in grado di riferire.

In casi del genere la patologia non è dimostrabile né clinicamente, né all’esame obiettivo, ma solo strumentalmente, attraverso un’alterazione dell’EEG.

Mentre al contrario l’area dei disturbi psico-reattivi è caratterizzata dal fatto che gli stessi non sono dimostrabili strumentalmente ma solo ricorrendo ad un esame clinico e del tutto analogamente anche le lesioni sensoriali trovano di solito esclusivo riscontro clinico, ben difficilmente potendo avere un riscontro strumentale al di fuori del compimento di indagini estremamente complesse.

Una interpretazione letterale delle norme de quibus porterebbe dunque ad escludere il risarcimento di numerosi danni biologici, prevedendo il riconoscimento esclusivo di danni alla persona con determinate caratteristiche di apprezzamento obiettivo, allorché, al contrario, le conoscenze scientifiche e la corretta applicazione metodologica valutativa medico legale, consentono di individuarne comunque la reale sussistenza.

Simili sono poi le considerazioni da operarsi con riferimento ad una lesione che debba essere “visivamente o strumentalmente accertata”, apparendo evidente che una lettura meramente testuale del termine “visivamente” porterebbe ad escludere una serie di lesioni che di fatto sono comunque idoneamente accertabili come ad esempio il caso, non visivamente né strumentalmente accertabile, di una lussazione di spalla autoridotta.

Deve quindi concludersi affermando che l’accertamento strumentale può essere decisivo nei casi di dubbia interpretazione ai fini del riconoscimento della lesione biologica, ma che in ogni caso può comunque essere ritenuto sufficiente anche un dato clinico obiettivo, purché scientificamente compatibile e adeguatamente connesso all’evento lesivo.

Nel caso che ci occupa quindi l’operato del CTU non va censurato, dal momento che lo stesso, dopo aver proceduto alla visita diretta della periziata, ha preso visione dell’accertamento radiologico eseguito in data 18.7.14, il quale certificava la rettificazione della fisiologica lordosi lombare, di tal che non possono residuare dubbi in merito alla sussistenza dei postumi permanenti.

Egli ha inoltre accertato la compatibilità delle lesioni riscontrate all’evento lesivo sicché, essendosi in presenza di un dato clinico obiettivo, non residuano dubbi sul punto, tenuto anche conto del fatto che il nesso di causalità in materia civile soggiace alla regola del “più probabile che non”.

Né il giudizio appena espresso può mutare pur a fronte degli arresti operati dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 235 del 16.10.14 e con l’ordinanza n. 242 del 26.11.15.

Quanto al primo dei provvedimenti citati, appare infatti di tutta evidenza come il punto in cui la Consulta afferma che l’accertamento strumentale condizionerebbe la risarcibilità delle lesioni permanenti di lieve entità, null’altro costituisca se non un mero obiter dictum, non essendo quello l’oggetto del giudizio di legittimità, volto invece a verificare la tenuta costituzionale dell’art. 139 del D.Lgs. 7.9.05 n. 209 nella parte in cui limiterebbe la tutela del diritto all’integrità della persona stabilendo, nell’ipotesi di c.d. micro permanenti, specifici limiti risarcitori ancorati a rigidi parametri tabellari.

Tanto è vero che un benché minimo ragionamento viene svolto dai giudici della Corte a sostegno e motivazione della predetta affermazione, la quale pare più il semplice richiamo letterale dei commi 3 ter e 3 quater dell’art. 32 del D.L. 24.1.12 n. 1 – convertito con modificazioni, dalla legge 24.3.12 n. 27 – che non una argomentata disamina delle complesse questioni sottese alle problematiche in oggetto.

Mentre, per quel che attiene al secondo dei provvedimenti richiamati – pur non potendosi negare che l’ordinanza in esame effettivamente riconosca la legittimità costituzionale delle norme appena sopra richiamate anche ove interpretate nel senso di ritenere imprescindibile un accertamento strumentale ai fini della risarcibilità del danno permanente derivante da una microlesione e ciò in forza di un bilanciamento degli interessi costituzionalmente rilevanti in gioco nella fattispecie – ciò nonostante resta evidente come la medesima non sia in grado di precludere una diversa attività interpretativa di questo giudice, essendo principio pacifico quello secondo cui il vincolo che deriva, sia per il giudice a quo sia per tutti gli altri giudici comuni, da una sentenza interpretativa di rigetto resa dalla Corte Costituzionale, è soltanto negativo, consistente cioè nell’imperativo di non applicare la norma secondo l’interpretazione ritenuta non conforme al parametro costituzionale evocato e scrutinato dalla Corte costituzionale.

Sicché resta salva la libertà dei giudici:

– di interpretare ed applicare la medesima norma, ai sensi dell’art. 101, secondo comma, Cost., sulla base di interpretazioni diverse ritenute compatibili con la Costituzione,

– oppure di sollevare nuovamente, in gradi diversi dello stesso processo a quo o in un diverso processo, la questione di legittimità costituzionale della medesima disposizione, sulla base dell’interpretazione rifiutata dalla Corte costituzionale, eventualmente evocando anche parametri costituzionali diversi da quello precedentemente indicato e scrutinato (Cass. Sez. Un. 16.12.13 n. 27986 e Cass. 26.2.14 n. 4592).

