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Immissioni illecite: il danno non patrimoniale può essere provato anche per presunzioni

Cassazione civile sez. II, sentenza 28 agosto 2017, n. 20445

Il danno non patrimoniale conseguente a immissioni illecite è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di un danno biologico documentato, quando sia riferibile alla lesione del diritto al normale svolgimento della vita personale e familiare all’interno di un’abitazione e comunque del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita, trattandosi di diritti costituzionalmente garantitin. 20445

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

Il danno non patrimoniale conseguente a immissioni illecite è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di un danno biologico documentato, quando sia riferibile alla lesione del diritto al normale svolgimento della vita personale e familiare all’interno di un’abitazione e comunque del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita, trattandosi di diritti costituzionalmente garantiti, la cui tutela è ulteriormente rafforzata dall’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, norma alla quale il giudice interno è tenuto ad uniformarsi (vedi Cass. 16/10/2015, n. 20927); ne consegue che la prova del pregiudizio subito può essere fornita anche mediante presunzioni o sulla base delle nozioni di comune esperienza”.

LA SENTENZA

(Omissis)

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Rilevato che:

L.E., riassunto il giudizio dopo dichiarazione di incompetenza del giudice di pace di Roma, ha convenuto innanzi al tribunale di Roma G.N., T.S. e T.V., proprietario il primo e conduttori in locazione gli altri di un locale in (OMISSIS), ad uso falegnameria, sottostante l’appartamento di proprietà dell’attrice; espletata c.t.u., il tribunale ha con sentenza depositata il 25/05/2006 dichiarato cessata la materia del contendere in ordine a domanda di inibitoria di immissioni di polveri, vapori e rumori – essendo state nelle more adottate misure di contenimento in base a ordinanze cautelari – condannando i soli conduttori al risarcimento dei danni per Euro 10.000 oltre accessori;

la corte d’appello di Roma, in accoglimento dell’appello proposto dai signori T. nel contraddittorio della sola signora L., ha riformato con sentenza depositata il 13/03/2013 la decisione del tribunale, rigettando la domanda risarcitoria, affermando che il danno da immissioni sarebbe risarcibile solo ove ne sia derivata comprovata lesione della salute, non essendo risarcibile la minore godibilità della vita, nonchè – quanto al profilo probatorio – espressamente “dissente(ndo) dall’indirizzo giurisprudenziale recepito dal primo giudice, secondo cui quando venga accertata la non tollerabilità delle immissioni la prova del danno deve considerarsi in re ipsa” e rilevando che l’attrice avrebbe dovuto produrre “idonea documentazione sanitaria… e… chiedere l’espletamento di una c.t.u. medico-legale”;

avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione L.E., affidandolo a un motivo, cui hanno resistito S. e T.V. con controricorso illustrato da memoria;

Ritenuto che:

sia manifestamente fondato l’unico motivo di ricorso, con cui la signora L. ha lamentato violazione di legge in relazione agli artt. 2 e 32 Cost. e artt. 844, 2043 e 2067 cod. civ., deducendo che la corte d’appello si sarebbe posta in contrasto con l’indirizzo giurisprudenziale secondo il quale la prova della lesione di un diritto costituzionalmente garantito è anche prova del danno, da ritenersi in re ipsa, o almeno tale prova – in mancanza di accertamento medico-legale – possa essere agevolata mediante presunzioni, che – secondo la signora L. – avrebbero nel caso di specie potuto fondarsi sulla situazione lavorativa documentata della stessa, impegnata in lavoro con turni notturni;

al di là di remoti precedenti citati dalla corte d’appello e rimontanti a epoca in cui nè la materia del danno alla salute nè quella dei rimedi in tema di immissioni avevano conosciuto l’attuale sistemazione sorretta dalla giurisprudenza costituzionale e di legittimità, vada data continuità al principio da reputarsi oramai sufficientemente consolidato nella giurisprudenza di questa corte (Cass. Sez. U. 01/02/2017, n. 2611, in relazione alla trattazione anche di una questione di giurisdizione; ma v. anche ad es. Cass. 19/12/2014, n. 26899 e 16/10/2015, n. 20927), secondo il quale il danno non patrimoniale conseguente a immissioni illecite è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di un danno biologico documentato, quando sia riferibile alla lesione del diritto al normale svolgimento della vita personale e familiare all’interno di un’abitazione e comunque del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita, trattandosi di diritti costituzionalmente garantiti, la cui tutela è ulteriormente rafforzata dall’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, norma alla quale il giudice interno è tenuto ad uniformarsi (vedi Cass. 16/10/2015, n. 20927);

ne consegue che la prova del pregiudizio subito può essere fornita anche mediante presunzioni o sulla base delle nozioni di comune esperienza;

vada dunque cassata l’impugnata sentenza; peraltro, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto per essere il thema decidendum limitato al profilo giuridico del criterio probatorio, adottato dal giudice di primo grado e negato dalla corte d’appello, possa questa corte esimersi dal rinvio e pronunciare nel merito ex art. 384 cod. proc. civ., rigettando l’appello dei signori T. (infondato dunque nei suoi tre motivi: il primo già disatteso sull’inesistenza delle immissioni, e non attinto dal ricorso in cassazione; il secondo sulla valutazione delle immissioni e del danno, e oggetto dunque delle statuizioni di cui innanzi; il terzo in materia di sospensiva, e quindi superato) e accogliendo la domanda della signora L. in coerenza – anche quanto alle spese – con la sentenza emessa dal tribunale;

vadano compensate, stante il consolidarsi in epoca recente dell’indirizzo giurisprudenziale adottato, le spese processuali del grado di appello e del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La corte accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza e, pronunciando nel merito, in accoglimento della domanda attrice, condanna T.S. e T.V. al risarcimento del danno a favore di L.E., che liquida in Euro 10.000 oltre interessi nella misura legale dalla domanda, nonchè alla rifusione a favore della medesima delle spese processuali del primo grado, che liquida in Euro 2.300, di cui Euro 300 per esborsi e 690 per diritti, oltre accessori di legge; compensa le spese per il grado d’appello e il giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della seconda sezione civile, il 12 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 28 agosto 2017

Lastrico solare del condominio: le modalità di ripartizione delle spese vanno riviste

Cassazione civile, Sez. II, Ordinanza del 13-06-2014, n. 13526

LA QUESTIONE GIURIDICA

Precedentemente, la giurisprudenza perveniva immotivatamente a un riparto analogo dei danni arrecati al condomino o al terzo proprietario dell’appartamento sottostante al lastrico solare, muovendo dalla premessa che il condominio è tenuto alla manutenzione del lastrico solare (o della terrazza a livello) anche se di uso o di proprietà esclusiva, e che alle relative spese deve provvedere il condominio stesso seguendo il criterio di ripartizione previsto dall’art. 1126 c.c..

La dottrina tuttavia, rilevando che le infiltrazioni possono essere determinate anche da cause diverse rispetto all’usura fisiologica come, ad esempio, l’incuria del proprietario del lastrico solare, l’omessa o ritardata manutenzione da parte del condominio in caso di usura del manto impermeabilizzante, etc, osservava che l’art. 1126 del codice civile è norma che fa esclusivo riferimento alle spese per la riparazione e la ricostruzione del lastrico solare. 

Diversamente e più coerentemente altre pronunce della Suprema Corte (si vedano esemplificativamente Cass. 7727/07; 6376/06; 642/03; 15131/01) nell’ipotesi di cattiva manutenzione di cose in uso esclusivo al condomino, avevano richiamato l’applicazione dell’art. 2051 c.c. seguendo il principio che addebita il danno ascrivibile ai singoli o al condominio all’eventuale comportamento lesivo di chi lo ha cagionato.

Andava, infatti, più correttamente distinta l’ipotesi in cui ci si duole di danni dovuti a vetustà o di danni riconducibili a difetti originari di progettazione o di esecuzione dell’opera, indebitamente tollerati dal singolo proprietario, sancendo nel primo caso l’esclusiva legittimazione del condominio e nel secondo caso quella del condomino (cfr. Cass. 9084/10; 15300/13).

Ed invero, gli obblighi di contribuzione fissati negli art. 1123, 1125 e 1126 cod. civ. riguardano il diritto dei proprietari e l’utilità che essi traggono dai beni, non l’allocazione del danno subito dai terzi, che nella complessa tipologia in esame prescinde, di regola, dalla condotta dell’utilizzatore.

Il danno arrecato al condomino o al terzo proprietario dell’appartamento sottostante al lastrico solare, può, poi, anche dipendere dalla mancata solerzia del condominio nell’apprestare ricostruzioni e riparazioni tempestivamente, prima cioè che si produca il pregiudizio per l’appartamento sottostante.

