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Danno non patrimoniale: ecco i principi cui il giudice deve attenersi nel determinare la qualificazione e quantificazione del danno (Cass. civ. 9196/2018)

Cass. civ. Sez. III, Ord., (ud. 14-02-2018) 13-04-2018, n. 9196

Nel procedere all’accertamento ed alla quantificazione del danno risarcibile, il giudice di merito, alla luce dell’insegnamento della Corte costituzionale (sentenza 235/2014, punto 10.1 e ss.) e della nuova rubrica degli artt. 138 e 139 c.d.a. (“danno non patrimoniale”, sostituiva della precedente, “danno biologico”), deve congiuntamente, ma distintamente, valutare la reale fenomenologia della lesione non patrimoniale, e cioè tanto l’aspetto interiore del danno sofferto (cd. danno morale, sub specie del dolore, della vergogna, della disistima di sé, della paura, della disperazione) quanto quello dinamico-relazione (destinato ad incidere in senso peggiorativo su tutte le relazioni di vita esterne del soggetto);

Il giudice dovrà, pertanto, valutare tanto le conseguenze subite dal danneggiato nella sua sfera morale (che si collocano nella dimensione del rapporto del soggetto con se stesso), quanto quelle incidenti sul piano dinamico-relazionale della sua vita (che si dipanano nell’ambito della relazione del soggetto con la realtà esterna, con tutto ciò che, in altri termini, costituisce “altro da se”).

L’ ORDINANZA

(omissis)

Svolgimento del processo

1. Nel 1996, Ru.Ge. convenne in giudizio V.P., P.T. in proprio e quale esercente la potestà genitoriale su T. e T.D., questi ultimi tre in qualità di eredi del defunto T.P., la Milano Assicurazioni S.p.a., la Winterthur Assicurazioni S.p.a. rappresentata ex lege dall’UCI S.c. a r.l., la Lloyd Adriatico Assicurazioni S.p.a. e Va.Fe., per essere risarcito dei danni patiti in occasione del sinistro stradale occorsogli mentre era trasportato sull’autovettura Opel Astra condotta dal proprietario della stessa, T.P..

Tale sinistro aveva coinvolto tre autovetture: una Fiat Uno di proprietà di Va.Fe., condotta da B.F., su cui viaggiava R.A., assicurata con la compagnia Lloyd Adriatico Assicurazioni; una Volkswagen Passat, condotta dal proprietario V.P. ed assicurata con la Milano Assicurazioni; l’Opel Astra di T.P., assicurata con la Winterthur, su cui viaggiavano, oltre al Ru. ed allo stesso T., P.T..

Nello stesso sinistro avevano perso la vita B.F., R.A. e T.P., mentre P.T. e Ru.Ge. avevano riportato lesioni.

Si costituirono in giudizio: il Venutolo – e con lui la sua compagnia assicuratrice Milano Assicurazioni – contestando la propria responsabilità nella causazione dell’incidente; l’UCI, quale rappresentante ex lege della Winterthur, la quale eccepì preliminarmente che l’attore – che dai verbali della Polizia stradale risultava essere conducente dell’Astra al momento dell’incidente – non poteva avanzare richiesta di danni nei suoi confronti in quanto la copertura assicurativa copriva unicamente i danni subiti dai trasportati, contestando poi nel merito la responsabilità del conducente della vettura assicurata; la Lloyd, che contestò la responsabilità della propria assicurata.

Rimase contumace Va.Fe..

Nelle more, P.T. in proprio e nella qualità di esercente la potestà genitoriale dei figli minori, introdusse un ulteriore giudizio chiedendo il risarcimento dei danni subiti iure proprio e iure heraeditario per la morte del marito T.P. a seguito dell’incidente. Tale giudizio fu riunito a quello introdotto dal Ru..

Infine, nelle cause riunite intervennero M., E. e R.G.P., figli dei deceduti R.A. e B.F., chiedendo che fosse dichiarata la responsabilità degli altri due conducenti, o in subordine della propria madre, con conseguente condanna al risarcimento di tutti i danni da loro subiti a titolo di danno biologico, iure heraeditario e iure proprio, danno patrimoniale (stante il sostegno economico loro garantito dai genitori) e danno esistenziale.

Il Tribunale di Cassino, con sentenza n. 406/2005, dichiarò la responsabilità di V.P. e di T.P., per il 50% ciascuno, nella causazione del sinistro e, per l’effetto, condannò:

– il V. e la Milano Assicurazioni, gli eredi del T. e la Winterthur, rappresentata dall’UCI, in solido tra loro, al risarcimento del danno biologico in favore dell’attore Ru.Ge., nonchè al risarcimento del danno patrimoniale, esistenziale e morale in favore degli intervenuti R.;

– il V. e la Milano Assicurazioni, in solido tra loro, al risarcimento del danno biologico, morale e patrimoniale in favore della P., in proprio e nella qualità esercente la potestà sui figli minori.

2.La decisione è stata parzialmente riformata dalla Corte di Appello di Roma, con sentenza n. 628 del 15 ottobre 2014, pronunciata nella contumacia della P. e del Va..

Per quel che qui ancora rileva, la Corte di Appello, diversamente dal giudice di primo grado, ha ritenuto che nulla potesse essere riconosciuto agli eredi R. a titolo di danno esistenziale, in linea con il principio di diritto enunciato dalla Cassazione a Sezioni Unite (Cass. ss.uu. 26792/2008), ed in considerazione del fatto che il Tribunale, per la contemporanea perdita di entrambi i genitori, aveva condannato il V. e gli eredi T., nonchè le rispettive compagnie assicuratrici, al pagamento della somma di Euro 160.000 a favore di ciascuno degli intervenuti a titolo di danno morale.

Inoltre, la Corte romana ha escluso la spettanza, in favore dei medesimi eredi R., del risarcimento del danno patrimoniale per lucro cessante, rilevando che gli intervenuti non avevano depositato documentazione idonea a dimostrare i redditi, le disponibilità economiche ed il tenore di vita dei genitori al momento dell’incidente e quale parte di tali risorse questi ultimi avrebbero impiegato per sostenere economicamente i figli, ad esempio nel pagamento delle rate dei mutui contratti per l’acquisto di immobili di proprietà. In particolare, secondo la Corte, dai documenti prodotti non era dato evincere se le rate di mutuo scadute prima dell’incidente fossero state pagare con denaro messo a disposizione dai coniugi R.- B..

3. Avverso tale decisione propongono ricorso in Cassazione, illustrato da memoria, sulla base di due motivi, i signori M., E. e R.G.P..

3.1. Resistono con controricorso l’Unipolsai Assicurazioni S.p.a. (già Milano Assicurazioni S.p.a.) e l’UCI S.c. a r.l. Gli intimati V.P., Ru.Ge., P.T., Lloyd Adriatico S.p.a. non hanno svolto difese.

3.2. Il Procuratore Generale ha depositato conclusioni scritte chiedendo l’accoglimento del ricorso per quanto di ragione.

Motivi della decisione

4.1. Con il primo motivo, i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la “violazione e falsa applicazione dell’art. 2059 c.c. e degli artt. 2, 29 e 30 Cost.” La Corte di appello avrebbe illegittimamente escluso il risarcimento del danno c.d. esistenziale, senza specificare se si trattasse effettivamente di un’indebita duplicazione risarcitoria rispetto al danno morale.

La decisione del giudice di primo grado, al di là della terminologia utilizzata, sarebbe conforme ai principi espressi dalla giurisprudenza di legittimità, avendo argomentato la necessità di adeguare la somma liquidata a titolo di danno non patrimoniale in base alle tabelle del Tribunale di Roma con una ulteriore erogazione correlata alla particolare intensità dello stravolgimento esistenziale derivante dalla perdita dei genitori.

Tale disposizione, quindi, non si porrebbe in contrasto con il principio secondo cui il danno non patrimoniale si configura in un’unica categoria di danno risarcibile, risultando in essa integralmente assorbite le diverse voci del danno esistenziale, morale e dinamico-relazionale.

Il motivo è fondato.

Come questa Corte ha avuto più volte modo di sottolineare (in particolare Cass. 21059/2016; Cass. 901/2018), deve escludersi che le Sezioni Unite del 2008 abbiamo negato la configurabilità e la rilevanza a fini risarcitori anche del c.d. danno parentale.

In tali pronunzie risulta infatti confermato che gli aspetti o voci di danno non patrimoniale non rientranti nell’ambito del danno biologico, in quanto non conseguenti a lesione psico-fisica, ben possono essere definiti come danno parentale, attenendo alla sfera relazionale della persona, autonomamente e specificamente configurabile allorquando la sofferenza e il dolore non rimangano più allo stato intimo ma evolvano, seppure non in “degenerazioni patologiche” integranti il danno biologico, in pregiudizi concernenti aspetti relazionali della vita, ovvero lo sconvolgimento della vita familiare provocato dalla perdita di un congiunto, poichè il pregiudizio di tipo esistenziale consegue alla lesione dei diritti inviolabili della famiglia (artt. 2, 29 e 30 Cost.). Il danno da perdita del rapporto parentale, infatti, viene definito come quel danno che va al di là del crudo dolore che la morte in sè di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi esso nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonchè nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti (così Cass. civ., sez. 3, 10 marzo – 9 maggio 2011, n. 10107).

Al di là di affermazioni di principio secondo cui il carattere unitario della liquidazione del danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. precluderebbe la possibilità di un separato ed autonomo risarcimento di specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona, questa Corte attribuisce decisivo rilievo alla circostanza che, nel liquidare l’ammontare dovuto a titolo di danno non patrimoniale, il giudice abbia invero tenuto conto di tutte le peculiari modalità di atteggiarsi dello stesso nel singolo caso concreto (cfr. Cass., 23/9/2013, n. 21716).

In tal modo rimane sostanzialmente osservato il principio dell’integralità del ristoro, sotto il suindicato profilo della necessaria considerazione di tutti gli aspetti o voci in cui la categoria del danno non patrimoniale si scandisce nel singolo caso concreto, non essendovi in realtà differenza tra la determinazione dell’ammontare a tale titolo complessivamente dovuto mediante la somma dei vari “addendi”, e l’imputazione di somme parziali o percentuali del complessivo determinato ammontare a ciascuno di tali aspetti o voci (cfr. Cass., 23/1/2014, n. 1361).

In tema di liquidazione del danno non patrimoniale, al fine di stabilire se il risarcimento sia stato duplicato ovvero sia stato erroneamente sottostimato, rileva non già il “nome” assegnato dal giudicante al pregiudizio lamentato dall’attore (“biologico”, “morale”, “esistenziale”), ma unicamente il concreto pregiudizio preso in esame dal giudice.

Si ha, pertanto, duplicazione di risarcimento solo quando il medesimo pregiudizio sia liquidato due volte, sebbene con l’uso di nomi diversi (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., 6/4/2011, n. 7844).

E’ quindi necessario verificare quali aspetti relazionali siano stati valutati dal giudice, e se sia stato in particolare già assegnato rilievo anche al (radicale) cambiamento di vita, all’alterazione/cambiamento della personalità del soggetto, allo sconvolgimento dell’esistenza.

In presenza di una liquidazione del danno morale, cui si affianchi quella dell’autonoma voce di danno che contempli siffatta negativa incidenza sugli aspetti dinamico-relazionali del danneggiato, è correttamente da escludersi la possibilità che, in aggiunta a quanto a tale titolo già determinato, venga attribuito un ulteriore ammontare a titolo (anche) di danno esistenziale (cfr. Cass., 15/4/2010, n. 9040; Cass., 16/9/2008, n. 23275).

Laddove siffatti aspetti relazionali non siano stati invece presi in considerazione, dal relativo ristoro non può invero prescindersi (cfr. Cass., 20/4/2016, n. 7766).

Di recente (Cass. 901/2018, cit.) questa Corte, anche alla luce delle recenti innovazioni normative, e della sentenza n. 235 della Corte costituzionale, ha affermato i seguenti principi, cui il collegio intende dar seguito, ed ai quali si atterrà il giudice del rinvio nel rideterminare la qualificazione e quantificazione del danno:

1) Sul piano del diritto positivo, l’ordinamento riconosce e disciplina (soltanto) le fattispecie del danno patrimoniale (nelle due forme del danno emergente e del lucro cessante: art. 1223 c.c.) e del danno non patrimoniale (art. 2059 c.c.; art. 185 c.p.).

2) La natura unitaria ed onnicomprensiva del danno non patrimoniale, secondo l’insegnamento della Corte costituzionale e delle sezioni unite della S.C. (Corte cost. 233/2003; Cass. ss.uu. 26972/2008) deve essere interpretata, sul piano delle categorie giuridiche (anche se non sotto quello fenomenologico) rispettivamente nel senso:

a) di unitarietà rispetto a qualsiasi lesione di un interesse o valore costituzionalmente protetto e non suscettibile di valutazione economica;

b) di onnicomprensività intesa come obbligo, per il giudice di merito, di tener conto, a fini risarcitori, di tutte le conseguenze (modificative in peuis della precedente situazione del danneggiato) derivanti dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, procedendo, a seguito di articolata, compiuta ed esaustiva istruttoria, ad un accertamento concreto e non astratto del danno, all’uopo dando ingresso a tutti i necessari mezzi di prova, ivi compresi il fatto notorio, le massime di esperienza, le presunzioni.

3) Nel procedere all’accertamento ed alla quantificazione del danno risarcibile, il giudice di merito, alla luce dell’insegnamento della Corte costituzionale (sentenza 235/2014, punto 10.1 e ss.) e del recente intervento del legislatore sugli artt. 138 e 139 C.d.A. come modificati dalla L. 4 agosto 2017, n. 124, art. 1, comma 17, – la cui nuova rubrica (“danno non patrimoniale”, sostituiva della precedente, “danno biologico”), ed il cui contenuto consentono di distinguere definitivamente il danno dinamico-relazionale causato dalle lesioni da quello morale – deve congiuntamente, ma distintamente, valutare la reale fenomenologia della lesione non patrimoniale, e cioè tanto l’aspetto interiore del danno sofferto (cd. danno morale, sub specie del dolore, della vergogna, della disistima di sè, della paura, della disperazione) quanto quello dinamico-relazione (destinato ad incidere in senso peggiorativo su tutte le relazioni di vita esterne del soggetto).

4) Nella valutazione del danno alla salute, in particolare – ma non diversamente che in quella di tutti gli altri danni alla persona conseguenti alla lesione di un valore, interesse costituzionalmente protetto (Corte cost. 233/2003) – il giudice dovrà, pertanto, valutare tanto le conseguenze subite dal danneggiato nella sua sfera morale (che si collocano nella dimensione del rapporto del soggetto con se stesso), quanto quelle incidenti sul piano dinamico-relazionale della sua vita (che si dipanano nell’ambito della relazione del soggetto con la realtà esterna, con tutto ciò che, in altri termini, costituisce “altro da se”).

5) In presenza d’un danno permanente alla salute, la misura standard del risarcimento prevista dalla legge o dal criterio equitativo uniforme adottato dagli organi giudiziari di merito (oggi secondo il sistema c.d. del punto variabile) può essere aumentata, nella sua componente dinamico-relazionale, solo in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale, eccezionali ed affatto peculiari: le conseguenze dannose da ritenersi normali e indefettibili secondo l’id quod plemmque accidit (ovvero quelle che qualunque persona con la medesima invalidità non potrebbe non subire) non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento.

6) Costituisce, pertanto, duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione del danno biologico – inteso, secondo la stessa definizione legislativa, come danno che esplica incidenza sulla vita quotidiana del soggetto e sulle sue attività dinamico relazionali – e del danno cd. esistenziale, appartenendo tali “categorie” o “voci” di danno alla stessa area protetta dalla norma costituzionale (l’art. 32 Cost.), mentre una differente ed autonoma valutazione andrà compiuta con riferimento alla sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza della lesione del suo diritto alla salute (come oggi normativamente confermato dalla nuova formulazione dell’art. 138 del C.d.A., lett. e).

7) In assenza di lesione della salute, ogni vulnus arrecato ad un altro valore/interesse costituzionalmente tutelato andrà specularmente valutato e accertato, all’esito di compiuta istruttoria, e in assenza di qualsiasi automatismo (volta che, nelle singole fattispecie concrete, non è impredicabile, pur se non frequente, l’ipotesi dell’accertamento della sola sofferenza morale o della sola modificazione in pejus degli aspetti dinamico-relazionali della vita), il medesimo, duplice aspetto, tanto della sofferenza morale, quanto della privazione/diminuzione/modificazione delle attività dinamico-relazioni precedentemente esplicate dal soggetto danneggiato (in tal senso, già Cass. ss.uu. 6572/2006).

8) La liquidazione finalisticamente unitaria di tale danno (non diversamente da quella prevista per il danno patrimoniale) avrà pertanto il significato di attribuire al soggetto una somma di danaro che tenga conto del pregiudizio complessivamente subito tanto sotto l’aspetto della sofferenza interiore (cui potrebbe assimilarsi, in una suggestiva simmetria legislativa, il danno emergente in guisa di vulnus “interno” arrecato al patrimonio del creditore), quanto sotto quello dell’alterazione/modificazione peggiorativa della vita di relazione in ogni sua forma e considerata in ogni suo aspetto, senza ulteriori frammentazioni nominalistiche (danno idealmente omogeneo al cd. “lucro cessante” quale proiezione “esterna” del patrimonio del soggetto).

La corte di merito, nell’impugnata sentenza, ha disatteso i suindicati principi laddove, dopo aver correttamente affermato l’esigenza di evitare duplicazioni risarcitorie per le medesime forme di danno, nel liquidare il danno morale non dà conto di aver effettivamente preso in considerazione l’incidenza della perdita del rapporto parentale sugli aspetti dinamico-relazionali della vita dei ricorrenti.

4.2. Con il secondo motivo, i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, la “violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e degli artt. 115 e 116 c.p.c. per violazione dei principi in tema di allegazione e valutazione della prova, nonchè per travisamento delle risultanze e dei documenti processuali. L’omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio che sono stati oggetto di discussione tra le parti. La nullità dell’impugnato provvedimento di revoca per difetto assoluto di motivazione”.

La sentenza si porrebbe in contrasto con il principio secondo cui la prova del danno patrimoniale da lucro cessante subito dai figli, anche maggiorenni, della vittima per effetto del venir meno delle provvidenze aggiuntive che il genitore avrebbe presumibilmente destinato loro, può essere raggiunta in via presuntiva, quando, sulla base di dati ricavabili dal notorio e dalla comune esperienza, messi in relazione con le circostanze del caso concreto, risulti che il defunto avrebbe effettivamente destinato una parte del proprio reddito alle necessità del figlio.

La Corte di Appello, infatti, avrebbe illegittimamente escluso il risarcimento senza valutare le circostanze del caso concreto.

Inoltre la Corte non avrebbe valutato le prove acquisite nel giudizio, dalle quali emergerebbe la prova dell’importante capienza reddituale dei coniugi R., della esiguità dei redditi familiari di ciascuno dei figli e degli impegni economici assunti da questi ultimi confidando nell’aiuto dei genitori, nonchè delle condizioni personali di salute di questi. Sarebbero stati altresì allegati fatti da cui inequivocabilmente ritenere che i genitori, come in passato avevano già fornito un contributo patrimoniale al momento dell’acquisto delle case di abitazione dei figli, avrebbero, in forza della propria capienza reddituale, continuato a sostenerli economicamente.

Il motivo è inammissibile per difetto di autosufficienza, non avendo i ricorrenti assolto l’onere di trascrivere, sia pur in parte qua, il contenuto dei documenti asseritamente trascurati dal giudice del merito.

