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Affitto di azienda e inadempimento dell’affittuaria: non c’è nesso di pregiudizialità fra il procedimento d’urgenza ex art. 700 c.p.c. e quello di ATP ex art. 696 bis c.p.c. (Trib. Padova, Ord. 14.02.18)

Tribunale di Padova, Giudice Dott.ssa Federica Sacchetto, Ordinanza del 14.02.2018

IL FATTO: L’affittante promuoveva un procedimento d’urgenza ai sensi dell’art. 700 c.p.c. onde ottenere l’immediato rilascio dell’azienda (un albergo) essendosi l’affittuaria resa morosa del pagamento di alcuni canoni di affitto. In pendenza di detto procedimento, l’affittuaria promuoveva, a sua volta, altro procedimento per ATP ai sensi dell’art. 696 bis c.p.c. al fine di far emergere, per il tramite di una ctu, quei vizi che, a suo dire, legittimavano, in forza dell’eccezione di inadempimento opposta all’affittante, il mancato pagamento dei canoni. Il Tribunale di Padova si pronunciava, quindi, preliminarmente, in ordine alla questione pregiudiziale emarginata.

L’ORDINANZA

R.G. 2018/796

TRIBUNALE ORDINARIO di PADOVA
SEZIONE II CIVILE
Nel procedimento cautelare iscritto al n. r.g. 796/2018:
Il Giudice dott. Federica Sacchetto,
a scioglimento della riserva assunta all’udienza del 06/03/2018,
ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

rilevato, preliminarmente, che non appare concepibile un nesso di pregiudizialità fra il presente procedimento cautelare e quello di ATP, ex art.696 bis c.p.c., pendente fra le parti, che non condurrà ad alcuna pronuncia che possa confliggere con quella che definisce il presente procedimento, e ciò senza considerare l’urgenza del presente;
rilevato, ancora in via preliminare, che non può ritenersi venuto meno l’interesse della ricorrente alla pronuncia, per effetto della cessione del credito per canoni oggetto del contratto, atteso che tale cessione non comporta alcun mutamento soggettivo nel rapporto contrattuale che costituisce il titolo della pretesa fatta valere nel presente giudizio;
rilevato che sussiste il “fumus” del diritto della ricorrente alla restituzione dell’azienda oggetto del contratto d’affitto in data 22.12.2016, per effetto della risoluzione di diritto dello stesso, invocata dalla ricorrente in forza di clausola risolutiva espressa;
rilevato, invero, che è pacifico fra le parti che l’affittuaria ha omesso il pagamento, ad oggi, di cinque canoni mensili (da ottobre a febbraio, il primo nella misura ridotta concordata a seguito di parziale compensazione), con ciò determinando il verificarsi dei presupposti della clausola risolutiva espressa di cui all’art.5 del contratto (mancato pagamento di due mensilità di canone);
rilevato, che vi è il “fumus” dell’inadempimento contrattuale anche con riferimento ad altre obbligazioni derivanti dal contratto, ed in particolare con riferimento alla clausola relativa all’obbligo di subentro di cui all’art.15, per cui la resistente, che non ha provveduto, almeno in parte, alla voltura delle utenze dell’esercizio, si è resa inadempiente all’obbligo di rimborso delle spese anticipate dalla ricorrente per circa €.11.000,00;
ritenuto che la difesa della resistente, secondo cui il mancato pagamento dei canoni sarebbe legittimo, in forza dell’eccezione di inadempimento, da essa opposta all’affittante a causa dell’interruzione dell’erogazione dell’acqua termale per la piscina, della mancata riparazione di infiltrazioni in alcune stanze, del mancato rimedio al degrado degli spogliatoi della piscina e del mancato adeguamento dell’impianto termico, inefficiente, anche a seguito dell’impiego di esso per il riscaldamento dell’acqua della piscina, non appare “prima facie” fondata;
rilevato, invero, quanto all’interruzione dell’erogazione dell’acqua termale per la piscina, che tale circostanza, per allegazione della resistente, si è verificata a seguito della decisione della resistente medesima di cessare il contratto con la società sportiva […] s.r.l., che versava un canone e nei cui confronti soltanto la […] s.r.l. aveva garantito la funzionalità della piscina con acqua termale fornita da terzi, circostanza che avrebbe dovuto indurre la convenuta, che ha voluto risolvere il contratto, a procacciarsi altrimenti la fornitura di acqua termale, considerato che l’azienda affittata risulta comprensiva di “piscina pubblica/aperta al pubblico” di cui non viene precisata la natura termale;
rilevato, sotto altro profilo, che la circostanza che […] s.r.l. pubblicizzasse la disponibilità di una piscina termale non può considerarsi indice di condotta inadempiente, poiché la piscina, pacificamente, era dotata di acqua termale fino alla cessazione del contratto con […] per decisione della convenuta, avvenuta in costanza di rapporto di affitto d’azienda;
rilevato, quanto al degrado di alcuni spazi, da un lato, che lo stesso appare in parte riconducibile a problemi manutentivi non addebitabili alla proprietà (muffe alle pareti degli spogliatori ecc.), dall’altro, che lo stesso contratto di affitto, avendo ad oggetto un immobile datato, e quindi prevedibilmente bisognoso di continui interventi, prevede che in caso di necessità di restauri non effettuati dalla proprietà, vi provveda la conduttrice con diritto al rimborso (art.14); rilevato pertanto che la circostanza che la ricorrente abbia autorizzato la compensazione di alcuni canoni con le spese sostenute dalla conduttrice per riparazioni è, non già indice del riconoscimento di vizi del bene affittato, costituito da un albergo di non recente costruzione (d’altra parte il canone è di €.4.000,00 mensili per l’intera azienda, comprensiva di albergo arredato con numerose camere, ristorante, piscina, autorizzazioni ecc.), ma puntuale adempimento della richiamata clausola contrattuale;
rilevato, quanto alla pretesa inadeguatezza dell’impianto termico, che lascerebbe alcune stanze dell’albergo fredde ed altre surriscaldate, che la stessa appare dipendere dall’imprevisto impiego della caldaia per il riscaldamento dell’acqua della piscina, come riconosciuto dalla stessa resistente (invero il contratto è iniziato nel gennaio 2017, in pieno inverno, e non risultano contestazioni circa la funzionalità dell’impianto termico in tale periodo, quando la caldaia non riscaldava la piscina), circostanza che configura un’utilizzazione anomala dell’impianto che serve l’edificio alberghiero che non può essere addebitata all’affittante;
rilevato, sotto altro profilo, che lo stesso perito incaricato dalla convenuta (doc.16) ha ipotizzato che almeno in parte dei difetti di funzionalità del riscaldamento dipendano dalla presenza di bolle d’aria nelle tubazioni e dunque da problemi di manutenzione che fanno carico all’affittuaria;
ritenuto, quanto al “periculum”, che lo stesso appare ravvisabile sotto il profilo dell’imminenza e irreparabilità del pregiudizio che verrebbe arrecato, da un lato, alla ricorrente che, privata della sola, propria risorsa economica, rappresentata dai canoni, diverrebbe insolvente verso la banca e soggetta ad eventuale fallimento, dall’altro, al compendio aziendale, che l’affittuaria, allegando un inadempimento dell’affittante per vizi essenzialmente manutentivi e comunque dipendenti da un proprio impiego anomalo dei beni affittati, omette di riparare e mantenere in condizioni di normale esercizio, con pregiudizio per la conservazione del complessivo compendio aziendale e del relativo avviamento, beni tutti non ripristinabili per equivalente;
ritenuto in definitiva che, nel mentre è inammissibile nel presente procedimento la domanda di accertamento proposta dalla ricorrente, va accolta quella cautelare di immediata restituzione dell’azienda, in quanto anticipatoria della richiamata pronuncia oggetto dell’eventuale giudizio di merito;
ritenuto che le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate come da dispositivo;
P.Q.M.
Visti gli artt.669 bis e segg. e 700 c.p.c.,
rigettata ogni altra istanza, ordina all’impresa individuale […], in persona della titolare, […], l’immediata restituzione alla s.r.l. […] dell’azienda oggetto del contratto in data 22.12.2016, Rep.22.224, racc.8.510 del notaio […], mediante riconsegna dei beni mobili descritti nel contratto e rilascio dell’immobile ivi indicato, nonché il compimento di tutti gli atti necessari a consentire la voltura delle autorizzazioni amministrative indicate nel medesimo contratto;
dispone che l’esecuzione avvenga a mezzo ufficiale giudiziario, nelle forme dell’esecuzione per consegna e rilascio;
condanna la resistente a rifondere alla ricorrente le spese del procedimento, che liquida in €.2.430,00 per la fase di studio, €1.145,00 per la fase introduttiva, €.1.687,00 per la fase decisionale, oltre al 15% per spese generali, ad €.286,00 per spese vive ed oltre IVA e CPA.
Si comunichi
Padova, 14 marzo 2018
Il Giudice
dott. Federica Sacchetto

Segnalazione in Centrale Rischi della Banca d’Italia: ammessa la cancellazione con ricorso ex art. 700 c.p.c. in corso di causa

Tribunale Padova Sez. feriale, Ordinanza del 31-08-2018

Il Tribunale di Padova (in sede di reclamo) ha stabilito che qualora la segnalazione a sofferenza sia stata effettuata in maniera scorretta, come effettivamente accertato da una C.T.U. redatta in corso di causa, ne è ammessa la cancellazione senza necessità di attendere l’emissione della pronuncia definitiva di merito.

L’ORDINANZA

Il Tribunale in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Guido Marzella, – Presidente

dott.ssa Silvia Rigon, – Giudice Relatore

dott.ssa Caterina Zambotto, – Giudice

all’esito dell’udienza del 29.8.18 nel procedimento per reclamo iscritto al n. 6042/2018 r.g.a.c. promosso:

da (…) con il patrocinio degli avv.ti (…)

– reclamante –

contro

B.M.P. S.P.A., con il patrocinio dell’avv. (…)

– reclamata –

ha emesso la seguente

ORDINANZA

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

preso atto che la (…) ha proposto reclamo avverso l’ordinanza del giudice di prime cure che – a seguito dell’avvenuta proposizione da parte della medesima di un ricorso ex art. 700 c.p.c. volto ad ottenere l’emissione di un provvedimento volto ad ordinare la cancellazione delle segnalazioni a rischio e a sofferenza effettuate da “M. spa” presso la C.R.B. – rigettava la relativa istanza, lamentando non essersi tenuto conto del fatto:

– quanto al fumus boni iuris:

– che la CTU redatta in corso di causa aveva accertato l’inesistenza di propri debiti ed anzi la sussistenza di un credito variabile fra un minimo di Euro 149.556,74 ed un massimo di Euro 173.150,66,

– che, diversamente da quanto argomentato dal giudice di prime cure, la cancellazione di una segnalazione a sofferenza ben può essere emessa precedentemente alla emissione della pronuncia definitiva di merito, soprattutto nel caso in cui la stessa sia stata effettuata in maniera scorretta,

– che la medesima non poteva d’altronde essere considerata corretta per il solo fatto di aver indicato il credito siccome contestato, essendovi già pacifici elementi idonei ad affermarne la totale inesistenza, ciò che portava ad escludere il ricorrere della stessa situazione di sofferenza,

– che esiste un rapporto di stretta inerenza fra le domande svolto in giudizio ed il richiesto provvedimento cautelare, di per sé finalizzato ad anticipare gli effetti della pronuncia di merito, destinata ad accertare l’inesistenza del credito,

– quanto al periculum in mora,

– che le segnalazioni in oggetto costituiscono già di per sé ed in re ipsa ostacolo all’accesso al credito bancario,

– che esse possono essere altresì motivo di revoca o di richiesta di rientro delle linee di credito in essere con “(…)

– che la presenza delle medesime ha d’altronde già comportato il rigetto da parte della (…) di una specifica richiesta di finanziamento, necessario per la realizzazione di un complesso residenziale in (…)

atteso che la parte reclamata si è difesa rilevando:

– che con il reclamo la controparte ha limitato le proprie pretese alla sola cancellazione delle segnalazioni a sofferenza intervenute a far data dal 25.5.18, con esclusione di quelle a rischio effettuate in epoca precedente,

– che le segnalazioni a rischio effettuate in corso di causa devono ritenersi:

– correttamente effettuate poiché in ognuna di esse si era dato conto della natura contestata del credito,

– non più passibili di rettifica sino alla definizione del giudizio di merito,

– che gli esiti della CTU risultano contestabili sotto vari profili attinenti al calcolo della eccepita prescrizione, alla incompletezza degli estratti conto ed alla capitalizzazione trimestrale degli interessi,

– che nella fattispecie difetta comunque il periculum in mora poiché:

– la mancata concessione del finanziamento di cui si duole la controparte risale ad un anno fa,