Questa omissione di azione condominiale può esservi, come nella specie è stato denunciato, anche se il condomino che vanta l’uso esclusivo del lastrico o la proprietà della terrazza sia esente da specifiche colpe.

In sostanza la S.C. intende riaffermare il principio secondo cui il fatto costitutivo dell’illecito risale alla condotta omissiva o commissiva dei condomini, che fonda una responsabilità aquiliana, la quale deve essere scrutinata secondo le rispettive colpe dei condomini e, in caso di responsabilità condominiale, secondo i criteri millesimali, senza utilizzare la normativa coniata ad altro fine.

E suddividere la spesa secondo i criteri millesimali piuttosto che secondo il criterio dettato dall’art. 1126 c.c. porta, per tutta evidenza, a conseguenze di non poco momento.

LA SENTENZA INTEGRALE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIOLA Roberto Michele – Presidente –

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – rel. Consigliere –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Consigliere –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 18358/2008 proposto da:

I.E. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA E. MANFREDI 17, presso lo studio dell’avvocato CONTI CLAUDIO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

C.N. IN T. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA A. BAIAMONTI 4, presso lo studio dell’avvocato AMATO RENATO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

e contro

COND (OMISSIS), IN PERSONA DELL’AMM.RE P.T.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 3279/2007 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 24/07/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 11/03/2014 dal Consigliere Dott. PASQUALE D’ASCOLA;

udito l’Avvocato Conti Claudio difensore della ricorrente che si riporta alle proprie difese ed insiste per l’accoglimento;

udito l’Avv. Amato Renato difensore del controricorrente che insiste sull’accoglimento delle proprie difese;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. GOLIA Aurelio che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

 1) Oggetto della controversia sono i danni causati all’appartamento di proprietà C. da infiltrazioni di acqua provenienti da un terrazzo dell’edificio condominiale sito in via (OMISSIS).

L’azione è stata introdotta nel 1999 dal C.N., proprietaria dell’interno 9 palazzina D, con “ricorso per danno temuto” proposto nei confronti del Condominio e della condomina I., alla quale il Condominio, costituendosi, aveva addebitato la responsabilità dell’accaduto.

Il tribunale di Roma nell’aprile 2003 ha condannato i convenuti in solido al risarcimento di Euro diecimila in favore dell’attrice, da ripartire per 1/3 a carico della proprietaria esclusiva del terrazzo, signora I., e per i 2/3 a carico degli altri condomini.

La I. proponeva appello chiedendo che le fosse addebitata la sola quota millesimale.

Il Condominio con appello incidentale, oltre al rigetto delle domande proposte dalla attrice C., domandava in via subordinata la condanna della I. al pagamento di 1/3 del costo dei lavori, per una somma pari a circa 2900 Euro, ferma analoga ripartizione ex art. 1126 c.c. del danno liquidato in favore dell’attrice.

La Corte di appello di Roma con sentenza 24 luglio 2007 ha rigettato il gravame.

Ha affermato che la convenuta non aveva provato che i danni fossero derivati da caso fortuito, forza maggiore o colpevole inerzia del Condominio e che quest’ultimo non aveva superato la presunzione di responsabilità ex art. 2051 c.c., non avendo dimostrato che i danni provenissero da lavori effettuati dalla I. sul terrazzo.

La Corte ha poi riscontrato che la domanda di rimborso del costo delle opere di rifacimento era stata tempestivamente proposta dal Condominio nei confronti della I. e ha ripartito le relative spese con il medesimo criterio, ex art. 1126 c.c. I. ha proposto ricorso per cassazione, notificato il 9 luglio 2008.

La sola C. ha resistito con controricorso.

2) L’unico complesso motivo lamenta in primo luogo “violazione di norma di diritto e contraddittoria motivazione circa la legittimazione passiva della I. ex art. 1126 e 1130 – 1131 c.c.”.

La ricorrente dichiara espressamente di non contestare la ripartizione delle spese di “rifacimento del terrazzo” ex art. 1126 c.c., ma contesta l’addebito delle spese dei tre gradi di giudizio e la condanna al risarcimento del danno subito dalla C. “nella misura di cui all’art. 1126 c.c.”.

Espone che il Condominio era stato tempestivamente avvertito delle infiltrazioni e che aveva ritardato gli interventi a causa del mancato raggiungimento della maggioranza per deliberare gli interventi necessari, nonostante il voto favorevole della I..

Deduce che ella non avrebbe dovuto essere condannata alla refusione delle spese dei giudizi, in quanto carente di legittimazione passiva e che il danno avrebbe dovuto essere ripartito a carico dei condomini secondo le quote millesimali.

2.1) La Corte di appello ha deciso la causa affermando che il terrazzo di proprietà esclusiva della convenuta I. svolge anche la funzione di copertura del fabbricato condominiale.

Ne ha desunto, citando Cass. Sez Unite n. 3672/97, che obbligati – sia alle riparazioni che al risarcimento dei danni arrecati all’appartamento sottostante – sono “i condomini che usufruiscono della copertura del terrazzo in concorso con il proprietario superficiario”, secondo la proporzione di cui all’art. 1126 c.c..

3) La decisione impugnata è coerente con principi sanciti dal citato precedente delle Sezioni Unite.

E’ tuttavia opinione del Collegio che esso debba essere ripensato e che della questione possano essere nuovamente investite le Sezioni Unite.

Prima del citato arresto giurisprudenziale, la S.C. aveva già affermato che in caso di danni a terzi, cagionati dall’omessa esecuzione di lavori di manutenzione straordinaria su lastrico solare in edificio condominiale, ed a carico del condominio, i singoli condomini sono tenuti, nei rapporti interni tra loro, a concorrere al risarcimento dei danni secondo i criteri di cui all’art. 1126 cod. civ. (Cass. 12606/05).

3.1) Questo orientamento era stato efficacemente criticato in dottrina.

Si era rilevato che dalla premessa che il condominio è tenuto alla manutenzione del lastrico solare (o della terrazza a livello) anche se di uso o di proprietà esclusiva, e che alle relative spese deve provvedere il condominio e che la ripartizione deve avvenire secondo il criterio previsto dall’art. 1126 c.c., la giurisprudenza perveniva immotivatamente a un riparto analogo dei danni arrecati al condomino o al terzo proprietari dell’appartamento sottostante.

Dopo aver ricordato che il fondamento di tale responsabilità nel caso di omessa manutenzione del lastrico solare in proprietà esclusiva era comunemente individuato nell’art. 2051 c.c., la dottrina aveva osservato in primo luogo che sarebbe stato opportuno distinguere l’ipotesi di lastrico solare in uso esclusivo e lastrico solare (o terrazza a livello) in proprietà esclusiva di un solo condomino.

Al di là di questa possibile distinzione, rilevante ex art. 2051 c.c., era stato considerato che inspiegabilmente la regola relativa alla responsabilità per danni veniva ricercata nell’art. 1126 c.c., giacchè detta norma fa esclusivo riferimento alle spese per la riparazione e la ricostruzione del lastrico solare.

L’accollo al condomino che ha la proprietà esclusiva o il diritto di uso esclusivo sul lastrico solare di una quota delle spese relative alla manutenzione ha una sua ratio nella usura causata dal godimento di tale condomino.

I danni di cui il condominio deve rispondere in caso di infiltrazioni derivanti da omessa manutenzione non dipendono invece da un comportamento del proprietario esclusivo del lastrico o al titolare di un diritto di uso esclusivo, ma dalla inerzia del condominio.

3.2) Cass. 3672/97 si è fatta carico della ricerca di una ratto alla soluzione preferita e l’ha illustrata con una complessa costruzione giuridica.

Essa ha escluso che in via di principio la responsabilità per i danni prodotti nell’appartamento sottostante dalle infiltrazioni d’acqua provenienti dal lastrico solare per difetto di manutenzione si ricolleghi al disposto dell’art. 2051 cod. civ.. Si è chiesta se detta responsabilità discenda direttamente dalla titolarità del diritto reale (condominio, proprietà superficiaria o uso esclusivo) e dall’inadempimento delle obbligazioni, ad esso relative, di conservare le parti comuni.

Ha affermato che la specificità della normativa dettata in tema di condominio negli edifici induce a preferire questa ipotesi alternativa. Ha affermato che dall’art. 1123 e dall’art. 1126 discendono obbligazioni poste dalla legge a carico ed in favore dei condomini dell’edificio, da qualificare come obbligazioni propter rem di cui i partecipanti al condominio sono ad un tempo soggetti attivi e soggetti passivi e aventi ad oggetto “la prestazione delle spese per la conservazione dei beni esistenti nell’edificio, siano essi comuni o esclusivi”.

