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Tribunale di Padova, comportamento processuale manifestamente scorretto: è lite temeraria

Tribunale di Padova, Sezione Reclami – Dott.ssa Lanteri (Presidente), Dott. Bertola (Giudice Relatore), Dott.ssa Rigon (Giudice) – Ordinanza del 10.01.2014

Si segnala la presente ordinanza per le considerazioni che il Tribunale svolge in ordine:

1) al comportamento processuale tenuto dalla parte,

2) ai presupposti sottesi all’applicazione della sanzione processuale per responsabilità aggravata,

3) alla quantificazione della sanzione stessa.

IL CASO: Il Tribunale di Padova ha sanzionato pesantemente (col triplo delle spese di lite liquidate ai sensi del DM 140/2012) il comportamento dell’avvocato che violando manifestamente il canone deontologico che impone l’obbligo di verità, aveva omesso di riferire che in passato aveva già chiesto ulteriori provvedimenti di urgenza, (compreso questo sei), aventi ad oggetto le medesime problematiche (problematiche relative alle insegne di un centro commerciale) e che tutte le precedenti istanze erano state oggetto di rigetto tanto in sede di primo grado che di gravame.

n. 12381/2013 R.G.A.C.

TRIBUNALE DI PADOVA

Sezione Reclami Civile

Il Tribunale in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Enza Lanteri                                                                   Presidente

dott. Giorgio Bertola                                                               Giudice Relatore

dott. Silvia Rigon                                                                    Giudice

all’esito dell’udienza del 10/01/2014 nel procedimento per reclamo iscritto al n. R.G. 12381/2013 promosso da:

…S.r.l. …… con il patrocinio dell’Avv. ……..

                                                                                                                                    RECLAMANTE

contro

…..S.p.A. con il patrocinio dell’Avv. ….., dell’Avv. ….., dell’Avv. …., dell’Avv. …, elettivamente domiciliata in via ……, presso il difensore Avv. ….

                                                                                                                                      RECLAMATA

ha emesso la seguente

ORDINANZA

Sul reclamo presentato in data 04/12/2013 da … S.r.l. avverso l’ordinanza di rigetto di provvedimento d’urgenza ex art. 700 c.p.c. del 15/11/2013 e comunicata in data 19/11/2013;

A scioglimento della riserva assunta all’udienza del 10/01/2014, il Collegio osserva:

…..S.r.l. ha reclamato il provvedimento di rigetto del richiesto provvedimento di sequestro conservativo emesso dal Tribunale di Padova in data 21/09/2013 deducendo, in ordine al disconosciuto periculum in mora del provvedimento di prime cure, che il periculum è sussistente a fronte dell’aggravamento delle condizioni di ammaloramento dei luoghi con evidente rischio di crollo delle insegne abusive sul fumus ha ribadito di essere proprietaria esclusiva del lastrico solare contrariamente da quanto argomentato dal Giudice di primo grado e come riprovato dai docc. 4 e 5 allegati al doc. 3.

Si è costituita la reclamata chiedendo il rigetto del reclamo.

Il reclamo è manifestamente infondato e va rigettato.

Va ribadito, così come già osservato dal Giudice di primo grado, che dai docc. 4 e 5 non emerge alcun elemento da cui possa desumersi la prova della proprietà esclusiva del lastrico solare e soprattutto va evidenziato, come correttamente evidenziato dalla reclamata, che il doc. 4 è in realtà composto da due documenti differenti e distinti e formati in epoche differenti come rileva la semplice lettura del documento in questione.

In relazione al supposto pericolo va rilevato che la realizzazione delle insegne di cui si chiede la rimozione si protrae in realtà da oltre 6 anni e soprattutto le foto prodotte evidenziano ictu oculi come gli aggravati ammaloramenti siano in realtà insussistenti o perlomeno non si pongano in alcun rapporto di causalità con la presenza delle insegne visto che le fessurazioni sono collocate su di un pavimento, e non su di un soffitto, e sulla facciata esterna.

Nessuna fessurazione viene evidenziata sul lastrico solare dove sono installate le insegne oggetto di controversia.

Manca pertanto alcuna anche ipotetica sussistenza di fumus e periculum.

In ordine al comportamento processuale della parte va peraltro evidenziato che, violando manifestamente il canone deontologico che impone l’obbligo di verità all’avvocato, il patrocinio di parte reclamante ha omesso di riferire che in passato ha chiesto ulteriori provvedimenti di urgenza, compreso questo sei, avente ad oggetto la problematica relativa alle insegne del centro commerciale ed ha omesso di fare alcun riferimento al fatto che, ad oggi, tutte le precedenti istanze sono state oggetto di rigetto tanto in sede di primo grado che di gravame.

In particolare va rilevato che uno di tali provvedimenti di rigetto è stato adottato anche dalla dott.ssa Rigon, componente del Collegio, allorquando era in servizio presso la sezione distaccata di Este.    

Tale condotta è intollerabile e merita di essere opportunamente sanzionata ex art. 96 c.p.c..

In punto di applicabilità della sanzione processuale per responsabilità aggravata va osservato che, tale comportamento, può essere sanzionato non solo su richiesta di parte, ma anche d’ufficio ex art. 96 c. 3 c.p.c., così come modificato dalla L. 69/09, in considerazione del fatto che con tale riforma il legislatore ha introdotto una forma di “punitive damages” in considerazione del danno, arrecato al sistema giudiziario che, inteso nella sua complessità, è già gravato da milioni di procedimenti pendenti per cui, l’aggravamento del carico complessivo con procedimenti introdotti per finalità strumentali e dilatorie, è un comportamento abusivo che merita di essere adeguatamente sanzionato con il pagamento di una somma equitativamente individuata.

Tale risarcimento tende a ristorare, sia il danno arrecato alla parte ingiustamente e reiteratamente coinvolta nel presente procedimento, sia il danno arrecato al sistema giudiziario nel suo complesso per l’aggravio di cause che, tutte insieme, concorrono a formare un numero di procedimenti che ormai da tempo superano quanto si possa esigere in termini di produttività da un singolo Giudice così che normalmente lo stesso sia impossibilitato a definire la totalità dei procedimenti gravanti sul suo ruolo entro i termini che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ritiene equi, ovvero tre anni dalla data di iscrizione a ruolo per un procedimento di primo grado così come recepito dal nostro ordinamento con la legge 89/2001 cd. Legge Pinto in applicazione dell’art. 6 C.E.D.U., così da esporre, in ultima istanza, lo Stato Italiano a continue sanzioni pecuniarie per la durata irragionevole dei suoi procedimenti giudiziari.  

Tutto ciò considerato sanzione equa, anche alla luce del principio di diritto espresso dal Cass. Sez. 6-2, Ordinanza n. 21570 del 30/11/2012, appare essere quella pari al triplo delle spese di lite liquidate ai sensi del DM 140/2012 per lo scaglione di valore tra euro 25.001 ed euro 50.000.

Le spese della presente fase seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo ai sensi del D.M. 140/2012 pubblicato nella G.U. del 22/08/2012 applicabile a questo procedimento giusto il disposto della norma transitoria contenuta nell’art. 41 del suddetto regolamento, così come di recente stabilito anche da Cass. SSUU n. 17406/2012 del 25/09/2012, evidenziando in particolare che nella presente causa non si rinvengono specifici elementi di personalizzazione che giustifichino il discostarsi dai valori medi relativamente alle fasi introduttiva e decisoria nello scaglione di valore da 25.001 a 50.000 senza l’aumento del 20% per il procedimento di secondo grado a fronte della speditezza e semplicità delle questioni giuridiche sottese al reclamo.

P.Q.M.

1) Rigetta il reclamo perché infondato e per l’effetto conferma integralmente il provvedimento impugnato;

2) Condanna … S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, rifondere a … S.p.A.,in persona del legale rappresentante pro tempore, le spese legali del presente procedimento che si liquidano in € 3.300,00 per compenso, oltre I.V.A. e C.N.P.A.;

3) Condanna … S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, a corrispondere a ..S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, la capital somma di € 9.900,00 ex art. 96 comma 3 c.p.c.;

4) Letto l’art. 13 comma 1 quater DPR 115/2002, così come modificato dall’art. 1 comma 17 L. n. 228/2012, il Collegio dà atto che, a fronte del rigetto integrale dell’impugnazione, sussistono le condizioni perché …S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, sia tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione a norma del comma 1- bis dell’art. 13 D.P.R. 115/2002;

Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di competenza e per la comunicazione della presente ordinanza alle parti.

Padova li10 gennaio 2014

 Il Giudice Relatore                                                                                                Il Presidente

dott. Giorgio Bertola                                                                            dott.ssa Vincenza Lanteri

Tribunale di Padova, opposizione manifestamente infondata: è lite temeraria

Tribunale di Padova, Sezione II, Giudice Dott. Giorgio Bertola, Sentenza del 09.05.2014

Si segnala la presente sentenza per le considerazioni che il Giudice Bertola svolge in ordine:

1) al comportamento processuale tenuto dalla parte,

2) alla ratio sottesa all’applicabilità della sanzione processuale per responsabilità aggravata,

3) alla quantificazione della sanzione stessa.

 

IL PUNTO SALIENTE DELLA SENTENZA:

“Sul comportamento processuale dell’attrice valgano le seguenti considerazioni: essa hanno agito in giudizio pur consapevole di essere priva di qualsiasi prova delle sue asserzioni, ed un tanto si evince proprio dal fatto che le uniche doglianze che la parte ritiene di introdurre nel procedimento con il suo atto di opposizione, sono relative ad eccezioni processuali manifestamente infondate. Nessuna istanza di prova introduce a sostegno delle sue asserzioni ed arriva addirittura a spiegare domanda ri convenzionale per presunti danni che non si perita neppure di allegare. […] Tale condotta processuale merita di essere opportunamente sanzionata ex art. 96 c.p.c. così come ritualmente richiesto dalla convenuta/opposta in sede di precisazione delle conclusioni. […] Tale condanna serve anche a sanzionare il comportamento abusivo della parte in considerazione del danno, arrecato al sistema giudiziario che, inteso nella sua complessità, è già gravato da milioni di procedimenti pendenti per cui, l’aggravamento del carico complessivo con procedimenti introdotti per finalità strumentali e dilatorie, è un comportamento abusivo che merita di essere adeguatamente sanzionato con il pagamento di una somma equitativamente individuata. […] Tutto ciò considerato sanzione equa, anche alla luce del principio di diritto espresso dal Cass. Sez. 6-2, Ordinanza n. 21570 del 30/11/2012, appare essere quella pari al triplo delle spese di lite liquidate ai sensi del D.M. n. 55 del 2014 per lo scaglione di valore tra Euro 5.200,01 ed Euro 26.000,00.”

LA SENTENZA INTEGRALE:

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Giudice del Tribunale di Padova, Seconda Sezione civile, dott. Giorgio Bertola, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di primo grado iscritta al n. 80080458/2008 del R.A.C.C. in data 15/07/2008, iniziata con atto di citazione notificato in data 07/07/2008

da

– CANTIERE NAUTICO ********* (P.I. (…)), in persona del legale rappresentante pro tempore, con il patrocinio degli avv. P. A. e M. E., elettivamente domiciliato in VIA ***********, presso il difensore avv. P. A.,

attrice / opponente

contro

– ***** S.R.L. (P.I. (…)), in persona del legale rappresentante pro tempore, con il patrocinio dell’avv. L. M. e B. C. M. elettivamente domiciliato in *********** presso lo studio dell’avv. L. M.,

convenuta / opposta

avente per oggetto: Altri contratti d’opera,

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Si dà atto che la presente sentenza viene redatta in forma abbreviata a norma dell’art. 132, n. 4 c.p.c., come sostituito dall’art. 45 c. 17 della L. n. 69 del 2009 e 118 disp. att. c.p.c..

Il Cantiere **** si è opposta al decreto ingiuntivo ottenuto da **** a fronte del mancato pagamento della fattura dimessa nella fase monitoria.

Eccepiva in via preliminare l’incompetenza territoriale del Giudice adito per essere competente il Giudice del Foro di Padova e comunque per essere applicabile il D.Lgs. n. 206 del 2005, nel merito contestava che la convenuta non avesse adempiuto alla propria obbligazione per aver omesso di trasmettere il Manuale del proprietario dell’imbarcazione così come commissionato sicché il mancato pagamento del saldo sarebbe stato giustificato.

Si è costituita la convenuta chiedendo il rigetto dell’opposizione.

La causa è stata istruita mediante prova orale.

Va preliminarmente rilevato un evidente ed innocuo lapsus calami laddove l’attrice/opponente, nelle sue conclusioni, ha chiesto la condanna dell’opponente alla sanzione ex art. 96 c.p.c. perché evidentemente la richiesta era rivolta nei confronti dell’opposta e non all’opponente cioè a sé stessa.

In merito all’eccezione di incompetenza territoriale essa è manifestamente infondata, da un lato perché l’attrice non è “consumatore” visto che agisce per un rapporto obbligatorio finalizzato alla propria attività professionale sicché appare improprio il richiamo al D.Lgs. n. 206 del 2005, dall’altro perché il combinato di sposto dell’art. 20 c.p.c. e 1182 c.c. consentono il radicamento del ricorso monitorio avanti alla sezione distaccata di Cittadella visto che entrambe le parti concordano sulla non applicabilità della clausola che individua un foro esclusivo per mancata esplicita sottoscrizione della relativa clausola.

Nel merito l’opposizione è manifestamente infondata e va rigettata.

In relazione alla eccepita tardività nell’esecuzione della prestazione da parte della società convenuta che avrebbe sforato il termine di giorni 60 contrattualmente concordato, va osservato che la clausola individuava espressamente come non essenziale il termine pattuito visto che il rispetto di quel termine era legato alla compatibilità con l’avanzamento dei lavori dell’unità (punto “6. Tempi di esecuzione” dell’offerta 33/2005 doc. 2 monitorio) sicché non può intendersi che le parti abbiano inteso attribuire a quel termine alcuna rilevanza di essenzialità, in caso contrario il contratto avrebbe potuto essere risolto ben prima del deposito del ricorso monitorio laddove invece l’attrice/opponente ha manifestato l’interesse all’adempimento ben oltre il termine contrattualmente pattuito così dimostrando che ella stessa non considerava quel termine essenziale.

Nel merito l’istruttoria, sui soli capitoli di prova dimessi da parte convenuta/opposta visto che l’attrice non ha dimesso alcuna istanza istruttoria orale, ha confermato, come già dedotto in comparsa di costituzione dalla convenuta/opposta, che per poter redigere il manuale richiesto dall’attrice fosse necessaria la trasmissione dello schema elettrico e che tale trasmissione fosse stata sollecitata più volte e che la consegna dello schema elettrico sia avvenuta solamente a settembre 2006 mentre il sollecito dell’invio del manuale sia avvenuto solo a gennaio 2008 per il tramite del procuratore di parte attrice (teste C. escusso all’udienza del 25/01/2011).

Che il manuale sia stato inviato è provato documentalmente con il doc. 4 anche se si deve dedurre che tale documento non fosse essenziale, oppure fosse sufficiente la bozza a cui ha fatto riferimento la convenuta/opposta nei suoi scritti difensivi al fine di ottenere il certificato CE visto che quel certificato porta la data del 8/8/06 mentre il teste ed i documenti provano che lo schema elettrico non sia stato inviato prima del settembre 2006 ed il manuale fosse pronto per novembre 2006.

Delle due l’una quindi o nel certificato sono sbagliate le date o il manuale non era necessariamente prodromico alla certificazione ed era sufficiente l’invio di una bozza parziale.

Sul punto peraltro l’attrice è “mancata” sia durante la fase istruttoria che nella fase delle memorie istruttorie dove non ha minimamente affrontato tale problematica, per esempio contestando che il sig. M. avesse ricevuto quella mail e che è stata prodotta in atti e così non contestandone l’invio e la ricezione, evento che prova l’esatto adempimento delle obbligazioni di parte convenuta, riproponendola tardivamente solo nelle conclusionali.

