Titolo

Autem vel eum iriure dolor in hendrerit in vulputate velit esse molestie consequat, vel illum dolore eu feugiat nulla facilisis at vero eros et dolore feugait.

Archivio per categoria Danno Morale

Danno non patrimoniale: ecco i principi cui il giudice deve attenersi nel determinare la qualificazione e quantificazione del danno (Cass. civ. 9196/2018)

Cass. civ. Sez. III, Ord., (ud. 14-02-2018) 13-04-2018, n. 9196

Nel procedere all’accertamento ed alla quantificazione del danno risarcibile, il giudice di merito, alla luce dell’insegnamento della Corte costituzionale (sentenza 235/2014, punto 10.1 e ss.) e della nuova rubrica degli artt. 138 e 139 c.d.a. (“danno non patrimoniale”, sostituiva della precedente, “danno biologico”), deve congiuntamente, ma distintamente, valutare la reale fenomenologia della lesione non patrimoniale, e cioè tanto l’aspetto interiore del danno sofferto (cd. danno morale, sub specie del dolore, della vergogna, della disistima di sé, della paura, della disperazione) quanto quello dinamico-relazione (destinato ad incidere in senso peggiorativo su tutte le relazioni di vita esterne del soggetto);

Il giudice dovrà, pertanto, valutare tanto le conseguenze subite dal danneggiato nella sua sfera morale (che si collocano nella dimensione del rapporto del soggetto con se stesso), quanto quelle incidenti sul piano dinamico-relazionale della sua vita (che si dipanano nell’ambito della relazione del soggetto con la realtà esterna, con tutto ciò che, in altri termini, costituisce “altro da se”).

L’ ORDINANZA

(omissis)

Svolgimento del processo

1. Nel 1996, Ru.Ge. convenne in giudizio V.P., P.T. in proprio e quale esercente la potestà genitoriale su T. e T.D., questi ultimi tre in qualità di eredi del defunto T.P., la Milano Assicurazioni S.p.a., la Winterthur Assicurazioni S.p.a. rappresentata ex lege dall’UCI S.c. a r.l., la Lloyd Adriatico Assicurazioni S.p.a. e Va.Fe., per essere risarcito dei danni patiti in occasione del sinistro stradale occorsogli mentre era trasportato sull’autovettura Opel Astra condotta dal proprietario della stessa, T.P..

Tale sinistro aveva coinvolto tre autovetture: una Fiat Uno di proprietà di Va.Fe., condotta da B.F., su cui viaggiava R.A., assicurata con la compagnia Lloyd Adriatico Assicurazioni; una Volkswagen Passat, condotta dal proprietario V.P. ed assicurata con la Milano Assicurazioni; l’Opel Astra di T.P., assicurata con la Winterthur, su cui viaggiavano, oltre al Ru. ed allo stesso T., P.T..

Nello stesso sinistro avevano perso la vita B.F., R.A. e T.P., mentre P.T. e Ru.Ge. avevano riportato lesioni.

Si costituirono in giudizio: il Venutolo – e con lui la sua compagnia assicuratrice Milano Assicurazioni – contestando la propria responsabilità nella causazione dell’incidente; l’UCI, quale rappresentante ex lege della Winterthur, la quale eccepì preliminarmente che l’attore – che dai verbali della Polizia stradale risultava essere conducente dell’Astra al momento dell’incidente – non poteva avanzare richiesta di danni nei suoi confronti in quanto la copertura assicurativa copriva unicamente i danni subiti dai trasportati, contestando poi nel merito la responsabilità del conducente della vettura assicurata; la Lloyd, che contestò la responsabilità della propria assicurata.

Rimase contumace Va.Fe..

Nelle more, P.T. in proprio e nella qualità di esercente la potestà genitoriale dei figli minori, introdusse un ulteriore giudizio chiedendo il risarcimento dei danni subiti iure proprio e iure heraeditario per la morte del marito T.P. a seguito dell’incidente. Tale giudizio fu riunito a quello introdotto dal Ru..

Infine, nelle cause riunite intervennero M., E. e R.G.P., figli dei deceduti R.A. e B.F., chiedendo che fosse dichiarata la responsabilità degli altri due conducenti, o in subordine della propria madre, con conseguente condanna al risarcimento di tutti i danni da loro subiti a titolo di danno biologico, iure heraeditario e iure proprio, danno patrimoniale (stante il sostegno economico loro garantito dai genitori) e danno esistenziale.

Il Tribunale di Cassino, con sentenza n. 406/2005, dichiarò la responsabilità di V.P. e di T.P., per il 50% ciascuno, nella causazione del sinistro e, per l’effetto, condannò:

– il V. e la Milano Assicurazioni, gli eredi del T. e la Winterthur, rappresentata dall’UCI, in solido tra loro, al risarcimento del danno biologico in favore dell’attore Ru.Ge., nonchè al risarcimento del danno patrimoniale, esistenziale e morale in favore degli intervenuti R.;

– il V. e la Milano Assicurazioni, in solido tra loro, al risarcimento del danno biologico, morale e patrimoniale in favore della P., in proprio e nella qualità esercente la potestà sui figli minori.

2.La decisione è stata parzialmente riformata dalla Corte di Appello di Roma, con sentenza n. 628 del 15 ottobre 2014, pronunciata nella contumacia della P. e del Va..

Per quel che qui ancora rileva, la Corte di Appello, diversamente dal giudice di primo grado, ha ritenuto che nulla potesse essere riconosciuto agli eredi R. a titolo di danno esistenziale, in linea con il principio di diritto enunciato dalla Cassazione a Sezioni Unite (Cass. ss.uu. 26792/2008), ed in considerazione del fatto che il Tribunale, per la contemporanea perdita di entrambi i genitori, aveva condannato il V. e gli eredi T., nonchè le rispettive compagnie assicuratrici, al pagamento della somma di Euro 160.000 a favore di ciascuno degli intervenuti a titolo di danno morale.

Inoltre, la Corte romana ha escluso la spettanza, in favore dei medesimi eredi R., del risarcimento del danno patrimoniale per lucro cessante, rilevando che gli intervenuti non avevano depositato documentazione idonea a dimostrare i redditi, le disponibilità economiche ed il tenore di vita dei genitori al momento dell’incidente e quale parte di tali risorse questi ultimi avrebbero impiegato per sostenere economicamente i figli, ad esempio nel pagamento delle rate dei mutui contratti per l’acquisto di immobili di proprietà. In particolare, secondo la Corte, dai documenti prodotti non era dato evincere se le rate di mutuo scadute prima dell’incidente fossero state pagare con denaro messo a disposizione dai coniugi R.- B..

3. Avverso tale decisione propongono ricorso in Cassazione, illustrato da memoria, sulla base di due motivi, i signori M., E. e R.G.P..

3.1. Resistono con controricorso l’Unipolsai Assicurazioni S.p.a. (già Milano Assicurazioni S.p.a.) e l’UCI S.c. a r.l. Gli intimati V.P., Ru.Ge., P.T., Lloyd Adriatico S.p.a. non hanno svolto difese.

3.2. Il Procuratore Generale ha depositato conclusioni scritte chiedendo l’accoglimento del ricorso per quanto di ragione.

Motivi della decisione

4.1. Con il primo motivo, i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la “violazione e falsa applicazione dell’art. 2059 c.c. e degli artt. 2, 29 e 30 Cost.” La Corte di appello avrebbe illegittimamente escluso il risarcimento del danno c.d. esistenziale, senza specificare se si trattasse effettivamente di un’indebita duplicazione risarcitoria rispetto al danno morale.

La decisione del giudice di primo grado, al di là della terminologia utilizzata, sarebbe conforme ai principi espressi dalla giurisprudenza di legittimità, avendo argomentato la necessità di adeguare la somma liquidata a titolo di danno non patrimoniale in base alle tabelle del Tribunale di Roma con una ulteriore erogazione correlata alla particolare intensità dello stravolgimento esistenziale derivante dalla perdita dei genitori.

Tale disposizione, quindi, non si porrebbe in contrasto con il principio secondo cui il danno non patrimoniale si configura in un’unica categoria di danno risarcibile, risultando in essa integralmente assorbite le diverse voci del danno esistenziale, morale e dinamico-relazionale.

Il motivo è fondato.

Come questa Corte ha avuto più volte modo di sottolineare (in particolare Cass. 21059/2016; Cass. 901/2018), deve escludersi che le Sezioni Unite del 2008 abbiamo negato la configurabilità e la rilevanza a fini risarcitori anche del c.d. danno parentale.

In tali pronunzie risulta infatti confermato che gli aspetti o voci di danno non patrimoniale non rientranti nell’ambito del danno biologico, in quanto non conseguenti a lesione psico-fisica, ben possono essere definiti come danno parentale, attenendo alla sfera relazionale della persona, autonomamente e specificamente configurabile allorquando la sofferenza e il dolore non rimangano più allo stato intimo ma evolvano, seppure non in “degenerazioni patologiche” integranti il danno biologico, in pregiudizi concernenti aspetti relazionali della vita, ovvero lo sconvolgimento della vita familiare provocato dalla perdita di un congiunto, poichè il pregiudizio di tipo esistenziale consegue alla lesione dei diritti inviolabili della famiglia (artt. 2, 29 e 30 Cost.). Il danno da perdita del rapporto parentale, infatti, viene definito come quel danno che va al di là del crudo dolore che la morte in sè di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi esso nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonchè nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti (così Cass. civ., sez. 3, 10 marzo – 9 maggio 2011, n. 10107).

Al di là di affermazioni di principio secondo cui il carattere unitario della liquidazione del danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. precluderebbe la possibilità di un separato ed autonomo risarcimento di specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona, questa Corte attribuisce decisivo rilievo alla circostanza che, nel liquidare l’ammontare dovuto a titolo di danno non patrimoniale, il giudice abbia invero tenuto conto di tutte le peculiari modalità di atteggiarsi dello stesso nel singolo caso concreto (cfr. Cass., 23/9/2013, n. 21716).

In tal modo rimane sostanzialmente osservato il principio dell’integralità del ristoro, sotto il suindicato profilo della necessaria considerazione di tutti gli aspetti o voci in cui la categoria del danno non patrimoniale si scandisce nel singolo caso concreto, non essendovi in realtà differenza tra la determinazione dell’ammontare a tale titolo complessivamente dovuto mediante la somma dei vari “addendi”, e l’imputazione di somme parziali o percentuali del complessivo determinato ammontare a ciascuno di tali aspetti o voci (cfr. Cass., 23/1/2014, n. 1361).

In tema di liquidazione del danno non patrimoniale, al fine di stabilire se il risarcimento sia stato duplicato ovvero sia stato erroneamente sottostimato, rileva non già il “nome” assegnato dal giudicante al pregiudizio lamentato dall’attore (“biologico”, “morale”, “esistenziale”), ma unicamente il concreto pregiudizio preso in esame dal giudice.

Si ha, pertanto, duplicazione di risarcimento solo quando il medesimo pregiudizio sia liquidato due volte, sebbene con l’uso di nomi diversi (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., 6/4/2011, n. 7844).

E’ quindi necessario verificare quali aspetti relazionali siano stati valutati dal giudice, e se sia stato in particolare già assegnato rilievo anche al (radicale) cambiamento di vita, all’alterazione/cambiamento della personalità del soggetto, allo sconvolgimento dell’esistenza.

In presenza di una liquidazione del danno morale, cui si affianchi quella dell’autonoma voce di danno che contempli siffatta negativa incidenza sugli aspetti dinamico-relazionali del danneggiato, è correttamente da escludersi la possibilità che, in aggiunta a quanto a tale titolo già determinato, venga attribuito un ulteriore ammontare a titolo (anche) di danno esistenziale (cfr. Cass., 15/4/2010, n. 9040; Cass., 16/9/2008, n. 23275).

Laddove siffatti aspetti relazionali non siano stati invece presi in considerazione, dal relativo ristoro non può invero prescindersi (cfr. Cass., 20/4/2016, n. 7766).

Di recente (Cass. 901/2018, cit.) questa Corte, anche alla luce delle recenti innovazioni normative, e della sentenza n. 235 della Corte costituzionale, ha affermato i seguenti principi, cui il collegio intende dar seguito, ed ai quali si atterrà il giudice del rinvio nel rideterminare la qualificazione e quantificazione del danno:

1) Sul piano del diritto positivo, l’ordinamento riconosce e disciplina (soltanto) le fattispecie del danno patrimoniale (nelle due forme del danno emergente e del lucro cessante: art. 1223 c.c.) e del danno non patrimoniale (art. 2059 c.c.; art. 185 c.p.).