5. In conclusione, la Corte accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara inammissibile il secondo, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa ad altra Sezione della Corte di Appello di Roma che, nell’attenersi ai suindicati principi di diritto, provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

la Corte accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara inammissibile il secondo, cassa la sentenza impugnata in relazione e rinvia la causa ad altra Sezione della Corte di Appello di Roma che provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte suprema di Cassazione, il 14 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 aprile 2018

Danno esistenziale: va sempre allegato e provato e può essere liquidato solo in presenza di una radicale alterazione delle proprie abitudini di vita (Cass. Civ. 2056/18)

Cass. civ. Sez. III, Ord., (ud. 05-04-2017) 29-01-2018, n. 2056

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Il c.d. danno esistenziale consiste non già nel mero “sconvolgimento dell’agenda” o nella mera perdita delle abitudini e dei riti propri della quotidianità della vita, e in particolare da meri disagi, fastidi, disappunti, ansie, stress o violazioni del diritto alla tranquillità, bensì nel radicale cambiamento di vita, nell’alterazione/cambiamento della personalità del soggetto, nello sconvolgimento dell’esistenza. Esso va dal danneggiato allegato e provato, secondo la regola generale ex art. 2697 c.c. e l’allegazione a tal fine necessaria deve concernere fatti precisi e specifici del caso concreto, essere cioè circostanziata non potendo invero risolversi in mere enunciazioni di carattere del tutto generico e astratto, eventuale ed ipotetico.

L’ORDINANZA

(omissis)

Motivi della decisione

Con il 1 motivo la ricorrente in via principale denunzia “violazione e/o falsa applicazione” della L. n. 833 del 1978, art. 48, D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 8 degli Accordi Collettivi approvati con D.P.R. n. 884 del 1984, D.P.R. n. 289 del 1987, D.P.R. n. 314 del 1990, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonchè “omesso esame” di fatto decisivo per il giudizio, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito abbia ritenuto provato che controparte avrebbe in breve tempo raggiunto un elevato numero di assistiti, laddove “la scelta del medico di base è una scelta del tutto discrezionale e libera da parte del cittadino, e quindi nessun medico ha diritto a un numero minimo di pazienti se non conquista la fiducia e la stima della popolazione con il proprio lavoro quotidiano”.

Con il 2 motivo denunzia “violazione e/o falsa applicazione” dell’art. 2043 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonchè “omesso esame” di fatti decisivi per il giudizio, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito abbia erroneamente ritenuto la sua colpa, laddove “nel caso di specie non sussiste alcuna colpa o negligenza in capo ai funzionari della pregressa Usl n. 17 di Sassuolo”, in quanto, “come già si è rilevato in primo grado, la Delib. Giunta regionale… di recepimento dell’accordo collettivo nazionale per la disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale non era di facile interpretazione, se è vero, come è vero, che l’opzione ermeneutica scelta dal Comitato di Gestione della Usl di Sassuolo venne condivisa sia dalla Commissione Consultiva di cui al D.P.R. n. 882 del 1984, art. 8 (si veda il doc. 3 del fascicolo di primo grado), sia dal Comitato Regionale di Controllo… (doc. 1 fascicolo di primo grado ultima pagina)”.

Con il 3 motivo denunzia “violazione e/o falsa applicazione” dell’art. 1227 c.c.; nonchè “omesso esame” di fatti decisivi per il giudizio, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito abbia escluso il concorso di colpa di controparte per la “scelta volontaria e colposa di un mezzo di tutela lento e inappropriato (il ricorso straordinario al Presidente della Repubblica invece del ricorso al T.A.R., e per di più senza promuovimento dell’istanza di sospensione del provvedimento impugnato)”.

Con il 1 motivo il ricorrente in via incidentale denunzia “violazione e/o falsa applicazione” dell’art. 2059 c.c.; nonchè “omesso esame” di fatti decisivi per il giudizio, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito non abbia ritenuto il danno non patrimoniale in re ipsa, nonchè erroneamente valutato le emergenze probatorie dalle quali risultava che aveva subito stress, stato depressivo, trauma psicologico, “era sempre turbato, depresso e soprattutto dormiva malissimo”.

Con il 2 motivo denunzia “motivazione inesistente e/o omesso esame” di fatti decisivi per il giudizio, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito abbia non correttamente valutato le emergenze processuali, e in particolare il dato del minor numero di assistiti.

I motivi dei ricorsi, che possono congiuntamente esaminarsi in quanto connessi, sono in parte inammissibili e in parte infondati.

Essi risultano anzitutto formulati in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, atteso che i ricorrenti pongono a rispettivo fondamento atti e documenti del giudizio di merito (es., la “testimonianza dei dottori C., V. e L…. riportata nel verbale di udienza 27 settembre 2001 qui riprodotto come doc. 6”, la “perizia di parte depositata ex adverso e posta a base della pronuncia di condanna oggi impugnata”, i “chiarimenti” richiesti “nella seduta del 20 luglio 1987”, il “parere favorevole”, la ricorrente in via principale; l'”atto introduttivo del giudizio”, le “risultanze istruttorie”, i “documenti allegati da parte attrice (articoli di stampa… doc. 10, fascicolo di parte di I grado; doc. 12 fascicolo di parte documentazione prodotta all’udienza del 10/10/2000 nel giudizio di 1^ grado; docc. 2 e 3 fascicolo di parte di 2^ grado”, i “certificati medici attestanti le conseguenze psicofisiche che i fatti oggetto di giudizio hanno avuto sul Dottor G. – doc. 8 fascicolo di parte di 1 grado; doc. 11, fascicolo di parte di parte documentazione prodotta all’udienza del 10/10/2000 nel giudizio di 1 grado)”, le “risultanze testimoniali (testi B., F. e K., assunte all’udienza del 27/09/2001 nel procedimento di primo grado, allegato numero 8 al presente atto)”, i ricorrenti in via incidentale) limitandosi meramente a richiamarli, senza invero debitamente – per la parte d’interesse in questa sede – riprodurli nel ricorso (cfr., da ultimo, Cass., Sez. Un., 19/4/2016, n. 7701).

A tale stregua non deducono le rispettivamente formulate censure in modo da renderle chiare ed intellegibili in base alla lettura dei rispettivi ricorsi, non ponendo questa Corte nella condizione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il relativo fondamento (v. Cass., 18/4/2006, n. 8932; Cass., 20/1/2006, n. 1108; Cass., 8/11/2005, n. 21659; Cass., 2/81/2005, n. 16132; Cass., 25/2/2004, n. 3803; Cass., 28/10/2002, n. 15177; Cass., 12/5/1998 n. 4777) sulla base delle deduzioni contenute nei medesimi (v. Cass., 24/3/2003, n. 3158; Cass., 25/8/2003, n. 12444; Cass., 1/2/1995, n. 1161).

Non sono infatti sufficienti affermazioni – come nel caso – apodittiche, non seguite da alcuna dimostrazione (v. Cass., 21/8/1997, n. 7851).

Va ulteriormente posto in rilievo, quanto al ricorso principale, che la ricorrente si limita invero a meramente riproporre le doglianze già sottoposte all’attenzione del giudice del gravame e dal medesimo disattese; con riferimento al ricorso in via incidentale, che i ricorrenti inammissibilmente si dolgono dell’asseritamente erronea valutazione delle emergenze probatorie, laddove solamente al giudice di merito spetta individuare le fonti del proprio convincimento e a tale fine valutare le prove, controllarne la attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova.

Va altresì sottolineato come, diversamente da quanto sostenuto dagli odierni ricorrenti in via incidentale, anche in caso di lesione di valori della persona il danno non può considerarsi in re ipsa, risultando altrimenti snaturata la funzione del risarcimento, che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno bensì quale pena privata per un comportamento lesivo (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, nn. 26972, 26973, 26974, 26975), ma va provato dal danneggiato secondo la regola generale ex art. 2697 c.c. A tale stregua, (pure) il danno non patrimoniale deve essere allora sempre allegato e provato, in quanto l’onere della prova non dipende dalla relativa qualificazione in termini di “danno-conseguenza”, ma tutti i danni extracontrattuali sono da provarsi da chi ne pretende il risarcimento, e pertanto anche il danno non patrimoniale, nei suoi vari aspetti, la prova potendo essere d’altro canto data con ogni mezzo, anche per presunzioni (v. Cass., 3/10/2013, n. 22585; Cass., 20/11/2012, n. 20292; Cass., 16/2/2012, n. 2228. V. altresì, successivamente alle pronunzie delle Sezioni Unite del 2008, Cass., 23/1/2014, n. 1361; Cass., 6/4/2011, n. 7844; Cass., 5/10/2009, n. 21223; Cass., 22/7/2009, n. 17101; Cass., 1/7/2009, n. 1540).

Con particolare riferimento al c.d. danno esistenziale, atteso che giusta principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità esso consiste non già nel mero “sconvolgimento dell’agenda” o nella mera perdita delle abitudini e dei riti propri della quotidianità della vita, e in particolare da meri disagi, fastidi, disappunti, ansie, stress o violazioni del diritto alla tranquillità (v. Cass., 3/10/2016, n. 19641; Cass., 20/8/2015, n. 16992; 23/1/2014, n. 1361. E già Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26973; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26974), bensì nel radicale cambiamento di vita, nell’alterazione/cambiamento della personalità del soggetto, nello sconvolgimento dell’esistenza in cui di detto aspetto (o voce) del danno non patrimoniale si coglie il significato pregnante (cfr. Cass., 16/11/2017, n. 27229; Cass., 11/4/2017, n. 9250; Cass., 19/10/2016, n. 21059; Cass., 20/8/2015, n. 16992; Cass., 30/6/2011, n. 14402), si è da questa Corte più volte avuto modo di affermare che esso va dal danneggiato allegato e provato, secondo la regola generale ex art. 2697 c.c. (v. Cass., 16/2/2012, n. 2228; Cass., 13/5/2011, n. 10527), e l’allegazione a tal fine necessaria deve concernere fatti precisi e specifici del caso concreto, essere cioè circostanziata, e non già purchessia formulata, non potendo invero risolversi in mere enunciazioni di carattere del tutto generico e astratto, eventuale ed ipotetico (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., 25 settembre 2012, n. 16255; Cass., 20/8/2015, n. 16992).

Orbene, nella specie lo sconvolgimento dell’esistenza non risulta dai ricorrenti in via incidentale nemmeno allegato.

Nel motivo di ricorso essi sintomaticamente si dolgono del non essere stato dalla corte di merito considerato e liquidato il danno consistito nello stress, nello stato depressivo, nel trauma psicologico asseritamente subito dal G.; nell’essere il medesimo rimasto “sempre turbato, depresso” e nella circostanza che “soprattutto dormiva malissimo”.

Orbene, si evince con tutta evidenza come a tale stregua non risulta dai medesimi in realtà allegato un danno da sconvolgimento della vita nell’accezione accolta da questa Corte, bensì al più integrante la diversa voce del c.d. danno biologico, che pure compendia la categoria generale del danno non patrimoniale.

Emerge evidente, a tale stregua, come lungi dal denunziare vizi della sentenza gravata rilevanti sotto i ricordati profili, le deduzioni dei ricorrenti sia in via principale che incidentale -, oltre a risultare formulate secondo un modello difforme da quello delineato all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in realtà si risolvono nella mera doglianza circa la dedotta erronea attribuzione da parte del giudice del merito agli elementi valutati di un valore ed un significato difformi dalle loro rispettive aspettative (v. Cass., 20/10/2005, n. 20322), e nell’inammissibile pretesa di una lettura dell’asserto probatorio diversa da quella nel caso operata dai giudici di merito (cfr. Cass., 18/4/2006, n. 8932).

Per tale via in realtà sollecitano, cercando di superare i limiti istituzionali del giudizio di legittimità, un nuovo giudizio di merito, in contrasto con il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi alla attenzione dei giudici della Corte Suprema di Cassazione elementi di fatto già considerati dai giudici di merito, al fine di pervenire ad un diverso apprezzamento dei medesimi (cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443).

All’inammissibilità ed infondatezza dei rispettivi motivi consegue il rigetto di entrambi i ricorsi.

Stante la reciproca soccombenza va disposta la compensazione tra le parti delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta i ricorsi. Compensa tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, come modif. dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti, principale ed incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto -rispettivamente – per il ricorso principale ed incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 5 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 29 gennaio 2018

Padre assente? Risarcimento al figlio di 100mila euro per danno da deprivazione della figura paterna

Tribunale di Milano, Sez. X, Sentenza del 13-03-2017, n. 2938/2017

IL CASO

Una signora, in proprio e quale amministratrice di sostegno del figlio B.B., conveniva in giudizio innanzi il Tribunale di Milano il signor Gi.Fr. per ottenere, previo accertamento dell’inadempimento del convenuto agli obblighi di mantenimento del figlio naturale legalmente riconosciuto, la condanna del suddetto al rimborso delle spese sostenute dalla nascita del ragazzo al settembre 2012, nonché al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale patiti dal ragazzo a causa della totale assenza della figura paterna. Il Sig. Gi.Fr., infatti, aveva da sempre rifiutato rapporti col figlio non solo omettendo completamente di contribuire al suo mantenimento, ma soprattutto rifiutando di vederlo se non in due sole occasioni all’età di sei e dodici anni e di prendersi cura dello stesso.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

“Quanto infine alla domanda di risarcimento dei danni non patrimoniali per la privazione del rapporto genitoriale avanzata dalla madre di Davide, quale amministratrice di sostegno del figlio, occorre rilevare quanto segue. Costituisce premessa indispensabile l’ammissione della imprescindibile presenza di entrambe le figure parentali ai fini di una corretta, sana ed equilibrata maturazione del bambino soprattutto nelle prime fasi dello sviluppo umano. Nel caso di specie è risultato che il convenuto, pur avendo provveduto a riconoscere il figlio naturale, lo ha da sempre rifiutato non solo omettendo completamente di contribuire al suo mantenimento […] ma soprattutto rifiutando […] di prendersi cura dello stesso, anche solo supportando la madre sulla quale è gravato in modo assorbente ed esclusivo il compito di educare, curare ed assistere il figlio gravemente disabile, senza con ciò voler riconoscere un obbligo giuridicamente coercibile del padre ad amare un figlio. […] Consegue pertanto che può ritenersi sussistente il danno lamentato da deprivazione della figura parentale paterna. La condotta paterna, caratterizzata dal rifiuto di ogni approccio e contatto con il figlio […] configura un illecito e rappresenta certamente una perdita per il figlio che ha segnato la sua vita incidendo significativamente sulla sua delicata identità personale e che non può essere certamente compensata dalla presenza dell’altro genitore o dei parenti prossimi e nemmeno compensata dal sostegno economico.”

LA SENTENZA INTEGRALE

 REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI MILANO

DECIMA DECIMA

Il Tribunale, nella persona del giudice unico Dott. Adriana Cassano Cicuto ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. 29814/2015 R.G. promossa da:

A.A. assistito e difeso dall’avv. D’E.DA. e dall’avv. elettivamente domiciliato in Indirizzo Telematico presso avv. D’E.DA.

ATTRICE

contro:

GI.FR.

CONVENUTO CONTUMACE

Oggetto: Responsabilità ex artt. 2049 – 2051 – 2052 c.c.

Svolgimento del processo

Con atto di citazione ritualmente notificato la signora A.A. , in proprio e quale amministratrice di sostegno del figlio B.B., conveniva in giudizio innanzi il Tribunale di Milano il signor Gi.Fr. per ottenere, previo accertamento dell’inadempimento del convenuto agli obblighi di mantenimento del figlio naturale legalmente riconosciuto, la condanna del suddetto al rimborso delle spese sostenute dalla nascita del ragazzo al settembre 2012, nonché al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale patiti dal ragazzo a causa della totale assenza della figura paterna.

Fissata udienza di prima comparizione nessuno si costituiva per il convenuto che veniva dichiarato contumace.

Concessi i termini di cui all’art. 183 comma sesto e sentita liberamente l’attrice dal Giudice, la causa veniva istruita con l’ammissione di ctu medico – legale sulla persona del signor Da.Gi. all’esito della quale il Giudice, ritenuta la causa matura per la decisione, fissava udienza per la precisazione delle conclusioni all’1 febbraio 2017 ove tratteneva in decisione assegnando a parte attrice termine di legge per il deposito di conclusionale.

Motivi della decisione

Le domande attrici vanno accolte nei limiti di seguito indicati.

Va in primo luogo esaminata la domanda di ristoro del pregiudizio patrimoniale derivante dal mancato mantenimento del figlio Davide ad opera del convenuto dalla nascita del suddetto (20.2.1982) al settembre 2012 (data del primo versamento da parte del datore di lavoro del convenuto – Teatro alla Scala – della somma di Euro 250,00 in ottemperanza alla sentenza di condanna del Tribunale di Busto Arsizio).

A tale proposito si rileva che l’obbligazione di mantenimento dei figli naturali – del tutto parificati a quelli legittimi – in quanto collegata allo status genitoriale, sorge con la nascita per il solo fatto di averli generati e persiste sino al conseguimento della loro indipendenza economica, con la conseguenza che nell’ipotesi in cui al momento della nascita, il figlio sia stato riconosciuto da uno solo dei genitori che abbia assunto l’onere esclusivo del mantenimento anche per la parte dell’altro genitore, egli ha diritto di regresso nei confronti dell’altro per la corrispondente quota, sulla base delle regole dettate dagli artt. 148 e 261 c.c. da interpretarsi alla luce del regime delle obbligazioni solidali ex art. 1299 c.c.

Va altresì considerato che il rimborso delle spese sostenute dal genitore che ha provveduto al mantenimento del figlio fin dalla nascita, anche se trova la sua fonte nell’obbligazione legale di mantenimento imputabile anche all’altro genitore, ha natura latu sensu indennitaria in quanto diretta ad indennizzare il genitore che ha riconosciuto il figlio per gli esborsi sostenuti da solo per il suo mantenimento (Cass. 22.7.14 n. 16657).

Ciò premesso si rileva che l’attrice ha provato integralmente di aver provveduto in via esclusiva al mantenimento del figlio dal momento della sua nascita senza alcun sostegno da parte del padre maturale dello stesso che ha permanentemente inadempiuto agli obblighi connessi al proprio status di genitore naturale. L’attrice ha richiesto a tale titolo la corresponsione di una somma pari a circa Euro 90.000,00 (pari alla somma di Euro 250,00 moltiplicata per 367 mesi, desumendo quale criterio di determinazione l’importo stabilito con la sentenza di condanna del Gi. al pagamento di Euro 250,00 mensili a far tempo dal settembre 2012). Ritiene il Tribunale che il calcolo così effettuato non sia corretto, dovendosi infatti considerare, posto che l’attrice chiede il rimborso della somma dalla nascita di Davide avvenuta nel 1982, da un lato che verosimilmente i bisogni del figlio sono andati via via crescendo nel tempo in relazione all’età ed alle esigenze mutevoli per poi cristallizzarsi nella somma di Euro 250,00 nel 2012 e dall’altro il variabile potere d’acquisto della moneta, soprattutto con l’avvento dell’Euro. Alla luce di tali considerazioni ed accedendo ad una valutazione necessariamente equitativa posto che l’equità costituisce criterio di valutazione del pregiudizio non solo in caso di responsabilità extracontrattuale, ma anche con riguardo ad indennizzi o indennità previste dalla legge (Cass.11351/2004), stimasi equo determinare a ristoro del predetto pregiudizio l’importo di Euro 60.000,00.

Sotto il profilo patrimoniale la signora Al. chiede altresì il rimborso delle spese mediche sostenute per la cura di Davide e la partecipazione del convenuto a quelle future non coperte dal Servizio Sanitario Nazionale.