La deposizione del teste di parte convenuta, pienamente credibile e attendibile avendo direttamente partecipato alle operazioni, peraltro unica istanza istruttoria orale dimessa nel presente procedimento, conferma la finalità esclusivamente dilatoria dell’opposizione, visto che l’attrice non ha nemmeno tentato di provare il danno di cui ha chiesto il ristoro in via riconvenzionale.

In relazione al ristoro delle spese di trasferimento che parte convenuta ha addebitato all’attrice, va osservato che da una semplice lettura dell’offerta 33/2005 se ne ricava che le stesse non erano comprese nel prezzo dell’offerta e che il rimborso fosse concordato in ragione di Euro 0,45 al chilometro calcolato da Cittadella oltre ai pedaggi e alle spese di segreteria.

La convenuta ha documentato tali spese con le produzioni documentali sicché il loro ristoro appare pienamente legittimo.

Sul comportamento processuale dell’attrice valgano le seguenti considerazioni: essa hanno agito in giudizio pur consapevole di essere priva di qualsiasi prova delle sue asserzioni, ed un tanto si evince proprio dal fatto che le uniche doglianze che la parte ritiene di introdurre nel procedimento con il suo atto di opposizione, sono relative ad eccezioni processuali manifestamente infondate.

Nessuna istanza di prova introduce a sostegno delle sue asserzioni ed arriva addirittura a spiegare domanda ri convenzionale per presunti danni che non si perita neppure di allegare.

In punto processuale va censurato pure lo scorretto tentativo di procrastinare l’assunzione del teste regolarmente citato da contro parte, unica parte che abbia formulato istanze istruttorie orali, mediante il deposito di un atto di rinuncia al mandato solo all’udienza fissata per l’assunzione delle prove orali, mandato poi prontamente riassunto al termine della fase istruttoria così evidenziando che la rinuncia al mandato fosse solo un tentativo di differire l’udienza di assunzione testi.

Tale condotta processuale merita di essere opportunamente sanzionata ex art. 96 c.p.c. così come ritualmente richiesto dalla convenuta/opposta in sede di precisazione delle conclusioni.

In punto di applicabilità della sanzione processuale per responsabilità aggravata va osservato che, tale comportamento, può essere sanzionato anche qualora tale domanda venga spiegata per la prima volta in sede di precisazione delle conclusioni come statuito anche da Cass. Sez. 1 n. 22957/12 del 13/12/2012 secondo cui “La domanda di risarcimento dei danni per responsabilità aggravata per lite temeraria ex art. 96 c.p.c., comma 1, non attenendo al merito della controversia i cui termini restano immutati secondo la fissazione che deriva dagli atti iniziali) può essere formulata per la prima volta anche all’udienza di precisazione delle conclusioni, in quanto la parte istante sovente solo al termine dell’istruttoria è in grado di valutarne la fondatezza e di offrire al giudice gli elementi per la quantificazione del danno subito”.

Tale condanna serve anche a sanzionare il comportamento abusivo della parte in considerazione del danno, arrecato al sistema giudiziario che, inteso nella sua complessità, è già gravato da milioni di procedimenti pendenti per cui, l’aggravamento del carico complessivo con procedimenti introdotti per finalità strumentali e dilatorie, è un comportamento abusivo che merita di essere adeguatamente sanzionato con il pagamento di una somma equitativamente individuata.

Tale risarcimento tende a ristorare, sia il danno arrecato alla parte ingiustamente coinvolta nel presente procedimento protrattosi ben sei anni, sia il danno arrecato al sistema giudiziario nel suo complesso per l’aggravio di cause che, tutte insieme, concorrono a formare un numero di procedimenti che ormai da tempo superano quanto si possa esigere in termini di produttività da un singolo Giudice così che normalmente lo stesso sia impossibilitato a definire la totalità dei procedimenti gravanti sul suo ruolo entro i termini che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ritiene equi, ovvero tre anni dalla data di iscrizione a ruolo per un procedimento di primo grado così come recepito dal nostro ordinamento con la L. n. 89 del 2001 cd. Legge Pinto in applicazione dell’art. 6 C.E.D.U., così da esporre, in ultima istanza, lo Stato Italiano a continue sanzioni pecuniarie per la durata irragionevole dei suoi procedimenti giudiziari.

Tutto ciò considerato sanzione equa, anche alla luce del principio di diritto espresso dal Cass. Sez. 6-2, Ordinanza n. 21570 del 30/11/2012, appare essere quella pari al triplo delle spese di lite liquidate ai sensi del D.M. n. 55 del 2014 per lo scaglione di valore tra Euro 5.200,01 ed Euro 26.000,00.

Le spese del presente procedimento seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo ai sensi del D.M. n. 55 del 2014 pubblicato nella G.U. del 02/04/2014 applicabile a questo procedimento giusto il disposto della norma transitoria contenuta nell’art. 28 del suddetto regolamento, così come stabilito anche da Cass. SSUU n. 17406/2012 del 25/09/2012, evidenziando in particolare che nella presente causa non si rinvengono specifici elementi di personalizzazione che giustifichino il discostarsi dai valori medi.

P.Q.M.

Il Giudice, ogni diversa domanda ed eccezione reiette ed ogni ulteriore deduzione disattesa, definitivamente pronunciando,

1) Rigetta l’opposizione poiché manifestamente infondata e dilatoria e per l’effetto;

2) Dichiara definitivamente esecutivo il decreto ingiuntivo opposto;

3) Condanna Cantiere *********, in persona del legale rappresentante pro tempore, a rifondere a ******, in persona del legale rappresentante pro tempore, le spese legali del presente procedimento che si liquidano in Euro 3,90 per esborsi ed Euro 4.835,00 per compenso, oltre ad I.V.A., C.N.P.A. e rimborso delle spese forfettarie pari al 15% sul compenso ex D.M. n. 55 del 2014;

4) Condanna **********, in persona del legale rappresentante pro tempore, a corrispondere a *******, in persona del legale rappresentante pro tempore, la capital somma pari ad Euro 14.505,00 ex art. 96 comma 1 c.p.c.;

5) Visto l’art. 52 D.Lgs. n. 196 del 2003, dispone che, in caso di diffusione della presente sentenza in qualsiasi forma, per finalità di informazione giuridica, su riviste, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi degli interessati; Sentenza provvisoriamente esecutiva ex lege.

Così deciso in Padova, il 8 maggio 2014.

Depositata in Cancelleria il 9 maggio 2014.

Stategia processuale meramente dilatoria? E’ lite temeraria

Tribunale di Padova – Giudice Dott. Gianluca Bordon – Sentenza del 21.02.2013

UN ESEMPIO DI LITE TEMERARIA

Attraverso l’art. 96, comma 3, c.p.c., l’abuso del processo è rimesso alla valutazione discrezionale del Giudice che potrà d’ufficio, comminare un risarcimento a carico della parte “scorretta”. La responsabilità processuale aggravata di cui al terzo comma dell’art. 96 c.p.c., pur prescindendo dall’effettiva causazione di un danno a carico della parte risultata vittoriosa nel processo, richiede, in ogni caso, la sussistenza di un elemento soggettivo di colpevolezza in capo al soccombente il cui comportamento abbia travalicato la lealtà processuale a detrimento, quindi, della posizione della controparte che si vede vittima di ingiuste iniziative giudiziarie avversarie; e ciò quand’anche il comportamento della parte non sia informato a mala fede e/o colpa grave (come invece richiesto dal primo comma dell’art. 96). Non va trascurato il fatto che nessuna  richiesta giudiziale possa considerarsi abusiva a meno che non venga qualificata come infondata, essendo compito del giudice anche quello di accertare, nel merito, detta abusività (F. Toppetti, Il risarcimento del danno da lite temeraria”, Milano, 2014). Un esempio pratico di applicazione dell’ultimo comma dell’art. 96 c.p.c., è quello che segue.

IL CASO

La conduttrice – pur non essendo in grado di provare il pagamento nemmeno di una sola mensilità del canone – si è opposta alla convalida costringendo il locatore a un giudizio di merito con una strategia processuale meramente dilatoria; inoltre, dopo l’udienza di convalida la conduttrice si era resa irreperibile; non si era presentata alla mediazione e, pur avendo di fatto abbandonato l’immobile, non aveva nemmeno riconsegnato le chiavi consentendo al locatore di riacquistare la disponibilità dei locali.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

“L’art. 96 u.c. c.p.c. prevede che il giudice, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’art. 91 c.p.c., anche d’ufficio, possa condannare parte soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata ulteriore rispetto alla spese di lite. La disposizione consente di sanzionare la condotta, con cui si sia ostacolato il diritto della controparte attraverso strategie processuali inutilmente dilatorie. Nel contemperare il diritto di difesa con l’esigenza di assicurare una ragionevole durata dei processi, di evitare abusi e contenere i costi di una risorsa inevitabilmente scarsa (il processo), l’art. 96, III co. c.p.c. permette di sanzionare condotte improntate da colpa grave o mala fede, con la particolarità che si prescinde dalla prova di un danno a carico della parte vittoriosa e quindi rimanendo al di fuori della struttura tipica dell’illecito civile. “In ogni caso” significa che la condanna può essere emessa in presenza di mala fede, colpa grave, assenza di normale prudenza, e cioè di presupposti dei primi due commi dell’art. 96 c.p.c., non che sia sanzionabile la semplice soccombenza. Non si rimane più nell’ambito di una prospettiva meramente risarcitoria, ma ci si pone in una prospettiva sanzionatoria per scoraggiare l’abuso del diritto di difesa. Nel caso in esame la richiesta dell’attrice con la memoria integrativa di una pronuncia di condanna per lite temeraria va accolta perché la conduttrice – pur non essendo in grado di provare il pagamento nemmeno di una sola mensilità del canone – si è opposta alla convalida costringendo il locatore a un giudizio di merito con una strategia processuale meramente dilatoria.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Giudice dott. Gianluca Bordon, terminata la discussione orale, ha pronunziato, mediante lettura in udienza ex art. 429 c.p.c. del dispositivo e della esposizione delle ragioni di fatto di diritto della decisione, la presente

SENTENZA

nel proc. n. 6123/12 R.G. promosso da

S., rappresentato e difeso, come da mandato a margine dell’intimazione di sfratto e contestuale citazione per la convalida, dal domicil. avv. E., con studio in Padova, via (…)

Attore

contro

T., rappresentata e difesa, come da mandato a margine della memoria di costituzione, dal domicil. avv. M., con studio in Rovigo, viale (…)

Convenuto

Oggetto: risoluzione contratto di locazione.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con intimazione di sfratto per morosità e contestuale citazione per la convalida, C., premesso di aver concesso in locazione con contratto concluso e registrato il 16 dicembre 2010 un immobile sito in Padova, via (…), con destinazione a uso commerciale (negozio con servizio di riparazione e manutenzione di tappeti e arazzi antichi), ha intimato lo sfratto per morosità alla conduttrice F., lamentando che – a fronte di un canone mensile di Euro 700,00 – la controparte aveva versato unicamente un acconto di Euro 400,00 nel mese di aprile 2011. Il locatore si è lamentato anche del mancato versamento del deposito cauzionale e del fatto che controparte avesse adibito il negozio pure a propria privata dimora, così illecitamente mutando l’uso prestabilito.

2. F. ha resistito alle domande attoree eccependo:

– che il contratto 16 dicembre 2010 aveva una durata di anni due (anziché di anni sei), né era stato registrato per l’anno 2011/12 con sua conseguente nullità;

– di aver versato in contanti le mensilità dicembre 2010 – settembre 2011; che per il periodo successivo sino ad aprile 2012 erano stati ceduti “in permuta degli affitti vari tappeti” ed erano stati eseguiti “numerosi lavori di restauro” per l’importo complessivo di Euro 5.128,00 e che per la mensilità di maggio 2012 era stato altresì pagata la somma di Euro 500,00 a mezzo di assegno circolare.

3. Le domande attoree sono fondate e devono essere accolte.

3.1 La nullità della clausola contrattuale sulla durata non determina la nullità dell’intero contratto, ma la sua sostituzione con obbligo del locatore di rispettare la durata minima legale prevista dall’art. 27 L. 27.7.78, n. 392. L’eccezione di nullità è peraltro irrilevante perché il locatore non ha agito facendo valere la clausola nulla;

3.2 Con l’art. 1, comma 346 della L. 30.12.04, n. 311 (legge finanziaria 2005) il legislatore ha previsto la nullità dei contratti di locazione non registrati ancorché stipulati in forma scritta: “i contratti di locazione, o che comunque costituiscono diritti relativi di godimento, di unità immobiliari ovvero di porzioni, comunque stipulati, sono nulli se, ricorrendone i presupposti, non sono registrati”. Se è vero che un’azione volta ad ottenere la condanna al pagamento dei canoni non pagati in tanto può essere accolta, in quanto il contratto sia stato registrato, perché altrimenti il locatore resta privo di tutela giurisdizionale, la registrazione iniziale – come risulta dal timbro apposto in calce al documento – è avvenuta in data 16 dicembre 2010 presso l’Agenzia delle Entrate – Ufficio territoriale di Padova 1. L’art. 1 comma 346 citato, prevedendo un’eccezionale ipotesi di nullità collegata a violazioni di carattere tributario, non può essere applicato analogicamente a situazioni diverse da quelle espressamente regolate.

3.3 Con l’ordinanza 19 – 21 giugno 2012 è stato rilevato che:

– la lettera 5.4.11 richiamata nella memoria di costituzione per dimostrare il pagamento in contanti di Euro 300,00 non è presente nel fascicolo di parte;

– la lettera 1.2.12 del legale della convenuta non è idonea a provare il pagamento di Euro 400,00 a mezzo assegno circolare.

Deve aggiungersi che la conduttrice, pur avendo preannunciato l’introduzione di testi per dimostrare i pagamenti in contanti, non ha coltivato il giudizio dopo la trasformazione del rito e non ha formalizzato la relativa richiesta di prova. Dei contestati accordi menzionati nella memoria di costituzione relativi alla cessione di tappeti e a lavori di restauro eseguiti nell’interesse del locatore non è stata fornita alcuna prova.

4. Per le locazioni non abitative non trova applicazione l’art. 5 L. 27.7.78, n. 392, sicché non può ritenersi sussistente la gravità dell’inadempimento solo perché incida su una delle obbligazioni primarie scaturenti dal contratto, dovendosi accertare la gravità in concreto dell’inadempimento. Nulla impedisce che il mancato pagamento del canone possa, per il concorso di determinate circostanze, da apprezzarsi discrezionalmente, essere valutato ai sensi dell’art. 1455 c.c. come inadempimento di scarsa importanza, non sufficiente a provocare la risoluzione del rapporto. Il criterio legale dettato dall’art. 5 cit. può, peraltro, essere tenuto in considerazione come parametro di orientamento per valutare in concreto, a norma dell’art. 1455 c.c., se l’inadempimento del conduttore sia stato o non di scarsa importanza (cfr. Cass. sez. III, 12.2.02, n. 17738; Cass. sez. III, 4.2.00, n. 1234; Cass. Sez. III, 12.5.99, n. 4688 e Cass. s.u., 28.12.90, n. 12210). Nel caso di specie l’omesso pagamento integrale del canone per quasi tutta la durata del rapporto giustifica la domanda di risoluzione. Dichiarata la risoluzione del contratto, la conduttrice deve essere condannata al pagamento dei canoni e dell’indennità di occupazione dall’1.12.12 alla pronuncia della sentenza, previa detrazione dell’unico acconto corrisposto di Euro 400,00, nonché di un’indennità di occupazione mensile pari al canone sino all’effettivo integrale rilascio. Il credito del locatore nel febbraio 2013 è pari alla somma di Euro 18.500,00 (Euro 700,00 X 27 mesi – Euro 400,00).