Le obbligazioni reali di conservazione riguarderebbero tutti i rapporti reali inerenti, con la conseguenza “che la susseguente responsabilità per inadempimento concerne i danni arrecati ai beni costituenti il fabbricato”.

L’inadempimento delle obbligazioni propter rem di tutelare l’integrità del lastrico sarebbe quindi disciplinato dall’art. 1218 cod. civ. e – si aggiungeva – “poichè le condizioni materiali di dissesto e di degrado del lastrico, che tecnicamente si esprimono con il concetto di difetto di manutenzione, derivano dall’inadempimento delle obbligazioni propter rem, segue de plano che la responsabilità ed il risarcimento dei danni sono regolati secondo gli stessi criteri di imputazione e di ripartizione”.

Con espresso obiter dictim, le Sezioni Unite del ’97 hanno poi lasciato residuo spazio applicativo a un concorso di responsabilità extracontrattuale, ex art. 2051 c.c., nascente da un fatto (illecito) diverso, vale a dire dalla lesione di un diritto soggettivo dei condomini “estraneo ai rapporti di condominio per esempio, del diritto all’integrità fisica o alla salute del proprietario del piano sottostante), ovvero dalla lesione di un diritto dei terzi, i quali con l’edificio in qualche modo entrano in relazione”.

4) Sebbene sia stata seguita da molte pronunce successive, la sentenza qui narrata non ha sopito le opinioni contrarie, nè ha uniformato la giurisprudenza.

E’ opinione di questo Collegio, riscontrata da interventi dottrinali, che l’orientamento qui contrastato abbia effettuato una indebita applicazione delle norme fissate per stabilire il contributo alle riparazioni o ricostruzioni, concepite dal legislatore (si veda la Relazione al Re circa l’art. 1126 e suoi richiami all’art. 563 abrogato) per tenere conto della maggiore utilità che i condomini aventi l’uso esclusivo (quale piano di calpestio) traggono rispetto agli altri condomini che si giovano della funzione principale del lastrico, quella di copertura.

4.1) Più coerentemente altre pronunce della Suprema Corte (si vedano esemplificativamente Cass. 7727/07; 6376/06; 642/03; 15131/01) hanno richiamato l’applicazione dell’art. 2051 c.c. nell’ipotesi di cattiva manutenzione di cose in uso esclusivo al condomino, seguendo il principio che addebita il danno ascrivibile ai singoli o al condominio all’eventuale comportamento lesivo di chi lo ha cagionato.

La linea di contrasto è percepibile anche a proposito della individuazione del legittimato passivo a resistere all’azione risarcitoria del terzo (anche se condomino) danneggiato.

Si è introdotta infatti una distinzione tra l’ipotesi in cui ci si duole di danni dovuti a vetustà o di danni riconducibili a difetti originari di progettazione o di esecuzione dell’opera, indebitamente tollerati dal singolo proprietario, sancendo nel primo caso l’esclusiva legittimazione del condominio e nel secondo caso quella del condomino (cfr. Cass. 9084/10; 15300/13).

4.2) Ciò che maggiormente rileva è però la convinzione che gli obblighi di contribuzione fissati negli art. 1123, 1125 e 1126 cod. civ. riguardano il diritto dei proprietari e l’utilità che essi traggono dai beni, non l’allocazione del danno subito dai terzi, che nella complessa tipologia in esame prescinde, di regola, dalla condotta dell’utilizzatore.

Esso infatti risale alla mancata solerzia del condominio nell’apprestare ricostruzioni e riparazioni tempestivamente, prima cioè che si produca il pregiudizio per l’appartamento sottostante.

Questa omissione di azione condominiale può esservi, come nella specie è stato denunciato, anche se il condomino che vanta l’uso esclusivo del lastrico o la proprietà della terrazza (si è già detto della costante equiparazione, non esente da perplessità, di dottrina e giurisprudenza, su cui non è in questo caso sollevata questione) sia esente da specifiche colpe. Nè il criterio di regolazione di cui all’art. 1218 vale a correggere, di norma, l’imputazione degli addebiti.

E’ stato notato inoltre che il risarcimento prescinde da ogni considerazione sull’utilità che il danneggiante trae dal pregiudizio arrecato, criterio contrario a quello che regge l’art. 1126 c.c., fondato sull’utilità del danneggiante.

Si intende quindi ribadire che il fatto costitutivo dell’illecito risale alla condotta omissiva o commissiva dei condomini, che fonda una responsabilità aquiliana, la quale deve essere scrutinata secondo le rispettive colpe dei condomini e, in caso di responsabilità condominiale, secondo i criteri millesimali, senza utilizzare la normativa coniata ad altro fine.

Il prospettato ripensamento dell’orientamento sin qui maggioritariamente applicato impone di rimettere gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite.

P.Q.M.

La Corte rimette gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 2^ Sezione Civile, il 11 marzo 2014.

Depositato in Cancelleria il 13 giugno 2014

 

Il condomino che vince la causa non paga le spese legali

Cassazione civile, Sez. II, Sentenza del 18-06-2014, n. 13885

 IL CASO:

Due condomini impugnavano una delibera con la quale venivano loro addebitati i costi sostenuti per pagare la parcella di un avvocato riferentesi ad una causa che il Condominio aveva promosso (e poi persa) contro di loro.

IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CORTE:

Il condominio non può pretendere che alle spese legali sopportate per una lite promossa e persa contro un condomino partecipi pro quota anche detto condomino che abbia vinto la causa.Invero, nell’ipotesi di controversia tra condomini, l’unità condominiale viene a scindersi di fronte al particolare oggetto della lite, per dare vita a due gruppi di partecipanti al Condominio in contrasto tra loro, con la conseguenza che il giudice, nel dirimere la controversia dovrà provvedere anche definitivamente sulle spese del giudizio, determinando, secondo i principi di diritto processuale, quale delle due parti in contrasto debba sopportare le stesse.

 Inoltre, la CORTE HA RIAFFERMATO IL SEGUENTE PRINCIPIO:

Tra le spese che devono esser regolate in seguito alla definizione del processo sono ricomprese quelle che la parte abbia sostenuto anteriormente all’inizio del medesimo e ad esso collegate da un nesso di pertinenza e rilevanza, tra cui quelle, di ufficio e di parte, sostenute nella fase di accertamento tecnico preventivo, acquisito al processo di merito (cfr. Cass. n. 1690 del 2000).

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIOLA Roberto Michele – Presidente –

Dott. NUZZO Laurenza – Consigliere –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 14577/08) proposto da:

D.E.V., rappresentato e difeso, in forza di procura speciale a margine del ricorso, dall’Avv.to M. C. del foro di Salerno e domiciliato presso la cancelleria della Corte di Cassazione in Roma, piazza Cavour n. 1;

– ricorrente –

contro

CONDOMINIO (OMISSIS), in persona dell’Amministratore pro tempore, domiciliato in appello presso il difensore, Avv.to R. D. D. in Cava dè Tirreni, via De Filippis n. 29;

– intimato –

e contro

M.A., domiciliata in appello presso il difensore, Avv.to C. D. E. in Cava dè Tirreni, via M. Garcia n. 17;

– intimata –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Salerno n. 206 depositata il 15 febbraio 2008;

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 7 marzo 2014 dal Consigliere relatore Dott.ssa Milena Falaschi;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. VELARDI Maurizio, che – in assenza della parte costituita – ha concluso per l’accoglimento del terzo e del quarto motivo di ricorso, il rigetto per i restanti motivi.

