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Iva: va liquidata anche se la riparazione non è ancora avvenuta (Cass., ord. 21739/19)

Il principio enunciato dalla Corte

Gli Ermellini, affermano ancora una volta (cfr. Cass. n. 10023/1997; Cass. n. 1688/2010; Cass. n. 14535/2013) che il risarcimento del danno si estende agli oneri accessori e conseguenziali. Ne deriva che se esso è liquidato in base alle spese da affrontare per la riparazione, il risarcimento deve comprende anche l’IVA, pur se la riparazione non è ancora avvenuta, a meno che il danneggiato, per l’attività svolta, abbia diritto al rimborso o alla detrazione dell’IVA versata.

Considerazione

Peccato solo che la maggior parte dei nostri Giudici di merito disattendano sistematicamente questo insegnamento e che, pertanto, anche per poche centinaia di euro che il nostro assistito ha diritto a vedersi riconosciuti, si sia costretti ad andare in appello.

L’ORDINANZA

(omissis)

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. F.B., quale titolare della ditta individuale omonima, chiedeva ed otteneva dal Presidente del Tribunale di Reggio Emilia un decreto ingiuntivo nei confronti di B.E. per Lire 20.815.565 quale saldo del corrispettivo del contratto di appalto del 15 maggio 1988 per la realizzazione di una piscina in cemento armato, oltre impianti ed accessori.

Si opponeva il committente e deduceva che in realtà le parti si erano accordate per la realizzazione di una piscina di dimensioni inferiori rispetto a quelle indicate in contratto, dovendosi quindi pervenire alla riduzione del corrispettivo. Inoltre parte dei materiali forniti non corrispondevano a quelli previsti, mentre alcune opere non erano state proprio messe in opera dall’appaltatore. Infine, successivamente alla conclusione del contratto, le parti avevano concordato una riduzione del prezzo.

In via riconvenzionale chiedeva altresì la condanna del F. al risarcimento dei danni per i vizi ed i difetti dell’opera.

Il Tribunale di Reggio Emilia con sentenza dell’11 gennaio 2001 revocava il decreto ingiuntivo, e previo accertamento dei vizi e delle opere non eseguite dal creditore, riduceva la pretesa di quest’ultimo alla somma di Euro 1.007,65.

La Corte d’Appello di Bologna, a seguito di gravame del F., con la sentenza n. 581/2015 accogleva parzialmente l’appello, e condannava il committente al pagamento della somma di Euro 3.101,83 oltre interessi legali dalla domanda al saldo, compensando tra le parti le spese del doppio grado per la misura di due terzi, e ponendo la residua parte a carico del B..

I giudici di appello rilevavano che il contratto prevedeva un’indicazione del prezzo, stampigliata a macchina, per un importo di Lire 41.700.00.0, esclusa IVA, ma successivamente, si rinveniva, con scrittura a mano, la diversa indicazione della somma di Lire 42.000.000 iva compresa.

In mancanza della proposizione della querela di falso, in ordine all’aggiunta redatta a mano, doveva quindi reputarsi che il corrispettivo del contratto concluso fosse quello riportato a mano di L.. 42.000.000 comprensivo anche di IVA. Quanto alla contestazione concernente le dimensioni della piscina, la sentenza d’appello rilevava che dalla documentazione in atti e dalle testimonianze assunte doveva reputarsi che le parti si fossero accordate per la costruzione di una piscina avente appunto le dimensioni poi realizzate.

In questa direzione deponeva la circostanza che il progetto depositato in Comune per le relative autorizzazioni prima della conclusione del contratto, era conforme a quanto costruito, dovendo al riguardo farsi richiamo alle conclusioni del CTU. Inoltre anche i testi avevano riferito che il B. aveva chiesto la realizzazione di una piscina avente le dimensioni poi attuate. Quanto all’individuazione del credito residuo, occorreva detrarre dal corrispettivo come sopra determinato, l’importo degli acconti pari ad Euro 14.667,38, nonchè la somma necessaria per eliminare i vizi ed i difetti, determinata nell’importo di Euro 4.382,00.

Quanto invece alle detrazioni richieste dal committente per i costi direttamente sopportati per opere comprese in contratto ma non realizzate dall’impresa, e per un importo di Euro 1.626,74, la sentenza osservava che tali somme erano già state conteggiate dal F. al momento della richiesta del decreto ingiuntivo.

Ancora, non potevano essere riconosciuti gli ulteriori danni asseritamente accertati dal CTU, atteso che si trattava del normale deperimento dovuto all’uso ed al tempo di componenti originariamente forniti dall’appaltatore.

Infine non andava assecondata la richiesta di sostituzione del trampolino e delle elettropompe dosatrici e del tubo galleggiante, in quanto i materiali forniti, ancorchè diversi da quelli indicati in contratto, erano da reputarsi di qualità equivalente ed inidonei a determinare alcun pregiudizio al committente.

Per l’effetto veniva riconosciuta all’appellante la somma di Euro 3.101,83.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso B.E. sulla base di quattro motivi, cui resiste con controricorso F.B..

2. Il primo motivo di, ricorso denuncia il vizio della sentenza impugnata per motivazione apparente, perplessa ed obiettivamente incomprensibile in ordine alla mancata detrazione dei costi direttamente sopportati dal committente per opere comprese nel contratto ma non realizzate dall’appaltatore, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

Si rileva che la sentenza impugnata, dopo avere individuato il corrispettivo del contratto di appalto nella somma di L.. 42.000.000 comprensiva di Iva, aveva detratto da tale importo sia gli acconti documentati sia le somme dovute a titolo di ristoro dei danni da vizi e difetti dell’opus appaltato.

Tuttavia, nell’esaminare l’ulteriore doglianza dell’opponente, relativa alla mancata fornitura di alcune delle opere commissionate, e che erano state invece direttamente eseguite dal committente, ha escluso che si potesse tenere conto del relativo importo (Euro 1626,74) in quanto tali somme erano già state conteggiate dal F. al momento della richiesta del decreto ingiuntivo.

Si sottolinea, che però in tal modo la detrazione, non è stata effettuata sul capitale corrispondente all’importo del corrispettivo del contratto di appalto, valutando decisiva la detrazione che però era stata effettuata dall’appaltatore sulla diversa somma richiesta in sede monitoria.

In subordine si rileva che, anche a voler seguire il ragionamento dei giudici di appello, in realtà il F. aveva detratto solo parte delle opere eseguite in proprio dal B., e per un importo nettamente inferiore a quanto invece dovuto.

Il motivo è fondato.

Al riguardo deve ricordarsi che ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo introdotto dalla L. n. 134 del 2012, il vizio denunciabile è limitato all’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione fra le parti, essendo stata così sostituita la precedente formulazione (omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio). La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata (a prescindere dal confronto con le risultanze processuali). Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (cfr. S.U.. 8053/2014). Pertanto, non possono essere sollevate doglianze per censurare, ai sensi dell’art. 360, n. 5 citato, la correttezza logica del percorso argomentativo della sentenza, a meno che non sia denunciato come incomprensibile il ragionamento ovvero che la contraddittorietà delle argomentazioni si risolva nella assenza o apparenza della motivazione (in tal caso, il vizio è deducibile quale violazione della legge processuale ex art. 132 c.p.c.).

Orbene, reputa il Collegio che nella fattispecie sia riscontrabile proprio l’anomalia motivazione suscettibile di denuncia in sede di legittimità anche a seguito della ricordata novella.