Ciò che è appunto a dirsi nella fattispecie, ove la Corte si è limitata ad affermare la legittimità costituzionale della norma anche ove interpretata nel senso di rendere comunque imprescindibile un accertamento strumentale, senza peraltro minimamente prendere in considerazione ovvero sconfessare il diverso orientamento interpretativo – comunque conforme ai parametri costituzionali – secondo il quale ciò non sarebbe necessario in alcuni specifici casi, più sopra menzionati.

E pure dovendosi ricordare come con pronuncia recentissima di n. 18773, emessa in data 26.9.16, la stessa Suprema Corte abbia avuto modo di precisare che i commi tre ter e tre quater dell’art. 32 del D.L. 24.1.12 n. 1 debbono essere letti in correlazione alle necessità, predicata dagli artt. 138 e 139 C.d.A., che il danno biologico sia suscettibile di accertamento medico legale, esplicando entrambe le norme, senza differenze sostanziali tra loro, i criteri scientifici di accertamento e valutazione del danno biologico tipici della medicina legale: e cioè quello visivo, quello clinico e quello strumentale, non gerarchicamente ordinati tra loro né unitariamente intesi ma da utilizzarsi secondo le leges artis, siccome conducenti ad una obiettività dell’accertamento stesso che riguardi sia le lesioni che i relativi postumi.

– Omissis-

Il Giudice

dott. Guido Marzella

Cass. civ. 339/2016: il danno morale (se provato anche per presunzioni) va riconosciuto anche nelle micropermanenti

Cass. civ. Sez. III, Sent., 13-01-2016, n. 339

IL PRICIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Anche con riguardo alle lesioni di lieve entità non si può escludere il c.d. danno morale dal novero delle lesioni meritevoli di tutela risarcitoria, dovendosi in ogni caso tener conto della lesione in concreto subita. Questa impostazione è conforme alla sentenza di questa Corte n. 29191 del 2008, ove si afferma “l’autonomia ontologica del danno morale“, e la necessità di un suo accertamento separato e ulteriore. Diversamente opinando, infatti, si arriverebbe ad una incomprensibile differenziazione tra i danni di lieve entità derivanti da causa diversa da sinistro stradale e i danni da sinistro stradale che comporterebbero una minore tutela del danneggiato. Ne consegue che, anche in caso di danno da micropermanente deve ritenersi consentita la liquidazione del danno morale come voce di danno non patrimoniale, in aggiunta al danno biologico previsto dall’art. 139 codice delle assicurazioni private. Tale danno può essere provato anche per presunzioni.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. AMBROSIO Annamaria – Consigliere –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 7359/2013 proposto da:

F.L. (OMISSIS), considerato domiciliato ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dagli avvocati PACIFICI Paolo, ANTONIO GIUA giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MILANO ASSICURAZIONI SPA, P.I.S.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1329/2012 del TRIBUNALE di SASSARI, depositata il 19/09/2012, R.G.N. 1518/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 28/10/2015 dal Consigliere Dott. PAOLO D’AMICO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. BASILE Tommaso, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

F.L. propose appello avverso la sentenza del Giudice di Pace di Sassari esponendo che quest’ultimo, dopo aver liquidato il danno biologico, non aveva riconosciuto il danno morale conseguente al sinistro stradale attribuibile a responsabilità esclusiva della convenuta P.I.S..

Concluse pertanto chiedendo al Tribunale il risarcimento del danno morale.

Il Tribunale ha rigettato l’appello.

Propone ricorso con un unico motivo F.L..

Gli intimati non svolgono attività difensiva.

Motivi della decisione

Con l’unico motivo il ricorrente denuncia “violazione di norme di diritto ex art. 360, n. 3, in relazione all’art. 2059 c.c. e all’art. 2697 c.c. e segg.”.

Il ricorrente ritiene che, contrariamente a quanto sostenuto dal Tribunale di Sassari, la prova del danno non patrimoniale può essere solo allegata con l’indicazione delle circostanze di fatto da cui deriva il pregiudizio. A suo avviso il giudice ha adottato criteri rigorosi per la liquidazione del danno morale, non condivisi dall’orientamento giurisprudenziale prevalente.

Il motivo è infondato.

Risulta che il giudice ha liquidato il danno biologico compresa in esso anche la sofferenza morale. Dunque, correttamente il giudice ha ritenuto come non compiutamente specificata la domanda di ulteriore danno morale.

Il difetto di allegazione ha precluso al giudice il ricorso allo strumento probatorio presuntivo, posto che non è dato sapere quali siano i fatti noti in base ai quali il giudice possa risalire al fatto ignoto che intende provare.

La motivazione è corretta.

In caso di incidente stradale il danno morale, conseguente alle lesioni, va sempre provato, sia pure per presunzioni, non sussistendo alcuna automaticità parametrata al danno biologico patito. E ciò è tanto più vero nel caso di lesioni minori (micropermanenti), laddove non sempre vi è un ulteriore danno in termini di sofferenza da ristorare. Dunque, se in linea di principio neanche con riguardo alle lesioni di lieve entità si può escludere il c.d. danno morale dal novero delle lesioni meritevoli di tutela risarcitoria, per valutare e personalizzare il danno non patrimoniale, si deve però tener conto della lesione in concreto subita.