2) La natura unitaria ed onnicomprensiva del danno non patrimoniale, secondo l’insegnamento della Corte costituzionale e delle sezioni unite della S.C. (Corte cost. 233/2003; Cass. ss.uu. 26972/2008) deve essere interpretata, sul piano delle categorie giuridiche (anche se non sotto quello fenomenologico) rispettivamente nel senso:

a) di unitarietà rispetto a qualsiasi lesione di un interesse o valore costituzionalmente protetto e non suscettibile di valutazione economica;

b) di onnicomprensività intesa come obbligo, per il giudice di merito, di tener conto, a fini risarcitori, di tutte le conseguenze (modificative in peuis della precedente situazione del danneggiato) derivanti dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, procedendo, a seguito di articolata, compiuta ed esaustiva istruttoria, ad un accertamento concreto e non astratto del danno, all’uopo dando ingresso a tutti i necessari mezzi di prova, ivi compresi il fatto notorio, le massime di esperienza, le presunzioni.

3) Nel procedere all’accertamento ed alla quantificazione del danno risarcibile, il giudice di merito, alla luce dell’insegnamento della Corte costituzionale (sentenza 235/2014, punto 10.1 e ss.) e del recente intervento del legislatore sugli artt. 138 e 139 C.d.A. come modificati dalla L. 4 agosto 2017, n. 124, art. 1, comma 17, – la cui nuova rubrica (“danno non patrimoniale”, sostituiva della precedente, “danno biologico”), ed il cui contenuto consentono di distinguere definitivamente il danno dinamico-relazionale causato dalle lesioni da quello morale – deve congiuntamente, ma distintamente, valutare la reale fenomenologia della lesione non patrimoniale, e cioè tanto l’aspetto interiore del danno sofferto (cd. danno morale, sub specie del dolore, della vergogna, della disistima di sè, della paura, della disperazione) quanto quello dinamico-relazione (destinato ad incidere in senso peggiorativo su tutte le relazioni di vita esterne del soggetto).

4) Nella valutazione del danno alla salute, in particolare – ma non diversamente che in quella di tutti gli altri danni alla persona conseguenti alla lesione di un valore, interesse costituzionalmente protetto (Corte cost. 233/2003) – il giudice dovrà, pertanto, valutare tanto le conseguenze subite dal danneggiato nella sua sfera morale (che si collocano nella dimensione del rapporto del soggetto con se stesso), quanto quelle incidenti sul piano dinamico-relazionale della sua vita (che si dipanano nell’ambito della relazione del soggetto con la realtà esterna, con tutto ciò che, in altri termini, costituisce “altro da se”).

5) In presenza d’un danno permanente alla salute, la misura standard del risarcimento prevista dalla legge o dal criterio equitativo uniforme adottato dagli organi giudiziari di merito (oggi secondo il sistema c.d. del punto variabile) può essere aumentata, nella sua componente dinamico-relazionale, solo in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale, eccezionali ed affatto peculiari: le conseguenze dannose da ritenersi normali e indefettibili secondo l’id quod plemmque accidit (ovvero quelle che qualunque persona con la medesima invalidità non potrebbe non subire) non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento.

6) Costituisce, pertanto, duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione del danno biologico – inteso, secondo la stessa definizione legislativa, come danno che esplica incidenza sulla vita quotidiana del soggetto e sulle sue attività dinamico relazionali – e del danno cd. esistenziale, appartenendo tali “categorie” o “voci” di danno alla stessa area protetta dalla norma costituzionale (l’art. 32 Cost.), mentre una differente ed autonoma valutazione andrà compiuta con riferimento alla sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza della lesione del suo diritto alla salute (come oggi normativamente confermato dalla nuova formulazione dell’art. 138 del C.d.A., lett. e).

7) In assenza di lesione della salute, ogni vulnus arrecato ad un altro valore/interesse costituzionalmente tutelato andrà specularmente valutato e accertato, all’esito di compiuta istruttoria, e in assenza di qualsiasi automatismo (volta che, nelle singole fattispecie concrete, non è impredicabile, pur se non frequente, l’ipotesi dell’accertamento della sola sofferenza morale o della sola modificazione in pejus degli aspetti dinamico-relazionali della vita), il medesimo, duplice aspetto, tanto della sofferenza morale, quanto della privazione/diminuzione/modificazione delle attività dinamico-relazioni precedentemente esplicate dal soggetto danneggiato (in tal senso, già Cass. ss.uu. 6572/2006).

8) La liquidazione finalisticamente unitaria di tale danno (non diversamente da quella prevista per il danno patrimoniale) avrà pertanto il significato di attribuire al soggetto una somma di danaro che tenga conto del pregiudizio complessivamente subito tanto sotto l’aspetto della sofferenza interiore (cui potrebbe assimilarsi, in una suggestiva simmetria legislativa, il danno emergente in guisa di vulnus “interno” arrecato al patrimonio del creditore), quanto sotto quello dell’alterazione/modificazione peggiorativa della vita di relazione in ogni sua forma e considerata in ogni suo aspetto, senza ulteriori frammentazioni nominalistiche (danno idealmente omogeneo al cd. “lucro cessante” quale proiezione “esterna” del patrimonio del soggetto).

La corte di merito, nell’impugnata sentenza, ha disatteso i suindicati principi laddove, dopo aver correttamente affermato l’esigenza di evitare duplicazioni risarcitorie per le medesime forme di danno, nel liquidare il danno morale non dà conto di aver effettivamente preso in considerazione l’incidenza della perdita del rapporto parentale sugli aspetti dinamico-relazionali della vita dei ricorrenti.

4.2. Con il secondo motivo, i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, la “violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e degli artt. 115 e 116 c.p.c. per violazione dei principi in tema di allegazione e valutazione della prova, nonchè per travisamento delle risultanze e dei documenti processuali. L’omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio che sono stati oggetto di discussione tra le parti. La nullità dell’impugnato provvedimento di revoca per difetto assoluto di motivazione”.

La sentenza si porrebbe in contrasto con il principio secondo cui la prova del danno patrimoniale da lucro cessante subito dai figli, anche maggiorenni, della vittima per effetto del venir meno delle provvidenze aggiuntive che il genitore avrebbe presumibilmente destinato loro, può essere raggiunta in via presuntiva, quando, sulla base di dati ricavabili dal notorio e dalla comune esperienza, messi in relazione con le circostanze del caso concreto, risulti che il defunto avrebbe effettivamente destinato una parte del proprio reddito alle necessità del figlio.

La Corte di Appello, infatti, avrebbe illegittimamente escluso il risarcimento senza valutare le circostanze del caso concreto.

Inoltre la Corte non avrebbe valutato le prove acquisite nel giudizio, dalle quali emergerebbe la prova dell’importante capienza reddituale dei coniugi R., della esiguità dei redditi familiari di ciascuno dei figli e degli impegni economici assunti da questi ultimi confidando nell’aiuto dei genitori, nonchè delle condizioni personali di salute di questi. Sarebbero stati altresì allegati fatti da cui inequivocabilmente ritenere che i genitori, come in passato avevano già fornito un contributo patrimoniale al momento dell’acquisto delle case di abitazione dei figli, avrebbero, in forza della propria capienza reddituale, continuato a sostenerli economicamente.

Il motivo è inammissibile per difetto di autosufficienza, non avendo i ricorrenti assolto l’onere di trascrivere, sia pur in parte qua, il contenuto dei documenti asseritamente trascurati dal giudice del merito.

5. In conclusione, la Corte accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara inammissibile il secondo, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa ad altra Sezione della Corte di Appello di Roma che, nell’attenersi ai suindicati principi di diritto, provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

la Corte accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara inammissibile il secondo, cassa la sentenza impugnata in relazione e rinvia la causa ad altra Sezione della Corte di Appello di Roma che provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte suprema di Cassazione, il 14 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 aprile 2018

Padre assente? Risarcimento al figlio di 100mila euro per danno da deprivazione della figura paterna

Tribunale di Milano, Sez. X, Sentenza del 13-03-2017, n. 2938/2017

IL CASO

Una signora, in proprio e quale amministratrice di sostegno del figlio B.B., conveniva in giudizio innanzi il Tribunale di Milano il signor Gi.Fr. per ottenere, previo accertamento dell’inadempimento del convenuto agli obblighi di mantenimento del figlio naturale legalmente riconosciuto, la condanna del suddetto al rimborso delle spese sostenute dalla nascita del ragazzo al settembre 2012, nonché al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale patiti dal ragazzo a causa della totale assenza della figura paterna. Il Sig. Gi.Fr., infatti, aveva da sempre rifiutato rapporti col figlio non solo omettendo completamente di contribuire al suo mantenimento, ma soprattutto rifiutando di vederlo se non in due sole occasioni all’età di sei e dodici anni e di prendersi cura dello stesso.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

“Quanto infine alla domanda di risarcimento dei danni non patrimoniali per la privazione del rapporto genitoriale avanzata dalla madre di Davide, quale amministratrice di sostegno del figlio, occorre rilevare quanto segue. Costituisce premessa indispensabile l’ammissione della imprescindibile presenza di entrambe le figure parentali ai fini di una corretta, sana ed equilibrata maturazione del bambino soprattutto nelle prime fasi dello sviluppo umano. Nel caso di specie è risultato che il convenuto, pur avendo provveduto a riconoscere il figlio naturale, lo ha da sempre rifiutato non solo omettendo completamente di contribuire al suo mantenimento […] ma soprattutto rifiutando […] di prendersi cura dello stesso, anche solo supportando la madre sulla quale è gravato in modo assorbente ed esclusivo il compito di educare, curare ed assistere il figlio gravemente disabile, senza con ciò voler riconoscere un obbligo giuridicamente coercibile del padre ad amare un figlio. […] Consegue pertanto che può ritenersi sussistente il danno lamentato da deprivazione della figura parentale paterna. La condotta paterna, caratterizzata dal rifiuto di ogni approccio e contatto con il figlio […] configura un illecito e rappresenta certamente una perdita per il figlio che ha segnato la sua vita incidendo significativamente sulla sua delicata identità personale e che non può essere certamente compensata dalla presenza dell’altro genitore o dei parenti prossimi e nemmeno compensata dal sostegno economico.”

LA SENTENZA INTEGRALE

 REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI MILANO

DECIMA DECIMA

Il Tribunale, nella persona del giudice unico Dott. Adriana Cassano Cicuto ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. 29814/2015 R.G. promossa da:

A.A. assistito e difeso dall’avv. D’E.DA. e dall’avv. elettivamente domiciliato in Indirizzo Telematico presso avv. D’E.DA.

ATTRICE

contro:

GI.FR.

CONVENUTO CONTUMACE

Oggetto: Responsabilità ex artt. 2049 – 2051 – 2052 c.c.

Svolgimento del processo

Con atto di citazione ritualmente notificato la signora A.A. , in proprio e quale amministratrice di sostegno del figlio B.B., conveniva in giudizio innanzi il Tribunale di Milano il signor Gi.Fr. per ottenere, previo accertamento dell’inadempimento del convenuto agli obblighi di mantenimento del figlio naturale legalmente riconosciuto, la condanna del suddetto al rimborso delle spese sostenute dalla nascita del ragazzo al settembre 2012, nonché al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale patiti dal ragazzo a causa della totale assenza della figura paterna.

Fissata udienza di prima comparizione nessuno si costituiva per il convenuto che veniva dichiarato contumace.

Concessi i termini di cui all’art. 183 comma sesto e sentita liberamente l’attrice dal Giudice, la causa veniva istruita con l’ammissione di ctu medico – legale sulla persona del signor Da.Gi. all’esito della quale il Giudice, ritenuta la causa matura per la decisione, fissava udienza per la precisazione delle conclusioni all’1 febbraio 2017 ove tratteneva in decisione assegnando a parte attrice termine di legge per il deposito di conclusionale.

Motivi della decisione

Le domande attrici vanno accolte nei limiti di seguito indicati.

Va in primo luogo esaminata la domanda di ristoro del pregiudizio patrimoniale derivante dal mancato mantenimento del figlio Davide ad opera del convenuto dalla nascita del suddetto (20.2.1982) al settembre 2012 (data del primo versamento da parte del datore di lavoro del convenuto – Teatro alla Scala – della somma di Euro 250,00 in ottemperanza alla sentenza di condanna del Tribunale di Busto Arsizio).