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 7 giugno 1995 D.E. V. ed M.A., quali proprietari di unità immobiliari site nel fabbricato di (OMISSIS) (n. 3 appartamenti, n. 2 locali a piano terra ed un locale seminterrato adibito a video-pub-bar e paninoteca), evocavano, dinanzi al Tribunale di Salerno, il CONDOMINIO del medesimo stabile esponendo che l’assemblea condominiale in data 7.4.1995 (verbale comunicato l’8.5.1995) aveva approvato il rendiconto delle spese ordinarie e straordinarie al 30.9.1994 senza che agli attori, per deliberato ostruzionismo, fosse stato consentito di prendere visione della documentazione a supporto dei costi di bilancio e pur dichiarando di riservare ulteriori e più puntuali contestazioni all’esito dell’esibizione in giudizio degli atti invano richiesti, deducevano che non erano da loro dovute le spese legali indicate in L. 6.196.150, perchè maturare nella vertenza promossa contro di loro, relative ad acconti all’avv.to B., nonchè le spese legali dell’avv.to M., indicate in L. 4.403.790, e le spese legali versate all’ing. V., in quanto pagamenti oggetto di precedente impugnativa, delle quali era già stato investito il Tribunale di Salerno;

aggiungevano i Condomini che nella medesima adunanza il CONDOMINIO aveva approvato il bilancio di previsione con un aumento del 10% rispetto alla precedente previsione di spesa, autorizzando l’amministratore ad applicare le tabelle correnti, salvo che per la spesa di manutenzione del depuratore che aveva suddiviso per l’85% a carico di tutti i condomini da ripartirsi secondo la tabella “A” ed il restante 15% unicamente a carico del locale “paninoteca” di proprietà degli attori, criterio che doveva ritenersi arbitrario, in quanto sprovvisto di motivazione, non creando peraltro alcun aggravio all’impianto l’attività svolta dagli attori; proseguivano che quanto ai punti 5) e 8) dell’o.d.g. – pagamento alla ditta Ediltre ed alla ditta Edilsenatore – dette voci avevano già costituito oggetto di impugnazione avanti al medesimo ufficio (con atti di citazione notificati il 1.8.1994 ed il 16.3.1995) e conseguentemente, nel riportarsi alle difese ivi esposte, chiedevano la riunione del giudizio a quelli già pendenti tra le stesse parti per evidenti ragioni di connessione soggettiva ed oggettiva; infine, concludevano chiedendo l’annullamento della delibera del 7.4.1995 e per l’effetto dichiarare che gli attori non erano tenuti alla contribuzione della spesa relativa alle competenze professionali dell’avv.to M., dell’ing. V. e dell’avv.to B., disponendo la modifica in tal senso del bilancio consuntivo; dichiarare illegittimo il criterio di ripartizione della spesa per la manutenzione dell’impianto di depurazione ed indicare, se del caso, quello corretto; accogliere le richieste di cui agli atti di citazione notificati il 1.8.1994 ed il 16.3.1995.

Instaurato il contraddittorio, nella resistenza del CONDOMINIO, il giudice adito, accoglieva la domanda attorea per quanto di ragione e per l’effetto annullava la delibera assembleare del 7.4.1995 in ordine al rendiconto ed al preventivo approvati nei limiti specificati in motivazione. In virtù di rituale appello interposto dal CONDOMINIO, con il quale censurava la sentenza di primo grado sotto molteplici profili, la Corte di appello di Salerno, nella resistenza degli appellati, comunicato all’udienza di precisazione delle conclusioni dal difensore di questi ultimi che era stato definitivamente rimosso l’impianto fognario per cui era controversia, essendo stato creato un allaccio diretto alla fogna comunale, dichiarava cessata la materia del contendere quanto al riparto dei costi di manutenzione del depuratore, accoglieva il gravame per il resto e per l’effetto rigettava le domande proposte dai coniugi D.E. e M. con citazione del 7.6.1995.

A sostegno della decisione adottata la corte territoriale evidenziava che quanto alla spesa di L. 6.196.150 di cui alle fatture emesse dall’avv.to B., la n. 46/93 per L. 1.467.000 atteneva al ricorso al TAR da parte del CONDOMINIO contro il Comune di Cava dè Tirreni avverso l’ordinanza di sospensione ad horas della immissione dei liquami condominiali nel torrente (OMISSIS), la n. 15/94 per L. 1.003.500 riguardava spese generali e competenze del professionista quale amministratore, la n. 44/94 per L. 1.821.100 concerneva la copertura di spese generali e le funzioni di amministratore per il primo semestre 1994 e la n. 61/94 per L. 1.905.000 riguardava il giudizio definito avanti alla Corte di appello con sentenza n. 98/94, nel quale il CONDOMINIO aveva agito contro l’assicurazione Milano che non intendeva garantire il Condominio per il crollo di un muro condominiale, che aveva danneggiato l’autovettura dei D.E.; la somma corrisposta all’avv.to M. di L. 4.405.000 era relativa alle spese liquidate dalla sentenza predetta, nella quale era stato ribadito che non era operante la copertura assicurativa del Condominio per il danno pagato al veicolo degli attori; la somma di L. 2.850.900 atteneva al compenso dovuto all’ing. V. per l’espletato accertamento tecnico preventivo depositato nel giudizio avanti al TAR. Tanto illustrato, concludeva che si trattava di costi che attenevano alla cosa comune, di cui erano comproprietari anche gli attori, per cui gravavano anche sugli stessi.

Per la cassazione della sentenza della Corte di appello di Salerno agisce il D.E., sulla base di otto motivi (seppure diversamente numerati), non sviluppate difese dagli intimati CONDOMINIO e M..

Motivi della decisione

Con il primo motivo il ricorrente denuncia omessa o comunque insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, per non essere stato specificato che tutti i costi condominiali esposti con riferimento al giudizio definito con la sentenza n. 98/1994 della Corte di appello di Salerno attenevano a controversia introdotta dallo stesso condomino ricorrente, tant’è che anche nel grado di appello, proposto dall’assicurazione evocata, il D.E. si è costituito come parte processuale autonoma e distinta dal CONDOMINIO intimato.

Il secondo motivo, con il quale è dedotta la violazione dell’art. 1132 c.c., pone il seguente quesito di diritto: “Dica la Suprema Corte se il principio di diritto ricavato dall’art. 1132 c.c. – secondo cui le spese sostenute dal Condominio in un giudizio promosso da un condomino, o nei confronti di un condomino, non possono essere ripartite “pro quota” anche tra il suddetto condomino – operi anche per le spese sostenute dal Condominio in grado di appello per resistere al gravame proposto dal terzo chiamato in causa per negare di essere tenuto a prestare la garanzia invocata da detto CONDOMINIO”.

Con il terzo motivo è denunciata contraddittoria ed omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in particolare con riferimento alla somma pagata dal Condominio per l’avv. Mascolo, difensore dell’assicurazione nel giudizio indicato alle censure 1 e 2, nonostante per quanto attiene l’appellato D. E. le spese del grado fossero state compensate.

Con il quarto motivo è lamentata la violazione dell’art. 1132 c.c., e art. 92 c.p.c., giacchè argomentando come ha fatto il giudice del gravame quanto alle spese processuali liquidate in favore dell’assicurazione, il CONDOMINIO verrebbe a ripetere nei confronti del condomino antagonista le spese dovute al terzo chiamato in garanzia nel medesimo giudizio. A conclusione della censura viene formulato il seguente quesito di diritto: “Dica la Suprema Corte se, nel giudizio per risarcimento dei danni promosso da un condomino nei confronti del CONDOMINIO, il CONDOMINIO convenuto – qualora abbia chiamato in garanzia il proprio assicuratore e, dopo essersi visto accogliere dal primo giudice la domanda di garanzia, abbia subito l’appello dell’assicuratore, l’accoglimento del gravame da questo proposto e la condanna al pagamento delle spese del doppio grado in favore dell’appellante – possa poi ripetere le spese pagate al procuratore dell’assicuratore, pro quota, nei confronti del condomino antagonista, nonostante la compensazione giudiziale delle spese, operata dal giudice di secondo grado, tra il detto condomino e l’assicuratore”.

I motivi da uno a quattro del ricorso sono da trattare congiuntamente, in quanto tutti attengono alle spese processuali, pretese dal Condominio per onorari corrisposti a due difensori, in riferimento al medesimo giudizio introdotto dal ricorrente e conclusosi avanti alla Corte di appello di Salerno. Essi sono fondati.

Secondo risalente orientamento di questa Corte, cui il Collegio ritiene di dare continuità, nella specie di lite tra Condominio e condomino non trova applicazione, nemmeno in via analogica, la disposizione dell’art. 1132 c.c., che disciplina la materia delle spese processuali del condomino che abbia ritualmente dissentito dalla deliberazione di promuovere una lite o di resistere ad una domanda rispetto ad un terzo estraneo e neppure l’art. 1101 c.c., richiamato dall’art. 1139 c.c. (così Cass. 25 marzo 1970 n. 801).

Prosegue la pronuncia nel ritenere che “nell’ipotesi di controversia tra condomini, l’unità condominiale viene a scindersi di fronte al particolare oggetto della lite, per dare vita a due gruppi di partecipanti al Condominio in contrasto tra loro, con la conseguenza che il giudice, nel dirimere la controversia provvedere anche definitivamente sulle spese del giudizio, determinando, secondo i principi di diritto processuale, quale delle due parti in contrasto debba sopportare, nulla significando che nel giudizio il gruppo dei condomini, costituenti la maggioranza, sia stato rappresentato dall’amministratore“.

In altri termini, la ripartizione delle spese legali, affrontate per una causa che si è persa, o per la quale il giudice ha deciso di compensare le spese affrontate, ha criteri propri rispetto al motivo della causa stessa.