Questa impostazione è conforme alla sentenza di questa Corte n. 29191 del 2008, ove si afferma “l’autonomia ontologica del danno morale”, e la necessità di un suo accertamento separato e ulteriore.

Diversamente opinando, infatti, si arriverebbe ad una incomprensibile differenziazione tra i danni di lieve entità derivanti da causa diversa da sinistro stradale, liquidati mediante ricorso al sistema tabellare equitativo, in virtù del principio di liquidazione totale del danno, e i danni da sinistro stradale che comporterebbero una minore tutela del danneggiato. Ne consegue che, anche in caso di danno da micropermanente deve ritenersi consentita la liquidazione del danno morale come voce di danno non patrimoniale, in aggiunta al danno biologico previsto dall’art. 139 codice delle assicurazioni private. Questo significa però che è il danneggiato ad essere onerato dall’allegazione di tutte le circostanze utili ad apprezzare la concreta incidenza della lesione patita in termini di sofferenza/turbamento e della prova degli stessi, anche mediante lo strumento delle presunzioni.

In conclusione il ricorso deve essere rigettato e in assenza di attività difensiva di parte intimata non si dispone sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 28 ottobre 2015.

Depositato in Cancelleria il 13 gennaio 2016

Tribunale di Padova, Giudice Bordon: la tabella dell’art. 139 C.d.A. non è applicabile al di fuori dei casi espressamente previsti

Tribunale di Padova, Giudice Dott. Bordon, Sentenza del 13 maggio 2015

Il Giudice patavino al punto 6 della sentenza svolge un’incisiva e precisa analisi dell’art. 2051 c.c.: “La Corte di Cassazione ha evidenziato che non ha rilievo agli effetti dell’art. 2051 c.c. la distinzione tra cose pericolose ed inerti, ben potendo anche queste ultime inserirsi in un complesso causale, produttivo di danno, in ordine al quale il legislatore ha inteso apprestare a favore del danneggiato una tutela rafforzata (cfr. Cass., sez. III, 5.12.08, n. 28811; Cass., sez. III 4.8.2005 n. 16373). Secondo il dominante orientamento giurisprudenziale la responsabilità per il danno cagionato da cose in custodia si fonda non su un comportamento o un’attività del custode, ma su una relazione (di custodia) intercorrente tra questi e la cosa dannosa. Ciò significa che solo il “fatto della cosa” è rilevante (e non il fatto dell’uomo) e che la responsabilità discende dal mero rapporto di custodia. L’unico limite è costituito dall’esistenza del caso fortuito, con la precisazione che detto limite non si identifica con l’assenza di colpa. Si tratta, quindi, di una responsabilità oggettiva. La diligenza del custode, se non è provato il fortuito, non è sufficiente per escludere la sua responsabilità (v. Cass., sez. III, 25.7.08, n. 20427).

Molto interessante anche lo spunto che questa sentenza ci offre in ordine al giudizio di attendibilità dei testi escussi nel corso del processo e su cui il Giudice ha ritenuto di esprimersi. L’esito positivo di questa valutazione non è ancora un giudizio sulla verità del fatto posto ad oggetto della testimonianza, ma un giudizio circa la possibilità di usare la testimonianza come strumento per accertare quel fatto. Se l’esito della valutazione di credibilità è negativo, l’ovvia conseguenza è che la prova viene considerata inutilizzabile ai fini dell’accertamento dei fatti

In ordine alla quantificazione del danno non patrimoniale, il Dott. Bordon precisa che “devono applicarsi le Tabelle del Tribunale di Milano 2014, a cui è stata riconosciuta una vocazione nazionale da un’importante pronuncia di legittimità (Cass., sez. III, 7.6.11, n. 12408, Amatucci), utilizzate dall’ufficio giudiziario di Padova fin dal novembre 2009. Nessuna (altra) tabella legislativa è prevista per illeciti del genere di quello di cui di discute e la tabella dell’art. 139 C.d.A. non è applicabile al di fuori dei casi espressamente previsti.

La sentenza integrale

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DÌ PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice Unico Dott. Gianluca Bordon ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I° Grado iscritta al ruolo al n. 7442/2011 R.G., promossa da R. G. (c.f.: ***), difesa dall’avvocato domiciliatario CLAUDIO CALVELLO con studio in VIA PREVITALI, 30, ABANO TERME

attore

contro

CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. (c.f.: ***), difesa dall’avvocato domiciliatario ***, con studio in VIA *** PADOVA

convenuto

OGGETTO: Responsabilità ex artt. 2049 – 2051 – 2052 c.c.