Quanto alla prima voce si rileva che l’attrice ha dato spontaneamente atto della difficoltà di documentare completamente gli esborsi sostenuti a tale titolo in relazione al lungo periodo temporale intercorso; cionondimeno tali esborsi, inerenti per lo più a spese dentistiche, operazioni effettuate sul bimbo in tenera età presso l’Ospedale Ga. di Genova, spese di alimentazione speciali, trasferte all’estero per effettuare sedute speciali di fisioterapia, appaiono verosimilmente sostenuti tenuto conto delle gravi patologie di cui soffre B.B. e della documentazione presente in atti. Nella determinazione di tale pregiudizio dovrà farsi necessariamente ricorso al criterio equitativo stante l’impossibilità di provare il danno nel suo preciso ammontare (art. 1226 c.c.), danno che può pertanto essere quantificato in complessivi Euro 25.000,00 oltre interessi legali dalla sentenza al saldo. Quanto alla spese mediche future occorre fare riferimento alla esperita ctu medico – legale collegiale, le cui conclusioni vanno integralmente condivise per congruità e logicità di ragionamento, che ha accertato la necessità del giovane di essere sottoposto a trattamenti nEuro-riabilitativi, di cui i periti hanno descritto la tipologia, sotto stretta osservazione del fisiatra.

Il Collegio peritale ha tuttavia concluso per la possibilità di effettuazione di tali sedute riabilitative attraverso il Servizio Sanitario Nazionale presso idonee strutture milanesi, mentre è rimasta priva di alcun riscontro probatorio l’allegazione di parte attrice circa la limitazione del servizio ad un numero ridotto di sedute (10), ragione per la quale la suddetta pretesa risarcitoria non può essere accolta.

Quanto infine alla domanda di risarcimento dei danni non patrimoniali per la privazione del rapporto genitoriale avanzata dalla madre di Davide, quale amministratrice di sostegno del figlio, occorre rilevare quanto segue. Costituisce premessa indispensabile l’ammissione della imprescindibile presenza di entrambe le figure parentali ai fini di una corretta, sana ed equilibrata maturazione del bambino soprattutto nelle prime fasi dello sviluppo umano. Nel caso di specie è risultato che il convenuto, pur avendo provveduto a riconoscere il figlio naturale, lo ha da sempre rifiutato non solo omettendo completamente di contribuire al suo mantenimento (aspetto che è già stato valutato da questo Tribunale in precedenza), ma soprattutto rifiutando di vederlo se non in due sole occasioni all’età di sei e dodici anni e di prendersi cura dello stesso, anche solo supportando la madre sulla quale è gravato in modo assorbente ed esclusivo il compito di educare, curare ed assistere il figlio gravemente disabile, senza con ciò voler riconoscere un obbligo giuridicamente coercibile del padre ad amare un figlio.

La violazione degli obblighi di assistenza morale, di educazione e di cura dei figli, ancor più significativa e pregnante nel caso in esame alla luce delle gravi disabilità di cui è affetto il giovane, rappresenta un illecito civile certamente riconducibile nelle previsioni dell’art. 2043 c.c.

A tale proposito deve considerarsi, a prescindere dalla astratta riconducibilità della condotta del convenuto al reato di cui all’art. 570 comma primo c.p., che il comportamento paterno ha certamente esposto Da.Gi. ad una situazione di (…) che indubbiamente ha influito negativamente sul suo sviluppo psichico già duramente messo alla prova dall’infermità somatosensoriale connatale, così come accertato dal Collegio peritale.

Non vi è dubbio che il ragazzo abbia patito e patisca la sofferenza legata al suo rifiuto da parte della figura paterna.

Come ha infatti accertato il collegio peritale, malgrado le forti limitazioni nella comunicazione verbale del ragazzo, affetto da una grave forma di paralisi cerebrale con tetraparesi spastica, sordità bilaterale e disfunzione cardiaca, egli ha una sensibilità emotiva particolarmente sviluppata che gli ha fatto percepire la totale assenza del padre in modo ancor più acuto e pregante rispetto a soggetti privi delle descritte disabilità.

Consegue pertanto che può ritenersi sussistente il danno lamentato da deprivazione della figura parentale paterna.

La condotta paterna, caratterizzata dal rifiuto di ogni approccio e contatto con il figlio disabile e particolarmente odioso in quanto motivato proprio dalla sua disabilità, così come già accertato dal Tribunale di Lodi, configura un illecito e rappresenta certamente una perdita per il figlio che ha segnato la sua vita incidendo significativamente sulla sua delicata identità personale e che non può essere certamente compensata dalla presenza dell’altro genitore o dei parenti prossimi e nemmeno compensata dal sostegno economico.

Essendo la famiglia l’ambiente primario in cui i singoli si costruiscono come adulti e come persone, la descritta situazione soggettiva ha senza dubbio un rango primario e come tale suscettibile di ristoro anche non patrimoniale in caso di lesione, interessando situazioni di rilievo costituzionale.

Ne consegue pertanto che all’attrice, quale amministratrice di sostegno del figlio, va riconosciuto senza dubbio il risarcimento del danno patito da quest’ultimo in conseguenza dell’assenza del genitore.

Quanto alla liquidazione di tale pregiudizio occorre rilevare come la stessa sfugga a precise quantificazioni monetarie e pertanto debba essere necessariamente liquidata in via equitativa ex art. 1226 c.c. facendo riferimento, secondo l’orientamento assolutamente condivisibile (Corte App. Brescia 1.3.12), alle Tabelle di liquidazione del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale redatte dall’Osservatorio di Milano per la liquidazione del danno in sede civile.

Appare evidente come nel caso di specie non possa farsi riferimento alla forbice di liquidazione massima pari a circa Euro 330.000,00, importo calcolato sull’ipotesi di decesso della figura genitoriale e della conseguente perdita definitiva della figura, ne consegue pertanto che l’importo deve essere adeguatamente rideterminato nella somma di Euro 100.000,00.

In conclusione il convenuto va condannato a corrispondere all’attrice, in proprio e quale amministratrice di sostegno del figlio B.B., la somma suddetta oltre interessi legali dalla sentenza al saldo.

Le spese di lite e di ctu seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo in favore dell’Erario stante l’ammissione dell’attrice al gratuito patrocinio dello Stato.

P.Q.M.

il Tribunale, definitivamente pronunziando, ogni diversa istanza, difesa, eccezione, deduzione disattesa:

Accerta l’inadempimento di Gi.Fr. agli obblighi di mantenimento del figlio naturale riconosciuto B.B. e lo condanna a corrispondere ad

A.A. , in proprio, la somma di Euro 85.000,00 oltre accessori come da motivazione;

Condanna il convenuto Gi.Fr. a corrispondere ad A. A. , quale amministratrice di sostegno del figlio Da.Gi., la somma di Euro 100.000,00 oltre accessori;

Rigetta ogni altra domanda;

Pone definitivamente a carico del convenuto le spese di ctu come liquidate in corso di causa;

Condanna il convenuto a rifondere le spese di lite liquidate in favore dell’Erario in complessivi Euro 6.205,80 oltre accessori di legge, Iva e Cpa.

Così deciso in Milano, il 13 marzo 2017.

Depositata in Cancelleria il 13 marzo 2017.

 

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Immissioni illecite: il danno non patrimoniale può essere provato anche per presunzioni

Cassazione civile sez. II, sentenza 28 agosto 2017, n. 20445

Il danno non patrimoniale conseguente a immissioni illecite è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di un danno biologico documentato, quando sia riferibile alla lesione del diritto al normale svolgimento della vita personale e familiare all’interno di un’abitazione e comunque del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita, trattandosi di diritti costituzionalmente garantitin. 20445

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

Il danno non patrimoniale conseguente a immissioni illecite è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di un danno biologico documentato, quando sia riferibile alla lesione del diritto al normale svolgimento della vita personale e familiare all’interno di un’abitazione e comunque del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita, trattandosi di diritti costituzionalmente garantiti, la cui tutela è ulteriormente rafforzata dall’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, norma alla quale il giudice interno è tenuto ad uniformarsi (vedi Cass. 16/10/2015, n. 20927); ne consegue che la prova del pregiudizio subito può essere fornita anche mediante presunzioni o sulla base delle nozioni di comune esperienza”.

LA SENTENZA

(Omissis)

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Rilevato che:

L.E., riassunto il giudizio dopo dichiarazione di incompetenza del giudice di pace di Roma, ha convenuto innanzi al tribunale di Roma G.N., T.S. e T.V., proprietario il primo e conduttori in locazione gli altri di un locale in (OMISSIS), ad uso falegnameria, sottostante l’appartamento di proprietà dell’attrice; espletata c.t.u., il tribunale ha con sentenza depositata il 25/05/2006 dichiarato cessata la materia del contendere in ordine a domanda di inibitoria di immissioni di polveri, vapori e rumori – essendo state nelle more adottate misure di contenimento in base a ordinanze cautelari – condannando i soli conduttori al risarcimento dei danni per Euro 10.000 oltre accessori;

la corte d’appello di Roma, in accoglimento dell’appello proposto dai signori T. nel contraddittorio della sola signora L., ha riformato con sentenza depositata il 13/03/2013 la decisione del tribunale, rigettando la domanda risarcitoria, affermando che il danno da immissioni sarebbe risarcibile solo ove ne sia derivata comprovata lesione della salute, non essendo risarcibile la minore godibilità della vita, nonchè – quanto al profilo probatorio – espressamente “dissente(ndo) dall’indirizzo giurisprudenziale recepito dal primo giudice, secondo cui quando venga accertata la non tollerabilità delle immissioni la prova del danno deve considerarsi in re ipsa” e rilevando che l’attrice avrebbe dovuto produrre “idonea documentazione sanitaria… e… chiedere l’espletamento di una c.t.u. medico-legale”;

avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione L.E., affidandolo a un motivo, cui hanno resistito S. e T.V. con controricorso illustrato da memoria;

Ritenuto che:

sia manifestamente fondato l’unico motivo di ricorso, con cui la signora L. ha lamentato violazione di legge in relazione agli artt. 2 e 32 Cost. e artt. 844, 2043 e 2067 cod. civ., deducendo che la corte d’appello si sarebbe posta in contrasto con l’indirizzo giurisprudenziale secondo il quale la prova della lesione di un diritto costituzionalmente garantito è anche prova del danno, da ritenersi in re ipsa, o almeno tale prova – in mancanza di accertamento medico-legale – possa essere agevolata mediante presunzioni, che – secondo la signora L. – avrebbero nel caso di specie potuto fondarsi sulla situazione lavorativa documentata della stessa, impegnata in lavoro con turni notturni;

al di là di remoti precedenti citati dalla corte d’appello e rimontanti a epoca in cui nè la materia del danno alla salute nè quella dei rimedi in tema di immissioni avevano conosciuto l’attuale sistemazione sorretta dalla giurisprudenza costituzionale e di legittimità, vada data continuità al principio da reputarsi oramai sufficientemente consolidato nella giurisprudenza di questa corte (Cass. Sez. U. 01/02/2017, n. 2611, in relazione alla trattazione anche di una questione di giurisdizione; ma v. anche ad es. Cass. 19/12/2014, n. 26899 e 16/10/2015, n. 20927), secondo il quale il danno non patrimoniale conseguente a immissioni illecite è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di un danno biologico documentato, quando sia riferibile alla lesione del diritto al normale svolgimento della vita personale e familiare all’interno di un’abitazione e comunque del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita, trattandosi di diritti costituzionalmente garantiti, la cui tutela è ulteriormente rafforzata dall’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, norma alla quale il giudice interno è tenuto ad uniformarsi (vedi Cass. 16/10/2015, n. 20927);

ne consegue che la prova del pregiudizio subito può essere fornita anche mediante presunzioni o sulla base delle nozioni di comune esperienza;

vada dunque cassata l’impugnata sentenza; peraltro, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto per essere il thema decidendum limitato al profilo giuridico del criterio probatorio, adottato dal giudice di primo grado e negato dalla corte d’appello, possa questa corte esimersi dal rinvio e pronunciare nel merito ex art. 384 cod. proc. civ., rigettando l’appello dei signori T. (infondato dunque nei suoi tre motivi: il primo già disatteso sull’inesistenza delle immissioni, e non attinto dal ricorso in cassazione; il secondo sulla valutazione delle immissioni e del danno, e oggetto dunque delle statuizioni di cui innanzi; il terzo in materia di sospensiva, e quindi superato) e accogliendo la domanda della signora L. in coerenza – anche quanto alle spese – con la sentenza emessa dal tribunale;

vadano compensate, stante il consolidarsi in epoca recente dell’indirizzo giurisprudenziale adottato, le spese processuali del grado di appello e del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La corte accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza e, pronunciando nel merito, in accoglimento della domanda attrice, condanna T.S. e T.V. al risarcimento del danno a favore di L.E., che liquida in Euro 10.000 oltre interessi nella misura legale dalla domanda, nonchè alla rifusione a favore della medesima delle spese processuali del primo grado, che liquida in Euro 2.300, di cui Euro 300 per esborsi e 690 per diritti, oltre accessori di legge; compensa le spese per il grado d’appello e il giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della seconda sezione civile, il 12 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 28 agosto 2017

Danno morale e micropermanenti: è errato ravvisare nel d. m. un ristoro per la sofferenza fisica in senso stretto (G.d.P. di Padova, sent. 1216/16)

Giudice di Pace di Padova, Dott.ssa Nazzarena Zanini, sentenza n. 1216/2016

La Dott.ssa Nazzarena Zanini, spiega in modo chiaro, esaustivo ed autorevole, come NON sia corretto ravvisare nel danno morale un ristoro per la sofferenza fisica in senso stretto. Sembra una considerazione di poco momento ma in realtà così non è. Basti sol considerare l’attenzione che noi avvocati “attivisti” riponiamo nel contenuto del quesito medico legale che dovrà guidare il CTU nell’espletamento dell’incarico affidatogli dal Giudice, invocando a gran voce, se del caso, l’inserimento del grado di sofferenza (lieve, medio o grave) al fine di “spuntare”, poi, in sentenza il danno morale. D’altro canto moltissimi giudici, sia onorari che togati, sin troppo semplicisticamente, non riconoscono de plano il danno morale proprio sull’errato presupposto che “il grado di sofferenza fisica è stato dal ctu ritenuto lieve” quando, a ben vedere, il Legislatore (art. 139 c. 2 CdA) prevede che, la sofferenza fisica venga liquidata esclusivamente laddove si manifesti come suscettiva di interferire in modo negativo sulle attività quotidiane o sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato. E qui sta l’errore di fondo: ai fini della valutazione del danno morale si tende, infatti, a sovrapporre la sofferenza fisica con lo stato emozionale dell’individuo.

Invero, sottolinea il Giudice, il danno morale, in quanto offesa incidente sulla sfera solo emozionale dell’individuo, e il danno biologico, in quanto offesa incidente sulla sfera bio-psichica e quindi sempre clinicamente accertabile, descrivono due realtà NON sovrapponibili e quindi distinte, sebbene concettualmente si collochino inevitabilmente all’interno della stessa dimensione del danno non patrimoniale.

Ed allora merita davvero di essere attenzionato questo contributo offerto dalla Dr.ssa Zanini, già autrice di scritti in tema di danno non patrimoniale (cfr. pagg. 1445 e segg., in Trattato breve dei nuovi danni, diretto da P. Cendon, CEDAM) che chiarisce la natura del danno morale anche in tema di danni cc.dd. micropermamenti. Il danno morale, sottolinea, si configura quale “patema d’animo transeunte” (Cfr. cass. SSUU n. 26972 punto 3.4.1) che colpisce la persona offesa da un qualsivoglia reato (sia esso diffamazione, percosse o lesioni). Ai fini della sua valutazione, non ha rilievo diretto la dinamica del sinistro in senso stretto – immediatamente rilevante per valutare piuttosto la compatibilità delle lesioni lamentate – mentre è evidente che una condotta dolosa piuttosto che colposa dell’agente può creare una ripercussione emozionale, cioè un “dolore intimo” o danno morale, diverso, ossia maggiore nel caso di condotta dolosa.

Notasi che, nel caso di specie, il Giudice Patavino, in linea con la propria argomentazione giuridica, riconosce la debenza del danno morale pur in presenza della sola invalidità temporanea e, quindi, in totale assenza di invalidità permanente. Buona lettura. (Claudio Calvello)

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

REPUBBLICA ITALIANA

UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE DI PADOVA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice di Pace Nazzarena Zanini ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nella controversia iscritta al n. 7334/2015 e promossa con atto di citazione iscritto il 1.10.2015

da

M. con l’Avv. Claudio Calvello – attore-

contro

*** S.p.A. con l’Avv. ***                                                                                    – convenuta –

Oggetto: risarcimento sinistro stradale.

(Omissis)

Il danno morale richiesto, invece, posto che tale danno configura il “patema d’animo transeunte” (Cfr. cass. SSUU n. 26972 punto 3.4.1) che colpisce la persona offesa da un qualsivoglia reato (sia esso diffamazione, percosse o lesioni), potrà essere riconosciuto. La prova della sussistenza del medesimo sarà necessariamente di tipo presuntivo, essendo escluso che esistano strumenti probatori (vuoi anche solo la testimonianza) che possano raggiungere l’intimità della sfera emozionale di una persona. Del resto di ciò si dimostrano assolutamente consapevoli le Sezioni Unite che, con le sentenze cosiddette di  San Martino, hanno affermato:

Per quanto concerne i mezzi di prova, per il danno biologico la vigente normativa (artt. 138 e 139 d.lgs. n. 209/2005) richiede l’accertamento medico legale… Per gli altri pregiudizi non patrimoniali potrà farsi ricorso alla prova testimoniale, documentale e presuntiva. Attenendo il pregiudizio (non biologico) ad un bene immateriale, il ricorso alla prova presuntiva è destinato ad assumere particolare rilievo, e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di mezzo di prova di rango inferiore agli altri (v., tra le tante, sent. n. 9834/2002).

Il danneggiato dovrà tuttavia allegare tutti gli elementi che, nella concreta fattispecie, siano idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto (cass. SSUU n. 26972 dell’11 novembre 2008, punto 4.10 §4).

Nel caso che ci occupa, ai fini della valutazione del danno morale, ha rilevanza la prova dell’evento (comprovato in sé in questo caso anche perché non contestato e comunque riconosciuto dalla compagnia) ovviamente con tutte le modalità che lo hanno caratterizzato, ivi inclusi quindi l’elemento soggettivo (ossia la natura dolosa o colposa della condotta dell’agente, che nel caso di specie è pacificamente colposa) e l’entità del danno biologico arrecato (accertato secondo quanto già sopra esposto). Allo scopo, in particolare, non ha rilievo diretto la dinamica del sinistro in senso stretto – immediatamente rilevante per valutare piuttosto la compatibilità delle lesioni lamentate – mentre è evidente che una condotta dolosa piuttosto che colposa dell’agente può creare una ripercussione emozionale, cioè un “dolore intimo” o danno morale, diverso, ossia maggiore nel caso di condotta dolosa. Fra l’altro non si può nemmeno escludere che, ovviamente in casi limite, persino una condotta del tutto intenzionale con conseguenze lesive per la salute di un terzo, se palesemente finalizzata ad evitare un male maggiore, potrebbe addirittura non generare alcun “turbamento dell’animo”(ibidem, punto 2.10), o danno morale che dir si voglia, nel danneggiato. Quest’ultima sottolineatura conferma che di fatto non è corretto ravvisare nel danno morale un ristoro per la sofferenza fisica in senso stretto. La sofferenza fisica, intesa come percezione del dolore corporeo, non potrebbe materialmente essere risarcita in sé, perché la soglia del dolore è un elemento del tutto soggettivo, immotivatamente variabile da persona a persona, tale per cui la stessa lesione può procurare sul piano neurologico la perdita dei sensi a qualcuno e solo un piccolo fastidio ad un altro. Per tale ragione giustamente il legislatore dispone che la sofferenza fisica venga liquidata esclusivamente laddove si manifesti come suscettiva di interferire in modo negativo sulle attività quotidiane o sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato:

“Agli effetti di cui al comma 1 per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito” (art. 139 c. 2 CdA)

In sostanza il danno morale, in quanto offesa incidente sulla sfera solo emozionale dell’individuo, e il danno biologico, in quanto offesa incidente sulla sfera bio-psichica e quindi sempre clinicamente accertabile, descrivono due realtà non sovrapponibili e quindi distinte, sebbene concettualmente si collochino inevitabilmente all’interno della stessa dimensione del danno non patrimoniale.