La Corte d’Appello, al fine di accertare se e quale fosse il credito residuo dell’appaltatore, nella motivazione ha preso le mosse dall’assunto secondo cui occorreva partire dal corrispettivo dell’appalto come fissato in contratto (pari a L.. 42.000.000 comprensivi di IVA), detraendo da tale importo, dapprima gli acconti versati dal ricorrente e successivamente le somme riconosciute a titolo di ristoro dei danni derivanti da vizi e difetti dell’opus.

Ha poi ritenuto che, in relazione alle somme richieste dal B. per costi sostenuti in proprio al fine di supplire alle omissioni dell’appaltatore, e per un importo di Euro 1.626,74, le somme in oggetto fossero già state detratte dal F. al momento della richiesta del decreto ingiuntivo, sicchè non potevano essere prese nuovamente in esame.

In tal modo ha operato un evidente errore di carattere logico, tale da trasmodare in un’insanabile contraddittorietà delle argomentazioni a supporto della motivazione, in quanto la consequenziale operazione imposta dalla premessa metodologica seguita nell’operazione di rideterminazione delle ragioni di dare ed avere dalle parti, imponeva di detrarre. la somma de qua, in quanto ritenuta corrispondente ad una ragione di credito del committente, dall’importo individuato come corrispondente al prezzo complessivo dell’appalto, posto che, essendo anche intervenuta la revoca del decreto opposto, ed essendosi posta la necessità di tenere conto anche delle somme dovute a titolo di risarcimento danni, il quantum oggetto della domanda monitoria, era stato nei fatti ritenuto non attendibile.

Anche a voler soprassedere circa l’evidenziata differenza tra la somma che il B. ritiene essergli dovuta per tale causale, rispetto a quella invece detratta in sede di richiesta monitoria dal F., risulta privo di qualsiasi logica, anche solo di carattere aritmetico, l’iter motivazionale della Corte distrettuale, che avendo ritenuto necessario ricalcolare l’eventuale saldo dovuto all’appaltatore partendo dal prezzo fissato in contratto, avrebbe dovuto detrarre tutte le contrapposte ragioni di credito del committente dal corrispettivo contrattuale, senza tenere conto della diversa, ed ormai superata, quantificazione del credito operata nel ricorso monitorio.

La sentenza impugnata deve pertanto essere cassata in relazione a tale motivo, ed il giudice di rinvio dovrà procedere al calcolo delle rispettive ragioni di debito e credito, detraendo tutte le contrapposte pretese del ricorrente dall’importo complessivo del prezzo dell’appalto.

3. Il secondo motivo denuncia il vizio della sentenza impugnata per motivazione apparente, perplessa ed obiettivamente incomprensibile in ordine alla mancata considerazione dell’IVA nella quantificazione dei costi per l’eliminazione dei vizi dell’opera nonchè la violazione e falsa applicazione di norme di diritto in ordine all’esclusione dell’IVA dal risarcimento del danno e riduzione del prezzo per vizi.

Si segnala che la Corte d’Appello, pur riconoscendo una posta creditoria a favore del ricorrente per il ristoro dei danni derivanti dai vizi dell’opera realizzata, ha omesso di considerare anche l’Iva dovuta sulla sorta capitale, e ciò sebbene lo stesso ausiliario d’ufficio avesse quantificato il danno nell’importo di Euro 4.382,00 oltre IVA. Anche tale motivo è fondato.

Va evidenziato che in controricorso il F. sembra prospettare un ampliamento della domanda risarcitoria da parte del ricorrente, senza però proporre uno specifico motivo di ricorso incidentale, quanto alla denuncia del precetto di cui all’art. 112 c.p.c., e deduce che in ogni caso era carente una specifica richiesta dell’opponente quanto al riconoscimento dell’IVA. Ritiene il Collegio che a confutare tale deduzione valga il richiamo alla costante giurisprudenza di questa Corte secondo cui, ancorchè in relazione ai danni derivanti da circolazione stradale, ma senza che tale diversa genesi del danno possa incidere sulla soluzione da seguire anche nel caso in esame, poichè il risarcimento del danno si estende agli oneri accessori e consequenziali, se esso è liquidato in base alle spese da affrontare per riparare un veicolo, il risarcimento comprende anche l’IVA, pur se la riparazione non è ancora avvenuta – a meno che il danneggiato, per l’attività svolta, abbia diritto al rimborso o alla detrazione dell’IVA versata (cfr. Cass. n. 10023/1997; Cass. n. 1688/2010; – Cass. n. 14535/20,13).

Trattandosi appunto di un onere accessorio e consequenziale, deve quindi ritenersi che la richiesta di risarcimento del danno involga in sè anche la richiesta di riconoscimento dell’IVA, che doveva quindi essere aggiunta alla somma corrispondente all’importo dei danni, e senza che possa venire in rilievo, come dedotto dalla difesa dell’intimato, un profilo di novità della domanda, trattandosi di una componente insita nella richiesta risarcitoria.

La sentenza impugnata deve essere cassata anche in relazione a tale motivo ed il giudice del rinvio dovrà determinare le somme dovute al ricorrente a titolo di risarcimento del danno, considerando a tal fine anche l’importo dovuto a titolo di IVA.

4. Il terzo motivo di ricorso denuncia l’omesso esame di un fatto e di una specifica doglianza quanto al mancato esame dell’esistenza di patti successivi al contratto del 14 maggio 1988 che avevano determinato una riduzione del corrispettivo. Si sostiene che dal contenuto e dall’ammontare delle due fatture emesse dal F. nel corso del 1988 si ricavava che le parti avevano inteso ridurre il corrispettivo fissato in contratto, essendo frutto di un’unilaterale ed arbitraria iniziativa dell’appaltatore l’emissione della fattura n. (OMISSIS).

Deve quindi ritenersi che i lavori fossero stati completati nel 1988 e che quindi l’importo dovuto sia corrispondente a quanto emerge dalle due fatture emesse in quell’anno.

Il motivo è inammissibile in quanto mira surrettiziamente a sollecitare questa Corte ad una diversa e più appagante per la parte ricostruzione delle vicende di fatto.

In tal senso va ricordato che le Sezioni Unite (Cass. 8054/2014) hanno altresì sottolineato che “L’omesso esame di elementi istruttori non integra di per sè vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze istruttorie”. L’individuazione del corrispettivo dovuto è stata fatta dai giudici di appello ritenendo necessario avvalersi del contenuto del contratto di appalto, valorizzando, come si avrà modo di ribadire anche in occasione della disamina del motivo che segue, anche il tenore delle deposizioni testimoniali per concludere per l’esatta corrispondenza tra il corrispettivo pattuito e l’entità dell’opera realizzata, non potendosi infatti reputare che vi fosse stata una riduzione delle dimensioni dell’opera appaltata, idonea ad incidere anche sulla misura del corrispettivo.

Deve quindi ritenersi che, in disparte il mancato rispetto del requisito di specificità del motivo ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, nella parte in cui riporta solo parzialmente il contenuto delle fatture invocate, la doglianza miri nel complesso a contestare la complessiva valutazione del materiale istruttorio (che come detto non deve necessariamente estendersi ad ogni elemento probatorio), proponendo una personale ricostruzione dei fatti a mente della quale dal contenuto delle fatture (atti tipicamente unilaterali) dovrebbe ricavarsi una volontà di modificare il contenuto di un contratto per il quale le parti avevano deciso di avvalersi della forma scritta, essendo quindi evidente come la critica investa profili evidentemente sottratti al sindacato di legittimità.