5. Il locatore ha chiesto una condanna della controparte per lite temeraria allegando che dopo l’udienza di convalida la conduttrice si è resa irreperibile; non si è presentata alla mediazione e, pur avendo di fatto abbandonato l’immobile, non ha nemmeno riconsegnato le chiavi consentendogli di riacquistare la disponibilità dei locali. L’art. 96 u.c. c.p.c. prevede che il giudice, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’art. 91 c.p.c., anche d’ufficio, possa condannare parte soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata ulteriore rispetto alla spese di lite. La disposizione consente di sanzionare la condotta, con cui si sia ostacolato il diritto della controparte attraverso strategie processuali inutilmente dilatorie. Nel contemperare il diritto di difesa con l’esigenza di assicurare una ragionevole durata dei processi, di evitare abusi e contenere i costi di una risorsa inevitabilmente scarsa (il processo), l’art. 96, III co. c.p.c. permette di sanzionare condotte improntate da colpa grave o mala fede, con la particolarità che si prescinde dalla prova di un danno a carico della parte vittoriosa e quindi rimanendo al di fuori della struttura tipica dell’illecito civile. “In ogni caso” significa che la condanna può essere emessa in presenza di mala fede, colpa grave, assenza di normale prudenza, e cioè di presupposti dei primi due commi dell’art. 96 c.p.c., non che sia sanzionabile la semplice soccombenza. Non si rimane più nell’ambito di una prospettiva meramente risarcitoria, ma ci si pone in una prospettiva sanzionatoria per scoraggiare l’abuso del diritto di difesa. Nel caso in esame la richiesta dell’attrice con la memoria integrativa di una pronuncia di condanna per lite temeraria va accolta perché la conduttrice – pur non essendo in grado di provare il pagamento nemmeno di una sola mensilità del canone – si è opposta alla convalida costringendo il locatore a un giudizio di merito con una strategia processuale meramente dilatoria. Si stima congruo determinare l’indennizzo previsto dall’art. 96, III co. c.p.c. in via equitativa, tenuto conto del valore della causa e del tempo occorso al locatore per far valere il proprio diritto, nella somma di Euro 1.500,00.

6. Le spese processuali, liquidate come da dispositivo sulla base del D.M. 20 luglio 2012, n. 140, trattandosi di processo concluso dopo il 23 agosto 2012 (cfr. Cass. s.u., 12.10.12, n. 17405), seguono la soccombenza. Fra le spese si sono considerate anche quelle (Euro 108,90) per l’esperimento della mediazione.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunziando, disattesa ogni diversa domanda, istanza e eccezione, confermata l’ordinanza di rilascio ex art. 665 c.p.c. 19 – 21 giugno 2012 anche con riferimento al termine per l’esecuzione del 20 agosto 2012, così provvede:

a) dichiara risolto il contratto di locazione 16 dicembre 2012 registrato all’Agenzia delle Entrate – Ufficio territoriale di Padova 1 in data 16.12.110 al n. 16820 serie 3 per inadempimento della conduttrice T. e condanna quest’ultima a rilasciare l’immobile libero e sgombero da persone e cose;

b) condanna T. al pagamento in favore di S.:

b1) – della somma di Euro 18.500,00 a titolo di canoni di locazione e indennità di occupazione, oltre agli interessi al tasso legale dalle singole scadenze dei canoni/indennità al saldo e oltre all’ulteriore somma mensile di Euro 700,00 dall’1 marzo 2013 sino al rilascio dell’immobile;

b2) – della somma di Euro 1.500,00 ai sensi dell’art. 96 u.c. c.p.c.;

b3) – delle spese di giudizio, liquidate nella somma di Euro 1.729,26, di cui Euro 229,96 per spese ed Euro 1.550,00 per compenso, oltre iva e cpa.

Così deciso in Padova il 21 febbraio 2013.

Depositata in Cancelleria il 21 febbraio 2013.

Il danno da lite temeraria ai sensi dell’art. 96, 3 co. c.p.c.

Tribunale di Padova – Giudice Dott. Gianluca Bordon – Sentenza del 10.10.2013

UN ESEMPIO DI LITE TEMERARIA

Attraverso l’art. 96, comma 3, c.p.c., l’abuso del processo è rimesso alla valutazione discrezionale del Giudice che potrà d’ufficio, comminare un risarcimento a carico della parte “scorretta”. La responsabilità processuale aggravata di cui al terzo comma dell’art. 96 c.p.c., pur prescindendo dall’effettiva causazione di un danno a carico della parte risultata vittoriosa nel processo, richiede, in ogni caso, la sussistenza di un elemento soggettivo di colpevolezza in capo al soccombente il cui comportamento abbia travalicato la lealtà processuale a detrimento, quindi, della posizione della controparte che si vede vittima di ingiuste iniziative giudiziarie avversarie; e ciò quand’anche il comportamento della parte non sia informato a mala fede e/o colpa grave (come invece richiesto dal primo comma dell’art. 96). Non va trascurato che il fatto che nessuna  richiesta giudiziale possa considerarsi abusiva a meno che non venga qualificata come infondata, essendo compito del giudice anche quello di accertare, nel merito, detta abusività (F. Toppetti, Il risarcimento del danno da lite temeraria”, Milano, 2014). Un esempio pratico di applicazione dell’ultimo comma dell’art. 96 c.p.c., è quello che segue.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA:

L‘art. 96 u.c. c.p.c. prevede che il giudice, in ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi del’art. 91 c.p.c., anche d’ufficio possa condannare parte soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata ulteriore rispetto alla spese di lite. A differenza dell’ipotesi tradizionale di responsabilità aggravata prevista dall’art. 96, I co. c.p.c., la condanna può intervenire d’ufficio e la quantificazione del pregiudizio avviene secondo equità senza richiedere la prova del danno. La nuova disposizione consente di sanzionare la condotta, con cui si sia ostacolato il diritto della controparte attraverso strategie processuali inutilmente dilatorie. Nel contemperare il diritto di difesa con l’esigenza di assicurare una ragionevole durata dei processi, di evitare abusi e contenere i costi di una risorsa inevitabilmente scarsa (il processo), l’art. 96, u.c. co. c.p.c. permette di sanzionare condotte ostruzionistiche con la particolarità che si prescinde dalla prova di un danno a carico della parte vittoriosa e quindi rimanendo al di fuori della struttura tipica dell’illecito civile.

LA SENTENZA INTEGRALE:

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Giudice dott. Gianluca Bordon, al termine della discussione, dando lettura in udienza ex art. 281 sexies c.p.c. del dispositivo e delle ragioni di fatto e di diritto della decisione, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa di primo grado iscritta al n. 4795/12 Ruolo Cont. promossa da G.L.P. (C.F. (…)), rappresentato e difeso, giusta procura a margine dell’atto di citazione in opposizione, dall’avv.to F.  P., dall’avv.to C. V. e dall’avv.to dom.. F. S., con studio in (…)

attore opponente

contro

VERNICIATURE S.R.L.,

rappresentata e difesa, giusta procura a margine del ricorso monitorio, dagli avv.ti domicil. F. V. e F. A., con studio in (…) convenuto opposto

OGGETTO: contratto d’opera

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. Con atto di citazione, spedito il 14 maggio 2012, G.L.P. ha proposto opposizione avverso il decreto ingiuntivo del Tribunale di Padova 9-12 marzo 2012, n. 1128/12 ing., con cui gli era stato ingiunto il pagamento in favore di VERNICIATURE S.R.L della somma di Euro 10.025,64, oltre interessi ed accessori, per dei lavori di verniciatura di materiali vari a scopo edile, quali cancelli, balconi ecc. (cfr. fatture 713/10, 837/10, 1209/10, 1319/10 e 1437/10). Dopo aver premesso di aver commissionato la verniciatura e la sabbiatura di alcuni cancelli e recinzioni sulla base di un incarico ricevuto da alcune imprese di costruzione, l’opponente ha eccepito:

– che secondo gli accordi il saldo dei lavori sarebbe stato corrisposto solo dopo aver verificato la loro esatta esecuzione e la resistenza della verniciatura alle intemperie;

– che dopo poche settimane la propria committenza lo aveva avvisato che i cancelli, le ringhiere, le inferriate e le recinzioni presentavano segni evidenti di ruggine e distacchi di vernice (cfr. fotografie sub doc. 2);

– di aver subito avvisato controparte invitandola a effettuare un sopralluogo, che non era peraltro mai avvenuto.

2. VERNICLAUTE SRL ha chiesto il rigetto dell’opposizione evidenziando:

– che nessuna lamentela vi era stata per ben due anni. L.P., insistendo con richieste di dilazione, aveva sempre giustificato il ritardo nei pagamenti con la mancanza dei fondi necessari. Significativa in tale senso era anche la lettera 12.3.12 del legale della controparte:

– che il committente era decaduto dalla possibilità di far valere i vizi per non averli, denunciati, come prevede l’art. 2226, II co. c.c.,entro otto giorni dalla scoperta. Era decorso anche il termine annuale di prescrizione;

– di non essersi mai occupata – trattandosi di lavorazione non rientrante nella propria attività lavorativa – della sabbiatura.

Eventuali segni di ruggine erano da ricondursi ad imprese terze che avevano effettuato lo specifico trattamento di sabbiatura.

3. La causa è stata decisa solo sulla base della prove documentali.

I capitoli di prova formulati con la memoria istruttoria 24.12.13 dell’opponente, laddove vertenti su circostanze rilevanti, non sono stati ammessi per le seguenti ragioni:

– il cap. 3 in ordine alla denuncia dei vizi è assolutamente generico sotto il profilo spazio-temporale (“dopo aver ricevuto la recinzione … ha subito avvertito telefonicamente …”);

– i cap. 3-8 relativi al riconoscimento dei vizi, oltre a essere generici, vertono anche su circostanza non tempestivamente allegata. L’attore aveva dedotto che controparte, avvertita, non si era presentata per verificare i vizi (v. atto di citazione, fg. 3).

4. L’opposizione è destituita di fondamento.

L’art. 2226, II co c.c. prescrive che il “committente deve, a pena di decadenza, denunziare le difformità e i vizi occulti al prestatore d’opera entro otto giorni dalla scoperta”. Non avendo il committente fornito alcuna prova di aver mai denunciato, quantomeno verbalmente, l’esistenza di vizi nelle opere realizzate, eventuali vizi non possono essere fatti valere neanche al fine di eccepire l’inesatto adempimento da parte del prestatore d’opera, qualora questi richieda il pagamento del corrispettivo convenuto, e al fine di proporre una richiesta di risarcimento danni (cfr. Cass., sez. III, 18.2.00, n. 1874). Ad analoga conclusioni si perverrebbe anche qualificando il rapporto come contratto di appalto perché l’art. 1667 c.c. esige che la denuncia sia comunque effettuata -con onere della prova sempre a carico del committente – entro sessanta giorni dalla scoperta.

5. L’art. 96 u.c. c.p.c. prevede che il giudice, in ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi del’art. 91 c.p.c., anche d’ufficio possa condannare parte soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata ulteriore rispetto alla spese di lite. A differenza dell’ipotesi tradizionale di responsabilità aggravata prevista dall’art. 96, I co. c.p.c., la condanna può intervenire d’ufficio e la quantificazione del pregiudizio avviene secondo equità senza richiedere la prova del danno. La nuova disposizione consente di sanzionare la condotta, con cui si sia ostacolato il diritto della controparte attraverso strategie processuali inutilmente dilatorie. Nel contemperare il diritto di difesa con l’esigenza di assicurare una ragionevole durata dei processi, di evitare abusi e contenere i costi di una risorsa inevitabilmente scarsa (il processo), l’art. 96, u.c. co. c.p.c. permette di sanzionare condotte ostruzionistiche con la particolarità che si prescinde dalla prova di un danno a carico della parte vittoriosa e quindi rimanendo al di fuori della struttura tipica dell’illecito civile.

Nonostante l’incipit “in ogni caso”, considerando la sedes materiae della disposizione (art. 96 c.p.c. e non art. 91 c.p.c.), la condanna può essere emessa in presenza di mala fede, colpa grave o assenza di normale prudenza (colpa lieve) nelle ipotesi di cui all’art. 96, II co. c.p.c., non in tutte le ipotesi di semplice soccombenza. Non si rimane più nell’ambito di una prospettiva meramente risarcitoria, ma ci si pone in una prospettiva sanzionatoria (punitive damage) per scoraggiare l’abuso del diritto di difesa. Nel caso in esame si è in presenza di una tipica condotta processuale temeraria, perché meramente dilatoria: la lettera 12 marzo 2012 del legale dell’opponente, avv. F. P., documenta che il pagamento non avvenne non perché erano stati prontamente comunicati dei gravi vizi, ma perché il committente era in difficoltà economiche: “… non è in grado di far fronte alle vostre richieste se non in piccola parte, cosicché propone mio tramite il pagamento, saldo e stralcio, della somma di Euro 4.000,00” (doc. 1 conv.). Considerando la natura della causa e le spese processuali liquidabili, la somma prevista dall’art. 96, III co. c.p.c. viene determinata equitativamente nell’importo di Euro 1.500,00.

6. Il decreto ingiuntivo del Tribunale di Padova 9-12 marzo 2012, n. 1128/12 ing. è stato dichiarato provvisoriamente esecutivo con ordinanza 25.10.12. Le spese legali, liquidate come da dispositivo sulla base del D.M. 20 luglio 2012, n. 140, trattandosi di processo concluso dopo il 23 agosto 2012 (cfr. Cass., s.u., 12.10.12, n. 17405), seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunziando, rigettata ogni ulteriore domanda, istanza ed eccezione, respinge l’opposizione al decreto ingiuntivo del Tribunale di Padova 9-12 marzo 2012, n. 1128/12 ing. e condanna l’attore G.L.P. al pagamento in favore di VERNICIATURA S.R.L. della somma di Euro 1.500,00 ai sensi dell’art. 96 u.c. c.p.c. nonché delle spese processuali, liquidate in Euro 1.550,00 per compenso, oltre I.V.A. e C.P.A..

Così deciso in Padova, il 10 ottobre 2013.

Depositata in Cancelleria il 10 ottobre 2013.

 

Danno da disagio abitativo come specificazione del danno esistenziale: è richiesta la prova

Tribunale di Padova – Giudice Dott. Guido Marzella – Sentenza del 24.10.2013 

IL CASO

Tizio acquista dalla una Società Immobiliare (sas) un appartamento dalla medesima costruito ed agisce contro la medesima (ed il suo socio accomandatario) lamentando la presenza di taluni vizi e difetti, chiedendo, una volta accertati gli stessi, la condanna dei convenuti, in solido tra loro,  all’esecuzione dei necessari lavori di sistemazione in apposito concedendo termine ovvero, in subordine, al pagamento delle somme necessarie al predetto ripristino ovvero, in ulteriore subordine, al risarcimento dei danni così causati a seguito del deprezzamento dell’immobile e del conseguente disagio abitativo. A seguito della espletata CTU che, effettivamente, riscontrava i vizi e difetti lamentati dall’attore, il Giudice condannava i convenuti in solido tra loro al risarcimento dei danni, rigettando, tuttavia, la domanda relativa al danno da disagio abitativo, ritenendo, dopo un sintetico ma accurato percorso argomentativo, che l’attore, da un lato, non abbia fornito la prova del pregiudizio asseritamente subito e, dall’altro, che la modestia dei vizi non abbia potuto alterare in maniera significativa la sfera di libera determinazione dell’individuo. In sostanza il Giudice ritiene che non ogni turbamento della dimensione esistenziale od ogni indebolimento del diritto alla persona sia tale da intaccarne lo spessore di inviolabilità.  