A tale proposito si rileva che l’obbligazione di mantenimento dei figli naturali – del tutto parificati a quelli legittimi – in quanto collegata allo status genitoriale, sorge con la nascita per il solo fatto di averli generati e persiste sino al conseguimento della loro indipendenza economica, con la conseguenza che nell’ipotesi in cui al momento della nascita, il figlio sia stato riconosciuto da uno solo dei genitori che abbia assunto l’onere esclusivo del mantenimento anche per la parte dell’altro genitore, egli ha diritto di regresso nei confronti dell’altro per la corrispondente quota, sulla base delle regole dettate dagli artt. 148 e 261 c.c. da interpretarsi alla luce del regime delle obbligazioni solidali ex art. 1299 c.c.

Va altresì considerato che il rimborso delle spese sostenute dal genitore che ha provveduto al mantenimento del figlio fin dalla nascita, anche se trova la sua fonte nell’obbligazione legale di mantenimento imputabile anche all’altro genitore, ha natura latu sensu indennitaria in quanto diretta ad indennizzare il genitore che ha riconosciuto il figlio per gli esborsi sostenuti da solo per il suo mantenimento (Cass. 22.7.14 n. 16657).

Ciò premesso si rileva che l’attrice ha provato integralmente di aver provveduto in via esclusiva al mantenimento del figlio dal momento della sua nascita senza alcun sostegno da parte del padre maturale dello stesso che ha permanentemente inadempiuto agli obblighi connessi al proprio status di genitore naturale. L’attrice ha richiesto a tale titolo la corresponsione di una somma pari a circa Euro 90.000,00 (pari alla somma di Euro 250,00 moltiplicata per 367 mesi, desumendo quale criterio di determinazione l’importo stabilito con la sentenza di condanna del Gi. al pagamento di Euro 250,00 mensili a far tempo dal settembre 2012). Ritiene il Tribunale che il calcolo così effettuato non sia corretto, dovendosi infatti considerare, posto che l’attrice chiede il rimborso della somma dalla nascita di Davide avvenuta nel 1982, da un lato che verosimilmente i bisogni del figlio sono andati via via crescendo nel tempo in relazione all’età ed alle esigenze mutevoli per poi cristallizzarsi nella somma di Euro 250,00 nel 2012 e dall’altro il variabile potere d’acquisto della moneta, soprattutto con l’avvento dell’Euro. Alla luce di tali considerazioni ed accedendo ad una valutazione necessariamente equitativa posto che l’equità costituisce criterio di valutazione del pregiudizio non solo in caso di responsabilità extracontrattuale, ma anche con riguardo ad indennizzi o indennità previste dalla legge (Cass.11351/2004), stimasi equo determinare a ristoro del predetto pregiudizio l’importo di Euro 60.000,00.

Sotto il profilo patrimoniale la signora Al. chiede altresì il rimborso delle spese mediche sostenute per la cura di Davide e la partecipazione del convenuto a quelle future non coperte dal Servizio Sanitario Nazionale.

Quanto alla prima voce si rileva che l’attrice ha dato spontaneamente atto della difficoltà di documentare completamente gli esborsi sostenuti a tale titolo in relazione al lungo periodo temporale intercorso; cionondimeno tali esborsi, inerenti per lo più a spese dentistiche, operazioni effettuate sul bimbo in tenera età presso l’Ospedale Ga. di Genova, spese di alimentazione speciali, trasferte all’estero per effettuare sedute speciali di fisioterapia, appaiono verosimilmente sostenuti tenuto conto delle gravi patologie di cui soffre B.B. e della documentazione presente in atti. Nella determinazione di tale pregiudizio dovrà farsi necessariamente ricorso al criterio equitativo stante l’impossibilità di provare il danno nel suo preciso ammontare (art. 1226 c.c.), danno che può pertanto essere quantificato in complessivi Euro 25.000,00 oltre interessi legali dalla sentenza al saldo. Quanto alla spese mediche future occorre fare riferimento alla esperita ctu medico – legale collegiale, le cui conclusioni vanno integralmente condivise per congruità e logicità di ragionamento, che ha accertato la necessità del giovane di essere sottoposto a trattamenti nEuro-riabilitativi, di cui i periti hanno descritto la tipologia, sotto stretta osservazione del fisiatra.

Il Collegio peritale ha tuttavia concluso per la possibilità di effettuazione di tali sedute riabilitative attraverso il Servizio Sanitario Nazionale presso idonee strutture milanesi, mentre è rimasta priva di alcun riscontro probatorio l’allegazione di parte attrice circa la limitazione del servizio ad un numero ridotto di sedute (10), ragione per la quale la suddetta pretesa risarcitoria non può essere accolta.

Quanto infine alla domanda di risarcimento dei danni non patrimoniali per la privazione del rapporto genitoriale avanzata dalla madre di Davide, quale amministratrice di sostegno del figlio, occorre rilevare quanto segue. Costituisce premessa indispensabile l’ammissione della imprescindibile presenza di entrambe le figure parentali ai fini di una corretta, sana ed equilibrata maturazione del bambino soprattutto nelle prime fasi dello sviluppo umano. Nel caso di specie è risultato che il convenuto, pur avendo provveduto a riconoscere il figlio naturale, lo ha da sempre rifiutato non solo omettendo completamente di contribuire al suo mantenimento (aspetto che è già stato valutato da questo Tribunale in precedenza), ma soprattutto rifiutando di vederlo se non in due sole occasioni all’età di sei e dodici anni e di prendersi cura dello stesso, anche solo supportando la madre sulla quale è gravato in modo assorbente ed esclusivo il compito di educare, curare ed assistere il figlio gravemente disabile, senza con ciò voler riconoscere un obbligo giuridicamente coercibile del padre ad amare un figlio.

La violazione degli obblighi di assistenza morale, di educazione e di cura dei figli, ancor più significativa e pregnante nel caso in esame alla luce delle gravi disabilità di cui è affetto il giovane, rappresenta un illecito civile certamente riconducibile nelle previsioni dell’art. 2043 c.c.

A tale proposito deve considerarsi, a prescindere dalla astratta riconducibilità della condotta del convenuto al reato di cui all’art. 570 comma primo c.p., che il comportamento paterno ha certamente esposto Da.Gi. ad una situazione di (…) che indubbiamente ha influito negativamente sul suo sviluppo psichico già duramente messo alla prova dall’infermità somatosensoriale connatale, così come accertato dal Collegio peritale.

Non vi è dubbio che il ragazzo abbia patito e patisca la sofferenza legata al suo rifiuto da parte della figura paterna.

Come ha infatti accertato il collegio peritale, malgrado le forti limitazioni nella comunicazione verbale del ragazzo, affetto da una grave forma di paralisi cerebrale con tetraparesi spastica, sordità bilaterale e disfunzione cardiaca, egli ha una sensibilità emotiva particolarmente sviluppata che gli ha fatto percepire la totale assenza del padre in modo ancor più acuto e pregante rispetto a soggetti privi delle descritte disabilità.

Consegue pertanto che può ritenersi sussistente il danno lamentato da deprivazione della figura parentale paterna.

La condotta paterna, caratterizzata dal rifiuto di ogni approccio e contatto con il figlio disabile e particolarmente odioso in quanto motivato proprio dalla sua disabilità, così come già accertato dal Tribunale di Lodi, configura un illecito e rappresenta certamente una perdita per il figlio che ha segnato la sua vita incidendo significativamente sulla sua delicata identità personale e che non può essere certamente compensata dalla presenza dell’altro genitore o dei parenti prossimi e nemmeno compensata dal sostegno economico.

Essendo la famiglia l’ambiente primario in cui i singoli si costruiscono come adulti e come persone, la descritta situazione soggettiva ha senza dubbio un rango primario e come tale suscettibile di ristoro anche non patrimoniale in caso di lesione, interessando situazioni di rilievo costituzionale.

Ne consegue pertanto che all’attrice, quale amministratrice di sostegno del figlio, va riconosciuto senza dubbio il risarcimento del danno patito da quest’ultimo in conseguenza dell’assenza del genitore.

Quanto alla liquidazione di tale pregiudizio occorre rilevare come la stessa sfugga a precise quantificazioni monetarie e pertanto debba essere necessariamente liquidata in via equitativa ex art. 1226 c.c. facendo riferimento, secondo l’orientamento assolutamente condivisibile (Corte App. Brescia 1.3.12), alle Tabelle di liquidazione del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale redatte dall’Osservatorio di Milano per la liquidazione del danno in sede civile.

Appare evidente come nel caso di specie non possa farsi riferimento alla forbice di liquidazione massima pari a circa Euro 330.000,00, importo calcolato sull’ipotesi di decesso della figura genitoriale e della conseguente perdita definitiva della figura, ne consegue pertanto che l’importo deve essere adeguatamente rideterminato nella somma di Euro 100.000,00.

In conclusione il convenuto va condannato a corrispondere all’attrice, in proprio e quale amministratrice di sostegno del figlio B.B., la somma suddetta oltre interessi legali dalla sentenza al saldo.

Le spese di lite e di ctu seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo in favore dell’Erario stante l’ammissione dell’attrice al gratuito patrocinio dello Stato.

P.Q.M.

il Tribunale, definitivamente pronunziando, ogni diversa istanza, difesa, eccezione, deduzione disattesa:

Accerta l’inadempimento di Gi.Fr. agli obblighi di mantenimento del figlio naturale riconosciuto B.B. e lo condanna a corrispondere ad

A.A. , in proprio, la somma di Euro 85.000,00 oltre accessori come da motivazione;

Condanna il convenuto Gi.Fr. a corrispondere ad A. A. , quale amministratrice di sostegno del figlio Da.Gi., la somma di Euro 100.000,00 oltre accessori;

Rigetta ogni altra domanda;

Pone definitivamente a carico del convenuto le spese di ctu come liquidate in corso di causa;

Condanna il convenuto a rifondere le spese di lite liquidate in favore dell’Erario in complessivi Euro 6.205,80 oltre accessori di legge, Iva e Cpa.

Così deciso in Milano, il 13 marzo 2017.

Depositata in Cancelleria il 13 marzo 2017.

 

Scarica la sentenza

[embeddoc url=”https://www.studiolegalecalvello.it/wp-content/uploads/2017/09/allegato_27416_1.pdf” viewer=”google”]

 

Immissioni illecite: il danno non patrimoniale può essere provato anche per presunzioni

Cassazione civile sez. II, sentenza 28 agosto 2017, n. 20445

Il danno non patrimoniale conseguente a immissioni illecite è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di un danno biologico documentato, quando sia riferibile alla lesione del diritto al normale svolgimento della vita personale e familiare all’interno di un’abitazione e comunque del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita, trattandosi di diritti costituzionalmente garantitin. 20445

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

Il danno non patrimoniale conseguente a immissioni illecite è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di un danno biologico documentato, quando sia riferibile alla lesione del diritto al normale svolgimento della vita personale e familiare all’interno di un’abitazione e comunque del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita, trattandosi di diritti costituzionalmente garantiti, la cui tutela è ulteriormente rafforzata dall’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, norma alla quale il giudice interno è tenuto ad uniformarsi (vedi Cass. 16/10/2015, n. 20927); ne consegue che la prova del pregiudizio subito può essere fornita anche mediante presunzioni o sulla base delle nozioni di comune esperienza”.