– l’operazione immobiliare inerente gli immobili ubicati in (…) avrebbe dovuto essere confermata entro il 31.7.18,

– il rigetto della richiesta di finanziamento va semmai ricollegato alle segnalazioni a rischio e non a quelle a sofferenza;

considerato allora, sotto un primo profilo, ben doversi ritenere ammissibile l’emissione di un provvedimento d’urgenza in subiecta materia anche prima della pronuncia della sentenza di merito, dal momento che presupposto sufficiente per l’adozione di un siffatto tipo di provvedimenti è rappresentato dal ricorrere di un nesso di strumentalità tra essi ed il contenuto della domanda di merito esercitata dai ricorrenti, il che appunto ricorre nella fattispecie, ove questi ultimi invocano appunto la messa in atto di accorgimenti idonei ad anticipare e conservare la fruttuosità della futura pronuncia di accertamento dell’inesistenza del credito, alla quale necessariamente conseguirebbe la cancellazione delle predette segnalazioni;

notato d’altronde che pacifica e consolidata giurisprudenza di merito, pienamente condivisa da questo Collegio, ammette l’adozione di un siffatto tipo di provvedimenti (da ultimo Trib. Milano 29.6.18 e Trib. Modena 21.6.18);

riscontrata, d’altro canto, la natura residuale del provvedimento richiesto, difettando il presupposto per l’applicazione del quarto comma dell’art. 10 del D.Lgs. n. 150 del 2011 – il quale disciplina le controversie in materia di applicazione delle disposizioni dettate in tema di protezione dei dati personali – ossia l’esistenza di un provvedimento, inteso come atto di una autorità amministrativa, da rendere inefficace, dal momento che la segnalazione presenta caratteristiche di mera attività informativa, o meglio di trasmissione dati, posta direttamente in essere da un soggetto privato, ossia l’istituto di credito resistente, in conformità a quanto previsto dalla circolare sulla C.R.B. n.139 dell’11.2.91;

notato, d’altro canto, come ciò appaia tanto più fondato ove si consideri che colui che agisce per ottenere la sospensione o la cancellazione del proprio nominativo dalla centrale rischi si duole non già delle modalità con cui i dati relativi all’insolvenza siano stati raccolti, trasmessi o gestiti ma piuttosto dell’assenza dei presupposti di fatto che legittimano la predetta segnalazione, di tal che la relativa controversia non risulta riconducibile a quelle riguardanti l’applicazione della disciplina sul codice della privacy ma piuttosto a quella da responsabilità da fatto illecito ex art. 2043 c.c. (Trib. Verona 18.3.13);

rilevato quindi, quanto al fumus boni iuris, come la “M. spa” non abbia, previamente alla segnalazione a sofferenza, riscontrato l’effettiva sussistenza di una situazione patrimoniale deficitaria a carico dell’impresa reclamante, di per sé caratterizzata da una grave e non transitoria difficoltà economica, siccome richiesto dalla Suprema Corte, la quale esclude che tale condizione possa invece scaturire dal mero ritardo nel pagamento del debito o dal volontario inadempimento (Cass. 9.7.14 n. 15609) e tanto più ove questo risulti effettivamente giustificato;

considerato che nel caso di specie appunto tale ultima situazione ricorre, essendo pacifico, alla luce delle risultanze della CTU e del suo supplemento (il quale ha tenuto conto dei rilievi sollevati dalla banca), che in ogni caso nessun credito spetti a quest’ultima nei confronti della propria cliente;

rilevato infine, quanto al periculum in mora, come esso:

– oltre a doversi ritenere sussistente in re ipsa, una volta dimostrato il ricorso della parte interessata al credito bancario, stante l’effetto restrittivo all’accesso a tale mercato determinato dalla iscrizione del nominativo dell’impresa nella C.R.B. (Trib. Enna 11.2.16), di per sé comportante l’elevato rischio di eventuale revoca degli affidamenti già concessi e di contestuale preclusione alla concessione di nuove agevolazioni, quali conseguenze del tipico effetto della segnalazione di negare l’affidabilità bancaria del soggetto (Trib. Milano 12.3.15),

– pure risulti dimostri in concreto, essendovi prova della circostanza che la (…) abbia appunto rifiutato, con missive del 30.10-6.11.17, l’accoglimento di nuove richieste di finanziamento proprio in considerazione della presenza delle denunciate segnalazioni (doc. 37 reclamante), il che appare tanto più grave ove si consideri che all’epoca erano unicamente presenti segnalazioni a rischio, ora transitate in sofferenza;

riscontrata pertanto la sussistenza di valide ragioni per dare accoglimento al reclamo e conseguentemente per addossare a carico della reclamata le spese di lite, in ottemperanza al principio della soccombenza disposto dell’art. 91 c.p.c., tenuto conto dello scaglione di riferimento compreso fra Euro 52.000,01 ed Euro 260.000,00 e del fatto che non è stata tenuta la fase istruttoria;

P.Q.M.

1) ordina a “B.M.P. spa”, di dare corso alla cancellazione delle segnalazioni pregiudizievoli a sofferenza effettuate preso l’Archivio C.R.B. nei confronti di (…) a far data dal 25.5.18;

2) condanna la reclamata a rifondere in favore della reclamante le spese di lite, che liquida in complessivi Euro 5.262,00 per competenze, oltre al rimborso delle spese generali, dell’IVA e degli accessori di legge.

Si comunichi alle parti.

Così deciso in Padova, il 29 agosto 2018.

Depositata in Cancelleria il 31 agosto 2018.

Affido super esclusivo o “rafforzato”: indifferenza e disinteresse del padre lo impongono (Trib. Padova, decreto 21.11.2017)

Con l’affidamento definito “super esclusivo”, a differenza del modello previsto dall’art. 337 quater comma III c.c., anche le decisioni di maggiore interesse per il minore possono essere assunte da un solo genitore senza la previa consultazione dell’altro genitore. Infatti, anche nell’ambito di un affidamento esclusivo in cui la responsabilità genitoriale spetta al genitore affidatario, le scelte più importanti spettano comunque ad entrambi i genitori. Si tratta di decisioni riguardanti la salute, l’educazione, l’istruzione o la fissazione della residenza abituale. Vi è in ogni caso la “possibilità per il Giudice di disporre diversamente rispetto alla regola dell’esercizio congiunto […] fino al punto di escludere il genitore non affidatario dall’esercizio della responsabilità genitoriale su tutte le questioni di maggiore interesse (c.d. affidamento superesclusivo) spogliandolo completamente in questo modo dell’esercizio della responsabilità genitoriale e determinando nella sostanza una sua decadenza dalla responsabilità genitoriale ex art. 330” (Cfr. Cian – Trabucchi, ed. XII sub. art. 337 quater c.c.).

Tribunale di Padova, decreto del 21.11.2017

Tribunale di Padova

SEZIONE VOLONTARIA

Il Tribunale Ordinario di Padova, Sezione I° Civile, composto dai signori Magistrati:

 

Francesco Spaccasassi          Presidente rel.

Lucia Martinez                      Giudice

Federica Fiorillo                    Giudice

Ha pronunciato il seguente

DECRETO

Nel procedimento N. 6947/2017 R.G promosso da

C. A., con l’avv. CALVELLO CLAUDIO, come da mandato in atti;

contro

G. I., contumace,

a scioglimento della riserva del 21.11.2017;

*****

Con ricorso depositato telematicamente C. A. esponeva: di aver avuto da luglio 2005 ad agosto 2008 una relazione sentimentale con G. I.; che dalla relazione è nato il … D.; che dal 2008 al 2016 il padre ha incontrato il figlio solo 6 volte; che non ha mai provveduto al suo mantenimento; che nel 2016 si era determinata a presentare ricorso per la disciplina del mantenimento e delle visite; che in tale occasione il G. si era dimostrato disponibile a tenere con sé il figlio la domenica e a versare un contributo di euro 250,00 mensile; che tale disponibilità è stata recepita nel decreto del tribunale del 13.09.2016; che tuttavia il resistente ha continuato nel suo comportamento di totale disinteresse verso il figlio D. che non ha più visto non versando quando stabilito dal tribunale per il mantenimento; che nel tentativo di ottenere il versamento diretto da parte del datore di lavoro aveva constatato che si era dimesso in data 6.12.2016.

Tanto esposto chiedeva l’affidamento rafforzato e le sanzioni previste dall’art. 709 ter.

La richiesta di un affidamento “rafforzato” è fondata attesa l’indifferenza e il disinteresse paterni che sono continuati anche dopo la procedura camerale nella quale il G. aveva mostrato segni di un qualche ravvedimento.

In tema di affidamento rafforzato tra altri provvedimenti trib. Milano 20 marzo 2014 : “…Nel modulo di affidamento monogenitoriale, il genitore cui sono affidati i figli in via esclusiva ha l’esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale su di essi; ciò nonostante, «le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i genitori». L’esercizio concertato della responsabilità genitoriale, in ordine alle scelte più importanti (salute, educazione, istruzione, residenza abituale) può però trovare deroga giudiziale (“salvo che non sia diversamente stabilito”). Si tratta, in questi casi, si rimettere al genitore affidatario anche l’esercizio in via esclusiva della responsabilità genitoriale con riguardo alle questioni fondamentali. Questa concentrazione di genitorialità in capo a uno solo dei genitori non rappresenta, ovviamente, un provvedimento che incide sulla titolarità della responsabilità genitoriale, modificandone solo l’esercizio. Il genitore cui i figli non sono affidati ha, peraltro, sempre il diritto ed il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse (art. 337-quater ultimo comma c.c.). Nel caso di specie, l’affido (super)esclusivo alla madre è tanto opportuno quanto necessario per evitare che, anche per questioni fondamentali, la macchina di rappresentanza degli interessi del minore (in una età così tenera: appena 1 anno) sia inibita nel funzionamento, a causa del completo e grave disinteresse del padre per la propria famiglia)”.

Va poi accolta la richiesta di ammonimento nei confronti del G. stante le gravi inadempienze dello stesso.

PQM

a modificazione delle condizioni stabilite dal tribunale di Padova con decreto del 13.09.2016:

AFFIDA il figlio minore C. D. in via esclusiva alla madre; le decisioni di maggiore interesse per lo stesso D. relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore potranno essere prese dalla madre in via esclusiva, tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni di D.;

ammonisce il padre G. I. dal continuare nella condotta inadempiente;

condanna G. I. al rimborso delle spese in favore di C. A. liquidate in euro 2.500,00 a titolo di compenso, oltre accessori.

Padova, li 21 novembre 2017

IL PRESIDENTE est.

Francesco Spaccasassi

Scarica il Decreto originale in PDF: Trib. Padova Affido Super esclusivo – decreto cron. 964-2018

Separazione con addebito per tradimento (Tribunale di Padova, sentenza 1801/2017)

Tribunale di Padova, sez. I civile, sentenza n. 1801/2017 del 09.05.2017

Separazione personale dei coniugi – relazione extraconiugale – ammessa violazione dell’obbligo di fedeltà da parte del marito – mancata prova del fatto che la crisi coniugale era preesistente alla violazione – addebito della separazione – sussiste

 (Omissis)

MOTIVI DELLA DECISIONE

Dalle reciproche allegazioni, dalle conclusioni conformi sul punto, dal fallimento del tentativo di conciliazione e dalle dichiarazioni rese dai coniugi all’udienza presidenziale è emerso in modo inequivocabile che la ripresa della convivenza, cessata da anni, è divenuta intollerabile.

La domanda di separazione va pertanto accolta.

  1. Domanda di addebito

La convenuta ha chiesto che la responsabilità della separazione sia attribuita al marito per aver egli violato l’obbligo di fedeltà, avendo intrattenuto una relazione con la sig. (omissis) iniziata nel 2012 e sfociata anche in una convivenza.

La relazione extraconiugale, oltre a risultare dalle fotografie e dalle comunicazioni e-mail prodotte con il doc. 3 di parte convenuta e da una relazione investigativa prodotta come doc. 5 di parte convenuta, è stata ammessa apertamente dal ricorrente sia nelle sue difese, che nel corso dell’udienza presidenziale.

Né il marito ha fornito adeguata prova del fatto che la crisi sarebbe stata preesistente alla violazione, avendo svolto allegazioni del tutto generiche e indicato al riguardo mezzi di prova irrilevanti e in parte tendenti a far esprimete valutazioni ai testi.

Reputa il Collegio che l’ammessa violazione dell’obbligo di fedeltà da parte del marito – anche in relazione alle modalità e alla durata della stessa-, sia particolarmente grave e di per sé sufficiente a giustificare l’addebito della separazione, in quanto senz’altro idonea ad avere incidenza causale nel determinare la crisi coniugale, in assenza di prova che il menage tra i coniugi precedentemente fosse meramente formale (fra le molte, si vedano Cass. 11516/2014, Cass. 8512/2006, Cassa. 25618/2007 e Cass. 21245/2010).