Ne consegue che non avendo fatto la sentenza impugnata applicazione di detto principio, non invalidando la delibera assembleare che ha posto a carico del condomino D.E. le spese processuali dal CONDOMINIO sopportate per il compenso del proprio difensore nel giudizio introdotto dal primo, la relativa statuizione va cassata.

Eguali considerazioni valgono per quanto attiene alle spese di lite che il CONDOMINIO ha rifuso all’assicurazione, dal medesimo chiamata in garanzia (nel predetto giudizio), che per espressa previsione di cui alla sentenza invocata, sono state compensate fra il condomino D.E. e l’assicurazione.

Con il quinto motivo viene denunciata omessa e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in particolare per avere il giudice del gravame addossato al condomino le spese dell’A.T.P. nonostante la stessa fosse stata espletata con riferimento a giudizio risarcitorio introdotto dal Condominio nei confronti del ricorrente, mentre l’utilizzazione postuma di detto atto avanti al TAR non aveva comportato alcuna spesa aggiuntiva per il Condominio.

Il sesto motivo – con cui è dedotta la violazione dell’art. 1132 c.c., artt. 91, 92 e 696 c.p.c., con riferimento all’esborso enunciato nel quinto mezzo – pone il seguente quesito di diritto:

“Dica la Suprema Corte se il principio di diritto ricavato dall’art. 1132 c.c., – secondo cui le spese sostenute dal Condominio in un giudizio contro condomino non possono essere ripartite pro quota anche tra il suddetto condomino – operi anche per le spese di accertamento tecnico preventivo sostenute dal Condominio in funzione di un eventuale successivo giudizio contro detto condomino”.

Anche detti motivi – che per la evidente connessione che li astringe vanno esaminati congiuntamente – sono meritevoli di accoglimento.

Premesso che va riaffermato il principio secondo il quale tra le spese che devono esser regolate in seguito alla definizione del processo sono ricomprese quelle che la parte abbia sostenuto anteriormente all’inizio del medesimo e ad esso collegate da un nesso di pertinenza e rilevanza, tra cui quelle, di ufficio e di parte, sostenute nella fase di accertamento tecnico preventivo, acquisito al processo di merito (cfr Cass. n. 1690 del 2000), emerge che anche con riferimento a detto esborso – incontestato che sia stato sostenuto con riferimento a giudizio in cui il condomino era controparte – trova applicazione il criterio di ripartizione sopra riportato con riguardo alla soccombenza, con la conseguenza che è da ritenere erronea la statuizione che ne confermato la regolazione prevedendo una quota anche in capo al D.E..

I motivi sette ed otto – con cui viene denunciata l’omessa e contraddittoria motivazione (n. 7), nonchè la violazione dell’art. 100 c.p.c. (8) quanto alla erronea dichiarazione di cessazione della materia del contendere – pongono a conclusione il seguente quesito di diritto: “Dica la Suprema Corte se il principio l’eliminazione dell’impianto di un servizio condominiale alcuni mesi prima dell’11.10.2007 sia idonea a far cessare la materia del contendere, all’impugnazione dei criteri di ripartizione di costo di quel servizio deliberati il 7.4.1995 ed applicati fino al momento della dismissione dell’impianto”.

E’ insegnamento consolidato nella giurisprudenza di questa Corte che la cessazione della materia del contendere presuppone che le parti si diano reciprocamente atto del sopravvenuto mutamento della situazione sostanziale dedotta in giudizio e sottopongono conclusioni conformi in tal senso al giudice (Cass. SS.UU. n. 13969 del 2004), potendo al più residuare un contrasto solo sulla spesa di lite, che il giudice con la pronuncia deve risolvere secondo il criterio della cosiddetta soccombenza virtuale (Cass. n. 14775 del 2004).

Allorquando, invece, la sopravvenienza di un fatto che si assuma suscettibile di determinare la cessazione della materia del contendere sia allegato da una sola parte e l’altra non aderisca a tale prospettiva, il suo apprezzamento, ove naturalmente esso sia dimostrato, non può concretarsi in una pronuncia di cessazione della materia del contendere, bensì ove abbia determinato il soddisfacimento del diritto azionato con la domanda dall’attore, in una valutazione alla luce del criterio cui l’ordinamento ancora la possibilità di adire la tutela giurisdizionale, cioè alla stregua dell’interesse ad agire, con la conseguenza che il suo rilievo potrà dare luogo ad una pronuncia dichiarativa dell’esistenza del diritto azionato (e, quindi, per tale aspetto di accoglimento della domanda) o di sopravvenuto difetto di interesse ad agire dell’attore in ordine ai profili non soddisfatti da tale dichiarazione, in ragione dell’avvenuto soddisfacimento della sua pretesa per i profili ulteriori rispetto alla tutela dichiarativa (salva la valutazione sulle spese giudiziali, che deve tenere conto della circostanza che l’attore è stato costretto al giudizio dal disconoscimento del suo diritto da parte del convenuto, venuto meno solo durante il suo svolgimento e, dunque, della sostanziale esistenza di una soccombenza del convenuto quantomeno in ordine al profilo inerente l’accertamento della sussistenza della situazione giuridica fatta valere, che la pronuncia del giudice, in quanto attestante un difetto di interesse ad agire soltanto sopravvenuto, sostanzialmente riconosce). Ove, invece, si sia sostanziato nel riconoscimento da parte dell’attore della infondatezza del diritto da lui azionato, in una pronuncia da parte del giudice sul merito dell’azione nel senso della declaratoria della sua infondatezza, con il relativo potere di statuizione sulle spese secondo le normali regole.

Ora, nella specie, la circostanza dell’intervenuta rimozione dell’impianto di depurazione nel corso dell’anno 2007, ritenuta significativa per la dichiarazione di cessazione della materia del contendere, allegata dalla medesima parte ricorrente, deve ritenersi del tutto erronea, non essendo le parti d’accordo nel dare al fatto del rilascio il significato predetto. Tale circostanza -incontestata fra le parti sia nella sua oggettività sia nelle sue modalità, cioè nel tempo dell’allaccio diretto alla fogna comunale, fatto questo allegato espressamente e rimasto del tutto incontestato dall’appellato Condominio – avrebbe semmai dovuto essere considerata, in sede di decisione sul merito, per il caso di ritenuta infondatezza della domanda di annullamento della delibera assembleare quanto ai criteri di ripartizione delle spese di manutenzione del depuratore, quale circostanza satisfattiva della pretesa attorea per effetto della cessazione del servizio che tali spese comportava, sì da doversi escludere la persistenza dell’interesse ad agire relativamente all’annullamento di detto punto della delibera, ma avrebbe dovuto indurre la Corte di appello comunque ad accertare il quando ed il come delle spese di manutenzione del servizio fino alla sua cessazione.

Conclusivamente in accoglimento del ricorso per quanto di ragione nei termini sopra precisati, la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio alla Corte di appello di Napoli, che si atterrà ai principi di diritto innanzi enunciati e regolerà anche le spese del giudizio di Cassazione.

P.Q.M.

La Corte, accoglie il ricorso;

cassa e rinvia, anche per le spese del giudizio di Cassazione, alla Corte di appello di Napoli.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile, il 7 marzo 2014.

Depositato in Cancelleria il 18 giugno 2014

Stategia processuale meramente dilatoria? E’ lite temeraria

Tribunale di Padova – Giudice Dott. Gianluca Bordon – Sentenza del 21.02.2013

UN ESEMPIO DI LITE TEMERARIA

Attraverso l’art. 96, comma 3, c.p.c., l’abuso del processo è rimesso alla valutazione discrezionale del Giudice che potrà d’ufficio, comminare un risarcimento a carico della parte “scorretta”. La responsabilità processuale aggravata di cui al terzo comma dell’art. 96 c.p.c., pur prescindendo dall’effettiva causazione di un danno a carico della parte risultata vittoriosa nel processo, richiede, in ogni caso, la sussistenza di un elemento soggettivo di colpevolezza in capo al soccombente il cui comportamento abbia travalicato la lealtà processuale a detrimento, quindi, della posizione della controparte che si vede vittima di ingiuste iniziative giudiziarie avversarie; e ciò quand’anche il comportamento della parte non sia informato a mala fede e/o colpa grave (come invece richiesto dal primo comma dell’art. 96). Non va trascurato il fatto che nessuna  richiesta giudiziale possa considerarsi abusiva a meno che non venga qualificata come infondata, essendo compito del giudice anche quello di accertare, nel merito, detta abusività (F. Toppetti, Il risarcimento del danno da lite temeraria”, Milano, 2014). Un esempio pratico di applicazione dell’ultimo comma dell’art. 96 c.p.c., è quello che segue.