A riprova della diversa natura delle due suddette tipologie di danno non patrimoniale si consideri che il danno morale ex art. 185 cp può essere riconosciuto anche come conseguenza di fattispecie criminose in cui non viene toccata la sfera della salute, come ad es esempio la diffamazione.

Deve riconoscersi, tuttavia, che le sentenze di San Martino (novembre 2008) – esplicitamente indirizzate a creare un definitivo riordino della categoria del danno non patrimoniale a fronte della recente proliferazione di sempre nuove elaborazioni giurisprudenziali sui danni – presentano una certa frammentazione dal punto di vista concettuale in argomento, circostanza che impone una lettura particolarmente attenta, pena incorrere in conclusioni addirittura contraddittorie: da una parte infatti viene lanciato forte il proclama che il danno non patrimoniale è una categoria unitaria (cfr. Cass. SSUU 26972/08 punto 2.10 §3, punto 3.13, punto 4.8), dall’altra si distingue con molta disinvoltura tra danno non patrimoniale biologico e danno non patrimoniale non biologico (ibidem, punto 2.10 §4, punto 3.4.§1) fino al punto di dichiarare il danno morale liquidabile anche in assenza di danno biologico per il caso di persona ferita e morta poco dopo:

Una sofferenza psichica siffata, di massima intensità anche se di durata contenuta, non essendo suscettibile, in ragione del limitato intervallo di tempo tra lesioni e morte, di degenerare in patologia e dare luogo a danno biologico, va risarcita come danno morale, nella sua nuova più ampia accezione (ibidem, 4.9. §5).

In realtà qualsiasi contraddizione è più apparente che reale. Di fatto si afferma sì che esiste un’unica categoria di danno non patrimoniale, ma essa è in pratica presentata come una medaglia a due facce: da una parte un aspetto biologico e dall’altra uno non biologico. Il danno biologico e quello non biologico restano riuniti infatti sotto la stessa categoria del danno non patrimoniale solo dal punto di vista strettamente concettuale, mentre dal punto di vista processuale (ossia sotto il profilo della prova e quello della liquidazione degli stessi) essi sono considerati del tutto autonomi.

Quanto al danno morale, quindi, che – si noti bene – riassume da solo l’aspetto non biologico del danno patrimoniale, nella prospettazione delle sentenze gemelle, esso non è affatto riassorbito nel danno biologico e infatti è suscettibile sempre di autonoma liquidazione. Passando ad esaminare l’altra “faccia” del danno non patrimoniale (il termine categoria o sottocategoria è bandito nel teorema delle Sezioni Unite in oggetto), ossia il danno biologico, pensato dal legislatore solo in termini esistenziali (cfr. art. 139 CdA), esso assume ora le dimensioni di un polinomio, in quanto, dal punto di vista della liquidazione dell’importo, deve costituire un tutt’uno con tutte le altre tipologie di danno che presentino profili esistenziali discendenti da lesione (come il danno da perdita della sessualità, il pregiudizio di tipo estetico, la perdita della possibilità di praticare uno sport amatoriale o altro ancora). Tutte queste figure di danno, pertanto, che con il danno biologico condividono appunto il profilo esistenziale, nella prospettiva delle Sezioni Unite del novembre 2008, restano prive di autonomia – oltre che concettuale – anche e soprattutto dal punto di vista della loro liquidazione. Questo in pratica significa che il loro ammontare resta ancorato alla quantificazione del danno biologico del quale, nel loro complesso, non può superare il quinto (art. 139, c3° CdA). Specificano le SSUU:

Possono costituire solo “voci” del danno biologico nel suo aspetto dinamico, nel quale, per consolidata opinione, è ormai assorbito il cd. danno alla vita di relazione, i pregiudizi di tipo esistenziale concernenti aspetti relazionali della vita, conseguenti a lesioni dell’integrità psicofisica, sicché darebbe luogo a duplicazione la loro distinta riparazione (ibidem, 4.9).

 In sostanza tutti i danni che coinvolgono profili esistenziali conseguenti a lesione hanno natura “satellitare” rispetto al danno biologico, pertanto non è consentita una loro liquidazione autonoma, e cioè possono essere liquidati solo come appesantimento del punto di invalidità permanente riconoscibile, e cioè nei limiti di cui all’art. 139 c.3 CdA, ossia non oltre il quinto del punto stesso. È chiaro che il danno morale non ha nulla a che vedere con questo tetto, perché è liquidato autonomamente.

In conclusione danno non biologico (cioè danno morale) e danno biologico vengono liquidati in modo indipendente uno dall’altro, con la precisazione che nell’ambito del danno biologico restano riassorbiti tutti i pregiudizi di natura esistenziale sopra esemplificati.

Nel caso che ci occupa, in particolare, l’assenza di una lesione permanente esclude ogni presupposto logico per valutare anche solo la possibilità della liquidazione di qualsivoglia pregiudizio di natura esistenziale. Peraltro, del tutto coerentemente, nessuna richiesta del genere è stata avanzata dall’attore.

Viceversa il danno morale, di cui nel caso di specie può ritenersi conseguita prova in via presuntiva a fronte degli elementi sopra esaminati e valutati, può e deve essere liquidato come voce autonoma, fermo restando che, per le ragioni già espresse sopra, è giusto che per la sua quantificazione si prenda le mosse dal danno biologico, di cui non può che essere una percentuale individuata necessariamente in via forfettaria (per “l’autonomia ontologica del danno morale” e la necessità di un suo accertamento separato e ulteriore si veda anche cass. 29191/2008). Al riguardo è opportuno ricordare anche la sentenza n. 18641/2011 con cui la Suprema Corte ha affermato che “attraverso l’emanazione di due successivi dpr (il 37 del 2009 e il 191 del 2009) una specifica disposizione normativa ha inequivocabilmente reso manifesta la volontà del legislatore di distinguere concettualmente prima ancora che giuridicamente, all’indomani delle pronunce delle SSUU, tra la voce di danno biologico e la voce di danno morale”. Fra l’altro anche molto recentemente la cassazione ha trovato modo di ribadire espressamente che il danno morale non è compreso nei valori pecuniari del 139 codice delle Assicurazioni (cass. 20292/12). Merita menzione il fatto che in senso favorevole al riconoscimento del danno morale si è espressa anche la corte costituzionale con sentenza n. 235/2014 e comunque cass. n. 17209 del 27.08.2015.

Nel caso di specie, in definitiva, il danno morale andrà calcolato in ragione del 20 % del danno biologico.

(Omissis)

 

 

 

Danno morale ed esistenziale meritano una valutazione autonoma rispetto al danno biologico (Cass. civ. 18611/2015)

Cass. civ. Sez. III, Sent., 22-09-2015, n. 18611

II PRINCIPI DI DIRITTO AFFERMATI DALLA SUPREMA CORTE

Gli Ermellini ritengono che la Corte d’Appello triestina, dopo aver reso un omaggio (solo) formale ai dicta delle sezioni unite del 2008, sia pervenuta ad una liquidazione incongrua e iniqua del danno non patrimoniale nelle sue componenti esistenziali rilevanti e morali di sofferenza e dolore, con una motivazione errata in punto di diritto e illogica in punto di coerenza motivazionale.

Quanto al danno esistenziale gli Ermellini rilevano l’incongruità della valutazione tabellare, che appesantisce il punto di base ma non procede alla considerazione della perdita delle qualità della vita del soggetto macroleso che sono chiaramente descritte nell’art. 3 Cost. repubblicana. E NON si tratta dunque di una duplicazione di voci di danno, ma della negazione del diritto del macroleso a ricevere un equo ristoro per il risarcimento della perdita della sua dignità di persona e di diritto alla vita attiva.

Quanto al danno morale, i Giudici della Suprema Corte ritengono che anche questa voce di danno sia stata sbrigativamente liquidata come sofferenza soggettiva da considerare congiuntamente al danno biologico. In sostanza gli Ermellini ritengono che non sia corretto operare un calcolo meramente tabellare dove la personalizzazione è pro quota, mentre deve essere ad personam e ciò proprio al fine di garantire un integrale ristoro del danno alla persona.

Morale…ma…della favola: una pletora di giudici di merito (non tutti per fortuna!) continuano a male interpretare le sentenze di San Martino finendo così per escludere tout court il danno morale e/o il danno esistenziale sulla base dell’errato presupposto secondo cui la predicata unitarietà del danno non patrimoniale conduca a negare la coesistenza di voci di danno eterogenee pur aventi origine dal medesimo fatto illecito nel nome del divieto di duplicazioni risarcitorie.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRUTI Giuseppe Maria – Presidente –

Dott. PETTI Giovanni B. – rel. Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

Dott. AMBROSIO Annamaria – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 13498-2012 proposto da:

P.S. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CASSIA 1280, presso lo studio dell’avvocato PERILLO ANDREA, che lo rappresenta e difende giusta procura speciale notarile del Dott. Notaio ANTONIO GALDIERO in CAGLIARI del 9/04/2015 rep. n. 45296;

– ricorrente –

contro

LE ASSICURAZIONI GENERALI SPA, in persona dei legali rappresentanti in carica pro tempore H.R.M. e C.F., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR 17, presso lo studio dell’avvocato GIUSSANI ALESSANDRO, rappresentata e difesa dall’avvocato PASTORI GUIDO giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

e contro

FALLIMENTO SIR SRL;

– intimata –

avverso la sentenza n. 222/2011 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE, depositata il 28/04/2011 R.G.N. 511/09;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 27/04/2015 dal Consigliere Dott. GIOVANNI BATTISTA PETTI;

udito l’Avvocato ANDREA PERILLO;

udito l’Avvocato ALESSANDRO GIUSSANI per delega;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SERVELLO Gianfranco che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1.Con citazione del 6 novembre 2008 P.S. convenne dinanzi al TRIBUNALE di Trieste la società SIR, in persona del curatore fallimentare, e le ASSICURAZIONI GENERALI con sede in Trieste e ne chiese la condanna in solido al risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non patrimoniali, oltre rivalutazione ed interessi, conseguenti ad un incidente da circolazione avvenuto il (OMISSIS) all’interno della FIERA campionaria, quando il veicolo industriale di cui la SIR era proprietaria, assicurato dalla compagnia triestina, con una imprudente manovra aveva travolto e schiacciato il pedone P., trentatreenne, procurandogli lesioni gravissime con invalidità permanente e perdita della capacità lavorativa. I danni erano indicati in oltre 15 milioni di Euro. La compagnia assicuratrice tra il 1993 ed il 1998 aveva versato acconti ricevuti in attesa del saldo del dovuto. Si costituiva l’assicurazione e deduceva il concorso di colpa del pedone deducendo la congruità delle somme corrisposte. NESSUNO si costituiva per la SIR e per gli eredi del conducente.

IL G.i., con ordinanza del 7 dicembre 2008 disponeva la comparizione personale delle parti per un tentativo di conciliazione. Nella udienza del 6 febbraio 2008 il P. di non essere più disponibile ad accettare la transazione proposta per 380 milioni di lire.

2.Con sentenza del 3 giugno 2009 il TRIBUNALE DI TRIESTE dichiarava cessata la materia del contendere e condannava la COMPAGNIA a pagare le spese di lite e di CTU. Il TRIBUNALE riteneva accettata la transazione ed irrilevante la resipiscenza del P..

3.Contro la decisione proponeva appello il P., chiedendone la riforma non avendo accettato la proposta transattiva ed avendo diritto al risarcimento integrale dei danni specificatamente richiesti, in via istruttoria chiedeva ammettersi nuova consulenza tecnica per la migliore determinazione dei danni, deducendo un successivo aggravamento delle condizioni di salute. Chiedeva inoltre la ammissione di prova per testi, già proposta circostanziatamente, per dimostrare le attività del P. al tempo dello incidente, quale istruttore di volo libero, in procinto di aprire una scuola di volo con la vendita delle relative attrezzature. Resisteva l’assicuratore opponendosi alle richieste istruttorie ed insisteva per il rigetto del gravame, ma in via gradata deduceva di aver versato somme satisfattive del risarcimento, per un importo superiore a 506 mila Euro. NESSUNO si costituiva per il fallimento.

4.La CORTE di appello di Trieste, con sentenza del 28 aprile 2011, in accoglimento dello appello del P. -PER QUANTO DI RAGIONE:

A. accertava che la responsabilità esclusiva dello incidente da circolazione era riferibile al conducente del veicolo industriale di cui la SIR era la proprietaria;

B. e che era valida la copertura assicurativa da parte della COMPAGNIA ASSICURAZIONI GENERALI. B. Dichiarava improcedibile la domanda proposta dal P. nei confronti della curatela del fallimento.

C. liquidava i danni alla data del 16 aprile 2010 -data dell’ultima offerta- in Euro 791.701,00, ed accertava che il credito residuo, rivalutato dal 1993 al 1020 era superiore a quanto preteso dal danneggiato, così ritenendosi congrue le somme pagate, e provvedeva al nuovo regolamento delle spese di lite come in dispositivo.

5.CONTRO la decisione ricorre il P. proponendo il motivi di ricorso, resiste l’assicuratore chiedendone il rigetto.

Con atto del 23 aprile 2015 il ricorrente ha revocato il mandato all’avv. NESTA nominando nuovo difensore l’avv.to ANDREA PERRILLO per la discussione orale.

Motivi della decisione

6. Il ricorso, notificato il 10 luglio 2012, merita accoglimento per quanto di ragione, la cassazione è con rinvio alla CORTE DI APPELLO DI Milano che si atterrà ai principi di diritto enunciati in ordine ai motivi di diritto accolti e provvedere anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.

Per chiarezza espositiva si offre una sintesi dei motivi ed a seguire la esposizione delle ragioni dello accoglimento.

6-1 SINTESI DEI MOTIVI DEL RICORSO P..

Nel PRIMO motivo del ricorso si deduce cumulativamente errores in iudicando anche con riferimento a fonti costituzionali – v.

intitolazione a ff 6 e ss – e vizio della motivazione su punto decisivo individuato nella parte della motivazione del giudice di appello che nega il risarcimento del danno subito dal P., per lucro cessante, sul rilievo che lo stesso era disoccupato, pur avendo avviato un progetto per la attività imprenditoriale diretta a creare una scuola di volo con fornitura di materiale e di personale tecnicamente qualificato.

Nel SECONDO MOTIVO -ai ff 10 e ss.si deduce ancora error in iudicando, per la violazione degli artt. 1223,1226,2042, 2054,2056 c.c. ed il vizio della motivazione su punto decisivo, in relazione alla adozione di criteri di calcolo riduttivi, per lo scomputo degli acconti liquidati al P.. Si dimostra con calcoli matematici che il criterio della CORTE triestina produce un abbattimento sfavorevole al danneggiato per oltre 180.000 Euro, come indicato nella sintesi a ff.31.

Nel TERZO MOTIVO -a ff 31 e ss- si deduce error in iudicando con la sequela delle norme costituzionali e sostanziali violate ed il vizio della motivazione su punto decisivo individuato nella parte della motivazione che esclude la valutazione autonoma del danno esistenziale, applicando erroneamente le puntualizzazioni date nelle sentenze gemelle delle SEZIONI UNITE CIVILI del 2008 ed in particolare della sentenza n.2697 del 2008.

Nel QUARTO MOTIVO -ai ff 57 e ss.- si deduce ancora error in iudicando e vizio della motivazione, sulla base delle norme costituzionali e del codice civile in tema di illecito, in relazione al c.d. DANNO ESTETICO, costituito dalle cicatrici deturpanti dislocate in varie parti, anche intime, del corpo, ed ampiamente descritte nella CTU MEDICO LEGALE, e non considerate ai fini della PERSONALIZZAZIONE DEL DANNO. Nel QUINTO MOTIVO, ai ff 64 e ss. si deduce error in iudicando e vizio della motivazione nel punto in cui la CORTE DI APPELLO ha respinto la richiesta di sostituzione del consulente tecnico di ufficio e la richiesta di un suo esame a chiarimenti essendo sopravvenuto un PEGGIORAMENTO DELLE CONDIZIONI DI SALUTE. Nel SESTO MOTIVO ai ff 74 e ss. si deduce error in iudicando e vizio della motivazione nel punto in cui la CORTE aderisce “acriticamente alle conclusioni del perito di ufficio sul quesito n.3 e relativi chiarimenti, evitando così di rispondere alle considerazioni critiche del consulente di parte e del difensore, riprodotte in esteso ai ff sino alla pag 107.

Nel SETTIMO MOTIVO, ai ff 107 e ss- si deduce ancora error in iudicando e vizio della motivazione nel punto in cui la CORTE DI APPELLO considera lo aggravamento del danno biologico permanente come se fosse un elemento di personalizzazione definito con la liquidazione del danno morale.

Nell’OTTAVO MOTIVO ai ff 114 e ss- si deduce error in iudicando e vizio della motivazione nel punto il cui la CORTE DI APPELLO riconosce per il danno morale un appesantimento del punto standard tabellare, pari al 25% considerando in particolare il c.d. DANNO SESSUALE per la perdita dei rapporti sessuali, sottovalutando i quattordici ricoveri nel reparto di chirurgia di urgenza, per migliorare le condizioni del menomato. In particolare a ff 122 si deduce che il catetere, applicato in forma permanente, sia stato considerato alla stregua di un danno morale, mentre assume rilievo per la autonomia fisica e per la sessualità.

Nel NONO motivo si deduce ancora error in iudicando e vizio della motivazione nel punto in cui la CORTE DI APPELLO nega il riconoscimento della INABILITA’ TEMPORANEA FUTURA in relazione ad una serie di interventi chirurgo plastici e per la protesi dell’anca, peraltro ritenuti necessari dal medico legale.

Nel DECIMO MOTIVO si deduce error in iudicando e vizio della motivazione nel punto in cui la CORTE DI APPELLO disapplica la regola posta dallo art. 1194 secondo cui il debitore non può imputare il pagamento al capitale piuttosto che agli interessi, senza il consenso del debitore.

Nell’UNDICESIMO MOTIVO si deduce infine error in iudicando e vizio della motivazione nel punto in cui la CORTE DI APPELLO ha compensato tra le parti le spese di lite, sostenendosi che il P. è parte comunque vittoriosa ancorchè il ristoro del danno possa essere ridimensionato, malgrado la affermazione che si intende risarcirlo nella integrità delle sue componenti patrimoniali e non patrimoniali, in osservanza dei dieta delle sezioni unite civili e della successiva giurisprudenza.

7. RAGIONI DELLO ACCOGLIMENTO PARZIALE. 7.1.PREMESSA SISTEMATICA. Il 17 giugno 2015 le sezioni unite civili della Corte di CASSAZIONE, riunite in camera di consiglio, ebbero a rigettare un ricorso promosso avverso la sentenza n.423 del 2007 della CORTE di appello di TORINO, compensando tra le parti le spese dell’intero giudizio, poichè la decisione traeva origine da un contrasto insorto nella giurisprudenza della CORTE, e specificatamente tra la sentenza n.1361 del 2014 della terza sezione civile, e il precedente costante e risalente orientamento, in merito alla risarcibilità o meno iure hereditatis del danno per la perdita della vita immediatamente conseguente alle lesioni derivanti da un fatto illecito. La decisione era resa di pubblico dominio con la pubblicazione della sentenza n.15350 del 22 luglio 2015, e successivamente alla delibera di questa sezione, avvenuta nella camera di consiglio del 27 aprile 2015.

NON esiste pertanto un vincolo di conformazione ai dicta delle sezioni unite del luglio 2015, che risolvono il conflitto sul tema delimitato del danno per la perdita della vita derivante da fatto illecito, ed il tema di cui si occupa questa sezione semplice, che attiene invece alla lesione grave del bene della salute ed alla sue conseguenze delimitate ai danni patrimoniali e non patrimoniali direttamente subiti dal macroleso, ma esiste, sul piano sistematico e proporzionale della tutela della persona umana, lesa da un illecito, la opportunità di considerare i principi generali del neminem laedere e del danno ingiusto, in una fattispecie dove la perdita della salute viene ad incidere non solo sulla invalidità e sulla inabilità della persona, ma anche sugli aspetti dinamico relazionali.