CONCLUSIONI DELL’ATTORE: voglia l’Ecc.mo Tribunale adito, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione respinta: – accogliere la domanda attorea e, per l’effetto, nel merito: visto l’esito della prova testimoniale, nonché dell’espletata ctu, in ordine alla quale si aderisce, dichiarare la responsabilità della Casa di Cura di Abano Terme S.p.A., ex art. 2051 c.c. o, in subordine ex art. 2043 c.c. e conseguentemente condannare la stessa – in persona del legale rappresentante pro tempore – al pagamento a favore della Sig.ra G. R. della somma complessiva di € 19.832,25= (di cui € 16.970,25 a titolo di danno biologico permanente e temporaneo, € 566,00 per spese mediche, € 2.296,00 per spese peritali di Ctu e Ctp) o in quella diversa maggiore o minore somma che dovesse venire accertata in corso di causa e da determinarsi, all’occorrenza, in via equitativa ex art. 1226 c.c., oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi. – con vittoria di spese e competenze di lite da distrarsi a norma dell’art. 93 c.p.c. a favore dell’Avv. Claudio Calvello quale procuratore antistatario nonché con sentenza munita della clausola di provvisoria esecuzione.

CONCLUSIONI DEL CONVENUTO: nel merito: rigettarsi le domande attrici siccome infondate in fatto ed in diritto e comunque perché non provate. In subordine: accertarsi e dichiararsi il prevalente concorso dell’attrice nella causazione dell’evento dannoso e liquidarsi i danni subiti dalla stessa secondo giustizia e in base alle effettive risultanze di causa. In via subordinata istruttoria: come da memorie ex art. 183 VI comma n. 2 e 3 c.p.c per quanto non già ammesso e/o espletato. In ogni caso: spese ed onorari di causa rifusi, compresi Iva, Cpa e rimborso forfettario spese generali.

MOTIVI DELLA DECISIONI

1. R. G. ha convenuto in giudizio Casa di Cura Abano Terme Polispecialistica e Termale s.p.a. per ottenere ex art. 2051 c.c. il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti in conseguenza di una caduta nel cortile della clinica, avvenuta alle ore 11,00 circa del 13 gennaio 2010. L’attrice ha allegato di essere inciampata all’interno del cortile “a causa di un insidioso dislivello presente sulla pavimentazione di mattonelle di porfido”. La casa di cura aveva omesso di provvedere ai lavori di manutenzione della pavimentazione, effettuati solo nelle immediate vicinanze del luogo della caduta. La documentazione fotografica a disposizione non rappresentava lo stato dei luoghi al momento del sinistro, risalendo al mese di luglio del 2011. All’epoca della caduta, sulla pavimentazione del cortile erano presenti profondi solchi di 2-3 centimetri tra una mattonella e l’altra.

2. Nel costituirsi in giudizio Casa di Cura Abano Terme Polispecialistica e Termale s.p.a., oltre a contestare la quantificazione dei danni, ha eccepito che la pavimentazione non presentava alterazioni tali da determinare un’insidia imprevedibile e invisibile. Non sussisteva la benché minima situazione di pericolo e la documentazione fotografica depositata dalla controparte non evidenziava dislivelli. I lavori di manutenzione della pavimentazione erano stati completati nel mese di novembre 2009, mentre una distinta area nelle vicinanze dell’ingresso, ove erano ancora in corso dei lavori, era adeguatamente transennata. In ogni caso, nella valutazione dei danni avrebbe dovuto tenersi conto del comportamento colposo della danneggiata.

3. Nel corso dell’istruttoria è stato escusso il teste oculare S. T., il responsabile dell’ufficio tecnico della Casa di Cura, N. C., e il responsabile della manutenzione e coordinamento del cantiere, M. C. È stato anche disposto un accertamento tecnico medico – legale affidato c.t.u. al dott. Stefano Faiferri (v. relazione 2 maggio 2013).

4. Il teste S. T. ha riferito che non conosceva l’attrice. Vedendola cadere, la soccorse, aiutandola a sedersi su una panchina. Nel cortile vi erano dei lavori che interessavano la pavimentazione: “la superficie del suolo era irregolare perché mancavano le fughe tra una mattonella e l’altra”. Non vide operai o materiale accatastato. La documentazione fotografica depositata dall’attrice non rappresenta lo stato dei luoghi al momento del fatto: “dalle fotografie risulta che le fughe sono state coperte nel punto in cui ho visto cadere l’attrice. Sono stata l’unica persona a intervenire per aiutare l’attrice. Il personale della causa di cura non ha visto la caduta. Non ricordo di aver visto transenne, cartelli o nastri di colore rosso e bianco. Non vi era proprio nulla” (v. verbale ud. 22 dicembre 2015). Gli ulteriori due testi escussi non assistettero alla caduta. N. C. ha riferito che i lavori di ripavimentazione del piazzale erano stati completati nel novembre 2009 e di non ricordare la presenza di dislivelli. M. C. ha sostenuto che sempre in quel periodo furono sistemate le “fughe”, con getti di cemento liquido tra le lastre di porfido. Nel gennaio 2010 vi erano ancora dei lavori in corso, ma non nelle immediate vicinanze della rampa.