IL CASO

La conduttrice – pur non essendo in grado di provare il pagamento nemmeno di una sola mensilità del canone – si è opposta alla convalida costringendo il locatore a un giudizio di merito con una strategia processuale meramente dilatoria; inoltre, dopo l’udienza di convalida la conduttrice si era resa irreperibile; non si era presentata alla mediazione e, pur avendo di fatto abbandonato l’immobile, non aveva nemmeno riconsegnato le chiavi consentendo al locatore di riacquistare la disponibilità dei locali.

IL PASSO SALIENTE DELLA SENTENZA

“L’art. 96 u.c. c.p.c. prevede che il giudice, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’art. 91 c.p.c., anche d’ufficio, possa condannare parte soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata ulteriore rispetto alla spese di lite. La disposizione consente di sanzionare la condotta, con cui si sia ostacolato il diritto della controparte attraverso strategie processuali inutilmente dilatorie. Nel contemperare il diritto di difesa con l’esigenza di assicurare una ragionevole durata dei processi, di evitare abusi e contenere i costi di una risorsa inevitabilmente scarsa (il processo), l’art. 96, III co. c.p.c. permette di sanzionare condotte improntate da colpa grave o mala fede, con la particolarità che si prescinde dalla prova di un danno a carico della parte vittoriosa e quindi rimanendo al di fuori della struttura tipica dell’illecito civile. “In ogni caso” significa che la condanna può essere emessa in presenza di mala fede, colpa grave, assenza di normale prudenza, e cioè di presupposti dei primi due commi dell’art. 96 c.p.c., non che sia sanzionabile la semplice soccombenza. Non si rimane più nell’ambito di una prospettiva meramente risarcitoria, ma ci si pone in una prospettiva sanzionatoria per scoraggiare l’abuso del diritto di difesa. Nel caso in esame la richiesta dell’attrice con la memoria integrativa di una pronuncia di condanna per lite temeraria va accolta perché la conduttrice – pur non essendo in grado di provare il pagamento nemmeno di una sola mensilità del canone – si è opposta alla convalida costringendo il locatore a un giudizio di merito con una strategia processuale meramente dilatoria.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI PADOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Giudice dott. Gianluca Bordon, terminata la discussione orale, ha pronunziato, mediante lettura in udienza ex art. 429 c.p.c. del dispositivo e della esposizione delle ragioni di fatto di diritto della decisione, la presente

SENTENZA

nel proc. n. 6123/12 R.G. promosso da

S., rappresentato e difeso, come da mandato a margine dell’intimazione di sfratto e contestuale citazione per la convalida, dal domicil. avv. E., con studio in Padova, via (…)

Attore

contro

T., rappresentata e difesa, come da mandato a margine della memoria di costituzione, dal domicil. avv. M., con studio in Rovigo, viale (…)

Convenuto

Oggetto: risoluzione contratto di locazione.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con intimazione di sfratto per morosità e contestuale citazione per la convalida, C., premesso di aver concesso in locazione con contratto concluso e registrato il 16 dicembre 2010 un immobile sito in Padova, via (…), con destinazione a uso commerciale (negozio con servizio di riparazione e manutenzione di tappeti e arazzi antichi), ha intimato lo sfratto per morosità alla conduttrice F., lamentando che – a fronte di un canone mensile di Euro 700,00 – la controparte aveva versato unicamente un acconto di Euro 400,00 nel mese di aprile 2011. Il locatore si è lamentato anche del mancato versamento del deposito cauzionale e del fatto che controparte avesse adibito il negozio pure a propria privata dimora, così illecitamente mutando l’uso prestabilito.

2. F. ha resistito alle domande attoree eccependo:

– che il contratto 16 dicembre 2010 aveva una durata di anni due (anziché di anni sei), né era stato registrato per l’anno 2011/12 con sua conseguente nullità;

– di aver versato in contanti le mensilità dicembre 2010 – settembre 2011; che per il periodo successivo sino ad aprile 2012 erano stati ceduti “in permuta degli affitti vari tappeti” ed erano stati eseguiti “numerosi lavori di restauro” per l’importo complessivo di Euro 5.128,00 e che per la mensilità di maggio 2012 era stato altresì pagata la somma di Euro 500,00 a mezzo di assegno circolare.

3. Le domande attoree sono fondate e devono essere accolte.

3.1 La nullità della clausola contrattuale sulla durata non determina la nullità dell’intero contratto, ma la sua sostituzione con obbligo del locatore di rispettare la durata minima legale prevista dall’art. 27 L. 27.7.78, n. 392. L’eccezione di nullità è peraltro irrilevante perché il locatore non ha agito facendo valere la clausola nulla;

3.2 Con l’art. 1, comma 346 della L. 30.12.04, n. 311 (legge finanziaria 2005) il legislatore ha previsto la nullità dei contratti di locazione non registrati ancorché stipulati in forma scritta: “i contratti di locazione, o che comunque costituiscono diritti relativi di godimento, di unità immobiliari ovvero di porzioni, comunque stipulati, sono nulli se, ricorrendone i presupposti, non sono registrati”. Se è vero che un’azione volta ad ottenere la condanna al pagamento dei canoni non pagati in tanto può essere accolta, in quanto il contratto sia stato registrato, perché altrimenti il locatore resta privo di tutela giurisdizionale, la registrazione iniziale – come risulta dal timbro apposto in calce al documento – è avvenuta in data 16 dicembre 2010 presso l’Agenzia delle Entrate – Ufficio territoriale di Padova 1. L’art. 1 comma 346 citato, prevedendo un’eccezionale ipotesi di nullità collegata a violazioni di carattere tributario, non può essere applicato analogicamente a situazioni diverse da quelle espressamente regolate.

3.3 Con l’ordinanza 19 – 21 giugno 2012 è stato rilevato che:

– la lettera 5.4.11 richiamata nella memoria di costituzione per dimostrare il pagamento in contanti di Euro 300,00 non è presente nel fascicolo di parte;

– la lettera 1.2.12 del legale della convenuta non è idonea a provare il pagamento di Euro 400,00 a mezzo assegno circolare.

Deve aggiungersi che la conduttrice, pur avendo preannunciato l’introduzione di testi per dimostrare i pagamenti in contanti, non ha coltivato il giudizio dopo la trasformazione del rito e non ha formalizzato la relativa richiesta di prova. Dei contestati accordi menzionati nella memoria di costituzione relativi alla cessione di tappeti e a lavori di restauro eseguiti nell’interesse del locatore non è stata fornita alcuna prova.

4. Per le locazioni non abitative non trova applicazione l’art. 5 L. 27.7.78, n. 392, sicché non può ritenersi sussistente la gravità dell’inadempimento solo perché incida su una delle obbligazioni primarie scaturenti dal contratto, dovendosi accertare la gravità in concreto dell’inadempimento. Nulla impedisce che il mancato pagamento del canone possa, per il concorso di determinate circostanze, da apprezzarsi discrezionalmente, essere valutato ai sensi dell’art. 1455 c.c. come inadempimento di scarsa importanza, non sufficiente a provocare la risoluzione del rapporto. Il criterio legale dettato dall’art. 5 cit. può, peraltro, essere tenuto in considerazione come parametro di orientamento per valutare in concreto, a norma dell’art. 1455 c.c., se l’inadempimento del conduttore sia stato o non di scarsa importanza (cfr. Cass. sez. III, 12.2.02, n. 17738; Cass. sez. III, 4.2.00, n. 1234; Cass. Sez. III, 12.5.99, n. 4688 e Cass. s.u., 28.12.90, n. 12210). Nel caso di specie l’omesso pagamento integrale del canone per quasi tutta la durata del rapporto giustifica la domanda di risoluzione. Dichiarata la risoluzione del contratto, la conduttrice deve essere condannata al pagamento dei canoni e dell’indennità di occupazione dall’1.12.12 alla pronuncia della sentenza, previa detrazione dell’unico acconto corrisposto di Euro 400,00, nonché di un’indennità di occupazione mensile pari al canone sino all’effettivo integrale rilascio. Il credito del locatore nel febbraio 2013 è pari alla somma di Euro 18.500,00 (Euro 700,00 X 27 mesi – Euro 400,00).