Le sezioni unite nel luglio del 2015, pur compiendo una scelta sistematica fondata sul concetto della capacità giuridica collegata alla esistenza fisica della persona umana, confermano i dieta delle sezioni unite civili del novembre 2008 ai nn 26972 e seguenti, in tema di valutazione e liquidazione unitaria del danno morale e del danno esistenziale, sia pure con riferimento alla perdita del rapporto parentale conseguente alla perdita della morte del congiunto, e tale problematica viene ora in esame, sia pure sotto il diverso profilo del danno diretto, subito iure proprio, del macroleso, e per gli aspetti non patrimoniali ed esistenziali. Dove il punto controverso della decisione attiene alla verifica della congruità ed integralità del risarcimento del danno ingiusto, evitando una duplicazione risarcitoria.

Deve pertanto procedersi all’esame della sentenza della CORTE DI APPELLO triestina, la quale, dopo aver reso un omaggio formale ai dicta delle sezioni unite del 2008, perviene ad una liquidazione incongrua e iniqua del danno non patrimoniale nelle sue componenti esistenziali rilevanti e morali di sofferenza e dolore, con una motivazione errata in punto di diritto e illogica in punto di coerenza motivazionale.

7.2. ESAME DEI MOTIVI DI RICORSO. Nel primo motivo di ricorso si deduce congiuntamente error in iudicando e vizio della motivazione sul rilievo che la CORTE DI APPELLO ai ff 29 e ss nega il risarcimento del danno patrimoniale futuro, determinato dalla perdita totale della capacità produttiva, come medicalmente accertata e non controversa, sul rilievo che il trentaduenne P., che era in procinto di ottenere il brevetto di istruttore di volo per avviare una scuola di volo ed attività commerciale accessoria, era in realtà un disoccupato, e che la sua distruzione fisica e della validità lavorativa non era produttiva di un danno futuro quantificabile.

Il motivo merita accoglimento. Poichè è stato dedotto e provato il pregiudizio al diritto al lavoro, costituzionalmente garantito, di soggetto che propone una attività imprenditoriale lecita che tuttavia esigeva la integrità psicofisica, mentre è irrilevante che l’impedimento provocato dal fatto lesivo, sia riferibile a quel primo progetto di attività lavorativa, se il fatto stesso nella sua entità impediva ora e per sempre qualsiasi possibile altra alternativa di lavoro. LA CORTE TRIESTINA nega il risarcimento del danno patrimoniale vuoi come danno emergente vuoi come lucro cessante, e non considera che il pregiudizio attiene alla capacità produttiva di un giovane integro e nel pieno delle sue forze fisiche e psichiche.

RISULTA pertanto violato il principio del risarcimento integrale del danno patrimoniale del macroleso. VEDI per utili riferimenti CASS Su 2009 n.1850, CASS.12 GIUGNO 2015 N.12211 E 1 FEBBRAIO 2012 B.1439.

Nel secondo motivo si deduce un error in iudicando e la illogica motivazione in ordine allo scomputo degli acconti corrisposti dallo assicuratore e riscossi in ragione del maggior danno da liquidare ai valori attuali.

Il motivo resta assorbito dallo accoglimento del primo, e per le ragioni che si diranno, anche di ulteriori motivi relativi alla valutazione del danno non patrimoniale.

Nel terzo motivo si pone sotto il profilo dell’error in iudicando la questione relativa al mancato riconoscimento del danno esistenziale, in relazione agli aspetti dinamici ed interrelazionali del danno biologico nelle sue dimensioni fisiche e psichiche, ed in relazione alla incongruità della valutazione tabellare, che appesantisce il punto di base ma non procede alla considerazione della perdita delle qualità della vita del macroleso, che vive solo attingendo alla solidarietà dei suoi cari, degli amici, dei volontari, ma che certamente possono dare un aiuto alla sopravvivenza, ma non già a rimuovere la perdita di quelle qualità personali e di partecipazione che sono chiaramente descritte nell’art. 3 Cost. repubblicana.

NON si tratta dunque di una duplicazione di voci di danno, ma della negazione del diritto del macroleso a ricevere un equo ristoro per il risarcimento della perdita della sua dignità di persona e di diritto alla vita attiva.

Nel quarto motivo si deduce che il grave danno estetico, costituito da cicatrici deturpanti anche in parti intime del corpo, doveva essere considerato come specifico elemento di personalizzazione. Il motivo resta assorbito nello accoglimento del terzo motivo, sul rilievo di una valutazione unitaria.

INAMMISSIBILI appaiono invece il quinto ed il sesto motivo, nel punto in cui contestano il mancato riconoscimento dello aggravamento delle condizioni di salute e la obiettività delle indicazioni date dal consulente di ufficio. LE CENSURE ATTENGONO ad un giudizio di merito, ed ad una valutazione sostanzialmente congrua.

FONDATE appaiono le censure espresse nel settimo e nell’ottavo motivo, per la mancata liquidazione del danno morale, sbrigativamente liquidato al ff.25 come sofferenza soggettiva da considerare congiuntamente al danno biologico.

Qui veramente i dicta delle SU del 2008 appaiono trascurati e negletti, in considerazione della circostanziata descrizione delle drammatiche condizioni di vita del grande invalido,che potrà avere un grande cuore ed un grande coraggio di sopravvivenza, ma che vive solo se costantemente assistito, curato, medicato, operato, e dunque tutte queste componenti fisiche, psichiche e spirituali del dolore umano, meritano una migliore attenzione rispetto al calcolo tabellare dove la personalizzazione è pro quota, mentre deve essere ad personam. FONDATO appare anche il nono motivo che deduce error in iudicando e vizio della motivazione nel punto in cui la corte di appello esclude il danno biologico per la inabilità temporanea futura in relazione ai vari interventi chirurgici, necessari nel tempo, per assicurare la efficienza fisica e le funzioni vitali. La CORTE di merito riconosce il danno patrimoniale come danno futuro emergente ma poi lo nega non avendo la sensibilità di pervenire ad una equa valutazione. RESTANO ASSORBITI il decimo e l’undicesimo motivo, atteso che gli acconti dovranno essere considerati in conto capitale e che la nuova regolamentazione delle spese di lite dovrà tener conto della sostanziale revisione del danno da risarcire.

In conclusione meritano accoglimento il primo, il secondo, il terzo, il settimo, l’ottavo ed il nono motivo, inammissibili il quinto ed il sesto ed assorbiti gli altri. La CASSAZIONE è con rinvio anche per le spese del giudizio di cassazione,alla CORTE DI APPELLO DI MILANO che si atterrà ai principi di diritto come sopra enunciati.

P.Q.M.

La Corte, accoglie il ricorso per quanto di ragione, cassa in relazione e rinvia anche per le spese del giudizio di cassazione alla CORTE DI APPELLO DI MILANO. Così deciso in Roma, il 27 aprile 2015.

Depositato in Cancelleria il 22 settembre 2015

Sentenza esemplare sulla personalizzazione del danno biologico

Tribunale di Vicenza – Dr.ssa Eloisa Pesenti – sent. n. 1069/2013

Sinistro stradale –  Guida sotto effetto di sostanze psicotrope – Incidenza causale nell’accaduto – Non sussiste –  Danno non patrimoniale da lesione alla salute quale categoria omnicomprensiva – Sussiste – Danno biologico e danno morale ex artt. 2059 cod. civ. e 185 cod. pen. – Sussistono – Tabelle di Milano – Personalizzazione del danno basata sulle condizioni specifiche del soggetto danneggiato – Risarcibilità – Spese legali sostenute in fase stragiudiziale quali danno emergente  – Risarcibilità.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA:

La sofferenza ed il patema d’animo della vittima del reato debbono essere liquidati in via equitativa, con personalizzazione basata sulle condizioni specifiche del soggetto danneggiato tenuto conto delle pregresse abitudini di vita, dell’importanza delle lesioni subite, dei periodi di ospedalizzazione e di terapia, e sono ora ricomprese nella quantificazione delle cd. Tabelle di Milano, che comprendono già il danno morale di base nel danno biologico e consentono una “personalizzazione” entro una percentuale stabilita. [omissis] Il danno non patrimoniale può essere personalizzato nella percentuale del 47%, prevista dalla predette tabelle, in considerazione del grado di sofferenza patito e del peggioramento delle condizioni di vita, quale emerge sia dalla CTU che attesta una maggiore fatica e disagio per lo svolgimento di qualsivoglia attività manuale, sia dalle assunte testimonianze, dalle quali è emerso che l’attrice ha dovuto abbandonare, dopo l’incidente, la pratica del nuoto che prima esercitava assiduamente (testimoni M.F., P.M., B.S., B.G., C.E.)

LA SENTENZA INTEGRALE

N.R.G. 578/2009

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI VICENZA

in composizione monocratica in persona del magistrato dr. Eloisa PESENTI ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa promossa con atto di citazione iscritto a ruolo il 27.01.2009

da:

B.C. (c.f. omissis) rappresentata e difesa dall’avv. Calvello di Padova e avv. S. B. di Vicenza per mandato a margine dell’atto di citazione                                                                                                                   – attore –

Contro

– S.J.T.,

– S.N.

– Compagnia di assicurazioni P. [omissis]

Tutti domiciliati presso U.C.I

U.C.I. rappresentato e difeso da avv.ti R [omissis] L [omissis] di [omissis] e avv. E [omissis]

Z. [omissis] di V[omissis], per mandato in calce all’atto di citazione notificato

                                                                                                                                          – convenuti

Conclusioni: come da fogli allegati al verbale di udienza dell’8.11.2012.

Conclusioni per parte attrice:

Voglia l’Ecc.mo Tribunale adito, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione respinta:

–         Accogliere la domanda attorea e, per l’effetto,

–         Dichiarare che l’incidente è avvenuto per esclusiva responsabilità del convenuto sig. S.J.T.

–         Condannare Il sig.. S.J.T., nonché il sig. S.N., quale proprietario dell’autoarticolato Renault Magnum targato [omissis], nonché la Compagnia d’Assicurazione polacca P., nonché l’U.C.I., in persona del legale rappresentante pro tempore, in solido tra loro, al risarcimento dei danni in favore di B.C: e così al pagamento complessivo della somma di € 111.151,81 = o in quella diversa maggiore o minore somma accertata in corso di causa e da determinarsi, all’occorrenza, in via equitativa ex art. 1226 c.c., oltre alla rivalutazione monetaria, agli interessi – secondo il criterio impartito dalle Sezioni Unite della Suprema Corte con la nota pronuncia 1712/1995 n. 1712 -, nonché al maggior danno da svalutazione monetaria.

–         Il patrocinio attoreo dichiara, inoltre di non accattare il contraddittorio su nuove domande eventualmente formulate da c/p ed in ogni caso si richiama a quanto già dedotto ed eccepito in atti.

In ogni caso

Con vittoria di spese, diritti e onorari da distrarsi a norma dell’art. 93 c.p.c. a favore dell’avv. C. Calvello quale procuratore antistatario, nonché con sentenza munita della clausola di provvisoria esecuzione.

Tribunale di Vicenza – Dott.ssa PESENTI

FOGLIO DI PRECISAZIONE CONCLUSIONI

Per U.C.I. con gli avv. R.L. e E.Z.– convenuta –

Nella causa R.G. 578/09 promossa con citazione notificata il 23.01.2009 da C.B.

***

I procuratori della convenuta U.C.I., ribadite tutte le difese ed eccezioni svolte negli atti difensivi precedentemente dimessi dalla convenuta, nonché a verbale del 12.04.2012 in ordine alle contraddizioni presenti nella relazione della CTU, dott.ssa G., chiedono che il Giudice voglia revocare la propria precedente ordinanza del 12.04.2012 e per l’effetto disporre che la CTU sia chiamata a chiarimenti secondo quanto dedotto dalla convenuta nelle osservazioni depositate il 12.04.2012.

I sottoscritti procuratori precisano, quindi le proprie conclusioni:

in via preliminare processuale: accertata e dichiarata l’improponibilità della domanda di parte attrice per violazione del combinato disposto degli artt. 145 e 148 d.lgs. 07.09.2005 n. 209, per l’effetto respingere la stessa;

nel merito: disattesa e respinta ogni contraria deduzione, domanda o eccezione, accertato e dichiarato che la responsabilità del sinistro de quo è da attribuirsi alla sig.ra C.B., respingere tutte le domande avversarie perché infondate in fatto e in diritto per i motivi tutti esposti negli atti;

nel merito e in via riconvenzionale: accertata e dichiarata che la responsabilità del sinistro de quo è da attribuirsi alla sig.ra C.B., condannare la stessa alla restituzione dell’importo di € 3.973,20;

nel merito in via subordinata: ove ritenuta in tutto o in parte fondata la pretesa dell’attrice, accertare e dichiarare l’esatto importo dovuto a titolo di risarcimento del danno effettivamente patito dalla stessa previa analisi delle risultanze medico legali e per i motivi tutti esposti in atti, con detrazione dell’importo già ricevuto.

In via istruttoria: alla luce delle osservazioni svolte alla integrazione della CTU e depositate i data 12.04.2012 disporre che la CTU sia chiamata a chiarimenti secondo quanto dedotto nelle osservazioni depositate in data 12.04.2012.

In ogni caso: con vittoria di spese, diritti ed onorari oltre rimborso forfettario 12,5% CPA ed IVA di legge.

I procuratori di parte convenuta U.C.I. dichiarano di non accettare il contraddittorio su eventuali domande nuove di controparte.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Questa parte della sentenza viene omessa, alla luce del nuovo testo dell’art. 132 co. 2 n. 4 c.p. come riformulato dall’art. 45 co. 17 L. 69/20009. Ai sensi dell’art. 58 della medesima legge, la modifica di cui sopra è immediatamente applicabile anche ai giudizi pendenti, in primo grado, alla data di entrata in vigore della citata legge n. 69 del 2009 ovvero al giorno 4.7.2009.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Questa parte della sentenza viene redatta alla luce del nuovo testo dell’art. 118 co. I disp. att. c.p.c. come novellato all’art. 52 co. V L. 69/2009, applicabile anche ai giudizi pendenti alla data di entrata in vigore della legge medesima, a norma del suo art. 58.

B.C. ha agito in giudizio onde ottenere il risarcimento dei danni alla persona subiti in data 15.02.2006 allorché sull’autostrada A4 in direzione Venezia in località Vicenza, mentre a bordo della propria vettura FIAT PUNTO stava ferma sulla corsia di destra con i quattro indicatori di direzione simultaneamente azionati al fine di segnalare l’avaria, del mezzo, era stata tamponata dall’autoarticolato di proprietà di S.N. e condotto dallo S.J.T., il quale era stato multato dalla Polizia stradale di Vicenza per violazione dell’art. 142/8 C.d.S. Mentre il danno materiale era già stato integralmente risarcito, la B. chiedeva ora il risarcimento del danno alla persona, quantificato, sulla base di una consulenza medico legale di parte e delle Tabelle del Tribunale di Padova, in euro 111.151,81 o nella maggiore o minore somma accertata in corso di causa.

Ribadita l’infondatezza dell’eccezione di improcedibilità, già rigettata dal precedente giudice, anche alla luce delle richieste documentate sub n. 2 e 3 attorei, si osserva che la dinamica dell’incidente emerge dal rapporto redatto dalla Polizia Stradale di Vicenza, confermato anche dall’audizione degli agenti verbalizzanti B.M., T.L., B.R., quali testimoni. Dal rapporto risulta che l’incidente si è verificato in un punto nel quale vi erano le tre corsie di marcia ma mancava totalmente la corsia di emergenza, a causa della presenza di lavori in corso; la prima piazzola di sosta era a m. 86; i verbalizzanti scrivevano che “appena giunti sul posto notavamo e spegnevamo le frecce intermittenti del veicolo”, notavano che i fari erano accesi e la guidatrice riversa sul sedile anteriore sul fianco destro e non era rimasta allacciata dalla cintura di sicurezza. Dalle tracce di incisione desumevano un trascinamento di mt. 100 circa.

Ricostruivano pertanto un tamponamento della vettura, ferma per avaria o altro, e “in folle – nessuna marcia inserita”, da parte dell’autoarticolato. Il conducente di quest’ultimo veniva contravvenzionato ai sensi dell’art.142/8 C.d.S. per avere superato di 20 Km/h il limite di velocità esistente nella zona. L’Assistente Capo della Polizia di Stato B., sentito come teste ha ribadito che l’auto aveva gli indicatori di emergenza accesi, e di averli spenti lui personalmente, di avere saputo dall’addetto al recupero del mezzo che l’auto era i folle, e ha precisato che la conduttrice era priva delle cinture ma poteva esserne uscita a causa dell’urto, data la posizione in cui era stata ritrovata. Ha chiarito inoltre che la traccia di incisione e il guardrail destro vi era una distanza di m. 1,60 (non 2 m. come indicato dal capitolo di parte convenuta), e che la piazzola di sosta era a m. 86 ed era segnalata dalla segnaletica verticale.

L’attrice, rispondendo all’interrogatorio formale, ha dichiarato di essersi fermata rasente il guard-rail, con la cintura allacciata, perché la macchina non ingranava le marce, il cambio non funzionava e tornava “in folle”.

Le dichiarazioni della attrice sono state confermate dai dati oggettivi riscontrati dagli accertatori della Polizia di Stato: l’auto era “in folle” quindi aveva un  problema al cambio che impediva di inserire le marce e di procedere alla guida. La conduttrice, che aveva la cintura di sicurezza allacciata, si è fermata nella prima corsia di destra, tanto a ridosso di guard-rail quanto poteva stante l’ingovernabilità dell’auto, e ha inserito i quattro indicatori direzionali simbolo di emergenza. L’autoarticolato è sopraggiunto a velocità vietata, superiore di ben 20 km/h al limite massimo (85 anziché 60 Km/h) ed ha violato non solo l’art. 142 co. VIII C.d.S. no9n avendo guidato in modo da essere in grado di “arrestare tempestivamente il veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile”, potendo certamente rientrare nel concetto di ostacolo prevedibile una vettura in avaria, ferma con tutti gli indicatori direzionali di emergenza accesi. La mancata comparizione del convenuto a rendere l’interrogatorio formale, valutata a norma dell’art. 232 c.p.c. unitamente agli elementi di prova sopra indicati, conferma la ricostruzione della dinamica dell’incidente come testé esposta. Ritiene questo giudice che nell’ambito di tale dinamica nessuna efficacia etiologica abbia rivestito la positività della automobilista per alcool e benzodiazepine, accertata dagli esami effettuati dopo il ricovero e confermati dalla CTU tossicologica.

Va inoltre ricordato che la CTU tossicologica, affidata a specialista tossicologo – forense dell’Università di Padova dott.ssa R.S., ha precisato che il dato di alcolemia annotato nelle cartelle cliniche è sovrastimato in quanto calcolato non su sangue ma su siero plasma, e quindi non consente di accertare la reale alcolemia che va calcolata su sangue; ha inoltre chiarito che non vi sono elementi clinici per suffragare la sindrome di astinenza alcoolica, poiché l’unico episodio di agitazione al IV giorno di ricovero non è stato accompagnato dagli indicatori biochimici (MCV e GAMMA – GT), che si presentavano invece pressoché normali. Dopo aver riferito che le benzodiapezine derivavano dall’assunzione di Valium quale sonnifero serale e ansiolitico, ha concluso nel senso che la periziando era sotto l’effetto di alcool e benzodiazepine, ma che è impossibile quantificare tale effetto, per quanto condizione di disabilità alla guida per l’effetto sinergico delle due sostanze psicoattive. Tali conclusioni sono state ribadite anche dalla CTU medico legale dott.ssa F.G., anche nel rispondere motivatamente alle osservazioni dei Consulenti Tecnici di Parte.