La domanda di addebito merita pertanto accoglimento.

(Omissis)

 Scarica la sentenza integrale in PDF: Tribunale di Padova 09.05.2017 – sentenza con addebito separazione

Rigetto del ricorso per sequestro conservativo sulla base di un decreto ingiuntivo non provvisoriamente esecutivo azionato nelle more delle celebrazione della prima udienza di comparizione.

Tribunale di Padova, Giudice Dr. Giorgio Bertola, Ordinanza del 29 giugno 2017

 IL PASSO SALIENTE DELL’ORDINANZA

[omissis] ad oggi ancora non si è celebrata la prima udienza di comparizione nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo sicché ancora non vi è stato alcun provvedimento sulla provvisoria esecutività ex art. 648 c.p.c. così che manca anche una valutazione sulla fondatezza del credito azionato, perlomeno sul quantum, viste le doglianze dimesse dalla resistente nel giudizio di merito. Nel merito va osservato che il motivo legato alla circostanza che il periculum sarebbe collegato al fatto che è stata presentata una opposizione, che la ricorrente ritiene infondata e strumentale, è insussistente.  Se tale ragione fosse valorizzabile in sede di sequestro potenzialmente tutti i procedimenti di opposizione a decreto ingiuntivo, non concesso già provvisoriamente esecutivo, potrebbero avere come conseguenza la richiesta di sequestro. [omissis] Sovrapporre la valutazione che si farà alla prima udienza del giudizio di opposizione con quella che si vuole offrire in questa sede potrebbe portare a risultati impropri laddove lo strumento processuale tipico per tutelare le ragioni di credito della ricorrente è quello previsto dall’art. 648 c.p.c.. [omissis]

L’ORDINANZA

N. R.G. 4501/2017

TRIBUNALE ORDINARIO DI PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Nel procedimento cautelare iscritto al n. r.g. 4501/2017 promosso da:

XXX

RICORRENTE

contro

XXXX

RESISTENTE

Il Giudice dott. Giorgio Bertola, a scioglimento della riserva assunta all’udienza del 28/06/2017, ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

Con ricorso per sequestro conservativo la ricorrente ha chiesto la tutela cautelare deducendo di essere creditrice di circa 28.000 euro come da decreto ingiuntivo emesso da questo ufficio;

ha dedotto che tale decreto, pur richiesto provvisoriamente esecutivo, sia stato emesso non provvisoriamente esecutivo;

ha dedotto che tale decreto sia stato impugnato con motivazioni non fondate e dilatorie evidenziando in particolare che l’attrice/opponente abbia anche riconosciuto l’an del credito monitorio contestandone solo l’importo e lamentando che nel ricorso monitorio non sarebbe stato preso in considerazione un pagamento parziale di euro 10.000 intervenuto nelle more;

parte ricorrente ha invece dedotto di aver già tenuto in considerazione tale pagamento parziale ed ha evidenziato il pericolo nel soddisfacimento del credito osservando che dalle stesse scritture della resistente emerga un peggioramento della situazione finanziaria;

la resistente, pur regolarmente notificata a mezzo p.e.c., non si è costituita.

Il ricorso è infondato e va rigettato.

Va in primo luogo osservato che la motivazione posta a fondamento del ricorso per sequestro attiene da un lato alla circostanza che il decreto, contrariamente alla richiesta, non sia stato munito della provvisoria esecutività e che il decreto sia stato opposto con fissazione della prima udienza a dopo l’estate così paralizzando la possibilità di recupero del credito ad opera della creditrice.

Va anche osservato che ad oggi ancora non si è celebrata la prima udienza di comparizione nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo sicché ancora non vi è stato alcun provvedimento sulla provvisoria esecutività ex art. 648 c.p.c. così che manca anche una valutazione sulla fondatezza del credito azionato, perlomeno sul quantum, viste le doglianze dimesse dalla resistente nel giudizio di merito.

Nel merito va osservato che il motivo legato alla circostanza che il periculum sarebbe collegato al fatto che è stata presentata una opposizione, che la ricorrente ritiene infondata e strumentale, è insussistente.

Se tale ragione fosse valorizzabile in sede di sequestro potenzialmente tutti i procedimenti di opposizione a decreto ingiuntivo, non concesso già provvisoriamente esecutivo, potrebbero avere come conseguenza la richiesta di sequestro.

Va anche osservato che, in assenza della valutazione sulla concessione della provvisoria esecutività al decreto ingiuntivo opposto, manca anche una valutazione, allo stato, della reale fondatezza del credito e della infondatezza dell’opposizione.

Sovrapporre la valutazione che si farà alla prima udienza del giudizio di opposizione con quella che si vuole offrire in questa sede potrebbe portare a risultati impropri laddove lo strumento processuale tipico per tutelare le ragioni di credito della ricorrente è quello previsto dall’art. 648 c.p.c..

Inoltre poiché il decreto, pur richiesto provvisoriamente esecutivo, è stato emesso non provvisoriamente esecutivo, avendo in quella sede osservato che il presunto documento che riconosceva il debito era in realtà un documento non sottoscritto, la valutazione che si chiede in questa sede rappresenta un riesame della valutazione resa in sede monitoria non prevista dal codice di procedura laddove lo strumento tipico è, ancora una volta, quello previsto dall’art. 648 c.p.c. alla prima udienza del 21/09/2017 piuttosto che l’anticipazione di quella udienza laddove il termine ecceda notevolmente il termine minimo a comparire..

Sugli altri due elementi collegati al periculum, ovvero il riconoscimento di debito (doc. 2) e la grave situazione finanziaria desumibile dal bilancio (doc. 7), si osserva che essi sono tutti fatti anteriori addirittura al deposito del ricorso per decreto ingiuntivo ed infatti il decreto ha già rilevato che il riconoscimento di debito è privo della sottoscrizione sicché non può una bozza non firmata essere valorizzata pro o contro una parte.

La situazione patrimoniale desumibile dal bilancio al 31/12/2015 è appunto desumibile dal bilancio del 2015 sicché anche questo fatto non rappresenta una novità peggiorativa rispetto al deposito del ricorso monitorio che possa essere valorizzata a fronte della presentazione dell’opposizione.

Anche sulla doglianza che l’udienza di opposizione sia stata fissata al 21/09/2017, va osservato che il decreto ingiuntivo è stato notificato il 31/03/2017 e l’opposizione è stata notificata il 09/05/2017 sicché la fissazione della prima udienza al 21/09/2017 appare termine assolutamente congruo visto che la prima udienza utile poteva essere fissata a parte dall’8 settembre 2017 allorquando sarebbero spirati i termini ex art. 163 bis c.p.c..

Anche tale elemento appare pertanto neutro.

Il ricorso va pertanto rigettato mancando allo stato la fondatezza del periculum del provvedimento invocato.

Nulla per le spese.

P.Q.M.

1) Rigetta il ricorso poiché infondato;

2) Manda alla cancelleria per gli adempimenti di competenza.

Padova, 29 giugno 2017

Il Giudice Designato

dott. Giorgio Bertola

Indennità di occupazione: non è dovuta in assenza di titolo o di prova dell’opposizione degli altri coeredi

Trib. di Padova, Giudice Dott.ssa A. Guerra, Sentenza non definitiva del 1 aprile 2016

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DAL TRIBUNALE

Il godimento dell’immobile da parte della coerede, piena proprietaria del compendio per la quota di un terzo, non comporta di per sè, in assenza di titolo o di prova dell’opposizione degli altri eredi, alcun obbligo di corrispondere un’indennità per l’occupazione esclusiva.

LA SENTENZA

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di PADOVA

SEZIONE PRIMA CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Antonella Guerra

ha pronunciato la seguente

SENTENZA non definitiva

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 7247/2013 promossa da:

LORETTA XXX , C.F. XXX, con l’avv. XXX

ATTORE

contro

LIVIO XXX , C.F. XXX , con l’avv. XXX;

CONVENUTO

EMILIETTA XXX, C.F. XXX, con gli avv. XXX e XXX ;

CONVENUTO/I

CONCLUSIONI

Per parte attrice:

“Nel merito

1) Contrariis reiectis, in via principale, dato atto dell’esito negativo del tentativo di conciliazione e in adesione alle considerazioni del C.T.U. in ordine alle caratteristiche del compendio immobiliare, dichiararsi lo scioglimento della comunione ereditaria esistente tra i fratelli Livio XXX, Loretta XXX e Emilietta XXX siccome instauratasi a seguito della morte del loro padre sig. Guerrino XXX e della loro zia sig.ra Ester XXX, previa individuazione e stima dell’intero asse ereditario costituito dagli immobili meglio descritti ai punti c) e i) delle premesse dell’atto di citazione 6.7.2013 e nelle allegate planimetrie, e per l’effetto, accertata la non comoda divisibilità del compendio immobiliare, procedersi alla divisione della comunione con attribuzione ad ognuno dei coeredi della propria quota in denaro ex art. 720 c.p.c.;

2) Contrariis reiectis, in via subordinata, dato atto dell’esito negativo del tentativo di conciliazione, nella denegata ipotesi in cui venisse accertata la divisibilità del compendio immobiliare, dichiararsi lo scioglimento della comunione ereditaria esistente tra i fratelli Livio XXX, Loretta XXX e Emilietta XXX siccome instauratasi a seguito della morte del loro padre sig. Guerrino XXX e della loro zia sig.ra Ester XXX, previa individuazione e stima dell’intero asse ereditario costituito dagli immobili meglio descritti ai punti c) e i) delle premesse dell’atto di citazione 6.7.2013 e nelle allegate planimetrie, e per l’effetto procedersi alla divisione della comunione con attribuzione ad ognuno dei coeredi della propria quota in natura, in particolare assegnando alla sig.ra Loretta XXX i terreni e il magazzino siti in Limena, Via Braghetta 34, in quanto destinati a impresa agricola dalla medesima esercitata, salvo eventuale conguaglio in denaro;

3) Contrariis reiectis, previo accertamento dell’utilizzo esclusivo del magazzino-ricovero attrezzi da parte della coerede sig.ra Emilietta XXX, condannarsi la predetta convenuta al pagamento di un’indennità da determinarsi in via;

4) Contrariis reiectis, condannarsi la convenuta Emilietta XXX al risarcimento dei danni patrimoniale patiti e patendi dall’attrice per effetto del suo illegittimo rifiuto alla vendita e/o scioglimento del compendio ereditario nella misura che risulterà in corso di causa a seguito della celebranda istruttoria e che tenga conto del deprezzamento subito del compendio immobiliare sino al momento della relativa vendita e divisione, oltre interessi e rivalutazione monetaria;

5) Contrariis reiectis, tenuto conto della condotta processuale della convenuta Emilietta XXX, condannarsi la medesima al pagamento delle spese processuali ex art. 91 I comma c.p.c., nonchè al pagamento in favore dell’attrice di una ulteriore somma equitativamente determinata ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 96 c.p.c.

6) Ordinarsi tutte le successive volture e trascrizioni presso gli Uffici catastali e presso i Servizi di Pubblicità Immobiliare dell’Ufficio Provinciale dell’Agenzia del Territorio competente, quale conseguenza della pronuncia di accoglimento dell’azionata domanda. Ciò con sollievo del Conservatore da ogni responsabilità.

7) In ogni caso con vittoria di spese, diritti ed onorari di causa.

In via istruttoria

Si insiste per l’ammissione delle prove orali già formulate nella memoria ex art. 183 VI co. c.p.c. n. 2 al punto B) Si dichiara di non accettare il contradditorio su eventuali nuove e/o diverse domande ex adverso formulate.”

Per parte convenuta Livio XXX

contestate integralmente le difese della convenuta XXX Emilietta in quanto infondate in fatto e in diritto, richiamati espressamente tutti i precedenti atti, eccezioni, istanze e domande, e dichiarando di non accettare il contraddittorio su eventuali nuove domande/eccezioni di controparte, precisa allo stato, le seguenti conclusioni:

1) Dato atto dell’esito negativo del tentativo di conciliazione nonché della mancata adesione alla proposta divisionale formulata dal CTU da parte della sig.ra XXX Emilietta ed aderendo alle conclusioni del CTU, disporsi la divisione contenziosa dell’eredità, secondo le rispettive quote e diritti come risulanti in causa, previa valutazione della sua consistenza mobiliare ed immobiliare, anche tenuto conto della dovuta indennità di occupazione del fabbricato ad uso stalla da parte della coerede XXX Emilietta;

2) Dato atto dell’esito negativo del tentativo di conciliazione e della mancata accettazione della proposta di acquisto formulata dal terzo Gabriele V., e di cui alla documentazione in atti, dato atto altresì della differenza tra l’effettivo introito derivante dal realizzo del compendio immobiliare, e quanto invece era stato possibile in passato e/o proposto anche dal terzo, addebitarsi il relativo danno alla condotta della condividente XXX Emilietta, con ogni riflesso di responsabilità, anche sulla quantificazione della quota ereditaria di sua competenza;

3) Spese, diritti ed onorari rifusi ex art. 91 C.P.C., e, ritenuta la responsabilità aggravata ex art. 96 C.P.C. della condividente Emilietta XXX, con l’addebito alla stessa della somma aggiuntiva di cui all’art. 96 3° comma C.P.C..