5. Il locatore ha chiesto una condanna della controparte per lite temeraria allegando che dopo l’udienza di convalida la conduttrice si è resa irreperibile; non si è presentata alla mediazione e, pur avendo di fatto abbandonato l’immobile, non ha nemmeno riconsegnato le chiavi consentendogli di riacquistare la disponibilità dei locali. L’art. 96 u.c. c.p.c. prevede che il giudice, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’art. 91 c.p.c., anche d’ufficio, possa condannare parte soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata ulteriore rispetto alla spese di lite. La disposizione consente di sanzionare la condotta, con cui si sia ostacolato il diritto della controparte attraverso strategie processuali inutilmente dilatorie. Nel contemperare il diritto di difesa con l’esigenza di assicurare una ragionevole durata dei processi, di evitare abusi e contenere i costi di una risorsa inevitabilmente scarsa (il processo), l’art. 96, III co. c.p.c. permette di sanzionare condotte improntate da colpa grave o mala fede, con la particolarità che si prescinde dalla prova di un danno a carico della parte vittoriosa e quindi rimanendo al di fuori della struttura tipica dell’illecito civile. “In ogni caso” significa che la condanna può essere emessa in presenza di mala fede, colpa grave, assenza di normale prudenza, e cioè di presupposti dei primi due commi dell’art. 96 c.p.c., non che sia sanzionabile la semplice soccombenza. Non si rimane più nell’ambito di una prospettiva meramente risarcitoria, ma ci si pone in una prospettiva sanzionatoria per scoraggiare l’abuso del diritto di difesa. Nel caso in esame la richiesta dell’attrice con la memoria integrativa di una pronuncia di condanna per lite temeraria va accolta perché la conduttrice – pur non essendo in grado di provare il pagamento nemmeno di una sola mensilità del canone – si è opposta alla convalida costringendo il locatore a un giudizio di merito con una strategia processuale meramente dilatoria. Si stima congruo determinare l’indennizzo previsto dall’art. 96, III co. c.p.c. in via equitativa, tenuto conto del valore della causa e del tempo occorso al locatore per far valere il proprio diritto, nella somma di Euro 1.500,00.

6. Le spese processuali, liquidate come da dispositivo sulla base del D.M. 20 luglio 2012, n. 140, trattandosi di processo concluso dopo il 23 agosto 2012 (cfr. Cass. s.u., 12.10.12, n. 17405), seguono la soccombenza. Fra le spese si sono considerate anche quelle (Euro 108,90) per l’esperimento della mediazione.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunziando, disattesa ogni diversa domanda, istanza e eccezione, confermata l’ordinanza di rilascio ex art. 665 c.p.c. 19 – 21 giugno 2012 anche con riferimento al termine per l’esecuzione del 20 agosto 2012, così provvede:

a) dichiara risolto il contratto di locazione 16 dicembre 2012 registrato all’Agenzia delle Entrate – Ufficio territoriale di Padova 1 in data 16.12.110 al n. 16820 serie 3 per inadempimento della conduttrice T. e condanna quest’ultima a rilasciare l’immobile libero e sgombero da persone e cose;

b) condanna T. al pagamento in favore di S.:

b1) – della somma di Euro 18.500,00 a titolo di canoni di locazione e indennità di occupazione, oltre agli interessi al tasso legale dalle singole scadenze dei canoni/indennità al saldo e oltre all’ulteriore somma mensile di Euro 700,00 dall’1 marzo 2013 sino al rilascio dell’immobile;

b2) – della somma di Euro 1.500,00 ai sensi dell’art. 96 u.c. c.p.c.;

b3) – delle spese di giudizio, liquidate nella somma di Euro 1.729,26, di cui Euro 229,96 per spese ed Euro 1.550,00 per compenso, oltre iva e cpa.

Così deciso in Padova il 21 febbraio 2013.

Depositata in Cancelleria il 21 febbraio 2013.

Tabella 2014 di ripartizione fra locatore e conduttore degli oneri accessori

Ecco la Tabella che le organizzazioni della proprieta’ e dell’inquilinato hanno concordato e che definisce la ripartizione delle spese per oneri accessori fra locatore e conduttore e che potra’ essere richiamata nei contratti di locazione.

 

TABELLA ONERI ACCESSORI

RIPARTIZIONE FRA LOCATORE E CONDUTTORE

CONCORDATA TRA CONFEDILIZIA E SUNIA-SICET-UNIAT

REGISTRATA IL 30 APRILE 2014 A ROMA

(Agenzia Entrate, Ufficio territoriale Roma 2, n.8455/3)

 

ASCENSORE

Manutenzione ordinaria e piccole riparazioni   C

Installazione e manutenzione straordinaria degli impianti   L

Adeguamento alle nuove disposizioni di legge   L

Consumi energia elettrica per forza motrice e illuminazione   C

Ispezioni e collaudi   C

 

AUTOCLAVE

Installazione e sostituzione integrale dell’impianto o di componenti primari   L

(pompa, serbatoio, elemento rotante, avvolgimento elettrico ecc.)       

Manutenzione   ordinaria   C

Imposte e tasse di impianto   L

Forza motrice   C

Ricarico pressione del serbatoio   C

Ispezioni, collaudi e lettura contatori   C

 

IMPIANTI DI ILLUMINAZIONE, DI VIDEOCITOFONO, DI VIDEOSORVEGLIANZA E SPECIALI

Installazione e sostituzione dell’impianto comune di illuminazione   L

Manutenzione ordinaria dell’impianto comune di illuminazione   C

Installazione e sostituzione degli impianti di suoneria e allarme   L

Manutenzione ordinaria degli impianti di suoneria e allarme   C

Installazione e sostituzione dei citofoni e videocitofoni   L

Manutenzione ordinaria dei citofoni e videocitofoni   C

Installazione e sostituzione di impianti speciali di allarme, sicurezza e simili   L

Manutenzione ordinaria di impianti speciali di allarme, sicurezza e simili   C

Installazione e sostituzione di impianti di videosorveglianza   L

Manutenzione ordinaria di impianti di videosorveglianza   C

 

IMPIANTI DI RISCALDAMENTO, CONDIZIONAMENTO, PRODUZIONE ACQUA CALDA, ADDOLCIMENTO ACQUA, PRODUZIONE DI ENERGIA DA FONTI RINNOVABILI

Installazione e sostituzione degli impianti   L

Adeguamento degli impianti a leggi e regolamenti   L

Manutenzione ordinaria degli impianti, compreso il rivestimento refrattario   C

Pulizia annuale degli impianti e dei filtri e messa a riposo stagionale   C

Lettura dei contatori   C

Acquisto combustibile, consumi di forza motrice, energia elettrica e acqua   C

 

IMPIANTI SPORTIVI

Installazione e manutenzione straordinaria   L

Addetti (bagnini, pulitori, manutentori ordinari ecc.)   C

Consumo di acqua per pulizia e depurazione; acquisto di materiale   C

per la manutenzione ordinaria

 

IMPIANTO ANTINCENDIO

Installazione e sostituzione dell’impianto   L

Acquisti degli estintori   L

Manutenzione ordinaria   C

Ricarica degli estintori, ispezioni e collaudi   C

 

IMPIANTO CENTRALIZZATO DI RICEZIONE RADIOTELEVISIVA E DI FLUSSI INFORMATIVI

Installazione, sostituzione o potenziamento dell’impianto centralizzato   L

per la ricezione radiotelevisiva e per l’accesso a qualunque altro genere

di flusso informativo anche da satellite o via cavo

Manutenzione ordinaria dell’impianto centralizzato per la ricezione   C

radiotelevisiva e per l’accesso a qualunque altro genere di flusso informativo

anche da satellite o via cavo

 

PARTI COMUNI

Sostituzione di grondaie, sifoni e colonne di scarico   L

Manutenzione ordinaria grondaie, sifoni e colonne di scarico   C

Manutenzione straordinaria di tetti e lastrici solari   L

Manutenzione ordinaria di tetti e lastrici solari   C

Manutenzione straordinaria della rete di fognatura   L

Manutenzione ordinaria della rete di fognatura, compresa la disostruzione   C

dei condotti e pozzetti

Sostituzione di marmi, corrimano, ringhiere   L

Manutenzione ordinaria di pareti, corrimano, ringhiere di scale e locali comuni   C

Consumo di acqua ed energia elettrica per le parti comuni   C

Installazione e sostituzione di serrature   L

Manutenzione delle aree verdi, compresa la riparazione degli attrezzi utilizzati   C

Installazione di attrezzature quali caselle postali, cartelli segnalatori, bidoni,   L

armadietti per contatori, zerbini, tappeti, guide e altro materiale di arredo

Manutenzione ordinaria di attrezzature quali caselle postali, cartelli   C

segnalatori, bidoni, armadietti per contatori, zerbini, tappeti, guide

e altro materiale di arredo

Tassa occupazione suolo pubblico per passo carrabile   C

Tassa occupazione suolo pubblico per lavori condominiali   L

 

PARTI INTERNE ALL’APPARTAMENTO LOCATO

Sostituzione integrale di pavimenti e rivestimenti   L

Manutenzione ordinaria di pavimenti e rivestimenti   C

Manutenzione ordinaria di infissi, serrande e dell’impianto sanitario   C

Rifacimento di chiavi e serrature   C

Tinteggiatura di pareti   C

Sostituzione di vetri   C

Manutenzione ordinaria di apparecchi e condutture di elettricità, dei cavi,   C

degli impianti citofonico, videocitofonico e degli impianti individuali di

videosorveglianza, per la ricezione radiotelevisiva e per l’accesso a

qualunque altro genere di flusso informativo anche da satellite o via cavo

Verniciatura di opere in legno e metallo   C

Manutenzione ordinaria dell’impianto di riscaldamento e condizionamento   C

Manutenzione straordinaria dell’impianto di riscaldamento e condizionamento   L

 

PORTIERATO

Trattamento economico del portiere e del sostituto, compresi contributi   L 10%         C 90%

previdenziali e assicurativi, accantonamento liquidazione, tredicesima,

premi, ferie e indennità varie, anche locali, come da c.c.n.l.