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

Sullo specifico tema del danno da disagio abitativo, di fatto costituente una specificazione del danno esistenziale, il Dott. Marzella osserva quanto segue:

“- come nel vigente assetto dell’ordinamento, in cui assume posizione preminente la Costituzione che all’art. 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, il danno non patrimoniale debba essere inteso come categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi di ingiusta lesione di un valore inerente alla persona umana, costituzionalmente protetto, dalla quale conseguano pregiudizi non suscettibili di valutazione economica, onde esso non si identifica e non si esaurisce nel danno morale soggettivo ma comprende altresì il pregiudizio che dalla lesione di un diritto costituzionalmente garantito si riflette sulla vita di relazione del soggetto interessato (Cass. 4 ottobre 2005 n. 19354),

– come pertanto il danno esistenziale in sé considerato non possa considerarsi esistente, essendo invece risarcibili le lesioni di specifici valori costituzionalmente protetti, le quali però non presuppongono l’esistenza di un danno in re ipsa ma richiedono la prova di un pregiudizio costituito dalla privazione o diminuzione di un valore personale per effetto della condotta dell’agente, cui commisurare il risarcimento (Cass. 29 luglio 2004 n. 14488).

Tanto da doversi affermare che non ogni perturbamento della dimensione esistenziale od ogni indebolimento del diritto della persona sia tale da intaccarne lo spessore di inviolabilità, che va ovviamente rinvenuto nei soli casi in cui il fatto lesivo sia stato effettivamente di portata tale da alterare in maniera significativa la sfera di libera autodeterminazione dell’individuo.

Ciò che va escluso con riferimento alla dedotta categoria del danno abitativo, anche in considerazione della modestia dei vizi di cui è stata riscontrata l’esistenza nel caso di specie.”

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE CIVILE DI PADOVA

Verbale d’udienza

ex art. 281 sexies c.p.c.

L’anno 2013, il giorno 24 del mese di ottobre, in Padova, avanti al Giudice del Tribunale dr. Guido Marzella,

nella causa civile di primo grado rubricata al n. 6465/07 R.G. e promossa

da

S.F.,

– attrice –

rappresentata e difesa dall’avv. G. P.,

contro

F.M.,

e la

“Immobiliare D. sas di M.F. & C.”,

– convenuti –

contumaci,

sono comparsi per parte attrice l’avv. P., per parte convenuta nessuno.

L’avv. P. discute la causa oralmente precisando di insistere per l’accoglimento della domande svolte in via subordinata e deposita nota spese.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

S.F. – premettendo di aver acquistato dalla “Immobiliare D. sas di M.F. & C.” un immobile ubicato all’interno del Condominio “D. C”, situato in Padova al civico n. 19/b di via Cà Stimabile, dalla medesima costruito e costituito di un appartamento ai piani secondo e terzo e da una autorimessa al primo piano interrato – ha agito in giudizio avverso la menzionata venditrice ed il suo socio accomandatario, F.M., lamentando la presenza di vizi e difetti consistenti:

– all’interno dell’alloggio, nel formarsi di chiazze dovute al ristagno dell’acqua piovana, nel distacco delle pitture dei parapetti delle terrazze, nella fessurazione della struttura in calcestruzzo, nel mancato rispetto dei dettami imposti dalla normativa vigente in materia di inquinamento acustico,

– all’interno del box, nel verificarsi di lesioni della pavimentazione ed al soffitto, con cristallizzazione dei Sali disciolti nell’acqua alla base delle pareti perimetrali,

– all’interno delle parti comuni condominiali, nel prodursi di fessurazioni lungo il bordo della pavimentazione del portico, di sconnessioni della pavimentazione in porfido della scala di accesso al garage e di quella in battuto di cemento lungo la corsia esterna, di rigurgiti superficiali all’interno del giardino, del ristagno di acque piovane,

e chiedendo pertanto che, accertate le predette circostanze, si condannassero i convenuti, in solido fra loro, all’esecuzione dei necessari lavori di sistemazione in apposito concedendo termine ovvero, in subordine, al pagamento delle somme necessarie al predetto ripristino ovvero, in ulteriore subordine, al risarcimento dei danni così causati a seguito del deprezzamento dell’immobile e del conseguente disagio abitativo.

Rimaste contumaci le controparti si è quindi dato corso all’istruzione del giudizio mediante l’esperimento di apposita CTU e l’assunzione dei testi, all’esito della quale la causa è stata quindi discussa oralmente, avendo l’attrice precisato di voler insistere per l’accoglimento della domande formulate in via subordinata.

Ciò posto, osserva il giudicante come l’esperimento della prova testimoniale abbia permesso di chiarire:

– che l’attrice si rendeva conto della presenza dei vizi menzionati nell’atto introduttivo dei giudizio a seguito di copiose precipitazioni avvenute nell’estate del 2006,

– che tali vizi consistevano nella verificarsi di infiltrazioni, fessurazioni delle strutture, lesioni della pavimentazione e dell’intradosso sia nell’ambito dell’appartamento che del garage, oltre che all’interno delle parti comuni del condominio,

– che in relazione a tali fatti ella conferiva quindi incarico all’arch. Bertan di redigere una perizia tecnica volta ad evidenziare la descritta situazione, a specificarne le cause e ad individuare le opere necessarie a porre rimedio ai menzionati problemi (cfr. deposizione Rossi);

L’esperimento della CTU, a sua volta, ha permesso di appurare:

– che nell’ambito dell’abitazione sono riscontrabili:

– chiazze dovute al ristagno dell’acqua piovana in più punti della terrazza ubicata al secondo piano,

– un diffuso distacco della pittura dai parapetti delle terrazze poste al secondo e terzo piano, con la conseguente comparsa di formazioni micro-vegetali,

– l’insufficiente posizionamento dei doccioni di scarico delle terrazze, sia per quanto attiene al loro numero che alla relativa sezione, con conseguenti difficoltà di scarico delle acqua meteoriche, che si accumulano all’interno dei poggioli,

– la fessurazione della struttura in calcestruzzo in aggetto della copertura, con formazione di ossidazione superficiale proveniente dalla armature metalliche interne,

– la mancata corrispondenza dell’unità immobiliare ai requisiti minimi previsti dalla vigente legislazione in tema di inquinamento acustico,

– che nell’ambito del garage sono rinvenibili:

– vistose lesioni della pavimentazione in battuto di cemento, che si diffondono a raggiera dal centro del garage, con affioro di acqua lungo le lesioni proveniente dalle sottofondazioni,

– una cristallizzazione dei Sali disciolti nell’acqua alla base delle pareti perimetrali, con conseguente distacco degli intonaci,

– lesioni all’intradosso delle lastre pre-dalles del solaio dei piano terra, con percolato proveniente dai giunti di unione, e distacco di impasto cementizio,

– che nell’ambito delle parti comuni sono osservabili:

– chiazze di ristagno dell’acqua piovana presenti in più punti dei camminamenti lastricati del piano terra dovute al’insufficiente posizionamento di pilette di scarico,

– la sconnessione della pavimentazione in blocchetti di calcestruzzo lungo i camminamenti pedonali, dovuta alla non corretta realizzazione del sottofondo,

– fessurazioni diffuse lungo il bordo della pavimentazione del portico condominiale, dovute alle caratteristiche non antigelive delle piastrelle,

– rigurgiti superficiali all’interno del giardino provenienti dalla condotta delle acque nere, causati dalla scarsa tenuta idraulica delle condotte di scarico e dei pozzetti di raccordo ed ispezione,

– la sconnessione della pavimentazione in lastre di porfido della scala di accesso al garage interrato,

– diffuse lesioni della pavimentazione in battuto di cemento, con affioro di acqua lungo le medesime in caso di pioggia,

– diffuse fessurazioni della medesima pavimentazione lungo la corsia esterna di manovra,

– ulteriori fessurazioni all’intradosso delle lastre pre-dalles del solaio del piano terra e della copertura della corsia di manovra dei garages,

– maldestri tentativi di ripristino di cavillature lungo le pareti perimetrali sia interne che esterne della autorimessa,

– che i costi di ripristino dell’abitazione assommano ad Euro 1.100,00,

– che i costi di ripristino del box ammontano ad Euro 2.900,00

– che i costi di ripristino delle parti comuni assommano complessivamente ad Euro 75.400,00,

– che non risultano viceversa quantificabili i costi di ripristino in relazione all’insufficiente posizionamento dei doccioni di scarico delle terrazze, alle fessurazioni della struttura in calcestruzzo in aggetto della copertura nonché alla mancata corrispondenza dell’unità immobiliare ai requisiti minimi previsti dalla vigente legislazione in tema di inquinamento acustico.

Di conseguenza – una volta ricordato che l’attrice ha dimostrato di essere proprietaria delle parti comuni per una quota pari a 110,613/1000 – sussistono giusti motivi, ai sensi del combinato disposto degli artt. 1490 e 1494 c.c., per condannare i convenuti, in solido fra loro dal momento che il socio accomandatario risponde solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali a mente del disposto dell’art. 2313 c.c., al pagamento in favore della medesima dell’importo di Euro 12.340,22 a titolo di risarcimento del danno (di cui Euro 8.340,22 a titolo di quota parte relativa alle parti comuni).

Giacché poi tale obbligazione, sebbene derivante da inadempimento contrattuale, costituisce debito di valore, va anche tenuto conto d’ufficio:

– sia della svalutazione monetaria sopravvenuta dal momento della incardinazione della relativa domanda di risarcimento, a seguito del perfezionamento della notifica ai convenuti in data 20.6.07, e fino alla data della liquidazione (Cass. 1 dicembre 2003 n. 18299),

– sia degli interessi di legge,

l’una e gli altri assolvendo a funzioni diverse, dal momento che, mentre la prima mira a ripristinare la situazione patrimoniale del danneggiato ponendolo nella condizione in cui si sarebbe trovato se l’inadempimento non si fosse verificato, i secondi presentano invece natura compensativa, essendo volti a rimunerare la parte del danno conseguito alla mancata disponibilità nell’ambito del proprio patrimonio della somma considerata.

Conseguendone peraltro che al fine di evitare comunque un ingiustificato arricchimento del creditore questi ultimi devono essere calcolati con riferimento alla somma capitale rivalutata annualmente (Cass. 1 luglio 2002 n. 9517).

Vanno invece rigettate le domande di risarcimento:

– del danno da svalutazione dell’immobile giacché, una volta riconosciuta alla parte l’attribuzione delle somme necessarie al ripristino delle opere e conseguentemente a ciò resa possibile l’effettuazione delle medesime, l’immobile viene di fatto restituito nelle condizioni in cui si trovava prima del verificarsi del danno,

– del danno da disagio abitativo, di fatto costituente una specificazione del danno esistenziale, rispetto al quale osserva lo scrivente:

– come nel vigente assetto dell’ordinamento, in cui assume posizione preminente la Costituzione che all’art. 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, il danno non patrimoniale debba essere inteso come categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi di ingiusta lesione di un valore inerente alla persona umana, costituzionalmente protetto, dalla quale conseguano pregiudizi non suscettibili di valutazione economica, onde esso non si identifica e non si esaurisce nel danno morale soggettivo ma comprende altresì il pregiudizio che dalla lesione di un diritto costituzionalmente garantito si riflette sulla vita di relazione del soggetto interessato (Cass. 4 ottobre 2005 n. 19354),

– come pertanto il danno esistenziale in sé considerato non possa considerarsi esistente, essendo invece risarcibili le lesioni di specifici valori costituzionalmente protetti, le quali però non presuppongono l’esistenza di un danno in re ipsa ma richiedono la prova di un pregiudizio costituito dalla privazione o diminuzione di un valore personale per effetto della condotta dell’agente, cui commisurare il risarcimento (Cass. 29 luglio 2004 n. 14488).

Tanto da doversi affermare che non ogni perturbamento della dimensione esistenziale od ogni indebolimento del diritto della persona sia tale da intaccarne lo spessore di inviolabilità, che va ovviamente rinvenuto nei soli casi in cui il fatto lesivo sia stato effettivamente di portata tale da alterare in maniera significativa la sfera di libera autodeterminazione dell’individuo.

Ciò che va escluso con riferimento alla dedotta categoria del danno abitativo, anche in considerazione della modestia dei vizi di cui è stata riscontrata l’esistenza nel caso di specie.

Le spese processuali, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza ex art. 91 c.p.c. e gravano pertanto solidalmente sui convenuti.

P.Q.M.

Il Giudice del Tribunale di Padova, pronunciando in via definitiva sulla presente controversia, disattesa ogni diversa istanza:

1) accertata la sussistenza dei vizi e dei difetti lamentati dall’attrice, condanna F.M. e la “Immobiliare D. sas di M.F. & C.”, in solido fra loro, a versare in favore di S.F. l’importo di Euro 12.340,22 a titolo di risarcimento del danno, da rivalutarsi secondo gli indici ISTAT a far data dal 20.6.07 e sino al deposito della presente sentenza, oltre agli interessi al saggio legale da calcolarsi sull’importo sopra indicato rivalutato anno per anno, a partire dal 20.6.07 e sino all’effettivo saldo;

2) condanna i convenuti, in solido fra loro, a rifondere in favore dell’attrice le spese di giudizio che liquida in Euro 2.100,00 per competenze, oltre al rimborso delle anticipazioni, delle spese generali, dell’IVA e degli accessori di legge;

3) condanna i convenuti, in solido fra loro, a sostenere le competenze di CTU, rimborsando all’attrice le spese in proposito già anticipate.

Così deciso in Padova, il 24 ottobre 2013.

Depositata in Cancelleria il 24 ottobre 2013.

Scontro tra veicoli e superamento della presunzione di colpa di cui all’art. 2054 c.c.

Tribunale di Padova, Sez. II, Giudice Dr.ssa Vincenza Lanteri, Sentenza del 13-04-2010

 Circolazione stradale – Scontro tra veicoli – Superamento della presunzione di colpa di cui all’art. 2054 c. II c.c. in considerazione del carattere eziologicamente assorbente della condotta assunta dal conducente la cui colpa sia stata accertata in concreto – Sussiste

IL COMMENTO

Nel caso di specie la Dr.ssa Lanteri affronta il tema del superamento della presunzione di cui all’art. 2054 comma secondo c.c., aderendo a quell’orientamento giurisprudenziale secondo cui “in tema di responsabilità da sinistro stradale con scontro di veicoli, l’accertamento della colpa esclusiva di uno dei conducenti libera l’altro dalla presunzione della concorrente responsabilità di cui all’art. 2054, secondo comma, cod. civ. nonché dall’onere di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno; la prova liberatoria per il superamento di detta presunzione di colpa non deve necessariamente essere fornita in modo diretto – e cioè dimostrando di non aver arrecato apporto causale alla produzione dell’incidente – ma può anche indirettamente risultare tramite l’accertamento del collegamento eziologico esclusivo dell’evento dannoso con il comportamento dell’altro conducente” (Cass. Civ., Sez. III, n. 9550 del 20 aprile 2009). Il caso è particolarmente interessante in quanto il Giudice ha escluso il concorso di responsabilità in considerazione del carattere eziologicamente assorbente della condotta assunta dal conducente che aveva impegnato l’incrocio senza concedere la dovuta precedenza e la cui colpa era stata accertata in concreto, ancorché il veicolo favorito, secondo, peraltro, la ricostruzione del C.T.U., avesse tenuto una velocità di “78/79 Km/h in un luogo soggetto al limite di 50 Km/h“.