In via istruttoria: si insiste per l’ammissione dei mezzi di prova dedotti nella seconda memoria ex art. 183, VI co. c.p.c..”

Per parte convenuta Emilietta XXX

“-Dichiararsi lo scioglimento della comunione ereditaria in essere tra XXX Loretta, XXX Livio e XXX Emilietta, disponendo la divisione degli immobili in comunione così censiti in Comune di XXX.

Dichiararsi/accertarsi la divisibilità materiale del compendio immobiliare oggetto di comunione ereditaria e quindi, previa acquisizione di uno o più progetti di divisione procedersi alla assegnazione ex art 789 e segg. Cpc.

Respingersi la domanda n. 2 delle conclusioni di citazione di XXX Loretta.

Dichiararsi inammissibili perché nuove e/o tardive e/o respingersi, per tutti i motivi già dedotti in atti, tutte le domande di XXX Loretta e del convenuto XXX Livio fra cui: la domanda di pagamento di un indennità per l’asserito utilizzo del magazzino-ricovero attrezzi, la domanda di risarcimento danni patrimoniali patiti e patendi per effetto dell’asserito “rifiuto di XXX Emilietta alla vendita e/o scioglimento del compendio ereditario”, la domanda di addebito alla signora Emilietta della responsabilità per la “differenza tra l’effettivo introito derivante dal realizzo del compendio immobiliare e quanto era stato possibile in passato e/o proposto da un terzo”, la domanda di condanna ex art. 91 co. 1 cpc e 96 cpc;

– disporsi la suddivisione dell’importo di cui al libretto bancario utilizzato da XXX Loretta per l’attività dell’azienda e disporsi la suddivisione dei beni mobili esistenti nel fabbricato abitazione o disporsi il riparto del prezzo di vendita dei medesimi;

– Con rifusione di spese (anche di CTU e CTP) e compensi legali.

Si insiste sulla richiesta di ordinare il deposito, da parte di Loretta XXX, del rendiconto di gestione del compendio immobiliare e dell’azienda agricola per il periodo successivo al 3.1.2013 con messa a disposizione di ogni somma di spettanza dei comproprietari.

In via istruttoria

Si insiste sulle istanze istruttorie tutte formulate in comparsa di costituzione datata 14 novembre 2013, memoria ex art. 183 VI° co. Cpc n. 1, 2 e n. 3.”

Concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione

Con atto di citazione regolarmente notificato l’attrice sig. Loretta XXX ha convenuto in giudizio il fratello sig. Livio XXX e la sorella sig. Emilietta XXX affinchè fosse disposto lo scioglimento delle comunioni ereditarie fra di essi esistente a seguito della morte del padre sig. Guerrino XXX e della zia sig. Ester XXX, sul compendio immobiliare sito nel Comune di (omissis) e per l’effetto, previo accertamento della non comoda divisibilità del compendio, si procedesse alla divisione con attribuzione ad ognuno della propria quota in natura e/o denaro, in particolare assegnando all’attrice i terreni ed il magazzino siti in XXX, in quanto destinati all’impresa agricola dalla medesima esercitata, salvo il conguaglio; chiedeva altresì che la convenuta sig. Emilietta XXX fosse condannata a rilasciare il magazzino con consegna di copia delle chiavi della nuova serratura e al pagamento di un’indennità da determinarsi in via equitativa per il periodo di esclusiva occupazione del bene. A sostegno delle domande essa esponeva:

– che il padre sig. Guerrino XXX era deceduto intestato in data 30-11-1993;

– che, a seguito della rinuncia all’eredità da parte della sig. XXX, coniuge del de cuius, si apriva la successione legittima in favore dei tre figli Livio, Loretta ed Emilietta XXXX;

– che l’asse era costituito dal compendio immobiliare sito in XXX, costituito da un’abitazione su due piani e un terreno agricolo coltivato dell’estensione di 1,8130 ettari, censiti al Catasto Fabbricati del Comune di (omissis);

– che in data 19-4-2003 era deceduta in Limena la madre sig. XXX, il cui patrimonio consisteva unicamente in una quota parte di un libretto di deposito cointestato con l’attrice, utilizzato da quest’ultima, per l’esercizio dell’attività di imprenditrice agricola;

– che l’attrice, d’intesa con i fratelli, aveva proseguito nell’attività d’impresa, utilizzando le somme depositate nel predetto libretto;

– che in data 28-4-2003 era deceduta in Padova la sig. Ester, zia nubile delle parti, sorella del padre, la quale con testamento pubblico del 26-11-1984 aveva nominato propri eredi universali i nipoti Livio, Loretta ed Emilietta XXX;

– che l’asse ereditario della zia era costituito dalla proprietà di terreni agricoli coltivati siti in adiacenza a quelli di proprietà del sig. Guerrino XXX, (omissis);

– che il compendio non era comodamente divisibile secondo le quote dei coeredi, pari ad un terzo ciascuno.

Si costituiva regolarmente in giudizio la convenuta sig. Emilietta XXX, la quale non si opponeva allo scioglimento della comunione ereditaria e alla divisione; negava che fosse caduta in successione l’impresa agricola, formalizzata a nome dell’attrice solo nel 2003 e contestava la fondatezza della richiesta attorea di assegnazione dei terreni e del magazzino; sosteneva inoltre che il compendio era facilmente divisibile in natura; infine rappresentava di aver ripristinato l’originaria serratura e contestava ala domanda di indennità di occupazione, osservando che il magazzino era sempre stato usato dalla convenuta e dal marito come deposito. In via istruttoria, chiedeva che fosse ordinato il deposito del rendiconto per il periodo successivo al 3-1-2013 con messa a disposizione di ogni somma di spettanza dei comproprietari.

Si costituiva altresì il convenuto sig. Livio XXX, il quale contestava la necessità del procedimento contenzioso, posto che vi era un’offerta, proveniente da un terzo, di acquisto dell’intero compendio o eventualmente di parte di esso; sosteneva che il compendio non era comodamente divisibile in tre porzioni uguali, che la sorella Livietta stava ostacolando la divisione, con rischio di perdita del valore dei beni a causa della persistente crisi immobiliare e che nell’attivo ereditario andava compreso il conto deposito cointestato alla madre; si associava infine alla domanda attorea di liquidazione di un’indennità per l’occupazione esclusiva del magazzino da parte di Emilietta.

Era innanzitutto esperito un tentativo giudiziale di conciliazione, senza tuttavia alcun esito.

La causa era istruita tramite CTU finalizzata a descrivere il compendio immobiliare, a verificarne la regolarità dal punto di vista urbanistico-edilizio, a stimarlo, a valutarne la comoda divisibilità e l’indennità di occupazione del magazzino.

All’esito della CTU, all’udienza fissata per la discussione sui progetti divisionali, il difensore della convenuta Emilietta XXX contestava che il compendio non fosse divisibile, richiamava le deduzioni del proprio CTP e l’ipotesi divisionale da quest’ultimo proposto; le altre parti, vista la mancata adesione della convenuta Livietta XXX all’unica proposta divisionale consistente nella formazione di due lotti prospettata dal CTU, aderivano alle conclusioni della CTU in ordine all’indivisibilità.

Alla successiva udienza le parti precisavano quindi le conclusioni nel senso sopra riportato e la causa, istruita anche documentalmente, era trattenuta in decisione, con assegnazione dei termini per comparse conclusionali e repliche.

Nel merito, nulla quaestio in ordine allo scioglimento della comunione, essendo emerso anche dagli accertamenti svolti dal CTU che le parti sono titolari di quote di proprietà sul compendio del quale è chiesta la divisione, sito in (omissis).

Non c’è nemmeno alcun dubbio in ordine alle quote spettanti a ciascun condividente, in forza delle due successioni: a ciascun coerede spetta una quota di 1/3 dell’intero.

Il CTU ha elaborato, tentando la conciliazione, progetti divisionali che prevedevano la formazione di soli due lotti (uno costituito dai fabbricati e l’altro dal fondo agricolo, con attribuzione congiunta del lotto di maggior valore (i fabbricati) all’attrice e al convenuto Livio XXX, ma su tale progetto non è intervenuto accordo.

Nell’impossibilità di praticare in via conciliativa tale soluzione, il CTU ha concluso nel senso che “la conformazione fisica, la consistenza e le attuali condizioni del bene non consentono la comoda formazione di lotti di valore congruo alle quote di spettanza dei condividenti”.

In effetti, dalla descrizione anche fotografica degli immobili contenuta nella relazione del CTU è evidente che la divisione in tre parti uguali non è tecnicamente possibile; in particolare, vi è un unico grande fabbricato residenziale, non divisibile se non con costosi lavori di separazione dei vani ed impiantistica, che è stato stimato € 207.100,00, senza considerare lo scoperto di pertinenza; l’annesso rustico, evidentemente funzionale alla coltivazione terreni, è stato invece stimato € 57,000 e lo scoperto di pertinenza sia del fabbricato residenziale che dell’annesso, pari a 1180 mq, ha un valore di stima di € 35.700; al terreno agricolo, pari a circa 7 campi padovani (2.96.40 Ha) è stato invece attribuito un valore di stima di € 207.480. Con il necessario arrotondamento, il valore dell’intero asse immobiliare è di € 510.000,00 e conseguentemente quello della quota di ciascun coerede è di € 170.000,00.

Ne consegue che, proprio in ragione del valore del fabbricato residenziale, al quale dovrebbe essere aggiunto uno scoperto congruo rispetto all’ampiezza dell’immobile, non pare praticabile una divisione in tre lotti uguali o quanto meno omogenei e dovrebbero necessariamente essere previsti conguagli eccessivamente rilevanti.

Significativamente, il progetto proposto in sede di tentativo di conciliazione prevedeva l’attribuzione congiunta a due coeredi, così come tre delle quattro proposte divisionali alternative formulate dal CTP della convenuta Livietta. Quanto invece al primo progetto divisionale alternativo proposto da quest’ultima, che contempla tre lotti, esso presenta innanzitutto l’inconveniente evidenziato in premessa, ossia un conguaglio di ben 73.306 € (ossia di più del 40% del valore della quota) a carico del solo assegnatario del fabbricato residenziale e dell’area pertinenziale (si veda allegato 17 alla relazione del CTU). Sussiste tuttavia, all’evidenza, un’ulteriore controindicazione: tale progetto, dividendo i terreni e i fabbricati, determinerebbe un deprezzamento del valore complessivo del compendio in quanto i singoli lotti avrebbero una scarsa appetibilità commerciale: in particolare, l’abitazione avrebbe un’area scoperta incongrua rispetto alle sue dimensioni e altresì alle caratteristiche degli immobili del medesimo tipo nella zona; il lotto comprendente l’annesso rustico e parte del terreno agricolo sarebbe sproporzionato in quanto l’annesso sarebbe sproporzionato rispetto alla limitata estensione del terreno.

Al riguardo, si rammenta che la giurisprudenza anche della Cassazione individua l’eccessività dei conguagli e il deprezzamento del valore delle singole quote rispetto l’intero, quali ragioni idonee a fondare il giudizio di non comoda divisibilità. Fra le molte, si veda Cass. n 3635 del 16/02/2007 , che ha confermato sul punto una sentenza della Corte d’Appello veneta, affermando testualmente: “In tema di divisione giudiziale di compendio immobiliare ereditario, l’art. 718 cod. civ., il quale riconosce a ciascun coerede il diritto di conseguire in natura la parte dei beni a lui spettanti con le modalità stabilite nei successivi artt. 726 e 727 cod. civ., trova deroga, ai sensi dell’art. 720 cod. civ., non solo nel caso di mera “non divisibilità” dei beni, ma anche in ogni ipotesi in cui gli stessi non siano “comodamente” divisibili, situazione, questa, che ricorre nei casi in cui, pur risultando il frazionamento materialmente possibile sotto l’aspetto strutturale, non siano tuttavia realizzabili porzioni suscettibili di formare oggetto di autonomo e libero godimento, non compromesso da servitù, pesi o limitazioni eccessive, e non richiedenti opere complesse o di notevole costo, ovvero porzioni che, sotto l’aspetto economico-funzionale, risulterebbero sensibilmente deprezzate in proporzione al valore dell’intero. (Nella specie, sulla scorta dell’enunciato principio, la S.C. ha rilevato, sul punto, l’adeguatezza della motivazione della sentenza impugnata con la quale era stata accertata la non comoda divisibilità dell’immobile controverso, desunta dalla circostanza che le singole potenziali porzioni sarebbero risultate gravate da tre servitù incidenti, come tali, in senso peggiorativo sul loro valore effettivo, nonché della valutazione di eccessività del conguaglio che avrebbe dovuto essere imposto a carico di una quota)” [la sottolineatura è dell’estensore della presente sentenza].