LA SENTENZA

(Omissis)

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Rilevato che:

L.E., riassunto il giudizio dopo dichiarazione di incompetenza del giudice di pace di Roma, ha convenuto innanzi al tribunale di Roma G.N., T.S. e T.V., proprietario il primo e conduttori in locazione gli altri di un locale in (OMISSIS), ad uso falegnameria, sottostante l’appartamento di proprietà dell’attrice; espletata c.t.u., il tribunale ha con sentenza depositata il 25/05/2006 dichiarato cessata la materia del contendere in ordine a domanda di inibitoria di immissioni di polveri, vapori e rumori – essendo state nelle more adottate misure di contenimento in base a ordinanze cautelari – condannando i soli conduttori al risarcimento dei danni per Euro 10.000 oltre accessori;

la corte d’appello di Roma, in accoglimento dell’appello proposto dai signori T. nel contraddittorio della sola signora L., ha riformato con sentenza depositata il 13/03/2013 la decisione del tribunale, rigettando la domanda risarcitoria, affermando che il danno da immissioni sarebbe risarcibile solo ove ne sia derivata comprovata lesione della salute, non essendo risarcibile la minore godibilità della vita, nonchè – quanto al profilo probatorio – espressamente “dissente(ndo) dall’indirizzo giurisprudenziale recepito dal primo giudice, secondo cui quando venga accertata la non tollerabilità delle immissioni la prova del danno deve considerarsi in re ipsa” e rilevando che l’attrice avrebbe dovuto produrre “idonea documentazione sanitaria… e… chiedere l’espletamento di una c.t.u. medico-legale”;

avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione L.E., affidandolo a un motivo, cui hanno resistito S. e T.V. con controricorso illustrato da memoria;

Ritenuto che:

sia manifestamente fondato l’unico motivo di ricorso, con cui la signora L. ha lamentato violazione di legge in relazione agli artt. 2 e 32 Cost. e artt. 844, 2043 e 2067 cod. civ., deducendo che la corte d’appello si sarebbe posta in contrasto con l’indirizzo giurisprudenziale secondo il quale la prova della lesione di un diritto costituzionalmente garantito è anche prova del danno, da ritenersi in re ipsa, o almeno tale prova – in mancanza di accertamento medico-legale – possa essere agevolata mediante presunzioni, che – secondo la signora L. – avrebbero nel caso di specie potuto fondarsi sulla situazione lavorativa documentata della stessa, impegnata in lavoro con turni notturni;

al di là di remoti precedenti citati dalla corte d’appello e rimontanti a epoca in cui nè la materia del danno alla salute nè quella dei rimedi in tema di immissioni avevano conosciuto l’attuale sistemazione sorretta dalla giurisprudenza costituzionale e di legittimità, vada data continuità al principio da reputarsi oramai sufficientemente consolidato nella giurisprudenza di questa corte (Cass. Sez. U. 01/02/2017, n. 2611, in relazione alla trattazione anche di una questione di giurisdizione; ma v. anche ad es. Cass. 19/12/2014, n. 26899 e 16/10/2015, n. 20927), secondo il quale il danno non patrimoniale conseguente a immissioni illecite è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di un danno biologico documentato, quando sia riferibile alla lesione del diritto al normale svolgimento della vita personale e familiare all’interno di un’abitazione e comunque del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita, trattandosi di diritti costituzionalmente garantiti, la cui tutela è ulteriormente rafforzata dall’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, norma alla quale il giudice interno è tenuto ad uniformarsi (vedi Cass. 16/10/2015, n. 20927);

ne consegue che la prova del pregiudizio subito può essere fornita anche mediante presunzioni o sulla base delle nozioni di comune esperienza;

vada dunque cassata l’impugnata sentenza; peraltro, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto per essere il thema decidendum limitato al profilo giuridico del criterio probatorio, adottato dal giudice di primo grado e negato dalla corte d’appello, possa questa corte esimersi dal rinvio e pronunciare nel merito ex art. 384 cod. proc. civ., rigettando l’appello dei signori T. (infondato dunque nei suoi tre motivi: il primo già disatteso sull’inesistenza delle immissioni, e non attinto dal ricorso in cassazione; il secondo sulla valutazione delle immissioni e del danno, e oggetto dunque delle statuizioni di cui innanzi; il terzo in materia di sospensiva, e quindi superato) e accogliendo la domanda della signora L. in coerenza – anche quanto alle spese – con la sentenza emessa dal tribunale;

vadano compensate, stante il consolidarsi in epoca recente dell’indirizzo giurisprudenziale adottato, le spese processuali del grado di appello e del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La corte accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza e, pronunciando nel merito, in accoglimento della domanda attrice, condanna T.S. e T.V. al risarcimento del danno a favore di L.E., che liquida in Euro 10.000 oltre interessi nella misura legale dalla domanda, nonchè alla rifusione a favore della medesima delle spese processuali del primo grado, che liquida in Euro 2.300, di cui Euro 300 per esborsi e 690 per diritti, oltre accessori di legge; compensa le spese per il grado d’appello e il giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della seconda sezione civile, il 12 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 28 agosto 2017

Micropermanenti: il danno morale è una voce di danno autonoma e distinta e va risarcita (G.d.P. di Padova, Avv. A. Bordin, sent. 514/16)

REPUBBLICA ITALIANA

UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE DI PADOVA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice di Pace Avv. Antonio BORDIN ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nella controversia iscritta al n. 7094 del Reg. Gen. dell’anno 2014  e promossa con atto di citazione depositato il 4 novembre 2014

Da:

A., con l’Avv. Claudio Calvello

– attore-

contro:

*** S.p.A. con l’Avv. ***

  – convenuta –

Oggetto: Risarcimento danni da incidente stradale.

(Omissis)

Quantificato quindi il danno biologico complessivo, si procede quindi alla determinazione del danno non patrimoniale da sofferenza morale conseguente alle lesioni subite.

Sul punto, parte convenuta si oppone al suo riconoscimento richiamando un’interpretazione restrittiva delle note sentenze delle Sezioni Unite della Suprema Corte in tema di danno morale del novembre 2008 ed affermando l’assenza di prova della relativa posta.

La tesi della parte convenuta non è condivisa da questo Giudice, apparendo contraria non solo a regole di diritto ma anche alle stessi principi d’equità.

La corretta applicazione dei principi enunciati dalla sentenza delle Sezioni Unite della Suprema Corte n. 26972 dell’11 novembre 2008, secondo la quale “il risarcimento del danno deve essere integrale”, e quindi comprender anche il ristoro del pregiudizio relativo alla sofferenza morale, porta, al contrario di quanto affermato dalla Compagnia convenuta, al necessario riconoscimento anche di tale voce di pregiudizio.

Le stesse Sezioni Unite nelle citate decisioni, lungi dall’escludere l’esistenza del pregiudizio da sofferenza morale, si sono limitate ad affermare l’insussistenza di una autonoma categoria relativa a tale voce di danno. Peraltro, è stato ribadito l’emergente principio secondo il quale il risarcimento deve essere integrale e ricomprendere ogni pregiudizio, senza alcuna preclusione.

Orbene non essendo il pregiudizio da sofferenza morale notoriamente contemplato dalla liquidazione tabellare, esso va conseguentemente riconosciuto e liquidato in via distinta ed autonoma. Questo giudice non ritiene inoltre che il pregiudizio da sofferenza morale sia qualificabile come mera “personalizzazione” della liquidazione del danno biologico: si tratta infatti di una voce distinta e dotata di autonoma dignità e natura, pur classificabile nell’ambito della generale categoria del danno alla salute, ma soggetta a condizioni e regole di accertamento del tutto particolari e quindi non riconducibile ad una mera sovrapposizione del danno biologico in senso stretto, fra l’altro nemmeno ricompressa nei meccanismi di liquidazione di esso.

Chiarito quindi che il danno non patrimoniale da sofferenza morale è una voce di danno autonoma e distinta rispetto alla categoria generale del danno alla salute, e che conseguentemente esso deve essere autonomamente riconosciuto, si procede alla valutazione della sua prova e quindi alla sua liquidazione. La prova del pregiudizio da sofferenza morale è in primis consequenziale all’accertamento medico legale della lesione patita: è infatti dato scientifico medico legale che una determinata lesione alla salute comporti un certo grado di sofferenza; al riguardo, incombe su chi nega tale sofferenza allegare prova delle particolari ragioni (quali ad esempio, una soglia particolarmente alta del dolore) che rendano inattuali i criteri medico scientifici nel caso in esame ed escludendo la sussistenza della sofferenza nell’ipotesi a giudizio. Del pari, va valorizzato l’accertamento del Ctu medico legale, che ha accertato in capo all’*** nel caso di specie un grado medio-lieve di sofferenza nel periodo di malattia e lieve nel periodo cronico, che quindi permarrà su tale livello in futuro.

(Omissis)

Così deciso in Padova il 24 marzo 2016

Il Giudice di Pace

Avv. Antonio Bordin

Danno morale e micropermanenti: è errato ravvisare nel d. m. un ristoro per la sofferenza fisica in senso stretto (G.d.P. di Padova, sent. 1216/16)

Giudice di Pace di Padova, Dott.ssa Nazzarena Zanini, sentenza n. 1216/2016

La Dott.ssa Nazzarena Zanini, spiega in modo chiaro, esaustivo ed autorevole, come NON sia corretto ravvisare nel danno morale un ristoro per la sofferenza fisica in senso stretto. Sembra una considerazione di poco momento ma in realtà così non è. Basti sol considerare l’attenzione che noi avvocati “attivisti” riponiamo nel contenuto del quesito medico legale che dovrà guidare il CTU nell’espletamento dell’incarico affidatogli dal Giudice, invocando a gran voce, se del caso, l’inserimento del grado di sofferenza (lieve, medio o grave) al fine di “spuntare”, poi, in sentenza il danno morale. D’altro canto moltissimi giudici, sia onorari che togati, sin troppo semplicisticamente, non riconoscono de plano il danno morale proprio sull’errato presupposto che “il grado di sofferenza fisica è stato dal ctu ritenuto lieve” quando, a ben vedere, il Legislatore (art. 139 c. 2 CdA) prevede che, la sofferenza fisica venga liquidata esclusivamente laddove si manifesti come suscettiva di interferire in modo negativo sulle attività quotidiane o sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato. E qui sta l’errore di fondo: ai fini della valutazione del danno morale si tende, infatti, a sovrapporre la sofferenza fisica con lo stato emozionale dell’individuo.

Invero, sottolinea il Giudice, il danno morale, in quanto offesa incidente sulla sfera solo emozionale dell’individuo, e il danno biologico, in quanto offesa incidente sulla sfera bio-psichica e quindi sempre clinicamente accertabile, descrivono due realtà NON sovrapponibili e quindi distinte, sebbene concettualmente si collochino inevitabilmente all’interno della stessa dimensione del danno non patrimoniale.

Ed allora merita davvero di essere attenzionato questo contributo offerto dalla Dr.ssa Zanini, già autrice di scritti in tema di danno non patrimoniale (cfr. pagg. 1445 e segg., in Trattato breve dei nuovi danni, diretto da P. Cendon, CEDAM) che chiarisce la natura del danno morale anche in tema di danni cc.dd. micropermamenti. Il danno morale, sottolinea, si configura quale “patema d’animo transeunte” (Cfr. cass. SSUU n. 26972 punto 3.4.1) che colpisce la persona offesa da un qualsivoglia reato (sia esso diffamazione, percosse o lesioni). Ai fini della sua valutazione, non ha rilievo diretto la dinamica del sinistro in senso stretto – immediatamente rilevante per valutare piuttosto la compatibilità delle lesioni lamentate – mentre è evidente che una condotta dolosa piuttosto che colposa dell’agente può creare una ripercussione emozionale, cioè un “dolore intimo” o danno morale, diverso, ossia maggiore nel caso di condotta dolosa.

Notasi che, nel caso di specie, il Giudice Patavino, in linea con la propria argomentazione giuridica, riconosce la debenza del danno morale pur in presenza della sola invalidità temporanea e, quindi, in totale assenza di invalidità permanente. Buona lettura. (Claudio Calvello)

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

REPUBBLICA ITALIANA

UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE DI PADOVA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice di Pace Nazzarena Zanini ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nella controversia iscritta al n. 7334/2015 e promossa con atto di citazione iscritto il 1.10.2015

da

M. con l’Avv. Claudio Calvello – attore-

contro

*** S.p.A. con l’Avv. ***                                                                                    – convenuta –

Oggetto: risarcimento sinistro stradale.

(Omissis)

Il danno morale richiesto, invece, posto che tale danno configura il “patema d’animo transeunte” (Cfr. cass. SSUU n. 26972 punto 3.4.1) che colpisce la persona offesa da un qualsivoglia reato (sia esso diffamazione, percosse o lesioni), potrà essere riconosciuto. La prova della sussistenza del medesimo sarà necessariamente di tipo presuntivo, essendo escluso che esistano strumenti probatori (vuoi anche solo la testimonianza) che possano raggiungere l’intimità della sfera emozionale di una persona. Del resto di ciò si dimostrano assolutamente consapevoli le Sezioni Unite che, con le sentenze cosiddette di  San Martino, hanno affermato:

Per quanto concerne i mezzi di prova, per il danno biologico la vigente normativa (artt. 138 e 139 d.lgs. n. 209/2005) richiede l’accertamento medico legale… Per gli altri pregiudizi non patrimoniali potrà farsi ricorso alla prova testimoniale, documentale e presuntiva. Attenendo il pregiudizio (non biologico) ad un bene immateriale, il ricorso alla prova presuntiva è destinato ad assumere particolare rilievo, e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di mezzo di prova di rango inferiore agli altri (v., tra le tante, sent. n. 9834/2002).

Il danneggiato dovrà tuttavia allegare tutti gli elementi che, nella concreta fattispecie, siano idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto (cass. SSUU n. 26972 dell’11 novembre 2008, punto 4.10 §4).