Detto orientamento si contrappone a quello secondo cui:

“Nel caso di scontro tra veicoli, l’accertamento in concreto di responsabilità di uno dei conducenti non comporta il superamento della presunzione di colpa concorrente sancito dall’art. 2054 c.c., essendo a tal fine necessario accertare in pari tempo che l’altro conducente si sia pienamente uniformato alle norme sulla circolazione e a quelle di comune prudenza ed abbia fatto tutto il possibile per evitare l’incidente. Conseguentemente, l’infrazione, anche grave, come l’invasione dell’altra corsia commessa da uno dei conducenti non dispensa il giudice dal verificare anche il comportamento dell’altro conducente al fine di stabilire se, in rapporto alla situazione di fatto accertata, sussista un concorso di colpa nella determinazione dell’evento dannoso” (Cass. civ. Sez. III, n. 477 del 15 gennaio 2003).

e ancora,

“Anche in caso di accertamento della colpa grave di uno dei due conducenti, il giudice del merito ha l’obbligo di accertare la eventuale responsabilità concorrente dell’altro conducente. In tema di responsabilità derivante da circolazione stradale, il giudice che abbia in concreto accertato la colpa di uno dei conducenti non può, per ciò solo, ritenere superata la presunzione posta a carico anche dell’altro dall’art. 2054 c.c., comma 2, ma è tenuto ad accertare in concreto se quest’ultimo abbia o meno tenuto una condotta di guida irreprensibile” (Cass. civ., sez. III, sentenza n. 24860 del 09.12.2010).

L’adesione al primo piuttosto che al secondo orientamento giurisprudenziale di cui si è dato sinteticamente conto, ha riflessi pratici di non poco momento giacchè la questione come ben si comprende, incide fortemente sul piano della distribuzione dell’onere della prova.

Per l’effetto, ove si condividesse il primo orientamento (quello fatto proprio dalla Dr.ssa Lanteri), il concorso tra colpa specifica e colpa presunta potrà essere superato anche in via logica, in considerazione del carattere eziologicamente assorbente od esclusivo della condotta assunta dal conducente la cui colpa sia accertata in concreto. In altre parole, l’accertamento della colpa esclusiva di uno dei due conducenti, libera l’altro dalla presunzione di concorrente responsabilità nonché dell’onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.

Ove si aderisse, viceversa, all’altro orientamento, il conducente per svincolarsi dalla presunzione di responsabilità sarà gravato SIA dell’onere di provare l’altrui colpa specifica, SIA dell’onere di fornire la prova liberatoria di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno come disciplinato dall’art. 2054 I° comma c.c..

Peraltro, essendo il contrasto giurisprudenziale al momento in cui si scrive (gennaio 2014) ancora aperto, all’operatore del diritto non resterà che valutare caso per caso a quale orientamento preferibilmente aderire nell’interesse del proprio assistito.

 LA SENTENZA

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Giudice

Dott.ssa Vincenza Lanteri ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di primo grado iscritta a ruolo il 20/9/2004 al n. 9727/04 R.G., promossa con atto di citazione in appello notificato in data 9/9/04 dall’avv. Ma.Ga. a mezzo posta

Da

Ar. S.A.

Le. S.p.A.

– attrici –

rappresentate e difese come da mandati in calce ai rispettivi atti di citazione notificati dagli avv.ti Ma.Ga. e Ga.So., con studio in Padova, Via (omissis);

Contro

Ce.Na. – nato (omissis)

– convenuto –

rappresentato e difeso come da mandato a margine della comparsa di risposta dall’avv. Cr.De. con studio in Padova, Via (omissis);

Ba.Em. – nato (omissis)

– convenuto –

Oggetto: danni a cose.

 Svolgimento del processo 

Con atto di citazione notificato in data 14 giugno 2002 Ce.Na. esponeva che:

il 20 agosto 2001, allo ore 9.00 circa, Ba.Sa., mentre viaggiava a bordo dell’autovettura (omissis) – targata (omissis) e di proprietà di esso deducente – percorrendo Viale (omissis) e tenendo la seconda corsia demarcata dalla via di percorrenza, era stata investita, in prossimità dell’intersezione tra Viale (omissis) e via (omissis), dall’autovettura (omissis) – targata (omissis), di proprietà della Le. S.p.A. ed assicurata presso la Ai. S.A. – condotta da Ba.Em., il quale, con manovra di svolta a sinistra, aveva impegnato la prioritaria omettendo di rispettare lo STOP;

dal violento urto erano derivati gravi danni all’autovettura di proprietà di esso deducente, quantificati in Euro 11.382,32, oltre Euro 136,34 per il recupero ed il trasporto del mezzo incidentato; alle somme predette dovevano aggiungersi Euro 371,88 per il noleggio di un’autovettura sostitutiva per 10 gg., nonché la somma forfetaria di Euro 1.301,47 per il fermo tecnico dell’autovettura incidentata; l’ammontare complessivo di cui esso deducente era creditore poteva determinarsi in Euro 13.191,98, al netto di interessi e rivalutazione monetaria;

con raccomandata a.r. del 20 settembre 2001 lo studio di infortunistica stradale Se., con sede in Monselice (PD), aveva notificato alla compagnia Ai. S.A., per conto di esso deducente, la richiesta risarcitoria che, a seguito delle intercorse trattative, era stata liquidata in Euro 7.333,19, di cui Euro 6.558,50 quale capitale per esso Ce. ed Euro 774,69, a titolo di competenze lorde per il predetto studio di infortunistica, ma tale somma, in quanto insufficiente all’integrale ristoro del danno subito, era stata trattenuta a titolo di acconto, rimanendo ancora creditore della somma complessiva di Euro 6.561,16.

Tutto ciò esposto, l’attore conveniva in giudizio avanti al Giudice di Pace di Padova Ba.Em., Le. S.p.A. con sede in Sesto San Giovanni, ed Ai., con sede in Milano, in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, chiedendone la condanna, in solido tra loro, al pagamento della somma di Euro 6.561,16, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dalla data del sinistro sino al saldo effettivo.

Costituitesi in giudizio, le convenute Le. S.p.A. ed Ai. S.A. chiedevano il rigetto delle domande attoree, in quanto infondate in fatto ed in diritto;

non si costituiva Ba.Em., il quale rimaneva contumace per l’intero svolgimento del processo. Il Giudice di Pace di Padova con sentenza n. 1682/03 dichiarava la responsabilità esclusiva dell’incidente in capo a Ba.Em. e condannava i convenuti, in solido tra loro, a corrispondere in favore dell’attore Ce. la somma di Euro 3.281,76, oltre agli interessi legali dalla data dell’evento al saldo effettivo.

Avverso tale pronuncia Le. S.p.A. ed Ai. S.A. interponevano appello con atto di citazione notificato rispettivamente nelle date del 13 e 14 settembre 2004 nei confronti di Ba.Em. e Ce.Na. e chiedevano, in via principale, la dichiarazione a carico di Ce.Na. dell’esclusiva responsabilità nella causazione del sinistro o, quantomeno di una quota concorrente di responsabilità, con conseguente condanna dello stesso Ce. alla restituzione di quanto ottenuto in forza della immediata esecutività della sentenza di primo grado, con vittoria delle spese del doppio grado di giudizio o compensazione di quelle di primo grado.

L’appellato Ce., ritualmente costituitosi, chiedeva il rigetto dell’appello in quanto infondato in fatto ed in diritto e, in via incidentale, assumendo che il Giudice di prime cure avesse commesso un mero errore di calcolo nella determinazione dell’importo totale, che aveva indicato in Euro 3.218,76, anziché in Euro 5.140,37, ne chiedeva la rettifica, oltre alle spese di ambedue i gradi del giudizio.

Successivamente al “congelamento” della causa, disposto con provvedimento del Presidente del Tribunale, a far data dal 21 luglio 2007 la causa veniva assegnata ad altro Giudice, il quale fissava l’udienza del 19 febbraio 2008 ed in quella sede formulava una proposta transattiva, accettata dagli appellati Ce. e Ba., ma non dagli appellanti.

Indi seguiva un nuovo “congelamento” della causa per l’applicazione extradistrettuale del Magistrato, il quale, cessato l’impedimento, fissava per la precisazione delle conclusioni l’udienza del giorno 11 novembre 2009 ed in tale data tratteneva la causa in decisione, riducendo i termini a 40 + 10 gg. per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica.

La domanda degli appellanti è parzialmente fondata ed in tali termini può essere accolta.

Motivi della decisione

Invero, come affermato dal Giudice di Pace nella gravata sentenza, la responsabilità dell’incidente oggetto di causa deve essere ascritta in via esclusiva a Ba.Em. il quale, sulla scorta del verbale redatto dalla Polizia Municipale di Padova, risulta che abbia impegnato Viale (omissis) omettendo di rispettare lo stop e senza concedere la precedenza all’autovettura di proprietà del Ce., che il giorno del sinistro era condotta da Ba.Sa.

Lo stesso Ba., nelle dichiarazioni rese ai verbalizzanti in sede di sommarie informazioni e quindi subito dopo l’incidente, ha ammesso di non aver visto l’autovettura condotta dalla Ba. avendo, testualmente, affermato che: “non notando alcun veicolo in arrivo, riprendevo la marcia, ma giunto oramai nella seconda corsia demarcata del citato viale (omissis) improvvisamente mi si parava davanti la sagoma di un’autovettura che urtava la parte anteriore della mia auto e dopo essersi rovesciata terminava la sua corsa contro la recinzione della ditta Va. pompe sita al civ. 49, qualche metro dopo l’intersezione” (doc. n. 1 dell’atto di citazione avanti al Giudice di Pace).

Così come deve essere escluso il concorso di responsabilità, ai sensi del combinato disposto degli artt. 1227, 2054 e 2055 c. e, della conducente dell’autovettura di proprietà del Ce. in conseguenza della velocità dalla stessa tenuta, secondo la ricostruzione del C.T.U. secondo cui era “78/79 Km/h in un luogo soggetto al limite di 50 Km/h”, poiché, recentemente, la Suprema Corte ha affermato

che “in tema di responsabilità da sinistro stradale con scontro di veicoli, l’accertamento della colpa esclusiva di uno dei conducenti libera l’altro dalla presunzione della concorrente responsabilità di cui all’art. 2054, secondo comma, cod. civ. nonché dall’onere di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno; la prova liberatoria per il superamento di detta presunzione di colpa non deve necessariamente essere fornita in modo diretto – e cioè dimostrando di non aver arrecato apporto causale alla produzione dell’incidente – ma può anche indirettamente risultare tramite l’accertamento del collegamento eziologico esclusivo dell’evento dannoso con il comportamento dell’altro conducente” (Cass. Civ., Sez. III, n. 9550 del 20 aprile 2009). In punto responsabilità la gravata sentenza n. 1682/03 deve pertanto essere confermata.

Diversamente dicasi per ciò che concerne la liquidazione del danno arrecato all’autovettura di proprietà del Ce. In merito il Giudice di Pace, pur riconoscendo “che il valore antesinistro del veicolo attoreo è pari ad Euro 8.300,00, cioè inferiore al costo delle riparazioni”, ha ritenuto “equo” liquidare “per intero le spese di riparazione” sulla considerazione che “il riconoscimento in forma specifica rappresenta senza dubbio un accertato molto più valido ed ampio ..”, mentre questo Giudice ritiene condivisibile l’orientamento della Suprema Corte laddove ha affermato che la funzione tipica del risarcimento è di porre il patrimonio del danneggiato nelle medesime condizioni in cui si sarebbe trovato se il fatto dannoso non si fosse prodotto,per cui qualora la riparazione del pregiudizio subito vada oltre la ricostituzione della situazione anteriore e produca un vantaggio economico al danneggiato, il giudice deve tenerne conto, riducendo la misura del risarcimento (nella specie, è stata affermata la legittimità della decurtazione del 15% delle spese sostenute per la riparazione di un autoveicolo, per tenere conto delle preesistenti condizioni dello stesso)” (Cass. Civ., Sez. III, n. 8062 del 14 giugno 2001). Nella fattispecie il Giudice di prime cure, seguendo la determinazione del danno operata dal C.T.U., geom. Fr.Cr., aveva quantificato tale voce nella complessiva somma di Euro 9.293,07 oltre I.V.A. (che non è stata presa in considerazione, poiché dalle fatture in atti risultava trattarsi di soggetto con partita I.V.A.); invece, per le considerazioni sopra svolte, il danno subito dal Ce. deve essere determinato nella minor somma di Euro (9.293,07 x 85% =)7.899,11 oltre ad Euro 371,88 per il costo di noleggio dell’auto sostitutiva ed Euro 950,00 per il fermo tecnico, pari complessivamente ad Euro 9.220,99. Quindi, tenuto conto di quanto già versato in favore del Ce. e cioè Euro 10.614,95 (di cui Euro 7.333,19 versati anteriormente al giudizio ed Euro 3.281,76 in seguito alla sentenza di primo grado), il predetto deve essere condannato a restituire alla compagnia assicuratrice la somma complessiva di Euro 1.393,96.

Alla rideterminazione del danno subito dal Ce. consegue il rigetto dall’appello incidentale da quest’ultimo proposto.

In conclusione Ce.Na. deve essere condannato a restituire la somma di Euro 1.393,96 alle appellanti, con gli interessi al tasso legale dalla domanda in questo grado sino al saldo effettivo.

Le spese di causa, tenuto conto della solo parziale soccombenza dell’appellato, devono essere poste a suo carico per 1/3, mentre i restanti 2/3 debbono essere compensati.

P.Q.M. 

Il Tribunale di Padova, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando nella causa d’appello proposta con atto di citazione notificato nelle date del 13 e 14 settembre 2004 da Le. S.p.A. ed Ai. S.A. S.p.A. in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, avverso la sentenza del Giudice di Pace di Padova n. 1682/03, ogni diversa o maggiore istanza ed eccezione respinta, così provvede in parziale accoglimento del gravame:

determina

il danno subito dal Ce., a seguito del sinistro stradale verificatosi il 20 agosto 2001, in complessivi Euro 9.220,99 e per l’effetto

condanna

il Ce. a restituire alle appellanti la somma di Euro 1.393,96 oltre interessi legali dal 14 settembre 2004 sino al saldo effettivo, nonché a rifondere alle stesse 1/3 delle spese processuali del grado, che liquida per tale quota in complessivi Euro 1.341,00 di cui Euro 410,33 per diritti ed Euro 750,00 per onorari, oltre I.V.A. e C.P.A.

Dichiara

compensati i restanti 2/3.

Così deciso in Padova il 15 febbraio 2010.

Depositata in Cancelleria il 13 aprile 2010.

Natura dolosa del fatto illecito e personalizzazione del danno biologico

Tribunale di Padova, Sezione II, Giudice Dott. Gianluca Bordon, Sentenza 13-06-2013

Responsabilità civile derivante da reato (lesioni personali e percosse) – Tabelle del Tribunale di Milano – Danno non patrimoniale (biologico e morale) – Natura dolosa del fatto illecito – Personalizzazione del danno biologico – Sussiste 

IL COMMENTO

Il Dott. Bordon, dopo aver puntualizzato che, nell’ambito del risarcimento del danno alla persona si applicano, conformemente all’indirizzo seguito dalla sezione II del Tribunale di Padova, le Tabelle 2013 del Tribunale di Milano, affronta il tema riguardante la personalizzazione del danno subìto dall’attore. Il Giudice, quindi, adottato il criterio liquidativo della tabelle milanesi e considerata la natura dolosa del fatto illecito, procede alla personalizzazione del risarcimento individuando: 1) il valore di punto relativo alla sola componente di danno non patrimoniale anatomo funzionale), 2) aumentato della componente di danno relativa alla sofferenza soggettiva, 3) attribuendo l’ ulteriore aumento del 50% per ottenere la personalizzazione del danno.