5. Il quarto motivo denuncia il vizio di omessa ed incomprensibile motivazione della sentenza per erronea valutazione di specifica doglianza mossa nell’atto di appello in riferimento al mancato riconoscimento di difformità esecutive della piscina per la riduzione delle sue dimensioni.

Si sostiene che la conclusione dei giudici di appello secondo cui le parti avrebbero voluto la realizzazione di una piscina avente esattamente le dimensioni di quella realizzata, parte dall’erronea supposizione che già il preventivo concernesse una piscina di dimensioni più contenute rispetto a quanto riportato nello stesso preventivo ed in contratto.

Il motivo è inammissibile in quanto anche in tal caso mira a contestare le insindacabili valutazioni del giudice di merito quanto alla corretta ricostruzione della volontà delle parti.

La decisione gravata, lungi dall’ignorare la discrasia esistente tra le dimensioni del manufatto di cui al preventivo e quelle invece concretamente assunte dalla piscina, ha ritenuto che la stessa potesse essere superata alla luce della complessiva valutazione del materiale probatorio (affermazione questa che alla luce di quanto in precedenza esposto rende immune la sentenza della denuncia del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), valorizzando il contenuto del progetto presentato in Comune, conforme alle effettive dimensioni dell’opera (e successivo alla predisposizione del preventivo, dal che il CTU ha ritenuto che il progetto corrispondesse all’effettiva volontà del committente, quale formatasi all’esito di un confronto con il progettista) nonchè il tenore delle deposizioni testimoniali (tra cui vi è anche quella del progettista), che confermava come con il contratto fosse stata prevista la realizzazione di una piscina delle dimensioni di m. 6 X 12.

6. La cassazione della sentenza, per effetto dell’accoglimento dei primi due motivi, impone il rinvio della causa ad altra Sezione della Corte d’Appello di Bologna, che provvederà anche sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi due motivi di ricorso nei termini di cui in motivazione, e dichiarati inammissibili gli altri motivi, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti, con rinvio, anche per le spese del presente giudizio, ad altra Sezione della Corte d’Appello di Bologna.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda civile della Corte Suprema di Cassazione, il 24 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 27 agosto 2019

Scontro tra veicoli e art. 2054 c.c.: l’accertamento della colpa di uno dei conducenti non esonera l’altro dall’onere di provare di avere fatto il possibile per evitare l’evento (Cass. Ord. 12283/19)

Cass. civ. Sez. VI, Ordinanza del 9 maggio 2019, n. 12283

 IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE

Secondo gli Ermellini, giusta la presunzione di cui all’art. 2054 cc, l’accertamento della colpa di uno dei conducenti non esonera l’altro dall’onere di provare, al fine di escludere il concorso di colpa a suo carico, di avere fatto il possibile per evitare l’evento.

L’ ORDINANZA

 (omissis)

Svolgimento del processo

che:

M.S. convenne in giudizio dinanzi al Tribunale di Firenze la ATAF SPA (ora ATAF Gestioni srl) e la Assitalia SPA, al fine di sentirle condannare in solido al risarcimento dei danni subiti in occasione del sinistro avvenuto in Firenze il 7-10-1999, allorquando, mentre alla guida della propria autovettura era fermo ad un segnale di stop, era stato investito dall’autobus Fiat Iveco, di proprietà dell’ATAF ed assicurato per la rca con l’Assitalia SpA. Con sentenza 1686/12 l’adito Tribunale, nel contraddittorio delle parti, rigettò la domanda.

Con sentenza 8-9-2017 la Corte d’Appello di Firenze ha rigettato l’appello del M.; in particolare la Corte, condividendo la valutazione del Tribunale in ordine alle risultanze istruttorie, ha evidenziato che, in base alle conclusioni dell’espletata CTU dinamica, alla deposizione del teste F., al verbale dei Vigili intervenuti ed alla posizione dei mezzi post urto, era da ritenersi accertato che l’autovettura dell’attore aveva invaso la corsia preferenziale dell’autobus; risultava, di contro, non provata la velocità non prudenziale dell’autobus al momento dell’impatto; velocità non prudenziale non corroborata da elementi oggettivi, che “nè l’attore aveva provato nè i VV.UU. avevano accertato”.

Avverso detta sentenza M.S. propone ricorso per Cassazione, affidato ad un motivo ed illustrato anche da successiva memoria.

Generali Italia SpA resiste con controricorso, anch’esso illustrato da successiva memoria.

Motivi della decisione

che:

Con l’unico motivo il ricorrente, denunziando – ex art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e/o falsa applicazione degli art. 2054 c.c. e dell’art. 2697 c.c., si duole che la Corte territoriale non abbia considerato che, in base alla presunzione di cui all’art. 2054 c.c., l’accertamento della colpa di uno dei conducenti non esonera l’altro dall’onere di provare, al fine di escludere il concorso di colpa a suo carico, di avere fatto il possibile per evitare l’evento.

Il motivo è fondato, essendo incorsa la Corte territoriale in vizio di sussunzione, consistente, come più volte chiarito da questa S.C., nell’erronea riconduzione del fatto materiale nella fattispecie legale deputata a dettarne la disciplina (Cass. 6035/2018), e ricorrente sia quando il giudice riconduce i fatti materiali ad una fattispecie astratta piuttosto che ad un’altra, sia quando si rifiuta di assumerli in qualunque fattispecie astratta, pur sussistendone una in cui potrebbero essere inquadrati (Cass. 13747/2018).

L’accertamento in fatto, sulla base delle risultanze istruttorie, compiuto dal giudice di merito in ordine alla dinamica del sinistro non può essere oggetto di critica in sede di legittimità, sicchè va ritenuta inammissibile la doglianza con specifico riferimento a siffatto accertamento, che va tenuto fermo ed indiscusso.

Erroneamente, tuttavia, la Corte ha fatto discendere da detto accertamento la responsabilità esclusiva dell’incidente in questione in capo al M. per avere invaso la corsia preferenziale dell’autobus, addebitando così illegittimamente allo stesso ricorrente anche la mancata prova dell’esatta velocità di detto autobus e comunque della conformità della velocità alle condizioni previste ed esistenti; in tal modo, infatti, la Corte ha violato la norma di cui all’art. 2054 c.c., comma 2, secondo cui “nel caso di scontro tra veicoli si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli”.

Di conseguenza, in accoglimento del ricorso, va cassata l’impugnata sentenza, con rinvio alla Corte d’Appello di Firenze, in altra composizione, che dovrà valutare alla stregua dell’art. 2054 c.c., comma 2, la ricostruzione in fatto già operata in detta sentenza, e, per il caso che non risulti adeguatamente evidenziata una condotta di guida del conducente dell’autobus tale da potersi dire che egli ha fatto tutto il possibile per evitare il danno, dovrà riconoscere la corresponsabilità, ferma la graduazione di essa.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa l’impugnata sentenza, con rinvio alla Corte d’ Appello di Firenze in diversa composizione, che dovrà provvedere anche alla regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 15 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 9 maggio 2019

Danno da fermo tecnico: non è (più) un danno in re ipsa e va provato (Cass., ord. n. 9348/19)

Cass. civ. Sez. III, Ordinanza 04-04-2019, n. 9348

IL PASSO SALIENTE DELL’ORDINANZA

“In seno alla Terza Sezione è maturato – a far data dalla decisione del 17/07/2015, n. 15089 – e va via consolidandosi (Cass. 14/10/2015, n. 20620; Cass. 31/05/2017, n. 13718), l’indirizzo, cui si ritiene opportuno dare continuità, che ritiene che l’indisponibilità di un autoveicolo durante il tempo necessario per le riparazioni sia un danno che deve essere allegato e dimostrato; che la prova del danno non possa consistere nella dimostrazione della mera indisponibilità del veicolo, ma che occorra fornire la prova della spesa sostenuta per procurarsi un mezzo sostitutivo ovvero della perdita subita per avere dovuto rinunciare ai proventi ricavati dall’uso del mezzo.”