5. Dall’accertamento medico-legale risulta che R. G. riportò la frattura del polso destro, con sofferenza del nervo mediano, produttiva di limitazioni funzionali e di sintomatologia parestesica sostenuta da un quadro di sindrome del tunnel carpale. La lesività è di origine traumatica e compatibile con la dinamica di accadimento dei fatti, documentata nell’immediatezza del fatto e appaiono rispettati tutti i criteri medico-legali per l’identificazione del nesso causale. Il quadro menomante concretizza un danno permanente, limitato al biologico, pari al 7%. Sulla scorta dei dati anamnestici e documentali, risulta esservi stato un periodo di danno biologico temporaneo parziale di 60 giorni al 75%, 30 giorni al 50%, 30 giorni al 25%. Il grado di sofferenza è da definirsi di media entità per i primi 60 giorni e di entità medio-lieve per i successivi 60 giorni, lieve nel cronico. Delle spese mediche documentate sono pertinenti e congrue le spese per accertamenti e trattamenti riabilitativi per la somma complessiva di euro 556,00.

6. L’art. 2051 c.c. prevede che ciascuno sia responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito. La norma non esige che la cosa in custodia sia suscettibile di produrre danni per sua natura, cioè per un suo intrinseco potere, in quanto, anche in relazione alle cose prive di un proprio “dinamismo”, sussiste il dovere di custodia e controllo. La Corte di Cassazione ha evidenziato che non ha rilievo agli effetti dell’art. 2051 c.c. la distinzione tra cose pericolose ed inerti, ben potendo anche queste ultime inserirsi in un complesso causale, produttivo di danno, in ordine al quale il legislatore ha inteso apprestare a favore del danneggiato una tutela rafforzata (cfr. Cass., sez. III, 5.12.08, n. 28811; Cass., sez. III 4.8.2005 n. 16373). Secondo il dominante orientamento giurisprudenziale la responsabilità per il danno cagionato da cose in custodia si fonda non su un comportamento o un’attività del custode, ma su una relazione (di custodia) intercorrente tra questi e la cosa dannosa. Ciò significa che solo il “fatto della cosa” è rilevante (e non il fatto dell’uomo) e che la responsabilità discende dal mero rapporto di custodia. L’unico limite è costituito dall’esistenza del caso fortuito, con la precisazione che detto limite non si identifica con l’assenza di colpa. Si tratta, quindi, di una responsabilità oggettiva. La diligenza del custode, se non è provato il fortuito, non è sufficiente per escludere la sua responsabilità (v. Cass., sez. III, 25.7.08, n. 20427). La responsabilità deriva non da un comportamento del responsabile, ma dalle modalità di causazione del danno. La rilevanza del fortuito attiene al profilo causale, in quanto suscettibile di una valutazione che consenta di ricondurre all’elemento esterno, anziché alla cosa che ne è fonte immediata, il danno concretamente verificatosi. Al danneggiato compete provare l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento lesivo, mentre il custode, per liberarsi dalla responsabilità, dovrà provare l’esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere quel nesso causale (v. Cass., sez. III, 30.10.08, n. 26051; Cass., sez. III, 11.1.05 n. 376), quale anche la condotta imprevista e imprevedibile della vittima (v. Cass., sez. III, 28.10.09, n. 22807) o di un terzo (v. Cass., sez. III, 7.10.08, n. 24755). Il fattore accertato potrebbe anche non essere sufficiente a interrompere il nesso di causalità, ma essere idoneo a giustificare un concorso di colpa ex art. 1227, I co. c.c. (v. Cass., sez. III, 8.5.08, n. 11227).

7. Il fatto storico è ricostruibile sulla base di un testimone della cui attendibilità non vi è motivo di dubitare, per l’assenza di legami con le parti in causa. Non altrettanto può affermarsi con riferimento ai testi introdotti dalla convenuta, per i ruoli ricoperti di responsabile dell’ufficio tecnico della clinica e di responsabile dei lavori di manutenzione. M. C. ha espressamente riconosciuto di aver controllato unitamente al D.L. nel novembre 2009 che i lavori fossero stati eseguiti a regola d’arte. Sarebbe stato suo compito rilevare eventuali irregolarità della pavimentazione e ha quindi tutto l’interesse a negare di non aver svolto diligentemente il proprio incarico. Non solo S. T. si presenta come persona più credibile per l’assenza d’interessi che potrebbero condizionare le sue risposte. Una delle fotografie depositate come documento 7 dall’attrice, rende abbastanza evidente che una particolare area del cortile sia stata interessata da quello che M. C. ha definito un getto di cemento liquido. Sembra esservi stato un intervento posticcio e temporalmente vicino allo scatto fotografico del luglio 2011, piuttosto che una rifinitura a regola d’arte risalente al novembre 2009. Alla domanda se lo stato dei luoghi sia stato modificato dopo il gennaio 2010, a dispetto delle dichiarazioni di N. C. e M. C., deve pertanto darsi risposta positiva. Lo afferma un teste soggettivamente credibile e la documentazione fotografica costituisce un valido riscontro alla sua deposizione.