Tuttavia, se certamente il guidare sotto l’effetto di sostanze psicotrope costituisce reato, e per tale fatto la B., ove accertato il superamento dei limiti di legge, sarà stata sanzionata (in ogni caso ne è ora decorso il termine di prescrizione e quindi non è necessaria la trasmissione degli atti al P.M.), tuttavia ai fini risarcitori occorre valutare se tale fatto abbia spiegato incidenza causale nell’accaduto.

La risposta è negativa, in quanto l’arresto dell’auto in autostrada non avvenne a causa di un malore della conducente, da imputarsi a sue defedate condizioni, bensì per una imprevedibile avaria al cambio del veicolo, a fronte della quale la conducente fece quanto possibile in suo potere per evitare turbative alla circolazione, ossia segnalare l’auto ferma per avaria azionando i quattro indicatori direzionali, mentre l’immediato investimento da parte dell’autoarticolato, che procedeva a velocità eccessiva, ha impedito ulteriori accorgimenti, quali avrebbero potuto essere la presegnalazione con il triangolo o lo spingimento manuale dell’auto sino alla piazzola di sosta, peraltro lontana 86 mt. Pertanto, non essendovi dati quantitativi sufficienti per affermare che l’alcoolemia superasse i limiti di legge e fosse quindi inibita la guida, si deve riconoscere che la conducente ha avuto sufficiente lucidità per fare quanto in suo dovere e potere nel caso di avaria improvvisa del veicolo, ossia segnalare l’avaria stessa, mentre l’incidente è avvenuto per fatto e colpa esclusivi del trasportatore che procedeva in violazione dei limiti di velocità per oltre 20 km/h e in modo tale da non poter arrestare il proprio veicolo innanzi a un ostacolo in panne.

Dall’affermazione dell’esclusiva responsabilità del convenuto conduttore dell’autoarticolato consegue il rigetto della domanda riconvenzionale di restituzione delle somme versate da UCI per l’integrale ristoro dei danni patiti dal veicolo.

Ciò premesso, si osserva che il danno alla persona può essere determinato sulla base delle considerazioni svolte dalla Consulente tecnico d’Ufficio, la quale ha esposto le proprie valutazioni, fondate sul rilievo oggettivo delle lesioni riscontrate, in modo congruo e corretto sia sotto il profilo logico che sotto il profilo medico-scientifico, ed ha concluso facendo riferimento alle categorie da tempo invalse nella giurisprudenza in materia di risarcimento del danno.

Come è noto, nel caso di fatto illecito lesivo dell’integrità psico-fisica della persona, il danno risarcibile non è individuabile solo dalle conseguenze pregiudizievoli correlate alla efficienza lavorativa e alla capacità di produzione di reddito, ma si estende a tutti gli effetti negativi incidenti sul bene primario della salute, oggetto di autonomo diritto assoluto costituzionalmente tutelato dall’art. 32 Costituzione. Tale bene può intendersi come diritto inviolabile dell’uomo alla pienezza della vita e all’esplicazione della propria personalità morale, intellettuale, culturale, quindi può essere leso dal fatto illecito anche quando riguardi chi non abbia ancora , o abbia perduto, o non abbia mai avuto attitudine a svolgere un’attività produttiva di reddito. Tale danno è stato denominato tradizionalmente danno biologico, ed è stato dunque considerato dalla giurisprudenza quale menomazione dell’integrità psico-fisica della persona umana in sé considerata (ex plurimis Corte Suprema di Cassazione, 24.01.2000 n. 748; 12.01.1999 n. 256 etc.).

Da ultimo la Corte Suprema di Cassazione, a Sezioni Unite (11.11.2008 n. 26972) ha precisato che il danno non patrimoniale da lesione alla salute è categoria onnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima.

Dalla CTU in atti sono disponibili gli elementi per la quantificazione di tale tipo di danno, che per comodità espositiva viene individuato nelle tradizionali categorie del danno biologico permanente e temporaneo, quest’ultimo a propria volta suddiviso in totale e parziale; trattandosi di danno da fatto illecito penalmente rilevante (art. 590 c.p. lesioni personali colpose), spetta altresì il risarcimento del danno morale previsto dall’art. 2059 c.c. e dall’art. 185 c.p., ossia il “pretium doloris” caratterizzante la sofferenza subita dal danneggiato proprio in quanto vittima di reato, ossia la “sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata” (Corte Suprema di Cassazione, SS.UU. sopra citata), non limitato alla sofferenza momentanea e strettamente correlata al reato, ma esteso, in base ai criteri di causalità giuridica e di regolarità causale, alla lesione del diritto alla piena esplicazione della personalità umana, in una prospettiva non meramente transeunte, ma destinata dello stesso.

La sofferenza ed il patema d’animo della vittima del reato debbono essere liquidati in via equitativa, con personalizzazione basata sulle condizioni specifiche del soggetto danneggiato tenuto conto delle pregresse abitudini di vita, dell’importanza delle lesioni subite, dei periodi di ospedalizzazione e di terapia, e sono ora ricomprese nella quantificazione delle cd. Tabelle di Milano, che comprendono già il danno morale di base nel danno biologico e consentono una “personalizzazione” entro una percentuale stabilita.

La CTU ha accertato che in conseguenza dell’incidente de quo B.C. ha riportato trauma facciale con frattura dell’osso nasale, distorsione del rachide cervicale, frattura scomposta dell’omero sinistro, che è stata trattata chirurgicamente con tre successivi trattamenti chirurgici; gliene è residuato un deficit funzionale della spalla sinistra e del gomito sinistro, complesso cicatriziale dell’arto superiore sinistro e esito anatomico della frattura dell’osso nasale, con complesso menomante stimato nel 11 -12%, 16 giorni di inabilità temporanea totale, 90 giorni al 75%, 90 giorni al 50%, 120 giorni al 25%; la CTU ha inoltre stimato che le menomazioni obiettivate possono rendere faticoso l’espletamento dell’attività di casalinga e l’attività lavorativa in attività confacenti, ossia di tipo generico e manuale; il grado di sofferenza è stato valutato come medio – alto nel corso della malattia,  e medio – basso quale ora determinato dal complesso menomante.

I parametri valutativi utilizzabili per la quantificazione delle somme dovute sono individuabili nelle “tabelle” ora adottate da questo Tribunale, dalle quali si evince il valore del punto di invalidità e quindi di danno biologico come lesione dell’integrità psicofisica in base all’età evolutiva della vittima al momento del fatto. Si tratta di parametri desumibili dalle tabelle risarcitorie del Tribunale di Milano, ora seguite dalla maggior parte dei Tribunali italiani e recepite anche dalla giurisprudenza della Corte Suprema di Cassazione. Infatti la più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione (Sez. III, 30.06.2011 n. 14402; 25.02.2011, depositata il 7.06.2011 n. 12408/2011; 6750/2011), nell’esercizio della funzione nomofilattica propria della Corte, ha indicato le tabelle del Tribunale di Milano quali criterio per assicurare un sistema uniforme, a livello nazionale, di risarcimento del danno, assumendo “con operazione di natura sostanzialmente ricognitiva, la tabella milanese a parametro in linea generale attestante la conformità della valutazione equitativa del danno in parola alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056 c.c.”.

In applicazione di tali tabelle, il danno biologico permanente va quantificato in base all’età dell’attrice al momento del fatto in euro 25.234,00 mentre il danno biologico temporaneo parziale può essere determinato, considerata la variabilità delle Tabelle tra 91 e 136 euro pro die, come chiesto, corrispondente a un valore medio ossia in euro 1816 per i giorni di totale, 7661,25 al 75%, 5107,50 al 50%, 3405,00 al 25%.

Il danno non patrimoniale può essere personalizzato nella percentuale del 47%, prevista dalla predette tabelle, in considerazione del grado di sofferenza patito e del peggioramento delle condizioni di vita, quale emerge sia dalla CTU che attesta una maggiore fatica e disagio per lo svolgimento di qualsivoglia attività manuale, sia dalle assunte testimonianze, dalle quali è emerso che l’attrice ha dovuto abbandonare, dopo l’incidente, la pratica del nuoto che prima esercitava assiduamente (testimoni M.F., P.M., B.S., B.G., C.E.). Il danno non patrimoniale ammonta perciò a euro 45.083,73.

Il danno patrimoniale va quantificato in euro 416 per le spese mediche documentate (docc. sub 7 attorei), euro 1.212,00 per consulenza tecnica stragiudiziale dott. M. (spetta infatti quale danno emergente la rifusione delle spese sostenute dall’attore nel tentativo di raggiungere una soluzione extragiudiziale  della controversia (Corte Suprema di Cassazione, Sez. III 21.1.2010 n. 997), e euro 544,50 per CTU. Spetta pure il rimborso delle spese legali sostenute per la fase stragiudiziale (doc. 8 attoreo), atteso che come ritenuto dalla giurisprudenza di legittimità, del tutto condivisibile, “se la pretesa risarcitoria sfocia in un giudizio il richiedente sia vittorioso, le spese legali sostenute nella fase precedente l’instaurazione del giudizio diventano una componente del danno emergente da liquidare come spese vive” (Cass.sez. III, 2.2.2006 n. 2275; sez. III, 21.1.2010 n. 997).

Parte convenuta deve dunque essere condannata a risarcire il danno, così complessivamente quantificato in euro 45.083,73 per danni non patrimoniali, ed euro 6332,48 per danni patrimoniali.

Quanto alla prima voce di danno, trattandosi di valori all’attualità, la somma deve essere devalutata alla data del fatto, con successivo calcolo della rivalutazione secondo gli indici annuali ISTAT e con gli interessi di legge calcolati sulla somma via via rivalutata, sino al deposito della sentenza, e con aggiunta dei soli interessi di legge sino al saldo effettivo.

Le spese, liquidate come da dispositivo ex D.M. 140/2012, seguono la soccombenza (poiché la attrice aveva chiesto anche “la maggiore o minore somma che sarà accertata in corso di causa”).

P.Q.M.

Il Tribunale di Vicenza in composizione monocratica, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza disattesa, così provvede:

1)      Accertata l’esclusiva responsabilità del convenuto S.J.T., nella determinazione del sinistro occorso all’attrice B.C. in data 15.2.2006, condanna i convenuti in solido tra loro al pagamento, in favore dell’attrice B.C., a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale, della somma capitale di euro 45.083,73 con gli interessi al tasso legale, da computare sul capitale monetario del risarcimento, riportato alla data del sinistro e via via adeguato anno per anno in relazione alle variazioni degli indici ISTAT del costo della vita sino al saldo effettivo, e di euro 6332,48 per danni patrimoniali con gli interessi legali e la rivalutazione sino al saldo effettivo;

2)      Rigetta la domanda riconvenzionale di Ufficio Centrale Italiano;

3)      Condanna i convenuti in solido tra loro a rifondere all’attrice le spese di lite, che si liquidano in euro 508,00 per spese ed euro 4500,00 per compensi professionali, oltre a IVA e CPA come per legge, con distrazione ex art. 93 c.p.c. in favore del procuratore antistatario.

Così deciso in Vicenza, il 25.2.2013

Il giudice

Dott. Eloisa Pesenti

 

 

Cassazione n.22585/13: autonoma risarcibilità del danno esistenziale

Cassazione Civile, Sez. III, Sentenza n. 22585/2013

Danno non patrimoniale – Danno biologico – Assenza – Danno esistenziale – Configurabilità – Autonoma risarcibilità – Sussiste

PREMESSA:

La Suprema Corte, dopo aver ribadito per l’ennesima volta che le Sentenze Gemelle del 2008 non hanno mai cancellato l’autonomia del danno morale, intesa come voce integrante la più ampia categoria del danno non patrimoniale, si sofferma sulla risarcibilità del danno esistenziale, nel caso in cui manchi del tutto un danno biologico.

Gli Ermellini, inoltre, trasponendo le coordinate giuridiche dell’art. 612 bis del codice penale, colgono l’occasione per puntualizzare che i due autentici momenti essenziali della sofferenza dell’individuo sono caratterizzati:

1) dal dolore interiore

2) dalla significativa alterazione in peius della vita quotidiana.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

[…] La mancanza di “danno” (conseguenza dannosa) biologico, in tali casi, non esclude, peraltro, in astratto, la configurabilità di un danno morale soggettivo (da sofferenza interiore) e di un possibile danno “dinamico-relazionale”, sia pur circoscritto nel tempo.

Queste considerazioni confermano la bontà di una lettura delle sentenze delle sezioni unite del 2008 condotta, prima ancora che secondo una logica interpretativa di tipo formale-deduttivo, attraverso una ermeneutica di tipo induttivo che, dopo aver identificato l’indispensabile situazione soggettiva protetta a livello costituzionale (il rapporto familiare e parentale, l’onore, la reputazione, la libertà religiosa, il diritto di autodeterminazione al trattamento sanitario, quello all’ambiente, il diritto di libera espressione del proprio pensiero, il diritto di difesa, il diritto di associazione e di libertà religiosa ecc.), consenta poi al giudice del merito una rigorosa analisi ed una conseguentemente rigorosa valutazione tanto dell’aspetto interiore del danno (la sofferenza morale) quanto del suo impatto modificativo in pejus con la vita quotidiana (il danno esistenziale).

Una indiretta quanto significativa indicazione in tal senso potrebbe essere rinvenuta nel disposto dell’art. 612-bis del codice penale, che, sotto la rubrica “Atti persecutori”, dispone che sia “punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva, ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.

Sembrano efficacemente scolpiti, in questa disposizione di legge per quanto destinata ad operare in un ristretto territorio del diritto penale – i due autentici momenti essenziali della sofferenza dell’individuo: il dolore interiore, e la significativa alterazione della vita quotidiana.

Danni diversi e, perciò solo, entrambi autonomamente risarcibili, ma se, e solo se, rigorosamente provati caso per caso, al di là di sommarie ed impredicabili generalizzazioni (che anche il dolore più grave che la vita può infliggere, come la perdita di un figlio, può non avere alcuna conseguenza in termini di sofferenza interiore e di stravolgimento della propria vita “esterna” per un genitore che, quel figlio, aveva da tempo emotivamente cancellato, vivendo addirittura come una liberazione la sua scomparsa).

E’ lecito ipotizzare, come sostiene il ricorrente incidentale, che la categoria del danno esistenziale risulti “indefinita e atipica”.

Ma ciò è la probabile conseguenza dell’essere la stessa dimensione della sofferenza umana, a sua volta, “indefinita e atipica”.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. UCCELLA Fulvio – Presidente –

Dott. D’ALESSANDRO Paolo – Consigliere –

Dott. GIACALONE Giovanni – Consigliere –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – rel. Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 6531/2010 proposto da:

ISTITUTO REGIONALE (OMISSIS), in persona del Direttore Generale Dott. C.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA STOPPANI 1, presso lo studio dell’avvocato CARLO COMANDE’, che lo rappresenta e difende giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

P.D. (OMISSIS), elettivamente, domiciliato in ROMA, VIA DI VAL GARDENA 3, presso lo studio dell’avvocato DE ANGELIS LUCIO, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato AIELLO ABELE giusta delega in atti;

M.E. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DI VILLA PATRIZI 13, presso lo studio dell’avvocato GEMMA ANDREA, rappresentato e difeso dall’avvocato GIUNTA CATERINA giusta delega in atti;

– controricorrenti –

e contro

C.S. (OMISSIS), + ALTRI OMESSI ;

– intimati –

Nonchè da:

A.S. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA A. TOSCANI 37, presso lo studio dell’avvocato LOMBARDO BALDASSARRE, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato FLORA CALANDRINO giusta delega in atti;

– ricorrente incidentale –

e contro

C.S. (OMISSIS), + ALTRI OMESSI ;

– intimati –

Nonchè da:

AN.GI. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, P.LE CLODIO 14, presso lo studio dell’avvocato GRAZIANI ANDREA, rappresentato e difeso dagli avvocati SIGNORELLO MAURIZIO, CUPPARI CARMELO giusta delega in atti;

– ricorrente incidentale –

e contro

M.E. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DI VILLA PATRIZI 13, presso lo studio dell’avvocato GEMMA ANDREA, rappresentato e difeso dall’avvocato GIUNTA CATERINA giusta delega in atti;

ISTITUTO REGIONALE DELLA VITE E DEL VINO (OMISSIS), in persona del Direttore Generale Dott. C.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA STOPPANI 1, presso lo studio dell’avvocato CARLO COMANDE’, che lo rappresenta e difende giusta delega in atti;

– controricorrenti all’incidentale –

e contro

C.S. (OMISSIS), + ALTRI OMESSI ;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1345/2009 della CORTE D’APPELLO di PALERMO, depositata il 08/09/2009 R.G.N. 133/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 28/02/2013 dal Consigliere Dott. GIACOMO TRAVAGLINO;

udito l’Avvocato ATTILIO TERZINO per delega;

udito l’Avvocato ANGELO COLUCCI per delega;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. RUSSO Rosario Giovanni, che ha concluso per il rigetto del ricorso principale dell’Istituto, assorbimento del ricorso incidentale condizionato AN., accoglimento del 1 motivo, rigetto del 2 motivo e 3 motivo ed assorbimento del 4 motivo del ricorso incidentale non condizionato AN.; rigetto del ricorso incidentale A..

Ritenuto in fatto

Il (OMISSIS) An.Gi., dirigente chimico in servizio presso la sezione di (OMISSIS) dell’Istituto regionale della Vite e del Vino, prese in consegna da due ufficiali della G.d.F. – inviati presso il detto istituto da un magistrato della procura della Repubblica di Brindisi – una borsa contenente alcuni campioni di liquido da analizzare in qualità di perito all’uopo nominato dal predetto ufficio giudiziario. Nel percorrere una rampa di scale che conduceva al laboratorio dove sarebbe stato riposto il materiale consegnatogli dai finanzieri, l’ An. inciampò, perdendo l’equilibrio, e cadde nello spazio vuoto esistente tra i due montanti di sostegno del passamano della scala. Ne riportò gravissime lesioni, che ne cagionarono la totale compromissione della capacità lavorativa e la irredimibile modificazione in pejus della qualità della vita.

Vennero così convenuti in giudizio, dinanzi al Tribunale di Marsala, P.P., presidente del consiglio di amministrazione e di legale rappresentante dell’ente, A.S., dirigente del settore amministrativo con competenza sulla gestione degli immobili, ed M.E., direttore dell’istituto, dei quali An. G. chiese la condanna al risarcimento dei danni subiti nella misura di L. 2.338.446808. Lamentò, in particolare, l’attore che ciascuno dei convenuti, nell’ambito delle rispettive competenze, aveva omesso di adottare le dovute misure antinfortunistiche, come emerso nel corso del procedimento penale instauratosi a loro carico e conclusosi con l’applicazione della pena su richiesta ex art. 444 c.p.p.: i gradini della scala, difatti, si presentavano pericolosamente sdrucciolevoli, come egli non aveva mancato di far notare ai responsabili, ma ciò nonostante l’unica protezione esistente era rappresentata, al tempo dei fatti, da un corrimano in ferro che lasciava ai due lati della rampa ampi spazi verso il vuoto – mentre un appropriato parapetto avente le caratteristiche previste dal D.P.R. n. 547 del 1955, artt. 26 e 27, avrebbe sicuramente evitato l’infortunio, anche alla luce di una segnalazione dell’ing. Ca., che aveva rappresentato la necessità di eseguire alcune opere all’interno dell’istituto, tra cui l’installazione di elementi protettivi della scala per conformarla alla normativa antinfortunistica (opere puntualmente eseguite dopo il verificarsi dell’evento). Furono chiamati in causa da P.D. tutti i componenti del Consiglio di amministrazione dell’istituto a titolo di regresso ex art. 2055 c.c., e si provvide alla riunione del procedimento con il successivo giudizio promosso in riassunzione dallo stesso An.Gi. nei confronti del solo Istituto della Vite.