Si ritiene anche che, per quanto sopra rilevato, soccorrano tutti i criteri individuati dalla giurisprudenza di legittimità per ravvisare la sussistenza della situazione disciplinata dall’art. 720 c.c. (si vedano anche, fra le molte, espressione di un orientamento consolidato da decenni, Cass. 29-5-2007 n° 12498 e Cass. 28-5-2007 n° 12406).

Ravvisata quindi la non comoda indivisibilità, si rileva che nessuna delle parti ha chiesto l’attribuzione esclusiva del compendio o congiunta di uno dei due lotti di cui ai progetti elaborati o proposti in sede di CTU. In ogni caso, qualora intendessero proporre la relativa domanda, lo potranno fare anche nella successiva fase, non essendoci alcuna preclusione fino alla vendita.

Pertanto, stante l’indivisibilità, va disposta la vendita al prezzo di stima, ossia € 510.000, al fine di liquidarne il valore e dividerlo secondo le quote. La congruità della stima non è stata contestata dalle parti ed è stata adeguatamente e diffusamente motivata dal CTU con l’indicazione dei criteri seguiti.

La causa va pertanto rimessa in istruttoria al fine di procedere alla vendita delegata.

Quanto all’arredo dell’abitazione, di cui il convenuto Livio XXX ha chiesto la divisione, non si dispone di una descrizione, di una stima e di progetti divisionali; pertanto va disposta la CTU a tale fine, a meno che le parti non intendano procedere separatamente alla spartizione dei pochi mobili di apparente non elevato valore che risultano dalla documentazione fotografica allegata alla CTU.

Quanto al conto di deposito bancario, si tratta, pacificamente, di un conto cointestato tra la madre e l’attrice, che pertanto non riguarda lo scioglimento delle comunioni ereditarie oggetto della causa, relative alla successione del padre e della zia paterna.

Va altresì respinta la domanda diretta alla condanna della convenuta al pagamento di un’indennità di occupazione per l’uso esclusivo dell’annesso rustico-magazzino. Infatti, il godimento dell’immobile da parte della coerede, piena proprietaria del compendio per la quota di un terzo, non comporta di per sè, in assenza di titolo o di prova dell’opposizione degli altri eredi, alcun obbligo di corrispondere un’indennità per l’occupazione esclusiva (si veda anche Cass. 9-2-2015 n° 2423, confermativa anche in questo caso di una pronuncia della Corte d’Appello veneta secondo la quale L’ uso esclusivo del bene comune da parte di uno dei comproprietari, nei limiti di cui all’art. 1102 cod. civ., non è idoneo a produrre alcun pregiudizio in danno degli altri comproprietari che siano rimasti inerti o abbiano acconsentito ad esso in modo certo ed inequivoco, essendo l’occupante tenuto al pagamento della corrispondente quota di frutti civili ricavabili dal godimento indiretto della cosa solo se gli altri partecipanti abbiano manifestato l’intenzione di utilizzare il bene in maniera diretta e non gli sia stato concesso”).

Nel caso concreto, salvo un breve periodo nel quale la serratura era stata sostituita dalla convenuta a causa di un furto, è incontestato che dopo la domanda introduttiva del presente giudizio, è stata ripristinata la vecchia serratura, tanto che l’attrice ha rinunciato alla domanda di consegna delle chiavi.

Le ulteriori domande tendenti al risarcimento dei danni per la mancata vendita a causa del rifiuto della convenuta sono inammissibili in quanto tardivamente proposte.

La causa va quindi rimessa in istruttoria al fine di procedere alla vendita dell’intero compendio, da attuarsi tramite delega ad un notaio e all’espletamento di CTU per la descrizione, la stima e la formulazione di progetti divisionali sugli arredi all’interno del fabbricato adibito ad abitazione.

P.Q.M.

non definitivamente pronunciando, così decide, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione disattesa:

1) accerta e dichiara l’indivisibilità del compendio immobiliare sito in (omissis);

2) respinge la domanda diretta alla divisione del denaro appartenente all’eredità materna;

3) respinge le domande di condanna della convenuta sig. Emilietta XXX al pagamento di un’indennità di occupazione del magazzino;

4) dichiara inammissibili le ulteriori domande risarcitorie proposte dall’attrice e dal convenuto;

5) rimette la causa in istruttoria con separata ordinanza;

6) riserva la regolamentazione delle spese di lite e di CTU alla sentenza definitiva.

Padova, 1-4-2016

Il Giudice dott. Antonella Guerra

Termine di decorrenza: ecco quando il dies a quo va computato (Trib. di Padova, Giudice Marzella, Ord. 26/01/17)

Il Giudice Patavino spiega perchè, nel caso di specie, non ha potuto trovare applicazione il disposto di cui all’art. 155 c.p.c.. in base al quale “dies a quo non computatur in termino“.

IL PASSO SALIENTE DELL’ORDINANZA:

[omissis] essendo stati espressamente concessi i termini per il deposito delle memorie istruttorie ex art. 183 cpc, sesto comma, “con decorrenza dal 31.10.16″ anche il giorno in esame deve essere computato tra quelli concessi poiché esso risultava appunto essere il primo giorno di decorrenza del termine;
considerato d’altro canto, non poter trovare applicazione nella fattispecie i principi dettati in tema di decorrenza dei termini del primo comma dell’art. 155 cpc, il quale dispone che nel computo dei termini a giorni o ad ore si escludono il giorno o l’ora iniziali, dal momento che nel caso di specie non si è in presenza dell’applicazione di una norma astratta che non esplicita il giorno di decorrenza bensì di uno specifico provvedimento del giudice che autonomamente individua il primo giorno di decorrenza; [omissis]

Qui sotto in pdf l’ordinanza integrale:

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Visita medico legale ante causam e spese legali stragiudiziali vanno rimborsate (Appello Trib. di Padova, Giudice Marzella, sent. 2892/16)

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

 REPUBBLICA ITALIANA

TRIBUNALE CIVILE DI PADOVA

Il  Giudice

Dott. Guido Marzella

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

nella causa civile iscritta al n. ****/2016 R.G. promossa

da

ZURICH INSURANCE PUBLIC LIMITED COMPANY

– appellanti –

elettivamente domiciliati in Padova,Via *** con il patrocinio dell’Avv. ***,

contro

– appellata –

elettivamente domiciliata in Padova,  Vicolo Bellini n. 12, con il patrocinio dell’Avv. BELLEMO GINO

-omissis-

Riguardo allora al primo dei predetti motivi di impugnazione incidentale, si osserva come in effetti dovuto risulti il rimborso delle spese sostenute per la visita medico legale esperita ante causam e documentata da idonea fattura dell’importo di € 380,00 trattandosi di prestazione resasi necessaria al fine di far valere le proprie ragioni nel successivo giudizio di merito, relativamente alla quale i giudici di legittimità hanno confermato trattarsi di conseguenza normale e regolare del fatto illecito della quale il giudice del merito deve tener conto in sede di liquidazione del danno (Cass. 22.6.82 n. 3803)

– omissis –

Al contrario, in parziale accoglimento del quarto motivo di censura incidentale, spetta invece all’attrice il rimborso delle spese sostenute dal legale per la gestione della fase stragiudiziale del sinistro, essendo stato ben chiarito dai giudici di legittimità che, nella speciale procedura per il risarcimento del danno da circolazione stradale, introdotta la legge 24.12.69 n. 990 e sue successive modificazioni, il danneggiato ha la facoltà, in ragione del suo diritto di difesa, costituzionalmente garantito, di farsi assistere da un legale di fiducia e:

in ipotesi di composizione bonaria della vertenza, di farsi riconoscere il rimborso delle relative spese legali,

in ipotesi di successiva introduzione di un giudizio nel quale il richiedente sia vittorioso, di ottenere il ristoro di quelle sostenute nella fase precedente all’instaurazione del giudizio, alla stregua di una qualsiasi componente del danno da liquidare sotto forma di spese vive (Cass. 2.2.06 n. 2275).

Le stesse peraltro vanno contenute nei limiti della congruità e pertanto – in relazione alle attività che risultano dimostrate nella circostanza, costituite dallo scambio di alcune missive, e tenuto conto dei parametri dettati dall’art. 19 del D.M. 10.3.14 n. 55 – possono essere riconosciute per il minor importo di € 500,00

-omissis-

Padova, 20 ottobre 2016

Il Giudice

Dott. Guido Marzella

L. 27/12 e danno biologico di lieve entità: l’accertamento strumentale o visivo non è sempre necessario (Trib. Padova, Giudice Marzella, sent. n. 2892/16)

Su cortese segnalazione del Collega Gino Bellemo pubblichiamo questa interessantissima pronuncia del Giudice Patavino che interviene autorevolmente in un tema che ci vede “combattere” quotidianamente nella aule giudiziarie.

L’art. 32, comma 3ter della legge L.27/12 ha modificato direttamente il testo dell’art. 139: “Al comma 2 dell’articolo 139 del codice delle assicurazioni perivate di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: In ogni caso, le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente“.

L’art. 32, comma 3quater delle stessa legge, invece, (senza modificare direttamente l’art. 139 c.d.a.) così ha disposto: “Il danno alla persona per lesioni di lieve entità di cui all’articolo 139 del codice delle assicurazioni private, di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005. n. 209, è risarcito solo a seguito di riscontro medico legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione“.

Ecco, quindi, che le Compagnie di Assicurazione, hanno sin da subito invocato un’applicazione letterale dell’art. 32, commi 3 ter e 3 quater, della legge n. 27/12 secondo cui, ai fini della liquidazione del risarcimento del danno alla persona per lesioni di lieve entità, sarebbe necessario un riscontro medico legale da cui risulti “visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione”.

Come dire: al cospetto di una lesione che non sia visivamente o strumentalmente accertata ovvero che non sia suscettibile di accertamento clinico strumentale obiettivo, il medico legale si troverebbe nell’impossibilità di individuare la sussistenza della lamentata lesione e, per l’effetto, il giudice, non potrebbe dar luogo ad alcun risarcimento.

Questo assunto, secondo il Dott. Guido Marzella, non è condivisibile e spiega in sentenza in modo approfondito e articolato il perchè.

Buona lettura.

LA SENTENZA

REPUBBLICA ITALIANA

TRIBUNALE CIVILE DI PADOVA

Il  Giudice

Dott. Guido Marzella

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

nella causa civile iscritta al n. ****/2016 R.G. promossa

da

ZURICH INSURANCE PUBLIC LIMITED COMPANY

– appellanti –

elettivamente domiciliati in Padova,Via *** con il patrocinio dell’Avv. ***,

contro

– appellata –

elettivamente domiciliata in Padova,  Vicolo Bellini n. 12, con il patrocinio dell’Avv. BELLEMO GINO

-omissis-

Venendo allora all’esame del merito delle questioni, ed affrontando il primo dei motivi dell’appello principale, rileva lo scrivente come, per il risarcimento del danno alla persona per lesioni di lieve entità l’art. 32, comma terzo quater, della legge n. 27/12 richieda un riscontro medico legale da cui risulti “visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione” ed è sulla base di questa dizione che si pretende di affermare l’impossibilità, da parte del medico legale, di individuare la sussistenza della lamentata lesione in forza di un semplice riscontro di tipo oggettivo.

Ciò posto, non si comprende peraltro per quale ragione un esame visivo  debba essere privilegiato rispetto alla palpazione, percussione, auscultazione ed altri accertamenti compatibili con la semeiotica.

In proposito soccorre d’altronde l’art. 32, comma terzo ter, della medesima fonte normativa il quale, nell’apportare modifiche al secondo comma dell’art. 139 del D.Lgs. 7.9.05 n. 209 (Codice delle Assicurazioni) fa riferimento alla necessità di un “accertamento clinico strumentale obiettivo” .

Ciò che pone la necessità di armonizzare le due menzionate previsioni.

Ora è ben noto che in campo medico l’esame obiettivo si compone dell’insieme delle manovre diagnostiche effettuate dal medico per verificare la presenza dei segni indicativi di una deviazione dalla condizione di normalità fisiologica.

Il termine “visivamente” può allora essere inteso come sinonimo di evidenza scientifica, riguardo al quale risultano quindi ammessi ed utilizzabili tutti i criteri della semeiotica, essendo tra l’altro pacifico che il riscontro “strumentale” sia comunque da considerarsi alternativo rispetto a quello “obiettivo”.