Nel caso che ci occupa, ai fini della valutazione del danno morale, ha rilevanza la prova dell’evento (comprovato in sé in questo caso anche perché non contestato e comunque riconosciuto dalla compagnia) ovviamente con tutte le modalità che lo hanno caratterizzato, ivi inclusi quindi l’elemento soggettivo (ossia la natura dolosa o colposa della condotta dell’agente, che nel caso di specie è pacificamente colposa) e l’entità del danno biologico arrecato (accertato secondo quanto già sopra esposto). Allo scopo, in particolare, non ha rilievo diretto la dinamica del sinistro in senso stretto – immediatamente rilevante per valutare piuttosto la compatibilità delle lesioni lamentate – mentre è evidente che una condotta dolosa piuttosto che colposa dell’agente può creare una ripercussione emozionale, cioè un “dolore intimo” o danno morale, diverso, ossia maggiore nel caso di condotta dolosa. Fra l’altro non si può nemmeno escludere che, ovviamente in casi limite, persino una condotta del tutto intenzionale con conseguenze lesive per la salute di un terzo, se palesemente finalizzata ad evitare un male maggiore, potrebbe addirittura non generare alcun “turbamento dell’animo”(ibidem, punto 2.10), o danno morale che dir si voglia, nel danneggiato. Quest’ultima sottolineatura conferma che di fatto non è corretto ravvisare nel danno morale un ristoro per la sofferenza fisica in senso stretto. La sofferenza fisica, intesa come percezione del dolore corporeo, non potrebbe materialmente essere risarcita in sé, perché la soglia del dolore è un elemento del tutto soggettivo, immotivatamente variabile da persona a persona, tale per cui la stessa lesione può procurare sul piano neurologico la perdita dei sensi a qualcuno e solo un piccolo fastidio ad un altro. Per tale ragione giustamente il legislatore dispone che la sofferenza fisica venga liquidata esclusivamente laddove si manifesti come suscettiva di interferire in modo negativo sulle attività quotidiane o sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato:

“Agli effetti di cui al comma 1 per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito” (art. 139 c. 2 CdA)

In sostanza il danno morale, in quanto offesa incidente sulla sfera solo emozionale dell’individuo, e il danno biologico, in quanto offesa incidente sulla sfera bio-psichica e quindi sempre clinicamente accertabile, descrivono due realtà non sovrapponibili e quindi distinte, sebbene concettualmente si collochino inevitabilmente all’interno della stessa dimensione del danno non patrimoniale.

A riprova della diversa natura delle due suddette tipologie di danno non patrimoniale si consideri che il danno morale ex art. 185 cp può essere riconosciuto anche come conseguenza di fattispecie criminose in cui non viene toccata la sfera della salute, come ad es esempio la diffamazione.

Deve riconoscersi, tuttavia, che le sentenze di San Martino (novembre 2008) – esplicitamente indirizzate a creare un definitivo riordino della categoria del danno non patrimoniale a fronte della recente proliferazione di sempre nuove elaborazioni giurisprudenziali sui danni – presentano una certa frammentazione dal punto di vista concettuale in argomento, circostanza che impone una lettura particolarmente attenta, pena incorrere in conclusioni addirittura contraddittorie: da una parte infatti viene lanciato forte il proclama che il danno non patrimoniale è una categoria unitaria (cfr. Cass. SSUU 26972/08 punto 2.10 §3, punto 3.13, punto 4.8), dall’altra si distingue con molta disinvoltura tra danno non patrimoniale biologico e danno non patrimoniale non biologico (ibidem, punto 2.10 §4, punto 3.4.§1) fino al punto di dichiarare il danno morale liquidabile anche in assenza di danno biologico per il caso di persona ferita e morta poco dopo:

Una sofferenza psichica siffata, di massima intensità anche se di durata contenuta, non essendo suscettibile, in ragione del limitato intervallo di tempo tra lesioni e morte, di degenerare in patologia e dare luogo a danno biologico, va risarcita come danno morale, nella sua nuova più ampia accezione (ibidem, 4.9. §5).

In realtà qualsiasi contraddizione è più apparente che reale. Di fatto si afferma sì che esiste un’unica categoria di danno non patrimoniale, ma essa è in pratica presentata come una medaglia a due facce: da una parte un aspetto biologico e dall’altra uno non biologico. Il danno biologico e quello non biologico restano riuniti infatti sotto la stessa categoria del danno non patrimoniale solo dal punto di vista strettamente concettuale, mentre dal punto di vista processuale (ossia sotto il profilo della prova e quello della liquidazione degli stessi) essi sono considerati del tutto autonomi.

Quanto al danno morale, quindi, che – si noti bene – riassume da solo l’aspetto non biologico del danno patrimoniale, nella prospettazione delle sentenze gemelle, esso non è affatto riassorbito nel danno biologico e infatti è suscettibile sempre di autonoma liquidazione. Passando ad esaminare l’altra “faccia” del danno non patrimoniale (il termine categoria o sottocategoria è bandito nel teorema delle Sezioni Unite in oggetto), ossia il danno biologico, pensato dal legislatore solo in termini esistenziali (cfr. art. 139 CdA), esso assume ora le dimensioni di un polinomio, in quanto, dal punto di vista della liquidazione dell’importo, deve costituire un tutt’uno con tutte le altre tipologie di danno che presentino profili esistenziali discendenti da lesione (come il danno da perdita della sessualità, il pregiudizio di tipo estetico, la perdita della possibilità di praticare uno sport amatoriale o altro ancora). Tutte queste figure di danno, pertanto, che con il danno biologico condividono appunto il profilo esistenziale, nella prospettiva delle Sezioni Unite del novembre 2008, restano prive di autonomia – oltre che concettuale – anche e soprattutto dal punto di vista della loro liquidazione. Questo in pratica significa che il loro ammontare resta ancorato alla quantificazione del danno biologico del quale, nel loro complesso, non può superare il quinto (art. 139, c3° CdA). Specificano le SSUU:

Possono costituire solo “voci” del danno biologico nel suo aspetto dinamico, nel quale, per consolidata opinione, è ormai assorbito il cd. danno alla vita di relazione, i pregiudizi di tipo esistenziale concernenti aspetti relazionali della vita, conseguenti a lesioni dell’integrità psicofisica, sicché darebbe luogo a duplicazione la loro distinta riparazione (ibidem, 4.9).

 In sostanza tutti i danni che coinvolgono profili esistenziali conseguenti a lesione hanno natura “satellitare” rispetto al danno biologico, pertanto non è consentita una loro liquidazione autonoma, e cioè possono essere liquidati solo come appesantimento del punto di invalidità permanente riconoscibile, e cioè nei limiti di cui all’art. 139 c.3 CdA, ossia non oltre il quinto del punto stesso. È chiaro che il danno morale non ha nulla a che vedere con questo tetto, perché è liquidato autonomamente.

In conclusione danno non biologico (cioè danno morale) e danno biologico vengono liquidati in modo indipendente uno dall’altro, con la precisazione che nell’ambito del danno biologico restano riassorbiti tutti i pregiudizi di natura esistenziale sopra esemplificati.

Nel caso che ci occupa, in particolare, l’assenza di una lesione permanente esclude ogni presupposto logico per valutare anche solo la possibilità della liquidazione di qualsivoglia pregiudizio di natura esistenziale. Peraltro, del tutto coerentemente, nessuna richiesta del genere è stata avanzata dall’attore.

Viceversa il danno morale, di cui nel caso di specie può ritenersi conseguita prova in via presuntiva a fronte degli elementi sopra esaminati e valutati, può e deve essere liquidato come voce autonoma, fermo restando che, per le ragioni già espresse sopra, è giusto che per la sua quantificazione si prenda le mosse dal danno biologico, di cui non può che essere una percentuale individuata necessariamente in via forfettaria (per “l’autonomia ontologica del danno morale” e la necessità di un suo accertamento separato e ulteriore si veda anche cass. 29191/2008). Al riguardo è opportuno ricordare anche la sentenza n. 18641/2011 con cui la Suprema Corte ha affermato che “attraverso l’emanazione di due successivi dpr (il 37 del 2009 e il 191 del 2009) una specifica disposizione normativa ha inequivocabilmente reso manifesta la volontà del legislatore di distinguere concettualmente prima ancora che giuridicamente, all’indomani delle pronunce delle SSUU, tra la voce di danno biologico e la voce di danno morale”. Fra l’altro anche molto recentemente la cassazione ha trovato modo di ribadire espressamente che il danno morale non è compreso nei valori pecuniari del 139 codice delle Assicurazioni (cass. 20292/12). Merita menzione il fatto che in senso favorevole al riconoscimento del danno morale si è espressa anche la corte costituzionale con sentenza n. 235/2014 e comunque cass. n. 17209 del 27.08.2015.

Nel caso di specie, in definitiva, il danno morale andrà calcolato in ragione del 20 % del danno biologico.

(Omissis)

 

 

 

Il danno morale non può comprimersi nella misura massima del 20% (Trib. Torre Annunziata, Sent. 05.01.2016)

Tribunale di Torre Annunziata, Giudice Maria Rosaria Barbato, Sentenza del 5 gennaio 2016

(Su cortese segnalazione del Collega Francesco Carraro)

Il Tribunale sostiene la condivisibile tesi secondo cui la sofferenza morale deve essere risarcita tramite il riconoscimento di un quid pluris rispetto a quanto previsto dall’art. 139 del D. L.vo 109/05. Ergo, non può comprimersi tale voce nell’aumento (del 20%) pur previsto dalla menzionata norma in quanto essa, a dire della pronuncia in commento, non è riferibile alla componente morale del danno.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

[…] “Deve inoltre riconoscersi in favore dell’attore, sempre a titolo di danno non patrimoniale, la sofferenza morale patita, liquidabile con un incremento del danno biologico effettuabile anche al di sopra dei limiti posti dagli articoli 138 e 139 Cod. Ass. (id est 20% per le micropermanenti e 30% per le macro), dovendo gli stessi essere unicamente riferiti alla personalizzazione inerente all’aspetto dinamico-relazionale del danno biologico, ma non anche al danno non patrimoniale inteso omnicomprensivamente, se non altro perché, all’epoca dell’emanazione della norma, era pacifica l’autonoma risarcibilità del danno morale” […].

Peraltro v’è da aggiungere che “l’autonomia ontologica del danno morale“, e la necessità di un suo accertamento separato e ulteriore è stata a chiare lettere riconfermata dagli Ermellini con la sentenza n. 339/2016. Nello stesso senso cfr. Appello Tribunale di Torino, Dott. Giacomo Oberto, Sentenza del 14 luglio 2015 (le puoi trovare integrali sempre su questo sito).

LA SENTENZA INTEGRALE LA TROVI QUI SOTTO IN PDF

[gview file=”https://www.studiolegalecalvello.it/wp-content/uploads/2016/03/Torreannunziatamoralelesioni.pdf”]

Cass. civ. 339/2016: il danno morale (se provato anche per presunzioni) va riconosciuto anche nelle micropermanenti

Cass. civ. Sez. III, Sent., 13-01-2016, n. 339

IL PRICIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Anche con riguardo alle lesioni di lieve entità non si può escludere il c.d. danno morale dal novero delle lesioni meritevoli di tutela risarcitoria, dovendosi in ogni caso tener conto della lesione in concreto subita. Questa impostazione è conforme alla sentenza di questa Corte n. 29191 del 2008, ove si afferma “l’autonomia ontologica del danno morale“, e la necessità di un suo accertamento separato e ulteriore. Diversamente opinando, infatti, si arriverebbe ad una incomprensibile differenziazione tra i danni di lieve entità derivanti da causa diversa da sinistro stradale e i danni da sinistro stradale che comporterebbero una minore tutela del danneggiato. Ne consegue che, anche in caso di danno da micropermanente deve ritenersi consentita la liquidazione del danno morale come voce di danno non patrimoniale, in aggiunta al danno biologico previsto dall’art. 139 codice delle assicurazioni private. Tale danno può essere provato anche per presunzioni.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. AMBROSIO Annamaria – Consigliere –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 7359/2013 proposto da:

F.L. (OMISSIS), considerato domiciliato ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dagli avvocati PACIFICI Paolo, ANTONIO GIUA giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MILANO ASSICURAZIONI SPA, P.I.S.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1329/2012 del TRIBUNALE di SASSARI, depositata il 19/09/2012, R.G.N. 1518/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 28/10/2015 dal Consigliere Dott. PAOLO D’AMICO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. BASILE Tommaso, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

F.L. propose appello avverso la sentenza del Giudice di Pace di Sassari esponendo che quest’ultimo, dopo aver liquidato il danno biologico, non aveva riconosciuto il danno morale conseguente al sinistro stradale attribuibile a responsabilità esclusiva della convenuta P.I.S..

Concluse pertanto chiedendo al Tribunale il risarcimento del danno morale.

Il Tribunale ha rigettato l’appello.

Propone ricorso con un unico motivo F.L..