L’ORDINANZA

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 14384/2017 R.G. proposto da:

F.S., rappresenta e difesa dall’Avv. Gerardo Giorgione, con domicilio ex lege in Roma presso la cancelleria della Corte di Cassazione;

– ricorrente –

contro

GENERTEL SPA, in persona del suo rappresentante legale pro tempore;

– resistente –

e contro

M.M.;

– resistente –

avverso la sentenza 314/17 del Tribunale di Brindisi, depositata il 20/02/2017;

Udita la relazione svolta nella Camera di Consiglio del 21 febbraio 2019 dal Consigliere Marilena Gorgoni.

Svolgimento del processo

F.S. ricorre per la cassazione della sentenza n. 314/17 del Tribunale di Brindisi, pubblicata il 20/02/2017, formulando un unico articolato motivo. Nessuna attività difensiva è svolta dalle resistenti.

La vicenda ha per oggetto la richiesta di risarcimento dei danni al motociclo Honda di proprietà dell’attuale ricorrente, parcheggiato in strada e privo di copertura assicurativa, cagionati, durante una manovra di retromarcia, dalla vettura di proprietà di M.M., assicurata dalla Genertel SPA. Il Giudice di Pace di Brindisi, adito da F.S., con sentenza n. 91/93, rigettava la domanda attorea, avente ad oggetto la richiesta, a titolo risarcitorio, della somma di Euro 4.030,46, a saldo di quanto a lei asseritamente spettante per i danni subiti dal motociclo, quantificati in Euro 7.355,46, e per i danni da fermo tecnico durato tre giorni, pari ad Euro 150,00, detratto l’acconto di Euro 3.475,00 ricevuto dalla Genertel SPA. Il Tribunale di Brindisi, con la sentenza oggetto dell’odierna impugnazione, investito del gravame da F.S., rigettava l’appello e condannava l’appellante alla rifusione delle spese di lite.

Le ragioni della sentenza sono le seguenti: la somma ottenuta dalla compagnia assicurativa doveva ritenersi integralmente satisfattiva del danno materiale subito dal motociclo; non era dovuta l’Iva perchè il motociclo era stato alienato previa riparazione, ma senza produzione di alcuna documentazione fiscale attestante l’avvenuta riparazione e la sopportazione dell’onere dell’IVA; il danno da fermo tecnico non competeva alla richiedente perchè il motociclo, essendo sprovvisto di assicurazione, non poteva circolare.

Motivi della decisione

1.La ricorrente censura la sentenza impugnata, ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, deducendo che:

a)secondo la prevalente giurisprudenza, il risarcimento del danno relativo ad un veicolo danneggiato deve comprendere anche l’Iva, indipendentemente dal fatto che la riparazione sia avvenuta, perchè la funzione del risarcimento del danno è quella di porre il patrimonio del danneggiato nello stato in cui si sarebbe trovato senza l’evento lesivo, a prescindere dagli esborsi effettuati;

  1. b) il danno da fermo tecnico non richiede una prova specifica, essendo la sosta forzata fonte di spese: tassa di circolazione, premio assicurativo, naturale deprezzamento del bene;

c)erroneamente, la mancata liquidazione dell’Iva era stata fatta discendere da vicende successive al danneggiamento, omettendo di considerare che il danno deve delinearsi al momento dell’eventus damni e che su di esso sono ininfluenti le scelte successive del danneggiato.

  1. Il motivo è, per alcuni versi, inammissibile, per altri, infondato.

In via preliminare deve rilevarsi che, ai sensi dell’art. 348 ter c.p.c., comma 4, (applicabile, nel caso di specie, essendo stato l’appello introdotto con atto notificato dopo l’11 settembre 2012), avendo il giudice del primo e quello del secondo grado condiviso le medesime valutazioni di fatto, alla ricorrente era precluso porre a fondamento del motivo di ricorso la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, a meno di indicare – ciò che non è avvenuto nel caso di specie – che le ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello erano tra loro diverse (ex plurimis Cass. 22/12/2016, n. 26774).

Ad abundantiam, si osserva altresì che la deduzione del vizio denunciato non risulta supportata dai relativi oneri di allegazione, necessari per assicurare il soddisfacimento del principio di autosufficienza del ricorso: il fatto omesso, il dato extratestuale dal quale evincere la sua esistenza nonchè il come e il quando tale fatto fosse stato oggetto di discussione tra le parti.

La ricorrente, pur svolgendo le proprie censure anche sotto il canone della violazione di legge, tende in larga misura a rimettere in discussione – mancata attenzione per le ragioni del contrasto tra il preventivo di spesa, basato sulla sostituzione del braccio oscillante posteriore del motociclo e formulato a seguito di visione del mezzo danneggiato, e la CTU che, avvalendosi solo della documentazione fotografica, aveva ritenuto più congrua la sostituzione di tale pezzo meccanico piuttosto che la sua sostituzione – apprezzamenti che rientrano nella esclusiva discrezionalità del giudice di merito e, pertanto, sono incensurabili in questa sede.

Si deve, infatti, ribadire che, in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta per mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e impinge nella tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione.

Sfugge parzialmente al rilievo formulato il tentativo della ricorrente di fondare la dedotta violazione di legge sul contrasto tra la decisione impugnata e l’orientamento della giurisprudenza di legittimità asseritamente più recente -viene rimproverato al giudice a quo di aver fondato le proprie motivazioni su giurisprudenza “in auge almeno un ventennio fa” (p. 3 del ricorso), indicando l’orientamento più recente in quello espresso da talune decisioni espressamente indicate (n. 1688/2010; n. 9740/2002; n. 10023/1997; n. 14535/13) -.

Non è revocabile in dubbio che il risarcimento del danno patrimoniale debba comprendere anche gli oneri accessori e conseguenziali: pertanto, se esso è consistito nelle spese da affrontare per riparare un veicolo, il risarcimento deve comprendere anche l’importo dovuto dal danneggiato all’autoriparatore a titolo di IVA, pur quando la riparazione non sia ancora avvenuta (a meno che il danneggiato, per l’attività svolta, abbia diritto al rimborso o alla detrazione dell’IVA versata), dal momento che l’autoriparatore, per legge (D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 18), deve addebitarla, a titolo di rivalsa, al committente (ex plurimis, Cass. 27/01/2010, n. 1688).

Tale principio, tuttavia, non è pertinente nel nostro caso, avuto riguardo alla concreta ratio decidendi adottata dalla sentenza impugnata.

Il Tribunale ha infatti liquidato il danno senza tenere conto dell’IVA con un ragionamento così riassumibile:

(a) il veicolo è stato alienato dopo essere stato riparato;

(b) la danneggiata non ha dimostrato di avere sostenuto spese di sorta o versato l’IVA al riparatore;

(c) deve ritenersi che la riparazione sia avvenuta “in economia” ovvero senza versamento dell’IVA al riparatore.