Il giudice di primo grado – alla luce della relazione dell’ispettorato del lavoro, espressamente indicativa della non conformità della scala alla normativa antinfortunistica ritenendo che, di tale situazione di pericolo, fossero sicuramente a conoscenza l’ A., il M., il P. e tutti i consiglieri, accolse la domanda risarcitoria in parte qua, e, dopo aver escluso qualsivoglia ipotesi di colpa concorrente del danneggiato:

– condannò in solido P.D., M.E. e l’Istituto regionale della Vite e del Vino al pagamento, in favore dell’attore, della somma di Euro 1.541.573 a titolo di risarcimento di danno morale, biologico e non patrimoniale, nonchè alla ulteriore somma risultante dalla sottrazione di Euro 231.698 da quella di Euro 557.773, a titolo di danno patrimoniale;

– quantificò (in accoglimento delle relative domande di regresso) la responsabilità del P. e del M. nelle misura, rispettivamente, dell’11% e del 5%;

– rigettò l’istanza risarcitoria proposta nei confronti di A. S., ritenendone nella specie impredicabile qualsivoglia forma di responsabilità;

– dichiarò il proprio difetto di giurisdizione in ordine tanto alla domanda di rivalsa spiegata dall’Istituto nei confronti dei tre originari convenuti quanto a quella di garanzia proposta dal M. nei confronti del detto Istituto;

– accolse la domanda di regresso spiegata dal P. nei confronti di tutti i soci componenti del consiglio di amministrazione, ritenuti colpevolmente concorrenti nella misura del 7% ciascuno.

La Corte di appello di Palermo, investita dei gravami hic et inde proposti, accolse in toto quelli del P. e del M., mandandoli assolti da ogni responsabilità, ed accolse in parte quello dell’Istituto della Vite, riducendo a vario titolo l’importo del risarcimento dovuto all’ An. – del quale ritenne predicabile, a differenza del giudice di prime cure, una concorrente responsabilità nella misura del 25%.

Per la cassazione della sentenza della Corte siciliana ha proposto ricorso, illustrato da un unico, complesso motivo di impugnazione, l’Istituto Regionale della Vite e del Vino.

Resistono M.E., P.D. con controricorso, mentre A.S. e An.Gi. integrano l’atto di resistenza all’impugnazione principale ciascuno con ricorso incidentale, cui resiste con controricorso l’Istituto della Vite.

P.D., A.S. e l’Istituto Regionale della Vite hanno altresì depositato memorie illustrative.

Considerato in diritto

Dei ricorsi riuniti, devono essere accolti quello principale dell’Istituto regionale della Vite e del Vino e quello incidentale condizionato di An.Gi..

Meritano altresì accoglimento il secondo e terzo motivo del ricorso incidentale non condizionato An. (con assorbimento del quarto motivo) e il ricorso incidentale A..

Deve invece essere rigettato il primo motivo del ricorso An..

IL RICORSO PRINCIPALE DELL’I.R.V.V..

Con il primo ed unico motivo, la difesa dell’ente denuncia, testualmente, violazione e falsa applicazione di norme di diritto e precisamente dell’art. 2043, con specifico riferimento al principio di diritto che ne individua i presupposti applicativi nei confronti della P.A., e art. 28 Cost. (art. 360 c.p.c., n. 3);

contraddittorietà della motivazione in relazione al primo capo della sentenza relativo alla decisione sulle domande spiegate nell’appello dell’Istituto (art. 360, n. 5). Insussistenza di responsabilità in capo all’IRVV. La censura è fondata in diritto, anche se il suo accoglimento non può condurre – come si avrà modo di precisare in sede di esame del ricorso incidentale An. – al risultato auspicato dalla difesa dell’istituto – id est alla affermazione di un principio di diritto che consenta al giudice del rinvio di provvedere alla incondizionata e definitiva assoluzione da responsabilità dell’ente vinicolo.

La giuridica fondatezza della censura si coglie, sia pur in parte qua, alla luce del principio secondo cui non è legittimamente predicabile la responsabilità di un ente in assenza della speculare ed espressa affermazione di responsabilità del/dei soggetti che abbiano agito in sua rappresentanza (intesa quest’ultima in senso organico).

E’ principio di diritto consolidato presso questa Corte regolatrice (principio cui sembrerebbe prestare formale ossequio la stessa sentenza impugnata, volta che, al folio 38, vi si afferma che la responsabilità dell’IRVV si radica, nel caso di specie, proprio in forza del rapporto organico), difatti, quello secondo il quale la responsabilità aquiliana degli enti si fonda proprio sul rapporto organico con le persone fisiche che li rappresentino – oltre che sulla relazione che lega agli enti stessi a tutte le altre persone fisiche inserite nell’organizzazione burocratica o aziendale (in argomento, tra le tante, Cass. 2089/2008 e 3980/2003).

Il principio così predicato sul piano della morfologia dell’illecito postula, peraltro, come suo logico corollario sotto il profilo funzionale, che sia stata accertata e dichiarata una qualsivoglia responsabilità, ex art. 2043 c.c., di (almeno) una delle persone fisiche poste in rapporto giuridicamente rilevante (organicamente qualificato, o meno) con l’ente stesso (amministratori, funzionari, dipendenti), le quali, per la posizione di “protezione” rispettivamente rivestita, siano in condizione di adottare le misure preventive necessarie ad evitare la consumazione dell’illecito. Nel caso di specie, la corte di appello ha espressamente negato che una responsabilità di tal genere potesse rinvenirsi in capo al presidente del C.d.A. e legale rappresentante dell’istituto, P. D., ovvero in capo agli altri componenti del C.d.A., ovvero ancora al direttore preposto alla gestione del patrimonio immobiliare, M.E., senza nel contempo accertare nè sanzionare espressamente, sul piano sostanziale, sia pur soltanto incidenter tantum (stante la preclusione formale scaturente dalla mancata proposizione dell’appello da parte del danneggiato), tale responsabilità con riferimento alla posizione di A. S., mero coordinatore del settore amministrativo.

Nei suoi confronti, difatti, pur avendone genericamente rilevato, nelle poche righe che si occupano della sua posizione, una pretesa violazione di un obbligo di segnalazione e informazione (per avere egli omesso di segnalare al c.d.a. il contenuto della nota dell’ing. Ca. indirizzata all’Istituto ed allo stesso A.), la forte di appello non procede poi ad alcun espresso accertamento ed ad alcuna espressa declaratoria, sia pur, ripetesi, in via soltanto incidentale (come pure sarebbe stato legittimo, al fine di giustificare la responsabilità dell’ente), in ordine ai presupposti della relativa responsabilità – ritenendo conseguentemente assorbite le domande formulate dal P. e dal M. volte a tale affermazione in conseguenza della mancata impugnazione, da parte dell’ An., del capo di sentenza con la quale il tribunale di Marsala aveva rigettato la domanda di risarcimento proposta nei confronti dello stesso A., ritenendone, appunto, insussistente ogni responsabilità.

Non risulta, pertanto, applicabile, nella specie, il principio di diritto espresso da questa stessa Corte, a mente dei quali l’azione civile per il risarcimento del danno, nei confronti di chi è tenuto a rispondere dell’operato dell’autore del fatto che integra una ipotesi di reato, è ammessa – tanto per i danni patrimoniali che per quelli non patrimoniali – anche quando difetti una identificazione precisa dell’autore del reato stesso e purchè questo possa concretamente attribuirsi ad alcune delle persone fisiche del cui operato il convenuto sia civilmente responsabile in virtù di rapporto organico, come quello che lega la società di capitali al suo amministratore, o di dipendenza. Nel caso di specie, difatti, ciò che manca non è la precisa individuazione del responsabile (che anzi risulta astrattamente individuato con assoluta precisione), ma il corretto ed esplicito esame, incidenter tantum, della sua posizione sostanziale, pur nella preclusione, sul piano processuale, di ogni ulteriore indagine nei suoi confronti. La corte di appello, difatti, al folio 39 della sentenza oggi impugnata, compie un fugace (quanto inesatto) excursus motivazionale che ha riguardo al comportamento tenuto dall’ A. – del quale è messa in luce la posizione di “interlocutore dell’ing. Ca.” per effetto di una nota del 18.11.1991 (diretta, peraltro, anche all’Istituto), e quella di “destinatario del compito di rassegnarne il suo esatto contenuto all’organo amministrativo, al suo presidente e al direttore” – per concludere, sic et simpliciter, che, “in forza del rapporto organico”, la responsabilità dell’Istituto risulterebbe ad ogni buon conto predicabile a prescindere dalla mancata impugnazione dell’assoluzione dell’ A. in prime cure.

Tale statuizione merita la censura svolta nell’odierno controricorso dalla difesa dell’ A., che legittimamente lamenta una patente contraddittorietà della motivazione della sentenza d’appello alla luce della ben più pregnante ed approfondita disamina della vicenda operata dal tribunale (che questa corte può conoscere ed esaminare per essere stata integralmente riportata nel corpo della stessa sentenza di appello), dalla quale emerge la correttezza dell’esclusione della sua responsabilità, attesone, da un canto, il compito di vigilanza e garanzia rispetto alla sola consistenza patrimoniale dell’istituto (e non anche quello di adozione di misure antinfortunistiche rispetto alle quali egli non aveva alcun potere decisionale e/o di spesa); dall’altro, la impredicabilità di un suo obbligo di impedire l’evento in quanto in posizione residuale e settoriale rispetto: 1) al potere di determinazione del c.d.a.; 2) a quello di adozione di provvedimenti urgenti da parte del presidente P.; 3) all’obbligo di intervento gravante sul M.;

dall’altro ancora, la assoluta mancanza di prova che egli fosse a conoscenza del perdurare della situazione di pericolosità della scala una volta rimessa la questione alle determinazioni del c.d.a..

La sentenza di primo grado, diversamente da quella di appello, evidenzia poi, del tutto correttamente, la decisiva circostanza secondo la quale il Pianeta, al pari del consiglio di amministrazione, fosse perfettamente a conoscenza della situazione di pericolosità della scala (così è testualmente riferito ai ff. 21- 22 della sentenza d’appello), tanto da aver espressamente rappresentato all’assemblea la necessità di realizzare lavori di adeguamento della sede dell’istituto, definiti necessari ed urgenti dall’ing. Ca. con la già ricordata nota 18.11.1991, nota indirizzata anche all’istituto e depositata presso l’ente in data 20.11.1991 (tra tali lavori, si indicavano espressamente quelli volti all’istallazione di fasce di lamiera sulla ringhiera di protezione della scala per renderla conforme alla normativa antinfortunistica), tanto che “l’assemblea, dopo ampia discussione, aveva deliberato di dare mandato all’ing. Ca. perchè provvedesse alla progettazione dei lavori necessari”.

Sotto questo limitato profilo in punto di diritto, il ricorso principale deve, pertanto, trovare accoglimento, alla luce, da un canto, della mancata, espressa valutazione ed affermazione (in termini di sua astratta configurabilità) di una responsabilità ex art. 2043 c.c., dell’ A. (del tutto insufficienti, oltre che erronei, risultando gli scarni riferimenti di cui poc’anzi si è riferito), dall’altro, della (altrettanto inesatta) ricostruzione della condotta dei convenuti P. e M. negli speculari termini di assenza di responsabilità per il fatto dannoso: ciò che comporta, ipso facto, la attuale impossibilità di veder ricondotta all’ente qualsivoglia forma di responsabilità organica o di posizione, senza che questo, coma già anticipato in premessa, conduca, peraltro, all’assoluzione da ogni responsabilità dell’istituto ricorrente, a cagione dell’accoglimento in parte qua del ricorso incidentale An., di cui a breve si dirà.

IL RICORSO INCIDENTALE A..

Per i motivi suesposti, deve essere accolto il motivo di ricorso incidentale svolto dalla difesa A. in punto di liquidazione delle spese del primo e secondo grado di giudizio, alla cui definizione provvedere il giudice del rinvio, in conseguenza della rivalutazione dei fatti di causa da operarsi alla luce dei principi di diritto indicati dalla Corte.

IL RICORSO AN..

a) Il ricorso incidentale condizionato.

Con l’unico motivo di ricorso incidentale (condizionato all’accoglimento di quello principale poc’anzi esaminato), la sentenza di appello viene censurata, ex art. 360 c.p.c., n. 3, per violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 2043 c.c.) in relazione ai presupposti applicativi nei confronti della P.A. e dell’art. 28 Cost., con riferimento al principio di diritto per il quale, nel caso di infortuni sul lavoro dovuti a carenze di ordine strutturale, sono responsabili gli organi apicali dell’ente, ai quali fanno capo i poteri di indirizzo e di programmazione; nonchè ex art. 360 c.p.c., n. 5, per difetto di motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio con riferimento all’obbligo degli organi apicali dell’ante (presidente e consiglio di amministrazione) e del direttore generale (consegnatario degli immobili e responsabile della sicurezza dei lavoratori) di provvedere alle misure legali di prevenzione infortuni sul lavoro adottando i provvedimenti di competenza per eliminare le carenze strutturali della scala interna della sede marsalese dell’istituto.

L’accoglimento del motivo di ricorso principale consente di esaminare il contenuto della censura così come sopra riportata.

Essa è fondata.

Incorre, difatti, in errore la corte territoriale nell’escludere, dal novero dei responsabili dell’evento di danno che colpì l’ An. tanto il C.d.A. dell’ente, quanto P.D. ed M.E. nelle rispettive qualità. E’ principio di diritto consolidato presso questa corte regolatrice, difatti, quello secondo il quale, delle carenze strutturali degli immobili (quali certamente quelle da cui risultava caratterizzata la scala delle sede dell’Istituto), rispondono gli organi apicali (“l’organo politico di vertice”, secondo il dictum di Cass. n. 21010 del 2006, che, pur occupandosi di una vicenda di responsabilità riguardante un ente territoriale afferma peraltro principi che, mutatis mutandis, appaiono del tutto conferenti alla fattispecie in esame, volta che in sentenza si legge ancora che tale responsabilità risulta configurabile solo in presenza di specifiche situazioni, correlate alle attribuzioni proprie di tale organo, e, cioè, quando si sia al cospetto di violazioni derivanti da carenze di ordine strutturale, riconducibili all’esercizio dei poteri di indirizzo e di programmazione, ovvero quando l’organo politico sia stato specificamente sollecitato ad intervenire, ovvero ancora quando sia stato a conoscenza della situazione antigiuridica derivante dalle inadempienze dell’apparato competente, e abbia cionondimeno omesso di attivarsi, con i suoi autonomi poteri, per porvi rimedio).

Questa stessa Corte, poi, sia pur in sede penale, e sotto diverso profilo, ha dal suo canto affermato ripetutamente che, al fine di affermare la responsabilità di un dipendente amministrativo addetto ad un determinato servizio gestito da una pubblica amministrazione, occorre considerare la ripartizione interna ed istituzionale delle specifiche competenze, i limiti della delega ottenuta e le funzioni in concreto esercitate, e distinguere tra carenze strutturali, addebitabili ai vertici dell’ente, e deficienze derivanti dall’ordinario buon funzionamento, delle quali è tenuto a rispondere il funzionario addetto al settore secondo la ripartizione interna e istituzionale delle specifiche competenze (ex multis, Cass. pen. 5407/1996, in conformità con quanto già in precedenza affermato dalle stesse sezioni unite penali con la sentenza n. 9874 del 1992).

Dalla descrizione degli eventi così come operata dal giudice territoriale emerge ictu oculi come la non conformità della scala a cagione della quale ebbe a verificarsi il gravissimo incidente fosse dovuta ad una vera e propria carenza strutturale (e non anche di una omessa o cattiva manutenzione) del manufatto, conseguente alla altrettanto dimostrata difformità dai precetti normativi dettati in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro.

Da una evidente responsabilità della vicenda di danno così correttamente ricostruita (e correttamente esaminata in prime cure), non potevano, pertanto, dirsi esenti, sic et simpliciter, i vertici dell’istituto, cui andava viceversa ascritta la qualità di “debitori di sicurezza” risultati, nella specie, colpevolmente inadempienti.

Incorre in una irredimibile contraddizione, per altro verso, la sentenza impugnata nella parte in cui omette di considerare che la deliberazione del C.d.A. del 10.12.1991 riproduceva esattamente, e nel medesimo ordine, i tre interventi necessari ed urgenti proposti dall’ing. Ca. nella nota 20.11.1991 – diretta tanto all’ A. quanto specificamente all’istituto -, onde l’inevitabile inferenza di ordine logico secondo la quale tale nota fu evidentemente portata a conoscenza del consiglio. La contraddittorietà della motivazione appare ancor più palese se si consideri che in nessun modo e in nessun passaggio argomentativo essa esamina e contesta quanto affermato dal giudice di primo grado (e testualmente riportato ai ff. 21.22 della sentenza oggi impugnata), secondo il quale “il P….aveva rappresentato all’assemblea la necessità di realizzare dei lavori di adeguamento della sede dell’istituto definiti necessari ed urgenti dall’ing. Ca. con nota indirizzata all’istituto e depositata il 20.11.1991, tra i quali l’installazione di fasce in lamiera sulla ringhiera di protezione della scala elicoidale per renderla conforme alla normativa antinfortunistica, e l’assemblea, dopo ampia discussione, aveva deliberato di dar mandato all’ing. Ca. perchè provvedesse alla progettazione dei lavori necessari”.

L’obbligo di impedire l’evento dannoso gravava, pertanto, sugli organi apicali dell’ente – consiglio di amministrazione e presidente, quest’ultimo obbligato anche ai sensi dell’art. 5, comma 4, dello statuto, a mente del quale egli aveva il potere di adottare eccezionalmente i provvedimenti di urgenza salvo ratifica del consiglio.

A non diversa conclusione (come rettamente opinato dal giudice di prime cure) sarebbe dovuto giungere la corte territoriale con riguardo alla posizione del Marzullo, cui competevano incombenze tipiche di vigilanza ed attuazione delle delibere del C.d.A., nella qualità di consegnatario del patrimonio immobiliare, di direttore del personale, di garante del buon funzionamento dell’ente e di partecipante alle determinazioni dell’assemblea con voto consultivo, con conseguente configurabilità di un dovere di informazione e conoscenza della concreta situazione delle strutture entro le quali il personale era chiamato ad operare, di un altrettanto ineludibile dovere di segnalazione delle eventuali fonti di pericolo derivanti da carenze strutturali dei manufatti esistenti, di un conclusivo potere di adozione di rimedi provvisori attingendo all’apposito fondo cassa, di un ulteriore potere di segnalazione della necessità di inibire l’uso delle strutture pericolose (quali, appunto, la scala sulla quale ebbe a verificarsi l’incidente): non appare senza significato la incontestata circostanza, indicata dal ricorrente An. al folio 23 del suo ricorso incidentale condizionato, secondo la quale il Marzullo, a seguito dei rilievi mossi dagli ispettori del lavoro e dopo soli sei giorni dall’incidente, dette incarico all’ing. Ca. di procedere alla realizzazione dei lavori urgenti di messa in sicurezza della scala medesima.

All’accoglimento del motivo così esaminato consegue la impredicabilità di qualsivoglia ipotesi di assoluzione da responsabilità dell’ente vinicolo – così dovendosi interpretare, in parte qua, l’accoglimento del relativo ricorso principale – che andrà conseguentemente dichiarata in sede di rinvio.

b) Il ricorso incidentale non condizionato.

Con il primo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 1227 c.c., comma 1, in relazione agli artt. 2043, 2087 e 2056 c.c., ex art. 360 c.p.c., n. 3, con specifico riferimento ai principi di diritto che regolano il concorso di colpa del danneggiato negli infortuni sul lavoro)/omessa e contraddittoria motivazione in relazione al capo della sentenza relativo alla condotta alternativa lecita che il danneggiato avrebbe dovuto tenere al fine di evitare il danno (art. 360 c.p.c., n. 5). Insussistenza del concorso di colpa.