8. È ravvisabile la responsabilità ex art. 2051 c.c. della struttura ospedaliera quale custode del bene perché la caduta appare ricollegabile a fessure o fughe fra i blocchi di porfido costituenti la pavimentazione del cortile. Che apprezzabili dislivelli dovessero essere livellati è facilmente comprensibile, considerando la specifica destinazione dell’immobile e l’utenza – anche non più giovane – che poteva frequentarlo. È vero che la documentazione depositata non evidenzia particolari fessure, ma a) due delle fotografie depositate come doc. 7 consentano di notare del materiale di colore chiaro – cemento liquido secondo M. C. – collocato fra i diversi blocchi di porfido; b) S. T. ha collocato la caduta in corrispondenza proprio di quel materiale; c) il teste ha precisato che lo stato dei luoghi è stato modificato rispetto al giorno dell’infortunio. L’art. 1227, I co. c.c. stabilisce che se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate. L’onere della prova è però a carico del debitore – danneggiante (cfr. Cass., sez. III, 31.10.14, n. 23148) e sul punto (v. comparsa di costituzione e risposta, fg. 4-6) nulla è stato tempestivamente allegato.

9. Le conclusioni dell’accertamento medico legale, congruamente motivate e immuni da vizi logici, non sono state poste in discussione da osservazioni dei consulenti nominati dalla parti (v. relazione 2.5.13, fg. 8) Ai fini della quantificazione del danno non patrimoniale, si applicano le Tabelle del Tribunale di Milano 2014, a cui è stata riconosciuta una vocazione nazionale da un’importante pronuncia di legittimità (Cass., sez. III, 7.6.11, n. 12408, Amatucci), utilizzate dall’ufficio giudiziario di Padova fin dal novembre 2009. Nessuna tabella legislativa è prevista per illeciti del genere di quello di cui di discute e la tabella dell’art. 139 C.d.A. non è applicabile al di fuori dei casi espressamente previsti. È noto che le Tabelle del Tribunale di Milano sono state elaborate proprio in considerazione dei principi espressi dalle sentenze delle sezioni unite del novembre 2008 (Cass., s.u., 11.11.08, 26972, 26973, 26974 e 26975). Esprimono valori medi standardizzati, e non minimi, rapportati alla gravità delle conseguenze dannose. Nessuna personalizzazione viene attuata per le considerazioni svolte dal consulente dott. Stefano Faiferri sul grado di sofferenza medio, medio-lieve e lieve nel cronico derivante dalle lesioni e per l’assenza di altre particolari allegazioni meritevoli di valorizzazione. Sulla base della consulenza tecnica d’ufficio, considerando che Rosanna Garofolin aveva all’epoca del sinistro 71 anni, il danno da invalidità permanente è stimabile in euro 9.968,00 e quello da invalidità temporanea in euro 6.480,00 (euro 4.320,00 + euro 1.440,00 + euro 720,00), per complessivi euro 16.448,00.

10. A titolo di danno patrimoniale sono valorizzabili le spese considerate necessarie o utili dal consulente medico legale, inerendo ad “accertamenti e trattamenti riabilitativi” e valutazioni medico legali antecedenti alla presente causa, pari complessivamente a euro 516,00. Prese in esame le osservazioni della difesa di parte convenuta, si esclude unicamente il rimborso del “certificato per assicurazione”, non essendo stata spiegata la pertinenza e utilità di tale esborso. Tra le spese rimborsabili, viene invece ricompresa anche quella relativa all’accertamento medico, costituendo tale accertamento una conseguenza normale e regolare del fatto illecito. Le spese sono rivalutabili secondo l’indice FOI dell’istat in euro 540,00.

11. il danno patrimoniale e non patrimoniale complessivo è quantificabile in moneta attuale in euro 16.998,00. Al creditore di un’obbligazione di valore spetta poi il risarcimento del danno ulteriore causato dal ritardato adempimento. Il principio per cui gli interessi possono essere attribuiti solo su domanda vale per le obbligazioni pecuniarie in senso stretto (Cass., sez. I, 17.5.05, n. 10354). La base del calcolo è costituita non dal credito in moneta attuale (v. Cass., s.u., 17.12.95, n. 1712), ma dal “coacervo” del credito originario via via rivalutato con periodicità annuale (alla data convenzionale del 31 dicembre di ciascun anno). Non è infatti consentito calcolare gli interessi sulle somme integralmente rivalutate dalla data del fatto illecito perché ciò comporterebbe una duplicazione delle voci risarcitorie. Al momento del deposito della sentenza l’obbligazione di valore si trasforma in obbligazione di valuta e produce altresì interessi legali fino al pagamento. L’indice da prendere in considerazione ai fini della rivalutazione è quello del costo della vita utilizzato dall’istat (indice FOI).

12. Le spese di c.t.u. e legali seguono la soccombenza di parte convenuta. Le spese legali vengono calcolate sulla base del D.M. 55/14. Si applicano i valori medi dello scaglione di riferimento. Non vi sono i presupposti per l’aumento del compenso ex art. 4, V co. D.M. 55/14, attesa la discrasia esistente fra le diverse deposizioni acquisite. L’avvocato Claudio Calvello ha chiesto in sede di precisazione delle conclusioni la distrazione delle spese in proprio favore. Alle spese legali vanno aggiunte quelle della difesa tecnica all’interno del processo, documentate dalla fattura 93/13 (doc. 11 att.) del dott. Francesco Munari.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunziando, rigettata ogni diversa domanda, istanza ed eccezione, così provvede:

a) condanna CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. al pagamento in favore di R. G. della somma di euro 16.998,00, oltre agli interessi al tasso legale dalla sentenza al saldo e agli interessi sulla predetta somma come devalutata al 13 gennaio 2010 e poi rivalutata di anno in anno sino alla sentenza;

b) pone le spese della c.t.u. medico-legale in via definitiva a carico di CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A.;

c) condanna CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. alla rifusione all’attrice delle spese di lite, liquidate nella somma di euro 5.049,00, di cui euro 214,00 per esborsi e il resto per compenso, oltre spese generali (15%), i.v.a., c.p.a. nonché euro 726,00 per rimborso spese del c.t.p.. Dispone la distrazione delle spese legali in favore dell’avvocato Claudio Calvello.