Materiale per le pulizie   C

Indennità sostitutiva alloggio portiere prevista nel c.c.n.l.   L10%       C90%

Manutenzione ordinaria della guardiola   L10%            C90%

Manutenzione straordinaria della guardiola   L

 

PULIZIA

Spese per l’assunzione dell’addetto   L

Trattamento economico dell’addetto, compresi contributi previdenziali   C

e assicurativi, accantonamento liquidazione, tredicesima, premi,

ferie e indennità varie, anche locali, come da c.c.n.l.

Spese per il conferimento dell’appalto a ditta   L

Spese per le pulizie appaltate a ditta   C

Materiale per le pulizie   C

Acquisto e sostituzione macchinari per la pulizia   L

Manutenzione ordinaria dei macchinari per la pulizia   C

Derattizzazione e disinfestazione dei locali legati alla raccolta delle immondizie   C

Disinfestazione di bidoni e contenitori di rifiuti   C

Tassa rifiuti o tariffa sostitutiva   C

Acquisto di bidoni, trespoli e contenitori   L

Sacchi per la preraccolta dei rifiuti   C

 

SGOMBERO NEVE

Spese relative al servizio, compresi i materiali d’uso   C          

 

PER LE VOCI NON PREVISTE DALLA PRESENTE TABELLA SI RINVIA ALLE NORME DI LEGGE E AGLI USI LOCALI

 LEGENDA

L = locatore C = conduttore

Rimozione di veicolo dal cortile condominiale: serve autorizzazione dell’Amministratore

Cass. civ. Sez. II, Sent., 09-02-2011, n. 3180

Condominio – rimozione di autovettura parcheggiata nel cortile condominiale – necessaria autorizzazione del condominio – sussiste – “Trasformazione” di un’impresa individuale in società – legittimazione a ricorrere ed a resistere – necessità di un trasferimento a titolo particolare  del diritto controverso – sussiste – inammissibilità del ricorso presentato da soggetto non facente parte del giudizio di merito – sussiste

IL CASO

Il caso riguarda il contratto per la rimozione di autoveicolo parcheggiato nel cortile condominiale stipulato dal singolo condomino con una ditta di soccorso stradale anziché dall’amministratore nell’interesse della collettività condominiale. Il Giudice di prime cure rilevava che il singolo condomino era privo di legittimazione e pertanto condannava la convenuta ditta di soccorso stradale alla restituzione all’attore (proprietario del veicolo rimosso) dell’importo così percepito. La convenuta, che nel frattempo si era “trasformata” da ditta individuale in società in accomandita semplice, ricorreva per Cassazione. Gli Ermellini, tuttavia, dichiaravano inammissibile il ricorso essendo stato proposto da soggetto (S.a.s) che non era stato parte del giudizio di merito non emergendo dagli atti che si fosse realizzato un trasferimento a titolo particolare del diritto controverso dall’imprenditore individuale alla ricorrente società. Precisa la Suprema Corte che “il fenomeno della c.d. trasformazione in corso di causa dalla ditta individuale in società di persone non è riconducibile alla trasformazione di società, in quanto uno dei termini del rapporto è estraneo all’ambito societario”.

LA SENTENZA

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIOLA Roberto – Presidente

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Soc. CENTRO SOCCORSO STRADALE DI *** & C. s.a.s., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa, in forza di procura speciale in calce al ricorso, dall’Avv. B. B., per legge domiciliata presso la Cancelleria civile della Corte di cassazione, piazza Cavour, Roma;

– ricorrente –

contro

O.G., rappresentato e difeso, in forza di procura speciale in calce al controricorso, dagli Avv. B. A. V. G. e R. Z., elettivamente domiciliato nello studio di quest’ultimo in Roma, via ***;

– controricorrente –

avverso la sentenza del Giudice di pace di Bologna n. 589 depositata il 3 febbraio 2005;

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 12 gennaio 2011 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CICCOLO Pasquale Paolo Maria, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

  Svolgimento del processo

O.G. ha convenuto in giudizio dinanzi al Giudice di pace di Bologna D.F., titolare della ditta Centro Soccorso Stradale, per sentirlo condannare al pagamento in suo favore della somma di L. 160.000, pari ad Euro 82,63.

Ha dedotto l’attore che la sera del (OMISSIS) aveva parcheggiato l’autovettura di sua proprietà nel cortile condominale dello stabile ubicato in (OMISSIS), ove vive ed è condomino il padre Roberto; che nell’occasione l’autoveicolo fu oggetto di rimozione da parte del D., ma illegittimamente, giacchè il condominio non aveva mai autorizzato il D. ad intervenire nell’area; che, al fine di potere rientrare in possesso del suo veicolo, egli fu costretto a pagare al convenuto la somma di L. 160.000.

Il convenuto si è costituito, resistendo alla domanda.

Il Giudice di pace, pronunciando secondo equità, con sentenza resa pubblica mediante deposito in cancelleria il 3 febbraio 2005 ha accolto la domanda e condannato “la convenuta ditta Centro Soccorso Stradale di D.F.” alla restituzione della somma di Euro 82,63, oltre interessi legali dalla data del pagamento al saldo, ed ha compensato tra le parti le spese del giudizio.

Il Giudice di pace – accertato che l’incarico di rimuovere l’autovettura era stato conferito, non dall’amministratore nell’interesse della collettività condominiale, ma dal condomino Z., proprietario di un locale al piano seminterrato – ha rilevato che quest’ultimo era privo di legittimazione a stipulare con il D., nel suo esclusivo interesse, il contratto per la rimozione del veicolo.

Per la cassazione della sentenza del Giudice di pace ha proposto ricorso la Soc. Centro Soccorso Stradale di M. D. & C. s.a.s., con atto notificato il 6 giugno 2005, sulla base di quattro motivi.

L’ O. ha resistito con controricorso.

Motivi della decisione 

1. – Il ricorso è – come eccepito dal controricorrente – inammissibile, perchè proposto da soggetto che non era parte del giudizio di merito e non costando che nella specie si sia realizzato un trasferimento a titolo particolare del diritto controverso dall’imprenditore individuale D.F., convenuto e parte nel giudizio a. quo, alla ricorrente società Centro Soccorso Stradale di M. D. & C. s.a.s..

Occorre premettere al riguardo che – per costante giurisprudenza (da ultimo, Cass., Sez. 3^, 18 settembre 2008, n. 23856) – il fenomeno della c.d. trasformazione in corso di causa dalla ditta individuale in società di persone non è riconducibile alla trasformazione di società, in quanto uno dei termini del rapporto è estraneo all’ambito societario.

In particolare, la “trasformazione” di un’impresa individuale in società, ancorché non dotata di personalità giuridica, implica il trasferimento delle situazioni soggettive attive e passive inerenti all’esercizio dell’impresa, in precedenza imputate al titolare della medesima, al nuovo centro di imputazione rappresentato dalla nuova società, dando luogo, per l’effetto, ad una successione a titolo particolare che, verificatasi in corso di giudizio, rientra nelle previsioni dell’art. 111 c.p.c., con la conseguenza che il nuovo soggetto, se intende impugnare la sentenza pronunciata nei confronti del precedente titolare, è tenuto ad allegare e dimostrare i fatti sostanziali dai quali derivi la sua legittimazione ad agire, quando essi non siano desumibili dalla sentenza impugnata (Cass., Sez. 1^, 24 settembre 2002, n. 13856).

Nella specie – a fronte della eccezione del controricorrente, il quale ha rilevato che la società Centro Soccorso Stradale di M. D. & C. s.a.s., costituita con rogito Vetromile del 14 marzo 2001, neppure annovera tra i suoi soci il convenuto D. F. – la ricorrente non ha dimostrato in alcun modo il verificarsi del trasferimento a titolo particolare per atto tra vivi del diritto controverso.

2. – Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna la società ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dal controricorrente, che liquida in complessivi Euro 400, di cui Euro 300 per onorari, oltre a spese generali e ad accessori di legge.