Una volta interpretata in tal modo l’espressione “visivamente”, diviene quindi agevole concludere che l’art. 32 comma terzo quater richiede unicamente che la lesione sia suscettibile di un accertamento medico-legale, requisito peraltro richiesto anche in passato.

E da una lettura coordinata di tale comma e di quello precedente discende che anche il comma terzo ter, relativo in via specifica al danno biologico permanente, richieda semplicemente, ai fini del risarcimento, che la lesione sia suscettibile di accertamento medico legale, non essendovi infatti alcuna plausibile ragione per cui un limite alla risarcibilità delle conseguenze della lesione del bene salute debba operare solo per i postumi permanenti e non per l’invalidità temporanea.

Opinando diversamente, infatti, si dovrebbe affermare che un pregiudizio di carattere stabilizzato incontri maggiori limiti di risarcibilità rispetto ad un pregiudizio di natura meramente temporanea, il che appare privo di senso.

D’altro canto, qualora si ritenesse indispensabile un accertamento strumentale si verrebbe a creare un palese contrasto tra la comune criteriologia medico legale e il contenuto delle nuove disposizioni.

Esistono infatti malattie che si estrinsecano con delle alterazioni strumentali, ma che non sono rilevabili clinicamente ed obiettivamente: ad esempio un trauma cranico con microlesione encefalica che dà luogo ad un focolaio epilettogeno produce sintomatologia di tipo temporale non riscontrabile aliunde e che solo il paziente è in grado di riferire.

In casi del genere la patologia non è dimostrabile né clinicamente, né all’esame obiettivo, ma solo strumentalmente, attraverso un’alterazione dell’EEG.

Mentre al contrario l’area dei disturbi psico-reattivi è caratterizzata dal fatto che gli stessi non sono dimostrabili strumentalmente ma solo ricorrendo ad un esame clinico e del tutto analogamente anche le lesioni sensoriali trovano di solito esclusivo riscontro clinico, ben difficilmente potendo avere un riscontro strumentale al di fuori del compimento di indagini estremamente complesse.

Una interpretazione letterale delle norme de quibus porterebbe dunque ad escludere il risarcimento di numerosi danni biologici, prevedendo il riconoscimento esclusivo di danni alla persona con determinate caratteristiche di apprezzamento obiettivo, allorché, al contrario, le conoscenze scientifiche e la corretta applicazione metodologica valutativa medico legale, consentono di individuarne comunque la reale sussistenza.

Simili sono poi le considerazioni da operarsi con riferimento ad una lesione che debba essere “visivamente o strumentalmente accertata”, apparendo evidente che una lettura meramente testuale del termine “visivamente” porterebbe ad escludere una serie di lesioni che di fatto sono comunque idoneamente accertabili come ad esempio il caso, non visivamente né strumentalmente accertabile, di una lussazione di spalla autoridotta.

Deve quindi concludersi affermando che l’accertamento strumentale può essere decisivo nei casi di dubbia interpretazione ai fini del riconoscimento della lesione biologica, ma che in ogni caso può comunque essere ritenuto sufficiente anche un dato clinico obiettivo, purché scientificamente compatibile e adeguatamente connesso all’evento lesivo.

Nel caso che ci occupa quindi l’operato del CTU non va censurato, dal momento che lo stesso, dopo aver proceduto alla visita diretta della periziata, ha preso visione dell’accertamento radiologico eseguito in data 18.7.14, il quale certificava la rettificazione della fisiologica lordosi lombare, di tal che non possono residuare dubbi in merito alla sussistenza dei postumi permanenti.

Egli ha inoltre accertato la compatibilità delle lesioni riscontrate all’evento lesivo sicché, essendosi in presenza di un dato clinico obiettivo, non residuano dubbi sul punto, tenuto anche conto del fatto che il nesso di causalità in materia civile soggiace alla regola del “più probabile che non”.

Né il giudizio appena espresso può mutare pur a fronte degli arresti operati dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 235 del 16.10.14 e con l’ordinanza n. 242 del 26.11.15.

Quanto al primo dei provvedimenti citati, appare infatti di tutta evidenza come il punto in cui la Consulta afferma che l’accertamento strumentale condizionerebbe la risarcibilità delle lesioni permanenti di lieve entità, null’altro costituisca se non un mero obiter dictum, non essendo quello l’oggetto del giudizio di legittimità, volto invece a verificare la tenuta costituzionale dell’art. 139 del D.Lgs. 7.9.05 n. 209 nella parte in cui limiterebbe la tutela del diritto all’integrità della persona stabilendo, nell’ipotesi di c.d. micro permanenti, specifici limiti risarcitori ancorati a rigidi parametri tabellari.

Tanto è vero che un benché minimo ragionamento viene svolto dai giudici della Corte a sostegno e motivazione della predetta affermazione, la quale pare più il semplice richiamo letterale dei commi 3 ter e 3 quater dell’art. 32 del D.L. 24.1.12 n. 1 – convertito con modificazioni, dalla legge 24.3.12 n. 27 – che non una argomentata disamina delle complesse questioni sottese alle problematiche in oggetto.

Mentre, per quel che attiene al secondo dei provvedimenti richiamati – pur non potendosi negare che l’ordinanza in esame effettivamente riconosca la legittimità costituzionale delle norme appena sopra richiamate anche ove interpretate nel senso di ritenere imprescindibile un accertamento strumentale ai fini della risarcibilità del danno permanente derivante da una microlesione e ciò in forza di un bilanciamento degli interessi costituzionalmente rilevanti in gioco nella fattispecie – ciò nonostante resta evidente come la medesima non sia in grado di precludere una diversa attività interpretativa di questo giudice, essendo principio pacifico quello secondo cui il vincolo che deriva, sia per il giudice a quo sia per tutti gli altri giudici comuni, da una sentenza interpretativa di rigetto resa dalla Corte Costituzionale, è soltanto negativo, consistente cioè nell’imperativo di non applicare la norma secondo l’interpretazione ritenuta non conforme al parametro costituzionale evocato e scrutinato dalla Corte costituzionale.

Sicché resta salva la libertà dei giudici:

– di interpretare ed applicare la medesima norma, ai sensi dell’art. 101, secondo comma, Cost., sulla base di interpretazioni diverse ritenute compatibili con la Costituzione,

– oppure di sollevare nuovamente, in gradi diversi dello stesso processo a quo o in un diverso processo, la questione di legittimità costituzionale della medesima disposizione, sulla base dell’interpretazione rifiutata dalla Corte costituzionale, eventualmente evocando anche parametri costituzionali diversi da quello precedentemente indicato e scrutinato (Cass. Sez. Un. 16.12.13 n. 27986 e Cass. 26.2.14 n. 4592).

Ciò che è appunto a dirsi nella fattispecie, ove la Corte si è limitata ad affermare la legittimità costituzionale della norma anche ove interpretata nel senso di rendere comunque imprescindibile un accertamento strumentale, senza peraltro minimamente prendere in considerazione ovvero sconfessare il diverso orientamento interpretativo – comunque conforme ai parametri costituzionali – secondo il quale ciò non sarebbe necessario in alcuni specifici casi, più sopra menzionati.

E pure dovendosi ricordare come con pronuncia recentissima di n. 18773, emessa in data 26.9.16, la stessa Suprema Corte abbia avuto modo di precisare che i commi tre ter e tre quater dell’art. 32 del D.L. 24.1.12 n. 1 debbono essere letti in correlazione alle necessità, predicata dagli artt. 138 e 139 C.d.A., che il danno biologico sia suscettibile di accertamento medico legale, esplicando entrambe le norme, senza differenze sostanziali tra loro, i criteri scientifici di accertamento e valutazione del danno biologico tipici della medicina legale: e cioè quello visivo, quello clinico e quello strumentale, non gerarchicamente ordinati tra loro né unitariamente intesi ma da utilizzarsi secondo le leges artis, siccome conducenti ad una obiettività dell’accertamento stesso che riguardi sia le lesioni che i relativi postumi.

– Omissis-

Il Giudice

dott. Guido Marzella

Intossicazione alimentare e sindrome di Guillan-Barrè: c’è nesso di causalità (Trib. Padova, Giudice Marzella, sent. n. 1221/16)

Tribunale di Padova, Giudice dott. Marzella, sentenza n. 1221 del 20 aprile 2016

Con sentenza passata in giudicato il Tribunale di Padova si è pronunciato su un caso che ha visto coinvolta un’intera famiglia recatasi, nel lontano 2009, a consumare il pranzo domenicale presso uno dei più noti e rinomati ristoranti dei Colli Euganei. Scrive il Tribunale: ”Risulta evidente la grave carenza di diligenza manifestata dai responsabili del ristorante che, in violazione di minime norme igieniche, accettavano la consegna di crudità marine trasportate senza l’utilizzo di sistemi di refrigerazione e le propinavano addirittura ad ignari clienti il giorno seguente, dopo che le stesse erano già state proposte nel corso di una cena.”

Il Giudice Patavino condivide la teoria del più probabile che non: “in sede civile per l’accertamento del nesso causale tra condotta illecita ed evento di danno non è necessaria la dimostrazione di un rapporto di consequenzialità necessaria tra la prima ed il secondo, ma è sufficiente la sussistenza di un rapporto di mera probabilità scientifica, conseguendone che il nesso causale può essere ritenuto sussistente non solo quando il danno possa ritenersi conseguenza inevitabile della condotta, ma anche quando ne sia conseguenza altamente probabile e verosimile (Cass. 26.6.07 n. 14759), […] pertanto in tema di illecito civile il nesso di causalità deve essere fondato sul criterio della probabilità, e non già della mera possibilità, di verificazione dell’evento (Cass. 18.4.07 n. 9226).”

E, pertanto, così conclude: “sussistano sufficienti elementi di prova per affermare la ricorrenza del nesso di causalità tra l’ingestione delle crudità di mare ed il successivo presentarsi della gastroenterite in questione, apparendo per un verso verosimile e più probabile che non che l’evento in oggetto sia dipeso dal fatto in questione e risultando, per altro verso, sintomatica l’assenza di altri fattori preesistenti, concomitanti o sopravvenuti di per sé atti a spiegare il verificarsi dell’accaduto. Laddove poi è lo stesso consulente d’ufficio ad attestare la natura altamente significativa, sotto il profilo probabilistico, della correlazione tra la gastroenterite e la successiva comparsa della sindrome”.

Risarcimento importante (€ 460.000,00= integralmente pagato dall’Assicurazione che ha manlevato il ristoratore), che suona, giustamente, da monito a tutti gli operatori del settore della ristorazione.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

Tribunale di Padova

Il Giudice

dott. Guido Marzella

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

nella causa di primo grado iscritta al n. 9086/2012 R.G. e promossa con atto di citazione notificato

da

E. S., (C.F. ***)

– attrice –

con il patrocinio dell’avv. CALVELLO CLAUDIO, elettivamente domiciliata in Abano Terme, via Previtali n. 30,

contro

RISTORANTE ***, (C.F. ***)

– convenuto –

con il patrocinio dell’avv. ***, elettivamente domiciliato in Padova, ***,

e con la chiamata in causa della

***, (C.F. ***)

– terza chiamata –

con il patrocinio dell’avv. ***, elettivamente domiciliata in Padova, ***.

Conclusioni dell’attrice:

come da foglio depositato per via telematica.

Conclusioni del convenuto:

come da foglio depositato per via telematica.

Conclusioni della terza chiamata:

come da verbale d’udienza del 21.1.16

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

E. S., premettendo:

– che in data 21.2.09 si era recata a pranzo presso il Ristorante *** assieme al marito, al figlio, alla nuora ed ai nipoti ove, su consiglio del personale, aveva mangiato un piatto di ostriche e tartufi di mare,

– che durante la notte seguente tutta la famiglia veniva colta da malori, accusando evidenti sintomi di intossicazione alimentare,

– che il fatto era addebitabile al ristoratore, il quale aveva provveduto a servire una partita di frutti di mare di incerta provenienza, avanzata da una cena tenutasi la sera precedente,

– che la situazione più grave colpiva proprio essa attrice, venendole diagnosticata una gastroenterite acuta,

– che a distanza di giorni era poi insorta la necessità di ricoverarsi presso la Casa di Cura di Abano Terme poiché il disturbo non si esauriva,

– che all’esito di una serie di esami svolti presso il reparto di terapia intensiva si appurava la presenza a suo carico di una sindrome di Guillain-Barrè,

– che a causa di siffatta sindrome, essendo sopraggiunto un generale peggioramento delle sue condizioni di salute, era quindi trasferita in rianimazione presso l’Ospedale di Legnago, ove in data 3.4.09 veniva sottoposta a tracheostomizzazione in considerazione di uno stato di insufficienza respiratoria acuta,

– che a tale complessiva situazione conseguiva infine l’accertamento di una invalidità civile al 100% con conseguente riconoscimento della relativa indennità di accompagnamento,

– che nel corso di un procedimento di ATP veniva quindi appurata la sussistenza di una significativa correlazione tra la gastroenterite e la sindrome di Guillan Barrè, successivamente insorta,

ha convenuto in giudizio la menzionata controparte chiedendo la condanna della medesima al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali così subiti, rispettivamente quantificati nell’importo di € 15.945,47 quanto ai primi ed in quello di € 473.301,00 quanto ai secondi, oltre rivalutazione monetaria ed interessi di legge.