Gli intimati non svolgono attività difensiva.

Motivi della decisione

Con l’unico motivo il ricorrente denuncia “violazione di norme di diritto ex art. 360, n. 3, in relazione all’art. 2059 c.c. e all’art. 2697 c.c. e segg.”.

Il ricorrente ritiene che, contrariamente a quanto sostenuto dal Tribunale di Sassari, la prova del danno non patrimoniale può essere solo allegata con l’indicazione delle circostanze di fatto da cui deriva il pregiudizio. A suo avviso il giudice ha adottato criteri rigorosi per la liquidazione del danno morale, non condivisi dall’orientamento giurisprudenziale prevalente.

Il motivo è infondato.

Risulta che il giudice ha liquidato il danno biologico compresa in esso anche la sofferenza morale. Dunque, correttamente il giudice ha ritenuto come non compiutamente specificata la domanda di ulteriore danno morale.

Il difetto di allegazione ha precluso al giudice il ricorso allo strumento probatorio presuntivo, posto che non è dato sapere quali siano i fatti noti in base ai quali il giudice possa risalire al fatto ignoto che intende provare.

La motivazione è corretta.

In caso di incidente stradale il danno morale, conseguente alle lesioni, va sempre provato, sia pure per presunzioni, non sussistendo alcuna automaticità parametrata al danno biologico patito. E ciò è tanto più vero nel caso di lesioni minori (micropermanenti), laddove non sempre vi è un ulteriore danno in termini di sofferenza da ristorare. Dunque, se in linea di principio neanche con riguardo alle lesioni di lieve entità si può escludere il c.d. danno morale dal novero delle lesioni meritevoli di tutela risarcitoria, per valutare e personalizzare il danno non patrimoniale, si deve però tener conto della lesione in concreto subita.

Questa impostazione è conforme alla sentenza di questa Corte n. 29191 del 2008, ove si afferma “l’autonomia ontologica del danno morale”, e la necessità di un suo accertamento separato e ulteriore.

Diversamente opinando, infatti, si arriverebbe ad una incomprensibile differenziazione tra i danni di lieve entità derivanti da causa diversa da sinistro stradale, liquidati mediante ricorso al sistema tabellare equitativo, in virtù del principio di liquidazione totale del danno, e i danni da sinistro stradale che comporterebbero una minore tutela del danneggiato. Ne consegue che, anche in caso di danno da micropermanente deve ritenersi consentita la liquidazione del danno morale come voce di danno non patrimoniale, in aggiunta al danno biologico previsto dall’art. 139 codice delle assicurazioni private. Questo significa però che è il danneggiato ad essere onerato dall’allegazione di tutte le circostanze utili ad apprezzare la concreta incidenza della lesione patita in termini di sofferenza/turbamento e della prova degli stessi, anche mediante lo strumento delle presunzioni.

In conclusione il ricorso deve essere rigettato e in assenza di attività difensiva di parte intimata non si dispone sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 28 ottobre 2015.

Depositato in Cancelleria il 13 gennaio 2016

Danno morale ed esistenziale meritano una valutazione autonoma rispetto al danno biologico (Cass. civ. 18611/2015)

Cass. civ. Sez. III, Sent., 22-09-2015, n. 18611

II PRINCIPI DI DIRITTO AFFERMATI DALLA SUPREMA CORTE

Gli Ermellini ritengono che la Corte d’Appello triestina, dopo aver reso un omaggio (solo) formale ai dicta delle sezioni unite del 2008, sia pervenuta ad una liquidazione incongrua e iniqua del danno non patrimoniale nelle sue componenti esistenziali rilevanti e morali di sofferenza e dolore, con una motivazione errata in punto di diritto e illogica in punto di coerenza motivazionale.

Quanto al danno esistenziale gli Ermellini rilevano l’incongruità della valutazione tabellare, che appesantisce il punto di base ma non procede alla considerazione della perdita delle qualità della vita del soggetto macroleso che sono chiaramente descritte nell’art. 3 Cost. repubblicana. E NON si tratta dunque di una duplicazione di voci di danno, ma della negazione del diritto del macroleso a ricevere un equo ristoro per il risarcimento della perdita della sua dignità di persona e di diritto alla vita attiva.

Quanto al danno morale, i Giudici della Suprema Corte ritengono che anche questa voce di danno sia stata sbrigativamente liquidata come sofferenza soggettiva da considerare congiuntamente al danno biologico. In sostanza gli Ermellini ritengono che non sia corretto operare un calcolo meramente tabellare dove la personalizzazione è pro quota, mentre deve essere ad personam e ciò proprio al fine di garantire un integrale ristoro del danno alla persona.

Morale…ma…della favola: una pletora di giudici di merito (non tutti per fortuna!) continuano a male interpretare le sentenze di San Martino finendo così per escludere tout court il danno morale e/o il danno esistenziale sulla base dell’errato presupposto secondo cui la predicata unitarietà del danno non patrimoniale conduca a negare la coesistenza di voci di danno eterogenee pur aventi origine dal medesimo fatto illecito nel nome del divieto di duplicazioni risarcitorie.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRUTI Giuseppe Maria – Presidente –

Dott. PETTI Giovanni B. – rel. Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

Dott. AMBROSIO Annamaria – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 13498-2012 proposto da:

P.S. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CASSIA 1280, presso lo studio dell’avvocato PERILLO ANDREA, che lo rappresenta e difende giusta procura speciale notarile del Dott. Notaio ANTONIO GALDIERO in CAGLIARI del 9/04/2015 rep. n. 45296;

– ricorrente –

contro

LE ASSICURAZIONI GENERALI SPA, in persona dei legali rappresentanti in carica pro tempore H.R.M. e C.F., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR 17, presso lo studio dell’avvocato GIUSSANI ALESSANDRO, rappresentata e difesa dall’avvocato PASTORI GUIDO giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

e contro

FALLIMENTO SIR SRL;

– intimata –

avverso la sentenza n. 222/2011 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE, depositata il 28/04/2011 R.G.N. 511/09;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 27/04/2015 dal Consigliere Dott. GIOVANNI BATTISTA PETTI;

udito l’Avvocato ANDREA PERILLO;

udito l’Avvocato ALESSANDRO GIUSSANI per delega;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SERVELLO Gianfranco che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1.Con citazione del 6 novembre 2008 P.S. convenne dinanzi al TRIBUNALE di Trieste la società SIR, in persona del curatore fallimentare, e le ASSICURAZIONI GENERALI con sede in Trieste e ne chiese la condanna in solido al risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non patrimoniali, oltre rivalutazione ed interessi, conseguenti ad un incidente da circolazione avvenuto il (OMISSIS) all’interno della FIERA campionaria, quando il veicolo industriale di cui la SIR era proprietaria, assicurato dalla compagnia triestina, con una imprudente manovra aveva travolto e schiacciato il pedone P., trentatreenne, procurandogli lesioni gravissime con invalidità permanente e perdita della capacità lavorativa. I danni erano indicati in oltre 15 milioni di Euro. La compagnia assicuratrice tra il 1993 ed il 1998 aveva versato acconti ricevuti in attesa del saldo del dovuto. Si costituiva l’assicurazione e deduceva il concorso di colpa del pedone deducendo la congruità delle somme corrisposte. NESSUNO si costituiva per la SIR e per gli eredi del conducente.

IL G.i., con ordinanza del 7 dicembre 2008 disponeva la comparizione personale delle parti per un tentativo di conciliazione. Nella udienza del 6 febbraio 2008 il P. di non essere più disponibile ad accettare la transazione proposta per 380 milioni di lire.

2.Con sentenza del 3 giugno 2009 il TRIBUNALE DI TRIESTE dichiarava cessata la materia del contendere e condannava la COMPAGNIA a pagare le spese di lite e di CTU. Il TRIBUNALE riteneva accettata la transazione ed irrilevante la resipiscenza del P..

3.Contro la decisione proponeva appello il P., chiedendone la riforma non avendo accettato la proposta transattiva ed avendo diritto al risarcimento integrale dei danni specificatamente richiesti, in via istruttoria chiedeva ammettersi nuova consulenza tecnica per la migliore determinazione dei danni, deducendo un successivo aggravamento delle condizioni di salute. Chiedeva inoltre la ammissione di prova per testi, già proposta circostanziatamente, per dimostrare le attività del P. al tempo dello incidente, quale istruttore di volo libero, in procinto di aprire una scuola di volo con la vendita delle relative attrezzature. Resisteva l’assicuratore opponendosi alle richieste istruttorie ed insisteva per il rigetto del gravame, ma in via gradata deduceva di aver versato somme satisfattive del risarcimento, per un importo superiore a 506 mila Euro. NESSUNO si costituiva per il fallimento.

4.La CORTE di appello di Trieste, con sentenza del 28 aprile 2011, in accoglimento dello appello del P. -PER QUANTO DI RAGIONE:

A. accertava che la responsabilità esclusiva dello incidente da circolazione era riferibile al conducente del veicolo industriale di cui la SIR era la proprietaria;

B. e che era valida la copertura assicurativa da parte della COMPAGNIA ASSICURAZIONI GENERALI. B. Dichiarava improcedibile la domanda proposta dal P. nei confronti della curatela del fallimento.

C. liquidava i danni alla data del 16 aprile 2010 -data dell’ultima offerta- in Euro 791.701,00, ed accertava che il credito residuo, rivalutato dal 1993 al 1020 era superiore a quanto preteso dal danneggiato, così ritenendosi congrue le somme pagate, e provvedeva al nuovo regolamento delle spese di lite come in dispositivo.

5.CONTRO la decisione ricorre il P. proponendo il motivi di ricorso, resiste l’assicuratore chiedendone il rigetto.

Con atto del 23 aprile 2015 il ricorrente ha revocato il mandato all’avv. NESTA nominando nuovo difensore l’avv.to ANDREA PERRILLO per la discussione orale.

Motivi della decisione

6. Il ricorso, notificato il 10 luglio 2012, merita accoglimento per quanto di ragione, la cassazione è con rinvio alla CORTE DI APPELLO DI Milano che si atterrà ai principi di diritto enunciati in ordine ai motivi di diritto accolti e provvedere anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.

Per chiarezza espositiva si offre una sintesi dei motivi ed a seguire la esposizione delle ragioni dello accoglimento.

6-1 SINTESI DEI MOTIVI DEL RICORSO P..

Nel PRIMO motivo del ricorso si deduce cumulativamente errores in iudicando anche con riferimento a fonti costituzionali – v.

intitolazione a ff 6 e ss – e vizio della motivazione su punto decisivo individuato nella parte della motivazione del giudice di appello che nega il risarcimento del danno subito dal P., per lucro cessante, sul rilievo che lo stesso era disoccupato, pur avendo avviato un progetto per la attività imprenditoriale diretta a creare una scuola di volo con fornitura di materiale e di personale tecnicamente qualificato.

Nel SECONDO MOTIVO -ai ff 10 e ss.si deduce ancora error in iudicando, per la violazione degli artt. 1223,1226,2042, 2054,2056 c.c. ed il vizio della motivazione su punto decisivo, in relazione alla adozione di criteri di calcolo riduttivi, per lo scomputo degli acconti liquidati al P.. Si dimostra con calcoli matematici che il criterio della CORTE triestina produce un abbattimento sfavorevole al danneggiato per oltre 180.000 Euro, come indicato nella sintesi a ff.31.

Nel TERZO MOTIVO -a ff 31 e ss- si deduce error in iudicando con la sequela delle norme costituzionali e sostanziali violate ed il vizio della motivazione su punto decisivo individuato nella parte della motivazione che esclude la valutazione autonoma del danno esistenziale, applicando erroneamente le puntualizzazioni date nelle sentenze gemelle delle SEZIONI UNITE CIVILI del 2008 ed in particolare della sentenza n.2697 del 2008.

Nel QUARTO MOTIVO -ai ff 57 e ss.- si deduce ancora error in iudicando e vizio della motivazione, sulla base delle norme costituzionali e del codice civile in tema di illecito, in relazione al c.d. DANNO ESTETICO, costituito dalle cicatrici deturpanti dislocate in varie parti, anche intime, del corpo, ed ampiamente descritte nella CTU MEDICO LEGALE, e non considerate ai fini della PERSONALIZZAZIONE DEL DANNO. Nel QUINTO MOTIVO, ai ff 64 e ss. si deduce error in iudicando e vizio della motivazione nel punto in cui la CORTE DI APPELLO ha respinto la richiesta di sostituzione del consulente tecnico di ufficio e la richiesta di un suo esame a chiarimenti essendo sopravvenuto un PEGGIORAMENTO DELLE CONDIZIONI DI SALUTE. Nel SESTO MOTIVO ai ff 74 e ss. si deduce error in iudicando e vizio della motivazione nel punto in cui la CORTE aderisce “acriticamente alle conclusioni del perito di ufficio sul quesito n.3 e relativi chiarimenti, evitando così di rispondere alle considerazioni critiche del consulente di parte e del difensore, riprodotte in esteso ai ff sino alla pag 107.