LA SENTENZA

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Giudice dott. Gianluca Bordon, al termine della discussione, dando lettura in udienza ex art. 281 sexies c.p.c. del dispositivo e delle ragioni di fatto e di diritto della decisione, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa di primo grado iscritta al n. 10986/07 Ruolo Cont. promossa da

P.B., rappresentato e difeso, giusta procura a margine dell’atto di citazione, dall’avv.to domicil. G. A.,

ATTORE

contro

V.B.,

rappresentato e difeso, giusta procura in calce all’atto di citazione notificato, dall’avv. domicil. R. S.,

CONVENUTO

e con la chiamata in causa di

C.B. rappresentato e difeso, giusta procura a margine della comparsa di costituzione e risposta, dall’avv.to domicil. G. A.,

TERZO CHIAMATO

OGGETTO: lesione personale – risarcimento del danno

Svolgimento del processo 

1. Con atto di citazione notificato il 2 novembre 2007 P.B. ha convenuto in giudizio V.B. chiedendo la condanna del convenuto al risarcimento del danno, a seguito di un’aggressione avvenuta il 17 luglio 2003. L’attore ha lamentato:

– che l’esecuzione di alcuni lavori di manutenzione di tubature dell’acquedotto aveva provocato la violenta reazione del vicino di casa. V.B. aveva dapprima inveito, poi aveva tentato di colpire la ruspa dell’attore con il proprio trattore, costringendolo ad allontanarsi per evitare di essere investito.

Sceso dal trattore aveva cercato più volte di togliere dalle mani del B. un badile utilizzato per l’esecuzione dei lavori. Non riuscendovi, lo aveva afferrato per il collo scaraventandolo terra, nonostante l’attore non avesse accennato ad alcuna reazione;

– che il processo penale si era concluso con la sentenza del Giudice di Pace di Piove di Sacco 6 gennaio – 1 febbraio 2006 n. 5, irrevocabile il 14 marzo 2006, che aveva accertato la penale responsabilità di V.B., rimettendo al giudice civile la liquidazione del danno;

– che la malattia si era protratta ben oltre gli otto giorni diagnosticati dai medici del pronto soccorso. Tale situazione aveva inciso sulla capacità di lavoro causando un danno per mancato guadagno che, con riferimento all’attività di piccolo costruttore, avrebbe potuto quantificarsi in almeno Euro 1.500,00 e, per quanto riguarda l’attività di collaboratore dell’azienda agricola della moglie, nella misura di Euro 500,00;

– che il danneggiato aveva poi diritto al risarcimento del danno biologico e del danno morale come quantificati a fg. 5 dell’atto di citazione.

2. V.B. si è costituito in giudizio eccependo:

-che mentre stava transitando su una stradina con il trattore per accedere alla sua proprietà si era trovato l’accesso sbarrato dalla presenza di una ruspa. Nelle immediate vicinanze P.B. e il figlio C.B. stavano eseguendo dei lavori con l’impiego di badili;

– che, quando aveva chiesto di spostare la ruspa, i due B. si erano avvicinati spintonandolo e strattonandolo. Aveva cercato di difendersi, ma era stato sospinto indietro con violenza tanto da cadere a terra. Mentre era ancora a terra, i B. avevano preso colpirlo con i badili all’altezza della schiena e della testa. Avevano continuato anche quando si era rialzato, sospingendolo indietro sino all’imbocco della stradina;

– che dalla lettura del verbale del dibattimento del 26 gennaio 2006, emergeva che anche P.B. e il figlio si erano resi responsabili del delitto di lesione personale. I due B., non appena cessato il paventato rischio di una possibile aggressione, avrebbero potuto e dovuto desistere. Mai è poi mai avrebbero dovuto infierire sul B., allorquando era a terra totalmente inerme e difeso.

V.B. ha di conseguenza chiesto in via riconvenzionale il risarcimento dei danni non patrimoniali, opponendo in compensazione tale importo al credito attoreo.

3. C.B., chiamato in causa dal convenuto, si è costituito eccependo che la ricostruzione dei fatti contenuta nella comparsa di costituzione e risposta s’infrange con il giudicato penale che ha accertato una realtà totalmente diversa.

Nel dibattimento penale era stato accertato che B. aveva deliberatamente aggredito P.B.. Il terzo chiamato non aveva preso parte la colluttazione. Il teste F.Z. aveva confermato che C.B. si era limitato a dividere il genitore da V.B..

4. Con la prima memoria ex art. 183, VI co. c.p.c. anche l’attore P. B. ha evidenziato che il processo penale smentiva quanto riportato nella comparsa di costituzione del convenuto.

5. V.B. ha replicato che il giudicato penale estendeva i suoi effetti solamente in relazione alle lesioni inferte a P.B., ma non precludeva l’accertamento della violenta aggressione perpetrata dai due B..

6. Con ordinanza 6 agosto 2009 il Giudice non ha ammesso i capitoli di prova orale ritenendo che essi si riferissero a circostanze già desumibili dai verbali del dibattimento penale o fossero irrilevanti. Ha disposto unicamente una duplice consulenza medico-legale per valutare il danno biologico sia sulla persona dell’attore sia sulla persona del convenuto.

7. Con la sentenza del Giudice di Pace di Piove di Sacco 6 gennaio – 1 febbraio 2006 n. 5, irrevocabile il 14 marzo 2006, V.B. è stato condannato per il delitto di lesione personale volontaria lievissima in danno di P. B.. Nella parte motiva viene richiamata la deposizione testimoniale della persona offesa – parte civile, del teste F.Z. (“ho visto il B. scendere dal trattore, avvicinarsi al B.P. che si trovava a piedi e aggredirlo”) e del teste G.V. (“univoca nel riferire la traiettoria seguita dal B. di scendere dal trattore e andare incontro al B.P. che cadeva a terra”).

Motivi della decisione

L’art. 651, I co. c.p.p. stabilisce: “la sentenza penale irrevocabile di condanna pronunciata in seguito a dibattimento ha efficacia di giudicato, quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso, nel giudizio civile o amministrativo per le restituzioni e il risarcimento del danno promosso nei confronti del condannato e del responsabile civile che sia stato citato ovvero sia intervenuto nel processo penale”.

La difesa del convenuto è parzialmente contraddittoria: ricostruisce il fatto come se V.B. fosse stato vittima di un’aggressione, asserendo che questi si è limitato a tentare di difendersi (v. comparsa di costituzione, fg. 3), salvo poi riconoscere che la sentenza penale “esplica i suoi effetti in relazione alle lesioni che sono state inferte dal B.V.” (v. memoria ex art. 183, VI co. n. 1 c.p.p.).

Deve ritenersi che il giudice penale:

– abbia accertato che V.B. ha aggredito e causato volontariamente delle lesioni a P.B.;

– abbia implicitamente, ma comunque necessariamente, accertato che V.B. non ha agito in stato di legittima difesa;

– non abbia, viceversa, preso posizione su un’eventuale aggressione subita nello stesso contesto spazio-temporale da V.B.. Se due persone entrano in colluttazione entrambe con intento offensivo commettono l’una in danno dell’altra il delitto di lesione personale. Oggetto del procedimento penale celebrato avanti il Giudice di Pace era unicamente il reato di lesione personale commesso da V.B. e non anche quello eventualmente commesso da P.B..

Dallo stesso materiale probatorio utilizzato dal Giudice penale emerge chiaramente (le sottolineature che seguono sono dello scrivente) che anche P.B. abbia agito con intenzioni offensive e che alla colluttazione non abbia partecipato attivamente anche il figlio C.B.:

– “… si davano le botte, non so chi ha incominciato e poi ho visto il sig. B. cadere a terra … ribadisco che non visto chi abbia colpito per primo poiché si davano le botte tutti e due e non ero coperto dalla visuale del trattore … alla fine quando ho cominciato a gridare ho visto il B. colpire con un badile … il B. … l’episodio del badile è successivo alla caduta a terra del B.” (testimonianza G.V. doc. 12 conv.);

– “… il B. scendendo dal trattore aggrediva il B. ed insieme cadevano a terra e una volta a terra la colluttazione era reciproca … ho visto il figlio del B., di nome C., dividerli con le mani. Il figlio era li presente nel luogo dei fatti … una volta a terra si sono rialzati continuando a spintonarsi il B. teneva in mano un badile e lo usava per colpire il B..

A quel punto il B. cadeva a terra …” (testimonianza F.Z. doc. 12 conv.).

Gli stessi testi le cui deposizioni sono state poste a fondamento della sentenza penale di condanna descrivano un atteggiamento del B. palesemente incompatibile con una condotta rientrante negli stretti limiti della legittima difesa e anche dell’eccesso colposo in legittima difesa. L’utilizzo di un badile per colpire l’avversario non può che dimostrare che B. intendesse ferire l’altra persona. Nello stesso tempo dalla completa descrizione della colluttazione emerge che C.B. non fosse un terzo corrissante. Per tentare di giustificare la chiamata in causa di C.B., la difesa del convenuto afferma che le deposizioni “… riferiscono precipuamente sulla condotta dei protagonisti del processo penale, vale a dire dell’imputato B.V. e della parte offesa P.B. e marginalmente dell’altro protagonista C., essendo la condotta di questi irrilevante ai fini del processo” (v. comparsa conclusionale, fg. 9).

I testi, invece, hanno ricostruito l’intero fatto storico e dalle loro dichiarazioni non emerge nulla a carico del terzo chiamato. I passi del verbale riportati dalla difesa del convenuto a fg. 10 della comparsa conclusionale riguardano tutti unicamente la posizione di P.B.. Dalla testimonianza di F.Z. risulta semmai – e in maniera chiara – che C.B. abbia tentato di dividere le due persone venute alle mani.

8. Non vi è alcuna prova che per i fatti di cui si discute P.B. abbia subito un danno patrimoniale da mancato guadagno. Nulla l’attore è stato in grado di produrre a sostegno di quanto allegato circa la perdita di determinati redditi. Non è comprensibile nemmeno come la parte abbia quantificato i danni lamentati.

9. Le consulenze tecniche espletate – che hanno tenuto conto anche dei certificati medici rilasciati quasi nell’immediatezza dei fatti ad attore e convenuto – evidenziano per entrambi i danneggiati dei danni biologici modesti (v. relazioni 19 gennaio 2010 dott.ssa Alessandra Rossi):

– per P.B. un danno biologico permanente dell’1%, costituito dal persistere di una generica sofferenza a carico del rachide cervicale, e un danno biologico temporaneo pari a 8 gg al 50% e a 10 giorni al 25%;

– per V.B. un danno biologico permanente del 2%, costituito dal persistere di una modesta sofferenza a carico del rachide dorso-lombare, e un danno biologico temporaneo pari a 15 gg. al 50% e a 15 giorni al 25%.

Alla responsabilità civile è assegnato il compito precipuo di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, anche mediante l’attribuzione al danneggiato di una somma di denaro che tenda a eliminare le conseguenze del danno subito, mentre rimane estranea al sistema l’idea della punizione e della sanzione del responsabile civile ed è “indifferente” in termini generali la valutazione a tal fine della sua condotta. È quindi incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto dei danni punitivi (cfr. Cass., sez. III, 19.1.07, n. 1183.

Ciò non esclude che tra gli elementi di cui il giudice può tenere conto ai fini della determinazione del risarcimento vi sia quello della gravità dell’illecito penale. Per la determinazione della gravità del reato può farsi riferimento agli elementi indicati nell’art. 133 c.p., che al n. 3 richiama l’intensità del dolo ed il grado della colpa (cfr. Cass., sez. III, 25.10.02, n. 15103). È abbastanza scontato, del resto, che dolore, sdegno, patemi d’animo siano correlati anche al tipo di colpevolezza da cui sono stati prodotti.

Richiamati tali principi, possono quantificarsi i danni non patrimoniali subiti dai danneggiati. Si applicano -conformemente all’indirizzo seguito dalla sezione II del Tribunale di Padova – le Tabelle 2013 del Tribunale di Milano.

Tenendo presente l’attuale orientamento della giurisprudenza di legittimità, dette tabelle, oltre ad avere notevole diffusione sul territorio nazionale, presentano il notevole pregio di permettere un’immediata determinazione congiunta:

a) del danno non patrimoniale conseguente a lesione permanente dell’integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico legale nei suoi risvolti anatomo funzionali medi;

b) del danno non patrimoniale conseguente alla medesime lesioni in termini di dolore, sofferenza soggettiva in riferimento ad un dato tipo di lesione (per le micro permanenti; per le invalidità permanenti comprese fra il 10% ed il 34%; per le invalidità permanenti pari o superiori al 35%). La determinazione del danno non patrimoniale avviene valorizzando entro determinati limiti la prova per presunzioni semplici e garantendo – come può comprendersi analizzando le componenti dell’ “indice aggregatore” – una certa progressione nella quantificazione del danno connesso alla sofferenza soggettiva man mano che aumenta l’invalidità permanente.

Nello stesso tempo le tabelle milanesi non impediscono, sulla base dei fatti allegati e provati dalle parti, come richiesto dalla giurisprudenza di legittimità, la necessaria personalizzazione del danno. Nulla osta – può aggiungersi al fine di evitare facili critiche nascenti dal confronto con altre tabelle – che in casi particolari i valori delle tabelle del Tribunale di Milano vadano adattati anche escludendo in loto il pregiudizio relativo alla sofferenza soggettiva, perché rimane sempre valido il principio secondo cui la liquidazione di tale voce di danno non consegue in via automatica.

Le Tabelle di Milano sono state giudicate favorevolmente anche in una recente decisione di legittimità, che ha ritenuto che la loro applicazione attesti la conformità della valutazione equitativa del danno alle disposizioni degli artt. 1226 e 2056 c.c. A fronte di un motivo di ricorso, in punto di liquidazione del danno, fondato sul presupposto che la Corte territoriale si fosse discostata dalle tabelle milanesi generalmente adottate dai giudici di merito, la Cassazione ha considerato inopportuno contrapporre “… una propria scelta a quella già effettuata dai giudici di merito di ben sessanta tribunali, anche di grandi dimensioni (come, ad esempio, Napoli) che, al di là delle diversità delle condizioni economiche e sociali dei diversi contesti territoriali, hanno posto a base del calcolo medio i valori di riferimento per la liquidazione del danno alla persona adottati dal Tribunale di Milano, dei quali è dunque già nei fatti riconosciuta una sorta di vocazione nazionale. Essi costituiranno d’ora innanzi, per la giurisprudenza di questa Corte, il valore da ritenersi “equo”, e cioè quello in grado di garantire la parità di trattamento e da applicare in tutti i casi in cui la fattispecie concreta non presenti circostanze idonee ad alimentarne o ridurne l’entità” (cfr. Cass., sez. III, 7.6.11, n. 12408).

La liquidazione del danno permanente da lesione all’integrità psico – fisica avviene individuando il nuovo valore di punto partendo dal valore di punto delle tabelle precedenti (relativa alla sola componente di danno non patrimoniale anatomo funzionale), aumentato della componente di danno  relativa alla sofferenza soggettiva e prevedendo eventualmente percentuali massime di ulteriore aumento per ottenere la personalizzazione. Nel caso in esame il danneggiato P.B. aveva all’epoca del fatto un’età di 57 anni, sicché la quantificazione del danno permanente in moneta attuale è pari per un’invalidità del 1% ad Euro 1.053,00. Considerando la natura dolosa del fatto illecito, si ritiene di personalizzare il risarcimento con un aumento del 50%, sino a Euro 1.579,50.

V.B. aveva all’epoca del fatto un’età di 41 anni, sicché la quantificazione del danno permanente in moneta attuale è pari per un’invalidità del 2% ad Euro 2.469,00.

Considerando la natura dolosa del fatto illecito, si ritiene di personalizzare il risarcimento con un aumento del 50%, sino a Euro 3.703,50.

Per il risarcimento del danno da invalidità temporanea il valore complessivo corrispondente ad un giorno di invalidità temporanea al 100% è pari a Euro 96,00, con possibilità di adeguare la liquidazione al caso concreto con un aumento sino a Euro 144,00. Tenuto conto dei limitati riflessi che le modeste lesioni possono aver avuto sulla possibilità di espletare le attività quotidiane, si ritiene di liquidare a titolo di invalidità temporanea per:

P.B. la somma di Euro 624,00, così determinata: Euro 96,00 X 8 gg. X 50% + Euro 96,00 X 10 gg. X 25% = Euro 384,00 + Euro 240,00;

V.B. la somma di Euro 1.080,00, così determinata: Euro 96,00 X 15 gg. X 50% + Euro 96,00 X 15 gg. X 25% = Euro 720,00 + Euro 360,00.