Il Tribunale, dunque, non ha affatto negato in iure che l’importo dovuto a titolo di IVA sul costo delle riparazioni spetti al danneggiato se il veicolo non è stato riparato; ma ha semplicemente accertato in facto che il veicolo era stata riparato e non che non c’era fattura, quindi, ha ritenuto che l’Iva non fosse stata assolta e, di conseguenza, che non vi fosse sotto questo aspetto un danno risarcibile: e questo è un apprezzamento di merito non sindacabile in questa sede (Cass. 29/09/2016, n. 19294).

Anche quanto alla richiesta risarcitoria avente ad oggetto il danno da fermo tecnico il motivo risulta infondato.

Deve prendersi atto che in ordine al se il danno da fermo tecnico sia un danno in re ipsa, come ritenuto dalla ricorrente, ovvero se esso debba essere allegato e provato da colui che ne invoca il risarcimento si è registrato in passato un contrasto giurisprudenziale protrattosi per decenni.

A decisioni che lo ritenevano liquidabile in via equitativa indipendentemente da una prova specifica in ordine al pregiudizio subito, rilevando la sola circostanza che il danneggiato risultasse privato del veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato – in ragione del fatto che l’autoveicolo, anche durante la sosta forzata è una fonte di spesa per il proprietario (tenuto a sostenere gli oneri per la tassa di circolazione e il premio di assicurazione) ed è altresì soggetto a un naturale deprezzamento di valore (tra le pronunce più recenti espressione di tale indirizzo cfr. Cass. 04/10/2013, n. 22687; Cass. 26/06/2015, n. 13215) – si opponevano pronunce che, ritenendo insufficiente la mera indisponibilità del veicolo, richiedevano ai fini della liquidazione del danno da fermo tecnico la dimostrazione della spesa sostenuta per procacciarsi un mezzo sostitutivo ovvero della perdita dell’utilità economica derivante dalla rinuncia forzata ai proventi ricavabili dal suo uso (Cass. 07/02/1996, n. 970; Cass. 19/11/1999, n. 12820).

In seno alla Terza Sezione è maturato – a far data dalla decisione del 17/07/2015, n. 15089 – e va via consolidandosi (Cass. 14/10/2015, n. 20620; Cass. 31/05/2017, n. 13718), l’indirizzo, cui si ritiene opportuno dare continuità, che ritiene che l’indisponibilità di un autoveicolo durante il tempo necessario per le riparazioni sia un danno che deve essere allegato e dimostrato; che la prova del danno non possa consistere nella dimostrazione della mera indisponibilità del veicolo, ma che occorra fornire la prova della spesa sostenuta per procurarsi un mezzo sostitutivo ovvero della perdita subita per avere dovuto rinunciare ai proventi ricavati dall’uso del mezzo.

La conclusione si fonda sulle seguenti premesse:

  1. a) non trovano ingresso nel nostro ordinamento danni in re ipsa, giacchè, in primo luogo, il danno non coincide con l’evento dannoso, ma individua le conseguenze da esso prodotte, in secondo luogo, ammettere il risarcimento del danno per la mera lesione dell’interesse giuridicamente protetto significherebbe utilizzare la responsabilità civile in funzione sanzionatoria, al di fuori dei casi espressamente previsti dalla legge (ex plurimis Cass. 04/12/2018, n. 31233);
  2. b) la liquidazione equitativa non può sopperire al difetto di prova del danno, giacchè essa presuppone che il pregiudizio del quale si reclama il risarcimento sia stato accertato nella sua consistenza ontologica; se tale certezza non sussiste, il giudice non può procedere alla quantificazione del danno in via equitativa, non sottraendosi tale ipotesi all’applicazione del principio dell’onere della prova quale regola del giudizio, secondo il quale se l’attore non ha fornito la prova del suo diritto in giudizio la sua domanda deve essere rigettata, atteso che il potere del giudice di liquidare equitativamente il danno ha la sola funzione di colmare le lacune insuperabili ai fini della sua precisa determinazione (Cass. 14/05/2018, n. 11698).
  3. c) la tassa di circolazione e le spese di assicurazione non possono reputarsi inutilmente pagate: la prima perchè prescinde dall’uso del veicolo, essendo una tassa di proprietà; le secondo perchè, con un comportamento improntato al rispetto di quanto previsto dall’art. 1227 c.c., comma 2, possono essere sospese (su richiesta del danneggiato);
  4. d) il deprezzamento del bene non è in nesso di relazione causale con il fermo tecnico, ma con la necessità di procedere alla riparazione del mezzo;

La sentenza gravata, dunque, ha fatto corretta applicazione dei suddetti principi, negando il risarcimento del danno da fermo tecnico in ragione del fatto che il motociclo era sprovvisto di assicurazione obbligatoria e quindi non poteva circolare.

Il Tribunale ha tratto la presunzione negativa che la vittima avesse riportato un danno da fermo tecnico dalla circostanza grave, precisa e concordante che la stessa non potesse utilizzare il ciclomotore. E la ricorrente non ha allegato alcun concreto elemento atto a contrastare l’assunto che il mezzo fosse sprovvisto di copertura assicurativa e che tale condizione ne rendeva, allo stato, impossibile l’utilizzazione.

  1. Ne consegue il rigetto del ricorso.
  2. Nulla deve essere liquidato per le spese, non avendo le resistenti svolto attività difensiva.
  3. Si dà atto della ricorrenza dei presupposti per porre a carico della ricorrente l’obbligo di pagare il doppio del contributo unificato.

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso.

Nulla liquida per le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 21 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 4 aprile 2019

Danni cagionati da fauna selvatica (cinghiale): condannata la Regione

Giudice di Pace di Padova (ex Monselice) – Giudice Dr.ssa Avv. Cecilia Bagni sentenza n. 100/2014

REPUBBLICA ITALIANA
UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE DI PADOVA (ex MONSELICE)
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice Avv. Cecilia Bagni ha pronunziato la seguente

SENTENZA

Nella controversia civile iscritta al n° 193 del Reg. Gen. Dell’anno 2013 con atto di citazione depositato il 8 maggio 2013

da

Z****** G******* (c.f. **************) elettivamente domiciliato in Abano Terme (PD), Via Previtali n° 30 presso e nello studio dell’avv. Claudio Calvello del Foro di Padova, in virtù di mandato a margine dell’atto di citazione

ATTORE

contro

REGIONE VENETO (c.f. *********) in persona del Presidente p.t. dott. Luca Zaia elettivamente domiciliata in Padova, P******* T*** L**** n° *** presso e nello studio dell’avv. P****** D***** del Foro di Padova che la rappresenta e difende in virtù di mandato a margine della comparsa di costituzione e risposta