Nel SETTIMO MOTIVO, ai ff 107 e ss- si deduce ancora error in iudicando e vizio della motivazione nel punto in cui la CORTE DI APPELLO considera lo aggravamento del danno biologico permanente come se fosse un elemento di personalizzazione definito con la liquidazione del danno morale.

Nell’OTTAVO MOTIVO ai ff 114 e ss- si deduce error in iudicando e vizio della motivazione nel punto il cui la CORTE DI APPELLO riconosce per il danno morale un appesantimento del punto standard tabellare, pari al 25% considerando in particolare il c.d. DANNO SESSUALE per la perdita dei rapporti sessuali, sottovalutando i quattordici ricoveri nel reparto di chirurgia di urgenza, per migliorare le condizioni del menomato. In particolare a ff 122 si deduce che il catetere, applicato in forma permanente, sia stato considerato alla stregua di un danno morale, mentre assume rilievo per la autonomia fisica e per la sessualità.

Nel NONO motivo si deduce ancora error in iudicando e vizio della motivazione nel punto in cui la CORTE DI APPELLO nega il riconoscimento della INABILITA’ TEMPORANEA FUTURA in relazione ad una serie di interventi chirurgo plastici e per la protesi dell’anca, peraltro ritenuti necessari dal medico legale.

Nel DECIMO MOTIVO si deduce error in iudicando e vizio della motivazione nel punto in cui la CORTE DI APPELLO disapplica la regola posta dallo art. 1194 secondo cui il debitore non può imputare il pagamento al capitale piuttosto che agli interessi, senza il consenso del debitore.

Nell’UNDICESIMO MOTIVO si deduce infine error in iudicando e vizio della motivazione nel punto in cui la CORTE DI APPELLO ha compensato tra le parti le spese di lite, sostenendosi che il P. è parte comunque vittoriosa ancorchè il ristoro del danno possa essere ridimensionato, malgrado la affermazione che si intende risarcirlo nella integrità delle sue componenti patrimoniali e non patrimoniali, in osservanza dei dieta delle sezioni unite civili e della successiva giurisprudenza.

7. RAGIONI DELLO ACCOGLIMENTO PARZIALE. 7.1.PREMESSA SISTEMATICA. Il 17 giugno 2015 le sezioni unite civili della Corte di CASSAZIONE, riunite in camera di consiglio, ebbero a rigettare un ricorso promosso avverso la sentenza n.423 del 2007 della CORTE di appello di TORINO, compensando tra le parti le spese dell’intero giudizio, poichè la decisione traeva origine da un contrasto insorto nella giurisprudenza della CORTE, e specificatamente tra la sentenza n.1361 del 2014 della terza sezione civile, e il precedente costante e risalente orientamento, in merito alla risarcibilità o meno iure hereditatis del danno per la perdita della vita immediatamente conseguente alle lesioni derivanti da un fatto illecito. La decisione era resa di pubblico dominio con la pubblicazione della sentenza n.15350 del 22 luglio 2015, e successivamente alla delibera di questa sezione, avvenuta nella camera di consiglio del 27 aprile 2015.

NON esiste pertanto un vincolo di conformazione ai dicta delle sezioni unite del luglio 2015, che risolvono il conflitto sul tema delimitato del danno per la perdita della vita derivante da fatto illecito, ed il tema di cui si occupa questa sezione semplice, che attiene invece alla lesione grave del bene della salute ed alla sue conseguenze delimitate ai danni patrimoniali e non patrimoniali direttamente subiti dal macroleso, ma esiste, sul piano sistematico e proporzionale della tutela della persona umana, lesa da un illecito, la opportunità di considerare i principi generali del neminem laedere e del danno ingiusto, in una fattispecie dove la perdita della salute viene ad incidere non solo sulla invalidità e sulla inabilità della persona, ma anche sugli aspetti dinamico relazionali.

Le sezioni unite nel luglio del 2015, pur compiendo una scelta sistematica fondata sul concetto della capacità giuridica collegata alla esistenza fisica della persona umana, confermano i dieta delle sezioni unite civili del novembre 2008 ai nn 26972 e seguenti, in tema di valutazione e liquidazione unitaria del danno morale e del danno esistenziale, sia pure con riferimento alla perdita del rapporto parentale conseguente alla perdita della morte del congiunto, e tale problematica viene ora in esame, sia pure sotto il diverso profilo del danno diretto, subito iure proprio, del macroleso, e per gli aspetti non patrimoniali ed esistenziali. Dove il punto controverso della decisione attiene alla verifica della congruità ed integralità del risarcimento del danno ingiusto, evitando una duplicazione risarcitoria.

Deve pertanto procedersi all’esame della sentenza della CORTE DI APPELLO triestina, la quale, dopo aver reso un omaggio formale ai dicta delle sezioni unite del 2008, perviene ad una liquidazione incongrua e iniqua del danno non patrimoniale nelle sue componenti esistenziali rilevanti e morali di sofferenza e dolore, con una motivazione errata in punto di diritto e illogica in punto di coerenza motivazionale.

7.2. ESAME DEI MOTIVI DI RICORSO. Nel primo motivo di ricorso si deduce congiuntamente error in iudicando e vizio della motivazione sul rilievo che la CORTE DI APPELLO ai ff 29 e ss nega il risarcimento del danno patrimoniale futuro, determinato dalla perdita totale della capacità produttiva, come medicalmente accertata e non controversa, sul rilievo che il trentaduenne P., che era in procinto di ottenere il brevetto di istruttore di volo per avviare una scuola di volo ed attività commerciale accessoria, era in realtà un disoccupato, e che la sua distruzione fisica e della validità lavorativa non era produttiva di un danno futuro quantificabile.

Il motivo merita accoglimento. Poichè è stato dedotto e provato il pregiudizio al diritto al lavoro, costituzionalmente garantito, di soggetto che propone una attività imprenditoriale lecita che tuttavia esigeva la integrità psicofisica, mentre è irrilevante che l’impedimento provocato dal fatto lesivo, sia riferibile a quel primo progetto di attività lavorativa, se il fatto stesso nella sua entità impediva ora e per sempre qualsiasi possibile altra alternativa di lavoro. LA CORTE TRIESTINA nega il risarcimento del danno patrimoniale vuoi come danno emergente vuoi come lucro cessante, e non considera che il pregiudizio attiene alla capacità produttiva di un giovane integro e nel pieno delle sue forze fisiche e psichiche.

RISULTA pertanto violato il principio del risarcimento integrale del danno patrimoniale del macroleso. VEDI per utili riferimenti CASS Su 2009 n.1850, CASS.12 GIUGNO 2015 N.12211 E 1 FEBBRAIO 2012 B.1439.

Nel secondo motivo si deduce un error in iudicando e la illogica motivazione in ordine allo scomputo degli acconti corrisposti dallo assicuratore e riscossi in ragione del maggior danno da liquidare ai valori attuali.

Il motivo resta assorbito dallo accoglimento del primo, e per le ragioni che si diranno, anche di ulteriori motivi relativi alla valutazione del danno non patrimoniale.

Nel terzo motivo si pone sotto il profilo dell’error in iudicando la questione relativa al mancato riconoscimento del danno esistenziale, in relazione agli aspetti dinamici ed interrelazionali del danno biologico nelle sue dimensioni fisiche e psichiche, ed in relazione alla incongruità della valutazione tabellare, che appesantisce il punto di base ma non procede alla considerazione della perdita delle qualità della vita del macroleso, che vive solo attingendo alla solidarietà dei suoi cari, degli amici, dei volontari, ma che certamente possono dare un aiuto alla sopravvivenza, ma non già a rimuovere la perdita di quelle qualità personali e di partecipazione che sono chiaramente descritte nell’art. 3 Cost. repubblicana.

NON si tratta dunque di una duplicazione di voci di danno, ma della negazione del diritto del macroleso a ricevere un equo ristoro per il risarcimento della perdita della sua dignità di persona e di diritto alla vita attiva.

Nel quarto motivo si deduce che il grave danno estetico, costituito da cicatrici deturpanti anche in parti intime del corpo, doveva essere considerato come specifico elemento di personalizzazione. Il motivo resta assorbito nello accoglimento del terzo motivo, sul rilievo di una valutazione unitaria.

INAMMISSIBILI appaiono invece il quinto ed il sesto motivo, nel punto in cui contestano il mancato riconoscimento dello aggravamento delle condizioni di salute e la obiettività delle indicazioni date dal consulente di ufficio. LE CENSURE ATTENGONO ad un giudizio di merito, ed ad una valutazione sostanzialmente congrua.

FONDATE appaiono le censure espresse nel settimo e nell’ottavo motivo, per la mancata liquidazione del danno morale, sbrigativamente liquidato al ff.25 come sofferenza soggettiva da considerare congiuntamente al danno biologico.

Qui veramente i dicta delle SU del 2008 appaiono trascurati e negletti, in considerazione della circostanziata descrizione delle drammatiche condizioni di vita del grande invalido,che potrà avere un grande cuore ed un grande coraggio di sopravvivenza, ma che vive solo se costantemente assistito, curato, medicato, operato, e dunque tutte queste componenti fisiche, psichiche e spirituali del dolore umano, meritano una migliore attenzione rispetto al calcolo tabellare dove la personalizzazione è pro quota, mentre deve essere ad personam. FONDATO appare anche il nono motivo che deduce error in iudicando e vizio della motivazione nel punto in cui la corte di appello esclude il danno biologico per la inabilità temporanea futura in relazione ai vari interventi chirurgici, necessari nel tempo, per assicurare la efficienza fisica e le funzioni vitali. La CORTE di merito riconosce il danno patrimoniale come danno futuro emergente ma poi lo nega non avendo la sensibilità di pervenire ad una equa valutazione. RESTANO ASSORBITI il decimo e l’undicesimo motivo, atteso che gli acconti dovranno essere considerati in conto capitale e che la nuova regolamentazione delle spese di lite dovrà tener conto della sostanziale revisione del danno da risarcire.

In conclusione meritano accoglimento il primo, il secondo, il terzo, il settimo, l’ottavo ed il nono motivo, inammissibili il quinto ed il sesto ed assorbiti gli altri. La CASSAZIONE è con rinvio anche per le spese del giudizio di cassazione,alla CORTE DI APPELLO DI MILANO che si atterrà ai principi di diritto come sopra enunciati.

P.Q.M.

La Corte, accoglie il ricorso per quanto di ragione, cassa in relazione e rinvia anche per le spese del giudizio di cassazione alla CORTE DI APPELLO DI MILANO. Così deciso in Roma, il 27 aprile 2015.

Depositato in Cancelleria il 22 settembre 2015

Danno morale: non deve rimanere confinato nel limite del 20% del danno biologico (Appello Trib. di Torino, sent. 5147/2015)

Appello Tribunale di Torino, Dott. Giacomo Oberto, Sentenza del 14 luglio 2015

Queste le conclusioni cui approda il Dott. Giacomo Oberto, Giudice del Tribunale di Torino il quale, con particolare riferimento alla liquidazione del danno morale precisa quanto segue: “Anche la liquidazione del danno morale appare condivisibile. Tale pregiudizio, invero, non può essere liquidato se non in base a criteri equitativi e, del resto, non vi è chi non veda che l’importo di € 3.500,00 appare adeguato (semmai per difetto, non certo per eccesso) a risarcire la grave sofferenza morale rappresentata dal vedersi improvvisamente travolta da un veicolo (e sbalzata al di sopra di esso!). Parte appellante non sa, del resto, spiegare per quale ragione il danno morale dovrebbe necessariamente rimanere confinato nel limite del 20% del danno biologico (Fonte: http://www.unarca.it/unarca/)

LA SENTENZA INTEGRALE (scarica pdf)

[gview file=”https://www.studiolegalecalvello.it/wp-content/uploads/2015/10/Sentenza-n.-5147-del-2015-Tribunale-di-Torino.pdf”]

Tribunale di Padova, danno da vacanza rovinata: risarcimento oltre i limiti della Convenzione di Montreal

Tribunale di Padova, sez. II, – Dott. Giovanni G. Amenduni – Sentenza del 09.04.2014

Segnaliamo questa interessante sentenza ove il Tribunale di Padova affronta la questione relativa al limite di indennizzo previsto dalla Convenzione di Montreal in caso di smarrimento del bagaglio.