La censura non può essere accolta.

La inconferenza del richiamo ai principi dettato in tema di rischio professionale e di rischio c.d. “ulteriore” appare evidente volta che, facendo corretto uso del proprio potere di (ri)valutazione del fatto, la corte territoriale (ff. 41 ss. della sentenza impugnata) ha, con ragionamento probatorio scevro da vizi logico-giuridici, ravvisato profili di colpa nella condotta del danneggiato tanto ex intervallo – nel periodo anteriore all’avverarsi del sinistro -, quanto in continenti – e cioè in occasione del sinistro stesso, quando, a detta del giudice palermitano, “lo spirito di cortesia nei confronti del militari spinse l’ An. ad un comportamento imprudente”.

Le censure mosse dal ricorrente alla sentenza impugnata, pertanto, nel loro complesso, pur formalmente proposte sotto la veste di una (peraltro del tutto generica) violazione di legge e di decisivo difetto di motivazione, si risolvono, nella sostanza, in una (ormai del tutto inammissibile) richiesta di rivisitazione di fatti e circostanze come definitivamente accertati in sede di merito. Il ricorrente, difatti, lungi dal prospettare a questa Corte un vizio della sentenza rilevante sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., si volge piuttosto ad invocare una diversa lettura delle risultanze procedimentali così come accertare e ricostruite dalla corte territoriale, muovendo all’impugnata sentenza censure del tutto inaccoglibili, perchè la valutazione delle risultanze probatorie, al pari della scelta di quelle – fra esse ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, postula un apprezzamento di fatto riservato in via esclusiva al giudice di merito il quale, nel porre a fondamento del proprio convincimento e della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, nel privilegiare una ricostruzione circostanziale a scapito di altre (pur astrattamente possibili e logicamente non impredicabili), non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere peraltro tenuto ad affrontare e discutere ogni singola risultanza processuale ovvero a confutare qualsiasi deduzione difensiva. E’ principio di diritto ormai consolidato quello per cui l’art. 360 n. 5 del codice di rito non conferisce in alcun modo e sotto nessun aspetto alla corte di Cassazione il potere di riesaminare il merito della causa, consentendo ad essa, di converso, il solo controllo – sotto il profilo logico-formale e della conformità a diritto – delle valutazioni compiute dal giudice d’appello, al quale soltanto, va ripetuto, spetta l’individuazione delle fonti del proprio convincimento valutando le prove (e la relativa significazione), controllandone la logica attendibilità e la giuridica concludenza, scegliendo, fra esse, quelle funzionali alla dimostrazione dei fatti in discussione. Il ricorrente, nella specie, pur denunciando, apparentemente, una deficiente motivazione della sentenza di secondo grado, inammissibilmente (perchè in contrasto con gli stessi limiti morfologici e funzionali del giudizio di legittimità) sollecita a questa Corte una nuova valutazione di risultanze di fatto (ormai cristallizzate quoad effectum) sì come emerse nel corso del precedente grado del procedimento, in una dimensione motivatamente difforme da quanto opinato in prime cure, così mostrando di anelare ad una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito, nel quale ridiscutere analiticamente tanto il contenuto, ormai cristallizzato, di fatti storici e vicende processuali, quanto l’attendibilità maggiore o minore di questa o di quella ricostruzione procedimentale, quanto ancora le opzioni espresse dal giudice di appello – non condivise e per ciò solo censurate al fine di ottenerne la sostituzione con altre più consone ai propri desiderata -, quasi che nuove istanze di fungibilità nella ricostruzione dei fatti di causa fossero ancora legittimamente proponibili dinanzi al giudice di legittimità.

Con il secondo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 2059 c.c. in relazione agli artt. 2 e 3 Cost., e D.P.R. 3 marzo 2009, art. 5, lett. e) con specifico riferimento al principio di diritto dell’autonomo riconoscimento del danno morale (art. 360 c.p.c., n. 3); difetto e contraddittoria motivazione in ordine al capo della sentenza relativo alla liquidazione del danno non patrimoniale nel suo complesso (art. 360 c.p.c., n. 5).

Con il terzo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 2059 c.c. in relazione agli artt. 2, 4 e 29 Cost.) con specifico riferimento alla lesione di interessi costituzionalmente garantiti (art. 360 c.p.c., n. 3); insufficiente motivazione in ordine al capo della sentenza relativo alla liquidazione del danno non patrimoniale nel suo complesso per non aver tenuto conto della lesione di tutti gli interessi costituzionalmente protetti (art. 360 c.p.c., n. 5).

Entrambi i motivi sono fondati.

Lamenta il ricorrente che la Corte palermitana, diversamente da quanto opinato dal giudice di prime cure, avrebbe illegittimamente omesso di riconoscere e liquidare autonomamente il danno morale subiettivo patito dall’ An..

Lamenta poi lo stesso ricorrente che il giudice d’appello avrebbe omesso di valutare correttamente le conseguenze, sul piano del danno non patrimoniale, della definitiva compromissione delle normali potenzialità di esplicazione e realizzazione della personalità del danneggiato, tanto in ambito familiare (ivi compreso il diritto all’esplicazione della sessualità irrimediabilmente compromesso) quanto in ambito professionale e di relazione con soggetti terzi.

Osserva, nel richiamare la più giurisprudenza di questa corte, che l’autonomia del danno morale risulta sancita per via normativa, in epoca successiva alle sentenza 11.11.2008 delle sezioni unite di questa corte, dai D.P.R. n. 37 del 2009, e D.P.R. n. 181 del 2009.

Rileva, sotto altro profilo, la illegittimità dell’esclusione di ogni riconoscimento alla lesione del diritto dell’ An. alla realizzazione ed esplicazione della persona in ambito tanto familiare quanto lavorativo e sociale.

Le censure devono essere accolte entro i limiti di cui si dirà. Va premesso come questa stessa Corte regolatrice, in più di un’occasione (Cass. 28407/2008; 29191/2008; 5770/010; 18641/011) abbia avuto modo di predicare, in tema di danno morale e di danno “relazionale”, i principi di diritto alla cui riaffermazione legittimamente anela il ricorrente.

In particolare, con la recente pronuncia n. 20292 del 2012, si è affermato, in motivazione, quanto segue:

Un più ampio panorama dello stato della giurisprudenza, di legittimità e costituzionale, sino a tutto il 2006 – secondo una ricognizione oggi imposta dall’assai parziale richiamo ad un singolo e non significativo passaggio della sentenza 8827/2003 – consente al collegio una prima considerazione (peraltro non indispensabile, alla luce dei successivi interventi compiuti dal legislatore, a livello di normativa primaria e secondaria, all’indomani delle sentenze dell’11 novembre 2008): un indiscusso e indiscutibile formante giurisprudenziale di un altrettanto indiscutibile “diritto vivente”, così come predicato ai suoi massimi livelli, era, sino a tutto l’anno 2006, univocamente indirizzato nel senso della netta separazione, concettuale e funzionale, del danno biologico, del danno morale, del danno derivante dalla lesione di altri interessi costituzionalmente protetti.

In tale ottica, le stesse “tabelle” in uso presso il tribunale di Milano – che questa stessa Corte eleverà, con la sentenza 12408/2011, a dignità di generale parametro risarcitorio per il danno non patrimoniale – ne prevedevano una separata liquidazione, indicando, in particolare, nella misura di un terzo la percentuale di danno biologico utilizzabile come parametro per la liquidazione del (diverso) danno morale subbiettivo.

Le norme di cui agli artt. 138 e 139 del codice delle assicurazioni private (D.Lgs. n. 209 del 2005), calate in tale realtà interpretativa, non consentivano (nè tuttora consentono), pertanto, una lettura diversa da quella che predicava la separazione tra i criteri di liquidazione del danno biologico in esse codificati e quelli funzionali al riconoscimento del danno morale: in altri termini, la “non continenza”, non soltanto ontologica, nel sintagma “danno biologico” anche del danno morale.

Nella liquidazione del danno biologico, invece, il legislatore del 2005 ebbe a ricomprendere quella categoria di pregiudizio non patrimoniale – oggi circoscritta alla dimensione di mera voce descrittiva – che, per voce della stessa Corte costituzionale, era stata riconosciuta e definita come danno esistenziale: è lo stesso Codice delle assicurazioni private a discorrere, difatti, di quegli aspetti “dinamico relazionali” dell’esistenza che costituiscono danno ulteriore (rectius, conseguenza dannosa ulteriormente risarcibile) rispetto al danno biologico strettamente inteso come compromissione psicofisica da lesione medicalmente accertabile. L’aumento percentuale del risarcimento riconosciuto in funzione del punto invalidità, difatti, non è altro che il riconoscimento di tale voce descrittiva del danno, e cioè della descrizione degli ulteriori patimenti che, sul piano delle dinamiche relazionali, il soggetto vittima di una lesione medicalmente accertabile subisce e di cui (se provati) legittimamente avanza pretese risarcitorie.

Ma quid iuris qualora (come nella specie) un danno biologico manchi del tutto, e il diritto costituzionalmente protetto (quello che le sentenze del 2003 definirono, con terminologia di più ampio respiro, in termini di “valore” e/o “interesse” costituzionalmente protetto) risulti diverso da quello di cui all’art. 32 Cost., sia cioè, altro dal diritto alla salute (che il costituente, non a caso, ebbe cura di non definire inviolabile – al pari della libertà, della corrispondenza e del domicilio – bensì fondamentale)? Quanto al danno morale, ed alla sua autonomia rispetto alle altre voci descrittive di danno (e cioè in presenza o meno di un danno biologico o di un danno “relazionale”), questa Corte, con la sentenza 18641/2011, ha già avuto modo di affermare quanto segue:

“La modifica del 2009 delle tabelle del tribunale di Milano – che questa Corte, con la sentenza 12408/011 (nella sostanza confermata dalla successiva pronuncia n. 14402/011) ha dichiarato applicabili, da parte dei giudici di merito, su tutto il territorio nazionale – in realtà, non ha mai cancellato la fattispecie del danno morale intesa come voce integrante la più ampia categoria del danno non patrimoniale: nè avrebbe potuto farlo senza violare un preciso indirizzo legislativo, manifestatosi in epoca successiva alle sentenze del 2008 di queste sezioni unite, dal quale il giudice, di legittimità e non, non può in alcun modo prescindere, in una disciplina (e in una armonia) di sistema che, nella gerarchia delle fonti del diritto, privilegia ancora la disposizione normativa rispetto alla produzione giurisprudenziale. L’indirizzo di cui si discorre si è espressamente manifestato attraverso la emanazione di due successivi D.P.R. n. 31 del 2009, e il D.P.R. n. 191 del 2009, in seno ai quali una specifica disposizione normativa (l’art. 5) ha inequivocamente resa manifesta la volontà del legislatore di distinguere, morfologicamente prima ancora che funzionalmente, all’indomani delle pronunce delle sezioni unite di questa corte (che, in realtà, ad una più attenta lettura, non hanno mai predicato un principio di diritto volto alla soppressione per assorbimento, ipso facto, del danno morale nel danno biologico, avendo esse viceversa indicato al giudice del merito soltanto la necessità di evitare, attraverso una rigorosa analisi dell’evidenza probatoria, duplicazioni risarcitorie) tra la voce di danno c.d. biologico da un canto, e la voce di danno morale dall’altro: si legge difatti alle lettere a) e b) del citato art. 5, nel primo dei due provvedimenti normativi citati: – che la percentuale di danno biologico è determinata in base alle tabelle delle menomazioni e relativi criteri di cui agli artt. 138 e 139 del codice delle assicurazioni; – che la determinazione della percentuale di danno morale viene effettuata, caso per caso, tenendo conto dell’entità della sofferenza e del turbamento dello stato d’animo, oltre che della lesione alla dignità della persona, connessi e in rapporto all’evento dannoso, in misura fino a un massimo di due terzi del,valore percentuale del danno biologico”.

Quanto, in particolare, al c.d. “danno parentale” la sentenza specifica ancora come “Vadano senz’altro ristorati anche gli aspetti relazionali propri del danno da perdita del rapporto parentale inteso come danno esistenziale… al cui proposito approfondita si appalesa la disamina della corte territoriale che, dopo aver ricostruito la vicenda in termini di eccezionalità sotto il profilo dinamico- relazionale della vita dei genitori del piccolo tetraplegico, ha poi altrettanto correttamente ritenuto di conservare un ancoraggio alla liquidazione del danno biologico quale parametro di riferimento equitativo non del tutto arbitrario del danno parentale, quantificando – con apprezzamento di fatto scevro da errori logico giuridici e pertanto incensurabile in questa sede – il danno stesso in una percentuale (l’80%) del pregiudizio biologico risentito dal minore”.

Non sembrò revocabile in dubbio alla Corte, e non sembra revocabile in dubbio oggi al collegio, che, nella più ampia dimensione del risarcimento del danno alla persona, la necessità di una integrale riparazione del danno parentale (secondo i principi indicati dalla citata Cass. ss.uu. 26972/08) comporti che la relativa quantificazione debba essere tanto più elevata quanto più grave risulti il vulnus alla situazione soggettiva tutelata dalla Costituzione inferto al danneggiato, e tanto più articolata quanto più esso abbia comportato un grave o gravissimo, lungo o irredimibile sconvolgimento della qualità e della quotidianità della vita stessa.

Sulla base di tali premesse, e sgombrato il campo da ogni possibile equivoco quanto alla autonomia del danno morale rispetto non soltanto a quello biologico (escluso nel caso di specie), ma anche a quello “dinamico relazionale” (predicabile pur in assenza di un danno alla salute), va affrontata e risolta la questione, specificamente sottoposta oggi dal ricorrente incidentale al vaglio di questa Corte, della legittimità di un risarcimento di danni “esistenziali” così come riconosciuti dalla corte di appello di Potenza.

Questione da valutarsi, non diversamente da quella afferente al danno morale, alla luce del dictum dalle sezioni unite di questa corte nel 2008, che lo ricondussero, in via di principio, a species descrittiva di danno inidonea di per sè a costituirne autonoma categoria risarcitoria.

Un principio affermato, peraltro, nell’evidente e condivisibile intento di porre un ormai improcrastinabile limite alla dilagante pan- risarcibilità di ogni possibile species di pregiudizio, benchè priva del necessario referente costituzionale, e sancito con specifico riferimento ad una fattispecie di danno biologico.

Un principio che, al tempo stesso, affronta e risolve positivamente la questione della risarcibilità di tutte quelle situazioni soggettive costituzionalmente tutelate (diritti inviolabili o anche “solo” fondamentali, come l’art. 32 Cost., definisce la salute) diversi dalla salute, e pur tuttavia incise dalla condotta del danneggiante oltre quella soglia di tollerabilità indotta da elementari principi di civile convivenza (come pure insegnato dalle stesse sezioni unite).

Le sentenze del 2008 offrono, in proposito, una implicita quanto non equivoca indicazione al giudice di merito nella parte della motivazione che discorre di centralità della persona e di integralità del risarcimento del valore uomo – così dettando un vero e proprio statuto del danno non patrimoniale alla persona per il terzo millennio.

La stessa (meta)categoria del danno biologico fornisce a sua volta risposte al quesito circa la “sopravvivenza” – predicata dalla corte di appello lucana – del c.d. danno esistenziale, se è vero come è vero che “esistenziale” è quel danno che, in caso di lesione della stessa salute, si colloca e si dipana nella sfera dinamico relazionale del soggetto, come conseguenza, si, ma autonoma, della lesione medicalmente accertabile.

Prova ne sia che un danno biologico propriamente considerato – un danno, cioè, considerato non sotto il profilo eventista, ma consequenzialista – non sarebbe legittimamente configurabile (sul piano risarcitorio, non ontologico) tutte le volte che la lesione (danno evento) non abbia procurato conseguenze dannose risarcibili al soggetto: la rottura, da parte di un terzo, di un dente destinato di lì a poco ad essere estirpato dal (costoso) dentista è certamente una “lesione medicalmente accertabile”, ma, sussunta nella sfera del rilevante giuridico (id est, del rilevante risarcitorio), non è (non dovrebbe) essere anche lesione risarcibile, poichè nessuna conseguenza dannosa (anzi..), sul piano della salute, appare nella specie legittimamente predicabile (la medesima considerazione potrebbe svolgersi nel caso di frattura di un arto destinato ad essere frantumato nel medesimo modo dal medico ortopedico nell’ambito di una specifica terapia ossea che attende di lì a poco il danneggiato).

La mancanza di “danno” (conseguenza dannosa) biologico, in tali casi, non esclude, peraltro, in astratto, la configurabilità di un danno morale soggettivo (da sofferenza interiore) e di un possibile danno “dinamico-relazionale”, sia pur circoscritto nel tempo.

Queste considerazioni confermano la bontà di una lettura delle sentenze delle sezioni unite del 2008 condotta, prima ancora che secondo una logica interpretativa di tipo formale-deduttivo, attraverso una ermeneutica di tipo induttivo che, dopo aver identificato l’indispensabile situazione soggettiva protetta a livello costituzionale (il rapporto familiare e parentale, l’onore, la reputazione, la libertà religiosa, il diritto di autodeterminazione al trattamento sanitario, quello all’ambiente, il diritto di libera espressione del proprio pensiero, il diritto di difesa, il diritto di associazione e di libertà religiosa ecc.), consenta poi al giudice del merito una rigorosa analisi ed una conseguentemente rigorosa valutazione tanto dell’aspetto interiore del danno (la sofferenza morale) quanto del suo impatto modificativo in pejus con la vita quotidiana (il danno esistenziale).

Una indiretta quanto significativa indicazione in tal senso potrebbe essere rinvenuta nel disposto dell’art. 612-bis del codice penale, che, sotto la rubrica “Atti persecutori”, dispone che sia “punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva, ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.

Sembrano efficacemente scolpiti, in questa disposizione di legge per quanto destinata ad operare in un ristretto territorio del diritto penale – i due autentici momenti essenziali della sofferenza dell’individuo: il dolore interiore, e la significativa alterazione della vita quotidiana.

Danni diversi e, perciò solo, entrambi autonomamente risarcibili, ma se, e solo se, rigorosamente provati caso per caso, al di là di sommarie ed impredicabili generalizzazioni (che anche il dolore più grave che la vita può infliggere, come la perdita di un figlio, può non avere alcuna conseguenza in termini di sofferenza interiore e di stravolgimento della propria vita “esterna” per un genitore che, quel figlio, aveva da tempo emotivamente cancellato, vivendo addirittura come una liberazione la sua scomparsa).

E’ lecito ipotizzare, come sostiene il ricorrente incidentale, che la categoria del danno esistenziale risulti “indefinita e atipica”.

Ma ciò è la probabile conseguenza dell’essere la stessa dimensione della sofferenza umana, a sua volta, “indefinita e atipica”.

Il Collegio ritiene di dover dare ulteriore continuità a tali principi, con conseguente accoglimento dei motivi in esame.

Con il quarto motivo, si denuncia difetto di motivazione in ordine alla compensazione delle spese del giudizio di secondo grado.

La censura è assorbita dall’accoglimento dei due motivi di ricorso che precedono, dovendosi rimettere al giudice del rinvio ogni decisione in ordine ad un nuovo riparto delle spese processuali.

P.Q.M.

La corte, decidendo sui ricorsi riuniti:

– accoglie, nei limiti di cui in motivazione, quello principale dell’Istituto regionale della Vite e del Vino;

– accoglie l’unico motivo di ricorso incidentale condizionato An.;

– accoglie il secondo e terzo motivo del ricorso incidentale non condizionato An., dichiarandone assorbito il quarto;

– accoglie il ricorso incidentale A.;

– rigetta il primo motivo del ricorso incidentale non condizionato An.;

– cassa entro i limiti del predetto accoglimento la sentenza impugnata e rinvia il procedimento, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione, alla corte di appello di Palermo in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 28 febbraio 2013.

Depositato in Cancelleria il 3 ottobre 2013