Costituitosi in giudizio, il convenuto denegava che l’attrice avesse mangiato i frutti di mare individuati quale possibile fonte dell’intossicazione alimentare; denunciava l’inesistenza della prova di un nesso causale tra l’eventuale ingestione dei medesimi e l’insorgere della sindrome; notava come anche i militari del NAS avessero concluso le loro indagini affermando di non essere stati in grado di individuare la causa dell’infezione in oggetto; contestava ad ogni modo la quantificazione del danno operata dal consulente d’ufficio in sede di ATP; concludeva per il rigetto di ogni avversa domanda chiedendo di essere comunque manlevato di ogni eventuale negativa conseguenza della causa da parte della ***.

A sua volta costituitasi in giudizio, la terza chiamata eccepiva in via preliminare l’inammissibilità della procedura di ATP e la sua inutilizzabilità nell’ambito del giudizio di cognizione; aderiva nel merito alle difese svolte dal proprio cliente; eccepiva peraltro l’inoperatività della polizza dal momento che la stessa, destinata a coprire i soli danni causati da generi alimentari di produzione propria venduti o somministrati nell’esercizio pubblico direttamente al consumatore, non poteva avere ad oggetto pesce crudo, semmai portatore di un vizio originario escluso dalla copertura assicurativa; instava quindi chiedendo il rigetto di ogni domanda svolta nei suoi confronti.

Procedutosi alla trattazione del giudizio con il deposito di memorie autorizzate e datosi quindi corso alla fase istruttoria mediante l’escussione dei testi e l’acquisizione del fascicolo di ATP, la causa è stata infine trattenuta in decisione all’udienza del 21 gennaio 2016.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente all’esame di ogni altra questione ritiene il giudicante di dover rigettare l’eccezione di inammissibilità della consulenza svolta in sede di ATP nell’ambito del procedimento ex art. 696 bis cpc rubricato sub n. 7078/11 R.G., riaffermando l’assoluta ritualità della medesima.

Ed invero – dal momento che l’istituto in esame risulta connotato da una evidente funzione conciliativa e si palesa quale strumento volto a favorire la soluzione transattiva della controversia insorta tra le parti anche per mezzo della anticipazione delle valutazioni inerenti le questioni di fatto, tanto da potersi configurare alla stregua di una prova “in luogo del processo” e non “prima del processo”, di per sé non necessariamente strumentale al successivo giudizio di merito, ma essa stessa strumento dal quale partire per trovare una soluzione conciliativa tra le parti, così da evitare il giudizio di merito – non ha nessun senso che esso debba veder limitato il proprio ambito di operatività alla circostanza che entrambe le parti convengano in merito all’an, permanendo questioni unicamente in ordine al quantum della richiesta avanzata dalla parte ricorrente.

Né, d’altro canto – assumendo la consulenza tecnica preventiva di cui all’art. 696 bis cpc una marcata funzione conciliativa più che di cautela e caratterizzandosi per un primario scopo deflattivo del contenzioso civile che si realizza mediante il preventivo accertamento e la conseguente quantificazione dei crediti derivanti dalla mancata o inesatta esecuzione di obbligazioni contrattuali o da fatto illecito – paiono consentite interpretazioni eccessivamente restrittive e formalistiche dell’istituto, dovendosi ritenere che la prospettiva conciliativa debba appunto essere vagliata nel corso della procedura, così come ben chiarito nell’ultimo alinea del primo comma della norma in esame, e non preesistere invece alla proposizione del ricorso.

E tanto meno potrebbe fondatamente affermarsi che la valutazione del consulente debba limitarsi ad una mera fotografia della situazione esistente, con esclusione di ogni valutazione in merito alle cause dei fatti riscontrati, ove si consideri che al contrario è la stessa lettera della norma a precisare che l’istituto in questione risulta destinato ad operare non solo la preventiva determinazione del credito (valutazione in merito al quantum) ma anche il suo accertamento (valutazione in merito all’an).

Mentre, per ciò che attiene alla dedotta funzione conciliativa, la medesima va individuata non tanto nella circostanza – comunque verificatasi nel caso in esame – che il consulente d’ufficio abbia effettivamente tentato una mediazione fra le parti, quanto piuttosto nello stesso svolgimento del modulo istruttorio previsto dal legislatore, che già di per sé diviene luogo di confronto e di possibile composizione delle diverse posizioni assunte dalle varie parti.

Che, poi, nella fattispecie la conciliazione non sia riuscita è dimostrato in re ipsa dall’esperimento dell’odierna azione, nel cui ambito la domanda attorea risulta fermamente contestata dalla convenuta.

Venendo allora al merito, osserva lo scrivente come l’azione sia fondata e meriti quindi accoglimento nei limiti di cui al dispositivo.

All’esito della fase istruttoria si è invero potuto appurare:

– che durante il pranzo tenutosi sabato 21.2.09 presso il Ristorante ***, il nipote del *** consigliò all’attrice ed ai suoi famigliari di prendere quale antipasto delle ostriche e dei tartufi di mare crudi (teste G.),

– che la portata venne presentata frammista a cubetti di ghiaccio che a detta dei camerieri dovevano solo servire ad abbellire il piatto (teste G.),

– che in realtà i frutti di mare in questione erano i resti di una cena tenutasi il giorno precedente ed organizzata dal sig. *** (circostanza da ritenersi ammessa a seguito della mancata comparizione del legale rappresentante del convenuto a rendere l’interpello nonché verbale NAS di cui al doc. 4 convenuto),

– che, più in particolare, il *** aveva acquistato del pesce e delle ostriche dal sig. ***, il quale gli aveva quindi regalato 2 kg. di tartufi di mare (circostanza da ritenersi ammessa a seguito della mancata comparizione del legale rappresentante del convenuto a rendere l’interpello nonché verbale NAS di cui al doc. 4 convenuto),

– che i tartufi erano quindi stati direttamente portati dal *** al Ristorante ***, senza l’utilizzo di borse termiche, mentre il resto del pesce era stato invece trasportato e consegnato dalla “Ittica ***” (verbale NAS di cui al doc. 4 convenuto),

– che nella serata successiva al pasto, tutti i commensali cominciavano a sentirsi male presentando fenomeni di vomito e diarrea, oltre a dolori addominali (teste G.),

– che quando il figlio dell’attrice chiamò il ristorante per far presente quanto era accaduto, gli fu precisato dalla figlia del *** che anche altri clienti avevano avuto problemi simili (teste G.),

– che a seguito delle indagini svolte dai Carabinieri della Stazione di Bastia di Rovolon, nella persona del Comandante, Luogotenente Ivan Fino, e dal NAS di Padova si appurava che in effetti anche altre persone avevano lamentato problemi simili a quelli denunciati dal G. (teste Atteo).

Laddove l’esperimento della CTU ha consentito a sua volta di appurare:

– che il 23.2.09 veniva diagnosticata all’attrice una gastroenterite acuta (pag. 23),

– che in data 7.3.09 l’attrice veniva quindi ricoverata presso la Casa di Cura di Abano Terme a causa del verificarsi di episodi di caduta per riferito deficit di forza agli arti inferiori (circostanza pacifica in atti),

– che nel corso della degenza gli esami strumentali evidenziavano unicamente una infrazione della VI costa sinistra e la frattura della VII costa sinistra, in assenza di focalità patologiche encefaliche (pag. 23-24),

– che a causa di un aggravarsi della situazione l’attrice veniva poi trasferita presso il Reparto di Terapia Intensiva ove era eseguito l’esame del liquido cefalo rachidiano, le cui risultanze apparivano compatibili con la diagnosi di una sindrome di Guillain-Barrè (pag. 24),

– che la vicenda clinica era quindi caratterizzata dalla necessità di eseguire una intubazione oro-tracheale con assistenza ventilatoria, una tracheotomia ed il posizionamento di PEG (pag. 24-26),

– che al momento delle dimissioni la paziente presentava una paraparesi con presenza di movimenti prossimo-distali incompleti e la capacità di una deambulazione limitata a brevi tratti con necessità di girello o di accompagnatore (pag. 26),

– che la gastroenterite è una infiammazione della mucosa gastro-intestinale la quale può trarre origini da molteplici cause batteriche, virali, parassitarie e tossiche, la cui trasmissione può in taluni casi avere origine alimentare (pag. 27),

– che con il termine tossinfezione alimentare si indicano una serie di sindromi causate dall’ingestione di cibi contaminati da sostanze tossiche o da microrganismi patogeni (pag. 27),

– che l’insorgenza dei sintomi della tossinfezione a distanza di qualche ora dal pranzo nonché il dato anamnestico circostanziale del focolaio epidemico ristretto ai familiari appaiono compatibili con una gastroenterite di origine alimentare (pag. 28),

– che non vi è peraltro alcuna certezza sul punto in ragione della mancanza di una conferma di laboratorio del dato infettivo e dell’omesso isolamento dell’agente patogeno, sicché l’esistenza di un nesso causale tra l’ingestione di materiale alimentare contaminato e la gastroenterite accusata dall’attrice può essere postulata solo in termini probabilistici (pag. 29),

– che la sindrome di Guillain Barrè è una poliradicolopatia acuta infiammatoria demielinizzante, caratterizzata dal manifestarsi di una paralisi progressiva degli arti, con interessamento della muscolatura respiratoria e del sistema nervoso autonomo (pag. 30),

– che nella patogenesi di tale sindrome si è pertanto sospettato un ruolo determinante dell’agente infettivo che agirebbe attraverso una modificazione del materiale antigenico della cellula di Schwann ovvero determinando una risposta immunitaria crociata con la mielina del nervo (pag. 31),

– che da un punto di vista statistico-epidemiologico la correlazione tra la gastroenterite diagnosticata all’attrice e la successiva comparsa della predetta sindrome appare certamente significativa, apparendo elevata la probabilità che quest’ultima abbia tratto origine dalla prima (pag. 31-32),

– che i precedenti morbosi da cui risultava affetta l’attrice non presentano invece alcuna influenza nel determinismo della vicenda clinica di cui è causa (pag. 32),

– che i postumi permanenti subiti dalla paziente a causa di quanto accaduto possono essere quantificati nella misura del 65%-70% (pag. 36),

– che si sono individuate spese mediche congrue sostenute per complessivi € 4.960,00, mentre non risulta che ne saranno necessarie di ulteriori in futuro (pag. 36).

Le quali considerazioni vengono da questo giudice fatte integralmente proprie in considerazione della correttezza del ragionamento logico così svolto e della congruità delle risposte rese dal consulente d’ufficio alle osservazioni svolte dai consulenti di parte.

Avendo in proposito la Suprema Corte ben chiarito che il giudice del merito, quando aderisce alle conclusioni del consulente tecnico che nella relazione abbia tenuto conto, replicandovi, dei rilievi dei consulenti di parte, esaurisce l’obbligo della motivazione con l’indicazione delle fonti del suo convincimento, non essendo quindi necessario che egli si soffermi anche sulle contrarie allegazioni dei consulenti tecnici di parte che, seppur non espressamente confutate, restano implicitamente disattese perché incompatibili con le conclusioni tratte, mentre le critiche di parte, che tendano al riesame degli elementi di giudizio già valutati dal consulente tecnico, si risolvono in mere argomentazioni difensive (Cass. 2.2.15 n. 1815 e 9.1.09 n. 282).

Ciò posto in linea di fatto, osserva il giudicante come pacifica giurisprudenza di legittimità sostenga:

– che nel giudizio avente ad oggetto il risarcimento del danno, l’attore deve allegare l’insorgenza della patologia e l’inadempimento qualificato della controparte, astrattamente idoneo a provocare, quale causa o concausa efficiente, il danno lamentato, rimanendo a carico del convenuto l’onere di dimostrare che tale inadempimento non vi è stato, ovvero che, pur esistendo, esso non è stato causa del danno (Cass. 9.10.12 n. 17143), di tal che, se all’esito del giudizio permanga incertezza sulla sussistenza del nesso causale tra la condotta del convenuto e il danno, tale incertezza ricade sull’attore (Cass. 26.2.13 n. 4792),

– che peraltro in sede civile per l’accertamento del nesso causale tra condotta illecita ed evento di danno non è necessaria la dimostrazione di un rapporto di consequenzialità necessaria tra la prima ed il secondo, ma è sufficiente la sussistenza di un rapporto di mera probabilità scientifica, conseguendone che il nesso causale può essere ritenuto sussistente non solo quando il danno possa ritenersi conseguenza inevitabile della condotta, ma anche quando ne sia conseguenza altamente probabile e verosimile (Cass. 26.6.07 n. 14759),

– che pertanto in tema di illecito civile il nesso di causalità deve essere fondato sul criterio della probabilità, e non già della mera possibilità, di verificazione dell’evento (Cass. 18.4.07 n. 9226),

– che al fine dell’accertamento di eventuali responsabilità risarcitorie, ove il ricorso alle nozioni di patologia medica e medicina legale non possa fornire un grado di certezza assoluta, la ricorrenza del rapporto di causalità non può essere esclusa in base al mero rilievo di margini di relatività, a fronte di un serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica, specie qualora manchi la prova della preesistenza, concomitanza o sopravvenienza di altri fattori determinanti, dovendo invece escludersi la sussistenza del nesso eziologico solo quando le conclusioni cui sia giunto il consulente d’ufficio risultino svolte in termini di mera possibilità (Cass. 11.11.05 n. 22894).