I PASSI SALIENTI DELLA SENTENZA

 “Sia il venditore che l’organizzatore di viaggi turistici “tutto compreso” rispondono del danno patito dal viaggiatore, in conseguenza del fatto illecito del terzo della cui opera si sono avvalsi, non a titolo di colpa “in eligendo” o “in vigilando”, ma in virtù della sola assunzione legale del rischio per i danni che possano accadere al viaggiatore (cfr. da ultimo Cass. 11.12.2012, n. 22619).”

“Va risarcito il valore del contenuto del bagaglio, non già nei limiti massimi della Convenzione di Montreal (applicabile solo nei confronti del vettore), ma per l’intero.”

“Il danno da vacanza rovinata, deve preliminarmente ricordarsi che esso viene riconosciuto a ristoro del disagio psico – fisico sofferto a causa della mancata realizzazione in tutto o in parte del programma previsto, nei limiti in cui risulti superato il livello di normale tollerabilità”

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI PADOVA

SEZIONE SECONDA

in composizione monocratica, nella persona del giudice unico, dott. Giovanni G. Amenduni, ha emesso la seguente

SENTENZA

Nel procedimento civile di primo grado iscritto al n. … del ruolo generale dell’anno 2008, rimesso in decisione all’udienza del 7.11.2013 e vertente

tra

………………………

Con il patrocinio e la difesa dell’avv. Claudio Calvello

ATTRICE

e

…………………S.p.A.

Con il patrocinio e la difesa dell’avv. …………., dell’avv. ……… e dell’avv. ………

CONVENUTA

e

……………… di ……. S.r.l.

Con il patrocinio e la difesa dell’avv. ………………..

CONVENUTA

e

………. S.p.A.

Con il patrocinio e la difesa degli avvocati ……., ……….. e ……….

TERZA CHIAMATA

Oggetto: contratto di viaggio.

Conclusioni delle parti

Parte attrice

previo accertamento e declaratoria delle responsabilità delle convenute a causa della inesatta esecuzione degli obblighi a loro carico derivanti in forza del contratto inter partes stipulato in data 15/01/2007, condannare ……S.p.A. (Tour Operator) in persona del legale rappresentante pro tempore e …. di …..S.r.l. (Agenzia di Viaggi), in persona del legale rappresentante pro tempore, in via solidale o alternativa tra loro (secondo le rispettive responsabilità), al pagamento in favore della sig.ra ……… del complessivo importo di € 9.405,00 (di cui € 6.405,00 a titolo di risarcimento dei danni patrimoniali ed € 3.000,00 a titolo di risarcimento dei danni non patrimoniali), o al pagamento di quella diversa maggiore o minore somma accertata in corso di causa e da determinarsi, all’occorrenza, in via equitativa ex art. 1226 c.c., oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi (c.d. compensativi) sulle somme devalutate dal verificarsi del fatto all’effettivo soddisfo (c.d. taxatio) secondo il criterio impartito dalle Sez. Unite della Suprema Corte con la nota pronuncia n. 1712/95.

Con vittoria di spese, diritti e onorari da distrarsi a norma dell’art. 93 c.p.c. a favore dell’avv. Claudio Calvello quale procuratore antistatario nonché con sentenza munita della clausola di provvisoria esecuzione.

Per parte convenuta …….S.p.A.  

nel merito ed in via principale:

–  dichiarare l’estraneità al presente giudizio e/o la carenza di titolarità e/o di legittimazione passiva in capo a ….. S.p.A. per i motivi esposti in atti e, per l’effetto, rigettare ogni avversa domanda proposta nei confronti della suddetta;

sempre nel merito ed in via subordinata ma pregiudiziale:

–  rigettare le domande tutte formulate nei confronti della …. S.p.A. dall’attrice in considerazione della eccepita decadenza ex art. 98 D.lgs. 206/05;

sempre nel merito ed in via subordinata:

–  rigettare le domande tutte formulate nei confronti della … S.p.A. dall’attrice in quanto infondate in fatto ed in diritto, per i motivi esposti in atti;

sempre nel merito ed in via ulteriormente subordinata:

–  qualora dovessero essere ritenute fondate le pretese di parte attrice nei confronti della …. S.p.A., salvo gravame, condannare la terza chiamata …. S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, a tenere indenne la …. S.p.A. da quanto fosse condannata a pagare alla sig.ra ….. rifondendo le relative somme e limitando le somme da rifondere alla sig.ra ….. a quelle risultanti, alla data di emissione del provvedimento decisorio del presente giudizio, sulla base di quanto stabilito dall’art. 22, comma 2, della legge n. 12 del 10.1.2004 di ratifica della Convenzione di Montreal stipulata il 28.5.1999;

In via istruttoria:

la ….. S.p.A. si oppone all’ammissione dei capitoli di prova articolati da parte attrice nella memoria del 24 dicembre 2008 per le ragioni di cui in atti;

in ogni caso: condannare l’attrice e/o la terza chiamata …. S.p.A. a rifondere alla convenuta …. S.p.A. le spese, i diritti e gli onorari del giudizio.

Per la convenuta …. di ….. S.r.l.

Nel merito:

respingersi le domande di parte attrice nei confronti della … di … S.r.l., in quanto infondate sia in fatto che in diritto per i motivi e le ragioni tutte esposte in comparsa di costituzione e risposta del 23/4/2008.

Respingersi ogni domanda di condanna in solido perché infondata in fatto e diritto.

Con vittoria di spese, diritti ed onorari da distrarsi a favore della sottoscritta procuratrice che si dichiara antistataria.

In via istruttoria, si insiste per l’ammissione di tutte le istanze istruttorie formulate in atti, e non ammesse.

Per la terza chiamata ….S.p.A.

NEL MERITO: rigettare le domande tutte da chiunque proposte nei confronti di … S.p.A. in quanto infondate in fatto ed in diritto.

IN SUBORDINE: ridurre le pretese dell’attrice entro il limite massimo stabilito dalla Convenzione di Montreal di 1.000 DSP (pari ad € 1.130,00 circa).

Con vittoria di spese ed onorari di causa oltre ad I.V.A. e C.P.A.

 MOTIVI DELLA DECISIONE

La domanda attorea è fondata.

Preliminarmente, in ordine alla eccepita decadenza dell’attrice per non aver tempestivamente sporto reclamo ai sensi dell’art. 98 del cod. consumatore, deve rilevarsi la sufficienza della comunicazione di smarrimento del bagaglio all’Agenzia di viaggi convenuta, una volta l’attrice rientrata in Italia (circostanza non contestata dalla convenuta). Va contestata, inoltre, la stessa natura decadenziale del termine in questione, attesa la formulazione del secondo comma del citato articolo, che individua, attraverso l’uso del verbo potere, una facoltà in capo al consumatore e non certamente un suo onere.

Nel merito, attesa la pacificità dello smarrimento del bagaglio da parte dell’attrice all’arrivo a Zanzibar, si deve innanzitutto fare richiamo alla giurisprudenza che ritiene che sia il venditore che l’organizzatore di viaggi turistici “tutto compreso” rispondono del danno patito dal viaggiatore, in conseguenza del fatto illecito del terzo della cui opera si sono avvalsi, non a titolo di colpa “in eligendo” o “in vigilando”, ma in virtù della sola assunzione legale del rischio per i danni che possano accadere al viaggiatore (cfr. da ultimo Cass. 11.12.2012, n. 22619).

Ed invero, in caso di mancato o inesatto adempimento delle prestazioni oggetto del c.d. pacchetto turistico o package il venditore e l’organizzatore sono tenuti a dare la prova che il risultato “anomalo” o anormale rispetto al convenuto esito della propria prestazione professionale, e quindi dello scostamento da una legge di regolarità causale fondata sull’esperienza, dipende da fatto ad essi non imputabile, in quanto non ascrivibile alla condotta mantenuta in conformità alla diligenza dovuta, in relazione alle specifiche circostanze del caso concreto; e ciò anche se la responsabilità sia ascrivibile esclusivamente ad altro prestatore di servizi, salvo il diritto di rivalersi nei confronti di costui (con riferimento al vettore, cfr. Cass., 10.9.2010, n. 19283; Cass., 29.2.2008, n. 5531). Se tale prova non viene fornita, i medesimi rimangono soccombenti secondo la regola generale ex artt. 1218 e 2697 c.c..

Orbene, in merito alla legittimazione passiva della convenuta … S.p.A., nel caso di specie non v’è dubbio che il cliente, quale creditore di ogni singola prestazione inserita nel più ampio processo organizzativo del pacchetto – vacanza ha la possibilità di richiedere il risarcimento del danno direttamente nei confronti del vettore, ma ciò non esclude il diritto di far valere la responsabilità direttamente in capo ai soggetti convenuti per il principio sopra richiamato, salva la possibilità di questi di rivalersi nei confronti del terzo responsabile dell’evento dannoso (cfr. in termini Tribunale di Nola, 9.9.2010).

Ancora, l’aver stipulato una polizza assicurativa per il rischio dello smarrimento del bagaglio (nel caso di specie con la soc. Europ Assistance) non rappresenta motivo di esenzione da responsabilità della convenuta, essendo evidentemente diverso il titolo in forza del quale l’attrice ha convenuto in giudizio il tour operator.

Venendo al quantum debeatur si deve rilevare che parte attrice ha dimostrato (cfr. istruttoria testimoniale) di aver dovuto sostenere una spesa di circa 500 usd (€ 360,00) per far fronte alle necessità conseguenti alla perdita del bagaglio. Siffatta voce di danno, pertanto, dovrà essere risarcita. Analogamente, va risarcito il valore del contenuto del bagaglio, non già nei limiti massimi della Convenzione di Montreal (applicabile solo nei confronti del vettore), ma per l’intero. Sulla scorta di quanto emerso dalle testimonianze sul punto, e in ragione del fatto che la vacanza risultava organizzata per la durata di sette giorni, si ritiene di poter liquidare siffatta voce in € 3.500,00.

Venendo a trattare del danno da vacanza rovinata, deve preliminarmente ricordarsi che esso viene riconosciuto a ristoro del disagio psico – fisico sofferto a causa della mancata realizzazione in tutto o in parte del programma previsto, nei limiti in cui risulti superato il livello di normale tollerabilità.

Orbene, non v’è dubbio che l’aver dovuto realizzare di dover trascorrere l’intero periodo di vacanza privi dei propri effetti personali costituisce certamente lesione dell’interesse del turista di godere pienamente del viaggio come occasione di svago e riposo, sicché deve ravvisarsi nel caso di specie il presupposto per il risarcimento del danno non patrimoniale inerente l’interesse della persona costituzionalmente garantito.

In ordine alla determinazione del danno, dovendo fare applicazione del criterio equitativo, si ritiene congrua una indicazione del ristoro nella misura pari al valore dell’intero pacchetto – € 2.303,00.

In conclusione, le società convenute devono essere condannate, in solido tra loro, a risarcire in favore dell’attrice l’importo di € 6.163,00, oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi sulle somme devalutate dal verificarsi del fatto all’effettivo soddisfo.

In accoglimento della domanda di manleva proposta dalla sola …. S.p.A. nei confronti della terza chiamata, la soc. …. S.p.A. deve essere condannata a tenere indenne la …. S.p.A. di quanto questa dovrà risarcire all’attrice, nei limiti dell’art. 22 della Convenzione di Montreal stipulata il 28.5.1999, e quindi fino alla concorrenza di € 1.131,00.

Le spese di lite vengono regolate secondo il criterio della soccombenza.

p.q.m.

il Tribunale, definitivamente pronunziando, rigettata ogni diversa domanda ed eccezione,

  1. ACCOGLIE la domanda di parte attrice e, per l’effetto, CONDANNA le soc. …. S.p.A. e …. di …. S.r.l., in solido tra loro, a pagare a ….. € 6.163,00 oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi sulle somme devalutate dal verificarsi del fatto all’effettivo soddisfo.
  2. ACCOGLIE la domanda di manleva proposta dalla soc. … S.p.A. e, per l’effetto, CONDANNA …. S.p.A. a tenere indenne fino alla concorrenza di € 1.131,00 la soc. …. S.p.A. per quanto corrisponderà all’attrice.
  3. CONDANNA le soc. …. S.p.A. e …. di …. S.r.l., in solido tra loro, a pagare all’avv. Claudio Calvello quale procuratore antistatario di …… le spese di lite, che si liquidano in € ___ per anticipazioni, in € ____ per compensi professionali, oltre al rimborso forfettario del 15%, cpa ed iva.

Così deciso in Padova, il 9.4.2014

Il Giudice

dott. Giovanni G. Amenduni