Il danno non patrimoniale viene pertanto liquidato in via equitativa nella misura complessiva di Euro 2.203,50 per P.B. e di Euro 4.783,50 per V.B..

Al creditore di un’obbligazione di valore spetta anche il risarcimento del danno ulteriore causato dal ritardato adempimento. La base del calcolo è costituito non dal credito in moneta attuale (v. Cass., s.u., 17.12.95, n. 1712), ma dal “coacervo” del credito originario via via rivalutato anno per anno. Non è infatti consentito calcolare gli interessi sulle somme integralmente rivalutate dalla data del fatto illecito. Al momento del deposito della sentenza l’obbligazione di valore si trasforma in obbligazione di valuta e produce altresì interessi legali fino al pagamento.

10. B. ha proposto l’eccezione di compensazione a fronte del credito fatto valere dall’attore. La compensazione legale e quella giudiziale si distinguono in quanto mentre la prima presuppone la presenza anteriore alla causa di due debiti liquidi ed esigibili, l’altra richiede che il debito opposto in compensazione non sia liquido, ma di pronta e facile liquidazione. Ne consegue che, mentre gli effetti della compensazione legale retroagiscono al momento della coesistenza dei debiti, quelli della compensazione giudiziale, per la sua natura costitutiva, si verificano ex nunc, cioè dal momento in cui viene pronunciata la sentenza che la dichiara (cfr. Cass., sez. II, 21.2.85, n. 1536). La compensazione giudiziale di una parte di un credito pecuniario opera quale fatto estintivo del medesimo sino alla concorrenza del contrapposto credito accertato a favore dell’altra parte, senza poter incidere sulla decorrenza degli interessi liquidati sulla residua parte del credito non estinta dalla compensazione.

Compensati i reciproci debiti alla data della pronuncia della sentenza, B., creditore dell’importo maggiore, avrà diritto a ottenere la somma residua, oltre agli interessi legali su quello oramai divenuto un debito di valuta.

11. Le spese di c.t.u. vanno divise al 50% fra attore e convenuto. Le spese legali vengono liquidate come da dispositivo sulla base dei parametri del D.M. n. 140 del 2012, tenuto conto del criterio del “decisum” oramai espressamente riconosciuto anche dall’art. 5 D.M. cit.. Fra attore e convenuto le spese vengono per 1/2 compensate e per il residuo poste a carico dell’attore (il credito del convenuto è superiore al doppio di quello dell’attore); il convenuto è invece obbligato alla rifusione integrale delle spese in favore del terzo chiamato.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunziando, rigettata ogni diversa domanda, eccezione ed istanza, così provvede:

1) accerta che il credito di P.B. nei confronti di V.B., a titolo di risarcimento del danno, è pari alla somma di Euro 2.203,50, oltre agli interessi al tasso legale sulla predetta somma come devalutata al 17 luglio 2003 e rivalutata annualmente sino alla sentenza;

2) accerta che il credito di V.B. nei confronti di P.B., a titolo di risarcimento del danno, è pari alla somma di Euro 4.783,50, oltre agli interessi al tasso legale sulla predetta somma come devalutata al 17 luglio 2003 e rivalutata annualmente sino alla sentenza;

3) operata compensazione fra i debiti di cui ai precedenti punti, condanna P.B. al pagamento in favore di V.B. della somma residua, oltre gli interessi al tasso legale dalla sentenza sino al saldo;

4) pone le spese di C.T.U. in via definitiva a carico dell’attore per il 50% e a carico del convenuto per il 50%;

5) compensa per metà le spese processuali fra attore e convenuto e condanna P.B. al pagamento in favore di V.B. delle residue spese processuali, liquidate nella somma di Euro 1.050,00 per compenso, oltre iva e cpa;

6) condanna V.B. al pagamento in favore di C.B. delle spese processuali, liquidate nella somma di Euro 2.100,00 per compenso, oltre iva e cpa.

Così deciso in Padova, il 13 giugno 2013.

Depositata in Cancelleria il 13 giugno 2013.

Tribunale di Padova: ordinanza in tema di frazionamento del credito da sinistro stradale

Sinistro stradale – Danni materiali e fisici – Risarcimento del danno – Proposizione di domanda giudiziale per danni a cose – Successiva distinta proposizione di domanda giudiziale per danni fisici – Frazionamento del credito – Automatica improponibilità della domanda – Non sussiste – Necessario accertamento caso per caso.

Tribunale di Padova – Giudice Dott. Guido Marzella – Ordinanza del 24.09.2013

Il Giudice del Tribunale Civile di Padova Dr. Guido Marzella

nella causa rubricata al n.[omissis] R.G. ha pronunciato fuori udienza la seguente

ORDINANZA

a scioglimento della riserva che precede

vista l’eccezione di improponibilità della domanda sollevata dal patrocinio dei convenuti e rilevato che il principio della non frazionabilità della tutela giurisdizionale è stato inizialmente riconosciuto con riguardo ad ipotesi di crediti dovuti in forza di un unico rapporto obbligatorio e solo in seguito è stato esteso anche ai casi di domande di risarcimento danni da responsabilità civile;

opinato peraltro che a fronte di pronunce le quali affermano il principio in esame in maniera categorica (Cass. 22.12.11 n. 28286) se ne pongono altre che tendono a sottolineare la necessaria coesistenza di tale principio con quello della domanda, adombrando la facoltà per la parte di limitare la proposizione dell’azione a solo alcune delle voci di danno, ciò che appare condivisibile ove sussistano ragioni idonee a giustificare la scelta così operata;

atteso d’altro canto, che ciò potrebbe in particolare risultare legittimo laddove la voce di danno espunta dall’originaria domanda presenti natura ontologicamente diversa da quelle già azionate;

ritenuto pertanto apparire opportuno dare corso alla fase istruttoria del giudizio, riservando ogni determinazione in proposito all’atto della decisione

dispone

esperirsi CTU sul seguente quesito: “Letti gli atti ed i documenti di causa ed esperita ogni opportuna indagine, determini il consulente d’ufficio:

1) quali siano le lesioni subite dal periziando che appaiono causalmente ricollegabili al sinistro di causa, descrivendo anche gli eventuali precedenti morbosi influenti sul suo stato di salute al momento dell’incidente;

2) la durata dell’inabilità temporanea totale e parziale;

3) quali siano gli esiti permanenti subiti, valutando in che maniera influiscano sulla complessiva integrità ed efficienza psicofisica del soggetto leso (c.d. danno biologico) e quantificandone la incidenza in misura percentuale;

4) se ed in che misura gli esiti permanenti eventualmente accertati incidano sulla capacità lavorativa specifica del periziando;

5) sulla base della propria esperienza clinica, il grado di intensità delle sofferenze patite (modesto, medio, grande) ai fini della quantificazione del danno morale;

6) la congruità rispetto alle lesioni riscontrate delle spese mediche che il periziando afferma di aver sopportato;

7) l’ammontare delle spese mediche da sostenersi eventualmente in futuro in relazione ai postumi permanenti accertati a carico del periziando;

8) se le lesioni di cui è causa risultassero o meno ragionevolmente stabilizzate già nel luglio del 2008”

nomina

quale consulente d’ufficio il dr. [omissis], mandando alla Cancelleria di provvedere alla sua citazione

rinvia

la causa all’udienza del [omissis] per la prestazione del giuramento da parte del consulente d’ufficio.

Si comunichi alle parti.

Padova, 24 settembre 2013

Il Giudice

Art. 91 ult. comma c.p.c. al vaglio della Consulta: l’ordinanza di rimessione

Tribunale di Padova – Sezione distaccata di Este – Ordinanza del 28.02.2013 – Giudice Dott. Giorgio Bertola

IL CASO:

Nonostante la domanda di Tizio fosse stata accolta dal Giudice di Pace, questi si ritrovava esposto alla c.d. soccombenza di fatto avendo il Giudice immotivatamente compensato le spese legali ad eccezione che per il rimborso del contributo unificato. Tizio decide, quindi, di appellare la sentenza eccependo, altresì, la illegittimità dell’art. 91 c.p.c. in relazione all’art. 82 c.p.c. per violazione degli artt. 3 e 24 Cost. lamentando che, anche qualora il Giudice di Appello avesse ritenuto fondato il gravame, avrebbe dovuto fare applicazione di norme da ritenersi costituzionalmente illegittime poiché, liquidando le spese legali di primo grado, sarebbe stato comunque vincolato a liquidare un valore non superiore a quello della causa (pari ad € 153,96) così esponendolo, pur a fronte di una totale vittoria sulla domanda principale, alla soccombenza di fatto trovandosi esposto al totale pagamento del compenso del proprio difensore non potendo contare sul rimborso da porre a carico della parte totalmente soccombente. Invero, il novellato art. 91 prevede all’ultimo comma (aggiunto dall’art. 13, d.l. 22.12.2011 n. 212, conv. Con mod., dalla l. 17.02.2012 n. 10) che nella cause previste dall’art. 82, primo comma, le spese, competenze ed onorari liquidati dal giudice non possono superare il valore della domanda. Tizio, infatti, pur potendo stare in giudizio personalmente visto che il valore della causa era inferiore ad euro 1.100,00 ex art. 82 c.p.c., aveva comunque scelto di farsi assistere da un avvocato.

 Art. 91 c.p.c. – Legittimità costituzionale in relazione all’art. 82 c.p.c. per violazione degli artt. 3 e 24 Cost. – Non manifesta infondatezza – Sussiste – Rimessione del procedimento alla Corte Costituzionale.

L’ ORDINANZA INTEGRALE 

TRIBUNALE DI PADOVA

Sezione distaccata di Este

ORDINANZA

art. 23 L. 1 marzo 1953 n. 87

Il Giudice Monocratico in funzioni di Giudice di Appello, dott. Giorgio Bertola, nel procedimento n. 40/2013;

letto il ricorso depositato da ***** in data 14/01/2013 avverso la sentenza n. 158/2012 depositata in data 21/12/2012 e resa dal Giudice di Pace di Este nel procedimento n. 320/12;

rilevato che la sentenza impugnata, pur avendo totalmente accolto la domanda attorea, ha interamente compensato le spese legali ad eccezione che per il rimborso del contributo unificato;

rilevato che, l’unico motivo di doglianza spiegato con l’atto di appello, attiene all’omessa esplicita motivazione, del Giudice di primo grado, in ordine alla sussistenza dei gravi ed eccezionali ragioni che giustifichino, come previsto dall’art. 92 c.p.c., la compensazione delle spese legali pur a fronte del totale accoglimento del ricorso proposto;

rilevato che, non essendo stato interposto appello dalla parte soccombente nel merito nel giudizio di primo, nella suddetta sentenza si è formato il giudicato interno in ordine alla domanda di annullamento del verbale emesso dalla Polizia Locale del Comune di *****;

rilevato che nel richiedere la riforma della sentenza di primo grado, l’appellante ha altresì eccepito la illegittimità dell’art. 91 c.p.c. in relazione all’art. 82 c.p.c. per violazione degli artt. 3 e 24 Cost. lamentando che, anche qualora il Giudice di Appello ritenesse fondato il gravame, dovrebbe fare applicazione di norme ritenute costituzionalmente illegittime poiché, liquidando le spese legali di primo grado, sarebbe vincolato a liquidare un valore non superiore a quello della causa (pari ad € 153,96) così esponendolo, pur a fronte di una totale vittoria sulla domanda principale, alla soccombenza di fatto trovandosi esposto al totale pagamento del compenso del proprio difensore non potendo contare sul rimborso da porre a carico della parte totalmente soccombente;

rilevato che il ricorrente, pur potendo stare in giudizio personalmente visto che il valore della causa è inferiore ad euro 1.100,00 ex art. 82 c.p.c., ha scelto di difendersi mediante il patrocinio di un avvocato del libero foro;

rilevato che, a fronte di tali considerazioni, l’appellante ha eccepito l’illegittimità dell’art. 91 c.p.c. ultimo comma in relazione all’art. 82 c.p.c., come da ultimo modificato dalla L. 10/2012 di conversione del D.L. 212/2011 nella parte in cui obbliga il giudicante, nelle cause di valore inferiore ai 1.100,00 euro, a liquidare una somma non superiore al valore della causa che, nel caso di specie, appare essere di modestissima entità così da non rappresentare un serio ristoro delle spese che la parte ha dovuto affrontare, o che comunque affronterà, per ottenere un provvedimento totalmente a sé favorevole e che, essendo il relativo capo della sentenza non oggetto di impugnazione, non è più oggetto del contendere;

rilevato che la questione sollevata dall’appellante appare rilevante e non manifestamente infondata per i seguenti motivi:

-Rilevanza

In ordine alla rilevanza della questione di legittimità costituzionale eccepita si osserva: la doglianza sollevata dall’appellante con il suo ricorso in ordine all’omessa motivazione del Giudice di primo grado appare fondata poiché, dalla lettura della parte motiva della sentenza di primo grado, non si rinviene alcuna esplicita motivazione in ordine alla decisione di compensare integralmente le spese legali della parte risultata totalmente vittoriosa laddove invece l’art. 92 c.p.c., nella sua formulazione risultante dalla modifica operata dall’art. 45 comma 11 L. 69/2009, richiede espressamente che, a differenza che nella precedente formulazione laddove erano sufficienti giusti motivi, il Giudice possa compensare le spese solo a fronte della sussistenza di gravi ed eccezionali ragioni, di cui deve dare esplicita motivazione, mentre la sentenza nulla dice.

A fronte quindi della fondatezza dell’appello, questo Giudice dovrebbe, accolto il gravame, liquidare anche le spese del primo grado facendo però applicazione proprio dell’art. 91 c.p.c. oggetto di censura di costituzionalità dall’appellante.

Al contrario, senza la previsione di cui all’art. 91 c.p.c., questo Giudice potrebbe liquidare le competenze del professionista della parte totalmente vittoriosa, da porre a carico della parte soccombente, senza essere vincolato al valore della causa (euro 153,96) e per di più potendo fare applicazione dei nuovi parametri di cui al DM 140/2012, pubblicati nella Gazzetta Ufficiale del 22 agosto 2012, applicabili al presente giudizio così come statuito da Cass. Sez. Unite n. 17406 del 25 settembre 2012 la quale ha affermato che “…per ragioni di ordine sistematico e dovendosi dare al citato art. 41 del decreto ministeriale un’interpretazione il più possibile coerente con i principi generali cui è ispirato l’ordinamento, la citata disposizione debba essere letta nel senso che i nuovi parametri siano da applicare ogni qual volta la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del predetto decreto e si riferisca al compenso spettante ad un professionista che, a quella data, non abbia ancora completato la propria prestazione professionale, ancorché tale prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta in epoca precedente, quando ancora erano in vigore le tariffe professionali abrogate…” .

La rilevanza delle questioni sollevate dalla difesa dell’appellante in ordine alla possibilità di ottenere un giusto ristoro delle spese da sostenersi per la difesa tecnica, vanno anche lette alla luce delle ulteriori valutazioni effettuate sempre da Cass. Sez. Unite 17406/2012 laddove si osserva che “…Né varrebbe obiettare che detti elementi di valutazione attengono alla liquidazione del compenso dovuto al professionista dal proprio cliente, sembrando inevitabile che essi siano destinati a riflettersi anche sulla liquidazione giudiziale effettuata per determinare il quantum delle spese processuali di cui la parte vittoriosa può pretendere il rimborso nei confronti di quella soccombente…”. Anche a parere del Supremo Collegio di legittimità, nella sua più autorevole composizione, il rimborso delle spese, sostenute per adire l’autorità giudiziaria dalla parte totalmente vittoriosa, è un valore meritevole di rilevanza giuridica.