Padova, 13 maggio 2015

Il Giudice

dott. Gianluca Bordon

Lesioni lievi e riscontro strumentale: i tribunali smontano la tesi delle assicurazioni

Lesioni lievi e riscontro strumentale: i tribunali smontano la tesi delle assicurazioni

(Di Antonio Benevento)

La L. 27/12 ha posto dei limiti al risarcimento dei danni lievi e le compagnie hanno chiuso in fretta i rubinetti. Presto dovranno riaprirli

Da qualche mese un nuovo indirizzo giurisprudenziale, molto ben circostanziato e attento alla dottrina più autorevole, ha chiarito quale sia l’unica interpretazione possibile delle norme introdotte dal Governo Monti sull’accertamento dei danni lievi da incidente stradale. L’art. 32, commi 3ter e 3quater, della L. 27/12 ha infatti introdotto un meccanismo di filtro, per cui i danni fisici lievi da circolazione stradale possono essere risarciti solo se c’è un “accertamento clinico strumentale obiettivo” (vale solo per l’invalidità permanente), oppure un riscontro “visivo o strumentale” (vale per tutti i tipi di lesione). L’introduzione di queste nuove norme ha prodotto un taglio netto dei risarcimenti dei danni lievi, soprattutto quelli conseguenti al trauma minore del collo (colpo di frusta). La tesi delle compagnie è divenuta subito quella che “senza riscontro strumentale non si paga”. Così da lasciare senza risarcimento, per esempio, il danno da frattura dì una donna incinta, in quanto non provato da lastre (pericolose per il feto). Una simile interpretazione porta evidentemente ad assurdi risultati, tanto che fin da subito si sono affermate altre chiavi interpretative delle norme, che permettono di superare l’empasse che si crea se si pretende che per risarcire i danni lievi da incidente stradale ricorrano tutti i requisiti chiesti dalla norma (accertamento clinico-strumentale-obiettivo). Negli ultimi mesi alcune pronunce di merito di una maggiore autorevolezza, ovvero di Tribunali e non di Giudici di Pace, hanno chiarito quale sia l’unica interpretazione costituzionalmente legittima dei commi 3ter e 3quater dell’art. 32 della L. 27/12. Si tratta delle sentenze del Tribunale di Bologna, G.U. Dr.ssa Neri, n. 192/15, del Tribunale di Padova, in sede di appello, G.U. Dr. Bordon, n. 3371/2014 e del Tribunale di Trento, in sede di appello, G.U. Dr.ssa Alinari, n. 247/15.

I DUE COMMI VANNO RIUNITI IN UN UNICO PRINCIPIO – La prima tesi propugnata dalle Assicurazioni e dai loro uffici liquidativi e legali che salta, è che i due commi citati della L. 27/12 (art. 32, commi 3ter e 3quater) abbiano funzioni diverse. In particolare nel mirino delle compagnie c’è sempre stato il comma 3quater, che indicando il doppio requisito del riscontro visivo o (oppure) strumentale, rende vano il tentativo di condizionare al secondo la risarcibilità. Per questo le compagnie avevano sostenuto che il comma 3quater fosse da applicare alla sola inabilità temporanea, dovendosi per l’invalidità permanente preferire il 3ter che invece imporrebbe il triplice requisito clinico­-obiettivo-strumentale. Il Giudice del Tribunale di Bologna infatti afferma che “nelle due norme il legislatore ha usato dei sinonimi o delle perifrasi per indicare il medesimo concetto … non avrebbe avuto alcun senso stabilire una disciplina diversa per l’invalidità temporanea e quella permanente”. Gli fa eco il Giudice del Tribunale di Padova, che afferma similmente che “a dispetto del diverso tenore letterale, le due norme sono sostanzialmente sovrapponibili, perché usano perifrasi per esprimere gli stessi concetti, e hanno la finalità di individuare un criterio ermeneutico da utilizzare ai fini del riscontro dell’esistenza delle lesioni.”