CONVENUTA

Oggetto: risarcimento danni
Causa passata in decisione all’udienza dell’11 aprile 2014 sulle seguenti conclusioni:
Della parte attrice:
“Voglia il Sig. Giudice di Pace, contrariis reiectis, condannare la Regione del Veneto, in persona del Presidente legale rappresentante pro tempore, a corrispondere all’attore la complessiva somma di € 1.900,00 oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi legali dal fatto all’effettivo soddisfo, in ogni caso, entro i limiti del Giudice adito. Si confida pertanto nelle conclusioni tutte rassegnate. Con vittoria di spese, competenze di lite come da allegata nota spese da distrarsi a favore del sottoscritto procuratore, già dichiaratosi in atti anticipatario; con sentenza munita di clausola di provvisoria esecuzione ai sensi dell’art. 282 c.p.c..
Della parte convenuta:
“Nel merito in via principale: rigettarsi le domande attoree perché infondate in fatto ed in diritto: spese di causa rifuse. Sul quantum, si richiama le difese e le deduzioni svolte in comparsa di costituzione e risposta”.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione ritualmente notificato il sig. Z*** G***** conveniva in giudizio la Regione Veneto in persona del suo legale rappresentante pro tempore, al fine di ottenerne la condanna al risarcimento dei danni, quantificati in € 1.900,00 (o quella diversa maggiore o minore somma accertata in corso di causa, all’occorrenza, in via equitativa ex art. 1226 c.c.) oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi legali dal giorno del sinistro al saldo ed alle spese e competenze legali quale risarcimento dei danni materiali subiti a causa dell’attraversamento repentino di un cinghiale nella sede stradale in data **.**.2012 alle ore 5,30 in località Montegrotto (PD), via ********* all’altezza del civico n° **.
Alla prima udienza del 14.05.2013, avanti il Gdp, dott. Mazzarella, si costituiva in giudizio la Regione Veneto chiedendo il rigetto di ogni pretesa risarcitoria perché infondata in fatto ed in diritto.
Il Giudice concedeva alle parti termine per il deposito delle memorie ex art. 320 c.p.c. e rinviava la causa all’udienza del 2 luglio 2013. In detta udienza il dott. Mazzarella invitava le parti ad un tentativo di conciliazione e rinviava per decidere in ordine all’ammissione dei mezzi istruttori al 24 settembre 2013.
A detta udienza il dott. Mazzarella rinviava la causa per gli stessi incombenti all’udienza del 26 novembre 2013. Successivamente la suddetta udienza veniva tenuta dalla scrivente atteso che il Dott. Mazzarella terminava il mandato in data 10 ottobre 2013.
A seguito della riserva assunta in data 26.11.2013 venivano ammesse ed espletate le prove richieste e fissata l’udienza del 7 marzo 2014 per la precisazione delle conclusioni ed il deposito di memoria conclusiva.
A detta udienza il procuratore attoreo concludeva e dimetteva nota conclusionale.
Parte convenuta chiedeva un rinvio per impedimento.
Il giudice rinviava per i medesimi incombenti all’udienza dell’11 aprile 2014.
Successivamente, a detta udienza il procuratore di parte convenuta dimetteva comparsa conclusionale mentre parte attrice ne eccepiva la tardività.
La causa veniva quindi trattenuta in decisione sulle conclusioni trascritte in epigrafe.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Va preliminarmente rigettata l’eccezione sollevata da parte convenuta di carenza di legittimazione passiva in capo alla Regione Veneto essendo competente il Parco Regionale dei Colli Euganei. Alla luce dell’istruttoria svolta, risulta infatti che l’Ente Parco Colli, è dotato di organi propri e di un proprio bilancio, ma trattasi sostanzialmente di un organo regionale, a cui vengono affidati compiti operativi, sul quale la Regione Veneto esercita una serie di poteri di ingerenza, di indirizzo e di vigilanza. In buona sostanza è la Regione Veneto l’ente principale ed il Parco Colli l’ente subordinato.
Quanto sopra emerge anche dalle dichiarazioni assunte, ed in particolare, dal Direttore dell’Ente Parco, escusso in data 17.07.2014, il quale ha dichiarato che il bilancio del Parco Colli è totalmente “fatto dalla Regione”.
Accertato quanto sopra, è di tutta evidenza che l’ente sovraordinato, in tal caso la Regione Veneto, è responsabile dei fatti di cui è causa, non potendosi spogliare dal suo dovere di vigilanza e di controllo.
Un’ulteriore conferma di quanto viene data anche dall’art. 4 della Legge Regionale n°6/2013 che espressamente detta la procedura da seguire in caso di incidente causato da animali selvatici e che la domanda di risarcimento deve essere fatta nei confronti della Regione Veneto.
Accertato quanto sopra, la domanda attorea deve considerarsi fondata in fatto e diritto e conseguentemente merita di essere accolta.
L’attore infatti si ritiene abbia compiutamente assolto il proprio onere probatorio ex art. 2043 c.c.
Il sig. Z**** ha compiutamente provato sia per testi che documentalmente il nesso di causa ed i fatti tutti così come descritti in atto introduttivo.
Risulta altresì che il luogo del sinistro fosse abitualmente frequentato da cinghiali e che è teatro di precedenti incidenti tra essi ed i veicoli in transito.
Ne deriva pertanto che la convenuta Regione Veneto, cui per legge è affidata la gestione della fauna selvatica, per colpa e/o negligenza, non ha opportunamente allertato e/o sorvegliato l’Ente Parco Colli, nonostante i numerosi episodi in precedenza accaduti e l’allarme sociale conseguitone.
Va infine detto che incombeva alla convenuta l’onere di provare che l’incidente sarebbe stato evitabile da una diversa condotta dell’attore: circostanza, non avvenuta, nella presente vertenza.
Per tutte le suesposte considerazioni, la domanda attorea dovrà essere accolta nella misura di € 1.500,00 essendo emerso dalla testimonianza del teste Ceretta, che la somma richiesta per i danni materiali eseguiti come da fattura n° 233/2012 è congrua, così come la richiesta di fermo tecnico.
Per quanto concerne le spese legali relative alla fase stragiudiziale nel caso di specie non è stata prodotta alcuna fattura, o comunque, altro documento fiscale, di cui sia dimostrato oggettivamente il pagamento, che attesti la presunta spesa e pertanto verrà riconosciuta solo con la conclusione del presente giudizio nel quantificare le spese di lite.
Alla somma complessivamente quantificata di € 1.500,00 dovranno infine aggiungersi gli interessi legali dalla data del sinistro al saldo, in quanto dovuti.
Non spetta invece l’avanzata richiesta di cumulo tra rivalutazione monetaria e interessi (Cass. Sez. unite 1712/95 e n° 14470 del 3.12.99).
Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Giudice di Pace definitivamente pronunciando nella causa in epigrafe, così provvede:
1) accertato che i danni subiti dalla vettura attorea in data **.**.2012 alle ore 5,30 circa sono riconducibili a causa dell’attraversamento repentino di un cinghiale nella sede stradale in località Montegrotto (PD), via ***** all’altezza del civico n°**;
2) dichiara la responsabilità della convenuta ex art. 2043 c.c. e per l’effetto, condanna la Regione Veneto in persona del suo legale rappresentante pro tempore a risarcire all’attore i danni nella somma di € 1.5000,00 oltre agli interessi legali dalla data del sinistro al saldo.
3) condanna la Regione Veneto in persona del legale rappresentante pro tempore a risarcire all’attore le spese di lite che liquida in complessivi € 950,00 oltre agli accessori di legge.
4) dichiara la sentenza provvisoriamente esecutiva.
Così deciso in Padova lì, 28 luglio 20014
IL GIUDICE DI PACE
Avv. Cecilia Bagni
Depositato in Cancelleria il 31 luglio 2014

Dosso non segnalato? E’ responsabile il Comune (anche se ha appaltato i lavori)

Si segnala la presente sentenza poiché riassume in modo brillante, sintetico ed efficace i presupposti su cui si basa la responsabilità a carico dei Comuni per gli incidenti provocati agli utenti a causa del cattivo stato delle strade

 Il passo saliente della sentenza:

“Rispetto alle strade aperte al pubblico transito la Corte ha ritenuto che la disciplina di cui all’art. 2051 cod. civ. è applicabile in riferimento alle situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada, essendo configurabile il caso fortuito in relazione a quelle situazioni provocate dagli stessi utenti, ovvero da una repentina e non specificatamente prevedibile alterazione dello stato della cosa che, nonostante l’attività di controllo e la diligenza impiegata allo scopo di garantire un intervento tempestivo, non possa essere rimossa o segnalata, per difetto del tempo strettamente necessario a provvedere. Pertanto, in conformità a quanto statuito dalla Suprema Corte il danneggiato che invochi la responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. contro una P.A. (o il gestore), in relazione a danno originatosi da bene demaniale o patrimoniale soggetto ad uso generale e diretto della collettività, non è onerato della dimostrazione della certificazione del danno in conseguenza dell’esistenza di una situazione qualificabile come insidia o trabocchetto, dovendo esclusivamente provare – come avviene di regola per le ipotesi di responsabilità per i danni cagionati da una cosa in custodia – l’evento dannoso e l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento suddetto. Trattandosi di un’ipotesi si responsabilità oggettiva, la P.A. per liberarsi dalla presunzione gravante su di essa, deve dare la prova del fortuito e quindi dimostrare mancanza di colpa, che emerge sul piano del raffronto tra lo sforzo diligente necessario per prevenire ed evitare l’evento e la condotta mantenuta (cfr. Cass. 20 gennaio 2006, 3651). Occorre ricordare, allora che, conformemente a quanto stabilito dalla Suprema Corte, i Comuni sono responsabili degli incidenti provocati agli utenti a causa del cattivo stato delle strade e ciò anche se la manutenzione delle stesse è stata appaltata a una ditta esterna (cfr. Cass. 1691/2009).”

E ancora

“Il fattore decisivo per l’applicabilità della disciplina ex art. 2051 c.c. deve individuarsi nella possibilità o meno di esercitare un potere di controllo e di vigilanza sui beni demaniali, con la conseguenza che l’impossibilità di siffatto potere non potrebbe ricollegarsi puramente e semplicemente alla notevole estensione del bene e all’uso generale e diretto da parte dei terzi, considerati meri indici di tale impossibilità, ma all’esito di una complessa indagine condotta dal giudice di merito con riferimento al caso singolo…”

 TRIBUNALE DI MILANO

 REPUBBLICA ITALIANA

 IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

 Il Giudice del Tribunale di Milano, dott. Giorgio Alcioni, Sezione X civile, ha pronunciato la seguente

 S E N T E N Z A

 nella causa civile iscritta al 1034 del ruolo generale contenzioso dell’anno 2011, avente ad oggetto l’appello alla sentenza n. 39/2011, emessa dal Giudice di pace di Rho, vertente

 Tra:

 Massimo P., con l’avv. Stefano Gallandt e l’avv. Roberto Enrico Paolini

– appellante –

contro

 Comune di Pregnana Milanese, in persona del sindaco pro tempore

– appellato –

e contro

 C. S.r.l. unipersonale, in persona del legale rappresentante pro tempore, con l’avv. Andrea Campagnone

– appellata –

 

e contro

 UGF Assicurazioni S.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, con l’avv. Filippo Martini e l’avv. Marco Rodolfi

– appellata –

 

Conclusioni: all’udienza del 3 aprile 2014 i procuratori delle parti hanno così precisato le conclusioni: (OMISSIS)

 S v o l g i m e n t o   d e l   p r o c e s s o

 (OMISSIS)

 Motivi delle decisione

 La sentenza di primo grado deve essere riformata.

Il P. riferisce che in data 4 giugno 2008, alle opere 16,30 circa, alla guida del veicolo di proprietà Lancia K, targato ***, percorreva Piazza Maggio, angolo via Garibaldi, in Pregnana Milanese, allorquando avvertiva un violento urto in corrispondenza della parte anteriore e sottostante della propria auto; aggiunge che in conseguenza di ciò scese dalla vettura, accorgendosi della presenza di un dosso non segnalato ed ancora in fase di lavorazione.

Il P. lamenta che in conseguenza dell’impatto la propria autovettura aveva riportato danni materiali; evidenzia che l’impatto violento non poteva attribuirsi ad una condotta di guida spericolata ed imprudente, posto che pochi metri prima del dosso era apposto un segnale di stop, al quale egli si era correttamente arrestato, per poi riprendere la marcia lentamente.

Secondo il P. la responsabilità deve attribuirsi, in via concorrente, per i lavori in corso, tanto al Comune di Pregnana Milanese, nella sua qualità di soggetto committente, quanto alla società appaltatrice, ovvero la C. S.r.l., che non aveva provveduto in alcun modo a segnalare il cantiere.

L’urto del veicolo contro il dosso e i conseguenti danni risultano provati sulla base delle testimonianza assunte da questo Giudice e della documentazione prodotta dall’attore.

I testimoni non erano stati ascoltati dal Giudice di pace per assenza del difensore, impedito a raggiungere il Tribunale a causa di un incidente stradale; è stata prodotta documentazione di tale sinistro e, conseguentemente, il Giudice di pace, in presenza dell’istanza della parte decaduta, avrebbe dovuto applicare correttamente il disposto dell’art. 208 cpc. Deve, quindi, confermarsi l’ordinanza già emessa sul punto.

Con riferimento, poi, al teste G.B., escusso in sostituzione di altro testimone indicato dalla parte, ma deceduto nelle more, si rileva che si deve salvaguardare l’esigenza di evitare una decadenza determinata da un inadempimento processuale causato da un giustificato impedimento.

Pertanto deve riconoscersi la facoltà, ispirata al principio di garanzia del pieno diritto di difesa, di sostituire il nominativo di un testimone, allorquando vi sia l’oggettiva impossibilità di provvedere all’escussione per motivi non imputabili alla parte interessata alla deposizione, né dalla stessa conosciuti o conoscibili al momento della sua designazione (quali ad esempio l’evento morte; in tal senso cfr. Cass. Civ. 13187/2013, 16764/2006).

Fatte queste opportune considerazioni in fatto, pare opportuno ricordare, in diritto, che la questione del risarcimento dei danni richiesto ai Comuni per gli incidenti che si verificano a causa dei dissesti delle strade è differente in base alla disposizione del codice civile invocata: l’art. 2043 (Risarcimento per fatto illecito. Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno. (Cod. Pen. 185), ovvero l’art. 2051 (Danno cagionato da cosa in custodia. Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito).

La differenza è sostanziale.

L’applicazione dell’art. 2043 fa si che sia il danneggiato a dover provare la colpa del Comune, allegando in causa che la buca o la disconnessione rappresentava un pericolo occulto (definito anche insidia o trabocchetto), caratterizzato dalla coesistenza dell’elemento oggettivo della non visibilità e dell’elemento soggettivo della imprevedibilità.

L’applicazione dell’art. 2051 consente una inversione della prova: il comune è obbligato a custodire le strade, con la conseguenza che è responsabile dei danni cagionati alle persone e cose, nei limiti in cui non vi sia l’impossibilità di governo del territorio. L’obbligo di custodia sussiste se vi è: a) il potere di controllare la cosa; b) il potere di modificare la situazione di pericolo insita nella cosa o che in essa è determinata; c) il potere di escludere qualsiasi terzo dall’ingerenza sulla cosa nel momento in cui si è prodotto il danno; se anche il danneggiato ha avuto un ruolo causale nella determinazione dell’evento dannoso troverà applicazione l’art. 1227 c.c. (Cass., 27 marzo 2007 n. 7403).