In ultimo, in punto di rilevanza, va osservato che in ogni caso nelle cause di modestissimo valore come la presente, la liquidazione entro il valore della causa rappresenta, di fatto, una sanzione processuale per la parte che, pur agendo in giudizio con piena fondatezza delle proprie ragioni, lo abbia fatto valendosi della prestazione professionale di un avvocato.

Tale circostanza, nell’attuale quadro normativo, viene evidentemente intesa dal legislatore come una colpa che meriti di essere sanzionata dal punto di vista economico con un sostanziale addebito dei costi dell’opera del professionista, che a questo punto viene evidentemente considerato un vezzo, di cui la parte, totalmente vittoriosa, deve sopportare l’onere, laddove invece, volendo, avrebbe potuto farne a meno potendo stare in giudizio personalmente.

-Non manifesta infondatezza

In ordine alla non manifesta infondatezza della questione sollevata, va osservato che il rimborso delle spese legali che la parte deve sostenere per retribuire il proprio difensore nel rivolgersi all’autorità giudiziaria chiedendo la tutela di un proprio diritto suppostamente violato, attengono in maniera immediata e diretta alla stessa possibilità della parte di poter far valere fondatamente avanti l’autorità giudiziaria le proprie ragioni e quindi rappresentano la concreta ed immediata attuazione dell’art. 24 Cost..

È indubbio che la scelta del legislatore di contenere, per le cause di un valore molto modesto e pari a non oltre 1.100,00 euro, le spese liquidabili a non oltre il valore massimo della causa, va letto avendo bene a mente che, fino al medesimo valore, la parte può stare in giudizio personalmente così che, astrattamente, essa potrebbe non dover sostenere alcuna spesa per la difesa tecnica cosicché, la scelta di farsi difendere da un professionista, si ridurrebbe, in ultima analisi, in una scelta personale, facoltativa e non obbligatoria, a fronte della quale il legislatore ha evidentemente inteso che la parte possa anche sopportarne i costi qualora preferisca usufruire dei servigi professionali di un avvocato.

Appare peraltro egualmente evidente che, laddove l’attore, non sia in possesso di specifiche conoscenze giuridiche che gli consentano anche solo di valutare l’opportunità di impugnare l’atto giuridico a sé sfavorevole mediante il ricorso ad un Giudice, come nel caso concreto, se non avesse avuto l’assistenza di un difensore verosimilmente non avrebbe saputo, o non lo avrebbe fatto con eguale incisività, quali elementi valorizzare per ottenere, come in effetti ha ottenuto con la sentenza qui impugnata, un provvedimento totalmente favorevole che ha definitivamente stabilito, con decisione non più impugnabile, che quel verbale era illegittimo per inesistenza della notifica dell’atto inviato al ricorrente ed appare quindi di immediata evidenza il danno che avrebbe patito se non avesse scelto di rivolgersi ad un legale per impugnare un atto che oggi deve definitivamente dirsi illegittimo.

Se quindi la possibilità di ottenere un provvedimento favorevole avanti ad un’autorità giudiziaria è indubbiamente, in parte, anche legata alla scelta se e da quale difensore farsi assistere in giudizio, poiché per esempio la scelta di un difensore specializzato nel settore per cui è causa anziché in materia differente incide in maniera immediata e diretta sulla possibilità di esporre correttamente all’autorità giudiziaria gli elementi di fatto e di diritto a sé favorevoli, appare evidente che il difendersi in giudizio in prima persona, o mediante il patrocinio di un professionista qualificato, non può essere considerato un elemento neutro al fine del formarsi di libero convincimento dell’autorità giudiziaria adita, neppure nelle cause di minor valore che non necessariamente involgono diritti di grado deteriore solo perché aventi un valore economico modesto.

D’altronde, che la difesa tecnica sia di per sé stessa un valore fondamentale nel nostro ordinamento, lo si evince anche da una lettura di sistema che si ricava dal complesso delle norme processuali, civili e penali, per cui il legislatore ha ritenuto di prevedere che la difesa tecnica sia obbligatoria.

Nel processo civile, infatti, vi sono solo tre eccezioni alla regola generale: la prima è rappresentata proprio dall’art. 82 comma 1 c.p.c., cioè nei procedimenti avanti al Giudice di Pace che abbiano un valore inferiore ai 1.100,00 (limite peraltro recentemente elevato dagli originari 516,00 euro), la seconda nel caso in cui la parte che agisce o resiste in giudizio possegga essa stessa la qualità necessaria per esercitare l’ufficio di difensore con procura presso il Giudice adito (art. 86 c.p.c.), l’ultima, disciplinata dall’art. 417 c.p.c., nelle cause in materia di lavoro di valore inferiore ai 129,11 euro.

Nel processo penale, evidentemente anche per i beni giuridici che sono coinvolti dall’esito del giudizio, il legislatore ha espressamente escluso la possibilità che, anche chi possiede le qualità tecniche necessarie, possa provvedere personalmente alla propria difesa stabilendo che la difesa tecnica è obbligatoria (art. 369 bis c. 2 lett. A c.p.p.) e istituendo altresì un sistema di elenchi tenuti dai Consigli degli ordini degli avvocati, che ne curano la formazione, a cui l’autorità giudiziaria possa attingere allorquando abbia necessità di compiere atti cui debba assistere il difensore della persona sottoposta ad indagini e che ancora non abbia avuto la possibilità di nominarlo.

Altro elemento di contraddizione sistemica è rappresentato dal fatto che nelle cause disciplinate dagli artt. 409 c.p.c. e seguenti, pur di valore inferiore ai 129,11 euro dove quindi la parte potrebbe stare in giudizio personalmente, nessun vincolo è rivolto al Giudice al momento della decisione sul regolamento delle spese di lite visto che l’art. 91 c.p.c. richiama solo l’art. 82 c.p.c. e non l’art. 417 c.p.c. sicchè, paradossalmente, in quel procedimento, se la parte invece di stare in giudizio personalmente si facesse assistere da un difensore, in caso di vittoria, potrebbe ottenere l’integrale ristoro delle spese legali con evidente disparità di trattamento con chi si trovi in analoga posizione processuale, ovvero di totale vittoria, ma abbia chiesto la tutela di un diritto che appartenga alla cognizione del Giudice di Pace anziché del Giudice del Lavoro.

Appare evidente che, dalla visione complessiva che si ricava dall’esame dei due sistemi processuali, pur ciascuno con le sue peculiarità, si evince che l’ordinamento riconosce come bene fondamentale ed insopprimibile quello della difesa tecnica, intesa come patrocinio delle altrui ragioni avanti al Giudice terzo ed imparziale, diretta applicazione dell’art. 111 Cost. e dell’art. 6 C.E.D.U. e che la deroga debba necessariamente rappresentare un’eccezione assoluta.

Va valorizzato, al fine di evidenziare il contrasto delle norme censurate con il disposto dell’art. 24 Cost., che la norma costituzionale di riferimento, che prevede che “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi” non fa distinzione, per riconoscere il diritto all’azione, in base al valore economico del diritto di cui si chiede tutela avanti l’autorità giudiziaria.

Porre il cittadino, nel decidere se ricorrere all’autorità giudiziaria per la tutela di un diritto suppostamente leso di valore inferiore ai 1.100,00 euro, nella condizione di effettuare una  operazione di comparazione tra il costo per adire l’autorità giudiziaria con l’ausilio di un difensore, culturalmente attrezzato e professionalmente qualificato e che anche in caso di vittoria la parte si dovrà interamente retribuire così vanificando l’effetto favorevole della pronuncia che riconosca la bontà della domanda giudiziale, piuttosto che difendersi da sé solo, con tutti i rischi che l’ignoranza dei tecnicismi del processo possa portare ad un esito infausto della domanda, rappresenta da sé solo una palese violazione dell’art. 24 Cost., oltre che dell’art. 3 Cost., per la disparità che si creerebbe laddove, tra le due parti del processo che decidessero entrambe di difendersi da sé sole, l’una avesse la padronanza delle norme che regolano lo svolgersi del processo avanti al Giudice adito mentre l’altra no o l’una potesse permettersi di sostenerne comunque e a prescindere la relativa spesa economica e l’altra no.

A tale carenza di conoscenze tecniche della parte potrebbe sopperire infatti l’assistenza tecnica offerta da un avvocato del libero foro il cui compenso però, di fatto, potrebbe non trovare ristoro, anche in caso di piena vittoria, laddove venisse liquidato, al massimo, il valore della causa, che nel presente procedimento ammonta ad euro 153,96, poiché appare di solare evidenza che nessun professionista potrebbe accettare di patrocinare un cliente, fosse anche davanti ad un Giudice di Pace e per una causa dal valore sicuramente molto modesto, a fronte di un compenso di euro 153,96.

Facendo applicazione dei nuovi parametri, il Giudicante, ritiene di poter sicuramente contenere entro valori minimi il compenso del professionista in ragione del modesto valore della causa, ma in nessun caso liquiderebbe la somma di euro 153,96, somma che appare davvero eccessivamente esigua per rappresentare un giusto ristoro delle spese che la parte sosterrà per essersi rivolta al professionista, professionista che deve necessariamente ricevere una remunerazione che sia rispettosa della difficoltà e della qualità del servizio reso e quantificata a mente dell’art. 2233 comma 2 c.c. e dall’art. 13 della nuova legge sull’ordinamento professionale forense pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 15 del 18 gennaio 2013 pena, in caso contrario, di una manifesta violazione dell’art. 36 Cost. poiché è indubbio che liquidare all’avvocato, che in ultima analisi altro non è che un lavoratore, la somma di 153,96 euro per la sua prestazione lavorativa non appare essere comunque una “retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro…”.

In sostanza limitare la discrezionalità del Giudice nella liquidabilità delle spese legali al valore della presente causa equivarrebbe, per l’appellante, o a rinunciare preventivamente all’assistenza tecnica oppure a sobbarcarsene interamente il costo a prescindere dall’esito della causa che nel presente procedimento lo ha già visto totalmente vittorioso con sentenza passata in giudicato nel merito della domanda principale.

Anche il tentativo di dare alle norme citate una lettura costituzionalmente orientata, prima di investire della questione la Corte Costituzionale, come affermato fin dalla sentenza n. 149 del 1994 Corte Cost., non appare utilmente perseguibile.

Il testo letterale della norma sospettata di illegittimità costituzionale, peraltro novellata di recente dalla L. 212/2011, non consente di conferirle un significato differente da quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse e dalla intenzione del legislatore il quale ha, al contrario, fatto rientrare addirittura le spese vive sostenute dalla parte nel limite massimo della liquidabilità delle spese legali da parte del Giudice.

Poiché pertanto, alla luce delle suesposte ragioni, il Giudice monocratico in funzione di Giudice di Appello dubita della legittimità costituzionale dell’art. 91 c.p.c. in relazione all’art. 82 c.p.c. per la violazione degli artt. 3 e 24 Cost.; letto l’art. 23 L. 87 dell’11 marzo 1953 e l’art. 295 c.p.c.

Rimette

gli atti del presente procedimento alla Corte Costituzionale e dispone la sospensione del procedimento in attesa della decisione nel giudizio ad quem.

Ordina

che, a cura della Cancelleria, la presente ordinanza sia notificata al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Presidente della Camera dei Deputati e al Presidente del Senato della Repubblica.

Padova li 28 febbraio 2013

                                                                                                                   IL GIUDICE

                                                                                                          – Dott. Giorgio Bertola –

 

 

 

Tombino malmesso? E’ responsabile il Comune

Tribunale di Padova – Giudice Dott. G. Bordon – sent. 19.02.2013

IL CASO:

Tizio conveniva in giudizio il Comune di Limena avanti il Tribunale per ottenere il risarcimento dei danni subiti dalla propria automobile in un incidente stradale il cui accadimento era da addebitarsi al predetto Ente. Tizio assumeva che improvvisamente, lungo la strada, forse per un ostacolo sollevato da un’automobile che lo precedeva, forse per il trabocco dell’acqua delle fognature non sufficientemente pulite, si era sollevato il coperchio di un chiusino in ghisa. L’automobile era quindi andata a collidere contro l’ostacolo improvviso e inevitabile riportando nell’urto danni materiali. L’apertura del chiusino non poteva essere considerata un evento eccezionale, dovendosi attribuire la responsabilità dell’accaduto all’ente proprietario della strada per incuria nella manutenzione e nella segnalazione del pericolo.

LA QUESTIONE GIURIDICA:

La domanda attorea di risarcimento va esaminata ai sensi dell’art. 2043 c.c. e non anche dell’art. 2051 c.c.. La responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia, prevista dall’art. 2051 c.c. ha carattere oggettivo, essendo sufficiente, per la sua configurazione, la dimostrazione da parte dell’attore del verificarsi dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con il bene in custodia, senza che rilevi al riguardo la condotta del custode, posto che funzione della norma è quella di imputare la responsabilità a chi si trova nelle condizioni di controllare i rischi inerenti alla cosa, intendendosi custode chi di fatto ne controlla le modalità d’uso e di conservazione, e non necessariamente il proprietario o chi si trova con essa in relazione diretta. Nel caso di responsabilità ex art. 2043 c.c. è invece a carico del danneggiato l’onere di provare l’anomalia del bene demaniale, mentre spetta al gestore provare i fatti impeditivi della propria responsabilità, quali la possibilità, in cui l’utente si sia trovato, di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la predetta anomalia.

E’ esclusivamente a fg. 2 e 3 della memoria ex art. 183, VI comma n. 3 c.p.c. che il difensore dell’attore pone la questione della responsabilità oggettiva ex art. 2051 c.c. del Comune di Limena per il rapporto di custodia con la cosa sottoposta al suo potere di vigilanza. La giurisprudenza di legittimità afferma che “il danneggiato da un incidente stradale, che nelle fasi di merito abbia dedotto la responsabilità dell’ente proprietario della strada sotto il profilo della mancata eliminazione di una situazione di pericolo occulto (cosiddetta insidia o trabocchetto) e, quindi, a norma dell’art. 2043 cod. civ., non può dedurre per la prima volta in sede di legittimità la questione della responsabilità dello stesso ente a norma dell’art. 2051 cod. civ., giacché l’invocazione di questa norma postula che sia stato prospettato al giudice di merito, in fatto, almeno il potere di custodia del convenuto sulla cosa che ha cagionato il danno” (cfr. Cass., sez. III, 12.6.01, n. 7938 e Cass., sez. III, 10.5.05, n. 9753). Non avendo posto il tema del rapporto di custodia negli atti destinati alle allegazioni delle parti (rapporto di custodia necessario ai fini della possibilità di configurare una responsabilità ex art. 2051 c.c.), nel sistema attuale disciplinato da espresse preclusioni l’attore non avrebbe allora potuto introdurlo tardivamente – come correttamente eccepito dal difensore del convenuto – con una memoria destinata unicamente alla prova contraria.

Secondo i principi che regolano la responsabilità aquiliana, dalla prova – a carico del danneggiato – dell’anomalia del bene demaniale può peraltro anche desumersi il comportamento colposo della P.A. mentre spetterà all’amministrazione dimostrare i fatti impeditivi della propria responsabilità (cfr. Cass., sez. III, 19.5.11, n. 11016: nella specie, applicando il riportato principio, in relazione ad un sinistro occorso a seguito della manovra necessitata dall’attraversamento di un animale in autostrada, la S.C. ha affermato che, dimostrata la presenza di un animale idoneo all’intralcio alla circolazione, non spetta all’attore, tanto nella tutela offerta dall’art. 2051 c.c. che in quella di cui all’art. 2043 c.c., provarne anche la specie, che semmai andrà dedotta e dimostrata dal convenuto, nel caso la società di gestione dell’autostrada, quale indice di ricorrenza di un caso fortuito).

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