Ora, dal momento che nel caso di specie è certo, anche per ammissione del legale rappresentante della compagine convenuta, non presentatosi a rendere l’interpello in assenza di un giustificato motivo:

– che l’attrice abbia consumato frutti di mare durante il pasto del 21.2.09,

– che i medesimi, consegnati al ristoratore privi dei documenti di vendita e di trasporto, risultassero gli avanzi di una cena allestita la sera precedente,

– che a distanza di due giorni dal pasto veniva quindi diagnosticata all’attrice una gastroenterite acuta,

– che anche i familiari della S. ed altri avventori del locale lamentavano disturbi intestinali successivamente al pasto,

– che l’insorgenza dei sintomi della tossinfezione a distanza di qualche ora dal pranzo nonché il dato del focolaio epidemico ristretto alle persone che avevano consumato il pasto in esame appaiono compatibili con una gastroenterite di origine alimentare,

ritiene il giudicante sussistano sufficienti elementi di prova per affermare la ricorrenza del nesso di causalità tra l’ingestione delle crudità di mare ed il successivo presentarsi della gastroenterite in questione, apparendo per un verso verosimile e più probabile che non che l’evento in oggetto sia dipeso dal fatto in questione e risultando, per altro verso, sintomatica l’assenza di altri fattori preesistenti, concomitanti o sopravvenuti di per sé atti a spiegare il verificarsi dell’accaduto.

Laddove poi è lo stesso consulente d’ufficio ad attestare la natura altamente significativa, sotto il profilo probabilistico, della correlazione tra la gastroenterite e la successiva comparsa della sindrome.

Mentre risulta del pari evidente la grave carenza di diligenza manifestata dai responsabili del ristorante che, in violazione di minime norme igieniche, accettavano la consegna di crudità marine trasportate senza l’utilizzo di sistemi di refrigerazione e le propinavano addirittura ad ignari clienti il giorno seguente, dopo che le stesse erano già state proposte nel corso di una cena.

Ritenuto pertanto dimostrato il nesso eziologico tra la somministrazione del piatto avariato ed il verificarsi dell’evento lesivo, oltre che la sussistenza di una grave responsabilità per l’accaduto in capo alla parte convenuta, deve allora procedersi alla liquidazione del danno in favore dell’attrice.

In proposito, va innanzi tutto quantificato quello di natura patrimoniale, partendo dal ristoro del danno emergente relativo:

– alle spese mediche sostenute in relazione alla patologia in esame, che sono state ritenute congrue dal consulente per l’importo di € 4.960,00,

– alle spese di ATP, quantificate nell’importo di € 1.369,81,

– alle spese di CTP nei limiti dell’importo di € 3.000,00, ritenuto più che congruo a compensare l’intervento del dr. Munari e del prof. Dam,

– alle spese legali di ATP, quantificate in base a tariffa nell’importo di € 5.600,00,

per un totale di € 14.929,81, rivalutato ad oggi in € 15.870,39.

In secondo luogo spetta poi all’attrice il risarcimento del danno non patrimoniale derivante dalla lesione della salute, che rientra fra i diritti inviolabili della persona, come tali garantiti dalla nostra Suprema Carta, i quali appaiono reintegrabili – sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cc – anche quando non sussista un fatto/reato né ricorra alcuna delle altre ipotesi in cui la legge consente espressamente il ristoro dei pregiudizi non patrimoniali, purché si accerti:

– che l’interesse leso, e non il pregiudizio sofferto, abbia rilevanza costituzionale, poiché altrimenti si perverrebbe ad una abrogazione per via interpretativa dell’art. 2059 cc, posto che qualsiasi danno non patrimoniale, per il fatto stesso di essere tale, e cioè di toccare interessi della persona, sarebbe sempre risarcibile,

– che la lesione dell’interesse sia grave, nel senso che l’offesa superi una soglia minima di tollerabilità, in quanto il dovere di solidarietà dettato dall’art. 2 Cost. impone a ciascuno di tollerare le minime intrusioni nella propria sfera personale inevitabilmente scaturenti dalla convivenza,

– che il danno non sia futile, vale a dire che non consista in meri disagi o fastidi, ovvero nella lesione di diritti del tutto immaginari, come quello alla qualità della vita od alla felicità (Cass. Sez. Un. 11.11.08 n. 26972).

Danno questo che di per sé ricomprende:

– sia il pregiudizio da inabilità temporanea, e cioè l’incapacità di una persona ad attendere per un certo periodo alle proprie ordinarie occupazioni a causa di una malattia provocata dal fatto illecito altrui,

– sia la lesione dell’integrità psicofisica del soggetto e del bene della salute, comprensiva del turbamento dello stato d’animo conseguito al patimento della lesione fisica ed intrinseca alla struttura del fatto illecito del quale viene a rappresentare ineliminabile conseguenza immediata e quindi liquidabile pure in presenza di una semplice invalidità temporanea (Cass. 10 marzo 1992 n. 2840).

Esso peraltro, presentando natura unitaria, va liquidato in maniera omnicomprensiva, non costituendo le singole voci di esso elaborate dalla dottrina e dalla giurisprudenza – tradizionalmente rappresentate dal danno biologico, dal danno estetico, dal danno esistenziale e dal danno alla vita di relazione – pregiudizi autonomamente risarcibili (Cass. 16.5.13 n. 11950), ma semmai ulteriori sottocategorie aventi valenza meramente descrittiva (Cass. ord. 13.7.11 n. 15414), delle quali deve essere evitata una errata duplicazione risarcitoria dal momento che la sofferenza soggettiva derivante da una lesione della salute costituisce necessariamente una componente di quest’ultima (Cass. Sez. Un. 11.11.08 n. 26972).

In proposito, si osserva come il CTU, nell’ambito del proprio elaborato peritale, abbia individuato postumi permanenti nella misura del 65-70%, mentre per quel che attiene alla durata della inabilità temporanea – in assenza di precisazioni da parte del medesimo e dello stesso CTP attoreo nell’ambito della relazione datata 21.2.09 (doc. 6 attoreo) – si ritiene di non poter procedere ad una loro valutazione.

Fatta pertanto applicazione delle “Tabelle per la liquidazione del danno non patrimoniale derivante da lesione all’integrità psico-fisica” predisposte dal Tribunale di Milano – le quali secondo la Suprema Corte costituiscono valido e necessario criterio di riferimento ai fini della valutazione equitativa ex art. 1226 cc, là dove la fattispecie concreta non presenti circostanze tali da richiedere la relativa variazione in aumento o in diminuzione, tanto da affermare che risulti incongrua la motivazione della sentenza di merito che non dia conto delle ragioni della preferenza assegnata ad una liquidazione che risulti sproporzionata rispetto a quella cui si giungerebbe mediante l’applicazione dei parametri indicati dalle predette tabelle (Cass. 30.6.11 n. 14402) – ne deriva il riconoscimento in favore dell’attrice del diritto ad un risarcimento di € 444.433,00 a titolo di risarcimento del danno morale e di quello biologico permanente, non ritenendo di doversi ulteriormente personalizzare la cifra in esame, essendo stato ben chiarito dai giudici di legittimità che il grado di invalidità permanente espresso da un baréme medico legale esprime la misura in cui il pregiudizio alla salute incide su tutti gli aspetti della vita quotidiana della vittima, restando preclusa la possibilità di un separato ed autonomo risarcimento a titolo di personalizzazione del danno, salvo che l’interessato alleghi e dimostri circostanze specifiche ed eccezionali tali da rendere il pregiudizio in concreto più grave, sotto gli aspetti indicati, rispetto alle conseguenze ordinariamente derivanti da lesioni dello stesso genere sofferte da persone della stessa età (Cass. 7.11.14 n. 23778).

Sicché, tenuto conto del danno patrimoniale già liquidato, si individua nel complessivo importo di € 460.303,39 l’ammontare del risarcimento spettante alla S..

Sulla somma così determinata tenendo già conto della perdita del potere d’acquisto della moneta, anche in considerazione del fatto che sono stati utilizzati i valori indicati nelle tabelle da ultimo pubblicate, spettano poi all’attrice gli interessi di legge a far data dal deposito della presente sentenza e sino al saldo effettivo.

I medesimi non sono invece dovuti per il periodo precedente poiché essi vanno unicamente liquidati qualora – dal confronto comparativo in unità di pezzi monetari tra la somma rivalutata riconosciuta al creditore al momento della liquidazione e quella di cui egli disporrebbe in ipotesi di un tempestivo soddisfo e avendo potuto utilizzare l’importo allora dovutogli secondo le forme considerate ordinarie nella comune esperienza ovvero in impieghi più remunerativi – la seconda ipotetica somma sia maggiore della prima (Cass. 12.2.10 n. 3355 e 24.10.07 n. 22347), ciò che nella fattispecie non è stato provato.

Quanto poi alla domanda di manleva esperita dal convenuto nei confronti della “***”, la medesima va accolta.

Ed invero – una volta osservato come l’art. 47 del contratto precisi che l’assicurazione è altresì operante per i danni derivanti da “cose vendute dall’assicurato, esclusi i danni da vizio originario del prodotto, fatta eccezione per i generi alimentari di produzione propria venduti (somministrati o smerciati) nello stesso esercizio direttamente al consumatore” – pare allo scrivente che la predetta limitazione della copertura non si attagli al caso di specie, dal momento che non sussiste alcuna prova del fatto che l’alimento a causa del quale si è sviluppata la gastroenterite fosse sin dall’origine affetto da vizi e cioè dalla presenza di sostanze chimiche tossiche o di tossine prodotte da micorganismi, giacché:

– per un verso non è escluso che i medesimi si siano prodotti solo a causa del suo trasporto effettuato in maniera scorretta da Venezia a Rovolon, senza l’utilizzo di borse termiche,

– per altro verso è affermato dallo stesso consulente d’ufficio che l’intossicazione potrebbe in realtà essere stata causata da tossine elaborate dai microrganismi durante la colonizzazione e lo sviluppo nel tratto intestinale o in altri tessuti e cioè in un momento successivo alla somministrazione della pietanza (pag. 27 CTU).

Di tal che la compagnia va condannata a tenere indenne il proprio assicurato di quanto dovuto in favore dell’attrice a titolo di capitale, interessi e spese.

Quanto infine alle spese di giudizio, liquidate come da dispositivo tenendo conto:

– dei parametri dettati dal D.M. 10.3.14 n. 55, siccome disposto dall’art. 28 il quale prevede appunto che le disposizioni del decreto si applichino a tutte le liquidazioni successive alla sua entrata in vigore, pur ove la prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta quando ancora erano in vigore le tariffe abrogate,

– dell’ammontare delle somme in concreto riconosciute dovute (Cass. 5.1.11 n. 226),

– della circostanza che la fase di studio della controversia e di introduzione del giudizio ha comportato l’esame delle stesse circostanze in fatto e diritto già valutate per l’esperimento della ATP,

le stesse gravano sul convenuto in forza del principio della soccombenza sancito dall’art. 91 cpc.

P. Q. M.

Il Giudice, pronunciando in maniera definitiva sulla presente controversia, disattesa ogni diversa istanza:

1) condanna il “Ristorante ***” a pagare in favore di E. S., a titolo di risarcimento danni, la somma già rivalutata di € 460.303,39, oltre agli interessi di legge dal deposito della presente sentenza e sino all’effettivo saldo;

2) condanna il convenuto a rifondere in favore dell’attrice le spese processuali che liquida in € 18.000,00 per competenze ed in € 1.064,00 per anticipazioni, oltre al rimborso delle spese generali, dell’IVA e degli accessori di legge;

3) condanna il convenuto a sostenere le competenze di CTU;

4) condanna la “***” a tenere indenne il convenuto delle somme dovute in favore dell’attrice in forza di quanto statuito sub 1), 2) e 3).

Padova, 20 aprile 2016

         Il Giudice

dott. Guido Marzella