IL RISCONTRO NON DEVE PER FORZA ESSERE STRUMENTALE – La sovrapposizione dei due commi permette di utilizzare tutti i termini ivi contenuti, quindi il riscontro della lesione avverrà in base a un complesso accertamento medico che sia clinico, oppure strumentale, oppure obiettivo, oppure visivo. Il Giudice padovano infatti precisa che ci sono lesioni che possono solo essere accertate strumentalmente, ma anche lesioni che non appaiono strumentalmente ma appaiono ricorrendo alla “clinica”, che per il Giudice è “quella parte della scienza medica che studia le manifestazioni morbose delle malattie mediante l’osservazione diretta dei singoli pazienti”. Così come l’accertamento potrà avvenire “visivamente”, ovvero mediante visita medica, non potendo escludere dal novero dei mezzi di accertamento medici “l’ispezione, la palpazione, la percussione, l’auscultazione ed ogni altra attività che costituisce il bagaglio della semeiotica”. Sulla stessa linea si era espresso il Giudice felsineo, che aveva infatti scritto nella sua sentenza che: “il medico-legale dovrà accertare l’esistenza della lesione con le modalità prescritte nei tre aggettivi (comma 3ter) o con i due avverbi (comma 3quater).” In base a questa interpretazione, l’unica che non ponga in contrasto la normativa e la scienza medica, non è affatto necessario che vi sia il riscontro strumentale affinché possa essere risarcita una lesione lieve da incidente stradale. Il medesimo orientamento è stato condiviso recentissimamente anche dal Tribunale di Trento, che ha respinto un appello incidentale di una compagnia che pretendeva di non pagare un colpo di frusta per la mancanza di riscontro clinico-obiettivo-strumentale: “la rettilineizzazione del rachide cervicale … documenta e testimonia che l’appellante ha riportato il trauma distorsivo del rachide cervico-dorsale, lesione quest’ultima riscontrata dall’accertamento obiettivo espletato dallo stesso C.T.U. “Ma vi è di più. L’interpretazione data dal comparto assicurativo viola, secondo i citati Tribunali, anche la Costituzione, con riferimento alla tutela del diritto alla salute (art. 32).

L’OBBLIGO DI RISCONTRO STRUMENTALE E IL DIRITTO ALLA SALUTE – Come abbiamo visto, se non si considerano i criteri dei commi 3ter e 3quater dell’art. 32, L. 27/12, come un unico criterio “modellabile” a seconda del tipo di lesione, si finisce per dare alle lesioni un valore diverso da quello che viene loro attribuito dalla scienza medica. Ci sono infatti lesioni che sono accertabili solo strumentalmente, ma anche lesioni che sono accertabili solo con approccio clinico, o visivo, tramite visita medica, perché strumentalmente non risultano. Il Giudice di Padova fa alcuni esempi di lesioni suscettibili di diverso accertamento, e ci avverte che se non si utilizza il criterio di accertamento nel senso di poter utilizzare i diversi medici permessi dalla scienza medica, si crea un vuoto di tutela anticostituzionale: “un trauma cranico con microlesione encefalica che dà luogo ad un focolaio epilettogeno, produce sintomatologia di tipo temporale, non crisi generalizzate, che nessuno vede e solo il paziente riferisce. In questo caso la patologia non è dimostrabile né clinicamente, né all’esame obiettivo: è solo dimostrabile strumentalmente attraverso un’alterazione dell’EEG. I disturbi psicoreattivi non sono dimostrabili strumentalmente, ma S ricorrendo alla clinica. Analogamente le lesioni sensoriali trovano di regola esclusivo riscontro clinico e, ben difficilmente, tranne indagini estremamente complesse, possono avere un riscontro strumentale. Un’interpretazione letterale della norma porterebbe dunque ad escludere il risarcimento di alcuni danni biologici, nonostante la scienza medica e la corretta applicazione metodologica valutativa medico legale non abbiano dubbi circa la loro esistenza”. E tale “introduzione di un vuoto di tutela nel risarcimento del danno alla salute comporterebbe seri problemi di compatibilità con il diritto fondamentale tutelato dall’art. 32 Cast.”. Allo stesso modo il Tribunale di Bologna aveva osservato che la tesi perorata dalle compagnie “risulterebbe contraria a/Ilari. 32 della Costituzione, in quanto stabilirebbe la non antigiuridicità, e dunque la non risarcibilità, delle lesioni al diritto alla salute che non fossero strumentalmente accertabili. “.

IL GOVERNO STA CON LE LOBBY, I TRIBUNALI CON LA GIUSTIZIA – Queste sentenze intervengono a dare rango giurisprudenziale a tesi in realtà già da tempo pubblicate da attenta dottrina e da qualche illuminato Giudice di Pace. Viene in tal modo sbarrata la strada al tentativo dì operare un sostanziale taglio alla cieca ai risarcimenti per le lesioni lievi, che in diversi casi non sono documentabili strumentalmente, ma nondimeno possono essere verificate da un attento esame medico legale. Ma mentre la giurisprudenza di merito più accorta afferma tali principi, il governo Renzi vara una riforma che va in direzione diametralmente opposta: nel DDL concorrenza infatti, viene abrogata la norma di cui al comma 3quater dell’art. 32 L. 27/12, invisa all’ANIA perché contiene quel doppio criterio “visivamente o strumentalmente”, che vanifica le ambizioni economiche delle compagnie. Poco importa, anche entrasse in vigore quest’ennesima “riforma regalo”, l’interpretazione indicata dai Tribunali di Bologna e di Padova, che certamente farà scuola, non permetterebbe lo stesso di utilizzare la teoria della necessità del riscontro strumentale, tanto cara alle compagnie quanto ingiusta verso i danneggiati.