E’ costante nella giurisprudenza della Corte il principio secondo cui la responsabilità ex art. 2051 cod. civ. sussiste in relazione a tutti i danni da essa cagionati, sia per la sua intrinseca natura, sia per l’insorgenza in essa di agenti dannosi, essendo esclusa solo dal caso fortuito, che può essere rappresentato – con effetto liberatorio totale o parziale – anche dal fatto del danneggiato, avente un’efficacia causale tale da interrompere del tutto il nesso eziologico tra la cosa e l’evento dannoso o da affiancarsi come ulteriore contributo utile nella produzione del danno (da ultimo Cass. 7 aprile 2010 n.8229).

Rispetto alle strade aperte al pubblico transito la Corte ha ritenuto che la disciplina di cui all’art. 2051 cod. civ. è applicabile in riferimento alle situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada, essendo configurabile il caso fortuito in relazione a quelle situazioni provocate dagli stessi utenti, ovvero da una repentina e non specificatamente prevedibile alterazione dello stato della cosa che, nonostante l’attività di controllo e la diligenza impiegata allo scopo di garantire un intervento tempestivo, non possa essere rimossa o segnalata, per difetto del tempo strettamente necessario a provvedere.

Pertanto, in conformità a quanto statuito dalla Suprema Corte il danneggiato che invochi la responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. contro una P.A. (o il gestore), in relazione a danno originatosi da bene demaniale o patrimoniale soggetto ad uso generale e diretto della collettività, non è onerato della dimostrazione della certificazione del danno in conseguenza dell’esistenza di una situazione qualificabile come insidia o trabocchetto, dovendo esclusivamente provare – come avviene di regola per le ipotesi di responsabilità per i danni cagionati da una cosa in custodia – l’evento dannoso e l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento suddetto. Trattandosi di un’ipotesi si responsabilità oggettiva, la P.A. per liberarsi dalla presunzione gravante su di essa, deve dare la prova del fortuito e quindi dimostrare mancanza di colpa, che emerge sul piano del raffronto tra lo sforzo diligente necessario per prevenire ed evitare l’evento e la condotta mantenuta (cfr. Cass. 20 gennaio 2006, 3651).

Occorre ricordare, allora che, conformemente a quanto stabilito dalla Suprema Corte, i Comuni sono responsabili degli incidenti provocati agli utenti a causa del cattivo stato delle strade e ciò anche se la manutenzione delle stesse è stata appaltata a una ditta esterna (cfr. Cass. 1691/2009).

Infatti la presunzione di responsabilità per il danno cagionato dalle cose che si hanno in custodia, stabilita dall’art. 2051 c.c., è applicabile nei confronti dei comuni, quali proprietari delle strade del demanio comunale, pur se tali beni siano oggetto di un uso generale e diretto da parte dei cittadini, qualora la loro estensione sia tale da consentire le’esercizio di un continuo ed efficace controllo che sia idoneo ad impedire l’insorgenza di cause di pericolo per i terzi; né può sostenersi che l’affidamento della manutenzione stradale in appalto alle singole imprese sottrarrebbe la sorveglianza ed il controllo, di cui si discute, al Comune, per assegnarli all’impresa appaltatrice, che così risponderebbe direttamente in caso d’inadempimento: infatti, il contratto d’appalto per la manutenzione delle strade di parte del territorio comunale costituisce soltanto lo strumento tecnico-giuridico per la realizzazione in concreto del compito istituzionale proprio dell’ente territoriale, di provvedere alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade di sua proprietà ai sensi dell’art. 14 del vigente Codice della strada, per cui deve ritenersi che l’esistenza di tale contratto d’appalto non vale affatto ad escludere la responsabilità del Comune committente nei confronti degli utenti delle singole strade ai sensi dell’art. 2051 c.c.. Il fattore decisivo per l’applicabilità della disciplina ex art. 2051 c.c. deve individuarsi nella possibilità o meno di esercitare un potere di controllo e di vigilanza sui beni demaniali, con la conseguenza che l’impossibilità di siffatto potere non potrebbe ricollegarsi puramente e semplicemente alla notevole estensione del bene e all’uso generale e diretto da parte dei terzi, considerati meri indici di tale impossibilità, ma all’esito di una complessa indagine condotta dal giudice di merito con riferimento al caso singolo, che tenga in debito conto innanzitutto gli indici suddetti e che “la necessità che la configurabilità della possibilità in concreto della custodia debba essere indagata non soltanto con riguardo all’estensione della strada, ma anche alle sue caratteristiche , alla posizione, alle dotazioni, ai sistemi di assistenza che lo connotano, agli strumenti che il progresso tecnologico appresta, in quanto tali caratteristiche acquistano rilievo condizionante anche delle aspettative degli utenti, rilevando ancora, quanto alle strade comunali, come figura sintomatica della possibilità del loro effettivo controllo, la circostanza che le stesse si trovino all’interno della perimetrazione del centro abitato.

Alla luce di quanto sopra va affermata la responsabilità del PA convenuta ex art. 2051 c.c..

Dagli atti invece emerge che non vi era alcuna segnalazione che avvisasse gli utenti della presenza di deformazioni del piano viabile. Quanto sopra è assorbente.

Per altro verso l’utente della strada nutre un ovvia aspettativa in ordine alla regolarità di un manto stradale non indicato come dissestato da un apposito segnale di pericolo (per tali rilievi si veda Cass., 22604/09).

Nel caso in esame sussiste l’anomalia della cosa non segnalata e vi è la prova del nesso di causa, mentre per parte sua il Comune non ha provato il fortuito.

Posto che documentazione prodotta e dalle deposizioni testimoniali si è appresa l’illegittimità del dosso al momento del sinistro, deve, tuttavia, rilevarsi che la convenuta C, s.r.l. ha provato di aver realizzato il dosso in conformità alle direttive tecniche fornite dal Comune committente.

Infatti il teste di parte convenuta, Geom. F.C., direttore dei lavori, escusso in occasione dell’udienza del 4 giugno 2010, ha confermato che la riapertura del traffico veicolare nel tratto stradale in questione, avvenuta in data 21 maggio 2008, fu disposta successivamente alla effettuazione dei necessari controlli di agibilità e percorribilità prescritti dalla normativa di settore, anche da parte del committente ente locale. Detto teste ha inoltre ribadito come la colorazione del manufatto rialzato presente sul luogo nell’occorso fosse diversa da quella della sede stradale ove lo stesso era posto.

In considerazione di tali circostanze, essendo pacifica la responsabilità del Comune convenuto, vi sono dubbi su quella dell’appaltatore, che deve quindi essere mandato assolto con compensazione delle spese, così come il suo Assicuratore.

 PQM

 Il Giudice del Tribunale di Milano, Dott. Giorgio Alcioni, definitivamente pronunciando e ijn totale riforma della sentenza appellata, cos’ provvede:

1)      condanna l’appellato Comune di Pregnana Milanese al pagamento della somma di Euro 1.800,00 oltre rivalutazione monetaria e interessi legali;

2)      condanna l’appellato Comune di Pregnana Milanese al pagamento a favore dell’appellante M. P. delle spese di entrambi i gradi del giudizio, nella misura di € 4.113,00 oltre accessori e successive;

3)      Respinge ogni altra domanda;

4)      Compensa ulteriori spese di giudizio,

5)      Dichiara la presente sentenza provvisoriamente esecutiva.

6)      Così deciso in Milano, il 2 agosto 2041.

 

Il Giudice

Dott. Giorgio Alcioni

L’Iva è dovuta anche se il veicolo non viene riparato

Cass. civ. Sez. III, Sent., 10-06-2013, n. 14535

“[…] il risarcimento del danno patrimoniale si estende agli oneri accessori e consequenziali […]

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